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  • La loro parte (la parte di lei)


    dfense

    Carlotta ha passato la mattina a ciondolare per casa. Un fantasma. La tv l’ha spenta quasi subito. Troppo noiosa. Nemmeno la stimolante percezione di star contravvenendo a un ordine di sua madre è riuscita a rendere la visione più interessante. Un paio di ore fa, uscita in giardino, è stata tentata di riempire d’acqua la piscina gonfiabile abbandonata in un angolo, nei pressi del gazebo arrugginito.

    Dopo aver lavorato di pompa a mano, resasi conto delle dimensioni risibili di quella tinozza di gomma, ha desistito. Non la ricordava tanto piccola. Quando aveva cinque anni le sembrava così grande… l’ha presa a calci fino a bucarla. Ridotta a uno straccio colorato, l’ha guardata, astiosa e madida di sudore. In quel momento non è riuscita a fare a meno di immaginarsi sulla spiaggia, intenta a giocare con le onde. Un pensiero che le ha fatto male. Gli occhi pieni di lacrime.

    Poco dopo mezzogiorno, sua madre le ha inviato un sms: “Prepara il pranzo. Arrivo tra mezz’ora. Bacioni”. Non è la prima volta che Carlotta riceve un messaggio del genere. Sa cosa deve fare, è una donna, ormai, come dice ultimamente. Le piace fantasticare sull’argomento, fare finta che tra non molto la porta d’ingresso verrà spalancata da suo marito, un ragazzo con il viso perfettamente sovrapponibile a quello di Justin Bieber, affamato e ansioso di divorare i suoi squisiti manicaretti. In realtà, al momento non è in grado di fare molto più di quel che le ha insegnato quella ineccepibile donna di casa della sua mamma: scaldare una pentola piena di acqua salata, portarla a ebollizione, buttarci dentro una confezione di ravioli ripieni, aspettare cinque minuti, e quindi condirli con qualche sugo pronto. È certa che a Justin non dispiacerebbe… Si gingilla coi propri sogni ancora un po’, pensando a quando questi si materializzeranno in forma di una hit da primo posto in classifica dedicata a lei.

    “Cos’ha Selena Gomez che io non ho?” si domanda, pavoneggiandosi con pose maliarde e altezzose, come una novella Lady Gaga, di fronte allo specchio sopra la credenza nei pressi dell’ingresso. Sì, potrebbe chiamarla semplicemente con il suo nome. Perché no? Carlotta. Anche Charlotte, in fondo, le andrebbe bene. È una bambina, ma già comprende a quali compromessi debba scendere una pop star del calibro della sua futura dolce metà per compiacere un pubblico in gran parte anglofono. Ancora perduta nella nebbia color porpora della sua fantasia, si muove lentamente, quasi danzando sulle note di una canzone mai scritta. Come in trance, apre la finestra e sporge fuori la testa. Uno schiaffo d’aria bollente la colpisce alla gola e la costringe a cacciare via il sorriso che le è spuntato in faccia. Le toglie il respiro. Poi torna in sé.

    “È lunedì” pensa, sgomenta. Una consapevolezza che ha il sapore di una condanna. Ancora quattro mattine come questa. Giunta a sabato, forse, potrà finalmente fare quello che tutti i bambini della sua età è convinta stiano facendo nello stesso momento in cui lei accende il gas: rincorrersi spruzzandosi d’acqua in riva a quel maledetto mare di cui, in chiusura del tg delle tredici, durante uno di quei grotteschi servizi para-giornalistici in cui si discute del caldo nemmeno si trattasse di un evento eccezionale, sente parlare come di un luogo leggendario. Immagini di repertorio scorrono davanti ai suoi occhi sgranati di accaldata aspirante groupie, ora bimba cuoca, sola in casa. Hanno tutti un’aria piuttosto felice.

    «Bastardi» borbotta, sperando che almeno stavolta sua madre mantenga la promessa e le permetta di godersi un po’ quelle vacanze estive che, fino a qualche tempo fa, quando suo padre non si era stato ancora trasferito a Milano, erano motivo di vanto. Viaggiavano in lungo in largo. Bei tempi quelli. Non le occorreva nemmeno lavorare di fantasia per far crepare d’invidia quelle sciacquette anoressiche di Jessica e Tiziana. Ora, oltre ai compiti a casa, deve sobbarcarsi anche l’impegno imprevisto d’inventarsi una vita che si è limitata a osservare da un televisore. Non può farsi trovare impreparata dall’immancabile tema di benvenuto che l’aspetta una volta tornata tra i banchi di scuola: “Cosa hai fatto durante l’estate?”. La verità è troppo brutale, quasi infamante.

    “Mi prenderanno in giro” si ripete, terrorizzata. È ancora troppo giovane per apprezzare il piacere sottile e perverso che può derivare da una sana emarginazione, quella condizione spesso masochisticamente auto imposta a cui ci si costringe quando si scopre che, tutto sommato, l’accettazione degli altri non è poi così importante, e che, anzi, mostrarsi sprezzanti, individualisti e antisociali, tutto ciò che fino a ieri reputavi roba da sfigati, adesso è… è la cosa più figa che c’è! Sì insomma, c’è tempo per cadere, ridendo, in una spirale di decadentismo adolescenziale.

    La mamma non ha idea di cosa l’aspetta, e nemmeno lei, se è per questo.

    L’acqua sta per bollire. Carlotta guarda l’orologio appeso sopra il tavolo della cucina. La padrona di casa tarda ad arrivare. Spegne il gas proprio nel momento in cui avverte il familiare scoppiettio del motore dell’auto di sua madre. Sbuffando, torna a far andare la fiamma sotto la pentola e si appresta a buttare la pasta.

    «Ciao tesorooo!» la sente gridare. Il rumore delle chiavi gettate dentro il posacenere di vetro blu poggiato sulla credenza. «Sono a casa!».

    “Una precisazione superflua” pensa Carlotta, corrucciando le sopracciglia. Scuote la testa e sorride. Ha l’età in cui si comincia seriamente a dubitare delle facoltà mentali dei propri genitori.

    «Come sei stata?» le chiede.

    «Male» le risponde con voce affettata. Ha l’età in cui la diplomazia non è contemplata tra i modi di porsi nei confronti dei propri genitori – tra l’altro, come abbiamo avuto modo di appurare, dei novelli mentecatti. Silvia, dapprima sembra non aver nemmeno sentito, poi i suoi movimenti frenetici rallentano di colpo. Pare che qualcuno abbia premuto il tasto “slow” sul telecomando che regola le sue azioni. Sente il cuore accelerare, seppur in maniera poco significativa. La temperatura del sangue sale di un grado. Almeno crede. Le guance infuocate.

    «Perché?» le domanda, chiedendosi se il suo tono contrito comunichi in maniera adeguata quanto si sente mortificata.

    «Voglio andare al mare!» le risponde senza mezzi termini sua figlia. «È possibile che papà lavori anche ad agosto? Quando torna a casa?».

    Prima o poi dovrà decidersi a farle presente che suo padre non si trova a Milano. Se Carlotta avesse l’ardire di recarsi nella solita banca in via dei Gracchi lo troverebbe al proprio posto, quello che occupa da quasi dodici anni. La patetica scusa di un lavoro fuori città è soltanto il goffo tentativo di evitarle un dolore che, Silvia ne è certa, non è ancora in grado di metabolizzare. Questo è l’unico punto su cui lei e Tommaso sono sulla stessa lunghezza d’onda. Quando, sei mesi fa, ha deciso di tornare a vivere da solo – per un po’ di tempo… vediamo come va – erano rimasti d’accordo di inscenare la squallida pantomima di un importante incarico dirigenziale che lo avrebbe costretto a trasferirsi nel capoluogo lombardo.

    Carlotta sta aspettando una risposta che tarda ad arrivare. Silvia la guarda. Non sa che dire.

    «Sabato ti ci porto io» borbotta a mezza bocca, togliendosi la camicetta bianca fradicia di sudore. La getta in bagno, ai piedi del water, in cima a una montagna di panni sporchi piuttosto impervia da scalare. Si sciacqua il viso, poi lo stropiccia per bene con l’asciugamano. Rimane a fissare la sua immagine stravolta nello specchio sopra il lavabo. La fase “pausa di riflessione” è passata da un pezzo. Si sono già detti tutto. È ora di far parlare gli avvocati, di scrivere la parola “fine” in calce a una favola nemmeno troppo bella. Un giorno le racconterà dei tradimenti – i suoi – e delle truffe ai danni di ignari investitori finanziari – quelli perpetrati da suo marito. Una storia da cui ancora non capisce come abbia fatto ad uscire fuori con la fedina penale pulita. Nemmeno suo cognato ne sa niente. Perché renderlo partecipe di quel fallimento matrimoniale? Coinvolgerlo nella loro diatriba sentimentale non ha senso. In fondo lui e Tommaso si parlano così di rado che più che consanguinei è lecito considerarli poco più che conoscenti il cui grado di confidenza si attesta al livello “amico di Facebook a cui mandi gli auguri nel giorno del suo compleanno”. Non hanno mai avuto molto da condividere. Diversi come il giorno e la notte, era solita definirli la loro mamma, sin dalla più tenera età. Pragmatico, materialista e determinato uno, quanto l’altro era sognatore, sensibile e inconcludente. Una caratteristica, quest’ultima, che il parentado, nel corso degli anni, aveva fatto pesare parecchio all’ormai non più piccolo Massimo. Che poi il figlio prediletto di casa Meridiano fosse stato più di una volta sul punto di varcare i cancelli di Rebibbia è un dettaglio su cui, per eleganza e amor del quieto vivere – nonché per evitare di costringere il cuore malconcio della sua vecchia a un inutile e doloroso superlavoro – aveva più volte sorvolato con grazia olimpica.

    “Forse potrebbe portarcela lui al mare” sta considerando Silvia, mentre la guarda apparecchiare. È pur sempre suo zio. Peccato che una delle poche cose che condivide con il quasi ex marito sia la scarsa affezione e l’assoluta mancanza di dialogo con quel tipo barbuto che abita nell’appartamento di fianco.

    Il rumore di una porta che si apre e poi si chiude di schianto. Deve essere rincasato, pensa.

    «Carlotta?» dice, chiamandola ad alta voce. È tentata di chiederle se ha voglia di invitare lo zio a pranzo. «Sì?» urla la bimba. Attraverso le mura sottili già s’insinuano le note moleste di una band death metal. «Ehmm! Niente, cara, niente».

    “Che idea stupida” si dice, scolando la pasta, mentre cerca invano il modo giusto per comunicare a sua figlia che il padre ha ottenuto la promozione che aspettava da una vita, e che non può allontanarsi da Milano, almeno per il momento.


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