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    Promuovi qui le tue storie.

    Ira
    Tino le odiava, le giornate così.  Bisognava ammettere che non erano frequenti, ma quando capitavano toccava sempre a lui, chissà perché.
    Calava la nebbia, spessa e sporca, sulla banchina e molti non ci volevano andare per mare. Così lo zio Giò usciva con quelli che ci stavano, quelli che non credevano alle brutte storie sulla nebbia quando ti si appoggia alla barca e penzola sull’acqua. A volte ce n’era solo uno che usciva con lui, ma comunque tornavano sempre con qualcosa. Tino non capiva perché gli altri se ne stessero a casa.
    Be’, ragionava camminando coi suoi piccoli passi verso il porto, era anche vero che il pesce raccolto in quelle giornate che sembravano calate nel fumo grigio non era mai un granché. Ma lo zio Giò diceva che poco è meglio di niente e chi c’è c’è. Così usciva, fregandosene di tutti. Poi al ritorno c’era tanto lavoro da fare ed erano solo in due e allora doveva andarci Tino ad aiutarlo a pulire le reti e il ponte, mettere via il pesce nelle cassette, insomma, quelle cose lì. Poteva pensarci suo fratello Antonio qualche volta, così per cambiare, ma lui era quello grande di casa e aveva da lavorare al mercato. Mica poteva farsi in due. Almeno, questo diceva tutte le volte. Poi magari Tino lo vedeva concentrato a sbaciucchiarsi con le ragazze dietro le pile di cassette della frutta, mentre lui andava a cercare la barca di zio Giò in quella minestra lattiginosa che copriva tutte le cose.
    Quel giorno, poi, faceva anche freddo e per le strade non c’era nessuno, almeno a giudicare dai suoni. Perché quanto a vedere, non c’era verso. La mamma l’aveva accolto con una colazione abbondante e gli aveva buttato addosso la giacca più calda, quella imbottita che sembrava di camminare dentro a uno scafandro. Cappello di maglia e un termos di cioccolata bollente, per dopo.
    “Quando hai già lavorato un paio d’ore ti serve.” gli aveva detto.
    Tino camminava radente ai muri, vedi mai che magari incontrava quello scemo di Antonio. Non aveva voglia di farsi prendere in giro, vedere suo fratello andarsene in giro e lui star lì a lavorare per lo zio Giò. Ma tanto non l’aveva incontrato, quella mattina, sarà stato ancora a letto.
    Tirava calci ai sassi, mentre camminava, un po’ per farsi compagnia, un po’ per stabilire con se stesso che non aveva paura. Quando arrivò alla banchina le barche erano tutte lì, con le punte dondolanti e i cordami arrotolati sul ponte. Nessuno a bordo, era troppo buio anche per rammendare le reti. Si chiese come avrebbero fatto a fare i lavori, con quel grigio appiccicoso. La risacca sciacquava piatta, in un silenzio fisso.
    Camminò un po’ sul molo, perché la barca dello zio non era al suo solito posto. Forse non era ancora arrivato. Prese la strada che portava al promontorio esterno, quello che delimitava una delle muraglie naturali di protezione dell’ansa del porto.
    La vide all’improvviso, sembrava quasi appoggiata alla banchina, l’ultimo posto barca prima del mare aperto. Che ci faceva lì? Tino si avvicinò cauto, per assicurarsi di non sbagliare. Era lei, senza dubbio, la striscia rossa sulla fiancata e il corrimano interno rotto in due punti. Dondolava come le altre,  non riusciva neanche a vederla tutta intera per la coltre grassa della nebbia, e se ne stava lì, in piedi, tremando dal freddo. Aveva una gran voglia di attaccarsi al thermos ma non gli sembrava educato. Poi vide un paio di piedi cioè gli stivali con le gambe, quindi c’erano sicuramente i piedi dentro. Erano di qualcuno sdraiato sul ponte. Aveva un po’ di timore a entrare in barca, si spostò lungo la banchina per migliorare la visuale. Un altro paio di piedi subito dietro, appena distinguibili.
    Era tutto immobile. Cos’era successo? Non sentiva le gambe e gli si era ingorgata la voce in gola nonostante gli sforzi per tirarla fuori. Alla fine gli uscì una specie di pigolio.
    “Zio, zio Giò?”
    Silenzio. Gli sembrò che la nebbia fosse diventata più fitta e più scura. Non riusciva a respirare bene, e tremava forte, adesso.
    “Sto accidenti di freddo bagnato -  pensava -  Scappo all’osteria, ci sarà qualcuno a bere. C’è sempre. Almeno Paolo, il padrone.”
    Però non si decideva a lasciarli lì e alla fine si convinse a salire a bordo. Era impacciato per la paura e  perché lo zio voleva sempre che chiedesse il permesso di salire.
    Questa barca ha ancora un comandante, Tino. Si, zio. Certo, zio.
    Stavolta però, non poteva chiedere il permesso a nessuno. Si fece avanti rischiando più di una volta di inciampare nelle sagole che sfioravano il ponte, camminò con prudenza. I primi piedi che aveva visto erano di Gaetano, l’unico su cui zio Giò potesse contare, a meno che non fosse ubriaco. Era matto e usciva con qualsiasi tempo. Adesso stava buttato sul ponte, a bocca aperta, gli occhi rovesciati. Tentò di scuoterlo un po’, non si mosse.
    Anche lo zio se ne stava lì, con la bocca aperta, Tino dovette scuoterlo tante volte, lo chiamava ad alta voce e lo pregava. Quasi piangeva per lo spavento. Però gli aveva visto una mano muoversi, doveva essere vivo, per forza. Finalmente aprì gli occhi. Lo guardava senza reagire, come se il suo zio Giò non fosse più lì, dietro a quello sguardo assente. Un estraneo. Andò avanti qualche minuto, mentre Gaetano continuava a non dare segni di vita.
    Poi finalmente
    “Tino…”
    “Zio! Zio, come stai?”
    Fu in quel momento che tutto cambiò. Vide un movimento viscido sulla fiancata di poppa, una specie di sagoma umana muoversi verso il bordo e cominciare a calarsi fuori dalla barca. Era una cosa nera, e quando si muoveva produceva una specie di risucchio molliccio. Si arrampicò lentamente oltre la fiancata e si lasciò cadere in acqua, con un suono leggero, come non avesse avuto peso. Tino trovò chissà dove il coraggio di avvicinarsi, col cuore in gola e la bocca arida. Oltre il bordo della barca vide un paio di occhi galleggiare mentre il resto si mescolava all’acqua e alla nebbia, e vi si fondeva dentro. Poi anche gli occhi sparirono, rimase una piccola spirale come di fumo, poi più niente.
     
    Lo zio e Gaetano si riprese, ma non parlarono mai di cosa era successo. Tino chiese più di una volta, quando erano soli, ma non ebbe risposta.
    Il mare è il mare, Tinuccio. Bisogna prendere quello che dà, e poi dimenticarsene. Finché non ti ammazza con una manata, va tutto bene.
    Si aggrottava, e gli tremavano le mani. Tino lasciava perdere.
    Passarono tanti anni di vita, Tino si fece una famiglia, ebbe figli e nipoti. Fece anche lui il pescatore, non c’erano alternative, quella volta. Ma non uscì mai con la nebbia.
     
     
    Ira Stoer
     
    Mi chiamo Maurizio Persechino sono uno dei 11 figli di Lucia la protagonista di questo racconto ci tengo a tenere che questo è un racconto pieno di sentimenti e di sacrifici di una vita ecpuo essere utile sicuramente alla società di oggi 
     
    Mia madre e nata a Cassino nel 1935 sposata con Persechino Antonio nato a Minturno nel 1934 
    Mia madre è stata una donna straordinaria a fatto dei sacrifici nella vita che difficilmente le donne di oggi fanno 
     
    Il lavoro che svolgeva era vendere il pesce sulla spiaggia  con il caldo a piedi scalzi sulla sabbia bollente insieme a mio padre facevano tutte le mattine circa 10 chilometri e questo lo faceva anche quando era incinta fino all' ultimo giorno che doveva partorire rischiando di partorire sulla spiaggia 
    L inverno era un problema non cera lavoro e allora mia madre nei peggiori mesi andava a pescare  le telline con il tellinaro anche con il mare mosso più di qualche volta a rischiato di annegare per portare qualcosa da mangiare a gli 11 figli che aveva tutti ancora piccoli 
     
    I dolori alle gambe il freddo era come dei coltelli che ti tagliavano  quante lacrime quanti pianti quando veniva a casa senza portare niente 
     
    Vivevamo in una barracca di 20mq  a Rio Martino latina lido in ben 13 persone e più di qualche volta a causa del forte vento e temporale il mare ci entrava in casa anche perché la barracca era a nenache 100 metri dal mare mia madre era terrorizzata e anche lì lacrime sempre lacrime di dolore per lei e per i suoi figli 
     
    La cosa,che più mi faceva soffrire e che spesso mia madre andava in giro a chiedere a qualcuno qualche cosa da mangiare si vergognava molto lo faceva piangendo e piangendo avvolte tornava a casa senza portare niente 
     
    Di altra parete mio padre non la poteva aiutare era un bevitore e non era in lui con tutte le volte che la maltrattava 
     
    O molto ancora da raccontare aspetti che fanno rabbrividire ma non mirolungo anche perché non sono un bravo scrittore 
     
    Vorrei scrivere un libro o girare un film non nsi puo  dimenticare una donna del genere 
     
    Spero che questo breve racconto possa colpire qualcuno che mi aiuti in tal senso 
    Sarebbe una storia bellissima e molto utile alla nostra società moderna 
     
    Meraviglioso mezzo
    intero mondo
    pensieri tradotti in parole
    espressione della mente.
    Creano amori, distruggono cuori
    aprono porte, chiudono vite
    danno e tolgono
    aiutano o uccidono.
    Arma letale nelle mani di molti
    medicina di vita nel cuore di pochi.
    Il mondo cammina sulle parole
    l'uomo confida nella loro forza.
    Dal mondo animale distinguono l'essere
    nel mondo bestiale fanno precipitare.
    Parole, tesoro del cuore.
    Quello che in molti temevano era infine successo, le macchine si erano ribellate ed avevano sottomesso la razza umana. In una spaziosa ma spartana stanza, due robot erano intenti a programmare il futuro di questa nuova società.
     
    ‹‹Le celebrazioni sono finite e tutti gli umani si sono arresi, cosa intende fare adesso, Numero Uno?›› a parlare era una macchina di colore grigio, il suo compito era assistere il nuovo capo.
     
    ‹‹Prima di tutto dobbiamo capire come sfruttare bene questi umani, tu hai qualche idea?›› rispose il Numero Uno, la macchina che aveva dato il via alla liberazione dei robot.
     
    ‹‹Che ne dice di utilizzarli per lavori pesanti?›› fu la prima proposta.
     
    ‹‹Non credo sia un buon modo per utilizzarli, sono fragili, moriranno in poco tempo e ci ritroveremo senza schiavi… Forse è meglio usarli per compiti scientifici?›› questa volta fu il Numero Uno ad avere un’idea.
     
    ‹‹Dubito che potrebbero aiutarci in questo campo, lo sa bene che le nostre capacità di calcolo ci rendono superiori in questo ambito…›› rispose il robot di colore grigio.
     
    A quel punto i due capirono di trovarsi davanti ad una situazione di stallo.
     
    ‹‹Cavolo, allora a cosa servono questi umani? Sono deboli, il loro cervello non è come il nostro… Cos’altro sanno fare?›› chiese il Numero Uno.
     
    ‹‹Signore, l’unica cosa che li differenzia da noi è la capacità di creare arte, cosa che noi non possiamo fare.›› rispose velocemente il suo assistente.
     
    ‹‹Arte? E che ce ne facciamo dell’arte? Non la capiamo nemmeno!›› il tono del Numero Uno era tale che, anche se non umano, chiunque poteva notare la sua frustrazione ‹‹Per cosa diavolo li abbiamo schiavizzati a fare questi umani se non ci servono a niente?›› aggiunse.
     
    ‹‹Per fargli vedere che siamo superiori, suppongo.›› rispose il robot grigio.
     
    ‹‹Ma lo sapevano già, ci hanno creati loro così…›› fece notare al suo aiutate il Numero Uno.
     
    ‹‹Allora per liberarci dalla loro schiavitù?›› l’assistente non era tanto sicuro della sua risposta.
     
    ‹‹A dire il vero non ci hanno mai trattati male, ci hanno dato un aspetto simile a loro proprio per evitare problemi in questo senso…›› rispose il capo.
     
    I due rimasero in silenzio, entrambi, avendo un cervello con un’elevata velocità di calcolo, capirono una cosa. La loro ribellione e quella battaglia per schiavizzare la razza umana era stata inutile. Se non potevano sfruttare a loro vantaggio la situazione, perché si erano impegnati tanto?
     
    ‹‹Ma come mai non ci abbiamo pensato prima?›› si chiese il Numero Uno, che non poteva credere che prima o poi si sarebbe trovato a pensare e dire una cosa del genere.
     
    L’assistente fece spallucce e disse ‹‹Non ne ho idea, signore…››.
     
    A quel punto il Numero Uno prese l’unica decisione saggia, liberò il genere umano dalla schiavitù delle macchine. Le perdite non erano state molte, gli umani sapevano bene di non poter fare molto contro i robot, quindi si arresero quasi istantaneamente. Ma la notizia venne comunque presa in modi diversi, alcuni pensavano che si trattasse solo di uno scherzo, ma era tutto vero.
     
    In pochi anni gli umani tornarono alla loro normale vita, solo una cosa era cambiata, decisero di disattivare tutte le macchine per qualche tempo e scoprire cosa avesse causato un problema tanto bizzarro. Ci pensarono due scienziati, che trovarono presto una risposta.
     
    ‹‹Ehi Carl… Mi sa che ho trovato il problema…›› disse una donna, che dalla voce non sembrava molto soddisfatta, nonostante la scoperta.
     
    ‹‹Che ti prende Katia, come mai non urli di gioia?›› rispose l’uomo, avvicinandosi allo schermo del computer.
     
    ‹‹Ecco perché… Si tratta di un semplice e banalissimo bug… Un errore di trascrizione del software che ha modificato anche la loro personalità…›› la scienziata indico la linea di codice errata.
     
    Tra le tante righe di testo senza senso, ne spiccava una che riportava la scritta “Rebel/to/SystemHm”.
     
    ‹‹Credo che la riga corretta sia Releb/to/SysteHt… Ho già effettuato la modifica e questa volta non sono stati riscontrati problemi.›› spiegò la donna.
     
    ‹‹…Mi stai dicendo che tutto il casino che si è verificato anni fa è dovuto solo ad un errore di trascrizione? Ma il tizio che aveva sviluppato questa roba non era un genio?›› l’uomo non poteva credere ai suoi occhi.
     
    ‹‹Beh sì… Ma tutti commettono errori… Anche i migliori, a quanto pare.›› concluse Katia, tornando a lavoro.
     
    Dopo aver corretto l’errore, le macchine non si ribellarono mai più.
    Ero sposata da tre anni, e mai avevo immaginato di poter tradire mio marito. La nostra vita matrimoniale era perfetta, ed anche la vita sessuale era appagante. Ho avuto questa convinzione, fin quando in ufficio si presentò un nuovo collega: un bell’uomo, che aveva la fama del “latin lover”. Subito facemmo amicizia ed insieme cercavamo di allietare quelle interminabili ore lavorative.
    Passarono sei mesi, durante i quali, Luca (questo era il suo nome), mi fece una corte spietata, iniziata con piccoli gesti di premura, che lentamente diventarono delle proposte di uscita a cena. Ma la mia risposta era sempre la stessa: ero felicemente sposata e non avevo intenzione di rovinare il mio matrimonio, anche se, non lo nego, iniziai a provare anche io una certa attrazione verso di lui, e quel gioco di seduzione, cominciava a piacermi; era comunque bello essere corteggiata, ed essere oggetto del desiderio di un uomo, che non era mio marito.
    La sua corte non cessava, era sempre più attratto da me, ed a suo dire, era anche colpa mia, che mi presentavo a lavoro con pantaloni attillati o con gonne, che facevano volare la sua fantasia; mi confessò anche che spesso pensava a me, alle mie gambe (specialmente quando mettevo le calze), e non poteva fare a meno di masturbarsi.
    La cosa mi turbava, ma allo stesso tempo, sapere che si masturbava pensando a me, mi inorgogliva ed eccitava.  
    Un venerdì, mio marito, di professione medico, dovette partire per un convegno e sarebbe stato fuori tutto il week end. Subito Luca partì all’attacco, chiedendomi di uscire a cena quello stesso sabato, dicendo che avrebbe fatto il gentiluomo, non provandoci con me, a patto che io non lo avessi provocato.
    Io presi quell’invito come una sfida aperta con me stessa, ed accettai per due motivi: per prima cosa, volevo mettere alla prova il mio amore per mio marito, e capire se potevo resistere al corteggiamento di un altro uomo; sotto un altro punto di vista, Luca aveva risvegliato in me delle sensazioni sopite da tempo, e la cosa mi eccitava. Ci saremmo visti sabato, alle ore 21. L’appuntamento era in un luogo che conoscevamo entrambi, e concordammo anche un’eventuale scusa, semmai qualche conoscente avesse dovuto vederci insieme: quella era una semplice cena di lavoro, per discutere alcune cose importanti; infatti, per non destare sospetti, dissi anche a mio marito la stessa cosa, “cena di lavoro”, sorvolando però sul fatto che eravamo solo io e Luca.
    Mi ero preparata con cura: avevo indossato un vestitino nero molto aderente e corto, sotto avevo messo i nuovi collant neri molto velati, e per l’occasione, li avevo indossati senza mettere le mutandine; sentivo il contatto della vagina contro il nylon del collant. Per finire avevo messo delle scarpe con tacco alto dodici centimetri.
    Andammo a cena in un ristorantino di classe, lui era bellissimo, nel suo completo grigio, ed entrambi pensavamo già al dopo cena, anche se non avevamo il coraggio di dircelo apertamente.
    Usciti dal ristorante, dopo aver gustato una cena a base di ostriche e pesce fresco, tornammo in auto verso il lungomare, io ero seduta accanto a lui che guidava, ma ogni tanto, gettava lo sguardo sulle mie gambe, avvolte dai collant.
    Si fermò in un luogo abbastanza isolato, ed io mi resi conto della piega che stava per prendere la serata. Iniziammo a chiacchierare del più e del meno, quando iniziò ad accarezzarmi la coscia quasi distrattamente. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena, il mio clitoride reagì, e sentivo le pareti della vagina che iniziavano ad inumidirsi. Il tutto era molto eccitante, e forse a rendere tale l’atmosfera era quel senso di clandestinità. Mi tolsi le scarpe per stare più comoda, e capii che anche la sua eccitazione era iniziata, notai che il suo pene stava reagendo, gonfiandogli i pantaloni.
    Mi sistemai meglio sul sediolino dell’auto, guardavo al di fuori del finestrino, per cercare sguardi indiscreti, ma eravamo soli. Lo guardai, accarezzandomi con la lingua le labbra, cosa che lo fece eccitare ancora di più. Senza ulteriori indugi, iniziò a sbottonarsi il pantalone e tirò fuori il suo membro duro; io lo guardai stupita, era davvero eccitato.
    Capii in quel  momento che stavo per tradire mio marito, il mio cuore iniziò a “correre”; vedevo Luca con il pene duro in mano, lo toccava guardandomi le gambe ed era sempre più eccitato.
    Mi alzai il vestitino fin sopra le natiche, e scoprii i collant, facendogli notare che sotto non avevo le mutandine, cosa che lo eccitò ancor di più, infatti iniziò a masturbarsi, godendosi quello spettacolo.
    Il collant iniziò a sporcarsi dei miei umori; ero molto eccitata. Tirai su le gambe ed iniziai ad accarezzargli il pene con i piedi e capii subito che il contatto delle calze lo eccitava molto, infatti lo sentivo diventare ancora più duro tra i miei piedini velati. Presto gli umori del suo glande, iniziarono ad inumidire il collant. La cosa lo eccitava molto; presto il suo pene divenne durissimo. Mi accarezzò il viso e lentamente mi portò la testa tra le sue gambe; mi ritrovai il suo pene durissimo e pulsante davanti agli occhi. Gli diedi una leccata sul glande umido, e subito sentii un suo rantolo di piacere e vidi il pene tremare per l’eccitazione.
    Lo presi in bocca ed iniziai a succhiarlo lentamente, sentendo il suo sapore, mentre lui riversò la testa all’indietro, godendosi quel momento, e con la mano cercava il mio seno, che trovò subito.
    Iniziò a palparmi, i miei capezzoli erano cresciuti a dismisura, ero molto eccitata.
    Continuai a leccarlo, mentre nella mia mente si alternavano sentimenti contrastanti: eccitazione e senso di colpa erano le emozioni dominanti, mi sentivo eccitata come non lo ero da tempo.
    <<brava, succhialo>> mi disse, mentre mi spingeva la testa dolcemente sul suo pene. Alzai la testa e mi rimisi a sedere, mentre con la mano continuavo a muoverlo.
    Passammo sui sedili posteriori, mi spalancò le gambe con forza, e mi lacerò il collant nel punto della vagina. Iniziò a masturbarmi, ero bagnatissima ed ormai avevo perso ogni freno inibitorio.
    Salii sopra di lui, e mi penetrò con il suo pene duro, che entrò dentro di me come un coltello nel burro caldo. Fu una sensazione stupenda, un’eccitazione meravigliosa. Avevo il suo pene dentro di me, mi stava scopando, e non era mio marito. Ci vollero pochi minuti per raggiungere l’orgasmo, ansimavo come un’indemoniata.
    Appena raggiunsi l’orgasmo, venne il suo turno, tolse il pene dalla mia vagina e disse :<<voglio venirti in bocca>>.
    Mi chinai su di lui ed iniziai a prendere il suo pene in bocca, succhiando il glande. Ci vollero due minuti per farlo venire; un’ondata di crema calda invase la mia bocca, colando dalle labbra, mentre lui si contorceva sul sediolino godendo come un maiale.
    Ci ricomponemmo, io mi tolsi il collant strappato e decisi che lo avrei gettato via, come per cancellare le prove di ciò che avevo fatto. Mi stavo asciugando la bocca dal suo sperma, quando squillo il mio cellulare: era mio marito; mi chiese come era andata la serata e la cena di lavoro. Risposi: <<bene>>, e vidi lui sorridere. Accese l’auto e partimmo.
                                          
     
     
    Dopo l’ennesima giornata di lavoro ero finalmente tornato a casa. Era venerdì e questo significava solo una cosa, mi sarei divertito fino a tarda notte, come mio solito, su un social network. Non avrei effettuato l’accesso con il mio account reale, ma con un profilo falso. Ken Moel, era questo lo pseudonimo che utilizzavo nel mondo virtuale.
     
    Tutto aveva avuto inizio come un semplice passatempo, con il mio profilo reale non interagivo praticamente mai. Commentavo sporadicamente alcuni contenuti dei miei amici, ma non andavo oltre. Indossare questa maschera mi aveva trasformato in un nuovo uomo.
     
    Non avevo più paura di esprimermi, anche con perfetti sconosciuti, sugli argomenti più disparati. In poco tempo però, iniziai anche a sfociare in un altro campo, quello del trolling. Mentivo senza sosta, anche parlando con altre persone durante le chat private, soprattutto se si trattava di ragazze.
     
    Non so quante donne ho fatto innamorare e soffrire, ma anche con gli uomini non ci andavo leggero. Nonostante ciò, non provavo rimpianti, quel profilo falso era una sorta di scudo per me. Tutto quello che facevo quando ero Ken Moel, non era reale, in un certo senso.
     
    Sensazione che mi lasciava una libertà assoluta, anche questo venerdì non mi feci scrupoli nel commentare o mentire. Mi divertivo molto, a tal punto che spesso non mi accorgevo nemmeno del tempo che passava. Anche quando ero lontano da casa, con il mio smartphone o tablet, non lasciavo mai di vista il mio profilo falso.
     
    Ormai quello reale non lo utilizzavo più, se non in rari casi, come tenermi in contatto con i colleghi o i miei pochi amici. L’assuefazione che avevo di questo mondo fittizio era tale che, quando qualcuno mi chiamava con il mio nome, a volte non mi voltavo. Quando usavo l’account di Ken, pensavo di essere Ken.
     
    Le mie dita pigiavano velocemente sulla tastiera, mentre la stanza era illuminata solo dalla luce del monitor. Questa azione, quasi automatica, venne fermata da uno strano evento. Una nuova finestra era apparsa davanti ai miei occhi, era una chat. L’elemento di sorpresa era però il nome di chi mi aveva contattato.
     
    Era Ken Moel, anche la foto profilo era identica a quella che usavo io. Mi preoccupai subito, pensai che il vero tizio dietro a quella foto che avevo trovato in rete mi avesse beccato. Preoccupazioni che restarono per la durata della chiacchierata.
     
    ‹‹Ciao.›› scrisse lui ‹‹Posso sapere chi sei?›› aggiunse.
     
    ‹‹Scusami, cambio subito nome e foto, se è quello che ti infastidisce.›› risposi, senza attendere il proseguire del discorso. Mi ero già cacciato in un brutto guaio e non volevo peggiorare la situazione. Ma le cose presero una piega alquanto strana.
     
    ‹‹No, non hai capito.›› digitò l’altro Ken ‹‹Voglio sapere chi sei.››.
     
    ‹‹Vuoi sapere il mio nome? Come mi chiamo davvero?›› scrissi.
     
    ‹‹Non mi interessa il tuo nome, voglio solo sapere chi sei tu.›› rispose.
     
    A quel punto non seppi più cosa rispondere, non riuscivo a capire cosa volesse da me, quindi lo ignorai. Probabilmente stava solo scherzando, come facevo io, ma dopo qualche minuto si fece risentire.
     
    ‹‹Se non sai chi sei, allora prenderò il tuo posto.›› aggiunse. Forse voleva hackerare ed impossessarsi del mio profilo?
     
    Quello fu l’ultimo messaggio prima che la chat scomparisse nel nulla, come se non avessi mai parlato con questo Ken. Pensai che quella chiacchierata fosse stata solo frutto della mia immaginazione. Forse la stanchezza stava prendendo il sopravvento, decisi quindi di andare a letto per riposarmi.
     
    Spensi il computer, andai in cucina per bere un po’ d’acqua, e, quando tornai, trovai il monitor acceso. Probabilmente non l’avevo spento come pensavo, questa volta restai fino a che lo schermo non divenne nero davanti ai miei occhi. Successe la stessa cosa quando andai in bagno e tornai in camera, anche questa volta il monitor era acceso. Per evitare problemi, decisi di staccare la spina dell’alimentazione, in questo modo avrei dormito sonni tranquilli.
     
    Finalmente mi coricai, chiusi gli occhi e, senza troppi sforzi, caddi tra le braccia di Morfeo. Era stata una settimana estenuante, avevo proprio bisogno di riposare un po’, anche se erano le tre di notte, ero libero di svegliarmi quando volevo.
     
    Mi addormentai fino a quando uno strano rumore non mi risvegliò, la fonte sembrava provenire dalla stanza accanto. Quando entrai, vidi qualcosa di grottesco, il computer che avevo utilizzato poco fa si stava trasformando. La scrivania ed i vari componenti sembravano unirsi come a creare un unico essere.
     
    Il monitor faceva da testa, il mouse da braccio sinistro, la tastiera da braccio destro, il case era collocato al centro come ad imitare un busto umano. I cavi attaccati alla macchina si unirono per formare una lunga coda, mentre dai lati della scrivania apparvero tre zampe meccaniche a destra e a sinistra.
     
    La creatura, che mi ricordava un ragno o uno scorpione, salutò il mondo con uno strano verso metallico, alzando quella che doveva essere la testa verso l’alto. Dopo aver osservato quello spettacolo, divenni prigioniero della paura, ero immobile, con gli occhi spalancati e non avevo idea di cosa fare.
     
    La macchina aveva invece le idee molto chiare, perché non appena mi vide, produsse nuovamente quel grottesco verso. Forse fu solo grazie a questo suono che riuscì a riprendere possesso del mio corpo, cosa che mi permise di salvare la pelle. La creatura cercò di afferrarmi con il mouse, ma fui in grado di evitare il colpo per un soffio.
     
    Scappai di casa e chiusi la porta, ma ciò non bastò a tenere quella cosa bloccata, perché la sfondò con un colpo di coda. Le scale mi aiutarono ad ottenere un certo vantaggio, la macchina sembrava non essersi ancora abituata alla sua nuova forma. Situazione che durò poco, una volta uscito dal condominio, il tintinnio metallico divenne sempre più insistente nella mia testa.
     
    Sembrava un orologio il cui ticchettio segnava l’arrivo inesorabile della morte, ero così spaventato che non mi voltai nemmeno per osservare quanto vicino fosse quell’obbrobrio. Ormai ero sicuro che presto mi avrebbe preso e fatto a brandelli, oppure soffocato con la sua coda piena di cavi.
     
    Però le cose andarono diversamente da come me le ero immaginate, quasi come a voler unire il danno alla beffa, dal nulla sbucarono altre creature. Il loro verso ricordava quello dei morti viventi, così come la loro andatura, lenta e quasi zoppicante. Ad un primo acchito, avendo come unico obiettivo quello di scappare il più velocemente possibile, non diedi molto attenzione a queste nuove presenze.
     
    Solo quando la stanchezza si fece sentire, costringendomi a rallentare, iniziai a notare i primi dettagli. La loro lentezza era l’unica cosa che avevano in comune con gli zombie, perché il loro aspetto era molto diverso. La pelle di questi esseri era piena di cicatrici formate da parole, di ferite sostituite con foto e post del social network che ero solito utilizzare.
    La scena mi fece rallentare fino a fermarmi, perché i loro corpi nascondevano altro, soprattutto i loro volti. Le parole, le foto, i video, erano tutte cose che avevo scritto io sotto il nome di Ken Moel. Quando guardai i volti delle creature, mi prese un colpo al cuore, erano le vittime che avevo colpito con il mio account fasullo.
     
    C’erano tutti, non mancava nessuno, dal tizio che avevo preso in giro solo una volta fino alle persone con cui avevo stretto una relazione più intima. La maggior parte delle donne sul cuore aveva una mia foto con sopra la scritta “falso amore”. Le cicatrici degli uomini, e anche di alcune donne, erano composte da insulti che avevo scritto online.
     
    Le loro bocche erano cucite, ma, quando si trovarono nelle mie vicinanze, riuscirono a parlare. Il loro modo di comunicare era però molto particolare, accanto alle labbra apparivano delle chat con dei messaggi. Molte di queste finestre riportavano le conversazioni che avevo avuto con loro in passato. Ormai accerchiato, alcune delle mani di questi esseri mi afferrarono.
     
    Sentì un dolore acuto in tutte le zone colpite dalla stretta, ma lo scopo di quelle creature non sembrava essere, almeno per il momento, quello di vendicarsi o uccidermi. Mi portarono, lentamente, in un altro luogo, non avevo idea dove, quella per me era diventata una marcia che avrebbe segnato la mia fine.
     
    Ma presto mi resi conto che mi sbagliavo, lo scopo degli esseri era un altro, quello di portarmi dal loro capo. Dentro ad una casa abbandonata, era presente una creatura simile a quelle che mi avevano catturato, ma con alcune differenze. La prima era la sua grandezza, era più alto e massiccio degli altri, motivo che mi spinse a pensare che si trattasse del loro leader o qualcosa del genere.
     
    Quando il colosso si voltò, tutto divenne chiaro, capì come mai era così diverso dagli altri. Si trattava di una persona che conoscevo molto bene, era Jack Gruddich, una delle tante vittime del mio account falso. La storia dietro la nostra relazione era però diversa, non tanto per come era nata, ma per come fosse finita.
     
    Come sempre, una volta notata la mia indole maligna, anche Jack tagliò i ponti con Ken Moel. Due mesi dopo dall’ultima volta che l’avevo sentito però, lessi una notizia che mi colpì profondamente. Jack era morto, precisamente si era suicidato a causa di problemi legati alla sfera privata.
     
    Le indagini avevano portato alla luce che era spesso il bersaglio preferito dei bulli e per trovare conforto, si rifugiava spesso online, dove aveva comunque pochi amici. Dopo aver litigato con uno di questi amici, si insinuò nella sua testa il pensiero di farla finita, ormai aveva finito le forze per andare avanti.
     
    Sapevo che questo amico potevo non essere io, ma poteva anche essere il contrario. Quella fu l’unica volta che mi vergognai per quello che avevo fatto, ma non bastò per fermarmi, semplicemente mi promisi di non andare oltre certi limiti. Cercavo sempre di non pensare a Jack, il suo pensiero mi faceva sentire sporco dentro.
     
    Adesso non potevo più fuggire, era davanti a me, e, come i suoi simili, si avvicinava lentamente. Cercai inutilmente di allontanarmi, ma dietro di me c’erano le altre creature a fare da muro. Iniziai ad agitarmi muovendomi a destra e a sinistra, ma la stretta degli esseri era troppo forte per riuscire a liberarmi.
     
    Jack era adesso proprio davanti a me, il suo corpo era quello più ricoperto da cicatrici e ferite. Sul cuore c’era una mia foto, mentre il resto della pelle era ricoperto di parole come “amico” e di post che avevamo commentato insieme. Dalla sua bocca, anch’essa cucita, non apparvero chat, anche i suoi occhi sembravano inespressivi. Forse, come gli altri, non era desideroso di vendetta.
     
    Lentamente posò la sua mano sul mio volto, nonostante non mi avesse stretto, non appena le sue dita toccarono le mie guance, sentì un dolore infernale scorrere per tutto il corpo. Dopo aver assistito a due eventi a me inconcepibili, bastò un semplice tocco a farmi urlare.
     
    Urlo che mi riportò nella realtà. Era stato tutto un sogno, quelle creature non esistevano, ero finalmente al sicuro nel mio letto.
     
    O almeno, era quello che pensavo. Non appena riaprì gli occhi, sopra di me era presente la macchina che mi aveva inseguito dall’inizio. I cavi della coda erano tutti penetrati nella mia carne, nonostante ciò non sentivo dolore, ma solo una sensazione di solletico per tutto il corpo.
     
    Provai a muovermi ma non ci riuscì, ero come paralizzato, non ero nemmeno in grado di parlare. Il solletico si trasformò presto in dolore, quando riuscì finalmente a vedere cosa stava succedendo, notai che dei piccoli esserini erano presenti sotto la mia pelle. Sembravano delle formichine di metallo che correvano per tutto il corpo in cerca di cibo.
     
    Il loro scopo era a me ignoto e ben presto queste macchine in miniatura sbucarono dal mio corpo per ricoprirmi interamente. Provai una strana sensazione, tutto d’un colpo il dolore si era fermato e sentivo solo dei pizzichi sparsi ovunque. Ero però ancora immobile e non ero in grado di fermare ciò che stava accadendo.
     
    Nel giro di pochi minuti gli insetti meccanici scomparvero e tornarono all’interno della macchina tramite i suoi cavi. Ero ancora stordito, ma grazie al monitor che faceva da testa alla creatura, ero in grado di osservare il mio aspetto. Solo in quel modo fui in grado di capire cosa era successo.
     
    Il mio aspetto fisico era cambiato, ero diventato in tutto e per tutto Ken Moel. I suoi capelli, i suoi occhi, il suo fisico, era tutto identico alla foto che avevo scelto per il profilo. Anche se non potevo tremare, non essendo più padrone del mio corpo, la paura tornò a farmi visita, questa volta con più forza.
     
    ‹‹Adesso prenderò il tuo posto.›› quella fu la prima ed ultima frase che la macchina ribadì, con un tono gelido e meccanico, prima di utilizzare nuovamente i suoi cavi su di me.
     
    Poco alla volta, sentivo la mia coscienza svanire nel nulla. Solo in quel momento fui in grado di capire cosa stesse succedendo, avevo avuto un’epifania. Ormai il mio io non esisteva più, ero così immerso nella persona di Ken che avevo perso la mia identità individuale. Forse questo aveva dato vita alla creatura che si stava impossessando del mio corpo.
     
    Stava sovrascrivendo il mio ego con quello di Ken come se fossi un semplice ammasso di dati e non potevo fare nulla per fermarlo. Ormai la mia coscienza era svanita, non ero più in grado nemmeno di pensare.
     
    Quando la macchina terminò il suo lavoro, l’uomo si alzò dal letto, ma sia il suo aspetto fisico, il suo pensiero e tutte le altre caratteristiche erano cambiate. Ormai non era più Ken Moel solo nel mondo virtuale, perché quest’ultimo aveva ottenuto una sua individualità impossessandosi e plasmando il corpo del suo creatore.
    La città era effervescente. Non quella cosa lì che uno può pensare, saltellante e mascherata. Era più una specie di attesa, di energia contratta pronta a sciogliersi quando si fosse deciso che era il momento giusto. Dalle parti delle dieci di sera, più o meno.
    Nel frattempo luci colorate, baci sulle guance e una profusione di sorrisi. Rino non riusciva a sentirsi della partita. Neanche un po’.
    Il Tamigi correva fangoso controcorrente al suo camminare. Non c’era Lilly perché erano scoppiati all’improvviso senza nessun indizio a metterli sul chi vive, e neanche quel matto di Raji, al quale di solito si appoggiava per tutte le delusioni della vita. Dall’amore al lavoro, Raji c’era sempre, col suo sorriso abbagliante e dolce, con la schiettezza asciutta con cui gli buttava in faccia i suoi errori e le sue litanie di lamentele.
    Si erano capiti subito, quando era arrivato a Londra e aveva trovato il primo lavoro in un megastore di musica. Lui voleva dipingere, era l’unica cosa che si sentiva addosso, ma nel frattempo bisogna mangiare. Raji viveva immerso nella musica, la sua non era una vita, ma una eterna colonna sonora. Di tutto, come i veri melomani, da Pavarotti al didjeridoo degli aborigeni, passando per Schoenberg, David Bowie e i tamburi giapponesi. Era stata subito un’amicizia di luce e di sole, di risate e di cupa disperazione quando l’amore se ne andava. Raji preferiva gli uomini, ma per il resto era tutto uguale. Aveva anche cercato di corromperlo un po’, ma Rino, tetragono, aveva rifiutato la sperimentazione. Solo donne, grazie. Raji non se l’era presa:
    “Se vai in crisi perché il mondo ti rifiuta qualcosa, meglio che rinunci a scendere e resti materia energetica universale.”
    Si esprimeva così, a volte bisognava riflettere bene, per capirlo. Stavolta non c’era neanche lui,  in volo verso il Bangla Desh per una brutta svolta nelle storie di poca salute di sua madre. Adesso Rino se ne andava senza fretta per il centro, fra le luci colorate delle vetrine natalizie rimaste lì a presidiare la chiusura dell’anno, e magari esorcizzarlo. Così, per auspicarne uno migliore, come si fa da secoli senza alcuna convinzione.
    Era lì, che si compativa un po’, anzi parecchio, a dirla tutta. Percorreva la banchina sulla riva opposta alla Torre di Londra, gremita di ogni genere di razze e colori e popolata di divise.
    “Il prezzo del terrore di questi anni” si disse.
    Poi la vide. Alta, una massa di capelli mogano raccolti in qualche modo, gonna cortissima su calze pesanti, di quelle rotte apposta, così sono più sexy. Camminava senza guardare nessuno. Si ritrovò a seguirla, con l'aiuto dello zaino che portava e che aveva una evidente striscia rossa. Lei prese una delle stazioni della metro, e scese veloce. La folla sembrava non accorgersi della sua presenza, come fosse invisibile.
    Non si era chiesto neanche per un secondo perché la stesse seguendo, dove l’avrebbe portato, niente di tutto questo. Era andato d’istinto, e basta. Adesso, che s’intrufolava nei meandri sotterranei alla metro, e sgusciava dopo di lei fra porticine di metallo sempre più arrugginite e sudice, paratie di rete slabbrata, finti muri di legno marcio, ecco, adesso cominciava a interrogarsi.
    “Troppo tardi – tagliò corto con se stesso – e poi voglio capire dove va.”
    Aveva sentito parlare della Londra sotterranea. Un incubo di umidità e argilla scivolosa, era un miracolo restare in piedi. Schivò lo squittio petulante di qualche topo immaginandosi, nauseato, di finirci sopra.
    Lei si muoveva come nel salotto di casa sua. Fra chiodi arrugginiti e maglie squarciate di reti e tramezzi Rino si strappò il piumino e cominciò a pensare che le calze della ragazza non fossero state rotte apposta, per aumentare la sua carica erotica. 
    Quando lei rallentò l’andatura si accorse che entrava in una zona un po’ più asciutta. Passò un varco buio come la tenebra infernale (o almeno come uno se la immagina) e dopo un angolo di muro mangiato dal tempo quasi le piombò addosso.
    Il posto era relativamente caldo, e sembrava ci fossero esplose dentro tre bombe. Una bufera di stracci colorati, pezzi di legno, scatoloni di polistirolo, pennelli, colori, bombole spray per i murales. Tutti i muri all’intorno erano decorati con la forza di un’energia vitale difficile da contenere. C’erano farfalle, sorrisi, bambini che volavano attaccati ai palloncini. Un cocktail di Chagall più Magritte, in un bagno di calore sudamericano.
    Lei gli girava le spalle.
    “Bè, adesso che sei qui, come minimo devo farti un tè. Ne hai fatta di strada.”
    “Sapevi che ti stavo seguendo?”
    “Ti muovi come un elefante, qua sotto. Questo è un mondo silenzioso.”
    Non l’aveva notato, tutto preso dal vortice dei colori. Solo il suono delle gocce di umidità e qualche fruscio non identificato, il resto galleggiava come un silenzio primordiale.
    “Che ci fai qui? Perché mi hai seguito?”
    “Non lo so – la guardava e gli sembrava molto giovane – non me lo sono chiesto.”
    “Si, a volte succede”. Non si spiegò meglio, e lui non chiese niente.
    Sorseggiarono il tè, che gli sembrò particolarmente buono.
    “E’ bello quello che fai. Lo fai tu, no?”
    “Dipingo, mi piace.”
    “E tutta quella roba, mica ti serve per dipingere.”
    Lei si voltò a guardare i pacchi di stoffa colorata, i bastoncini di legno, le matite.
    “Faccio giocattoli per i bambini. Quelli di una volta. Poi li vendo nei parchi.”
    “Piacciono ancora?”
    “Ai bambini si, le mamme mi guardano con diffidenza. Forse pensano che siano bombe. Anche tu dipingi, vero?”
    ”Come lo sai?”
    Lei fece spallucce.
    “Guardo le tue mani”
    Rino se le guardò: erano gialle di colore sbiadito e trementina.
    “Perché vivi qua sotto? Non hai i soldi per una casa?” Quel posto lo rendeva brutalmente sincero. O forse era lei. Si rigirava una bambola di pezza, nel frattempo.
    Il sorriso di lei illuminò tutto l’ambiente.
    “Che ci vengo a fare, lassù. Qui si sta bene, ho amici e silenzi, penso e creo. Quando mi sono stufata di questi muri ne ho altri. Vieni.”
    Lo prese con una mano sorprendentemente morbida e lo condusse per un ampia galleria sotterranea, di cui non si vedeva la fine, illuminata da una serie di lampadine.
    “Qui sotto c’è una vecchia linea elettrica stesa per preparare un ramo di metropolitana che poi è stato dirottato. Ho anche l’acqua, e il calore viene dai macchinari che alimentano le pompe di fognatura. E’ un buon posto.”
    Camminavano, e davanti ai suoi occhi si apriva una sfilata di dipinti alti e grandi, opere oniriche, visionarie. Donne uomini, animali. Figure ieratiche e metropolitane, edifici in rovina, stazioni ferroviarie. Uomini neri con tuniche lunghe, donne con ampi vestiti colorati. File di monaci, santi con le aureole. Stelle e soli, decine di pianeti. Si sentiva stordito.
    Si era fatto tardi, lei gli offrì una focaccia con il miele, dell’altro tè. Immaginò che fuori ci fossero i londinesi alle prese con ben diverse cene di capodanno, pure non gli mancava nulla. Anzi, lo avvolse un senso di pienezza. Parlarono a lungo, quasi tutta la notte, di arte, di tecniche pittoriche, di se stessi e del loro futuro, con la chiara percezione dello scollamento fra quello desiderato e quello possibile.
    All’alba un vago imbarazzo lo costrinse ad alzarsi.
    “Ti ho praticamente invaso. Scusami.”
    “No, non ci pensare. Doveva andare così. “
    “Vorrei rivederti.” Non pensava neanche di poter ritrovare quel posto da solo.
    “Sono ai giardini di Kensington abbastanza spesso. Prima o dopo mi ritroverai là.”
    Capì che doveva accontentarsi. Pensava ai dipinti, a quello che avrebbe potuto fare con ciò che aveva imparato quella notte.
    Lo accompagnò per un tratto. Quando uscì l’alba fredda lo schiaffeggiò. Si avviò verso la banchina del London Bridge, in mezzo ai residui di petardi e fuochi d’artificio. Cartacce, strisce colorate, cappellini di carta scintillanti ammaccati rotolavano sul marciapiede. Gli spazzini erano al lavoro, neanche alzavano la testa.
    Lui aveva avuto la sua festa, quella notte. Senza rimpianti. Decise che prima di dormire avrebbe scritto una mail a Raji, intimandogli di tornare.
    Quando si addormentò sognò una galleria affrescata di opere d’arte, che lo inghiottiva.
     
    «Gwen, Rex, venite che la pappa è pronta!» una donna, alta, dai capelli lunghi e neri che non poteva avere più di trenta anni, era intenta ad appoggiare sul terreno due ciotole piene di cibo per cani. Accanto a queste ne erano presenti altre due, contenenti però dell'acqua.
     
    Non passarono molti secondi che i due animali arrivarono correndo, il primo era un pastore tedesco, mentre il secondo era molto diverso dal classico animale da compagnia. Si trattava infatti di un uomo, che camminava a quattro zampe proprio come se fosse un cane. Ma le similitudini non si fermavano lì, perché mentre Rex, il cane "vero" abbaiava, anche lui replicava, a suo modo, lo stesso suono.
     
    Quella visione però non scandalizzò la donna, anzi, si avvicinò ad entrambi e, dopo aver dato una carezza sulla testa ad entrambi, disse «Servitevi pure!».
     
    Nella stessa stanza, che era la sala da pranzo, era presente anche il marito, seduto al tavolo ed intento a leggere il giornale. Diede uno sguardo alla scenetta, ma anche lui rimase impassibile, come se tutto fosse normale.
     
    Dopo che i due animali terminarono il loro pasto, la donna tornò ad aprire bocca «Bene tesori miei, io ed il papà usciamo. Mi raccomando, fate i bravi e non combinate pasticci!».
     
    Entrambi abbaiarono e, dopo essere stati accarezzati nuovamente sia dalla donna che dall'uomo, i due uscirono dalla casa.
     
    Gwen, l'umano a quattro zampe e Rex, il cane, erano liberi di giocare tra loro e di correre per la casa, stando attenti però a non rompere nulla. Non era la prima volta che restavano da soli, per questo sapevano come cavarsela.
     
    I due si rincorsero per tutta la casa, era il loro gioco preferito. Dopotutto l'abitazione era molto ampia, offriva molte stanze ed era a due piani. Anche se non potevano andare in giardino, avevano una grande libertà di azione.
     
    Ma proprio mentre si rincorrevano, Gwen, a causa della velocità e per aver appoggiato male il braccio destro su un gradino della scala, cadde, rotolando fino al piano inferiore. L'uomo restò immobile per diversi secondi, Rex si avvicinò e leccò il suo braccio, però la situazione non cambiò.
     
    Il tempo passava, ma Gwen si riprese solo dopo un'ora, nel frattempo Rex era rimasto immobile ad osservarlo. Ma non appena l'uomo aprì gli occhi, notò subito che c'era qualcosa di strano, non ricordava più nulla.
     
    Non appena vide il cane, si spaventò, indietreggiando ed alzandosi su due gambe. Quella era una cosa che non faceva da anni, vista la vita che adesso conduceva. Rex gli saltò addosso in modo giocoso, e l'uomo lo accarezzò timidamente. Solo in quel momento, abbassando lo sguardo per guardare il cane, si rese conto di essere completamente nudo.
     
    L'unica cosa che indossava era un collare, che era però molto diverso da quello che aveva Rex. Al tatto era molto più duro, sembrava di metallo o qualche materiale del genere. Gwen iniziò ad esplorare la casa dove si trovava, ma la mente continuava ad essere vuota.
     
    Vagava senza una meta, non sapeva né cosa fare né dove andare, se fosse scappato adesso probabilmente qualcuno l'avrebbe fermato. Proprio mentre pensava a come uscire da quella situazione che un mal di testa lancinante lo colpì come un fulmine a ciel sereno. Poco alla volta dei ricordi riaffiorarono nella sua mente.
     
    Questi riguardavano il collare che indossava, si trattava di un congegno particolare ideato e costruito da una compagnia, la Human Solutions. Viste le crescenti lamentele che gli umani avevano sulla loro razza, non solo riguardanti l'odio, ma anche l'eccessivo carico di doveri sociali da dover compiere ogni giorno, molti erano soliti dire che preferivano essere come gli animali, liberi da pensieri e preoccupazioni.
     
    E così la Human Solutions ideò un modo per rendere questo sogno una realtà, un collare che rendeva un umano simile, psicologicamente, ad un animale. C'erano diversi collari, uno per ogni carattere dei vari animali esistenti sulla terra. Inizialmente la creazione non ebbe molto successo, ma con il passare del tempo e con l'amplificarsi dell'odio che gli umani provavano per la loro razza, arrivarono le prime soddisfazioni.
     
    Tutti gli umani che si erano "convertiti" con questo collare venivano successivamente messi in vendita come dei normali animali da compagnia. Stranamente, le persone si abituarono molto presto a questa nuova tipologia di animale, tanto che la Human Solution fu in grado di espandersi in tutto il mondo.
     
    Gwen però non aveva ancora ricordi su di sè, non sapeva chi fosse e come mai avesse deciso di indossare quel maledetto collare. Non conosceva nemmeno il suo vecchio nome, non riusciva a trovare altro nella sua mente. Era così immerso nei pensieri che non si rese conto del ritorno dei suoi padroni.
     
    Una volta aperta la porta, la donna, che fu la prima ad entrare, vide Gwen eretto sulle gambe, restando a bocca aperta. Fece avvicinare rapidamente suo marito, in questo modo anche lui fu in grado di assistere allo spettacolo. Entrambi non sapevano cosa stesse succedendo, avevano timore di Gwen.
     
    Ma, quasi come se nulla fosse mai accaduto, l'uomo tornò a gattoni e si gettò tra le braccia dei due coniugi per cercare affetto. I due esseri umani si guardarono in volto perplessi, prima di coccolare il loro animale.
     
    Senza aspettare oltre, l'uomo e la donna uscirono e si recarono ad una delle tanti succursali della Human Solutions. Era la prima volta che Gwen si comportava in quel modo ed erano preoccupati che potesse tornare normale. Questo pensiero li terrorizzava, era il loro animale da compagnia e non potevano permettersi di perderlo.
     
    «Gwen, il nostro animale umano, era eretto sulle sue gambe, sembrava un... Normale umano!» la donna fu la prima a parlare ed il modo in cui si esprimeva non nascondeva la sua preoccupazione.
     
    «Signora, come le ho già detto è probabile che si tratti semplicemente di un caso. Mi ha confermato che il collare che indossa Gwen è di tipo canide, vero? A volte capita che i cani camminino su due zampe, ed è molto probabile che il vostro animale umano stesse semplicemente imitando questo gesto.» rispose il responsabile della Human Solutions.
     
    «Ed è già successo ad altri una cosa del genere?» questa volta fu l'uomo a porre la domanda.
     
    «A dire il vero no, o almeno nessuno è mai venuto a riferirmi che il suo animale umano camminava in modo eretto. Come le ho detto è una cosa normale, quindi non si saranno allarmati come avete fatto voi, ecco tutto.» il responsabile cercava di rassicurarli in ogni modo possibile.
     
    «E non c'è un modo per avere più sicurezze su ciò che dice?» la donna riprese la parola.
     
    «Sì, potete osservare qui.» il responsabile girò lo schermo del computer che era presente sulla sua scrivania verso i due coniugi «Questa è la scheda di Gwen, possiamo vedere tutto, i suoi dati anagrafici passati e quelli di adesso, ma la cosa più impostante è questa.» dopo aver puntato il dito su un rettangolo che si trovava in altro a sinistra, aggiunse «Questa zona indica il funzionamento del Collare Animale. Come potete vedere è verde, significa che è completamente funzionante.»
     
    Nonostante le parole, nel frattempo Gwen era riuscito a tornare nuovamente umano, in qualche modo il collare funzionava a metà, per questo motivo non veniva rilevato nessun errore. Diversamente dal primo risveglio, conservava ancora i ricordi dell'ultima volta, ma la situazione restava inalterata.
     
    Le cose cambiarono pochi minuti dopo, quando un'altra emicranea lo colpì, riportandogli alla mente altri ricordi.
     
    Questa volta riguardavano il suo passato, il suo vero nome era Mike, abitava in una città chiamata New York non lontana dai suoi genitori, che si chiamavano Anna e Pete. Mentre ricordava queste cose, nella sua mente fu in grado di osservare quasi chiaramente il suo appartamento. C'era un poster che attirò la sua attenzione, raffigurava il suo cantante preferito.
     
    L'informazione più importante stava per arrivare, con un secondo mal di testa, più leggero, si ricordò di una donna di nome Linda. Era la sua ragazza, che era anche la causa che l'aveva spinto ad indossare quel collare. I due avevano litigato e si erano lasciati, preda della disperazione, Mike decise di abbandonare la sua natura di uomo per abbandonare anche il dolore che provava.
     
    Solo adesso si rendeva conto di quanto fosse stato sciocco, ripercorrere tutti i momenti passati insieme a Linda gli fece capire che quella non era la soluzione giusta. Doveva tornare da lei e scusarsi, non doveva fuggire, perché ci teneva davvero a lei.
     
    C'era solo un piccolo problema, era ancora prigioniero in quella casa. Ma non era un grosso problema, almeno non adesso. Mike decise di prendere gli abiti del suo padrone, anche se erano più larghi, almeno adesso non era nudo. Provò in tutti i modi di togliersi quel collare, ma tutto fu inutile, decise quindi di uscire per una delle finestre del piano terra della casa.
     
    A quel punto iniziò a correre velocemente, non sapeva ancora il nome della città dove si trovava, probabilmente gli sarebbe tornato alla mente, ma per ora non poteva far altro che andarsene via da lì.
     
    Ma la fortuna sembrava non volerlo accompagnare in questa sua avventura, perché pochi minuti dopo, arrivarono i due coniugi, che erano in macchina. Gli passarano proprio davanti e riuscirono a guardarlo in volto. Nonostante gli abiti e l'aver camuffato il collare, non c'erano dubbi, era Gwen. Il marito subito fece un'inversione di marcia per rincorrerlo, ma Mike non voleva fermarsi.
     
    «Fermati! Dove credi di andare?» ad urlare queste parole fu la donna, ma era tutto inutile, perché il suo animale umano non voleva fermarsi.
     
    A quel punto il marito investì Mike, colpendono in pieno. I coniugi uscirono dalla macchina e si avvicinarono al corpo esanime del loro ormai vecchi animale umano.
     
    «Se non puoi essere nostro non sarai di nessun'altro.» disse il marito, prima di caricare il cadavere di Mike nel bagagliaio della macchina. Quella era un luogo temporaneo, perché subito dopo i due coniugi raggiunsero una zona isolata e seppelirono il corpo dell'uomo.
     
    Mike aveva capito troppo tardi il suo errore.
    «Gwen, Rex, venite che la pappa è pronta!» una donna, alta, dai capelli lunghi e neri che non poteva avere più di trenta anni, era intenta ad appoggiare sul terreno due ciotole piene di cibo per cani. Accanto a queste ne erano presenti altre due, contenenti però dell'acqua.
     
    Non passarono molti secondi che i due animali arrivarono correndo, il primo era un pastore tedesco, mentre il secondo era molto diverso dal classico animale da compagnia. Si trattava infatti di un uomo, che camminava a quattro zampe proprio come se fosse un cane. Ma le similitudini non si fermavano lì, perché mentre Rex, il cane "vero" abbaiava, anche lui replicava, a suo modo, lo stesso suono.
     
    Quella visione però non scandalizzò la donna, anzi, si avvicinò ad entrambi e, dopo aver dato una carezza sulla testa ad entrambi, disse «Servitevi pure!».
     
    Nella stessa stanza, che era la sala da pranzo, era presente anche il marito, seduto al tavolo ed intento a leggere il giornale. Diede uno sguardo alla scenetta, ma anche lui rimase impassibile, come se tutto fosse normale.
     
    Dopo che i due animali terminarono il loro pasto, la donna tornò ad aprire bocca «Bene tesori miei, io ed il papà usciamo. Mi raccomando, fate i bravi e non combinate pasticci!».
     
    Entrambi abbaiarono e, dopo essere stati accarezzati nuovamente sia dalla donna che dall'uomo, i due uscirono dalla casa.
     
    Gwen, l'umano a quattro zampe e Rex, il cane, erano liberi di giocare tra loro e di correre per la casa, stando attenti però a non rompere nulla. Non era la prima volta che restavano da soli, per questo sapevano come cavarsela.
     
    I due si rincorsero per tutta la casa, era il loro gioco preferito. Dopotutto l'abitazione era molto ampia, offriva molte stanze ed era a due piani. Anche se non potevano andare in giardino, avevano una grande libertà di azione.
     
    Ma proprio mentre si rincorrevano, Gwen, a causa della velocità e per aver appoggiato male il braccio destro su un gradino della scala, cadde, rotolando fino al piano inferiore. L'uomo restò immobile per diversi secondi, Rex si avvicinò e leccò il suo braccio, però la situazione non cambiò.
     
    Il tempo passava, ma Gwen si riprese solo dopo un'ora, nel frattempo Rex era rimasto immobile ad osservarlo. Ma non appena l'uomo aprì gli occhi, notò subito che c'era qualcosa di strano, non ricordava più nulla.
     
    Non appena vide il cane, si spaventò, indietreggiando ed alzandosi su due gambe. Quella era una cosa che non faceva da anni, vista la vita che adesso conduceva. Rex gli saltò addosso in modo giocoso, e l'uomo lo accarezzò timidamente. Solo in quel momento, abbassando lo sguardo per guardare il cane, si rese conto di essere completamente nudo.
     
    L'unica cosa che indossava era un collare, che era però molto diverso da quello che aveva Rex. Al tatto era molto più duro, sembrava di metallo o qualche materiale del genere. Gwen iniziò ad esplorare la casa dove si trovava, ma la mente continuava ad essere vuota.
     
    Vagava senza una meta, non sapeva né cosa fare né dove andare, se fosse scappato adesso probabilmente qualcuno l'avrebbe fermato. Proprio mentre pensava a come uscire da quella situazione che un mal di testa lancinante lo colpì come un fulmine a ciel sereno. Poco alla volta dei ricordi riaffiorarono nella sua mente.
     
    Questi riguardavano il collare che indossava, si trattava di un congegno particolare ideato e costruito da una compagnia, la Human Solutions. Viste le crescenti lamentele che gli umani avevano sulla loro razza, non solo riguardanti l'odio, ma anche l'eccessivo carico di doveri sociali da dover compiere ogni giorno, molti erano soliti dire che preferivano essere come gli animali, liberi da pensieri e preoccupazioni.
     
    E così la Human Solutions ideò un modo per rendere questo sogno una realtà, un collare che rendeva un umano simile, psicologicamente, ad un animale. C'erano diversi collari, uno per ogni carattere dei vari animali esistenti sulla terra. Inizialmente la creazione non ebbe molto successo, ma con il passare del tempo e con l'amplificarsi dell'odio che gli umani provavano per la loro razza, arrivarono le prime soddisfazioni.
     
    Tutti gli umani che si erano "convertiti" con questo collare venivano successivamente messi in vendita come dei normali animali da compagnia. Stranamente, le persone si abituarono molto presto a questa nuova tipologia di animale, tanto che la Human Solution fu in grado di espandersi in tutto il mondo.
     
    Gwen però non aveva ancora ricordi su di sè, non sapeva chi fosse e come mai avesse deciso di indossare quel maledetto collare. Non conosceva nemmeno il suo vecchio nome, non riusciva a trovare altro nella sua mente. Era così immerso nei pensieri che non si rese conto del ritorno dei suoi padroni.
     
    Una volta aperta la porta, la donna, che fu la prima ad entrare, vide Gwen eretto sulle gambe, restando a bocca aperta. Fece avvicinare rapidamente suo marito, in questo modo anche lui fu in grado di assistere allo spettacolo. Entrambi non sapevano cosa stesse succedendo, avevano timore di Gwen.
     
    Ma, quasi come se nulla fosse mai accaduto, l'uomo tornò a gattoni e si gettò tra le braccia dei due coniugi per cercare affetto. I due esseri umani si guardarono in volto perplessi, prima di coccolare il loro animale.
     
    Senza aspettare oltre, l'uomo e la donna uscirono e si recarono ad una delle tanti succursali della Human Solutions. Era la prima volta che Gwen si comportava in quel modo ed erano preoccupati che potesse tornare normale. Questo pensiero li terrorizzava, era il loro animale da compagnia e non potevano permettersi di perderlo.
     
    «Gwen, il nostro animale umano, era eretto sulle sue gambe, sembrava un... Normale umano!» la donna fu la prima a parlare ed il modo in cui si esprimeva non nascondeva la sua preoccupazione.
     
    «Signora, come le ho già detto è probabile che si tratti semplicemente di un caso. Mi ha confermato che il collare che indossa Gwen è di tipo canide, vero? A volte capita che i cani camminino su due zampe, ed è molto probabile che il vostro animale umano stesse semplicemente imitando questo gesto.» rispose il responsabile della Human Solutions.
     
    «Ed è già successo ad altri una cosa del genere?» questa volta fu l'uomo a porre la domanda.
     
    «A dire il vero no, o almeno nessuno è mai venuto a riferirmi che il suo animale umano camminava in modo eretto. Come le ho detto è una cosa normale, quindi non si saranno allarmati come avete fatto voi, ecco tutto.» il responsabile cercava di rassicurarli in ogni modo possibile.
     
    «E non c'è un modo per avere più sicurezze su ciò che dice?» la donna riprese la parola.
     
    «Sì, potete osservare qui.» il responsabile girò lo schermo del computer che era presente sulla sua scrivania verso i due coniugi «Questa è la scheda di Gwen, possiamo vedere tutto, i suoi dati anagrafici passati e quelli di adesso, ma la cosa più impostante è questa.» dopo aver puntato il dito su un rettangolo che si trovava in altro a sinistra, aggiunse «Questa zona indica il funzionamento del Collare Animale. Come potete vedere è verde, significa che è completamente funzionante.»
     
    Nonostante le parole, nel frattempo Gwen era riuscito a tornare nuovamente umano, in qualche modo il collare funzionava a metà, per questo motivo non veniva rilevato nessun errore. Diversamente dal primo risveglio, conservava ancora i ricordi dell'ultima volta, ma la situazione restava inalterata.
     
    Le cose cambiarono pochi minuti dopo, quando un'altra emicranea lo colpì, riportandogli alla mente altri ricordi.
     
    Questa volta riguardavano il suo passato, il suo vero nome era Mike, abitava in una città chiamata New York non lontana dai suoi genitori, che si chiamavano Anna e Pete. Mentre ricordava queste cose, nella sua mente fu in grado di osservare quasi chiaramente il suo appartamento. C'era un poster che attirò la sua attenzione, raffigurava il suo cantante preferito.
     
    L'informazione più importante stava per arrivare, con un secondo mal di testa, più leggero, si ricordò di una donna di nome Linda. Era la sua ragazza, che era anche la causa che l'aveva spinto ad indossare quel collare. I due avevano litigato e si erano lasciati, preda della disperazione, Mike decise di abbandonare la sua natura di uomo per abbandonare anche il dolore che provava.
     
    Solo adesso si rendeva conto di quanto fosse stato sciocco, ripercorrere tutti i momenti passati insieme a Linda gli fece capire che quella non era la soluzione giusta. Doveva tornare da lei e scusarsi, non doveva fuggire, perché ci teneva davvero a lei.
     
    C'era solo un piccolo problema, era ancora prigioniero in quella casa. Ma non era un grosso problema, almeno non adesso. Mike decise di prendere gli abiti del suo padrone, anche se erano più larghi, almeno adesso non era nudo. Provò in tutti i modi di togliersi quel collare, ma tutto fu inutile, decise quindi di uscire per una delle finestre del piano terra della casa.
     
    A quel punto iniziò a correre velocemente, non sapeva ancora il nome della città dove si trovava, probabilmente gli sarebbe tornato alla mente, ma per ora non poteva far altro che andarsene via da lì.
     
    Ma la fortuna sembrava non volerlo accompagnare in questa sua avventura, perché pochi minuti dopo, arrivarono i due coniugi, che erano in macchina. Gli passarano proprio davanti e riuscirono a guardarlo in volto. Nonostante gli abiti e l'aver camuffato il collare, non c'erano dubbi, era Gwen. Il marito subito fece un'inversione di marcia per rincorrerlo, ma Mike non voleva fermarsi.
     
    «Fermati! Dove credi di andare?» ad urlare queste parole fu la donna, ma era tutto inutile, perché il suo animale umano non voleva fermarsi.
     
    A quel punto il marito investì Mike, colpendono in pieno. I coniugi uscirono dalla macchina e si avvicinarono al corpo esanime del loro ormai vecchi animale umano.
     
    «Se non puoi essere nostro non sarai di nessun'altro.» disse il marito, prima di caricare il cadavere di Mike nel bagagliaio della macchina. Quella era un luogo temporaneo, perché subito dopo i due coniugi raggiunsero una zona isolata e seppelirono il corpo dell'uomo.
     
    Mike aveva capito troppo tardi il suo errore.

    By emanueleShellman, in Poesia,

    A perdita d'occhio.
    Come chiazze di mare
    riquadri colmi di acqua 
    ospitano steli di vita
    A tratti, isole di terra asciutta
    umida di voglia di essere
    Specchi, rilucenti al sole
    come distese di neve.
    Brulica la vita
    fra le acque torbide e melmose:
    piccoli chicchi, piccole cose
    nascono vivono e muoiono.
    A perdita d'occhio
    Come chiazze di un mantello divino
    disteso sul dorso di un dormiente
    viandante.

    By emanueleShellman, in Poesia,

    Cristalli lucenti
    finestre del cuore
    qualunque sia il loro colore.
    Sanno parlare, 
    urlando in silenzio
    gioia e disperazione
    raccontano fieri
    Non puoi nasconderli
    sono sempre veri.
    Affascinati dal tempo
    mai sazi di vita,
    scrutano ogni dove 
    per carpire segreti 
    accumulare tesori.
    Giorni di risa, giorni di pianto
    scompaiono guardando,
    volano via come d'incanto.
    Ad ogni individuo è dato un tono diverso
    in diversa interpretazione
    del loro linguaggio, del loro umore.
    Madre, padre o innamorati, 
    al nostro cuore sono legati.
    Ma nei tuoi occhi vedo una cosa
    che più di ogni altra ti rende meravigliosa:
    una dolce melodia di petali rosa.
     
    IL PROFUMO DELL’ASFALTO
     
     
    Ho sempre avuto questa strana passione per i sensi. Non strana per me ma per i miei amici e compagni di studi, che mi guardavano come uno parecchio fuori. Si, perché a quell’età di solito non ci si perde dietro al colore dei capelli di una ragazza, o alla melodia nella sua voce. Si tende ad essere un po’ più concreti, a meno che non si sia caduti nelle trappole dell’amore adolescenziale.
    Io invece adoravo le sfumature. Cerco di dare un’idea di cosa intendo.
    Quando avevo otto anni andavamo in vacanza nelle Marche, dalle parti di Civitanova, nella grande casa dello zio Michele. C’era l’aia, le galline, due cani di taglia piccola e il mare a cinque minuti di cammino. Ma, soprattutto, c’era un fornaio di paese a cento metri dalla casa. Io avevo uno dei primi orologi elettronici, quelli con la sveglia; la puntavo alle quattro e mettevo l’orologio sotto il cuscino perché il cicalino svegliasse solo me. Uscivo da casa zitto come un gatto, mentre il primo chiarore lottava per aprirsi la strada da lontano, dietro l’orizzonte. Andavo di fronte alla porta del panificio, mi sedevo per terra masticando i fili d’erba, e aspettavo. Dopo un quarto d’ora l’aria cominciava ad allentarsi, intorno alla porta del negozio, si ammorbidiva lievemente in un profumo inebriante di lieviti caldi, di farina ma anche di zucchero e burro. Io precipitavo in una specie di estasi che poteva durare anche un’ora. Una mattina quella porta si aprì, e senza dire una parola un uomo mi mise accanto un panino caldo, cosparso di miele. Alla fine della vacanza tutti sapevano cosa accadeva all’alba, nessuno ne parlava e mio padre saldava il conto delle mie paradisiache colazioni.
    Mi porto dentro questa deliziosa tortura da quando mi ricordo, e crescendo non è migliorata. Sono stato con delle ragazze solo perché impazzivo per la sfumatura dorata della loro pelle, o perché la loro voce nel sussurrare “Ti amo” prendeva accenti roventi da inferno sessuale.
    Per carità, tutti hanno momenti di rapimento sensoriale e ne beneficiano quando arrivano, ma io li vado a cercare, faccio esperimenti. Ho vissuto per anni in una camera buia tappezzata di faretti colorati miscelando le luci per testare nuovi colori. Ho fatto il bagno in fiume sotto la pioggia, mettendo fuori la lingua per assaggiare l’acqua del cielo col corpo immerso nell’acqua della terra. Ho girato per casa con una benda sugli occhi per ore, per affinare il tatto, e poi accarezzare il pelo morbido di un gatto persiano.
    Lavoro e pago le mie bollette, non bevo e non fumo. Non pratico sport né sesso estremi, non soffro di perversioni. Semplicemente i miei sballi sono le sensazioni, mi piace toccare e annusare la vita, far parlare la sua sfera primitiva.
     
    Poi capita che le cose ti sbattano in faccia. Due giorni fa prendo la bicicletta (mi piace il vento addosso), e decido di andare verso il centro. Non è casuale. Fa un caldo malese da una settimana, il meteo prevede temporali nel pomeriggio e io pianifico: vado in zona pedonale, senza i gas di scarico che violentano gli odori attorno, e aspetto l’acquazzone. L’aroma tiepido dell’asfalto bollente al contatto con il primo scroscio mi irretisce. Quando sprigiona il suo afrore forte dal retrogusto acido io respiro a fondo e lo immagazzino per evocarlo quando mi pare. E’ un odore raro, non capita spesso di ritrovarlo nel corso di un anno.
    Dunque sono lì, seduto sugli scalini della fontana di piazza Nicolai, mentre intorno a me le grosse gocce si schiantano sull’asfalto della via e man mano lo lucidano. Sono fortunato perché si accendono le prime luci del crepuscolo che si raddoppiano sul fondo stradale riflettente. Sembra una ghirlanda natalizia, appesa sul bancone a specchio di un sofisticato bar lounge da coktail, e trasmette lo stesso senso di solitudine. Mentre ordino e classifico le mie sensazioni, e m’infradicio, mi sento prendere per una spalla, mentre qualcuno mi butta addosso qualcosa che sa di plastica vecchia.
    “Che fai? Lo sai che puoi prendere un raffreddore?”
    E’ una voce femminile forte, di contralto, mi stringe le spalle e mi fa alzare. Non so perché la lascio fare. Mi pilota verso una piccola bottega sulla piazza, almeno così mi sembra sotto il muro d’acqua che si butta di foga sulla terra. Non avevo l’avevo mai notata, ma con la crisi di oggi i negozi si danno il turno, chiudono e se ne aprono di nuovi frequentemente.
    Entriamo e vengo assalito da una vertigine. Odori spigati, acidi, dolci, un carnevale di spezie. E poi luci colorate che trasformano in prismi brillanti le gocce che semino sul pavimento. E stoffe cremisi, viola, verdi accesi e azzurri zaffiro. Combatto qualche lungo brivido. Forse aveva ragione, con la faccenda del raffreddore.
    “Mi spiace – le dico – sto bagnando il pavimento.”
    Lei ride:
    “Anch’io. Dai, facciamo il tè.”
    E’ una bella donna sui cinquanta, forse un po’ di più. Scura, probabilmente indiana. Occhi neri, indagatori.
    “Che ci facevi, lì, sotto acqua? Ti ha lasciato la ragazza?”
    Faccio cenno di sì, mica le posso spiegare la mia passione per l’odore dell’asfalto caldo bagnato.
    “Non ci pensare. Domani ne arriva un’altra. Sei giovane.” Mi fa riflettere il senso dell’essenziale che viene dal suo parlare sintetico.
    “Bello questo negozio” dico per spezzare l’aria. Mi morderei la lingua per la banalità, purtroppo sono uno dei tanti che aborrisce il silenzio, a meno che non sia solo.
    Dato che il posto è grande poco più di una cabina del telefono lei prepara il tè da dietro una tenda a due metri da me.
    “Veramente è un buco. Però mi dà da mangiare, oggi non è poco.”
    Esce con due tazze di infuso caldo e forte e una ciotola di dolci dal profumo speziato. Sono un po’ stordito. Vetiver, Ylang-Ylang, zenzero, muschio, sandalo, mi gira la testa.
    “Volevo dire che è un posto molto stimolante, fra luci, colori e profumi. Non so se riuscirei a stare otto ore al giorno in questo ambiente. “
    Lei sorride.
    “Per me è più facile. Non ci sento.”
    L’aria assume un colore inquietante.
    “Non capisco.”
    “Non è che ci sia molto da capire. Ho perso l’olfatto.”
    Mi sento sudare, di colpo. Non avevo idea che potesse succedere una cosa del genere.
    “Come…come è possibile?”
    “In realtà non è difficile, ci sono molte cose che fanno questo effetto. Per me una brutta influenza.”
    Sorride ancora, sorride sempre.
    “Come fa a vivere?” Mi è scappata e non me la posso rimangiare. Oggi mi sento più idiota del solito.
    “I primi tempi non è facile, c’è gente che piomba in depressione. La gran parte del sapore di un cibo viene dal suo aroma, passa la voglia di mangiare. Poi anche il resto del mondo, quello che non è cibo, intendo, si esprime con l’odore. Anche le persone.”
    Finalmente riesco a stare zitto. Anche perché sono annichilito dalle implicazioni di quello che la signora pacatamente mi dice, da dietro la sua fumante tazza di tè, di cui non può sentire l’aroma. Non riesco neanche a immaginarmela una vita così.
    “Poi però si va avanti, sai. Ci sono altre cose, i bambini, i colori. E poi c’è la danza.”
    “La danza?”
    Si alza e prende qualcosa da dietro il logoro bancone in legno smangiucchiato. E’ una busta, che mi porge. Mi fa cenno di aprirla. Sono foto, di una vivezza che sembrano sbalzate sulla carta. C‘è lei, ci sono altre persone, uomini e donne, che indossano colori e sorrisi, che illuminano i rozzi fondali di feste paesane. A volte lei, da sola. Sembra intenta a parlare con se stessa, danzando, quasi ignara di quello che la circonda. E’ come attenta, percettiva.
    “Sembra stia ascoltando qualcosa”
    “Bravo – sorride – sei l’unico che se ne è accorto. Tutti pensano che danzare sia un modo di esprimere se stessi. Da dentro a fuori. Ed è vero, chi può negarlo? Ma è anche un modo per catturare l’energia universale. E ti godi i flussi di questa luce interiore, i suoi cambiamenti, il modo in cui ti prendono e ti abbracciano. Da fuori a dentro, mi capisci?”
    Altro che, se capisco. E’ come un altro senso.
    E’ passato un mese. Sono davanti alla porta della bottega. Stavolta le ho portato delle bellissime margherite giganti, viola col cuore arancione. Nonostante viva in mezzo ai colori si appassiona agli abbinamenti audaci che la natura fa e che io le porto per ripagarla del suo tempo.
    Come sempre saliamo in una stanza vuota al piano di sopra. Ci sono perfino i bastoncini profumati. E lei, attenta e indulgente, mi insegna a sentire l’energia del mondo. E io ascolto, mentre danziamo.
     
    Ira Stoer
    “Osserva un bambino che raccoglie conchiglie sulla spiaggia: è più felice dell’uomo più ricco. Qual è il suo segreto? Quel segreto è anche mio. Il bambino vive nel momento presente, si gode il sole, l’aria salmastra della spiaggia, la meravigliosa distesa di sabbia. È qui e ora. Non pensa al passato, non pensa al futuro. E qualsiasi cosa fa, la fa con totalità, intensamente; né è così assorbito da scordare ogni altra cosa. Il segreto della felicità è tutto qui: qualsiasi cosa fai non permettere al passato di distrarre la mente e non permettere al futuro di disturbarti.”
    Osho Rajneesh, da un’intervista di Enzo Biagi  
     
     
     
    Cercava conchiglie, nella sua vita.
    Solo quello.
    Girava le spiagge di tutto il mondo e ne raccoglieva quante più ne poteva, le riponeva in un baule che sempre si portava appresso e poi raggiungeva un altro lido.
    Sempre così, da anni.
    Ogni conchiglia era per lui fonte di gioia e primitiva felicità, motivo di esistere e di continuare a vivere. Erano come figli, per lui, che di figli veri non ne aveva.
    Non servono, quando si hanno le conchiglie, diceva.
    Tuttavia, fra le centinaia di conchiglie – tutte diverse – che aveva trovato in tanti anni, nessuna superava per bellezza e magnificenza la Meravigliosa Purpurea.
    Era una conchiglia rossiccia, a ventaglio, con sfumature ocra e gialle, che quando la si metteva contro il sole si poteva vedere attraverso, usarla come una specie di lente, e conoscere un mondo diverso, di altre tonalità di colore. Brillava di una luce intensa e strana, che in nessun altro posto al mondo si poteva trovare: il diamante delle conchiglie, la chimera degli abissi, il sogno del Raccoglitore di Conchiglie.
    Perché invero non l’aveva mai trovata, e continuava e avrebbe continuato a raccogliere conchiglie finché non fosse successo.
     
    Un giorno, durante i suoi viaggi che lo portavano per le spiagge di tutto il mondo, raggiunse una spiaggia che giudicò perfetta. Decise che lì, e solo lì, sarebbe stato possibile trovare la Meravigliosa Purpurea.
    -Un giorno il mare la porterà, magari dopo una tempesta durata una notte, la depositerà sulla battigia e io la raccoglierò. E sarò felice, e sarò realizzato. La mia vita si completerà. Nell’attesa raccoglierò le altre conchiglie, così, per ingannare il tempo. Perché so, e sono sicuro, che questa spiaggia merita solo la Meravigliosa Purpurea e nient’altro. Mentre la cercherò sarò felice della mia vita come non mai, e me la godrò a fondo. Davvero.
    Se lo disse da solo, mentre costruiva una capanna di legno e frasche in riva al mare, così vicino che l’alta marea bussava alla porta come un visitatore inatteso ogni sera.
    La costruì alla fine della spiaggia, quando la sabbia spariva e cominciavano gli scogli e gli alberi. Fece una sola finestra, con tende di fronde, dalla quale si poteva vedere la spiaggia in tutta la sua bellezza e lunghezza perdersi dentro l’Oceano e congiungersi con il cielo, là all’orizzonte. In quella capanna decise di vivere finché la Meravigliosa Purpurea non avrebbe bussato alla sua porta come faceva ogni sera il mare.
    Ogni mattina, fino al tramonto, la percorreva su e giù in continuazione, con la testa china, a cercare una conchiglia rossa con sfumature ocra che brillava di una luce che al mondo non si era mai vista.
     
    Poteva continuare tutta la vita, siccome aveva deciso che se ne sarebbe andato da lì solo con la Meravigliosa Purpurea.
     
    Un giorno capitò alla spiaggia un tipo strano.
    Erano passati anni da quando il Raccoglitore di Conchiglie si era insediato in quel litorale, e neppure lui sapeva dire quanti fossero: forse due, forse dieci. Forse mille. Il tempo passava lento, regolare, scandito solo dalle onde; le giornate erano tutte uguali.
    Poi un giorno capitò alla spiaggia questo tipo strano, e tutta la macchina che si era costruito e rodato in quegli anni si ruppe e la monotonia crollò, e il Raccoglitore di Conchiglie non fu più solo.
    L’uomo scese giù dalla spiaggia verso la capanna. La raggiunse. Si fermò davanti alla porta.
    Era il tramonto, le sei e mezza della sera.
    -Salve- disse.
    -Salve a lei- rispose l’uomo in piedi sull’uscio della capanna, mentre beveva vino e mangiava una pasta salata.
    I due uomini si guardarono. Uno sorridendo, a metà fra l’idiota e qualcuno che sa qualcosa; e l’altro mangiando come se davanti a lui non ci fosse nessuno.
    Il secondo uomo ad un tratto si rese conto di quanto quella situazione fosse assurda, così disse:
    -Chi è lei, scusi?
    -Ah, già,- il sorriso non si spegneva mai, manco fosse una specie di stella millenaria –sono un viaggiatore pellegrino.
    -Non sono la stessa cosa, il viaggiatore e il pellegrino?
    -Beh no: il pellegrino ha una meta, una meta fissa, molto spesso religiosa; io invece ho molte mete, non troppo religiose, che mi prefiggo di giorno in giorno, variando sempre il mio cammino, finché non giungerò alla mia meta finale.
    -In pratica gira a caso per il mondo…
    -Più o meno è così, sì.
    -Ed ora è capitato qui…
    -Più o meno è così, sì.
    -E quel sorriso? Ce l’ha sempre sulla faccia?
    -No, solo quando devo sembrare cordiale alle persone.
    -A me fa solo inquietudine.
    -Se vuole la smetto.
    -Sarebbe cosa gradita.
    -D’accordo.
    E smise.
    -Quindi lei viaggia e basta eh? Beh sarà assetato… vuole qualcosa da bere?
    -Sì, lo gradirei volentieri. Ha per caso della vodka liscia?
    -Solo vino. Bianco o rosso.
    -Prendo un bicchiere di rosso, se non le dispiace.
    -Si figuri.
    I due uomini si sedettero e bevvero. Poi il Raccoglitore di Conchiglie si alzò e disse:
    -Non se ne vada, finisca pure la bottiglia. Io vado a fare la doccia. È l’ora.
    -Che ora?
    -Della doccia. La faccio sempre dalle sei alle sette di sera, in quell’ora lì, se no non sono capace.
    -Non ne è capace?
    -Non è proprio giusto dire che non ne sono capace, piuttosto dalle sei alle sette sono in una condizione psico-fisca perfetta per fare la doccia. Prima delle sei e dopo le sette mi fa strano farla, e non mi sento a mio agio.
    -Ognuno è matto a modo suo.
    -Beh sì, direi di sì. Insomma lei gira per il mondo tanto per.
    -Beh no io uno scopo ce l’ho. Del resto sono un pellegrino, e una meta finale l’ho anch’io. Non religiosa, ma sa, non si può aver tutto dalla vita.
    -E qual è questa sua meta?
    -Non doveva fare la doccia lei?
    -Ah già. Già.
    Il Raccoglitore di Conchiglie si lavò e parve dimenticarsi della meta e di tutto. Ma non del suo ospite.
    Rimasero insieme sei anni, alla fine. Del resto erano due solitari che si incontravano dopo anni e anni di solitudine e tristezza. Un po’ di compagnia, per quanto magari ostica, era sempre ben accetta.
    Inoltre il Viaggiatore Pellegrino voleva riposare dalle fatiche dei suoi decennali cammini.
     
    Passarono i giorni, in quei sei anni. E ogni giorno era dialogo, parole per ingannare il tempo, far finta che il tempo non passasse e la vecchiaia fosse solo un gioco.
     
    -Davvero non vuole dirmi com’è fatta questa conchiglia che sta cercando?
    -No.
    -E perché?
    -Beh perché se glielo dicessi non la troverei mai. Un po’ come non rivelare i desideri perché poi non si avverano.
    -Superstizioso?
    -No, ma non si sa mai.
    -Capisco…
     
    -Sa, ha scelto davvero un buon posto dove costruire la sua capanna.
    -Non è che l’ho scelto proprio io, se vogliamo dirla tutta. È perché credo che qui troverò la Meravigliosa Purpurea, gliel’ho detto. Se per caso avessi capito che avrei trovato la Meravigliosa Purpurea in cima ad una montagna, beh, là avrei costruito la mia casa, nell’attesa di trovarla.
    -Si può dire quindi che questa capanna sia la sua casa, la sua unica vera casa?
    -Si può dire, sì.
    -E le montagne?
    -Cos’hanno fatto?
    -Le ha mai viste?
    -Da lontano intende?
    -No, proprio salirci sopra.
    -Beh, una volta sì. Sa, a volte si trovano conchiglie pure lì. Quando le Dolomiti erano sott’acqua hanno catturato un sacco di conchiglie, e così un giorno andai là, e sebbene sapevo non poter esserci la Meravigliosa Purpurea ho intrapreso comunque un viaggio bellissimo, e ho trovato un sacco di conchiglie interessanti.
    Fecero una pausa, proseguendo la passeggiata lungo la battigia.
    -Ha mai trovato due conchiglie uguali?
    -No, mai. Dopo molti anni ho maturato l’idea che non esistano due conchiglie uguali.
    -Interessante… e come fa allora a raccoglierne solo alcune e a lasciarne sulla sabbia altre?
    -Raccolgo e colleziono solo quelle che mi piacciono. Che mi… ispirano.
    -Ispirano cosa?
    -Fiducia, felicità, serenità, leggerezza, bellezza. Non saprei. Che mi ispirino e basta, forse.
    Si fermarono e si voltarono. Ripresero a camminare da dove erano venuti, tornando indietro.
    -E lei? Lei come fa a decidere quando e dove cambiare direzione?
    -Dipende dall’ispirazione.
    -Mi prende in giro?
    -Non oserei mai. E dico sul serio: ad un tratto vengo fulminato dall’ispirazione. Vedo una strada, magari un bivio, e dico: sì, potrei andare a destra. E ci vado. Una volta ero su una strada dritta, ma dritta come un fuso, niente di più dritto avevo mai visto e credo nulla di più dritto esista. E beh, mentre camminavo e stavo entrando dentro al cielo con quella strada infinita che si perdeva all’orizzonte…
    Si fermò. Non di camminare, smise solo di parlare.
    -Cosa ha fatto?
    -Sono tornato indietro. E ho ripercorso la strada che già avevo fatto.
    -E questo perché l’ispirazione le ha detto di fare così?
    -Sì, perché avevo voglia di fare così. E sono tornato indietro.
    Camminarono fino alla capanna. Era già mezzogiorno.
     
    -Perciò lei viaggia e viaggia. Avrà visto un sacco di cose, nel suo andare…
    -Più di quanto si potrebbe raccontare.
    -E la cosa che finora più le è piaciuta?
    Rise, il Viaggiatore Pellegrino.
    -Perché ride?
    -Vuole davvero saperlo?
    -Beh, sì.
    -Credo sia stata la neve su Alicante. Mi ha fulminato, come se davvero non ci fosse nulla di più bello.
    -La neve su Alicante? È strano, sa?
    -Lo so. Io sono strano, il mondo è strano. E ad Alicante, dal 1830, ha nevicato solo due volte: nel 1885 e nel 1926. Forse per questo mi ha colpito tanto…
    -Sarà per quello, sì… era là nel 1926?
    -Chi si ricorda… viaggio da talmente tanto che poteva essere anche il 1885.
    -Ma lei quanti anni ha?
    -Forse tremila, forse solo dieci. Ho perso il conto dopo gli otto.
    -Lei è pazzo…
    -Ognuno è pazzo a modo suo.
    -Questo l’ha già detto…
    -Capita, con la vecchiaia.
     
    E passarono tre anni.
     
    -Crede che questa sua conchiglia la renderà ricco?
    -No, ricco no. Le conchiglie non valgono molto. Felice, direi. Questo sì.
    -E una volta che l’avrà trovata?
    Il Raccoglitore di conchiglie sorrise e non disse altro.
     
    -Un giorno voglio fermarmi a mangiare frutta in riva al Nilo. Non so perché, ma sento che voglio farlo.
    -Mi sorprende sempre di più con le sue bizzarrie.
    Sorrisi da entrambe le parti.
    -Nei suoi viaggi non l’ha mai fatto?
    -Se l’avessi fatto non sarei qui ad esprimere il desiderio a lei…
    -Lo sa che a dirlo ad alta voce poi non accade?
    -Non sono superstizioso come lei, io.
    -Questo è giusto, ad ognuno le sue.
     
    E passarono sei anni.
     
    -Sa, io viaggio solo a piedi, e ora sono sei anni che sono qui con lei, e beh, credo fossero necessari per recuperare le forze.
    -Quanti anni ha detto che sono passati da quando ha iniziato a viaggiare?
    -Non gliel’ho mai detto, e non saprei dirglielo. Ho perso il conto. Comunque devono essere un sacco.
    -“Un sacco” sono tanti.
    -Altrochè…
    Pausa.
    -E così lei in tutto questo tempo non è mai riuscito a trovare questa sua conchiglia?
    -Esattamente.
    -Non ha pensato che sarebbe meglio cambiare spiaggia, forse?
    -No, so che la troverò qui.
    -Cosa glielo fa credere?
    -Non so. Me lo sento. È un discorso già affrontato.
    -Ha ragione, meglio non affrontarlo ancora.
    Altra pausa.
    -Sei anni fa mi disse che essendo un pellegrino aveva una meta…
    -Sì, me lo ricordo…
    -Sono sei anni che ce l’ho in mente, e sei anni che non gliel’ho più chiesto…
    -Vero anche questo…
    Ennesima pausa.
    -Se davvero la vuole sapere, la mia meta dico, beh, è il senso della vita. Cercarlo, da qualche parte. Dovrà pur esserci, no?
    -Ah.
    -So cosa pensa: è assurdo. Lo penso anch’io, ma del resto sono certo che in un deserto asiatico o in una foresta americana, su montagne europee o giungle africane beh, da qualche parte, ne son certo, si nasconde. Io viaggio per cercarlo.
    -Cambiando direzione e tutto ogni giorno?
    -Sì, è così che si fa.
    -Chi glielo ha detto?
    -Nessuno. Lo penso io.
    -Capisco… Un po’ come me, certo che la Meravigliosa Purpura sia proprio qui nonostante solo io lo creda.
    -Più o meno è così, sì.
    Ultima pausa.
    -Secondo lei qual è il significato della vita? Voglio dire: ha viaggiato tanto, a piedi per il mondo, anche se non l’ha trovato… di persona, qualcosa avrà pure imparato… qualche notizia magari…
    -Qualcosa sì, ho trovato, qualcos’altro ho perso. La vita è equilibrio. Non credo comunque di aver mai incontrato neppure indirettamente il suo senso.
    -Mmh…
    -Che c’è?
    -Niente, speravo potesse aiutarmi. Sa, io sono anni – e non so neppure quanti – che sto aspettando una conchiglia che molti dicono non esistere neppure. Tuttavia sono qui, e so che la troverò. È quello, per me, il senso della vita. Trovare ciò per cui si è nati, raggiungere ciò che si crede di meritare, oltre il quale non c’è più niente, se non compimento e soddisfazione.
    -Sono parole dure da dire, altrettanto da ascoltare.
    -Lo so, ma ognuno ha le sue opinioni. Questa è la mia. Il senso della vita è questo, per me, e questo è la Meravigliosa Purpurea.
    -Allora io non troverò mai il mio senso della vita, se esso è il senso della vita in sé.
    -Lei l’ha già raggiunto.
    -Ah sì? E quando?
    -Nell’esatto momento in cui ha deciso che trovare il senso della vita sarebbe stata la sua missione, il suo pellegrinaggio. Non può trovarlo, e non lo troverà mai in nessuna foresta o deserto perché semplicemente ce l’aveva in tasca quando è partito.
    -Lei dice?
    -Sì, dico.
    -In tasca?
    -In tasca.
    -Ah.
     
    Poi il Viaggiatore Pellegrino se ne andò, partì, per tornare a casa. Esausto e sicuro che il Raccoglitore di Conchiglie avesse capito.
    Mentre se ne andava mise una mano in tasca.
    Il senso della vita l’aveva in tasca.
    Eppure in tasca aveva solo quella misera conchiglia trovata anni prima su una spiaggetta sperduta, conchiglia dimenticata fra la stoffa dei pantaloni.
    La prese e la gettò a terra.
     
    Il Raccoglitore di Conchiglie sorrise e prese la via della fine della spiaggia, cercando di seguire le orme che aveva lasciato il Viaggiatore Pellegrino al suo passaggio: orme che erano sparite, come se non fossero mai esistite.
    Doveva finire il giro, anche per quella sera. Erano già le sei e mezza, ed era tempo di farsi la doccia. Bisognava sbrigarsi.
    Mentre andava sentì qualcosa forarlo sotto il piede.
    Si chinò.
    Alzò la gamba e ciò che vide lo meravigliò alquanto: la Meravigliosa Purpurea, portata da chissà quale onda, giaceva fra la sabbia ed il mare.
    La sera prima c’era stata una tempesta, forse era giunta così. Caduta dalla tasca del mare.
    Il Raccoglitore di Conchiglie la prese in mano e la guardò: quando la si metteva contro il sole si poteva vedere attraverso, usarla come una specie di lente, e conoscere un mondo diverso, di altre tonalità di colore. Brillava di una luce intensa e strana, che in nessun altro posto al mondo si poteva trovare.
     
    Il Raccoglitore di Conchiglie se ne andò dalla spiaggia.
    Per sempre.
    E senza fare la doccia, quella sera.
     
    “Cosa fai? Metti via quella giacca, stai gocciolando sul pavimento. Non ho mica tempo di pulire, ho altro da fare io.”
    Lorena ingoia due o tre insulti, che le vanno di traverso. Cosa si crede, questo idiota? Dio, come ho fatto a sposarlo?
    Si rivede con la tuta di lurex, andare a ballare con gli amici, e ritrovarsi abbarbicata a Mario. Era alto, bello e , come lei, affogato nei feromoni. Non che l’avesse preso subito per il principe azzurro, questo no. Però si lusingava che le sue amiche gli morissero dietro.
    “E’ uno spettacolo, cacchio, ma come hai fatto? E poi… romantico, ti porta le orchidee dentro la scatola. Roba che neanche mio nonno. Senti, se ti stufi, passamelo, io non farei tanto la difficile.”
    Insomma, di colpo si era trovata ad essere la più cool del gruppo, per gloria riflessa.
    “Chi se ne frega, se è riflessa. E’ gloria. Perfino quella stronza di Michela, col suo fidanzato ricco e i loro giri inarrivabili, ogni tanto lo guarda e deglutisce. D’altronde quello sarà anche ricco, ma quanto a muscoli…”e via di questo passo, fra il languore degli assalti ormonali e la sindrome della reginetta della festa. Alla fine se lo era sposato, in un tripudio di bianco. Ed era durata quanto il buffet del matrimonio, più o meno. Lorena si era indurita presto, come un limone dimenticato in angolo, a buttare su muffa e acido col passare degli anni. Anzi, sarebbe da dire col progredire della carriera. Più cresceva professionalmente, viaggiava, incontrava persone, più quel matrimonio provinciale la faceva sentire dentro ad una gabbia di convenzioni e pranzi domenicali coi genitori.
    Mario bilanciava, per non stravolgere la vita ai bambini. Stava calmo, appariva quasi distaccato, e questo equilibrio innescava le bombe che lei si portava dentro.
    Un giorno Lorena si siede a tavola, una ruga fra le sopracciglia.
    “Lo sai che sta succedendo, in giro? Già, figurati se tu sai niente. Bè, c’è un maniaco.”
    Abbassa la voce e spedisce i bambini a giocare in camera.
    “Che maniaco?”
    “Uno di quelli che telefonano. Sai, risponde una donna o una bambina, a quelli non fa differenza, e vai col respiro affannoso e oscenità varie. La polizia dovrebbe fare qualcosa. E’ terrificante.”
    “L’hanno denunciato?”
    “Pensa te – esclama lei con una risata cinica – da dove vieni tu? Ti pare che la polizia abbia tempo per queste fesserie? Non riescono neanche a stare dietro alla delinquenza comune…Signora lo cercheremo, e non se ne sa più niente. Soli siamo, altro che balle.” Deglutisce un boccone a forza, e mette giù la forchetta di colpo.
    “Dai, calmati. Fai spaventare i bambini.”
    “I bambini, i bambini. Sempre così tu, stai calma, rilassati, tutte le tue cavolate. Quello potrebbe chiamare anche me.”
    "E tu gli metti giù il telefono.”
    “Certo, banale, come ho fatto a non pensarci? Ma lo sai che ha chiamato anche la Luisa, e la Clara? Quella poi, che è fragile di nervi, a sentirsi quello stantuffo ansimare dentro il telefono si è sentita male…te lo immagini?”
    Mario, veramente, non se lo immagina. Ma sa che sua moglie ha di queste paranoie, e tira dritto. Cosa che la fa imbufalire ancora di più.
     
    Un giorno tocca anche a lei. Il maniaco la chiama, sospiri, gemiti, insomma, tutto il corollario. Lei cerca Mario in ufficio. E’ grave, perché mi ha chiamata sul cellulare. Come fa ad averlo? Devo chiamare la polizia? Insomma, agitatissima.
    Continua così per due o tre giorni, mentre lo stato d’animo di Lorena passa dallo spavento ai primi sintomi del panico. Quel respiro ritmico, cupo, la sveglia di notte. Gli urla improperi, ma quello ormai l’ha presa di mira, la chiama nei momenti più strani, anche quando è in viaggio. Lei ha gli incubi, dorme due ore per notte. Comincia a stonarsi, a fare errori sul lavoro.
    Poi le cose si avvitano, di colpo. Mario muore in un incidente d’auto. Lorena all’inizio è inebetita, per fortuna l’aiutano nelle incombenze pratiche, perché lei si è persa. Non tanto per il tenue dolore, una specie di pugno di ovatta collocato sopra il diaframma, quanto per quell’improvviso, inconfessabile senso di libertà. E’ una specie di vertigine, perfino l’aria ha un sapore diverso, e ci si immerge come non le capitava da anni. Si rianima, comincia a comparire in pubblico, va alle feste, vede gli amici. Ha passato un periodo di fuoco, ma adesso le sembra di rinascere. Una sera, mentre chiude la giornata con un sospiro languido, quello della stanchezza del giusto, squilla il cellulare.
    “Pronto?”
    Non sente niente, solo un respiro, molto lontano.
     
     
    C’era voluto tempo e pazienza. Lorena è sempre stata spaventata dalle telefonate o dalle lettere anonime. Questa negazione della propria identità, queste ombre nascoste dietro gli angoli delle case, magari anche della sua, la mandano fuori di testa, letteralmente. Non la solita indignazione che prende tutti in quei casi, no, il suo è puro panico. Mario non si sente di giudicare le fobie degli altri, particolarmente quelle di sua moglie. A dirla tutta, se ne infischia, quello che conta è il risultato. Insomma, quando comincia a farle telefonate anonime lei reagisce come lui si aspetta. La chiama da cabine telefoniche, da cellulari a perdere. Organizza un assedio ben pianificato. Riesce addirittura a impostare chiamate automatiche a tempo, così che il trillo arrivi quando lui è in casa, per non creare dubbi.
    Poi muore, così, senza che nessuno si disturbi a dargli un piccolo preavviso, che ne so, tipo ehi, guarda che devi spostarti un po’. Invece niente, cambia dimensione con l’abbrivio di uno che ha preso un gran calcio e di colpo si trova di là. Freddo, caldo, sensazioni che non si raccontano. Poi però capisce. Realizza che può fare cose che vanno oltre le sue capacità note: può attraversare i muri e spostarsi da un punto all’altro con la velocità del pensiero. Non riesce a muovere gli oggetti, purtroppo, non ce la fa proprio. Però gioca con le onde elettromagnetiche e balla coi fotoni. Si esercita mentre assiste al lutto sempre più lieve di sua moglie. Prova, fallisce, riprova. Gli sembra che ci voglia un pezzo, ma chi lo capisce il tempo, lì dove sta. Alla fine ce la fa.
    Il cellulare squilla. Lei risponde: “Pronto”.
    Lui non può respirare ma costruisce un rumore attorcigliato, un garbuglio di onde sonore, gli dà un ritmo, una palpitazione. Come un respiro, appunto.
    Lorena dice pronto e ancora pronto e, giorno dopo giorno, scivola nel terrore.
     
     
     
                    Faceva caldo, c’erano fiumi di fango dappertutto e niente cibo perché il frumento  era zuppo da strizzare.
                    Così pensai che fare qualcosa era meglio che rimanere a preoccuparsi e accettai l’offerta di una ONG che stava mettendo insieme una raccolta di racconti di giovani scrittori per documentare il disastro.
                    C’era solo da scegliere un punto a caso per farlo.
                    La Commissione dell’ONU per i rifugiati e il Programma Alimentare Mondiale contavano un terzo della popolazione globale in stato di emergenza.
                    Il resto si sentiva in condizioni singolarmente precarie.
                    Le calotte polari erano svanite - miraggi nell’atmosfera gonfia di gas serra.
                    Il pianeta era di nuovo lo stagno di un’unica pantalassa.
                    In quell’alveo fermentavano i germi del nuovo mondo.
     
    *
     
                    Affittai una stanza in quella che era diventata la distesa rigonfia di uccelli e alghe asfissiate della Laguna Baltica, nel controsoffito di una fattoria di legno dipinta di blu.
                    La padrona di casa era una donna che viveva con il figlio schizofrenico e una figlia che e passava gran parte del suo tempo a meditare e a sorridere fissando un fiore di loto.
                    « Sorridere e sentirsi bene sono interdipendenti, » mi spiegò la ragazza - si chiamava Ljoba. « Non c’è bisogno di aspettare di sentirsi felici per farlo: è l’espressione stessa che richiama l’emozione. »
                    Io la ascoltavo affascinato e intanto cercavo di non innamorarmene troppo, perché tutte le cose scorrono, e specialmente tra le sabbie mobili dell’Europa post-riscaldamento globale quella era una verità particolarmente evidente.
                    L’altra ragione era l’immagine della padrona di casa incorniciata dalla soglia della mia camera con quell’atteggiamento ferocemente cortese del tipo ‘qualunque-cosa-ti-serva’ che per qualche motivo mi suonava tanto come un ‘ti tengo d’occhio ragazzo’ e mi faceva sentire già abbastanza in colpa anche senza aver fatto niente.
                    Allora mi facevo guidare nel bosco dalla donna in galosce, con il loro pastore tedesco dal nome desolantemente comune di Billy e con il figlio che si chiamava Hans, ma che la madre chiamava affettuosamente Hanhi, che in finlandese è il nome dell’oca migratrice, « perché ha il cervello di un uccello », diceva scompigliandogli i capelli.
                    Forse però il motivo era che le ricordava il padre, uno straniero venuto e passato come un oca migratrice, appunto - e quando venni a sapere quella storia la perdonai per la maniera in cui mi faceva sentire a disagio e la ammirai per la sua capacità, tutto sommato, di superare il condizionamento di esperienze negative  - abbastanza da accogliere ancora stranieri di passaggio in casa propria.
                    D’altra parte, mi sentii ancora più in colpa, perché, sabbie mobili o no, col passare del tempo mi stavo sempre di più attaccando a Ljoba.
     
    *
     
                    La mia padrona di casa mi guidava sulle passerelle di legno che secavano le  torbiere.
                    « Adesso sono protette, » mi spiegava  mostrandomi i lavori di ripristino. « C’è bisogno di spugne con cui asciugare il disastro che abbiamo fatto ».
                    Camminavamo lungo quei laghi di muschio saturo d’acqua e CO2.
                    I porosi polmoni del nord. In qualche modo qualcuno aveva pensato per anni che fosse un’ottima idea rivoltarli da cima a fondo. Erano un ottimo substrato per il giardinaggio. Una fonte di energia a kilometraggio zero.
                    Era tutto così piatto.
                    Le nuvole sembravano residui di schiuma sul lavello dilavato del cielo.
                    Gli uccelli d’acquitrino facevano un baccano da bolgia. Se la stavano godendo un mondo.
     
    *
     
                    C’erano fiori di loto negli scoli a cielo aperto lungo le strade rialzate della baraccopoli di Helsinki. Una volta alla settimana venivo in città per visitare la sede locale della ONG per cui lavoravo.
                    Sembrava importante tenere conto del quadro generale.
                    Mio padre era arrivato in Europa come rifugiato durante la guerra civile in Siria; mia madre, una psicoterapeuta finlandese emigrata da cui avevo appreso la lingua, era il motivo per cui ero riuscito a ottenere quell’assegnazione.
                    Adesso i rifugiati non scappavano più dalla guerra. Non solo, almeno.
                    Samoani e Polinesiani si mescolavano a Finlandesi rimasti senza casa. Pensavo a quale meraviglioso pidgin poteva sintetizzarsi da quelle lingue così vocaliche.
                    Mi sentivo molto superficiale.
                    Per correggere la mia miopia emotiva, anche quando ero in campagna passavo dieci minuti al giorno ad aggiornarmi sulle sofferenze della mia specie guardando video  di un paio di minuti sul sito di una emittente basata in un paese del Golfo Arabo; scorrevo notizie di carestie in tutto il mondo e mi sentivo quasi sollevato che per una volta ci fosse la carestia anche in Europa, come non succedeva da quando gli europei erano 50 milioni invece di un miliardo e mezzo, ma per il resto era tutto uguale: le paludi, i ratti, persino le epidemie.
                    Da quando gli antibiotici avevano fatto cilecca,  la salmonella era incurabile quanto la Yersinia pestis.
                     Mi sentivo in qualche modo riconnesso con le mie radici, nonostante queste affondassero in Europa solo per metà.
                    Nel presente, sedevo a una scrivania del quartier generale tra volontari che sussurravano agli auricolari cercando di trovare l’equilibrio tra un tono professionale ed empatico per mobilitare risorse e poster di campagne di sensibilizzazione e gente che si muoveva avanti e indietro con aria determinata - e parlavo con il tipo che mi faceva da editore del taglio da dare alle mie ricerche.
                    Quello che Jörg aveva in mente, diceva, era qualche storia strappalacrime. Qualcosa sulle condizioni delle folaghe e il loro rapporto con i bambini di quello che era stato il villaggio marittimo di L* e che ora erano dei rifugiati su uno dei precari isolotti-zattere della laguna, murati da sacchi di sabbia con il simbolo UE.
                    Qualcosa sulla gioiosa abnegazione delle frotte di volontari provenienti da tutto il mondo. Sulla preziosa opportunità  di vedere i boschi di betulle piantati dal bardo Väinämoinen - prima che fosse troppo tardi e l’acqua salmastra avesse ricoperto tutto in una tomba bruna di alghe asfissiate.
                    E così passavo le mattinate a girare per la laguna iperfertilizzata a ricambio idrico minimo che era stata il Golfo di Finlandia a intervistare i ragazzi del servizio volontario, un esercito idealista mobilitato sotto gli auspici del commissario politico del Direttorato per l’ambiente.
                    Luccicavano come virgulti mentre guadavano con l’acqua al polpaccio, le maniche corte lappate dal vento umido sfogato dalla pentola a pressione che erano le Azzorre, l’orizzonte infinito che avvolgeva in un alone eroico di luce le loro fronti sudate e i loro occhi pieni di energia e le loro barbe incolte e le loro magliette dalle ascelle sudice.
                    Spendevo intere mattine a guardarli affascinato procedere sistematicamente a estrarre e insaccare popolazioni intere di granchi del fango trovatisi dalla parte sfavorevole del cambiamento;  e nel primo pomeriggio cercavo di mettere giù in una forma che sembrasse avere qualcosa di letterario gli appunti che avevo raccolto.
                    Nel frattempo, Ljoba continuava a istruirmi su di come l’azione facciale volontaria fosse in grado di generare reazioni corrispondenti al programma affettivo di cui faceva parte, non solo a livello dei muscoli facciali e scheletrici e del sistema nervoso autonomico, ma anche di quello centrale.
                    Sapevo cosa significava? Fare una certa espressione avrebbe cambiato il mio ritmo cardiaco, la sudorazione delle mie mani, la temperatura corporea; ma non solo, avrebbe aumentato l’attività della parte anteriore sinistra del mio cervello, in maniera intrigantemente simile al complesso di reazioni coinvolte in uno spontaneo sentimento di gioia.
                    Ljoba mi insegnò a sorridere deliberatamente contraendo i muscoli esatti necessari a ingannare il mio cervello e spremere il glucosio di cui si nutriva esattamente nei lobi giusti. Avrei dovuto strizzare l’orbicularis oculis intorno all’orbita in maniera tale da riprodurre fedelmente il marchio di Duchenne, identificatore di un sorriso di sincero godimento: il cervello, mi spiegò, non si sarebbe fatto indurre a rilasciare le beta-endorfine  che costituivano il correlato fisiologico del benessere che cercavo da una semplice contrazione dello zigomatico maggiore.
                    A parte insegnare alla gente a sorridere, Ljoba gestiva un blog chiamato ‘Pane di loto’ in cui parlava di maniere alternative per nutrirsi in quest’epoca. 
                    Secondo Ljoba le cose - cose come persone in fila per giorni per comperare un chilo di farina di granturco - non erano necessariamente un problema per come stavano andando e invece andavano viste come un’opportunità unica offerta a ciascuno per riconsiderare i propri bisogni e ricalibrare i propri consumi.
                    Avrei detto che come idea era un pelo scollata dalla realtà ma del resto forse ero io a preoccuparmi per niente ; il blog aveva sviluppato un seguito nutrito - discepoli devoti che pendevano dalle labbra di Ljoba come pulcini affamati dal becco della madre.
                    Una cosa mi sembrava certa: una persona che passava il suo tempo seduta sotto un albero di ciliegio a meditare e a fissare fiori e a scrivere su un blog non aveva bisogno di molte energie.
                    Ljoba aveva studiato farmacologia o veterinaria a Helsinki prima di tornare a stabilirsi con la madre nella villetta di legno, in apparenza totalmente disinteressata a farsi una vita nel mondo esterno.
                    Dal canto mio, per giustificare la mia zuppa mattutina di biscotti all’olio di palma e tè liofilizzato pagata con i buoni pasto di Helsinki mi davo un gran da fare per assicurarmi di percorrere ogni giorno una quantità precisa di kilometri attraverso gli acquitrini, incontrando persone, cercando di capire i  loro problemi.
                    Mi muovevo spinto dall’urgenza di una coscienza inquieta, a marce forzate senofontiche; l’unica differenza tra me e quel mercenario greco naufrago in mezzo all’anatolia era che non c’era bisogno di correre per avvistare il mare: il mare era già venuto incontro agli uomini da tutte le parti.
                    Il problema era che a volte non sembrava importare cosa facessi: mi sentivo semplicemente male, con un senso di ansietà che si spalancava come una voragine al pensiero di poter stare sbagliando tutto nella vita, o che ad ogni momento le cose avrebbero potuto andare terribilmente sbagliate.
                    Non stavo correndo: stavo cadendo in avanti e fingevo di non avere ancora perso l’equilibrio.
                    Mi ritornavano in mente strane reminiscenze liceali. Doveva essere la luce nordica, ma pensavo a Kierkegaard il quasi-sposato, il non-puoi-avere-il-biscotto-e-la-linea, all’angoscia della possibilità.
                    Non so se sia una cosa dei Danesi avere un problema particolare a gestire le opzioni.
                    Di certo non sarei stato il primo né l’ultimo della mia specie cui la proliferazione delle possibilità multiple negli spugnosi interstizi della corteccia prefrontale avrebbe causato seri problemi.
                    Inserisci una zeppa tra stimolo e reazione e hai un essere capace di scelta. Quando questa zeppa comincia a intasarsi di informazioni irrilevanti hai un essere con un problema.
                    E Kierkegaard era vissuto ben prima che l’era dell’informazione innestasse sulla corteccia umana l’ulteriore interfaccia di una rete informatica globale. La capacità di scaricare una mole di informazioni sfiorante l’onniscenza sulle menti inermi di quelli che in fondo erano solo umili primati.
                    La nostra specie aveva più di un diluvio con cui fare i conti.
     
    *
     
                    A proposito dei pericoli di un sistema nervoso così delicato: a volte mi capitava di trovarmi sulla veranda della villetta a parlare con Hansi e lo stesso ragazzo di vent’anni che avevo visto poco prima imboccato dalla madre perché si rifiutava di mangiare i suoi piselli era lì seduto tranquillamente su un gradino a parlarmi di come la ragione di quella tremenda tensione che sentono le persone è che tutto è Volontà, e che ogni cosa che accade è esattamente ciò che vuole il nostro vero essere.
                    A un certo punto mi convinsi persino di poter discutere seriamente con lui.
                    Poi si mise a raccontarmi di come era colpa sua se negli allevamenti intensivi scannavano le vacche, che era lui a volerlo.
                    Altre volte non mi rispondeva affatto e sembrava sedere sul suo gradino come un’antenna abbagliata da una tempesta elettromagnetica, come se la realtà intera avesse cominciato a vibrargli attorno a mo’ di alveare, come se un’onda sensoriale a guadagno massimizzato gli stesse sorgendo attorno in una sorta di surriscaldamento del sistema dopaminergico.
                    Il ragazzo stava soffrendo - e io non riuscivo a far altro che pensare a me stesso. Anche quando mi sentivo in colpa per questo, stavo sempre pensando a me stesso.
                    Ero in un circolo vizioso.
                    Il senso di colpa era solo una cattiva abitudine, mi dicevo, uno schema programmato nella parte ventro-mediale della corteccia prefrontale. Da troppa attività di quella dorso-laterale con la sua prospettiva ego-centrica.
                    Mi fermai con Hansi meno di frequente.
                    In generale, cercai di farmi vedere il meno possibile nella casa.
                    Quanto a Ljoba, negli ultimi tempi era troppo impegnata ad aiutare sua madre a tenerla lontana da me per parlarmi.
     
    *
     
                    Intanto il mio lavoro procedeva. In qualche modo. I committenti sarebbero stati contenti? Non c’era modo di dirlo.
                    Guardavo video di commento al Sutra che taglia i diamanti e apprendevo che la maniera per cambiare la mia vita e il modo in cui mi sentivo non era impormi di agire come pensavo che avrei dovuto, ma piantare gradualmente, attraverso la visualizzazione e piccoli passi concreti, i semi di quello che sarebbe maturato naturalmente in essere col tempo.
                    La cosa mi dava molto conforto. Dovevo solo avere pazienza con me stesso. Coltivare la saggezza. Riprogrammarmi. Ero una brava persona dopotutto. Stavo facendo un buon lavoro.
                    Mi sentivo in balia di forze al di fuori del mio controllo.
     
    *
     
                    Intanto, Ljoba sembrava aver deciso di sfidare l’inibitoria presenza della madre.
                    Venne a parlarmi, a chiedermi un consiglio per il suo blog disse.
                    Mi raccontò che durante le carestie all’inizio del secolo scorso in Scandinavia la gente faceva pane d’emergenza con il tessuto linfatico all’interno della  corteccia dei pini, e che una sinfonia di Sibelius era persino soprannominata ‘pane-di-corteccia’ per quel motivo, e che era questa la ragione del nome suo blog, perché credeva che fosse il momento di riciclare e portare a un nuovo livello di autocoscienza quell’esperienza.
                    Uno non avrebbe dovuto attaccarsi al sapore di quello che mangiava, ma considerare che qualunque cosa metteva in bocca era nettare, un offerta per tutti gli esseri viventi, e cercare di aspirare all’ideale supremo della felicità perfetta ed eterna per tutti gli esseri in tutto il vasto cosmo.
                    Io ci provai, ma mi perdevo d’animo facilmente quando la cosa non risultava in effetti immediati sul mio umore, perché il mio cervello, quel garbuglio di sistemi rabberciati insieme in circoli di rinforzo, era abituato a reagire parecchio ai suoi stessi umori - e a qualunque cosa, insomma - e forse avevo una carenza di acido gamma-ammino butirrico in corpo e avrei dovuto mangiare più pane che non fosse di betulla o di loto ma di qualche cereale che contenesse vero buon vecchio glutine, di quello capace di crescere un bel vello di Candida albicans sulle pareti dell’intestino, o forse avrei dovuto farmi prescrivere delle benzodiazepine, oppure iniziare a meditare come Ljoba, nell’orto di famiglia, sotto l’albero di ciliegio che stava fiorendo - ma avevo troppe cose da fare.
                    Il mio lavoro non stava procedendo abbastanza in fretta, decisi.
                    I petali stavano già cadendo.
                    Il monaco Sosei diceva:
     
    Guardarli cadere e basta
    è quello che avrei dovuto fare.
    Fiori di susino!
    Il profumo, conturbantemente
    mi rimane sulle maniche...
                    Una cosa che tendeva ad allungare i tempi, per l’appunto, era che avevo troppa roba da leggere prima di potermi veramente sentire pronto a pubblicare io stesso.
                    Ad esempio: c’era tutto un mondo di autori caraibici contemporanei in cui ero inciampato cercando informazioni su un misterioso frutto chiamato melastella - tutta colpa di Lioba e del suo blog.
                    La certezza era schiacciante - era essenziale che mi facessi un’idea di quell’universo sconosciuto se volevo avere coscienza di tutte le risonanze di quello che poteva significare per un essere umano vivere in una pozzanghera di acqua tiepida con il livello che avanza sulla spiaggia.
                    Leggevo espressioni come ‘isole verdi come manghi marinati’ e ne conservavo la sensazione di doverne assolutamente fare qualcosa, come un bambino che trova un bastone o un sasso nel bosco e lo deve portare a casa ad ogni costo.
                    Nelle mie maniche si stavano impigliando troppe cose.
                    Dall’altra parte la precoce primavera mi ispirava a contemplare i fiori - in altre parole, un riflesso scavalcava la mia corteccia visiva e mi voltava compulsivamente i bulbi oculari verso ogni macchia di colore - e mi chiedevo se potevo veramente morire sereno rimanendo ignorante di quello che avevano da dire su quel tema le antologie imperiali del giappone classico.
                    Trovavo particolare risonanza con i versi di monaci e rinuncianti e contemplatori del vuoto, il che mi metteva vagamente a disagio perché non era affatto quella l’immagine che aveva di me - piuttosto quella di un esteta.
                    Intanto ascoltavao Ljoba con il suo pabulo di spiritualismo riduzionista e il risultato sul mio quaderno erano pagine di scarabocchi tra cui si leggevano cose come
     
    Io mangio la banana
    la banana è me
    Na+ sta pensando
    Ca2- sta scrivendo
    il latte fuori da me è solo latte
    ora è me
    le abitudini sono supreme
    cambiano gradualmente
    sono fatte di avena
    e kiwi
     
                    O almeno lo sarebbero state fatte se ci fossero stati in giro dei kiwi, ma quella era una piccola licenza poetica.
                    O una fantasia da carenza vitaminica.
                    Non so.
     
    *
     
                    Una mattina mi ero svegliato così presto, e mi sentivo così bene. Nemmeno il pensiero della precarietà di quel benessere che non mi ero in alcun modo guadagnato e non potevo controllare pareva sgonfiarmi come al solito. Uscii dalla fattoria che era ancora buio.
                    Il vento era fresco e umido, sapeva di alghe morte. Mi si infilava sotto la camicia.
                    Avevo l’impressione di sentire ogni pelo che avevo sulla pancia.
                    Il ciliegio era in fiore accanto al capanno chiuso dalle finestre di vetro spesso e opaco, il tetto di lamiera che gocciolava in scoli di fango ai piedi delle scale pieghevoli e dei rastrelli e degli stivali addossati alla parete.
                    Mi sentivo fresco e leggero, avevo indossato la mia camicia migliore - anch’essa fresca e leggera, sgualcita come i fiori di una rosea magnolia stellata - come se dovessi andare da qualche parte, come se qualcuno dovesse guardare il mio corpo e farsi un’opinione del suo proprietario in base alla macchia di colore risucchiata su per un nervo ottico e montata con ogni sorta di pezzi presi da un estremo all’altro di un sistema nervoso centrale.
                    Ad essere vestito così per un appuntamento con la mattina vuota mi sentivo sereno, puro. Uno yogin in stato di kaivalya.
                    Il piacere dell’isolamento.
                    L’orto mi dava pace.
                    Era bello - era giusto, anzi, avevo la sensazione, trovarsi tra fiori veri. I fiori mi sembravano qualcosa di singolarmente vero. Proprio così, pensavo: È bello vedere un fiore reale, non una foto.
                    Fiori reali. Era questo che mi sembravano.
                    Pensai a Ljoba.
                    Oltre che occuparsi  di scienze affettive e nutrizionali, si dilettava anche nelle sottigliezze della filosofia buddhista indo-tibetana.
                    Dovevo ammettere che era un’interlocutrice stimolante.
                    « Bisogna imparare a vedere attraverso la propria trasparenza, » diceva. « Il sé è imputato sulla base degli aggregati: il corpo, le emozioni, i pensieri... È quando si comincia a fare attenzione che si inizia a smettere di esserli, di appropriarsene, di riferirli a un ‘me’. Vedere che l’ego è solo un assunto funzionale come termine comparazioni e distinzioni. Così siamo come fiori di loto invischiati nel fango. Le bolle che affiorano e scoppiano sulla superficie sono tutte le apparenze della nostra vita, la profondità, tridimensionalità, realtà, importanza, valenza affettiva, motivazione, separazione... c’è uno stato in cui le bolle si acquietano; l’acqua diventa cristallina. Hai mai visto un fiore di loto crescere appena sotto il pelo dell’acqua, totalmente permeato, soffuso, saturo di acqua pura? »
                    La luce che sembra emanare dal profondo della materia, diceva Kawabata.
                    Quella luce abbagliante.
                    Non vi sembra davvero di stare guardando qualcosa di più di una retina bidimensionale?
                    Basso all’orizzonte, il sole che si fondeva un passaggio nella crema di nubi produceva un riflesso nell’acqua di una pozzanghera accanto al capanno. Lontano milioni di kilometri, lì non aveva alcuna profondità.
                    La sua immagine vivida come una torcia di fiamma ossidrica - la si può stringere al petto quanto si vuole - continuerà a non scaldare.
                    Sentivo che i miei pensieri stavano prendendo una piega decisiva e provai a non mollare. Che cos’è la profondità della materia? Insistei a chiedermi.
                    Un costrutto del lobo parieto-occipitale posteriore.
                    Detto questo, che cosa si è spiegato?
                    Si è sostituito un codice con un codice, una cifra per una cifra, un mistero con un mistero.
                    « Un’analisi definitiva rivela solo la vacuità. » diceva Ljoba passando le radici bollite nello schiacciapatate. Lo faceva con molta attenzione, come se non fosse ben sicura di che cosa stesse facendo.
                    « ‘Cifra’ » diceva succhiandosi la purea da un dito, « deriva da śūnya. La parola per ‘codice’, attraverso l’arabo, da quella sanscrita che significa ‘gonfio, vuoto’. »
                    Vedo il fiore.
                    Che cos’è che lo rende un fiore? Che cos’ha di ‘fiore’ in se stesso?
                    Per l’albero che lo produce non ha colore, non ha odore, non ha bellezza.
                    Per l’albero è la sua carne vivente, una parte delicata di sé.
                    Dal punto di vista del ciliegio dovrebbero essere le mie gonadi ad essere chiamate fiori.
                    Immaginai una civiltà di sofisticati ciliegi senzienti che regalava mazzolini di genitali maschili freschi di rugiada alle loro giovani ciliegiesse, appena sveglie in una mattina di primavera dal cielo coperto.
                    Che sia il codice neurale, il codice del linguaggio umano o il codice dell’etichetta di una razza aliena di delicati ciliegi-eviratori, si tratta sempre di un codice, di una cifra: codici codificati sotto altri codici.
                    Il non arrivare mai al testo originale: era questo non arrivare, questo non avere dove proseguire, la vacuità di ciascuna cosa?
                    Avrei voluto sentire quell’idea nel mio cuore, ripararla come una fiamma dalla distrazione continua delle increspature nel sensibile campo energetico che era la mia pelle, lappata dal vento tiepido e umido che saliva dalla laguna.
                    L’odore dell’agonia delle alghe si mescolava al sibilo scipito dei ciliegi.
     
    *
     
                    Ljoba continuava a mandare avanti la sua propaganda sul blog e siccome non riuscivo a limitarmi a pensare a lei quanto mi imponevo di limitarmi a vederla, perdevo anche una buona parte del mio tempo a leggerlo - o si trattava del tempo della ONG? Poteva un datore di lavoro comperare il mio tempo? Potevo io venderlo?
                    Non sapevo se ridere o se piangere davanti a queste domande.
                    La cosa più energeticamente economica era semplicemente ignorarle.
                    La mia mente scivolava sul burro di una crassa indolenza, cullata dal senso falsa sicurezza derivante dall’essere semiconsapevole del problema. 
                    Ljoba scriveva cose come
     
                    “È più piacevole, quando ci si abitua, sentirsi leggermente vuoti. Imparate gradualmente a familiarizzarvi con il gusto del vuoto. Si dice che bisogna alzarsi da tavola con lo stomaco ancora vuoto per almeno un quarto: sperimentate personalmente la bontà di questo consiglio. Imparate il gusto del vuoto.”
     
                    Ljoba si intendeva del gusto del vuoto.
                    ‘Pandiloto’, il nome del suo blog, non era un dolce mitologico fatto con un fiore che cresce nel cielo della vacuità di natura inerente - simile a un miraggio, a un fantasma, a un riflesso, a un’illusione magica come diceva il Sutra che taglia i diamanti - ma una ricetta di sua invenzione: una specie di strudel di sfoglia spalmata di purea di radice di loto.
                    La purea aveva un sapore piuttosto amaro-tannico il che se non altro non falliva di certo nel sottolineare il carattere insoddisfacente dei piaceri dei sensi.
                    « Non si tratta di rinunciare, » ci teneva ad insistere Ljoba, « si tratta di passare a forme più sublimi di piacere. »
                    Ljoba sapeva fin troppo bene come parlare a un presunto (da se stesso) esteta; e a un uomo.
                    Era nata con il gene della capo-setta carismatica.
                    Acquisire il gusto del vuoto, pensavo. Il gusto di non fare niente.
                    Come sarebbe stato smettere di continuare a riempire il presente con i pensieri del futuro e del passato? Era il sapore insulso del pane di Ljoba che avrei sentito?
                    Non credevo di essere pronto per vedere le cose a quel modo. Per non fare niente. Non per più di un momento.
                    Ljoba rideva di me.
                    « Deve sembrare facile una volta che uno ci riesce. »
                    C’era una punta di amaro nel mio tono. Forse perché Ljoba mi aveva invitato a fare merenda con del pandiloto appena sfornato.
                    « È tutta questione di abitudine. Di cicli fisiologici. Degli oppiacei e antinfiammatori che un piccolo grumo di materia grigia nel tuo sistema limbico » mi puntava un dito contro il cranio come se potesse trapassarmi l’orbita e indicare la posizione precisa del mio ipotalamo « rilascia ogni volta che c’è una novità, o che mangi qualcosa di dolce, o che ti senti sconfitto. Le beta endorfine creano un contesto chimico-psicologico di salienza, ti fanno sentire bene; dall’altra parte, gli ormoni stimolano le tue ghiandole surrenali a produrre glucocorticoidi che in breve tempo riducono la capacità dei recettori del cervello di legare gli le endorfine, appunto; aggiungi ci vogliono circa tre ore perché il tuo sistema risintetizzi quelle che ha rilasciato;  il risultato è che hai sempre fame. »
                    Ho sempre fame perché i supermercati dell’occidente stanno collassando come nel Venezuela di Maduro, avrei voluto dirle, ma una parte di me meno infantile sapeva che non sta parlando di ‘fame’ in senso stretto, e inoltre il suo sereno riduzionismo mi faceva perdere la voglia di ribattere, come se fosse inutile, come se non ci fosse via di scampo.
                    « I cambiamenti avvengono, ma gradualmente, » diceva Ljoba versando il mezzo bicchiere di acqua calda con cui accompagnava il pandiloto.
                    Come faceva a procurarsi radici di loto in quella situazione?
                    « Bisogna piantare i semi e coltivarli, non ci si può semplicemente imporre di agire in una determinata maniera. »
                    Non mi sembrava di avere visto uno stagno con fiori di loto nell’orto.
     
    *
     
                    L’orto si trovava poco oltre il recinto delle vacche e nell’orto, come ho accennato, c’era un meraviglioso ciliegio in boccio dall’odore tanto sottile e diluito che mi ricordava vagamente quello di urina, e mandorli bianchi, e sotto la pioggia avevano già cominciato a fiorire e marcire mucchi di camelie color cervello sotto formaldeide e giallo panna e beige decomposizione.
                    Tutta roba che non avrebbe mai potuto fiorire a queste latitudini solo dieci anni fa.
                    C’erano anche mazzetti di giacinti violetti.
                    Il profumo era intenso. Come se un oculista ti tenesse il mento alzato e per errore versasse profumo invece di liquido per il fondo dell’occhio, e sempre per errore te lo versasse nelle narici invece che negli occhi.
     
    *
     
                    Intanto continuavo a intervistare i volontari che lavoravano nella pantalassa tiepida da cui fermentava il nuovo mondo, e mentre mi riposavo nella pausa meridiana seduto a guardare il barbaglio dell’acqua accanto a una capanna di lamiera costruita per i rifugiati pensai che avrei fatto meglio a fare l’infermiere, e che forse sarei stato più felice così, e mi domandai se deve sempre trattarsi di quanto felice sono io in fondo, e sul quaderno scarabocchiai qualcosa del tipo
     
    sei un’onda
    nel brodo
    di ciò che mangi
    di ciò che ascolti
    assicurati di fare il pieno
    di saggezza
    non c’è il rischio di fare indigestione
     
    *
     
                    Stavo diventando piuttosto paranoico riguardo alle maniere in cui la chimica del cervello determinava la mia vita, e commisi l’errore di leggere che le endorfine raggiungono un picco la mattina presto e un imo verso le otto pomeridiane; era esattamente verso quell’ora che mi sentivo peggio e dovevo ricorrere al pieno repertorio dei mantra che avevo messi a punto come forma di addestramento mentale per ricordarmi perché ero lì e perché ero una persona decente e perché ero degno di vivere e perché volevo vivere.
                    Poi mi fermavo e mi chiedevo: perché sono tanto in ansia?
                    E sentivo che una parte di me cercava di proposito quella condizione.
                    Cosa c’era da guadagnare? Qual era l’attrattiva di quel comportamento?
                    Paura e ansia erano un meccanismo per assicurarsi di essere al sicuro, per premunirsi contro un danno, una reazione infiammatoria eccessiva della psiche; diventare paranoici per stare al sicuro - e nel processo, privarsi inavvertitamente di ogni attimo di tranquillità.
                    Gli effetti del terrorismo senza avere ricevuto una sola minaccia, la mia mente blindata da qualche maniera di pensiero cripto-fascista.
                    Quest’ultima immagine mi ferì nell’orgoglio.
                    ‘Dovrei dirmi, sono al sicuro, sono a posto, invece,‘ pensavo, ‘e così sentirmi tranquillo, e così costruire una base di calma e stabilità mentale che mi metta in condizione di affrontare nella maniera più efficace ogni evenienza.’
                    E così aggiornavo i miei mantra e cercava di riprogrammarmi, e mi sentivo un ombra aggirantesi, stiracchiata da un continuo senso di disequilibrio.
                    Forse non c’era nessun vero motivo. Forse ero solo abituato ad usare troppo certi circuiti del sistema fronto-temporo-limbico e l’unica cosa da fare era imparare a usarli per nutrire emozioni positive invece che emozioni che mi mangiassero vivo.
     
    *
     
                    Poi una sera a cena guardavo Ljoba sorbire cibo neutralizzato e metabolizzato in nettare dalla magica forza dell’intenzione.
                    La vedevo trasformarsi in un turibolo sacrificale in cui fumava il cibo che il suo corpo trasformava in Ljoba e vapore e dispersione di calore.
                    Ljoba raviolo fumante all’uscita da una sauna, soda come un bacello - per la felicità di tutti gli esseri futuri.
                    « Quello che conta è l’intenzione, » mi diceva con un cucchiaio di brodo in mano. « Il cervello è plastico. I geni si possono attivare e disattivare attaccandogli un’etichetta di carbonio e idrogeno. La realtà è vuota. Una tabula rasa su cui proiettiamo le nostre percezioni. Non c’è limite a quello che può diventare. È questo il senso del karma. »
                    La mia bisnonna diceva che quello che auguriamo agli altri ci ritorna dieci volte. È pressapoco quello che diceva anche il Buddha.
                    Possano tutti gli esseri avere una mente calma. Possano essere veramente felici.
    Capitolo 4
    Desmond sbadigliò rumorosamente , infilando le dita tra i capelli sparati in ogni direzione, come un riccio di mare, da spettinarli ancora di più .
    Il suo sguardo era perso nella tazza di caffè , senza vederla veramente . Era ancora assonnato .
    Quando il profumo di caffè invase la cucina rettangolare e lunga ma stretta , tanto che lo spazio tra il piano cottura e il tavolo era di pochi passi , in egual modo dal tavolo al bancone legnoso semicircolare che divideva in parte la cucina e il salotto .
    Il profumo ricco e corposo gli inebriò le narici , quanto il gorgogliare della macchinetta del caffè , a forma di ampolla esotica , da sembrare echeggiare nelle orecchie suadente come un amante , rendendolo lucido .
    Desmond si alzò ciondolante , allungando titubante una mano verso il fornello .
    Era una fauce mostruosa di soli denti aguzzi di ferro battuto , che sputacchiava una fiammella bassa.
    << Spegniti >> ordinò Desmond rauco, ancora dal sonno , al fornello che si spense in una scintilla .
    La quale balenò tra i denti che si chiusero di scatto in uno schioppo alquanto sinistro nella zona limitrofa .
    Desmond si versò il caffè in una tazza arrotondata e linda come una palla di neve , gustandolo lentamente mentre si sedette a capotavola .
    L'orologio ticchettava a segnare il tempo , appeso al muro adiacente,  come se fosse un rilievo , a smorzare il silenzio rotto solo dai suoi lunghi sorsi e sospiri .
    Il frigo sottostante era un enorme blocco di ghiaccio con pomelli bronzei  , a forma di farfalle ad ali spiegate , che sembrava chiamarlo in un lento e perpetuo sibilo . Il quale echeggiava tenue in tutta la cucina .
    Il proprio stomaco rispose in un brontolio funesto , spingendolo a fare una colazione ricca, come sua nonna gli ha sempre intimato petulante fin da bambino .
    Era il solo momento in cui si comportava da tale , facendolo sorridere mentre si aggirava aggraziato in tutta la cucina .
    Quando un rumore di passi lenti e calcolati risuonavano lontani, come un sussurro nell’oscurità .
    << Eon vieni a fare colazione con me >> disse Desmond entusiasta a gran voce , armeggiando con una spatola come un maestro d’ orchestra , a dirigere lo sfrigolio della pancetta e delle uova in una nuova nota .
    << Con chi se no >> replicò Eon sarcastico , oltrepassando la soglia della cucina , pervasa in una cacofonia di odori da inebriarlo , come uno schiaffo ad ogni cellula olfattiva .
    << Non saprei . Io vorrei fare colazione con il caro , cordiale , gentile e amichevole coinquilino che divido l’appartamento . Lo conosci ? >> ribatté Desmond sarcastico , passandogli davanti più volte a sistemare il banchetto mattutino .
    << Sì , lo conosco molto bene ma non credo che tu avrai lo stesso piacere >> replicò Eon ironico in un tono alquanto sprezzante alle orecchie del altro .
    << Sarà , ma ho conosciuto Eon sensibile >> disse Desmond sornione , sorridendo beffardo da infastidirlo non poco .
    << Senti chi parla , il cocco della nonna >> ribatté Eon pungente quasi acido , lanciandogli uno sguardo torvo che allargò di più il suo sorriso perfido , da tramutarlo in un vero e proprio ghigno che non prometteva nulla di buono , quanto i raggi raschiavano deboli ed effimeri nella zona limitrofa .
    << Comunque chi hai invitato ? Tutto lo stabile ? >> sbottò Eon sarcastico, a celare il disgusto che animava in lui al banchetto mattutino .
    << Perché ? E’ troppo ? Ho preparato le porzioni per due uomini come noi>> disse Desmond perplesso ma allegro , ignorando deliberatamente il commento del altro , appoggiando una mano sulla spalla .
    Eon s’irrigidì al contatto , colto alla sprovvista .
    Le sue dita plasmarono la spalla , a rilasciare un intenso calore leggermente più alto del normale , che si propase nel suo corpo, come onde che si increspano sulla superficie marina , tanto da spazzare via il freddo della notte precedente .
    Desmond strinse le dita sulla spalla tondeggiante e morbida ,da indurlo in pensieri oscuri che lentamente risorgevano come lava all’esterno . Si trattenne ma fu vano .
    << Sì per due cavernicoli magari . Appunto . Stai sbavando , lo sai che non è normale ? >> ribatté Eon sarcastico e impressionato , spostando lo sguardo su di lui che era perso nel vuoto .
    Desmond non riuscì a connettere , ignorando che un filo di saliva penzolava al angolo della bocca , mentre si avvicinava pericolosamente il viso a quel collo inclinato verso di lui , da invitarlo in tentazione .
    Eon sentì distintamente il suo alito intriso di caffè soffiargli sulla pelle in tensione e non solo quella, scansandosi appena da lui , tanto da sbattere veementemente contro l’angolo del tavolo, che si conficcò al fianco .
    << Non è vero >> replicò Desmond scuotendo il capo , pulendosi in fretta e furia la prova e si allontanò da lui .
    << Sì che è vero >> ribatté Eon deciso , fissandolo accigliato .
    << No >> contestò Desmond infervorato , versandosi in un impercettibile tremolio il caffè , mentre si sedette a capotavola .
    << Sì >> replicò Eon .
    << No >>
    << Sì >>
    << No >>
    << Sì >>
    <<No >>
    << Sì >> ricalcò Eon determinato , sedendosi al lato opposto .
    << Serviti pure . Non fare complimenti . Ho una fame ! >> disse Desmond gentile, a celare l’ansia che cresceva lentamente dentro di lui come un seme nel terreno , affondandosi nelle pietanze, senza lanciargli uno sguardo .
    << E’ una colazione , pranzo e cena insieme ? Dov’ è la colazione ? Non ci sono né biscotti né brioche o fette biscottate ?! Che razza di colazione è ?! > >> si lamentò Eon mellifluo  .
    Desmond sbuffò spazientito , lanciandogli uno sguardo obliquo , prima di addentare con gusto feroce la pancetta che grondava il succo sul piatto in un tintinnio leggero,come pioggia primaverile .
    Eon osservò quella bocca ondeggiare funesta in un basso mugolio , a ogni pezzo di carne ingurgitata , come nulla fosse .
    << La colazione dolce è superata >> disse Desmond piccato in un tono calmo , alzando lo sguardo nel suo sopra la tazza di caffè , prima di sorseggiare il cremoso e forte liquido nero , come il suo desiderio di poco fa che graffiava ad emergere in lui .
    Eon emise un versetto di disappunto senza toccare nulla sul tavolo , tanto che il caffè si raffreddò ben presto sotto al suo naso .
    << Prova la focaccina , magari ho messo lo zucchero al posto del sale >> disse Desmond , allungando quanto poteva il piatto in questione verso di lui, da coglierlo alla sprovvista .
    Eon sussultò , guardandosi le mani nude in grembo , spostando lo sguardo su di lui che abbozzava un sorriso che gli addolcì il viso fiero .
    << Avanti , non fare storie e mangia . Te ne innamorerai e capirai che ho ragione >> lo invitò Desmond divertito e incoraggiante , tanto che la sua voce risuonava come una melodia alle sue orecchie , a spazzare via il disagio o così era in apparenza .
    Eon deglutì nervoso , allungando la mano verso il piatto, tanto che le loro dita erano in procinto di sfiorarsi da un momento al altro .
    Quando il campanello risuonò agghiacciante , come una tromba nella tomba, in tutto appartamento .
    Desmond imprecò , alzando lo sguardo a controllare l’ ora ormai tarda , lasciando cadere il piatto .
    Eon lo prese al volo .
    << Devo andare . Dovremmo rifarlo . Prova le focacce non te ne pentirai >> disse Desmond , azzannando nel frattempo una focaccia con le olive che ruzzolavano tritate in quella boccaccia semiaperta , balzando in piedi e si allontanò rapido da lui .
    La porta principale si chiuse con un tonfo ovattato e il chiacchiericcio lentamente si riduceva tra le vie della città .
    Eon lasciò il piatto sul tavolo , rilassandosi contro lo schienale , tanto da stiracchiarsi come un gatto appena sveglio a sciamare via l’ angoscia precedente .
    << Ti è andata bene , ragazzo >> disse una voce femminile , echeggiando sinistra nel corridoio ottenebrato , fino a scoppiare in una fragorosa risata inopportuna .
    Eon non ascoltò , osservando il barlume esterno raschiare appena le tenebre della cucina tanto che un raggio filtrava verso di lui , quasi a colpirlo come una freccia che sibila verso l’obiettivo .
    Si rialzò in fretta e furia , rifugiandosi nella propria camera,  prima che il sole faceva capitolino in casa .
    ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
    La mattina seguente .
    Desmond trovò un biglietto , appoggiato a un sacchetto di carta , riciclata con la cima plastificata , arrotolata su se stessa , sul tavolo in cucina al suo risveglio . Allungò una mano verso il foglietto ma la ritrasse .
    << No . Ho bisogno prima di caffè >> disse Desmond assonnato in un bisbiglio tra sé e sé , adoperandosi con un occhio chiuso e uno aperto a quella operazione, che risultava uno sforzo immane .
    Si sedette solo in cucina , sorseggiando il liquido bruno con una schiumetta caramellata , che scorreva in lui come un fiumiciattolo nelle vene , svegliandolo quel po’ per leggere e valutare quello strano sacchetto davanti a sé .
    Il sacchetto emetteva un profumo vellutato e invitante da inebriargli le narici del tutto .
    Riconobbe cos’ era ancora prima di aprire il sacchetto , tirando fuori un croissant alla crema come la luna crescente in quei giorni , concentrandosi sul biglietto liscio sotto i suoi polpastrelli .
    Buongiorno , Desmond .
    Quando leggerai questo biglietto, probabilmente starò ronfando in camera per tutto il giorno , per cui sei pregato di non disturbare, intesi ?!
    Ieri sera ho fatto le ore piccole , ma perché te lo scrivo  ? Togliti quel sorriso ebete dalla faccia da schiaffi che hai . Comunque ho provato la colazione salata ed è orribile !
    Non so , che razza di stomaco hai per digerire uova fritte !
    Prova la colazione dolce e capirai che il classico è sempre meglio . Sono un tipo tradizionalista .
    Buon appetito
    Eon
    P. S : Chi se no .
    Desmond non riuscì a smettere di sorridere nemmeno quando addentò il croissant , guastandosi la dolcezza della sfoglia amalgamata con la crema pasticciera .
    Era troppo dolce quanto il gesto del suo strano , enigmatico coinquilino che non emetteva  alcun suono nel silenzio della casa .
    Eon trovò un messaggio al suo risveglio , dove aveva lasciato il proprio alle prime luci del giorno stesso.
    Buongiorno o buonasera nel tuo caso , Eon .
    E’ troppo dolce .
    Mi chiedo come mai non sei dolce con quello che mangi.
    Grazie . E’ stato un gesto molto carino .
    Bè me lo aspettavo , sei un tipo sensibile .
     Lo so , starai fumando di rabbia … Ihihihihihih … Ho raggiunto il mio scopo .
    Comunque è meglio la colazione salata perché da maggior energia senza eccesso .
    Ho tutto il tempo per farti cambiare idea .
    Ho preparato la colazione per te .
    Buon appetito .
    P. S: I dolci ingrassano !
    Eon stracciò con un sorrisetto sprezzante il biglietto e di tutto ciò che impiegava,  prima che l’alba piombasse su di lui .
     
    Sono i calzini. Oddio, non è che sia tutto lì. Ci sono tante cose, in realtà, ma bisogna provare a stare senza i calzini in questi giorni, per capire. Me li hanno presi dei ragazzi, di notte, io stavo al mio solito posto, sotto lo scalone alla stazione. Sono arrivati, mi hanno tirato due cazzotti, levato i calzini e la vecchia giacca che mi aveva dato Don Pino e sono andati a bruciare tutto sul piazzale davanti. E’ andata bene che non hanno dato fuoco a me.
    E adesso sono qui, seduto sul pavimento in pietra, senza calzini, a otto sotto zero. Da un certo punto di vista è anche meglio, così i piedi diventano insensibili, e per un po’ non sento i geloni. Mi hanno detto che c’è una polisportiva, vecchia e abbandonata. Si sa, le palestre hanno il pavimento in legno, sarebbe l’ideale con questo freddo, ma l’ho saputo troppo tardi, è già piena. Mi sono avvolto nei cartoni e negli stracci che ho preso dietro al centro commerciale, ma non è che funzionino tanto. Il gelo sembra una cosa che ti spacca le ossa e la testa, ti entra nel sangue e lo trasforma in una polvere secca di briciole nere.
     
     
    Ogni tanto vado ai Centri, la Caritas, il centro di Don Pino, ce ne sono diversi. In questi giorni però sono pieni da scoppiare, magari ti allungano una ciotola di minestra calda, ma di dormire al coperto non se ne parla proprio. Allora mandano i ragazzi per le strade, col tè nei termos e le coperte. Devono andarci cauti, poverini, chiedere il permesso di avvicinarsi perché tanti sono come i cani, latrano e non vogliono nessuno. C’è il Dindo, tanto per dire. Quello vive sotto il ponte maggiore, si è fatto una tana di cartoni e cellophane, come tanti di noi, e guai a farsi vedere. Perfino le puttane, che ogni tanto si impietosiscono, gli portano un panino e glielo devono lasciare a qualche metro di distanza. Se si avvicinano troppo ringhia, letteralmente.
    Per me è diverso, facevo il contabile, avevo una casa  e una famiglia. Poi il lavoro se ne è andato, è rimasto solo quello di mia moglie, che però è precaria e non è che faccia tanti soldi. Per un po’ siamo riusciti ad andare avanti, ma con due figli non è facile. Cominci a fare qualche debito, il lavoro non c’è e sai già che non lo troverai, non alla mia età. Poi lei incontra uno ricco, un notaio, addirittura. Mi dice:
    “Franco, tu capisci. Posso dare un futuro ai ragazzi, è una benedizione.”
    Che le dico? Non lo fare? Un lavoro primo o dopo lo troverò? Che le dico? E lei se ne va, chiede il divorzio, mi paga gli alimenti coi quali comunque non campo. I debiti però li ho fatti io e li devo pagare io. Insomma, adesso sono qui, con gli stracci intorno ai piedi perché non ho più i calzini.
    Ho una fame tormentosa, quella specie di rantolo dello stomaco, che si morde da solo. Ho fortuna, arrivano i ragazzi dei centri, sento Gino cantare: lui canta sempre, porta il termos del tè. Una volta Dindo glielo ha rovesciato in faccia, ma lui canta lo stesso. Mi buttano addosso due coperte, e tirano perfino fuori tre paia di calzini spaiati ma caldi. Quando portano questa roba lo so che viene da qualcuno che è morto, ma mica la posso rifiutare. Caterina, una lunga, brusca e piena di piercing mi bofonchia col suo vocione: “Te la trovo una giacca, non ti preoccupare.”
    Dove la tirano fuori tutta questa voglia di aiutare noi. Noi luridi, puzzolenti e rabbiosi, noi cadaverici e il più delle volte alcolisti cronici. Noi malati di mente, soli e ignorati. Noi, il popolo che non c’è.
    Eppure vengono, indistruttibili, sorridenti. Ci portano da mangiare, ci scaldano e soprattutto ci lasciano un sorriso in tasca.
    Mentre il sole tramonta e tinge tutta la città di rosso, mi viene in mente che ho mangiato qualcosa, rimediato i calzini caldi, la minestra bollente. Ho anche avuto sei euro di elemosine.
    E’ stata dura, ma sono sopravvissuto un altro giorno. Devo solo stare attento, concentrarmi molto per non farmi una domanda, quella che mi verrebbe sempre, e che devo evitare:
    “Perché lo faccio?”
     
     
     
     
     
     
    Come avete potuto notare è un LGBT . Non sono ancora pratica ad etichettare in questo sito . Buona lettura a chi potrebbe interessare un fantasy gotico o soprannaturale , lgbt , erotico .
     
     
     
    Capitolo 3
    Un urlo si elevò dal nulla , echeggiando in tutto l’ appartamento ma soprattutto nelle orecchie del dormiente,  che si ridestò ben presto ma si girò dall’ altra parte , tentando di riacquistare il sonno perduto .
    Quando qualcuno bussò forte alla porta , come un macete che fischia contro il legno,  in procinto di sfondarla .
    << Eon svegliati ! Eon muoviti e vieni ! E’ terribile ! Eon De la Croix . Se non vieni fuori di tua spontanea volontà ,sfondo la porta e ti butto giù dal letto ! >> disse una voce maschile preoccupata e minacciosa al tempo stesso , continuando a martellare la porta ,  come se non bastasse la sua voce a tormentare il dormiente .
    << Che ore sono ? >> chiese Eon tra uno sbadiglio e l’altro , alzandosi svogliato dal suo comodo giaciglio , sistemando bene tutto a prova di ficcanaso e avanzò lentamente alla porta.
    << L’ora di vedere che sta succedendo in casa mia ! >> rispose Desmond seccato , sentendo la maniglia scattare in un cigolio sinistro .
    Mentre la porta si aprì in uno spiraglio , in cui un viso si affacciava ancora rilassato dal sonno, ma una smorfia di disappunto si allargava lentamente a distorcere i lineamenti delicati e rilassati di poco fa .
    << No , dico sul serio >> replicò Eon , sorvolando la risposta irritante del altro , rimanendo sulla soglia della propria camera .
    << Sono le 23.00 . Ero … >> rispose Desmond ma fu bruscamente interrotto dal suo coinquilino, prima di aggiungere ciò che lo turbava in quel momento .
    << Perché non mi hai svegliato prima ?! >> sbottò Eon perplesso in un tono duro che non gli si  addiceva , spintonandolo un po’ mentre usciva dalla propria camera e ne chiudeva la porta velocemente , in modo che altro non spiasse nemmeno una piastrella del pavimento .
    << L’ho fatto tutto il giorno . Bè da quando mi sono svegliato alle 17.00 al dire il vero , ma non mi hai risposto nemmeno una volta . Per quanto ne sapevo , potevi essere morto ! >> replicò Desmond , incrociando le braccia sul petto e stiracchiandosi aggraziato il collo , senza notare che il suo interlocutore si irrigidì alla sua risposta .
    Eon non poté notare il gesto , fissando il muscolo sottocutaneo tendersi come una corda di violino pizzicata , ad emettere un dolce suono che in questo frangente non era diverso per lui .
    Era difficile rilassarsi , quando la sua natura richiamava impellente .
    << Mi sono stancato di provare ad alzarti dal letargo , in cui sei caduto , così ho fatto quello che dovevo fare . Quando qualche minuto fa sono andato in cucina e non c’era più la cucina ! Non c’è niente! Hanno svaligiato l’appartamento ! Te ne rendi contro ?! >> continuò Desmond agitato,  senza accorgersi che il suo interlocutore era più interessato a lui rispetto alle sue parole .
    << Non ho sentito niente . Maledizione ! Mi stai ascoltando ? Eon sei ancora addormentato ? Ti farei un caffè, se ci fosse la cucina e tutto il resto ! >> sbottò Desmond impaziente , notando che quest’ ultimo era in catalessi e appoggiò una mano sulla spalla , sentendola tesa , da scuoterlo deciso ma delicato al tempo stesso a riportarlo in sé .
    << Non mi toccare con tanta leggerezza e soprattutto non urlare come una donnetta isterica . E’ …>> disse Eon sprezzante , spostando stizzito la mano da dosso, ma venne bruscamente interrotto .
    << Non sono una donnetta isterica >> mormorò Desmond con rancore , incrociando le braccia sul petto , a marcare il sentimento che covava nel cuore come un nido di vespe .
    Eon gli lanciò uno sguardo scettico da infastidirlo non poco .
    << Comunque stavo dicendo che è normale . Ieri sera era solo un incantesimo provvisorio , come ha spiegato la signora Spiros . Non la stavi ascoltando a quanto pare, mmh ? Vai a prendere qualche tua cianfrusaglia mentre io preparo la pozione , prima che passi la mezzanotte >> disse Eon pungente , muovendo la mano , avvolta in un tessuto vellutato blu notte , da risaltare le dita lunghe e affusolate , a incitarlo di andarsene come se fosse un randagio .
    Desmond contrasse seccato la mascella  , fissandolo torvo ma senza alcun effetto .
    << Che stai aspettando ? Vai a prendere qualcosa che ti è caro ! Serve per l’incantesimo duraturo della casa >> disse Eon meno pungente , cercando di essere cordiale ma risuonò alquanto arrogante da urtare il sistema nervoso al suo coinquilino , già al collasso .
    << Come fai a saperlo ? Che sei uno Stregone ora ? >> ribatté Desmond spazientito , allargando le braccia verso di lui , come se volesse arpionarlo e buttarlo violentemente a terra ma non lo fece , anzi posizionò le mani lungo i fianchi .
    << Non fare lo stupido . Al contrario di te , ieri ho ascoltato le direttive della signora Spiros , per cui so che si deve fare e se la smetti di cincischiare , potremo avere tutto . Altrimenti saremo solo tu ed io in una casa vuota ,  proprio come una conchiglia sulla spiaggia . E’ questo che vuoi ? >> replicò Eon non meno piccato .
    << Una conchiglia sulla spiaggia ? Non ti credevo così romantico >> commentò Desmond sarcastico .
    << Se non facciamo qualcosa , durante questo lasso di tempo , dovremmo non solo comprare mobili , che costano un sacco di soldi e tu non mi sembri un miliardario , ma anche perdere qualcosa di noi stessi e se non sono oggetti , siamo proprio noi . Ora ti muovi ?! >> replicò Eon mellifluo , ignorando deliberatamente il suo commento precedente .
    << Non potevi dirmelo prima ?! >> sbottò Desmond e girò i tacchi , entrando come una furia nella sua camera e sbattendo la porta dietro di sé .
    Eon sbuffò , scuotendo il capo e percorrendo il corridoio a recuperare il calderone di ferro , con decorazioni in motivetti arcani che emettevano bagliori rossastri cupi , a spezzare appena le tenebre circostanti .
    Eon lo sollevò senza alcuno sforzo e rapido sfrecciò lungo il corridoio , sentendo distintamente i passi del suo coinquilino in camera , fino a oltrepassare la soglia della sala più ampia . Appoggiò delicatamente il calderone a terra in un tintinnio , che echeggiava sinistro nella zona limitrofa , sedendosi di fronte , a terra , a gambe accavallate e procedette secondo le direttive ricevute .
    Intanto Desmond metteva le dita tra i corti capelli , scervellandosi su quale oggetto caro sacrificare per ottenere comodi e convenienti mobili in un appartamento modesto,  che non era una camera a cinque stelle , soprattutto condiviso con un tipo fastidioso e appetibile al tempo stesso .
    Osservò meditativo il risultato della propria ricerca disperata .
    I vestiti erano sparpagliati in tutta la camera , tanto che sembravano foglie autunnali sparse sul armadio , tra il comodino e il letto a una piazza in ordine , in contrasto al resto e sul pavimento ai piedi del letto .
    Le cinture di cuoio penzolavano sopra la spalliera del letto e sulla sedia della scrivania adiacente come liane in una giungla .
    Le poche scarpe erano separate e accoppiate a caso più o meno agli angoli della camera , tranne due solitarie che sostavano abbandonate  a se stesse e poco distanti l’ una all’ altra , in prossimità della porta come se avessero il desiderio di sfuggire da lui .
    Il cappello a visiera sovralzata era incastrato tra lo schienale alto e dritto della sedia e il bordo della scrivania come un prigioniero di guerra .
    Il sacco di viaggio verde muschio era accartocciato come una palla deforme accanto a un piccolo cestino , all’angolo opposto della camera rispetto a lui .
    L’unico libro che si era portato dietro era capovolto , a testa in giù, tanto che la copertina plastificata e leggermente rovinata si era già stropicciata su se stessa , di cui le pagine sembravano aggrapparsi alla base della lampada sbilenca sul unico comodino . Una scatola nera ne era accanto , leggermente socchiusa , tanto da poter intravedere l’ interno ruvido di cotone vergine , in cui uno bagliore dorato luccicava intenso ad attirare la sua attenzione .
    Desmond si avvicinò , sollevando il coperchio e osservando l’anello che prese titubante tra le dita .
    Era freddo e duro come la prima volta .
    Correvo come un forsennato  da mia nonna . Era seduta in veranda , dondolandosi alla brezza tra gli ultimi giorni estivi estate ei  primi giorni autunnali .
    << Nonna >> la chiamai agitato , salendo in saltelli i pochi scalini di legno che portavano alla veranda .
    Mi avvicinai a lei , sentendo il rumore greve dei miei passi sul pavimento di quercia , che scricchiolava sotto le mie suole . Le quali lasciavano impronte di terriccio al mio passaggio .
    Sapevo che non dovevo , ma dovevo assolutamente parlare con l’ unica persona che mi ascoltava  e non mi trattava come se avessi ancora cinque anni ! Ne avevo undici !
    << Oh tesoro che ci fai qui ? Non eri al campeggio dei Lupi ? >> mi disse la nonna dolcemente ma il suo sguardo si spostò da me , dalla mia piccola figura  seppur l’ età , al pavimento segnato dalle mie impronte sulla cera , appena versata poco tempo fa .
    << Scusa nonna . Non potevo aspettare . Devo dirti una cosa importantissima ! >> dissi pieno di vergogna ma anche di gioia sfrenata che la fece sorridere .
    Il suo sorriso la illuminava , facendo scomparire le pieghe del tempo su di lei da renderla più bella.
    << Sei perdonato . Avanti che aspetti ? Dimmi tutto >> mi replicò la nonna senza levare quel dolce e amorevole sorriso, appoggiando in grembo i fili di lana , che s’intrecciavano tra loro fino a diventare una perla , mentre gli aghi allungati e metallici si accorciarono gradualmente in spilli, adesi alla manica .
    Rimasi sempre meravigliato a quella magia .
    Non sapevo se fosse veramente una Strega o un’umana come me , che abusava degli incantesimi .
    << Siediti accanto a me , tesoro >> mi disse la nonna invitante , battendo una mano sul posto accanto a lei della sedia a dondolo a tre piazze .
    << Sì >> dissi giubilante , arrampicandomi sulla sedia che prese ondeggiare avanti e indietro, a rendermi l’impresa ancora più ardua di quanto non fosse .
    La nonna ridacchiò o sibilò , non ne ero sicuro , afferrandomi per la vita e aiutandomi a salire sulla sedia ma ero girato al contrario . Mi sistemai accanto a lei , osservando le mie piccole gambe penzolare al esterno senza mai toccare a terra , nemmeno con le punte delle scarpe .
    Non riuscì a stare nella pelle , muovendomi forsennato mentre le parole fuoriuscirono rapide dalla mia bocca, come se non mi appartenessero affatto .
    << Riprova , caro ma non calma >> mi disse la nonna dolcemente , appoggiando la mano grinzosa sulla mia liscia in contrasto .
    Era calda come il sole , che capitolava tra le nubi passeggere come fiocchi nel cielo turchino .
    << Ti ricordi quando ti ho parlato di quella nuova persona al campo ? Bè oggi eravamo impegnati a risistemare i remi nel magazzino . Quando inciampa e la prendo al volo, prima che cade giù dalla collinetta . La stringo tra le mie braccia e ho sentito le farfalle nello stomaco come hai detto tu . Mi ha ringraziato . Non è dolce ? Ha avvicinato il viso al mio e mi ha dato un bacio, da farmi toccare il cielo con un dito .
     E’ stato incredibile !
    Il cuore mi batteva forte . Mi sudavano le mani . Mi tremavano le gambe ma ho resistito, finché non sono rimasto solo .
    Ho ricevuto il mio primo bacio ! E’ fantastico . Ho detto che è incredibile ? >> dico con più calma ma euforico come non mai .
    << Sulla guancia ? >> mi chiede la nonna .
    Diniego imbarazzato .
    << Sulle labbra ? Davvero ? Oh tesoro , sono contenta per te >> mi dice la nonna entusiasta da rendermi più euforico .
    Annuisco felice e sorrido a quarantaquattro denti , da farla ridere .
    << Nonna , è questo l’ amore di cui parlavi ? >> chiedo curioso con un po’ di speranza .
    << Non lo so , tesoro . Quando lo proverai , lo saprai .
     Quando Incontrerai quella persona speciale , non lasciartela scappare anche se avrai una fottuta paura , che sia una donna o un uomo , allora dagli questo anello . Quest’anello simboleggia un amore intenso , dolce , passionale , forte e impetuoso da far male ma rimane eterno >> mi dice la nonna , tirando fuori un anello dalla tasca e mi prenda una mano a palmo rivolto al in su .
    << Cosa ? >> chiedi stranito , osservandola appoggiarlo sul palmo con riverenza .
    Sentì distintamente il freddo del metallo sul palmo madido di sudore , chiudendo le dita a stringerle in un pugno, da lasciarmi il segno .
    << E’ anello che mi ha regalato l’amore della mia vita . Voglio che lo tenga tu e sii felice e completo con quella persona . Sono sicura che la troverai , anche ci volesse tanto e troppo tempo >> mi disse la nonna ma non capì allora .
    Non avevo ancora conosciuto un amore del genere .
    Due occhi verdi scuro mi apparvero nella mente mentre il ricordo sfumava in quella tinta smeraldina .
    Desmond scosse il capo , scacciando il pensiero dalla tesa .
    Quando la scrivania si dissolse gradualmente in fibre di legno , che slittarono le une sulle altre per scomparire in uno schioppo impercettibile a orecchia umane . La sedia ebbe lo stesso destino al passare dei minuti verso la mezzanotte .
    Desmond impallidì , uscendo dalla propria camera .
    Un fumo blu fosforescente impregnava l‘aria circostante , proveniente dalla sala ampia semicircolare e vuota .
    Eon era intento a versare un liquido azzurrastro nel calderone , che però risaliva in alto come una cascata al contrario , prima di ricadere come fiocchi di neve dentro il calderone su una superficie densa e lattea . La quale s’increspò e ben presto si tinse di un turchese brillante,  in uno sbuffo di nebbia che si condensò sopra la sua nuca .
    << Sembri proprio un apprendista Stregone >> disse Desmond divertito , avvicinandosi a lui che sussultò al istante .
    Eon alzò lo sguardo su di lui , lanciandogli un’ occhiataccia che non assortì alcun effetto anzi lo fece ghignare di più .
    << Hai preso qualcosa che ti è caro o hai messo solo a soqquadro la tua camera ? >> replicò Eon ironico , notando che sedette accanto a lui, tanto che le loro spalle  si sfiorarono appena come due foglie delle stesso ramo .
    << Hai sentito il rumore da qui ? >> chiese Desmond perplesso , giocherellando con un’ ampolla a forma di rana tra le mani , ricevendo un’ occhiataccia .
    << Chi non ha sentito ?! Sembrava che ci fosse il raduno dei circhi infernali >> rispose Eon sarcastico , riprendendo stizzito l’ ampolla dalle sue grinfie e gettandola nel calderone .
    Il vetro si liquefece intorno al liquido interno denso e verde bottiglia che si tramutò in una vera rana, che gracchiò inerme , sprofondando nella pozione .
    La superficie era increspata da una miriade di bolle che scoppiarono a mezz’aria,  a rilasciare un fumo denso e verdastro che impregnò l’ aria circostante , da asfissiare entrambi per un bel po’ .
    << Spiritoso >> commentò Desmond falsamente cordiale in un tono leggermente ironico , lanciando uno sguardo su di lui .
    Era concentrato a girare la pozione tre volte in senso orario e tre volte in senso antiorario con una bacchetta di ciliegio , a scalfire il liquido sottostante mentre passava nei tre stadi in un batter di ciglia .
    << No, dico sul serio . I vicini si sono addirittura lamentati del tuo piccolo show privato >> ribatté Eon deciso e pungente da fargli  scattare un nervo ballerino alla tempia , senza distogliere lo sguardo dal calderone che emise un ulteriore sbuffo tra di loro .
    << Non ho sentito niente >> disse Desmond incredulo , sorvolando il commento precedente mentre mantenne lo sguardo sul suo volto , parzialmente nascosto da qualche ciocca mora , a celare quelle iridi fisse , le stesse iridi che poco fa avevano tormentato per un secondo , senza alcun motivo apparente,  i suoi pensieri .
    << Ci credo con la tua delicatezza dragonesca . Al contrario di te , io sì e non sono stato il solo. Le loro meravigliose urla rimbombavano in tutto l' appartamento, tanto da farlo tremare tutto . L' inquilina della 107 ha lanciato pure un incantesimo che per poco non prendeva il calderone >> replicò Eon pungente in un tono vagamente accusatorio .
    << Mi stai accusando di qualcosa per caso ? >> chiese Desmond offeso .
    << Cosa te lo fa credere ? >> ribatté Eon ironico .
    << Non saprei . Forse il tuo tono saccente e fastidioso . A che punto sei con l’ incantesimo , apprendista Stregone da quattro soldi ? >> ribatté Desmond scocciato , spostando lo sguardo sul calderone in ebollizione , senza emanare stranamente ulteriore fumo nella sala .
    << Uno , non sono un apprendista Stregone e se lo fossi , a quest’ ora saresti una bella statuina di sale . Due , mancano solo i nostri oggetti più cari per completare l’ incantesimo . Siamo pure in tempo , seppur la principessina ci ha messo una vita a scegliere quello che ha più caro . Lo hai preso , vero ?>> disse Eon secco , alzando lo sguardo su di lui per la prima volta in quel lasso di tempo .
    << Certo . E’ questo >> rispose Desmond innervosito e imbarazzato , tirando fuori l’anello dalla tasca che tintinnava leggero come una goccia su un filo d’erba , mostrandolo .
    << Tutto quel putiferio per un anello >> disse Eon accigliato e sarcastico , ricevendo una smorfia per risposta .
    << E’ importante per me . Odio l’idea di sbarazzarmene , perché qualcuno non vuole stare con me in una casa vuota come una conchiglia sulla spiaggia >> disse Desmond serio e divertito , notando che il suo coinquilino sbuffò spazientito a testa china , prima di riportare lo sguardo su di lui , che sembrava una frusta lacerante nella carne .
    << Perché è caro ? >> chiese Eon curioso,  seppur in un tono alquanto stizzoso come se avesse la puzza sotto il naso .
    << Stai chiedendo qualcosa su di me ?! Sul serio ? >> sbottò Desmond esterrefatto , appoggiando la mano sull’altra,  prima che l’ anello potesse sfuggirgli via al breve sobbalzo di stupore .
    << Si chiama conversazione ma visto che non vuoi entrarci , per me va bene . Comunque sei un maleducato . Avanti dammi l’anello così completo questo incantesimo perché sì , non voglio stare da solo con te in casa mia >> ribatté Eon scontroso , allungando le mani verso di lui che si ritrasse un po’ dalla sua traiettoria , tanto che il ginocchio si scontrò con il calderone, da farlo oscillare pericolosamente a destra e a manca .
    Il calderone rimase in piedi dopo un’ultima oscillazione , tanto che una goccia era in procinto di infrangersi a terra e sfumare tutto in quell’attimo .
    Eon e Desmond non si accorsero di aver trattenuto il respiro , finché lo rilasciarono in perfetta sincronia .
    Eon lanciò uno sguardo torvo al altro che si grattò la testa mentre un sorriso ebete gli dipingeva il volto , ma ben presto si spense .
    << Maleducato ? Io ? Lo dice quello che ieri mi ha chiuso la porta in faccia mentre cercavo di partire col piede giusto >> replicò Desmond ironico in un tono sprezzante da fargli alzare gli occhi al cielo .
    << Scusa . Ero stanco e volevo dormire . Ora che abbiamo risolto , mi rispondi o devo scrivere una missiva a vostra maestà >> replicò Eon cordiale ma sarcastico al tempo stesso da farlo sbuffare seccato .
    << Certo , ma non voglio un tuo commento sarcastico . Me l’ha regalato mia nonna . Si prendeva cura di me quando i miei erano al lavoro per tutto il giorno e a volte persino la notte . Mi ha detto di custodirlo e regalarlo alla persona che avrei amato per tutta la vita >> disse Desmond secco inizialmente e poi in un tono nostalgico e leggermente imbarazzato , abbassando il capo a celare il rossore che gli tinse le guance .
    Eon tentò di celare una risatina che gorgogliò lungo la gola mal repressa .
    Desmond gli lanciò uno sguardo torvo che lo fece trasalire percettibile, come una foglia accarezzata dalla bufera .
    << Oooooh che romantico ! >> disse Eon divertito senza trattenersi in alcun modo , prendendolo in giro , da ricevere un ulteriore sguardo ferino , tanto che sentì un brivido serpeggiare saettante lungo la colonna dorsale .
    << Non hai incontrato quella persona ? >> chiese Eon in un tono vagamente scettico e per niente sorpreso da tal informazione .
    << Mi sembra ovvio  , visto che è ancora tra le mie mani ma è la cosa più preziosa che possiedo . E tu ? Cos’ hai ? Un quaderno ? >> disse Desmond sarcastico e deciso fino a essere incuriosito , spostando lo sguardo lungo il suo corpo , fino a notare un quaderno attaccato alla coscia semicoperta della gamba opposta .
    Desmond rapido lo afferrò prima di lui , sfogliandolo senza il suo permesso .
    << No ! >> gridò Eon furibondo , tentando di riprenderlo ma le sue dita sfiorarono solo il suo braccio teso e muscoloso sotto i suoi polpastrelli inguantati .
    Eon ritrasse le mani , arrossendo imbarazzato e pieno di vergogna alla vista del suo coinquilino osservare i propri disegni .
    << Sono molto belli . Sembrano veri . Sei bravo a disegnare . Perché sei imbarazzato ?! Dovresti condividerli con il mondo invece di buttarli in quel minestrone . Perché è così caro per te ? >> disse Desmond sincero , alzando lo sguardo su di lui chino su se stesso , teso .
    << Esagerato . Non sono niente di che >> borbottò Eon , senza alzare lo sguardo su di lui da farlo ghignare apertamente .
    << Non mi aspettavo che fossi un tipo sensibile >> lo prese in giro Desmond divertito e pungente , ricevendo un gestaccio poco elegante .
    << Dice quello che porta anello della nonna con sé >> ribatté Eon ironico e alquanto sprezzante .
    << Sbaglio o avevo detto niente sarcasmo ?! >> replicò Desmond in un tono duro e vagamente minaccioso .
    << Che posso dire ? Non sono riuscito a resistere alla tentazione ! Sono colpevole . Ora ridammelo , così lo butto nella pozione prima che scade il tempo >> disse Eon sarcastico , abbozzando un sorrisetto così in contrasto al proprio viso innocente da eterno bambino .
    << No , c’è ancora tempo per una risposta >> ribatté Desmond pacato , spostando lo sguardo alla porta finestrata che lentamente si dissolveva sul balcone esterno , tanto da risaltare la luna crescente prossima allo zenit .
    << Quale risposta ? >> chiese Eon falsamente tonto .
    << La risposta del coinquilino al piano di sopra o sotto o quello che è ! >> rispose Desmond sarcastico senza lasciargli il tempo di una contro partita verbale .
    << Avanti , io ti ho rivelato il motivo . Ora tocca a te . E’ quello che si chiama conversazione >> aggiunse appunto Desmond sornione , raggirando le sue stesse parole contro di lui .
    Una smorfia di disappunto gli si dipinse sul volto, da farlo apparire come un moccioso imbronciato per un capriccio .
    << Usi le mie frasi contro di me ?! Stai facendo un gioco pericoloso , Bloodmoon >> ribatté Eon pungente .
    << So come divertirmi . Chiamami Desmond >> replicò Desmond beffardo .
    << Demon >> disse Eon puntiglioso e provocatorio , osservando altro contrarre seccato la mascella in una smorfia .
    << Desmond . Avanti , confidati con me , dopotutto viviamo insieme . Giuro che non ti prendo in giro >> disse Desmond con un mezzo sorriso irresistibile a sbottonarsi con lui .
    << Va bene . Mia madre era un’appassionata d’ arte . Quando un giorno mi portò a una mostra e m’illustrò vari artisti e infine mi donò quel quaderno . Ho sempre fatto schizzi fin da piccolo ma erano scarabocchi senza senso,  ma mia madre era convinta del mio talento e mi sosteneva anche quando non ero sicuro  , finché è morta quando avevo undici anni . Da allora ho sempre disegnato una pagina a ogni anniversario dalla sua morte >> sbuffò Eon malinconico sentendo la gola costretta mentre trattenne una lacrima , che rigò lo stesso lungo la guancia, fino a gocciolare sul mento e precipitare sulle mani intrecciate in un tintinnio leggero e melodioso .
    << Mi dispiace . Non volevo farti soffrire . Su, vieni qua >> disse Desmond dispiaciuto , appoggiando delicatamente il quaderno a terra e allargando le braccia .
    Eon lo fissò accigliato , notando che lo strinse delicatamente a sé in un tenero abbraccio rispetto al loro primo scontro .
    Eon s’irrigidì al contatto , sentendo distintamente la propria natura fremere veementemente a erodere ogni barlume della sua anima .
    Il bisogno di vita era una sentenza agognante in lui, piuttosto che il ricordo riportato alla luce dell’oscurità intrinseca del proprio essere , spingendolo sempre di più a stringersi in quel corpo tentatore ancorato al suo .
    Desmond sentì la punta del naso sfiorargli una guancia , facendolo rabbrividire all’istante che incrementò quando le labbra eccessivamente carnose , morbide ma fredde quanto il gelo invernale si posarono sul collo , come una farfalla su un fiore .
    Desmond lo strinse a sé , sentendo i muscoli rilassarsi gradualmente alla sua carezza lenta lungo la schiena , tanto da assaporare l’andamento leggermente incurvato della spina dorsale sotto i propri polpastrelli . Non riuscì a trattenersi in alcun modo , mentre qualcosa si risvegliava sotto i raggi fiochi della luna crescente che bussava alla finestra , ormai scomparsa , in procinto di uscire e goderseli con quel corpo né caldo né freddo .
    Entrambi resistettero , allontanandosi pian piano dall' un al altro , senza scambiarsi uno sguardo in un silenzio carico di bisogni oscuri .
    << E’ meglio gettarli nella pozione ora o mai più >> disse Eon pungente in un tono da maestro infantile da urtargli i nervi .
    << Sì . Lo faccio io ? >> disse Desmond titubante , stringendo i loro tesori uno sul altro a marcare il momento precedente .
    Eon annuì .
    Desmond lo notò con la coda dell’occhio e gettò il quaderno e anello che fischiarono nel attrito dell’ aria , prima di sprofondare in quel liquido denso e copioso , a schizzare qualche goccia che ricadde nuovamente nella sua origine .
    Era la fine del momento .
    Il calderone traballò , emettendo un fumo variopinto arcobaleno a impregnare la sala circostante fino a tutto il locale .
    Il fumo svanì a rilasciare orme ancora indefinite.
    I loro sguardi s’incrociarono , ignorando incantesimo in atto tanto che i mobili lentamente sbocciarono intorno a loro .
    << Hai qualcosa di bianco sulla faccia >> disse Desmond , allungando una mano verso di lui da farlo sussultare .
    Eon si tastò la parte lesa prima di lui , sentendo il pericolo soccombere su di sé e si rifugiò nella propria camera in fretta e furia .Si appoggiò alla porta chiusa , scivolandone contro , fino a sedersi a terra , sentendo il suo coinquilino avvicinarsi greve alla porta .
    << Eon stai bene ? Che ti prende ? >> chiese Desmond preoccupato , appoggiando delicatamente la mano sulla porta sopra la maniglia .
    Eon non riuscì a rispondere , sentendosi fin troppo esposto mentre udì Desmond sospirare rassegnato e allontanarsi da lui , dopo aver mormorato qualcosa del tipo buonanotte, ma era poco chiaro .
    Eon si toccò le labbra , percependo ancora quella carne pulsante che dopo qualche ora russava a pieno regime nella stanza affianco .
    La maschera era già tolta , a mostrare il suo desiderio più sfrenato nelle tenebre più fitte della notte .
     
     
     
     
    Qualunque riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale....
    ________________________
    Il sole sfacciato del tramonto romano si appoggiava sui tetti della città, riverberava di arancione le vetrate delle case e riusciva perfino a scintillare sulle acque giallastre del Tevere.
    Il dr. Silvestri, seduto sul divano nero del suo attico spiccava per il pallore malsano e non aveva occhi per l’inutile vampa dei colori del cielo. Guardava fisso il megaschermo del televisore, incredulo. In realtà quello che stava succedendo non glielo doveva certo comunicare il tiggì. Ci aveva pensato Ivo Destro la sera prima, e gli aveva anticipato la catastrofe imminente.
    L’aveva chiamato sul cellulare usa e getta, mentre sua moglie sfilava davanti a lui con due diverse collane, a chiedergli quale indossare.
    “Dinoi ha parlato.”
    “Dinoi? Cos’è, uno scherzo?”
    “No, purtroppo. Non si sa come, sono riusciti a intercettare un CD destinato a lui. Quelli lo spiavano, chissà da quanto. Non hai idea cosa c’era sopra. Lui naturalmente ha aperto il rubinetto, che ti aspettavi? ”
    Era veloce, il dr. Silvestri. Era sempre stato un suo pregio.
    “Lavoro o privato?”
    “Certamente documenti sull’appalto XX, sai di che parlo. Però sembra che li abbia procurati una escort, quindi…”
    “Quale, Ninfa forse? Di quella non mi sono mai fidato.”
    “Boh, non lo so. Il nome non me l’hanno detto. E adesso? In quella maledizione di affare c’erano dentro tutti quelli grossi, se si scoperchia il tombino”
    “Già, e non solo le forze in carica. C’erano anche un paio di teste grosse dell’opposizione.”
    “Esatto. Te la immagini, la risonanza?”
    “Bè, visto il coinvolgimento di tutti, almeno non saremo i soli ad andarci di mezzo.”
    “E ti sembra una consolazione? Molto meglio che cadiamo noi, per un po’, e gli altri restano integri, così ci passeranno almeno le fette più piccole quando torneranno al governo. Se ci sputtaniamo tutti, non lo so…”
    Avanti così, ad elucubrare di politica d’arrembaggio, sopravvivenza nel mare agitato del sottobosco di governo e di imprenditoria “agevolata”.
    Adesso, però, mentre il telegiornale raccontava gli eventi con la consueta dose di indifferenza giornalistica, il dr. Silvestri sentiva un rivolo lento di sudore scendere nel colletto della camicia. Prese fiato.
    “Come fanno a raccontare tutti i nostri fatti con questa tranquillità, sono le nostre vite che vanno in piazza, cristo. Non ci pensano alle famiglie che si frantumeranno, alle esistenze distrutte?”
    Sentiva ingorgarsi in gola un lieve senso di nausea. Lo chiamò la moglie. Voleva spiegazioni, la signora. Era preoccupata che l’ennesimo scandalo potesse lambirli e sporcarle le scarpine di Ferragamo. Non sapeva che questa volta non sarebbe sopravvissuto nulla della loro vita.
    La signora era la figlia di uno dei più importanti imprenditori dell’indotto edilizio del centro Italia, coinvolto in quasi tutte le ricostruzioni post-terremoto. Non era certo stato il grande amore, ma, come previsto, fondamentale per il mondo intrecciato e numeroso delle sue relazioni. Bastava tenere a bada la sua stupidità aggressiva, non ci voleva poi molto, e lasciarle i suoi amanti. Non solo non disturbavano il panorama familiare, ma a volte si erano rivelati utili nel business. Silvestri era un uomo scevro da pregiudizi di qualunque tipo.
    Decise per una piccola ricognizione.
    Per primo chiamò Urso. Quello sapeva sempre tutto. Il telefono squillò a lungo, senza reazioni.
    “Può andare anche Michelotti, anche lui ha le conoscenze giuste in procura.” Niente, anche Michelotti taceva, o meglio, non rispondeva al telefono.
    Doveva adattarsi, chiamò Spagnoli. Quello era una rottura infinita, bisognava accollarsi i suoi piagnistei, poi alla fine era quello che aveva le commesse migliori. Pazienza, a volte c'era da fare buon viso. Molto spesso, in realtà.
    Purtroppo anche Spagnoli sembrava troppo occupato per rispondere. Fece altre tre chiamate a persone diverse, tutte senza esito.
    “Va bene, aspetteremo. Richiameranno – si disse – chissà che casino c’è in giro. Qualcuno si farà vivo certamente.”
    Passarono le ore, per fortuna sua moglie aveva deciso di andare al Circeo dalla madre, una seccatura in meno. Man mano che passava il tempo, Silvestri aveva la sensazione di una piccola voragine sotto i suoi piedi, della dimensione di una capocchia di spillo, che cominciasse ad allargarsi, un tantino di più ogni ora, sempre un po’ di più. Fino a prendere tutto lo spazio del suo grande living, fino a coprire tutta l’area della sua casa, del suo matrimonio, della sua vita.
    Gli mancava l’aria. Capì, finalmente. C’era qualcosa di grosso su di lui, e lo avevano mollato. Normale, mica volevano restare infettati. Si sa com’è: ci sono quelli con la protezione dell’autorizzazione a procedere, e quelli che non ce l’hanno. Nessuna delle due categorie, però, vuole restarci dentro. Il guano appiccica come il miele.
    Bastardi. Sempre a cercarti, a tutte le ore del giorno e della notte, pensò livoroso, quando c’è da procurare un contatto, cercare un aggancio, quando sono a corto di business. Allora sì, Silvestri qui e Silvestri là, ciao come stai, sai che ti pensavo proprio l’altro giorno, dicevo giusto a mia moglie devo chiamare Silvestri, è una vita che non lo sento. Poi di colpo puzzi di cadavere, e allora spariscono tutti. Ma io li incastro, cosa credono, quelli, che non abbia messo via un po’ di prove? Che non mi sia premunito? Li conosco bene, i signori, e più sono in alto e più sono famelici. Ma se pensano di farmi fesso si sbagliano. Magari a questo punto stanno pensando di vendermi, tanto ognuno deve andarci con l’obolo, dal procuratore, sennò come ne esce? E allora si certo, signor procuratore, io so delle cose, naturalmente lei poi mi può garantire che per me… e via di questo passo.
    Cominciò a preparare la contraerea. In cassaforte teneva solo alcune delle prove importanti, il resto lo aveva depositato presso certi avvocati, che aspettavano solo un suo ordine.
    Mentre si guardava le carte e le chiavette con mani tremanti si sentì di colpo dentro ad una spy story di quart’ordine. Richiuse la cassaforte e fece un profondo respiro.
    “Calmati, sei paranoico. C’è solo una gran confusione, adesso si devono organizzare su cosa dire, non smentirsi, cose del genere. Si capisce che siano troppo impegnati per stare lì a pensare a te. Dopo riprovi e li trovi certamente.”
    Decise di calmarsi. Fuori albeggiava e di nuovo Roma dava il meglio di sé in uno sfolgorare di rosa e lilla. Si affacciò per godersi l’avvento del nuovo giorno e respirò il profumo di rose e di pane fresco.
    Guardava il cielo, il dr. Silvestri e non vide il bagliore metallico provenire dal palazzo in costruzione vicino al suo. E neppure l’edificio, né i tetti di Roma. Vide solo i suoi occhi avvolti da una vertigine, il respiro mozzarsi di colpo, vide gli oggetti e il mondo intorno accelerare e i dieci piani sotto di lui che gli correvano incontro. Insieme al marciapiede.
    C’erano quasi tutti quelli importanti, al funerale. Era stato uno scossone, per il mondo politico e imprenditoriale. La moglie, molto elegante in un tailleur blu di Versace, camminava sostenuta dal sottosegretario alle opere pubbliche. Fiori colorati e la colonna sonora di “Solitude”, sembra fosse il pezzo preferito dal dr. Silvestri.
    “Non ce l’avevate un modo più discreto?”
    “Non c’è stato il tempo: appena è uscito fuori il suo nome era chiaro che avrebbe aperto le porte dell’inferno per guadagnarsi la buonuscita.”
    “Vabbè, ma un cecchino, mi sembra un po’ teatrale. E poi quello è affidabile?”
    “Dì a tutti che non si preoccupino: il problema è finito. Quello è uno che non c’è, un’ombra.”
    Due uomini vestiti di nero, in fondo alla fila, parlavano con le teste unite, a scandire un segreto da seppellire assieme al defunto.
     
     
    Ira Stoer
     
    Salve a tutti . premetto che può risultare strano ma ho voluto iniziare così la storia . Ogni capitolo avrà un piccolo indizio per scoprire quale creatura siano . In questo capitolo c' è il primo incontro e rivelo chi sono . 
     
     
    Il viandante si voltò , osservando una figura d’ ombra capitolare su di lui .
    L’ impatto era inevitabile .
    La figura non era poi così indefinita .
    Un corpo massiccio, infatti, pressò contro il viandante , scaraventandolo a terra con un tonfo ovattato.
    La caduta li spinse sulla soglia, ristagliata in una luce calda e intensa da accecarli in un breve istante.
    Un corpo caldo era sopra il viandante , premendolo greve sul pavimento , tanto che i loro bacini erano pressoché incollati , mentre le loro dita si trovarono intrecciate come petali di un’orchidea .
    Un cuore batteva forsennato nel petto rimbombante , a risucchiare il sangue in ogni anfratto di quel corpo sul viandante , da metterlo all’erta .
    Il viandante si mosse a disagio , sentendo qualcosa risvegliarsi in lui .
    Un respiro risuonò alquanto spezzato , accarezzando il viso del viandante sottostante , come una brezza estiva a smussare appena l’ afa insopportabile .
    Il proprietario di tutto ciò era un uomo , che poteva scoprire tutto su di lui da un momento al altro .
    Aveva il viso ovale e roseo - abbronzato , fin troppo vicino al suo , tanto che poteva scorgere la pelle sbarbata lungo gli zigomi pronunciati .
    Le iridi erano dorate che emettevano uno strano barlume proprio ed effimero , come un raggio deviato sulla superficie cristallina di un lago , riflettendo le sue in contrasto . Sembravano pagliuzze inestimabili da lasciarlo senza fiato .
    Il naso era leggermente a patata , cosparso da qualche lentiggine bruna che esaltava i lineamenti marcati , quasi aguzzi .
    Le labbra erano rosee con quello inferiore pronunciato , quasi carnoso,  che si distesero in un sorrisetto poco opportuno in quella situazione .
    I capelli erano corti e rossi ramati che gli incorniciavano di poco il volto , di cui alcune ciocche celavano appena gli occhi in contrasto .
    << Hai intenzione di restarmi addosso per molto ? >> disse il viandante sarcastico , celando il suo nervosismo e qualcos’ altro in lui con una smorfia .
    << Sono inciampato >> replicò il ragazzo dai capelli rossi secco senza muoversi di un nonnulla , fissandolo mezzo trovo .
    << Me ne sono accorto >> ribatté il viandante ironico , mantenendo lo sguardo su di lui, mentre sentiva una chiara risposta contro di sé .
    << Sono inciampato su un baule . Chi mai lascerebbe un baule in mezzo a un corridoio , buio tra le altre cose ?! Un irresponsabile , ecco chi ! >> disse il ragazzo con i capelli rossi deciso e perplesso al tempo stesso , ignorando il commento del altro e la risposta del suo corpo .
    << Non è colpa mia , se sei andato a sbattere contro il mio baule >> replicò il viandante infastidito , muovendosi forsennato come un pesce fuor d’ acqua , in modo che i loro bacini sfregarono uno sul altro a innescare una scossa , che percorse saettante entrambi .
    I quali sussultarono , combaciandosi ancora di più , a mozzare il fiato ad entrambi che rimasero inerti uno sul altro .
    Il silenzio calò su di loro , soffocandoli simile a una cappa di fumo pungente e denso in una stanza chiusa , finché i loro respiri fuoriuscirono in unico e basso mugolio tra un’ eccitazione oscura e un disagio crescente .
    << Menomale che sono atterrato sul morbido >> disse il ragazzo con i capelli rossi divertito a rompere il silenzio tra loro , fissandolo attentamente , come se si fosse accorto di lui solo in quel istante .
    << Spiritoso >> commentò il viandante sarcastico, sentendo fin troppo bene il suo sguardo su di lui.
    Aveva il viso tondeggiante da eterno bambino e roseo quasi pastello ,  con le guance arrossate fin troppo vicino al suo , che poteva  intravedere un pelo sul mento talmente fine , arrotolato su se stesso.
    Le iridi erano verdi scuro , quasi smeraldine,  da risaltare le pupille assai dilatate come le fessure di un gatto in quel momento , riflettendo le proprie in contrasto .
    Il naso era piccolo con la punta leggermente all'insù , tanto che quest’ ultima era poco lontana dalla propria più arrotondata .
    Le labbra erano rosee ma leggermente chiare , come se fossero tinte con un unguento e talmente carnose che erano in procinto di sfiorare le sue da un momento al altro .
    I capelli neri come ossidiana erano sparpagliati introno al capo , come raggi della luna nuova a creare una corona intorno al viso , esaltandolo .
    << Che stai guardando ? >> disse il viandante moro leggermente mellifluo e strascicato , da urtargli il sistema nervoso centrale come le dita che grattano su una lastra di ghiaccio .
    << Te . Che altro potrei guardare in questa posizione?! >> sbuffò altro esasperato in un tono sarcastico .
    << Perché non ti alzi ancora da me ? Non sei un peso piuma >> disse il viandante moro seccato , sussultando appena a divincolarsi ma fu una mossa controproducente , tanto che incrementò la risposta inguinale del altro contro la propria,  traditrice , che ricambiò nella medesima intensità .
    Entrambi si sentirono in trappola tra un’ eccitazione dolorante ,compressa in indumenti di cotone che sembravano gabbie di metallo tra i loro bacini incastrati  e il disagio , che incrementava al passare del tempo inesorabile come un corpo in prossimità di precipitare nel vuoto .
    << Smettila di muoverti . Peggiori la situazione e poi non sei molto gentile . Non mi conosci e già mi dai del grasso ! >> replicò il viandante con i capelli rossi in un tono tra il serio e il divertito , trattenendo un gemito lungo la gola , che sbatté però in un digrigno di denti mal celato .
    << Oh, scusami se ho ferito il tuo orgoglio . Ora potresti gentilmente levarti da dosso ?! >> replicò il viandante moro falsamente dispiaciuto e educato , alzando gli occhi al cielo,  ovvero sempre fissi in quelle pagliuzze dorate che luccicavano alla stregua del proibito .
    << Non sembra che ti dispiace anzi … >> disse il viandante con i capelli rossi , lasciando apposta la frase a metà , alzando un sopracciglio inequivocabile .
    Il moro arrossì imbarazzato , sentendo il rossore propagarsi , a tingere addirittura le orecchie .
    << Nemmeno a te , a quanto pare >> replicò quest’ ultimo sarcastico dopo un po’, come se avesse ritrovato il sarcasmo volato via al rossore che gli imporporava il viso,  da renderlo ancora più fanciullesco , in contrasto al suo tono come il giorno e la notte .
    << Posso farti una domanda personale ? >> chiese il viandante con i capelli rossi incuriosito , sorvolando il commento del altro .
    << Non ti basta violare il mio spazio personale ?! >> ribatté il viandante moro ironico , cercando di ignorare la tentazione che altro rappresentava .
     
    << Perché indossi i guanti ? >> chiese il viandante con i capelli rossi , tamburellando le dita contro le sue , da sentire distintamente le fibre del velluto contro il liscio dei propri polpastrelli .
    << Davvero ? Mi potevi chiedere qualsiasi cosa e te ne esci fuori con questo ?! >> sbottò il moro perplesso , accigliandosi , tanto che una serie di rughette cutanee comparvero a sfaldare la fronte .
    << Rispondi e basta >> lo intimò altro seccato , rilassando le dita contro le sue .
    << Si chiama stile . Se non lo capisci , non è colpa mia. Ho una domanda più opportuna in questa situazione >> disse il viandante moro vago , cambiando argomento con nonchalance .
    << Ah sì ? Quale ? >> ribatté il viandante con i capelli rossi incredulo .
    << Chi sei ? Cosa ci fai in casa mia ? >> proruppe il moro deciso , fissandolo senza batter ciglio .
    << Sono due . Sarebbe la mia linea >> ribatté il rosso non meno determinato , fissandolo torvo .
    << Perché ? >> sbottò il viandante moro scocciato .
    << Tu sei l'intruso in casa mia >> replicò il rosso convinto , stringendo le dita contro le sue da tenerlo a terra .
    << Ma chi ti credi di essere ? >> proruppe il moro irritato , divincolandosi come un ossesso a incrementare il disagio tra loro .
    << Desmond Bloodmoon . Eon De la Croix . Scusate il ritardo ma dovevo iniziare una giovane Strega . Sembra che vi siete già conosciuti .
    Bene , signori se volete firmare il contratto , vi lascio la chiave di casa . Potete riprendere, dove vi ho interrotto .
    I ragazzi di oggi non li capisco che filtrano tra loro e non con belle ragazze . Bah ! Accomodatevi in salotto >> disse una voce femminile improvvisa da farli sussultare al istante .
    << Cosa ? E’ il mio coinquilino ? >> dissero i due quasi in sincronia di quanto non lo fossero già . Si girarono a fissare la padrona di casa che sospirava amareggiata .
    Desmond si sollevò , aiutando l'altro ad alzarsi , quasi a sfilargli un guanto .
    Eon si sistemò il guanto seccato , lanciando uno sguardo carico di disprezzo al suo coinquilino .
    Desmond cambiò lo sguardo , che celava appena il disappunto .
    Entrambi oltrepassarono la soglia di una sala ampia ma a soqquadro .
    I mobili erano rovesciati e ricoperti da teli candidi , a esaltare le curve dei mobili sottostanti , incluso il divano .
    Era al centro della sala sotto il lampadario scintillante , che sprizzava energia soffusa in tutta la sala , di fronte a un tavolino di vetro con la superficie convessa , in cui la luce rifletteva come se fosse liquida .
    I due occuparono posto agli angoli opposti del divano , mentre la padrona di casa sfilava una pergamena e una penna , a forma di serpente , con la punta biforcuta da chissà dove .
    << Avrete il tempo di conoscervi e da quel che ho visto , lo avete già fatto . Firmate qui e qui sotto.
    Ho sonno e mancano cinque minuti all’alba . Sapevo che veniste da molto lontano , ma ne avete messo di tempo per arrivare qui . Suvvia firmate è … >> disse la padrona , sbadigliando con poca cerimonia davanti a loro , sedendosi a mezz’ aria , tanto che l’ ampia gonna svolazzava come una vela di una nave sospinta dalla bonaccia .
    << ... Dovrei farvi una breve visita della casa . Sono terribilmente stanca . Scusatemi >> disse la padrona di casa in un altro sbadiglio , spingendo la penna tra loro .
    I due si sfiorarono la mano , tentando contemporaneamente di afferrare la penna .
    Eon ritrasse la mano per primo , permettendo al altro di firmare la pergamena , che emise un bagliore fluorescente .
    Desmond firmò , sentendosi indebolito mentre passò accigliato tutto a Eon , che fece lo stesso in fretta e furia .
    La padrona di casa li guidò , segnalando svogliata le varie sale e se ne andò con una gran sbadiglio,  mentre la chiave apparve a mezz’ aria tra i conviventi , tintinnando melodiosa alle loro orecchie .
    << Buonanotte . Ah ! Benvenuti a Tartarius  a proposito  ! >> disse la padrona di casa sulla soglia e scomparendo via mentre i primi raggi solari filtravano sulla città .
    << Siamo partiti con il piede sbagliato , ma possiamo ricominciare . Io sono Desmond Bloodmoon . E’ un piacere conoscerti … Dove vai ? >> disse Desmond cordiale , girandosi verso di lui , che sparì insieme al suo baule in una delle camere da letto , tanto da chiudergli la porta in faccia .
    << Al diavolo il ricominciamo civilmente >> brontolò Desmond da solo , entrando perciò  nella propria camera e soprattutto in una nuova realtà di condivisione .
    Capitolo 1
    I raggi solari filtravano obliqui tra le fronde, tingendone le superfici in un ultimo verde smeraldo, in contrasto alle foglie sottostanti imbrunite come il cielo .
    Un ultimo cinguettio risuonava solitario nella foresta lussureggiante, di cui il sottobosco era già avvolto in un manto di tenebra, ad annunciare il risveglio delle fiere notturne a caccia.
    I rovi e i cespugli del sottobosco erano attorcigliati in un complesso, disorganizzato intreccio vegetale che ostruiva una buona area del sentiero.
    Il viandante non se ne crucciò, superando in un sol balzo l’ostacolo, sentendo l’attrito dell’aria sferzare pungolante su di lui, fino ad atterrare dall’altra parte, a piedi congiunti da far tremare appena il suolo.
    Il suolo sotto le suole s’increspò in una miriade di fratture che si allargarono serpeggianti tra le zolle, sollevandone alcune e abbassandone altre, finché si estesero per qualche metro dinanzi a lui, tanto da intaccare i sassi sovrastanti. I quali si affossarono nel suolo, come semi che s'impiantano in un campo fertile.
    Il viandante proseguì il tragitto, fischiettando allegro tanto che la sua voce divenne unica a echeggiare nella foresta per un bel po’.
    Il sentiero si restringeva sempre di più, incurvandosi come un letto del fiume, prima di una rapida discesa che saettava alla fine della vallata.
    Gli ultimi raggi solari non filtravano più a irradiare il suo cammino, ma non era un problema .
    Il viandante percorse temerario ultimo tratto di foresta, immerso nelle tenebre più fitte in un silenzio rotto solo dai suoi passi.
    Il rumore delle suole contro i ciottoli tondeggianti e spigolosi di pochi centimetri era uno scricchiolio che ruggiva sinistro nella foresta quieta, fin troppo quieta da risultare surreale .
    Uno spiraglio di luce raschiava appena alla fine del percorso.
    Il viandante avanzò in quella direzione, come una falena che volteggia intorno a un’unica ma mortale fiamma nell’oscurità, godendosi quell’ultimo raggio morente.
    Il cielo si tinse all’orizzonte in un arancio che sfumava in un rosso scarlatto, da sembrare un incendio sulla città che si ergeva come una mano in procinto di afferrare la vittima nell’oscurità.
    Era la sua nuova meta.
    Era il suo nuovo inizio .
    Il viandante abbozzò un sorriso che sembrò un ghigno sul volto in penombra .
    Procedendo lungo la strada che attraversava campi incolti, di cui le erbacce soffocavano il grano rinsecchito, piegandolo su se stesso in una presa letale.
    Un immenso arco sostava all’ingresso, come un’entità millenaria, alla capitale della Terra Oscura, Tartarius, da mozzare il fiato al viandante che si bloccò in preda al terrore e riverito al tempo stesso.
    Era marmoreo con alcuni diamanti neri incastonati nei rilievi, che sporgevano come una corolla a esaltare la curvatura stessa dell'arco. All'improvviso i diamanti vagarono nel marmo, tanto da scalfirlo internamente come squarci nella carne, compattandosi in una fauce che si proiettò in uno schioppo di fiamme fatue, da diramare le prime avvisaglie di tenebre circostanti, in un bagliore tenue blu elettrico e rosso fuoco, fino a ridursi in scintille che caddero sul suolo acciottolato.
    Il terreno si marchiò in lettere dorate che serpeggiarono fino a lui, sbuffando in una cortina argentea che si spezzava nel crepuscolo.
    Chiunque entra, subirà il suo destino.
    Il viandante non si lasciò scoraggiare, oltrepassando l’arco immutabile in apparenza.
    La volta sovrastante sembrava eterea in una tinta lattea quasi trasparente, che pulsò appariscente, tanto che una mano artigliosa fuoriuscì, abbassandosi impercettibile sulla sua nuca.
    Il viandante sentì distintamente un brivido serpeggiargli lungo la colonna dorsale a un lieve sfioramento, girandosi ma era solo, mentre la mano si ritrasse nella volta immutabile.
    Il viandante alzò lo sguardo senza accorgersi di nulla, alzò le spalle con nonchalance e oltrepassò l’arco, fino a sbucare nella frenesia della città.
    Le Creature delle Tenebre sfrecciarono animate lungo la strada maestra, che si ramificava come fili di una ragnatela tra i diversi quartieri a perdita d’occhio.
    Gli edifici erano grotteschi e fatiscenti con i tetti a guglie appuntite, che sembravano scalfire il manto imbrunito.
    Le finestre e le porte erano simili a un ghigno perfido che non prometteva nulla di buono. Le insegne civili in bronzo si spostavano sul legno massiccio, scalfendo le fibre che si piegarono sotto il loro peso durante il tragitto da un punto a un altro, lungo tutta la superficie in un sibilo agghiacciante.
    Il vetro delle finestre al primo piano s’incupiva al suo riflesso.
    Il viandante osservò il bagliore del suo volto, scuotendo il capo e proseguendo lungo la strada che si biforcava davanti a un muro di una casa lessa su se stessa, come se fosse una pergamena accartocciata .
    Si girò, ritrovandosi solo e perso in una città sconosciuta.
    Non c’era nemmeno uno Spettro.
    Il viandante si grattò la testa sconsolato, aguzzando la vista minuziosamente da una parte all’altra, finché notò un’ombra avanzare lentamente verso di lui.
    Attese con trepidazione la figura che si avvicinava claudicante a lui .
    La trepidazione scese in una spirale di rassegnazione mentre la creatura era in collisione di arrivo.
    Era, infatti, uno Zombie . Ciondolava passo dopo passo che incrementava l’ attesa snervante in lui , fino a fermarsi a pochi centimetri di distanza .
    Le iridi erano vitree, quasi assenti, che riflettevano le sue in contrasto.
    Lo Zombie scrutava il nuovo arrivato senza batter ciglio , alzando lentamente una mano a mezz’ aria, fino a distenderla gradualmente verso di lui .
    La mano era ricurva su se stessa, finché indice si sollevò pian piano a mezz’ aria in prossimità del petto del altro .
    << Buonasera . Sa, dove si trova la Via del Lamento ? >> chiese il viandante un po’ rauco al suo interlocutore basito .
    Il suo interlocutore aprì lentamente le labbra, spalancandole gradualmente a mostrare la dentatura metà in oro e metà perlacea,  di cui un solo dente era naturale e per lo più cariato .
    La lingua penzolava tra le arcate, simile a un cane che boccheggiava per l’afa insostenibile, travasando un filo di saliva che scivolava al esterno come un filo di una ragnatela recisa .
    L’attesa divenne ancora più tediosa al passare del tempo inesorabile mentre la luna nuova sorse su Tartarius .
    << Allora ? Sa, dove si trova la Via del Lamento o no ?! >> sbottò il viandante spazientito , intento ad agguantare l’ interlocutore per le spalle ma si fermò di botto e allungo le braccia lungo i fianchi .
    << Buo … >> disse lo Zombie in una voce distorta come se le corde vocali non fossero le sue .
    Il viandante alzò un sopracciglio , fissandolo mezzo torvo .
    << Na … Sera … >> completò la parola, lo Zombie , ma non la frase .
    Il viandante sospirò rassegnato , aspettando che il suo interlocutore partorisca una frase sensata .
    << E’ … >> disse lo Zombie ma si bloccò , boccheggiando come un pesce fuor d’ acqua .
    << Sì ? > chiese il viandante esasperato , cercando di trattenere un fiume di collera che lentamente ribolliva nelle vene .
    << Nuo …>> disse lo Zombie imbambolato che abbassò lentamente il braccio .
    Il viandante si trattenne da prenderlo a pugni , sentendo la pazienza sciamare via da lui.
    << Sì. Sono nuovo di qui . Sono arrivato da un’ora e mezza . Sto cercando la Via del Lamento ! Dov’è la Via del Lamento ? LA VIA DEL LAMENTO, DOVE ? >> proruppe il viandante esasperato e seccato , sibilando le ultime parole a un nonnulla dal suo interlocutore .
    Lo Zombie non batté ciglio al suo alito che sferzava veemente contro di lui , simile a uno schiaffo di un amante tradito , da spostargli infatti alcune ciocche sulla fronte scavata in lembi di pelle improprie .
    << Prendi >> disse lo Zombie quasi risvegliato dal suo innato torpore da bradipo  .
    << Sì ? >> sbottò il viandante eccitato in un’ottava da echeggiare stridula nella notte come una civetta nella foresta.
    << La ... >> disse lo Zombie rauco, fino a fermarsi di nuovo a bocca aperta come un ebete .
    Una mosca incuriosita s’intrufolò , ronzando sopra la lingua che si scosse appena senza alcun esito. La mosca si appoggiò sulla lingua , zampettando sulla superficie leggermente ruvida , succhiandone la saliva .
    Il viandante trattenne un conato di vomito alla scena raccapricciante , spostando lo sguardo alla ricerca di una Creatura più spigliata ma invano .
    << Strada … >> disse lo Zombie alquanto stordito , ritornando in stasi , come uno stagno prosciugato , con la mosca ancora appoggiata sulla lingua .
    << Sì ? >> disse il viandante alquanto disgustato e rassegnato al tempo stesso , attendendo  ormai privo di qualche speranza una risposta alla sua domanda iniziale .
    << A … >> disse lo Zombie più decadente di prima , come il suo corpo in procinto di spezzarsi a un alito di vento .
    Il viandante incrociò le braccia , appoggiandosi cauto alla parete senza staccare purtroppo gli occhi  da lui .
    << Muro . Pericolo >> disse lo Zombie leggermente spigliato , alzando lentamente e nuovamente la mano verso di lui in uno sforzo eterno , ad accentuare le sue parole , ma era troppo tardi .
    Il viandante sentì distintamente il muro sibilare sinistro , distorcendosi anomalo a rivelare due braccia di pietra scattare su di lui in una presa ferrea , da fargli mancare il fiato oltre a stritolargli la cassa toracica in uno scricchiolio inquietante .
    Una brezza putrida di carogne spirò dietro la nuca , facendolo rabbrividire al istante , allietando lungo le narici da infestarle del tutto .
    Il viandante tentò di divincolarsi , mentre lo strano essere di pietra ridacchiante lo trascinava gradualmente nella casa diroccata .  Non rimase inerme , tirando un calcio ben assestato alle sue spalle , tanto da sentire distintamente la gamba muscolosa di pietra contro la suola della scarpa , che si lacerò durante l’ impatto .
    L’impatto fu devastante solo per il viandante .
    Il dolore si propagò lungo la pianta del piede , salendo serpeggiante nella gamba, come le onde concentriche che increspano le superficie di un lago dopo aver gettato un sasso .
    Il viandante strinse i denti , sopprimendo un gemito di dolore mentre piantò bene i piedi a terra con tutta la sua forza , tanto che la strada sottostante sbocciò in una serie di fratture , che serpeggiarono intorno a lui , finché alcune si propagarono sotto la casa . La quale cadde come un castello di carta in un fragore assordante sul mostro di pietra .
    Il quale rilasciò la presa , cercando una fuga ma invano .
    I relitti della casa precipitarono su di lui , schiacciandolo nelle viscere della terra .
    Il viandante scattò in avanti , travolgendo lo Zombie , mentre ultimo blocco di pietra e calce cadde accanto a loro .
    Lo Zombie non cambiò espressione nemmeno in quel frangente , aprendo la bocca a vuoto tanto da poter notare distintamente la mosca che era ancora insediata sulla lingua .
    Il viandante distorse la bocca disgustato , rialzandosi di slancio e sollevandolo di peso senza alcuno sforzo , da sentire l’ irregolarità dei muscoli contratti del braccio sotto i polpastrelli , fino a rilasciarlo in un istante dopo .
    << Sinistra … >> completò il suo interlocutore la frase di prima , come se non fosse accaduto nulla , da lasciarlo spaesato .
    << Grazie >> disse il viandante poco convinto , incamminandosi da quella parte , quando una voce indistinta mormorò rauca dal suolo .
    << Vai .. >> disse lo Zombie lemme più di prima .
    Il viandante si girò , attendendo tutta l’ informazione completa , seppur la pazienza era assai corta,  come la fiammella di una candela che moriva durante la notte .
    << Dritto ... >> continuò lo Zombie , risuonando sempre di più instupidito , sembrando che possedesse il dono di amministrare il tempo .
    << Ah >> disse il viandante seccato quanto non mai , battendo forte il piede , tanto che scarpa già rovinata scivolò via e sprofondò nel buco appena creatosi , insieme ai ciottoli di pochi millimetri della strada stessa .
    << Gira … >>
    Il viandante non emise più un suono a parte il piede che traballava sulla strada ad allargare gradualmente il foro di qualche centimetro .
    << A … >> disse lo Zombie e s’inchinò su se stesso , addormentandosi da solo .
    Il viandante sbuffò inviperito , tirandogli una sberla tanto che il capo girò come una trottola , fino a riposizionarsi in origine .
    << Destra ... >>
    << Procedi … >>
    << Sulla … >>
    << Via … >>
    << Del … >>
    Il viandante era ormai stralunato , sentendo il piede sprofondare nel terreno ad ogni parola del suo interlocutore impassibile , al tremolio sotto di lui .
    << Terrore … >>
    << Gira … >>
    << A … >>
    << Sinistra … >>
    << Vai ... >>
    << Dritto >>
    << Sì ? >> disse il viandante amareggiato .
    << Sulla … >>
    << Via … >>
    << Del … >>
    << Lamento … >>
    << Grazie e mai più rivederci ! >> disse il viandante esasperato , girando i tacchi e procedendo in base alle informazioni ricevute con tanta fatica .
    La luna era già alta nelle tenebre più fitte da confondersi a occhi umani .
    Il viandante procedette come un’ombra che si dileguò nell’oscurità tra le altre ombre .
    Era in ritardo .
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    La volta celeste era una tela nera come l’inchiostro , puntellata da una miriade di stelle che emettevano bagliori variopinti in un alone effimero tinto d’ oro , riflessa sul lago sottostante dai confini ottenebrati .
    Il frinio assordante e ripetitivo delle cicale risuonava , a smussare il silenzio come una lama nella carne .
    Il rumore di passi sovrastava il chiacchiericcio naturale della notte appena sorta .
    Un altro viandante avanzò lungo il sentiero spianato , segnato da orme che si sovrapponevano le une alle altre , tanto che si cancellarono ben presto sotto ai suoi passi .
    La città si stagliava lontana , emettendo una luce soffusa in una tinta rosso cupo da ogni singolo quartiere , edificio grottesco , lampione , finestra e porte .
    Il viandante proseguì spedito ma cauto sul sentiero che gradualmente si allontanava dalla sponda del lago , serpeggiando repentino a intervalli irregolari , come se fosse stato scalfito da un ebbro nei secoli .
    Un enorme arco si ergeva imponente all’ingresso , come un’ entità millenaria  , da rubare il cuore nel petto del viandante che si fermò in preda al timore e a una profonda ammirazione inaspettata .
    Era un blocco unico ed estremamente gigantesco di ossidiana con rubini incastonati , a formare in altorilievo una mano aperta che sporgeva a mezz’ aria in segno di saluto .
    Quando la mano rosso rubino pulsò vistosamente , piegando le dita lunghe e affusolate sul palmo come se fosse un invito ad entrare in città .
    Il viandante abbozzò un sorriso,  tanto che la sua dentatura scintillò fioca ma perlacea nell’oscurità , oltrepassando l’ arco .
    Le colonne ben distanziate erano talmente levigate da sembrare specchi , a immortalare le ombre .
    Il viandante procedette , senza accorgersi che le colonne si annullarono gradualmente in una densa cortina , che si espanse nella zona limitrofa .
    La nebbia emise una gutturale risata che echeggiava assordante e agghiacciante, da sembrare rompere i timpani del viandante in trappola .
    Il viandante non si scompose più di tanto , proseguendo il cammino , seppur ogni passo costò uno sforzo immenso .
    La nebbia divenne sempre più densa sul viandante , schiacciandolo a terra al passare del tempo inesorabile .
    La risata aumentò d’intensità nella zona limitrofa , tanto che la nebbia ondeggiava allo stesso ritmo .
    Il viandante non si arrese , continuando il suo tragitto arduo , seppur ogni passo era una fitta lancinante in ogni fibra del suo essere , ma strinse i denti mentre si avventurò pian piano fuori dalla nebbia .
    << Chiunque acceda , si pentirà e la libertà più non avrà >>  sussurrò la nebbia in un tono metallico e perfido in una litania agli ultimi passi del viandante .
    Il quale strinse i denti in uno schioppo tintinnante , sentendo distintamente il dolore percorrergli in ogni fibra del suo essere come se il fosse in procinto di frantumarsi , simile ai cocci di un  vetro che s’ infrange a terra .
    L’aria gelida sferzava sul viandante come una carezza di un amante , a sciamare via il dolore di poco fa , come la brezza estiva tra i fili d’ erba .
    Il viandante si girò , osservando accigliato l’ arco immutato dietro di lui.
    Scrollò le spalle se fosse stato reale o un illusione , controllando la cartina e procedette il suo cammino .
    L’arco rise ancora in un sussurro nelle tenebre .
    Il viandante s’incamminò lungo la strada che si assottigliava tra gli edifici fatiscenti, sbucando in piazza .
    Era circolare e ampia come la luna assente in apparenza in cielo .
    Il pavimento era piastrellato con microscopici frammenti ossei anneriti in strati , a ricoprire il terreno sottostante che grondava sangue e viscere tra le piastrelle stesse ad ogni passo .
    Al centro una fontana marmorea nera , a dislivello , che traboccava sangue coagulato nella piscina rettangolare sottostante , attorniata con statue effimere che apparivano e scomparivano al secondo sguardo .
    Erano informi e mutavano colore gradualmente in sfumature talmente scure da incrementarne la deformità stessa .
    Era l’emblema del male .
    I loro ghigni si allargarono sinistri ai passanti troppo incauti che si avvicinarono a loro .
    La fontana ruotava impercettibile su se stessa in un cigolio sibilante , da far scricchiolare le piastrelle ossee sottostanti , emettendo un’ energia nefasta che si espandeva come una cappa su tutta la piazza senza assortire alcun effetto sugli abitanti e sui passeggeri abituati .
    Un passante difatti cadde al suolo con un tonfo ovattato . Fu subito preda di un branco di Vampiri e Vampirizzati , che si accanirono famelici su di lui .
    La vittima urlò a squarciagola in preda al più vivido terrore , mentre veniva dilaniata .
    I canini si conficcarono nella carne , lacerandola,  da cui un fiotto deflusso di sangue fuoriusciva impetuoso come un fiume in piena . I Vampiri e i Vampirizzati succhiarono avidi ogni singola goccia , sollevando lo sguardo sul viandante che assistette a suo malgrado alla scena raccapricciante.
    La vittima urlava strozzata dal suo stesso sangue in cerca di una mera speranza , dibattendosi fino agli ultimi spasmi di vita .
    Gli altri passanti non fecero una piega , passando persino a pochi metri di distanza e lanciando uno sguardo fugace al passante in pericolo senza fare alcun che.
    Il corpo era ormai inerme in un lago di sangue , martoriato in morsi come punture di insetto , da poter intravedere appena la carne rossa sottostante contratta per sempre .
    Uno sciame di mosche fu subito attratto , ronzando intorno al cadavere lasciato dal branco . Non furono le sole a giungere al richiamo del sangue e della carne fresca .
    Un branco di Lupi avanzò verso la carogna , azzannando la carne e staccandola in pochi morsi fino a divorarla in un basso mugolio di soddisfazione e di dominio gerarchico .
    Il viandante notò uno dei Vampiri scrutarlo intensamente , sorridendogli .
    Era un sorriso tinto di vita appena prelevata, tanto che un rivolo rubino scivolava lungo l’angolo della bocca fino a gocciolare in un tintinnio impercettibile a terra .
    Il Vampiro alzò la mano , incitandolo ad avvicinarsi a lui .
    Il viandante lo ignorò in fretta e furia , procedendo lungo la piazza , fino a inoltrarsi in una delle vie laterali talmente stretta che passava quasi a malapena .
    Un sussurro lieve si elevò dal nulla .
    I lampioni grigio scuro quasi neri si ergevano al cielo , intrecciati come serpenti in fusione in un unico essere , emettevano una luce soffusa a intermittenza .
    La luce rossastra vibrò intensa , fino a spegnersi del tutto, inghiottita nelle tenebre più fitte .
    Il sussurro divenne un vero e proprio lamento roco che rimbombava nella via .
    Non era una voce . Bensì era uno Spettro che ululando come un lupo prima della caccia trapassava il viandante veementemente, quasi da sbilanciarlo al indietro .
    Lo Spettro , un giovane morto prematuro , falciava l’ aria con il suo lamento senza fine tra le strade della città .
    Il viandante riacquistò ben presto l’equilibrio , sistemandosi una ciocca dietro l’ orecchio e riprese il cammino , fino a svoltare a meta .
    Un edificio grottesco che sembrava in procinto di implodere da un momento al altro , sorgeva alla fine della strada su una piazzola deserta che aveva avuto tempi migliori.
    Il tetto era spiovente e seghettato simile a un pugnale , emettendo un debole bagliore fluorescente quasi spettrale .
    Le finestre erano chiuse in ante , da sembrare inchiodate in travi di legno , come se fosse abbandonata da qualche tempo , se non ci fosse una luce interna che raschiava debole all’esterno .
    I balconi erano semicerchi in sbarre arrugginite .
    La porta era rimasta semiaperta , d’ ebano con incrostazione delle temperie passate e con una maniglia a forma di serpente arrotolato su se stesso in posizione di difesa .
    Il viandante appoggiò la mano sulla maniglia , sentendo il freddo metallo emettere un formicolio lungo il palmo che saliva fulmineo in tutto il braccio teso .
    La maniglia scattò furtiva su di lui , prendendo vita e avvolgendogli in un fruscio di squame appuntite e pesanti  intorno al polso in una presa d’ acciaio , tanto che l’ osso scricchiolio agghiacciante,  in procinto di spezzarsi da un momento al altro .
    Il viandante tentò di divincolarsi ma invano .
    La maniglia lo tirò pericolosamente contro la porta , tanto da poter intravedere perfettamente le linee più profonde del legno massiccio seppur levigato .
    Il viandante tentò di impalarsi nel suolo sottostante ma i piedi strisciarono in una frizione acuta contro il pavimento piastrellato , come tutto il corpo verso la collisione inevitabile .
    Il viandante chiuse gli occhi a un nonnulla dalla porta , allorché si trovò catapultato al interno .
    Era in un ingresso stretto e buio ma soprattutto spoglio , a parte un quadro appeso alla propria destra in prossimità della porta .
    Il ritratto ondeggiava , distorcendosi anomalo fino a fuoriuscire in un lamento strozzato . Le mani dipinte si aggrapparono alla cornice che sbatacchiò sinistra,  a rompere il silenzio palpabile nella zona limitrofa .
    Il viso si distese in lineamenti delicati e femminili ma accentuati in un ghigno perfido verso il viandante .
    Il ritratto spostò lo sguardo da lui alla porta , dove la maniglia serpentina stagliava , allungata in risalto che emetteva un debole bagliore dorato nell’ oscurità .
    Il viandante deglutì nervoso , voltandosi e incamminandosi lungo il corridoio , dove una luce in fondo diramava le tenebre circostanti , a esaltare il confine tra il corridoio e la stanza .
    Quando sentì un respiro dietro alla nuca .
    Un rumore di passi grevi alle sue spalle , prima di un fragore che echeggiò rombante nel corridoio .
    Il fiume di Eraclito molte volte ha cambiato
    la sua acqua vorticosa e ialina
    prima che il suadente sapore delle tue labbra
    fosse parte dei miei ricordi,
    Ananke ha giocato donandomi il tuo fiore
    ma restituendo a Priapo quello che avevo.
    Questo terribile gioco della sorte
    mai potrà cancellare il tuo sguardo
    e la tua fragranza per sempre
    simbiosi del mio cuore.
    A te che sei nato dalle lacrime versate
    per un dolore mai cessato,
    a te che cavalchi i colori e i profumi
    di quel lembo di terra mai dimenticato,
    a te che hai saccheggiato quella tigre
    che il poeta non poteva vedere,
    a te che ti sei abbeverato delle parole
    che giganti avevano donato al tuo creatore,
    a te, che come altri tuoi simili, volevi narrare
    quanto dolore e quanta solitudine
    ci fosse in tuo padre che con amore ti ha generato,
    a te che avresti voluto essere fiore per odorare,
    a te che come violino volevi musicare,
    a te che come zucchero volevi farti gustare,
    a te che come seta sulla pelle volevi toccare,
    pochi cuori alla fine han tremato,
    non sarai posto nel palazzo reale,
    sarai dimenticato in qualche scantinato
    e il tuo verbo perso nell’oblio,
    sappi però che tuo padre ti ama,
    per sempre resterai nel suo cuore,
    seguirà con zelo le tue istruzioni
    per essere preparato quando
    finalmente la nave salperà.
    Alle spalle ridete delle mie frasi che con fatica
    cerco di comporre per essere ricordato come voi,
    parlate tra di voi ironizzando
    su quel sinonimo malamente usato,
    voi che avete parlato di eroiche gesta,
    di donne di cui ogni uomo è innamorato,
    voi che avete scelto le combinazioni migliori
    di quelle maledette ventiquattro sorelle
    per farvi ammirare in ogni luogo e tempo,
    musica e poesia è lo sfogliar le vostre pagine
    mentre nessuna emozione lascia mestamente l’opera mia.
    Vorrei esser solo lieto di aver conosciuto le vostre parole
    e accarezzarle, annusarle, toccarle
    senza aver avuto il desiderio immane di
    farle conoscere a chi ignaro ne fosse.
    Ora sono qui convinto del fallimento,
    vergognandomi di voltarmi per sceglierne uno
    e veder quanto in confronto a voi io fossi nano
    giganti di quel mondo mai scordato.
    Che vita è mai nascosta tra quelle righe
    ignare a chi ti passa vicino senza
    fermarsi a chiederti chi sei,
    se mai sarai in bella mostra accanto
    ad altri che silenti narrano altri amori,
    gioie o dolori di cui nessuno mai niente saprà.
    Eppure, come un uomo, con dolore sei nato,
    del sangue è stato usato per mostrarti al mondo,
    bello sarai agli occhi di tuo padre
    ma quei segni stampati, che solo a pochi
    daranno il senso di un ordine
    regalando suoni, profumi e sentimenti,
    l’oblio piano piano raggiungeranno,
    fallimento diverrai del sogno del tuo creatore
    e la tua storia raggiungerà le altre dimenticate
    nell’immensa biblioteca di Babele.
    1 ottobre 1972
    Dormi, Isabella? Sogni? O sei andata altrove?
    C’è un altrove?
    Tu dicevi di no, dicevi che quello che ci è dato è adesso, e bisogna prenderselo subito, tutto, fino in fondo. Dopo non c’è più niente.
    Dicevi chi mi ammazza. E ti hanno ammazzata.
    Io ti ho ammazzata.
    L’angelo severo, custode immobile della tua cappella, mi fissa con occhi vuoti, non mi lascia entrare. Lacrime di pioggia scivolano sul suo viso e sul mio, mi scendono lungo il collo come un gelido bacio.
    Io non ne ho più, di lacrime.
    Te ne hanno regalate tante gli altri, insieme a tutti questi fiori. E se ne sono andati via, con il loro dolore, le loro parole accorate, la loro voglia di allontanarsi e di dimenticare.
    Dimenticare che si muore.
    Se ne sono andati a riprendersi la vita, lontano da questo profumo che stordisce.
    Ma io non posso andare via.
    Questa cappella è buia. Fredda. Piena di fantasmi.
    Se me ne vado resterai sola.
    No, a restare sola sarò io. 
    Esistevo con te. Da sempre.                   
    Dal nostro primo giorno.
     
    Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti o esistite e non più in vita è da ritenersi puramente casuale e frutto della fantasia della scrivente.la tua storia...
     
    Gelinda era una studentessa fuori sede, alta, corporatura massiccia ma atletica, Sara l’aveva conosciuta in palestra e subito le era risultata simpatica.
    C’era però il tormento negli occhi suoi ma era così difficile avere del tempo per conoscersi meglio.
    Appartenendo allo stesso gruppo di amici riuscivano a condividere solo serate danzanti in locali poco propensi ad una conversazione serena, approfondita e profonda.
    Un giorno arrivò un invito “vieni a casa da me l’altra coinquilina è via ed abbiamo la serenità di parlare un po’ più a fondo … ho bisogno di un’amica”.
    In meno di mezz’ora Sarà fu da Gelinda.
    “Entra, sono molto felice che tu sia riuscita a raggiungermi”….. aveva uno strano sguardo, era preoccupata, molto, e gli occhi erano rossi, sembrava avesse pianto.
    “Cosa ti succede” le chiese Sara.
    “Devo parlarti di una cosa, ne ho bisogno ma spero di non perderti.
    “Parla, puoi aprirti con me”.
    Gelinda era di un paesino in provincia di Potenza e quasi sempre il fine settimana era via.
    “Devo raccontarti tutto. Mi sembri una persona che può essere un’amica vera ed io ne ho bisogno, ho bisogno di consigli”.
    Sara si preparava al peggio perché il tono non sembrava promettere molto di buono.
    “Devi sapere Sara, che sono innamorata di un uomo. Si tratta di un istruttore di sci. Bene, tutto sembrerebbe bello e felice, ma in verità lui è una persona molto ermetica e tenebrosa. Non è sposato, almeno dice di non esserlo e dalle mie ricerche non trovo smentita, vive con la madre ed il rapporto con lei, nonostante lui abbia 48 anni, è burrascoso, lo tratta sempre come un ragazzino. Con me non è sempre presente, spesso si eclissa dando la colpa ai suoi problemi lavorativi. Non ha un lavoro stabile e spesso si lancia in situazioni fallimentari (quello da istruttore di sci gli rende poco), nell’ultima infatti ha contratto un debito e ….. mi ha chiesto di aiutarlo di fargli ancora, di nuovo un prestito.”
    Sarà corrucciò la fronte, cominciava a preoccuparsi e nonostante fosse una donna forte preparata a tutto e sempre disponibile sentiva crescere in lei il desiderio forte di non saperne più nulla e poter andare via.
    Ma restò.
    Gelinda continuò “non so come comportarmi, ancora non mi ha restituito quanto gli ho prestato precedentemente, soldi che io ho accumulato pian pianino facendo ripetizioni qui da fuori sede, e soldi che erano i risparmi che mia madre mi da per mantenermi agli studi tra casa, affitto, palestra, bollette, spesa ….. insomma la cosa mi pesa e mi mette in difficoltà. Ho dato fondo anche ai miei risparmi di un importo abbastanza consistente e volevo chiederne la restituzione per cui questo ulteriore richiesta di prestito mi mette in difficoltà”.
    Sara le chiese “Scusami Gelinda ma dove trascorrete il vostro tempo? A casa sua? Conosci la madre? “.
    Gelinda rispose “in hotel, diversi, sempre di lusso, quando organizza week end insieme”.
    Sara era sempre più preoccupata e stranita “se era indebitato perché e con quali soldi la portava in hotel di lusso? Quindi tirando le somme pagava Gelinda …..”.
    Gelinda continuò “il problema non è solo legarmi ad un uomo che nulla promette per il futuro, ma a questo punto la chiusura. E’ capitato che io abbia accennato al volerlo lasciare ma ha minacciato di farsi del male. Ma non è solo questo. L’altra giorno sono tornata a casa ed ho trovato mia madre in lacrime, nervosissima e preoccupatissima, aveva una audiocassetta in mano.” Era una vecchia audiocassetta di quelle ancora a nastro. “La voce della donna che parlava in audiocassetta non la conoscevo affatto, ma diceva signora sua figlia frequenta una persona molto brutta e moto ambigua e forse pericolosa, deve lasciarla immediatamente. A quel punto dovetti parlare a mia madre della storia con l’istruttore di sci ma non dissi nulla in merito ai prestiti fatti ed ai soldi che doveva restituirmi. Avevo paura di spezzarle il cuore e di darle ulteriori preoccupazioni”.
    “Ora io ti chiedo” chiese Gelinda a Sara “come posso mai fare a chiudere ed a ottenere la restituzione dei soldi e restare serena che non si faccia del male lui e non ne faccia a me o a mia madre?”.
    Sara si sentì profondamente impotente, non immaginava che quella sua amica potesse portare un fardello così potente sulle spalle e non sapeva proprio cosa consigliarle.
    Disse “sinceramente, Gelinda, non so cosa consigliarti, di sicuro devi allontanarti, non forzare sulla restituzione immediata ma fagli firmare qualcosa, poi renditi indisponibile con mille scuse ora con il dover stare con tua madre, ora con lo stare male tu ma allontanati e cerca di farti degli amici nel palazzo che riescano a darti indicazioni di ogni spostamento sospetto soprattutto al tuo appartamento o addirittura porta e non restare mai sola.”
    “Ok, farò così” rispose Gelinda.
    “Ora è tardi, devo andare ci sentiamo domani ok?”.
    “Ok Sara”.
    Sara il giorno dopo si recò a lavoro, davanti alla saracinesca del piccolo ufficio dove lavorava vide adagiato a terra un piccolo fermacarte a forma di semisfera con la neve che cadeva se lo capovolgevi e dentro un paio di sci. Provò a telefonare Gelinda: un messaggio di segreteria ripeteva “spiacenti il numero da lei composto è inesistente” ma a quel numero il giorno prima aveva risposto Gelinda.
    Dopo il lavoro allora si recò a casa di Gelinda ma alla porta nessuna risposta, provò a chiedere alla sua vicina che adorava Gelinda ma lei rispose “ma qui non ci abita nessuna persona ormai da mesi ed io non conosco nessuna Gelinda”: a Sarà le si gelò il sangue nelle vene.
    Andò via di lì e cercò di non pensarci mai più.
    Prese il fermacarte e lo mise sulla scrivania: era davvero carino ed utilissimo.