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    Luisa vive a Borgo San Dalmazzo, una piccola cittadina ai piedi della valle Stura, in provincia di Cuneo. Ci vive da una vita, da quando è nata. E’ cresciuta nell’abitazione dei suoi genitori sino all’età di trent’anni poi, acquisita una certa stabilità lavorativa ed economica, si è trasferita in un appartamento poco distante. Un bilocale che rispecchia esattamente la sua personalità: essenziale e un po’ caotica. La parola “ordine” non rientra esattamente nel suo vocabolario quotidiano. La sua casa, infatti, è più che altro un deposito di tante cose, accatastate alla bell’e meglio, un po’ dove capita. Solo la cucina è perfettamente in ordine e linda, in quanto Luisa, vuoi per deformazione professionale, è maniaca dell’igiene e in cucina nulla può essere lasciato al caso. All’ingresso vi è un mobiletto con un contenitore per le chiavi e poi vi sono adagiate riviste, bollette, giornali, libri. Il bilocale prevede ancora un bagno piccolo ma comodo, la camera da letto arredata con stile e semplicità e un accogliente salotto, con una importante libreria che occupa tutta la parete, stracolma di libri: testi medici, romanzi, soprattutto gialli e thriller, la sua passione. I libri fanno parte della sua vita. Quando era bambina la madre le leggeva una favola ogni sera prima di addormentarsi e lei chiudeva gli occhi immaginandosi i personaggi, le loro imprese, i loro amori. La lettura per lei ha sempre rappresentato un momento tutto suo, per estraniarsi dal mondo, per viaggiare con la mente e per dimenticare le storie tristi, non sempre a lieto fine, di cui è spettatrice ogni giorno. Già… perché Luisa è infermiera all’ospedale Santa Croce di Cuneo e, in 27 anni di lavoro, ha visto moltissimi volti, ha aiutato e curato tante persone. Lei, così sensibile e pronta a regalare sorrisi ai più deboli, ha fatto della sua professione una vera e propria missione. Da ragazzina, durante l’estate, faceva volontariato nella casa di riposo del suo paese. Partiva il mattino con un sorriso stampato sulle labbra e tornava a metà pomeriggio con un sorriso ancora più grande e la gioia impressa nel suo sguardo dolce e fiera di essere riuscita, con la sua presenza e le sue parole, a far trascorrere qualche ora di serenità a quegli anziani quasi sempre soli e tristi. Ed è in quegli anni che è maturata in lei la voglia di fare qualcosa per gli altri. Così, senza dubbio alcuno, terminate le superiori, si è iscritta alla facoltà di Infermieristica e, dopo intense ore di studio e di tirocinio, dove ha sempre dato il massimo, è approdata dove lavora tutt’ora. Prima ha fatto la spola tra i vari reparti e da un paio d’anni presta il suo servizio al Pronto Soccorso. Ogni giorno è un via vai incredibile di gente. Molti, troppi con “codici verdi” che intasano la macchina organizzativa, creando attese interminabili. Luisa ha imparato a conoscere i pazienti e si è resa conto che la maggior parte di coloro che si presentano al Pronto Soccorso senza averne realmente bisogno, sono le persone anziane o sole, spaventate dalle notizie – troppo spesso false -  di epidemie o di mali inesistenti che circolano alla velocità della luce su giornali e televisioni. I turni di lavoro, con i tagli alla sanità, sono massacranti e ora che Luisa ha 52 anni, la fatica inizia a farsi sentire. In ogni caso ogni persona che le si presenta davanti, viene accolta sempre con un sorriso capace di trasmettere serenità e rassicurazione. Il più delle volte la “parte” più difficile del suo lavoro è quella di infondere coraggio agli accompagnatori dei pazienti, soprattutto dei più gravi che ti guardano con occhi imploranti di belle notizie che, non sempre, si possono fornire. Quasi ogni giorno Luisa trova un po’ di tempo per cercare di tranquillizzare genitori di figli incidentati, figli di genitori che hanno accusato un grave malore, parenti di persone anziane appese con un filo alla vita. Eppure ha capito che il sorriso e la vicinanza anche solo con lo sguardo, sono l’arma vincente pure nelle situazioni più drammatiche.  Nonostante i molti anni di esperienza alle spalle, però, non si è ancora abituata al senso di impotenza che si prova di fronte ai casi più gravi. Quando una vita se ne va verso un mondo ignoto e sconosciuto, dopo aver subito cure invasive, dopo aver combattuto, dopo aver pregato e scongiurato di farcela, Luisa si sente responsabile di non essere riuscita a fare di più, anche solo per alleviare il dolore e le paure dei pazienti. Durante gli studi i docenti ripetevano in continuazione che, per svolgere al meglio il lavoro di medico e/o infermiere, occorreva riuscire in ogni situazione a indossare una maschera e a svolgere il proprio compito senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Non doveva mancare il lato umano, quello mai, ma una grande dose di autocontrollo e freddezza era assolutamente necessaria, altrimenti si sarebbe rischiato di crollare psicologicamente. Luisa, sin dal primo giorno che ha fatto il suo ingresso in ospedale, ha cercato di far proprio quell’insegnamento. Di fronte ai casi più disperati e, soprattutto, di fronte ai bambini sfoderava la sua verve di donna forte e coraggiosa, esplicitando un mix di dolcezza e autorevolezza, ma una volta terminato il turno, si imponeva di cancellare dalla mente i volti dei pazienti e i loro problemi e, ogni qual volta i pensieri la portavano ai “suoi” malati, faceva un lungo respiro e immaginava di essere seduta su una spiaggia e di lasciarsi cullare da una piacevole brezza e dal rilassante rumore delle onde che, leggiadre, si infrangevano sugli scogli. Il mare ha sempre sortito in lei un effetto distensivo, rasserenante e in tantissime occasioni è venuto in suo aiuto. Un paio di casi, però, l’hanno lasciata piuttosto turbata. In particolare nei momenti di maggiore stanchezza e solitudine, le torna ancora in mente il piccolo Robert, un bambino di appena tre anni affetto dalla sindrome di Down, a cui era stata diagnosticata la leucemia. I genitori, già poco propensi a prendersi cura del proprio figlio, una volta conosciuta la diagnosi lo avevano praticamente abbandonato in ospedale. Facevano un salto il mattino, per poi tornare solo la sera, sempre di corsa e come infastiditi da questo “intoppo” che non permetteva loro di vivere una vita completamente normale. In quel periodo Luisa prestava servizio proprio nel reparto di Pediatria. La prima volta che lo vide, Robert le parve un piccolo cucciolo triste e indifeso, impaurito e solo. Appena aveva un momento libero si recava nella sua stanza e lo faceva giocare, gli leggeva tante favole, lo intratteneva con della musica e Robert era felice. Vederlo sorridere le riempiva il cuore di gioia. In quei momenti pensava a quanto le sarebbe piaciuto essere chiamata “mamma”, ma il destino pareva remarle contro e, ogni giorno che passava, si radicava in lei l’idea che il suo ventre sarebbe sempre rimasto piatto, che non avrebbe mai provato l’emozione di una nuova vita dentro di lei. Per fare un figlio bisognava compiere un primo passo: trovare l’amore, quello vero, quello del “per sempre” e lei non lo aveva ancora incontrato. Erano parecchi i ragazzi che le ronzavano intorno, ma nessuno era finora riuscito a farle battere forte il cuore, a farle provare sensazioni uniche. Per non lasciarsi sopraffare troppo dai brutti pensieri, si concentrava sulla sua missione di vita: far stare meglio gli altri e il sorriso splendeva nuovamente sul suo dolce viso. Da subito Robert si dimostrò un bambino forte e coraggioso, ma piuttosto indebolito dalla malattia. Sottoposto alle cure del caso, ne usciva sempre molto provato e per un paio di giorni praticamente non si alzava dal letto, rimanendo quasi sempre in uno stato di dormiveglia. Quando poi le forze tornavano, lentamente, Robert si “riaccendeva” sfoderando la sua vivacità e allegria. Luisa si era affezionata davvero tanto a lui e cercava di trascorrere ogni minuto libero accanto. A casa sua non c’era nessuno ad aspettarla per cui, parecchie volte, terminato il turno, si fermava al suo capezzale, intrattenendolo in vari modi. Ci sapeva fare con i bambini! Provava una rabbia indiscussa nei confronti di quei genitori senza cuore. Come potevano abbandonare un figlio malato, così piccolo, in ospedale? Con che coraggio lo guardavano negli occhi? Come può una madre trattare il proprio cucciolo con indifferenza? In un paio di occasioni Luisa aveva provato ad affrontarli, chiedendo loro una maggiore presenza, almeno quando Robert veniva sottoposto alle cure. Lui sentiva la loro mancanza. Troppo spesso le chiedeva come mai la sua mamma e il suo papà non venivano a trovarlo. Entrambe le volte le risposero di non impicciarsi in cose che non la riguardavano e di limitarsi a svolgere il proprio lavoro.

    Era trascorso quasi un mese dal ricovero e Robert appariva sempre più affaticato e passivo. Luisa cercava di spronarlo, non smetteva di leggergli le sue favole preferite, anche quando aveva gli occhi chiusi. Lo teneva in braccio il più possibile per farlo sentire meno solo e amato e, ogni volta, la sensazione che fosse più leggero era palpabile. Ormai mangiava pochissimo ed era sotto effetto di calmanti per non sentire dolore. La sua testolina priva di capelli, per effetto della chemioterapia, lo faceva apparire fragilissimo. Quella mattina Luisa aveva un brutto presentimento. Entrata nella stanza lo sentì respirare affannosamente. Il dottore di turno lo visitò e bastò il suo sguardo addolorato per farle capire che la sua breve vita stava giungendo al capolinea. Chiamò immediatamente i genitori per avvertirli di quanto sarebbe successo di lì a poco, ma quando arrivarono al suo capezzale trovarono Luisa in lacrime, che stava accarezzando dolcemente il volto di Robert, ormai esanime. In quell’occasione li vide piangere, ma non rivolse loro una sola parola. Li lasciò soli con il loro bambino e, uscendo dalla stanza, li guardò con disprezzo e rabbia. Seguirono giorni terribili in cui svolgeva le sue mansioni come un automa, cercando di tenersi occupata il più possibile per non pensare. Quel bambino, così solo e indifeso, le era entrato nel cuore e, per un breve periodo, le aveva regalato la gioia immensa di sentirsi anche un po’ mamma. Ora se lo immaginava sereno insieme ad altri angeli speciali come lui, in un luogo magico e incantato, pieno di colori.

    L’altro caso che la segnò nel profondo fu quello di Marzia, la sua migliore amica. Se la ritrovò in codice rosso al Pronto Soccorso dopo un grave incidente in auto. Seppe, in seguito, che la sua macchina sbandò finendo in un grande corso d’acqua, per aver tentato di non investire un cinghiale che era sbucato all’improvviso sulla carreggiata. La portarono in rianimazione dove “visse” grazie ai macchinari per una settimana, durante la quale Luisa andò spesso a trovarla, pregandola di non lasciarla sola. A quanto pare, però, non fu ascoltata. Era un lunedì mattina quando si spense. Durante il funerale a Luisa passarono in mente tutti gli istanti più importanti vissuti con Marzia da bambine, da adolescenti, le loro prime cotte, le loro vacanze insieme, le loro uscite nei fine settimana. Fu un duro colpo. Ancora adesso, a distanza di anni, non riesce a pensare alla sua cara amica senza lasciarsi scivolare sul viso una lacrima.  I giorni seguenti al funerale si interrogò spesso sul significato della parola “destino”. Marzia aveva ancora così tante cose da fare, così tanti progetti da realizzare, ma in un attimo la sua luce si era spenta per sempre. Perché proprio lei? Se non avesse cercato di evitare quel dannatissimo cinghiale, forse, se la sarebbe cavata con qualche escoriazione e nulla di più. Poi si rese conto che interrogarsi sui misteri della vita, non l’avrebbe portata da nessuna parte, se non a stare peggio, perciò decise di concentrarsi sul presente, sulla sua missione di vita.

    Luisa è orgogliosa di sé stessa, felice di donare le sue competenze a chi ne ha bisogno, aggiungendo quel pizzico di amore che sempre aiuta, ma ciò che le manca, ora, è trovare qualcuno che la aspetti a casa dopo i suoi turni estenuanti, qualcuno con cui condividere i suoi sorrisi, i suoi interessi. Qualcuno da amare che pensi anche un po’ a lei, alle sue esigenze. Ha trascorso gran parte della sua vita prendendosi cura degli altri, adesso sente più che mai la necessità di avere accanto qualcuno che la coccoli e che la vizi. Luisa sa che, sebbene la giovinezza stia scivolando via giorno dopo giorno, nulla è perduto e chissà… qualcuno che le faccia battere forte il cuore, presto o tardi, arriverà!


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    Molto bello.

    (toglierei i punti esclamativi, ma è solo un'indicazione del mio gusto di lettore. Mi ha incuriosito la figura assente dei genitori, avrei voluto conoscere qualcosa di più della loro storia e di quella che la protagonista del racconto chiama freddezza. Forse, dietro, c'è una storia altrettanto complicata. Se fosse un libro intero lo leggerei molto volentieri, e  mi piacerebbe che venisse data voce anche ai personaggi più marginali: un rifiuto che a qualcuno può apparire disumano può celare motivazioni profonde.)

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