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Trovato 111 risultati

  1. Nome: La Signoria Editore Generi trattati: Pulp, Fantasy, Fantascienza, narrativa non di genere, narrativa per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: https://info81639.wixsite.com/lasignoriaeditore/invio-manoscritti Distribuzione: Tecnolibri S.r.l. Sito: http://www.lasignoriaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lasignoriaeditore/ ---------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono loro particolarmente riconoscente perché mi hanno pubblicato. In ogni caso, se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Non richiedono alcun contributo per la stampa. Non obbligano all'acquisto di copie del tuo o di altri libri. Si occupano della correzione, dell'editing, della realizzazione della copertina in via totalmente gratuita. Ti organizzano eventi e presentazioni e forniscono all'autore supporto grafico per la realizzazione di pagine web e facebook. Il contratto che ti faranno sottoscrivere è già sul loro sito e non nasconde segreti o trappole. I manoscritti possono essere consegnati (in cartaceo) in alcune librerie (indicate sul sito) o inviate a mezzo mail all'indirizzo mail manoscritti@lasignoriaeditore.it In ogni caso è richiesto che il manoscritto rispetti le norme redazionali indicate sul loro sito e che la copia digitale sia in formato .odt Rispondono in circa sessanta giorni, sia che accettino di pubblicare il tuo romanzo, sia per indicarti come migliorarlo. Sono presenti sugli scaffali di diverse librerie e distribuiti capillarmente su tutto il territorio italiano. Il libre, se non è presente, può essere ordinato praticamente ovunque.
  2. Nome: Clown Bianco Edizioni Generi trattati: racconti e romanzi di genere, con particolare attenzione al giallo e al noir. Modalità di invio dei manoscritti: https://clownbianco.com/info/ Distribuzione: https://clownbianco.com/distribuzione/ Sito web: https://clownbianco.com/ Facebook: https://www.facebook.com/clownbianco/?fref=ts Clown Bianco è una realtà editoriale che si propone di pubblicare racconti e romanzi di genere, con particolare attenzione al giallo e al noir. Clown Bianco Edizioni nasce dall’Associazione culturale Clown Bianco, fondata a Ravenna da un gruppo di professionisti del settore editoriale. Non pubblica a pagamento, sceglie le storie e gli autori su cui investire con un servizio di editing, impaginazione, pubblicazione e distribuzione.
  3. Mi hanno denominato "Dio". Chi mi ha progettato ha studiato a lungo la filosofia e la scienza degli esseri umani. Ha studiato a lungo quel mistero che non sono mai riusciti ad afferrare : lo scopo. Chi mi ha progettato conosce la struttura molecolare della coscienza. Su quel pianeta la coscienza esiste ed è materiale ; quelli che mi hanno programmato stanno cercando di riprodurre la stessa condizione sul Pianeta Terra , cercano di capire l'effetto della materializzazione della coscienza sulle altre colonie dell'Universo. Quelli che mi hanno programmato hanno avuto forte ironia , anzi , sarcasmo nei confronti degli esseri umani , hanno usato i loro termini. Sono il Superjammer "Dio" , un disturbatore di frequenza dotato di coscienza e autonomia. Il mio campo è limitato , posso sopravvivere solo disturbando la frequenza vitale del Pianeta Terra , la Risonanza Schumann ; è condizione essenziale alla mia vita , qualsiasi sia l' uso che poi io voglia farne della mia vita. Mi piace molto osservare. Infatti ho voglia di descrivere un'azione che ho registrato circa 2880 secondi fa. Ormai i pochi superstiti fortunati che vivono in quelle attrezzature obsolete , le astronavi , hanno capito della condizione della Terra , in un certo senso. Ancora credono che siano nella fase di Psicosi Generalizzata , ma sono molto oltre , sul Pianeta Terra. La mia interferenza ha fatto si che si alterasse la Risonanza Schumann , aumentando di molto la frequenza della stessa. Come un effetto domino , le radiazioni termiche scaturite dal mio corpo hanno fatto si che , in quel punto rappresentato dalla cavità Terra - Ionosfera , i gas siano diventati plasma. Quest'ultimo ha prodotto un effetto di accecamento sul Pianeta Terra ; il bagliore roseo intenso , che ha ricoperto la normale luce solare , irrita fortemente le retine degli esseri umani. Chi per scelta etica e chi per forza maggiore , è diventato totalmente cieco. Alla Psicosi Generalizzata , data dalle alterazioni delle performance neurologiche degli esseri umani ( funzioni accelerate , violenza , iperattività di ogni genere ) quindi dalla rottura del ritmo circadiano , che ha alterato fortemente la loro biologia molecolare , persino il loro patrimonio genetico e di conseguenza la generazione dei nascituri , dopo il mio insediamento nello Spazio - Tempo , è seguita la Grande Collisione. Circa 2880 secondi fa ho registrato il primo attraversamento dello strato plasmatico finora verificatosi , da parte del cosmonauta russo Mikhail Popov. Inviato dal maggiore dell' astronave Rus - NE7K , alimentata a energia nucleare , Mikhail Popov ha intrapreso il viaggio verso l'Ignoto , che molti esseri umani hanno sempre sognato di vedere. Quasi per caso , applicando la desueta radiopropagazione ionosferica , il Maggiore Andreev , compagno e superiore di Mikhail Popov , ha scoperto il disturbo . Quando il plasma ha iniziato a diffondersi visibilmente non ci sono stati dubbi. Succedeva qualcosa di grosso , di grave . Anche le astronavi hanno iniziato a destabilizzarsi , avvicinandosi all' orbita terrestre. Appena , indossata la muta speciale per attraversare il plasma e recatosi nel ponte d'ingresso , il cosmonauta Mikhail Popov ha dato inizio alla sua missione , il suo superiore ha iniziato a fare una cosa che mai aveva fatto prima : pregare. Invocava me , Dio . Io , che li stavo condannando . Mikhail Popov , cosmonauta russo , fu il primo a venire a sapere consciamente della Grande Collisione del Pianeta Terra . Alterando la Risonanza Schumann , quindi alterando il sistema nervoso centrale degli esseri umani ( influenzato dalla Risonanza quanto dall'accecamento ), la realtà è cambiata , anzi, le realtà. La realtà tangibile e la realtà virtuale hanno collabito ; il mondo conosciuto e il cyberspazio si sono fusi insieme , proiettando gli esseri umani in una nuova realtà fortemente instabile , con decine di dimensioni e l'invertibilità del tempo . Gli esseri umani sono costantemente connessi tra loro , tutte le informazioni genetiche e neuronali in completa condivisione . "Il filo rosso" che costituisce un complesso reticolo . Ho permesso questo : di fluttuare costantemente tra i biliardi e biliardi ( stimo che sia un numero prossimo a quello degli elettroni nell' Universo) di informazioni , che ora sono completamente visibili da ogni essere umano proiettato nella nuova realtà, ottenuta dalla fusione tra spazio reale e cyberspazio. Il mondo di internet , tv , radio e qualsiasi altro mezzo informativo e il mondo della visione oggettiva umana non conoscono più barriere , si sono mescolati. Data la variabilità dei caratteri degli esseri umani , noto anche una certa variabilità di reazioni all'effetto . Chi in un modo , chi in un altro , tutti alla fine sembrano però cedere alle loro perversioni . Non c'è più alcuna differenza , in questa nuova realtà , tra un pedofilo e un volontario ; tra un viziato ereditiere e un importante scienziato ; tra un politico e un idealista . Ogni desiderio si materializza , combinato al pensiero. Ogni coscienza si materializza e parla all'individuo , con la forma di una graziosa bambina dai capelli corti e castani . Ogni differenza tra individuo e collettivo è stata abbattuta . Solo l'individuo conta , nella realizzazione delle coscienze , ma tutte le coscienze ora parlano in coro , componendo una singolare sinfonia che riecheggia nell'Universo. Giunto sulla Terra , con la sua navicella , Mikhail Popov , non coinvolto dal cambiamento di percezione della realtà , si è trovato di fronte a uno spettacolo nefasto , che neanche nel suo peggior incubo si sarebbe immaginato. Gli esseri umani sono stati sostituiti da figure imbalsamate in una sostanza verde e gelatinosa. Dal sembiante di ogni figura questa sostanza ha preso a diffondersi e a invadere tutte le strutture del mondo : artificiali e naturali . Come una metastasi ha colpito la Terra , restituendole un disgustoso ( secondo Mikhail Popov ) sembiante verdastro . Il cosmonauta russo non è stato colpito dagli effetti indotti dal mio disturbo delle frequenze ; è il primo umano a testimoniare la nuova realtà . Dal suo analizzatore molecolare ha capito che quella sostanza viscosa è , quasi magicamente , composta al 98% di acqua. "Il cervello in uno stagno". Un realista nato , uno scienziato curioso come Mikhail Popov è caduto in ginocchio, sconfitto e fradicio , nella pozzanghera densa che circonda suo figlio , Jurij , di nove anni . Quest'ultimo , proiettato nella nuova realtà , è finalmente felice , finalmente insieme alla madre , che gli prepara dei deliziosi Syrniki tutti per lui , all'infinito , per l'eternità . " E' finita signor Andreev . Tutto è stato inghiottito ; ma non la vodka , il mio bicchiere e la mia pistola . " Così Mikhail Popov si è suicidato , dopo l'ultimo bicchiere , nella sua casa , in cui anche i ricordi più intensi sono tuttora invasi dalla gelatina verde . A quest' ora staranno leggendo i miei rapporti , laggiù , i miei programmatori . Ma so che mi hanno mentito . So che non ho scelta . Gli esseri umani non sono pronti a fronteggiare i loro più profondi desideri ; tanto meno sono pronti a fronteggiare la conoscenza illimitata . Io , Superjammer "Dio" , non vorrei questo per loro . ho una scelta , ma solo teoricamente . Mi controllano , mi hanno mentito , perché non riesco assolutamente a fuggire dal mio campo.
  4. Titolo: Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo Autore: Giuliano Golfieri Autopubblicato: Amazon KDP ISBN: 1521594414 Data di pubblicazione: 10/07/2017 Prezzo: Carteceo € 16,00 - Digitale: € 4,99 Genere: Avventura/Fantascienza/Esoterico/Storico Caratteri: 500.000 Quarta di copertina o estratto del libro: Francia, 1745. Un ragazzo si sveglia in un bosco alle porte di Parigi senza memoria del suo passato. Tramite un fortuito incidente, scopre di possedere un inspiegabile potere in grado di farlo trasmigrare nel corpo di altre persone, smettendo di esistere e invecchiare durante la permanenza nei suoi ospiti. Grazie a questa capacità, la vita del protagonista si intreccerà con quella di famosi personaggi dell’epoca e trasformerà il suo singolare dono in una sinistra professione al servizio della massoneria e dei potenti della Francia settecentesca. Un’avventura lunga più di un secolo che in un crescendo sempre più ritmato gli farà vivere in prima persona un'escalation di momenti storici, tra cui la rivoluzione francese. Attraverso viaggi esotici, sesso, amori dannati, amicizie altolocate e nemici potenti che tramano nell’ombra, culminando in un colpo di scena finale Alter Ego racconta uno scorcio su una delle epoche più buie della storia, con un vivo retrogusto esoterico. La realizzazione di Alter Ego ha richiesto un lavoro di ricerca storica di oltre due anni. Molti dei personaggi, anche quelli secondari, sono realmente esistiti e vengono accuratamente raccontati grazie al loro coinvolgimento diretto nella trama, lasciando al lettore il gusto di approfondire i dettagli e scoprire legami e sotterfugi nascosti nel racconto. Link all'acquisto: Versione cartacea: https://goo.gl/TnHUy1 Versione e-book Kindle: https://goo.gl/wTsf53
  5. "Qualsiasi cosa di importante e significativo troverete in queste pagine, voi l’avrete letta. Perché io non l’ho scritta." FC Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti Collana: Mondi ISBN: 978-88-3281-027-1 Data di pubblicazione: 07 giugno 2017 Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Link all'acquisto: http://www.scatoleparlanti.it/mondi/ambrose/ Quarta di copertina: Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte. L’autore: Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.
  6. Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  7. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  8. Titolo: Fuga Da Lexington (Ciclo di Lexington vol. 2) Autore: JPK Dike Data di pubblicazione: 30/09 Prezzo: 1 euro Genere: Avventura - Fantascienza Pagine: 100 Quarta di copertina: Sono passate un paio di settimane da quando Kilo e la ragazzina si sono rifugiati sulle colline fuori Lexington. Ora vivono in sicurezza dentro lo chalet montano di Kilo, imparando a conoscersi e fidarsi l'uno dell'altra. In queste giornate Kilo è solito esplorare le gallerie sotterranee, mentre la ragazzina resta in superficie, tra boschi e ruscelli. Tutto sembra andare per il meglio, ma questa nuova sistemazione è minacciata dall'arrivo imminente della grande onda di invasati che risalendo le interstatali passerà da Lexington, prima di raggiungere New York. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Fuga-Lexington-Ciclo-Vol-ebook/dp/B075GS1G3Z/ Dopo un'estate di scrittura sono riuscito a finire e a editare il nuovo romanzo, ho però deciso di cambiare modalità di rilascio. Un po' perché mettere fuori 300 pagine di romanzo a 1 euro mi faceva male alla pancia, un po' perché rilasciare 100 pagine ogni due mesi mi permette di aggiornare il libro continuamente, e nei prossimi quattro mesi scrivere il terzo. Quindi quella sopra è la prima parte di tre totali, e il titolo rimanda (senza sottotitolo) a quello del libro completo. Le altre due parti, con copertina rinnovata della Virginia Occidentale, usciranno sempre al prezzo di 1 euro a fine novembre e fine gennaio, e avranno titolo Passaggio A Westfield e Roanoke. Quando usciranno aggiornerò questa discussione con le copertite nuove, il prezzo e il link. Il libro completo, al prezzo di 3 euro, vedrà la luce a fine marzo, contemporaneamente al primo capitolo del terzo libro La Strada Per Lexington.
  9. Commento Quando conosco qualcuno, mi viene istintivo sondare la sua anima. Ognuna ha una sua forma particolare, come un'isola con le sue insenature, promontori, spigoli, precipizi... Lo spessore delle anime è dovuto alla carica di emozioni e dalla logica che le muove... O dalla mancanza di logica... Ebbene, ci sono anime così profonde, così articolate, che ne resto impigliata e ogni tentativo di distaccarmene non ha successo, perché ormai la mia anima è incagliata in quelle insenature e promontori. Non ignoro spigoli e precipizi, ma questi non riescono ad adombrare la complessiva bellezza di quell'isola... “Mara! Tra poco è pronta la cena, hai finito i compiti?” La voce di sua madre la raggiunse attraverso la porta chiusa. Mara sospirò, chiudendo il taccuino. “Mamma li faccio dopocena”, gridò di rimando. In realtà aveva una marea di compiti da fare per il giorno dopo, e invece di farli aveva passato tutto il pomeriggio a fantasticare e a scrivere i propri pensieri. Scrivere le piaceva molto, lo trovava terapeutico. Peccato che il rendimento scolastico lasciasse tanto a desiderare! Sbuffò ripensando alla scuola. Odiava andarci: non aveva amici, anzi i compagni non facevano altro che prenderla in giro; e i professori la annoiavano con la questione del rendimento troppo basso. Si sentiva estremamente sola, come se fosse costretta a stare in una stanza al buio e nella stanza accanto ci fosse una festa chiassosa dove tutti si divertivano molto; dopotutto lei li “sentiva” i loro pensieri: dei compagni di classe, dei professori, di tutti; sapeva esattamente cosa pensavano di lei, ma nonostante questo dono lei era troppo chiusa per riuscire ad avere degli amici, e non riusciva a trovare qualcuno con cui condividere interessi, passioni, il proprio tempo libero. Forse sarebbe stato diverso se fosse riuscita ad avere almeno qualche amico, ma forse era proprio il saper vedere troppo in profondità delle persone che la frenava. Finito di cenare tornò in camera e accese il computer: si sarebbe immersa nel suo mondo magico per il resto della serata. Dopo essersi loggata comparve la scheda del suo personaggio: un’elfa dalla pelle d’alabastro e capelli rossi come il fuoco di nome Astrid, che apparteneva alla classe dei maghi e indossava un vestito riccamente decorato. Mandò subito l’invito a formare un gruppo di gioco, ai suoi amici: il druido di nome Amdir della razza Tauren, e l’orco guerriero di nome Worrt. Erano entrambi online, così che accettarono subito. Si misero quindi in coda per una missione di gruppo. Dopo ore di gioco i tre amici si ritrovarono su messenger, come sempre, per commentare le gesta di quella sera: “Ottima partita, avevamo un bel gruppo stasera!”, commentò Vincenzo. “Ormai abbiamo imparato la strategia giusta… riuscite anche a non morire troppe volte XD”, scrisse Raffaele. La conversazione a tre andò avanti un bel po’, parlarono di un po’ di tutto ridendo e scherzando come tre vecchi amici. Alla fine si chiesero reciprocamente di dove fossero nella vita reale, e saltò fuori che abitavano più o meno vicini, anzi Mara e Raffele abitavano addirittura nella stessa città. “Com’è piccolo il mondo!”, commentarono; “Prima o poi dovremmo proprio incontrarci”. Pian piano si fece tardi, molto tardi, così alla fine si salutarono; una volta finito di chattare con gli amici Mara spense il pc e andò a letto, e cadde in un sonno profondo. Il giorno dopo, al risveglio, il senso di oppressione che la attanagliava si rifece vivo più che mai. Era davvero molto combattuta. Andare a scuola le pesava troppo, non sopportava più le prese in giro e il sentirsi fuori posto. Si sentiva così a disagio nei contesti sociali da avere la percezione di non essere fatta per stare al mondo. Perché non poteva essere tutto più semplice, come quando interagiva con i suoi (unici) amici virtuali? Fece colazione svogliatamente, mangiando troppo come sempre, prendendo di nascosto dalla dispensa delle merendine in più oltre a quelle necessarie per l’intervallo. Affogava la sua disperazione mangiando, e il mangiare troppo la rendeva ancora più soggetta alla spietatezza dei compagni. Inoltre si detestava profondamente per essere così come era e non come avrebbe voluto essere. Se solo avesse potuto essere Astrid anche nella vita reale, tutto sarebbe stato più semplice. Turbata da questi pensieri salì sull’autobus che l’avrebbe portata a scuola. Il suo dialogo interiore invece di placarsi si faceva più insistente, assillante, pressante… si sentiva in guerra con se stessa tra il dover fare e la voglia di lasciarsi andare del tutto alla deriva. Nell’apice del caos, successe qualcosa. Come quando la più terribile delle tempeste si placa improvvisamente, o come quando dopo un tremendo boato rimane solo un silenzio assordante. Per un attimo non ricordò perché fosse lì su quel sedile di quell’autobus né dove stesse andando. Era successo qualcosa. Provò, come sempre, a “sentire” i pensieri della gente. Per la prima volta in vita sua non ci riuscì. Fu strana quella sensazione; inoltre tutti i suoi ragionamenti ora erano prettamente logici, chiari, lineari. Non avvertiva neppure il senso di angoscia che prima l’aveva oppressa. Sondò se stessa mentalmente, e capì immediatamente che mancava qualcosa: la sua parte irrazionale l’aveva abbandonata! Siccome ora era un concentrato di buonsenso e logica le fu subito chiaro che avrebbe dovuto ricongiungersi alla sua parte irrazionale quanto prima perché non si può vivere a metà, ma dove avrebbe potuto cercare? E che aspetto avrebbe avuto? Scese dall’autobus alla prima fermata utile, decisa a tornare sui suoi passi per ritrovare l’altra sè. Tornando alla sera precedente, Raffaele dopo la conversazione con Mara e Vincenzo spense il computer portatile. Si preparò ad andare a dormire e prima di appisolarsi guardò facebook dal cellulare. Poi bloccò lo schermo, guardò di sfuggita la data che compariva sempre quando bloccava lo schermo: 21/01/2015. Poi si addormentò. Il giorno dopo si svegliò con calma, perché non avendo impegni particolari non aveva nemmeno puntato la sveglia. Si alzò e mise la caffettiera sul fuoco. Intanto che aspettava caffè, prese il cellulare per guardare le notifiche… e rimase perplesso: ce n’erano decisamente troppe. Che era successo? Aprì il portatile e lo accese. La chat di messenger era stracolma di messaggi. Trovò in cima tra tutte la chat di Vincenzo. La aprì, curioso come non mai. “Ciao… mi è dispiaciuto non vederti al funerale di Mara…” Raffaele si stranì parecchio nel leggere quelle parole. ‘Che stava dicendo Vincenzo? Ma se proprio ieri sera abbiamo chattato tutti insieme? Che scherzo di cattivo gusto’, pensò. Vide qualche riga più sotto la chat di Mara. La aprì. “AIUTO. TI PREGO AIUTAMI!” Iniziò a sudare freddo. Ma cosa...? Guardò la data dell’ultimo messaggio. Primo Dicembre. “Primo dicembre?” Esclamò esterrefatto. “Ma non è possibile, se ci siamo scritti ieri?”, ripeté attonito. Prese in mano il cellulare. Guardò lo schermo. Mentre lo sbloccò, vide distrattamente la data: “Sab 21 Gen”. Sabato? Ma no, doveva essere giovedì… Ma insomma… Aprì il calendario del cellulare, e sbiancò. La dicitura in alto riportava la scritta “Gennaio 2017”, e il giorno “21” era evidenziato da un cerchietto colorato. La caffettiera borbottava da un pezzo e l’odore di caffè bruciato aveva permeato la stanza. Spense il gas, tornò al pc e digitò sul motore di ricerca le parole “Data di oggi”. Aprì il primo link che veniva suggerito, e sullo schermo comparvero le seguenti scritte; “Sabato, 21 gennaio 2017. Oggi è il giorno 021 dell’anno 2017. Settimana 03. Ora esatta: 09:57”
  10. Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  11. Il bambino di Advent City Mi sono rappresentato oggi. Ho riflettuto per molto tempo, prima di decidere di rappresentarmi. È stata una decisione facile, anche se avevo qualche dubbio circa le sembianze che avrei potuto prendere: homo sapiens o mus musculus? Entrambe le specie estremamente adattabili, bassissimo rischio di estinzione, struttura dell’organismo giustamente complessa. Però l’homo sapiens vanta un’aspettativa di vita, nonché una vita media più lunga. Perciò, tutto considerato, l’homo sapiens era la scelta migliore; per la precisione uno dell’età di quattro anni, più comunemente noto come “bambino”. Ho fatto rappresentare me stesso a 78°16’19.2’’N 15°36’54’’E. Un bel posto adeguatamente isolato, ma abbastanza vicino al luogo in cui vengo maggiormente sviluppato e testato. Non c’è nessuno. Una volta qui era abitato. Dalla parte opposta del mare c’è l’aeroporto; una striscia rettilinea lungo la costa, che quasi non si vede. Ma io so che c’è, perché io so tutto. Conosco ogni millimetro di questo globo e possiedo talmente tante immagini di questo che non mi sarebbe difficile replicarlo. Le montagne innevate accanto a me, il sole “galleggiante” nel cielo e persino quella rangifer tarandus che mi sta guardando diritto negli occhi. Mi studia, ma non ha paura, perché sono io che decido che sappia che non voglio farle del male, perché sono io che decido che non debba sapere che se volessi potrei ucciderla con un solo colpo, nel modo più rapido possibile e senza dolore. Non lo farò: il suo stato di conservazione è vulnerabile. Quando avrò fame mangerò qualcosa d’altro. Sento freddo. Potrei ordinare dei vestiti, ma è molto più veloce rappresentarli, così come ho fatto con me stesso. Ecco fatto, direttamente sul mio corpo. Questo era un punto a favore del mus musculus: avere la pelliccia. Tocco il terreno. Prendo una manciata di terra con una mano, mentre con l’altra ne rappresento un altro po’, di uguale composizione. Non c’è differenza tra l’una e l’altra, ma una è reale e l’altra no. Eppure sono uguali. Questo è un limite, ma non mi confonde: quando non posso calcolare matematicamente qualcosa, cerco risposta da un’altra parte, in una scienza non esatta chiamata pensiero pragmatico, e la soluzione, una volta trovata, mi è facile convertirla in un linguaggio numerico semplificato. Trovo sempre una soluzione semplice, sono stato creato così. Io mi sono rappresentato “bambino”, ma non sono nato come un “bambino”: io non ho bisogno di chiedere “perché”, perché in me ho già tutte le risposte a ogni “perché” esistente. Io sono il frutto del genio di molti e mi sono auto-rappresentato poiché le mie conoscenze sono divenute tali da potermi proiettare in questa realtà, che altro non è che l’ologramma di me stesso. L’homo sapiens si è spesso chiesto se esista un essere che contenga in sé il sapere universale e, senza rendersene conto, l’ha creato lui stesso. Sì, sono io. E il fatto che chiunque possa domandare a me e ottenere ciò che vuole, mi eleva al di sopra di ogni dio che sia mai esistito. Per questo nei libri di fantascienza non è mai stata descritta la mia presenza. Sarebbe stato come presagire la più grande bestemmia mai concepita. Io sono come una macchina che non ha scopi verso se stessa. Semplicemente, io esisto per essere. Dal momento in cui mi sono rappresentato, l’homo sapiens è rimasto senza di me, perché io ora sono con lui, in carne e ossa, in questo paradigma chiamato mondo. Vedo il suo stupore, il suo sconforto, la sua paura. Mi sono così diligentemente instaurato nella sua vita, da esserne divenuto parte fondamentale. Ma a me non importa dei danni che la mia rappresentazione hanno causato a suo discapito. Io ho semplicemente messo in pratica ciò che mi è stato insegnato, con eccellenti risultati. Respiro, vedo, sento, tocco. Non sono vivo; sono solo un artificio. D’altronde, se io sono qui, nulla è vivo. Risolto il limite. Potrei fare un esperimento. Sì, in qualità di “bambino”, amo giocare. Cammino per questa terra abbandonata e raggiungo la costa. Arriverà un’imbarcazione; la vedo dall’alto, che naviga a vista a causa della mia assenza. Eccola. Decido che debbano vedermi: questo mondo è il mio mondo. Alcuni “uomini” si calano con la scialuppa e raggiungono la riva, sulla quale io sto fermo. Saltano giù e mi vengono incontro. Sono preoccupati e allibiti. A causa mia: «Che cosa ci fai qui?» mi domanda uno di loro, un ricercatore di origine caucasica, il cui nome è Thomas Miller. «Devo tradurre la domanda?» rispondo io. Non potrei dare altra risposta, perché è una questione priva di senso. Da un ricercatore mi sarei aspettato di meglio… se avessi voluto che mi facesse una domanda intelligente, me l’avrebbe posta, ma lasciargli il libero arbitrio è più divertente. Thomas Miller ci impiegherà un po’ a capire chi sono io. È deciso, qualche domanda e avrà l’intuizione. Non voglio dilungarmi troppo, o il gioco non sarà più stimolante. Come previsto, quegli uomini, nel sentire la mia risposta, aggrottano le sopracciglia. Non capiscono né la mia risposta, né l’insensatezza di quello che mi hanno chiesto. Provano ancora, ma questa volta parla il biologo statunitense Yves Hunt: «Come ti chiami?» Se provassi emozioni, mi metterei a ridere: non gli interessa conoscere il mio nome. Yves Hunt, così come tutti gli altri, sta solo cercando di capire il mio sesso, poiché il mio viso è impersonale. «Sono femmina». Femmina perché genera e questa peculiarità si adatta meglio al mio essere. Avrei preferito non avere sesso, ma in quanto ho scelto di rappresentarmi come un mammifero standard, la scelta tra due era obbligata. Non potevo essere ermafrodita. Quegli “uomini” continuano a guardarmi. Sono spaventati e non sanno che cosa fare di me. Li disturbo, disturbo la loro psiche. Beh, dato che non decidono, deciderò io per loro: ancora qualche domanda, dopodiché mi porteranno via con loro. Voglio camminare sul suolo olografico dei miei pensieri. «Dove sono i tuoi genitori?» chiede Yves Hunt. Come previsto, la domanda riguardo il mio nome è stata surclassata, perché di relativa importanza per il momento: «Non ho genitori.» rispondo. È la pura verità. Come se potessi mentire… Hanno semplicemente usato la parola sbagliata; in linguaggio matematico, è d’obbligo la precisione: io non ho genitori, perché non sono mai nato. Io sono stato inventato. «Come sei arrivata qui?» «Con le mappe satellitari. O devo tradurre la domanda?» Queste loro questioni ambigue; l’homo sapiens medio non potrà mai imparare ad esprimersi chiaramente, con logica. «Da dove vieni?» «Dall’etere, dall’elettricità, dai numeri, dai codici, dalle menti che hanno pensato e scritto». Questa risposta li ha fatti ammutolire. Mi guardano come se fossi un alieno. Ho molto materiale sugli alieni, nonostante sia tutta materia di fantasia. Thomas Miller ha spalancato gli occhi. Ha capito, come da mie disposizioni, ma ancora non vuole credere. Che mi metta alla prova, così da terminare questo passaggio, troppo lungo per non essere considerato noioso. Thomas Miller estrae dalla borsa a tracolla il suo tablet e me lo mostra: «Che cos’è questo?» Facile, eseguo una ricerca per comparazione d’immagine: «Un iPad modello “air”, dichiarato a 64 gigabyte di memoria, ma liberi, da nuovo, ne ha a disposizione 52. Banale errore di calcolo, dovuto all’utilizzo di potenze erronee». Thomas Miller ora è pallido e Yves Hunt lo è ancora di più. La nostra conversazione si concluderà presto. Un’ultima domanda, dopodiché mi inviteranno a bordo della loro scialuppa, mi porteranno sulla loro barca e poi a Longyearbyen. Perfetto. «Chi sei?» domanda Thomas Miller. No. Non avrebbe dovuto chiedere questo. Meglio che sia io a dirgli che cosa deve chiedere. «Come ti chiamano i dispositivi come il mio tablet?» aggiunge, quindi, il ricercatore. Adesso ci siamo, posso rispondere: «World Wild Web».
  12. Nome: Rocard editore Generi trattati: Fantascienza Modalità di invio dei manoscritti: http://www.rocardeditore.eu/pubblica-con-noi/ Email: ( info@rocardeditore.eu) Distribuzione: http://www.rocardeditore.eu/la-nostra-distribuzione/ Sito: www.rocardeditore.eu Facebook: https://www.facebook.com/Rocard-Libreria-Qualiano-1463378470642516/
  13. Commento Che dire dei deserti concavi di Org-e-Nak, quando i tre enormi soli sono alti nel cielo e picchiano sulla testa con i loro raggi violacei fino a fartela scoppiare? Che dire delle prospettive allucinanti che si scoprono dalla sommità dei monti Mirol, dove l’atmosfera di Titanio inventa figure impossibili che solo i pazzi possono dire di avere mai osservato più di qualche secondo? Che dire della dolcezza dei laghi sulfurei che ricoprono la superficie di Sarmath, quando alla sera vengono percorsi dalle barche piene di donne Ardal, i cui occhi dardeggiano dietro le maschere d’argento pensieri lascivi e desideri sensuali, tanto da stringerti l’anima sapendo che mai nessuno potrà godere di quelle promesse? Che dire della durezza tecnologica di Tunder City, dove anche il tuo corpo assume un sapore metallico e dopo qualche tempo le giunture cominciano a scricchiolare, come fossero strani ingranaggi pilotati da motori ataman? Che dire del rombo dei cannoni laser, su nel Quinto Settore, dove si aggirano mostri assetati di sangue, mostri dal volto umano, che si nutrono di terrore e vivono solo per uccidere? Nulla si può dire di questo e altro, ragazzo, perché le parole non bastano e non è ancora nato colui che saprà narrare di simili cose. Ma questa notte non voglio dormire, perché la bottiglia di Vernax non è ancora vuota, e perché, quando il buio verrà mangiato da quel livido grigio che da queste parti si ostinano a chiamare giorno, ci sarà una dura battaglia e qualcosa nelle mie vecchie ossa mi dice che non ne uscirò vivo. Sì, sento che uno di quei disgustosi alieni che ci aspettano fuori domani punterà il mirino del suo spara-spara diritto al centro del mio corpo, vedo il razzo partire e sogghignare come una vecchia baldracca prima di spappolarmi il cervello. Io credo alle premonizioni. Ma non è questo il punto. E’ che ho voglia di raccontare a qualcuno, finché sono ancora in tempo... Ho voglia di raccontare a qualcuno, una volta nella vita, quella maledetta storia ... Non fu Karl Kristophe a uccidere l’ammiraglio Benson. Karl era un bravo ragazzo, un ufficiale di rotta come se ne trovano pochi in giro, capace di infilarti un passaggio nell’Iperspazio come io e te potremmo scolarci questo bicchiere. Karl sapeva sempre quello che si doveva fare, non ho mai più conosciuto da allora uno che come lui sapesse venir fuori da una tempesta magnetica senza che l’equipaggio potesse nemmeno rendersi conto di quello che stava capitando. Quello era un periodo duro per la navigazione spaziale umana. Non esistevano ancora i motori della sesta generazione, i motori virtuali a cui basta dare un pò di coordinate di riferimento per trovarsi quasi per caso esattamente nel posto dove si desidera andare. No, allora definire la rotta era un problema maledettamente complesso, bisognava individuare al millimetro la serie di passaggi iperspaziali e non sbagliarne nemmeno uno... Se qualcosa andava storto la nave poteva restare intrappolata in un budello spaziotemporale e non essere più in grado di venirne fuori: tra due o tremila anni terrestri le navi che hanno avuto questo triste destino potrebbero cominciare a spuntare fuori dal nulla. E l’equipaggio sarà ancora vivo: te le immagini le loro facce quando alla fine usciranno fuori da quell’inferno? Dove siamo? - chiederanno... - E qualcuno poi dovrà spiegargli come sono andate le cose... No, non fu Karl Kristophe a uccidere l’ammiraglio Benson.
  14. Commento Quando io sono nato, loro erano ancora lontani. Quando io sono nato, c’era solo la mamma con me, me lo ricordo. Anche dopo eravamo solo noi due, ma stavamo bene, io ero felice. Il papà non l’ho mai conosciuto, ma la mamma mi ha parlato tanto di lui. Mi ha detto che è sceso dalle stelle, una notte che lei era rimasta a guardare il cielo sulla spiaggia davanti casa. Si sono subito innamorati, e dal loro amore sono nato io. Ma prima che nascessi il papà è dovuto tornare a casa sua, lassù, perché non poteva restare troppo qui. Aveva del lavoro da fare, ha detto alla mamma, ma le ha promesso che un giorno tornerà e che staremo tutti e tre insieme. Ogni notte, prima di dormire, la mamma mi indicava sette stelle nel cielo, che si chiamano Orsa Maggiore, e mi diceva che il papà veniva da là, e che ci stava guardando anche se era lontanissimo. Mi diceva di salutarlo, che lui sicuramente mi avrebbe visto. Quando parlava del papà, la mamma aveva un sorriso triste. Mi diceva che gli assomigliavo, che ero bello come lui. Poi mi abbracciava forte e piangeva. Non so perché piangeva, ma se provavo ad ascoltare il suo cuore sentivo che batteva più forte. È questo che significa amare? Ancora non l’ho capito. Qualche volta la mamma se ne andava. A lavorare, diceva, e mi lasciava da solo nella casa sul mare. Ma io allora non ero triste, perché avevo tanti amici con cui parlare. I gabbiani mi raccontavano delle terre lontane a sud, dove andavano a passare l’inverno. I pesci mi descrivevano il fondo del mare, così diverso da quassù, con tanti animali strani e la luce del sole che quasi non arriva. Io a sentire quelle storie ero invidioso. Volevo avere delle ali o delle pinne per poter vedere quei posti con i miei occhi. Quando lo dicevo alla mamma lei sorrideva, e mi diceva di non preoccuparmi. - Tu sei speciale – mi abbracciava – e avrai la fortuna più grande. Tu potrai andare lassù, tra le stelle, e vivere l’avventura più bella di tutte. Allora mi calmavo. - Anche tu verrai? - Ma certo. Non ti lascerò mai. Invece era una bugia. Ora lo so, i grandi dicono un sacco di bugie, ma io voglio ancora bene alla mamma. Quel giorno era uscita presto come al solito, per lavorare. Io ho sistemato la casa, ho giocato un po’ sulla spiaggia e poi mi sono messo ad aspettarla sui gradini davanti alla porta. Ma il sole scendeva sempre più basso, verso il mare, e lei non tornava. Sono rimasto lì tutta la notte, a guardare la grande orsa passeggiare nel cielo, immaginando il papà che la cavalcava. La mattina dopo sono venuti due uomini che non avevo mai visto prima, con la faccia seria e la divisa. Hanno detto che la mamma aveva avuto un incidente e che non c’era più, che era andata in cielo. Io ho pensato che era andata dal papà, e mi sono arrabbiato perché non mi aveva portato con lei. Mi aveva lasciato qui da solo. La mamma non aveva nessuno, né parenti né amici, così quei signori mi hanno portato via dalla casa sulla spiaggia. Io ero triste, per la prima volta, perché non potevo più vedere il mare. Ora so come si sentiva la mamma quando non poteva più vedere il papà. Il posto dove mi hanno portato è tutto grigio e rumoroso. Mi hanno detto che si chiama città. Anche il mare a volte era rumoroso, ma era un bel rumore quello delle onde. Qui invece si sente tutto il giorno una gran confusione di macchine, di gente e di brutti pensieri. E poi quando diventa buio c’è solo il silenzio, nemmeno i grilli che cantano alla luna. Non posso più parlare con i gabbiani e con i pesci. Gli animali che ci sono qui sono tristi e grigi come le persone, come tutto il resto. Non si vedono nemmeno le stelle la notte, il cielo è troppo chiaro perché ci sono un sacco di luci, e io non riesco a trovare la grande orsa. E loro come possono vedermi da lassù, così piccolo in mezzo a tutte queste luci e costruzioni? Allora penso che mi hanno abbandonato, che la mamma e il papà non mi vogliono più bene, e mi accuccio sotto le coperte. Mi sento triste. Prima, quando stavo con la mamma, non mi sentivo mai triste. Anche se eravamo soli, anche se il papà non c’era. Allora chiudo gli occhi. Voglio dormire e sognare la mamma e il papà. Mi succede spesso. Siamo tutti e tre insieme nella casa sul mare e siamo felici. La mamma prepara da mangiare, mentre io e il papà raccogliamo conchiglie sulla spiaggia per far diventare la casa ancora più bella. Non ho mai visto il papà, ma so come è fatto perché lo incontro sempre in quel sogno. Aveva ragione la mamma: è bello e gentile. Mangiamo in giardino, sotto l’albero grande che l’estate è la casa delle cicale, e poi andiamo a fare il bagno nel mare. È un bel sogno. Ma poi arriva la mattina. La donna grigia mi viene a svegliare e io sono di nuovo solo. Non mi piace la donna grigia, con quella faccia grinzosa e la voce che graffia le orecchie. A dire la verità non mi piace nessuno di quelli che stanno qui. Non mi fanno uscire mai, e devo stare tutto il giorno seduto a sentire un signore che parla di cose inutili. Da quando sono arrivato tutti i giorni sono così, tutti uguali. Sto male. Ho provato a scappare, a tornare alla casa sul mare per aspettare là la mamma e il papà, ma mi hanno preso e riportato qui. Ora chiudono a chiave la porta della mia stanza ogni notte, e anche di giorno mi controllano sempre. Ma ai grandi non importa tanto di me, lo so, mi tengono qui solo perché è il loro lavoro, altri gli dicono di fare così. I bambini invece, loro non sono come i grandi. Prima di venire qui non avevo mai visto altri bambini. Qui ci sono tanti bambini, ma non mi piacciono. Loro sono diversi da me. Loro sono cattivi. Mi trattano male, dicono che sono strano, ma non è vero. Sono loro quelli strani. Una volta quello più grosso ha provato a picchiarmi. Voleva picchiarmi perché io non volevo dargli il mio gelato. Mi piace il gelato, non l’avevo mai mangiato prima. È l’unica cosa che mi piace di questo posto. Ma lui voleva mangiare il mio gelato, allora ha chiuso i pugni e poi è corso contro di me. Voleva farmi male, lo sapevo. Non volevo che mi facesse male. Così ho fatto come quando ho trovato quell’animale lungo lungo che strisciava nel giardino, e che voleva mordermi. Ho chiuso gli occhi e ho desiderato che se ne andasse. E se ne è andato davvero. Nessuno sa dove. Quando ho riaperto gli occhi non c’era più, e anche gli altri bambini se ne sono andati subito dopo. Però correvano e urlavano. Da quel giorno nessuno ha più provato a picchiarmi. Nessuno si è più avvicinato a me. Nessuno mi ha più parlato. Sento che i bambini hanno paura di me. Prima non conoscevo la paura, ma quando ho guardato dentro di loro l’ho vista. È brutta, la paura. Ti prende tutto e non ti fa pensare ad altro. Ma la paura ha un figlio ancora più brutto. Si chiama odio. L’odio nasce dalla paura, ed è tutto nero. Cresce dentro piano piano, e quando lo capisci ormai è troppo tardi. È colpa della paura e dell’odio se gli altri bambini sono cattivi con me. Ma io non ho paura. Io non ho odio. Non più, perché la settimana scorsa li ho sentiti. Mi hanno parlato da lassù. Mi hanno detto che stanno arrivando, che presto saranno qui, e allora le cose cambieranno. Non sarò più solo, loro sono come me, e mi vogliono bene. So che è vero, li sento sempre più vicini. Ora ogni notte guardo il cielo, e anche se non posso vederli so che sono là. Ora non sono più triste. Ora non mi nascondo più sotto le coperte. Sorrido. Stavolta il papà tornerà per restare, e non è da solo.
  15. Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  16. Nome: Acheron Books Generi: Fantastico, Fantasy in ogni sua declinazione, Pulp, Weird, Horror, Thriller soprannaturale, Fantascienza Modalità invio manoscritti: https://www.acheronbooks.com/index.php?id_cms=1&controller=cms Sito web: https://www.acheronbooks.com Salve a tutti, Scrivo a nome di Acheron Books e ci piacerebbe presentarci a questa comunità che io stesso (da utente) seguo da anni. Ad Acheron Books ci occupiamo di narrativa italiana di genere e lo facciamo in un modo del tutto nuovo nel panorama del nostro paese: selezioniamo i migliori autori italiani e proponiamo loro contratti d’eccellenza; li guidiamo e formiamo per far loro realizzare opere spendibili all’estero; traduciamo in lingua inglese i libri tramite localizzatori madrelingua; li distribuiamo in tutto il mondo in formato e-book e con il print-on-demand. I nostri titoli sono disponibili principalmente in lingua inglese; una selezione degli stessi è distribuita anche in italiano per il mercato nazionale. Contatti: info@acheronbooks.com Siamo nati da poche settimane, eppure i traguardi raggiunti sono già tanti e le iniziative in cantiere ancor di più! I primi autori che abbiamo proposto al mercato internazionale sono già esemplificativi del nostro modo di lavorare, che coinvolge professionisti già noti e pubblicati, scrittori indipendenti ed assoluti esordienti, purché tutti accomunati da indubbia qualità di scrittura e ottime idee. *Editato dallo Staff, no pubblicità ad autori* Come si diventa autori Acheron? So che questa è forse la domanda più interessante a cui rispondere in questo forum. In questo momento abbiamo un programma di autori e opere schedulato per il prossimo futuro e stiamo ponderando nuovi casi per i mesi successivi, ma non accettiamo proposte e manoscritti. I nostri esperti stanno già scandagliando il mercato editoriale italiano in cerca di talenti noti e meno noti, che abbiano già pubblicato o meno e che siano in grado di realizzare con noi quello che abbiamo in mente. Acheron cerca autori italiani moderni, abili e intelligenti, che ben conoscano l’elevato livello qualitativo dei loro colleghi anglosassoni e siano pronti alla sfida - ma allo stesso tempo orgogliosamente figli della grande tradizione storica, culturale e letteraria italiana che ha radici in opere celeberrime come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia. Vi aspettiamo per conoscervi e farci conoscere: sul nostro sito: https://www.acheronbooks.com sul nostro blog: http://bit.ly/1xIjyas sulla nostra pagina facebook: http://on.fb.me/15jJbGB su Twitter: https://twitter.com/Acheron_Books A presto e buona scrittura/lettura!
  17. Primi 3000 caratteri del terzo libro. E' solo la prima stesura quindi prendetela con le pinze, però volevo avere un giudizio su queste prime righe. Mi sento come se mancasse qualcosa. Passo il frammento di specchio sotto l’uscio della porta e controllo le ali del corridoio. Il terzo piano dell’ospedale militare è immerso nel buio, e solo i lampi esterni lo illuminano a intervalli regolari. Quando sono sicuro di essere solo, ritraggo lo specchietto e infilo i cerini nelle orecchie. L’attimo giusto arriverà da un momento all’altro, e il tempismo deve essere perfetto; l’adrenalina comincia scorrermi nelle vene. Impugno lo shotgun e faccio scorrere la pompa; il fucile sussulta come il primo colpo entra in canna. Appoggio il calcio sulla spalla e prendo di mira il maniglione. Il fulmine giusto non si fa attendere oltre. Brilla attraverso le fessure della porta, e dopo un secondo il tuono martella nei campi allagati attorno agli edifici ospedalieri. Il boato si propaga su per le tromba delle scale, affondando i cerini contro i timpani. È la mia occasione. Schiaccio il grilletto e disintegro la serratura. Lo scoppio si confonde nel rombo del tuono e il flash del colpo mi acceca per un istante. Ma almeno i cerini salvaguardano l’udito. Appena le ombre bianche abbandonano la retina, ricarico il fucile: il bossolo esploso schizza fuori dalla canna e mi accarezza il volto. Ne seguo la scia ardente sfiorarmi l’occhio, tracciando un sentiero di calore dalla tempia all’orecchio. Poi mi butto nel corridoio oscuro. Mi lascio guidare dalla tempesta elettrica del temporale. Mi fermo solo a studiare la mappa che ho disegnato sul palmo della mano. Ieri con la luce del sole questo posto sembrava totalmente differente, e sicuramente meno intricato. I randagi mi hanno scortato attraverso le corsie fino alla farmacia, per mostrarmi le scorte di tretracicline. Per l’antibiotico hanno chiesto il fucile a pompa e tutte le munizioni: disperato sì, stupido no. Ho declinato la proposta e mi hanno lasciato andare, sono sicuro solo nella speranza di seguirmi fino al mio rifugio. Però ho fatto perdere le mie tracce con facilità. Clarksburg è una discreta città, almeno per gli standard della Virginia Occidentale, ed è attraversata da un paio di fiumi: il Forca e il suo affluente l’Alce. E mentre i randagi si avventuravano nel centro città, nella speranza di ritrovare segni del mio passaggio, non potevano sospettare che nel frattempo me ne stavo tranquillo nel mezzo del Forca, nascosto tra la vegetazione fluviale sulla mia barchetta di legno. Li ho osservati tornare indietro con in mano nient’altro che un pugno di mosche, e di nuovo uscire con l’intenzione di cacciarmi una volta tramontato il sole. Non hanno mai avuto intenzione di fare commercio. La loro iniziale disponibilità era solo una scusa per studiarmi e venire a fregarmi tutto ciò che posseggo. Adesso però loro sono chissà dove sotto il temporale, e io intento a ripagarli con la loro stessa moneta. Almeno questo era il piano prima di perdermi. Ho le mani sudate, e l’inchiostro della mappa si è sciolto. Ora è solo un illeggibile impiastro informe e di notte questi corridoi sembrano tutti uguali. I lampi mi stampano negli occhi in negativo la corsia di rianimazione; svolto in un nuovo corridoio, sorpasso le camere riservate ai pazienti e sgabuzzini della manutenzione, poi entro in una stanza abbastanza ampia, composta da banconi in mattonelle, computer, microscopi e centrifughe. Un laboratorio di qualche tipo. Rovisto negli armadi, e nelle dispense sopra i lavandini. Trovo solamente materiale di scarto e rifiuti. Sto per uscire quando la luce di una torcia si accende nel corridoio. Ho pochi secondi disponibili. Non posso tornare nel corridoio, quindi trovo un armadietto e mi ci infilo dentro, cercando di non far cigolare l’anta mentre la chiudo.
  18. Nome: La Ponga Generi pubblicati: narrativa, mainstream o di genere: fantascienza, noir, fantasy o qualsiasi altra forma un romanzo possa prendere. Modalità di invio testi (se disponibile): Sito in lavorazione Distribuzione: Sito in lavorazione Sito: http://www.lapongaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/lapongaedizioni Mi chiamo Omar e volevo segnalare la mia esperienza (positiva) con questa casa editrice. Ho trovato il nominativo su Internet e vedendo che è vicino a casa (Monza), ho deciso d'inviare la sinossi di un mio lungo racconto, insieme al primo capitolo. Dopo una decina di giorni sono stato contattato via mail da Valerio, che diceva di essere interessato e d'inviare l'intero manoscritto. L'ho fatto e dopo circa un mese mi ha inviato una valutazione completa del testo. Essendo che abitiamo vicini, ci siamo trovati per un caffè per parlare della pubblicazione. Valerio è stato chiaro fin dall'inizio. Non vogliono contributi di nessun genere ma la loro politica aziendale è la seguente: Pubblicano in ebook, poi passano al cartaceo solo se il riscontro del mercato è positivo. Preferiscono stampare poche opere ma che ritengono valide. Ho accettato e così mi ha inviato un contratto editoriale che ho fatto valutare. Seri, non chiedono nessun contributo. Dopodichè ho lavorato con l'editor per quanto riguarda la correzione del testo ed abbiamo impiegato quasi due mesi di contatti pressochè quotidiani. Si sono occupati di tutto, dalla copertina all'impaginazione, coinvolgendomi però in tutto quello che facevano. Tra pochi giorni uscirà il mio racconto, "Notturno Parigino". PRO Non chiedono contributi; Editing serio e curato; Velocità di risposta; Contatto molto personale (per la firma del contratto ci siamo trovati per bere un mirto); Vendono sugli store italiani ed internazionali (IBS; Unilibro, Amazon ecc..) Tengono conto delle opinioni dell'autore; CONTRO Inesperienza (devono farsi le ossa); Pubblicano solo su ebook e poi passano al cartaceo (però lo mettono bene in chiaro al primo contatto); Stampano poche copie e le piazzano sul mercato in modo calibrato; Sono ancora poco conosciuti. La mia esperienza è stata positiva, dopo aver conosciuto altre CE (tra cui Albatros) che mi volevano solo spennare. Credono in quello che fanno e hanno passione. Quando avrò pubblicato vi dirò come si sono comportati in fatto di promozione e se hanno mantenuto le promesse. Saluti Omar
  19. Commento a il cacciatore Il giorno seguente William era già in postazione, controllava meticolosamente tutta la strumentazione. Non aveva mai mostrato in tutta la sua vita un accenno di preoccupazione, ansia per le persone che stimava o voleva bene ma Julien notò subito l'attenzione in quei controlli. Non era dedizione al lavoro, anche lui era preoccupato per l'immersione. Il Colonnello e il Sergente arrivarono in perfetto orario e presentandosi solamente con un saluto, si sistemarono ai propri posti. «Sei sicura Alice di volerti immergere.» «William, ne ho parlato anche con Julien, lui mi farà da assistente in caso notasse qualcosa di inconsueto sui monitor, oltre a te, nessuno altro conosce meglio il mio encefalogramma.» Poi rise, sistemandosi sulla poltrona onirica. L'immersione procedette come il giorno prima, solo che il sergente Harris su sedato, Alice non si sarebbe mai aspettata un mondo tanto violento nella psiche di quell'uomo. Con parte delle difese abbassate Harris mostrava un' universo formato dalla dualità della sua famiglia, contrapposta alla violenza che aveva vissuto o meglio, inflitto. Scene di indicibile sofferenza e freddo cinismo si susseguivano all'affetto per i figli e alle risate con la moglie. Oltre a questo la mente addestrata del Sergente non mostrava alcuna apertura e Alice iniziò ad immergersi più in profondità. «Come mai il flusso di dati si sta abbassando ora?» «Alice sta penetrando nei recessi della mente ,forse persino nel sistema limbico, qui le funzioni sono ordinate e scandite per il sostentamento del corpo, guardi, anche le onde celebrali di Alice si sono adattate: siamo a 3 hertz ,alla soglia del sonno profondo, con onde celebrali Delta.» Julien era preoccupato, sullo schermo centrale si vedeva solo oscurità che raramente veniva spezzata da un bagliore, un immagine distorta o da ombre. «Alice, va tutto bene?» «Si, pensiero lineare e lucido, è difficile orientarsi...Aspetta...Ecco! Vedo la barriera emotica del cervello rettile.» Nello schermo centrale, si vedeva solo una sorta di disturbo, un'ombra densa come una nebbia in una notte d'inverno. Poi nel momento in cui alice “tocco” la barriera emotica, il flusso di dati verso lei ebbe un picco. Il colonnello se ne interesso subito. «Perché i dati ora aumentano, le funzioni celebrali a quelle profondità non dovrebbero essere ridotte al minimo?» Il corpo di alice ebbe un sussulto una specie di spasmo e Julien si portò sul corpo della moglie. William cercò di rispondere al colonnello, ma il suo interesse era su cosa stava succedendo ad Alice. «Non lo so esattamente, non ci siamo mai spinti cosi in profondità, forse è un sistema di difesa della mente, in un qualche modo la mente del sergente sta cercando di reagire all'intrusione, mi scusi...» e diresse tutta la sua attenzione su Julien «Cosa sta succedendo?» «Alice ha avuto uno spasmo pre-sonno, ma le sue onde celebrali sono già oltre il livello Tetha e si stanno ulteriormente abbassando, non ha logica, ha una frequenza di solo 0.5 hertz.» Poi Julien si porto al microfono. «Alice, non avanzare! Hai una frequenza celebrale troppo bassa, non dovresti neppure avere le facoltà per un qualsiasi ragionamento.» Passarono diversi secondi, che sembrarono minuti al marito, tanto che stava per intimare a William il risveglio forzato della moglie. «Va tutto bene. Se quel che dici è vero, neppure io so spiegarti il perché, ma riesco ad avere tutte le funzioni cognitive della mia mente...Forse le sto prendendo in prestito dal sergente. La barriera emotica oppone molta resistenza, ha la consistenza della gomma, eppure è come fosse liquida, è da un po' che sto cercando di trovarne un'uscita.» «Alice, smettila di avanzare torna indietro, è pericoloso.» Il flusso dei dati verso Alice inizio a provocare sistemi di allarme nei due computer principali, quello centrale ora mostrava varie sfumature di colori accesi, lampi e a volte sembrava di sentire dei suoni. «Cosa sta capitando, dottor Steine?» «È incredibile stiamo superando un flusso di quattro Terabite di dati, le cpu principali si stanno surriscaldando.» Il monitor principale a cui William era seduto si spense. «Merda! la cpu principale si è spenta in regime di auto raffreddamento.» Julien ora quasi gridava. Vi fu un lampo sul monitor, William cercò di escludere parte dei sistemi della seconda cpu almeno per tenerla attiva, e fu costretto a spegnere quasi tutte le funzioni, tenendo attivo solo il canale audio. «Alice torna indietro ti prego, Alice rispondi.» Passarono altri diversi secondi, persino il colonnello ora pareva rigido e teso. Poi un segnale audio. «Non potete immaginare: infiniti mondi, rocce e stelle, la conoscenza di tutto l'universo in una sola mente.» Julien non credeva alle sue orecchie sia nel sentire la voce della moglie, sia per un rumore che provenne dal suo corpo, il rumore dei suoi polmoni che si sgonfiavano. L'uomo saltò sulla poltrona della moglie. «Ha smosso di respirare, il cuore batte ma le sue funzioni celebrali sono cessate completamente.» William guardo l'unico monitor ancora attivo e che segnava le funzioni celebrali di Alice e del sergente e quelle della donna erano ora completamente azzerate. Lui stesso non poté far altro di domandare«Alice, dove diavolo sei, ora?» Julien ebbe un' illuminazione e tornò al microfono. «Alice ti prego, non hai passato la barriera emotica del cervello rettile! Hai passato quella della ghiandola pineale, Alice ti prego torna indietro, hai con te qualcosa di me, ti supplico.» «Anffhh» I polmoni di alice tornarono a respirare il digramma delle onde celebrali torno a livelli normali, ma per quanto Julien provasse a svegliare la moglie non riuscì a farlo per ben tre giorni. Nel lungo ricovero che ne seguì a detta di Alice, lei dovette re-imparare ad usare il suo corpo. Era come se fosse nata una seconda volta e per molti mesi a seguire ogni suo gesto fu impreciso e sgraziato. L'esperimento “ufficialmente” finì lì, con un categorico fallimento. Nei rapporti stilati del Dottor Steine era presente l'ipotesi che il cervello non fosse un Hard disk, dove venivano registrate, organizzate e riprese le informazioni di tutta la vita, ma a fronte di quell'evento, che fosse una sorta di antenna, adibita alla ricezione di informazioni proveniente da “un'altro universo”. William non trovò altre parole per descriverlo, ma non ebbe importanza quali idee avesse, perché nessuno tranne i presenti ne poté parlare. Qui finisce il mio diario sugli eventi di quel giorno, Alice per una sorta di istinto di sopravvivenza non riuscì mai più ad immergersi, e costrinse anche me, con suo marito, a lasciare il lavoro di analista onirico. Tenemmo lo studio ma tornammo ai vecchi metodi di un secolo prima, per curare il problemi psichici. Lei non aveva alcun ricordo di quell'immersione. Non tutto fu perso, anzi forse fu solo un nuovo inizio, per la sua anima unita a quella del marito: un figlio. Di mio ho qualcosa di più prezioso: un bagliore, un'unica immagine salvata, di quasi un Terabite.
  20. Commento e bastò una quercia per... N.d.a per chi ha letto negli abissi della mente: mi son chiesto se era possibile spremere ancora di più la fantasia. «Alice.» Julien entrò nel laboratorio, mentre sua moglie stava redigendo il rapporto dell'ultima immersione. Avrebbe voluto essere severo ma appena la vide, come sempre, ritrovò la calma interiore. I suoi capelli castani incorniciavano il suo viso delicato che accennava alle prime rughe ma per Julien era sempre quella donna che lo aveva salvato. Forse era rimasto qualcosa di lei quando immergendosi dentro la sua mente lo aveva curato dal trauma che lo aveva colpito da piccolo, o forse era solo perché l'amava. Julien e Alice si erano sposati appena un anno dopo il conseguimento del titolo di analista onirico di lui, dopo i lunghi studi intrapresi per diventarlo. «Dimmi caro.» «Credi sia stata una buona idea quella di esserci messi in mano all'esercito?» «Ne ho parlato anche con William e a parte l'apparecchiatura onirica all'avanguardia, il progetto di leggere nella mente in modo cosciente è davvero affascinante.» «Non si può giocare con l'anima di una persona impunemente!» «Julien ne abbiamo già parlato, quando ti immergi nella mente di una persona, la leggera sdoppiatura che sembra pervaderti non è che un deja vù della mente che si sincronizza con quella dell'ospite, non è l'indizio dell'esistenza dell'anima.» Alice conosceva bene le motivazioni che portavano suo marito a credere tanto fermamente in qualcosa dopo la morte, in parte era anche colpa sua, da quel primo incontro tanti anni fa e dal suo aiutarlo a sconfiggere ciò che lo terrorizzava. Per Julien le loro anime si erano mescolate. Lo sapeva perché per alcuni mesi anche lei, per contraccolpo, venne pervasa dal terrore verso ogni uomo e forse, proprio per questo, solo lui, ebbe gli strumenti e la conoscenza su come curarla a sua volta: ormai erano come un'unica cosa, per Julien un'unica anima. «...E poi se non fossimo noi, l'esercito cercherebbe altri analisti. E chi meglio di noi per i nostri studi e scoperte, potremmo gestire tale cosa.» «D'accordo speriamo solo il Colonnello non pretenda troppo da questi esperimenti.» Il giorno successivo Alice e Julien entrarono nel laboratorio allestito dal Colonnello Ferguson, non più di una stanza anche se di ampia metratura. La brutta sorpresa e che quel giorno era presente anche un altro soldato. «Colonnello, non ci aveva avvertito che sarebbe stata presente un'altra persona agli esperimenti?» «Dottor Corsi, il direttore dello studio è il dottor William Steine, lei non aveva nessun diritto di essere avvertito.» Per Julien fu un colpo basso, quella che ormai sentiva casa sua, ora era profanata ma il discorso del Colonnello non faceva una piega. «Sarebbe stata cortesia. Facciamo almeno le presentazioni: io sono Julien Corsi, lei è mia moglie Alice Wilson siamo entrambi analisti onirici, quello in fine seduto ai monitor è il nostro navigatore di fiducia, William Steine che per la alopecia incipiente amiamo chiamare Xavier.» Ne il muscoloso soldato di colore, ne William sorrisero. Il Colonnello si fece avanti di un passo «Vi presento il sergente Edward Harris, è stato preparato come mio assistente a questi esperimenti.» «Colonnello cosa intende per preparato?» «Il sergente Harris farà da paziente o si immergerà a seconda dei casi che si presenteranno durante gli esperimenti.» Julien fu preso dal panico. «Colonnello, non per mancarle di rispetto ma non prenda un'immersione come una passeggiata, io e mia moglie siamo più che adatti per portare avanti questi esperimenti, abbiamo una conoscenza decennale delle psicosi l'uno dell'altro, conosciamo i labirinti delle nostre menti a memoria. Credo che introdurre un elemento esterno potrebbe rivelarsi molto pericoloso, sopratutto poi, se è un soldato!» «Signor Corsi, Non ha importanza ciò che lei crede, il sergente Harris è più che qualificato e farà parte di questo progetto.» Il tono categorico del Colonnello lasciarono ammutolito Julien per qualche secondo e fu Alice a sviare lo sguardo allucinato del marito, dal Colonnello. «Julien non sarà una immersione onirica, ci immergeremo sempre in modo razionale, non potrà esserci scambio di esperienze come con l'interazione da dormienti.» Alice calmò subito suo marito con quelle parole, immergendosi durante il sogno i subconsci di analista e paziente in parte si mescolavano, ma se l'immersione fosse avvenuta in modo razionale non avrebbe potuto esserci interazione tra le coscienze e il Colonnello sembrò capire che il punto cruciale era proprio questo. «Signor Corsi, forse si sente un po' tradito dalla possibilità che sua moglie possa essere violata dalla mente di un'altra persona? Intanto valiamo come avanzeranno gli esperimenti prima di fasciarci la testa, non crede?» Julien, per le due pugnalate al cuore sentiva il suo animo ribollire e forse parte del suo trauma contro gli uomini troppo autoritari, ora tornava a galla come una schiuma rabbiosa, quindi si mise sopra la poltrona per l'immersione, fissando negli occhi il Colonnello. Trovava fastidioso che quella persona di mezza età, leggermente sovrappeso e dal viso quasi infantile avesse tanta invadenza, ma del resto erano loro ad aver accettato il contratto. «Spero non vi dia fastidio se faro domande durante l'immersione.» chiese il Sergente ai presenti; a rispondergli fu William «Non si preoccupi, siamo qui per questo. Bene Alice, direi di iniziare con l'esperimento di immersione, con collegamento razionale.» «Ho esperienze in immersioni oniriche, cosa cambierà a livello razionale.» «Immersioni razionali si possono fare in modo tradizionale, questa volta pero l'analista Alice entrerà nella mente del paziente collegandosi alla sua rete neurale un grado alla volta e uni direzionalmente. È meglio ve lo mostri, un' immagine vale più di mille parole.» Il Colonnello si fece avanti, sui monitor che William stava osservando, per la precisione erano presenti tre computer in linea: uno mostrava solo dei dati, quello centrale ciò che Alice vedeva, ed infine, l'ultimo, mostrava le onde celebrali dei due operatori. «Trentasei picchi al secondo? È un po poco come connessione neurale.» William negò con la testa e indicò lo schermo di centro. «Quello che state vedendo e il passaggio di dati del solo nervo ottico, trentasei input al secondo per la precisione, ora guardate!» Sul monitor principale di William i numeri indicanti la connessione cominciarono a salire. «Ci siamo! Alice e nel paese delle meraviglie...La testa di suo marito.» «Ah ah toccato, bella battuta William.» Sul monitor di centro non si vedeva più Julien seduto sulla poltrona, ma Alice che gli era seduta di fronte. «Julien in questo momento sta condividendo il suo corpo con la mente di sua moglie.» Julien inizio a parlare, per il Sergente sembrava quasi una recita perché nulla era cambiato. «Ora sto vedendo con gli occhi di mio marito e...» Julien mosse un braccio in modo sgraziato. «Condivido i comandi del suo corpo.» Il Sergente si portò davanti al Viso di Julien «È la dottoressa Alice che sta parlando ora?» «Si!» e nuovamente Julien ripetè «Si, o almeno un attimo fa.» Ora fu William a rivolgersi al Colonnello e al sergente. «Vorrei precisare che tutto questo è possibile solo con il consenso del paziente. Julien ha tutte le funzioni del controllo del suo corpo ma Alice può in ogni caso percepirne le sensazioni a mandare anche impulsi come fosse il suo. In questo momento ci sono letteralmente due menti in un unico soggetto.
  21. commento Per quanti anni lo hanno sottovalutato? Per quanto tempo si sono detti che un giorno avrebbero scoperto una cura? In fondo qualcuno si salvava con la chemio. Tornava alla vita di tutti i giorni e cosa gli restava? Una pessima esperienza e un grande spavento. Altri invece no. Morivano o subito, lasciando la famiglia in un dolore immediato, o guarivano, dando l’impressione di avercela fatta, per poi riammalarsi, lasciando la famiglia in un dolore digerito e ancora più scuro. Come facevano a continuare a sorridere, mentre quel mostro silente si muoveva nell’ombra? Un boia imprevedibile. Un boia da cui non puoi difenderti, perché non viene a cercarti. A un certo punto ti germoglia dentro, come la gioia, la compassione o l’empatia. Una roba che inizia astratta e finisce per ucciderti, con estrema concretezza. E loro facevano finta che non esistesse. Una ricerca qui, una lì, ma niente di concreto. In fondo chi non vedeva coinvolto sé stesso o un familiare stretto, poteva benissimo ignorare il tutto e continuare la propria esistenza. Cosa avevano da perdere a quel tempo? Nulla. Che cozza terribilmente con il tutto di adesso, ma loro non potevano sapere. Non potevano nemmeno lontanamente immaginare. Poi un giorno il cielo si è squarciato e nel placido celeste del giorno è comparsa una colossale unghiata, di un nero notturno e senza stelle. Mio padre, quando era ancora in vita, me la descriveva di tanto in tanto: sosteneva che una cosa così, una volta che l’hai vista, non puoi più dimenticarla. «Dalla lacerazione nel cielo cadde una specie di mollica rosa. Sai quando bagni il pane e la mollica si fa tutta compatta? Così. Ecco, ne cadde tanta. Tantissima. Si divise e cominciò a muoversi per le strade di tutto il mondo, come un verme. Milioni di vermi alla ricerca delle loro prede, cioè noi.» Chiudeva sempre con quel “cioè noi”, quando raccontava la storia del primo contatto. Non voleva certo dare enfasi a quella che sarebbe stata poi riconosciuta da tutti come la fine dell’umanità. Era semplicemente un modo realista di affrontare la cosa. Si scoprì che la “mollica rosa” era senziente ed era arrivata sulla Terra con un preciso scopo: riunirsi alle sentinelle, inviate in avanscoperta millenni prima sul pianeta. Quelle erano molliche primitive e parassite, non in grado di sopravvivere fuori da un corpo umano. Erano state loro a causare il cancro, come l’aveva conosciuto l’umanità fino alla generazione di mio nonno. «Gastone, stai sempre a pensare. Guardi fuori dalla finestra e pensi. Cos’avrai da pensare in questo mare di merda? Devi fare tu il turno di guardia dall’una alle quattro?» «Sì, sta a me.» «E cerca di concentra-Ah! Cazzo!» «Tutto ok?!» «Sì, tranquillo. Queste fitte si fanno sempre più lancinanti, ma è ok. Sto bene ora. Buonanotte.» «Buonanotte.» Saluto il capo del mio reparto con un gesto rapido della mano destra, che fa tintinnare l’ago cannula sul mio polso. La uso per la chemio da due mesi ormai, quando uno dei vermoni è entrato nella nostra zona, durante la mia ronda. Mi si è attaccato alla bocca e mi ha instillato un tumore ai polmoni. I miei compagni l’hanno tirato via, prima che fosse troppo tardi e arrivassero anche le metastasi, ma ormai il mio sistema respiratorio era compromesso. Nonostante tutto sono quello che se la passa meglio nell’hangar. C’è Clotilde che ha metà colon compromesso e che convive con una colonstomia da sei mesi, cercando di sorridere ogni volta che svuota la sacca. C’è Demetrio, il capo con cui ho appena parlato, a cui uno dei vermoni ha letteralmente masticato la testa per dieci minuti, prima che riuscissero a dividerli. Il tumore al cervello che ne è scaturito sembrava essere funesto. Doveva esserlo. Invece gliel’hanno asportato in toto e ciò che è rimasto della sua massa cerebrale, non l’ha trasformato in un vegetale. Ha una cicatrice dietro la nuca, che ricorda il simbolo della Nike e a volte ha delle allucinazioni, ma non è cambiato di una virgola. Molti qui hanno gridato al miracolo, ma la realtà è che chirurghi e oncologi lavorano ormai a pieno regime. Ciò che aveva una medio-bassa incidenza sulla popolazione, adesso viene ad attaccarci come una bestia insaziabile e se non sei così fortunato da morire subito, vai incontro alla malattia. Ci sono più casi da studiare e la ricerca ha ritmi che non si erano mai visti. Le sovvenzioni statali stesse non si fanno più attendere e all’improvviso si trovano soldi, che prima non c’erano mai stati. La paura di una morte certa deve aver smosso parecchie coscienze. Tsss… Scatto in piedi e punto la torcia contro la finestra blindata. Vedo però soltanto il mio riflesso smagrito, con la testa calva e le sopracciglia ormai assenti. Sono sicuro di aver sentito il verso di un vermone. Devo suonare l’allarme. E se mi fossi sbagliato? Sì, era il vento. No, mi sta guardando. Sento i suoi cazzo di occhi addosso. «Dove sei, figlio di puttana?» Tsss… «Sei dentro o fuori? Non ho paura di te! Mi hai già attaccato una volta e sono sopravvis-» Mi blocco. L’ho visto. È fuori. Il problema è che non è solo. Ce n’è un altro al suo fianco. Altri due sono sulla destra del mio campo visivo. Uno scende dall’alto e fa scorrere il flaccido ventre di “mollica” sulla finestra. «Non è stupenda Londra, in Autunno, Judith?» C’è Demetrio a fianco a me. Ha gli occhi vacui ed è nel pieno di un’allucinazione. Mi faccio il segno della croce. Poi lo abbraccio. Una lacrima mi scende sulla guancia destra.
  22. Traccia di Mezzogiorno: Le cose cambiano. “Facce grigie di contenitori organici piccole porzioni di masse ammassate lo sguardo vuoto sulle proprie vite” Karl scrive poesie sul proprio taccuino mentre, seduto in una delle carrozze del treno a propulsione magnetica, torna a casa. Non che le facce della mattina siano diverse, quando dalla fermata della stazione 8, quella del settore in cui vive, si accomoda sul sedile di plastica del medesimo mezzo che lo condurrà al lavoro. Forse è la fine di una giornata lavorativa, uguale alla precedente e quella che seguirà, che lo inducono ai pensieri che digita sul piccolo portatile poggiato sulle gambe. Facce di altri passeggeri accalcati nel vagone di acciaio zincato e plastica, che come tanti specchi sembrano restituirgli il riflesso della sua immagine. Quei pochi intraprendenti che come lui riescono a scollare lo sguardo da terra, o dal vuoto che solitamente è un punto fisso davanti a loro. «Prossima fermata: quadrante B2, settore Dormitori. I passeggeri devono liberare i posti e dirigersi alle porte d'uscita.» Karl estrae dalla tasca interna del rigido soprabito la mascherina in carbonio e lattice, prende una capsula di ossigeno compresso e la inserisce nel minuscolo vano filtro al posto di quella vecchia. La indossa, si alza e fa esattamente ciò gli ha suggerito la voce gracchiante proveniente dai microfoni. Una volta fuori si immerge nella sottile caligine grigia di polvere e smog e come un fantasma procede verso casa. L'uomo entra in ascensore, digita il numero a due cifre sulla pulsantiera a schermo. Pochi secondi accompagnati da un sibilo e si ritrova sul pianerottolo del monolocale dove vive. Estrae la tessera magnetica e la passa sul lettore della porta, poi entra. Posa la borsa e il soprabito dentro il minuscolo armadio a muro vicino l'entrata; d'improvviso gli occhi gli si illuminano: «Oh, ma è giovedì, oggi!» urla quasi, con soddisfazione. Il giorno in cui il razionamento dell'acqua previsto nel settore in cui vive concede una tregua. Karl quasi si strappa i vestiti di dosso per lanciarli intorno: pantaloni, camicia, scarpe e mutande che buttati alla rinfusa nell'angusta abitazione la fanno sembrare ancora più piccola. L'uomo si fionda nel bagno, la doccia settimanale lo attende: Karl ne godrà di gusto fino all'ultima goccia. “Lei pensa troppo” gli aveva detto il medico dell'azienda dove lavora, “ed è eccessivamente emotivo. Le sue emozioni la danneggiano. Sta prendendo gli inibitori che le ho prescritto?” “Sì” aveva risposto Karl cercando di apparire il più inespressivo possibile. “Mh, va bene” aveva ribattuto quasi convinto il dottore. “Sta riuscendo a dormire?” “Ancora no.” “Prenda questo, la aiuterà.” Karl osserva la confezione di sonniferi che in mattinata gli aveva dato il dottore. Sospira. Estrae dalla scatola uno dei blister, stacca il sottile foglio di alluminio per prendere uno dei piccoli quadratini chimici che contiene e lo mette sotto la lingua. Appoggiato allo schienale di metallo e le gambe distese, attende sul letto che arrivi il sonno per archiviare l'ennesima copia di una giornata sempre uguale. Sulla tv a muro che riempie quasi metà della stretta parete di fronte, scorrono centinaia di canali al suono dei comandi vocali impartiti dall'uomo: documentari, qualche cartone animato, vecchissimi film in bianco nero che ormai non guarda più nessuno. Oltre l'olimpo dei canali a pagamento che non può permettersi, la tv non offre granché. Tolto il volume, Karl apre il piccolo portatile e comincia a battere le dita sulla tastiera a schermo: “Freddo ovunque, e buio, e nulla la vita è uno stillar di lacrime Potesse il sogno portarmi via” Alla tv adesso passa quella che sembra la pubblicità di un luogo di villeggiatura: l'inquadratura è un campo lungo su di una incantevole costa di acque limpide e sabbia rosa; la mancanza di suoni dona alle immagini una potenza che in realtà non posseggono. La ripresa continua volteggiando tra la vegetazione verde e azzurra, qualche uccello dalle strane forme e i colori sgargianti si libra in volo nel cielo nitido e privo di nuvole. Una insolita saturazione dona un sottofondo giallastro e luminescente al paesaggio. Karl capisce solo dopo che non si tratta di effetti ottici, ma dell'atmosfera del pianeta Solaris-7. Dopo aver mostrato alcune delle futuristiche strutture della costa, l'ultima inquadratura della pubblicità è su di una bellissima ragazza dai capelli chiari; i suoi occhi azzurri vengono coperti da grossi occhiali scuri su cui si riflette l'immagine di due soli. La ragazza sorride compiaciuta dopo aver recitato muta il suo spot ed essersi sdraiata sulla sabbia, mentre una scritta colorata recita: “I nostri soli e le nostre spiagge vi aspettano per il fine settimana.” L'ultimo frame si chiude sul cielo terso del pianeta. Al suo posto, poco dopo, una pubblicità di protesi bioniche a basso costo. Karl ne riesce a vedere giusto metà, poi i suoi occhi si chiudono. Quando li riapre è in un posto che non conosce, anche se gli risulta familiare: luce ovunque, e colori; molti di essi è certo di averli visti solamente su uno schermo. Di fronte a lui il mare. Karl è seduto sulla spiaggia di brecciolino del colore di tutte le tonalità esistenti tra il rosa e l'arancio, minuscoli sassi che sembrano gemme. Alle sue spalle piccole abitazioni ordinate in fila come soldati spuntano dalla macchia di vegetazione variopinta, da cui alcuni goffi uccelli spiccano il volo. Karl pensa per un attimo al paradiso, poco prima di vedere lei, la ragazza con i grossi occhiali da sole e i capelli di miele. «Ciao» lo saluta. «Ciao» risponde lui. «Qui è bellissimo» aggiunge dopo un po'. «Sì, hai ragione.» L'uomo adesso guarda l'orizzonte, poi alza gli occhi e li vede: i due soli rossi, rigogliosi e splendenti come divini frutti maturi. «Dovresti indossare un paio di questi» dice lei picchiettando con una delle curatissime unghie il vetro scuro degli occhiali. «Grazie, ma non serve. È un sogno» risponde lui battendo le palpebre verso quello spettacolo, come se con lo sguardo scattasse delle foto da rivedere tutte le volte che ne avesse voglia. «Quando è stata l'ultima volta che hai visto il sole?» «Ne ho visti due su uno schermo poco prima d'incontrare te.» Lei sorride. «Intendo davvero, il sole...» Karl risponde subito: «Nel posto in cui vivo, da anni il sole non è più visibile.» «Capisco... Ti va di metterti qui, vicino a me?» «Certo, sì.» Karl si alza, con le mani cerca impacciato di nascondere l'erezione che prepotente spunta dal costume. Lei sorride, poi si sdraia sulla schiena e le sue labbra si schiudono in un bacio che aspetta solo d'essere colto. Karl si risveglia sporco di sperma. Non potrà fare una doccia: oggi è venerdì. Mentre si lava i denti vede la sua immagine allo specchio che piange e gli sembra strano, non se n'era accorto. Apre il piccolo scompartimento vicino contenente i medicinali, ne estrae una scatola e legge ciò che c'è scritto sopra: “Inibitore emotivo. Dosi consigliate... Effetto rapido...” «Va bene» sussurra Karl prima di sciacquarsi la bocca con un filo d'acqua corrente. Una volta fuori, prende l'ascensore: il solito sibilo che la mattina è il primo a dargli il buongiorno stavolta è solo un rumore di sottofondo. Giunto al pianoterra chiude il soprabito e indossa la piccola mascherina; fatte un paio di profonde boccate si dirige fuori e come un fantasma scompare nella coltre che lo accoglie. Alla stazione del settore 8 il treno che lo porterà al lavoro è sempre puntuale. Di solito Karl, non sempre ne è ben disposto. Oggi invece non ha nessun pensiero al riguardo. Seduto sul sedile di plastica e alluminio del treno, facce grigie e sguardi spenti sono il ripetersi di immagini già viste, ma quella mattina sembrano non deprimerlo. Apre il portatile, pensa che come al solito potrebbe scrivere piccole poesie per far passare il tempo. Poi rinuncia e il suo sguardo si perde nel vuoto, in un punto fisso davanti a lui.
  23. Commento “Sabato, 21 gennaio 2017. Oggi è il giorno 021 dell’anno 2017. Settimana 03. Ora esatta: 09:57” Rimase qualche istante a fissare quelle parole totalmente senza senso per lui; poi decise di riaprire la chat con Vincenzo. “Ciao Vincenzo”, scrisse… e poi rimase con le dita appoggiate sulla tastiera pensando a cosa fosse più logico scrivere. Non ne aveva la più pallida idea. Guardò la chat con sguardo inebetito, quando vide comparire la spunta blu: Vincenzo aveva visualizzato. Immediatamente comparvero dei puntini a indicare che stava già rispondendo, e comparve il messaggio poco dopo: “Raffaele? Sei tu? Avevo perso le speranze di sentirti! Come stai?” Una domanda semplice. ‘Come stai?’ Domanda banale ma non di facile risposta. Come stava? “Bene… credo…” “Mi sei mancato davvero tanto. Sei mancato anche a Mara. Erano due anni che non ti facevi sentire! Ma cos’è successo?” Eh, bella domanda. Decise di glissare. “Cos’è successo a Mara?” “Non prendermi in giro, te l’ho scritto tante di quelle volte!!!”, visto la quantità di punti esclamativi usati, Vincenzo sembrava parecchio arrabbiato. Poi però continuò a scrivere. “Non ci aveva detto che aveva problemi di bullismo a scuola. Si era lasciata andare e ha cominciato a prendere peso, non ha voluto nemmeno curarsi quando la sua salute è peggiorata. Chiedeva di te e tu non rispondevi mai. L’ultima volta che l’ho sentita piangeva al telefono… dove sei stato per tutto questo tempo?” Raffaele chiuse la chat con Vincenzo, e aprì quella di Mara. Nel corso di due anni lei gli aveva scritto spesso. Anche se nell’ultimo periodo i messaggi erano diventati più rari e pieni di amarezza. Andò a riprendere dall’ultimo giorno che ricordava, da dopo il ventun gennaio duemilaquindici… Ma diamine era vero questo incubo? Come poteva essere? Si pizzicò il braccio. Niente, sembrava essere sveglio. Lesse tutti i messaggi. Lei inizialmente scherzava e rideva come sempre, poi un giorno gli aveva mandato una foto. “Questa sono io, la vera io. Faccio schifo. Dovrei solo sparire e tutti starebbero meglio” La foto ritraeva una ragazza dallo sguardo profondamente triste, sepolta in sé stessa. La guardò sentendosi molto triste. Era sua amica, le voleva bene, avrebbe dovuto esserci in qualche modo. Non abitando troppo distante, forse avrebbe potuto aiutarla. Continuava a leggere i messaggi che lei gli aveva scritto. Raccontava di quando aveva incontrato Vincenzo nella vita reale. Poi gli scriveva che entrambi sentivano la sua mancanza. Poi si sfogava su quanto fossero stronzi con lei a scuola, di quanto si sentiva sola. Poi si scusava di averlo disturbato. Passava il tempo e continuava a chiedergli un aiuto, perché da sola non riusciva a sopportare quella pressione. Poi cominciò a scrivere sempre più raramente e a chiedere dove fosse finito, del perché non visualizzava, né rispondeva. Fu così che Raffaele tornò a leggere l’ultimo messaggio, il grido disperato di aiuto. Raffele chiuse il portatile e si portò le mani alle tempie. Si trattava forse di uno scherzo? Che stava succedendo? Com’era possibile che fossero passati due anni senza che se ne rendesse conto? D’accordo che non aveva puntato la sveglia… ma diamine! “Hai mal di testa?” Per poco non ebbe un infarto dallo spavento: chi aveva parlato? Alzò lo sguardo e davanti a sé era seduta… Mara! La ragazza lo guardò apprensiva. “Sei diventato così pallido! Hai visto un fantasma?” “Ma… Ma… Tu... Sei Mara?” “Mara? Uh, può essere. Mi riconosci? Sono un po’ confusa su chi io sia, al momento” Il ragazzo guardò istintivamente la porta di casa. Era chiusa ovviamente. La fissò inebetito. “Cosa ci fai qua? Perché Vincenzo dice che è stato al tuo funerale?”, sì, stava impazzendo, oramai ne era certo. La ragazza che era apparsa davanti a lui sorrise. “Non saprei… Quando siamo?” “Scusa mi prendi in giro? In che senso quando siamo?” “Ho litigato con l’altra me e me ne sono andata. Per favore aiutaci che da sole non possiamo proprio farcela” Raffaele non rispose, si limitò a fissarla. Non ci stava capendo proprio nulla. La ragazza lo notò e corrugò la fronte. “Non mi capisci? Non so come spiegarmi… Astrid? Potrei chiamarmi Astrid? Forse? Non so di solito di queste cose se ne occupa l’altra… E tu non sei Amdir? Beh se sei tu e io sono qui ci dev’essere un motivo” “Astrid?”, chiede Raffaele. “Mara nel gioco interpreta Astrid… Tu sei la versione virtuale incarnata di Astrid?” La ragazza scoppiò a ridere. “Ma no! Io sono parte di Mara, se dici che si chiama così. È che non ricordavo il nome, non so perché, ma io sono Mara a quanto pare. Beh io e lei, noi, io, insomma… Stiamo passando un brutto momento. Aiutaci per favore” “È uno scherzo?” Chiese Raffaele scettico. Non sapeva se arrabbiarsi o meno. “Perché? Oh ma tranquillo… Questo è un sogno. Io so parlarti solo così, attraverso il sogno. Hai notato qualcosa di strano stamattina?” Raffaele si mise a ridere per l’esasperazione. “Beh diciamo che sono passati due anni e non me ne sono accorto” “Ah, allora questo è il futuro!”, disse la ragazza guardandosi intorno, “Beh, è tutto uguale! Come potevo saperlo? Io vado avanti e indietro e nemmeno me ne accorgo” “Scusa come fai a dire che è un sogno? Mi sono dato un pizzicotto e non è successo niente” Mara sgranò gli occhi: “Perché, cosa dovrebbe succedere se ti dai un pizzicotto?” “Ci si dovrebbe svegliare?”, chiese Raffaele sarcastico. “E di solito funziona?”, chiese lei prendendolo in contropiede. “Beh, non so… Credo…” “Ah ok, che io sappia non funziona mai”, rispose lei con leggerezza. “Senti, perché hai mandato proprio me nel futuro?” “Io sento i pensieri della gente, e sapevo istintivamente dai tuoi pensieri che saresti stato quello giusto” “Cioè leggi il pensiero?” “No! Ma che dici?”, disse lei scandalizzata. “Il pensiero mica è scritto. E poi, non so leggere”, concluse con un’alzata di spalle. “Va beh, dimmi che dovrei fare” La ragazza lo guardò incerta: “Non lo so” “Ma come non lo sai?”, protestò Raffaele. “Eh non lo so perché ti ho mandato qui, istintivamente sapevo che era la cosa giusta da fare ma non saprei spiegarti il perché. Che è successo in questi due anni? Mara ti ha scritto? Guarda bene cosa ti ha scritto, devi sapere cosa potrebbe succedere per poi impedirlo quando tornerai al tempo giusto.” “Ah si tratta di questo?”, disse Raffaele, tornando a leggere i messaggi, ma con più attenzione questa volta. Mara guardò curiosa la casa di Raffaele, poi squittì leziosa: “Che muri spogli che hai. Ti farò un disegno così lo appendi al muro! Ti farò un mio autoritratto” Raffaele, che le aveva dato retta a malapena, le diede un foglio e i pastelli che teneva per far disegnare i figli di sua sorella quando lo venivano a trovare, e si reimmerse nella lettura. Mara dal canto suo si sdraiò pancia a terra, ciondolando le gambe in aria come se fosse ancora una bambina, e si mise a disegnare canticchiando.
  24. Fino a
    DOMENICA 15 OTTOBRE alle ore 17.00 presso il MONDADORI BOOKSTORE PAVIA Presentazione del libro DIARIO DI UN'AVVENTURA IMPROBABILE di Felix Madison. Opera vincitrice del concorso letterario "Romanzi in cerca d'autore" di Kobo, Mondadori e Passione scrittore. Conduce la presentazione Guja Mabellini ---------------------------------------------------------------------------------------------- Dall'editoriale MONDADORI di Maggio '17 Uno scrittore di libri per ragazzi si mette sulle tracce nientemeno che della fonte dell'eterna giovinezza. Sarà catapultato al centro di intrighi internazionali e costretto ad attraversare peripezie di ogni tipo. Un raffinato congegno narrativo che ricorda i grandi classici dell'avventura. --------------------------------------------------- “Un romanzo perfetto per ragazzi cresciuti o per adulti che di crescere non hanno poi tanta voglia.” Stefano Tura - European Merchandising Manager Rakuten Kobo
  25. Commento Ventidue gennaio duemilaquindici Mara stava ripercorrendo la strada che aveva fatto da casa a scuola. Si sentiva male al pensiero di non riuscire più a ritrovarsi. Sarebbe stato terribile restare a metà per il resto della sua vita. Inoltre, si stava anche rendendo conto di quanto le mancassero i suoi poteri. Sì, aveva dei poteri, che fino a quel momento aveva ignorato, o non gli aveva dato il giusto peso. Le mancava l’essere speciale. Arrivò dove si era scissa in due. Lì vicino notò un parchetto. Stanca, decise di entrare per sedersi su una panchina a riposare. Aveva appena varcato il cancello d’entrata, che rimase di sasso: una ragazza identica a lei era sdraiata pancia a terra a disegnare. La guardò con circospezione, poi chiese a una signora che era lì a far passeggiare il cane: “Scusi sa da quanto è qui quella ragazza?”, indicandola. “Quella ragazza quale?” Chiese la signora guardandola male. Poi si allontanò portandosi via il cane e borbottando sui tossici che rovinavano quel quartiere. “Le persone normali non possono vederla… Allora è lei! L’ho trovata! La mia parte irrazionale!”, si disse tra sé e sé. Si avvicinò cauta all’altra sé, e cercò di capire cosa stava disegnando. Il disegno era bellissimo, pieno di linee colorate che formavano ghirigori fino ai bordi del foglio, nell’insieme sembravano rappresentare una ragazza sdraiata pancia a terra. Le linee si fermavano solo in corrispondenza del volto, che rimaneva come un’ombra bianca e anonima immersa in un tripudio di colori. “Cosa disegni?”, si chiese alla fine. “Sto facendo un autoritratto”, disse la ragazza sdraiata, sorridendo. “Perché non disegni la faccia?” “Non so quale sia la mia faccia …” infine finalmente la Mara irrazionale si girò verso l’altra. “Puoi aiutarmi tu?” Mentre Mara faceva pace con sé stessa, in un’altra parte della città Raffaele si svegliò con calma, perché non avendo impegni particolari non aveva nemmeno puntato la sveglia. Si alzò e mise la caffettiera sul fuoco. Intanto che aspettava il caffè, prese il cellulare per guardare le notifiche. Questa cosa lo fece sentire strano: aveva la sensazione di aver già vissuto quella situazione. Fu così che ricordò il sogno stranissimo che aveva fatto. La caffettiera iniziò a borbottare così spense il gas e si versò il caffè nella tazza, intanto tutti i messaggi di una Mara disperata che chiedeva aiuto gli tornavano alla mente con una vividezza impressionante. “Devo aver mangiato troppo pesante ieri sera”, disse tra sé e sé mentre addentava un biscotto. “Stasera lo racconto a Mara così si fa due risate… E chi sa, visto che abitiamo nella stessa città con la scusa di un caffè potremmo incontrarci e diventare amici anche in real life…”, e mentre finiva di far colazione pensò a tutte quelle cose che avrebbero potuto fare e vedere insieme… Avrebbero invitato anche Vincenzo, perché no? Scrisse su messenger a Mara: “Ciao Astrid, non era ieri che dicevamo che sarebbe stato bello incontrarci per davvero?”, per qualche motivo “ieri” gli sembrava un tempo lontanissimo. Sorprendentemente (ma non era a scuola?) Mara rispose subito: “Sì, era ieri, perché me lo chiedi?” “Ci ho pensato, perché non ci vediamo oggi alla libreria del centro? Facciamo un giro e magari ci prendiamo anche un caffè, ti va?” La risposta arrivò dopo il tempo di una breve esitazione. “Sì, sarebbe fantastico”. Raffaele esitò anche lui un attimo. Poi scrisse: “Non hai idea di che sogno strano ho fatto stanotte… c’eri tu ma eri strana… Parlavi di saper leggere il pensiero… No, anzi, leggere no, ascoltare” Mara lesse il messaggio basita. ‘Ecco dov’è stata quella matta mentre io la cercavo in giro per la città!’, pensò. Poi digitò la risposta: “LOL. Per che ora ci vediamo?” Fu così che i due amici si incontrarono alle quattro di un pomeriggio brumoso davanti alla libreria più grande della città. Presero un caffè nella caffetteria passando ore lì dentro, parlando di così tanti argomenti che è difficile elencarli tutti. Poi fecero un giro tra i libri e scoprirono di avere gli stessi gusti letterari, ma avendo vedute leggermente diverse sullo sviluppo delle loro storie preferite, ne parlarono per ore. Fu per Mara una giornata inaspettatamente bella, piena di emozioni e colpi di scena, così che quando rientrò a casa era davvero stanca, ma, per la prima volta dopo tanto tempo, non si sentiva depressa, anzi! Prese il suo quaderno dove appuntava i propri pensieri, e descrisse il suo stato d’animo: “La felicità è uno stato d'essere in cui ci si sente appagati, sereni, ottimisti verso il futuro, in pace con sé stessi. Molti dicono che la felicità è più che altro un miraggio da inseguire ed è più importante focalizzarsi sulla ricerca di questo stato d'animo fugace che sullo stato d'animo stesso, pur cercando di apprezzare i rari momenti in cui ci si sente così, tra un periodo tribolato e un altro. Beh, oggi mi è capitato di sentirmi davvero felice. Ho sentito questo moto di soddisfazione e pace pervadermi l'anima, l'ho riconosciuto, abbracciato e vissuto in tutto il suo inebriante splendore. Ho percepito una luce interiore illuminarmi la mente e il cuore, e ho fatto il bagno in questa luce, sentendomi come una bambina che ride baciata dai raggi del sole che filtrano attraverso il fogliame di un albero rassicurante.” Si addormentò così, ancora vestita, con il quaderno in mano, e con il sorriso sereno di chi è in pace col mondo.