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  • Il lavoro rende liberi


    Asmodeo

    Toni entrò nella sala d'aspetto. Davanti a lui Mary.

    Mary era la segretaria del signor Treford.

    John Treford.

    Si raccontavano strane leggende su di lui. Qualcuno diceva che avesse portato un'intera famiglia al suicidio.

    Vero o falso che fosse Treford incuteva una certa paura.

    Mary era rossa. Aveva un cespuglio vermiglio, la scollatura sempre in primo piano. Metteva tailleur attillati e tacchi altissimi. Sembrava un obelisco dalle forme tondeggianti. Dalla scrivania si divertiva a torturare gli ospiti con le sue gambe: ora accavallate ora appaiate. Le sue cosce sembravano involtini.

    Avevano tutto i dirigenti della Stelth!

    Stipendi da favola, segretarie abbondanti e disponibili e il Potere dei Forti!

    Il mondo era ingiusto. Quello degli operai particolarmente attento alla disparità. La fatica e l'insoddisfazione. Ai profumi di marca l'odore dell'olio refrigerante, ai tailleur le tute portate male. Sbiadite al punto che il blu delle tute blu, appariva come un cielo incerto di un azzurro pallido.

    Aspettò qualche minuto nella sala d'attesa poi Mary fece entrare Tony.

    Treford era seduto di spalle. Si girò e fissò Tony.

    Aveva una pancia gonfia e tonda, la testa come un cocomero. Le braccia grasse, le mani grasse,

    e un alone perenne di sudore sotto le ascelle. Sembrava una specie di Panda umano.

    -Caro Tony. Finalmente. Accomodati, ti prego.

    -Grazie signor Treford.

    Tony si accomodò su una sedia di velluto rosso. Ebbe la sensazione di sedersi sulla chioma di Mary.

    Treford si trovava con la sua scrivania, la pancia grassa e le ascelle sudate, su un gradino più alto a definire il ruolo di rilievo che occupava. Al muro alcune copie false di Klimt e De Chirico. Una pianta grassa. Un divano di pelle (grassa) e la moquette.

    -Brutta storia questa Tony. Sai che potrei licenziarvi tutti vero?

    Lì fuori c'è un sacco di gente che ha voglia di lavorare. Con tutti questi immigrati non avrei problemi. Lo capisci? Ma io sono magnanimo e ho pensato: forse si può aggiustare senza spargimenti di sangue.

    -Capisco signor Treford e ne sono certo. La sua fama la precede. Sicuramente troveremo la soluzione.

    -Bene Tony. Se sei comodo e ci capiamo allora rilassati.

    -Grazie.

    -Dimmi Tony, tu credi?

    -Direi di si signore. Credo in un sacco di cose. Credo nei valori comuni. La giustizia, l'uguaglianza, la libertà.

    -Bene Tony siamo già molto vicini allora. Ci capiremo ne sono convinto. Siamo persone ragionevoli.

    -Cos'è per te la Giustizia allora?

    -Non ci ho mai pensato esattamente. Ma ieri ero al bar e c'era una tipa. Ed io la guardavo e lei mi guardava. E allora ho pensato come sarebbe stato stare con lei in un letto.

    -Stai divagando ragazzo?

    -No signore. Credo che se nel mondo ci sia una donna che voglia scopare un uomo ed io ho voglia di scopare una donna nel mondo, allora noi due scopiamo. A casa sua.

    -Capisco calma. Rilassati. Sei teso?

    -No signore.

    -E cosa sarebbe per te allora l'uguaglianza?

    -Che quando scopiamo veniamo insieme. E libertà che io possa andarmene a bere una birra da solo dopo.

    -Capisco ti senti un duro? Un texano, toro, birra e libertà Tony? Quelli come te non possono amare l'umanità ti rendi conto vero? Dimmi credi in Dio?

    Treford cercava di trovare un punto debole. Era normale che cercassero sempre di metterti in difficoltà, di farti apparire un poco di buono.

    -Non saprei

    -Significa che non ci credi?

    -Non esattamente. So che mi sono sposato con lui, ho fatto la comunione. C'era un tipo con un vestito bianco e anch’io ero vestito di bianco. Ma quello al mio fianco era bianco e nero ed io solo bianco. Ma ero giovane. Credevo fosse una festa.

    -Capisco.

    Mentre parlava si guardava le unghie delle dita. Sembrava cercare qualcosa. Erano curate le sue unghie. Tutte le settimane l'estetista arrivava per le unghie del signor Treford.

    E lui ne approfittava per una palpatina qua e là. Diceva che erano le distrazioni del guerriero dalla fatica delle responsabilità.

    -Se hai fatto la comunione allora devi essere stato cristiano e credente qualche volta. Ricordi quando hai smesso?

    -Tempo fa signore, forse avevo undici anni.

    -Ricordi perché?

    -Forse. Non ne sono sicuro. Bevo molto.

    -Forse? Cosa significa. Cosa c'entra l'alcool?

    -Non so esattamente. A volte mi sveglio di notte e sono sudato. Credo significhi qualcosa.

    -Non ne sono certo. E' che forse hai ragione. Bevi troppo ragazzo. Prova a fare uno sforzo. Sono certo che puoi ricordare. La memoria del passato Tony è il senso del presente.

    -Be signore forse ricordo qualcosa. Si ricordo, in effetti, la stanza buia e una mano. La mano del prete. Saliva sul ginocchio e mi guardava. E aveva la bavetta alla bocca e aveva il vestito nero, le scarpe nere e anche la sua anima credo fosse nera.

    -Rilassati Tony tranquillo. Vuoi dirmi che hai smesso per questo?

    -Non proprio.

    -In che senso?

    -Forse ho smesso perché quando lo chiamavo, non rispondeva.

    -Vedi Tony? Troppi forse nella tua vita. Così non troverai mai la giusta strada. Vai a tentoni. Ti arrampichi. Cerchi certezze ma non ti sforzi.

    -No signor Treford. Sono sicuro. Il prete mi toccava e Dio non rispondeva.

    -Smise di guardarsi le unghie. Si spostò con la sua sedia con le rotelle, rivestita di pelle. Aprì il cassetto.

    -Lo vedi questo?

    E mostrò una cornice con sopra inciso un punto esclamativo. Se non fosse stato nella stanza di Treford, l'avrebbe scambiato per un'opera di Fontana.

    -Questo è il mio Angelo! Si chiama certezza. Per questo io sono qui e tu sei lì.

    Lo ripose e ricominciò a guardarsi le unghie.

    Lo odiava Tony. Odiava tutte le sue stupide teorie e il suo modo di stare seduto. La sua stupida visione del mondo che era un'estensione del suo potere perverso. Velleità di un uomo inutile.

    -Tu sei una mela marcia Tony.

    -Non credo signore.

    -E invece si! Ma come puoi saperlo? Tu hai troppi forse per la testa.

    Si alzò dalla sedia di pelle. Si portò alla finestra. Guardò tutta quella pelle imbottita di corpi muscoli e nervi, sangue e ossa, che se ne stava all'aperto, in quell'enorme vuoto.

    -La vedi tutta quella gente?

    -No signore. Non la vedo.

    -Mi prendi per il culo? Credi di essere spiritoso?

    -No! E' che da qui non posso vederla.

    -Sono due giorni che la produzione è ferma. Ti rendi conto del danno?

    -Certo, ma la mensa fa schifo e la paga è scarsa e alcuni stanno male. C'è dell'aria cattiva.

    -E allora? Credi che due giorni in meno di paga li aiuti? Tu sei sposato Tony?

    -No signor Treford, non lo sono.

    -Come mai?

    -Non credo nella famiglia.

    -Sei un vigliacco.

    -Probabilmente lo sono signore.

    -Be questa gente ha famiglia, ha casa. Hanno dei figli che la sera aspettano, con gli occhi grandi e il naso che cola.

    -Capisco ma hanno anche dei diritti.

    -Queste sono stronzate! Certa gente nasce solo con doveri. E' il mondo che va così. Io non c'entro. Il mondo va con il carburante. Quello delle macchine è il petrolio. Quello del mondo i soldi.

    -Credevo fossero i valori, le emozioni.

    -Quelle sono follie. L'ideale è follia. Alla tua età dovresti essere più realista. Questa gente ha rate, bollette, scadenze e un casino di problemi.

    -Capisco il suo punto di vista signore Treford ma la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...

    -Ok, Ok! Ho capito. Rilassati. Sei comodo?

    -Lo sono.

    -Bene. Cosa pensi che facessero se gli servissi a tavola le tue emozioni? Come si nutrirebbero, con gli ideali?

    Tu li svii. Li confondi. Io gli offro un ruolo nel quale realizzarsi. Loro stanno bene e si sentono parte della società. Non vogliono grilli per la testa. Tu hai troppi grilli per la testa.

    -Non mi piacciono i grilli signore. Saltano troppo tra una cosa e l'altra.

    Mi fissò un attimo.

    -Rilassati, stai vibrando. Ti senti bene?

    -Non so è come se avessi uno spillo nel culo.

    -E' la tua coscienza Tony. Dovresti ascoltarla. Con questa fissazione di aiutare il prossimo stai diventando isterico.

    -Può darsi signore.

    -Ogni tanto scopi? Hai una ragazza?

    -No signor Treford.

    -Non scopi allora ecco il problema.

    -Certo che scopo signore. Tutti bene o male ogni tanto lo fanno.

    -Mi prendi per il culo?

    -Mi scusi signor Treford volevo dire: no, non ho la ragazza, non una ragazza nel senso comune del termine. Frequento una persona e ho scopato con lei. Credo almeno.

    -Come è stato?

    -Niente male ha un bel culo.

    -E ci sei entrato?

    -Quanto basta.

    -Cosa vuol dire?

    -Che è durato poco, ero ubriaco.

    -Deve rientrare Tony.

    -Sono qui con lei signore come potrei?

    -Intendo la gente Tony. Deve rientrare!

    -Non posso signore la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...

    -Va bene, va bene, ho capito! Dimmi un po', sei qui da quanti anni? Cinque, dieci?

    Abbiamo sempre versato la paga e tu hai potuto ubriacarti e mettere il tuo uccello dove volevi e tirare a campare. Giusto?

    -Si, insomma anch’io vi ho dato le ore del giorno, che avrei dovuto vivere e credo valga molto di più.

    -Vuoi ancora lavorare qui Tony? Vuoi continuare ancora a fare la tua vita di dubbi e ombre?

    -Credo di sì ma...

    -Niente ma. Sii ragionevole e dì a quelle persone di rientrare. Siete qui a sprecare il vostro tempo da due giorni. Tornatevene a casa a riposare. Non cambierete il mondo. Sembri magro ragazzo. Da quanto tempo non mangi?

    -Due giorni signore.

    Treford lo fissò di nuovo con i suoi occhi curiosi.

    Allungò la mano e spinse un tasto che s’illuminò.

    -Mary?

    -Si signor Treford, mi dica.

    -Mary! Ordina una bistecca, con patate abbondanti, salsa barbecue e... ti piace il vino?

    Chiese

    -Ogni volta che sono solo.

    -E aggiungi una bottiglia di vino. Mary, prendilo dalla mia riserva personale.

    -Vedi Tony? E' facile. Volere è potere.

    -Credevo fosse il contrario.

    -Cazzate. Sono tutte scuse. La gente crede che i soldi possano comprare tutto. Si sbagliano. E' difficile avere soldi e restare sano di mente.

    Sono bambini. Vanno coccolati, cresciuti, protetti.

    Bisogna amarli. Non tutti ne sono capaci. E la ricchezza in mani sbagliate può essere un viaggio verso l'inferno.

    -Immagino signore.

    -Tony credi almeno nell'amore?

    -Non lo so signor Treford.

    -Non lo sai? Che diavolo vuol dire non lo sai?

    -Vuol dire che quando vedo la mia attuale ragazza sto bene, mi piace passeggiarci insieme mangiarci insieme e altre cose, ma non so se sia esattamente amore.

    -Cosa credi sia l'amore?

    -Un viaggio che per un certo periodo si fa in coppia e ti permette di far l'amore senza pagare e senza pregare.

    -Il sesso ti piace allora?

    -Molto signore. E' una terapia efficace quando non hai da bere e da mangiare.

    -E lo fai spesso?

    - Ogni sera.

    -E lei lo vuole sempre?

    -Lei chi?

    -La tua ragazza.

    -Non saprei signor Treford.

    -Che diavolo vuol dire. La scopi tutte le sere e non lo sai?

    -Non ho detto che la scopo tutte le sere signore. A volte mi masturbo. E' in quei momenti che puoi permetterti di fare sesso pensando a tutto ciò che credi ti aiuti.

    -Capisco. E con quale mano?

    -La destra.

    -Ti piace?

    -Mi rilassa. Non devi preoccuparti di chi ti sta di fronte. E soprattutto non devo guardarla negli occhi.

    -Capisco. Stai vibrando di nuovo.

    -Sento ancora pungere.

    -Rilassati Tony. Ti faccio una proposta.

    -Vuole scoparmi anche lei signore?

    -Ho capito. Sei un eroe, vero?

    -Sono un vigliacco signore.

    -Ho sentito che scrivi della roba.

    -Già! Ogni tanto. Butto delle cose sulla carta.

    -E di cosa scrivi?

    -Non lo so! Non ci penso.

    -Scrivi senza pensare?

    -No, scrivo guardando il mondo che mi circonda. Qualche volta mi piace, qualche volta no.

    -Hai bisogno di un ruolo.

    -Ho bisogno di vivere.

    -Sai Tony io ho tanti amici importanti, gente di classe e tra questi conosco qualche editore.

    Mentre parlava, ebbe una contrazione, poi con uno scatto, spinse di nuovo il pulsante.

    -Questa cazzo di bistecca arriva o no?

    Mary dall'altra parte.

    -Signor Treford sono spiacente, ma il ragazzo ha avuto un incidente ed è finito in ospedale.

    Vuole che vada io?

    -No, diavolo lasci stare Mary. Mi porti invece un contratto, di quelli che Fischer usa per il lancio dei nuovi autori.

    Qui abbiamo un artista.

    Ci fu un attimo di pausa.

    -Certo signore.

    Si girò verso Tony.

    -Vedi Tony tu sei fortunato.

    -Già signor Treford forse lo sono.

    -Chiamami John ragazzo.

    -Ok signor John... mi scusi volevo dire John...

    Treford lo fissò in silenzio per un attimo.

    -Cosa sono queste confidenze?

    -Ma l'ha detto lei signore.

    Lo fissò ancora!

    -Stavo scherzando.

     

    Disse.

     

    -Non hai il senso dell'ironia. Dovresti ridere di più di te. Prendi tutto fottutamente sul serio.

    -Si è vero a volte lo faccio. Colpa della gente. A volte li guardo e sorrido.

    -Cosa vuol dire? Che il tuo prossimo ti fa divertire? Ridi della gente?

    -No signore la gente ride di me.

    -Capisco. Devi farti degli ideali.

    -Non posso signore.

    -Ti aiuto io.

    -Sono occupato.

    -I cessi lo sono. Mi chiedo se uno come te ha mai avuto degli ideali nella vita.

    -Quando ero piccolo forse. Colpa del piccolo principe. Poi ho conosciuto Nietzsche. Lui non crede negli ideali.

    -Be questo tizio non sa quel che dice. Lasciala stare questa gente strana.

    -Non posso signore.

     

    -Certo che puoi.

     

    -Lavora con noi?

     

    -No.

    -E allora dove sta?

    -Non c'è signore. Non esattamente in carne e ossa.

    -E' un amico immaginario allora?

    -No è morto.

    -Be mi dispiace. Ma tutti dobbiamo morire.

    Intanto la porta si era aperta e Mary era entrata in scena. Aveva un pezzo di carta tra le mani, le scarpe rosse, un tubino rosso, l'orologio rosso e una camicia bianca. Si intravedevano i seni abbondanti. I fianchi stretti e camminava con le gambe strette. Anche la sua fica doveva essere stretta. Mi passò accanto portandosi alla scrivania. Si piegò come se non ci fossi. Pose il foglio a Treford e il suo culo si aprì agli occhi come le acque al popolo ebraico.

    E Tony ci entrò. Diretto verso una nuova terra.

    Posò il foglio sulla scrivania. Sorrise a Treford. Si voltò, guardò Tony con superiorità e sculettando a passi stretti, svanì nella fessura che separava il muro dell'anticamera.

    -Allora Tony. Qui abbiamo il tuo sogno. Questo è un contratto editoriale, ventimila subito per te e quella gente rientra.

    Tony rimase un attimo fermo.

    -Non saprei signore vorrei pensarci.

    - Non c'è tempo Tony.

    Il mondo corre veloce e se vuoi stare al passo, devi fare delle scelte, senza pensarci troppo.

    -Capisco signore.

    Gli passò il foglio. E dopo qualche istante Tony firmò. Lesse solo ventimila.

    -Ok Tony. Credo tu abbia fatto una cosa ragionevole. E' la scelta giusta per tutti.

    Incominciò di nuovo a guardarsi le dita con aria soddisfatta.

    Sfilò il foglio e lo ripose nel cassetto.

    -Ora vai Tony. Ci sentiamo presto.

    -Grazie signore, in fondo ha ragione.

    -Rilassati, va tutto bene. A volte le cose si inceppano come un ingranaggio rotto. E bisogna sacrificare qualche dente per continuare e far ripartire il tutto. Certe scelte sono necessarie per ristabilire gli equilibri.

    Non capì perché dicesse questo. Non ci badò.

    -Vai ora.

    -Grazie signor Treford.

    Tony si alzò e uscì dalla stanza.

    Quando Tony uscì. Treford si alzò anche lui, andò verso la sedia, allungò la mano, prese la puntina che aveva messo e sorrise.

    Il telefono squillò.

    -Allora?

    -Signor Kenneth. Tutto ok!

    -Ha firmato?

    -Si ha firmato. Senza neanche pensarci. Non si è accorto di nulla.

    -Bene John. E la puntina?

    -Anche quella signore. Tutto come aveva previsto.

    -Ora fai entrare quella gente. E taglia gli stipendi.

    -Ancora?

    -John ricordati che abbiamo una responsabilità. Bisogna risarcire i danni. Gli azionisti credono in noi. Ci mettono i soldi. Noi la testa. Qualcuno deve pur metterci il culo. A proposito ricordati di cancellare Tony.

    -Ok signore.

    Treford Prese il tagliacarte, una tavoletta d'ebano con dei nomi incisi e fece un segno a croce.

    -Fatto signore.

    -Bene. Ottimo lavoro.

    Domani passa nel mio ufficio. C'è un premio per te.

    -Grazie signor Kenneth.

    Riattaccò. Si portò alla finestra e vide gli operai che stavano rientrando.

    Si sentiva fiero John. Si portò alla scrivania. Spinse il pulsante che s’illuminò.

    Dall’altra parte.

    -Pronto?

    -Pronto amore?

    -Si John che sorpresa. Dimmi. Stavo per andare a lezione.

    -Siediti. Niente lezione. Ricordi quella vacanza che ti avevo promesso in Polinesia? Preparati.

    -O mio dio... John non dirmelo.

    -Sì amore ho avuto un...

    -No no non dirmelo ti prego... sono troppo emozionata.

    Devo correre subito. Costumi e vestitini e ...

    -Ma cara. Hai armadi di costumi e vestiti e foulard.

    -John! E' la mia prima volta in Polinesia. Vuoi che la moglie di John Treford se ne vada in giro con vestiti riciclati?

    -Hai ragione. Sei un amore, allora vai. Ci sentiamo stasera.

    Riattaccò. Il giorno dopo Tony tornò al lavoro. Mentre stava per entrare, la guardia all'ingresso lo fermò.

    -Ehi Tony dove vai?

    -A farmi inculare dal tuo padrone.

    -Non puoi Tony, rilassati.

    -Ehi ti si dev'essere inceppato qualcosa tu non sei fatto per pensare. Che ne sai del mio culo?

    -Ne so di certo più di te. Sei già stato inculato ieri.

    Con un sorriso di scherno guardò Tony dalla testa ai piedi.

    -Ti sei licenziato da solo idiota.

    Tony non disse nulla. Poi capì. Era stato stupido. Come aveva potuto credere a John. Il contratto, Mary, la bistecca.

    Non disse nulla. Si girò e si avvio all'uscita. La guardia infierì.

    -Addio scrittore di merda.

    Tony si fermò. Si voltò per un’ultima volta. Guardò la guardia blu, con il cappello blu, la tuta blu e le scarpe nere.

    Aveva la faccia seria, dello scemo che fa la parte del duro.

    -Sai cosa ti dico?

    Disse Tony guardando il piazzale vuoto.

    -Dimmi scrittore... Rise

    -Credo sia stato un peccato che non sia andata al cesso.

    -Di che cazzo parli? Ti sei bevuto il cervello?

    -Di tua madre. Se avesse scorreggiato quella sera avremmo avuto uno stronzo di meno vestito di blu.

    -Sei un pezzo di merda, fallito.

    Prima di andarsene Tony alzò lo sguardo verso il grattacielo, gli sembrò di vedere Treford in piedi dietro l'immensa parete di specchi dell'ufficio.

    E difatti, Treford lo guardava dall'alto della sua consolle di comando. Era in alto. Era un vincente. Mentiva e sapeva farlo.

    Poi andò via.

    Treford si era gustato lo spettacolo con la calma e l'orgoglio di chi si sente un numero uno.

    Poi il telefono squillò era Kenneth.

    -Pronto John?

    -Signor Kenneth. Tutto ok. Ora lo sa anche lui.

    -Bene John! Molto bene. Puoi raggiungermi in ufficio?

    -Certo signor Treford, arrivo subito.

    -Bene bene. A proposito John. Stanotte ho fatto un sogno strano.

    Dimmi una cosa, tu credi?

    -Si signore. Credo nella giustizia, nell' uguaglianza, nella libertà. Ne sono certo.

    -Capisco. Sai penso che nel nostro lavoro, bisognerebbe sempre dubitare di tutto, tu hai troppe certezze.

    Dovresti smettere

     

     


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