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  • Riesenwurm - estratto


    Gaffo

    Una sirena suona inclemente la sveglia. Apro gli occhi nella camerata illuminata dalle odiose luci ar­tificiali. Avrò dormito sì e no un paio d’ore e mi sento come se fossi ruzzolato dalle scale. Tuttavia sono morbosamente curioso, ansioso di scoprire in quale situazione mi sono cacciato.

    I lavoratori si destano solerti e io seguo a fatica il loro ritmo. In mensa si serve pane rinsecchito e uno strano tè nero dal vago sentore di tartufo. Che lusso! Sono entusiasta di mangiare finalmente qualcosa di diverso. Mi ingozzo avidamente, poi me ne pento perché mi sento gonfio come un pal­lone, abituato com’ero alla soia in latta. Viscida soia in latta. Mentre inzuppo il pane nel brodo mi accorgo che i miei compagni mi guardano di sot­tecchi e confabulano. A quanto pare non vado loro a genio, nonostante sia lampante che siamo sulla stessa barca.

    Soltanto un tipo alto, magro e pelato mi degna della sua compagnia. Mi stringe la mano sorridendo e dice di chiamarsi Feng. Mi presento, il mio nome lo fa ridere. Mima di seguirlo, si offre di farmi da guida. Lo ringrazio di cuore, finalmente una perso­na amica. Vorrei chiedere in cosa consiste il lavoro ma scopro di essere un mimo patetico. Non ci si capisce. Dopo vari tentativi mi rendo conto che il mio nuovo amico non fa che ridere, e a lui si è aggiunto un gruppetto di curiosi. Sto soltanto dando spettaco­lo, rinuncio. A ogni modo, tra non molto constaterò con i miei occhi cosa mi toccherà.

    Seguo Feng a passo svelto lungo un corridoio, poi ci ammassiamo tutti nell’ampio montacarichi custodito da guardie armate. Nonostante i lavora­tori siano ordinati e diligenti, ho notato che siamo costantemente sorvegliati a vista.

    Scendiamo in profondità a gran velocità, una lunga discesa nelle viscere della terra. La tempe­ratura si alza e comincio a sudare. Il montacarichi si arresta bruscamente, le porte si spalancano e usciamo.

    Pareti di roccia, una larga galleria illuminata da lampadine collegate da cavi scoperti. Sul pavimen­to corrono le rotaie.

    È una miniera. Siamo minatori.

    Le guardie urlano e impartiscono ordini che non comprendo; ma per fortuna ho Feng ad assistermi. Ci mettono in fila, ci spostano su un lato: da questa parte, da quell’altra. Vengono distribuiti gli attrezzi da lavoro: a ciascuno spettano una pala arrugginita e una specie di serbatoio di latta, oblungo, con una ruota all’estremità, da trasportare a mo’ di carrio­la. Trasciniamo il nostro equipaggiamento lungo i tunnel sotterranei, scortati dai militari. Io rimango appiccicato a Feng e ci troviamo assieme ad altri due uomini in una galleria torrida, illuminata da due file di lanterne. Mi accorgo che tutte le pareti sono perfettamente lisce, non frastagliate e irregolari come ci si aspetterebbe da un cunicolo sotterraneo. L’odore di benzina quaggiù è insopportabile e pre­sto ne individuo la provenienza.

    Sparpagliati qua e là come merde di vacca in un pascolo, ci sono dei cumuli di melma scura, di una sfumatura verdastra. È quella poltiglia nauseabonda a puzzare a quel modo, ed è anche l’oggetto del mio lavoro. Feng mi mostra cosa devo fare. Bisogna rac­coglierla con la pala e infilarla nell’apertura della marmitta. Tutto qui.

    Il mio amico mi parla ancora nella lingua dei ge­sti. Non ci giurerei, ma credo mi stia consigliando di scappare se dovessi vedere dei serpenti. Grossi serpenti.

    Grossi serpenti in una grotta a centinaia di metri sottoterra? Puoi giurarci che corro a gambe levate!

    C’è da dire che i cinesi hanno una gestualità piuttosto rigida, non quella teatrale di molti italiani, per cui non sono certo di aver afferrato il concetto. Inoltre il sorriso perennemente stampato sul viso di Feng non fa certo presagire un vero e proprio peri­colo, piuttosto uno scherzo. Sorrido e gli mostro il pollice alzato in segno di intesa.

    «Che cazzo ridi, imbecille...» dico, tanto non ca­pisce.

    Lavoriamo per ore senza tregua, spalando quel­la melma scura. Quando la marmitta è colma la carichiamo nei carri alla galleria principale e ne prendiamo un’altra vuota. Non vedo l’ombra di serpenti né il benché minimo segno di fauna sotter­ranea. Caldo e afa sono opprimenti. La nera tenebra in fondo al tunnel è inquietante. Feng nel frattem­po ride sempre e sfrega le dita a mimare il denaro. Lui mantiene alto il morale pensando alla paga. Io temo che un minatore cinese abbia un’idea di ‘sala­rio generoso’ molto, molto distante dalla mia. Non è affatto un pensiero incoraggiante.

    Di tanto in tanto la galleria rimbomba di impre­cisati echi lontani e di qualche grido delle guardie. I militari si vedono di rado, generalmente se ne stanno nel tunnel principale, dove una rotaia porta i carri con le marmitte al montacarichi. Sebbene non ci prendano a frustate, né interferiscano più di tanto con il lavoro, ho la netta sensazione di essere uno schiavo. So che il governo cinese non è celebre per tutelare particolarmente i diritti dei lavoratori, ma tutto ciò mi sembra davvero eccessivo.

    Mi invento qualcosa per chiedere a Feng in­formazioni riguardo i soldati: gli faccio il saluto militare, ma lui ride e fa lo scemo scambiandolo per uno scherzo. Anche gli altri due sghignazzano, an­cora di più quando li mando a fanculo. Quantomeno comincio a risultare simpatico.

    Il suono di una sirena echeggia nel reticolo di gallerie a sancire la fine del turno e pala in spalla rientriamo con le marmitte. Sono sfinito, mi dolgo­no spalle, schiena e gambe, ho vesciche sanguinanti sulle mani e sui piedi. Il sudore persistente mi ha irritato la pelle e tutto il corpo prude. Feng sorride, ma a questo punto credo sia una paresi facciale, per­ché non c’è proprio niente da ridere.


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