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  • Sotto una luna zigana


    Ira

    Una  fetta di luna spande il suo azzurro pallido nella stanza. Il vento sfiora le tende, che si muovono un po’.

    Dove sono? Che faccio?

    Mi gira la testa, anche stando sdraiato. Devo aver bevuto, e non poco. Ho la bocca impastata, sono sudato e mi tremano le mani. Cos’è successo, ieri sera? Adesso riconosco la lampada anni ’70, con le gocce d’olio colorato che navigano in un’acqua chiara e si mescolano al riscaldarsi dei liquidi.

    Sono a casa mia, in camera da letto.

    Ho qualcuna vicino. Oh no, la solita sorpresa del giorno dopo. Adesso non ho voglia di scoprire chi è, più tardi. Prima devo ricostruire. Dio che mal di testa.

    Guardo in aria, col tenue riflesso del neon del bar di Giorgio sul soffitto. Riconosco anche la crepa nell’angolo. Siamo andati a cena fuori, c’erano Thomas e Gianna e anche quello, come si chiama, Riccardo, con la sua nuova ragazza. Poi Bruno da solo perché è riuscito a farsi scaricare anche stavolta. E per la strada abbiamo anche raccolto quel matto di Giampiero che in compenso se ne andava a spasso con due sceme incollate, e non sapeva che farsene. Lui è bello, se lo può permettere. Tutti al Lounge di piazza Fiera, fanno dei cocktail fantastici.

    Io me ne stavo da solo e contavo di restarci. Con Chiara ho preso una scottatura come non mi capitava da tanto tempo, volevo solo bere e stordirmi. Giampiero ha anche tentato di affratellarmi con una delle sue svampite, ma gliel’ho rimandata al mittente. Non ero in palla, diciamo così.

    E poi? Siamo entrati al Lounge, e dopo?  Maledizione.

    Avrei bisogno di un whisky, quello mi snebbierebbe di sicuro, ma non mi sento la forza per alzarmi.  Chiunque sia la mia vicina di letto è girata contro il muro, ma quello che si intravede sotto il lenzuolo sembra un bel sedere. Bè, mi consolo, deve essermi andata bene. Se appena me lo ricordassi.

    Siamo rimasti lì un bel po’, poi è arrivata una ragazza, come si chiamava…Gloria, ecco sì, Gloria.  Una bellezza meridionale, ambrata con le labbra scure. Due occhi di brace. Si è avvicinata, mi si è seduta accanto scalzando una delle sceme di Giampiero.

    Mi sussurrava qualcosa e il calore del suo respiro nel mio orecchio, assieme alla frustrazione per Chiara che ancora mi rimbombava dentro, congiurava contro la mia solitudine depressiva. Dev’essere lei, qui sdraiata con me. Per forza. Però dopo il suo arrivo cala  la nebbia e non mi ricordo più niente. Detesto questa voragine in testa che ottunde il ricordo e il ragionamento, ma non posso farci niente.

    Si è alzato un vento feroce, e lampi guizzanti spaccano il cielo da lontano. Non riesco a muovermi, è come se avessi un masso sullo sterno che mi tiene giù. Anche spostare una mano è un processo lento. Sbatte un’imposta con violenza e allora la vedo: Gloria, la donna di ieri sera, crocifissa agli infissi della finestra. Le tende si muovono languide e a tratti velano a tratti scoprono i suoi occhi aperti e la bocca spalancata in un urlo che credo durerà per sempre. Indossa solo la camicia, strappata sul ventre e intrisa di sangue.

    Mi giro verso destra d’istinto. Adesso sì, voglio capire chi ho vicino. Lei sembra averlo capito e comincia a muoversi, piano. O forse sono io che vedo al rallentatore. Sento il calore del suo corpo. Si mette seduta; i capelli lunghi nascondono il viso, ma il braccio è rinsecchito e la mano che cerca la mia ha le vene in rilievo, le ossa che si spostano a ogni movimento, le dita contorte di artrite.

    Mi si è ingorgato in gola un urlo, cado dal letto e scendo frenetico le scale.

    La sbornia è passata, e qualcosa mi dice che non berrò più.


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