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  • Il tocco della vita


    Ira

    Cammino sulla spiaggia, nella luce livida di quest’alba corrotta.

    Mi sono alzato presto:  tanto stare lì con gli occhi aperti a immaginarmi il soffitto, il lampadario di plastica e le ragnatele che non ho voglia di pulire non fa che deprimermi. Allora ciabatto fino alla minuscola cucina e mi preparo un caffè,  denso e amaro.

    Poi via, alla spiaggia. Devo ammortizzare al mare lo sbiadirsi del mio cervello e, naturalmente, la presenza di Cora. Se ne è andata lasciandomi dentro un seme velenoso: l’ incapacità di arginare la sua fame di tutto. E mentre lei si nutriva di gente, oggetti, storie, bambini, luoghi, mentre diffondeva sorrisi ed entusiasmo, proprio in quei momenti risucchiava la mia energia, giorno dopo giorno.

    Alla fine mi ha detto:

    “Non vuoi niente, non sono neanche sicura che tu ci sia veramente, che non sia una proiezione della mia mente.”

    Poi mi ha guardato critica e ha aggiunto:

    “No, in effetti se ti avessi proiettato io saresti un po’ più vivo.”

    Così adesso sono qui, dopo una settimana, ancora intento a smaltire i suoi schiaffi. Cammino sulla spiaggia tutti i giorni all’alba, poi torno a casa e mi metto al tavolo da disegno. Per vivere creo maghi perversi, muscolose ragazze guerriere, elfi gialli e verdi e giovani garzoni che diventano principi con le pozioni di antiche streghe. A una di queste, particolarmente odiosa, ho dato la faccia di Cora. Prevedibile e patetico.

    Di solito sulla spiaggia a quell’ora c’è solo l’acqua, la sabbia, il colore del cielo che scivola in mare. A volte qualche solitario cercatore di conchiglie e altri ritrovamenti.

    Stavolta c’è un uomo. Lo vedo da lontano, accucciato fra le sue ginocchia, come fanno gli indiani. Si staglia scuro sullo sfondo della sabbia, che oggi sembra fatta di granelli di madreperla. Mi avvicino, ma lui sembra non accorgersene. Lo circonda la sua vita: il sacco a pelo, un pentolino, una padella, i resti di un piccolo falò.

    Non so se passargli dietro e fingere di ignorarlo o trovare una scusa per curiosare. Una cosa del genere a me sembra indiscreta, Cora non esiterebbe un momento. Lui mi previene. Si alza rapido come un gatto:

    “Ce l’hai una sigaretta.”

    Cerco di capirne l’età, ma è veramente difficile. Scuro di pelle con occhi chiarissimi, verde acqua. Cinici e indagatori. Una rete di solchi in faccia, due denti di metallo, una vecchia frattura al naso. Il suo corpo non lo opprime, come accade a molti di noi: lo usa per quello che gli serve, non lo ostenta, non lo nasconde. E’ sostenuto da muscoli duri, incordonati per qualche mestiere faticoso.

    “Non fumo.”

    Lui annuisce e torna ad accucciarsi. Traffica con un legno, ne taglia via schegge con il coltello.

    “Che fai?”

    “Un cucchiaio.”

    Vorrei chiedergli perché tutta quella fatica, perché non se lo compra. Non costa una fortuna, un cucchiaio. Ma mi sembra che, rivolta a lui, una domanda così suonerebbe assurda. Non so perché.

    Lui capisce lo stesso.

    “Il legno ha un sapore, e quello di mare rilascia sale e iodio nella minestra, bave di molluschi e sostanza gastrica delle stelle marine. E’ un mangiare sontuoso. “

    Già, come ho fatto a non pensarci.

    “Come vanno le tue ferite? Guariscono?”

    Inspiegabilmente,  non mi stupisco.

    “Così così.”

    “Mmmm, lascia fare al mare. E non farti prosciugare.”

    Comincio a sentirmi a disagio, questo sa tutto. Il silenzio passa fra di noi come uno sconosciuto, che finge di non vederci.

    “Che fai qui?”

    “Ho un appuntamento.”

    “Allora me ne vado.”

    “Ma no, stai qui. Non sai mai cosa puoi scoprire.”  Mi sembra di sentir parlare Cora.

    “Non sembri un tipo da appuntamenti.”

    “Cioè?” Ride.

    Mi imbarazzo.

    “Voglio dire, sembri uno libero, fuori dalle convenzioni. Non so…”

    “Sono libero, più di quello che immagini. Ma non completamente. Nessuno di noi lo è, le leggi fisiche ci inchiodano qui, o altrove.  E poi c’è l’amore (mi guarda), l’odio, il disprezzo, la paura. Tutti legacci.”

    “Si, questa l’ho già sentita: sei libero solo senza passioni.”

    “Non credi che sia vero?”

    Il sole si affaccia col suo melone in fondo all’orizzonte. Più si alza più la luce è intollerabile. Il mare diventa una lamiera.

    Faccio spallucce. Mi guarda con quei suoi occhi dritti, che bucano.

    “Forse si, ma mi sembra un prezzo troppo alto per la libertà.”

    “Perché non la conosci. Tu vedi solo questo pianeta.”

    Ecco, ho trovato lo psicolabile della domenica.

    “Tu invece cosa vedi?”

    “Quello che c’è, che è molto di più. C’è questo mondo e ce ne sono altri, c’è questo universo e ce ne sono altri.”

    “Ve bene. Scusa, adesso devo proprio andare.”

    Ride. Ha finito il cucchiaio e lo annusa come uno che assapora il bouquet prima di centellinare un rosso francese.

    “Sai che ha ragione lei? Sei chiuso come un’ostrica.”

    Mi giro lentamente. Che diav…

    “Sei talmente abituato a riversarti tutto nei tuoi disegni che ti sei dimenticato come si fa ad avvicinarsi alla realtà”.

    Adesso comincio a sudare. Intorno a noi, in lontananza, si vedono i turisti del silenzio, soli o col cane. Di più non arriverà, siamo a marzo e fa un maledetto freddo.

    Mi offre una brodaglia, dal pentolino sul fuocherello che si sta spegnendo.

    “Non sembra, ma è caffè.”

    Lo annuso, poi lo assaggio con cautela. E’ squisito.

    Guarda l’orizzonte.

    “Si, questo pianeta è bello. Ma vivete in una piccola gabbia dorata, che fra l’altro state demolendo. Consolati: nessuno ne sentirà la mancanza.  Fuori ci sono soli e lune, galassie, torrioni di polveri cosmiche, reti neurali di particelle che ingabbiano lo spazio/tempo, rivolgimenti improvvisi di epoche e intere strutture portanti degli universi. Ci sono tunnel di caduta gravitazionale che collegano ammassi galattici, corridoi di buchi neri e le pulsazioni X che fanno da impalcatura a iperstrade elettromagnetiche. E’ un inferno caotico, ribollente di energia incontrollata, di colori violenti, di esplosioni convulse di stelle in un marasma giallo, rosso, viola. “

    Di nuovo mi guarda, di nuovo mi  sento sotto lo spillone. E che gli dico, a questo? Sembra una brutta copia di Guerre Stellari, fra un po’ tirerà fuori una spada luminosa dai pantaloni sformati. Mi guardo intorno, c’è qualcuno col cane, qualche ragazza con un libro, ma nessuno bada a noi. E adesso come mi libero di questo matto?

    “Dici ‘vivete’.  Tu non sei uno di noi? Chi sei per sapere queste cose?”

    Ecco, non ho saputo resistere.

    “Non ci pensare. Quel calderone che ti ho raccontato brulica di vita, come si può dubitarne?”

    “Tu sei fatto come un uomo, un esemplare basato sul carbonio.”

    Fa spallucce. Troppo complicata, ma che vado a chiedergli? Pretendo una teoria cosmologica, da questo qui? Sarà fatto: inconsciamente cerco con lo sguardo pillole o siringhe fra le sue poche cose. O magari solo una bottiglia, basterebbe. Non vedo niente. E lui sorride.

    “Adesso devo andare. Il mio appuntamento, ti ricordi…”

    Guarda il bagnasciuga, e io seguo il suo sguardo.

    La risacca si solleva in un modo strano, come se la sabbia del fondo si gonfiasse e spingesse vero l’alto il flusso ordinato della corrente. L’acqua si alza in un gruppo di onde morbide, diventa ingombrante alla vista, poi cola di lato e appare una cosa assurda.

    Il collo grosso e lungo e il muso proteso  di un animale che assomiglia molto a qualche sauro del cretaceo, di quelli che a volte uso nelle mie graphic novel. Testa (quattro volte la mia) e collo sono incoronati da una cresta arancione. Il mio interlocutore si avvicina all’animale e cominciano a comunicare, non so come. Lui parla, serio. La bestia no, ma annuisce spesso e si capiscono.

    Sto lì a guardare come un imbecille, quasi ipnotizzato dalla scena che ho davanti. Riesco a staccarmi il tempo di dare un’occhiata in giro. Un paio di ragazzi camminano mano nella mano, sono a dieci metri da noi ma non danno segno di aver visto quello che sta accadendo sull’arenile.

    Torna verso di me.

    “Scusa, adesso devo proprio andare. Non sono un mago: so le tue cose perché siamo telepati. Ti lascio solo una piccolo promemoria, se vorrai accettarlo: la tua mente è  aperta e può  contenere molte più cose di quelle che pensi, ma mentre esplori gli universi con la tua arte ricordati di vivere.”

    Spariscono in uno sbuffo, lui e l’animale, lasciando una risacca piatta e oleosa.

    “Ricordati di vivere”. Figurati, sembra di sentire Cora. La sua immagine si sfuma delicatamente e io comincio a scorgere la furia vitale di quegli universi ribollenti di un’energia inarrestabile. Cora ha ragione, e nel momento in cui mi accosto a una verità così semplice, mi allontano da lei e da quello che credevo amore.

    Forse per amare gli altri bisogna essere capaci di amare se stessi. Ci devo pensare, ma non adesso. Respiro il salso e mi riempio gli occhi con la superficie volubile dell’acqua.

    Poi mi caccio le mani in tasca e mi avvio verso casa. Per oggi ho vissuto abbastanza.

     


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