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Trovato 27 risultati

  1. Che magnifico ristorante! Lo avevano consigliato davvero bene, " vai lì e vedrai che come mangi la carne lì..." Aveva seguito quel consiglio e sembrava non dovesse affatto pentirsene. Era un ristorante molto elegante, di classe, tovaglie giallo chiaro ai tavoli, piatti finissimi, bicchieri di cristallo e un piacevole suono d'arpa eseguito da un musicista dal vivo! Ora aspettava solo che il cameriere gli portasse la sua ordinazione: "non si preoccupi alta due dita e tenera come il burro, cotta al sangue." Dopo una breve attesa il cameriere gentilmente lo servì, lui la guardò ammirato per qualche secondo, spostò di lato il rosmarino, passò un filo d'olio e ne tagliò il primo pezzo. Finalmente! Lo mise in bocca e...estasi, che buona, si scioglieva in bocca, morbida, succulenta e saporita, quella sì che era una bistecca. Ne stava godendo appieno quando quando all'improvviso... beep beep beep. Spalancò gli occhi di soprassalto, confuso e stordito si chiedeva dove fosse finita la sua bistecca, ma quel maledetto suono insistente non smetteva; si girò di scatto di lato e osservò sgomento la sveglia che suonando segnava le sette e trenta. Gli diede un forte pugno per farla smettere e si lasciò ricadere disteso sul letto con una mano in fronte. " Ma pensa tu...sognavo!" Si mise a sedere sul letto passandosi una mano tra i capelli e scuoteva la testa contrariato. " A questo punto siamo arrivati, ormai me la sogno anche di notte, credo proprio sia il primo segno della pazzia." Andò in bagno a lavarsi ma non riusciva a cancellare il senso di fastidio che ancora provava. " Qui davvero divento matto. Oggi costi quel che costi vado e mi compro una bistecca." In effetti bisogna dire che la situazione era stramba un bel po' e spiegarla non era facile. Era sicuro che se avesse provato a raccontarla a qualcuno, inevitabilmente lo avrebbero preso per pazzo. Ma a volte le situazioni riescono a incastrarsi in modo così complesso che non ci si crede, da una cosa banale, banalissima, stava diventando una fissazione. E sapeva che la cosa ironica era che a lui la carne nemmeno piaceva molto, la mangiava sì e no una volta al mese. Ora invece, dalla settimana scorsa gli era venuta una gran voglia di mangiarsi una bella bistecca. E cosa ci sarà di male? Dove sarà il problema? Infatti normalmente non ci sarebbe stato problema, ma a quanto pare invece tutti i diavoli dell'inferno si erano messi d'accordo per una congiura. La voglia era venuta di venerdì e non ci pensò minimamente ad andare per negozi di venerdì pomeriggio, "ci andrò domani che devo fare la spesa" pensò. E così fece. Di sabato mattina era al supermercato ben disposto a fare una spesa completa di tutto in modo da non pensarci per un bel pezzo. Iniziò con lo scatolame, poi i detersivi, la pasta, i biscotti, il vino, la verdura. Quando arrivò il momento di andare al banco della carne si sentì chiamare a gran voce: « Alfredo, Alfredo. » Si volse a vedere chi strillava così e vide un uomo andargli incontro con un gran sorriso. « Alfredo ciao, come stai? Quanto tempo! Sono proprio contento di rivederti. » Ma sì era Francesco, il suo vecchio collega di tre anni prima che era stato trasferito in altra sede. « Ciao Francesco, sì davvero tanto tempo. Stai bene? Come ti trovi al nord? » E così iniziarono a chiacchierare e ricordare gli anni passati e tra un aneddoto e una risata camminavano. « Accompagnami di là che devo prendere l'acqua » gli disse e continuava a parlare. « Tu hai finito? Allora andiamo insieme alla cassa. » Solo quando riprese la sua carta di credito realizzò che al banco della carne non ci era stato. Si maledisse e facendo finta di niente salutò allegramente il suo vecchio collega, ma intanto ci pensava. E ora? Tornare indietro e rifare la fila alla cassa all'una con tutta quella gente non se ne parlava. Tornò mestamente alla macchina arrabbiato con se stesso. Ma in fondo sono cose che capitano. La domenica nemmeno ci pensò a tornare al supermercato, era profondamente contrario per principio al lavoro la domenica e non voleva alimentare quel mercato. Avrebbe fatto tutto il lunedì. O meglio, avrebbe voluto fare. Già perché il lunedì appena messo piede in agenzia il suo direttore lo avvicinò e gli disse: « Hai saputo della riunione generale? » « No, che riunione? » Chiese stupito. « La direzione generale ha mandato un ispettore per la valutazione degli obiettivi semestrali e siamo sotto quota! L'incontro è per le 15 di oggi. Tu vedrai che faremo serata, me lo sento. » Piuttosto svilito e contrariato sbuffò e poi il pensiero corse subito al suo chiodo fisso: e la sua bistecca? " Eh ma non potrà durare più di quattro ore questa maledetta riunione. " E infatti finirono alle 19:45, furioso prese la sua macchina e se ne andò a casa. " È proprio destino" pensò. " Ma domani... " L'indomani era deciso e determinato perché ormai per lui era un punto di onore, era diventato una questione di principio. Per sua fortuna la giornata in ufficio trascorse tranquilla senza intoppi e alle 17 se ne uscì più deciso che mai ad andare in macelleria. Tempo ne aveva, nulla poteva fermarlo. Bé forse quasi nulla. Infatti percorsi una decina di km in una stretta curva sulla provinciale la macchina sbandò paurosamente e la riprese per miracolo. Sì fermò in rettilineo e scese per controllare cosa fosse successo. Una gomma bucata! Iniziò a prendere a pugni il tettino della macchina urlando parole che è meglio non ripetere. Tentare di cambiare lo pneumatico lui stesso sapeva sarebbe stato tempo sprecato e così profondamente rassegnato telefonò al soccorso stradale che gli mandò, con molta calma, un carro attrezzi. Neanche a dirlo la giornata finì lì, tra il ricovero dell'auto dal gommista per la riparazione e tanta rabbia che a venderla sarebbe diventato ricco. Non sapeva nemmeno più che pensare, era tutto incredibile! Ci volle del tempo perché si calmasse e non ci riuscì del tutto. Prese sonno con difficoltà e il suo pensiero tornava sempre lì, non riusciva a non pensarci, alla sua bella e agognata bistecca. Il mercoledì mattina era sempre deciso a comprarsi la sua bella bistecca, ma la sua sicurezza ora vacillava, ne erano successe troppe ormai per essere sicuro, per avere delle certezze. La giornata però trascorse tranquilla e senza problemi di sorta. Avrebbe voluto passare in macelleria di prima mattina, ma oltre al rischio di trovarla ancora chiusa, non avrebbe saputo dove mettere la carne, non poteva tenerla tutto il giorno in ufficio, così decise pazientemente di aspettare il pomeriggio. All'orario di uscita si recò a prendere la sua auto e ne fece il completo giro esterno per controllare tutte e quattro le gomme questa volta. Rassicurato si avviò verso la sua ambita meta. Tutto filava liscio e senza problemi e quasi non ci credeva " forse questa volta ci siamo " pensò. Arrivò di fronte al negozio e trovò parcheggio proprio davanti. " È fatta!" Ma mentre si avvicinava notò qualcosa di strano, c'erano poche macchine, la vetrina senza luce e una stretta al cuore lo afferrò. Sulla vetrina era posto un cartello: Chiuso per restauro. L'esercizio riaprirà regolarmente giovedì... Non fece nessuna scenata, non urlò e non si disperò. Semplicemente si sedette sul marciapiede con la testa tra le mani e scuotendo il capo. Era nella fase della rassegnazione. Tutto questo era incredibile! E rinunciò difatti. Se ne tornò mestamente a casa e non tentò nemmeno di andare in un altro negozio o al supermercato. A cosa sarebbe servito? Tanto qualcosa lo avrebbe certamente ostacolato, era tutto inutile. Mangiò tristemente due uova e si domandava il perché di tutto questo. Il giovedì mattina si svegliò di soprassalto dal suo sogno al ristorante e davvero ora temeva di impazzire. Ma per la miseria lui voleva solo comprarsi una bistecca possibile che non ci riuscisse? La rassegnazione del giorno prima era scomparsa e ora era sostenuto dalla rabbia e decisione e così più risoluto che mai alzò il telefono e chiamò la sua agenzia per avvisare che oggi non sarebbe andato, che non si sentiva bene. Era pazzo? Ebbene sì, del resto la situazione era diventata folle, e allora lui poteva permettersi di diventare pazzo e di agire da tale. " Ora esco, mi faccio una passeggiata a piedi e vado in macelleria e se è ancora chiusa ne cerco un'altra o vado al supermercato. Questa storia doveva finire! Si avviò di buon passo e più deciso che mai, ora di buon umore con la sua borsa a tracolla e fischiettava. In un quarto d'ora arrivò alla macelleria ed era aperta, ci entrò con soddisfazione e si diresse verso il banco e sembrava un banco preparato apposta per lui; infatti in prima fila e bella vista erano poste delle magnifiche bistecche, proprio quelle che avrebbe voluto. Le guardò con avidità e il commesso se ne accorse subito e gli disse: « Buongiorno dottore, ne prendiamo qualcuna? Sono tenere e freschissime! » « Sì buongiorno. Me ne faccia tre, anzi no quattro magari due le congelo. » « Bene, le assicuro che non se ne pentirà, queste sono chianine che mi arrivano solo una volta al mese. È carne selezionata di un allevamento biologico, ne approfitti. » Gli impacchettarono le sue bistecche lui sorrideva beato, come sognante. Pagò il conto sempre sorridendo e si avvio all'uscita. Il commesso guardandolo sorridere così senza motivo pensò: " Che strano tipo! " Continuava a camminare felice e soddisfatto, si sentiva molto stupido ora a pensare a congiure, al destino avverso. Era stata solo una serie di circostanze sfavorevoli tutto qua, cose che possono capitare a tutti. Sì era stato proprio uno sciocco, ma oramai l'unica cosa che gli interessava davvero era di arrivare a casa e cucinarsi la sua bella bistecca, magari con un bel contorno di patatine fritte. Camminando verso casa oltrepassò con noncuranza un ufficio postale, spostò la sua borsa sulla sinistra insieme alla busta della carne, tranquillo e in pace con il mondo. Sentì un rumore di un motorino dietro di lui e meccanicamente si spostò un po' verso la destra, quando all'improvviso sentì un grande strattone che gli fece fare un balzo in avanti di due metri. Fu tutto rapidissimo; si rese conto che due persone sul motorino gli tiravano la borsa a tracolla assieme alla sua busta, fece così un paio di metri correndo forzatamente e quando realizzò che era vittima di uno scippo si impuntò con i piedi ben saldi a terra e tendendosi all'indietro. Ma non fu una buona idea. Il solo risultato che ottenne fu che la cinghia della borsa si strappò facendolo andare ancora avanti di un metro e procurandogli un forte dolore alla spalla. Ma la presa non si era ancora sciolta, c'era la busta che non era tenuta più per i manici ma stretta verso la metà da entrambi, sia da lui che dallo scippatore e che ognuno dei due tirava disperatamente dalla propria parte. Fu l'istinto che decise per lui. Realizzò che stavano per portargli via la sua agognata bistecca e reagì come un pazzo. Fece dei passi correndo verso i ladri, per abbreviare la distanza e poi con tutte le sue forze diede un grande strattone all'indietro. Ma anche stavolta l'unico risultato che ottenne fu di balzare in avanti e cadere poi rovinosamente a terra con la faccia. La busta bianca nel frattempo si ruppe e il suo prezioso contenuto finì a terra. A quel punto il ladro incuriosito da tanta tenacia scese dal motorino e andò a recuperare il contenuto della busta, non capendo il perché di tanta resistenza. Guardò stupefatto il pacco, guardò la vittima e sempre più esterrefatto rimise tutto in gran fretta nella borsa e scapparono a tutto gas. Lui cercò allora disperatamente di alzarsi, ma riuscì solo a mettersi in ginocchio e poi ricadde dolorante; una gamba era malmessa, il viso coperto di sangue e le costole gli facevano un gran male. Ebbe solo la forza di alzare il braccio verso i ladri mormorando « la mia bistecca, la mia bistecca... !» Nel frattempo una folla di curiosi si era fatta intorno a lui e cercava di aiutarlo, di sorreggerlo mentre lui continuava a dire solo « la mia bistecca, la mia bistecca.. » Fu chiamata prontamente un'autoambulanza. Proprio in quel momento arrivarono due tizi che andavano tranquillamente per la loro strada e si fermarono incuriositi di fronte a quell'assembramento di persone. Appena in tempo per vedere il ferito caricato sull'ambulanza mentre afferrava per il bavero un portantino dicendogli: « La mia bistecca, per favore la mia bistecca. » « Sì sì dottò, non si preoccupi, gliela diamo noi una bella bistecca va bene? Ora stia tranquillo e non si agiti. » « No lei non capisce, la mia bistecca... » I due passanti guardavano quella scena curiosa con faccia piuttosto perplessa. Osservavano le porte dell'ambulanza chiudersi mentre la voce sempre più flebile al suo interno continuava a dire: « La mia... » I due uomini alzarono le spalle e ripresero la loro strada. « Certo che c'è né di gente strana in giro eh? Era una maschera di sangue, conciato da far paura e diceva solo, " la mia bistecca, la mia bistecca. " » « Ma cosa vuoi? Sarà stato il trauma con la botta che ha preso... sarà in stato confusionale. » « Sì forse, ma a me pare strano lo stesso. Secondo me era un matto. Un disturbato sicuramente. » « Ma forse hai ragione, era solo un matto che chissà cosa ha combinato. Bé speriamo che la trovi la sua bistecca ora o li farà diventare matti. » Gli disse ridendo. « Già credo non sarà molto difficile no? Cosa c'è di più facile che mangiarsi una bistecca? » E risero entrambi. « Quindi come ti dicevo, ora che sono cambiate le ordinanze comunali possiamo presentare la DIA per quel fabbricato, però... » E se ne andarono chiacchierando tranquillamente per la loro strada.
  2. Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  3. Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: proposte@ponteallegrazie.it Distribuzione: nazionale Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  4. Fino a
    DOMENICA 15 OTTOBRE alle ore 17.00 presso il MONDADORI BOOKSTORE PAVIA Presentazione del libro DIARIO DI UN'AVVENTURA IMPROBABILE di Felix Madison. Opera vincitrice del concorso letterario "Romanzi in cerca d'autore" di Kobo, Mondadori e Passione scrittore. Conduce la presentazione Guja Mabellini ---------------------------------------------------------------------------------------------- Dall'editoriale MONDADORI di Maggio '17 Uno scrittore di libri per ragazzi si mette sulle tracce nientemeno che della fonte dell'eterna giovinezza. Sarà catapultato al centro di intrighi internazionali e costretto ad attraversare peripezie di ogni tipo. Un raffinato congegno narrativo che ricorda i grandi classici dell'avventura. --------------------------------------------------- “Un romanzo perfetto per ragazzi cresciuti o per adulti che di crescere non hanno poi tanta voglia.” Stefano Tura - European Merchandising Manager Rakuten Kobo
  5. Il mio commento Per gli staffer... chiedo venia. Sto pubblicando a cavallo della mezzanotte. Non pensavo di metterci tanto a scrivere il commento di cui sopra e non mi sono accorto del cambio di data. Me lo abbonate? E' il mio primo racconto Il puntociechista «Montare un sistema di telecamere per avere la visuale di tutto il tuo veicolo non è una cosa normale» mi dice l’elettrauto con la faccia di chi pensa “questo è matto”. «Ci metterò un sacco di tempo, così mi fai cablare tutta la macchina.» Non mi serve per il parcheggio, per quello bastano i sensori. Quello di cui ho bisogno io è un sistema di sorveglianza mentre guido! Per il momento ho risolto con un adesivo, bello grosso, catarifrangente. Dopo ieri sera non mi fregano più. Stavo tornando a casa dopo una giornata di quelle che era meglio se non mi alzavo dal letto. Sotto Natale il mio ufficio impazzisce: il capo isterico, il cliente indomabile, le colleghe mammine che cercano di inglobarti nella festa aziendale con tanto di marmocchi che ti imbratto di zucchero a velo, resoconti pazzi da chiudere. Così ho fatto tardi ad uscire da quella gabbia di matti. Sono un tipo tranquillo e rilassato io, la strada era libera ma non mi sono messo a correre come avrebbero fatto gli altri. Me la sono goduta la strada libera. A neanche un chilometro da casa è successo il fatto. Mi ero appena ricordato di aver finito le crocchette di Lucius -il mio gatto- quando vedo in lontananza che stavano abbassando le serrande del negozio per animali che ho vicino casa. Così misi la freccia e svoltai a destra senza rallentare, una curva bella stretta. Dalla fiancata destra sentii un colpo sordo e la voce stridula “Cazzo fai!” Do l'inchiodata! e mi viene un brivido: ho investito qualcuno. Scendo subito per controllare: quegli attimi in cui metti a folle, apri la portiera, metti giù una gamba poi ti giri, quei momenti interminabili in cui il tuo cervello fa cinquemila pensieri non c'era nessuno, oddio si é fatto male, ho controllato, guidavo piano, la freccia l'ho messa tardi, sarà morto?, però l'avevo messa, che ho fatto?, ma non é colpa mia... il tempo di fare il giro per andare dietro la macchina e vedo la scena assurda: un vecchietto sdraiato a terra che si dondola tenendosi il braccio sinistro con la mano. La cosa assurda è il piccolo letto con tanto di lenzuola azzurre e comodino. Ancora più assurdo è la catena che lega il letto alla marmitta della mia auto. Il letto aveva anche le ruote, delle Bridgestone per l'esattezza. Il vecchietto si mette subito in piedi, senza neanche darmi il tempo di chiedergli come sta. Lo guardo bene, era un bel tappetto non più di uno e sessanta. Capelli rasati e barba corta, ben curata. Indossa giacchetto e pantaloni con le protezioni, quelli da motociclista, ma il giacchetto è aperto e si intravedeva che sotto ha il pigiama, un pigiama a righe bianco e blu. È lui il primo a parlare «Colpa mia colpa mia, mi scusi. Non mi aspettavo che svoltasse lì, non l'ha mai fatto. Uscito da lavoro Lei va diritto a casa, dopo magari esce per fare la spesa.» Farfuglio qualcosa di imprecisato ma lui continua «E mi scusi ancora per la mia volgare espressione di poco fa.» Lo guardo da capo a piedi ancora una volta per esser certo che sia reale, poi i miei occhi si fermano sul piccolo letto. La spalliera era un manubrio di motorino, tipo quello di un Ciao. «Sono il suo puntociechista.» aggiunge il vecchietto con un sorriso. Entrambi abbiamo preferito non mettere in mezzo l'assicurazione: lui perché ormai non ha più l'età per certe cose, disse; io perché in fin dei conti la mia macchina ora ha solo un graffio in più. E poi non saprei proprio come raccontarla questa situazione. Così mi sono offerto almeno di accompagnarlo al pronto soccorso: continuava a sentire male al braccio, non me la sentii proprio di lasciarlo lì anche se la tentazione di scappar via fosse forte. Tengo entrambe le mani sul volate, gli occhi fissi sulla strada. Sono una persona precisa, io. Ogni tanto do un’occhiata al vecchietto, il “puntociechista”. Aveva uno sguardo sereno, forse rassegnato, che mi metteva soggezione. “Avrò investito un vecchio pazzo? Sembra così tranquillo, silenzioso” mi dico. Rompo il silenzio con una domanda secca «Cosa sarebbe un puntociechista?» Mi guarda come se gli avessi chiesto di che colore é il cielo «Ha presente il punto cieco delle auto?» «Sì» feci cenno con la testa riportando gli occhi sulla strada «sono le porzioni di spazio che un guidatore non può vedere negli specchietti.» «Molto bene, io ci vivo. E per la precisione vivo nei punti ciechi della sua auto da quasi sei mesi.» Ok questo è pazzo «Io non l’ho mai vista.» gli dico sorridendo forzatamente. Mi ci mancava solo questo pazzo per concludere la giornata. «Certo, sono punti ciechi!» Calma mantieni la calma, mi dico. «Ero puntociechista di professione, ora sono in pensione. Una volta facevo un altro lavoro, ero impiegato al catasto o qualcosa del genere e ogni giorno dovevo farmi trenta chilometri all’andata e trenta al ritorno e con lo scooter si faceva sicuramente prima in mezzo al traffico. Avevo imparato a dribblare tra le macchine, a scartare i tombini, a fare la faccia indifferente agli incroci. La mia specialità era viaggiare nel punto cieco delle auto: é un posto sicuro se riesci a prevedere quello che sta per fare un guidatore. Dopo qualche anno ci avevo preso gusto e lo facevo anche quando non andavo a lavoro. Non importava dove andavo, l’importante era correre in quella zona di comfort del punto cieco. Ho seguito famiglie che andavano in vacanza, autotreni in viaggi lunghissimi, i ragazzi che uscivano dalle discoteche. Quando ti metti in un punto cieco non sai mai dove andrai: é entusiasmante. Ben presto iniziai a non andare più lavoro al catasto, o quello che era, per dedicarmi completamente al puntocieco. Ricevevo ancora lo stipendio e con qualche buon incidente studiato ad arte riuscivo anche a prendere un bel po’ di soldi dalle assicurazioni. Arrivato in età da pensione, salutai tutti i colleghi al catasto, almeno quelli che pensavano di avermi visto negli ultimi dieci anni, vendetti casa e mi stabilii in un angolo cieco tra due telecamere di sorveglianza di quel centro commerciale laggiù. Lo vede?» In lontananza c’è il centro commerciale, quello dove vado a fare la spesa ogni sabato. È piccolo, possibile che la sorveglianza non ci abbia mai fatto caso a questa specie di barbone? Ma davvero gli sto dando credito? «Ci vado ogni sabato da almeno 10 anni... non l’ho mai vista?» Il vecchio mi sorride come a dire “è normale, stavo nel punto cieco”. «Avevo tutto a portata di mano e non pagavo un centesimo di tasse o di bollette. Toilette sempre pulite, televisori sempre accesi. Peccato che mancasse il cinema. Dopo un anno però era diventato noioso così decisi di vivere nel punto cieco della station wagon di un rappresentante di commercio. Mi sono girato l’Italia in lungo e in largo senza mai nessuno che mi disturbasse.» La strada davanti i miei occhi ha perso di importanza. Cerco di immaginarmi la vita di questo uomo: io a sgobbare in quel maledetto ufficio per una casa e un’auto mentre lui se la gode a spese di noi contribuenti. Ma che dico, questo deve stare in un manicomio! «Aveva preso un camper?» gli chiedo giusto per interrompere quel silenzio insopportabile. Forse é meglio assecondarlo fino a che non lo mollo in ospedale. «Troppo ingombrante, é difficile farcelo stare nel punto cieco. Avevo adattato lo scooter con un materasso e un comodino, giusto l’essenziale. Sotto al materasso avevo una tettoia in alluminio per ogni emergenza climatica. Se ti leghi con una catena alla marmitta, sui lunghi tratti di autostrada ti puoi pure fare una pennichella. Certi automatismi col tempo rimangono pure nel sonno.» «E stasera si era addormentato dietro la mia macchina mentre tornavo a casa?» Ho paura di sentire la risposta, più che altro ho paura che la risposta sia quella che penso io. A farmi paura non è il fatto che lui dorma nei miei punti ciechi, ma che una parte di me inizia a prendere sul serio le parole di questo vecchio pazzo. «Ma sì, in sei mesi che vivo nel punto cieco della sua auto non era mai capitato che facesse tardi ad uscire da lavoro. E mentre aspettavo mi sono appisolato.» Silenzio, lo guardo come per cercare tra le grinze del collo quell’improbabile talento che gli permette di guidare mentre dorme. Ma poi io... sono uscito dall’ufficio e sono salito in macchina. No, lui non c’era. Ho fatto pure un giro intorno alla macchina perché il parcheggio era un po’ stretto. Mi sta dicendo una marea di cazzate! Eppure... e come si spiegherebbe la catena legata tra la mia marmitta e il suo letto­motorino? Ma quando mai avrebbe avuto il tempo di attaccarla appena dopo l’incidente. Ora inchiodo e lo butto fuori! «Sa, ho scelto la sua auto proprio perché lei è un tipo molto abitudinario, avevo bisogno di un punto cieco più tranquillo. Lei guida sempre così calmo, non mi aspettavo che facesse quella svolta rapida. Così mi sono svegliato di soprassalto, ho piegato con la moto ma ho preso il marciapiede e sono caduto dal letto.» «E non se ne potrebbe stare sulla parte sinistra della macchina per star lontano dai marciapiede?» gli sorrido solo per trattenere un urlo. «A sinistra ci sto d’estate. D’inverno preferisco stare a destra, al caldo vicino la marmitta. Sa, ho una certa età ormai.» Finalmente arriviamo all’ingresso del pronto soccorso. Senza tante cerimonie il vecchietto scende, dice che non c’è bisogno che lo accompagno fin dentro. Gli faccio un sorriso, un “mi raccomando” e riparto. L’elettrauto mi dice che un sistema di telecamere per vedere nei punti ciechi é una follia, ma me lo fa. E intanto sul portellone di dietro ci metto un bell’adesivo grosso così. Ci scrivo “Fatti vedere, Merda!”
  6. Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
  7. Finalmente è arrivata l'estate il periodo più bello dell'anno, il periodo delle vacanze, delle ferie, del mare, delle ragazze che girano svestite. Voglio condividere con voi alcune riflessioni su questo stupendo periodo dell'anno che ci regala luce fino alle nove di sera, concerti all'aperto, serate con gli amici. Una stagione che ti permette di uscire solo con addosso una maglietta e un paio di pantaloncini e via. Ti regala libertà. Che meraviglia l'estate. Non c'è un periodo più bello. Certo, qualche lato negativo ce l'ha anche lei, è inevitabile. Io non so voi, ma a me dà molto fastidio la caterva di "esperti" che affollano le televisioni dando consigli su come affrontare questo periodo dell'anno. Affollano le tv, i giornali, le radio, internet, ovunque c'è un esperto che ti consiglia. Bé meno male che ci sono loro che ci aiutano, come faremmo senza? E poi li capisco, lavorano solo questi tre mesi l'anno e per gli altri nove sono disoccupati, sono dei precari, quindi ringraziamoli e facciamo tesoro delle loro indicazioni. Cosa ci dicono gli esperti? Per prima cosa bevete molto, mangiate frutta e verdura, non restate esposti al sole specialmente nelle ore più calde. E vabbè fin qui posso essere d'accordo. Ma il massimo della ricerca scientifica riguarda gli anziani, la categoria più a rischio e la massima adottata da tutti gli esperti è... non fate uscire le persone anziane nelle ore più calde, da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio. Ora io dico, mio nonno ha settantotto anni ma perché cazzo dovrebbe uscire alle due del pomeriggio con quaranta gradi? Ma che è scemo? Se è arrivato a quasi ottanta anni e in buona salute, tanto tonto non deve essere. O volete che lo faccia uscire io a forza? Ma poi, ma dove li vedono gli "esperti" questo esercito di vecchietti che alle due del pomeriggio di agosto invadono le vie delle città? Io non li ho mai visti. Certo mi direte voi, proprio perché gli esperti si raccomandano di non farlo! Ok ma trenta anni fa tutti questi esperti non c'erano e ugualmente io non vedevo tutti questi anziani in giro per le strade. Mah, comunque gli esperti sono loro e quindi fidiamoci e seguiamo i consigli che ci danno. Allora per prima cosa bevete almeno due litri e mezzo di acqua al giorno. Ecco anche questo mica facile però. Io non sto mai a misurare esattamente quanta acqua bevo, vado così a memoria e poi mi vengono i dubbi e i sensi di colpa; ma non mi sarò mica fermato a soli due litri? E che faccio ora che è mezzanotte e sono a letto? Mi alzo e ingurgito mezzo litro al volo per essere sicuro? Dannazione, ma lasciamo perdere va. Dicono almeno due litri e mezzo e così sarà. Quindi nonno, vieni qui e bevi. Su su senza fare storie. Macché lui le fa, ma io ho il mio metodo; spingo il mio dito sulla sua carotide con forza, lui spalanca la bocca reclinando la testa e io fulmineamente gli infilo un imbuto in bocca e giù... tre litri subito per stare sicuri e non pensarci più! Ecco fatto, ora il passo successivo è tanta frutta e verdura. E così sia. Per colazione caro nonno, una bella macedonia con pesche, albicocche, pere, kiwi, un po' di limone e zucchero. Ecco qui una bella scodella piena e poi tra due ore ancora un pochino, quando ti torna fame. Come dici nonno? Vuoi un caffè latte e una brioche? No no, non si può, non hai sentito l'esperto? E quindi frutta! Su su, manda giù tutto. Per pranzo invece verdura, tanta verdura ricca di vitamine e fibre, antiossidanti e depurative. Si comincia con una bella insalata mista con pomodori, cipolla, carote, cetrioli, ravanelli; una bella insalatiera piena. Poi una bella pentolata di zucchine, peperoni, melanzane, patate. Un bel piattone nonno. Ecco fatto. Certo, il problema poi è che con tutta questa frutta e verdura il nonno dalle due alle quattro del pomeriggio mi resta seduto sulla tazza del cesso evacuando fuori l'impossibile, anche i residui di pasqua del 98! Ma non fa niente nonno, ti depuri per bene e poi così non ti avventuri fuori nelle ore più calde; è perfetto. Allora con acqua, frutta e verdura siamo a posto, tutto fatto. Quali altri consigli dell'esperto? Ah sì, portate gli anziani nei centri commerciali. Certo, furbi loro così con l'aria condizionata l'anziano si conserva meglio e ti fa anche un bel po' di acquisti inutili tra i negozi. Una bella strategia per aiutare l'economia. Io ci ho provato a portare il nonno al centro commerciale, ma tra il viaggio di andata e ritorno, lasciarlo su una seggiola lì per cinque ore, pagare tutti gli acquisti che ha fatto con la mia carta di credito, mi costa davvero troppo e perdo un sacco di tempo. No, non va bene bisogna studiare qualcosa d'altro, l'economia la tiri su qualcun altro, io non posso. Ho pensato di far mettere il condizionatore a casa, mi costerebbe meno, ma non ho voglia di far rompere il muro, avere operai per casa. Allora uno portatile, ma anche così con le prolunghe da una stanza all'altra, non mi piace. A dire la verità io una soluzione l'ho trovata. Un bel congelatore! L'ho sperimentato l'anno scorso con mia zia. All'inizio ha fatto un sacco di storie per entrare, ( i vecchi... valli ad aiutare, che ingrati! ) ma poi con calma pian pianino ha smesso di lamentarsi e ora si trova benissimo. Ogni tre mesi apro lo sportello del congelatore e chiedo: « Come va zia? » Lei non mi risponde ma mi guarda con i suoi occhi spalancati e la trovo piuttosto bene, si conserva magnificamente. Forse lo provo anche col nonno quest'anno. A volte penso che dovrei fare l'esperto anche io. Bene, con il nonno è tutto a posto i consigli sono stati seguiti tutti. Ora godiamoci l'estate per bene. Cosa ci offre questa magnifica stagione? Ma certo, le sagre! Ogni sputo di paese ha la sua sagra e tu ti ci avventuri per stare un po' fuori in compagnia degli amici, mangiare all'aperto. Perché tutti abbiamo un amico che prima o poi ti dice "andiamo a mangiare a quella sagra, ci sono stato si mangia benissimo." Solo che, quando ti portano la pasta, sempre e immancabilmente penne alla vodka o alla puttanesca ( che scarsa fantasia a queste sagre ) in un piatto di plastica inizi ad incazzarti un pochino. Ma plastica con il calore non cede sostanze cancerogene? Mi sa non fa tanto bene mangiare a queste sagre, sto seduto scomodo su panche di legno, servito da ragazzini di otto anni che non puoi nemmeno trattare male ( ma non è sfruttamento del lavoro minorile? ) e in piatti di plastica. Ma vabbè dai non fare il lamentoso, è estate si sta fuori in compagnia e allegria. Poi ti portano il conto e ti incazzi davvero. Dieci euro per un piatto di pasta servito nella plastica? Ma scherziamo? Ma così lo pago al ristorante comodamente seduto e servito da un vero cameriere e in piatti normali. No no maledette sagre, ma non mi fregano più, dannate voi l'arvolto e lo stinco di maiale! Godiamoci qualcos'altro dell'estate. La musica all'aperto, i concerti. Ah, questo sì ti piace e ci vai. Bé potresti anche non andarci a dire il vero, perché basta che la festa sia nel raggio dei dieci chilometri che la musica ti arriva direttamente a casa. Se fosse Eric Clapton a suonare non mi lamenterei ma queste pseudo orchestre di dilettanti sono insopportabili e si permettono anche di suonare pezzi dei Queen! Non puoi chiudere le finestre altrimenti muori dal caldo e così ti tocca sorbire tre ore di musica mal suonata che ti fa rimpiangere di non avere la sordità precoce. Maledette feste paesane, ma l'anno prossimo firmo anche io la petizione per fermarle. Va bene fin qui non ci siamo divertiti molto. Ma c'è ancora una cosa che ti ripaga di tutto. Arriva il fine settimana e così puoi andare al mare! Il mare sì, la meta sognata ambita e agognata di tutto l'anno. Il bagnasciuga, quel delizioso venticello rinfrescante, l'acqua trasparente, che bello! Così sali in macchina e in due ore fai il tragitto che normalmente faresti in quaranta minuti. Fermo e incolonnato insieme a centinaia di altri automobilisti incazzati come te. In due ore hai già sudato i due litri e mezzo di acqua al giorno che avevi bevuto e accidenti, ora ne devi bere altri due. Alla fine arrivi e cerchi la spiaggia libera e cosi cammini e cammini e guardandoti indietro ti rendi conto che hai già fatto due chilometri. Ma vedi quello che cercavi, un angolino tranquillo senza nessuno intorno. Sei soddisfatto e felice. Ti accoccoli sul tuo asciugamano, ti ungi come una patata pronta per essere fritta e ti rilassi! Chiudi gli occhi e non pensi più a niente. Poi però dopo una ventina di minuti, a causa dei rumori, strilli e colpi ricevuti, ti alzi un po' intontito e ti accorgi che il tuo angolo di pace è diventato il raduno di una festa a cui non ti hanno nemmeno invitato! Mamme isteriche che strillano ai loro figli, coppie di adolescenti che se non si controllano concepiscono un bambino in spiaggia, adulti che si sentono ancora ragazzini che fanno la corsetta sulla spiaggia alzando nuvole di sabbia, ragazzetti che giocano a racchettoni. Per non esplodere decidi di farti un bagno. Ti immergi e superi il primo strato che non è più nemmeno acqua ma un misto di creme, oli e urina, tutto caldo come una brodaglia. Vai al largo ed eviti tre o quattro materassini, poi un paio di barche. Ma ora l'acqua è fresca e ti puoi godere il tuo bagno. Sì, per cinque minuti prima di essere quasi travolto da moto d'acqua, dalla barchetta dell'uomo dei gelati che strilla con il megafono. Ti rassegni e torni al tuo posto. Ma dove è il tuo posto? Non lo vedi più con tutte quelle persone e gli ombrelloni. I maledetti ombrelloni della domenica piantati in venti centimetri di sabbia che al primo colpo di vento volano via e che devi evitare. Se ce la fai ad arrivare sano e salvo al tuo posto, realizzi il fatto che hai dei vicini ogni trenta centimetri. Che bella la domenica al mare. Torni a casa che è sera, sei stanco ma finalmente puoi andartene a dormire. Se ci riesci però, se sei fortunato ad evitare la zanzara che potrebbe tenerti sveglio per un paio d'ore. Inconvenienti di stagione si sa. Sì io amo l'estate è il periodo più bello dell'anno. Ma purtroppo anche lei finisce, si sa le cose belle durano sempre poco. Per fortuna! A proposito, ora che l'estate sta per finire devo dirvi che purtroppo il nonno non c'è l'ha fatta. Ci ha lasciato. Ma che strano però e dire che avevo seguito tutti i consigli dell'esperto. Mah... vatti a fidare di questi esperti!
  8. Immagine di copertina: Titolo: L'osmiza sul mare Autore: Diego Manna Casa editrice: Bora.La ISBN: 978-1540557360 Data di pubblicazione (o di uscita): Dicembre 2016 Prezzo: 10 euro cartaceo, 3,99 digitale Genere: Raccolta di racconti Pagine:196 Quarta di copertina o estratto del libro: Le osmize sono dei luoghi particolari, caratteristici della città di Trieste, in cui si vendono e consumano solo vino e prodotti locali. Sono piccoli angoli di paradiso dove i triestini adorano trascorrere il proprio tempo, godendo della compagnia reciproca mentre tutto il resto sembra di colpo perdere importanza, come per magia. Nell'osmiza sul mare, che forse esiste o forse no, incontreremo ventitré improbabili personaggi, ciascuno con la propria storia da raccontare. C'è l'oste, che ci farà conoscere Arsalan, un genio della lampada alle prese con la burocrazia dei tempi moderni. C'è il tavolo dei vecchi, che ci ricorderanno di come si stava meglio quando si stava peggio, con i loro racconti ambientati nelle città di Nosepolis, di Bondeifemo e di Ranzidazzo, o con la divertente missione degli alieni Magnamocoly e Colpan, che dovranno affrontare la tanto temuta natura del pianeta Terra. C'è il tavolo dei giovani poeti, narratori di sognanti storie d'amore tra zanzare, lampadine, cavallucci marini, sole, luna, tuoni e saette. Ci sono i viaggiatori, un ciclista, un motociclista e un marinaio, che ci farà fantasticare con la leggenda di Julian Raven, pirata arciere capace di affondare le navi nemiche con una sola freccia. C'è il tavolo degli scienziati studiosi dell'evoluzione della natura umana, del cervello, del rapporto di questo col vino e di come Gesù sia riuscito a musicare tutto il processo della Creazione. E c'è infine il trespolo dei gabbiani, cocai in dialetto triestino, affascinati dalle leonesse e dagli oranghi particolarmente saggi, perché anche gli animali, a Trieste, hanno sempre una bella storia da condividere. Risate, lacrime, pensieri, filosofia, demenza senile, crisi adolescenziali, vino, pane e formaggio. Tutto questo ci attende nell’Osmiza sul mare. Il libro, pubblicato in dicembre 2016, al momento è al quinto posto nella classifica Narrativa dei libri più venduti nel Friuli Venezia Giulia. Link all'acquisto: L'osmiza sul mare Cartaceo L'osmiza sul mare Ebook
  9. E' il grande giorno signori. Entriamo in campo. La Mephistophele's Wash Diablocar, un gruppo di dissidenti comunisti, venditori falliti di giornali d'invettiva politica alle 8 del mattino di domenica per far concorrenza alla Santa Messa. I fratelli di Satana caduto e rinnegato dal suo compariello Dio non hanno mai subito goal finora, facendo della difesa il loro punto di forza. Hanno battuto la Polaretti Crew per 6-0 e il derby tesissimo contro la Sporting W il DVCIE MEA LVCIE, vinto 3-0 a tavolino per abbandono del campo della compagine fascista, a causa delle cinque espulsioni su cinque giocatori, che hanno mandato in ospedale in condizioni grave tre componenti dei comunisti, che oggi giocano in barella. In queste condizioni siamo favoriti, inizia a battere sulle nostre teste e sulle loro flebo una leggerissima pioggerella, tant'è che Noè si è proposto per fare l'arbitro, una scimmia ed un maiale sono i guardalinee. La Barbara è già sugli spalti a tifare, con la sua maglietta bianca bagnata, elemento influente sul non offrirle l'ombrello da parte dei gentiluomini. Loro battono e danno vita ad un forsennato possesso palla nella loro metà campo, l'arca di Noè sbarra la strada a metà campo. Pep Guardiola, tuttofare scopatore di tutte le donne sull'arca, con il muso sporco di peli pubici di teenager asiatica, esclama :"Muy bien, se tiene tu el balòn no puede perder el partido!" "Puede tomar tu testiculos?". "Seguro mi hermosa. Mmmmm. Mira el defensor como gestiona el balòn. Mmmmmm...". "Hey, ma che cazzo facciamo adesso. Togliti dalle palle, arbitro!" Copiosi i buuu e gli ombrelli con le aste spezzate piovono in campo dalla tribuna. "Togliti dalle palle, vogliamo vedere la partita. Sennò la Barbara chi se la scopa?" Fa il sindaco. "Io sono sempre tua. Ricorda." "Ooooohhh." I due si appartano negli spogliatoi. Si narra che, misteriosamente, qualche giorno dopo la Gioconda venne fatta esporre davanti casa della Barbara, per via di mobilitazioni internazionali mediate senza alcuna, dico alcuna, pressione. Furono chiamati diciassette diversi team di ingegneri, quasi tutti pelati come Pep Guardiola, per risolvere il problema. Noè is the new Schettino. Dagli spalti piovevano sovente battutacce sui pelati. Noè non desisteva. "Non mi avrete mai, bastardi!". Alla fine l'arca venne rimossa e la Barbara, che faceva le veci del paesino, ripagò gli ingegneri. Esiste un'unica dea in questo dannato posto. In questi sette mesi non è successo quasi nulla, ognuno è ritornato alla solita vita di sfigato. Ogni tanto ci sentivamo o ci vedevamo e ogni volta balzava alla mente la nostra causa, ora era la nostra causa ad occupare i nostri pensieri. Nemmeno la fica in sè, ma quanto fosse bello il percorso che ad essa conduce. Di nuovo una giornata piovosa, a marzo. Finalmente potrà esserci un vincitore del torneo. Ricomincia la finale. Il guaio è che i Mephistophele's Wah Diablocar sono guariti, ora sono tutti in forma, pronti a farci il culo. Hahahahaha, ma io sono andato a scuola calcio questi mesi, ho ulteriormente affinato la mia tecnica. Siete fottuti! I Mephistophele's intonano l'inno sovietico prima di cominciare. "Ma che diavolo centra Satana col comunismo?" "E secondo te che diavolo centra il comunismo con il comunismo?" "Che cazzo ne so." "Appunto." Il primi venti minuti sono tesissimi, ognuno ha paura di perdere e la tensione si taglia con la motosega. Ora la partita è "Verginelli vs Verginelli", le pulsioni sono le stesse, le cause differenti. C'è chi sogna di godere senza curarsene e chi sogna di tatuare Karl Marx su un paio di chiappe che verranno viste da molti uomini. Mossa di propaganda. All'intervallo ancora 0-0, nessuna occasione pericolosa da ambo le parti, difese organizzate, solo tiri su punizione, di cui uno dei loro stampato sulla traversa, momento in cui le nostre palle hanno tremato. Ha smesso di piovere. "Possiamo procedere! Ha smesso di piovere" I comunisti si prendono per mano, si mettono in cerchio. TRASFORMAZIONEEEEE! Succede l'indicibile. Si sono trasformati in cinque diavoli alati fiammeggianti, di un rosso spaventoso. "Noi laviamo l'auto a Mefistofele tutte le domeniche in cambio di questo potere e gli tagliamo anche le unghie. Siamo i cinque diavoli infernali : Lenin, Marx, Che Guevara, Mao Tse Tung, Togliatti. Nessun ci ascolta, ma lo farete tutti. Domineremo queste terre con la forza, faremo propaganda grazie alla fica! Chi vorrà scopare la Barbara dovrà imparare a memoria e discutere in pubblico, con cadenza settimanale, il Manifesto e le Tesi d'aprile. La Barbara sarà cosa nostra dopo che vi batteremo, stolti bambini senza posizione politica, voi perirete e non vedrete mai il pelo per via della vostra ignavia e insensibilità sociale!" "Ma che diavolo vogliono questi sindaco? Sono una minaccia?" "Ma no. Non credo. li sistemeremo." "Ricorda che non sono più tua se vengo minacciata..." Ora cominciamo! E' terribile. Non possiamo neanche stargli vicino, sono caldissimi, rischiamo di ustionarci. La situazione è complicatissima. "Tutti in porta! Dobbiamo difendere lo 0-0. Appena si stancheranno, qualcuno scatterà via con la palla. Loro sono tutti in attacco. Sarà facile, al momento opportuno." Strategia saggia. Tutti e cinque barrichiamo la porta, subiamo una settantina di tiri in due minuti, ma resistiamo. Resistiamo! Dobbiamo resistere e soffrire. E' questo che fa una vera squadra! E poi...la svolta. Arriva al campo la madre di Fat Johnny, molto fat anche lei. "Giovannino mio, non hai fatto merenda oggi." "Lanciamela mà. Non posso uscire sono impegnato!" "Tieni, amore della mamma. Focaccia con la mortadella." "La prend..." Lenin la intercetta e la brucia con le sue mani fiammeggianti. "Non c'è tempo ora. E poi guardati, è una vergogna! Quando governeremo noi le calorie verranno equamente distribuite!" "Siii! Ben detto, compagno Vladimiro!" "Voi avete bruciato un'opera d'arte. Voi avete distrutto la mia merendina super calorica! Io vi ammazzo, fottuti mercanti di parole vuote! Volete che tutti stiano bene. Io non sto bene! Voi avete bruciato la mia compagna di vita, colei che mi ha sostenuto nei momenti difficili, che ha represso il dolore di non aver mai visto una fica per tanti anni! Io vi ammazzoooooooo!" Sconcertante! Fat Johnny ha una trasformazione! Come l'incredibile Hulk il suo corpo s'ingrandisce rapidamente e a sproposito, amplificato da urla bestiali. Viene fuori un gigante, si strappano i vestiti, con la faccia di Fat Johnny, ha una svastica sul petto, super muscoloso e famelico e...Oh my Goddd! Ha un uccello gigantesco! Saranno almeno 60 cm! Tutta la popolazione femminile sugli spalti si accalca alla rete che cinge il campo di calcetto. Si sente un univoco "Oooohh" capeggiato dalla Barbara, che abbandona il sindaco come un povero pisquano. Fat Johnny li spazza via uno dopo l'altro, quando tentano d'aggredirlo, sputando loro addosso, così spegnendo le loro ali. Due di loro svengono fissando la svastica gigante per più di due secondi. Fat Johnny avanza con la palla ed è GOOOAAAAALLL! 1-0. Abbiamo vinto! I comunisti, esausti, non ce la fanno a continuare. 3-0 a tavolino per abbandono! Quella sera contemplammo la fica. Ne avemmo ben poco. La Barbara era quasi solo concentrata su quel bastardo di Fat Johnny, che aveva un membro notevole anche da normale, ma glielo concedemmo. La maestosità della Barbara era nulla in confronto a ciò che ci aspettava...La notorietà di Fat Johnny giunse fino in America, iniziò a lavorare per Brazzers. La sua faccia da sfigatello ciccione nerd e il suo cazzo gigantesco erano un connubio artistico perfetto. Mise una buona parola per tutti noi sfigati e, con lo stesso ruolo scenico, diventammo anche noi attori porno per Brazzers. Eravamo una squadra, noi, la Sfigati United, che ora collaborava nello sfondare ben più prestigiose porte e che si poteva permettere di guardare dall'alto al basso qualsiasi ragazzina snob. Soldi e fica, ragazzi. Le donzelle fanno "splashhh" quando ci vedono. Ahhh, God bless America!
  10. Ci tocca la Real Divorziati. Accidenti! Hanno vinto 12-2 contro Quelli del Crodino, hanno dimostrato a tutti la loro forza. Tra le loro fila c'è da tener d'occhio Peppone o' mpustatore, punta di sfondamento di origine napoletana che, favorito dalle regole del calcetto, fa più goal che metri di campo ad ogni partita, ha una potenza di tiro eccezionale, alto due metri, pesante centotrenta chili. Altro elemento di spicco è il loro capitano : Alfio Settedenari, tuttofare in mezzo al campo, uomo dotato di grandi polmoni, nullafacente fuori dal campo, grande giocatore d'azzardo, abile stratega e regista. Anche il suo matrimonio è stato una delle vittime della Barbara. "Però Leo, guarda lì la Barbara come lo attizza stasera con quegli stivaletti, mmmhh! Hey Leo...cosa hai?" Shoe's glazer è infinitamente triste oggi, il suo cuginetto piccolo gli ha scarabocchiato con un pennarello indelebile le scarpe da festa. "Avanti su, era solo un paio di scarpe! Metti la testa a posto, ora ci giochiamo qualcosa di più grande, qualcosa per cui gli uomini , nella storia, hanno mosso a guerra condannando all'estinzione città intere..." "Guarda che Troia non è caduta per la fica!" "Che diavolo ne sapete voi? Non era solo un semplice paio di scarpe, loro erano compagne di viaggio, amiche che mi ascoltavano in ogni momento di solitudine. E oraaaaa? Sono state sfregiate! Da un lurido moccioso!" "Bella Shoe's, è così che ti voglio. Mostra questa grinta in campo adesso. Avanti gentaglia! "Per la fica!" Che abbia inizio questa semifinale. 1-0: Incredibile! Solo due minuti di possesso palla meticoloso da parte loro e poi...io la intercetto su Peppone, la sanguisuga striscia rapidamente in avanti, lancio lungo, palla davanti al portiere, dribbling, goal. Frastornati! Ma ciò mi spaventa. I divorziati sono troppo calmi, anche se è solo l'inizio della partita, ma di una calma innaturale. Dobbiamo tenere alta la guardia. Questa non è solo una sfida per la finale. E' una sfida generazionale : adulti contro adolescenti ; chi ha già visto il pelo contro chi non l'ha visto. L'esperienza è la cosa che conta di più nella vita, questo è un concetto sacrosanto da queste parti. Qui, dove un adulto verrà sempre preferito ad un adolescente, anche se l'adolescente in questione sia un genio, una bestia sovrumana o quant'altro. Ciò che conta, come dicono sempre i vecchi al circoletto, è capire il "business", paghi del loro preziosismo albionico. "Ragazzi occhio! Stiamo ancora 0-0!" Parole sagge, capitano Cassio. 2-0: Segniamo ancora noi, stavolta con Shoe's glazer, che sembra ora distratto dalla sua tragedia personale. Stesso schema di prima. I divorziati non premono sull'acceleratore. Sembrano dormire in campo. 3-0: Fallo in area sul capitano Cassio. Un calcione inutile e violento del loro difensore alto e dalla barba brizzolata, che non conosco. Rigore battuto dal capitano stesso e palla dentro, portiere immobile. Non so se gioire o... "Peppò, che dici vogliamo iniziare?" "Ah pcchè è già accumenciat? Mannaggia i muort vuost, pensavo ca stavat pazziann nu poc." "Si dovevano scaldare i guagliune." "Dai che stasera ce le offre Peppone, hahahaha." "Offr' i corn e mammt." "Hahahaha, Peppò, ma che cazzo dici? Ma quando lo imparerai l'italiano." "Quann m facc prevt." "Hahahahah". Ridono tutti insieme, la palla già è in mezzo, sul punto di battuta, e loro stramazzano e perdono tempo. Questi ci prendono per il culo. Dobbiamo essere pronti. La Barbara si erge sugli spalti ed esclama : "Ragazziiii! Mi sto annoiando, voglio vedere le botte e la rete che si gonfia. Ricordatevi che solo che vince potrà avere quest..." La Barbara le ha uscite, non ci credo! Il primo paio di tette reali, contemplate a metri di distanza. Sono lì. Potrei fuggire ed afferrarle in un baleno. Ma no, mi lincerebbero. Ma si, lei potrebbe anche starci. D'altronde sono giovane, intelligente...ancora tu! Eros o Thanatos? Questa domanda mi perseguita, in ogni cosa. Anche in questo maledettissimo torneo. Perchè cinque sfigati farebbero di tutto per la fica? Quando nel profondo delle loro maturazioni psicologiche, costrette dalle opprimenti mura dell'adolescenza, sanno che è solo carne, mista a futilità e melliflui desideri d'approvazione pubblica. In realtà questi sfigati sanno che la miglior scelta di vita possibile è lasciarsi sprofondare in un totale stato d'atarassia, in cui fregiarsi della propria intelligenza e al contempo ignoranza, della nobiltà della propria inettitudine. "Hey ragazzino! Svegliati! Guarda un pò qui. Le vuoi ehh?" Non ci credo, la Barbara le ha rivolte, le ha agitate, nude, capezzoli eccitati, verso di me! Eros, mio vecchio amico. Hai vinto di nuovo tu! La Real Divorziati inizia a fare sul serio. Usando sempre la stessa strategia: i due difensori che si allargano sulle fasce e pressano la sanguisuga e me, che siamo gli esterni, Alfio Settedenari che, con le sue capacità di regia, elude la marcatura di Cassio ed effettua lanci millimetrici per Peppone che, ruotando su se stesso, spazzando via avversari solo impiantandosi a terra e generando onde d'urto, controlla la palla, si gira e scarica delle cannonate devastanti che passano attraverso la mole di Mobydickiana memoria del malcapitato Fat Johnny. In venti minuti loro conducono per 11-3 e noi non troviamo più la via del goal, ma soprattutto non troviamo il modo di fermare il capodoglio napoletano incazzato che che ha già provocato tre buchi netti nella rete, apostrofandoci categoricamente con "Figl' e latrin" ad ogni goal segnato. Il capitano Cassio prende in mano la situazione quando siamo ormai tutti sconsolati e quasi rassegnati. "Allora, la volete vedere o no la fica, maledetti bastardi! Avete visto prima che tette? E che aria di sottomissione? Dobbiamo essere cinque dita chiuse a pugno, maledizione! Avere un obiettivo comune! Un'unica strategia da seguire. Sul grassone non c'è nulla da fare, non è alla nostra portata fisica. Dobbiamo lavorarci il regista, lui mette le palle al grassone, lui è il motore della squadra. Dobbiamo rischiare, dobbiamo andare tutti avanti, ormai non abbiamo nulla da perdere. Pressare solo sul regista, azzannarlo se serve." "Posso succhiargli dai morsi di zanzara? Mlmlml". "Cazzo, si! Dobbiamo essere concentrati sulla nostra strategia. Mancano 20 minuti, dobbiamo fare 9 goal, difficile ma non impossibile. Se blocchiamo la loro fonte di gioco loro sono nulla. Facciamogli vedere che l'esperienza e la presunzione non bastano nella vita! Mostriamo loro gli artigli! Facciamogli vedere che l'ingegno e la voglia di fica di un adolescente possono essere la vera forza motrice di questa società di depravati e farabutti! All'attacccoooooooooo!" "Siiiiiiiii." Cinque dita che si chiudevano a pugno. un pugno che stendeva chiunque, in nome di un obiettivo comune. Semplicemente Lei. Noi volevamo semplicemente che, per la prima volta, qualcuna ci dicesse "Si". Volevamo dimostrare a noi stessi e a quei buffoni quasi pensionati che avevamo la grinta e il cuore che potevano abbattere qualsiasi esperienza, qualsiasi furbizia, qualsiasi malaffare. Noi, rifiutati da tutte le ragazzine, chi per un difetto, chi per un altro, chi perchè psicopatico, stavamo per dimostrare che anche chi viene classificato "scarto" da chi si crede di avere lo scettro del potere,da chi si sente in diritto di friendzonare facendo finta di dimostrarsi sensibile al malcapitato, che potevamo rovesciare tutto, a partire da quel risultato meschino che ci separava dalla finale. La strategia funzionò. 12-11. Loro iniziarono ad innervosirsi e a litigare tra loro, mentre noi eravamo tutti uniti, su un fronte comune, eravamo compagni di vita e di squadra. Ennesima rimonta compiuta, ennesimi insulti rispediti al mittente. Stava sorgendo qualcosa di bello, che sentivo appartenermi. Stava sorgendo una squadra, stava sorgendo un ideale. Stava per abbandonarci la verginità. La finale, tra tre giorni, sarà contro i Mephistophele's WashDiablocar.
  11. Dannazione! Siamo qui, nobili cavalieri che combattono per una giusta causa, e io sono l'unico che si sente terribilmente fiacco. Io, Alfredo, insieme a Fat Johnny, valoroso portiere a difendere i nostri pali con i suoi centocinque chili; l'altro Giovanni, la Sanguisuga, bianco come un cadavere, a caccia di donzelle morse accidentalmente da un serpente durante escursioni montane; Cassio, proveniente dalla decaduta famiglia dei Conti Lamasmunta, Cassio Lamasmunta VIII l'intellettuale della nostra squadra, curerà la parte tattica, allenatore in campo, uomo di grande levatura morale tra l'altro; infine Leonardo, Shoe's glazer, innamorato delle proprie scarpe da festa. Noi siamo la "Sfigati United" e vinceremo questo fottuto torneo! Al nostro paese si è organizzato un torneo di calcetto, con un premio singolare, riservato esclusivamente a chi vince il torneo. Una notte di passione con la Barbara, meretrice degli Dei stessi. Si narra di duemilaottocentocinquantatre matrimoni infranti a causa delle virtù della Barbara...non posso pensare alla sua quinta! Non posso! Dannazione! Dobbiamo giocare ora. Quarti di finale del torneo, partecipano otto squadre, noi siamo un gruppo di cinque sfigati che ancora non hanno visto neanche un pelo di passera nella vita e siamo a tre passi dal godere di una donna matura, un'esattrice di prepuzi, al pari di Yahweh, ci pensate? Cristo santo, mi tremano le gambe. Eppure sono flosce. Maledizione! Perchè ho deciso di masturbarmi un'ora prima della partita? Me l'ero promesso, dannazione! Quella sgualdrina di Anna proprio oggi doveva cadere per sbaglio sulle mie ginocchia ed arrossire per via dell'inconveniente? Destino infame! Si sa che tra Eros e Thanathos, tra la lussuria e l'etica del dovere non c'è partita. Se noi, invece, non ce la giocheremmo, perderemo l'occasione di vedere finalmente la fica. La fica, ma lo capite? Morbida, prosciuttosa, pelosa, trastullo suinico e poetico, contrasto tra la luce celestiale e le fiamme becere dell'Inferno. Quale maestosità succosa... Basta! Devo smetterla, o non ce la farò a correre! Dobbiamo affrontare una squadra pericolosa, anche se non sul piano calcistico, per cui abbiamo qualche possibilità. D'altronde Cassio ha ideato una particolare strategia, rinominata "Flag elusory combined stellar attack", nel caso le cose si mettessero male. Dobbiamo affrontare la "Affiliaty's Ireland Hail to the Queen", cinque teppistelli, amanti sfegatati dell'Irlanda del Nord e di alcol, droghe e sesso anale, che possono vantare tra le loro fila i "fratelli Dentemarcio", due gemelli, promesse del calcio nordirlandese, degni eredi di George Best, fuori dal campo. Una sfida potenzialmente difficile, ma noi sfigati possiamo farcela! "Soldati! Oggi si va in guerra. Noi, Sfigati united, combatteremo per la fica!" "Hahahaha, diamo una lezione a questi verginelli spurghi feniani. C'mon lads. Fuck the Pope...ohohohoh." Inizia la partita. 1-0 : "Hey Fat Johnny, ma che cazzo fai?" "Stupido ciccione" Fottuto Fat Johnny, un tiro rasoterra sul suo palo, ha scalciato come un bisonte e la palla gli è passata sotto la suola. Stavamo dominando, il loro portiere, Terry boy lo stappabottiglia, ha già parato dieci tiri con la sua Beck's vacante, a mo di giocatore di baseball. Facciamo schifo. Non ce la meritiamo la fica! 2-0: "Hey Alf, ma porca puttana, ce lo avevi a tiro!" Nooo! Maledizione. La Barbara, tutta colpa sua. Dagli spalti si è alzata in tifo e ha agitato quelle sue tette faraoniche. Mezzo pubblico è svenuto. Questi fottuti irlandesi non sono nemmeno così scarsi. Mi sono perso totalmente la marcatura, uno dei due fratelli, come un lampo è giunto avanti palla al piede, difesa scoperta, assist in mezzo per suo fratello e goal facile a porta vuota. E poi, BUM! Gli irlandesi affiliati iniziano ad avvertire un moto impetuoso dell'anima, violenti spasmi esistenziali. Crisi d'astinenza! Già un'ora e mezza senza una birra, le reclamano a gran voce sugli spalti, dove stanno gli affiliati degli affiliati, già sbronzi alle cinque del pomeriggio, sotto questo sole infernale d'agosto. L'inerzia volge dalla parte degli sfigati. 1-2: Shoe's Glazer la mette dentro! Un tiro micidiale, un azione corale meravigliosa! Io e Cassio, incursori, partendo dalle fasce abbiamo strappato via la birra ai loro due difensori, che hanno preso a rincorrerci lasciando il campo sguarnito nei pressi del loro portiere. Leonardo, avanza da solo e colpisce. Goaaaaal! Così anche il 2-2. Una strategia eccezionale signori. Nulla potrà separare uno sfigato dalla possibilità di vedere la fica! Nulla, cazzo! Gli pseudoirlandesi però, placata la sete e il bisogno esistenziale di alcol, ricominciano a ragionare, a macinare gioco e soprattutto a macinare le nostre caviglie, per intimorirci. "Prendi questo, vacca papista!" Calcione da dietro dritto sul tendine d'Achille. Resto a terra inerte, l'arbitro che si sveglia, richiamato dall'assistente dal suo sonno in panchina fruga nel suo taschino, ma non trova nè fischietto, nè cartellini. Da terra il mio sguardo va agli spalti, m'imbatto nella Barbara, proprio nel momento in cui accavalla le gambe, mentre fuma circondata da attenzioni, la intravedo. Siiii! Mutandine di pizzo nero! Il mio superpotere "Occhio di falco"! Sono lì, a due partite e mezzo di distanza. Devo rialzarmi. Anche se ho le ossa rotte, fanculo anche la fisica dell'organismo! "Togliti dalle palle, fottuto ubriacone". Una mini rissa che richiede l'intervento, dagli spalti, del sosia di Re Giorgio VI, capostipite della fratellanza degli Affiliati, per placare gli animi e riprendere la partita. Sfigati United vs Affiliaty's Ireland volge al termine. Mancano cinque minuti. I presunti irlandesi pressano, alitano addosso, entrano con scivolate da codice penale, per fortuna prendendo il pallone la maggior parte delle volte, a rischio di far ripartire le loro azioni e subire un goal che saprebbe di disfatta a questo punto. Stiamo sul 2-2 e manca pochissimo, ho un cenno d'intesa con Cassio Lamasmunta. "Sei sicuro di volerlo fare? Potresti rischiare la vita!" "Non preoccuparti per me, è un rischio che posso correre per vedere la fica della Barbara! Dobbiamo sacrificarci. Essere squadra, essere uniti. Essere cinque dita, deboli, ma che se unite possono diventare un pugno devastante! Andiamo!". Ho le lacrime agli occhi, capitano Cassio, sarai sempre nel mio cuore. Se morirai, dedicherò la mia scopata alla tua memoria! Sigh. "Oraaaaaa!" Un urlo bestiale del capitano Cassio richiama l'attenzione di un suo amico dalla tribuna, lancia nel campo una veste appallottolata. E' il tricolore irlandese, verde, arancio e bianco. Lo prende e , mentre gli Affiliati stanno per concludere a rete e io e la Sanguisuga entriamo in scivolata senza ritegno per cercare d'intercettare il cross di uno dei due fratelli verso l'altro fratello, a centro area, il capitano Cassio sventola il tricolore e, urlando, richiama l'attenzione degli Affiliati. Intona un singolare motivetto: "Thy cumshots splashed in court, on her be pleased to pour, may long she swallow!" "Fottuto feniano maledetto. Uccidiamoloooo!" "Forza ragazzi, cazzo, prendete la palla e andate in porta, anche il portiere mi sta inseguendo, viaaaaaaaa!" "Capitano Cassioooooooo." "Per il capitano!" "Per la fica!" Prendo il pallone e vado in porta indisturbato, i metri di erbetta sintetica sembrano divorarmi, i postumi della sega si fanno sentire pesantemente, ma devo...devo farcelaaa!" "Siiiiiiiiiiii" "GOOOOOOOAAAAALLL" 3-2: Questi quarti sono nostri! Grazie all'intervento dell'esercito il capitano, dopo cinque ore è riuscito a salvarsi. Gli pseudoirlandesi trattenuti in centrale e poi accusati di guida in stato di ebbrezza e minacce di morte. La fica è di un passo più vicina. Ora alle semifinali, dove ci aspettano avversari altrettanto duri, ma soprattutto, affamati della virtù più solenne, innamorati della pulsione più becera e più nobile. Sfideremo una tra "Real Divorziati" e "Quelli del Crodino".
  12. traccia mezzodì Nina si fidava ciecamente dell’amico Giuliacci, preciso come un orologio svizzero: non prendeva mai una decisione seria senza prima consultarlo. Le sue previsioni per la domenica erano ottime: sole splendente, di nuvole nemmeno uno sbuffo. Sarebbe stata una giornata magnifica. Inoltre, secondo l’oroscopo di Paolo Fox (il suo consulente negli affari del cuore e non solo), quel giorno poteva portare a termine un progetto di grande importanza per il suo futuro. Nina cantava già la vittoria, pregustando ciò che aveva studiato fin nei minimi dettagli. La mattina del matrimonio si era svegliata di buon umore. In soggiorno tutto era pronto: vestito, scarpe, e non mancava un bel regalo, scelto apposta con grande cura. Il “verme” non se lo meritava, certo, ma lei era una signorina per bene e interpretava sempre alla lettera le regole del bon ton. Il suo unico problema, quel giorno, erano i capelli: disordinati e disobbedienti più che mai. Nina non approvava le maniere forti. — Niente paura. A tutto c’è rimedio! — esclamò prendendo dall’armadietto la sua amata piastra. Gli occhi neri brillavano come braci. Si sa, in guerra e in amore tutto è concesso. All’ora prestabilita Nina era pronta per la missione. Lo specchio a forma di goccia appeso in corridoio le rimandava l’immagine di una donna bellissima e determinata. Il vestito nero di pelle, vertiginosamente corto e senza spalline, non era proprio il suo genere. Tuttavia, Nina sentì una gran simpatia verso la dark lady che l’osservava sorridendo maliziosa. Nei suoi panni avrebbe potuto ingannare chiunque, “verme” compreso. Le dita sottili sulla ringhiera, il picchiettare ritmico dei tacchi altissimi, Nina scese i centosessantasei scalini che la separavano dalla porta principale fischiettando “The time is now” di Moloko. La giornata era perfetta. Tutto filava liscio. Nessun intoppo all’orizzonte. Cadessero le mucche dal cielo, si aprisse la terra, cascasse il mondo insomma, il “verme” avrebbe avuto quello che si meritava! Una volta in strada la sicurezza di Nina svanì come una bolla di sapone. Il cielo plumbeo squarciato da un lampo improvviso la mise in allarme. Il sole splendente, annunciato dall’amico Giuliacci, era tragicamente sparito, annientato da nuvole cattive. Improvvisamente un pensiero orribile s’insinuò nella sua mente. I capelli! Li aveva tormentati a lungo per renderli perfettamente lisci. Ora le pareva di sentirli sibilare ghignando: “tutto quel lavoro a nulla sarà servito, quando l’umidità ci avrà arricciati”. — No, i capelli crespi no! — gridò Nina terrorizzata. — Quando mai si è vista una femme fatale con un nido in testa? Tic-toc. Tic-toc … Procedeva a passi incerti maledicendo il genio che aveva inventato i tacchi alti. Il cielo oscuro accresceva la sua frustrazione a ogni minuto che passava. Come se non bastasse, un vento gelido, insolito per la stagione estiva, si levò all’improvviso e le sferzò le spalle nude. Le foglie volavano e sbattevano contro i vetri delle finestre dei palazzi. Sembrava fosse in arrivo un uragano. Di taxi nemmeno l’ombra. Altro che domenica perfetta! — Così non ci siamo, eh! Non puoi farti intimidire da un venticello! Hai una missione da compiere! Le gambe snelle scoperte, la magnum calibro 9 strategicamente nascosta e il pollice levato per fare l’autostop. Si sentiva la novella black avenger! D’un tratto il cielo riversò sulla terra tutta l’acqua che aveva trattenuto negli ultimi mesi. Un acquazzone di una violenza inaudita. Alla faccia delle previsioni esatte dell’amico meteorologo! Coi capelli bagnati, le labbra serrate dall’ira, Nina sbuffò: — Qualcuno deve avermi gettato il malocchio, che sfigata! Camminava a passo lento maledicendo la fortuna che le aveva voltato le spalle. Stava andando tutto male; si vedeva, a malincuore, sfumare i suoi piani per la giornata che sembrava fosse tutto che perfetta. Fu allora che lo vide arrivare. — Taxi! Taxi! Fermati, stronzo! Splash! Il pazzo al volante la schizzò miseramente di fango e si arrestò. Arrabbiata, con quella sorta di mocio in testa, Nina salì in macchina imprecando contro il tassista. Per un istante meditò persino di stecchirlo ma il malcapitato fu così gentile da portarla in fretta dal “verme”, che decise di graziarlo. La sua priorità era arrivare in tempo per il matrimonio dell’anno. Nonostante la buona volontà dell’autista, le strade invasate dalle torrenti rallentavano la corsa che sembrava non avesse fine. Come se non bastasse, aveva beccato ogni semaforo rosso. L’impazienza di Nina cresceva vertiginosamente. — Senta, potrebbe andare un po’ più veloce? È una vera lumaca! — Signorina, vede anche lei il caos che c’è! Chi se lo aspettava un acquazzone del genere! Le previsioni… Già, le previsioni. Quel cretino aveva sicuramente fatto i calcoli sbagliati a posta per metterla nei casini. Ma perché si era fidata delle previsioni meteo di quello stupido di Giuliacci! La voglia di ammazzarlo era molto forte. Ammazzarlo e tagliarlo a pezzi mentre urla e la prega di perdonargli. L’immagine la tranquillizzò e si rilassò appoggiandosi allo schienale. Uno sguardo sull’orologio: cavolo, non sarebbe arrivata mai in tempo! — Senti stronzo — urlò prima di prendere l’arma dalla borsa che premette contro la nuca del tassista — sbrigati o ti faccio friggere il cervello! Così parlavano nei film, e lei, da quando si era attivata il Netflix aveva studiato bene ogni mossa. — Signora, si calmi… io… — Niente calma, guida più veloce. Se non arriviamo prima che il verme dica sì può dire addio alla sua vita, ha capito? — Sì, sì… come dice lei.. Quando finalmente, dopo una mezz’ora, si fermò con la macchina davanti alla chiesa, Nina vide la coppia felice che salutava gli invitati. Maledizione, pensò, era arrivata troppo tardi. — Pazienza, una vittima in più una in meno.. Nina nel suo abito nero aderente camminava a testa alta verso gli sposi. A pochi metri dal “verme” si arrestò. Lo guardò dritto negli occhi mentre gli puntava la pistola contro. — Che fai? Metti giù quel coso lì! — supplicò con la fronte madida di sudore e le mani giunte in segno di preghiera. — Non ci penso proprio! — esclamò Nina e premette il grilletto. Ma qualcosa non andò come lei avrebbe voluto. — Non capisco… perché non spara? — Nina, tesoro, abbassa l’arma… Maledetto cinese si era inciampato sul più bello. — Nina… Provò ancora… Clic. E ancora… Clic. — Nina… E ancora… — Ma che sfigata! Sei stato tu a gettarmi il malocchio maledetto… E poi un’ultima volta… La pistola singhiozzò e cadde a terra insieme a Nina che urlava dal dolore. Una giornata perfetta un corno, esclamò.
  13. commento Traccia di mezzogiorno: «La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo» «La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo» diceva Roberto “Freak” Antoni. Uno dei tanti luoghi comuni che i menagrami tirano in ballo. Per non parlare del diciassette (specie se di venerdì), del gatto nero che attraversa la strada, del rompere uno specchio, del rovesciare il sale… Il cinema poi ci va a nozze. Cimitero vivente (se vai ad abitare in una casa costruita vicino un cimitero indiano, non ti chiedere perché va tutto storto). Poltergeist (qua è peggio: la casa è costruita su un cimitero indiano). Venerdì 13 (non è il diciassette ma porta iazza ugualmente; però se vai in vacanza dove ci sono stati dei delitti e l’assassino non è stato preso, non ti meravigliare poi se finisci male…le sfighe te le vai cercando). Final Destination (certo che se fai incazzare la morte…). Gravity (dovrebbero dargli titolo Sfiga Cosmica: tutto quello che può andare storto ci va e anche di più). «La sfiga? Tutta roba utile per far arricchire fantomatici maghi che sfruttano creduloni e superstizioni: un vero e proprio business.» «Iella? Tutte fregnacce.» «La sfiga non esiste.» «Ognuno si crea la propria sfortuna o fortuna.» Quante volte ho sentito queste frasi. Quante volte le ho pronunciate. Vorrei non averlo fatto. Come mai questo voltafaccia? Tutto è iniziato alle 17.17 del 17 novembre (il mese che ha la festa dei Morti) (ah, per giunta era un venerdì) 2017. Due gatti neri non facevano che rincorrersi da un lato all’altro della strada (l’avranno attraversata venti volte); erano un maschio e una femmina. Lo so perché quando hanno deciso di smettere di correre, hanno iniziato a copulare sopra la mia auto. Oltre a graffiarmela tutta (non credevo che i gatti potessero fare il kamasutra), m’hanno pure spaccato uno degli specchietti, stì zozzoni. Un carro funebre è passato almeno una decina di volte davanti a casa mia, per poi fermarsi in fondo alla via, davanti alla vecchia casa disabitata da anni, che sono venuto a scoprire non era più tale, dato che era stata comprata da qualcuno venuto da fuori. Forestieri, carro funebre…i film avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa, ma figurati se ritenevo che fossero qualcosa di reale. La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo e quella sera venne a bussare alla mia porta. Anzi alla mia finestra. Ero andato da poco a letto, ma facevo fatica a prendere sonno: c’era qualcosa che non andava. E poi capii: la stanza non era al buio, ma illuminata da una luce neanche tanto soffusa (a me basta un minimo di luce per svegliarmi o non riuscire ad addormentarmi). Pensai di aver lasciato accesa una qualche lampadina, ma la luce non veniva dalle altre stanze. Entrava dalla finestra. Non mi potevo vedere, ma impallidii di brutto. “No, Twilight poi no.” Aggrappato al bordo del tetto se ne stava un ragazzo con i capelli pieni di gel. Aveva una camicia nera aperta fino a metà del petto. I pantaloni di pelle bianchi non facevano che aumentare il suo continuo sbrilluccichio. «Cazzo! Scendi da lì, mi rompi la grondaia!» «Hmmmmmm…che modi…prima si deve salutare» mi fa il ragazzo assumendo un’espressione corrucciata. «Salutare un accidente! Ma lo sai che a quest’ora le persone normali dormono?» «Hmmmmmm….ma io mi sento solo…ho bisogno di compagnia…» «Non è un problema mio!» «…dai, fammi entrare…» «Col cavolo!» «…se nel mondo ci fosse più gentilezza, le cose andrebbero meglio…» ammicca con un sorriso da gatta morta. “Cazzo, proprio a me doveva capitare il vampiro gnukko e svampito.” «…dai, perché non mi fai entrare?» «E lo domandi pure? Sei un vampiro!» mi ritrovai a urlare. Il sorriso sparì dal suo volto. “Mica si metterà a piangere?” pensai vedendo l’espressione corrucciata del suo volto. «Vampirofobo» disse tutto imbronciato. Quasi mi cascarono le braccia. «Eh?» «Sì, tu mi discrimini perché sono diverso. Ma mica l’ho scelto io di essere così: io ci sono nato così. Che cosa ci posso fare?» Strabuzzai gli occhi per quello che stavo vedendo. “Ma cos’è quella scossettina di culo? Vuoi vedere che…” «Mica ti mangio…dai sono tenero e dolce, sotto tutto coccoloso…» mi guarda arricciando le labbra tipo leprotto e… “Ecco! L’ha rifatto! Di nuovo quella scossettina di culo!” «Dimmi una cosa…in una qualche vita precedente ti ho forse fatto qualcosa di male perché con tutte le case che ci sono sei venuto proprio in questa?» «Ma cosa vai pensando!» si schernì strabuzzando gli occhi. «È che in tutte le altre case in cui sono passato c’erano delle donne che volevano portarmi a letto e far insieme tante sozzerie. Ma io mica faccio cose del genere.» “…no, tu non sei un vampiro. Tu sei un vampirlo. E sei pure…” «Vedi, mi sono appena trasferito e non mi hanno ancora installato la tv via cavo e quindi non posso vedere le mie serie preferite; volevo solo chiedere di poterle vedere da te finché l’impianto non sarà a posto. Prometto che non darò troppo disturbo.» «…serie tv…» «Sì!» il volto gli s’illuminò. E anche tutta la stanza. «Ugly Betty, Sex and the city, Il trono di spade, Teen wolf, Doctor Who, Viking, The 100, I segreti di Twin Peaks, Friends, Lost…» A un certo punto smisi di ascoltarlo: la sua lista era senza fine. Ma di cosa mi meravigliavo? Doveva pur passarsi il tempo avendo tutta l’eternità a disposizione. Ebbi un brutto presentimento e in quel momento capii che nella mia vita precedente dovevo avere venduto mia madre. E pure il cane e il gatto. E ora la stavo pagando. «…Se ti faccio vedere la tv, poi mi lasci dormire?» «Certo!» Fece lui. Ancora quella scossettina di culo. «Ma solo finché non avrai il tuo impianto.» «Sicuro!» Da quel giorno sono passati sei mesi. Due giorni dopo la prima visita ebbe la tv via cavo, ma dite che se ne andò? Macché! Mi trova simpatico, dice che si diverte di più a vedere la tv da me. E io sono sei mesi che non dormo, perché non fa che tenermi sveglio con i suoi commenti, i suoi gridolini, i suoi pianti. Si può essere più sfigati di così?
  14. commento prompt di mezzogiorno - closed circles Ho caldo. Mi agito da una parte e dall’altra, senza trovare mai pace. Ma che pace credo di trovare in un luogo come questo? Da qui non si esce, a meno che si rientri fra quei fortunati che vengono buttati fuori, quando lo decide il capo. Le pareti rosa scuro mi soffocano. Non sono dritte ma curve e sembra sempre che ti si stiano per afflosciare addosso, in qualunque punto tu sia. Uno dei miei confratelli dice che arriverà il nostro momento prima o poi, che lasceremo questo posto in un modo o nell’altro. «Tocca solo aspettare e avremo la nostra occasione.» Io però non voglio nessuna occasione. Non mi va di trasformarmi in altro o di morire malamente in qualche anfratto sperduto. Sogno una vita mia, autonoma, con l’aspetto che ho adesso, che mi permetta di girare il mondo e vedere più cose possibili. Ascolto quello di cui parlano i miei compagni di loculo e l’angoscia mi assale. C’è chi vuole diventare un astronauta, chi una vigilessa severa, chi un grande inventore, chi un apicoltore. E poi ci sono i disfattisti, che temono non ci sarà un nuovo e accogliente cubicolo ad aspettarli dall’altra parte, ma tutto finirà invece in una rapida e deplorevole maniera. A me disgustano entrambe le opzioni, ma non so come sfuggirvi. Mi ingegno ogni ora che passa, ma so già che qualunque esso sia il mio destino non mi piacerà e non potrò far nulla per cambiarlo. «Ci siamo!» grida qualcuno alla mia destra e le pareti del cubicolo tremano malamente. Non mi sento pronto nemmeno ora, ma per fortuna il “foro” ancora non si è aperto e mi trovo in un punto abbastanza lontano da quello in cui sta per iniziare il trambusto. Un attimo dopo capisco di aver fatto male i miei calcoli. Una serie di scossoni, come mai se ne erano visti da queste parti, fanno sobbalzare le pareti curve e quando ne arriva uno devastante, vengo letteralmente catapultato davanti al “foro”. Quello si apre e questa volta, dove c’era sempre stato un piccolo passaggio, si origina una voragine, in cui piombo senza alcuna possibilità di salvezza, insieme a un numero esagerato di confratelli. Veniamo sballottati da una parte e dall’altra, fino a che non raggiungiamo il dotto supremo, quello che sa di libertà. Per quanto io voglia prendere tempo e restare in disparte per capire quali opzioni ho, vengo sospinto sempre più avanti. In pochi istanti mi ritrovo in testa al gruppo, sull’uscita principale e da qui non si torna più indietro. Il calore è a un livello che non avrei mai immaginato possibile e capisco che sto per finire nel cunicolo che mi cambierà per sempre. Allora agito la coda all’impazzata e cerco di rallentare i miei confratelli, con la disperata idea che sia una roba ancora evitabile. Non capisco cosa mi succeda. Di solito vengo quasi subito. Il capo ha parlato. Deve aver interrotto momentaneamente il collegamento fra il dotto supremo e il nuovo cunicolo, perché il calore è diminuito sensibilmente. Fermare i confratelli è però ormai impossibile. La pressione dietro di me mi sovrasta e usciamo fuori tutti insieme, nello stesso momento. Il getto ha una forza considerevole: veniamo infatti espulsi con una velocità che per un attimo mi dà la sensazione di poter volare via. Sono uscito da quell’orrendo testicolo rugoso, una prigionia che durava da quindici ore di vita e non mi sembra vero di sentire la frescura sulla testa e sulla coda. Sono libero. Ora devo solo pianificare come sopravvivere qua fuori e realizzare il mio sogno di girare il mon… Ciaf! Mi sono infranto contro una parete scura, terribilmente compatta. Una frase, il cui significato mi sfugge, mi raggiunge prima dell’oblio: «Ma che schifo sulla maglia, dai. È di Gucci, eh. Come cazzo si toglie ora?»
  15. Traccia mezzogiorno Dopo venticinque anni di servizio fedele, sempre sincero, mai una parola fuori luogo, sono costretto a cambiare la dimora. L’avvocato Castaldi, pace all’anima sua, si è spento la domenica alle 16:03, proprio davanti ai miei occhi. Stava scegliendo la cravatta da abbinare al vestito di Armani, era uno che non si accontentava facilmente, quando si è afflosciato sul tappeto persiano da mille e una notte. Qualche minuto prima, gli avevo detto che quella marrone a righe faceva cagare. Sarà morto per colpa mia? Purtroppo, ho sempre avuto un grosso difetto: parlo troppo. Non sono capace di trattenermi; devo dire sempre la verità, anche a costo di ferire qualcuno. Ora mi sento una merda, avessi saputo che sarebbe rimasto così male da stendere le cuoia, avrei scelto meglio le parole. Sono stato molto insensibile, ma ora è tardi per rimediare. Mi mandano via. Verranno a prendermi con il furgone della dita di traslochi insieme ad altre cianfrusaglie dell’avvocato. Era un brav’uomo ma molto fissato con l’antiquariato. In questo appartamento non c’è nulla di moderno, tutta roba vecchia. Come me, d’altronde. Mi hanno portato in Italia dalla Francia alla fine del ‘800. Ho cambiato così tante case che potrei raccontarvi un sacco di aneddoti sui loro inquilini, molti di cui personaggi illustri. Non mi sembra però il caso, oggi meglio raccogliermi in preghiera: per augurare buon viaggio al mio ultimo proprietario e tanta fortuna a me stesso. Da domani si volta pagina. Non ho idea di quello che mi aspetta. Monica, la segretaria dello studio notarile, aveva menzionato qualcosa mentre si truccava dopo la lettura del testamento, ma non sono sicuro di aver capito bene. «Un oggetto così pregiato nelle mani di quella stronza! Ma dico io, cos’avrà fatto di così importante per meritarsi un Luigi XVI?» Una mano sistemava capelli, lo sguardo intenso, le labbra arricciate. Una gran bella donna. «È scialba, non ha classe. Non ti guarderà mai come ti guardo io!» aveva gridato. Odio quando si alza la voce davanti a me. Sono ipersensibile, un tono alterato potrebbe rompermi in mille pezzi. Senti carina — stavo per dirle — così non si parla in mia presenza, sai? Peccato che se ne sia andata senza darmi la possibilità di replicare. Donne! Ma chi le capisce! Ora, le informazioni in mio possesso sono poche. L’avvocato era circondato da tante di quelle stronze, a partire dalla moglie: individuare quella a cui mi ha lasciato non sarà facile. L’aggettivo scialba, poi, non saprei davvero a chi associarlo. Nessuna donna che sia mai passata tra queste mura si potrebbe definire in quel modo. Tutte — e ne ho viste tante (mi mostrava con orgoglio alle sue ospiti meravigliate) — avevano un fascino da copertina. Alcune erano timide, altre audaci da far paura. Preferiva le focose, con un fisico mozzafiato. Le scialbe no, non facevano parte del suo mondo. Inutile rimuginarci sopra. Non manca molto all’incontro con la mia nuova protettrice, la stronza insignificante che si è aggiudicata il pezzo più importante della collezione Castaldi. Sento suonare alla porta, il tonfo dei passi. Una voce, quella voce. È arrivata la regina madre. È insopportabile nelle occasioni di ordinaria amministrazione, figuriamoci ora che la famiglia è in lutto. Dalla morte del figlio passa ogni momento libero nella sua stanza. Come a tutte le donne, le piace molto sfogarsi con me. Eccola. Sbatte la porta. Pessimo segno. Si mette di fronte a me: sfila i guanti, toglie il capellino à la Elisabetta d’Inghilterra, apre la bocca. Ci tiene sempre tanto all’igiene dentale. «Luigino — non ridete, mi ha sempre chiamato così — sono distrutta. Da quando mio povero figlio non c’è più, sono precipitata in un burlone di tristezza.» Sospira, si sistema il cardigan verde. Mostra di nuovo i denti. Mi sembra di aver appena intravisto un esemplare d’oro, è sempre stata un po’ stravagante. «Quella scema della mia nuora l’ha voluto cremare, pensa. — Ora dirà quella parolina delicata. — Che stronza! Gli avesse almeno dato un figlio! Ma se crede di sperperare i suoi soldi, si sbaglia di grosso! Non glielo permetterò!» «A dire il vero, — replico senza farmi problemi — era una volontà dell’avvocato.» «Il testamento è falso, altrimenti non si spiega come abbia potuto lasciare la collezione intera a quella!» Quella sarà la stronza scialba, presumo, ma se nessuno mi dice il suo nome, come faccio a sapere a chi appartengo ora? «Tutta la collezione, me compreso, andrà a quella lì, la scialba?» «Esatto! Ogni pezzo a lei, ma cosa gli avrà fatto per abbindolarlo?» «È stata scaltra…» «Molto!» «L’ha manipolato sin da…» «Subito, appena l’aveva visto, quella figlia di…» «Signora…» «Ma che domande, Luigino! Che ne so! Chi ha mai visto la madre di quella! L’idea però non è male. Bisogna assolutamente fare indagini! Grazie!» «Ma io intendevo… insomma… ma qualcuno mi dice di cosa stiamo parlando?» È corsa fuori come se fossi contagioso. Perché devo essere sempre io ad ascoltare? Di nuovo i passi. Il cigolio della porta. Sarà di ritorno? «Che gran figlio di puttana! Ha lasciato tutti i quadri a quella, è normale che Nadia sia furiosa!» «Nessuno se l’aspettava, un fulmine a ciel sereno!» Due uomini. Non riesco a vederli, non sono ancora davanti a me, ma uno è sicuramente Filippo. Il figlio maggiore dei Castaldi. L’altro mi sembra un cugino di secondo grado della signora Nadia. La lettura del testamento ha sconvolto tutta la famiglia. Loro almeno conoscono i dettagli. Ragazzi, possiamo scambiarci due parole? I due sono zitti. «Chi ha parlato?» «Mamma mia, sarà il fantasma del vecchio?» Non esageriamo, ora. La mia voce vi sembra d’oltretomba? Sono stato io, Luigino. Possiamo parlare, per favore? «Sembra venire dallo specchio…» «Che dici, Filippo? Gli specchi non parlano…» «Ricordi quello che raccontava la nonna…» «Quelle erano le favole!» La nonna Titty, che donna! Non prendeva mai una decisione senza consultarmi! I passi nella mia direzione. Finalmente se ne sono convinti. «Sono uguale, si vede anche la panza.» «Per forza, sei grasso!» «Grasso a chi?» «A te!» Effettivamente, il cugino di Nadia è sovrappeso. I bottoni stanno per scoppiare. Non sapevo fosse baffuto, sembra più vecchio della sua età. Scusate, potete darmi retta per favore? Insomma, si può sapere chi è QUELLA? Si danno le gomitate, il silenzio imbarazzante cade su di noi. Mi sa che dovrò alzare la voce. CHI M-I H-A E-R-E-D-I-T-A-T-O?! «Come chi? Quella, no?» «Ma perché, tu non conosci la dottoressa M?» «Come fa a conoscerla se non si è mai mosso da qui?« «Il vecchio l’avrà portata a letto per forza! Altrimenti perché lasciarle tutti i cimeli di valore?» «Ma se era butta?» «Che ne sappiamo noi? Tu ci credi alle parole della segretaria?» «Tu no?» «Insomma…» ALT! ZITTI ENTRAMBI! O vi faccio ingrassare subito! Continuano a urlare. Non sto capendo più niente. Non ho chiuso l’occhio stanotte. Non sono riuscito a scoprire nulla di significante. È una famiglia di pazzi scatenati. Nessuno mi ascolta. La regina madre non si è più fatta viva. Nessuno dei parenti, dopo quei due, è venuto a trovarmi. Ho passato la notte in bianco chiedendomi chi fosse la dottoressa M. Non ho trovato le risposte che cercavo. Stanno per venirmi a prendere, sento le loro voci. È finita. Addio. Ecco, la porta. I passi che si rincorrono. Due tizi in tuta blu armeggiano intorno a me. «Inscatoliamo tutto. Ci sono anche i due comò.» «È roba fragile.» «Dobbiamo star molto attenti allo specchio.» «Ok!» «Se si rompe, quella ci sbrana.» «Chi la sente poi!» Scusate, si può sapere chi è quella? «Qualcuno ha parlato?» «Nah…» «Chiama ascensore.» «Piano, tu entra per primo, io poi chiudo la porta.» «Ci siamo!» Hello… mi sentite? Dove stiamo andando? Sento le urla. Un tonfo. Poi il silenzio. «Cazzo!» «Che è successo? Perché siamo al buio?» «Temo che l’ascensore si sia bloccato!» «No! Soffro di claustrofobia!» «Anch’io!» Chi se ne frega! Mi dite dove andrò a vivere? Chi è quella, insomma? «Glielo diciamo del museo?» «Nah…»
  16. commento prompt di mezzogiorno - lo specchio Una discoteca di Aprilia: il Ghirigor 2000. Come ci sono arrivato? Non lo so. So soltanto che dei fasti antichi non c’è più traccia. Io un tempo ero l’oggetto d’arredo di punta di una vera regina, che mi interrogava sul mondo, dissetandosi alla sorgente della mia saggezza. Le mostravo le bellezze di tutto il reame ed ero persino in grado di stilare un’autentica classifica. Poi lei è stata spodestata dalla figliastra, donna graziosissima, per carità, di cui avevo riconosciuto io stesso il valore, ma (e qui mi scuso se divento volgare) l’anima dei meglio morti suoi, ha preferito al mio charme e al mio intelletto, il consiglio di sette zotici montanari, per giunta nani. Non contenta, la somma cessa a pedali, ha dato ordine affinché mi si coprisse con un panno e mi si gettasse nelle segrete. Per quattro lunghi secoli non ho potuto fare altro che piangere della mia miseria, fino a che sono stato salvato da una sorte ingrata. Un uomo incappucciato mi ha preso dal buio anfratto in cui ero stato abbandonato e mi ha portato via. Il giorno dopo mi ha venduto a un antiquario e sono stato in esposizione nel suo negozio per qualche anno, fino a che un giorno non è entrato un uomo con dei favoriti e un cappello a forma di cilindro sulla testa. Mi ha acquistato e mi ha portato nella propria dimora. Qui sono stato disposto nella camera di una bambina, Alice, dagli occhi curiosi, blu come il mare. Lei però non voleva sapere chi fosse la più bella del reame. Voleva che le facessi da portale per luoghi magici, dove potesse divertirsi. Mi sono ingegnato e le ho permesso di entrare in me un’ora al giorno, per anni e anni. Poi lei è cresciuta, la fantasia si è spenta e ancora una volta sono stato coperto e chiuso in una cantina. Qui non è arrivato alcun tizio incappucciato a salvarmi. Inoltre la vecchiaia e l’assenza completa di utilizzo, mi hanno fatto perdere un’oncia di magia al giorno, fino a che se n’è andato prima il dono della divinazione e poi persino quello della parola. Credevo che mi sarei spento del tutto nella mia cantina buia, ma un giorno un italiano, un certo Luigi, mi ha salvato. Potevo ascoltare ogni sua elucubrazione, ogni sua riflessione sul teatro e su una certa quarta parete che andava abbattuta. «Bisognerà parlare al pubblico, renderlo partecipe, come uno specchio a cui si confessino i propri segreti più profondi. Bisognerà scuotere le loro persone» diceva, mentre mi osservava con due piccoli occhi pieni di passione. Mi ha portato nella sua Sicilia, dopo un lungo viaggio e ho potuto apprezzare ogni suo spettacolo, senza, ahimè, potergli fare mai una lode. Poi anche lui è morto e gli eredi hanno dato via le cose di sua proprietà che credevano superflue e, passando di mano in mano, sono arrivato a Roma. Da qui in poi non ho avuto più pace. Sono stato in casa di una signora grassa e baffuta, che mi arrecava un dispiacere ogni qualvolta decideva di specchiarsi. In un ospizio, nel camerino di un clown, nel bagno di un cinema. Poi l’anno scorso il proprietario del Ghirigor 2000 si è innamorato delle mie forme antiche e ha deciso di acquistarmi e mettermi nel bagno della sua discoteca. Ora ogni volta è uno strazio. Ragazze che nulla hanno della grazia della mia compianta regina, o della fresca giovinezza della mia Alice, si specchiano in me tutte le sere, con i volti che sono vere e proprie maschere di trucco. L’espressione è quasi sempre stravolta da alcolici e altre sostanze e non fanno nient’altro che fotografarsi con un aggeggio infernale, il quale mi spara in faccia una fastidiosissima luce bianca. Tirano su dito indice e medio della mano destra, salgono in piedi sull’orinatoio e urlano come scimmie impazzite. Stasera è il turno di una moretta, piena di palline di metallo in faccia. Con lei c’è un’amica dallo sguardo spento, che mastica senza sosta una roba, con la quale fa dei bizzarri palloncini rosa a intervalli regolari di tempo. «Me fai ‘na foto co’ ‘sto specchio? Te pija, ci’? Però me devi prende tipo de spalle. Vojo fa tipo quaa regina. Co’ l’astà #chièlapiùbelladelreame sbanco su Instagra’, o no?» Questo è ciò che chiede la moretta all’amica. Io vorrei ricoprirla di insulti, perché non sa la memoria di quale illustrissima donna abbia osato infangare e con mia somma goduria scopro che posso. Di nuovo, dopo secoli di silenzio. L’invocazione delle parole della mia regina deve aver compiuto il miracolo di risvegliare la magia e farmi tornare quantomeno la parola. «Non azzardare a fotografarti con me, piccolo ammasso di ferraglia e stupidità. Hai capito?» Potevo fare di meglio, dopo tutto quel silenzio, ma la faccia che fanno le due mi ripaga di ogni sofferenza. La moretta fa cadere la bizzarra macchina fotografica a terra e resta a bocca spalancata. «Ma che cazzo c’ha messo er barman dentro ar cocktail, ci’?» chiede. «Guarda che ‘a droga se paga, eh! Ce state tu e mi’ madre a pensa’ che ‘a buttano nei bicchieri daa gente, ci’! Questa è roba ‘mpicciata, scappamo!» risponde l’altra, con il terrore disegnato sul volto. «Non capisco molto bene cosa abbiate detto, care fanciulle, ma la ruminante ha ragione: fareste meglio a fuggire!» rincaro la dose e mi faccio una sonora risata, mentre si scapicollano fuori dal bagno. Felice di aver ritrovato la mia bella voce grave, mi preparo ad accogliere e a spaventare altre donzelle, con il chiaro intento di vendicarmi di tutti i soprusi subiti. Nessuna di loro però entra più in bagno e nel giro di qualche minuto la musica si spegne e tutto piomba nel silenzio. Devo aspettare il mattino successivo per apprezzare un rumore di passi nella sala. Bramavo dalla voglia di spaventare una di quelle ragazzette urlanti e resto francamente deluso quando a entrare nel bagno è un uomo pelato, con in mano una telecamera molto più moderna di quelle con cui riprendevano gli ultimi spettacoli di Luigi. L’uomo non mi guarda. Mi dà piuttosto le spalle e punta l’oggetto verso un altro suo simile, che entra subito dopo, con un microfono nella mano destra. «Amici di “Sguscia la novella”, buonasera da Aprilia. Questa notte siamo stati contattati da due ragazze della zona, che ieri sera sarebbero entrate in questo bagno e, a quanto dicono, si sarebbero imbattute nello specchio parlante di Biancaneve. Dicono il vero o i fumi dell’alcol hanno fatto la loro parte in questa storia?» Non ci posso credere. Le parole dell’uomo mi fanno ribollire di rabbia. Le persone mi attribuiscono sul serio a quella cessa e non alla mia regina? «Prova di nuovo a dire “specchio parlante di Biancaneve”, avanti, putridume ambulante.» I due tipi trasecolano per un attimo, quindi si ricompongono e quello con il microfono, con uno strano brillio negli occhi, domanda all’altro: «Stai riprendendo, vero?» Il pelato tira su il pollice della mano sinistra e capisco che avrei fatto miglior cosa a stare zitto. Mi hanno portato in un luogo con luci ancora più luminose dei flash nella discoteca. A fianco a me c’è una donna di mezz’età, che una squadra di sei persone sta truccando da un paio d’ore. Un tipo con una sciarpa azzurra fa: “E siamo in onda!” I fari vengono allora sparati ancor di più e la donna scaccia malamente le truccatrici, camminando verso il centro dello studio. «Benvenuti a una nuova puntata di “Vespro Quattro”, dalla vostra Deborah D’Upupa. Oggi abbiamo con noi lo specchio di Biancaneve! Salve, Specchio.» «Biancaneve veramente non c’entra un c…» «Che cosa ci dici dei pesci? Avranno un mese buono in amore?» «I pesci?» «E il sagittario? Buone notizie per loro in merito a denaro e investimenti?» «Io…» «Durerà fra Domitilla Gonzalez e Benicio Del Moscerino? O lui tornerà con la ex?» Non so più cosa dire. Sarà la vecchiaia, l’esasperazione, o tutte e due, chi lo sa, ma comincio a frantumarmi in piccole schegge. Il mio tempo è finito. Sento Deborah gridare: «Uh, il nostro ospite si spacca. Pubblicità!» Quindi le luci si abbassano e la donna emette un nuovo urlo: «Voglio subito un servizio sui sette anni di disgrazia! Facciamo otto va, che questo parlava!» Poi il silenzio.
  17. Traccia mezzanotte: A scalare «Avete sentito? Quelli della direzione hanno scelto una ragazza straniera!» La bionda platinata incrociò le braccia davanti al petto con aria di sfida. «Ma chi, la spagnola? Quella tutta ricci e vestititi da flamenco?» La mora, capelli lisci abbracciati alle spalle larghe, accavallò le gambe e la guardò di sbieco. «Ragazze, Consuelo non è l’unica di cui dobbiamo preoccuparci. — S’intromise la sale e pepe, le mani sui fianchi, lo sguardo risentito. — Ce n’è un’altra, viene dall’Est. Si chiama Svetlana.» La più vecchia in azienda, come sempre d’altronde, era al corrente di tutti i dettagli piccanti. Non volava una mosca senza che se ne accorgesse. «Dicono però che non sono le uniche.» replicò la bionda platinata e poi aggiunse con aria di cospirazione: «Ci sarebbe anche una terza.» «E scommetto che è un’africana. Vengono tutte qui a rubarci il lavoro!» gridò la mora. «E anche i mariti!» la sostenne la pepe e sale. «Non possiamo stare con le mani in mano!» «Dobbiamo intervenire!» «Che facciamo?» «Eliminiamo la concorrenza!» Dopo un’intera mattinata a bere il caffè e a chiacchierare —tutto il resto poteva aspettare — avevano messo al punto il piano perfetto. Si sarebbero sbarazzate per prima della madrileña. Consuelo María Beatriz Hernandez Ruiz, un nome chilometrico da dimenticare subito e un fisico da paura che non passava inosservato, viveva in via dei Fratelli Laurana 9, in un attico arredato con gusto e molto accogliente. Da nuova arrivata, era giunta a Roma da poche settimane, non conosceva ancora nessuno e perciò non si sorprese affatto della visita di tre signore gentili: una bionda, una mora, e una grigia, una viejita. «Bienvenidas! Mi casa es su casa!» esclamò prendendo la scatola di pasticcini al cioccolato che le porgeva la mora. L’abbracciò con trasporto e gratitudine. Fece passare le ospiti, che si accomodarono subito nel soggiorno, in attesa che la padrona di casa tornasse con le tazze di caffè. «Che facciamo se non le piacciono dolci?» La bionda platinata era ossessionata con la possibilità che qualcosa potesse andare storto. «In effetti, visto com’è magra, questa vivrà al pane e al formaggio.» Il viso della mora si rabbuiò. «Basta con questo pessimismo da quattro soldi!» le redarguì la sale e pepe, giusto in tempo, prima che ritornasse Consuelo con il vassoio pieno di prelibatezze locali. «He preparado el café como me gusta a mí, con mucho azúcar!» La bionda e la mora si scambiarono uno sguardo inequivocabile: per l’amor del cielo, come cavolo riusciva a essere così magra? «Grazie!» Tutte e tre all’unisono. Chiacchierarono per un’oretta — due, alternando le parole ai gesti. Si salutarono con baci e abbracci solo quando anche l’ultimo pasticcino era sparito dal vassoio. «¡Hasta pronto!» «Arrivederci!» gridarono tutte insieme e poi a bassa voce, senza farsi sentire: «A mai più!» Svetlana Ivanova, la nemica moscovita, era sempre vestita impeccabilmente. I capelli biondo cenere legati a coda di cavallo, il trucco perfetto: chiunque la vedeva s’innamorava subito. Che avesse, anche, un CV eccellente e parlasse, oltre al russo, altre quattro lingue, sembrava non interessare nessuno. «Бедная я, я всегда однa.» diceva, la tristezza nella voce. Si sentiva così sola, lontana da casa, nonostante tutti gli uomini che le ronzavano intorno. L’invidia delle impiegate, da quando si era sparsa la voce della sua possibile assunzione, era alle stelle. «Che cazzo sta mormorando di continuo?» s’infuriava la bionda platinata. «Tutta la messinscena!» controbatteva la mora con soddisfazione. «Ditemi, per favore, cosa vedono in questa? Anche noi abbiamo un culo e due tette!» prendeva fuoco la sale e pepe. Tutte e tre erano d’accordo che dovevano intervenire al più presto. La data in ci avrebbero assunto la straniera si avvicinava al galoppo. La strategia dolciastra aveva funzionato con la Miss Flamenco. Per la russa forse era meglio inventare qualcos’altro, di più pericoloso. Per riuscirci nell’impresa, si erano sparate tutti i reality su mafiosi e affini, per scegliere la tattica più adatta alla vittima. Nel suo CV perfetto avevano individuato subito un punto debole: il padre, Igor Ivanov, era un ballerino del teatro Bolshoi. Ergo, pensarono tutte e tre, quello che ci voleva per eliminare la cavalla moscovita era una festa: canti, balli e fuochi d’artificio. Individuarono subito il locale giusto nella periferia di Roma, gestito da quattro ragazzetti molto in gamba: Pelato, Assassino, Martirio e Bombolone. Alla bionda cenere dissero soltanto che avevano organizzato una festa di benvenuto per lei. «Для меня?» domandò eccitata. Per me? «Tutta per te tesoro!» esclamarono la bionda platinata, la mora e la pepe e sale. Roma avrebbe ricordato per molto, molto, tempo soprattutto i fuochi d’artificio. Mancava solo la terza incomoda, un’incognita di colore il cui nome ignoravano completamente. Una mattina qualunque in ufficio — la bionda platinata si faceva le unghie, la mora si truccava — squillò il telefono. «Ragazze, ci sono grosse novità! So chi è! Si chiama Victoria Chinua! Arriverà domani, con il volo delle 11:20!» La pepe e sale era tutta elettrizzata mentre comunicava i dettagli, soprattutto quelli piccanti. Si diceva online — aveva fatto una ricerca meticolosa — che avesse un fisico da gazzella e un cervello da scienziata. «Pericolosa!» replicò la bionda platinata riattaccando. «Assai!» convenne la mora. Fecero di tutto per convincere i capi di farsi mandare al Fiumicino, per dare il solito benvenuto all’ultima arrivata. «E con questa, cosa famo?» «Ci verrà in mente qualche ideuzza!» «Basta che la facciamo sparire prima che firmi il contratto!» Le voci si accavallavano, ognuna aveva qualcosa da ridire sui tempi e modi di azione. L’unica cosa sicura: dall’aeroporto l’avrebbero portata in città e poi… al resto avrebbero pensato al tempo debito. Le fotografie in rete non le rendevano affatto la giustizia: la stangona dal vivo era molto meglio. «Benvenuta! Welcome to Rome!» all’unisono, con allegria e tanti falsi sorrisi. «How lovely! You’re so wonderful! Io sentito molto speaking about Italian hospitality! I’m very felice to be here!» «Anche noi siamo felici!» «Sapessi quanto!» «Che gioia averti qui!» In macchina, l’idea di portarla in un ristorante tipico per pranzo, si era fatta scappare alla bionda platinata. «Con un bicchiere di vino ragioneremo meglio sul come procedere.» concordò la mora. «Così mi piacete ragazze, piene di energia e ottimismo!» esclamò la sale e pepe sorridendo. Dopo qualche proposta e la votazione per l’alzata di mano, optarono per il ristorante Da Mario: buon cibo a prezzi stracciati vinceva sempre. Victoria, ovunque andasse, era chiaro che si trovasse sempre a suo agio. Rideva alle battute, si esprimeva in un italiano maccheronico che la rendeva persino simpatica. Se solo non fosse una concorrente che voleva rubargli lavoro. Se solo non fosse una rubamariti da cui stare alla larga. Se solo non fosse una così buona forchetta da non rendersi nemmeno conto delle occhiate strane che le sue tre nuove amiche le gettavano di continuo. Se solo non avesse mangiato e bevuto così tanto, quel giorno. Se solo non avessero fatto le stesse identiche cose anche la bionda platino, la mora e la pepe e sale. Se solo… Il resto è la storia. Il ristorante riaprì un mese dopo i funerali di tutte e sedici vittime dell’intossicazione alimentare. L’azienda, passato il lutto, assunse, come previsto, una straniera. Una tedesca esigente da Bolzano, Alto Adige.
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  19. Commento Traccia di Mezzanotte (MI n.23): La vita dopo la morte MI*100+1 «Signore, per cortesia guardi… qui non si può fumare.» Rimango a fissare la vecchia che mi ha parlato. «’Spetta. Cazzo vuol dire che qui non si può fumare?» «Vuol dire che deve spegnere la sigaretta, oppure deve uscire in giardino e rimettersi in coda, quando rientra.» Non posso crederci. Mezz’ora fa mi trovavo sul volo Roma – New York. Appena partiti c’è stato quel rumore fortissimo, tipo di un’esplosione, e si è aperto uno squarcio nella fusoliera. E via giù in picchiata verso il mare, proprio davanti alla costa. Poi mica ricordo più nulla. Mi sono svegliato qui, davanti a questa sorta di enorme edificio che sembra un palazzone ministeriale dell’EUR. Nel giardino con me c’erano migliaia di persone, quasi tutte avanti con gli anni. Chi piangeva, chi pregava, chi si faceva un selfie. Tempo cinque minuti e sono arrivati sti tizi con gli altoparlanti e ci hanno detto che eravamo morti. Ci hanno spiegato che ogni giorno al mondo muoiono qualcosa come duecentomila persone e che questa è la sezione del sud Europa, e che siccome gestire tutta sta massa di gente è una bella rogna dobbiamo essere ordinati e disciplinati. Hanno aggiunto che potevamo entrare nel palazzone e metterci in fila agli sportelli per farci assegnare la destinazione finale, oppure, in alternativa, potevamo rimanere in giardino e andare ai banchetti che stavano allestendo per chi aveva bisogno di supporto psicologico o salcazzo cos’altro. Io non c’avevo bisogno degli strizzacervelli da vivo, figuriamoci da morto. Così sono entrato, mi sono messo in coda e mi sono acceso una paglia. Poi è arrivata quest’arpia a dirmi che non si può fumare, dentro. Ma se siamo già morti, cazzo ce ne frega di respirare roba cancerogena, dico io? Comunque non mi va di fare storie ed esco nel giardino, del resto ora mica c’ho fretta, no? Finisco la sigaretta e mi avvicino a un banchetto, solo perché la tipa vestita da crocerossina che c’è dietro è una figa pazzesca. Appena mi vede sorride e mi punta una sorta di lampadina a forma di penna negli occhi, senza lasciarmi manco il tempo di dire A o B. «Manuel Rigatoni» mi fa, «di Roma. 24 anni, deceduto a causa di un attentato terroristico su un volo transoceanico. Vedo che hai lasciato due genitori e una sorella… nessun animale domestico, molte frequentazioni ma nessuna fidanzata fissa, un paio di amici. Come ti senti, Manuel? Vuoi piangere? Vuoi sfogarti?» «No, ma de che, ma per chi me hai preso aò, io…» «Capisco» mi interrompe. «Non vuoi sfogarti ma vuoi delle risposte. Sono a tua completa disposizione, Manuel. Cosa vuoi sapere? Cosa stanno provando i tuoi cari? Chi sono i tuoi assassini? Dove ti trovi e cosa ti succederà adesso? Se esiste un Dio e se è il Dio della tua cultura?» «No, non sono un tipo curioso» le rispondo alla fine. Sta tipa sarà pure figa, ma c’ha una chiacchiera che manco un venditore di enciclopedie. Comunque, cerco di darmi un tono e di parlare come si deve, ma con fare deciso e sicuro, per fare colpo. «Senti, io volevo solo sapere a che ora stacchi.» «Scusa? In che senso?» risponde lei un po’ stupita. «Nel senso che… sì, insomma… magari ti invito a beve qualcosa, che ne dici? Ci stanno locali qui?» dico mettendo mano al portafoglio, che è bello gonfio, visto che stavo partendo per una vacanza negli States. «C’ho sia euro che dollari, vanno bene, sì? C’ho pure una carta eh, una Mastercard.» La tizia mi guarda interdetta. Dietro di noi si è formata una piccola folla di curiosi. «Guarda Manuel, forse non ci siamo capiti: tu sei morto. Dovresti sentire come una sensazione netta, precisa… la sensazione della tua anima che si è staccata dal corpo e…» «Mica vero» la interrompo, e mi accendendo un’altra sigaretta. «Strano. Non dovresti avere più alcuna pulsione fisica» mi fa lei. «A me sembra che non sia cambiato proprio nulla. E infatti ora che ci penso c’avrei anche voglia di farmi una birra bella fresca e… insomma, se usciamo assieme ti faccio vedere che altre voglie c’ho, che dici? Ti va di provare, per amor di scienza, tipo?» le rispondo facendo l’occhiolino. No. Non le va manco per niente. Si porta un fischietto alla bocca e tempo un minuto mi ritrovo circondato da una mezza dozzina di energumeni vestiti con delle divise strane, che mi trascinano via di peso. Devo avere perso il mio fascino. Preciso. Dieci minuti dopo mi ritrovo ai piani alti del palazzone, nell’ufficio del direttore responsabile della sezione logistica: un signore di mezza età con pochi capelli in testa e degli occhiali con la montatura vistosa che sembrano dei fondi di bottiglia. Sta imprecando contro il computer che c’ha davanti, un vecchio scassone che manco negli uffici delle amministrazioni pubbliche lo vedi più. Pare che lo schermo non si accende. Gli tira un paio di cazzotti e poi mi guarda, soddisfatto. «Ora sì che va. Ci crederebbe? Sono tre anni che chiedo di farmelo sostituire. Sempre la stessa risposta: non ci sono fondi. Pazzesco, nevvero? Si accomodi, si accomodi…» «Be’, sì… non ci si crede» rispondo mentre mi sistemo su una vecchia sedia. «Allora, vediamo… sì. Ecco qui. Manuel Rigatoni. Lei quindi non sente la sua anima come distaccata dal corpo? Nessuna sensazione di spaesamento spazio temporale, di misticismo idealistico, di pace interiore et similia?» «Non saprei, signor direttore» rispondo. Mica c’ho capito troppo di quello che mi ha chiesto. «Mmm, vediamo…» fa lui, «mettiamola così: che sensazioni ha, adesso? Che avrebbe voglia di fare?» «C’avrei voglia di fumarmi una sigaretta, di bere una birra fresca e anche di… cioè, non lo so se si può dire…» «Dica, dica, signor Rigatoni. Faccia conto che io sia il suo confessore.» «Vabbè, allora ecco: c’avrei pure voglia di trombarmi la tipa che stava al banchetto. Preciso» faccio io, sperando che magari ‘sto tizio riesce a metterci una buona parola. Invece prende a fissarmi strano. «Mmm, mmm… questo sì che è curioso… vediamo» dice, poi inizia a smanettare sulla tastiera del computer fino a quando gli scappa un’imprecazione. «Lo sapevo. Lo sapevo! Ah, se non ci fossi io a mandare avanti la baracca! Ah, stramaledettissimi incapaci, lavativi, raffazzonati burocrati di terz’ordine! Ora mi sentono, però.» Lo vedo armeggiare con un telefono di quelli che c’aveva mio nonno a casa quando ero piccolo, che per fare il numero devi girare la rotella. «Pronto, centralino? Mi potreste passare il responsabile marketing internazionale? Grazie. Marcus, sei tu? Ti chiamo a proposito della vostra dannatissima promozione, ho qui davanti un tizio, un certo Rigatoni che… ah, quindi sarebbe lui? Lo sospettavo. Ma il sistema mi segnala un vecchio pescatore di cozze filippino… come come? È caduto dalla barca due minuti dopo il previsto perché ha perso tempo a urinare? Ma come diamine si fa a lavorare in queste condizioni, dico io? Ma possibile che quelli del reparto Morti accidentali e affini non riescano mai ad aggiornare un database in tempo? Sono dei lavativi, ecco cosa sono! Farò un reclamo, anzi, ne farò due! Uno a loro e uno a voi» sbraita, poi riattacca e si alza. «Tutto a posto signor Rigatoni. Si è trattato di un disdicevole equivoco, mi segua» dice. «Un equivoco?» faccio io. «Un equivoco» continua lui. «vede, quelli del marketing si sono inventati la promozione MI*100 + 1: il centomila e centounesimo morto giornaliero si salva miracolosamente e può continuare a vivere. Teoricamente dovrebbe solo vedere la luce in fondo al tunnel… il solito pacchetto standard insomma, ma nel suo caso ci sono stati dei piccoli problemi tecnici, come può aver intuito…» «E quindi?» chiedo io, un po’ stupito. «E quindi niente. Può anche raccontare ciò che ha visto, tanto nessuno le crederà. Penseranno che sia impazzito per lo shock, o qualcosa del genere. Addio, signor Rigatoni» conclude sbattendomi dentro una sorta di ascensore. Poi il black out. E mi risveglio in mezzo al mare, davanti alla costa, disteso sopra un pezzo dell’ala dell’aereo, mentre intorno a me vedo decine di navi e motovedette che si stanno avvicinando a sirene spiegate.
  20. commento prompt di mezzanotte - Sliding doors Allora ho comprato una giacca rosa e mi hanno detto che era da gay. Io a dire che non sono interessato a certe cose, ma loro a insistere. Torno indietro nel tempo e la compro a fiori e loro a darmi dello strano. Perché non posso prenderne una nera come tutti? Perché devo fare per forza la primadonna? Torno di nuovo indietro nel tempo e prendo quella più neutra possibile: color pece scura, con i bottoni di poco più chiari. E loro: «Ma no, no. Non è originale per niente. Come sei triste.» E allora rieccomi nel negozio di articoli eleganti. La commessa sempre sorridente e ignara di aver passato l’ultima ora a servire lo stesso cliente. «Voglio qualcosa di accattivante, che sia allo stesso tempo classico.» Quella tira fuori una bella giacca blu scuro, rispondendo perfettamente ai miei bisogni. La prendo, ringrazio e vado alla cerimonia. Non appena arrivo, la sorella della sposa mi squadra da capo a piedi e fa: «Ma dai. Sul serio giacca blu e pantaloni neri? Che cafonata!» Premo di nuovo il pulsante della macchina del tempo e decido di cambiare del tutto. Andrò di gilet scuro su camicia chiara e via. Arrivo al matrimonio e mi dicono che è inadatto, quasi che io voglia far intendere che il matrimonio non mi interessa, che ritengo la cerimonia dozzinale. Mi butto allora sul cardigan aperto sulla camicia, ma non appena arrivo nel parcheggio del ristorante, mi imbatto nel tipo che consegna la torta e scopro di essere vestito uguale a lui. Le provo tutte: camicia semplice, maglioncino a losanghe, gemelli ai polsi con le iniziali della sposa e dello sposo, giacca di pelle, bermuda aggressivi, vistose collane d’oro. Niente di niente. Ogni idea viene bocciata miseramente. Allora decido di tornare alla mia astronave e fare rientro su Copiuzer28. Mi avevano descritto la Terra come un pianeta divertente e pieno di gente simpatica. Allora mi sono imbucato a un matrimonio, sperando che la mia pelle azzurra e i miei sei occhi disoosti sul lobo dell’orecchio destro non creassero problemi. E invece questi esseri hanno avuto da ridire solo sullo stile. È evidente che gli standard siano troppo alti per me. Farò di sicuro una recensione negativa. Mi hanno fatto sentire assolutamente fuori luogo e a disagio. Si salva solo la commessa. Peccato che fosse cieca, povera donna.
  21. Lucifer aveva deciso di rovinare l’umanità da quando suo Padre aveva ordinato loro d’inchinarsi di fronte ad Adamo e di servirlo. Gli altri angeli avevano obbedito, ma lui si era rifiutato di sottostare a quell’essere tratto dal fango, tanto valeva fare da servi ai lombrichi! Ora era giunto il momento di vendicarsi, trasformato in serpente, s’introdusse nell’Eden e chiese all’umana: «È vero che Dio vi ha detto che non dovete mangiare nessun frutto dagli alberi del giardino?» Ella rispose: «Possiamo mangiare i frutti di qualsiasi pianta, ma non quello dell’albero che sta in mezzo, perché Dio ci ha detto: “Non lo dovete né mangiare né toccare, altrimenti morirete.”» Il serpente replicò: «Non morirete affatto, guarda me! Li ho assaggiati e non mi sono mai sentito meglio! Anzi, Dio sa che se voi ne mangiaste, vi si aprirebbero gli occhi e diventereste come Lui, conoscendo il bene e il male. Pensaci bene, hai mai sentito un animale parlare?» «Effettivamente no.» «Merito di quei frutti. Se io, che sono un semplice serpente, posso parlare e ragionare come un umano, chissà che cosa potreste fare voi se li assaggiaste.» Finalmente l’umana si convinse, strappò un frutto e gli diede un bel morso. «Ma è delizioso!» Chiamò subito l’altro umano: «Adamo! Vieni qua subito!» «Eva, che stai facendo vicino all’albero del Bene e del Male?» chiese l’umano, un po’ preoccupato. «Dopo che questo serpente ha assaggiato questi frutti, ha iniziato a parlare! Avevi mai sentito un animale farlo? Chissà che capacità potremo acquisire noi!» Anche Adamo colse il frutto ma gli aveva appena dato un morso, quando comparve Gabriel saltandogli addosso, sbattendolo per terra e stringendogli le mani intorno alla gola: «Sputa, Adamo, sputa! Forse riesco ancora a salvarvi… bene, sento il boccone, se spingessi verso l’alto, potrei fartelo uscire dalla bocca. Adamo, per favore, non artigliarmi le mani, se hai qualcosa da dire, parla, non rantolare. Perché sei diventato paonazzo? Accidenti, dev’essere l’effetto del frutto… devo sbrigarmi…» Lucifer pensò che la situazione stesse evolvendo meglio del previsto: a quanto pareva, nel tentativo di salvare l’umano, il suo scalmanato fratellino lo stava, invece, soffocando e la cosa più divertente era che non se ne stava neanche rendendo conto. Purtroppo Gabriel presto si accorse che non era colpa del frutto. «No, un momento! Anche Eva dovrebbe essere nelle stesse condizioni.» Invece l’umana lo stava soltanto fissando, torcendosi le mani. «Accidenti, ma sono io!» Allentò leggermente la presa per permettergli di respirare. «Perdonami, Adamo, non lo sapevo! Ascoltami, è di vitale importanza che tu espella quel boccone. Mi hai compreso?» Mollò la presa e lo fece girare prono ma Adamo, istintivamente, deglutì. «Accidenti, eppure vi era stato detto di non toccare i frutti di quest’albero! Adesso mi tocca fare rapporto. Vorrei proprio sapere che cosa vi è saltato in mente!» urlò Gabriel infuriato. Ma i due umani, invece di rispondergli, si guardarono allibiti per un attimo, poi urlarono: «Aaahhh! Ma siamo nudi!» e cominciarono a correre di qua e di là nell’Eden. «Con voi due non si può ragionare!» strillò Gabriel, alzando le mani, e stizzito tornò in Paradiso. I due umani strapparono freneticamente foglie e rami per coprirsi, mentre Lucifer si contorceva dalle risate: «Io sì che vi do dei buoni consigli! Non potevo permettere che passaste l’eternità così!»
  22. Quando aveva cominciato a piovere ininterrottamente, Lucifer pensò che suo Padre avesse finalmente deciso di sterminare quegli scarafaggi (bella parola, esprimeva l'esatto disgusto che provava per gli umani, ovviamente non voleva pensare che fosse stato uno di quegli esseri a inventarla). «Bene!» esclamò sfregandosi le mani: forse sarebbe potuto tornare a casa... Lanciò un'occhiata disgustata alle sue ali: da quando Dio gliele aveva colpite con un fulmine per punirlo della sua ribellione, non gli erano più ricresciute le piume e avevano assunto lo stesso aspetto di quelle dei pipistrelli. «Erano la cosa più bella che si fosse mai vista e mio Padre me le ha rovinate per colpa di quegli aborti!» Poteva ancora volare ma non fino in Paradiso, era come se si fosse appesantito... ma sicuramente ora Michael oppure Gabriel sarebbero scesi per riportarlo a casa e, una volta lì, suo Padre gli avrebbe guarito le ali chiedendogli pure perdono... Lucifer svolazzò qua e là godendosi lo spettacolo di quella catastrofe e sorridendo fra sé, fino a quando... «No! Non è possibile!» urlò furibondo. Atterrò sopra un'immensa costruzione di legno, incredulo, per poi entrare (uno dei molti vantaggi dell'essere un angelo, seppur Caduto, è che non servono porte o finestre per farlo). C'erano al suo interno ben otto umani, più un numero imprecisato di animali. «Dannazione!» imprecò. Come poteva aver sperato che suo Padre avesse cambiato idea? D'altronde se preferiva quella feccia a lui, facesse pure, non gliene importava nulla! Per un attimo pensò di far affondare l'imbarcazione ma, se per un serpente parlante ci aveva rimesso la bellezza e la leggerezza delle sue ali, che cosa gli sarebbe successo per degli umani affogati? "Almeno il resto di quella feccia sta sparendo tra i flutti" pensò con un ghigno. "Devo dimostrarGli che neanche questi meritano di essere salvati, aspetterò il momento giusto... Però c'è una cosa che posso fare!" schioccò le dita e se ne andò con un sorriso malevolo. Un istante dopo Noé e i suoi figli si chiesero costernati che cosa potesse aver provocato la diarrea nei due elefanti...
  23. [Eliminato su richiesta dell'Autore]
  24. commento il passero Piccola premessa: l'annuncio di lavoro che vedete qui sotto è vero e l'ho visto su un gruppo fb (di italiani all'estero, quindi l'italiano è spesso maccheronico), C'erano anche delle emoji che qui sono vietate (le ho sostituite con la spiegazione in parentesi), La cover letter invece l'ho scritta io. Non so voi, ma io trovo assurdo che si richieda una cover letter nel caso di una donna delle pulizie, soprattutto se nell'annuncio viene specificato che l'annuncio si riferisce a chi ha bisogno di lavorare. E quindi un po' sarcasticamente, ne ho scritta una! La cover letter (fuochi d'artificio) Attenzione (fuochi d'artificio) Cerchiamo una nuova operaia!!! Lavoro serale dalle 17:30-19:30 Da pulire Uffici nel centro di zurigo. Si lavora in gruppi. E una buona opportunità per chi vuole guadagnare di più o necessita lavorare. Dovete portare: Motivazione Volontà Puntualità Perfezione Velocità Essere curata Donna tra 20-35anni Fedina penale pulita Per altre informazioni contattami E dammi una o piu motivazioni perché proprio tu (occhiolino). Spero di ricevere buone notizie (faccina sorridente) . Salve, il mio nome è Maria Rossi e sono una donna delle pulizie con esperienza pluriennale. Adoro fare le pulizie, la mia specialità è la pulizia dei pavimenti: li lascio cosi’ lucidi che ci si puo’ risplendere! Adoro lavorare in team, solo cosi’ si possono raggiungere livelli di pulizia da far arrossire un orsetto lavatore. Sono una persona molto puntuale, essere puntuale credo sia rispettoso nei confronti degli altri e del tuo team. Avendo esperienza pluriennale nelle pulizie domestiche, la mia velocità è cio’ che mi ha sempre accompagnato nelle lettere di referenze che allego. La mia fedina penale è linda e pinta, proprio come lascerei l’ufficio che puliro’. Ci tengo inoltre a sottolineare che terro’ sempre la testa bassa e le uniche parole che scambiero’ con chi veramente cambia il mondo saranno buonasera e arrivederci. Non guardero’ mai i loro schermi e non sbircero’ dati sensibili di banche o assicurazioni, tanto non ne capisco nulla. Su questo state tranquilli, assoluta discrezione! Sono convinta che, con il mio umile lavoro, anche io faro’ parte di quella fetta di società che cambia il mondo, modella i mercati e le risorse finanziare dei paesi moderni. Il mio motto è: ‘’Solo in un ambiente pulito al limite dell’asettico puo’ lavorare chi ha in mano il nostro futuro’’. Inoltre sono una persona molto pulita, mi faccio la doccia tutti i giorni e maledico l’assenza del bidet in questa nazione, ma non potrei fare altrimenti essendo una donna delle pulizie con esperienza pluriennale!
  25. Fino a
    Ogni anno è possibile partecipare al Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea bandito dalla Laura Capone Editore, per la divulgazione del talento letterario ed artistico contemporaneo. Pubblicazione delle Opere Vincitrici nell’ anno di edizione del Premio e a seguire, e promozione delle opere attraverso un ciclo di Presentazioni del premio in tutto il territorio nazionale con la collaborazione di Enti, Amministrazioni ed associazioni. Nota: ad esclusione della quota di iscrizione, ai vincitori e partecipanti tutti non sarà mai richiesto alcun pagamento per la pubblicazione delle opere in nessun modo, in alcuna forma, né sarà mai richiesto obbligo di acquisto copie, in alcun modo in alcuna forma, lo stesso vale per le presentazioni, per la promozione, ecc. Sezioni partecipanti: A) Poesia inedita B) Racconto breve inedito (tutti i generi letterari) C) Sillogi poetiche edite e inedite D) Romanzo inedito (tutti i generi letterari) E) Romanzo edito (tutti i generi letterari) F) Illustrazioni inedite (fotografie, dipinti, creazioni artistiche, ecc.) G) Favole e Fiabe