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  • La loro parte (la parte di lui)


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    L’aria pesante, calda e umida. Gli pneumatici delle innumerevoli auto di passaggio sfrigolavano sulla statale che tagliava malamente l’anonimo paesaggio periferico in cui si inscriveva la bifamiliare da cui stava per uscire. Asfalto sconnesso quanto rovente, malgrado l’orologio segnasse le ore nove del mattino. Il canto esausto di un uccello a cui non preoccupavano affatto i quaranta gradi che, di lì a qualche ora, avrebbero messo a ferro e fuoco la città.

    “Cosa abbiamo qui?”, si era detto, chiudendosi la porta alle spalle, desideroso di trovare un senso alle proprie azioni, qualcosa che non fosse troppo deprimente da costringerlo a tossire nelle orecchie di Tiziana, la responsabile delle risorse umane dell’innominabile esercizio commerciale in cui ricopriva l’ingrato ruolo di addetto vendite, fingendo un'improvviso enfisema che: «Mi spiace, non riesco a venire al lavoro».

    Un giorno d’estate appiccicoso e stanco che non prometteva nulla di buono, a quanto pareva, niente che si potesse rubricare alla voce: novità. D’altra parte, a trentotto anni, con un impiego di brutte speranze in un grande negozio di articoli per il bricolage, all’interno di un ancor più colossale e bigio centro commerciale adagiato sul fianco scosceso di una collina, ad aspettarlo a quindici chilometri dalla porta d’ingresso del suo bilocale, non era lecito aspettarsi alcunché.

    Dall’appartamento di fianco provenivano voci indistinte, forse un televisore acceso. A quell’ora, in casa c’era soltanto sua nipote.Carlotta, la figlia di suo fratello, una bambina di undici anni. Capelli ricci, castano chiaro, grandi occhi azzurri, il naso all’insù, e un sorrisetto impertinente perennemente stampato in faccia, che se avesse avuto vent’anni si sarebbe potuto definire “malizioso". “Tra i suoi coetanei” aveva considerato Massimo, “deve far furore”.

    Nel corso di una delle loro sporadiche e rapidissime chiacchierate da pianerottolo, poco più di un paio di battute di circostanza buone per riempire il tempo morto che separava l’inserimento della chiave nella serratura della porta del suo appartamento dall’apertura della stessa, gli aveva confidato di aver avuto tre fidanzati nel giro di un mese. Una rivelazione che Massimo aveva salutato con una sonora risata. Lei non si era presa la briga di replicare, ma l’aveva fissato con una certa intensità. Non stava scherzando. D’altra parte, aveva pensato, restituendogli lo sguardo indagatore, se avesse avuto la sua età molto probabilmente se ne sarebbe infatuato.

    «Sei una bimba birichina» le aveva detto, con una specie di groppo in gola. Si sentiva il viso in fiamme. Se avesse avuto la sua età l’avrebbe odiata. Era la tipica ragazzina capace di spezzargli il cuore. Intrigante, volubile, dispotica, con un carattere forte e indipendente, e, va da sé, un viso strappato a un angelo. A ben vedere, non era poi molto diversa da Simona. Ne era stato innamorato per anni, quando ancora non era certo di come fosse fatta una donna. Una considerazione che lo aveva messo a disagio.

    «Fa’ la brava» aveva detto, scompigliandole i capelli, prima di scomparire nel buio freddo e assai poco accogliente dell’ingresso, sperando di riuscire a zavorrare le immagini che cominciavano a riaffiorare dal fondo del lago della memoria con un buon bicchiere di whisky. Si trattava di roba troppo lontana nel tempo per impensierirlo davvero, ma qualcosa pareva non quadrare perfettamente. Era come se il ricordo delle sue disastrose avventure preadolescenziali contenesse un cromosoma impazzito in grado di resistere all’impetuoso scorrere degli anni. Seduto sul divano, mentre si rigirava nella bocca l’ottimo single malt, ne rinveniva delle tracce per niente rassicuranti persino nella storia con Aurora. Il virus responsabile della sua fine aveva un nome. Poteva essere studiato. Magari isolato, chissà? “Cazzate” si era detto, infine, vuotando il bicchiere. Aveva digrignato i denti e chiuso gli occhi. Il suo respiro profondo.

    Forse avrebbe semplicemente dovuto invaghirsi di donne diverse. Femmine dolci e remissive, affascinanti come un documentario sui bachi da seta, d’accordo, ma pure incapaci di fare del male a una mosca; creature prive di malizia, più adatte a collezionare francobolli che amanti.

    «Tre fidanzati in un mese» aveva borbottato ridendo. «Devo fare quattro chiacchiere con mio fratello, o, se proprio fosse troppo occupato, con quella stronza di sua moglie. È pur sempre mia nipote, non voglio mica che venga su come una specie di Mata Hari».

    Con Aurora aveva creduto che le cose potessero andare in maniera diversa. L’aveva scambiata per una “speciale”… forse perché lo era. Delle altre era più sensibile e curiosa, anche se di certo meno perspicace. Nessuna, prima di lei, aveva scorto nulla di affascinante nella sua persona. Un dato di una certa rilevanza, che avrebbe dovuto farlo riflettere, ma il secondo bicchiere di whisky stava facendo il suo sporco lavoro. I sensi intorpiditi, la testa leggera.

    “Altro che cromosoma impazzito! Dannazione” si era detto, in un’abbagliante quanto sconveniente lampo di consapevolezza alcolica. “Perché non le ho dato il figlio che voleva?”. Un cerchio gli si era chiuso intorno.

    «Un figlio» aveva mormorato, visualizzando Carlotta. Il bicchiere gli era caduto di mano, rotolando sul pavimento senza rompersi. Il sonno lo aveva colto senza dargli il tempo di sentirsi in colpa come avrebbe voluto.

     

    Non era il momento di concedersi noiose rimembranze. La lancetta dei minuti avanzava maestosamente sul quadrante. La chiave era girata nella toppa. Massimo aveva sospirato. Esalato un sospiro grave, si era voltato alla sua sinistra. La porta dell’appartamento di fianco era aperta. In fondo al lungo corridoio, sua nipote sedeva sul divano. Sul viso, il suo stesso sguardo spento. Davanti agli occhi cerulei e innocenti di bimba, l’impietosa messa in scena di qualche talk show del mattino. Roba buona per casalinghe lobotomizzate o per ottuagenari in perenne lotta con un rigor mortis mentale niente affatto passeggero. Qualunque cosa fosse, aveva dedotto Massimo, non aveva l’aria di essere molto coinvolgente. Si erano fissati per un secondo. Un sorriso lieve e poco gioioso si era fatto largo sulle loro facce. La noia. Avrebbe potuto essere sua figlia. Se dieci anni prima Aurora non l’avesse lasciato – per aver espresso, ironia della sorte, l’assoluta volontà di non avere figli – magari adesso… Si era specchiato in quegli enormi laghi blu, e non aveva provato invidia per la sua apparentemente spensierata condizione prepuberale. Nemmeno per un’istante aveva ceduto alla tentazione molto adulta di scuotere la testa e bofonchiare qualcosa del tipo: «I giovani d’oggi! Così privi di nerbo e vitalità! Io, ai miei tempi, con una bella giornata del genere non sarei certo rimasto a rincoglionirmi davanti alla televisione!».

    Aveva provato un sentimento senza nome, la voglia di abbracciarla, e quella di restare a casa, naturalmente. Poi un cenno assertivo del capo da ambo le parti, identico per intenzioni e finalità. Un saluto muto con la mano a sventolare nell’aria immobile del pianerottolo. Ciao

     


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