• Banner_Officina.jpg


  • emilianoem

    Eccoci di nuovo qui, io e Lebowski, gli ultimi due terrestri su questo pianeta. L’altra volta c’era anche Pritchard, il caro, benché tormentato e petulante Edward. Tecnicamente c’è ancora, ma un metro sotto terra. Abbiamo scavato la fossa io e Lebowski. Più io, che Lebowski; lui, come al solito, si è stancato in fretta. Solo di girare attorno ai fiori di auraubà e di annusare ogni cespuglio di auroginko non si stancherebbe mai, neanche fosse il botanico della spedizione. In ogni caso non avrebbe più senso, ci hanno richiamati, fine dell’impresa, ora si tratta solo di chiudere la base e tornare indietro per sempre; la storia umana sul pianeta Auripise si conclude qui. Mi stiracchio schiena e braccia facendo scrocchiare le spalle e rivolto al mio amico, questa volta ad alta voce, esterno il mio pensiero, Eccoci di nuovo qui, Lebowski, gli ultimi terresti su questo perfido pianeta.

        Lui alza il capo di scatto, lo fa sempre quando sente il suo nome, e mi fissa attonito. Allora pazientemente aggiungo, Tranquillo Lebowski, dicevo soltanto che siamo rimasti solo io e te, in superficie, gli altri, dal tosto Malinowski al tenero Evans-Pritchard, ormai ci fanno compagnia dal sottosuolo. È la vita, continuo e concludo, visto che il mio compagno di avventura rimane a fissarmi senza battere ciglio, in attesa. Quando fa così mi mette sempre un po’ a disagio, mi ricorda Buster Keaton, un manichino pallido e inespressivo; neanche farlo apposta Lebowski è bianco come un cadavere. Accidenti, non devo esprimere pensieri con parole potenzialmente negative, altrimenti l’immaginazione si fa prendere da una spirale di pessimismo, e se non è negativa la parola “cadavere”… Lebowski deve aver colto la mia ansia, perché si riscuote dal torpore e riprende a passeggiare lungo il filare di aurustro che stava osservando curioso quando gli ho rivolto la parola. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di sguincio, come per tenermi d’occhio. 

        Lo conosco a memoria, so cosa sta pensando, pensa che sono un sentimentale, caratteristica che secondo lui non si addice a un esploratore, dovrei essere più freddo, distaccato, riporre i sentimenti in un cassetto e dedicarmi alla missione seguendo il protocollo. Sentimenti: altra parola insidiosa. Meccanicamente cerco il posto dove abbiamo seppellito Margaret, eccolo lì, sotto l’albero di aurustro, l’unica pianta capace di crescere oltre i cento centimetri su questo tirchio pianeta. Ah, dott.ssa Mead, quanto mi manchi… Lebowski segue il mio sguardo fino a incorniciare con il suo il discreto rilievo della tomba. Lui non amava Margaret, non la detestava nemmeno: gli era indifferente. Invece aveva un debole per Lévi-Strauss, si erano sempre capiti al volo, però certo non lo amava come lo amavo io, e in ogni caso anche l’altro nostro compagno se ne è andato per sempre, dalla vita, non dal pianeta, solo che per lui non c’è tomba: abbiamo solo visto il puntino del suo Rover sullo schermo del monitor venire schiacciato da quello sempre più grande dell’asteroide Auropimpio_X69 nel settore E11. L’impatto ha modificato la superficie di quell’area, facendo fuoriuscire un lago di lava. Del resto, non sarebbe servita a nulla una tomba, i resti di Lévi-Strauss si sono fusi per sempre con la superficie di Auripise, o polverizzati nella sua blanda atmosfera. Pace all’anima tua, riflessivo compagno di viaggio.

        Sto diventando malinconico, e non va bene, la malinconia è pericolosa, perché alterna stati di tristezza al bizzarro conforto di ricordare cose che ci feriscono. Ecco, la parola “alternanza” mi ricorda quella del pendolo, e poi dell’altalena, “altalena” no, cazzo, devo mantenere il controllo, impedire di guastare tutto un’altra volta ancora, ma è troppo tardi, lo sento, una vertigine piega le mie ginocchia, allungo istintivamente la mano sullo stipite dell’ingresso del modulo di atterraggio mentre mi sento ondeggiare come un elastico, se solo potessi impedirmi di perdere il controllo visuale…  Invece la scena davanti a me si scompone in una nebbia granulosa e quando si dissipa inquadro un palazzo, quello dove io e Margaret abitavamo subito dopo la nascita di Clementine, eccole lì, la loro sagoma spunta da sotto, dietro la finestra, mentre l’elastico a cui mi sento appeso si allunga, dandomi modo di scorgerle di profilo sulla poltrona a dondolo, mia moglie che culla mia figlia, allattandola. Come sono belle, ho il tempo di pensare, sentendomi pervadere da tenerezza e nostalgia mentre continuo a scendere, trascinato dalla forza di gravità. Lotto per non perderle di vista, ma ora inquadro solo il davanzale, che sfugge verso l’alto, i miei occhi fissano la porzione di intonaco grigio fra il nostro piano e quello di sotto. Il desiderio di guardarle ancora una volta è così grande che sottilmente la forza di gravità viene contrastata dalla tensione dell’elastico, e salgo di nuovo. Riappare il salotto incorniciato dagli infissi della finestra, ma questa volta Margaret è sola, e invecchiata, con la mano sinistra aperta appoggia tutto il suo peso sul mobiletto del telefono, l’altra stringe la cornetta che tiene all’orecchio. Piange, in silenzio. Ascolta Piero che la informa dell’incidente, poi riaggancia e mentre si volta per dirmi, Clementine non c’è più, la forza dell’elastico me la porta di nuovo via, questa volta verso l’alto, allora oppongo resistenza con tutte le mie forze nel tentativo disperato di invertire la spinta, e di nuovo scendo. Dietro i vetri, scorrendo ancora una volta verso il basso, si srotola la visione di me, lì in piedi, che fisso il vuoto, mentre gli amici mi si fanno attorno per consolarmi della morte di Margaret. 

        Devo riprendere il controllo, non posso continuare a vagare in questi pensieri. Ripeto nella mia mente l’obiettivo della missione, Recuperare Lebowski, recuperare Lebowski, ma continuo a cercare di non perdere l’immagine di Marcus e Gigliola che mi mettono una mano sulla spalla, stringendola appena, li guardo scivolare verso l’alto, loro due e me, lì in mezzo a loro. Capisco che devo interrompere il flusso dei ricordi, Ora! grido ad alta voce, e di nuovo la nebbia, rapida, appanna tutto, per poi aprirsi su Lebowski che mi guarda da Auripise, forse allarmato, forse disilluso, quindi con un gesto consumato alza la zampa posteriore e libera un lungo getto di urina proprio sopra il cespuglio di aurustro che veglia il sonno eterno di Margaret. Stupido cane, penso, e allora la luce dell’ambulatorio mi acceca.

        Sono percorso dal brivido involontario che tutti proviamo quando ci viene sfilata la copia di backup dalla presa Usb nella nuca, e sento la pressione di un palmo della mano che mi invita a stendermi di nuovo sullo schienale della poltrona. È la dottoressa, lo so, e subito dopo i miei occhi si abituano alla luce della lampada a led, così la distinguo.

        Mi dia ancora cinque minuti, la imploro, ma lei con voce seria mi dice di no, che so che è impossibile, ed è vero, lo so. Il protocollo sull’uso della copia di backup è molto rigido, almeno quello fruibile dal Servizio Sanitario Nazionale, chi invece può permettersi una clinica privata gode di molte più possibilità. È un pensiero che mi riempie di rabbia, ma so che la vita funziona così, chi ha di più può permettersi di vivere meglio. L’amarezza di questo pensiero mi impedisce di controllarmi, e per dare sfogo alla frustrazione mi sento dire, Lebowski ha fatto la pipì su Margaret. Quasi un piagnucolio. La dottoressa mi guarda con quella che dev’essere l’ombra della commiserazione. Lei sa chi è Margaret, chi è Lebowski, e sa anche di Clementine. Soprattutto conosce il paesaggio mentale in cui viaggio, perché nel S.S.N. le sedute di immaginazione sono monitorate dal personale medico. Mi vergogno di essermi lasciato andare. Mi vergogno che un paio di estranei, la dottoressa e l’infermiere di questa Unità sanitaria, conoscano le mie ricostruzioni possibili della realtà, e quando lei dice, con la voce che un adulto riserva ai bambini, È stato proprio birichino Lebowski, arrossisco dall’imbarazzo. E dalla rabbia.

        Allora scendo di scatto dalla poltrona, strappando quasi dalla mano della dottoressa la mia copia di backup, e esco. Sulla porta mi imbatto nell’infermiere e senza volere gli do una spallata. Tentenno un attimo poi imbocco il corridoio senza dire nulla, subito pentito di essere stato scortese, bambino birichino fa la pipì nell’ambulatorio, sento cantilenare nella mia testa, così mi fermo e timidamente torno sui miei passi per chiedere scusa. Avrei detto a tutti e due, Perdonatemi, non volevo essere brusco e villano, ma prima di arrivare all’uscio sento la voce della dottoressa che dice, E il mese scorso gli è pure morto il cane. Poveraccio, commenta l’infermiere. Rimango per due secondi lì impalato, senza più voglia di affacciarmi. Poi mi volto per andarmene ma non riesco a inquadrare l’uscita. Questi corridoi sono tutti uguali, penso, sembra di essere in un labirinto.

    Accidenti, e adesso come esco da una parola così?

     


    Libro Collegato: Capitolo Precedente: Capitolo Successivo:
    0




    Feedback utente


    Non ci sono commenti da visualizzare.



    Crea un account o accedi per lasciare un commento

    Devi essere un membro per inserire un commento.

    Crea un account

    Iscriviti per un nuovo account nella nostra comunitày. È facile!


    Registra un nuovo account

    Accedi

    Sei già registrato? Accedi qui.


    Accedi Ora