Banner_Sondaggio.jpg

  • Banner_Officina.jpg

  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    Marco Penzo
    Al simposio
    si parla di amore.
    Noi amici del sapere
    ci rifugiamo da una
    società aliena dall’amore puro
    per tornare a noi,
    al nostro essere umani.
    Limite o limitatezza?
    In noi risiede la grandezza
    come la pochezza,
    e ritmando i colpi del cuore
    battiamo i calici per un
    sorso di vino.
    E sondiamo la verità
    in cerca di compassione
    di una nuova emozione.
    Ci ruberanno la memoria
    e ci diranno solamente:
    "Noi siamo tutti uguali,
    ma noi molto di più".
    La loro democrazia è
    fatta di inganno, quello
    dell'ingiusta misura,
    quello del narcisistico
    odio del prossimo,
    il grave disprezzo.
    Qui il nostro destino
    sembra una lenta,
    angosciante, amara
    discesa nella mediocrità.
    Arrivò la mattina del 21 dicembre. La finale si sarebbe disputata tra gli "Andersen Hawks" e i "Bears", che avevano superato brillantemente le semifinali. La palestra di Hope era stata preparata al meglio. Vi erano guardie in divise e in borghese, collegate tra loro con un piccolo microfono ed un'auricolare. La palestra era stata divisa in due settori distinti. Da una parte stava la tifiseria degli Andersen Hawcks , mentre dall'altra quella dei Bears. Bruce come al solito si trovava vicino all'uscita. I ragazzi delle due squadre si trovavano in panchina. Gli allenatori stavano dando gli ultimi consigli. Il signor Marlock prese ben presto il microfono e fece il suo discorso di presentazine. Poi via il fischio d'inizio.La partita cominciò sotto tono. Sembrava più che altro un allenamento tra amici. Nessuna delle due squadre riusciva a tenere la palla più di qualche secondo. I ragazzi parevano svogliati, come se questa partita fosse stata loro imposta.Gli allenatori dalle panchine urlavano, gesticolavano, incitavano ad una rapida ripresa. Ma in campo nulla cambiava. Tra gli spalti aumentava il malcontento e Bruce, dalla sua postazione osservava incredulo.. Ma cosa diavolo stava accadendo? Non si aspettava certo di assistere ad una simile disfatta. Forse la maledizione non aveva avuto effetto? Beh, non poteva che esserne felice anche se questo comportava un terribile figuraccia per i suoi ragazzi. Così il primo quarto finì incredibilmente 7-9. Appena arrivate in panchina le due squadre vennero severamente rimproverate. Nella formazione successiva scesero in campo i giocatori migliori; così negli Hawks si trovarono insieme Andrè, Timmy, Emil, James e Lion.Sembravano tutti alquanto combattivi. Come i loro avversari.Ma appena toccata palla, come per magia, lo scenario cambiava e la grinta lasciava il posto ad un ritmo lento e pigro.Si stava incredibilmente ripetendo la situazione di poco prima. Ormai il pubblico era incontenibile. Vi erano fischi, insulti, e gli agenti  tentavano in ogni modo di calmare gli animi. Intanto il gioco proseguiva a rallentatore. Bruce non sapeva più cosa credere. Si stava verificando qualcosa a cui non aveva pensato. Il maleficio stava utilizzando una nuova tecnica d'attacco e lui non era affatto pronto per affrontarla. "Che fare adesso? Sono solo. Oh povero me, non abbiamo via di scampo."
    Intanto guradava incredulo Emil che pallegiava felice e quando si trovava sotto canestro, al posto di tirare, perdeva irrimediabilmente la palla. Lo stesso accadeva ai compagni e agli avversari. "Abel non ha certo messo in conto un comportamento del genere. Come farà Emil a vincere la maledizione in queste condizioni. Ormai è la fine".  Improvvisamente un bagliore accecante illuminò la palestra. Si sentirono urla, grida e poi.... il silenzio. L'uomo aveva chiuso gli occhi per proteggersi da quella luce improvvisa. Poi, non sentendo alcun rumore, li aveva riaperti piano piano. Cosa era successo? Nessuno si muoveva. Tutti erano cristallizzati nella loro ultima posizione. Incredulo iniziò a chiamare Margot, Carl, Charline,i professori, a salire e scendere dagli spalti. Ma tutto era fermo. Solo lui poteva muoversi. L'unico tra tutti i presenti.All'improvviso si accorse che qualcosa non andava. Con il cuore in gola si precipitò in mezzo al campo e vide che Andrè, Emil e Thimmy erano spariti. Terrorizzato li chiamò una, due, tre, venti volte...ma niente, le parole rimbombavano nel vuoto. Era in piedi, solo in mezzo al campo, inerme, privo di forza,consapevole dell'attacco appena subito. Poi, un lieve fruscio lo fece voltare.. Si trovò faccia a faccia con l'abate Blake, che con aria soddisfatta lo guradava con i suoi occhi terrificanti. "Bruce, vecchio mio! Ho vinto ancora! Non ti aspettavi tutto questo vero? Me ne rendo conto, ma non bisogna mai sottovalutare il proprio avversario. Mai!" La sua risata sinistra riempì l'aria. Bruce lo guradò con rabbia, poi con un balzo lo prese per il collo ed iniziò a scuoterlo. "Viscido essere meschino! Dove sono finiti i miei agazzi? Cosa ne hai fatto di loro?" Intanto le risate aumentavano. All'improvviso svanì sotto quella stretta per riapparire poco più in là. "Povero sciocco non sai vche tutto mi è possibile! I tuoi cari ragazzi verranno tra poco sacrificati...ma non qui. Ringraziami! Almento ti risparmio una carneficina. Questa volta mi basteranno solo loro, ma non farne un'abitudine. " Poi scomparve. Il cuore di Bruce batteva al'impazzata, quasi volesse scoppiare dalla disperazione. Si accovacciò in mezzo al campo con la testa tra le mani e iniziò ad urlare.
    LA BATTAGLIA  DELLE BLATTE
    di DINO FERRARO
     
    Le parole  scorrono  tra le dita della notte,  illuminata da una bianca luna ,scorrono   tra i tanti ricordi che volano timidi sopra le  nostre teste,  all’interno di un universo metafisico , in  un tempo passato che non farà mai più  ritorno . Credere in se stessi , in ciò che siamo stati,  nei propri   ricordi ,ingrati,  innocui  che si sono accumulati  dentro  noi , ci hanno spinto a sperare  di poter ritornare giovani, innocenti  come il primo giorno di scuola , come  il sogno di un fanciullo che ha dormito tra le braccia di sua madre, piegati dal caso,  fino ad un ultimo respiro che si dissolve nel vago dire che  persegue regole ,  metriche antiche.
     
    La vita può essere spesso ingiusta  ,forse crudele  in un attimo sei  in  lei che gioisci , vivi di una gioia , senza limiti ignaro di cosa sia la sofferenza altrui , a volte sei parte di  lei d’una  tragedia popolare  in compagnia di vecchie  mignotte che seggono fuori l’uscio delle loro case fatiscenti. Rimani là ignaro spettatore ,  nell’ attesa di clienti d’ogni ceto sociale ed è  un via,  vai , continuo , un richiamo sordo fatto di puro sesso ,  un eco che avvolge la città,  le sue maledizioni i suoi desideri nascosti. Ecco in questa storia , avremmo potuto essere tutti felici,  pensa se non ci sarebbero stati , mai guardie e ladri , ne vincitori , ne vinti , ne  carcerieri , ne carcerati. Sarebbe stato bello come il primo giorno di scuola , senza dover affrontare i soliti bulletti di quartieri , passare attraverso il male di un epoca di una citta che cresce su i suoi delitti  nei   suoi sogni infranti, tra mille voci che si susseguono,  diventano una.
     
    Bello,  tanto bello come questo mattino  radioso che m’accoglie con il fiato alla gola,  mi porta in giro per strade derelitte , figlie di una storia antica , svergognate , sciupafemmine, stracche , nel loro  iperrealismo orfico , tutto potrebbe essere bello,  come in una bella giornata di sole. Ed io alle quattro di mattina ,  ho dovuto correre in centrale per un fattaccio  urgente ,  causa  un malandrino , trovato morto nei pressi della vicaria , vicino alla ferrovia. E mi faceva male lo stomaco . Sono sceso dal letto e ho scorreggiato cosi tanto che la signora del piano di sotto avrà sentito tutto.
     
    Bella giornata, quanti morti stesi al sole, tante vittime e non c’è  nulla da capire , forse avremmo  potuto  cambiare pelle come i serpenti al sole,  cambiare colore , divenire   tutt’ altre persone, vivere in un mondo , ove si ha il diritto ad essere se stessi e no marionette, figli di zoccola,  lasciati giocare  da soli a pallone in mezzo ad una strada.
     
    Ed io mi continuo a domandarmi chi me lo fa fare,  non guadagno più  di un infermiere e  pure sono un ispettore di polizia. Mio padre , mi avrebbe voluto Medico  o Avvocato, io non sono arrivato mai alla laurea , però ho studiato tanto, giorni, mesi , anni , tutte le leggi di questo mondo, tutti i commi , tutti i perché di questa vita  . Non ho trovato risposta,  alle tante mie domande . Però quando ero in ufficio insieme ai miei colleghi , mi sentivo  orgoglioso di me stesso , migliore di loro,  più colto , capace di grande imprese  , capace di risolvere grandi misteri. Poter acciuffare criminali, ed altro in poco tempo. Divenire famoso , più famoso di Sherlock  Holmes , dell’ ispettore Vinci , buonanima , collega di mio padre . Perché io sono un figlio d’ arte un Vicolo figlio di un povero poliziotto che ha sgobbato giorno e notte senza mai arrivare al grado di maresciallo.
     
    La città ti rapisce con la sua bellezza , con il suo amore clandestino ti coinvolge ,  così mi  butto  a capofitto in mille indagine, inseguimenti che portano a volte,  cosi lontano fin sopra la luna , fin sopra un altro pianeta , che ti fa parlare e divenire amico di strani personaggi, imbecilli, crudeli, senza capelli , senza denti,  strani esseri che popolano i nostri peggiori incubi.
     
    Sono giunto in centrale , Giovanni m’aspettava con quella sua faccia di schiaffi in piedi su i gradini dello scalone principale.  Giovanni , vice brigadiere , al mio servizio , come assistente, padre di dieci figli , di cui sei , sposati con diverse donne non italiane , un suo figlio,  Filippo  ha sposato  una sud americana,  una portoricana un gran bel pezzo di gnocca, con due seni stratosferici , che quando la vedo,  mi ballano gli occhi e nonno di già otto nipotini e quando vado a casa sua , per via dei vari inviti  a cena o  di  compleanno  dei suoi nipoti e figli , perché Giovanni pretende che io sia presente a tutte le sue feste , fatte in casa sua e non ci sono ragioni o scuse per dissentire . È quasi inutile , inventarsi mille scuse e mille improvvisi malanni, capace di prendermi pesolo , pesolo  e portarmi a casa sua  dove seggo  sempre a capo tavolo,  con grande entusiasmo  della sua numerosa prole. Battimani e bottigline di coriandoli, spari  e botte a muro,  mi fanno tante feste  e dispetti ogni qual volta  che  vado a casa  del mio assistente Giovanni Sputazzella. Ed ogni volta ,  trovo   qualche avvenente tardona , desiderosa di sposarmi , ne avrò conosciute a migliaia,  a casa sua , fanno la fila  , tutte donne di mezza età , molte vedove , alcune belle, certe  veri cessi scardati che non vi racconto. Tutto opera della moglie Caterina di professione Capera , ovvero parrucchiera a domicilio. Tutte le sue cliente ed amiche  ambiscono a vedermi ammogliato e si perché  ho raggiunto una matura età,  ed  non ho mai preso moglie . Non ho trovato mai qualcuna , che facesse al mio caso non è  mai scoccato in me quella scintilla con cui mi sentissi attratto a tal punto da vedermi ammogliato , padre, con tanti marmocchi per casa. Ho amato e conosciuto tante donne , ho trascorso tante ore a letto con certe topone , smargiasse, belle figliole. Ma ci tengo alla mia libertà e forse cosi facendo morirò  solo , senza avere eredi.
     
    Giovanni m’aspetta fuori la questura,  impaziente , mi corre incontro,  mi dice veloce , veloce hanno trovato un tizio morto giù al porto,  non si sa da dove venga , forse e un alieno  , forse qualcuno importante , sceso da qualche nave in crociera.
     
    Beh cosa aspettiamo andiamo a vedere.
     
    Subito Signor ispettore, il tempo di  togliermi  questo colletto che mi stringe il collo . La macchina è  pronta.
     
    Bene . Giovanni non facciamo casino come a solito . Chi conosce per adesso  la dinamica dei fatti ?
     
    Nessuno signor ispettore. La telefonata  lo presa io , sono stato avvertito dalle guardie municipale in servizio  , che hanno trovato il corpo riverso nel secchio dell’immondizia.
     
    Nel secchio dei rifiuti?   Senza alcun rispetto. Si sono divertiti. Sali in macchina , Giovanni . Andiamo a vedere cosa e successo.  Il corpo è  ancora li o all’ ufficio di medica legale?
     
    No e ancora lì.  
     
    Bene ,accelera ed attacca la sirena . Voglio capire cosa e successo, voglio risolvere il caso in poco tempo. Anzi facciamo una scommessa, Giova' se riesco a risolvere il caso in pochissimo tempo , dammi due giorni al massimo, io mi sposo con qualche amica di tua moglie.
     
    Veramente  dite , ora telefono a mia moglie e gli lo dico. Aspetta non dire ancora nulla , fermo che fai mi vuoi vedere morto. Mi dispiace ero in viva voce , ha sentito tutto,  il mio telefono  di ultima generazione e velocissimo.
     
    Puozze passa nù guaio a te ò  telefono veloce.
     
    Ogni promessa è una promessa,  fatta  davanti a nostro signore.
     
    Ma che palle . Giova' che sei.
     
    Mi trattate male perché vi voglio bene e vi stimo,  ispettore  ed io lo sapete  ,voglio solo il vostro bene.
     
    No , tu vuoi il mio male. Di questo te lo assicuro.  Ma ora tua moglie veramente a sentito ciò che io dicevo in proposito del caso da risolvere ?
     
    Sissignore ha sentito tutto. Quella all’orecchio fino e la lingua lunga.
     
    Giù al porto i due giungono  in poco tempo la macchina corre  follemente in mezzo al traffico , la guida Giovanni buttando all’aria durante la folle corsa  tre vecchiette ferme al  semaforo e incapando una utilitaria dove due fidanzatini facevano l’amore provocando un tamponamento a catena che porta  al ferimento di ottanta persone, tutti  passeggeri di un autobus di linea,  diretti a san Giovanni a Teduccio. Per non parlare poi delle tante malaparole che s’odono  nell’eco delle sirene spiegate al vento. I chi ta muorte e che te stramuort , abbondavano sulla bocca degli stolti , che un vecchiarello di novanta anni salta dalla sedia e dice :  è  arrivato  il  terremoto, questo fece innescare un panico generale ed un ripercussione psicologica sulle decisioni del sindaco di Napoli nel prendere seri provvedimenti su da farsi per liberare le fogne cittadine dall’ invasione di blatte  in atto  in quei cupi giorni della repubblica italiana.
     
    Ed il male , non vien mai da solo,  ma sempre in compagnia di tanti accidenti. Non ci sono ragioni,  mezzi termini per capire il significato linguistico delle blatte  intente a  voler a tutti costi prendere il potere in città'. Una guerra nelle fogne era in atto,  milioni  di scarafoni neri , rossi , grossi come sorci si preparavano alla guerra contro gli esseri umani.
     
    Milioni di scarafoni, coadiuvati da insetti di ogni specie s’alleavano per poter conquistare una propria terra in cui vivere. Questa alleanza si allargò  con l’ amicizia fatta da un vecchio scarafone con  Ibrahim proveniente dal Congo immigrato in Italia da otto anni , disoccupato cronico  , perennemente preso a calci da chiunque all’angolo della via  Conte di Tarchia,  semaforo otto . Ibrahim nù buono guaglione che s’era imparato pure a parlare napoletano. Che faceva ridere i connazionali con barzellette spinte, ed aneddoti vari. Un tipo segaligno che si faceva tre seghe alla sera prima d’addormentarsi  nel suo sacco a pelo guardando riviste porno.
     
    Le blatte volevano vincere una guerra,  contro ogni forma di potere , contro gli umani invasori di quella terra che nella notte dei tempi era stata dei loro padri. Nobili scarafoni che discendevano dal sacro scarabeo egizio , proveniente da una costellazione di  alfa centauro.
     
    La vita potrebbe essere bella per tutti , per le blatte come per Ibrahim che continua a lavare i vetri delle macchine per  pochi spiccioli  comprese  le tante  sputazzate in facce  che ogni sera  raccoglie e che non gli le toglie nessuno, ed anche  sé lui  nel suo  gentile idioma apostrofa tante malaparole  gli automobilisti sorridono incosciente sentendo quel povero negro  urlare a squarciagola .
     
    Beato te  , Giovanni che non hai mai capito nulla   della vita e ti sei dato , da fare con tua moglie,  facendo dieci figli.  Magnifico ,  tanto bello e non sai quando t’ invidio. Avrei avuto io tanta pazienza , nel costruirmi una famiglia . Oggi non mi sentirei cosi solo. Non dovrei correre con te qui giù al porto a vedere chi ha ammazzato un morto che era già morto,  da chi  sà  quando tempo.
     
    Avete ragione ispettore cosa volete farci. Fatevi una ragione , meglio una fumata. Un bicchiere di vino,  ho qui una bottiglia piena .
     
    Giuvà  ma tu sei pazzo,  bevi in servizio. lo sai che potrei metterti agli arresti per questo. E una grave mancanza. Ma visto come vanno oggi le cose , chiudo un occhio e una bella fumatina ed un bicchierino di vino  me lo faccio alla faccia di chi  mi  vuole male
     
    Ben detto , alla  vostra salute Ispettore Vicoletto.
     
    Vicolo Giovanni faccio di cognome Vicolo , no Vicoletto.
     
    Scusate, Ispettore volevo aggraziare il cognome , alla salute .
     
    Si per vicolo e vicoletti me lo vorresti mettere nel culetto Ma quando arriviamo ?
     
    Ci siamo quasi ,il tempo di girare l’angolo e siamo li dal morto.
     
    Dentro un secchio di rifiuti il poveretto era capovolto  a testa in giù con i piedi che uscivano dal secchio,  le mani legate dietre la schiena.  Era un alieno,  come era stato detto,  uno della costellazione di alfa centauro , chi sa come finito nelle grinfie di spietati assassini che bazzicano il lungo ed in largo il porto. Poveretto,  aveva cosi tanto viaggiato , attraversato universi sconosciuti per poi venir ad essere assassinato  qui in questa  maledetta città  da quattro camorristi con  le mani  macchiate  di cacca.
     
    Intanto nelle fogne il fermento della rivolta si propagava. Milioni di blatte erano pronte all’assalto, coadiuvate da Ibrahim che sapeva parlare bene il blattesco , poiché aveva passato anni in loro compagnia , la rivolta brillava all’orizzonte. Gridi di battaglia, canti di guerra , inni di vittoria , a morte , a morte  il sudicio essere umano.
     
    Ibrahim aveva portato con se nelle fogne anche un suo amico uno scozzese che era giunto in città' viaggiando a scrocco sui treni regionali , aveva una lunga barba bionda occhi azzurri e un bel sorriso, di notte si chiamava Marx ed aveva studiato tanto nella sua vita,  cosi tanto da sapere a memoria tutta la storia d’Europa  . Conosceva di fisica ed astronomia, di matematica e di medina nucleare,  un vero genio nello giocare a scacchi. Un gran rompiscatole che aveva allevato una squadra di pulci ed una zecca di cane a fare i salti mortali. Aveva concepito  uno spettacolo surreale ed unico nel suo genere che non aveva pari al mondo. Le sue pulci erano simpatiche e assai carine la zecca era la capo squadra , poi c’ era una cimice,  maritata ad una pulce che era sempre incinta. lo spettacolo l’aveva ideato Marx  anzi l’aveva sognato una notte , mentre poco  dopo lo imprigionavano  dentro una cella della Bastiglia . Sonnacchioso  , sopra una panchina,  sotto le stelle di Parigi.  Là  poteva sentire ogni voce ed ogni sussulto,  mormorio delle acque della senna ed i gridolini degli amanti che echeggiavano nell’ aria primaverile della dolce Parigi con i suoi bistrò,  con le sue comuni,  con la sua filosofia di un vivere aldilà di ogni morale.
     
    Vivere una vita ai margini di una società , ove nessuno e libero d’ essere ciò che vuole , dove siamo tanti numeri , visi uguali , facce della stessa medaglia che pende sul petto di un  valoroso eroe. Eroi , uomini, topi, scarafaggi esseri umani abitanti di sconfinate periferie ove s’ alimenta il sogno della rivolta, ove il giorno del giudizio s’attende in silenzio pregando , pagando il dazio d’ essere ciò che si è. .
     
    Marx non ha mai guadagnato molto,  con i suoi spettacoli le pulci a volte , anzi spesso gli recavano uno strano prurito, a volte scappavano per ritornare con qualche nuova amica dispettosa e civettuola che s’ atteggiava a bella femmina e faceva arrapare tutte le pulci maschie della sua piccola scatola ove Marx li teneva protette dal mondo,  da strani nemici,  da occhi indiscreti. Quanti bambini hanno sorriso ai suoi spettacoli , quante ragazze hanno sorriso e si sono innamorate di Marx  di quello sporco barbone dalla  pelle chiare e vermiglia,  dai lunghi capelli biondi , cosi simile ad  un vichingo, ad  un guerriero gallo , cosi simile  alla libertà  che viene e và  e ti porta a sorridere  innocente durante quei  piccoli spettacoli  di pulci volanti.
     
    Il morto l’ abbiamo tirato dal secchio dei rifiuti , gli abbiamo preso le impronte digitali, abbiamo rovistato nelle sue sacche , guardato nel portafoglio,  senza un becco di un quattrino  e uscita fuori  una quasi stracciata carta d’ identità , abbiamo scoperto da dove venisse ed abbiamo avuto la certezza che il morto era un alieno ovvero un  turista extraterrestre proveniente dalla costellazione di alfa centauro. Si chiama George Abramovic Letterman di razza adamica della specie saura umana. Era  un ingegnere e dovrebbe avere , forse moglie e figli sul suo pianeta. Chi sa  perché lo hanno ammazzato , strane , le punte delle sue dita rosicchiate ,tagliuzzate , l’ orrore  sul suo viso e una strana smorfia quasi di meraviglia,  come se avesse visto qualcosa d’ incredibile  ,qualcosa che  lo  ha condotto  inesorabilmente alla morte.
     
    Perlustriamo la zona del delitto , troviamo numerose piccole tracce , cacatine d’ insetti, ali di moscerini spezzettate , uno strano , fetido,  odore nauseabondo.
     
    Giovanni  ma tu la senti questa puzza ?
     
    E come no ispettore fa girare lo stomaco . Mi viene quasi da vomitare. Una puzza di scarafone morto.
     
    Eh proprio cosi, una puzza di scorreggia  di scarafaggio.
     
    Chiamo la polizia mortuaria,  dopo aver preso ogni informazione sulla salma  e gli oggetti , che aveva in tasca il contesto in cui si trova , faccio ipotesi di come può essere stato ucciso da chi e perché avrebbero  dovuto  uccidere un turista extraterrestre incensurato ,  anche se la risposta e lampante,  per rubargli i soldi o qualche oggetto prezioso. Anche se tutti gli indizi e le tante piccole ferite sulle mani mi fanno pensare ad una lotta  animalesca poi mentre sto a telefono con la polizia mortuaria che dovrebbe portare il cadavere all’obitorio per l’autopsia vedo uscire dalla bocca del malcapitato due o tre scarafaggi tutti bagnati  , incredibile , sporchi insetti esclamo.
     
    I scarafaggi escono dalla bocca del morto che ha sotto il mento , non come noi , sotto il naso. Che ha tre occhi ed un naso a patata ,  piccole antenne , spuntano dalla sua testa lunga ed appuntita.
     
    Mi precipito ad acchiappare i due scarafaggi che escono dalla bocca del cadavere, uno corre,  cosi veloce che s’infila dentro un tombino fa un salto di tre metri svolazzando come un piccione impazzito per poi  scomparire  da li a poco nella saitella,  facendomi marameo, marameo .  L’ altro credo una scarafona femmina invece la catturo ,  tirandogli addosso la mia giacca.  La vorrei interrogarla fargli sputare fuori tutta la verità o la certezza che lei , la causa della morte del povero turista extraterrestre,  quando la guardo farsi piccola,  piccola , alle mie domande . Sei stata tu ad uccidere  George ? O e  stato  il tuo amico ?  Capisce sei complice di un mostruoso  omicidio  . Parla,  confessa  o ti butto addosso il mio assistente Giovanni sputazzella che con una sputazzata ti fa scomparire subito dalla faccia della terra.
     
    La scarrafona non parla  , non da alcun segno di pentirsi, di voler collaborare con la giustizia . Ho fatto venire un interprete per poter  riuscire a carpire qualche indizio,  atto a risolvere questo caso. La scarafona parla per ben mezz’ora con   l’interprete lo scarafonese , parla , parla confessa ogni cosa , dietro la promessa di  voler  essere liberata e  d’essere portata lontana da dove si trova in compagnia della sua famiglia , di sua madre e padre e dei suoi figli , vuole essere portato a scarafolandia dove vivono tutti gli insetti felici e contenti. all’ interprete un vecchio spazzino in pensione che ha imparato lo scarafonese  durante il suo duro lavoro,   confessa ogni cosa, gli dice della rivolta che preparano le blatte nelle fogne , dei milioni d’ insetti accorsi alla guerra contro gli umani , dei due uomini Ibrahim e Marx , amici loro di come hanno ucciso l’extraterrestre  dopo averlo ubriacato di dolce parole , di birra, e di promesse per un mondo migliore dove poter vivere tutti insieme insetti ed extraterrestri.
     
    Il delitto non paga , la morte arriva sempre puntuale , come il tram delle otto,  come la partita a pallone come l’innamoramento, come la rabbia di  non potercela fare a conquistare un posto fisso alle poste. Tutto va compreso nello scorrere degli eventi , il principio dell’infausta vicenda , cosa sta per accadere .  Convoco una seduta d’ urgenza ,  la presenza del sindaco,  il nostro prefetto e tutte le forze dell’ ordine della citta, per poter far fronte all’ attacco imminente dell’ esercito di blatte. Il sindaco , saputo la notizia , corre in mutande al palazzo comunale cosi Generali e Prefetti , consiglieri comunali e ministri , ascoltano cosa ho da dire in merito all’ attacco imminente. Decidiamo dopo dieci,  lunghe ore di  discussioni  in merito,  di fa scendere in campo  tutte le forze   anti blatte e derattizzatori della zona e fa scattare una massiccia risposta anti insetticida contro gli invasori ed assassini rintanati nel sotto suolo pronti ad uscire in assetto di guerra contro di noi umani. Alle sette del mattino,  prima che il sole splendesse alto ed infuocato nel cielo , scatta la nostra controffensiva , guidata dal generale d’armata Baffoni contro le terribile blatte non c’è speranza di poter sopravvivere. Viene lanciato nelle fogne una quantità impressionante di  gas nervino , ed altri terribili gas asfissianti et potentissimi insetticidi che distruggono in poco tempo ogni cosa vivente che vive nel sottosuolo. Dieci  ore dopo l’ attacco alcuni uomini , scendono nelle fogne a controllare il risultato del nostro attacco e  trascinano,  fuori sacchi colmi di scarafaggi morti,  compresi i due poveri , Ibrahim e Marx morti stecchiti anche loro durante l’ attacco programmato dal  Generale Baffoni.
     
    Ritorno a casa stanco mi faccio accompagnare da Giovani.
     
    Anche questa volta c’è  l’ abbiamo fatto hai visto Giovanni di la verità sono stato bravo ?
     
    Bravissimo , tanto bravo che mia moglie  v’aspetta a cena stasera per farvi conoscere la vostra futura moglie.
     
    Ma che dici,  io scherzavo. Ispettore non vi potete tirare indietro , anche perché ho un testimone. Un testimone e chi sarebbe ?
     
    Eccola qua la piccola scarafona,  ha sentito ogni cosa ed e pronta a testimoniare della promessa fatta da  lei.
     
    Tu sei pazzo, io  non mi sposo. Voglio stare solo , con me stesso con la mia pazzia , con i miei incubi. Sono un misantropo e ne tu  e questa piccola scarafaggio mi farete cambiare idea
     
    Ispettore voi avete giurato.
     
    Allora ora spergiuro  . Fai finta di non aver mai sentito.
     
    Per me non c’è  problema ispettore,  ma vi rammento che mia moglie non dimentica ciò  che avete detto, ne tanto meno le tante femmine in attesa sotto casa vostra .
     
    Giovanni  ma tu sei una  cambiale in scadenza  e non si può mai scherzare , dire una  piccola bugia che nasca un dramma , una storia infame  più  nera ed ingrata  di uno scarafaggio.  
    – Dalla Terra veniamo e sottoterra adesso andiamo. Guidati da esseri di pura luce nelle viscere di questo pianeta marcio in superficie e, cullati da un sole artificiale, ci muoviamo sotto di voi. Aspettiamo il giorno in cui i nostri due mondi fonderanno in un unico immenso Regno. Noi siamo le ombre del passato e la speranza del futuro. Agarthi non è la fine, bensì l’istante in cui tutto comincia -.
     
    Il sangue scorreva come fiumi in piena e, contro quel metallo forgiato dal fuoco immortale del loro Dio Vulcano, nulla potevano i nostri Dei. Cadevamo uno dopo l’altro. Eravamo estranei alle dottrine della guerra, mentre loro amavano infliggere sofferenza agli uomini, guidati dalla mano distruttrice di Ares. Da tempo i nostri Padroni si piegarono al volere di Zeus e in pochi lustri trovarono una nuova sede. Crearono un luogo lontano dal cielo dove poter ripartire e lo battezzarono Eldorado. Una città con mura altissime, templi edificati su colonne ornate d’oro e statue che raffiguravano l’ultima battaglia del tempo. Ma Eldorado non era accessibile a tutti. L’anima doveva compiere il Percorso della Redenzione attraverso il Regno inaccessibile di Agarthi e, una volta purificata, avrebbe raggiunto su carri alati fatti di gemme preziose, la capitale Shamballa. La città della leggenda.
     
    La lessi decine di volte prima di arrivare alla versione definitiva. Stavo cercando i mitici regni sotterranei da tre anni oramai. Credevo di aver trovato Eldorado in Messico, sotto la Piramide del Sole, a Teotihuacan. Le mie ricerche, poi, condussero la spedizione tra Brasile e Bolivia. Passai per l’intera Asia senza mai giungere a destinazione: trovare gli esseri ascesi che popolano la città di Smeraldo per salvare mia moglie da una malattia rara e incurabile.
     
    Ero solo un Archeologo. Non potevo guarirla perciò usai le miei umili conoscenze e cercai la cura attraverso i lasciti degli Antichi Depositari della Conoscenza Universale. Esseri umani di ogni era del mondo in simbiosi con una specie proveniente dal più nascosto universo. In grado di compiere gesta memorabili. Partii, dunque, per un viaggio alla ricerca della Fonte dell’Immortalità. Decisi di tentare ancora una volta e tornai in Italia. Precisamente nel Lazio, in un luogo criptico e denso di mistero tanto quanto le Piramidi di Giza in Egitto. Il Lago di Bolsena. Secondo i popoli etruschi che si stanziarono per breve tempo in questi territori, un luogo preciso doveva custodire l’entrata per il Regno di Agarthi: l’Isola Bisentina. Una lingua di terra, a galla sul lago, con un monte sacro. Il Monte Tabor. Si diceva che sulla sua sommità fosse ubicato il passaggio per il Regno dell’Altrove.
    Tanti furono gli esploratori che durante i secoli sparirono in circostanze misteriose. Alcuni, si racconta fossero stati divorati da mostri marini, altri adescati da sirene demoniache. Un pescatore di Marta, piccola cittadina vicina, raccontò di aver visto un UFO inabissarsi nel lago e, una volta uscito, mutare il colore delle acque in rosso.
     
    Dopo un giorno di viaggio arrivammo in Italia, io e il mio team, tra scienziati di ogni genere, psicologi e speleologi. Da Roma raggiungemmo la provincia di Viterbo, fermandoci a Civita di Bagnoregio. In questa splendida e altrettanto millenaria città sospesa nel vuoto, esisteva un uomo più vecchio delle mura stesse. Le leggende narrano che, all’incirca ogni 2500 anni, Civita di Bagnoregio avrebbe avuto bisogno di un nuovo guardiano. Un uomo che vigila nell’ombra. L’uomo che non si vede mai, ma che tutti sanno che esiste. Colui che dimora sul trono di smeraldo.
     
    Si era fatta sera ormai. Il ponte che collegava Civita alla terra ferma, d’un tratto, fu colpito da una raffica di vento gelido e una coltre di nebbia avvolse noi e il paese intero. Sospeso nella valle sottostante cominciò ad oscillare al ritmo della nostra paura. Alcuni di noi urlavano dal terrore. Altri tentarono invano di tornare indietro ma furono risucchiati da un fascio di luce giallo intenso, proveniente dal cielo. Quelli che erano troppo vicino al bordo caddero nelle fauci del Demone dei Calanchi. Un gigante in tufo con testa taurina. Si raccontava infatti che fosse lui a sorreggere il paese sulle sue enormi corna. E che i terremoti fossero causati dai suoi ruggiti nelle profondità della terra.
    Improvvisamente delle ombre ci avvolsero. Eravamo rimasti in tre. Probabilmente a quel punto gli unici ancora in vita. Il mio apprendista, John, d’un tratto cambiò vagamente aspetto e comincio a blaterare parole in una lingua sconosciuta. Ne conoscevo più di una trentina, tra antiche e non. Così iniziai a rispondere in sanscrito e la successiva risposta mi gelò il sangue: “Solo colui col dolor nel cuore raggiungerà La Città di Smeraldo”.
     
    La vita di mia moglie contava più di quella dell’intero Pianeta. Non mi curai del resto della banda. Fuggii alla cieca da quelle braccia che mi strisciavano sul corpo, fino al portone d’ingresso della città. Una volta aperta, fui di colpo catapultato all’interno di una stanza completamente bianca. Sembrava di essere entrato all’interno di quelle pagine che per anni tra un brandy e un cognac sfogliavo all’impazzata.
     
    “Benvenuto a Eldorado, Dottor Jackson. La stavamo aspettando” Intonò una voce fiera e possente dentro la mia testa. Davanti a me tre uomini dai ricci dorati e una maestosa barba bianca che toccava terra, mi fissavano con aria solenne. Erano adagiati su troni fatti di nuvole e raggi di sole. Ma quello nel centro portava un bastone con sé. Un bastone che trasmetteva vibrazioni al suolo ad ogni rintocco. Sembrava dettare lui il ritmo di quegli istanti. Doveva tenere a bada quel demonio. E di nuovo quella voce che faceva su e giù nella testa, tamburellando il cranio fino al midollo.
     
    “La ricchezza di questo Regno è sconosciuta a voi. Materia ed essenza sono la medesima cosa. L’oro di Eldorado risiede nel cuore dell’Asceso. Noi salveremo sua moglie ma lei, Dottore, dovrà inginocchiarsi al suo nuovo destino…”. Fui colpito da un calore intenso e caddi in un sonno profondo.
     
    Mi svegliai a picco su un lago. Su un monte. Doveva trattarsi del Monte Tabor. E quello, senza dubbio, il famigerato lago di Bolsena. A pochi metri da me un cratere emetteva fuoco scintillante. Un fuoco ammaliante. Mi avvicinai incuriosito. Le fiamme, seppur reali, lambivano la mia pelle senza bruciarla e intonavano una soave cantilena. Mi sporsi per poco. All’istante venni attratto come un magnete. Attraversai un fascio di energia, di quelli che si vedono nei film di fantascienza, e vidi scorrere la mia vita tutt’intorno. Il passato, il presente e il futuro. Riconobbi mia moglie, felice e in salute, con una mia foto tra le mani. Sembrava ringraziarmi. Baciava quel mio giovane volto. Diceva sempre che non sarebbe voluta appassire, ma era ancora più bella di quando la vidi per la prima volta. Fu il fato a farci incontrare e, ancora una volta, a metterci lo zampino.
     
    In quell’istante capii. Con una consapevolezza tagliente come lame accettai il mio fato. Il cammino era giunto all’epilogo. Stavo volando verso Shamballa, per restare. Per salvare il mio amore.
     
    www.pandotour.com
    ODE A POSEIDONE
    Pentecoste Dello Spirito
     
    Silenzio s’ode sulle tombe degli antichi achei che han veduto il volto degli dei , le tante terre conquistate , le mille voluttà dell'animo che moribondo dorme sugli allori d’un tempo perduto ,  come il giorno e la notte. Temuta,  casta  madre seduta sotto i spogli alberi , ove  Iperione al suono del suo zufolo fa fuggire  i demoni , lugubre ombre che emergono  dalle tante  elocuzioni in mezzo ad un mondo che ruota intorno al proprio interesse . Ed  il fuoco avanza e  tante sono le vittime di questo regno oscuro , dove risuonano i  canti esegeti , reflussi  gastrici  , eruttazioni  , ombre del tempo che avanzano nel delirio di molti anni e con eloquente   esperide , al suono di minuscoli  liuti , musiche , onomatopee,  echeggiano nell'universo sopito di un dio dalle molte  teste.
    Seggo sopra il mondo disordinato,  sbatacchiato , truculoso,  accise , rassignato,  sulla panza impazza,  inganna e non sò dire se è vero o si giunti alla fine di questo viaggio,  dentro  a questa vagina gigante ove si rimembra tutta la storia passata . Amori perduti già raccolti in versi ,  giacciono storditi  sulle pagine  ingiallite  di una terra  erosa dai secoli,  sulle elucubrazioni  che descrive il verbo  elleno , le molte lingue a te legate , ad un mistero che non conosce schiere d'angeli o demoni. Molti si sa degli altri , molto noi cerchiamo tra gli antichi templi dorici , dormenti negli assolati pigri pomeriggi  grecanici  ,  giunge la voce della terra  ferita, fugge fino all'ultimo sospiro si discioglie come  un lampo , come l’eco delle voci prigioniere del tempo e  sia lode agli dei e alle molte madri , che  hanno adorato  il  loro  mistero.
     
    Mille passi tra i silenti sentieri , semitici intenti  , son finito tra le  vecchie rovine  estruso,  franco,  congruo di chemioterapici  camici ed armi , la volontà che avanza  , la vaga sembianza di te scolpita nella nostra memoria, noi giunti da molto lontano , sull'ali del vento , sull'onda del mare , con il  volere  degli dei,  padri , nemici di una umanitaria effimera,  ignuda nei tanti interrogativi. Ove noi giungemmo , siam ritornati  diversi  ,  scalzi , scugnizzi, sfastriati, disillusi, distiche citazioni  : Nec caput nec pes sermoni apparet ,   intrise  nel suono della shofar  ,  nell’eco  delle onde del mare   .
     
    Fatto,  si rivive  nelle  belle canzoni , nelle belle parole nate  sotto i pioppi  selvaggi , nell'odore della campagna agreste ,  eremita , migrante ,  sognante sulla scia di una nuova avventura , ho consumato questa vita informe,  fino al midollo,  in compagnia  di Arsenio Lupin , con Minny e  Topolino che saltellano  di  gioia,  nella bella stagione,  in una ragione  prosaica fatta di  parole volgari ,sincere  e tutto passa in fondo ,  facce scolpite  sulle facciate dei sarcofagi , scolpiti nella roccia  vulcanica , nelle parole  legate al carro d'apollo che corre ed oltre và ,  verso il fine di una logica  divina .  
     
    Ora ascolta  un bel giorno tutto rinascerà,   tutto  sarà  definito  da un non sapere , dove andremo,  dove noi saremo , io , oltre questo gioco di parole,  in questo bel luogo,  mi beo di un sapere antico, trascendo i miei limiti e adempio gli antichi oracoli   ,ammiro  le belle donne,  le belle gambe . Vedo ed oltre , cerco tra i solchi  segnati dagli orchi ,  nell’ ecchimosi,  di emule gesta , rassegnato,  spaparanzato al sole  di giugno con un gelato in mano , con questa pazzia , mezzo ubriaco , vago tra  le culle di una civiltà madre  , tra amici , un tempo perduti e molte avventure racchiuse nell'efebie tombe di barbari ,bramini, Buddha di cristallo, in questo giorno , in cui i più forti  ha girato il viso agli ultimi , dove il pianto ha bagnato la fonte ,  ha tradito  Telifrone,  io sotto un albero,  ancora libero,  ancora vivo , tra molti secoli signore dei tuoi sogni , dei  tuoi amori , della tua voglia di piangere meco.
     
    Strano , cosi strano,  che la strada mi ha portato,  dove io volevo dove i tanti , hanno dimorato nella  morte,  noi figli di questo strano viaggio , figli di questo sogno , sulla scia sciamanica , scalognato , storto , appigliato all'ultimo  ulivo , poi la via ti riporta da dove tutto è iniziato , da sotto gli archi dei templi  , da quella morte temuta , da dove rinasce ed esclama,  la sua gioia di vivere,  di ridere ,pazzesco , tanto strano che il  corpo  muta forma , muta i suoi propositi, le sue illusioni,  le sue intenzioni  che s'intrecciano , si chiudono , s'aprano, fino ai grandi templi dorici, dimenticati in sperdute periferie , in memorie lacustre , in questi giorni equestri.
     
    Annunzio un tempo per dormire,  un tempo per cantare  , in questo vento , in questa calura , chiatta , chiatta , abballa si muove lenta con il  sedere  enorme ,  poi nella favola che ho descritto con maschera  di ferro,  nel fuoco,  con una mano sulla bocca , sulla morte che avanza,  inerme , sento lo  spirito , alzarsi sulle rovine di questa civiltà , su i  tanti amori , sulla bella stagione che avanza , mezzo a tanti dubbi , ignaro  io trascendo me stesso , scemando , scrutando , dimenticando  l'accidia , il bello ed il brutto , vissuto che ci resi simili per un istante , poi siamo spariti , in una scena , in un disegno , in un altro sogno,  noi abbiamo rischiato di rincontrarci.
     
    Annunzio  giorni nuovi , giorni di tante armonie , di morte presunte effimere , vecchie tanto  vecchie  come questo mio cuore che siede davanti a te , sotto i templi dorici dei padri achei. Io annunzio  un nuovo viaggio in questa storia , fatta di tante bugie di poche cose apprese , di sentimenti efebici, fatti di sesso , di spigole, di astici arrostiti, si volta pagine e siamo già li dove tu vuoi , che noi siamo a governare,  questo mondo,  questa vita infame , fatta di voli di gabbiani , di altre mistiche in musiche echeggianti,  nell'armonia di un tempo che mai possederemo.
    Ritorneremo ai nostri posti dopo aver pranzato , dopo averti abbracciato , dopo che ti ho tanta amata , io fuggo e mi perdo nella mia vita,  nelle mie fantasie , nel bel  verbo,    buono io  non sono ed esploro l'animo umano,  sono il nervo ,  sono il vento , che passa e si porta via ogni tristezza , ogni concetto astratto  , come un gioco,  come l'odore di te che esala dalla terra , come il cinguettio degli uccelli , come il dolce silenzio che circonda questa area sacra dove i tanti templi , stanno in attesa che tu ritorni ad amare a venerare un amore mai morto.
     
    Forse son morto anch'io,  forse son dimentico dei miei errori , delle mie sconfitte,  forse vivo in  altre vite in  questa gioia che inseguo tra  svaniti sogni , tra musici  erranti , tra passeggiate solitarie, tra boschi e campi incolti , forse son morto ieri , quando ti ho visto abbracciato ad un altro , forse ero già morto e non sapevo d'essere vivo , in questa vita , tra molte offese  ed illusioni , forse vivo e creo  un giorno migliore,  una vita , dove tutti possono sentire rime e  ritmi  , morte , vite illustre , forse io non comprendo,  forse piango su questa mia tomba, su questo mio passato,  che trascrivo in fretta,  forse sono , ciò ch'ero,  forse sarà bello raccontare a chi ascolta , questo stupido sentimento , fatto di tanti mostri  , fatto di pochi versi ,  fatto di un amore , raccolto per terra, sopra un onda , che arriva a riva,  con molte vite.  Novello epitaffio , fatto  di  molte voci , raccolte lungo il  viaggio,  nell'immagine , nel ricordo , io dormo , sotto gli alberi etruschi,  nel cuore di Poseidone.
    Gioacchino era convinto che ci fossero solo due cose veramente importanti nella vita: una matita sempre appuntita e un buon paio di scarpe. Perché, diceva, quando hai un problema o un cattivo pensiero, basta prendere la matita e cominciare a scarabocchiarci sopra le cose più belle che ti vengono in mente, e il problema cambia improvvisamente forma, si addolcisce: dove c’era uno spigolo ci metti una curva e quasi riesci a toccarlo senza farti male.
    Se poi la cosa non funziona, allora infili un paio di scarpe buone e cominci a correre più veloce che puoi, lontano, e te lo lasci alle spalle.
    Gioacchino aveva questa come ricetta e appena poteva la propinava a chiunque: sull’autobus, dal medico, al supermercato... giovani, vecchi per lui non faceva alcuna differenza. Perché, sosteneva, forse i vecchi non sono buoni a tenere in mano una matita o a mettere un paio di scarpe? E a chi gli ribatteva che ad una certa età è difficile correre, lui rispondeva semplicemente che si può anche stare fermi su una panchina con gli occhi chiusi e immaginare il vento che sbatte sulla faccia.          
     
    Gioacchino era un tipo fatto così. Lui le scuole “alte” non aveva potuto farle, e tutte quelle parole messe in fila su fogli bianchi quasi gli facevano pena, pensava quanto sarebbe stato bello, invece, andare a caccia di parole con un retino. Quante se ne sarebbero potute catturare per poi chiuderle dentro una scatola e ogni tanto liberarne una. Così, solo per il gusto di vederla volar via e seguirla magari da lontano, per capire su quale bocca si sarebbe andata a posare. Gioacchino, però, una sacca delle parole usate ce l'aveva e la portava sempre dietro, in caso di necessità. Così, quando si trovava di fronte a persone facoltose, poteva tirar fuori tutto il galateo, sbatterlo forte contro le orecchie fino a quando tutte le parole non fossero entrate ben bene, e solo allora iniziare a parlare. L'unica cosa che non riusciva a capire era perché tutti avessero così tanta fretta e poca voglia di chiacchierare: “...devo andare a prendere il gatto… eh volevo dire il bambino a scuola” oppure “ ...ho lasciato l’autobus in seconda fila, cioè devo andare a prendere l’autobus che mi aspetta in seconda fila e sa com’è non sta bene…” “...ho dimenticato di mettere il gelato in forno…” e roba del genere.  
     
    La gente era un po’ suonata pensava Gioacchino, colpa dei cambiamenti climatici, come diceva la televisione, e lui condivideva appieno la tesi. A dicembre inoltrato potevi vedere, la notte, signore mezze nude convinte che fosse agosto, e ad agosto gente con l’ombrello come quando piove a novembre. Ma la cosa che lo preoccupava di più erano tutti quelli che mentre camminavano parlavano da soli… ed erano tanti! Parlavano, ridevano, si infervoravano e se provavi ad avvicinarti ti facevano un gesto con la mano come a dire: “ non ci provare neanche, non vedi che sto molto preso a ragionare con me medesimo?” Allora alzava le mani e fischiettando retrocedeva in corsa, non sia mai che si disturbi chi ragiona con tanto impegno.    
         
    E poi c’erano quei posti bui e silenziosi dove la gente non parlava affatto, nè con se medesima né con nessun altro. Lì Gioacchino si preoccupava ancora di più, tutti seduti, tutti tristi, tutti grigi. Bisognava pure fare qualcosa. Allora passava posto per posto, e distribuiva una matita a testa e, a gesti, pensando che magari poverini fossero pure sordi, faceva vedere cosa dovevano fare. Tirava fuori un foglio bianco dalla tasca del cappotto e ci disegnava un grande cerchio sopra, poi due palline ai bordi, e un semicerchio in basso e a ognuno faceva capire che ora loro avrebbero dovuto fare lo stesso. Ma ogni volta era la stessa storia, quelli il foglio non erano proprio capaci di tirarlo fuori dalla giacca, si vede che non le innaffiavano spesso le loro giacche, pensava Gioacchino e quindi i fogli non potevano crescere senz’acqua. Rassegnato riprendeva le sue matite di tutti i colori, le ordinava dalla più grande alla più piccola e poi se le metteva al caldo, nel nido intrecciato dei suoi capelli, dove potevano riposare tranquille.

    Di notte sceglieva una panchina in un parco, e si stendeva, guardando i suoi pensieri volare in alto verso le stelle o giocare a nascondino tra le fronde degli alberi. Aveva sempre pensato che non fosse sano far crescere i suoi piccoli pensieri nel chiuso di una stanza, ne avrebbero sofferto, e così un bel giorno aveva lasciato la sua casa e aveva gettato le chiavi nel lago: i pesci l’avrebbero custodita per lui, almeno fino a quando Leila non fosse tornata.    
    Leila, chissà in quale parte del mondo era andata a nascondersi... e si era nascosta anche molto bene, perché da quel dì, Gioacchino, pur cercando in lungo e in largo, in ogni angolo e via della città, mica era risuscito più a ritrovarla. Magari alla fine le si erano aperte le ali, come diceva sempre lei: “ Perché sai - amava ripetergli tenendogli la faccia tra le piccole mani e guardandolo fisso negli occhi color malva - tutti noi abbiamo ali nascoste che aspettano solo il momento giusto per apparire e quando compaiono non puoi mica perder tempo, e no… prendi e spicchi il volo!” E rideva, quanto rideva Leila, rideva così tanto che i suoi ricci cominciavano a ballare tutti insieme in maniera frenetica e dovevi stare attento altrimenti ti travolgevano senza tante storie.   
            
    Quando ripensava ai ricci ballerini di Leila gli veniva in mente un motivetto, sempre lo stesso, da fischiettare sdraiato a pancia in su sulla panchina. Era un motivo allegro, di quelli che non si sentono più perché la gente li ha dimenticati, ma che lui custodiva gelosamente dentro un cassetto, nascosto tra l’orecchio e la leggera curva del collo, insieme a tutte le cose preziose che aveva trovato andando in giro per il mondo: la risata di un bambino, una ninna nanna, il profumo dell’erba del mattino, un’impronta nella neve, il sapore del pane appena sfornato. “E tu cos’hai di prezioso? - chiedeva a tutti Gioacchino -...cosa conservi nel tuo cassetto?” Allora era tutto uno sbizzarrirsi di gente che tirava fuori telefoni di ultima generazione, borse, soldi, orologi, anelli. Gioacchino scuoteva la testa e andava via, deluso. Se solo ognuno di loro avesse saputo di avere delle ali pronte a spuntare da un momento all’altro...
    Quando mi sono svegliato, stamattina, la luce che veniva dalla finestra era diversa. La nebbia grigio sporco, l’umido appiccicoso erano spariti e al loro posto raggi traversi di sole, magari un po’ pallido, ma vero sole.
    Sarà una buona giornata – avevo pensato- ci sarà da tirar su soldi. Poi ho scoperto che quel cretino di Ika (si è dato questo nome perché ha detto che vuole essere libero come Icaro) a furia di non voler mettere la sciarpa si è preso un malanno ai bronchi. Ergo non può suonare il sax, e adesso devo sbrigarmela da solo. Sai che roba, uno da solo col bongo che vuoi che faccia? Mi metterò al collo l’armonica e arrangerò qualche pezzo che si presta, non posso perdere la giornata.
    Tutta colpa di questa maledetta città, è una trappola. Ci siamo capitati quasi per sbaglio e non riusciamo a scappare dalle sue grinfie; qui tutti hanno fretta, strattonano il loro tempo trascinandolo da un appuntamento all’altro e gli svaghi sono il teatro, il cinema. Mica star lì a sentire un artista di strada. Qui soldi se ne fanno pochi, senza soldi non riesco ad andarmene e giro in tondo per questi quartieri grigi e frettolosi. Quando riesco a pagarmi un pasto al giorno è andata di lusso.
    Ingoio un’ultima imprecazione verso Ika, mi metto il bongo in spalla e l’armonica al collo e scendo le scale umide del caseggiato dove abbiamo una stanza e un microscopico bagno.
    Mentre cammino fino al mio posto preferito penso al sud, al caldo. Magari la Puglia, o la Sicilia, dove il sole picchia forte e fa da principale accompagnamento alla musica, dove la gente ha ancora voglia di fermarsi per la strada ad ascoltarti. Non girano tanti soldi, ma un euro per un disgraziato seduto in un angolo a suonare ci scappa sempre. Poi tanti arrivano con un panino o un bicchiere di vino e il calore non arriva più soltanto dal sole.
    E’ una bella piazza, quella dove andiamo di solito, con una rara fetta di giardino nella parte centrale e perfino gli alberi. Vicino c’è un museo e diversi bar coi tavoli fuori d’estate, è diventato presto il nostro posto preferito, perché il flusso di gente è indispensabile per questo lavoro. Bè, magari chiamarlo lavoro è esagerato, ma per adesso va bene così. Volevo viaggiare e ci sono riuscito, finché non sono cascato in questa palude di business, consapevole solo di se stessa. Mi avvicino al bar, avrei voglia di colazione, ma ho già preso il caffè e di più per adesso non mi posso permettere.
    Sono impacciato e nervoso: è tanto che non suono da solo e mi pesa. Forse la gente se ne accorge, perché mi lancia un’occhiata distratta e si allontana, sempre di corsa. Arrivano i pensionati, qualcuno col nipotino: quelli ci sono sempre, ascoltano ma raramente ti danno qualcosa.
    Prendo confidenza, comincio a sentirmi più sciolto ma non succede niente, nel cappello ci sono tre euro, a occhio. Un disastro. Esce dal bar Isabella, la cameriera carina che mi porta una piccola pasta a metà mattina: a volte è l’unica cosa che mangio fino a sera. Mentre consumo il mio brunch mi guardo attorno: i soliti due anziani, tre africani che discutono tra loro e non vedono il resto del mondo, due ragazze sui sedici anni bionde, rosee, col rossetto e i piercing.
    Qui non ce ne esce niente. Riprendo e decido di dedicarmi a me stesso: se deve andare così catastrofica tanto vale che suoni quello che piace a me, non le cosucce popolari che uso per finanziarmi la cena. Attacco un blues lungo, tirato fino al lamento ma scandito da una percussione lenta e cupa. Mentre mi godo i miei ritmi e viaggio nelle paludi della Louisiana vedo arrivare una ragazza, meglio, una donna. Si fa notare senza sforzo: è alta, scura di pelle di occhi di labbra. Porta abiti larghi e un lungo fazzoletto avvolto attorno ad una massa di capelli ricci.
    Mi vede, si ferma, ascolta. Poi si guarda attorno. Sembra non accorgersi che il suo piede segue la musica, chiude leggermente gli occhi, poi di colpo li apre. Sembra aver preso una decisione. Viene nel mio angolo e molla a terra la borsa, poi si toglie la giacca e rimane con i larghi pantaloni che ricordano quelli di un’odalisca e una t-shirt morbida, che le ricade con naturalezza sulle spalle. Comincia a ballare seguendo senza difficoltà il ritmo complesso di un pezzo musicalmente non facile.
    I nonni prendono i piccoli vicini e fanno segno di guardare. Alcune persone che passavano rallentano il passo eternamente affrettato, si voltano, qualcuno sorride. I tre africani la fissano, con un lampo giallastro negli occhi. Poi entrano nel bar.
    Lei sembra non accorgersi di nulla, è concentrata, seria, di colpo la piazza sembra piena di persone che si stanno assiepando, e di lei. Il suo movimento si adatta alla musica, è primitivo, tribale. Alza le braccia e le abbassa, sembra un fenicottero in volo, poi una tigre che sta attaccando, poi una mangusta che sfugge i denti del cobra con un movimento brusco a sinistra.
    Sto sudando, e credo anche lei, perché il ritmo mi batte dentro. Mi succede sempre, e di solito “viaggio” neanche mi stessi facendo una canna.
    Vedo gli africani uscire dal bar. Uno ha in mano un coperchio di pentola e un mestolo di legno. Il secondo ha tre bicchieri, un secchio di plastica e una forchetta, il terzo non ha nulla, ma mentre si avvicinano tira fuori dalla tasca un minuscolo strumento, sembra una specie di flauto a quattro canne. Mi circondano e nel giro di tre minuti siamo un’orchestra, mentre lei si gira sul selciato e recupera movimenti antichi, che sembrano provenire da un popolo lontano, nello spazio e nel tempo.
    Si è formata una piccola folla. Il mio cappello non contiene tutti i soldi e uno dei neri ci mette la sua coppola, che si riempie in poco tempo. Svuotiamo i cappelli nella sciarpa della nostra ballerina. Andiamo avanti così per due ore, niente pause. I neri ridono fra loro e sembrano divertirsi come matti, per me è più complicata. La musica mi attanaglia, e le movenze arcaiche della donna mi trascinano altrove.
    Alla fine non ce la faccio più. Ho bisogno di un caffè, e mimo ai miei compagni il segno universale di portare un’invisibile tazzina alle labbra.
    Lei si avvicina, sorride. Il sudore le luccica sulla pelle ambrata e la illumina meglio di qualunque gioiello. Si mette la giacca sulla spalla.
    “Fermati, ci dividiamo l’incasso.”
    “Non ci pensare. Non voglio i tuoi soldi. “
    “Dai, non sarebbero mai arrivati senza di te.”
    “Per me è normale, ballo per lavoro, ma non questa musica. Mi hai dato la possibilità di tornare alla mia infanzia. Sono io che dovrei pagarti.”
    Detto questo estrae una penna dalla borsa e mi prende il braccio. Ci scrive un numero di telefono, proprio vicino al tatuaggio con il volto del vecchio sciamano, poi sparisce scivolando fra la folla, così, come fosse evaporata.
    Ammasso una quantità incredibile di soldi. Ci saranno più di duecento euro. I neri rifiutano di dividere, si servono dieci euro a cranio e non vogliono altro. Ridono della mia faccia imbarazzata, poi mi spingono verso il bar per farsi pagare la merenda.
    La gente non vorrebbe andarsene, aspetta ancora un po’, poi si disperde malvolentieri.
    Stasera la chiamo, voglio vederla, conoscerla, poi deciderò cosa fare. Adesso ho anche i soldi per andarmene, e da solo. Ci sono tante possibilità, là fuori.
     
     
     
    From Hell to Hell
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Cap1 Cose da umani
     
     
     
    Amelia è una ragazza fanatica, sta ogni venerdì sera spiaccicata sul 30 pollici di un sobborgo dimenticato da Dio a guardare il suo mito. Erano oramai 3 anni che seguiva le gesta di Drago, il promettente fighter, sin da quando era agli esordi, probabilmente lei era stata la sua prima fan.
    ----------
    -Fa male cazzo! Fa malissimo!
    -La smetti di fare la ragazzina?
    -Hey chiamami un’altra volta ragazzina e ti spacco il culo!
    -Ragazzina hai una costola incrinata, devi stare a riposo, per… Un mese circa!
    -Eh?! Cosa un mese? Hai capito che tra una settimana inizia il “Leon Championship”?
    -Già è vero, allora sai che fai? Cambia medico, stai a riposo due giorni e poi puoi pure morire!
    “Inspira Drago. Sì… inspira. Siamo così deboli” È questo quello che pensa Drago sin da quando era piccolo. In ogni cosa non si sentiva mai al top, nulla era mai abbastanza. Nemmeno il suo contratto come combattente full time nella MAN1, una delle più prestigiose organizzazione di arti marziali.
    Un mese di riposo per qualche gancio non parato. Tutto questo sangue, sudore e sacrificio lo rendevano una macchina ancora troppo imperfetta. Eppure che poteva fare? Drago si allena ogni giorno.
    -Non posso saltare gli allenamenti.
    -Sai solo allenarti? Guarda che bella giornata, trovati una ragazza ed esci un po’, svagati, da quanto tempo è che non ti fai una bella vacanza?
    -Mike… È questo il mio svago.
    Il medico sorride, erano amici da quando Drago iniziò a far parte dell’associazione, non perché si faceva male spesso, ma perchè il medico della MAN1 guardava gli allenamenti dei fighters. Aveva visto in lui qualcosa in più, una determinazione che fin ora non aveva mai incontrato, questo è il motivo per cui Mike decise di voler conoscere meglio il nuovo arrivato, presto diventarono buoni amici.
    ----------
    “Che cosa? Che cosaaa? Drago si è infortunato e non potrà partecipare al “Leon”?” pensa Amelia. Una realtà inaccettabile per la fan numero uno del “quasi” campione.
    ----------
    Fuori nuvole, e dentro casa piove. No, non è pioggia, ma il sudore che cala dalla fronte. Un pugno al sacco, ancora un altro e… “Ahi! Dannata costola”. Drago è nel suo appartamento a godersi il suo “riposo”, sono anni che vive da solo. La sua vita è sul ring, sotto i riflettori, a combattere, ma per cosa? Sono anni che Drago se lo chiedeva. Per cosa combatteva? Cosa lo spingeva a tanto? Si allenava con ardore semplicemente perché gli piaceva? Non trovava un motivo accettabile. Forse era per questo che si sentiva così debole. Forse…
    Ora Drago si avvicina alla finestra che affaccia sulla città, la sua città. Era nato lì, genitori morti quando aveva 5 anni, cresciuto dalla zia. Via da casa a 18 anni senza prendersi nemmeno un dannato diploma. Faceva lavori semplici e pratici, guadagnava il minimo per vivere. Ma si allenava duramente, sino a 3 anni fa il giorno del contratto. I suoi amori? Aveva avuto due ragazze in totale, entrambe egocentriche, entrambe storie finite male. Erano state abbastanza però per far capire al fighter che l’amore per lui non era la cosa più importante. Amici non molti. 
    Si è fatto tardi, Drago vede dalla finestra che Giorgia sta parcheggiando la sua auto giallo sgargiante e a breve sarebbe salita su. “Diamine avrò il tempo di una doccia fresca?”
    ----------
    Riscaldamento a palla e.. gelo. Ecco l'unica sensazione percepibile a chiunque stesse ad almeno 100 metri vicino ad Amelia.. Sente puzza di bruciato da un po', ma lei non è una tipa che si arrende, no, per niente. Continua testarda e convinta di potercela fare, che le cose possano cambiare.. si.. ma non si aspettava cambiassero in peggio! Come quella foto del suo ragazzo con quella tipa. Gli era arrivata sul cellulare, inviata da un anonimo. Si chiedeva cosa avesse fatto di male. Prima il suo nobile lottatore preferito infortunato ed ora questo. Era davvero il momento di fare follie.
    ----------
    Giorgia e Drago respirano a pieni polmoni. L’odore pungente della sigaretta. Che diventa delicato e indolore dopo una scopata. Insieme da circa 2 anni a condividere un sentimento? No, il massimo che condividevano erano quelle coperte. Non stavano insieme, non si amavano. Volevano solo stare bene a vicenda ed avere quel conforto che normalmente non puoi avere da chiunque. Ma infondo come si sentivano?
    ----------
    -Stronzo! 
    -No, ma che dici, non so chi te l'abbia inviato, ma quella foto risale a prima che ci mettessimo insieme.
    -Hai una bella faccia tosta! Mi credi stupida? C’è' il l tatuaggio sul polso che hai fatto la settimana scorsa! Viscido...
    Silenzio per qualche secondo.
    -Amelia? 
    Il silenzio continua
    -E va bene. Avevo bisogno di un po' di "svago" per capire che ti amo davvero ... Non fare così amore mio.
    Amore. Aveva usato una parola pesante. Forse troppo grande per lui.
     
    Ho scritto anche altri capitoli se volete supportarmi la mia storia è presente anche su wattpad:
    https://www.wattpad.com/story/110875637-from-hell-to-hell
     
    Qui la mia pagina fb dove pubblico la storia a capitoli:
    https://www.facebook.com/burningnovel/
    LA FATTUCCHIERA  E  LO MUNACIELLO
     
    Difficile credere che tutto possa divenire poesia , lo slancio di una coscienza che svela l'arcano interrogativo  di chi siamo , cosa rappresentiamo nella sua sofferta  sequenza , l'animo  ha molti visi , alcuni buoni , altri difficili da capire , ed il moto della nostra coscienza ,  spesso  ci conduce per dimensioni sconosciute per mondi sovrumani che racchiudono  una gloria passata, una  triste storia ,  una rima felice.
    Quindi assettate  ed ascolta: Ci steve una volta una vecchia che teneva cent'anni era na bona vecchia ci mancava nu dente e nu teneva una coscia,  nu pezzo di legno la sorreggeva e dato che andava spesso   a pisciare a volte pigliava il monopattino . Povera vecchia , steve sempre sola  e quando si faceva sera , sognava ad occhi aperti dentro un mare di stelle , una via sicura per tornare a casa soia.  La vecchia era una  fattucchiera assai conosciuta  , sapeva preparare mille fatture,  ricette , filtri d'ammore e tutta la gente dello rione gli  andava a  chiedere  nu cunsiglio , na bona parola,  nu filtro per calmare i tanti dolori che il corpo porta seco lungo questa  infame vita . Un giorno quando lo munno si era scordato della povera vecchia che si chiamava Antonietta da sotto lo lietto ascietta fore all’ intrasatte  nu munaciello con un naso a peperone,  discolo,  russo , russo, che  faceva paura a guardarlo, nu gnomo può essere ogni cosa , può essere a volte , una cosa bona , a volte una cosa assai malamente, la vecchia Antonietta nu mosse pilo,  ne sguardo , ne mosse  lo culo , ne la vocca  solo  la mano tremava, era perché la mamma soia gli aveva detta di farla tremare innanzi a chi ti vuol male. Accusi lo munaciello di nome  Gennarino Parsifal , figlio di Rocco  detto l’orco ,  si facette avanti e con piglio d'avvocato , si presentai,  scartellandosi  dicendo :  buona sera signora , come stai Tunetta , benedetta non ti ricordi chiù di me ? La vecchia Tunetta voleva difendersi,  dire ma chi sei ?  esci fuori da questa stanza,  mo’ chiamo le guardie, mo’ chiamo l'esercito , mo’ telefono a chi so io.
     
    Calma , gli disse lo munaciello  Gennarino,  lasciando , trasparire  una smorfia ,una linea che profonda rigava il viso , come un solco dentro una terra arida,  dove le piante sono secche ed avvilite , senza rami , senza fiori . Ma , ride bene chi ride ultimo,  lo munaciello  si fece avanti e fece comparire dal nulla un vaso chino di denari , di pietre  d'oro zecchino  , diamanti e rubini e piú lo guardavi quel vaso affatato , più meraviglie uscivano , ogni cosa si tramutava in ciò che volevi  , ogni cosa diveniva bella, come vecchie promesse mai mantenute , che stanno in riga sopra un cornicione  e  pian piano diventano mille   note , allegre, vivace , figlie  di una vecchia canzone popolare. La vecchia Tunetta nu poteva credere ai suoi occhi si facette  la croce di traverso,  si asciuttai  lo sudore con lo fazzoletto buono e con lo sciato dello rose,  asciugò  le sue vecchie lacrime,  quelle lacrime di figlia  abbandonata  da  questa vita in  lotta  contro ogni maleficio,  contro ogni calunnia . Tu mi vorresti prendere per lo culo , gnomo ignorante  , mi vorresti imbrogliare,   munaciello cornuto,  bicorne,  burlone , figlio di rocco detto l’orco  ,  figlio dello sciacallo, figlio di una vecchia zoccola dei quartieri spagnoli?  Che ti credi , io ti conosco buono  , mi ricordo di te della tua famiglia ,  da dove vieni . Cosa vuoi da me parla che se  mi sfastrio , piglio la scopa e te la dò sopra lo zuccone che hai. Lo munaciello spaventato , ma non tanto disse: Perché mi  mi tratti  accussi malamente ,  figlia dello cielo,  figlia della lupa mannara,  mamma toia , pure io me la ricordo e  di come ti voleva bene ed  ora per questo , eccomi qui ad assolvere un suo desiderio. Regalarti questo vaso affatato , che ti farà assai felice. Chiagne la vecchia , nun tene chiu parole,  lo dente traballa dentro la bocca , traballa questa vita , che passa e si porta via la nostra  meglio gioventù , si porta via  l'amore la tristezza , l'indole ribelle , si beve  l'amaro calice ove abbiamo bevuti , la nostra speranza di essere migliori.
     
    La vecchia Tunetta si alzò dal letto , la mano non tremava più , non tremava la sua mente , neppure l'occhio che vide la madre morire ed  il padre svanire nel nulla una bella mattina , accompagnato dal canto degli uccelli , neri corvi, dolci usignoli , là nel fitto bosco,  svanì  suo padre con tutte le sue paure , con tutte gli anni passati insieme a ridere a credere , che un giorno si potesse  divenire migliori di come si è in questa vita, ma  nulla accade a caso,  tutto può succedere, tutti possiamo divenire qualcosa altro , tutti possiamo udire,  un allodola  cantare  nel  pallido pomeriggio di nostra ragione  , rima dopo rima , amori dopo amori , tutto può accadere , andando avanti.
     
    Esci fuori ignobile  munaciello ,  dammi ciò che mi devi dare , dammi questo vaso pieno di  orrori ,  questo vaso pieno di maledizioni, questo vaso di Pandora, dove io nacqui dove io crebbi , dove ho sperato di divenire bella , madre di dieci figli. Nulla ho avuto , fino ad ora ,  son sola come trent'anni fa,  sola come due secoli fa , continuo a far fatture e filtri d'amore,  continuo a dar consigli a chi giace nella fossa dei serpenti,  nella fossa dei leoni , insieme alla sua morte , insieme alle sue disgrazie, io provo a cambiare lo destino altrui , provo  e  attraverso i miei sogni di fanciulla ,  ritorno giovane come un tempo fui , ritorno nel ventre di mia madre buonanima. Vedi vecchio gnomo , forse dovrei chiamarti amico mio forse vecchia serpe, scarafaggio, iena, serpe velenosa, cacca di cane, piscio di sciacallo , vedi amico mio io ti sono grata per ciò che fai per me , ti sono grata per il tuo sacrificio per il tuo timido sorriso che appare nascosto sulle tue rosse labbra, ma io m' aspettavo che  da un momento all'altro,  ben altro, io aspettavo che mia madre ritornasse all’improvviso in compagnia di mio padre a prendermi per mano per andare finalmente con loro nei vasti  campi elisi ad acchiappare farfalle e  glorie  dall'ali colorate.
     
    Si , ti sono grata,  vecchio scarrafone,  questo vaso lo regalo a Felicetta , che dopodomani si sposa, lei ne sarà veramente felice , sarà per lei come un fulmine a ciel sereno nella sua misera esistenza , la sua triste storia di ragazza madre , diventerà una favola bella,  un sorriso, una dolce carezza da regalare a suo figlio che stà per nascere,  forse questo,  farà si che il suo ragazzo non debba più emigrare,  andare lontano là in Australia ad acchiappare  canguri per lo zoo ,coccodrilli  per il circo, forse tutto , doveva succedere , tutto doveva essere,  come le nuvole nel cielo , cambiano forma,  aspetto , come i nostri pensieri , diventano belli e brutti , sotto il cielo. Io cosa me ne faccio a questa età di un magico vaso , te lo ripeto ho quasi tre secoli , ovvero  trecento anni , di un vaso affatato  che sforna  argento,  diamanti , oro , perle,  banconote da cento euro. Cosa me ne faccio dimmi tu munaciello bello  figlio di Rocco detto l’orco ?   Hai ragiona Tunetta , hai ragione non ho parole , ma questo era il desiderio che dovevo esaudire a tua madre buonanima , prima di morire , voleva che ti portassi questo alla fine dei tuoi anni , forse ció nasconde un terribile  segreto, una prova , qualcosa che mettesse in gioco il tuo buon nome , il tuo giudizio per la vita trascorsa.
     
    Ma quale giudizio,  noi simme lazzare felici ,simme a sfaccima da gente , ci piace fa  chelle che ci pare,  simme scazzamauriello ,  fattucchiere,  simme mazze e  scope , maniaci, mostri  orripilanti , accumparimme dentro ò scuro , facime mettere  paura alle povere  creature , uhe quanne e bello fare lo monacello  , fa  zumbà  da sopra alla sedia il padrone , come è bello fa  mettere paura, preparare un filtro malefico , fa murì  all'intrasatte tutta la giunta comunale. Come è bello  far credere di essere cattivi,  quando noi  non lo siamo  per davvero , quando il mondo che in noi , ritorna a galla come il pesce guarracino  : Si proprio lo Guarracino che jeva pe mare  le venne voglia de se 'nzorare,  se facette  un  bello vestito  de scarde de spine pulito pulito  cu na parucca tutta 'ngrifata  de ziarelle 'mbrasciolata,  con lo sciabò, scolla e puzine  de ponte angrese fine fine.   Cu li cazune de rezze de funno,  scarpe e cazette de pelle de tunno,  e sciammeria e sciammerillo  d'aleche e pile de foche marine ,  con buttune e bottunera  d'uocchie de purpe, secce e fera,  fibbia, spata e schiocche 'ndorate  de niro de secce e chele di granchio .   Doje belle catenelle  de curallo  e conchiglie,  no cappiello aggallonato  con  penne  d'aluzzo salato,  tutto tostato  e steratiello,   gerava da ccà e da llà;  la 'nnammorata pe se trovà!   La Sardella a lo barcone  steva sonanno lo calascione;  allo  suono dello pesce  trobbetta  ieva cantanno st'arietta:  "E allarè lo mare e l’onne  schiumose   la figlia di  zia  Lena  ha lasciato lo  nnamorato  pecchè niente  ha realizzato ".   Lo Guarracino  che la guardaje  della Sardella se 'nnamoraje;  se ne jette da na ruffiana   la cchiù vecchia maleziosa;  l'ebbe bona pagata   pe mannarle la mmasciata:  la ruffiana  pisse pisse  chiatto e tunno nce lo disse.   La Sardella  lo  sentette  rossa rossa se facette,  pe lo scuorno che se pigliaje  sotto a no scuoglio se 'mpizzaje;  ma la vecchia mamma   subito disse: "Ah schefenzosa!  De sta manera non truove partito  'ncanna te resta lo marito.   Se aje voglia de t'allocà  tanta smorfie non  ne  devi  fa;  fora le zeze e fora lo scuorno,  anema e core e faccia de cuorno".  Ciò sentenno la zià Sardella  s'affacciaje alla fenestrella,  fece n'uocchio a zennariello  a lo speruto 'nnammoratiello.   Ma la Patella che steva de posta  la chiammaje faccia tosta,  traditora , sbrevognata,  senza parola, male nata,  ch'avea 'nchiantato l'Alletterato  primmo e antico 'nnamorato;  de carrera da chisto jette  e ogne cosa 'lle dicette.   Quanno lo 'ntise lo poveriello  se lo pigliaje Farfariello;  jette a la casa e s'armaje e rasulo,  se carrecaje comm'a no mulo  de scopette e de spingarde,  povere, palle, stoppa e scarde;  quattro pistole e tre bajonette  dint'a la sacca se mettette.   'Ncopp'a li spalle , sittanta pistune,  ottanta bombarde  e novanta cannune;  e comm'a guappo Pallarino  jeva trovanno lo Guarracino;  la disgrazia a chisto portaje  che mmiezo a la chiazza te lo 'ncontraje:  là  l'afferra per lo crovattino  e  le dicette : "Ah malandrino!  Tu me lieve la 'nnammorata  e pigliatella sta mazziata".  Tuffete e taffete a meliune  le deva paccare e secuzzune,  schiaffe, paccaruni  e perepesse,  scoppolune, fecozze e conesse,  scerevecchiune e sicutennosse  e ll'ammacca osse e pilosse.   Allo vociare  allo rommore  pariente e amice ascettero fore,  chi con mazze, cortielle e cortelle,  chi con spate, spatune e spatelle,  chiste con barre e chille con spite,  chi con ammennole e chi con antrite,  chi con tenaglie e chi con martielle,  chi con torrone e sosamielle.   Patre, figlie, marite e mogliere  s'azzuffajeno comm'a fere.  A meliune correvano a strisce  de sto partito e da  chillo   pisce angelo  Che benedisse   sarde e sardelle!  acqua santa e stelle di mare !  Sarache, dientece ed achiate,  scurme, tunne e alletterate!   Pisce palumme e pescatrice,  scuorfene, cernie e alice,  mucchie, ricciole, musdee e mazzune,  stelle, aluzze e storiune,  merluzze, ruongole e murene,  capodoglie, orche e vallene,  capitune, auglie e arenghe,  ciefere, cuocce, traccene e tenghe.   Treglie, tremmole, trotte e tunne,  fiche, cepolle, laune e retunne,  purpe, secce e calamare,  pisce spate e stelle de mare,  pisce palumme e pisce prattielle,  voccadoro e cecenielle,  capochiuove e guarracine,  cannolicchie, ostreche e ancine,   vongole, cocciole e patelle,  pisce cane e grancetielle,  marvizze, marmure e vavose,  vope prene, vedove e spose,  spinole, spuonole, sierpe e sarpe,  scauze, nzuoccole e con le scarpe,  sconciglie, gammere e ragoste,  vennero nfino con le poste,   capitune, saure e anguille,  pisce gruosse e piccerille,  d'ogni ceto e nazione,  tantille, tante, cchiu tante e tantone!  Quanta botte, mamma mia!  Che se dettero , vossia !  A centenare le barrate!  A meliune le petrate!   Muorze e pizzeche a beliune!  A delluvio li secozzune!  Non ve dico che gran  fuoco  se faceva per ogne luoco!  Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!  Ttè, ttè, ttè, ccà scoppettate!  Ttè, ttè, ttè, ccà li pistune!  Bu, bu, bu, llà li cannune!   Ma de cantà so già stracquato  e me manca mo lo sciato;  sicchè dateme licienzia,  graziosa e bella audenzia, io ringrazio a tutti quanti  chiedo venia per la sete   con  salute de  tutti quanti   ca se secca lo cannarone. Cosi come il pesce che si mangi il pesce più piccolo,  come la iena ride  , come il re di quel paese assai lontano , che teneva  cento amanti , che teneva per le palle un drago che buttava fuoco , come è  bello essere munachicchio  , come  bello essere fattucchiere , compagni di viaggio in questa orrenda esistenza,  nui accumparimme sempre all'intrasatte e ti facimme caca sotto.
     
    Gnomo briccone , Fattucchiera maligna  scarrafone, orco con tre corna  tutti noi siamo , quello che tu rifiuti di essere noi siamo le tue paure , le tue insoddisfazione. Buh  !!! ti sei messo paura,  ti sei fatto  russo , russo come nu cocomero  , come un  peperone ,  come è  bello,  essere gnomi bricconi , cornuti ,ubriaconi  , che fanno  tante malefatte , escono da sotto lo lietto e ti fanno arrizzare  i capelli in testa . Spiritello porcello , ali di pipistrello , coda di rospo , questo gli ingredienti  per il filtro della felicita,  questo il filtro per l'amore eterno , che dona l'eterna giovinezza ,  l’eterna bellezza , ma  tu non mi arragnere di malaparole , che se  mi sfastrio , ti faccio diventà  bello e buono,   pulcino ballerino.
     
    La sera scende come sempre , dolce amica di tanti anni porta con sè vari inquietudini , porta consiglio , porta  un sogno,  un pensiero felice , un domani che bussa forte a questa mia porta e confesso,  ho paura d'aprire per non vedere cosa m'aspetta , cosa succederà , andando avanti ed io  non credo alla morte , ma ad un amore che non ha mai fine , credo nella  ragione,  nelle vecchie leggende  e di  questo ed altro , monacello caro  ti son grato , per avermi fatto di nuovo sorridere e cantare con te è  stato cosi bello , che mi son sentita ,   giovane come un tempo. Ora vorrei aprire la porta di questa stanza , abbracciare i miei genitori , abbracciare mia madre e mio padre ,  andare dove non c'è potere  e non c'è bisogno di sortilegi per cambiare la vita altrui e quella propria.
     
    Non aver paura Tunetta chiudi gli occhi e allunga le mani davanti , non aver paura ogni cosa si compie nel bene e nel male , ogni cosa si tramuta in ciò che desideri ,  perché e quello che vuoi,  quello che sogni dentro di te , in seno a questa vita , lasciati andare non aver più paura di cosa sei e di cosa potresti essere , non trasformarti nel tuo contrario,  nelle tue  paure , non essere il corvo e lo sciacallo , non essere la rana morta nel calderone , non essere  altro ,  ma sii , solo la sera che ritorna in compagnia delle stelle e dei sogni che verranno con la notte.
    Io chiudo gli occhi e sogno un altra vita,  io sogno lo morto che balla con lo vivo,  io sogno  in un alito di vento , in una vita senza  peccato , io sogno un altra esistenza , una felicita che verrà e mi porterà assai lontano , sulle sue ali , sulle sue note . Mi porterà  dove ho sempre sognato d'essere , dove ogni cosa è incominciata,  dove son nata dove son morta,  come strega , come fattucchiera , come rana salterina, come questa lacrima che scende sopra lo viso ,  scende veloce,  come una valanga e si porta via ogni maledizione , ogni rovina, ogni giorno passato, ogni dolore patito, come, ieri, come oggi , come il vento che mi e passato vicino ,  mi  ha accarezzato il viso e si son voltati tutti a vedere a salutarmi , come te , pure io vivo in un mondo d’ immagini e dolci speranza in questa mia eterna canzone , in questo mio  funesto delirio .
     
    Vai non perdere tempo , non aver paura sii forte Tunetta t'aspetta tua madre e tuo padre , dietro quella porta. Io vado però tu non fare lo bruglione , dagli a Felicetta lo vaso affatato e fà che sia felice , con suo figlio,  con suo marito, fà  che tutto possa essere , come io ho detto,  perché si saccio , gnomo briccone,  cornuto e ricchione che ti sei fregato  lo vaso e non hai mantenuto la tua parola verrò  dall'altro munno a pigliarti  a calci nello deretano. Stai tranquilla Tunetta tutto sarà fatto , tutto sarà come tu desideri che sia.
     
    Mo’ dammi un bacio, abbracciami forte vecchia fattucchiera baffona, dai  mustacchi niro, niro come lo gravone, fattucchiera dei miei stivali , strega malefica dall'alito fetido, dammi una stretta di mano. E tiè,  tacchete sto vaso sfacciumuso, tacchete sto , sorriso, tacchetto sta bella fessa dorata  e fritta. Mo’ si cuntento , mo’ fatta a là , non me guarda quando io scompare .
    Chi te guarda, tu piense  a me , fatta a là , vecchia io mo’ divento nu principe, mò divento nu ranocchio, mo’  in questa storia , svanisco,  esco di scena , faccio spallucce e maniateme le pallucce, io rimango tale quale a quello che ero un tempo , uno gnomo,  il  sogno di un bimbo,  il figlio di Rocco  detto l’orco  ,homo homini  lupus  noi siamo. Io svanisco tra una scena ed un altra , io svanisco all'interno di questa storia  tra le pieghe di questa leggenda all'interno di questa stramba storia ma tu non ti dimenticare mai di me,  cosa sono stato , cosa ho rappresentato. Mannaggia a morte,  mannaggia a sciorta che ci ha fatto incontrà,  mannaggia a quando  sotto ò  lampione , dentro a chisto bar , dentro chesta tarantella , tu pigliati  chelle che ti devi prendere,  prenderti questa vita,  io parto , vado dove posso  essere   felice,  dove tutti sono uguali , dove si balla,  dove i belli stanno al sole,  dove le donne son il cuore , dove sei tu , sono io , dove noi viviamo ed amiamo,  dove la notte segue il giorno , dove il brutto diventa bello  , dove i giovani cantano questa gaia canzone intorno all'albero della vita , dove i fatui fuochi si vedono in lontananza , dove la vita ha ceduto il suo sogno alla morte , come per un attimo,  ogni cosa si è avverata,  si e avverato il fine promesso , il sogno  rincorso ,  il gaio gioco delle forme. Il fiume ha trasportato a valle,  questa vecchie carcasse, ha trasportato un canto antico , il ricordo di un amore , una promessa,  due sposi , un piccolo pargolo roseo dentro una culla . Ascolta la sua voce,  chiudi gli occhi ed ascolta,  ascolta l'universo , muoversi intorno a te ,le gaie stelle , il canto degli antichi,  alzarsi dalle viscere della città,  salire piano , piano con i suoi tanti  nomi , le sue tante storie , con  gli amori mai conquistati , mai morti , noi siamo questa vita , questa storia ,questo  dolce perdersi nel silenzio dei nostri anni, nel fine di questa lieta  volgare  fiaba.

    By Villain, in Poesia,

    Tra gli escrementi di topo
    e il vento che stupra gli alberi 
    c'è un mondo di follia
    e un cuoro di stelle pulsanti.
    Prima che questa pagina muoia,
    debilitata dalle nere ferite,
    non sarai più l'uomo che eri
    alla sua nascita,
    e sarà il calore di un momento,
    prima di tornare a correre.
    La prima cosa che ti diranno è cosa sei.
    Non il tuo sesso, il nome, il peso o se sei in salute. Cosa sei.
    Il medico ti solleverà in aria e aspetterà la tua prima reazione, per poi annunciare il verdetto ai tuoi genitori, che aspettano in ansia da nove mesi, e alla signora seduta in un angolo che ti registrerà nella Dichiarazione.
    Se piangi e ti agiti, sei un Talentuoso.
    Se sei in splendida forma e piagnucoli, sei un Bello.
    Se stai in silenzio e osservi, sei un Intelligente.
    Mi chiamo Marlene Carstairs, sono nata il 25 Maggio 2281 da Peter Carstairs ed Emma Line, ho 19 anni, vivo nel North, da grande voglio diventare una pittrice.
    Sono una Talentuosa.
    America, anno 2300. Marlene vive in una società capeggiata da un gruppo di persone, gli Scienziati, che misero fine alle guerre che divisero il mondo grazie alla creazione di un nuovo sistema per governare. Le persone infatti sono divise fin dalla nascita in tre Classi: i Belli, i Talentuosi e gli Intelligenti. A Marlene questo è sempre sembrato un sistema perfetto, equo, fino all'arrivo di James. Chi è questo ragazzo e che ruolo ha la sua famiglia nella Resistenza, il gruppo di Ribelli contrari alla presa del potere del nuovo Governo? Quale prezzo sarà costretta a pagare pur di tenere al sicuro le persone che ama?
    Leo parla da sempre con le cose. Quando era piccolo la mamma si preoccupava:
    “Non gioca con nessuno, questo bambino. Sta lì sei ore in soffitta e chissà che tesori gli sembra di scoprire, in mezzo a quel ciarpame.” La vicina di casa annuiva seria, come a condividere le sue ansie.
    Oggi è un uomo adulto che ha trovato la sua strada, percorrendola fra i molti oggetti nei quali ci si imbatte, perché li abbiamo cercati o perché l’hanno fatto loro.
    Non è uno che accumula, periodicamente si lascia prendere dalle sue crisi “zen”, come le chiama, e ripulisce. Lascia però sempre vivo un esercito di ricordi fra le scale e le tavole scricchiolanti del solaio.
    Questa mattina sua sorella Antonia lo cerca, per dirgli che l’ultimo album di papà ha sbancato le vendite del semestre. Lo chiama sempre, quando qualcosa riguarda la carriera e il nome di papà. “E’ il suo modo per onorarlo. Si resta così impotenti, a volte, di fronte alla perdita di qualcuno, che cerchiamo il riscatto nei piccoli gesti.” Leo lo sa.
    Papà era un fotografo. Uno bravo, tutto istinto e senso della luce. Gli piacevano i volti e negli anni era diventato un ritrattista abbastanza famoso. L’ultimo album era stato prodotto quando già la malattia lo aveva aggredito, ed era il migliore della sua carriera. Bastava aprirlo per cogliere dolcezza e rabbia, passione e freddo distacco, molte emozioni presenti sottopelle alla foto, negli occhi dei modelli, nella rete delle loro rughe.
    Gli viene in mente di colpo la sacca da viaggio. Si  presenta tutta intera ai suoi occhi, col piccolo mistero del suo contenuto. E’ così che gli oggetti vengono a cercare l’uomo,  e quello attento risponde. Papà lo aveva chiamato, un giorno, e avevano parlato. Non gli aveva detto della malattia, era solo un po’ più magro, ma i suoi occhi brillavano ancora. Avevano parlato della separazione dalla mamma, che Leo non aveva mai digerito, e di tante cose ancora. Poi gli aveva detto:
    “Sai, ho viaggiato tanto, adesso sono stanco. Voglio fermarmi per un po’. Vorrei darti la mia sacca, chissà quando la potrò usare di nuovo. Magari per quella volta mi faccio un trolley, finalmente.”
    Ci era rimasto male. Lo sapeva attaccatissimo a quell’oggetto: gli era stata regalata dal sovrintendente di un museo africano, per uno spettacolare servizio fotografico su alcune tribù dell’interno. Perché voleva privarsene? Alla fine, quando la malattia era diventata evidente e famelica, Leo aveva altro per la testa e la mancanza di un padre che era stato sempre altrove gli pesava così tanto che della sacca si era dimenticato. Fino ad oggi.
    Passa una convulsa settimana lavorativa, ma nonostante gli impegni la sacca è sempre lì, dove la telefonata di Antonia l’ha collocata. Non riesce a liberarsene e nel week-end decide di trovarla e portarsela a casa.
    Antonia è disponibile e lo fa entrare in soffitta, dell’oggetto della ricerca nessuna traccia. Poi è la volta della zia Caterina, tè indiano bollente e pasticcini fatti in casa. Antonia lo ha accompagnato, e le chiacchiere con la zia si allargano a tutta la famiglia. Ridono dello zio Austero, poverino, si chiama proprio così, “e vi ricordate che tipo allegrone era? Bè, quel nome l’ha intristito. Adesso se ne sta lì come uno stoccafisso, quando è obbligato a vedere qualcuno. Quel nome lo stava proprio aspettando. “
    Si divertono, poi la zia Caterina si mette addosso il famoso cappotto rosso “mi fa sentire più giovane” e accompagna i nipoti dal cugino Alberto, alla ricerca della valigia.
    A casa del cugino c’è solo la moglie Lucia, uno scricciolo che non si riesce a immaginare fra le braccia di quel gigante goffo di Alberto, parlano e prendono il caffè con la torta Rosella, invenzione di Lucia. “Cosa fate, è una vita che non vi si vede. Benedetta ‘sta valigia.”
    Lucia lascia un sms al marito e si unisce agli altri per cercare a casa dello zio Toni. Quello vive da solo da trent’anni, e non sono neanche sicuri che aprirà la porta. Nessuno lo ha più visto da un pezzo.
    “Andatevene, non ho nessuna borsa, non sono mica un ladro, io.” La zia Caterina, col suo cappotto rosso, lo investe di improperi fino al punto che quello, per non fare venire tutto il vicinato alle finestre, apre la porta. Lei ride come una bambina, lo zio Toni l’aveva in simpatia quando erano piccoli, e si concede un sorriso. Lei lo sgrida, e poi tutti a cercare la valigia nei meandri della grande casa dello zio Toni. Nel frattempo è arrivato anche Alberto, che a momenti neanche passa dalla porta, per aiutare tutti a cercare.
    “Lo so io, chi ce l’ha. E’ rimasta da Giacomo, il cugino di vostro padre, ve lo ricordate? La valigia era rotta, e Giacomo lavora la pelle. Forse poi con la malattia, insomma, magari nessuno l’ha ritirata.”
    “Andiamo da Giacomo.” Toni sta per chiudere la porta dietro di loro, ma la zia Caterina lo prende per un braccio, e non c’è verso che quel poveretto se ne possa restare in pace nella sua solitudine.
    Il negozio di Giacomo è in fondo alla strada, ci si arriva in un lampo. La comitiva ride e si racconta quindici anni di vita in pochi minuti, fra lo stupore e la confusione che sia passato così tanto tempo.
    Giacomo è uno calmo, li guarda zitto, poi dice: “Qui no, forse in cantina. Ho parecchia roba lì. Non avete idea quanta gente si dimentica delle cose. Si vede che non ne ha veramente bisogno.”
    Si sparpagliano come le formiche a cercare in quella specie di paese delle meraviglie. Leo se la gode un mondo, chissà le storie che ha da raccontare quel vecchio paio di stivali. E quella cartella da bancario di lusso. E una cintura con la fibbia a forma di zampa di orso…Proprio nella direzione della cintura, solo un metro più in là, salta fuori la sacca. Bella, di pelle morbida rosso scuro, resistente ed elastica. Dopo tanto il suo valore era stato solo accresciuto da quell’aria frusta per i viaggi, il sole, le scoperte. Leo la apre e trova, chiusa in una tasca con la lampo, una piccola lettera. Poche righe. Papà era sempre stato un laconico.
    “Leo, questa valigia l’ho destinata a te, perché tu sei sempre stato capace di capire l’anima delle cose. Di sicuro ci troverai dentro tanto di quello che ho vissuto, i miei sogni, e tutte le volte che non c’ero e mi sei mancato. So di essere stato un padre assente, ma tu eri sempre con me. Adesso che me ne sto andando vorrei che tu li riunissi tutti, tutte le schegge di questa famiglia di introversi, gente selvatica che frequenta poco il mondo. Falli parlare, Leo, ritrovali. Ripercorri le nostre strade. Ti voglio bene. Dai un bacio ad Antonia per me.”
    A Leo tremano le mani. Sono cose che picchiano forte, queste. Rimette con cautela la lettera dentro la sua nuova, bellissima borsa. Poi alza gli occhi, e vede. Vede la sua famiglia seduta intorno ad un vecchio tavolo di lavoro di Giacomo, tè caldo e vino per tutti. Caterina parla con le guance accese, Toni che la guarda coi suoi occhi grigi profondi. Lucia che sparisce ridendo fra le braccione di Alberto, Antonia che lo cerca con gli occhi, e gli fa cenno di unirsi a loro.
    Fanno tardi, quella sera, un po’ storditi e con la testa piena di ricordi e nuove aspettative. La notte sa di malva e culla tutti, bambini e adulti.
     
    Capitolo 5
    Eon tentò di restare vigile , ma le palpebre calavano come saracinesche sul mondo , lasciandosi sedurre nel mondo di Morfeo ma non sarebbe stato solo per molto tempo .
    Quando il cranio d’ossidiana , appoggiato sulla scrivania adiacente al letto , emise una risata gutturale , finché la bocca si distese sempre di più , mentre un alone verdastro con sfumature di rame e bronzee si accesero fino a intensificarsi in tutta la camera .
    Eon si alzò rapido , afferrando il teschio e sdraiandosi sul letto ,  prima che un’ immagine, fin troppo familiare,  si concretizzò come se si trovasse proprio lì con lui .
    << Ciao , sei sveglio >> disse Desmond fuori  casa , tenendo stretto lo specchio, tempestato di diamanti di fronte a sé , sentendosi aleggiare in una foschia malsana quanto la gente della città .
    << Che acuta osservazione ! >> replicò Eon sarcastico , osservandolo alzare gli occhi al cielo mentre sibilava seccato tra i denti .
    << Ogni volta che apri bocca , esce solo sarcasmo ?! Comunque ti ho contattato … >> disse Desmond esasperato ma fu bruscamente interrotto .
    << Come sai il mio contatto ? >> chiese Eon perplesso e seccato , allungando un braccio sotto la nuca e fissandolo scioccato .
    << Ho visto sul contratto . Così me lo sono segnato mentre parlavi con la signora Spiros o meglio tentavi di parlare con lei >> rispose Desmond come se la risposta fosse ovvia .
    << Non potevi chiedermelo come una persona normale ?! Perché ho l'onore del tuo contatto ? >> disse Eon pungente in un tono mellifluo da infastidirlo non poco .
    << Ho pensato >> disse Desmond ma fu interrotto , ancora prima di formulare una frase sensata .
    << Ahi . E’ pericoloso che sai pensare >> commentò Eon divertito , abbozzando un sorriso sornione anzi strafottente da infastidirlo ancora più di prima .
    << Ho questa capacità .  Mi dispiace . Ho pensato di prendere già il pranzo pronto . Vuoi qualcosa in particolare ? Sono in coda allo sportello del negozio >> disse Desmond , sorvolando il suo commento con un’alzata di spalle .
    << No, va bene quello che vuoi . Non ho alcuna preferenza . Allora apparecchio la tavola . A dopo >> rispose Eon in procinto di chiudere il contatto , allungando due dita verso le orbite del teschio in mano , che risplendevano in un bagliore effimero e argenteo .
    << Aspetta un attimo . Ti piace stare sotto di me anche come ologramma . Comunque devi … >> disse Desmond sornione.
    Eon non replicò , infilando stizzito le dita nelle orbite , sentendo una scossa attraversargli lungo il braccio , finché l’immagine sopra di sé si dissolse in un bagliore opaco nelle tenebre fitte della camera . Si rialzò di scatto , controllando che tutto fosse apposto e si diresse in cucina, stagliata da quei raggi tediosi del giorno che risaltavano il mogano della credenza sovrastante al ripiano cottura .
    Era lunga a più sportelli , come se fosse una balconata interna , con quattro pomelli d’ ossidiana che sembravano risucchiare la luce esterna .
    Eon rimase in penombra , prendendosi coraggio , finché mosse appena un piede su una piastrella marmorea , dove la luce creava un gioco di contrasti .
    Avanzò inesorabile al mobile , sentendo distintamente i raggi trapassare amari lungo il suo corpo ma non ci badò , mentre con calma aprì il primo sportello che gigolette sinistro , a rivelare un alveare metallico quadrangolare , in cui una serie di tazze di ogni forma e dimensione e una caffettiera a forma di sigaro erano incastrate , tanto che alcune si sfioravano le une alle altre .
    << Ma che cazzo ! Siamo in due perché ci sono un centinaio di tazze ?! Mi sa che l' incantesimo non è andato proprio come speravo . Sarà colpa di quello là . Dove saranno i piatti ? >> proruppe Eon incredulo e seccato , trattenendo un contato di disgusto che si alzava lungo la gola al pensiero del pranzo imminente , mentre attese una risposta dal ritratto della casa ma invano .
    Era una presenza scostante in tutto lo stabile ma nessuno sapeva chi fosse realmente , da far venire i brividi a tutti quanti ed Eon non era da meno .
    Eon scosse il capo , passando al altro sportello che aprì di scatto , tanto che sibilò sottile a sferzare il normale brusio della cucina , rivelando due celle serpentine , metalliche e parallele le une alle altra , dove i piatti di porcellana o terracotta finemente dipinti in ricami blu verde sostavano in bella mostra come opere d’ arte in un museo , insieme alle posate racchiuse in scrigni traslucidi e imperlati in gemme preziose , che sostavano a mezz’ aria tra una cella all’ altra .
    << Eccoli qua >> disse Eon divertito , allungando una mano ad afferrare un piatto che improvvisamente si ritrasse , quasi timoroso , al suo tocco ,spostandosi in profondità del mobile senza fine in perfetta armonia con gli altri .
    << Perfetto . Ci mancavano i piatti timorosi in questa bellissima giornata ! >> esclamò Eon sarcastico , alzando gli occhi al cielo mentre ritentava ad afferrare lesto un piatto .
    I polpastrelli sfioravano la superficie liscia  ma ruvida sull’ estremità di un piatto tondo .
    Il piatto tremolò al suo tocco, prima di scomparire nelle profondità del compartimento .
    Eon non si arrese , sporgendosi sempre di più il braccio nel compartimento , evitando uno scrigno , tanto che la cella metallica vibrò intensa e un filamento si staccò , serpeggiando rapido su di lui a scalfirlo appena o così era in apparenza .
    Eon sentì una lieve pressione sul palmo inguantato , finché una luce accecante si propagò dal nulla e lo scansò inesorabilmente contro la soglia d’ingresso mentre una figura apparve .
    << Sono tornato , tesoro . Ti sono manca … >> disse Desmond , oltrepassando ignaro la soglia nel momento in cui Eon cadde rovinosamente su di lui , schiacciandolo a terra con un tonfo ovattato .
    Desmond sentì distintamente il dolore diffondersi lungo la nuca , come un’ onda che si propaga nel mare fino ad abbattersi sulla spiaggia , espandendosi nella schiena in un lamento basso ma intenso lungo la colonna dorsale .
    Il dolore passò gradualmente al secondo posto , mentre qualcosa si agitava in lui lentamente alla presenza estranea sopra di lui .
    Un corpo tiepido , dovuto al fatto che la sua temperatura era più alta di una spanna rispetto alla norma e ne era conscio , pressava su di lui morbido quasi che le curve della schiena giungeva a risaltare le natiche attaccate o meglio incollare sul suo inguine , che non tardò a dare una risposta a tal domanda prettamente squisita .
    Profumava di buono e pulito come sapone fresco e vellutato di lavanda da inebriarlo del tutto , seppur gli odori aleggiavano forti a mezz’ aria , del cibo sparpagliato rovinosamente a terra,  poco distante da loro , soprattutto le fette di prosciutto penzolavano tra le fette di pane semiaperte come conchiglie abbandonate in riva al mare .
    << to >> completò la frase Desmond a fiato corto sul collo esposto a lui invitante ,  tanto che la pelle rosea era morbida contro le sue labbra .
    Eon sentì distintamente il suo alito accarezzargli  il collo inclinato leggermente , rabbrividendo al contatto con le sue labbra vellutate,  che ondeggiavano sulla propria cute in una piacevole frizione quanto i loro bacini .
    Una goccia di saliva iniziava a scivolare copiosa su di lui in un tintinnio impercettibile , seguita dalla punta della lingua che sfiorò la pelle , provocando un altro brivido , in un tocco breve da sembrare un illusione .
    Desmond ritrasse rapido la lingua , sentendosi in procinto di affondare in quella carne così esposta e tentatrice , da celarlo con un basso lamento al suo orecchio .
    << Non mi sono buttato su di te , perché sentivo la tua mancanza . Sono stato catapultato via da un incantesimo , perché ho cercato di prendere un maledettissimo piatto senza … >>
    << Oh che peccato ! Io pensavo che ti mancavo ed eri felice di vedermi >> interrompe Desmond divertito e sornione , tanto che il sorriso si stampava a fuoco sulla cute liscia del altro  , tesa e leggermente fredda come ghiaccio , da scatenargli un ulteriore tremolio in tutto il corpo che si propagò pure a lui .
    << Te l'ho già detto . Pensare per te è pericoloso , ma direi controproducente >> replicò Eon pungente , sentendo  un peso su di se che non si era accorto , osservando le sue mani grandi con le dita affusolare , quasi artigliose , schiacciarlo sul petto , a tenerlo premuto contro di lui come se fosse un pupazzo di pezza .
    << Spiritoso . Mi hai preso per un materasso ? >> commentò Desmond scocciato e strafottente,  in contrasto alla limpida ed evidente risposta corporea al contatto prolungato dei loro corpi .
    << Non sembra che ti dispiaccia , anzi direi il contrario . Fatelo dire come materasso sei proprio scomodo e duro >> ribatté Eon sarcastico , pentendosi subito dopo , tanto che si mordicchiò il labbro inferiore mentre sentiva distintamente il sorriso del altro allargarsi , a marcargli la pelle in un altro brivido .
    << Non si è mai lamentato nessuno di quanto fossi duro >> sussurrò Desmond beffardo contro il collo , scorrendo una mano lungo gli addominali , come gocce di pioggia su un prato fiorito , finché un dito si intrufolò tra la maglia e la prima asola chiusa dei jeans .
    Eon sussultò controproducente , percependo fin troppo ben la sua durezza palpitare contro le natiche in un assaggio furtivo e invadente ad annunciare ben altro , mentre qualcosa in lui si risvegliava lontano dagli occhi e dal cuore, tanto che i jeans gli apparvero stretti .
    << Come no >> replicò Eon sarcastico , tentando di controllare i suoi impulsi, mentre percepiva distintamente il cuore sotto di lui scalpitare veemente in una melodia densa di tenebre, a tentarlo .
    << Non dici sul serio >> commentò Desmond divertito in un tono leggermente rauco , muovendo indice a sbottonare la prima asola in uno schioppo appena udibile , introducendo il dito sulla pelle esposta talmente gelida , da sembrare il soffio della morte in contrasto alla propria , a rendere la tensione più palpabile di quanto non fosse, da fargli emettere un gemito , che echeggiava come un fulmine nel silenzio della cucina .
    << Non dispiace nemmeno a te , a quanto pare . Vediamo un po’ quanto ti piace >> sussurrò Desmond sornione , ondeggiando incalzante le dita verso la zip metallica e dura , tirandola giù lentamente ad accarezzare il profillo della sua eccitazione vivida attraverso i boxer , che sussultò sotto i  propri polpastrelli , prima che una mano lo fermò in un presa ferrea , riportandola sullo stomaco .
    << Stai prendendo un po’ troppe libertà , Bloodmoon >> sentenziò Eon infastidito in uno strascico che la raccontava lunga sul desiderio mal represso, da farlo ghignare .
    << Non è colpa mia . Mi sei gettato addosso e queste sono le conseguenze che provi anche tu >> ribatté Desmond esaltato , muovendo la mano libera verso il petto a percepire il suo battito ma venne bruscamente fermata sul nascere .
    << E’ una reazione normale . Non montarti la testa >> replicò Eon piccato , a celare il terrore di essere scoperto in un battito , allungando lesto una mano a bloccare la sua avanzata e la trascinò in basso lungo il fianco , bloccandola poi gemellare alla precedente .
    Intrecciò le dita alle sue , beandosi in quel dolce e intenso calore , da turbarlo più di quanto non fosse già .
    << Sì ,  per un adolescente arrapato e inesperto . Tu non mi sembri né uno né altro ma ti posso capire . Sono in astinenza da molto tempo . Perché te lo sto dicendo ?! Tu sei proprio bau bau >> disse Desmond ironico finché emise un’abbaiata profonda e intensa , da metterlo subito all’ erta .
    << Hai appena abbaiato ?! >> proruppe Eon esterrefatto , sentendo distintamente il corpo sottostante irrigidirsi , perdere quasi eccitazione iniziale e il battito accelerare al estremo , come se volesse vivere dentro di sé .
    << No. Era un cane fuori . Forse sei distratto da qualcos’altro . Non posso darti torto , perciò ti immagini le cose >> replicò Desmond falsamente rilassato .
    << Non m’incanti . Ti ho proprio sentito abbaiare . Come potrei confondermi ? Siccome mi sei attaccato al culo e non dire che mi piace , perché è un no categorico ! >> ribatté Eon risoluto , provando a voltarsi ma invano .  Spinse sempre di più il bacino contro il suo in una frizione di carne , a generare una scintilla che esplose in entrambi .
    << Non ho abbaiato >> disse Desmond a disagio .
    << Sì che lo hai fatto >> ribatté Eon scettico .
    << No >>
    << Sì >>
    << No >>
    << Sì >>
    << No . Senti perché ora non ti alzi o vuoi strami addosso così per tutto il giorno ? Quello scomodo qui sono io >> ribatté Desmond a denti stretti in un tono falsamente pacato , sentendo qualcosa agitarsi impellente in lui per fuoriuscire veementemente sulla preda ignara .
    << Capirai . Non hai tu … Hai capito ? >> sbottò Eon seccato ,  seppur il tono appariva vagamente suadente alle orecchie del altro .
    << Non ho capito >> disse Desmond beffardo in un tono ironico , sentendolo agitarsi nervoso su di sé , a incrementare il contatto intimo tramite indumenti , che sembravano sempre più stretti e ingombranti tra di loro .
    << Non muoverti così ! Peggiori la situazione oppure vuoi che aggravi  in modo piacevole , duro che scorderai mai più ? >> replicò Desmond piccato ma suadente al tempo stesso , espirando direttamente sul suo collo , a scatenare un ulteriore brivido che si espanse nei loro inguini .
    << Direi di no . Se mi lasciassi andare , mi alzerei volentieri da te >> replicò Eon sarcastico e sprezzante .
    << Sei tu che mi stai tenendo le mani e non il contrario >> commentò Desmond quieto in una sfumatura di sarcasmo strafottente , da urtargli il sistema nervoso in carenza .
    Eon rilasciò le mani come se si fosse ustionato , facendolo ridere di gusto ,  tanto che i loro corpi sbatterono in quella lieve vibrazione che si propagò da uno al altro .
    << Idiota >> bofonchiò Eon indispettito , alzandosi con slancio , provando a strusciarsi il meno possibile su di lui ma senza esito , a generare un nuova scossa tra di loro ,  mentre impiantava i piedi tra i suoi e si ergeva lentamente in piedi  . Si sbilanciò in avanti a mostrare ampiamente il suo deretano a lui , rivelando i boxer blu , mentre i jeans scivolarono lungo le cosce .
    << Che bella vista quaggiù ! >> esclamò Desmond divertito , celando il desiderio di tuffarsi in quei glutei sodi e non solo per assaggiare quella carne sgusciante .
    << Goditela da lì , perché sarà la sola occasione che avrai >> replicò Eon sarcastico , riacquistando l’ equilibrio e lanciò uno sguardo torvo ma compiaciuto di sé , aggiustandosi i jeans .
    << Mai dire mai . Non mi aiuti ad alzarmi ? Ehi che fai ? >> disse Desmond sornione , allungando le mani in alto ma venne ignorato del tutto .
    << Ho un conto in sospeso con la credenza >> replicò Eon battagliero , allontanandosi da lui e dalla tentazione di quel corpo caldo e vivo in ogni vena .
    << Per essere ricapultato di nuovo su di me ?! Non so ,  se ti riprenderò questa volta . So come si fa, quindi ritorna qua e aiutami ad alzarmi . E’ un semplice gesto di cortesia >> replicò Desmond beffardo e risoluto al tempo stesso .
    << Hai abbastanza energia da farlo da solo . Muoviti e vieni qui da bravo cagnolino >> ribatté Eon scocciato fino ad assumere un tono alquanto divertito e strafottente , mentre un ghigno si allargò sul volto da renderlo un moccioso insopportabile .
    Desmond sbuffò spazientito , alzandosi in piedi di slancio e raggiungendolo in poche falcate , tanto da affiancarlo senza invadere di nuovo il suo spazio .
    << Allora ? Grande Stregone  mostrami il trucco . Voglio proprio vedere che vieni scaraventato fuori dalla cucina >> disse Eon mellifluo , incrociando le braccia sul petto e lanciandogli uno sguardo di sfida che fu colta al volo .
    Desmond sorrise superiore , appoggiando indice sul pomello , tanto che il polpastrello si schiacciava contro la pietra liscia .
    La quale si surriscaldò , tanto che un fumo denso e scuro si espanse in tutta la cucina , come una cappa che li soppresse in ogni cellula , finché venne risucchiata nella pietra che mutò colore in un bianco cangiante .
    Desmond appoggiò tutta la mano sul pomello che si girò in uno scatto impercettibile , aprendo lo sportello di slancio , a rivelare le stoviglie in mostra e soprattutto ben disposte nel compartimento .
    << Siamo pronti a servirvi , signori >> dissero le stoviglie al unisono da risuonare agghiacciante nella zona limitrofa .
    << Ta da ! Non ci voleva molto , no ? Puoi apparecchiare ma non rovinare i guanti , mi raccomando.  Mentre valuto se qualcosa si è salvato , ma potremmo mangiarlo anche se ha toccato il pavimento >> disse Desmond trionfante e successivamente semi serio , spostando lo sguardo sul sacchetto abbandonato lungo il corridoio con il cibo straboccato, come lava da un vulcano iperattivo.
    << Che schifo ! Non puoi mangiare il cibo a terra e non lo farò di certo . Non sai che ci sono i germi spettrali e zolfo .?! Comunque come facevi a saperlo ? Non hai ascoltato la signora Spiros quella notte  >> replicò Eon disgustato e perplesso .
    << Non fare lo schizzinoso e poi non esistono i germi spettrali . Lo so e basta . I miei hanno una credenza simile >> replicò Desmond in un tono vago che celava qualcosa’ altro , raccogliendo il cibo da terra e buttandolo in parte nel cestino .
    Eon non indagò , apparecchiando la tavola come se danzasse , a posare le varie stoviglie per il poco pranzo che consumarono in un silenzio , carico di tensione palpabile ad ogni gesto .
    << Non avrei mai immaginato di ritrovarmi un inquilino che piace gli altri dello stesso sesso >> disse Desmond esterrefatto in un tono sereno, quasi freddo , come se stesse parlando del tempo , dissolvendo il silenzio tra di loro .
    << Homosexuel , vuoi dire ?! >> sbottò Eon ironico , appoggiando le posate sul piatto senza incrociarle e pulendosi le labbra con un tovagliolo lindo che rimase tale .
    << Bè sì , ma volevo essere meno diretto >> bofonchiò Desmond , bevendo un ultimo sorso d’ acqua mentre il bicchiere si liquefece tra le dita in un batter di ciglia , fino a consolidarsi in vetro com‘era dapprima ,all’ ultima goccia inghiottita .
    << Adesso fai il timido , mentre prima volevi entrarmi nelle mutande ? Sei proprio un tipo strano >> commentò Eon pungente e suadente al tempo stesso , incrociando le gambe sotto il tavolo .
    << Lo dice quello che scappa a ogni minima conversazione >> ribatté Desmond sarcastico in un tono non meno piccato , appoggiando il bicchiere vuoto di fronte al piatto altrettanto , senza neanche una briciola .
    << Touchè >> replicò Eon in un tono falsamente umiliato .
    << Non ti preoccupare , non ti salto addosso . Non sei il mio tipo . E’ stato solo un caso e poi sei strano anche tu con quei guanti indossati in ogni occasione che ti vedo >> disse Desmond saccente in un tono strascicato e annoiato , da fargli scattare quasi un nervo .
    << Mi hai rubato le parole dalla bocca >> replicò Eon infastidito , sentendo ancora quella mano salire lungo gli addominali fino al petto ,  ma soprattutto l’ altra mano sulla propria intimità, che guizzò al pensiero .
    << Ho una cosa per te . Me ne stavo dimenticando,  prima che vado a lavorare >> disse Desmond , cambiando argomento che scottava fresco ad entrambi , porgendogli un sacchetto nero con una scritta dorata alla rinfusa di una cartoleria al centro della città .
    Eon la prese titubante , scuotendola un po’ , tanto da sentire il ticchettio assordante di un oggetto sconosciuto contro la carta spessa .
    << Non è mica un’arma . Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere e chissà ti rilassa e diventi un essere più bau … civile >> disse Desmond , accorgendosi in tempo dell’ abbaiata in tempo e correggendosi in extremis .
    Eon lo fissò perplesso , tirando fuori un blocco di disegno nuovo di zecca, che lo lasciò senza parole.
    << Mi dispiaceva , che hai dovuto separarti dal regalo di tua madre . So che non è lo stesso , ma spero che continui a disegnare . Sei proprio bau bau .. . Bravo >> disse Desmond in un tono quasi dolce , cercando di controllare la propria voce a non emettere alcun verso ma fuoriusciva a tradimento , a fargli battere il cuore all’ impazzata .
    << Grazie >> disse Eon sorpreso .
    << Se vuoi , puoi ritrarmi nudo >> commentò Desmond divertito , ricevendo un’ occhiataccia .
    << Nei tuoi sogni >> ribatté Eon pungente .
    << Ti va di vedere come sparecchio ? >> chiese Desmond divertito , alzandosi in piedi e afferrando la tovaglia senza aspettare una risposta .
    << Non mi sembra … >> disse Eon accigliato , osservandolo perplesso mentre sollevava la tovaglia , lasciando le posate sul tavolo tranne un piatto che si infranse a terra , di cui i cocci si sparpagliarono sul pavimento .
    << … Una buona idea >> finì Eon scocciato , abbassandosi a raccogliere  i frammenti , tanto che sbatté il capo con il coinquilino , gemendoci in sincronia e fissandolo accigliato .
    Desmond mugolò basso e roco , sentendo un coccio infilarsi nel dito , da lacerarne la carne , tanto che il sangue defluì al esterno .
    << Guarda , sanguino . Succhia >> disse Desmond affranto e falsamente innocente , allungando il dito ferito a lui .
    Eon trasalì spaventato , sentendo qualcosa risvegliarsi in lui, in procinto di emergere da un momento al altro .
    Quando una voce si elevò dal nulla , richiamando Desmond che rispose al contatto mentre si allontanò da lui , risolvendo la situazione in tempo , scostando in corridoio .
    << Devo andare . Scusa . A dopo se ci becchiamo >> disse Desmond uscendo da casa , succhiando il dito ferito , dopo aver sparecchiato in fretta e furia .
    Eon sospirò sollevato, sicuro di essere solo , guardando la goccia di sangue impregnare il guanto e portandolo quasi alla bocca ma si bloccò , sfilandosi i guanti e buttandoli via senza alcun rimpianto.
    Strinse il blocco da disegno , schizzando la sua prima opera nella sua nuova vita complicata quanto quella lasciata nel passato .
    Posso chiamarti amore?
    Lontane sono le nostre mani
    lontani i nostri sguardi
    ci accomunano solo brevi pensieri.
    Condividiamo solo attimi scritti fugacemente
    su piccoli spazi virtuali 
    ma sento dentro nel cuore
    la voglia , folle, di chiamarti amore.
    Ho visto i tuoi occhi, i sorrisi e i pianti
    e come voce di canti
    han segnato il tempo passato
    scrivendo e leggendo
    di una vita lontana.
    Preghiere e sospiri
    alzati nel vento 
    sperando che il tempo 
    guarisse ogni male.
    Ma ti sento vicina, 
    amica del cuore...
    nell'anima fremo...
    Gesti ripetuti, attimi vissuti
    mille volte l'attimo si ripete
    Secondi, minuti, ore...
    dal primo all'ultimo giorno
    sempre lo stesso scandire.
    Mai può cambiare, 
    mai può variare.
    Ne più ne meno, il tempo 
    sempre uguale, passa.
    Ma ogni attimo ha il suo motivo
    ogni secondo è diverso dall'altro
    perché in un secondo cambia la vita
    in un attimo, noioso ripetere del tempo
    le sfumature sono diverse e mai uguali.
    Osserva la vita intorno a te:
    mai avrai di nuovo lo stesso momento,
    mai potrai godere della stessa sensazione 
    nel ripetersi del tempo.
    Godi ogni attimo, perché unico e irripetibile.
    Gesti ripetuti, attimi vissuti
    mille volte l'attimo si ripete
    Secondi, minuti, ore...
    dal primo all'ultimo giorno
    sempre lo stesso scandire.
    Mai può cambiare, 
    mai può variare.
    Ne più ne meno, il tempo 
    sempre uguale, passa.
    Ma ogni attimo ha il suo motivo
    ogni secondo è diverso dall'altro
    perché in un secondo cambia la vita
    in un attimo, noioso ripetere del tempo
    le sfumature sono diverse e mai uguali.
    Osserva la vita intorno a te:
    mai avrai di nuovo lo stesso momento,
    mai potrai godere della stessa sensazione 
    nel ripetersi del tempo.
    Godi ogni attimo, perché unico e irripetibile.
    Alba.
    Alba di un nuovo giorno.
    Alba infranta dal sole.
    Raggi di luce, tagliano come coltelli
    le oscure tende della notte
    che debole si arrende 
    al nascere del sole.
    Cambia la prospettiva della vita
    se guardando i raggi del sole 
    si immagina il domani.
    Fuggente come un lampo,
    l'attimo cambia la sua prospettiva
    in un perennemente uguale
    ciclo di vita.
    e i deboli raggi del mattino
    cambiano in accese lingue di oro rovente.
    Roma non è stata costruita in un giorno,
    e tu caparbia non ti lasci andare,
    ma d'altronde non hai scelta.
    Non puoi far altro che brillare
    o lasciarti ammirare.
    Dall'alto delle colline americane serpeggi,
    ben distratta,
    ti togli il velo dell'innocenza ed ecco qua tutto il tuo splendore.
    Lasciarsi andare, perdere
    o illuminarsi in eterno?
    ‘Dedico questo libro alla donna che mi ha aiutata ad essere la persona forte che sono oggi, mia madre, che è anche la mia stella, e ad una persona speciale che ha creduto in me fin dall’inizio e mi ha insegnato che i sogni, quelli veri, non sono così distanti dalla realtà.
    Un grazie anche al mio batuffolo arancione che mi ha accompagnato in questa bellissima avventura, che ha dormito sui fogli che buttavo via tra un racconto e l’altro e mi ha dato l’ispirazione giusta.
    Il mio gatto Plutone, un fratello, un migliore amico. ‘
     
     
     
    Il libro incompiuto
    La realtà sulla tela
    Il gatto infernale
    A cena dal vicino
    La vedova di Moonlight Street
    La casa sulla collina
    I demoni nel buio
    Lo specchio
    Di notte sotto il letto
    L’equivoco di Jeremy Hed
    Al posto loro
    L’hotel del delirio
    Incubi
    L’incontro
    Le trentun streghe
    Contagio ideale
                                                                
     
     Il libro incompiuto
     
     
     
    Mio caro amico fidato, prego siediti pure, non mi disturbi affatto. Anzi, sono ben lieto di averti qui nella mia dimora, nel mio vecchio angolo di quiete e serenità.  Ahimè, non posso offrirti altro che un pasto frugale, ma sarò ben disponibile nel donarti qualcosa che fin’ora ho riservato solo a pochi intelletti e cari fidati.                                 Tu sei uno di questi, uno di quei rari esempi di vera amicizia e fedeltà.                                                                                    Ho deciso di invitarti per raccontarti un episodio che oserei definire bizzarro e grottesco al contempo, una vicenda che lascia nell’animo un solco profondo, come se due grosse zampe mostruose avessero calpestato con ferocia la mia sanità mentale.                                                                                                                                                          E proprio di abomini e mostri parleremo.                                                                                                                                      Nel frattempo se vuoi accomodarti e iniziare ad assaggiare le  pietanze  preparate dal mio fedele domestico io ne sarei ben felice. Ma, ti chiedo solo di tendere bene l’orecchio, di non lasciar divagare la mente, poiché  ho bisogno della tua attenzione.                                                                                                                                                            Voglio liberarmi l’anima una volta per tutte, dopodiché potrai alzarti, decidere di gettare a terra la sedia e gridare con quanto più fiato avrai in gola, oppure rimanere calmo. Iniziamo? Bene!                                                              Nel 1832 avevo poco più di vent’anni e vivevo con la mia unica nonna rimasta in vita, Georgia Aladha Philips,  in un parsimoniosa villa al 234 di Devil Street.  Mio nonno ci aveva lasciato in eredità solo la sua vasta biblioteca, che forse per altri poteva non avere alcun valore, ma di certo non per un animo curioso come il mio.  Quei libri, tutti i tomi contenuti in quell’enorme stanza significavano tutto per me. Mi sedevo e, sfogliando ad una ad una le pagine ricche di illustrazioni, io viaggiavo.                                                                                                                                                                 Non mi sono spostato molto in questi miei quarant’anni, lo devo ammettere, ma quando poggiavo un tomo sulla mia scrivania e chiudevo gli occhi perdendomi in tutte le letture fatte precedentemente, io mi allontanavo dalla mia Providence, non con i passi, ma con la mente. Forse, mio caro amico, penserai che io mi stia allontanando dal racconto che voglio farti, ma non è così, anzi stiamo centrando il discorso in pieno. Fu proprio il mio amore smisurato nei confronti della lettura ( specialmente classica,  difatti amavo trascorrere ore intere a studiare gli autori greci e latini, e il mio preferito era senz’ombra di dubbio Plutarco) che mi indusse ad iscrivermi ad una scuola molto pregiata, ‘L’Università d’arte,  musica e scrittura’ Era una nuova scuola e ne rimasi affascinato fin dal principio.                                                                                                    Le grandi porte in stile settecentesco, le sculture marmoree, tra cui alcune che arrivavano direttamente dall’Italia! Altre che raffiguravano Ade e Persefone,  poi vi si potevano trovare i grandi alabastri e le colonne imponenti con i loro capitelli dorici. Dio mio! Per non parlare degli immensi giardini che ospitavano le più svariate tipologie di uccelli variopinti, inclusi i pappagalli ‘Cenerini’ con le loro code rosse e i corpi massicci e grigi.                                                                                                                                                                                                      In quel luogo, più precisamente nei pressi dell’aula in cui gli artisti (in questo caso solo scultori e pittori)  imparavano il mestiere, conobbi lui, il protagonista della mia storia. Stava seduto su di una panchina in legno, molto deliziosa, e ci restavano ancora venti minuti liberi, dopodiché avrebbero ripreso le lezioni.                       Mi sorrise e io vidi chiaramente che stava sfogliando un manuale, o un libro piuttosto particolare e  voluminoso. All’inizio vidi solo le prime lettere che sicuramente componevano il titolo, poiché il suo indice e l’anulare seguiti dal primo dito, ne limitavano la completa visuale.                                                                                                         Riuscii solo a leggere le prime due lettere N. E. Poi nient’altro. Mi sporsi leggermente, lui per un caso fortuito estrasse un fazzoletto dalla tasca sinistra e quindi, il movimento lo costrinse a spostare leggermente la mano, mostrandomi così il titolo completo dell’opera, ‘Necronomicon’.                                                          Io ora tremo solo al sentir pronunciare quel nome, o solo nel rievocare quel macabro ricordo.                                        Poco dopo, il ragazzo si presentò dicendo di chiamarsi Abdul Serheen e spiegandomi che grazie ai suoi brillanti studi e alle sue doti straordinarie, era riuscito ad allontanarsi dall’Arabia per raggiungere la cittadina di Crossway,  sede della nostra facoltà. Quel giovane mentre parlava, aveva un non so che di tremendo, spaventoso e brillante allo stesso tempo. Guardarlo era come perdersi in un meraviglioso incubo in cui delle sirene malvagie cantano i loro inni ai naufraghi ipnotizzati.                                                                                                              In lui risiedeva il genio e la follia, che sono  fatti della medesima sostanza. Mi invitò a fermarmi da lui, dopo le lezioni, ed io, mio caro amico non potei proprio rifiutare.  Ormai ero attratto da quella sua tenebrosa capacità di farti dire di si in ogni momento, ogni volta che lui volesse trascinarti con se, nel tunnel della sua indubbia malvagità e persuasione. Non potevo sottrarmi alla sua volontà, ero stato scelto  e non riuscivo ad opporre resistenza in alcun modo. Scoprii che la sua fatiscente dimora, diroccata e quasi putrescente, non distava molto  dall’abitazione da cui mi tenevo ben distante per paura che sbucasse fuori un uomo che da piccoli tutti chiamavamo ‘il Vecchio Terribile’.                                                                                                                          Provai l’immediato l’impulso di fuggire, credimi, ma sapevo che ormai ero in trappola. Ero una mosca nelle fauci di una pianta carnivora, e si, mi stava letteralmente divorando. Entrando dalla porta principale, percorremmo un lungo corridoio buio e tetro. Le pareti erano nere come l’ebano, non per l’eccessiva oscurità ma per via dell’umidità che grondava ovunque. Mi chiesi come facesse a vivere in quel modo senza essersi ammalato gravemente prima d’ora, ma rimase un mistero. Con un cenno della mano mi pregò di precederlo e mi fece scendere trenta scalini ( li ricordo con un rigore quasi ossessivo).                                                     Lui rimase dietro di me, illuminando la via con una candela quasi spenta. Ben presto i miei occhi si abituarono al buio e vidi con orrore che in un piccolo leggio posizionato al centro di una stanza completamente vuota, c’era quel libro! Il Necronomicon era proprio davanti a me!                                                            Mi voltai verso Abdul, tremante,  e vidi che sogghignava, sempre tenendo ben salda la candela. I suoi occhi erano di un rosso infernale, sembravano due tizzoni ardenti, e in quel momento, forse a causa della paura e della quasi totale oscurità, mi sembrò di vedere delle ombre.. dei pipistrelli volare proprio acanto al giovane, come se, si come se gli fossero fuoriusciti dal corpo o dalla bocca. Non urlai solo perché non ne ebbi le forze necessarie, e mentre mi girai per guardare il libro che ora grondava di sangue, sentii una voce spettrale e gutturale nominare un qualcosa che doveva appartenere sicuramente alla lingua araba, perché io non seppi immaginare altro.
     “Cthulhu, Yog-Sothoth!.” Rabbrividii nel constatare che le mura si stavano aprendo e dinnanzi a me si parò una figura  mostruosa piena di tentacoli, un polipo enorme  che cercava di abbracciare l’aria fluttuando. Seguì  una serie di nomi che stavolta riconobbi poiché li avevo già sentiti nominare e letti nei trattati dei stregoneria e nei volumi di occultismo.                                                                                                                                       “ Incubi e succubi, ghoul, ti darò in pasto ad uno dei miei ghoul”                                                                                                                                              Non riuscii a parlare e mi resi conto che ormai la casa ci stava letteralmente per crollare addosso e che saremo morti in ogni caso. Mi appellai a quel poco di coraggio che mi era rimasto e mi avvicinai al maledetto libro, con l’intento di strapparlo e farlo a pezzi. Abdul capì immediatamente il mio volere, ed urlò come un animale ferito e indiavolato. Non cedetti, presi in mano il volume e con ribrezzo mi resi conto che la copertina era stata creata con lembi di pelle umana ed un ghigno feroce, appartenuto forse ad un uomo innocente e sfortunato come me, faceva da contorno ad una fila di denti aguzzi e marci.                                             Urlai e del sangue nero sgorgò copiosamente dalle pagine, ricoprendo il terreno sottostante e le mie scarpe, e costringendomi a lasciarlo cadere per terra, rinunciando così all’intento di struggerlo per sempre. Mi voltai e vidi tre figure orrende, materializzarsi proprio davanti ai miei occhi.                                                                Una sembrava una donna con un occhio solo che protendeva le braccia verso di me, cercando di raggiungermi e Dio sa solo cosa volesse farmi.                                                                                                                 Immaginai di  finire la mia esistenza in quell’esatto momento, divorato da quelle fauci aperte e profonde, come un grosso leone che per un istante di follia o fame selvaggia, volesse sbranare il suo domatore.                            Le altre due figure sembravano degli amanti, poiché si tenevano per mano, ma i loro arti non avevano niente di umano, sembravano per lo più dei filamenti viscidi e gelatinosi, che rilasciavano delle pozze enormi nel terreno, da cui fuoriusciva del fumo grigiastro. Mentre si avvicinavano sempre di più  a me,                           mi resi conto che strisciavano e imploravano di essere aiutate, nel nome del Necronomicon! Come se quel dannato libro fosse diventato Gesù Cristo o Dio Onnipotente!                                                                                                                               A quel punto, Abdul urlò qualcosa che non capii perfettamente poiché ormai i rumori delle mura che si sgretolavano, erano frastornanti. Sentii che mi diceva qualcosa, che mi chiedeva, anzi mi obbligava a rimanere perché mancavano solo tre pagine, e per completare il libro necessitava del mio stesso sangue.
    Poi, non seppi altro, fui trasportato via da una corrente che proveniva dal basso, come se la terra si fosse aperta  e mi stesse risucchiando via. Vidi i tre corpi che si avvicinavano e gridavano protendendo quelle loro braccia deformi e da cui proveniva un miasma nauseabondo. Temetti di svenire, e invece la fortuna e il buon Dio non mi abbandonarono e anzi, mi aiutarono a non perdere completamente la ragione. Non potevo permettermi di sentirmi male o di arrendermi proprio in quell’istante.                                                          Dovevo rimanere vigile e attivo! I  demoni alle mie spalle erano distrutti e infuriati per non essere riusciti a catturarmi! Mi voltai e vidi che Abdul aveva assunto un espressione grottesca, gli occhi quasi gli fuoriuscirono dalle orbite e sputò un liquido rosso e corrosivo, che lasciò un solco enorme nel suolo sopra di me. Gridai, poiché mi ritrovai a mezz’aria e dopo qualche istanti tastai il terreno, ritrovando in esso un tocco familiare.                                                                                                                                                                           Esatto, amico mio, era la terra della mia casa, ero sano e salvo finalmente! Non saprò mai se ciò che mi è accaduto sia sogno o realtà, so solo che ora sono qui, vivo e vegeto e ho finalmente tolto questo peso che mi opprimeva da troppi anni!
    Tu però non scomodarti, finisci pure il tuo pranzo, vedo che non hai finito il secondo e il mio domestico ha preparato un buon dolce! Una di quelle ricette squisite a cui non si può rinunciare. Ti offrirei del buon Brandy, ma purtroppo le ultime bottiglie sono state conservate con cura giù in cantina, e odio i posti troppo bui, non vorrei esser costretto  a scendere gli scalini con una candela quasi inesistente perché vedi, è da parecchio tempo che non ne utilizzo più una per scendere la  sotto. Non ho più tanta voglia di stare da solo nell’oscurità, non dopo quella volta.
    Credo che mi stenderò un po’, si, dormirò qualche ora e poi quando avrai finito ti accompagnerò nella tua dimora. Adesso andrò a riposarmi sperando che,  come mi accade fin troppe volte, Abdul non mi venga a trovare nei sogni chiedendomi il prezzo da pagare per avere un po’ del mio sangue.
     
    A volte mi capita di passare di fronte alla biblioteca del mio defunto nonno, e tremo al pensiero di poter trovare QUEL libro tra i tanti che compongono la variegata lista di volumi che mi appartengono, non vorrei mai doverlo sfogliare  per la seconda volta, no. Non vorrei mai vedere quel sangue che mi ricopre le mani, ho sempre il timore che sfogliando un libro di occultismo, come la grande Enciclopedia risalente al 1.700,  (L’Encyclopedia of Occultism)  possa sgretolarsi il muro proprio alle mie spalle, e tre demoni con le loro mani lerce afferrarmi e portarmi chissà dove, perché vedi mio fedele amico, questa realtà non è altro che un illusione, e dietro l’illusione che è come il velo di Maya, si nascondono gli orrori più innominabili e le paure ataviche dell’uomo primitivo. E io non voglio dover trascorrere la mia esistenza in quel varco in cui magari una corrente d’aria improvvisa mi possa far precipitare in quell’abisso di follia, sfogliando un libro maledetto per il resto dei miei giorni. Buon riposo a me e ai segreti che compongono questo mondo insano.
     
                                                        Racconto:           ‘La figura innominabile’
     
    -Quindi, lei non riesce proprio a vederla?-
    Erano sul primo gradino della grande scala che portava al secondo piano, dove avrebbero dovuto cambiare le imposte della camera da letto. Alfred era il proprietario e aveva chiesto aiuto al suo vicino, il vecchio Dawson.                                                                                                                                                                                        -Cosa dovrei vedere di strano? Io vedo una scala imponente e nient’altro.-                                                           Certo, gli mancavano quasi quattro gradi, aveva superato la soglia degli ottant’anni e l’anno precedente non era riuscito a vedere nemmeno un ladro che era entrato dalla finestra e gli era passato davanti al naso rubandogli cinquecento dollari.  Poi si era scoperto essere un ragazzino di tredici anni che aveva un bisogno incredibile di quei pochi soldi, solo per rovinarsi la vita.                                                                                                    Droga era la parola che gli frullava in quella tasta bacata da adolescente disastrato e incompreso dai genitori che se la spassavano allegramente invece di occuparsi di lui e del suo viziaccio che infatti, all’età di ventiquattro anni se lo portò via all’altro mondo, lasciando solo un mucchietto di cenere e debiti di gioco. Nient’altro. Facile andarsene via, lasciando allo stesso tempo un piede sulla terra, come a dire.. Io me ne vado ma lascio agli altri i miei problemi, così non vi scorderete più di me. I genitori, infatti non se n’erano mai dimenticati, ed erano morti d’infarto tre anni dopo la sua scomparsa, causa la forte delusione, i troppi debiti da pagare e i troppi pochi soldi a disposizione.
    Ma quella era roba che apparteneva al passato, e non pesava quasi più. Adesso, il presente era quella scala che li avrebbe portati su, nella camera in cui si sarebbero dovuti sorbire il duro lavoraccio.                                             E tutto perché i vecchi proprietari, i coniugi Mac Dawel, se n’erano infischiati come quasi tutti i venditori o affittuari di questo mondo schifoso. Se n’erano andati, o peggio ancora, erano vissuti in un mare di immondizia per oltre trent’anni, senza curarsi minimamente di cambiare le porte che erano quasi inesistenti, di sostituire le finestre che quasi crollavano e da cui entrava il gelo di Gennaio e il sole cocente di Agosto. Alfred non poteva attribuirsi tutto il lavoro, e Dawson sapeva essere così gentile e utile, perciò erano l’accoppiata vincente.                                                                                                                                                    All’inizio aveva seriamente  dubitato delle forze del vecchio, ma quando l’aveva visto, appena la settimana precedente, accaparrarsi un carico massiccio di legna sul suo pick-up allontanandosi nel bel mezzo del bosco senza aver paura di orsi e altre bestie selvatiche, aveva capito che faceva al caso suo.                                           Si, quello era l’uomo che lo avrebbe aiutato. Aveva fegato da vendere, nonostante l’età.                                                Non era certo un pivellino come quell’idiota morto per la droga, no, qua si parlava di un ultraottantenne che non aveva paura di togliere i morti da sotto la terra, come si suol dire.
     
    Era l’uomo perfetto per quell’occasione, come l’uomo giusto al momento giusto. Ancora fermi a fissare il pianerottolo del piano superiore, l’anziano si tolse gli occhiali, premette gli occhi come per cercare di mettere a fuoco, e strofinò le lenti sulla maglietta consumata e bucata. Faceva caldo certo, ma accidenti, quell’uomo era quasi nudo, se non fosse stato per un paio di pantaloni verde militare e delle scarpe bucate. Il massimo dell’esagerazione!                                                                                                                                           Quell’uomo era un genio del menefreghismo, lui faceva quel che voleva e fanculo pregiudizi e regole del mondo. Inforcò nuovamente gli occhiali, e solo allora aprì la bocca e fece una smorfia come di sorpresa mista a disgusto, ma non disse assolutamente nulla.
    -Allora, adesso l’ha vista o no? Mi vuole far credere che non abbia notato niente di strano lassù?-                       Dawson teneva le braccia conserte con un leggero sorriso fievole sulle labbra, come a dire.. Io non sono più spaventato perché ne ho già viste delle belle in quel piano della casa, ora tocca a lei.
    Il vecchio continuò a guardare in quella stessa direzione, ora chiudendo gli occhi per poi riaprirli in un secondo momento, giusto dopo un battito leggero di ciglia. Sospirò come se dovesse ammettere l’amara verità e parlò senza quasi farsi sentire del tutto, come se stesse parlando con il suo Io più interiore.
    -Qualcosa c’è senza dubbio, ma non saprei dire COSA. Mi sembra piuttosto una macchia  o una sorta di muffa, un fungo apparso sul muro? Ma, forse sarebbe consono salire di sopra per avere la certezza che sia qualcosa di naturale, no?-
             Sorrise tristemente voltandosi verso il giovane uomo, come se da solo si fosse dato in pasto ai leoni,come se si fosse buttato dentro la bocca di un coccodrillo ammettendo  che la sua vita non aveva più senso.  In poche parole, sapeva di essersela appena cercata, volendo o non volendo.                                                               Alfred spalancò le braccia come per dire ‘ Se vuole, io sono pronto, sono qui tutto per lei, per esaudire il suo desiderio’ e non fiatò. Entrambi puntarono lo sguardo verso il muro, che appariva stranamente grigio.. Non aveva certo un aspetto sano, non era la classica casa accogliente in cui appena entri ti trovi a tuo agio. No, già dall’esterno sembrava la casa di un antico stregone o di un assassino che non si curava della pulizia ma solo di uccidere e ancora uccidere. I muri sembravano puzzare di umido e di qualcos’altro.. Sangue, forse?
    L’anziano  salì i primi tre gradini, e Dawson gli fu dietro.
    -è sicuro di volermi aiutare  per quel lavoro?-
        Il vecchio sorrise e i suoi denti erano storti, non tutti, ma solo quelli che si vedevano meglio, gli incisivi.            
          Sembrava un roditore, uno scoiattolo che avesse avuto un qualche incidente e si fosse appena rotto i denti che gli sarebbero serviti per aprire le nocciole. 
    - Certo, sono venuto qua per questo-
    -Nonostante…-
    -Si, nonostante…-
    Alfred fece un cenno di consenso, come a dire.. contento lei, contenti tutti e salì altri tre gradini, questa volta precedendo l’anziano che camminava curvo  e la sua andatura era lenta e pigra. In quell’istante l’immagine che vide Alfred fu quella di una lumaca enorme che cercava invano di salire al piano superiore, una lumaca grassa con le antenne enormi e gelatinose, come una sorta di..
     Fungo? Era fungo la parola che gli era venuta in mente? Si, probabilmente si, ma la scacciò via. Salendo i gradini,  ora quasi in cima, vide che la stessa lumaca stava sorridendo, che il suo ghigno ai allargava quasi fino a dilatarsi alla follia, raggiungendo le pareti della stanza, della camera da letto, del pianerottolo. Ad un certo punto, sputò due denti, belli grossi, erano i molari ovviamente, e finirono sul pavimento provocando un suono sinistro, come di due biglie che erano rotolate giù per le scale.
    Niente di tutto ciò che aveva visto era reale, è ovvio, e questo lo sapeva bene anche lui, ma ciò che gli mostrarono i suoi occhi, proprio accanto alla soglia della camera in cui dovevano completare la ristrutturazione, quello invece era vero, senz’ombra di dubbio.                     
       La figura nera era proprio di fronte a lui, accanto all’armadio a muro, come se fosse scivolata al di fuori in cerca di cibo o incuriosita dalle voci. Non ebbe paura, d’altra parte la stava aspettando, sapeva che sarebbe stata li e che sarebbe uscita al momento opportuno. Il rumore l’aveva svegliata da quel sonno primordiale in cui era caduta anni, se non addirittura secoli prima. Adesso era arrivata l’ora della cena diciamo così,                                e ovviamente non si può andare a letto senza aver prima mangiato qualcosa di sostanzioso.                                      L’anziano nel frattempo lo aveva raggiunto e appariva piuttosto tranquillo, la calma lo aveva sempre caratterizzato, non c’era dubbio, ma stavolta nemmeno il silenzio più totale e assurdo lo avevano insospettito o reso nervoso.
    Non una sola  emozione trapelava da quel volto fisso e rigido, che sembrava una sorta di luna piena, con tanto di maree che erano i profondi solchi  tutt’ attorno alla pelle decadente.
    -Vogliamo proseguire, giovanotto?-
     L’uomo non poteva certo vedere la faccia del ragazzo e soprattutto non poteva capire che a meno di tre metri da lui, c’era qualcosa di anomalo e strano. Alfred si voltò lentamente, per paura di ruzzolare giù dalla scala, finendo addosso all’anziano.
     -Glielo chiedo per l’ultima volta, davvero vuole entrare in quella stanza?.-
     Il vecchio sorrise, come aveva fatto la prima volta, e Alfred questa volta ignorò la sua benevolenza e si distrasse con un cumulo di polvere insidiatasi sopra il terzo gradino, calciandolo via con la scarpa. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di non rivedere quella lumaca-roditore. Per un attimo, giusto una frazione di secondo, lo sguardo si spostò leggermente verso l’anziano, e colto dal disgusto, vide che gli colava della bava proprio agli angoli della bocca. Come.. No, niente.                                                    
         E invece si, proprio come una lumaca. Quell’uomo era forse il più atletico che si fosse mai visto, ma era anche così maledettamente disgustoso e viscido, come un verme solitario che striscia via, verso il piano anteriore. Poi, finalmente, quel sorriso si spense,  ridivenne serio e  composto, e parlò.                                                            -Ma certo, cosa vuole che possa succederci? Non c’è niente qua sopra, e adesso andiamo, o mi perderò la partita di baseball alla radio-
     Alfred capì che era arrivato all’ultimo inning proprio quando sentì quelle parole, la sicurezza del vecchio che era sconcertante e subdola.                                                                                                                                                              -Ha mai sentito parlare della vecchia figura?.-
    Il vecchio lo guardò, inforcando meglio gli occhiali, come se avessero un legame con le orecchie, come se avesse amplificato il suo udito e avesse eliminato ogni sorta di dubbio, come se avesse detto al mondo intero ‘ Adesso che ho addosso il mio scudo, niente può ferirmi, questi sono gli occhiali che mi proteggeranno dalla figura mostruosa, capite’?                                                                      
       E invece non c’era niente di sicuro in quel posto, e soprattutto non stando vicino ad Alfred Grent.                                                                   -La figura della bambina, intende?-                                                                                                                                      E socchiuse gli occhi come per dire che era una storia già sentita, forse vecchia quanto lui, che nessuno ne parlava più ormai, perché nessuno credeva ai fantasmi in quella cittadina, nessuno in campeggio si sedeva attorno al fuoco e raccontava la storia della bambina che viveva nella vecchia casa abbandonata da tempo. Alfred rispose quasi ridendo                                                                                                                                                           -No, accidenti, quella era semplicemente una leggenda, la bambina di cui parla lei non è mai esistita.                        Sono stronzate che raccontava la nonna della bambina che abitava qua per far terrorizzare tutti i ragazzini delle vicinanze. Vede,qui prima la vecchia vedova Nathalie Ferner aveva degli animali, c’era una sorta di fattoria, e ogni tanto di notte quelli più maldestri si avvicinavano per da fastidio ai maiali della vedova, e beh, lei aveva raccontato in giro che ilo fantasma di sua nipote alloggiava li da anni, e che se si fossero avvicinati di nuovo, lei li avrebbe puniti, perché quelli erano gli animali della sua nipotina, erano affezionati soprattutto a lei. Ma non è una storia vera.-
           L’anziano rimase quasi stupito, come se avesse appena scoperto di esser rimasto da solo al mondo, l’unico deficiente che ancora non sapeva la verità. Forse il giorno prima aveva raccontato quella storia a qualcuno, credendo che fosse vera, e beh, oggi scopriva che era tutta una messinscena creata per degli stupidi ragazzini “ Allora, di che figura mi sta parlando?”  Stavolta aveva quasi perso la ragione, aveva gridato, provocando un eco sonoro e profondo in quello spazio vuoto, in quelle camere senza mobilio e arredamento. Alfred si sedette sullo scalino e lo guardò dal basso, come fa un padre con il proprio figlio mentre deve dargli una brutta notizia.                                                                                                                                            -Quella figura che lei non vede, appartiene a questa casa, c’è sempre stata.                                                                       Non esce mai, non la vede nessuno a parte chi riesce a credere in lei. Io ci ho sempre creduto, e infatti l’ho sempre scorta tra quelle finestre logore dal tempo, svolazza dietro le tende e si siede anche sul vecchio materasso spesso. Ma, in ogni caso, il suo posto preferito è sempre stato il pianerottolo.                                                   Sta sempre accanto alle scale, forse in cerca di un rifugio, o forse perché è prossima alla fuga, prima o poi se ne andrà me lo sento. Adesso, mi crede?.-
     L’uomo deglutì e rimase paralizzato, con le mani sudate e le gambe che iniziavano a cedergli.                                                                                                                                                           -Ma, a chi appartiene?-                                                                                                                                                           Alfred lo guardò come se la sua domanda fosse scontata o inutile. -A nessuno, non appartiene proprio a nessuno, appartiene solo a se stessa. Io lo so perché una volta l’ho guardata negli occhi, e ci ho visto il buio. Ed il buio, non appartiene a nessuno, si sa. Non appartiene ne al cielo e ne alla terra, è li e ti guarda dentro, e se non stai attento c’è il rischio che ti renda cieco o folle.  Adesso, mi crede? –
       Non riuscì a rispondergli e rimase impietrito, come un uomo privo di conoscenza. Poi quasi per magia, la lingua gli si sciolse e la voce gli fuoriuscì chiara ma lieve, come in un sussurro impercettibile,                                         -Si, la credo, Ora vogliamo finire il nostro  lavoro?-                                                                                                      E Alfred fece cenno di si con la testa, fece entrare il vecchio nella camera, vide che la figura era li, pronta a fuggire non appena avesse trovato qualcuno che non temeva a quella storia, ma nel frattempo moriva dal desiderio di afferrare le paure dei più superstiziosi e deboli.  L’anziano si voltò, in cerca di aiuto, proprio mentre si rese conto che un ombra nera si era gettata su di lui, divorandolo. Riuscì a malapena a parlare..
     -Alfred… Il lavoro…-    Ma Alfred stava già ridiscendendo le scale, decidendo di non tornare mai più in quella maledetta casa.                                                                                                                                                                          Il lavoro, si il lavoro era stato fatto e quelle finestre in realtà non avevano mai avuto bisogno di essere state cambiate, almeno non adesso. Il fatto era un altro, che quella figura aveva bisogno di essere creduta, non poteva starsene li priva di vita per l’eternità. Alfred si chiuse la porta alle spalle senza girarsi indietro a dare un’ultima occhiata, sapendo che non avrebbe fatto salire più nessuno al secondo piano.                                                 -La figura innominabile ha mietuto un’altra vittima stanotte-
        E così dicendo, voltò l’angolo per addentrarsi in View Street, mente il buio lo inghiottiva completamente, un po’ come  stava facendo la figura innominabile con il vecchio John Dawson.                                                            Bisogna stare attenti a ciò a cui  si crede.
     
     
     
                                                                                   La realtà sulla tela.
    Non sono più giovane, certo, però la memoria non è ancora completamente svanita del tutto, perciò credo che riuscirò a raccontarvi per filo e per segno ciò che mi accadde quel lontano 23 Maggio del 1834.                   Vedete, ci sono orrori che si mostrano alla luce del giorno, come ad esempio incidenti domestici, violenze di ogni genere, e altri che invece decidono di vivere nascosti nell’ombra, sotto terra, nell’abisso della paura e dell’inconsapevolezza.  Ci sono cose che ci è permesso di sapere e conoscere, ed altre che invece non ci è dato modo di approfondire e studiare con minuziosità, e forse è un bene. Ve lo dico con certezza, perché credetemi,  quel giorno  vidi qualcosa che non mi fece più dormire sogni tranquilli per parecchi anni, e tutt’ora a distanza di vent’anni sono costretto a tenere la luce accesa, soprattutto se sento dei rumori sospetti. Non è un bene mischiare la luce con la notte, il sole con le tenebre, perché può succedere qualsiasi cosa, davvero qualunque. Ora statemi bene a sentire, perché ho qualcosa di insolito da raccontarvi, anche se spero di non suggestionarvi troppo.
    Vi dicevo che a quell’epoca ero molto giovane e trascorrevo gran parte delle giornate studiando volumi enormi di medicina e anatomia,  chiuso nella mia camera, ed uscivo solo per passeggiare intorno al vecchio mulino dei miei zii e per dar da mangiare ai miei due gatti neri.  Presto conseguii una laurea in Medicina e nonostante avessi superato brillantemente gli studi, decisi di continuare la specializzazione in Anatomia  e studio approfondito del corpo umano.                                                                                                                                        Mi chiusi nel laboratorio e studio di mio zio paterno e assieme alla sua profonda conoscenza  nel campo, sezionavamo i cadaveri che ci venivano affidati le sere precedenti. Spesso i corpi erano già in stato di decomposizione, anche perché il nostro compito non era quello di fare un accurata autopsia, ma solo di scrutarne la muscolatura, le nervature, il cervello e soprattutto il cuore. Provo un senso di disgusto al solo pensiero che tenni in mano il cuore di un ragazzo che spesso trascorreva le serata nel salotto della casa di mia zia, poiché era il figlio di una sua più cara amica.                                                                                                          Quel giovane era stato ucciso da un colpo di fucile, e aimè , se n’era andato via alla tenera età di tredici anni. Quelle vene, tutto quel sangue,mi recavano repulsione e un senso di nausea talmente forte che spesso chiudevo gli occhi  mentre mio zio, abituato alla vista di tanti resti umani, rimaneva impassibile e anzi pensava  che stessi male a causa di un giramento di testa dovuto all’eccessivo caldo. Pensai addirittura di terminare i miei studi, ma ormai ero dentro la situazione più di quanto io credessi, e quindi non potevo rinunciare, non dopo aver preso quella laurea che tutti avevano accolto con entusiasmo e letizia. Proseguii e ogni sera, dopo aver terminato la parte teorica che mi vedeva costretto a trascorrere intere mattinate chino sui libri, mi incontravo con mio zio, aprivamo le bare ed esaminavamo i cadaveri.
    Una sera, bussarono alla nostra porta e io ricordo di aver avuto le mani talmente inzuppate di una sostanza che ora non ricordo perfettamente ( la bile forse) da non poter proprio andare ad aprire e mi limitai ad alzare la voce per chiedere chi era. Mio zio si era allontanato per andare a prendere altri cadaveri e io mi ritrovai da solo assieme a tutti quei corpi privi di vita. Ero abituato perciò non mi scandalizzai più di tanto, ma questa volta fu ben altro ad attrarre le mia attenzione e a suscitare il mio ribrezzo, se non addirittura la mia più profonda angoscia.
    La porta si spalancò e ne entrò un giovine ben agghindato, con un panciotto nero ricamato di pizzo gallese, che sorrideva allegramente, come se stesse entrando da un merciaio o da un venditore di seta. Mi accingevo quasi a dirgli che forse aveva sbagliato indirizzo, che qui non si vendevano merletti e altre cianfrusaglie, quando poggiò una scatola nera sul tavolo. Ora, dovete sapere che il ripiano che utilizzavamo per perlustrare gli arti dei cadaveri, era lercio, completamente privo di igiene,non perché non tenessimo alla pulizia, ma perché non ve n’era alcun bisogno. Non c’era il rischio che quelle persone prendessero delle malattie  o qualche rara infezione, poiché erano già spirati da tempo, e noi eravamo ben accorti nell’utilizzare dei guanti che poi gettavamo e cambiavamo ogni volta che toccavamo dei corpi diversi. L’uomo, che a mio parere doveva avere intorno ai trent’anni, disse di chiamarsi Charles Denver                       ( poi in seguito pensai che mi avesse preso in giro o che mi avesse illuso)  e di essere arrivato a Crossway da pochi giorni, dopo aver trascorso tutta la notte in treno.                                                                                                                    Era stanco e chiedeva di poter essere ospitato da me o da mio zio,chiedendo che gli si rivolgesse con la massima cautela e lentezza nel linguaggio poiché non conosceva la lingua americana e aveva non poche difficoltà ad interloquire con i residenti della cittadina in cui ci trovavamo.  Rimasi quasi senza parole poiché quest’uomo così bizzarro e strampalato era piombato nel nostro studio senza avvertire, come se già sapesse di trovarci li, in quel luogo così privo di sensazioni positive e agghiacciante.                                                 Guardai in direzione del tavolo, come per indurlo a spostare la sua valigetta poiché si stava inzuppando di sangue, ma lui mi sorrise e non fece altro che continuare a fissarmi assorto nei suoi pensieri.                                                                                 Non era una persona normale,di questo ero certo ed ero anche consapevole che stavo mettendo in pericolo la mia vita, rimanendo da solo con lui. Mio zio non tornava e così, decisi di pulirmi le mani come meglio potevo e avvicinarmi all’uomo misterioso che avevo di fronte e che non voleva saperne di abbandonare il nostro angolo di lavoro.
    Lui mi guardò come se mi avesse già visto precedentemente e iniziò molto lentamente, ad aprire la valigia, estraendone il contenuto.                                                                                       
     Mio Dio, quelle immagini si stamparono nella mia mente come se avessi visto un uomo che si suicidava proprio davanti ai miei occhi. Ciò che vidi andava al di là di ogni terrore e mostruosità, seppure in passato fossi stato testimone di eventi spiacevoli riguardanti varie morti in guerra e ne fossi rimasto scioccato.                       Ma questo, signori miei, superava persino il fuoco dell’inferno e tutti i suoi demoni che danzavano e saltellavano beffandosi dei cadaveri dei peccatori.
    L’uomo estrasse dei quadri, delle semplici tele che mostravano le più orrende ambientazioni e i più macabri paesaggi. Nel primo, intitolato ‘ Delirio e suicido a Crossway’   si vedeva un uomo, molto rassomigliante a mio zio Philip, che sezionava dei cadaveri. E, oh Dio! Gli occhi dei defunti, erano così vivi nonostante dovessero essere morti da troppo tempo, e il realismo con il quale il  pennello era riuscito ad imprimere quei visi sulla tela, era assurdo e geniale al contempo. Rimasi di stucco e con la bocca spalancata non riuscii ad emettere alcun suono, nemmeno un semplice gemito.                        
     I colori utilizzati per dipingere lo sfondo erano di un macabro e di un grottesco estremi, era stato utilizzato un nero funereo per voler sottolineare l’aroma di morte e desolazione che incombeva sulla scena.                             Una finestrella era posta proprio dietro il medico, e io a quel punto, mosso dall’istinto, mi voltai e vidi esattamente la stessa imposta che si trovava alle mie spalle.                                                                                                   Era una coincidenza, questo è evidente, però la  rassomiglianza era imbarazzante ed assurda allo stesso tempo. Dalla finestra filtrava una luce chiara, che illuminava il volto di quel medico che sembrava quasi un boia, un uomo che godeva nel vedere degli occhi spenti e privi di vita. Mi chiesi perché questo giovane mi stesse mostrando le sue opere, senza avermi nemmeno parlato, e senza avere nemmeno il tempo per pormi ulteriori domande, vidi con sciagura che le tele non erano poche, anzi, da quel poco che potevo vedere, dall’interno spuntavano le angolature di vari quadri, che dovevano essere una dozzina in tutto. Povero me! Avrei dovuto subire tutto quel terrore senza aver fatto niente di male, solo per essermi trovato nel luogo sbagliato al momento sbagliato.                                                                                                                                        Il secondo ritratto, e questa volta il titolo era ben leggibile dato che l’uomo aveva prontamente voltato il dipinto dall’altro lato, per mostrarmi la data, il creatore e il nome dato allo scempio, aveva una targhetta con su scritto ‘ I demoni invadono Providence, finalmente’. Ho dato l’appellativo di scempio  perché non poteva certo trattarsi di ‘creatività sana’ o di genialità superiore alla media.                                                                  Certo, è vero che ogni artista ha qualcosa di macabro e insano dentro di se, ma davanti ai miei occhi io avevo delle opere che indubbiamente erano state create da un uomo in preda a delle possessioni demoniache o da parte di uno spirito immondo e innominabile! In quest’opera, si vedevano delle creature oscene che munite di arti lunghissimi e molto più grandi rispetto alla media comune, cercavano di abbracciare l’intera cittadina di Providence appunto, ritratta in miniatura, così da risultare microscopica e invisibile all’occhio del critico, che avrebbe riposto tutta la sua attenzione sui mostri che guardavano oltre la tela. Giuro di aver visto addirittura un leggero spostamento delle loro pupille, come se mi stessero cercando o mi volessero afferrare, tenere sotto controllo. Rabbrividii e gentilmente chiesi al ragazzo di lasciare la stanza.                                                                                                                                                                                   - Mi dispiace, lei forse crede di potersi sbarazzare di me all’istante, ma non è così. Vede, c’è un uomo che vorrebbe incontrarla, e mi ha mandato per farle tenere bene a mente che il passato non si può dimenticare.-                                                                                                                                                                           Rimasi senza parole, quel ragazzo così minuto e all’apparenza innocuo, era riuscito a farmi rabbrividire  già diverse volte in un lasso di tempo molto breve. Chi mai poteva essere quest’uomo dalla memoria talmente fervida da non avermi rimosso dalla sua mente? Sicuramente avevo a che fare  con una persona conosciuta molti anni fa, per cui io l’ avevo già cancellata  dai miei pensieri e dai miei  ricordi, trattandosi di qualcuno con cui non volevo assolutamente parlare più. Gli risposi, temendo che potesse rievocare nella mia memoria un episodio spiacevole, data la situazione in cui ci trovavamo.                                                                              -Di chi sta parlando? Io non credo di avere un nesso con queste opere…Ora, la prego di allontanarsi, mio zio starà per arrivare e abbiamo molto lavoro arretr…
               Mi bloccò, toccandomi il braccio, quasi stritolandolo, e allora provai l’impulso di scacciarlo via a mal modo nonostante la buona educazione impartitami dai miei genitori.                                                                                               -Lei non può fuggire, lo tenga bene a mente-
    Mi lasciò andare, ma fece qualcosa che mi provocò un altro sussulto e un secondo momento di vero terrore. Infilò una mano dentro la tasca del mio camice, che non profumava certo di pulito, e ci mise dentro un foglio bianco. Poi mi diede le spalle, richiuse velocemente la valigia, stando ben attento a non rovinare le sue preziose tele e attese che io precipitassi nell’abisso della più totale curiosità. Aprii la busta dove era contenuto il messaggio misterioso e lo lessi a voce alta, scandendo bene ogni parola.                                                        Il testo diceva:    
         ‘ Al signor Gregory Brenghen, 239 Wellow street, Crossway. ‘
     Sono ben lieto di accoglierla questa sera stessa, in una delle più prestigiose camere dell’Illusion Hotel, proprio dietro Winter Street, sulla ventottesima. Per certe questioni, la riservatezza è d’obbligo. Per dare un accenno su ciò che intendo dirle, le ho mandato mio figlio che le mostrerà solo l’inizio. La attendo con impazienza. Cordiali saluti, da sempre, suo fedele amico, Richard Silmap
        Il foglio mi cadde in terra poiché le mani mi iniziarono a tremare e non riuscii a fermarle. Il ragazzo sorrideva, senza pronunciare una sola parola, e mentre si rendeva  conto che i miei occhi erano puntati verso i suoi, anzi, erano penetrati dentro le sue cornee, il suo ghigno sadico si allargò, dopodiché fece un cenno con la mano e sparì, chiudendo rumorosamente la porta. In un attimo mi tornarono alla mente gli anni precedenti, quelli ancora ben lontani dalla specializzazione in anatomia e medicina.                                     Ripercorsi la mia infanzia. Vidi me stesso felice e sereno mentre rincorrevo una vecchia ruota appartenuta ad un carrozza di mio nonno,ridendo assieme ai miei compagni delle elementari, tutti buoni ragazzini.                     Poi ebbi come un colpo improvviso, non al cuore o alla testa, ma proprio al centro dei pensieri.                                     Vidi completamente buio, tutto nero, non vi era un solo spiraglio di luce ed io sprofondai nell’oscurità, in cui mi apparve all’improvviso un’unica immagine agghiacciante, il volto di Silmap.                                              Ricordai tutto e non mi seppi spiegare per quale strano motivo avessi riposto nell’oblio tutto ciò che aveva a che fare con quell’uo…                                                                                                                                                                    No, preferirei definirlo essere, poiché di umano non gli era rimasto praticamente nulla. L’unica ipotesi plausibile fu che, spesso nella maggior parte dei casi la nostra mente cancella gli episodi spiacevoli, come una gomma che prontamente elimina ogni traccia d’errore. Quell’uomo era un grosso sbaglio, era l’apoteosi di ogni terrore vivente.                                                                                                                                             Era un folle, un uomo capace di vendere l’anima al diavolo pur di ottenere ciò che gli stava a cuore, e così fece, quando ancora eravamo dei giovani uomini. Frequentavamo il ‘Circolo degli artisti’, un gruppo di persone abile nella pittura, scultura, musica e molto altro ancora. Io mi occupavo della scrittura, revisionavo  testi e talvolta venivo rimproverato per l’eccessiva fantasia e per la mia scarsa bravura nel saper scrivere qualche riga senza finire nel comporre invece un romanzo intero.                                                             Nel ‘Circolo’ vi faceva parte anche un ragazzo orfano di entrambi i genitori, che non parlava mai con nessuno, inclusi noi membri del gruppo. Si comportava in modo molto strano e una volta, mentre non riuscivo a concentrarmi a causa di un forte mal di testa, lo vidi rivolto verso la finestra, dandomi le spalle, e mi resi conto che stava blaterando qualcosa di insolito.                                                                                                           Mi avvicinai e lo colsi sul fatto, lo sentii mentre pronunciava delle parole mai sentite prima, riguardanti dei strani funghi… mi sembra di ricordare i ‘Funghi di Yuggoth’e mentre lo diceva, agitava le mani e le richiudeva formando un cerchio perfetto. Mi allontanai e da quel giorno assieme agli altri ‘colleghi’ arrivammo alla conclusione più consona, ovvero di cacciarlo via. E così accadde, gli parlammo spiegandogli che non c’era più posto per lui, che un altro artista altrettanto bravo aveva chiesto di poter essere ‘uno di noi’ e così lui avrebbe dovuto immediatamente salutarci.                                                                                                            Ci rise in faccia, maledicendoci ad uno ad uno, dicendoci che sarebbe tornato ‘ a modo suo’ e che ogni nostra futura occupazione sarebbe stata tormentata dai suoi impulsi negativi. Non ci facemmo caso e  non lo vidimo mai più… Ma ora…
    Tremavo, mentre cercavo una sedia su cui potermi reggere un secondo, mentre desideravo essere morto piuttosto che aver conosciuto quel dannato Silmap. Mio zio non tornava, evidentemente aveva delle commissioni urgenti da svolgere, così min tolsi il camice, misi un po’ in ordine il laboratorio e andai via, quasi fuggendo dalle mie stesse paure. L’albergo era molto lussuoso e la prima cosa che mi colpì fu che il colore predominante era il rosso. Questo, non so bene il perché, mi agitò rendendomi piuttosto nervoso, e  l’uomo alla reception dovette aver percepito questo mio stato d’animo, perché sorrise e mi fece cenno di avvicinarmi. “La stavamo aspettando.. lei è…”
    “Il signor Gregory Brenghen”
    “Oh, si,prego  la sua stanza è la numero 666”
    Non dissi niente, per non risultare frivolo o ridicolo, ma pensai di essere finito direttamente all’inferno. Scacciai quel pensiero e mi diressi verso le scale. Trovai subito la camera e notai che la porta era aperta e la luce accesa risultava soffusa, debole, quasi morta, come se provenisse da un obitorio e da una cella per schizofrenici. Sostai un secondo, dopodiché, senza bussare, varcai la soglia e vidi Silmap mentre sistemava dei quadri in tutta la stanza. Aveva spostato il letto e persino il comodino, in modo da dare molto più spazio alle sue ‘creature’. Mi voltai per fuggire ma una voce alta e imponente,mi bloccò. “ Non può andar via, non prima di avermi aiutato!” Deglutii e arretrai con passo lento. Quando mi voltai vidi le sue opere e ne rimasi distrutto mentalmente. Erano cinque in tutto e i titoli erano i seguenti in ordine cronologico e di collocazione. ‘ A braccetto con Abdul ( 1809)’   ‘ Il vizio di Marie Frei ( 1810)’  ‘ La chiesa nera dei dannati ( 1815)’ ‘Il gioco dei bambini’ ( 1817) e l’ultimo ‘ Il desiderio di Alonzo Typer’ ( 1831)
    Erano tutti mostruosi. Nel primo si vedeva un  uomo che evidentemente era l’Abdul del titolo che obbligava una giovane donna a seguirlo e le stringeva il braccio, accompagnandola verso una strada buia e deserta. La sua pelle sembrava… Vera, viva! Non osai toccare la tela perché ero certo che avrei sentito il contatto con la sua epidermide , perciò lasciai stare.                                                                                                                                              Il secondo quadro raffigurava una prostituta dai lunghi capelli rossi che seduceva quattro persone di sesso maschile, ed il loro corpo era metà uomo e metà cane! Ero sconvolto! Nel terzo si vedeva una chiesa gotica completamente immersa nell’oscurità, e all’interno, seduti su delle panche in legno intenti a pregare un qualche dio ignobile, vi erano tredici demoni simili a dei serpenti che con le loro lingue biforcute sfogliavano il libro blasfemo, il Necronomicon!                                                                                                                                 Ne ‘Il gioco dei bambini’ quattro pargoletti venivano fatti salire sopra un carretto che sarebbe poi precipitato nel fuoco dell’inferno. Quei bambini devono essere stati i figli di Satana!                                                                                                                                                                 L’ultimo raffigurava un uomo alato che pregava affinché il Dio Apollo lo aiutasse a raggiungere il sole, e dietro di lui, appariva un uomo nudo e calvo, con solo due corna gigantesche. Teneva in mano un foglio con su scritto ‘ Il desiderio di volare’. Le creature sembravano in carne ed ossa, il rosa utilizzato per la pelle, il rossore delle gote e delle labbra carnose della cortigiana, erano decisamente troppo realistiche.                               Pickman interruppe il corso dei miei pensieri lanciando un urlo,  mi voltai spaventato e vidi che i suoi occhi erano completamente bianchi, privi di pupille. Con voce demoniaca mi parlò                                                                      “Tu, devi aiutarmi! Ho bisogno dei tuoi organi per completare tutta la mia collezione! Non potrai sottrarti al mio volere, ormai sei nelle mie mani!”                                                                                                                           Gridò, o meglio, rise come un indemoniato e in quell’istante scappai, non trovai il coraggio di rispondergli, ma per fortuna riuscii a fuggire. Tutte le sue opere erano state create con della vera carne umana, non era solo un mio presentimento, avevo ragione! Forse Dio, o uno dei suoi angeli, mi vennero in soccorso perché ricordai di avere in tasca il foglietto con dentro il messaggio dello stesso Silmap e nell’altra invece avevo una  confezione intera di fiammiferi! Era un miracolo, senza’ombra di dubbio.                                                                Non aspettai un minuto di più e appiccai il fuoco che prontamente invase tutta la camera, bruciando i quadri maledetti e raggiungendo Silmap che urlava per il dolore. Ora non se se i lamenti che sentii furono dovuti alla suggestione o alla paura, ma giuro su tutto ciò che ho di più caro al mondo che, mentre le fiamme ingoiavano quelle tele, era come se i personaggi stessero urlando, o forse erano gli uomini a cui erano state strappate le carni.                                                                                                                                             Fuggi lontano, andai via, tornai a casa e lascia immediatamente il mio lavoro, senza dare alcuna spiegazione. Cambiai città e  andai a vivere da solo a Boston dove spesso incontravo il grande maestro Edgar Allan Poe, che mi guardava come se fosse il solo a capirmi, come se anche lui fosse a conoscenza di grandi misteri e creature immonde. Vissi in modo pacifico e sereno fino ad ora.                                                      Adesso ho più di sessant’anni e mentre scrivo sento che le articolazioni non sono più quelle di un tempo, ma la memoria, quella è rimasta intatta, e spesso, nelle lunghe sere d’inverno mentre guardo il fuoco divampare nel camino, mi pare di vedere ancora quelle tele che ardono e sento, assieme all’ululato del vento, il richiamo di Silmap e dei suoi dannati figli.
     
     
     
     
    Il gatto infernale. 
     
    Ciò che sto per raccontare è successo per davvero, ne sono certo, e non perché non creda ai sogni ad occhi aperti, ma perché spesso, ancora oggi, dopo circa trent’anni,  quando mi trovo da solo nella mia vecchia dimora, e sento dei miagolii lontani provenire dalle vie adiacenti a questa, provo un forte disagio, sento i brividi che mi pervadono il corpo e difficilmente riesco a dormire.
    Era il 1889 e io avevo appena dieci anni, mi ricordo di essere sempre stato un bambino fin troppo sensibile, timido, chiuso e pacato. Preferivo trascorrere del tempo nel giardino di mia zia piuttosto che passare le serate assieme agli altri bambini con cui non condividevo certi giochi alquanto stupidi.
    Fin dalla tenera età avevo sempre vissuto assieme a mia madre, mio padre e mia nonna che soffriva di problemi cardiovascolari. Ero molto legato alla mia famiglia, adoravo la nostra piccola casa, seppur facesse un gran freddo d’inverno, ma ero abbastanza paziente e cercavo di sopportare lamentandomi il meno possibile.
    Ciò che mi importava davvero era l’amore dei miei familiari.  I ricordi che ho della mia infanzia non sono pochi, godo di una buona memoria e tutto ciò che mi rendeva felice non l’ho mai dimenticato, così come non sono mai  riuscito a scordare quell’estate dello stesso anno.
     Vi racconterò ciò che mi successe iniziando col dirvi che sin da piccolo avevo sempre amato gli animali, con una forte predilezione nei confronti dei gatti. Li amavo come non ho mai amato niente e nessuno in vita mia, ricordo che mia zia per il mio decimo compleanno mi regalò un gattino nero con gli occhi gialli, di un giallo forte e vivo.
     Mi affezionai all’istante e lo stesso fece lui nei miei riguardi.
    Ogni mattina gli davo da mangiare, lo accarezzavo, gli facevo le coccole e giocavo con lui finché non arrivava il momento di pranzare e di andare a dormire. Quell’estate trascorreva tranquillamente, in modo molto pacifico, mi stavo divertendo come non mi succedeva più da tanto.
    Avevo sempre sentito la mancanza di un animale che mi rendesse le giornate più ricche di avvenimenti gioiosi e fin dal primo  momento sentii che il mio cuore si era riempito di gioia e tranquillità.  Voglio precisare che forse il mio forte attaccamento agli animali nasceva dal fatto che non riuscivo a relazionarmi con altri bambini, nemmeno della mia stessa scuola,li trovavo abbastanza noiosi, frivoli e privi di qualsiasi iniziativa.
    Nei gatti trovavo invece molta allegria, pensavo che vivere assieme a loro fosse molto più piacevole che non nel trascorrere le giornate assieme a dei coetanei che pensavano di diventare grandi vivendo di pessimi scherzi e di monotonia.  Spesso proprio questo mio ( devo ammetterlo) eccessivo amore nei loro riguardi, mi isolava ancora di più dagli altri ragazzini, poiché continuavano a prendermi in giro, dicendo in giro che non mi adattavo ai loro giochi, che ero strano, che ero da evitare.
     Così in poco tempo a scuola tutti mi deridevano, e solo perché amavo trascorrere il tempo in modo sicuramente più utile e intelligente.  Per mia fortuna godevo di due genitori molto seri e maturi, perciò quando tornavo a casa dalla scuola e mia madre mi vedeva triste mi chiedeva cosa avessi e nel raccontargli tutto quello che sentivo nelle ore scolastiche, lei mi abbracciava e mi consolava dicendomi che quei bambini erano degli stupidi, che non avevano la stessa mia maturità e quindi prima o poi avrebbero smesso di darmi fastidio. Io le credevo ciecamente,le volevo un gran bene e le sorridevo, mentre iniziavo a mangiare la mia zuppa preferita.
     I giorni successivi tornai a scuola con il sorriso stampato sulle labbra, mentre i bambini continuavano imperterriti a ridere sotto i baffi e a chiamarmi.. ‘ lo strano’ ‘ la belva che vive con i gatti’ e altri soprannomi bizzarri. La mia vita era quella di un bambino forse un po’ troppo solo ma non per questo infelice, anzi tutt’altro. 
    Nel tornare a casa, dopo pranzo, aiutavo mio padre nel tagliare la legna, leggevo qualche storia d’avventura a mia nonna per cercare di distrarla un po’, dato che durante il giorno trascorreva le ore a letto,  dormendo o fissando la finestra da cui si vedeva il giardino sempre ben curato di mia zia Clara, ne ammirava le belle rose rosse, i pettirossi che cinguettando si avvicinavano al davanzale e le facevano compagnia.
     Come vi dicevo sin dal principio  quell’estate fu molto particolare, l’unica che ho veramente impressa nella memoria, e credo che questa cosa non mi abbandonerà mai, nemmeno quando sarò soltanto polvere. Certe cose non ci lasciano mai, soprattutto se non appartengono a questo mondo.
     Nel luglio del 1889, e lo ricordo come se fossi oggi, mentre mi ritrovavo da solo a gestire la legna, mentre mio padre tardava ad arrivare dal lavoro a causa di un turno, sentii un miagolio provenire dal giardino di mia zia. All’inizio non ci feci tanto caso, ricordo che proprio in quel momento stavo canticchiando qualcosa, una canzoncina che mi aveva insegnato mia nonna in quel lungo periodo in cui ebbi la varicella e fui costretto a stare a letto per tre settimane con dieci libri sul comodino e la compagnia dei miei familiari. Ebbene mentre ero distratto dalla canzone mi bloccai un attimo perché il miagolio ora era impossibile da non udire, si stava facendo sempre più vicino e forte.
     Lasciai per un attimo la legna, la appoggiai a terra e mi avventurai verso la casa di zia Clara. Quando fui abbastanza vicino da essere sicuro di poter essere udito da lei, la chiamai a voce alta, una, due , tre volte ma non ottenni risposta.  Voglio precisare che proprio mentre io la chiamavo il gatto sembrava essere sparito o caduto in un totale e improvviso mutismo. Aggrottai le sopraciglia poiché rimasi sconcertato…
     Mia zia era a casa poiché proprio qualche ora prima mia nonna mi aveva raccontato di averla vista sempre dalla sua amata finestra mentre si accingeva ad innaffiare i suoi cari fiori.  Mi avvicinai ancora di più e arrivai proprio sotto l’immenso portone, che ricordo di aver temuto all’età di tre anni, anche se non so bene il motivo. Forse la mia fervida immaginazione mi induceva a credere che quel portone fosse un mostro enorme che mi voleva mangiare, o forse sentivo che in quella casa  non c’era niente di sicuro.
     Fatto sta che passai la mia infanzia senza mai avvicinarmi  più di tanto a quell’immenso mostro di legno scuro. Ora a dieci anni certe paure le avevo superate da qualche anno, la sicurezza e la temerarietà si erano impadroniti di me e quindi decisi di bussare varie volte per essere certo che mia zia stesse bene. Non ottenni risposta, nessuno venne ad aprirmi.
     Ma, appoggiando le orecchie sul portone ero certo, e lo sono tuttora, che in quel silenzio che si era impadronito della casa, ora riecheggiava un miagolio. E non sono pazzo se dico che era identico a quello che avevo sentito precedentemente. Ero sicuro che fosse lo stesso gatto di prima. Ne ero certo, come ero sicuro che dietro quel miagolio si nascondesse una sorta di risata maligna. 
    Non so dirvi come mai mi diede questa impressione, so solo che mi provocò dei brividi lungo la schiena, nonostante il suono fosse dolce, rassicurante. A proposito di questo, cos’ potete capire meglio cosa intendo, voglio rendervi partecipe di una mia particolarità.  A tutti è noto il famoso sesto senso, bene io non solo ne ero ben provvisto ma quasi sprofondavo nell’abisso di un settimo senso, che non mancava spesso si procurarmi ansie e agitazioni notturne. Ebbene, nonostante la mia giovane età ero già incline a varie problematiche riguardanti il mio io, il mio inconscio e la mia psiche.
     Che il tutto fosse collegato alla mia forte sensibilità è chiaro, ma non è normale che ad una tenera età si abbia a che fare con argomenti di tale importanza e sui quali gli psicologi trattavano nei loro trattati. Forse, e lo penso tuttora mentre scrivo queste pagine che spero nessuno legga per non restarne turbato, mi accadde questo fatto di cui vi parlerò a breve proprio perché ero incline ad una serie di turbamenti psichici. Con questo non ammetto di essere folle, dico forse di essere stato, e oggigiorno continuo ad esserlo, fuori dalla norma comune. Un artista forse, un essere non compreso dalla materia e dalla razionalità.  Che sia nato forse per essere cullato dalla fantasia e dalla forza di un mondo parallelo al nostro nel quale solo i più audaci e inclini ad una sensibilità innata possono accedere?  Qualunque sia il mio scopo su questa terra, domani potrò anche andarmene, ma oggi no.
    Non ancora. Non ho ancora detto niente di ciò che accadde quel lontano 1889.
    Quell’anno è stato il più tragico per me, per la mia povera madre, per mia zia Clara. Mio padre risentì meno di tutto quel turbinio di sensazioni e fatti strani poiché il lavoro lo distraeva molto, ma noi che passavamo quasi tutte le sere a casa, ci rendemmo sempre più conto che ciò che vedevamo e sentivamo non era un sogno. Era un incubo da cui non si poteva più fuggire.
     Credo di non essere mai più riuscito a risalire da quel confine in cui il terrore sposa alla perfezione l’uomo visionario che vorrebbe non vedere tutto ciò che invece gli è concesso. Avrei voluto strappare via il velo che divideva me da quel mostro che non avrei mai immaginato di incontrare, se avessi saputo dell’esistenza di una porta da aprire per rinchiuderlo dentro, un libro da cui trarre formule per ricacciarlo nei meandri dell’oblio e del non ritorno l’avrei fatto, avessi anche perso la vita in seguito. Giuro Iddio che l’avrei fatto. Ma ora che mi trovo qua, nella mia camera desolata, al buio, con solo una fioca luce emanata dall’unica candela che tengo accesa ormai da qualche giorno, so di essere vivo ma anche morto, perché come si può vivere con un ricordo talmente orrendo nella mente?
    Credo fermamente nel fatto che se mai avessi sospettato di una leggera infermità mentale in passato,  oggi non ne ho il minimo dubbio. Dopo quel giorno la mia mente ha subito un danno irreparabile. Continuo a scrivere queste pagine mentre la testa mi duole, credo che quando accadono cose cosi strane, che l’uomo non può comprendere, forse anche solo scriverne uccide la mente. Cose come quella che vidi diventano virus che non solo si propagano nell’aria, nel cuore, nella mente, ma anche nelle pagine, nell’inchiostro. Forse dovrei uccidermi e far cessare tutto, ma ho un compito da svolgere. Lo so bene.
    Bene come vi dicevo,  il solo sentire quel miagolio mi fece accapponare la pelle, ma nonostante tutto continui a cercare mia zia, la chiamai insistentemente e nonostante non smisi un attimo non ricevetti alcuna risposta da parte sua. A quel punto la paura iniziò ad impadronirsi di me e proprio in quel momento apparve un ombra sul muro di fronte , vicino alle scale che consentivano l’accesso al piano superiore dove si trovava la camera da letto di mia zia.
    Sbarrai gli occhi, perché capii che quell’ombra non poteva trattarsi di mia zia Clara, non era la sagoma di una donna, bensì quella di un uomo alto, possente, un signore che poteva benissimo pesare cento chili ed raggiungere un altezza minima di tre metri. Se prima si era impossessata di me la paura, ora era il terrore a far da sovrano. Il cuore iniziò a battere all’impazzata tanto che guardai il pavimento sicuro di averlo trovato in terra grondante di sangue, certo di averlo visto saltar fuori dal petto. Invece era ancora dentro di me che esplodeva senza che potessi far niente per calmarlo e attenuare i battiti esagerati.
    Fissavo quell’ombra senza capire a quale corpo potesse appartenere, sapevo che non poteva esserci alcun uomo in quella casa, mia zia viveva da sola, mio padre era andato in paese che si trovava a circa tre chilometri, quindi non potei far altre che rimanere paralizzato li,  vicino alle scale, solo e in preda ad un mistero inconfessabile. Vedevo che l’ombra scendeva, quasi come se ci fosse qualcuno in piedi sui gradini, ma i miei occhi non vedevano alcun essere umano, quindi era impossibile che si trattasse di qualcuno che abitava questo mondo.
     Non riuscivo a muovere gli arti, le braccia e le gambe sembravano pervase da uno strano blocco, erano paralizzate, e mentre mi giravo per controllare la porta, sperando di vedere zia Clara che entrava dentro e quindi riuscire a calmarmi, sentii i miagolii, come se il gatto dal quale provenivano fosse accanto a me. Mi girai nella stessa direzione di prima, verso le scale, e mi accorsi che la strana ombra era sparita e al suo posto, sui gradini, vidi un gatto enorme, nella mia mente di bambino pensavo che non esistessero animali domestici così grandi, eppure quello che avevo di fronte era un gatto che sicuramente raggiungeva i sei chili. La cosa che mi colpì fu il ghigno malefico che aveva sul volto, quasi come se sapesse che a chi apparteneva l’ombra che vivi poco prima.
    La vista del felino non mi rassicurò affatto, avrei preferito continuare a scorgere quella strana figura che avere di fronte quel gatto enorme, con quegli occhi arancioni, anzi ora che la mia mente si concentra meglio posso dichiarare che brillassero di un rosso acceso, quelli erano due tizzoni ardenti, quasi avessero il fuoco dell’inferno dentro. Il pelo era nero corvino, come la notte,  forse il colore degli incubi peggiori che erano diventati realtà di fronte alla mia presenza in quella calda mattinata di Luglio.
     La prima cosa che pensai e credo fosse più che normale fu che quell’animale non provenisse da alcun giardino normale, da alcuna strada comune, da alcuna via conosciuta, da alcun mondo giusto. Pensai di fuggire si, ma le gambe erano fisse sul pavimento, non si staccavano, la paura ormai mi aveva preso con se, mi stringeva tra le sue braccia affilate e se osavo muovermi mi avrebbe potuto addirittura divorare. Intanto  il felino proseguì la sua discesa finché non me lo ritrovai davanti, sotto i miei piedi.
     Lo guardai e provai una paura indescrivibile, forse la mia immaginazione prese il sopravvento, lo ammetto, ma sono sicuro che in quegli occhi ci fosse qualcosa di diabolico. Avete sicuramente presente le iridi dei gatti, la loro peculiarità sta proprio nella forma ovale che li differenzia dalla maggior parte degli altri animali, domestici e non. Ebbene, al contrario, questi due tizzoni ardenti che mi fissavano con un odio talmente forte da ipnotizzarmi avevano tutt’altra forma,  che ora vi descriverò.
     Tengo a precisare che non pretendo di essere creduto, poiché io stesso stento a credere a ciò che vidi quella mattina, ma voglio parlarvi di tutto ciò che accadde, anche se nessuno leggerà mai questo racconto. Ho paura che quel gatto viva ancora tra noi, temo che chiunque oserà tenere in mano queste pagine che in futuro spero andranno perse o arse, impazzirà o non riuscirà più a dormire la notte appena sentirà un rumore o un suono in lontananza.
    Non vorrei essere la causa di qualche disturbo psichico, di qualche schizofrenia o altro malessere addirittura incurabile, quindi spero che dopo le mie parole l’inchiostro che ho sparso si consumi completamente e questo racconto si distrugga o ritorni al mondo delle ombre. Ebbene come vi dicevo in quegli occhi malefici vi erano raffigurati due pentacoli alquanto sinistri e a guardarli con maggiore attenzione si scorgevano delle figure nere,quasi che in quegli occhi fluttuassero anime che non dovevano trovarsi li, ma in un altro luogo che visitiamo solo negli incubi più assurdi. Io sapevo che quel gatto aveva una mente malefica, che leggeva i miei pensieri, perché quando si rese conto della mia scoperta mi soffiò,  si lanciò contro di me quasi a volermi cacciare via, desideroso di squarciarmi, di divorarmi.
    Solo  nel momento in cui mi resi conto del vero pericolo che stavo correndo, magicamente, le mie gambe si mossero quasi alimentate dall’aiuto di un angelo che in quel momento era al mio fianco. Scappai, corsi più forte che potevo, non mi resi nemmeno conto se stavo gridando o se fosse la voce di quell’essere malefico, so solo che mentre raggiungevo il cancello della mia casa e cercavo di spingerlo per entrare dentro e cerare la salvezza, uno stormo di uccelli quasi impazzito mi passò accanto, quasi schiantandosi sul mio petto e riuscii a schivarlo solo per fortuna.
    Mentre scrivo tutto questo, ricordo perfettamente quei momenti in cui credetti di morire, di perdere la sanità mentale in quei frangenti, rammento perfettamente il momento in cui,mentre riuscivo ad entrare dentro casa e raggiungere mia madre, mi voltai leggermente, qual tanto che bastò per vedere un ombra enorme che aleggiava su di me. Ricordo le lunghe mani, le zampe sostituite da artigli mostruosi ed enormi, la testa di un gigante che voleva afferrarmi e divorarmi in un solo boccone. Mi girai per non dover guardare oltre, per non perdere completamente la ragione, per non rimanerne intaccato, per non far si che quel virus si propagasse oltre nella mia mente e intaccasse ogni cellula. Urlai, mi ricordo di aver gridato talmente tanto da essere successivamente rimasto tre giorni senza riuscire ad emettere alcun suono, con la gola che mi doleva quasi avessi del fuoco che divampava all’interno. 
    Mi chiusi il cancello alle spalle, corsi per arrivare alla porta e quando finalmente la aprii e la richiusi lasciando il terrore indietro, ebbi paura di svenire, mi accasciai a terra respirando con fatica, rischiando di avere un infarto.  Giacendo sul pavimento inizia a piangere, mentre alle mie spalle iniziarono a graffiare e colpire la porta, che nonostante fosse di un legno massiccio, sentivo stava per scrostarsi. Quegli artigli non potevano appartenere ad un semplice gatto, non dopo aver avuto la certezza che quel mostro dagli occhi deformi proveniva da un luogo impronunciabile durante le notti di luna piena.  
    Sentendo tutto quel frastuono accorse mia madre che piangendo e gridando mi annunciava della prematura morte di mia zia. Al sentire quelle parole capii che era stato il gatto infernale, nel momento in cui l’avevo visto sotto forma di ombra nello scendere le scale. Ora era tutto chiaro e la mia mente non potè rimanerne illesa. Il felino che mi aveva regalato con amore la mia amata zia era lo stesso che nei giorni successivi si era rivelato per ciò che era realmente, ovvero un demone.
     Come abbia potuto attraversare l’inferno intero e raggiungere la nostra casa non lo so e non saprò mai, so però che quella mattina mentre mia madre continuava a gridare un urlo mostruoso si levò in alto mentre il gatto continuava a spingere la porta, desideroso di entrare nella nostra casa e appropriarsi dell’anima di uno di noi. Era venuto nella nostra casa per portarsi via tutta la mia famiglia e portare le anime al diavolo, che una volta ottenuto il suo volere lo avrebbe sostituito con altri animali infernali. Questa era la mia teoria e sono certo che non ci potevano essere dubbi al riguardo, purtroppo no.
      Rimasi esterrefatto nel verificare che i colpi aumentavano, il mostro non  si decideva ad andare via, e mentre mia madre iniziava a pregare mi resi conto che nel pronunciare il nome di Dio la figura infernale iniziò ad emettere dei latrati quasi come se si stesse trasformando in un cane, poi  di nuovo ritornò un gatto poiché iniziò a graffiare e soffiare e quando in quegli ultimi assurdi secondi in cui ebbi a che fare con quella creatura lo sentii gridare con voce demoniaca mi ricordo di essermi tappato le orecchie mentre gridavo per cercare di non udire quel vociare infernale.  Quella è stata l’unica e ultima volta in cui ho avuto a che fare con terribili mostri provenienti dai recessi della mente,  dei luoghi in cui nessun uomo è mai andato, quei posti in cui la realtà si fonde con l’incubo vivente e più macabro.
     Nel momento in cui il mostro andò via sentimmo gli uccelli alzarsi in volo spaventati, mentre gridavano come se avessero visto il diavolo in persona. Riguardo quella giornata non ricordo altro, tutto ciò che dovevo raccontare l’ho scritto qua, forse essendo solo un bambino gli anni che seguirono furono comunque tranquilli e pacifici, penso che se mi fosse successo adesso ne sarei rimasto inevitabilmente distrutto.
     Poso la penna perché credo che il mio tempo qui sia finito, ho un altro compito adesso, e credo sia davvero l’ultimo.
    Sento un vento provenire da ovest e non odo solo quello, percepisco un leggero suono,  come se dopo tanti anni sia stata varcata la stessa soglia che mai andrebbe oltrepassata, ma credo che sia successo di nuovo e non posso sfuggire a ciò che proviene dall’altro confine.
    Mi pare di percepire un miagolio lontano, andrò a vedere cosa è successo nella casa dei vicini.
     
     
     
                                                                        A cena dal vicino
    Nel ripensarci ancora oggi mi vien difficile non provare un brivido mentre la mia mente vaga nel lontano 1860, più precisamente in quella fredda notte di Gennaio. Oggi è tutto diverso, ma nonostante siano passati più di sessant’anni, mi sembra di riuscire a fiutare nell’aria quel terrore, quel miasma che proveniva da quell’abitazione malsana, tutto quell’orrendo puzzo, oh non oso continuare nella descrizione di quell’insana giornata, per lo meno non così dettagliatamente.
    Mi limiterò a raccontarvi le generalità di quella stravagante serata cercando di non recarvi troppo terrore. Ora che mi ritrovo seduto sulla mia  poltrona, con il mio vecchio gatto nero in braccio, il solo che mi faccia compagnia da quando la mia povera zia è deceduta, la paura non è più la medesima di un tempo, ma nonostante dorma sogni tranquilli non è rara l’incursione di qualche orrendo incubo in cui rivedo il viso, il corpo gracile e il macabro sorriso agghiacciante del mio vicino. Vi starete sicuramente chiedendo cosa possa mai aver di tremendo qualcuno che abita vicino a voi.
    Vi dico che qualcosa di orrendo può sempre esserci, magari proprio in quelle circostanze in cui vi sentite più al sicuro. Riguardo a questo mi accingo a raccontarvi di  quella giornata in cui tutte le mie facoltà mentali rimasero indubbiamente danneggiate, non so bene per quale motivo io non abbia sospettato già in precedenza che in quella casa ci fosse qualcosa di strano, davvero non ne ho la minima idea, so solo che forse se avessi provato a fermare quel demonio prima,  ora non sarei qui.
    Mentre vi dico tutto questo mi rammarico nel non potervi lasciar scritte le mie parole ma, come capirete in seguito, non mi è proprio possibile. Mi limito nel lasciarvi questa testimonianza che sarà possibile ascoltare sul registratore.
     Quella giornata di tanto tempo fa, faceva davvero un freddo glaciale e mi accingevo ad attizzare il fuoco in compagnia del mio fedele Topazio, un gatto grigio che era il solo, assieme al mio domestico, a rendere le  mie giornate piacevoli e meno monotone. A quell’epoca ero giovane e pieno di aspettative, ma incline alla più totale solitudine e allo studio assiduo, che conducevo all’interno del mio studio nel più totale silenzio, e  in cui era vietato l’accesso a chiunque.
    Quei periodi furono per me i più felici, sia per via della mia giovane età, sia per la mia prossima laurea in Medicina, mancavano infatti solo tre esami e poi avrei potuto considerarmi un vero medico, il dottor Fillinger, a soli ventisette anni. Il mio domestico, William, era il mio più caro amico, e mi aiutava spesso nell’accurata scelta dei volumi da riporre nella mia biblioteca personale.  Era sempre stato un uomo brillante, dalle mille idee e iniziative, molto più vitale di me e altrettanto energico. Nonostante non vi fosse in lui alcun cenno di deperimento, dovetti ammettere che nell’ultimo periodo, e mi riferisco agli ultimi due mesi, lo trovavo diverso, sempre più cupo, pacato, quasi fosse preda di un mistero inconfessabile.
    Ricordo che, mentre era stato sempre solito intrattenermi con le sue storie riguardo i suoi viaggi effettuati in Italia e in altre località a me sconosciute, raccontando di quanto fosse maestosa Roma, di quanti architetti vi avessero poggiato gli occhi e quanti scultori i loro scalpelli, in quel lungo bimestre lo trovai piuttosto spento senza alcun cenno di vita. All’inizio non mi spaventai tropo poiché pensai si trattasse  del cambio di stagione, dato che il mio domestico risentiva spesso del forte freddo che si insinuava nelle mura del nostro castello, o della desolazione causata dalla perdita del suo amato cagnolino Petalo, scomparso in circostanze misteriose. Trascorsero varie settimane e lo stato d’animo del mio amico non fece altro che peggiorare, inducendomi alla paura, all’inizio non totale, ma comunque piuttosto forte, tanto quanto lo era il mio legame con lui.
    Gli chiesi cosa lo turbasse ma lui difficilmente mi rispondeva,  spesso mentre gli parlavo lo vedevo mentre fissava, ben attento, in direzione della porta, quasi avesse paura che qualcuno la buttasse giù. Vidi i suoi occhi vitrei, senza vita, e per la prima volta mi resi conto del suo colorito emaciato. Non oso raccontarvi che terrore mi pervase il cuore e le viscere a quella visione così tetra, pensai di avere di fronte a me non un uomo, bensì un cadavere.
    Mi avvicinai con passo cadenzato e lo afferrai per i polsi temendo che si sbriciolasse all’istante, invece si voltò dalla mia parte e guardandomi pronunciò una frase che non ho mai più scordato – Non andate in quella casa, signore, mai-
     Al sentire tutto ciò, divenni freddo, come se all’improvviso il sangue nelle vene si fosse coagulato. Non seppi proferir parola e lo vidi attraversare l’atrio in direzione della sua camera da letto. Tornai in salone e  mi avvicinai al camino, mi sedetti tenendo in braccio Topazio che, come sempre, mi dimostrava tutto il suo affetto, ma non riuscii a pensare ad altro se non alle parole di William, il mio domestico che sembrava aver perso il lume della ragione.
     Mi alzai di scatto, facendo sussultare il mio fedele compagno e mi misi il cappotto, la sciarpa e il cappello, decidendo cosi di affrontare il freddo pungente anziché andare a dormire beatamente. Qualcosa mi diceva che dovevo tornare indietro, che stavo mettendo forse la mia vita in pericolo ma qualcos’altro ancora, forse quella parte della mente di cui non si conosce quasi niente, mi diceva che dovevo proseguire nel mio cammino, non potevo abbandonare quella sensazione, quella certezza che, uscendo di casa avrei scoperto cosa turbava il mio amico. Mentre i pensieri fluttuavano nella mia testa sicuramente dolente, una forte volata di vento attrasse la mia attenzione.
    Tutt’oggi posso garantirvi di non aver mai più provato una paura di quelle medesime dimensioni al solo sentire un colpo d’aria gelata sul collo, come se qualcosa o qualcuno avesse soffiato su di me, su tutta la mia casa. Tutto questo vi sembrerà strano, eppure, ve lo garantisco, è tutto assolutamente reale. Mi sbattei  la porta alle spalle e dopo aver percorso qualche metro, una luce mi costrinse a socchiudere gli occhi poiché era decisamente accecante.
     Mi avvicinai e vidi una vecchia dimora, logora, diroccata, indubbiamente disabitata o  in cui alloggiavano solo quelle famiglie da cui bisognerebbe stare alla larga poiché folli e poco raccomandabili. Il lume che vidi in precedenza continuava a brillare e a rendermi la visuale difficile, ma non mi scoraggiai e alimentato sia dal senso del dovere nei confronti della mia irrazionalità che continuava a condurmi verso quella casa, sia dalla curiosità, decisi di accostarmi all’unica finestra meno opaca e da dove potei vedere ciò che ora vi narrerò.
    Nonostante il forte vento non cessasse di ululare e impedirmi di scrutare con la dovuta attenzione all’interno della dimora, riuscii a vedere un tavolo imbandito, con ogni tipo di leccornia e pietanza che non credevo nemmeno io di vedere con i miei stessi occhi, quindi non pretendo di essere creduto da chi ascolterà queste parole.
    Vi si trovava frutta di ogni tipo, esotica, locale, di stagione e non, e per di più accanto ai canestri vidi ortaggi di qualsivoglia genere, zucche, e ancora patate attorniate da varie salse indubbiamente squisite. Nel vedere tutte quelle cibarie rimasi esterrefatto e non seppi resistere. Bussai e subito un uomo venne ad aprirmi accogliendomi calorosamente.
    -Lieto di vederla Mr Fillinger-
    -Scusate, signore ma come  fate a sapere il mio cognome? Non mi pare di avervelo detto-
      -Oh, via, con quel viso potete essere solo un Fillinger-
     Questo che vi riporto è stato il piccolo dialogo ( senza alcun cambiamento)  che mi indirizzò alla presunta fuga, che in seguito però non misi in atto. Come fece a sapere il mio nome non ve lo so dire e non lo seppi mai, posso raccontarvi però ciò che accade in seguito e , lascio a voi i commenti e le impressioni al riguardo. Dietro l’uomo che, appariva come un essere fuoriuscito da qualche cimitero vicino, vidi lo stesso tavolo che ero riuscito a scorgere poco prima, solo che mi apparve sotto altre spoglie, mentre in precedenza, come ho già riferito, vi era ogni sorta di pietanza, ora si presentava vuoto e addirittura senza tovaglia, come se fosse stato utilizzato solo durante il pranzo e la cena dovesse essere servita tardi.
     Rimasi interdetto e mi chiesi se la mia mente, già ottenebrata dalle parole insensate di William, non mi stesse giocando un brutto scherzo. L’uomo, seppure di umano avesse ben poco, si accorse della mia stranezza e mi parlò in codesto modo -Oh, immagino che abbiate appetito mio caro, non è vero? Penso che il freddo e il lungo peregrinare mettano sempre un po’ di fame a chiunque-
    Io gli volli rispondere  che distavo poco dalla sua dimora e che in verità non volevo affatto alloggiare da lui, ma, chiudendo la porta per non far si che l’umidità si appropriasse di noi ulteriormente, aggiunse -Su, via, non ponetevi troppi  problemi, non è il primo passante a cui offro un po’ di riparo e un piatto caldo, accomodatevi e vedrete che domattina potrete tornare a casa sazio e riposato-
     Mentre parlava ripensai alle parole del mio domestico, all’ammonizione nello stare il più lontano possibile da una dimora e, date le circostanze, iniziai ad aver timore che potessi essere capitato proprio in quel luogo da cui invece mi si diceva con terrore di starne alla larga.
    Ma, nell’incertezza , mi scrollai di dosso quei pensieri, mi accomodai e guardandomi intorno notai vari ritratti raffiguranti diversi uomini che all’apparenza sembravano decisamente spaventati. Mi avvicinai per esaminarne uno in particolare che aveva suscitato la mia curiosità in modo notevole data l’impressionante somiglianza con il mio domestico.
    Mentre facevo questo, una mano pallida si impadronì del disegno, costringendomi a rimetterlo a posto. Quella fu la prima volta in cui non solo mi resi  conto di essere prigioniero di un uomo non del tutto umano, e inoltre del fatto che i piedi mi avevano condotto sicuramente nella tanto temuta dimora, tradendomi. Le parole successive furono le seguenti…  - Mio caro gentiluomo, non badate ai signori che vedete raffigurati qui sopra, ma piuttosto rimuoveteli dalla vostra memoria e iniziamo a mangiare-
     Al sentire quelle parole credo che il mio orrore fosse talmente tale da non permettermi di dargli alcuna risposta. Ciò che mi impressionò fu il sentir nominare quel verbo. Mangiare. Quale uomo alla vista di un essere cosi spettrale e sinistro, che vi invita elegantemente a prender parte ad un banchetto inesistente, non rimane intrappolato nel suo orrore?
    Io ne rimasi sconvolto. A questo si aggiunse la certezza di aver scorto un, seppur lieve, mutamento nei connotati dell’anziano, i lineamenti sembrarono farsi sempre più fini, sebbene già fosse ossuto, i denti che a malapena si vedevano, ora apparivano sporgenti e aguzzi.
    Deglutii e indietreggiai, andando a finire contro il tavolo che appariva come un tronco nudo, privo di vita e pronto ad afferrarmi. Se mai avessi avuto qualche dubbio riguardo l’infermità mentale  di quell’essere e di quel dannato luogo, ora la certezza era davanti ai miei occhi. Nel vedermi cosi spaventato, mi disse qualcosa che a malapena sentii poiché iniziò a girarmi la testa, ma , nonostante il mio malessere, ricordo e dunque registro le frasi di quell’uomo
    -Credo che abbiate proprio un gran appetito questa notte, ma lasciate che vi dica una cosa, non sapete quanto ne ho io, perciò vogliatemi dare la precedenza, d’accordo? –
    Continuando a rimanere nel mio assoluto silenzio, sentivo crescere in me non più la paura, ma la disperazione, la certezza di non riuscire a scappare da li. Io sapevo che quel dannato essere si divertiva nel vedermi soffrire e nel fiutare la mia paura, così aggiunse quanto segue 
    -Eh si, proprio una bella cena è quella che ci vuole, anche se avrò la priorità-
    Quelle furono le ultime parole che gli sentii pronunciare, del seguito non ricordo niente, vidi questo gigantesco demone con una bocca infernale, denti acuminati, che si gettava su di me, ma non prima di aver proteso i suoi artigli verso i miei occhi. I miei poveri occhi.
     Riguardo quella sera non ho alcun minimo ricordo, a parte tutto quello che ho raccontato. Il mio domestico mi riferì di avermi trovato lungo la via di ritorno verso casa disteso sulla coltre di neve, svenuto, completamente assiderato. Mi disse inoltre che quando mi fece sedere per terra accanto al fuoco, il mio Topazio iniziò a miagolare e scappare il più lontano possibile da me, mentre  lui percepiva nell’aria un vago sentore di zolfo.
    Questo è tutto ciò che posso narrarvi, di quella notte non so davvero nient’altro, e forse è meglio così. Sarò sempre grato nei confronti del mio caro William per non avermi abbandonato nonostante la sua paura nel sentire ciò che mi era accaduto.
    Non ho mai più saputo se il suo aspetto sia andato via via migliorando, posso solo immaginarlo e ascoltare le sue rare parole al riguardo, e inoltre non finirò mai di ringraziarlo perché, quando capita di sentire bussare alla porta, specialmente nelle notti gelide di Gennaio, ed è qualche viandante che ha bisogno di ospitalità, ci pensa lui, perché io non sono più quello di un tempo e si sa che quando non si è più giovani anche gli occhi non sono più quelli di una volta.
     
     
     
                                                        La vedova di Moonlight Street
     
    1.       Le origini della follia
     
    In una sonnolenta cittadina, nei pressi di Silent River, si trovava una casa circondata da spogli arbusti secolari. Uno tra questi copriva gran parte della facciata e, per chi avesse avuto la curiosità di sostarvi anche solo per pochi secondi, sarebbe stato costretto o ad avvicinarsi più di quanto avrebbero desiderato, oppure scegliere di andar via.
    Solo i ragazzini più audaci, quelli che a causa di una qualsiasi scommessa o prova di coraggio, erano costretti a passare nelle vicinanze e parlare con l’unica abitante rimasta in vita di Moonlight Street, si recavano in quei pressi. Gli unici, poiché da diversi anni non vi era abitante di tutta Sendery Hill che non provasse un senso di terrore nel pensare soltanto di sostare accanto a quella fatiscente dimora, custode di segreti inenarrabili e orrori sepolti attorni alla sua terra.
    Nel lontano 1840 nessuno però guardava quella casa con occhi terrorizzati e non vi era alcun vociare tra i cittadini riguardo la maledizione della famiglia Carl.
     Quelli erano gli anni idilliaci in cui i bambini si divertivano tra di loro nel giardino della signora Annabel senza alcun timore e anzi, spesso, tra un gioco e l’altro entravano nella cucina della donna per bere un bel bicchier d’acqua e rinfrescarsi nelle giornate afose. Quella dei Carl fu una vita serena ma in parte.
    Come è da sempre risaputo i due coniugi, la signora Annabel e il signor Cristopher, non riuscirono mai a  diventare genitori, forse a causa di una sciagura che colpì i loro antenati, si narrava infatti che nel lontano 1688 una giovane donna che non poteva avere figli a causa di una grave malformazione, ad un certo punto nel cuore della notte si svegliò trovando le lenzuola imbrattate di sostanze organiche e sangue che grondava da ogni lato del letto, soffrendo inoltre di terribili dolori all’addome.
    Il marito destatosi di soprassalto e vedendo la moglie in quelle condizioni iniziò ad urlare e preso dall’agitazione non seppe come comportarsi, non prese nemmeno in considerazione l’ipotesi di chiamare un medico nonostante la tarda ora e dare un sostegno alla compagna.
    La ragazza lanciò delle urla tremende e, mentre la luna piena emanava una luce spettrale che riempiva l’intera camera dei due sposi, diede alla luce, come per miracolo un pargolo. Solo che fin dall’inizio notarono che qualcosa non era andato per il verso giusto, infatti mentre il bambino si accingeva a lasciare il corpo della madre, si udirono dei strani versi provenire dal corpo della donna, come se colui che veniva al mondo fosse un essere spaventoso.
     Intanto la luna splendeva alta e maestosa nella sua bellezza e quando il piccolo riuscì a stare tra le braccia della madre fu invaso dalla sua forte luce.
     Non appena la madre, esausta a causa dello sforzo  fisico, riuscì a posare gli occhi sul figlio, rimase interdetta, il panico si impadronì del suo cuore e la sua blocca non riuscì ad emettere alcun suono. L’essere fuoriuscito dal suo utero non aveva alcuna somiglianza con qualunque bambino normale, nemmeno con quelli meno fortunati che nascevano con alcune malformazioni genetiche.
     La creatura aveva un occhio solo che si univa ad un naso quasi inesistente e la bocca che sembrava quasi un miscuglio di acidi e denti marci, appariva come un qualcosa di indescrivibile e disumano. Era rossa, quasi sputasse fiotti di sangue anziché della semplice saliva.  La testa, se così poteva essere definita,  sembrava non avere pelle ed ossa ma solo materia grigia che colava sul pavimento, un cervello talmente grande da raggiungere le gambe, munite di zoccoli anziché di piedi umani.
     Quella notte una giovane donna aveva dato alla luce un mostro che morì subito dopo aver incontrato la luce della luna. Da quel momento la vita dei due coniugi non fu mai quella di un tempo, quella stessa sera dopo il decesso del diabolico essere, la giovane Elizabeth ( questo era il nome della ragazza) gettò le braccia attorno al marito cadendo in uno stato di isterismo e pianto irrefrenabile. L’angoscia, la rabbia, il sentirsi così inutile come madre, tutti  questi stati d’animo si impadronirono di lei rendendola una persona irriconoscibile agli occhi dell’amato, che le era stato sempre accanto minuto per minuto.
     Capendo la reazione , seppur esagerata, della moglie, la strinse a sé cercando così di alleviare le sue sofferenze, mentre gli occhi si posarono sul corpo inerme del figlio. Ad un tratto capì che qualcosa di malefico si era impadronito della loro esistenza poiché non appena si scostò da Elizabeth vide nel suo sguardo qualcosa di malvagio e perverso, non aveva più quella dolcezza che tanto lo aveva fatto innamorare fin dall’inizio, ben quattro anni prima, quando si erano incontrati in un campo vicino ad una casa in costruzione.
    Lei era la figlia di uno scrittore, bella e desiderabile, e non appena lei gli rivolse uno dei suoi fantastici sorrisi, lui decise che sarebbe diventata sua moglie. Si era sempre presa cura di lei, quando aveva contratto una grave malattia e grazie alle sue preghiere era guarita, la volta successiva, quando era costretta a letto a causa di una febbre che non voleva saperne di scendere e non faceva altro che lamentarsi trascorrendo le notti di quasi due settimane tra un delirio e l’altro, mentre gli stringeva la mano cercando il suo amore. C’era sempre stato per lei, anche nei primi due anni di matrimonio, quando il lavoro l’aveva portato lontano da lei e le aveva comunque promesso amore eterno, l’aveva rassicurata dicendole che le avrebbe scritto ogni giorno, e così fu.
    Si videro costretti, per la prima volta, a vivere l’uno distante dall’altro, e certo non fu una situazione facile, ma il forte sentimento che li legava era riuscito a farli stare assieme nonostante le difficoltà della lontananza. Il non vedersi ogni mattina, il sapere che il proprio amato vive a Boston, mentre si è costretti, a causa di pietose condizione economiche, a non poterlo raggiungere e rimanere li in quella desolata cittadina.
     Quante lacrime aveva versato mentre si alzava al mattino e non riceveva il bacio dell’amato, come era solito fare, il preparare il pranzo e la cena vedendo che la sedia al proprio fianco è vuota, andare a dormire con la consapevolezza che il letto sarà freddo e il sonno tarderà ad arrivare. La vita di una giovane donna che vorrebbe avere al proprio fianco il marito ma è costretta ad attendere, pazientare, sperare che le ore notturne passino il più in fretta possibile per iniziare un nuovo giorno sapendo di ricevere una sua lettera. Dopo tutte questo sentimento, dopo che lui le aveva dato il cuore, ora vederla in quello stato lo faceva sentir male, ma non seppe come comportarsi e sgranò semplicemente gli occhi nel vedere che Elizabeth protendeva le sue graziose mani verso di lui, in cerca del suo collo.
    Capì all’istante che la morte lo stava chiamando e si guardò alle spalle in cerca di un utensile per potersi difendere, ma non trovò nulla a causa del buio che non permetteva un ottima visuale. Così mentre il buio, questa volta totale, si impadroniva di tutta la sua anima, Elizabeth rideva come una folle, proprio come una donna che ha appena perso la cosa più importante che aveva, incolpando il marito per quell’errore, per averle fatto partorire un essere tanto ripugnante.
    Quella notte la polizia non arrivò a soccorrere il povero uomo e la giovane che evidentemente, a causa del forte shock, aveva perso la ragione, prese un’ascia e fece a pezzi colui che aveva tanto amato, nascondendo le viscere e tutto ciò che rimaneva di quel ragazzo, sotto una botola, in pasto ai ratti e ai vermi che , per la prima volta avrebbero assaporato della carne umana. Il delitto, che rimase impunito, non fu mai scoperto e la giovane dopo quella notte lasciò immediatamente la sua dimora, portandosi dietro il figlio ormai deceduto, in cerca di un'altra città in cui poter cominciare un’altra vita.
     
    2.Una nuova esistenza
     
     
    Elizabeth non era mai partita prima, non aveva mai lasciato il confine dell’Overend Edge e dunque la sua paura fu totale. Nonostante nel suo viso non fosse cambiata l’espressione folle e perversa, si denotava però un luccichio nel suo sguardo, un senso materno che la portava ad assumere un atteggiamento più dolce e meno incline alla rabbia.
    Aveva riposto il suo bambino dentro una grande sacca, da cui proveniva un odore acre e malsano e chiunque la incontrasse si sorprendeva nel vedere una giovane donna che trasportava un peso così esagerato, considerando la sua bassa statura e il corpo esile.
    Appena arrivata nella nuova città, Sendery Gates, fu accolta con un misto di paura e circospezione, ma non se ne curò affatto e si precipitò nella nuova dimora, che per volere divino, era stata trovata senza troppe difficoltà. Non poteva dormire in un cimitero con il freddo agghiacciante e l’umidità che avrebbe potuto farla ammalare, senza darle l’opportunità di mettere in pratica il suo piano, l’unico vero scopo della sua vita.
    La nuova casa si presentava come una grande villa gotica, con ampie scalinate esterne di un bianco candido e con due leoni che sembravano voler sbranare chiunque vi si avvicinasse, quasi fossero i custodi di quella dimora. Non mancava poi un immenso giardino in cui il verde e i fiori provenienti da ogni parte dell’Europa non potevano non stupire chiunque passasse da quelle parti anche solo per caso.
     Gli uccelli avevano già fatto i loro nidi sui tronchi degli alberi e i loro cinguettii riecheggiavano nell’aria dando un senso di tranquillità e benessere, che si infrangeva nel momento in cui ci si imbatteva nella giovane vedova. Gli abitanti si tenevano ben lontani da quella casa, che non attesero nel rinominare stravagante e poco consona ai gusti di coloro che vivevano in quella città da tanti anni.
    I bambini, dopo la scuola, stavano ben attenti nel prendere un’altra direzione poiché affermavano  che uno dei ragazzini più grandi, capitato li per caso mentre giocava con un pezzo di legno, aveva fissato negli occhi uno di quei due leoni che padroneggiavano all’esterno, e ne rimase spaventato a tal punto da consigliare ai più piccoli di prendere la strada più lunga.
     Giurò di aver visto qualcosa di terribile in quelle statue, testimoniò, mentre rabbrividiva nel rammentarlo, che quei leoni lo stessero guardando minacciosamente, come se nessuno avesse dovuto passare per quella via, nessuno tranne i proprietari. Ben presto la grande dimora ottenne la fama di casa stregata e nei vicoli bui, quando si dice che i fantasmi vaghino senza meta, i più grandi si divertivano a spaventare i fratellini raccontando che i due grandi animali li avrebbero inseguiti il mattino successivo se non rientravano subito dentro casa.
     I genitori, quando i più disobbedienti li facevano infuriare, li minacciavano di averli portati dalla vedova se non la smettevano di fare i capricci subito. Le voci girarono velocemente e il mistero di quella casa e di quella donna, che trascurata e povera, si aggirava per le vie quasi in cerca di qualcuno da portare via con se, non fece altro che terrorizzare anche i più scettici ed alimentare  la curiosità dei più coraggiosi, che spesso si recavano li quando ancora il sole era alto per scoprire qualcosa di nuovo da raccontare una volta tornato a casa, magari prima di andare a dormire.
    Intanto, mentre gli abitanti erano ignari di ciò che succedeva all’interno della dimora, Elizabeth preparava la camera per il figlio, certa che lo avrebbe tenuto con sé per sempre. Trascorreva le ore nel preparare la culla del piccolo, attenta che non vi potesse essere niente che nuocesse al bambino o qualche frammento di legno che potesse ferirlo. Si comportava come una mamma premurosa, che amava quel bambino, seppure avuto in circostanze anomale.
    Desiderava avere una vita normale, senza dover continuare la sua esistenza nascondendo quel bambino che  chiunque avrebbe rifiutato solo di guardare e figuriamoci di far giocare con i loro figli. Per Elizabeth quelli furono dei giorni importanti, in cui continuava, con un sorriso maligno stampato sulle labbra, a pensare al loro futuro, a prendersi cura delle faccende domestiche, a dare alla casa una aspetto sempre più decoroso.
    Ormai il piccolo era l’unica persona che le rimaneva e non voleva che tutto il sacrificio fatto, a partire dall’uccisione del marito, fosse avvenuto invano, e voleva che crescesse in un ambiente sano, lontano dalle chiacchiere della gente che ormai non faceva altro che parlar male dei due nuovi arrivati. Trascorsero le settimane ed Elizabeth, ormai esausta sia fisicamente che moralmente, continuava a custodire il suo segreto in quella grande borsa che si era portata dalla vecchia abitazione, sospettando che ormai qualcuno avvertisse la polizia a causa della grande stranezza che aleggiava in quella casa e il forte puzzo che si avvertiva anche a varie miglia di distanza.
     Ormai abitava li da quasi due mesi e aveva quasi  finito  di posizionare le poesie lasciatele dal padre, appena sopra il camino, perché era molto legata ai quei ricordi,  così come a quelli di sua madre che era stata una grande musicista e le aveva lasciato in eredità un maestoso pianoforte nero che  collocò nel grande salone,non lontano dalla porta d’ingresso.
    Dopo quella sistemazione, ritenne che la casa poteva  considerarsi perfetta affinché ci potesse vivere un bambino piccolo e non perse tempo ad estrarre il corpicino dell’essere, che nel tempo aveva assunto una forma grottesca, nonché disumana.
     La testa, che già dal primo momento appariva malformata, ora era una poltiglia, un insieme di sostanze organiche incolore e gelatinose, quasi  stessero subendo una mutazione nonostante il decesso del corpo al quale appartenevano. Le braccia risultavano quasi invisibili, come se non le avesse mai avute, e le mani assomigliavano sempre più a degli artigli con delle piccole squame accanto  alle nocche, come se il piccolo appartenesse ad una qualche famiglia di rettili.
     Lo baciò e lo posò sulla piccola culla, dalla quale, all’istante, provenne un suono gutturale ed un odore nauseabondo, come se su quelle coperte vi fosse appena stato  poggiato un essere proveniente dagli inferi.
    Elizabeth sorrise, contenta come lo sono tutte le mamme quando guardano il loro piccolo mentre riposa. Attese, aspettò ore ed ore seduta sulla sedia a dondolo accanto alla culla, senza mai perdere di vista il piccolo, che, giustamente,non muoveva un arto. Poi, qualcosa accadde, e da quel momento niente fu come prima, non solo cambiò la vita della donna, ma soprattutto quella della cittadina. 
    Se per la giovane quel cambiamento significava un sogno, per la comunità sembrava l’inizio di un incubo senza via d’uscita e in poco tempo nelle chiese si parlava del diavolo in persona che stava vivendo tra quelle povere persone.
    Riguardo quella notte e ciò che avvenne se ne parla tutt’ora adesso, dove vive quella vedova di cui tanto si parla e a cui non fanno mai avvicinare i bambini, perché certe storie, quando sono così tanto macabre, non cessano mai di esistere, non muoiono mai nelle menti di chi le ascolta e le vive in prima persona.
    Quello che tutt’ora la gente racconta, parlando sempre a voce bassa per non far si che il demonio senta e appaia durante le notti di luna piena, è che in quella maledetta notte mentre Elizabeth dormiva, il piccolo iniziò a prendere vita, a contorcersi come un indemoniato nel suo letto di morte, a mandare urla disumane, parlando in lingue sconosciute, soprattutto pensando al fatto che il piccolo non sapeva dire nemmeno la parola ‘mamma’.
    La donna si svegliò all’improvviso sbarrando gli occhi, esultante nel vedere che la sua preghiera era stata presa in considerazione  ed esaudita. Si avvicinò alla finestra e, con voce quasi maschile e inumana, sembrò rivolgersi al cielo, inginocchiandosi come se vi fosse un qualche altare e stesse parlando ad un Dio da cui esigeva di essere ascoltata.
     Dopo quasi un ora, apparve la luna, e oggi, quelle poche persone che hanno il coraggio di parlarne, rivelano che i loro antenati hanno raccontato di aver visto una luce spettrale come non era mai accaduto in tutti quegli anni, come se ogni angolo del mondo si fosse aperto lasciando uscir fuori ogni creatura blasfema e maligna.
    Il piccolo si alzò in piedi e, lanciando urla che superavano la potenza del suono di qualsiasi umano esistente, iniziò a trasformarsi, assumendo caratteristiche che lo facevano sembrare un bambino quasi normale. Gli artigli sparirono lasciando il posto a due mani comuni, se non fosse per il fatto che la sinistra era più piccola della destra, ma per il resto ora poteva considerarsi come tutti gli altri. Non appena la trasformazione fu completa e quindi il piccolo tornò in vita, il buio totale si impossessò della città, e la luna  sparì all’istante, complice di un macabro avvenimento.
     Riguardo quella sera non si seppe mai altro, solo che da quel momento la vedova cambiò atteggiamento nei confronti degli altri abitanti, apparve molto più serena, quasi avesse fatto un patto col diavolo, sembrava quasi ringiovanita e salutava con amore i bambini che frequentavano la scuola del suo piccolo.
    Naturalmente visse nell’inganno, affermando che quello fosse il figlio di sua sorella, mancata sfortunatamente un anno prima, a causa della peste che aveva raso al suolo tutta la cittadina, uccidendo anche il marito. Continuò comunque a vivere nella più completa solitudine, stando lontana dalle altre madri, attenta nel non avere atteggiamenti troppo materni nei confronti del bambino, a cui aveva dato un nome che non smetteva di lasciare una profonda curiosità nelle altre donne, infatti Elizabeth pensò bene di chiamarlo Archangel, quasi fosse un miracolo del cielo.
     Il ragazzino, ormai abbastanza grande, continuava a frequentare la scuola assieme agli altri suoi coetanei, ma possedeva un dono che non era stato regalato agli altri. Riusciva per esempio a risolvere le equazioni più difficili in soli tre secondi, scriveva con una velocità insolita e spesso sapeva quando l’insegnante gli avrebbe posto delle domande.
    Tutto questo alimentò i sospetti riguardo la vita del ragazzo e la sua presunta zia, che mai lasciava la sua dimora, se non per acquistare il pane e, cosa alquanto strana, cercava di evitare la via principale, quella in cui era stata edificata nel lontano 1456 la chiesa di Saint Erich. Anzi, una signora che abitava proprio di fronte la grande chiesa, aveva giurato di aver visto qualcosa di anomalo che non le aveva permesso sogni tranquilli per le seguenti due settimane. Affermò infatti di aver scorto Elizabeth, che accidentalmente aveva preso quella direzione, mentre  fissava la croce posta in alto accanto alla statua della vergine Maria, e mentre i suoi occhi puntavano con maggiore insistenza quella grande costruzione in pietra, la donna vide che la croce assumeva una forma grottesca, si piegò e si capovolse diventando così non più un simbolo religioso ma la testimonianza che L’Anticristo era arrivato.
     Passarono i mesi, gli anni, e la cittadina non ritrovò mai più la pace di un tempo e sempre di più girarono le voci in cui si diceva chiaramente che la colpa non poteva non essere di quei due nuovi arrivati. Ma non solo le donne si resero conto di come le loro vite stessero diventando un inferno, testimoni di fatti strani avvenuti mentre recitavano preghiere in chiesa, di rumori sinistri tra le mura in cui sembrava stesse strisciando qualche essere spaventoso. Anche i contadini affermarono di non riuscire a mandare avanti la loro famiglia, di non riuscire a sfamare i figli piccoli, infatti i raccolti vennero sempre meno, le piogge si fecero sempre più scarse e la siccità iniziò a far morire non solo gli animali ma anche le piante, lasciando i poveri uomini in miseria.
     Non furono solo questi i problemi che afflissero quella povera gente, infatti la mortalità infantile era notevolmente aumentata, i bambini che lavoravano nei cantieri aiutando i padri si ferivano senza riuscire a trovarne la causa e la maggior parte delle donne dovettero rinunciare al sogno di diventare madri poiché insorsero grossi problemi di salute.
     Altre che invece erano già in dolce attesa, al momento di dare alla luce il proprio piccolo, si trovarono con dei corpicini privi di vita, o addirittura bambini malformati, con handicap mentali e fisici che non poterono vedere la  luce del sole per oltre una settimana.
     Sembrò che il demonio stesso fosse sceso in quella cittadina, nei suoi campi, riducendo la popolazione in miseria, uomini privi di salario, donne sterili, depressione economica e mentale che provocò nei meno forti un numero elevato di suicidi per avvelenamento e impiccagione.
     
    2.       il demone lascia la città
    I cittadini, sempre più sconvolti e amareggiati riguardo alle tremende condizioni in cui vivevano, decisero di riunirsi nella piazza principale, senza far troppo rumore, per non destare i sospetti della vedova,  soprannominata ormai  ‘ La strega di Sendery Gates’.
     Erano sempre più convinti che la causa di tutto quel malessere generale fosse quella donna così strana da cui tutti tenevano le distanze ed ebbero sempre di più la certezza che avesse dei poteri capaci di sconvolgere la quiete della serena comunità. Alla riunione parteciparono quasi tutti, tranne i bambini che rimasero a casa con le balie più giovani, e la  signora Laider, un’anziana di quasi sessant’anni, la stessa che aveva visto Elizabeth vicino alla chiesa, raccontò ciò che aveva visto quella mattina, facendo tremare il pubblico intero che indietreggiò portandosi le mani alla bocca per trattenere un urlo.
    Il prete pregò sottovoce per tutto il tempo e cercò di calmare le donne che non riuscivano a  mascherare le loro preoccupazioni. La riunione si protese per qualche ora e finì nel momento in cui tutti all’unanime presero la decisione definitiva che consisteva nel recarsi, quella notte stessa, nella grande casa, nel momento in cui sia la donna che il bambino avrebbero dormito e non si sarebbero resi conto di quell’incursione. Attesero che arrivasse il momento tanto atteso e all’ora stabilita si trovarono tutti di fronte alla vecchia villa.
     Sin dall’inizio provarono un senso di terrore e di agitazione, alcune donne svennero, altre  in seguito riportarono danni cerebrali irreversibili, come se qualcosa di malefico, un virus non conosciuto dalla medicina, avesse intaccato i loro cervelli, distruggendo le loro esistenze. Alcuni uomini si ritrovarono costretti a reggere tra le braccia le loro donne poiché alcune rischiarono di cadere in terra, come ipnotizzate.
     Il prete, che aveva partecipato solo dopo esser stato convinto dagli altri abitanti, portò con sé l’acqua benedetta e ne buttò un po’ sul terreno, rendendosi subito conto che qualcosa sembrava essersi mosso, come se sotto terra vivesse un qualche tipo di animale che non si vedeva mai alla luce del giorno. A quella vista, deglutì senza dire niente agli altri, per non seminare  ancor di più il panico e spostando lo sguardo per distrarre la mente da quella orrenda visione, involontariamente finì col guardare attentamente i due leoni, che, all’insaputa dei bambini che li avevano visti fin dal principio, ora apparivano come due belve feroci. Se prima le loro bocche risultavano aperte in un ghigno rabbioso, ora erano spalancate, come se volessero divorare non solo coloro che sostavano di fronte a loro, ma tutta l’intera comunità. Sgranando gli occhi e tremando, non si rese conto che una ragazza che non era potuta rimanere a casa da sola, era svenuta al suo fianco, giacendo per terra priva di sensi.
    Non si accorse nemmeno della fine che fece quella povera giovane, risucchiata da quella terra insana che chissà quali terrori inconfessabili conteneva. La giovane donna non fu mai più ritrovata e la città non seppe mai la causa della sua scomparsa, pensando forse che la ragazza avesse deciso invece di fuggire via terrorizzata dagli ultimi eventi.
      Gli uomini intanto,silenziosamente, si erano posizionati  ai lati della casa, raccomandando alle donne di stare il più lontano possibile, e mentre si accingevano ad appiccare il fuoco per liberarsi una volta per tutte della sciagura che aveva colpito tutti loro, due dei più giovani, furono accecati dalla luce folgorante emanata da una luna che appariva piena e malvagia. Poco prima il cielo appariva nero come le ali di un corvo, e solo alcuni secondi dopo si poteva scorgere una luna così spaventosa, un gigante che quasi li sorvegliava, custode di quella casa e di ciò che conteneva all’interno.
     Uno dei due ragazzi, fissando quella forte luce, rimase cieco per sempre e gridando fece allontanare tutti gli altri uomini dalla dimora, costringendoli a nascondersi dietro i pochi alberi rimasti in vita. Non accadde niente, la vedova e suo nipote rimasero in casa, ma quando un lieve rumore, come di qualcosa che strisciava sotto terra, richiamò l’attenzione dei più coraggiosi, il giovane che aveva perso la vista iniziò a gridare in maniera esagerata, invocando aiuto, mentre a poco a poco scomparivano tutti gli arti, prima le gambe, quasi fossero state inghiottite da un mostro che viveva nel sottosuolo, e poi le braccia. In pochi secondi quella terra aveva mietuto un’altra vittima, questa volta sotto gli occhi di tutte le persone, che paralizzate dall’orrore, non riuscirono a prestare soccorso al ragazzo.
     Il solo pensiero di fare la stessa fine li fece rabbrividire e rimanere al loro posto, seppure non con la coscienza a posto perché si trattava del figlio di due persone che conoscevano bene ed era un bravo ragazzo. Questo fatto, che dapprima aveva scosso i presenti terrorizzandoli,  aveva lasciato ora un senso di collera e vendetta, sapendo che il ragazzo appena deceduto era una povera vittima della furia omicida di un qualche demone che abitava nelle gole perdute di quella casa. Senza più esitare nemmeno un istante, uno degli uomini più anziani si gettò verso le mura della villa mentre con un grido di rabbia appiccò il fuoco che velocemente si sparse per tutta la casa, avvolgendola dalle fiamme.
    Qualcuno tra la folla applaudì, contento che il diavolo fosse stato finalmente sconfitto e che la città potesse tornare a vivere immersa nella tranquillità, qualcun altro svenne, esausto dalla giornata faticosa e stressante. Altri più impassibili, girarono i tacchi e andarono via, forse traumatizzati da tutto quello che era accaduto quella sera, ma i più temerari, gli stessi che avevano pensato sin dall’inizio di farsi aiutare dal fuoco per scacciar via il male, lanciarono delle bestemmie contro quelle mura che ormai andavano sempre più in rovina. Il prete, che era rimasto lontano dal rogo e non vedeva così da vicino le fiamme, poteva invece avere una visuale ben dettagliata della villa mentre dava il suo ultimo saluto a questo mondo.
     Si portò le mani al petto e pregando abbassò lo sguardo,  ormai esausto nel vedere tutto quell’orrore e tutta quella gente distrutta per sempre nell’animo. Quando sollevò il viso, guardò in direzione della porta e si rese conto che qualcosa era cambiato, infatti  i due leoni che quasi tutti avevano visto in posizione eretta, ora sembravano essersi spostati di qualche centimetro. Mentre prima le loro facce apparivano rivolte verso la strada, adesso sembravano guardare verso destra, nella parte che dava verso il retro della casa, quasi avessero preso vita e volessero fuggire all’incendio.
    L’uomo non volle quasi credere a quella visione e implorò Dio che se tutto quello non era altro che  un incredibile incubo, avrebbe chiesto di morire all’istante, perché non era possibile continuare a vivere con quel peso nel cuore. Molti giurarono di aver sentito levarsi delle urla disumane, come se la casa stessa avesse un anima e si fosse resa conto che la fine era arrivata, e il prete  che in seguito pubblicò un trattato riassumendo questi ultimi due anni, affermò di aver visto nel cielo delle figure nere, due per la precisione, come se stessero volando via verso una nuova direzione.
     Della casa ormai non rimanevano altro che fumo e cenere  e le ultime fiamme portavano via con se sia gli abitanti che i ricordi sepolti in quella terra.
     
    4.Di nuovo a casa
     
     
    Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi, e la cittadina pian piano cercò di dimenticare quella sciagura, i contadini tornarono ai loro campi, le donne dettero alla luce bambini sani e forti, i più anziani non furono costretti a letto da malattie improvvise e incomprensibili. Insomma, con il passare del tempo la vita era tornata quella di una volta e nonostante fossero passati sei mesi da quella notte innominabile, nessuno volle mai passare nei pressi di quella villa, dove, seppure non fosse rimasto altro che frammenti di muri e di pietre, il solo pensare di avere di nuovo a che fare con quella storia, metteva i brividi a chiunque.
     Finalmente tutto era tornato alla normalità e ai nuovi nascituri non raccontarono mai di ciò che videro quella sera e della strana vedova che aveva preso alloggio a poche miglia dalle vie più frequentate. Solo una sera di un freddo Febbraio accadde l’ultimo avvenimento strano che mise addosso una  paura tale nei cittadini, da costringere alcuni a trasferirsi definitivamente.
    Il figlio del proprietario di un piccolo negozio d’antiquariato nel dirigersi a casa di un suo amico, passò di fronte alla casa della vedova, fischiettando e scalciando dei sassi che trovava per la via. Guardò il cielo e affrettò il passo rendendosi conto che se non si sbrigava, la pioggia lo avrebbe colpito in pieno rischiando di farlo arrivare dall’amico fradicio e raffreddato.
     Ad un tratto, come riferì ai genitori quella sera stessa, gli parve di sentire un leggero sibilo, quasi una nenia provenire dal suolo.  Spaventato ma anche incuriosito si inchinò appoggiando l’orecchio al terreno e ascoltando attentamente. Non sentì un vero e proprio rumore ma avvertì la presenza di qualcosa di strano, di sovrannaturale, un qualcosa che non sarebbe dovuto essere li, sotto quelle erbacce.
    Alzandosi, quasi inciampò su se stesso e nell’atto di pulirsi i pantaloni dalla polvere, sentì indistintamente un fruscio, come se vi fosse un animale che vivesse li sotto. Ma non gli sembrò si trattasse di un essere piccolo, bensì di un grosso serpente, oppure un topo enorme, comunque un animale che lo avrebbe divorato in un attimo.
    Decise di allontanarsi il più preso possibile da li, se non voleva finire mangiato da qualcosa che stava letteralmente per lasciare quel terreno per uscire alla luce del giorno. Nel voltarsi sentì uno scatto, come di un pugno che cerca di scoperchiare una bara, o una testa che cerca di sbucare da un lotto in cui è piovuto per troppi giorni, rendendo il tutto indurito e freddo.
     Quella cosa che stava per venir fuori doveva essere sporca, umida, usurata dal tempo e cosparsa di vermi e di tutti gli insetti che abitano gli abissi della terra, dove nessuno avrebbe mai il coraggio di avventurarsi, se non per pura follia.
     Vide il terreno che si apriva, proprio sotto i suoi occhi e una grossa testa, come di un essere malformato, sbucò dal nulla, come se sotto i suoi piedi ci fosse una casa sotterranea e quella deformità stesse dormendo sogni tranquilli. Indubbiamente il ragazzo si sentì responsabile dell’accaduto, come se fosse stato lui a risvegliare, con il suo fischiettare, quella creatura che invece avrebbe dovuto dormire per l’eternità.
    Gli parve di vedere un’altra figura, più grande della prima, proprio accanto a lui, mentre lo invitava ad allontanarsi il più  in fretta possibile. Non vide una sagoma vera e propria, come invece era accaduto per l’essere deforme, ma piuttosto si presentò come un ombra nera, con delle grandi corna appuntite e una coda lunghissima, in un attimo il ragazzo pensò che fosse proprio quest’ultima la causa di quei fruscii sotto terra.
    In pochi secondi la strana forma nera assunse le sembianze di una giovane donna che teneva tra le braccia l’essere diabolico. Era lì per proteggerlo, per far capire al giovane che quel terreno apparteneva a loro e che lui doveva andare immediatamente via.
     Terrorizzato, scappò via, perdendo la borsa che teneva stretta con sé, contenente i risparmi di tre lunghi mesi, che sarebbero serviti da  prestito al suo amico. Mentre si allontanava, senza rendersi conto di aver perso quella somma di denaro, sentì una risata agghiacciante e malefica, quasi provenisse da una gola marcia e intrisa di sostanze velenose.
     Il suono si fece sempre più debole con l’allontanarsi del giovane e alla fine, prima di scomparire per sempre, diventò un vero e proprio lamento, un grido che poteva appartenere solo ad una bestia feroce, forse ad un leone, o comunque ad un grosso felino. Questo è tutto ciò che accadde a quel giovane, del resto non si sa più altro.
    Le testimonianze delle persone che in quel lontano 1691 vissero quegli anni tragici, non furono molte, poiché in molti pensavano che era meglio tacere, per non rischiare di risvegliare qualcosa che presumibilmente non aveva mai effettivamente lasciato quella città. Altri raccontavano ciò che avevano visto ma a voce bassa, sempre guardandosi dietro le spalle e con un terrore nello sguardo che sarebbe meglio non scorgere mai in nessun altro.
    Il prete, che scrisse ‘L’orrore della cittadina divorata dal male’, fu l’unico abitante che ne parlò con chiunque gli facesse delle domande e, forse per la vita religiosa che conduceva, sembrava il solo a non avere paura nel rievocare quelle vicende. Se non fosse stato per quell’uomo, che per un tragico incidente decedette solo tre giorni dopo  aver completato il trattato, nessuno avrebbe potuto mai leggere cosa successe in quegli anni passati.
     La morte avvenne in modo misterioso, infatti, mentre si recava in chiesa dopo aver trascorso la mattinata al parco, fu colpito da un fulmine nonostante il cielo fosse sereno, che lo uccise all’istante. Il corpo che fu misteriosamente spostato da qualcuno di cui non si seppe mai il nome, fu trovato nei pressi della vecchia casa, con la faccia riversa verso il suolo, ormai divorata dai vermi, o da qualcos’altro forse.
    La popolazione, privata dell’unico prete che veramente avessero mai stimato, si chiuse sempre più in se stessa e la maggioranza decise di andar via per sempre da quel luogo diventato ormai invivibile. I fatti che colpirono quella comunità rimangono ancora oggi un mistero, e dopo la scomparsa dell’anziano prete, nessuno seppe che fine fecero i pochi che decisero di restare nella loro terra.
    Forse morirono per cause naturali, forse no, oppure si abbandonarono a se stessi, privandosi del cibo e dell’acqua per lunghi giorni, aspettando così che la loro vita, ormai distrutta, finisse il prima possibile. Molti di coloro che passano tutt’ora nelle vicinanze affermano di sentire delle strane voci nel cuore della notte e coloro che vedono la luna piena mentre si trovano accidentalmente in quei pressi, accelerano il passo per recarsi il più in fretta possibile lontano da quel luogo maledetto. La maledizione di Elizabeth non è mai morta, continua a vivere ancora oggi nel 1993, e chiunque conosca quella storia si tiene alla larga dalle ceneri di quella casa. Adesso che i tempi son cambiati e le leggende diventano sempre meno popolari, si parla sempre meno della lontana tragedia di Sendery Hill e ancor meno di quegli anni che ruotarono intorno al 1840 in cui, in quella via conosciuta come Moonlight street, come si diceva all’inizio, viveva quella vedova che però non è stato detto fosse abbastanza strana e avesse uno sguardo spento.
     Così come non è stato detto che i bambini che un tempo passavano sempre li, all’improvviso decisero di non sostarvi più da quel giorno in cui, per caso, videro una forte luce provenire dalla luna piena e guardando all’interno della finestra che dava sulla camera da letto della donna, videro una culla sporca, vecchia quasi fosse li da oltre duecento anni, e il cui contenuto era alquanto grottesco.
    Si vide un bambino deformato, orrendo, privo di mani ma munito di grossi artigli che piangeva dimenandosi, tenuto in braccio da una donna che i bambini non ricordavano aver mai visto. In quella  grande villa dove fuori padroneggiavano quei due leoni apparsi solo ora, tutti i cittadini sapevano vivessero la signora Annabel e il coniuge Christopher, ma ora sembrava come se la casa, che prima appariva splendida e accogliente,  apparisse macabra e anacronistica.
    I piccoli che quella notte videro quella scena assurda affermarono di aver visto una donna che rideva in maniera folle, quasi fosse preda di un assurdo isterismo, mentre rivolta verso la luna teneva in braccio il suo unico figlio.
     L’ultima cosa di cui si accorsero fu una vecchia botola posta appena dietro Annabel , semi aperta, da cui sembrava venissero fuori pezzi di carne decomposta, come se fossero li da millenni, decenni, secoli in cui il Diavolo aveva deciso di generare i suoi mostri li, su quella terra sconsacrata. La maledizione di Elizabeth non cesserà mai di spaventare tutti quelli che sostano nelle vicinanze e se vi dovesse capitare di ricevere un invito da parte di una qualsiasi vedova che appare strana e non tanto giovane, vi consiglio di non accettare mai, perché potreste scoprire di non essere soli in quella casa, soprattutto se fuori appare una grossa luna piena.
     
     
     
     
     
                                                              La casa sulla collina
     
     
    Mi chiamo Vincent, vivo in una modesta casa situata nei pressi di Cemetery Falls e ho qualcosa da dirvi riguardo la mia gioventù, più precisamente a quell’anno del 1898 in cui mi accadde qualcosa che, tuttora, quando sono solo al buio, mi fa tremare e mi costringe a tenere la luce accesa.
     A quel tempo avevo solo ventuno anni, avevo deciso di non proseguire gli studi per poter aiutare la mia famiglia che a stento riusciva a mandare a scuola i mie due fratelli minori.
     Decisi di trovarmi un lavoro e nei primi due anni, grazie ad un colpo di fortuna, riuscii ad entrare nella fabbrica di mio zio, imparando ben presto il duro lavoro e permettendo cosi ai miei genitori di dividere i nostri salari riuscendo finalmente a far imparare a leggere e scrivere e piccoli.
     Il terzo anno, proprio mentre  tutto sembrava andare per il verso giusto e ormai mi ero abituato sia ai turni che ai lavori più faticosi, dovetti abbandonare quel luogo poiché mio zio mi disse che avrei dovuto cedere il posto ad uno dei suoi figli maggiori.
     Questo fatto mi sconvolse e rimasi senza parole poiché ero sicurissimo di aver trovato un impiego fisso e non  un mestiere che tra tre anni mi avrebbe lasciato senza nemmeno un soldo in tasca. Dopo il colloquio avvenuto quella mattina, tornai immediatamente a casa desolato e depresso, con un senso di ansia e di vuoto che incombeva sul mio spirito, rendendomi apatico e privo di iniziative. Appena rientrato mi venne incontro mia madre, che sicuramente capì che qualcosa era andato storto in quella giornata così sfortunata.
     La abbracciai e le accarezzai il viso sorridendole dolcemente. Cercai di mostrarmi sereno per il benessere di quella povera donna che aveva sempre fatto un sacco di sacrifici per farmi diventare un ragazzo sano e con veri principi.
     Ma, alle mamme, soprattutto a quelle più buone, non si riesce mai a nascondere la verità e così, dopo essermi seduto e aver divorato quasi due  piatti interi di minestra, le raccontai che il giorno seguente non mi sarei dovuto alzare presto poiché ero appena stato licenziato e che se voleva l’avrei potuta accompagnare al mercato.
    Si alzò con le lacrime agli occhi, commossa del mio buon buonsenso, dalla mia bontà, e soprattutto dal fatto che non avrei avuto un impiego chissà per quanto tempo. Accettò il mio aiuto e mi disse che il giorno successivo sarebbe dovuta uscire di casa verso le cinque del mattino, perciò decisi di andare a dormire presto, non riuscendo a parlare con mio padre che ancora non era rientrato dal lavoro nei campi. Dormii un sonno tranquillo e come promesso, mi destai all’alba, mi preparai in fretta e bussai in camera di mia madre per esser certo che fosse pronta.
    Mi disse di aspettare ancora qualche minuto e scesi al piano inferiore per bere un bicchier d’acqua e salutare mio padre che sicuramente stava per uscire di casa, ma sfortunatamente arrivai troppo tardi e lo vidi mentre si richiudeva la porta alle spalle. Dopo qualche istante, sbucò fuori mia madre, la presi sotto braccio perché le sue gambe non erano più quelle di un tempo e l’età iniziava a farsi sentire procurandole vari problemi alle ossa.
    Circa mezz’ora dopo arrivammo al mercato che, nonostante fossero appena le sei e mezzo del mattino, si presentava già affollato, forse perché tutte quelle persone sceglievano gli orari più mattutini perché poi non avrebbero avuto il tempo necessario da dedicare alle spese.
    Salutammo varie persone che conoscevano mia madre da molto tempo, quando ancora io non ero nemmeno nato,  e ci fermammo a scambiar due chiacchiere con l’ortolano che tra l’altro abitava di fronte alla nostra dimora.
    Mi girai verso il bancone che preferivo in assoluto  e che deliziava sia la mia gola che i miei occhi alla vista di tutti quelle svariate sfumature, quei colori accesi che riuscirono a farmi sorridere e a mettermi il buonumore, facendomi quasi dimenticare la perdita del lavoro.
     In quell’angolo che tanto amavo si vendevano dei dolci, delle caramelle di vario tipo e dei biscotti fatti in casa con piccole scorze di limone e gocce di cioccolato, del più pregiato che si trovasse in circolazione.
     Mi allontanai e quasi sentendomi un bambino alle prese con la sua prima carie dovuta all’eccessiva golosità, guardai che vicino a me non ci fosse nessuno e chiesi al negoziante di riempirmi un sacchetto di quelle leccornie. Mentre attendevo vidi arrivare verso la mia direzione una vecchia donna, che avrà auto circa settant’anni, mentre dolorante, si lamentava che il prezzo del pane era salito alle stelle e che non si poteva più comprare nemmeno un dolce per i propri nipoti.
    Al sentire quelle parole, nonostante la mia ingordigia, pensai di aiutare una povera signora che sicuramente non aveva nemmeno un dollaro, e, pur sapendo che le mie condizioni economiche non erano superiori alle sue, decisi che forse il buon Dio mi avrebbe riservato qualcosa di positivo per questa buona azione.
     Chiamai la donna, che nel frattempo era riuscita, stranamente dovetti ammettere, a raggiungermi in brevissimo tempo, se consideriamo la schiena che le faceva male e la gobba evidente che spuntava come la punta di una montagna.  Immediatamente la salutò il signor Dervel aggiungendo un evidente sorriso forzato,  - Buon giorno signora Hellbone, come va oggi? –
     la donna, al sentire quelle parole non sembrò rimanerne deliziata e fissò l’uomo mentre si sistemava meglio il fazzoletto che le incorniciava il viso.  -Io non direi che sia un buon giorno signor Dervel, assolutamente no, come si permette di avere quel viso da furfante mentre si rivolge ad una vecchia dolorante eh? Tutti uguali questi negozianti, pensano solo a vendere e a commerciare. Del resto se ne fregano, ha visto , ma dico ha visto che prezzi hanno la in fondo? E li, pensa che il pesce possa costare così tanto? Mio marito è morto più di vent’anni fa e non ho quasi più un soldo per colpa delle vostre idiozie ! –
     
     Io rimasi in silenzio per tutto il tempo e approfittai del monologo della signora per girarmi in direzione di mia madre constatando che stava ancora chiacchierando con l’ortofrutticolo. Mentre continuavo a guardare verso quella direzione quasi mi venne un colpo nel vedere l’anziana che mi gridava all’orecchio, essendo evidentemente sorda, dicendomi se aveva o non aveva ragione.
     - Beh non posso darle torto certo, ma non è colpa dei negozianti, loro vengono qui tutti i giorni e pensano solo a fare il proprio lavoro,  quindi non saprei cos’altro dirle-
     
    - Ah voi giovani siete tutti uguali, proprio come ho detto prima ai negozianti, siete tutti dei fannulloni e basta, ma dimmi dimmi cosa fai tutto il giorno? Mica stai sempre qua come un bambino a prendere i dolci ehehe? -
    -Ma veramente le dico che oggi non è proprio la giornata adatta per tutte queste domande, glielo assicuro. Ho appena perso il lavoro e sono qui per accompagnare mia madre, mentre la aspettavo ho pensato di venire qui perché mi ricorda i tempi in cui ero solo un bambino e le dirò di più, nel vederla sola e senza un soldo volevo addirittura offrirle i miei dolci, ma non mi sembra che lei sia altrettanto gentile –
     
    - Oh, ma allora di bravi ragazzi è ancora pieno il mondo, oh pensavo che fossimo spacciati oramai, ma io li accetto volentieri grazie, grazie davvero bel giovane, li darò ai miei tre nipotini non appena sarò rincasata, arrivederci –
     
      La salutai e mentre ero sicuro di non doverla mai più parlare, vidi che anziché allontanarsi , tornava indietro nella mia direzione. Pensai che forse doveva chiedermi qualche informazione o qualche consiglio e le sorrisi fingendomi estasiato nel rincontrarla.
    -Signora ha dimenticato qualcosa? –
      
    -No, giovanotto, è tutto a posto, mi chiedevo se per caso, dato che non hai un occupazione in questo momento, volevi venire da me, ad aiutarmi tutti i giorni. Come avrai visto sono vecchia ormai e non ho nessuno che mi tiene compagnia, che mi legga qualche poesia o qualche bel libro e soprattutto che mi accompagni a fare la spesa ogni giorno –
     
    - Ecco, io la ringrazio molto ma come vede qua non sono solo, sono venuto proprio per portare mia madre, che nonostante sia più giovane di lei, ha alcuni problemi di salute e non se la sente di muoversi da sola. –
     
    - Insisto ragazzo, sono sicura che tua madre non avrà niente in contrario e poi potrai andare a casa con qualche moneta e potrai aiutare in casa –
    Mentre stavo per controbattere vidi che mia madre si stava avvicinando con sguardo perplesso, come domandandosi da dove fosse sbucata quella donna così socievole e insistente.
     -Buon giorno, sono la madre del ragazzo, sta succedendo qualcosa per caso? –
     
    - Stavo giusto dicendo a suo figlio che, per non continuare a vivere senza un lavoro, potrebbe venire da me, lo ospiterei per qualche mese e mi aiuterebbe molto in casa, ma non so se lei sarebbe d’accordo, ovviamente cercherò di convincerla in ogni modo mia cara –
     
     E a quel punto, non lo scorderò mai, notai un sorriso maligno sulle labbra della vecchia, quasi avesse in mente qualche maleficio. Non mi piacque per niente sin dall’inizio e non riuscii a spiegare queste sensazioni a  mia madre che invece sembrò ben lieta di chiacchierare con l’anziana che a me sembrò piuttosto strana.
    A quel sorriso agghiacciante, seguì una risata che mi fece accapponare la pelle, sembrava un suono proveniente non da una semplice donna ma da una megera. Decisi che dovevo fare qualcosa per interrompere quel sono così terribile e le parlai sopra .
    -Ma io credo che mia madre invece non sia così semplice da convincere non è vero?-
     e dicendo questo mi rivolsi proprio verso di lei con un sorriso, che morì cinque secondi dopo, vedendo lo sguardo fisso, come se fosse stata ipnotizzata da qualcosa o da qualcuno piuttosto abile nell’arte della persuasione.
     Le passai una mano vicino al viso per distoglierla da quel sogno ad occhi aperti, da quel momento in cui la sua coscienza sembrava essere morta, sepolta da un qualche sortilegio avvenuto tramite lo sguardo.
     Mi voltai verso l’anziana che stavo già odiando più di quanto non avessi fato fin dall’inizio, e vidi che i suoi occhi non apparivano normali, avevano subito una specie di mutazione, non so bene come descrivervi quello che vidi in quell’istante ma posso dirvi che il loro colore in principio era castano, ed ora  notavo dei riflessi gialli, che pian piano  perdevano intensità nel momento in cui mia madre tornava alla realtà.
    Mi spaventai a morte e rivolgendomi verso il bancone più vicino cercai aiuto nello sguardo del negoziante che però  sembrava non essersi accorto di niente, occupato nell’assistere i clienti. Ero sul  punto di sentirmi male, quasi svenni nel vedermi perso, come se in quel mercato tutte le persone che ci circondavano fossero sorde e cieche e noi fossimo dei fantasmi. Ero certo che la colpa fosse tutta di quella vecchia e che nelle sue iridi si nascondesse qualche demone pronto a saltar fuori e far perdere il senno ai più deboli, come era appena accaduto a mia madre che si mise a parlare in modo quasi automatico, come fosse guidata da una forza invisibile che le faceva sputare delle parole in modo tale che la bocca non seguisse la mente ma solo ciò che veniva costretta a dire.
    Conoscevo mia madre da più di vent’anni e sapevo che non era solita dare confidenza a chiunque incontrasse e non era solita fissare così una donna, addirittura di quell’età, in modo così imbarazzante e spaventoso. Le era successo qualcosa e la mia ipotesi ottenne maggiormente conferma nel momento in cui iniziò a parlare.
    -Si, mio figlio si recherà oggi stesso da lei, se questo farà in modo che si tenga occupato per parecchio tempo, mi fido ciecamente di lei e so di non sbagliare. E poi non vedo perché dovrei farmi aiutare ancora da lui, mi posso benissimo arrangiare da sola. –
     
      Stentai a credere a tutto quello che avevo appena sentito e cercai di replicare, non capendo come poteva aver detto una cosa del genere, ma fui zittito da lei stessa mentre mi diceva che doveva correre a casa perché non si sentiva affatto bene.
    Rimasi sbalordito, non so cosa successe veramente, non riuscii mai a capire cosa le avesse procurato quel disagio e perché mi avesse trattato come un estraneo, ma so che la mia vita da quel momento cambiò radicalmente.
    Prima di tutto fui pervaso da un senso di spossatezza e nausea, mi girava la testa e vidi a malapena la vecchia mentre mi guardava con gli occhi sbarrati, premendo le sue pupille che, sono sicurissimo, divennero ora argentate. Poi, più niente.
    Perdetti sicuramente conoscenza perché ricordo che mi ritrovai direttamente in una casa che già dall’interno appariva abbandonata poiché, giacendo su un letto scomodo, potevo vedere le ragnatele e i suoi inquilini che scendevano pian piano posandosi sulla mia spalla. Con un colpo li scrollai e cercai di alzarmi, sentendomi tutto dolorante.
    La testa mi pulsava e sentivo un sapore amaro in bocca. Mi guardai intorno, cercando una via d’uscita  non capendo dove potevo trovarmi e ad un certo punto prestai attenzione e mi accostai alla porta porgendo l’orecchio e avvicinando lo sguardo verso il buco della serratura. Vidi una  donna anziana con un pentolone mentre consultava, con l’altra mano, un libro altrettanto grande, che dal viso della donna, poteva trattarsi di un ricettario poiché lo sfogliava segnando con la matita qualcosa che doveva sicuramente tenere bene a mente, come un ingrediente o una miscela importante che non poteva essere sbagliata.
    Si girò verso la mia direzione e subito, preoccupato di poter essere visto, mi scostai, recandomi vicino al letto per cercare di nascondermi. Sentivo i suoi passi farsi sempre più vicini e capii che stava per entrare in quella medesima camera, poi di colpo i rumori si bloccarono e sentii solo il respiro pesante, come di un qualcosa che era rimasto a digiuno per troppo tempo e ora  aveva una gran bramosia di divorare qualsiasi cosa incontrasse per la strada.
    Mentre il silenzio faceva da padrone in quell’assurda situazione, ad un certo punto sentii delle frasi che all’inizio mi sembravano prive di significato, ma poi ascoltando meglio capii che la donna stava evidentemente dialogando con qualcuno poiché sembrava si stesse rivolgendo a delle persone  che vivevano in quella stessa dimora. 
     
    - Allora miei cari, adesso vi preparerò una gustosa cena, aspettate giusto un attimo, chiamerò un vostro nuovo amico che sicuramente vorrete subito bene e poi saremo pronti –
     
    Ascoltando quelle parole capii che la donna aveva sicuramente a che fare con qualcuno che non si sentiva tanto bene poiché non ricevette alcuna risposta e cercai di rimanere calmo, non potevo permettere che il panico si impadronisse di me proprio in quel momento.
    Mi sedetti sul letto e con le mani appoggiate sul viso inizia a piangere silenziosamente, ma fui interrotto dal forte bussare alla porta, in modo alquanto insistente, seguito dalla voce  malefica della vecchia.
     
     -Ragazzo mio, domattina come saprai sarà una dura giornata, dunque è meglio se ti tieni in forma, ti ho preparato qualcosa di buono da mettere sotto i denti e come ti avevo promesso ti farò conoscere i mie tre nipotini –
     
    Rimasi sbalordito, non riuscivo a ricordare quel viso anche se mi venne in mente qualcosa circa una donna anziana che avevo visto poco tempo prima e pensai automaticamente a mia madre anche se non riuscivo a collegare entrambe le cose. Sicuramente quella donna mi aveva dato qualcosa da bere che mi aveva stordito e fatto perdere momentaneamente la memoria, oppure avevo sbattuto la testa, sicuramente però ero in pericolo perché quel suo modo di fare non prometteva niente di bene.
    La guardai mentre indietreggiavo per tentare si sfuggirle e andai a sbattere contro la parete, facendo cadere per terra un quadro che si trovava proprio sopra di me, eppure nonostante avessi perlustrato tutta la stanza poco prima, non mi ricordai di aver visto quel dipinto prima. Cadendo, si infranse il vetro che lo ricopriva e nel vedere quella scena la donna iniziò ad urlare e a strapparsi i capelli, che nel momento in cui giacevano al suolo sembravano strisciar via come fossero animati. Guardai in direzione della finestra ma era impossibile tentare una via di fuga poiché aveva appena iniziato a nevicare e i fiocchi cadevano fittissimi rendendo impossibile la corsa non appena mi sarei trovato fuori e poi l’altezza doveva essere indubbiamente elevata.
    La vecchia sembrò calmarsi ma respirò affannosamente, stanca dopo essersi quasi uccisa da sola buttandosi a terra e invocando il nome di Euselon che non sapevo minimamente chi fosse. Mi guardò con quegli occhi argentati che sembravano dei puntini di galassie lontane e malvagie e protese le braccia verso di me come per volermi prendere.
    Cercai di scostarmi da lei, ma vidi con orrore, che gli arti le si stavano allungando, le gambe che poco prima erano state avvizzite ed esili di una piccola donna che a malapena riesce a muoversi, ora erano chilometriche, e credo che si siano bloccate solo grazie al muro che ci circondava, altrimenti penso che avrebbero continuato a crescere e crescere.
    Chiusi gli occhi concentrandomi, dicendo a me stesso che dovevo assolutamente calmarmi e rimuovere quelle immagini dalla mia mente se non volevo morire li in quell’istante. Dopo poco li riaprii e vidi che la stessa figura orrenda che mi si parava davanti qualche istante prima, ora era cambiata. Mi si presentò di fronte una graziosa vecchietta, con le sue rughe dovute alla stanchezza, al duro lavoro che si portava dietro e all’età avanzata. Mi sorrideva e ridacchiava silenziosamente.
    -Avanti giovanotto andiamo in cucina, o vuoi che ti mostri qualcos’altro? -
     Rimasi a bocca aperta senza capire esattamente di cosa parlasse. Ormai ero certo di avere a che fare con una persona che adorava Satana e che aveva fatto un qualche patto con lui affinché le desse dei poteri e la trasformasse in qualcosa di anormale. Ma allo stesso tempo, guardando quegli occhi che ora apparivano di un azzurro chiaro e dolce, non ero certo se lei fosse davvero malvagia o se io avessi completamente perso la testa a causa di un qualcosa che avevo bevuto.
     La sua presa energica, nonostante il corpo esile, mi scosse dai miei pensieri, e  in un attimo mi trovai in un’altra stanza, molto più ampia di quella in cui mi trovavo poco prima.
     C’era un tavolo imbandito, vedevo dell’uva che pendeva da un cesto posto accanto ai bicchieri, che non erano due, ma bensì cinque, come se non fossimo soli. Allora ricordai del momento in cui la sentii interloquire mentre cercavo di nascondermi nella mia camera.
     A quella scoperta, il cuore iniziò a battermi velocemente,e l’ansia iniziò ad impadronirsi di tutto il mio animo, che era sempre stato quieto e pacato. La donna, annusando la mia paura come un animale selvatico, rise di gusto e ciò che mi si parò dinanzi agli occhi in quel momento fu  una scena decisamente grottesca e disumana.
     Vidi perfettamente che la donna girò la testa di quasi trecento sessanta gradi mostrando delle zanne enormi e appuntite, da cui sgorgava del sangue. Quasi perdetti i sensi se non fosse stato per la constatazione che ora la figura appariva nuovamente normale e priva di una qualsiasi stranezza o deformità.  Mi invitò a prendere posto a fianco  a lei e mi disse di attendere solo un attimo. Passarono credo circa cinque minuti, che sembrarono però interminabili, e in quel lasso di tempo mi guardai attorno cercando una porta aperta o per lo meno semi chiusa che potesse condurmi fuori da quella prigione diabolica, ma non la trovai.
     Sentendo i passi della donna mentre tornava da me, mi sedetti in modo composto guardando verso il canestro di frutta dove mi sembrò di scorgere un viso folle, quasi completamente nero, privo di occhi ma munito di una bocca che apriva e chiudeva a scatti, ogni tre secondi circa. Pensai di essere completamente pazzo e strofinai le mani sugli occhi per scacciare via quella visione che una volta riaperti sparì lasciandomi con un senso di orrore ma anche di serenità nel vedere che ero riuscito a sconfiggerla in poco tempo.
    La donna tornò da me con un quadro in mano, all’inizio non lo riconobbi poiché lo avevo appena visto nel momento in cui era caduto a terra, ma poco dopo quando me lo mostrò meglio e vidi il vetro infranto capii che era quello di poco prima.  Vidi che lo fissava scuotendo la testa come per voler dire di no, e agitando tutto il corpo sembrò avere una convulsione. Mi aggrappai alla sedia come per voler cercare una qualche sicurezza, come se quel semplice assemblaggio di legno potesse darmi coraggio.
     Poco dopo la vecchia mi urlò in faccia, privandomi quasi dell’udito e causandomi indubbiamente gravi disturbi ai timpani a causa dell’intensità disumana di quella voce. Quasi sembrò ringhiare in quella cucina desolata e puntandomi il dito contro mi disse che le avevo rovinato la vita, che avevo ucciso una delle creature che più aveva amato al mondo. Io non capii e continuai a guardare il dipinto che , al momento appariva privo di qualsiasi tonalità a causa della posizione che aveva assunto in mano a quella donna. Infatti io che stavo seduto di fronte a lei potevo vedere solo il retro e non riuscii quindi a capire di cosa stesse parlando.
    Solo quando lo girò verso di me, continuando a gridarmi contro, vidi di cosa stava parlando,e sinceramente in quell’istante pregai Iddio che mi  privasse della vista, immediatamente. Nessuno uomo può guardare qualcosa di tanto assurdo per più di tre minuti senza rimanerne sconvolto per sempre.
    L’immagine che mi si parò di fronte era quella di una bambino, minuscolo, che camminava per una strada deserta, polverosa e fuori mano. Spostando lo sguardo più avanti si vedeva una casa vecchia e apparentemente disabitata posta su una collina tetra e spoglia. Evidentemente il bambino si stava dirigendo in quella dimora, magari andando a far visita alla nonna ammalata. Fin qui niente di strano, se non fosse per le condizioni in cui si trovava il piccolo.
     Era ricoperto di sangue, dalla testa ai piedi,  le scarpe erano distrutte e logore e il ragazzino aveva un viso triste e spaventato, mentre dagli occhi sgorgavano lacrime che formavano pozze enormi nel terreno sottostante. All’inizio vidi solo questo spettacolo, che già mi bastò per ridestare in me quello spavento iniziale, poi , subito dopo, mi resi conto che il quadro stava prendendo vita.
     Non era un qualcosa che si notava all’istante, ma con pazienza, guardando il tutto con minuziosità e con attenzione. Infatti si vedeva che dalla casa in lontananza usciva una signora anziana che portava un fazzoletto nero che le copriva il viso.
    Ridiscendeva la collina sopra un cavallo nero, che sembrava un demone alato piuttosto che un semplice equino. Arrivata al punto in cui giaceva inerme il bambino, si fermò e prendendolo in braccio lo posizionò sotto gli zoccolo infuocati di quell’animale diabolico, che mandò un grido orrendo e scalciò varie volte affondando le zampe sul corpicino del piccolo che in un attimo morì sotto i miei occhi.
     Vidi con chiarezza che la donna rideva mentre da sotto il ghigno malefico spuntavano quelle stesse zanne che avevo visto poco tempo prima. Sembra una follia, un incubo macabro e insano, ma davanti ai miei occhi vidi che la donna mi stava guardando mentre incitava il cavallo a proseguire la corsa, forse in cerca di altri bambini da uccidere. Cercai di gettare il quadro a terra ma lei continuava a stringerlo con una forza disumana.
    -Maledetto !! che tu sia maledetto!! Guarda cos’hai combinato! Ti rendi conto del guaio che hai creato?? Hai fatto cadere il quadro e ora hai rotto l’incantesimo! Non potrò più avventurarmi per le vie e cibarmi dei miei piccoli! –
     
     Sentendo quelle parole capii che era tutto vero, non avevo a che fare con un sogno ad occhi aperti ma  con un vero terrore, una  demone che si nascondeva sotto le spoglie di una donna malvagia. Rimasi fermo, cercando di non far trapelare la mia paura e aspettai che la sua furia cieca si placasse qual tanto che bastava per tenermi in vita. Dopo qualche minuto trascorso a testa china mentre a malapena vedevo il suo viso ma potevo immaginare che mi stesse fissando e avesse intenzione di divorarmi, parlò in tono cortese, come se fosse un’altra persona.
    - Bene bene è arrivato il momento giusto, ti farò conoscere i miei tre nipotini e spero ti piacciano, ah comunque sapessi come gli son piaciuti quei dolci, si son molto, molto golosi, proprio come te -
     Mi lasciò un attimo da solo e, spaventandomi a morte, prese una candela, la accese e spostò un vecchio tappeto che copriva una botola. Mentre si accingeva a scendere e ormai era fuori dalla mia vista, il primo pensiero fu quello di chiuderla li dentro e scappare via immediatamente ma non finii nemmeno di pensare a quel piano che sentii la sua voce
     -Non pensare neppure di chiudermi qua dentro, non lo farai perché sei un bravo ragazzo e vuoi bene tua nonna non è vero? -
     Aveva letto nella mia mente, quindi sapeva ogni mio minimo pensiero. Non potevo sfuggirle, ero nella sua rete e mi avrebbe rinchiuso li per sempre, magari un uno dei suoi quadri, e poi mi ero reso conto di quanta follia esistesse in quella mente. Ero solo, in una casa isolata in cima ad una collina che sembrava non poter essere raggiunta facilmente, con una donna pazza, forse un assassina pericolosa che la polizia cercava da giorni e magari da me si interi.
    Ancor peggio ero certo di avere a che fare con una persona pericolosa anche dal punto di vista psicologico, che aveva  subito qualche trauma o addirittura aver perso la ragione a causa di qualche rito, dando vita ad un demone innominabile. Sentii la sua voce mentre si faceva sempre più debole con il ridiscendere le scale che la dovevano sicuramente portare nel cuore di quella casa dannata, dove custodiva qualcosa che non volevo assolutamente vedere.
     Ascoltai attentamente, avvicinandomi alla botola da cui non si riusciva a vedere la  benché minima porzione di luce e socchiudendo gli occhi cercai di abituarli a quel buio impenetrabile cercando di scorgere almeno qualcosa che mi potesse far capire cosa si nascondeva in quei meandri.
    Ma non vidi niente, sembrava che al posto del buio ci fosse dell’inchiostro che aveva  inghiottito quelle mura rendendole prive di ossigeno e avesse contribuito  a rendere la cantina ancor più lugubre. Indietreggiai, quasi inciampando e rischiando di far troppo rumore, nel momento in cui mi resi conto che la voce della vecchia si stava facendo seppur lentamente, sempre più vicina e mi resi conto che aveva iniziato a cantare e ridere sommessamente.
     A quel punto decisi che l’unica cosa da fare era tornare indietro e farmi trovare esattamente nello stesso punto in cui mi aveva lasciato lei poco prima, per far in modo che niente la portasse ad una seconda crisi isterica.
     Mi sedetti e mi guardai attorno vedendo delle tende enormi viola, con dei ricami che formavano una sorta di scritta che però, dal punto in cui mi trovavo io, non riuscivo a leggere bene. Mi alzai facendo piano per non farmi scoprire, poiché  mi resi conto  che stava  uscendo dalla cantina molto velocemente, e mi diressi verso la finestra per saperne di più riguardo quelle scritte strane.
     Presi in mano un lembo di tessuto fine e lessi le stravaganti incisioni riportate sopra.
    Si  leggevano delle lettere puntate in ordine alfabetico. Questa era la successione.. A. C. G. Non capivo cosa potessero mai significare e il  perché avesse scelto di far mettere delle tende con delle scritte così inusuali. L’impossibile casualità riguardo alla scelta del numero tre mi piombò addosso come un sasso in caduta libera.
     I tre nipotini che mi voleva far conoscere.. Forse c’entrava con loro.. erano magari le iniziali dei loro nomi. Le idee si bloccarono all’istante nel momento in cui mi resi conto che la donna era uscita fuori e teneva la botola aperta dietro di se. Sbuffò per la stanchezza e per l’affaticamento e, mentre si asciugava la fronte imperlata di sudore, vidi che in mano teneva dei fogli di giornale piuttosto sgualciti. Sicuramente si trattava di pagine invecchiate dal tempo e quindi dovevano trattare notizie piuttosto antiche e meno importanti di altre.
     La donna, che stava immobile girata in direzione della cantina, come se stesse aspettando qualcuno, teneva i giornali con noncuranza ed alcune pagine si staccarono andando a finire sul suolo e dandomi la possibilità di vederne quasi tutto il contenuto. Vidi le facce di tre bambini nella rubrica riguardante le scomparse di minori e subito ricollegai la storia delle tre iniziali e dei tre nipotini di cui tanto mi aveva parlato quella vecchia proprio lo stesso giorno.
    Lei non si accorse della mia scoperta e io feci finta di non aver visto nulla, per non mettermi nei guai,  sebbene fossi già nel bel mezzo di un tremendo caos demoniaco. Si voltò dalla mia parte e mi mostrò la lingua, come fanno i bambini più piccoli per fare i dispetti o per puro gioco, solo che in lei non vi trovai niente di divertente. Stetti a bocca aperta sconvolto e dopo quella visione rimasi circa mezz’ora a fissare un punto indefinito della stanza, quasi in stato di shock.
    Quel muscolo, che in tutte le persone si presenta come un qualcosa di roseo e vivo, era invece nero e morto, quasi fosse un pezzo di carbone o un angolo di cielo rabbioso e carico di pioggia infernale. Iniziò a muovere quella lingua in tutte le direzioni, mentre gli occhi diventarono bianchi e molto più larghi del consueto.
    Ma oltre alle più disparate angolazioni che riusciva a prendere quella mostruosa schifezza che aveva nella bocca, notai che si allungava smisuratamente tanto da arrivare a toccarmi la punta del naso per poi ritrarsi come un animale che è stato sorpreso sul punto di rompere qualcosa.
     Voltai la testa per non continuare a vedere quello che mi si parava dinanzi agli occhi e dopo pochi secondo mi rigirai verso quel demone sottoforma di donna che mi guardava con fare allegro e sereno.
    - Sto aspettando che i miei piccoli escano dalla loro camera dei giochi, aspettiamo insieme - 
     La stanza dei giochi,  questo è ciò che lei vedeva in quella cantina sudicia ed evitata sicuramente anche dai ratti più sporchi e malmessi. Mi sedetti meglio perché notai che le gambe mi si erano quasi del tutto intorpidite, e pensai che dovevo esser chiuso li dentro da parecchie ore perché oltre al formicolio iniziavo ad avere parecchia fame.
    Lei si voltò verso la cantina, iniziò a ridiscendere gli scalini, ma si bloccò al terzo quando, inchinandosi per raccogliere qualcosa che non riuscivo ancora a scorgere bene, rise come una folle. Quando sbucò nuovamente fuori e questa volta richiuse immediatamente la porticina dietro di se, constatai che non era sola, che finalmente aveva deciso di portare con se i suoi tre nipoti.
    Quasi credetti di cadere per terra e rimanere ucciso sul colpo, desiderai che un fulmine in quel preciso istante colpisse la casa fulminandomi, per non dover assistere a quello spettacolo così macabro. Ciò che vidi fu talmente perverso da lasciarmi tuttora a digiuno addirittura per tre lunghe notti di fila talvolta.
     Posizionò proprio di fronte a me i tre corpicini malmessi e privi di vita, completamenti emaciati e tumefatti. Mi venne voglia di urlare e di piangere, ma mi trattenni cercando di tirar fuori più coraggio possibile. La vecchia prese tre cucchiai e li immerse velocemente in una zuppa da cui fuoriuscirono vermi e cavallette gigantesche, che poco prima erano rimasti ben nascosti dalla mia vista, e imboccò i tre bambini nonostante non potessero ne deglutire e ne digerire da  parecchio tempo.
    Si infuriò quando vide che non masticavano e li ingozzò quasi fino a farli scoppiare e in quel momento fui felice del fatto che fossero già  privi di vita così da non poter morire soffocati davanti ai miei occhi.  Cercai di guardare meglio il terzo piccolo, che era l’ultimo in base alle collocazioni della vecchia megera, e riconobbi immediatamente quel viso e soprattutto tutto quel sangue che ne ricopriva ogni piega della pelle.
     Era il protagonista di quel quadro che avevo accidentalmente fatto cadere, quello che prendeva vita misteriosamente. All’improvviso capii che quella donna doveva esser stata veramente la nonna di quei tre bambini, ma avendo fatto un patto con il diavolo o forse con il demone che aveva nominato molto tempo prima davanti a me, aveva perso la ragione togliendo la vita a quei poveri innocenti.
    Ora voleva che io facessi la stessa fine, le serviva un altro ragazzo, questa volta più grande degli altri poiché evidentemente il demone aveva bisogno di altro cibo, si nutriva indubbiamente dell’anima dei più giovani e ora non gli bastavano più i piccoli.
     Mi ricordo di averla vista nell’atto di avvicinarsi a me, con la bocca spalancata da cui fuoriuscivano una miriade di mosche e locuste che invasero la stanza, con l’intento di imboccarmi con quella pietanza disgustosa che mai avrei voluto assaggiare.
    Mi alzai di scatto, spinto dal voler  uscire al più presto da quella camera che iniziava ad emanare degli odori nauseabondi, come di un qualcosa che andava in putrefazione, e feci cadere la sedia che mandò un rumore sordo in quel silenzio assoluto che riempiva la stanza.
     -Dove credi di andare? Non vuoi rimanere con noi? Domattina mi accompagnerai al mercato come promesso! -
     Non le risposi nemmeno e cercai di stringerle le mani intorno al collo per porre fine a quell’assurdità, ma ottenni solo il peggio. Nel vedere tutto il mio coraggio, si infuriò maggiormente e vidi che i suoi occhi diventavano dorati mentre iniziava a spalancarmi inducendomi alla fuga e quindi alla rinuncia nel provare ad ucciderla una volta per tutte.
     Staccai le mani dal suo collo e corsi verso la porta che, miracolosamente, era aperta. Non ho dei ricordi precisi riguardo a quello che mi successe da quel momento in poi. Ricordo di aver camminato per tanto tempo, di essermi girato indietro e di aver visto una figura alata, come  un lupo munito di ali che, con una lingua nera e occhi gialli teneva stretto a se tre copri privi di vita, mentre atterrava su di una collina che mi gelava il sangue.
    La casa accanto a quella terra si stava sgretolando sotto i miei occhi, come se fosse stato tutto un miraggio, un colpo di sole o la mia mente stesse agendo sotto qualche influsso malefico. Corsi per molto tempo finché non arrivai al ponte di Bridge Town che segnava la strada che mi portava nella direzione in cui ero sicuro di dover andare. D’improvviso tutto divenne buio e mi trovai in una camera, questa volta però ben pulita e con un atmosfera calda e accogliente.
     Ero sdraiato su di un letto e la testa mi faceva piuttosto male quasi avessi ricevuto un colpo o fossi stato drogato. Mi spaventai ma mi rassicurai subito nel momento in cui vidi mia madre, che con un panno mi bagnava la fronte e le labbra dicendo di avermi trovato per terra privo di sensi e disidratato. Inoltre mi disse di avermi aspettato per diverse ore ma di non avermi trovato da nessuna parte e nonostante le chiesi se ricordava l’incontro avvenuto con  una donna anziana mi rispose di no, che forse avevo la febbre e non dovevo sforzarmi troppo.
     Mi disse inoltre di aver parlato con mio padre che le chiese come mai quella mattina non mi ero alzato presto, facendola attendere nonostante fossi stato preciso riguardo alla mia disponibilità nel volerle fare compagnia. Io  le risposi di aver bussato e di aver capito che ancora non era pronta e di non aver fatto in tempo a salutare mio padre, di esserci recati assieme al mercato e più importante di tutti, le rammentai le sue stranezze riguardo l’ incontro di quei due occhi malefici.
    Rise di gusto e mi disse che forse avevo bisogno di tranquillizzarmi, che il licenziamento mi avevo creato uno stress momentaneo da cui dovevo uscirne al più presto, oppure avevo fatto un brutto sogno dovuto alle preoccupazioni di quella mattina.
    Rimasi zitto cercando di dar ragione a mia madre che mi disse di doversi recare in cucina per preparare la cena poiché mio padre sarebbe arrivato a breve. Le sorrisi e la bacia sulla fronte e mentre mi appoggiavo al letto vidi che tornava indietro come per dirmi qualcosa di importante che sbadatamente si era scordata di dirmi.
    - Vincent, quasi  dimenticavo di dirti che stasera avremo ospiti per cena, sai stamattina mentre dormivi sono andata dal panettiere e poi prima di venire qua mi son fermata a comprare qualche dolce, i tuoi preferiti, e ho incontrato una donna molto anziana che mi diceva di aver bisogno di un giovane che la assista poiché è molto malata. E mi ha detto di avere anche dei nipotini da farci conoscere, non è una meraviglia? Chissà che carini.. Tre nipoti mi ha detto -
     
     
     
    Ora, mi ritrovo qua, seduto sul letto nella mia camera,  dopo trentatre anni da quella maledetta giornata in cui non seppi mai se vissi una tremenda follia o se perdetti la ragione a causa di un sogno che maledisse per sempre i miei giorni. Ciò che so per certo è che non potrò mai più guardare in faccia, senza privare un dolore lancinante agli occhi, tre bambini per più di tre secondi di seguito, tre donne anziane, tre case e tre colline desolate.
     Credo sia una maledizione a cui non sarà mai possibile porre rimedio, ma ora che ho scritto tutte queste pagine credo di potermene liberare da solo, nonostante questa tragedia continuerà a inseguirmi anche nell’oltretomba. Preferisco morire piuttosto che continuare, ogni tre  di ogni mese, a sentire quelle risate provenire dalla nuova casa sorta sulla collina più vicina, e a svenire ogni volta che vedo quel numero in qualsiasi calendario, foto, macchina, qualsiasi luogo. La mia vita finisce qui, chiedo scusa a tutti quelli che leggeranno questo racconto e potranno forse rimanerne infettati.
    Questa notte, alle tre in punto, prenderò delle gocce di veleno che mi porteranno alla morte in circa tre minuti.. ma starò bene attento a non prenderne tre.. e voi state bene attenti a non aprire a chiunque venga a bussare alla porta alle tre del mattino o a leggere queste mie parole alla medesima ora. La mia tomba sarà indubbiamente la terza della fila. Addio.
     
     
     
     
                                                 I demoni nel buio
     
     
     
    Vi sarà sicuramente capitato, a notte fonda, mentre la luce è spenta e fuori la pioggia scroscia contro i vetri senza sosta, di tenere gli occhi ben chiusi, stretti a tal punto da non riuscire a scorgere neppure il più piccolo fascio di luce proveniente dai lampioni sulla strada o dalla luna. Io ora non so se qualcuno oltre a me possieda  la mia stessa immaginazione, l’identica follia che mi porta, proprio in quei momenti, a vagare con la mente in posti che non riuscirei mai a visitare se tenessi gli occhi aperti sulla realtà e sulla luce del giorno.
    Ricordo che già da piccolo avevo dimostrato di essere un visionario anche alla luce del sole, riuscivo a scorgere delle figure strane e non del tutto chiare, mentre guardavo un albero e magari le linee sulla corteccia mi sembravano delle rughe che potevano appartenere ad un uomo anziano. Poi, sempre più incuriosito e, all’inizio della mia infanzia, piuttosto impaurito, mi avvicinavo a quell’arbusto cercando di capire se da vicino potevo vedere altri visi, magari ancora più orrendi e spaventosi, oppure sempre più rassicuranti.
    Spesso scappavo via quando addirittura mi sembrava di aver visto degli occhi, magari in due semplici bottoni che appartenevano alla camicia di mio fratello, che mi fissavano con fare minaccioso. Se non ricordo male, alla tenera età di sei anni quando ancora non sapevo che cosa mi stesse succedendo, mi resi conto che al buio, stringendo forte le palpebre, potevo vedere delle figure mostruose, animali che sbranavano degli uomini che tentavano la fuga e altre scene terribili che mi hanno accompagnato sempre nella mia vita. Di tutto questo non ne parlai mai con nessuno e quando mi resi conto che ero capace di vedere cose che forse nessun altro al mondo riesce a scorgere, sia grazie  ad una fervida immaginazione che ad una sensibilità decisamente eccessiva, all’inizio rimasi scioccato, non seppi come comportarmi.
    Mi ricordo di aver passato un infanzia solitaria e piuttosto triste, proprio a causa di queste mie stranezze che mi rendevano da subito diverso da tutti gli altri bambini, che invece si comportavano in modo alquanto normale. Quando andavo a scuola, mentre tutti gli altri seguivano la lezione e giocavano assieme durante l’intervallo, io ero sempre quello che veniva evitato, perché spesso, quando qualcuno mi si avvicinava, compresi i maestri, per chiedermi qualcosa, mi trovavano assorto nei miei pensieri, mentre fissavo un punto indefinito magari sopra una sedia o la lavagna. Loro non vedevano altro che del materiale comune, legno, ferro, carta e molto altro, ma io, io vedevo con i miei occhi che mi portavano da tutt’altra parte.
     Mi facevano vedere cose di cui ero consapevole che, se solo lo avessi raccontato ai miei genitori o a qualche conoscente, mi avrebbero sicuramente fatto rinchiudere in qualche manicomio specializzato in problemi infantili.
     Non vi dico il terrore che provavo quando mia madre mi dava il bacio della buonanotte e mi ritrovavo tutto solo nella mia stanza, con il cuore che mi martellava nel petto e con lo sguardo che si fissava sulla parete in cui spuntavano delle piccole increspature che creavano demoni che esistevano solo nel buio della mia irrazionalità. A volte non riuscivo a prender sonno per più di un ora e con la semplice scusa di andare a chiedere un bicchier d’acqua o di andare al bagno per un urgenza, mi tranquillizzavo un po’ facendomi coccolare da mia madre, cercando di dimenticarmi quei volti orrendi. Ma quando arrivava il momento di tornare in camera da letto e dormire, la paura prendeva di nuovo il sopravvento e mi bloccava le gambe, cercando di prender tempo per non dover ritrovarmi da solo con quelle creature bizzarre che evidentemente avevano deciso di farmi compagnia dal primo momento in cui avevo messo piede in questo mondo.
    A volte riuscivo a farmi coraggio e ad infilarmi sotto le coperte, spegnere la luce, cercare di rilassare gli occhi e in breve Morfeo mi stringeva tra le sue braccia regalandomi sogni tranquilli in cui non c’erano mostri che mi fissavano da ogni angolatura, ma campi di fragole e farfalle colorate da inseguire. Ero il classico bambino incompreso dai gruppi di ragazzini che invece sembravano essere sempre capiti da tutti,compresi gli insegnanti.
    Mi deridevano e mi dicevano in faccia che ero uno stupido, che non avevo un senso in questa vita. Tornando a casa, prendevo sempre la strada più breve, quella in cui si trovava un ruscello in cui mi divertivo a vedere le trote che risalivano la corrente, per non dover incontrare i ragazzi più cattivi che mi davano sempre al caccia solo perché andavo in giro con una pila di libri sotto il braccio invece di prendere a calci tutto quello che mi circondava, come facevano loro. Amavo la natura, e forse proprio questo mio attaccamento morboso nei confronti degli animali, delle stelle, delle creature più belle e perfette, si collegava con il fatto che vedevo cose assolutamente prive di alcuna razionalità. Forse amavo tutto ciò che non aveva a che fare con le persone proprio perché questo mio stato d’animo e questa mia peculiarità, mi rendevano incredibilmente maturo nonostante la mia giovinezza, e quindi incline all’amore e alla dolcezza nei confronti dei più graziosi essere viventi, comprese le piante. Avevo elaborato una mia teoria appunto, secondo la quale, Dio mi aveva fatto nascere per un compito preciso. Tutta la mia forte sensibilità, il mio forte rispetto nei confronti delle persone e degli esseri viventi che mi circondavano, dovevano essere come punite. Non poteva esistere un bambino con dei modi di fare così puri in un mondo tanto cattivo come quello in cui mi trovavo, dove ogni giorno i ragazzi più grandi picchiavano quelli più piccoli, mentre io invece piangevo al solo pensiero che esistesse tutta quella crudeltà.  Mi sentivo una sorta di miracolo vivente perché, nessun bambino può avere dei  poteri ( avevo anche iniziato a denominarli cosi) e riuscire a rimanere sereno e felice come se niente fosse.
     È come se Dio mi avesse scelto tra miliardi di persone, perché sapeva che potevo sopportare un dolore tanto forte senza perdere completamente la ragione. Ancora oggi non so come spiegare tutto questo, ma so bene che non mi sbaglio quando penso di essere stato scelto per qualche ragione assolutamente sconosciuta. Ebbene, il tempo passò e alle visioni si aggiunsero delle strane voci che sentivo nei momenti più tranquilli della giornata.
     Capitava ad esempio di trovarmi nella mia camera intento a giocare o a ritagliare dei pezzi di carta per crearne degli aeroplani, e ad un tratto mi bloccavo,  ascoltando meglio, perché mi pareva di  aver sentito dei suoni lontani che però allo stesso tempo apparivano molto vicini a me. A quel punto mi affacciavo alla finestra per cercare di capire se quei rumori provenivano dall’esterno e  rendendomi conto che il mondo circostante non c’entrava niente con quei suoni assurdi, rientravo dentro e sedendomi sul letto, cercavo di distrarmi pensando a qualcosa che mi rendeva felice, come ad esempio gli animali. A volte capitava che i miei genitori scorgessero in me un velo di tristezza o spesso entrando nella mia camera senza bussare, mi vedevano disteso a pancia in giù magari addormentato, con delle lacrime che mi rigavano il volto. Non li ho mai sentiti parlare della mia situazione di fronte a me e credo che facessero finta di avere a che fare con un figlio assolutamente privo di qualche forma di schizofrenia, per non  dover guardare in faccia la cruda realtà. Gli anni passarono e quando divenni adolescente tutte queste mie stranezze non accennarono a diminuire, ma grazie all’età e alla maturità sia fisica che mentale, riuscivo almeno a conviverci senza perdere il senno.
     Era come se un mondo a parte, che non riuscivo a capire da dove iniziasse e dove finisse, fosse entrato in contatto con il mio, senza chiedermi il permesso e senza darmi l’opportunità di scegliere se sbarazzarmene o accettarlo. All’età di diciotto anni attraversai un periodo in cui, quando scendevo dalla macchina assieme ai miei genitori e poco prima avevo sentito della musica, questa mi rimaneva nella testa come se avessi avuto un pianoforte piantato nel cervello che continuava a suonare e suonare senza lasciarmi in pace. Continuavo a camminare, ad andare a casa di mia nonna a farle visita o da qualche amico che abitava vicino, e quel suono non voleva proprio abbandonarmi. A volte sentivo che la testa mi sarebbe scoppiata da un momento all’altro, ma non potevo dirlo a nessuno, ne avevo il coraggio, come potevo parlare di una cosa tanto strana e assurda senza non provare il minimo pudore? Mi tenni tutto dentro e credo che le persone che mi vedevano e capivano che in me c’era qualcosa di sbagliato, pensavano sicuramente ad una semplice tristezza dovuta ad una forte delusione, alla mancanza di una infanzia serena o ad una depressione adolescenziale.
    Ma io sapevo ciò che avevo dentro e non si trattava di un malessere curabile in poco tempo, ma bensì di un male che forse mi avrebbe portato alla desolazione più totale. Poi un giorno, decisi di prendere in mano la situazione e pian piano, nonostante queste melodie nella mente non smettessero di assordarmi, lasciandomi insonne per parecchio tempo, riuscii a trascorrere una vita più serena, aiutandomi cercando di trascorrere dei momenti pacifici fuori casa, magari in un parco. All’inizio non si risolse tutto in poco tempo e mi rendevo conto che quando mi accingevo ad aprire un libro ed iniziare la  lettura, come dei demoni in agguato, spuntavano fuori le vecchie melodie, i remoti suoni, le facce tremende raffigurate nelle panchine e allora mi bloccavo ed ero costretto a ripetere anche più volte la stessa frase. Insomma, senza sapere mai il reale motivo e senza averne mai parlato nemmeno con un medico, convissi con queste malformazioni del pensiero umano, per molti anni, senza mostrarmi mai troppo afflitto o scontroso nei confronti delle altre persone che ritenevo decisamente fortunate.
    Ora che sto per varcare la soglia dei quarant’anni e quindi non sono ne più un bambino e né un adolescente, non provo più quel terrore iniziale e anzi mi ritengo fortunato, penso che qualcuno lassù mi consideri forte e quindi mi abbia scelto per tenere custodito nel cuore un segreto che mi ha tormentato fino a qualche anno fa. Premetto che non sono felice di questa mia attuale condizione, ma almeno non posso dire di essere peggiorato. Ormai la musica che sento nella testa e i discorsi che da sola la mia mente riesce ad elaborare senza lasciarmi mai in pace, sono all’ordine del giorno, del secondo, e non ci faccio nemmeno più tanto caso. Spero che un giorno qualcuno che avrà la sfortuna o la fortuna magari, di leggere questa pagina di diario, si ritrovi  in tutto ciò che ho scritto e si faccia avanti, rendendomi più sereno nel sapere che esiste un altro esemplare al mondo come me, che non si è tolto la vita e non è impazzito nonostante l’impossibilità di trascorrere anni sereni. Adesso che sono sotto le coperte e il buio si è totalmente impadronito della stanza e dei miei occhi,  posso vedere quelle forme, quelle demoniache presenze che , con code appuntite e forconi, spingono altre anime verso l’inferno in cui io stesso convivo da sempre. 
    Di una cosa son certo, che finché avrò vita non mi sentirò mai solo, e forse è proprio per questo motivo che non ho mai sentito il bisogno di condividere la mia grande dimora con qualche altra persona, perché come potrei parlare con lei e allo stesso tempo ascoltare la mia mente che ha sempre così tanto da volermi dire? È una vita che convivo con i miei stessi incubi, ma ora per la prima volta forse qualcosa sta cambiando, peggiorando la mia condizione già di per se assurda. Forse quei suoni che si sono così tanto affezionati a me da non volermi mai più lasciar andare, e quei demoni che prendono vita insidiandosi sulle porte, sui muri malmessi e su qualsiasi errore commesso dal genere umano nel costruire delle abitazioni, ora chiedono qualcosa di più. Credo che vogliano portarmi via da questo mondo, per darmi finalmente le giuste risposte che merito e che attendo da troppo tempo.
    Spero almeno che qualcuno si renda conto della mia sparizione perché credo di non poter mai più mettere piede in questa nostra realtà, conosciuta dagli essere umani,  poiché mi sto per trasferite in quel mondo che ho conosciuto da sempre solo io. Sento un suono che si fa sempre più forte e questa volta posso essere certo di non udirlo nella mia mente, adesso è diventato reale, ora lo potrebbe sentire anche una persona evidentemente sana. Ora mi rendo conto che non era un semplice suono, è un rumore netto e chiaro che proviene dal mio armadio, che si trova proprio dietro il mio letto.
    Mentre le figure sul muro, che sembrano sorridermi in modo maligno, si fanno sempre più numerose, vengo trascinato via con una forza disumana, e queste sono le mie ultime parole poiché chiunque voglia vedermi o sentire di nuovo, dovrà cercare la porta che conduce ad un’altra realtà che non credo faccia piacere a chiunque vedere. I demoni mi avevano scelto sin dall’inizio e ora mi portano via con loro per sempre.
     Vi consiglio di stare attenti quando la notte non riuscite a dormire e chiudete gli occhi perdendovi in quei puntini neri creati dal buio che spesso formano mostri osceni che solo l’inferno può partorire. Distogliete lo sguardo, uscite di casa, fate una passeggiata, ma non lasciatevi mai ipnotizzare da quelle facce disumane, perché un giorno, sicuramente diventeranno realtà, e allora sarà troppo tardi. Il buio incombe non solo sulla stanza, ma anche sull’anima che finisce di vivere e si ritrova nell’abisso più nero che abbia mai conosciuto.
     
     
                                                                    Lo specchio
     
    La prima volta che lo vidi pensai che non avevo mai ricevuto un regalo simile per il mio compleanno. Mai. Quell’oggetto che per la maggior parte delle persone sarebbe stato indubbiamente ritenuto stupido e inutile e non avrebbe esitato nel riporlo tra le cose dimenticate e polverose, per me era un qualcosa di autentico e stupefacente. Me lo regalò mia mamma per il mio decimo compleanno e quando me lo porse, avvolto da una carta graziosa con dei piccoli aerei celesti che sembravano sorvolare cieli infiniti fatti di cose belle e regali preziosi, lo presi in mano e solo successivamente la abbraccia come si deve, perché a quell’età si è troppo curiosi e poco troppo educati a volte.
     Mi ricordo di averlo scartato con impazienza e una velocità incredibile, e quando me lo trovai davanti rimasi a bocca aperta. Mi fissava come se anche lui fosse contento di avermi trovato, di non essere finito in una qualsiasi altra casa e sul mobile di un altro tra i miliardi di bambini esistenti. Lo guardavo e allo stesso tempo guardavo me stesso perché il bello degli specchi è proprio questo, che puoi fissarli per tutto il giorno e contemporaneamente puoi vedere cosa c’è fuori e dentro di te, come una fonte in cui puoi sia specchiarti vedendo il meglio di te ma anche il peggio.
     Solo che in un ragazzino così piccolo non può esserci niente di brutto, così come non può essercene in un semplice oggetto di uso comune, utilizzato ogni giorno da tutti. Decisi di metterlo in camera mia, vicino al mio orsacchiotto preferito, quello con cui dormivo ogni notte perché pensavo mi avrebbe protetto dall’uomo nero e dalle cose che vivono sotto il letto. Mia madre, che ogni giorno entrava per dare una sistemata, sorrideva nel vederlo accanto a Hile 3, questo il nome dell’orsetto, chiamato cosi perché mi era caduto da un’altezza di trenta metri per tre volte, senza essersi rovinato in alcun modo. Era incredibile, per me era quasi una sorta di eroe, e poi a quell’età si  ha la tendenza ad ingigantire ogni minima cosa e a vedere il mondo con occhi differenti da quelli dei grandi. Vi starete chiedendo come mai a dieci anni ci si ritrovi ad essere felici per un semplice specchio, beh per me era normale. Mi sono sempre accontentato delle piccole cose, e per me, alzarmi al mattino e vedere quell’oggetto ogni giorno, li di fronte, a me, mentre mi preparavo per andare a scuola, era qualcosa che mi recava gioia.
     Mi alzavo per fare colazione e prima di uscire di casa, con la bicicletta regalatami l’anno precedente per il mio nono compleanno, mi specchiavo sistemandomi meglio il berretto della nazionale di baseball in cui c’era il mio giocatore preferito. Ammiravo quello specchio che aveva una cornice nera con dei corvi appollaiati in cima, ce n’erano due sulla sommità e altri due in basso, mentre reggevano dei piccoli ramoscelli d’ulivo che si intrecciavano ad altri rami più grossi. I due uccelli sembrava fossero saltati fuori da una storia dell’orrore perché i loro occhi erano abbastanza malefici e i becchi assieme a quelle piume lunghe e nere come la pece, erano lugubri e accattivanti, ma per un bambino come me, che spesso trascorreva le serate in biblioteca in cerca degli ultimi racconti horror o romanzi degli scrittori del sovrannaturale appena pubblicati, era qualcosa di assolutamente normale e anzi piacevole.  Nonostante mia nonna e quasi tutta la mia famiglia fosse a conoscenza delle mie attitudini e dei miei gusti alquanto macabri, non esitava a criticare quell’oggetto che riteneva stupido e abbastanza pericoloso per la mia età. Io e mia madre non capivamo il perché di questa sua contrarietà che aumentava con l’andare dei giorni. Non potrò mai dimenticare l’espressione che apparve sul suo viso quando, chiedendomi quale fosse il regalo che amavo di più, gli porsi lo specchio che dovetti andare a prendere camminando velocemente perché fremevo per renderla partecipe della mia felicità.
     Appena lo vide non volle più continuare a guardarlo e ci disse senza troppe chiacchiere che quello specchio andava buttato immediatamente. Non capivamo il perché di questa sua reazione e all’inizio non ci facemmo troppo caso, ridendo su quelle strane parole di mia nonna che evidentemente a causa dell’età non stava bene e iniziava a dire stupidaggini una dopo l’altra, come quando la volta successiva ci aveva detto di aver visto due enormi corvi sul filo della luce proprio sopra la sua casa. Erano sciocchezze, cose che raccontavano gli anziani per spaventare o perché non gli rimaneva più tanto da vivere e quindi qualcosa di assurdo lo dovevano pur raccontare prima di lasciarci per sempre. Una mattina, mentre io ero a scuola, mia mamma puliva casa e riordinava la mia stanza che, devo ammettere, tenevo sempre in condizioni pietose e più di una volta rischiavo di non giocare a pallone con gli altri amici a causa del mio ozio.
    Nel mettere a posto i calzini aprì il cassetto, lo stesso dove sopra al mattino riponevo il mio orsacchiotto e dove si trovava sempre il nuovo specchio. Si sistemò i capelli specchiandosi e guardandosi mentre canticchiava qualcosa, come mi raccontò poi quella sera stessa, e mentre con uno straccio candido toglieva gli aloni e qualche piccolo insetto che si ero posato sul vetro, fissò sempre più lo sguardo all’interno, quasi finendo dentro lo specchio, catapultandocisi dentro. Gli parve di vedere qualcosa di strano, ma all’inizio pensò di essere stata suggestionata dal film horror visto la sera prima in tv appollaiati sul divano a mangiare dei buoni pop corn.
    Dovete sapere che proprio sotto casa abbiamo un negozio che vende ogni sorta di cibo spazzatura,  patatine, pop corn ricoperti persino di cioccolato, e spesso al ritorno dalla scuola quando ottengo dei buoni voti mia mamma decide di farmi dei piccoli regali e noleggia dei film che spesso non mi fanno dormire per parecchie ore. Sicuramente il film visto la sera prima, dove due fidanzati che condividevano la stessa casa si svegliavano nel cuore della notte spaventati dal rumore come di qualcosa che si era rovesciato per terra, o di qualcuno che entrato dalla finestra aveva infranto i vetri, le aveva lasciato un senso di ansia e preoccupazione nell’inconscio e quindi si era dimenticata completamente della realtà. Il film si chiudeva con la morte della ragazza causata da un vetro che le si era conficcato nell’occhio sinistro mentre dietro di lei il fidanzato si trasformava pian piano in morto vivente e la aiutava a morire più velocemente spingendo pezzi di frammenti sempre più in profondità.
     Erano scene forti e il sangue era quasi sempre presente, per cui non era strano se ora mia mamma si era spaventata per una stupidaggine per cui, una volta saputo dell’accaduto, avevo riso per tutta la sera dandole un bacio tranquillizzandola e dicendole che se proprio aveva paura come la nonna l’avrei portato giù in garage assieme alle cose vecchie. Quella mattina mentre si spazzolava i capelli le era sembrato di aver visto qualcosa dietro di lei, come un ombra che camminava velocemente e per qual poco che era riuscita a vedere le era sembrato che quella figura tenesse qualcosa in mano anche se non sapeva dire cosa. In più, come se già non fosse abbastanza stupido il racconto, aveva visto se stessa sotto un’altra forma, come se fossero passati già tanti anni e avesse avuto non quaranta ma sessanta anni, con la pelle accartocciata e le rughe belle in vista.  Non faceva paura perché era semplicemente il viso di una donna non più giovane, ma la cosa strana era che quella donna non sarebbe dovuta apparire cosi, perché quello non era uno specchio magico, doveva essere solo un normale pezzo di vetro.
    Mi disse che la sua pelle sembrava assumere un colorito verde come di un qualcosa di marcio e putrescente e chiuse immediatamente gli occhi. Nel riaprirli aveva visto il volto di una donna spaventata come se avesse appena visto un fantasma e che riponeva sul mobile quell’oggetto che stava iniziando a recarle  qualche preoccupazione di troppo. Io mi resi conto della sua agitazione non appena, tornato a casa, la vidi immersa nei suoi pensieri come non faceva quasi mai, a parte nei momenti passati in cui aveva subito un grosso esaurimento nervoso a causa del tradimento da parte di suo marito, nonché mio padre, che ci aveva mandati tutti a quel paese per una ragazzina che sarebbe potuta essere sua figlia.
     Ma quei tempi erano stati superati e ora da ben sei anni si era ripresa e non aveva dimostrato nessun tipo di malessere psichico o un qualsiasi stress momentaneo. Nel mettere la cena sul piatto la vidi triste e seria come se stesse parlando con se stessa, cercando magari di scacciare dalla mente quello che le era successo. Quando mi raccontò della mattinata appena trascorsa risi talmente tanto che quasi stavo per sputare il latte rischiando di sporcare sia la sua faccia che la bottiglia di succo di frutta.
    Le dissi che si era sicuramente sbagliata e le ricordai di quel film di cui vi ho parlato prima,dimenticandovi di dirvi che nel bel mezzo del copione avevano giustamente scelto di inserire uno specchio che se veniva osservato con troppa insistenza poteva mostrare una realtà di cui non sappiamo niente, come se ci facesse vedere che dietro di noi non c’è solo l’altra faccia della stanza ma un mondo a parte. Nonostante avesse visto tutta la mia ilarità e si fosse resa conto che non ero affatto spaventato, continuavo a vederla strana e agitata e spesso durante il pranzo tossiva come se continuasse ad inghiottire male, ma il piatto era piuttosto vuoto e non aveva mangiato quasi niente.
    Era vero che quella mattina mia mamma si era trovata in una situazione sicuramente strana che l’aveva cambiata in qualche modo ma pensavo che il tutto fosse attribuito anche a qualcos’altro che magari le stava recando preoccupazione, magari qualcosa che la turbava e non voleva parlarmene perché ero troppo piccolo. Dopo aver sistemato i piatti iniziai a fare i compiti con la tv accesa perché ero solito fare cosi e poi alle cinque del pomeriggio avrebbero trasmesso il programma per ragazzi che mi piaceva da morire, quello dove Bear l’orso della grande casa blu, raccontava ogni sera delle storie diverse e stavolta non di paura ma divertenti. Quanto ridevo seduto a guardarlo da solo o con la mia mamma quando non doveva andare dalla nonna e trascorreva le serate con me a mangiare schifezze e a farci il solletico per tutto il tempo. Quella sera la mamma non ci sarebbe stata e con un viso un po’ più sereno chiuse la porta dicendomi che come spesso accadeva avrebbe preso la macchina e sarebbe andata a Gertiner dalla nonna per accompagnarla  da una sua amica anziana e poi sarebbero andate a portare i fiori alla tomba di mio nonno, morto di cancro molto tempo prima.
    Avevo la casa libera ma non optavo certo per una festa fatta di nascosto con i miei amici sporcando la cucina e facendo arrivare al polizia per la musica troppo alta, no niente del genere, solo qualcosa di normale, un pomeriggio tranquillo e sereno, come sempre. Presi il succo di frutta dal frigo e canticchiando lo portai al tavolo dove mi resi conto di aver scordato di prendere i quaderni per fare i compiti di matematica, materia che odiavo a morte ma che dovevo pur studiare.
    Entrato in camera guardai sul mobile dove accanto al peluche avrei dovuto trovare lo specchio, e infatti era proprio li. Sorrisi e mi avvicinai . Lo presi in mano lo guardai attentamente e per un attimo, ma proprio una frazione di secondo nonostante tutto fosse sotto controllo, pensai alle parole della mia mamma e mi venne un leggero brivido alla schiena. Lo poggia sul letto a faccia in giù e nel frattempo aprii lo zaino per cercare il quaderno e il resto del materiale che mi sarebbe servito per gli esercizi. Persi tempo nel cercare la calcolatrice che si era persa tra la carta incastrata in fondo  e tra le matite che erano sfuggite al controllo dell’astuccio non chiuso bene.
    Finalmente riuscii ad estrarre tutto e arrossato, faceva un gran caldo e tra poche settimane sarebbero finite le lezioni, e affaticato, mi voltai verso l’uscita ricordandomi giusto in tempo di togliere lo specchio dal letto per non rischiare di romperlo quando di notte mi sarei messo a dormire e a causa della stanchezza non l’avrei visto. Lo girai e appoggiai le dita sul vetro per cercare di togliere due macchioline che sicuramente erano dovute al vapore o al forte caldo, oppure a qualcosa che si era appiccicato. Controllai il copriletto e non trovai niente che potesse lasciare delle macchie, allora tornai con le mani sullo specchio e rimasi un po’ spaventato, stavolta si devo ammetterlo, nel rendermi conto che non erano più delle semplici macchie minuscole, ma dei veri e propri segni rossi, come lacrime.
     A quel punto quasi mi cadde di mano per la preoccupazione e  solo l’istinto, che prevalse sulla paura, mi impedì di vederlo in mille pezzi su quel linoleum di una casa desolata in una pessima, pesante, giornata afosa. Nel momento in cui guardai quelle macchie, mi resi conto che non erano delle impronte o sporcizia dovuta a qualcosa che si era impressa su quel vetro per averlo lasciato su una superficie macchiata, no quello che vedevo era un fiotto di colorante rosso che stava letteralmente sgorgando dai lati , come se fosse un viso da cui scendevano copiose lacrime di dolore e rabbia. Mi guardai a destra e a sinistra pensando che magari mamma quella mattina mi aveva raccontato quella storia solo per spaventarmi e che ora lo scherzo stava continuando e magari si era nascosta, ma non c’era nessuno.
     Eravamo io e lui. Quella cosa schifosa che mi era piaciuta così tanto, adesso era un grumo di sangue, esattamente pronunciai a voce alta la parola sangue come se stessi leggendo una frase sacrilega da dire  solo  alla luce del sole. La cornice ora appariva quasi nera  e i corvi sembravano quasi perdere il controllo, come se stessero per precipitare e quando guardai per terra mi sembrò di vedere qualcosa che atterrava, ma non ne fui completamente sicuro. Controllai sotto il letto e trovai due rami, dei piccoli ramoscelli d’ulivo che mi parevano abbastanza familiari. Erano gli stessi che poco tempo prima erano stati trattenuti da quei due uccellacci cattivi. Al tocco con la mia mano presero vita e iniziarono a strisciare come se io, sotto il letto, stessi cercando di dare la caccia a due serpenti velenosi che prima erano innocui.
     Lanciai un urlo quando mi resi conto che i rami mi stavano seguendo e mi alzai si scatto precipitandomi al piano inferiore. Guardai dalla finestra della cucina per vedere se la mamma stava tornando ma era impossibile, non si può andar e tornare in meno di cinque  minuti, nemmeno se si tratta di un caffè al volo, figuriamoci se si parla di andare a trovare la nonna.
     Sei spacciato, morirai qua dentro, a casa tua in questa cucina rovente e non ti troverà nessuno, magari tua mamma è andata dalla nonna per prepararti il funerale. Basta!! Doveva reagire e non sprecare il tempo ad ascoltare la voce della paura che si insidiava nella sua mente facendolo precipitare nell’abisso della follia pura. Sempre con lo sguardo rivolto verso l’esterno sentì delle grida che apparentemente gli erano sembrate umane, ma solo poco dopo, con l’aggiunta della visione di due  corvi appollaiati sul filo della luce proprio sopra di lui, non ebbe più dubbi e capì che stava succedendo qualcosa di strano. Risalì al piano si sopra e ormai la camera era inondata da quella sostanza appiccicosa rossa e nera, grumi di sangue coagulati come se quella casa fosse stava teatro di orrori e massacri da decenni.
    L’urlo gli morì in gola e dalla bocca non uscì una sola parola, lasciandolo  in un mare di terrore e disperazione. Avanzando carponi cercando di non sporcarsi troppo, cercò di raggiungere il letto così avrebbe potuto afferrare quel maledetto specchio e buttarlo dalla finestra facendogli fare un volo che lo avrebbe senza alcun dubbio distrutto. Pianse per tutto il tempo e quando finalmente tenne l’oggetto in mano vide il  suo viso trasformarsi, in un attimo si dimenticò di essere un bambino e vide un uomo vecchio che lentamente si toglieva dei lembi di pelle mentre da essa fuoriusciva del sangue che andava a finire sul pavimento.
    Dietro l’uomo si vedeva uno specchio che era identico a quello che era stato regalato al bambino ma i corvi erano stati sostituiti da due diavoli che tentavano di strappare due piccoli alberi da cui pendevano organi umani, orecchie, dita da cui si staccavano le unghie andando a finire sul terreno melmoso, e poi capelli sudici e pieni di scarafaggi e altri insetti sia piccoli che grandi.  Ritornò il viso e la corporatura esile del bambino, che era diventato una O gigante mista a paura e terrore puro, nel vedere quelle scene che erano mille volte peggio di qualunque racconto horror avesse letto fino ad ora.
     Gettò lo specchio per terra mentre ormai sui muri si riflettevano le sagome di quegli uomini anziani e putrefatti che però non erano più solo uno ma si erano moltiplicati fino ad arrivare a d essere cento, trecento o forse molti di più. Il pavimento ormai non si vedeva più, coperto dai litri di sangue che provenivano indubbiamente da un altro mondo, quello che veniva riflesso dallo specchio sul nostro, che ne era rimasto indubbiamente danneggiato.
     Con le mani sporche e la maglietta fradicia sia di sudore che di sangue, cercò di fare il numero della mamma per dirle di arrivare presto o forse di scappare il più lontano possibile assieme alla nonna perché qui stava andando tutto in putrefazione, la casa stava per diventare un miscuglio di sostanze nocive e insetti puzzolenti. Riuscì a comporre il numero e sentì uno, due tre, quattro squilli ma nessuna voce della mamma che lo potesse rassicurare e dirgli che si , sarebbe arrivata subito, non doveva preoccuparsi, non c’era nessun uomo nero ( c’era soltanto un mare di sangue in tutta la casa e soprattutto addio al copriletto tanto amato)  e non c’era niente di cui aver paura. Assolutamente niente, a parte uno specchio che non sarebbe mai dovuto entrare in casa. Mai.
     Avrebbe deciso di non festeggiare mai più un compleanno in vita sua, si sarebbe accontentato della buccia di una caramella pur di trascorrere i prossimi anni in modo tranquillo e normale, senza più paure, ombre sulla casa che lo facessero diventar pazzo appena sarebbe rimasto da solo. Non rispose nessuno, ricompose il numero e stavolta sentì la voce lontana della mamma, come se fosse precipitata anche lei al di là dello specchio e avesse visto cose orripilanti. Cercava di ascoltare meglio la sua voce per decifrare le sue parole e intanto si guardava dietro vedendo che il sangue aumentava e ormai era arrivato sul tavolo e scorreva lento sui fornelli,  si infiltrava nel forno  ( che bel condimento) e precipitava giù nei piccoli fori vicino al battiscopa dove magari avrebbe sfamato una colonia di topi che sarebbero saliti su e avrebbero mangiato anche lui stesso. Così la mamma avrebbe potuto chiamare la polizia e cosa avrebbe potuto dire?
     Mio figlio era da solo a casa e sicuramente aveva un problema con il pane, ha preso un coltello si è tagliato e dal dito gli è uscito fuori talmente tanto sangue da aver imbrattato non solo i cuscini, i tappeti, ma anche la strada fuori e persino le altre case, ma sa sono ragazzi. Si e poi non lo avrebbe più trovato e chissà che non sarebbe andata  a cercarlo nelle fogne senza sapere che era andato a finire nella pancia di un ratto grande quanto un gatto  Finalmente la voce si era fatta più chiara e gli parve di sentire qualcosa, ma non ne fu certo, comunque quello che riuscì a percepire fu -Che co.. è succ? Mi hai chiama.. già prima?  Qui è tutt un macell.. tua nonn.. oh dovresti vedere . quand torn a casa ti racconto ma non è n.. di bel.. –
     Chiamata interrotta.
     Quella chiamata non era valsa poi a tanto, non era certo servita a sollevarlo. Non era riuscito a parlarle, non aveva capito dove si trovava e né se mancava tanto ad arrivare a casa o se doveva trascorrere ancora un bel po’ di tempo da solo. Panico, con la p maiuscola. E se quando fosse tornata a casa si sarebbe arrabbiata con lui nel vedere tutto quel macello o si fosse sentita male o ancora lo avrebbe tenuto segregato in casa fino all’anno prossimo?
    Ma forse avrebbe collegato quelle stranezze con le assurdità accadute quella mattina stessa, che l’avevano così sconvolta e le aveva tolto persino l’appetito. Non sapeva più cosa pensare, la testa gli stava cominciando a pulsare e ebbe paura di vedersela veramente in mille pezzi come un coccio di vetro. Decise che l’unica cosa da fare era aspettare che tornasse a casa, sperando che tornasse prima lei della morte che se lo avrebbe portato via lontano e per sempre, magari facendolo passare dallo specchio anziché dalla porta principale. Prima doveva fare una cosa, decise di salire nuovamente al piano di sopra che ormai era praticamente irraggiungibile a causa del sangue che rendeva le scale vomitevoli e scivolose, e si rischiava di ruzzolare giù e rimanere stecchiti.
    Arrivato con fatica in cima, si sedette sull’unico gradino che era rimasto più pulito degli altri, e avvolgendo le braccia intorno alle gambe pianse e pregò per quasi venti minuti. Quanto riemerse da quello stato comatoso e buio in cui le era parso di trovare un briciolo di pace, si rese conto di essere completamente circondato da uccelli demoniaci, provenienti da giardini infernali e alberi animati pronti a staccarti via le gambe e divorarsele in un boccone. Riuscì a chiudersi in camera e immediatamente i corvi si buttarono contro la porta gridando e bussando con il becco, con una forza incredibile.
    Portandosi le mani alle orecchie continuò a pregare promettendo a se stesso e a Dio che il giorno dopo se non la sera stessa, si sarebbe confessato e non avrebbe più detto nemmeno una bugia, non avrebbe mai più marinato la scuola, non avrebbe trascorso i pomeriggi appena dopo la scuola al parco invece di correre subito dritto a casa. Quando tolse le mani dalle orecchie si rese conto che i rumori si erano affievoliti e quindi riuscì a pensare in modo più lucido.
    Prese lo specchio e lo gettò a terra, calpestandolo, sputandoci sopra e prendendolo in mano per verificare che non ne fosse rimasto nemmeno un pezzo. Lo mise nel cassetto e chiuse facendo un rumore forte e deciso, ma poi pensò che forse quello non era il posto sicuro, bisognava dare una degna sepoltura ad un corpo così privo di vita e così ricco di malvagità, chiudendolo in un luogo da dove sarebbe stato impossibile saltar fuori. Lo prese, scese a fatica facendosi scudo con le mani cercando di non farsi beccare dai corvi che sembravano degli avvoltoi. Il suo intento era quello di seppellire quel dannato specchio nel garage, sotto un pezzo di terra, in mezzo ai vermi e alle blatte sperando che il tempo lo logorasse e lo portasse alla distruzione.
     Arrivato alla porta del garage lo spinse con tutte le forze mentre dietro di se uno dei corvi cercava di beccarlo punzecchiandolo dietro nelle spalle e sotto nelle caviglie.  Per fortuna la chiave era proprio sotto lo zerbino, riuscì a stento ad aprire poiché le mani gli tremavano in una maniera incredibile e iniziavano a pizzicargli come se in mano stesse tenendo non un oggetto ma una pianta urticante o qualche acido pericoloso. Si grattò frettolosamente senza guardare le mani, che solo in seguito avrebbe ammirato con un senso di orrore e stupore nel non riconoscerle quasi più.
    Avventuratosi nel buio del garage cercò una piccola luce che era posizionata proprio di fronte a lui ma a causa del panico tutto gli sembrava così maledettamente lontano e irraggiungibile, persino le sue stesse mani che iniziavano a gonfiarsi creandogli fastidio e preoccupazione. Si liberò dello specchio gettandolo tra altri oggetti vecchi ma che non avevano mai fatto del male a nessuno, così da riposare per sempre assieme a cartoline ricevute anni prima quando frequentava solo la seconda elementare. Vide peluche che non ricordava nemmeno di avere avuto, che risalivano a sei, sette anni prima e che ora erano pieni di polvere e di muffa, c’era un orca assassina nera e bianca che nonostante avesse perso un occhio continuava a sorridere come se la vita la sotto fosse assolutamente perfetta.
     Non continuò la visita panoramica della sua infanzia ( non che ora sia troppo vecchio) perché non era di certo quello il momento giusto e mise lo specchio sotto una pila di vecchi libri incastrandolo tra vari volumi enciclopedici, tra i più grossi, che erano serviti a suo padre per continuare i suoi studi universitari e laurearsi in Psicologia. Quella storia dello specchio non solo lo stava distruggendo fisicamente perché ne riportava tutti i segni, ma anche moralmente dato che stava completamente perdendo la testa e invece di fare i compiti e fare un piccolo spuntino come sicuramente stavano facendo i suoi amici nelle loro case, si trovava  solo a contemplare il suo passato, quello che non avrebbe mai voluto rivedere.
     Non che avesse dei ricordi vivi riguardante suo padre, ma spesso sognava il suo volto, quei pochi momenti che avevano trascorso insieme, i giochi che gli aveva insegnato, quelle lunghe serate trascorse nella vecchia casa al mare in Scozia quando erano ancora una bella famiglia. Li sotto c’era tutto il suo passato, e per un bambino che aveva subito quella grossa perdita e quei momenti difficili, si poteva benissimo parlare di tempo andato perso nonostante sia così giovane e così pieno di vita.  Il sangue che poco prima era sgorgato a fiotti allo specchio, ora aveva ricoperto l’orca che ovviamente non sembrava curarsene visto che il sorriso non gli era sparito dalla faccia, e aveva imbrattato le vecchie coperte fatte con le foto di quando lui era solo un piccolo neonato, addirittura vi era una foto in cui lui era ancora dentro il pancione della mamma. Una ragazza sorridente che faceva la linguaccia all’obiettivo e mordeva un pezzo di torta ai mirtilli sporcandosi quasi tutta, ma felice di avere dentro di se quel bambino tanto desiderato.
    Non sapeva che di li a poco tempo sarebbe stata sola,molto meno sorridente e con  un  mucchio di debiti da pagare. Un’altra diapositiva, che ora a malapena si scorgeva, mostrava un bambino piccolo mentre soffiava la sua prima candelina mentre dietro di lui i nonni applaudivano e la mamma gli stampava un bel bacio sulla guancia sinistra. Adesso non era solo il rossetto della mamma che colorava quella sua guancia paffuta, ma anche sangue, quel sangue che proveniva da posti che andavano assolutamente chiusi a chiave, bloccati all’istante. All’improvviso si rese conto di avere il viso completamente coperto di lacrime,  quei ricordi, quegli oggetti, tutto quell’orrore di quella giornata, lo avevano scosso emotivamente e psicologicamente, rendendolo suscettibile e debole. Prima di andare via si accertò di aver sepolto per bene quel dannato specchio che mai più avrebbe voluto rivedere in vita sua, mai nemmeno per scherzo. Ed eccolo proprio li mentre risultava schiacciato, sommerso da enciclopedie, ricettari che ormai sicuramente servivano a ben poco, giocattoli privi di pezzi fondamentali, un leone privato della sua criniera, un cavallino a dondolo fatto a pezzi e un puzzle raffigurante due bambini che lo fissavano indicandolo, a cui mancavano due tasselli, proprio quelli in cui ci sarebbero dovuti essere gli occhi.
     Quell’immagine lo scosse e lo convinse ad uscire al più presto da li. Prima di chiudersi completamente la porta alle spalle prese una vanga che era sempre stata li, appoggiata al muro, e che era zeppa di terra e di lerciume. La tenne salda, stando ben attento a  non farsela scivolare di mano per non dover ridiscendere in quell’inferno e stette appollaiato  in attesa dei due corvi, per porre fine alla vita di  quei due esseri malefici. Li vide dopo quasi dieci minuti mentre svolazzavano in agguato proprio in direzione della finestra che dava nella sua camera, senza sapere che in realtà lui si trovava sotto di loro. Fischiò per richiamarli, e nel vederlo iniziarono a volare velocemente puntando proprio contro di lui per cercare di ucciderlo e sicuramente cibarsene senza lasciare nemmeno il più piccolo osso.
     Non appena furono abbastanza vicini da poter essere colpiti, sollevò la zappa colpendone solo uno, ma in pieno. La testa scoppiò sporcando il viso del ragazzo di sangue e di una sostanza appiccicosa marrone e grigia che sembrava terra, materia grigia ed escrementi provenienti da animali assolutamente anormali.  Cadde accanto  a lui privo di vita e nonostante la testa fosse stata staccata di netto per qualche minuto continuò a blaterare e schiamazzare producendo dei suoni fastidiosi e striduli, come una bambina capricciosa che salta dappertutto e grida per ogni sciocchezza.
    Esplose quando gli dette il colpo finale, mentre con un calcio si riparò dall’assalto dell’altro corvo che voleva proteggere il suo fedele amico tremendo in quella folle lotta. Evidentemente sentì un dolore molto forte poiché cadde pesantemente a terra e il ragazzo a quel punto non perse neanche un secondo, con tutta la poca forza che gli restava impalò il corvo lasciandolo privo di vita stramazzato al suolo.
    Quasi non riuscì a credere ai suoi occhi, era riuscito a sconfiggerli e ora l’unico problema era come spiegare alla mamma che la casa era allagata ma non poteva chiamare un idraulico no, perché non si era rotto un rubinetto, si era rotto qualche tubo fuoriuscito da quello specchio che collegava due mondi diversi. E chissà come stava lei e la nonna che fin dal principio li aveva voluti mettere in guarda riguardo a quei corvi che stavano sempre allerta sopra la sua casa e come aveva spalancato gli occhi alla vista di quell’oggetto che aveva odiato subito.
    Non c’era sicuramente niente da ridere ora che aveva visto tutto quell’orrore  e  aveva invece riso di  gusto a pranzo quando la mamma invece si era mostrata terrorizzata e provata da quelle visioni oscene e anormali.  Si sarebbe scusato con lei e con la nonna subito, non appena le avrebbe viste. Si chiese quanto tempo era passato da quella breve e inutile telefonata avuta poco tempo prima e intanto si avvicinò al lavandino per cercare di lavar via quel sangue che poteva anche essere infetto. Aprì l’acqua che non scorse subito pulita, ma nera e a tratti scendeva marrone , come se stesse fuoriuscendo dalla gola sporca di un morto rimasto nella tomba per secoli. Poco dopo, mentre ormai le mani erano diventate due palloni da basket, potè risciacquarle senza troppi problemi, anche se ancora non si poteva certo dire che quella pulizia fosse soddisfacente.
     Mentre stava per chiudere il rubinetto dell’acqua calda un fiotto di sangue lo investì in pieno volto costringendolo ad annaspare e tenere gli occhi ben chiusi per non rischiare di rimanere cieco. Con estrema difficoltà riuscì a bloccare lo sgorgare del sangue che ormai era fuoriuscito a litri aggiungendosi a tutto quello che era fuoriuscito nelle ore precedenti, rendendo la casa un vero e proprio incubo rosso. Si sedette per terra e cercò, con lo sguardo, l’orologio che poteva essere visto anche da quella distanza, ma con un orrore indescrivibile, si rese conto che al posto delle lancette c’erano i due corvi, che si presentavano come due figure innocue, mente con le zampe segnavano le ore e con i rami i minuti. La lancetta dei secondi era stata trasformata in un dito nero e marcio, da cui fuoriuscivano mosche e larve maleodoranti. Ma il terrore non finì in quegli istanti, bensì continuò imperterrito nel momento  in cui il bambino vide chiaramente che lo specchio era li, di fianco all’orologio, mentre lo fissava fiero e orgoglioso nella sua bellezza.
     Avvicinandosi e specchiandosi quasi fino ad entrare dentro il vetro, vide lo stesso uomo vecchio che aveva scorto fin dall’inizio, ma ora il suo volto era completamente privo di pelle e gli occhi erano due buchi neri da cui non filtrava nemmeno la più piccola speranza di una possibile vita rimasta li dentro. L’immagine che gli si parava davanti non aveva niente a che fare con la sua e non riusciva a capire perché quello specchio mostrasse cose che non erano in questa realtà. 
    Agitato e tremante, spostando lo sguardo sulla parete dove c’era un quadro raffigurante una mucca sorridente che guardava in direzione di un bambino che la accarezzava, trovò un po’ di quiete, e ne approfittò per prendere lo specchio tra le mani e metterlo al sicuro sotto un cuscino. Lasciò l’oggetto incustodito e, correndo, si diresse in cucina per cercare un martello e un accendino.
    Non li trovò subito perché il panico lo fece rallentare e gli fece perdere la concentrazione, non riusciva a ricordarsi dove la mamma teneva gli accendigas o cose del genere che comunque producessero del fuoco e nel cercare il piccolo cassetto dove tenevano anche martelli e chiodini, andò a scontrarsi con i bicchieri preferiti della mamma che andarono in pezzi.
    Dovrò giustificarmi anche di questo non appena la vedrò, ma questo in seguito perché ora devo pensare a distruggere quel maledetto oggetto e non c’è tempo da perdere. Aprì vari cassetti e solo dopo vari tentativi, mentre ormai la cucina sembrava un campo di battaglia con mestoli sulle sedie, cucchiai disposti disordinatamente sul tavolo, altri che erano caduti producendo suoni metallici che mettevano i brividi, trovò l’occorrente e se lo mise in tasca, eccetto per il martello  che era prudente tenere in mano anche perché sarebbe stato troppo pensante.
    Davanti alla porta della sua camera esitò un istante, in cui parlò con se stesso per pochi attimi. E se ora entri la dentro, sollevi il cuscino e non c'è più? Magari ha deciso di farti impazzire, trascorrerai tutta al tua adolescenza con il pensieri di quello specchio malvagio in giro per la tua casa. Uscirai con un martello  in mano per tutto il tempo e non potrai più dormire sogni tranquilli con uno specchio in casa. E se…
    Doveva assolutamente smetterla, aprire quella maledetta porta e farla finita una volta per tutte. Cosi fece e tutte le sue paure svanirono nel momento in cui lo specchio gli si parlò dinanzi, proprio dove l’aveva lasciato poco tempo prima. Non si era mosso, non aveva partorito altri mostri e non aveva perso dell’altro, infinito, sangue. Bene, addio, la tua fine è arrivata, di le tue ultime infernali preghiere perché qua il tuo tempo è finito., tornatene negli inferi da dove sei arrivato. Avrebbe dovuto fare un bel discorsetto con la mamma a proposito del negozio in cui aveva comprato quella roba, le avrebbe chiesto a chi si fosse rivolta e dove si trovasse quel labirinto di cose tetre e invendibili.
     All’improvviso sentì il rumore della ghiaia sul vialetto mentre veniva smossa dalle ruote di una macchina, che poteva essere solo quella di sua madre, che tanto aveva atteso quella sera. Quel pomeriggio era stato ben diverso da tutti gli altri, e non solo non aveva fatto i compiti e quindi il giorno dopo era meglio se rimaneva a casa, ma bisognava uscire da quell’incubo e non sapeva se avrebbe dovuto ricorrere ad un bravo psicologo, avrebbero trascorso la notte svegli a pulire tutto quel disordine e quel sangue ormai coagulato e le avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno tutte le vicissitudini, ripercorrendo tutto quell’orrore. Sentì il rumore dello sportello che si apriva e si richiudeva dopo qualche secondo e i tacchi della mamma mentre quasi rischiava di scivolare pur di arrivare presto alla porta.
     -Dave Dave!! La mamma è qui, sono tornata è tutto a post…-
     Le parole le  morirono in gola nel momento in cui, girata la chiave nella toppa e varcata la soglia di casa, si addentrò letteralmente in quell’inferno. In quarant’ anni di vita, non aveva mai visto tutto quel macello e tutto quel sangue che colava dalle pareti e aveva inondato ogni quadro e vaso, piante, cactus e orchidee che avevano perso i loro colori originali per accendersi ora di un rosso vermiglio che la portò a rigettare li sul pavimento, sporcando maggiormente uno dei tappeti persiani a cui teneva maggiormente. Svenne per qualche minuto e quando riprese conoscenza si ritrovò stesa sul divano con un panno umido sulla fronte e la mano di suo figlio che stringeva la sua, quasi facendole male.
    - Cosa è successo?-
    - Mamma non ti devi sforzare, sei bianchissima, avevo paura di dover chiamare il dottor Barringher ma per fortuna ti sei ripresa con un po’ d’acqua, qui…-
     e mentre cercava di raccontarle tutto i singhiozzi gli impedivano di parlare normalmente
    - Qui è successa una cosa tremenda.. sai quello specchio? Avevi perfettamente ragione e aveva ragione anche la nonna sin dall’inizio, dove hai comprato quell’oggetto? –
      - L’ho preso in un mercatino dell’usato, al bancone c’era una signora abbastanza grossa che mi guardava con insistenza, ma li per li non ho pensato che ci fosse qualcosa di strano in quel posto, ma adesso che ci penso bene, fuori, quando stavo per pagare, si sentivano delle grida come di qualche uccello che stesse chiamandone altri per mettersi d’accordo e combinare qualcosa di malefico. Non mi sarei mai dovuta fermare in quel posto accidenti. Ora dov’è? –
     - è li, sotto quel cuscino. –
      - Come mai tieni un martello in mano? Ti sei dovuto difendere da qualcuno? Ti sei fatto male? –
     - No no mamma tranquilla, sto bene, devo solo cercare di distruggere quel dannato specchio prima che distrugga noi completamente. Qui è successo un pandemonio, è iniziato a sgorgare fuori tutto quel sangue, e quei corvi, oh li avresti dovuti vedere sai? Li ho uccisi ma non so nemmeno io come ho fatto a farli fuori entrambi, e quelle grida che emanavano, le sente ancora nel cervello, erano cosi insopportabili –
       In quel momento la donna  si alzò e lo coccolò, cercando di abbracciarlo teneramente per trasmettergli tutta la sua comprensione e cercare di distoglierlo dalla grande paura che provava.   -Shh, non dire altro, adesso dobbiamo solo distruggerlo e poi potremo parlarne e dimenticarci una volta per tutte di questa maledetta storia-
      - Bene, io lo faccio a pezzi con il  martello, tu intanto cerca qualcosa per poter appiccare il fuoco così non appena sarà completamente distrutto lo bruceremo e lo rimanderemo al diavolo -   Si alzarono, Dave posizionò lo specchio per terra, al centro della stanza proprio quasi sotto di lui, lo tenne fermo con le gambe portandosi le braccia all’indietro quasi fino a farsi male e soltanto  quando sentì un forte dolore agli avambracci, calò il martello  sullo specchio che in un attimo non esistette più.  I frammenti di sparsero ovunque, sotto il tavolo, andarono a finire anche vicino alle altre stanze e sicuramente qualche pezzo invisibile sarebbe rimasto in quella casa per mesi, chissà forse anni. Ormai del vetro non rimaneva niente, si vedeva solo la patina posteriore e la colla che era servita per attaccare lo specchio chissà da quanto tempo e da quali mani.  Chiamò ad alta voce sua madre che non esitò ad arrivare con del liquore, un panno vecchio completamente bianco e un accendino con stampata sopra la scritta ‘ Accendi una sigaretta o morirai’  come se già il fumo in se non bastasse per sterminare la razza umana.
      Dave versò quasi tutto il contenuto della bottiglia sul panno che aveva accuratamente posato per terra, mentre la mamma si avvicinava con una fiamma molto alta e ben viva. Avvicinò l’accendino al panno dove riposava lo specchio ormai irriconoscibile che non tardò a prendere fuoco emanando un odore di cose putride e cattive, come se stesse soffrendo al contatto con quel forte calore e volesse liberarsene. La mamma prese per mano il piccolo, lo portò via di li, mentre lui non capiva bene che cosa avesse in mente, ma non appena si ritrovò fuori dalla casa, gli venne in mente che forse lo voleva portare definitivamente via di li, per sempre, cambiare casa e tornare ad una vita nuova senza brutti ricordi. D’altronde come si poteva convivere con un mistero così orrendo facendo finta di niente?
    Era impossibile, perciò sarebbero saliti in macchina e avrebbero lasciato per sempre quel posto, senza nemmeno fare le valigie perché forse se fossero tornati indietro ci sarebbe stato lo specchio ad aspettargli e a dirgli che dovevano aspettare, che non gli aveva ancora mostrato il peggio di se, che nel mondo esistono diversi tipi di spettri e non tutti si fanno vedere nello stesso giorno. Ma loro non volevano continuare a vedere cose del genere, avevano bisogno di fuggire, scappare lontano, magari in un altro stato. Al volante della sua Cadillac, con le mani che le tremavano, rimase un attimo a guardare dietro di se, mentre il fuoco iniziava a propagarsi e a inghiottire la stanza, e entro quella stessa notte o forse prima, della vecchia casa lasciatale in eredità non sarebbe rimasto niente, a parte cenere e qualche poliziotto che sarebbe andato a curiosare assieme ad uno o due pompieri di turno.
     Si voltò dalla parte del figlio e lo guardò insistentemente cercando il suo sguardo che le sembrava così assente e privo di vita, come se fosse rimasto scioccato. Gli prese la mano e nonostante ancora non riuscisse ad incrociare i suoi occhi gli parlò, mentre iniziava a girare la macchina per andare via di li subito.  -Dave, so che non è il momento più adatto, ma devo dirti una cosa, che so ti porterà un grosso dolore,-
     Solo in quel momento riuscì a ricevere le attenzioni che desiderava dal suo bambino , che la guardò con gli occhi spalancati.
    - Cosa è successo ancora? –
     Non sapeva come dirglielo, sarebbe stato un duro colpo ma meglio la verità subito che faceva male, piuttosto che mettere in scena una recita da chiudere quando? Magari nel momento in cui si sarebbe svegliato dopo un lungo sonnellino in macchina e le avrebbe detto ‘Andiamo dalla nonna?’ Doveva parlargli adesso, altrimenti non sarebbe riuscita a proseguire il viaggio senza versare altre lacrime.
    - è successa una cosa brutta, molto brutta, ma credo sia meglio parlartene ora, vedi la nonna quando eravamo al cimitero è stata molto male, si è accasciata al suolo e non si è più rialzata. Ho cercato di rianimarla, a quando è arrivata l’ambulanza l’ha trovata deceduta e si pensa sia morta a causa di un infarto dovuto al troppo caldo. Mi dispiace Dave, dovrai superare anche questa, ma ce la farai perché ci sono io con te-
     Il bambino la guardò senza aprire bocca e allo stesso modo si girò a guardare davanti a se, verso la strada che ormai si faceva sempre più lunga e deserta. Non disse niente e lei nel vedere tutto quel mutismo non cercò di parlargli per non rischiare di innervosirlo con ulteriori domande o chiarimenti. Non parlarono per molto tempo, per quasi due o tre ore, poi soltanto quando si trovarono in aperta campagna e lei spense la macchina, Dave si girò a guardarla.
    - Mamma  dove siamo? - e lei gli rispose  senza riuscire quasi a parlare
    - è strano, sai? Molto strano.. Qui ci sarebbe dovuto essere un piccolo mercatino, proprio qua dove ho fermato la macchina, dove le ruote stanno toccando il terreno fangoso, ma non c’è niente, niente di niente. Non capisco come possa succedere una cosa simile.. –
     - mamma magari ti sei sbagliata e hai compratolo specchio in un altro negozio più vicino, guarda quel cartello, dice che tra un miglio c’è un paesino di nome Screaming Raven, magari si trova li –
      Al sentire quelle parole lei si sporse dal finestrino per vedere meglio l’indicazione ed effettivamente vide il cartello che le aveva segnalato il figlio poco prima, ma quando si era trovata da sola, al ritorno dal lavoro quella sera, non c’era niente. Era assolutamente sicura di non aver visto nessun cartello e quella cittadina Screaming Raven che tra l’altro non prometteva niente di buono, non esisteva.
     Era certa di questo proprio come era sicura che in quel momento loro fossero li in macchina soli e spaventati.
    - Andiamo via, subito, qui non c’è niente.. non esiste nessun mercatino, nessun negozio, e non intendo andare verso quella parte. Sai cosa faremo? Andremo a casa della nonna, a vivere li da lei, se riusciamo ad arrivarci entro stanotte è meglio, perché non intendo guidare al buio. Se non ci basta la benzina allora prenderemo una camera nell’albergo più vicino ok? –
     - Ok mamma-
    Lei gli allacciò meglio la cintura, girà la macchina dall’altra parte diretta verso  Garden City, a casa della nonna, finalmente in un posto sicuro, lontano da quell’incubo. Se in quell’istante ci fosse stato qualcuno li con loro, magari un altro bambino seduto proprio dietro, nei sedili posteriori, di quelli curiosi che non stanno mai fermi, magari si sarebbe girato e avrebbe visto quei due grossi corvi che stavano dritti su entrambi i lati del cartello che ora diceva.. ‘ Mercatino dell’usato, qui trovate solo oggetti strani e mai visti prima, ne vedrete delle belle! ‘ E quegli stessi corvi che sembravano i custodi di quel luogo misterioso, erano fissi in direzione di quell’unica macchina che fosse mai passata per quella maledetta via, mentre seguivano con lo sguardo quelle due persone che ormai erano solo due puntini lontani.
     
     
    Di notte, sotto al letto
     
     I primi ricordi dell’uomo, dopo il risveglio, furono i lontani giorni in cui sua madre era solita  leggerli  delle favole prima di mandarlo a letto, non saltava mai nemmeno una notte.  Lei lavorava assieme ai bambini in un asilo in città e non le mancava di certo la pazienza e la fantasia, per cui a volte  gliene leggeva talmente tante che i libri terminavano in fretta e quindi spesso le inventava  anche sul momento, riusciva ad  improvvisare delle storie sensazionali che gli  facevano fare dei sogni sereni. Lo  sistemava bene nel lettino, lo copriva, gli  dava il suo  pupazzo preferito che era un piccolo dinosauro,  e apriva uno dei libri che teneva appoggiato sul mobile nella mia stanza. Lo apriva e mentre iniziava a parlargli di coniglietti, cavallini volanti che sorvolavano cieli di marzapane e arcobaleni di zucchero filato, lui teneva  gli occhi ben chiusi per riuscire ad immaginare ancora meglio tutto quello splendore. Vedeva davanti a sé tutti quegli animali, il cielo con sopra tutte le nuvole bianche che sembravano cotone, o neve che si andava sciogliendo al sole. Riusciva ad entrare dentro la storia, anzi il più delle volte ne era il protagonista assoluto e si mischiava assieme a tutti gli altri personaggi che, una notte erano tristi principesse in attesa del vero amore, la notte successiva erano invece ranocchi che si trasformavano in bei ragazzi e la volta successiva potevano essere dei ragazzini che cercavano di scappare da un destino avverso in cerca di una condizione migliore. Il brutto arrivava nel momento in cui la favola finiva e lui, ancora ad occhi chiusi, doveva ritornare nel mondo reale con ancora i ricordi di quei bei luoghi incantati che solo l’immaginazione e il racconto ci permettono di vivere.
    La mamma  chiudeva il libro, gli dava il bacio della buonanotte e, spegnendo la luce andava nella sua camera che spesso condivideva da sola perché il  padre  del ragazzino faceva i turni di notte all’ospedale e quindi tornava al mattino presto. Una sera, ( non ricordò bene il  perché, dato il suo carattere abbastanza pacifico e quieto)  combinò qualcosa che ( a parer suo ) non era niente di  grave,  ma a sentir l’opinione di sua madre invece era un bel guaio.
     Troppo. Quel troppo che bastava per meritarsi una punizione, e quale poteva essere se non la peggiore di tutte? Quella che lo avrebbe reso triste e quindi gli avrebbe fatto capire che certe cose non vanno fatte? Ma ovviamente quella di andare a dormire senza la storia del giorno.
    Tutto per quella maledettissima tv lasciata accesa su un telegiornale locale, ( diede sempre la colpa a quel telegiornale perché fu la causa della sua  noia e quindi di tutto quello che seguì dopo).  Si era messo a giocare con il cibo anziché portarselo  alla bocca, e diciamo quasi volontariamente, lo  aveva  fatto cadere sul tappeto. All’inizio lei non si era accorta di niente e anzi era ben presa dallo sollevare il volume della tv per ascoltare meglio il fattaccio accaduto quella sera ad un loro vicino, un signore di novant’anni che aveva deciso di cercare la morte scendendo le scale come se fosse ancora un giovanotto. Ebbene, il tentativo era fallito dato che poche ore dopo i figli lo avevano trovato disteso per terra privo di vita e con tutte le ossa rotte. 
    Ed ecco che lui aveva involontariamente approfittato della morte di quel signore per darsi  da fare nell’inaugurare il nuovo tappeto verde che voleva a tutti i costi  tingere  di rosso con tutto quel sugo.  Guardando in quella direzione aveva completamente distolto lo sguardo dalla forchetta che teneva in mano e che, con un sorriso maligno, indirizzò  verso il pavimento che si tinse di un porpora  ben acceso. 
    Il notiziario era sul punto di finire e sua madre continuava  a mangiare beata senza alcun tipo di problema, quando ad un certo punto,  nel momento in cui lui  si era  distratto guardando un secondo la tv, lei iniziò a gridare dicendo che non doveva fare certe cose, che non era un bravo bambino  eccetera. Lo fece alzare dal tavolo dicendo che per quella sera la sua cena era finita e che doveva imparare le buone maniere, prendendosela addirittura con il  padre che non poteva difendersi in quel momento, dicendo che era per colpa sua se aveva imbrattato tutto, che pensava solo a lavorare e cose simili che continuarono per una mezz’ora. Poi si alzò, lo  fece andare in bagno a lavarsi le mani e lo indirizzò nella sua cameretta.
     Lo guardò un attimo, proprio quando pensava che si stesse calmando, anche perché non era mai nervosa e non capiva perché se l’avesse presa così tanto per una cosa cosi stupida e gli disse:  - Senti, non mi va che ti comporti cosi va bene? Io cucino e tu butti il cibo per terra? Sei sempre così bravo, calmo, tranquillo e oggi cosa ti è successo?  Ci si comporta così con la mamma? - 
       -No-      -E allora cosa si dice?-
      E lui lo sapeva bene, perché era un bambino bravo e la mamma gli aveva  insegnato come si rispondeva in quei momenti - Si dice scusa mammina, non lo farò mai più, promesso-
      - Bravo, ora vai a letto, ne riparliamo domani -   E gli diede un bacio sulla fronte.
    Si tranquillizzò e le sorrise consapevole del fatto che aveva  sbagliato ma che tutto sommato  aveva esagerato nel rimproverarlo a quel modo, e questo lo sapeva anche lei, di questo lui ne era certo.
    Lo guardò sorridendo e allora lui capì  che le era passato tutto, d’altra parte un bambino della sua età avrebbe potuto  combinare guai del genere in  ogni momento e invece a  lui era capitato solo quella sera. Cosa poteva mai esserci di tanto esagerato in questo? 
    - Su vai a letto, fila, anche se non sono più arrabbiata per stanotte non ti racconterò niente, giuro, -   La guardai sbigottito e rimasi a bocca spalancata per qualche secondo, davanti al volto duro di mia madre.
    -è cosi, ho deciso che stanotte non meriti la tua favola del giorno, quindi è inutile che mi guardi cosi o che piangi o che addirittura mi racconti  la storia del mostro sotto al letto che non ti fa dormire, perché io adesso vado via e ci vediamo domattina per la scuola ok? –
      - Va.. va bene mamma –
      Ma non andava bene per niente, cavolo. Era la prima volta in tre anni che non avrebbe  avuto la sua storia e non sapeva  proprio come avrebbe potuto prender sonno con tanta facilità. - Buonanotte, e sogni d’oro –
      - Notte-. 
     E si chiuse la porta alle spalle.
    Non gli  aveva nemmeno rimboccato le coperte o dato un bacio della buonanotte, niente. Si mise dentro il letto, chiuse la finestra perché entrava una forte corrente e fuori il vento ululava. L’indomani mattina sarebbe stata sicuramente una giornataccia e lo si poteva vedere già da quella nottata così noiosa, che però  si era cercato lui con le sue  stupidaggini.  Si  sdraiò e tardò parecchio nel prendere sonno, passarono i minuti e dopo un po’ chiuse  gli occhi cercando con tutto se stesso di chiamare il sonno, farlo arrivare magari con uno di quei cavalli alati che c’erano nelle favole. Anche se avesse preso il libro e avesse cercato di leggere qualcosa non sarebbe mai stato lo stesso. 
    La vera magia della storia e dell’effetto che esercitava su di lui, stava nella voce di sua  mamma che era bellissima e dolce, come quella delle fate. Capiva  perché i bambini la adoravano e volevano sempre passare le mattinate solo con lei, perché ci sapeva fare, era davvero una mamma perfetta e lui l’avevo delusa e fatta adirare.
     E adesso? Ora passava  lo sguardo da un soldatino che mirava a qualcosa di inesistente con il suo fucile puntato in alto, al poster di una band di cui non riusciva  neanche  pronunciare  il nome ma che sua mamma, che andava matta per la musica rock, gli  cercava di insegnare spesso senza successo.  Un giorno, era certo che avrebbe  seguito la sua stessa strada perché quei cantanti vestiti cosi gli piacevano davvero e poi spesso quando sentiva i CD che teneva in macchina quella musica lo faceva impazzire nonostante fosse solo un bambino, sì erano proprio fatti per lui.
    Sarebbe diventato una Rockstar magari, ma ancora era troppo presto. Guardò verso la finestra e vide che i rami dell’albero che si affacciavano sul suo davanzale, come dandogli  la buonanotte e il buongiorno, si muovevano assomigliando a delle braccia che volessero afferrarlo.
     Si voltò per non doverlo guardare e proprio mentre fissava  il soffitto sperando  con tutto il cuore che Morfeo lo prendesse tra le braccia, lo sentì per la prima volta. Era un rumore molto simile a quello emesso da qualcuno  che  sta bussando su una porta o su qualsiasi basamento in legno, e utilizza  non solo le nocche per bussare ma proprio tutta la mano. Si agitò sì, ma non perse completamente la calma. Cercò però di coprirsi fino alle orecchie senza fare troppo rumore perché non voleva essere sentito.
     Da chi? O da cosa meglio? Fifone.. Magari è solo la mamma che non riesce a dormire come te e sta sistemando le sue cose per domani mattina. Oppure è l’albero. Quello che ti è sembrato una persona con le braccia lunghe. Si girò dal lato sinistro cercando di soppiantare quei discorsi che stava facendo con la sua mente, ma la paura stava iniziando a prendere il sopravvento. Un secondo tonfo lo fece sussultare portandolo a respirare affannosamente a sudare nonostante le temperature fredde. Non ebbe il coraggio ne di alzarsi e ne tantomeno di accendere la luce anche se mentalmente si trovava fuori dalla sua stanza, tra le braccia di sua madre e con tutte le luci della casa accese.
     Al rumore si aggiunse una voce strana, roca, come se provenisse da una cassa oppure da sotto terra perché non era ben chiara. Rimase in ascolto cercando di non muovermi, di non sporgermi con il volto o lasciar ciondolare un piede dal letto, non doveva quasi respirare.  Si  trasformò quasi in un corpo privo di vita, mentre intanto i rumori erano non solo continuati ma anche aumentati a dismisura. Era sicuro di aver sentito addirittura un colpo di tosse che però non gli aveva   fatto pensare alla mamma, al babbo o a qualcuno a cui volevo bene, no, a qualcuno che non avrebbe  mai voluto incontrare perché gli  avrebbe fatto pensare  al mostro sotto al letto di cui parlava sempre con mammina.
    Rimase immobile, senza voltarsi o fare un minimo scatto con il suo piccolo corpicino,  e mentre attendeva che qualcosa dal buio si facesse avanti o che sparisse completamente, sentì proprio sotto di lui  qualcosa che grattava, come se delle zampe abbastanza grandi stessero graffiando  contro il legno. L’impulso fu quello di scappare, ma allo stesso tempo se avesse  fatto un passo era sicuro che quella cosa sarebbe sbucata fuori e lo  avrebbe afferrato  portandolo  in quel posto sconfinato che esisteva oltre il suo letto, dietro la  camera, dove vivevano altri mostri con due teste, quattro braccia e denti aguzzi. Cercò telepaticamente di parlare con sua  madre, quindi chiuse bene gli occhi e bisbigliò il suo nome cercando di dirle che era sicuramente in pericolo, che il mostro era arrivato e che anche se i grandi non credono a queste cose l’indomani mattina avrebbe creduto ai propri occhi quando il suo bambino sarebbe sparito per sempre.
     L’agitazione aumentò perché aveva  la consapevolezza che anche se lei fosse stata sveglia o in cucina a bere una tazza di latte, non lo avrebbe mai sentito e sarebbe stata certa di averlo  lasciato al sicuro nel mondo dei sogni.  D’improvviso il silenzio fu rimpiazzato  da un colpo fortissimo, prima sull’armadio, poi alla porta e infine sotto al letto. Rimase immobile come lo ero stato fin dall’inizio, con il cuore che gli si spaccava  nel petto dalla paura e il respiro affannoso che aumentò quando sentì una voce proprio sotto di lui.
     -Ciao bel bambino, sai chi sono?-
      L’ansia e la paura si trasformarono in un solo istante in orrore puro e non riuscì a trattenere la pipì, che bagnò il letto provocandogli  un senso di vergogna, apprensione e freddo che gli percorsero  le ossa lasciandolo tremante e spaventato.
    Allora i problemi qua erano due.
     Primo punto, chi poteva chiamarlo nel cuore della notte se nella stanza c’era solo lui? e secondo punto, perché mai avrebbe dovuto rispondere a quella voce che non prometteva niente di buono?  Sarebbe rimasto in silenzio, avrebbe  cercato di addormentarsi e l’indomani avrebbe  detto alla mamma di controllare sotto al letto. 
    -Allora non vuoi rispondermi? Va bene, allora ti parlerò di me, ho tanti nomi, puoi chiamarmi come ti pare e sai mi piace molto la tua stanza, io vivo qua anche se non sapevi della mia esistenza, vedo sempre tua madre mentre pulisce la stanza e cerca di mandare via la polvere che c’è qua sotto. Mi sta simpatica, e anche tu. Ma stasera l’hai fatta proprio arrabbiare! Ci si comporta così? No no !-
        Stava tremando, ormai non era solo colpa del freddo e del materasso fradicio, era quella sensazione di sentirsi smarrito proprio nella camera in cui aveva sempre trovato sicurezza e pace. Si era chiuso là dentro quando aveva litigato con suo padre e aveva trascorso tutto il pomeriggio a giocare con le macchinine facendole schiantare contro l’armadio, e adesso si  rendeva conto di  quante volte quelle stesse auto erano finite sotto il letto e le aveva recuperate senza guardare là sotto, ma solo allungando il braccio e ritraendolo velocemente. Chissà da quanto tempo era li quel mostro.. sicuramente c’era stato anche quel lontano agosto in cui era venuto  a trovarmi Alex, quel cugino maggiore di dieci anni che tanto adoravo. Era andato  a fargli visita e portargli un po’ di gelato, dopo che era stato operato da qualche giorno alle tonsille. Quel mostro, di cui ancora non conoscevo nemmeno il volto, doveva essere stato li e per fortuna non aveva fatto del male a nessuno dei due, non aveva afferrato una delle caviglie di Alex, mentre stava in piedi a raccontare delle storie al più piccolo, per trascinarlo giù e ancora più giù in luoghi lontani e molto cattivi.
    Adesso era il presente e non doveva pensare a quei bei ricordi, perché non avrebbero  fatto altro che farlo piangere e lui non voleva che il mostro lo sentisse, doveva rimanere zitto, doveva fargli capire che sopra quel letto non c’era nessuno e che si era sbagliato a pensare che ci fosse un bambino che aveva combinato dei guai.  Un rumore gli fece sbarrare gli occhi e quasi gli uscì un suono dalla gola, che cercò di far morire proprio sul punto di nascere.  Si rese conto di avere una mano completamente priva di circolazione, sentivo  sentiva formicolare per tutto il braccio destro e si stava intorpidendo il piede sinistro. Era in un bel guaio, aveva la necessità di muoversi ma forse, se lo avesse fatto, sarebbe stato spacciato per sempre. Un altro rumore più forte seguito da un colpo di tosse e dal vento che fuori ululava sempre di più. Ormai  quell’albero così minaccioso non gli faceva più paura e anzi, quasi gli faceva compagnia, quasi sperava che prendesse vita e lo salvasse da quella cosa infernale che lo voleva prendere. 
    - Eccoci qua. Vuoi che ti racconti una favola? -
    Purtroppo non era la voce della mamma e quelle parole non risuonavano così dolci e familiari. Un demone, o qualsiasi cosa ci fosse li sotto, gli aveva appena chiesto gentilmente di ascoltarlo, che se voleva gli avrebbe fatto questo favore di allietarlo raccontandogli qualcosa. Ma lui non voleva ascoltarlo, cosa mai avrebbe potuto dire di bello quella bocca così immonda?  Così rimase in silenzio e decise di non rispondergli mai!
    - Continui a non volermi parlare? Bene, io ho un sacco di cose da dirti invece. Penso proprio che questa sia la notte adatta. È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ho assaggiato qualcosa di prelibato, già-
    Cosa significavano quelle parole? Qualcosa di prelibato? Non stava mica pensando di.. di divorarlo veramente?  Doveva assolutamente chiamare la mamma. Magari se riusciva ad accendere la piccola luce sul comò avrebbe spaventato il mostro, oppure, come aveva visto in tanti film, l’assenza del buio lo avrebbe eliminato,  lo avrebbe riportato nel suo mondo.
    Silenzio totale. Un bambino che respira a fatica e, a tratti, un rumore che fa pensare a qualcuno che ha degli artigli enormi e sta cercando di scavare o rompere una parete.
    - Quando riuscirò a venire lì, ad averti vicino, nel momento in cui mi guarderai negli occhi, allora tua mamma potrà dirti addio per sempre. Ormai sei la mia preda.  Conta i secondi, i minuti, che ti separano da me, perché io so che sei là sopra. So tutto di te, a che ora vai a dormire, ti vedo quando giochi da solo o quando fai i compiti. Sei un bel bambino, ma dopo stanotte non ti riconoscerà più nessuno.  Finalmente stanotte è la notte giusta. Speravo tanto che prima o poi facessi arrabbiare la tua mamma e ora l’hai fatto. Ti racconterò una storia, di quelle che piacciono tanto a me. Questa favola ha come protagonisti un bambino cattivo e una mamma che lo odia, che gli racconta le favole solo per farlo star zitto ma non perché gli vuole bene. M segui? Ti piace come storia? -
     
    Non voleva sentire, non poteva ascoltare tutte quelle cattiverie. Quelle non erano verità. Non era giusto che un essere schifoso parlasse così male della sua adorata mamma. Non era vero che lei non gli voleva bene. Erano sempre stati indivisibili e la mamma faceva tanto per lui, lo coccolava e gli dimostrava tutto il suo amore. Pian piano le lacrime diventarono un pianto sommesso e non potè trattenersi, sapendo che ora l’avrebbe sicuramente sentito. 
    - Perché piangi? Io ti racconto una favola e tu cosa fai? Ti metti a frignare? Sei proprio un bambino cattivo. La favola continua con lo stesso bambino che cade da un’altezza incredibile, si rompe tutte le ossa, la mamma la  mattino lo trova per terra, vicino alla porta d’ingresso. Grazie all’aiuto di un mostro molto, molto malvagio, il bambino era salito sul tetto, passando per la finestra senza rendersi conto di ciò che faceva, perché chi è cattivo come me, sa come ipnotizzare i piccoli ragazzini. E poi bum, più niente. Il buio. Solo che la mamma non l’ha trovato intero, no, perché quel mostro ha pensato bene di non lasciarne intatto nemmeno un pezzo, l’ha divorato tutto e come era buono! E vissero felici e contenti. Ti piace? Questa è una delle tante storie che ti leggerò se continuerai a stare con me. Non trovi che sia un bel modo di giocare e divertirsi? Poi, quando sarai ben grasso, ti divorerò come ho fato sempre, e non sapranno mai di me. I genitori non sanno mai niente di me, sono così realisti. Voi invece vivete in un mondo di favole e credete a tutto. Io mi nutro proprio della vostra ingenuità e credulità. Mi fate tanta tenerezza. Ma quanto siete buoni con quel condimento…-
    -Basta!! Non voglio più sentirti, hai capito? Tu non esisti, sei soltanto frutto della mia paura, non voglio mai più avere a che fare con te, tutte quelle cose che hai raccontato non sono vere! Mia mamma mi vuole bene  e tu non sei altro che immaginazione e fantasia! Sparisci e lasciaci in pace!-
     
    Non aveva più fiato. Aveva paura si, ma aveva anche tanta rabbia. Non poteva morire per colpa di un essere che non esisteva nemmeno. Era sicuro di averlo creato con quella sua paura folle del mostro sotto al letto, della fobia nel lasciar ciondolare le gambe o  soltanto un dito del piede per paura di essere catturato.
    Si alzò, quindi rimase in piedi sul materasso  e si abbassò facendo piano per non far troppo rumore, si avvicinò cautamente al bordo del letto e si inchinò, sollevando un piccolo lembo di coperta che gli permettesse di sbirciare la sotto. Con le mani tremanti si ritrovò in un attimo con lo sguardo rivolto verso quel piccolo spazio che si trovava proprio sotto di lui, e vide il buio totale. Non trovò niente, né artigli minacciosi, ne occhi gialli che gli penetravano l’animo. 
    Sospirò sentendosi più tranquillo e finalmente sereno, convinto di aver cacciato via il mostro, di averlo spaventato, ma proprio mentre chiudeva gli occhi per lasciarsi appisolare sul cuscino, con il cuore che quasi gli esplodeva in mille pezzi, una mano lo afferrò per le spalle, facendolo trasalire.
    Tentò di urlare ma, aprendo gli occhi, si rese conto di essere al sicuro, aveva la mano di sua madre poggiata sulla sua spalla, e questo lo fece sentir immediatamente bene. Gli scesero le lacrime, ma questa volta almeno non erano di paura,a ma di sollievo e di gioia.
    -Mamma, ho tanta paura-
    -Cosa succede?-
    - è entrato qualcuno, qualcuno cattivo che mi voleva fare del male, mi ha raccontato delle cose molto brutte-
    La giovane donna aggrottò le sopracciglia cercando di capire cosa avrebbe potuto spaventare così tanto suo figlio, e lo tranquillizzò spostandogli delle piccole ciocche di capelli che gli ricadevano sugli occhi, così da accarezzarlo amorevolmente.
    -Shh, calmati, è tutto a posto adesso., C’è la mamma e non potrò succederti niente di brutto. Ok?-
    -No ma tu non capisci, è stato tremendo! Mi ha parlato e aveva una voce così brutta, era come sentire tante anime che parlavano assieme delle lingue strane e molto cattive.Mamma era orrendo capisci?-
    -Quante volte ti ho detto che non devi leggere racconti paurosi quando io  non ci sono? È colpa di quei giornalini che nascondi nell’armadio ! Sono tutte fesserie e lo sai, non esistono i mostri! Ti ho già spiegato più volte che i mostri esistono solo nelle storie di paura capisci?-
    - Ma..­.-
    -Niente ma, sono venuta a vedere se dormivi perché mi sembrava di averti sentito parlare nel sonno, tutto qua, ma non mi venire a dire che in camera avevi un mostro che ti raccontava storie paurose e ti spaventava. Non voglio più sentire idiozie simili intesi? Altrimenti non solo mi arrabbio, ma non ti leggerò più niente per due mesi interi. E adesso pensa a dormire, sono già le due del mattino, hai perso troppo sonno. Buonanotte-
    Avrebbe voluto fermarla, trattenerla, dirle che non lo avrebbe dovuto lasciare da solo, che forse qual mostro sarebbe tornato, magari era riuscito solo a spaventarlo ma non ad annientarlo completamente.
    -Mamma, posso dormire con te per stanotte? -
    -Ancora? Allora non ci siamo capiti, dormi nella tua camera perché devi imparare a vincere le tue paure. Dimmi, se adesso hai paura del buio e di quello che ci può essere sotto al letto, domani di cosa avrai paura? Crescerai e non affronterai mai queste stupidaggini. A 16 anni mi chiederai ancora di dormire con me? Buonanotte, e non voglio più sentir questa storia ok? -
    -Ok, ti voglio bene-
    -Anche io, ma non far arrabbiare la mamma, sono molto stanca e davvero non ho voglia di doverti spiegare mille volte le stesse cose-
    - va bene, un bacio-
    -Un bacio, ciao-
    Spense la luce e chiuse la porta, lasciandolo completamente solo. O perlomeno così sperava di ritrovarsi. Solo e tranquillo. Per i primi minuti tutto sembrò assolutamente pacifico e normale. Il vento sembrava aver smesso di ululare, e quell’albero che ora non si muoveva quasi più, aveva assunto le sembianze di un uomo vecchio che protendeva le mani verso la finestra, come a voler richiamare a se gli abitanti.
    Dopo sei o sette minuti, mentre il bambino era rimasto assolutamente immobile e addirittura aveva deciso di avvolgersi completamente attorno alle coperte, lasciando libere solo le orecchie e gli occhi, sentì un forte fracasso provenire da sotto al letto, e il terrore iniziò  nuovamente ad impossessarsi di lui, pervadendogli il corpo e la mente, lasciandolo privo di voce e costringendolo a tenere gli occhi sbarrati per molto tempo. Al rumore seguì una voce spettrale,  che inondò la stanza di un odore dolce ma che a momenti risultava nauseabondo e vomitevole, tanto da indurre il bambino ad arricciare il naso e tenerlo coperto con le dita e con il lenzuolo.
    -Ciao, eccomi qui, di nuovo. Non me ne vado via tanto facilmente sai? No no… e poi non ho ancora finito di raccontarti delle belle cose. Ne sentirai delle belle!  Senti qui eh.. Allora.. c’era una volta un padre molto scontento del suo piccolo bambino, che ogni sera, appena tornava dal lavoro, doveva avere al pazienza di sentire le sue lamentele riguardo al mostro che abitava nella sua camera. Gli diceva che non lo lasciava dormire, che emanava un cattivo odore che poi non spariva facilmente, e che lo faceva piangere. Un giorno, stanco di sentire ogni giorno le stesse cose, decise di prendere una motosega e fare a pezzi il figlio, così da liberarsi una volte per tutte di quelle stupidaggini, che davano fastidio anche alla mamma. Fecero un fuoco, dettero una festa dove invitarono tutti i parenti, lo fecero bollire in un grande pentolone e lo mangiarono, dopo averlo fatto a pezzettini minuscoli e averlo accompagnato con un buon vino bianco. Ma come gli volevano bene a quel bambino non trovi? -
    Era terrorizzato, voleva che quella notte finisse in quell’esatto momento, che l’orologio segnasse la lancetta delle sette, quando si sarebbe svegliata la mamma, e che il sole nascesse il più presto possibile. Ma era li, in compagnia di quella carogna schifosa che lo voleva vedere morto, e il buio non aiutava di certo.  Forse se avesse avuto la compagnia di un cane, di quelli che dormono sul letto assieme ai bambini, non gli sarebbe successo nulla. Ma la mamma non gli aveva mai permesso di tenerne uno perché non avrebbe avuto il tempo di accudirlo e poi aveva sempre detto che avrebbe sporcato troppo. Una volta quando lui aveva tre anni, avevano tenuto un piccolo cane che era morto solo dieci giorni dopo, ma nonostante avesse tenuto loro poca compagnia si era fatto già ben conoscere, distruggendo il paralume preferito della nonna e la statua raffigurante una tigre siberiana con delle zanne minacciose.
     Da quel momento era stato assolutamente fuori discussione poter tenere un qualsiasi animale in casa.  Magari in questo momento, se ci fosse stato un cane, avrebbe potuto azzannare il mostro oppure avrebbe potuto richiamare l’attenzione della mamma, abbaiando e facendola venire qua, costringendola a credere al fatto che c’era qualcosa di strano, che non andava proprio. Ma non c’era nessun cane, quindi doveva vedersela da solo con quel demone malvagio che lo stava assolutamente devastando.
    Con quelle ultime parole era riuscito a fargli venire ancor di più  la pelle d’oca, e poi non capiva cosa volesse da lui. Perché non sbucava fuori, se lo prendeva,lo portava via e lo divorava in un sol boccone così non ne avrebbero parlato più? Invece di tenerlo li, terrorizzarlo e fargli perdere la ragione? 
    - So a cosa stai pensando, ti starai chiedendo perché non ti porto via subito invece di trattenermi cosi a lungo vero? Beh, sarebbe troppo comodo, e poi non voglio che tu veda la mia faccia. Ogni volta che vado nelle camere di qualche bambino, e ti giuro, sono stai tanti, non mi faccio mai vedere subito in faccia, perché voglio che la vostra paura sia talmente tale da non farvi riprendere più -
    Decise di parlargli, non poteva star zitto, doveva dirgli qualcosa, magari lo avrebbe potuto spaventare o costringerlo a farlo andar via a gambe levate.
    - Perché non sparisci e basta? -
    -Ah, ma allora parli? Mi era sembrato di aver sentito qualcosa prima, ma non avevo avuto il piacere di avere un vero dialogo con te, dai chiacchieriamo un po’. Prima di portarvi via, vi racconto sempre qualcosa di me.  Dimmi, da cosa vuoi che inizi?-
    -Voglio solo che tu te ne vada e basta-
    -Questo credo sia impossibile, almeno non subito. Mi dispiace, credo che dovrai chiedermi qualcosa di me-
    - E va bene, da dove vieni? Cosa vuoi da me? E soprattutto perché se qui-
    -calma, calma, troppe domande. Allora, beh dirti chi sono non è per niente facile. Non ho un viso ben definito. Posso essere chiunque io voglia. In genere assumo l’aspetto della persona che voi amate di più e che sentite più vicina a voi. Dimmi, per te chi è?-
    -Non te lo dirò mai-
    -ahahha saggio. Ma io lo so già, io so tante di quelle cose, che non immagini neanche. Comunque dicevo, il mio aspetto è abbastanza strano, in genere sono fatto d’ombra e di paura, oscuro, nero come la morte e non ho dei veri e propri occhi. Vedo grazie alla mia mente. Siete voi che mi permettete di vedere ciò che voglio. Con la vostra fantasia mi permettete di entrare nel vostro mondo, accucciarmi sotto ai vostri letti e cibarmi delle vostre paure più infantili.  Mi chiedevi da dove vengo? Da nessuna parte e da qualsiasi posto. Puoi trovarmi qui in una notte di freddo o di forte vento, ma allo stesso tempo ci sono sempre stato. Da quando avete imparato a credere ai fantasmi e ai demoni.  Voglio vedere fin dove arriva la tua paura o il tuo coraggio. Sono qui perché in questo momento non potrei essere in nessun altro luogo. Non poso andare via. Non ancora.  Soddisfatto? -
    -No, non voglio dover sentire le tue parole, che fuoriescono da quella tua bocca disgustosa, voglio solo che tu torni da dove sei venuto-
    - Caro bambino, io non ho un posto fisso. Prima di venire da te ho passato trecento anni in un’altra casa, dove c’era un altro bambino che però viveva con delle zie. E come mi son divertito con quella famiglia. Adesso ho voglia di divertirmi con te, con voi. Quindi rimarrò quanto voglio.-
    Era assurdo credere a quella conversazione. Stava parlando con qualcuno che non esisteva, che non aveva un vero volto, che doveva esistere solo nei romanzi horror o nei film che guardava di nascosto dove c’erano zombie, vampiri, creature demoniache. Ma non nella realtà. Stava forse sognando? Delirando? Eppure non poteva essere. Lui sentiva quelle parole, quella voce che lo faceva così tanto temere, e poi la mamma che era entrata in camera senza poterle nemmeno dire che aveva bisogno di lei, che non si trattava di un mostro immaginario ma di un vero incubo.
    Il silenzio fu interrotto dalle parole del mostro che non rinunciava a chiudere la bocca almeno una volta.
    -Temo che il mio tempo qui sia finito, adesso me ne andrò per sempre. Contento? -
    Non sapeva se rispondere che sì, era contento, o se rimanere zitto per non dire qualcosa che magari lo avrebbe messo in pericolo. Come per esempio dirgli che doveva andare al diavolo. Se gli avesse detto quelle cose, forse lo avrebbe fatto arrabbiare e lo avrebbe fatto rimanere lì ancora per molto tempo! Decise di star zitto, assolutamente zitto senza emettere nemmeno un suono.
    Attese qualche momento, sentì soltanto un rumore come di qualcosa che strisciava e si allontanava, finalmente, dal suo letto, per dirigersi fuori, forse verso la finestra o comunque lontano dalla camera. Era convinto che l’incubo stesse finendo, grazie a Dio. Forse si sarebbe addormentato e l’indomani la mamma l’avrebbe svegliato con un bacio e con la sua colazione preferita.
     Latte con miele e biscotti al cioccolato.
    Sentì un rumore e nel girarsi per vedere cosa stesse succedendo, vide la porta aprirsi e immediatamente saltò in piedi diretto verso quella direzione, in cerca di aiuto.
    Chiamò ad alta voce -Mamma, mamma !-
    Ma , invece di sentire la sua voce rispondergli dolcemente, dicendogli che si era alzata perché non riusciva a dormire a causa di altri rumori, non sentì nulla. Vide soltanto una figura strana, ma enorme. Gli sembrava un essere deforme con due teste giganti che arrivavano fino a terra e da cui fuoriuscivano sangue e sostanze chimiche, che al contatto con il terreno scioglievano qualsiasi cosa incontrassero.  Indietreggiò con la bocca spalancata, andando a sbattere contro il letto, ma senza avere la forza e il coraggio di sedersi o coprirsi con qualcosa. Rimase immobile, interdetto, Inerme e assolutamente privo di iniziativa.  Intanto il mostro, che aveva lasciato evidentemente il suo rifugio sotto al letto mostrava ora il suo viso, e nel vederlo, il bambino rimase non solo spaventato ma soprattutto scioccato.
    Perché quella faccia era ben conosciuta, e l’aveva vista appena un ora prima quando aveva parlato con sua mamma chiedendole di poter dormire con lei. Adesso il mostro si vedeva benissimo,  con le sue lunghe zampe pelose, con le due teste che si guardavano e ringhiavano e ridevano mentre sbavavano sporcando i tappeti, lasciando scie schifose sul parquet che ormai era distrutto. Ormai era ad un passo dal bambino che non si sarebbe mai più ripreso da quello shock, e forse non sarebbe nemmeno riuscito a sopravvivere a quella notte dannata.
    Aveva visto che non aveva degli occhi normali, o meglio, non li aveva proprio. Aveva solo dei buchi neri, come se stesse guardando delle fosse enormi scavate da mille demoni infuriati che non attendevano altro che saltar fuori e catturare più bambini possibili. Il demone rideva mentre si avvicinava sempre di più, tanto che ormai erano vicinissimi, a tal punto da potersi toccare, ma nel guardarlo bene, avendo le sue pupille sbarrate e attaccate a quei due fori neri, non vedeva un mostro sconosciuto, bensì sua madre.
    Questa scoperta lo fece quasi svenire, mentre il mostro, vedendo che la reazione del bambino era stata quella che aveva sospettato e voluto fin dall’inizio, rise di gusto e si lanciò contro di lui quasi soffocandolo. Il bambino ormai si ritrovava sul letto, con un peso enorme sul corpicino esile e delicato. Non riusciva quasi più a respirare e, mentre cercava di morsicarlo per liberarsi, lo guardò ancor meglio nel volto e vide chiaramente i lineamenti della mamma. Come aveva fatto ad impossessarsi di lei? L’aveva forse uccisa, ma quando? Lei era sempre stata nella sua camera al sicuro, mentre il mostro era rimasto sempre con lui, senza abbandonarlo mai un minuto.
     Non doveva perdere tempo nel cercare la verità, doveva invece fare in modo di vendicare la mamma, salvarsi la vita e sconfiggerlo una volta per tutte. In realtà non aveva la minima idea di chi fosse quel demone, se fosse fatto di carne vera o fosse solo fumo, vapore e qualsiasi altra sostanza che al solo tocco con il bambino sarebbe sparito. Forse era evanescente, magari con qualche formula magica lo avrebbe potuto annientare, poteva chiudere gli occhi come aveva fatto già tante volte quella stessa sera, e immaginare che fosse tutto un incubo, svegliarsi con la mamma accanto che lo cullava tra le sue braccia. Mentre rifletteva ad occhi chiusi, il mostro iniziò ad urlare mutando d’aspetto, diventando ancora maggiormente lugubre.
    -Hai visto il mio volto adesso? -  E mentre pronunciava quelle parole la sua voce era rauca, come se avesse inghiottito qualcosa di molto grosso e non lo avesse mandato giù bene.  La sua voce era terrificante e gli provocò  dei brividi su tutto il corpo.
    - Mi hai guardato bene? Non sono poi così tanto terrificante non trovi? Sono solo la tua mamma, avanti dammi un bacio! Vieni dalla mamma che ti abbraccia come fa sempre! –
     Ma, nonostante quell’essere in effetti fosse la fotocopia esatta di sua madre, non doveva assolutamente avvicinarsi, quello era solo un tranello, non doveva cedere perché altrimenti per lui sarebbe stata la fine.
     Decise invece di toglier fuori tutto il coraggio che forse fino a quell’istante aveva tenuto nascosto, e urlando con tutto il fiato che aveva in gola, si dimenò cercando di sollevarsi in piedi, ci riuscì, si lanciò contro quell’essere diabolico che ora era molto più alto di prima. L’essere continuò ad urlare e in quel momento il bambino sperò, con tutto il cuore, che il vicino lo sentisse, così da poter chiamare la polizia e venire a soccorrerlo. Ma non sembrava averla sentito nessuno, forse perché quelle grida non essendo umane non potevano essere udite da tutti, e anche perché a quell’ora il vecchio Willie stava sicuramente dormendo. Quell’anziano signore, a ricordar bene, era anche sordo e aveva acquistato da poco un apparecchio acustico che gli permetteva di sentire un po’ meglio i suoni e le voci, ma non riusciva ancora a captare bene le grida in lontananza. Quindi non doveva aspettarsi niente da nessuno, doveva semplicemente farlo fuori da solo. Un bambino di sette anni che solo per aver commesso una bravata, ora si ritrovava da solo con un uomo ( un uomo davvero?)  che doveva assolutamente annientare.
    Mentre il mostro continuava a crescere di statura, il bambino aveva già calcolato solo con gli occhi, la distanza che c’era tra il corpo dell’essere e la finestra, quella che dava sul giardino e sul vecchio albero semi-umano.  Se fosse riuscito a farlo indietreggiare di qualche metro, forse solo due o tre, e guidarlo verso la parte sinistra della camera, sarebbe indubbiamente riuscito a farlo cadere giù facendolo precipitare nel terreno freddo. L’altezza sarebbe stata sufficiente a procurargli una morte fatale o perlomeno una caduta tale da indurlo a non potersi più rialzare. Inspirò profondamente, iniziò a correre verso sinistra e, grazie al cielo, vide che il mostro lo seguiva in quella direzione, rendendogli il  tutto molto più facile.
     Quando si rese conto di averlo portato nell’esatto punto da lui calcolato, lo spinse indietro, cercando di strattonarlo e, usando le unghie, cercò di graffiarlo sul viso, a malincuore perché  vedeva sempre quel volto dolce della mamma. Le grida si alzarono sempre di più, ma cercando di non guardarlo in faccia, il bambino spinse più forte che poteva, finché sentì il vetro infrangersi  in mille pezzi e il mostro che gridando precipitava giù, sempre più giù, verso la terra fangosa. Non guardò subito, rimase qualche secondo fermo, a fissare il pavimento, come scioccato per tutto quello che gli era successo e per quello che era riuscito a fare poco prima. 
    Poi si sporse e vide soltanto una donna di circa trent’anni, che giaceva al suolo priva di vita. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca macchiando le sue labbra di un rosso acceso, come il rossetto che tante volte aveva usato.  A quella vista, iniziò a gridare senza sosta e perdette i sensi poco dopo, riversandosi sul pavimento e sbattendo forte la testa.  Fu trovato e soccorso la mattina seguente dal padre, che lo prese in braccio e lo portò immediatamente al primo ospedale più vicino. Si riprese dopo qualche ora, dopo aver dormito e preso alcuni antidolorifici. 
    Quando la polizia lo interrogò per chiedergli cosa fosse accaduto quella notte, rispose di non ricordarsi quasi nulla, a parte di aver fatto cadere un mostro vestito di nero giù dalla finestra. Forse l’ingenuità, forse la botta ricevuta quella notte e i postumi di una orrenda giornata, non gli permisero di capire in quale guaio si fosse ormai cacciato da solo.
     
    Epilogo:   ( da una pagina di diario del signor Dave )
     
     
     
     
                                                                                                                            12 Febbraio 1989
     
    Sono qui in questa camera, completamente isolato da resto del mondo. Non esco da mesi, non ho più alcun contatto né con mio padre e né con i miei parenti. Non so bene perché mi trovo qui, l’ultima volta che ho messo piede fuori da questa prigione, è stato quando due uomini grossi con una divisa azzurra mi hanno preso con la forza quasi fossi un pericolo pubblico, mi hanno portato in una sala dove c’erano tanti giudici e mi hanno trattenuto per tante ore. Poi mi hanno riportato qua. Ma è da tanto tempo che conduco questa vita. Non so più che fine abbia fatto mia madre, non mi dicono niente. Da poco mi è capitato di aver sentito, origliando da una piccola crepa,  che due agenti si lamentavano ed erano preoccupati, dicendo che forse sarei dovuto essere messo in un’altra stanza, trasferito in un’altra casa. Ma io non ho idea d dove mi trovi, so solo che non posso guardare la tv, mi vietano di portare con me un coltello o qualsiasi oggetto tagliente. Mi hanno persino tolto le mie scarpe da ginnastica con i lacci, sostituendole con un altro paio diverso. Dicono che sono pericoloso.
    Sto impazzendo, intorno a me vedo solo muri bianchi imbottiti, morbidi. Non sono le pareti di una stanza normale, questa non è la mia casa! Quando ero piccolo vivevo in una casa bellissima con una mamma altrettanto bella e dolce, ma non so perché quella bella vita sia finita in un attimo. Ero troppo piccolo per ricordare. Qua alcuni dicono di avermi sentito parlare nel sonno, di aver raccontato di un uomo nero, dicono che è meglio se io dorma per terra, non è consigliabile che io stia solo con un letto vicino a me.
     Ma dico, un letto ?? Cosa può mai significare?? Credo che qui siano tutti pazzi. Mi manca mia madre, anche se sono un uomo ormai, non potrò mai dimenticare il viso dolce della mia cara mamma. Credo che l’abbiano uccisa questi due uomini che vegliano sempre su di me, appena dietro la porta. Credono forse che io  sia un criminale o un pazzo assassino?  Adesso devo andare, stanno aprendo la porta, sento le loro chiavi mentre rompono il silenzio continuo che veglia su questa dannata camera schifosa. Mi sembra di vedere una nuova figura, forse è un dottore che non ho mai visto, perché mi sembra di aver scorto una divisa nera, e, aspettate un attimo, quegli occhi!
    Anzi quei due buchi privi di vita! Ma.. non può essere.. quella è mia madre! Mi è mancata così tanto, anche se non riesco a capire perché abbia questi tratti così terrificanti. Andrò ad abbracciarla e finalmente staremo assieme.
     
                                  Questa è la prima ed unica pagina di diario rimasta intatta dopo che l’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato Dave,  rimanesse completamente deserto. È da più di dieci anni che ormai non vi lavora più nessuno, ormai è meta turistica di alcuni drogati o dei più curiosi che continuano a raccontare in giro che si trovino ancora le anime sperdute di tutti  i pazienti malati di mente e di chi ci lavorava. In quel lontano Febbraio il paziente Dave diede di matto e non riuscirono a calmarlo nemmeno le medicine che prendeva di solito. Ammise di aver visto sua madre, che in realtà era morta proprio a causa sua molti anno prima,  sotto le sembianze di un mostro terrificante. Scappò dall’ospedale non prima di aver massacrato con l’aiuto di qualcuno molto più robusto di lui, e di cui non si è mai saputa l’identità,  tutti i medici, le guardie e il personale dell’edificio. Ancora oggi rimane aperto il fascicolo riguardante il massacro di tutte quelle povere vittime, e se qualcuno avesse per caso visto un uomo di mezza età avventurarsi senza meta nelle vie di Farender City, è pregato di rivolgersi alla polizia.
     
     
     
                                                               Tre mesi dopo: Dal quotidiano locale di Faerender City:
                                                                              L’incubo che ritorna?
          Ancora vittime, ancora dolore e lacrime nella povera cittadina che sembra  non trovare più pace
     
    Trovate prive di vita nella loro dimora trenta persone, venti bambini e dieci adulti. Il Killer, che per ora rimane senza volto, pare si nasconda sotto i letti delle vittime più piccole, aspetti che i genitori vadano a dormire, e costringa i  minori a lanciarsi dalla finestra. È un fatto agghiacciante, che lascia la comunità priva di parole e con un senso di orrore e sgomento. La polizia collega questi delitti al tremendo massacro di tre mesi fa avvenuto nel grande ospedale della zona. L’assassino è ancora libero e finché non verrà catturato, la città non dormirà notti tranquille.
                                                                                                  Articolo di Mendery Welles
     
     
     
     
     
     
    Manoscritto ritrovato dopo venti mesi da un ragazzino di soli dieci anni mentre tornava a casa.
     
     
    ‘Sono vivo, sono riuscito a scappare e nessuno sa che l’assassino sono io. È fantastico, sono riuscito finalmente a ricostruirmi una vita e ritrovare la libertà che mi avevano tolto tempo fa. Non so bene quale sia il mio passato, sono tornato nella mia vecchia casa, ho trovato la finestra ancora rotta, quella che dava sulla mia camera, e ho portato via un po’ di cose.  Credo che continuerò ad uccidere un sacco di persone,soprattutto bambini, Non so bene perché, ma sono spinto da una forza oscura che mi incita a fare del male per poter ottenere la salvezza. Più riesco a mietere vittime, e più riuscirò a nascondermi sempre di più dalla polizia. Chi troverà questo scritto potrà benissimo  ritenersi spacciato. Io so sempre chi legge le mie parole, e una volta fatto questo ha due opzioni, O sceglie di morire o di unirsi a me e lui.’
     
    Il bambino che ha ritrovato quel foglio è sparito dalla cittadina appena dieci minuti dopo, il pezzo di carta  scomparso dalla faccia della terra e le morti sono aumentate sempre di più, giorno dopo giorno. E così sarà sempre,  perché Dave continuerà a mandare messaggi, i bambini incuriositi li leggeranno e si uniranno a lui, se non vorranno morire.
    Ogni tanto, quando qualcuno si ritrova da solo per le vecchie vie di Faerender City, sente la presenza di qualcuno  che continua insistentemente a seguirlo, ma quando si gira per accertarsi che non sia altro che stupida superstizione, gli sembra di scorgere un ombra nera che ne precede altre dieci, venti, mille nere che attendono solo di avere la loro razione giornaliera di morte.
    L’uomo ride davanti a milioni di stelle, mentre, ripensando a quel lontano giorno in cui aveva sporcato il tappeto di sugo, si lascia accompagnare a casa dall’unico amico che non l’ha mai abbandonato.
    -Pronto?-
    Mostrò i lunghi denti affilati.
    -Si, pronto-
    -Si torna a casa allora-
    Ride  e lo avvolge nel suo mantello di morte, per sempre.
    Per sempre.
    Casa dolce casa, e sotto al letto non è vero che c’è solo  polvere.
     
     
    L’equivoco di Jeremy Hed
     
     
    La sera del 13 dicembre, Jeremy Hill vide qualcosa che non avrebbe mai scordato. Dalla finestra della sua camera, al secondo piano di una dimora fatiscente lungo Silver River, vide una miriade di corpi che camminava senza sosta, che correva, si dibatteva da ogni lato come se stesse cercando qualcosa. 
    Gli faceva male la testa, gli dolevano le gambe e le braccia, si sentiva indolenzito. Un po’ come quando si esce a tarda notte e non ci si copre bene, consapevole che la mattina seguente ci si sentirà a pezzi.  Forse aveva la febbre, forse si sentiva male a causa del troppo stress di quegli ultimi periodi, fatto sta che quei corpi  erano lì di fronte a lui.
     La vita fuori da quella  casa era un inferno. Bambini che correvano, che giocavano con i propri cani, che inseguivano i gatti, tutto quel rumore, quel casino. Era troppo!  E poi avevano quei visi così strani… Quei ghigni così malefici e sinistri... Lui era lì, chiuso nella sua camera, al riparo dal resto del mondo. Cosa stava succedendo là fuori? Si guardò le mani, cercò uno specchio per poter capire se avesse le occhiaie, ma non lo trovò subito. Scostò una delle tende rosse che pendevano con noncuranza da un vetro sporco, e cercò di sbirciare fuori, per  la seconda volta. Ancora gli stessi visi accattivanti.
    Vide il volto di una signora di mezza età, mentre incuriosita si voltava verso quella finestra da cui poteva scorgere  un uomo sui quarantacinque anni, evidentemente in stato di shock e malattia. Non appena incrociò il suo sguardo, la vecchia signora urlò come se avesse visto il demonio in persona, e rischiò di perdere  l’equilibrio finendo distesa terra, poi abbandonò le buste che teneva in entrambe le mani e scappò a gambe levate.
    Dalle buste uscirono  fuori due confezioni di uova, di quelle grandi, una lattuga chiusa dentro una bustina trasparente, e due confezioni di Valium. Non si curò minimamente della fine che fecero successivamente quei prodotti, né del fatto che le sarebbero serviti per la cena di quella sera e per i suoi dolori lancinanti.
     Scappò semplicemente, portandosi entrambi le mani nei capelli, quasi strappandoseli e cercando di arrivare il prima possibile nella sua abitazione, cercando riparo.  Non era normale quel comportamento, no.  Dal momento in cui si era accorto che il mondo aveva subito un tremendo cambiamento, quella era la prima volta che  vedeva una scena del genere. Una vera e propria crisi isterica, un eccesso di nervosismo misto a confusione e stress.
     Perché una donna normale avrebbe dovuto assumere un atteggiamento simile?  Spostò la tenda, in modo da non poter essere visto da nessun altro, e si sedette sul letto, guardandosi le mani. Le girò  in modo da avere i palmi proprio davanti agli occhi, e dio, come gli tremavano. Non aveva mai tremato così tanto in vita sua. Nemmeno quando da piccolo era scappato in preda ad un misterioso delirio nel cuore della notte,  quella volta che era capitato per caso nei pressi della vecchia villa della più anziana del paese. Quella vecchia strega. Ma ora era grande, era diventato un uomo, e quel tremore non era normale, no.
     C’era qualcosa di anomalo nell’aria, non solo in tutto il suo corpo. Qualcosa che sapeva di putredine e di paura. La paura di non riuscire a capire cosa sta succedendo, di non poter controllare la situazione, di rischiare di morirne addirittura. Non pensò nemmeno all’opportunità di uscire fuori, di dare un’occhiata da vicino… no, non l’avrebbe fatto, mai. Sarebbe stato troppo pericoloso, non poteva rischiare di essere visto o di essere preso di mira… Per cosa poi? Lui non era un uomo normale? Se veramente c’era qualcuno che avrebbe dovuto prendere di mira qualcun altro,  quello era proprio lui. La fuori stava succedendo qualcosa che non si vedeva forse da oltre mille anni, dall’epoca dei dinosauri forse.. Non era forse  una di quelle scene che sarebbero piaciute ai registi dei film horror? 
    Un uomo si alza al mattino, scosta la tendina della sua camera, e vede un mondo parallelo al suo, da temere, da evitare.  Si alzò dal letto, controllò l’orario e un forte rumore proveniente dalla porta lo fece sussultare, costringendolo a sbarrare gli occhi e a dimenticarsi completamente di quello che stava per fare. Il cuore iniziò a battergli forte, per paura e forse a causa di un innalzamento della temperatura corporea dovuta alla forte febbre che era certo di avere. Si avvicinò e sentì grattare alla porta, non in modo esageratamente forte, ma abbastanza da procurargli un leggero scossone e farlo indietreggiare velocemente.  Pensò che forse era qualcuno che aveva bisogno d’aiuto, forse la vecchia signora vista poco prima, ma non avrebbe voluto rivedere quel volto minaccioso, mai.
    Eppure fece quel che poi forse avrebbe ritenuto essere uno sbaglio, un errore madornale.  Abbassò la maniglia e senza aver nemmeno il tempo di capire bene chi ci fosse al di fuori della casa, si ritrovò con un corpo apparentemente privo di vita in braccio. Era una ragazza dai capelli corvini e lunghi, gli occhi di un celeste così chiaro da poter quasi scorgere una luce demoniaca all’interno, eppure il sorriso della giovane era rassicurante, quasi allietante. Tenere quel corpo in braccio non era né rassicurante, né piacevole. La ragazza, nonostante fosse magra, aveva un peso consistente, quindi decise di poggiarla per terra e mentre cercava di proteggerle il capo con la propria mano, la sentì tossire e agitarsi, quasi fosse preda di una convulsione.
    - Dove mi trovo? C… chi sei? Perché sono qui?-
    - Shhh. Stai calma… io…  non so chi sei... ho sentito che grattavi alla porta, ti ho portato qua per farti stare al sicuro… fuori sta succedendo qualcosa di molto, molto strano -
    La ragazza cercò di mettere meglio a fuoco, per capire con chi avesse a che fare, ma proprio quel viso che gli si parava dinnanzi, quel corpo robusto ma allo stesso tempo così troppo decadente, non le ricordava nulla. La traumatizzò il fatto che quell’uomo fosse l’unico ad averla soccorsa, che si fosse reso conto che aveva sicuramente bisogno di aiuto. Le pulsava la testa, in una maniera talmente forte da non lasciarla in pace neanche un attimo, nemmeno quella frazione di secondo in cui forse avrebbe visto che quello stesso uomo di cui stava parlando era lo stesso che ora, a soli cinque metri da lei, nell’antibagno, imbrattava entrambi gli asciugamani del suo stesso sangue. 
    Stava avendo un esagerata emorragia al naso, e ciò che lo preoccupava era prima di tutto il fatto che non aveva ricevuto colpi, e successivamente il fatto che  non era normale sanguinare per cinque minuti di seguito, senza che il flusso non riuscisse da solo ad arrestarsi. Stava andando tutto storto. E non solo adesso che aveva deciso di aiutare quella ragazza, no, dal momento in cui aveva scorto quella donna che lo guardava con fare minaccioso e preoccupato allo stesso tempo. Si girò e vide la ragazza ferma dietro di lui, sulla porta
    -Che ci fai qui? Dovresti stenderti.. il letto è pronto.. se hai bisogno di qualcosa ti preparo una camomilla, una tisana , vuoi? -
    Non disse niente, lo guardò semplicemente come se di fronte a lei non ci fosse un uomo, ma un assassino. Cos’era quel sangue? Si era reso conto che sembrava avesse appena ucciso qualcuno?
    -Oh,-  disse lui, e mentre pronunciava quella sola parola, continuò energicamente ad annaspare e provare a fermare il flusso copioso. La voce risuonò quasi ovattata, lontana. -Non aver paura, è solo un momento, passerà. Mi è già successo varie volte, anche se devo ammetter che questa è la peggiore, ma passerà presto, tu pensa solo a stenderti, ok?-
    Lei non riusciva proprio a staccargli gli occhi di dosso, e non certo per ammirazione o amore, ma per il semplice fatto che tutta quella situazione era assolutamente incredibile. Non si conoscevano, lei ricordava a mala pena il suo nome, non riusciva a capire perché avesse cercato aiuto proprio in quella casa, finendo chissà dove, mettendo magari in pericolo se stessa e l’uomo che aveva di fronte.
    Dopo quelli che sembrarono minuti interminabili, finalmente decise di aprir bocca e provare a dialogare con lui.
    - Io.. non so nemmeno di cosa ho bisogno, davvero.. ho visto solo che  qua avrei potuto trovare un riparo per la notte. Io credo di aver sbattuto la testa e non penso di riuscire a tornare a casa, mi sento debole.. -
    E mentre lo diceva si portò una mano verso la fronte scuotendo la testa a sinistra e a destra, dolcemente, quasi cullandosi  da sola. Jeremy pensò che era proprio il caso di metterla a letto, coprirla bene e farle trascorrere la notte intera da lui, magari anche la notte successiva se fosse servito a farla star meglio. Si, si sarebbe preso cura di lei, della sconosciuta che aveva graffiato alla sua porta.
    - Senti, io ora credo di stare un po’ meglio, il sangue si sta asciugando e il flusso si sta arrestando del tutto.. vado in cucina, tu intanto sistemati per bene.. se le coperte non bastano e senti troppo freddo ce n’è una pila intera nell’armadio grande, quello a sinistra della scrivania, va bene? -
    -si... grazie… non credo di capire qualcosa riguardo questa sera, ma ti ringrazio davvero...-
    -beh, io non riesco a capire niente riguardo stanotte.. credimi.. ma ho capito una cosa importante…-
    Lei lo guardò sbarrando gli occhi,quasi impaurita.
    -cosa?-
    - beh, che sei diversa da tutti-
    -da tutti chi?<<
    -Da tutti loro…-
    -Credo di non riuscire a capire di cosa stai parlando davvero.-
    Jeremy si liberò dell’asciugamano, mostrando ciò che rimaneva dell’emorragia, e davvero, non era una bella scena. Tutto quel sangue che si asciugava e incrostava, la stranezza delle circostanze in cui era accaduto quell’incidente. Non vi era una sola cosa che fosse al posto giusto. Era come un puzzle con le tessere posizionate al contrario, o andate perse addirittura.
    <<Quello che intendo è che non sei come loro.. ho visto quei visi strani.. ho visto come ti fissano quando cerchi di guardarli solo per studiarli un po’.. e ho visto anche come riescono a farti sentire piccolo piccolo rispetto a loro<<
    La ragazza, che ancora non si era nemmeno presentata, continuò a non capire, a percepire una stranezza incredibile, ma cercò di non soffermarsi troppo sue queste paure infantili. Era un po’ come avere il timore di attraversare il corridoio della propria casa solo perché era andata via la luce, ad aver paura dell’uomo nero che si nascondeva dentro l’armadio. Ma tutte quelle paure erano prive di consistenza.. erano futili.. Proprio come questa. Si poteva temere un  uomo gentile solo perché aveva del sangue che gli fuoriusciva senza un apparente motivo? No. Era cresciuta, non era più quella ragazzina che correva quando andava al bagno per ritornare il più presto possibile nella cucina, che ovviamente, come in quasi tutte le menti adolescenziali, era il luogo più sicuro della casa. Non poteva tornare indietro nel tempo e rigettarsi nel turbine di quegli orrori privi di fondamento. Non doveva e non voleva.
    Cercò di sorridergli e deglutendo, cercando di non far capire all’uomo che aveva davanti tutta la sua agitazione, cercò di non perdere la ragione, di non farsi sopraffare dal timore di essere finita in una casa di pazzi.
    << Beh.. io non ho visto niente di strano..
    <<Cosa?
    Si posizionò proprio di fronte a lei, guardandola negli occhi, e la ragazza, in quell’esatto momento capì che in quello sguardo non vi era niente di buono o piacevole. Erano le iridi di un folle, senza ombra di dubbio.
    Le poggiò le braccia intorno alle spalle, quasi confortandola, e lei impercettibilmente spostò lo sguardo su quelle mani che la stringevano qual tanto da farle provare un brivido di repulsione immediata.
    << Come fai a non capire che fuori c’è l’inferno eh?<<
    L’inferno. Non aveva detto che la fuori c’era un forte caos, un temporale, una depressione collettiva, no. Aveva proprio detto che al di fuori di quella cornice idilliaca, si stava consumando una tragedia. Ma perché non si era resa conto di niente? Forse il suo malessere l’aveva talmente resa cieca da non farle distinguere il bene dal male? Ma era davvero possibile? A questo punto c’era da domandarsi se non fosse lei quella da definire ‘pazza’.
    Si allontanò senza preoccuparsi della reazione dell’uomo che si trovava ad un passo da lei.
    <<Io non credo che la fuori ci sia l’inferno, credo soltanto che sia successo qualcosa di brutto, come un tornado, un malessere generale, ma non credo che dovresti esagerare così, non ti farà di certo bene pensare che fuori da queste quattro mura si stia consumando una tragedia. Così diventerai pazzo! Lo capisci?<<
    Lui sorrise e pian piano le si avvicinò, accarezzandole il volto.
    Lei lo guardò con gli occhi sbarrati, il cuore le batteva talmente forte da toglierle il respiro, e non riuscì più a staccare il suo sguardo vitreo da quello del suo nuovo amico.
    << Tu.. tu non hai colpe.. ma nemmeno io le ho.. <<
    Il respiro era talmente agitato che era sicura di svenire li, cadendo tra le braccia di quell’essere indubbiamente indemoniato. Non riusciva a muoversi, a spostarsi di un solo millimetro. Non poteva far nulla, non poteva nemmeno pensare di agire subito! Era la sola vittima di quella macabra situazione
    Proseguì il monologo privo di senso, rivolgendosi a lei come ad una musa ispiratrice, tenendole il capo dolcemente con le mani sporche di sangue. Quell’uomo si stava sciogliendo, oppure stava avendo un emorragia interna. ( Ma le emorragie implicano dei tagli, lo sai vero? )
    Lo sapeva, ma non voleva sapere la verità. Non voleva pensare che avesse di fronte un morto, un essere venuto da chissà dove. Lei era finita dritta dritta nella tana del mostro, senza che ne avesse colpa.
    <<….. Io non riesco a controllarmi, non vorrei farti questo, ma non ho altra scelta…..e poi là fuori non è rimasto niente… <<
    La condusse con forza verso la finestra, facendole male, incurante del fatto che la ragazza stava per crollare li su quel tappeto ormai sudicio. Non gli interessava la sorte della giovane, a lui dispiaceva solo di non averla potuta incontrare prima, di non aver potuto assaporare la sua gioventù, di non averle potuto dedicare tutto il tempo che avrebbe meritato un così bel bocconcino.
    Davanti a loro, a lei soprattutto,  si parò un immagine degna dell’Apocalisse. La fine del mondo era ai loro piedi, e loro non potevano far altro che fissare nelle mente quelle istantanee così vive e truculente.
    << Adesso, hai capito cosa sta succedendo?<<
    Lei non rispose, non lo fece più. Ormai la lingua, la bocca, ogni muscolo facciale aveva perso vitalità e aveva deciso di sprofondare in un mutismo incurabile. Continuò per alcuni minuti a fissare quelle immagini vive, quelle persone che di vivo invece non avevano proprio un bel niente. Ne vide una che la guardava con quegli occhi vuoti e neri, mentre si leccava le labbra e posava le mani sporche di terra e sangue, mista a lombrichi e mosche, sul vetro che era il solo a dividerla dalla morte che incombeva.
    Si volse leggermente verso il suo ‘ inquilino tanto adorato’ e non fece in tempo a cercar di riprendere l’uso della parola, perché lui le era già addosso, pronto a sbranarla come aveva tanto desiderato fare fin dal principio. Se solo avesse potuto scorgerlo ancor meglio, non l’avrebbe più riconosciuto, perché ormai non aveva niente del vecchio Jeremy. L’unica somiglianza possibile sarebbe stata con quella della donna che l’aveva fissata con quell’aria da chi non mangiava carne umana da molto tempo. Troppo.
    Il sole stava tramontando, e un altro giorno andava nascendo, li su quella casa, su quella valle. La valle dei non morti. La valle di chi non ha più niente da perdere e da sperare.
     
     
     
    Al posto loro
     
     
    Fa tanto freddo, ho il sangue che ormai si è congelato. Sento di esser stata rinchiusa dentro un frigorifero, o un freezer addirittura. Non riesco a muovermi bene, cero di alzarmi perché voglio scoprire dove  realmente mi trovo.
    Non oso immaginare chi può essere stato il mostro che mi ha fatto questo, non ricordo di aver mai avuto qualche nemico, o qualcuno a cui ho fatto mai un semplice torto.
    Aspettate un attimo! Mi sembra di sentire delle voci, no anzi, è qualcuno che urla. Si sente indistintamente una donna che chiama il proprio uomo e sembra volersi proteggere da qualcuno. DA QUALCOSA.
    Non posso bloccarmi qui, devo per forza uscire e, se necessario, aiutarli. Aiutarli tutti, si tutti, perché adesso le grida si sono intensificate e moltiplicate e fuori ci saranno almeno trenta persone che chiedono aiuto.
    Cosa sta succedendo? Forse qualcuno mi ha drogata, messa qua dentro per non scoprire la verità?
    Ho fame maledizione! Ma non c’è niente da mettere sotto i denti!
    Io sono vegetariana e anche se avessi di fronte a me della carne, preferirei morire, piuttosto che cibarmi di animali morti.
    Spero che chi mi ha messo qui conosca bene le mie preferenze e i miei modi di vivere, che abbia avuto la pietà di lasciarmi qualcosa da mangiare, perché penso che potrò resistere ancora per poco.
    Lo stomaco inizia a brontolare sempre più forte, mi accascio a terra e, dunque, i miei tentativi di alzarmi e fuggire sono assolutamente vani.
    Almeno per ora, perché ovviamente non mi darò per vinta, no questo mai.
    Ho sempre combattuto e lo farò anche adesso, nonostante le mie gambe siano insensibili e non riesca a trascinarmi per tre metri di fila. Cosa mi avete fatto eh? Bastardi! Se dovessi raggiungervi e acchiapparvi.. io.. io..
    Io cosa? Devo smetterla di parlare a qualcuno che potrebbe essere lontano, morto, o addirittura inesistente.
    Magari ho perso la ragione e mi son chiusa qua dentro, son svenuta, e ora me la prendo con gli altri.
    Gli altri che non mi stanno nemmeno pensando, e anzi, stanno raccogliendo pensieri e forze per andare via, per mettersi sicuramente in salvo.
    In salvo da cosa?
    Lo scoprirò presto.
     
    Dio, ho tanta fame!
     
    Il peso del mio corpo tende a farmi cadere ad ogni passo che faccio  nonostante sia abbastanza magra, e sento come se i miei piedi siano tenuti ben stretti da una fune e poi qualcuno stia tirando, compiacendosi della sua vittoria, e quindi, della mia fine.
    Riesco, urlando dal dolore, ad issarmi in piedi ma non ho le forze per rimanere dritta ed essere vigile nel caso qualcuno mi attacchi. Senza dubbio presto morirò e forse il mio corpo verrà ritrovato tra mille anni, dagli archeologi e dagli speleologi!
    Mi sembra di vedere una forte luce provenire dalla lunga cavità davanti a me.. Sembra la gola di una vecchia caverna, ma dove diavolo mi hanno trasportato??
    Sento le stesse voci di prima, ora farsi sempre più vicine e attente. Quasi mi aspettano, lo sento.
    Oh finalmente forse qualcuno mi darà qualcosa da mangiare!
    Un ragazzino corre verso di me, ma riesco a vedere solo l’ombra leggera proiettata sulla parete di fronte al mio sguardo vacuo. Non vedo bene, ho troppa fame e quindi le mie risorse ed energie sono al limite.
    Avrei bisogno di un pasto sostanzioso, che mi tenga ben vigile almeno per qualche ora.
    Ma, a pensarci bene, è davvero strano perché io in tutta la mia vita non ho mai avuto una fame così esasperante!
    Nemmeno gli orsi che si svegliano dal letargo credo che abbiano la voglia e l’interesse morboso di azzannare il primo passante che capita li per caso.
    Mi sento come un animale selvatico, anzi, molto peggio, molto più selvaggia di qualsiasi lupo o tigre.
    Ucciderei pur di avere un tozzo di pane o un po’ di riso.
    Al solo pensiero di addentare qualcosa, lo stomaco mi richiama con il suo brontolio. Cercando la mia attenzione e attendendo il cibo, che non posso procurargli.
    Sbarro gli occhi nel momento in cui di fronte a me si parano diverse persone con delle armi tenute ben salde sulle loro spalle.
    Cosa volete? No, no non riesco a parlare, provo a parlargli ma emetto solo dei suoni gutturali e spaventosi.
    Del sangue mi sgorga dalla bocca, e il suo sapore metallico,m stranamente mi piace.
    Avanzo verso di loro, lentamente, e ad ogni passo che faccio, loro caricano le loro pistole, i loro fucili. Hanno addirittura le mitragliatrici e un signore di mezza età tiene in mano una granata.
    Sicuramente vogliono portarmi in salvo, darmi da mangiare e far saltare in aria questo orrendo posto.
    Penso che sia un luogo malvagio, come quelle case che solo a vederle dall’esterno ti fanno accapponare la pelle, silenziosamente ti parlano e ti sussurrano cose orribili. T i dicono che è meglio che tu vada via, se non vuoi impazzire. Ti fanno capire che se suonerai, troverai un maggiordomo privo di vita ed un pranzo non tanto succulento. Sono quei posti in cui la vita non è mai stata vissuta davvero.
    Adesso sento un forte dolore, ma non muoio. Non cado a terra come dovrebbe succedere a tutti noi. Mi hanno appena sparato all’addome eppure continuo ad avanzare verso di loro, imperterrita voglio chiedergli aiuto, voglio spiegazioni, e se necessario, voglio rimproverarli per non avermi raggiunta prima.
    Dopodichè mangerò qualcosa.
    Si, mangerò qualcosa di buono.
    Un uomo grida contro di me e mi punta il fucile dritto verso la testa, proprio sulla mia fronte.
    Le lacrime mi scendono copiose, cerco di dirgli qualcosa ma lui si spaventa, sussurra un
    <<O mio Dio, è proprio una di loro <<   e, seppure a voce bassa, proprio mentre stò per andarmene via, per lasciare per sempre questo mondo, sento un’altra voce, quella più preoccupata, di una donna di quarant’anni che al limite delle forze dice << Sparale David! Non vedi che è come loro? È una Zombie! Avanti, sparale!<<
     
     
    Il buio mi invade, non sento più il dolore allo stomaco e mentre cado, l’unico impulso che provo è quello di lacerare la carne a queste malvagie persone che ho di fronte. Non sapevo di essere un non-morto, non ho colpe di niente.  D’altra parte non posso nemmeno dire a questa gente che io in vita mia non ho mai desiderato della carne come ora, e che per colpa loro, dovrò morire a stomaco vuoto.
    Io se fossi al posto loro, non sparerei, ma purtroppo io posso stare solo al posto mio, e vi giuro che non è un posto per niente piacevole.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    L’hotel del delirio
     
     
     
    Stanza 456.  Ho deciso che prenderò proprio questa, ma non perché abbia un amore particolare per i numeri o perché mi ricordi un appuntamento, una data o altro. No, semplicemente perché se avessi scelto una camera con meno numeri, sicuramente sarei stato rintracciato con minore difficoltà.
    E io voglio lavorare in pace e silenzio.
    DO NOT DISTURB.
     
    Già dall’esterno avevo capito che quello era il posto perfetto in cui trascorrere una lunga nottata, e d’altra parte avevo un sacco di lavoro arretrato! Dovevo finire di scrivere la tragedia che cercavo di proseguire da ormai parecchi mesi, ma non riuscivo a concentrarmi. Non con Jessica al mio fianco! Quella stronza era davvero una maledetta! L’ho capito troppo tardi, ma adesso che mi ritrovo qua da solo, con la radio che passa i migliori pezzi rock in circolazione, sulla mia vecchia scatoletta d’acciaio, sto divinamente bene.
    Lei, Jessica intendo, ovviamente parlerò solo di lei.. Non ho avuto altre donne al mio fianco.. Pardon, intendevo altre donne cosi maledettamente sexy e allo stesso tempo stronze e insopportabili quanto lei. L’ho odiata e amata allo stesso tempo.
    D’altra parte non si può fare a meno della pioggia anche se poi ci si porta dietro l’ombrello, non è vero?
    Lei era una di quelle che ti rompono le scatole ogni secondo.. Togli i piedi dal letto.. Non salire con quelle scarpe!
    Quante volte me l’aveva detto? Questa casa non è un albergo!
    Beh,  adesso mi trovo al Degen Hotel, ad un passo dalla città proibita,  City of the devil.
    La città in cui si dice che spesso i turisti facciano una brutta fine.. Io non sono uno di loro, e vi spiegherò brevemente perché
    Primo: Non sono un turista
    Secondo: Non farò MAI una brutta fine
    La brutta fine l’avrei fatta se avrei continuato a sopportare Jessica.
    Quante volte mi aveva minacciato, dicendomi che se avrei continuano a sporcarle casa con le mie schifezze ( come le chiamava lei, ma io in realtà le adorava quelle bestiole)   che erano poi degli insetti,  lei avrebbe bruciato tutti i miei dattiloscritti, come se su quel fuoco non ci fosse finita tutta la mia carriera, ma solo due stupidi fogli di carta,. Vi rendete conto che affronto??!
    Questa macchina è davvero confortevole, per questo motivo sono ancora qua , seduto sul mio vecchio tesorino mentre stringo il volante per paura che mi sfugga di mano e faccia i capricci. Lei vuole che io scenda e che metta a posto ogni cosa.
    Questa notte ho dei compiti davvero particolari e interessanti. Vi ho già accennato al mio interessamento per la scrittura, bene. Non vi ho detto però che provo un amore smisurato anche nei confronti del macabro, del sangue. Credo di esser stato un ematologo in una precedente vita, ma chi lo sa.
    E, ovviamente.. Ogni interesse, ogni minima o massima predilezione verso qualcosa, tende a diventare un ossessione quando viene stuzzicato dall’altra parte. In pratica è una sorta di ‘ Non giocare col fuoco perché altrimenti ti bruceresti’
    Ecco.. Evidentemente le mie perversioni, o semplicemente le mie manie, trovano le giuste prede. Quelle persone che senza avere un briciolo di cervello o ancora meglio, il senso della misura, riescono a mandarmi il cervello in corto circuito.
    Jessica, ovviamente non c’entra niente in tutto               questo.
    OVVIAMENTE.
    Vi dico che questo albergo è davvero bello! 
    Finalmente mi decido a scendere, apro la portiera ed estraggo l’altro mio dolce tesorino. Una macchina da scrivere nera, antiquata, che era appartenuta probabilmente a mio nonno materno. Dico ‘probabilmente’ perché nessuno mi ha mai raccontato la vera storia di questo magnifico gioiellino, ma avendola trovata nella grande biblioteca di mio nonno, piena di polvere e con sopra un foglio spiegazzato in cui si riassumeva il nostro albero genealogico, beh non posso certo pensare che si arrivata da un altro pianeta.
    E si quel foglio c’era sicuramente qualcosa che avrebbe impressionato i lettori più attenti o quelle persne che non riescono ad andare al bagno  senza tentare di guardarsi alla spalle per paura che una mano con degli enormi artigli le stia per afferrare. Non sono cose che dovrebbero leggere i più suscettibili.
    Si parlava della nostra famiglia, I Valendon Certher, nobili dal sangue più che blu.. con forse qualche legera sfumatura di azzurro, a voler essere poetici. Cosa c’è di tanto interessante e allo stesso tempo pauroso nel tenere in mano un foglio così apparentemente innocuo? Beh ve lo dirò adesso. O meglio lo capirete quasi da soli.. Ma io sono qui per guidarvi in questa lunga notte, in questa lunga avventura.. E vi ho scelto perché so che mi potrete capire perfettamente.. so che avete quell’animo sensibile che vi caratterizza e vi tiene uniti a me.. come la cruna, l’ago e il filo. Il trio perfetto..
    IL TRIO.
    Esatto.. ho citato tre persone… tre cose... TRE.
    Che numero perfetto!
     
    Sul foglio, ( lasciato lì appositamente per esser trovato da qualcuno, e soprattutto da me!) si parlava di una forma di malattia mentale non ancora scoperta dai migliori psicologi in circolazione. Mio nonno Hansel ne era affetto da parecchi anni e nonostante tutto continuava a far finta di nulla, voleva tacere al riguardo, mentre in famiglia avevamo un uomo che diceva di voler uccidere la propria moglie solo perché vedeva in lei il demonio. Vi rendete conto?
    Nell’ultima parte del foglio erano elencate le varie teorie di mio nonno ( pace all’anima malata sua) secondo le quali la donna che aveva tanto amato e che considerava tanto affascinante quanto brillante, era diventata il suo nemico numero uno.
    Lui, classico uomo che prediligeva la sua biblioteca a qualsiasi locale o bettola, non avrebbe mai accettato i consigli di quella moglie che ormai era diventata solo un peso enorme, un macigno da non poter più sopportare. Non più.
    Nella pagina ( nelle ultime tre righe) si accennava  al fatto che mia nonna lo avesse minacciato, colpendolo al cuore.. nel profondo della sua anima e del suo lavoro. Lui aveva sempre dedicato la maggior parte della sua vita e almeno tre ore al giorno, alla passione per la scrittura. Non vedete qualche rassomiglianza con il mio modo di fare?  Vizio di famiglia!
    Mia nonna voleva che lui uscisse almeno qualche sera, oppure che guardasse le meraviglie del cielo attraverso l’enorme telescopio che gli era stato regalato da suo padre, Sir Gerard  Certher, grande astronomo e illustre geofisico. Ma lui non ne voleva sapere, per lui sprecare le sue giornate nel fare altro che non fosse dedicarsi totalmente alla scrittura, era come morire di una morte lenta e dolorosa. Preferiva chiudersi in camera, non parlare con nessuno almeno per quasi tutta la giornata, e sfornare saggi, manoscritti in cui parlava della storia del suo popolo, e tra tutti questi suoi scritti, aveva pensato bene di lasciarci una traccia che facesse capire a tutti chi erano i Certher!
    Così  un domani quel grand’uomo non avrebbe avuto nessun segreto, soprattutto con il suo primo nipote. Molto intelligente il vecchio..molto.
     
    Da quel foglio si capiva benissimo che la famiglia a cui appartengo non aveva niente di normale, no. Anzi, nemmeno Sigmund Freud avrebbe accettato di analizzarci uno per uno, perché avrebbe messo a repentaglio la sua vita e soprattutto al sua preziosa sanità mentale.
    Mia nonna fu ritrovata murata, con uno squarcio di almeno cinquanta centimetri sul dorso e nella schiena, dovuto probabilmente sia al furore dell’assassino ( ovviamente sapete chi è, suvvia) che al crollo improvviso di quasi tutte le mura che circondavano la cantina. Sembrava che i muri stessi, per non dire tutto il livello, stessero agendo sotto l’influsso negativo di mio nonno, che sicuramente era sotto il dominio di qualche diabolica maledizione o forza demoniaca innominabile.
     
    Adesso sapete molto sula mia famiglia e quindi anche di me.. Eppure ancora non abbiamo trascorso quel tempo che io ho in mente di passare con voi. Perché sapete, stamattina mi sono svegliato di buon umore, mi son messo il mio dopobarba preferito, ho fatto colazione con i dolcetti preparati da Jessica.. ( ovviamente li ha preparati un po’ di giorni fa, anche se io preferisco quelli di giornata) e tutto questo perché volevo essere pronto per voi. Voi e solo voi.
    Chiudo la portiera, mi incammino verso l’entrata e sento un dolore acuto alla schiena.,Beh ma è abbastanza normale.. D’altra parte in una mano tengo una valigia in cui non vi dirò mai cosa c’è dentro
    TOP SECRET.
    E nell’altra, la macchina da scrivere che amo da morire.. è un po’ come Jessica, solo che quest’ultima l’ho sempre trattata con i GUANTI. Come è giusto che una donna debba essere trattata. Soprattutto quando si tratta di una donna che ti ha sempre sostenuto, proprio come la mia.
    Senza dubbio.
     
    Entro nella hall, socchiudo gli occhi e riesco a vedere il receptionist che, quasi assonnato, sfoglia le ultime pagine del giornale. Sembra la gazzetta dello sport. Mi avvicino, gli sorrido e lui risponde cortesemente al mio saluto, dopodiché mi chiede che numero di camera desidero.
    -La 456, -
    Lui abbassa lo sguardo su una pila di nomi, di numeri e chissà cos’altro, e fa un cenno abbastanza chiaro.
    Quella camera purtroppo è già occupata.
    -Spiacente  signore, ma la camera è già stata presa da una coppia, proprio pochi minuti fa.. Dovrebbero essere ancora su nel corridoio.-
    Lo guardo e sorrido. Ovviamente avrò lo stesso ciò che voglio.
    -Signore, sta bene?-
    Mai stato meglio!  
    -Certo, mai stato meglio di così-
    -Ah , bene… allora vuole che le dia un’altra stanza o va via?-
    -No no, ormai ho deciso che questo è l’albergo che fa apposta per me.. sa soprattutto quando si deve celebrare qualcosa di  importante-
    Lui socchiude gli occhi, aggrotta le sopracciglia e proprio non riesce a capire cosa io voglia dire. Decido di aiutarlo perché vedo che è curioso e forse anche spaventato.
    -Beh niente di necessariamente importante, solo che ho deciso di terminare la mia tragedia qui, in una delle vostre lussuosissime camere-
    Non mi risponde, allunga il collo e guarda con terrore la borsa che tengo in mano. Forse pensa che io sia un killer e che lo voglia fare fuori in un secondo, ma si sbaglia. Io voglio solo fare il mio lavoro e dopodiché me ne andrò a casa e tanti saluti!
    Vedo che sbarra gli occhi, quasi gli cadono per terra, e poi mi guarda
    -La.. la sua tragedia?-
    - Ma non starà mica pensando che io sia una persona cattiva? Ecco guardi…-
    Faccio per estrarre la macchina da scrivere, quando mi rendo conto che l’uomo sta per chiamare la sicurezza, fa per sollevare la cornetta, quando io finalmente estraggo il contenuto.
    In mano mi ritrovo una calibro 22, nuova di zecca. Non avrei voluto mai arrivare a questo punto, ma vedete tutti.. tutti siete spettatori e non potete dire che io non abbia ragione.. vedete che quest’uomo è identico al Jessica.
    Non crede a ciò che sto facendo.. Dubita, sospetta di me.. Volevo solo quella stanza, non me l’ha potuta offrire, credeva che stessi per commettere una tragedia e invece volevo solo parlargli del mio futuro best seller ( son sicuro che verrà tradotto in almeno venti lingue) Ecco, non ha creduto in me
    Lui fa cenno di no con la testa, ma  ormai è troppo tardi.
    Spero che i due coniugi al piano di sopra non abbiano figli, perché non voglio che succeda la stessa cosa. Voglio la pace nel mondo, non al guerra! Eppure mi costringono a farli fuori, vi rendete conto? È pazzesco, eppure vogliono morire, sono loro che chiedono  di farla finita. Non mi crederebbe nessuno, se non ci foste voi a testimoniare. Miei grandi amori!
    Sparo, grazie a Dio ho il silenziatore, perché non voglio dover affrontare avvocati, tribunali e altre disavventure. Basta un colpo, alla testa, e il receptionist non esiste più.
    O meglio, sembra quasi che abbia deciso lui di non esistere più.
    Gli metto la pistola tra le mani e prego per lui. Chiunque lo vedrà penserà che era depresso e che non poteva più vivere in quel modo. Forse la moglie l’aveva lasciato, forse l’unica via d’uscita era proprio la morte, ed ecco pronta, servita su un piatto d’argento. Adesso il receptionist non mi avrebbe più fermato.
    Non voglio un’altra camera, voglio quella dove ci sono i due piccioncini.
    Inizia a farsi pesante.. sia la situazione che la borsa che tengo al mio fianco. L’altra, dove c’è il misterioso contenuto, non pensa più di tanto.. o meglio prima quando era in un’altra circostanza SI CHE ERA PESANTE! Non al si poteva proprio reggere… Ma adesso, è tutto diverso.
    Sbuffo, stanco e voglioso di completare l’opera, e mi avvio verso l’ascensore.
    FUORI USO.
    Dannazione! Dovrò stancarmi maggiormente, usare le scale e poi concentrarmi per bene. Niente deve andare storto!
    Salgo la prima rampa, arrivo alla seconda, e tendo bene l’orecchio verso la mia sinistra. Si, sono le voci di una donna e di un uomo.. e non sembrano  esserci poppanti. Bene, il mio piano sta andando sempre meglio!
    Proseguo, e finalmente vedo l’incisione sulla porta.
    456
    Bel numero.. lo potrei anche giocare. Dopo, dopo. Adesso devo giocare in un altro modo.
    Sicuramente i giovani sposini si son ben chiusi all’interno, perché la porta sembra addirittura blindata. Ci sarò il solito cartellino con la scritta DO NOT DISTURB, la musica che fuoriesce da un grammofono, lei che si prepara in bagno e si fa bella per lui. Bene, ora entra in scema il terzo incomodo.
    Busso e non mi viene ad aprire nessuno. Cerco di guardare dallo spioncino e ,mi sembra di vedere un letto matrimoniale completamente disfatto, con un copriletto bianco con rose blu. Un uomo si sta accendendo una  sigaretta e si intravede la porta del bagno semichiusa.
    Proprio come avevo pensato, solo che manca la musica.
    Busso di nuovo ( questo è sordo!) e subito dopo, quasi in contemporanea, quasi mi catapulto all’interno della camera attraverso lo spioncino. L’uomo si sta avvicinando alla porta, con quel suo accappatoio blu., Orrendo.
    - Chi è?-
    Mh, non è uno di quei tipi che si fidano subito, non è uno di quelli che aprono non appena sentono qualcuno bussare alla porta. Diciamo che poteva anche essere meno diffidente, però si sa di questi tempi.. la prudenza non è mai troppa, soprattutto in albergo.
    Tossico  cerco di raggiungere un tono di voce più austero, una voce più grossolana e autoritaria
    -Servizio in camera-
    L’uomo all’inizio non risponde, poi sorride e capisce che la moglie deve aver ordinato dello champagne per festeggiare la loro prima notte di nozze. Che moglie!
    Apre e si ritrova la calibro 22 puntata sulla tempia.
    -Non dire una parola-
    -.. v.. va bene.. ma chi cazzo sei? Si può sapere?-
    -Stai zitto.. Dimmi dov’è tua moglie..-
    -Non.. t..-
    Dal bagno, con voce quasi ovattata, quasi arrivasse da una tomba o dall’altra stanza accanto, la moglie tutta contenta cerca di intromettersi.
    -Tesoro, è il cameriere? Era una sorpr..-
    Rimane zitta, ferma, con i capelli fradici che sgocciolano sul tappeto ( blu anch’esso, sembra che questo albergo ami alla follia il blu, c’è da domandarsi se da un momento all’altro non sbuchi fuori Barbablù o il Grande puffo.)
    -Lei chi è? -
    -Io, non voglio niente.. voglio solo questa stanza-
    Lei fa per alzare la cornetta del telefono ( è peggio del tizio a cui ho sparato poco prima, tutti che si buttano a capofitto sul telefono come se tenendo in mano al cornetta abbiano appena impugnato un Winchester, e invece non hanno capito  che così facendo riducono al massimo i loro ultimi minuti di vita) e io prontamente la blocco perché non voglio che qui dentro inizi ad esserci troppa gente. Sicurezza, camerieri ( veri!)  poliziotti. Niente di niente. Cerca di divincolarsi, ma la reggo piuttosto bene,la tengo stretta a me e in un attimo un rumore sordo, un colpo secco e inaspettato invade la stanza. Un rumore come di un piccolo ramo che viene spezzato. Solo che in questo caso è il suo collo. Adesso non cercherà più di dibattersi e soprattutto non tenterà più di asciugare quei suoi meravigliosi e licenti capelli. Ora entrambi giacciono per terra, inermi, assolutamente innocui o invadenti. Adesso sono solo.. Anzi, non proprio.. Più che altro ora mi ritrovo solo con il mio compito..
    Mi avvicino alla sacca, poggio la macchina  da scrivere con tanto di fogli sul tavolo che trovo proprio accanto a me e poi… Apro la seconda borsa, quella tanto misteriosa.. e inizio a togliere il contenuto, più che altro non è che proprio metto le mani all’interno come ho fatto poco prima, no, adesso capovolgo il contenuto, lasciando che raggiunga il terreno da solo, senza l’aiuto delle mie mani. Credetemi, se anche voi foste al mio pasto, fareste assolutamente al mio stesso modo, non osereste toccare niente, nemmeno una sola porzione di….
    Non posso rivelarvi nulla, per ora. Ma state tranquilli, perché mancano pochissimo ala verità, forse vi ho trattenuti troppo, miei cari amici, vi avrò fatto perdere tempo, avrò fatto bruciare la vostra cena..Non so, spero solo che mi vogliate ancora accompagnare in questo mio ultimo lavoretto. Devo ammettere che siete stati molto pazienti, si, devo proprio riconoscere che mi avete meravigliato! Vi ringrazio per essere stati sempre con me.. Vi ringrazio vivamente.. E adesso..
    Mi siedo, poggio le mani sulla macchina da scrivere, posizioni il primo foglio e iniziare a comporre le ultime pagine del mio macabro capolavoro.. La donna della mia vita quella stronza che ho amato e odiato, non vive più tra noi.. Questo ormai era chiaro mi sembra, no? Beh comunque per coloro che avessero pèerso qualche piccola parte di questo mio ‘documentario’ posso dirvi che ormai Jessica appartiene alla terra, ai vermi e alle preghiere della madre, una  stronza identica e spicciata a lei.
    È bastato colpirla e poi mettere il corpo in una sacca, in una grande busta nera prima di tutto! E poi, nel cuore della notte è bastato mettere il tutto nel cruscotto e andare via, lontano.. nel cuore della notte. Mentre scrivo ( e mentre vi parlo, quindi) sporgo un attimo, giusto per un secondo, la testa verso la finestra che da proprio sulla panoramica di Vester Street con tutte le sue luci magnifiche e luminescenti. L’alba si sta affacciando, assieme a me e alle mie ultime tracce.
    Mi ci è voluta una settimana intera per organizzare l’omicidio, non perché non fossi pratico, ma semplicemente perché per lei volevo IL MEGLIO! E ogni uomo che leggerò questo mio racconto, questa mia grande, enorme TRAGEDIA! Mi capirà benissimo.. Perché ogni uomo che abbia mai veramente amato da morire,  vuole sempre il meglio per la propria donna! E così ho fatto io.. Quella dolcissima stronza era sempre stata la moglie perfetta, ma non sapeva con chi aveva a che fare ovviamente.. Non sapeva che il pazzo che aveva sposato era strettamente legato a suo nonno, quel sadico che aveva distrutto la sua famiglia e ucciso sua moglie perché aveva smesso di credere nelle sue capacità.
    Jessica mi aveva chiaramente detto che avrei dovuto abbandonare il mio lavoro, quello che lei considerava una perdita di tempo e addirittura ( Dio, mi sembra si rivederla ancora oggi) una volta, mi aveva sfidato dicendo che al massimo in tutta la mia vita avrei venduto stupide fiabe per bambini. Solo che adesso,  chi si diverte sono io, e non più lei. Lei adesso è proprio a fianco a me, e io sorrido mentre la guardo fisso negli occhi. Mi vede, io lo so che riesce a spiarmi anche se non può farmi l’occhiolino o ribadirmi che devo lasciar perdere la mia carriera da scrittore decisamente fallito. Intanto, mia cara Jessica, quella che è stesa per terra, irriconoscibile, sei tu, e non io! La fallita chi è ora eh? Io mi diverto a finire la mia tragedia, quella che so che mi darà il pane per almeno vent’anni, mentre tu non mangerai più nulla perché non potrai! Anzi, sarai cibo per i topi e per gli insetti..
    Dentro la tua sacca nera, con solo gli occhi che sporgono all’esterno, quasi come due bottoni che sono sfuggiti al filo che non vuole rincorrere l’ago, mi guardo come se stessi ancora facendo qualcosa di male. Ancora vorresti alzarti, venire ancora più vicino, strapparmi il foglio di mano e buttarlo dentro al fuoco.. e invece no, mia cara. Adesso, che finalmente la tragedia è stata scritta, tu te ne starai per sempre sotto terra a marcire. E poi guardati, sei a pezzi.. non ti reggi nemmeno in piedi, mi fai proprio pena. È stata la fine che ti sei meritata! Lurida Bastarda, almeno impari a non aver dato fiducia in quelle che dicevi essere ‘il tuo amore per sempre, nella buona e nella cattiva sorte’
    Jessica non è altro che brandelli di carne, misti a polvere e scarafaggi che cercano di addentarle i piccoli ciuffi di capelli che fuoriescono dalla grande busta nera. Sei spazzatura ormai.. Non meritavo di non essere creduto o di non essere preso sul serio, mentre tu hai meritato tutto questo, stronza! I pezzi di quella che era stata mia moglie giacciono per terra, accanto ai corpi ancora freschi e coloriti dei due coniugi. Ringrazio Dio che non avessero dei figli! Dio mio, non sarei mai riuscito a  lasciare questa stanza sapendo che avrei avuto le mani sporche di sangue innocente!
    Bene , adesso avete un nuovo libro da poter leggere in ogni momento della giornata, anche se vi consiglio vivamente di leggerlo di notte, proprio prima di andare a dormire. Vi consiglio anche di tenere la luce accesa subito dopo, perché altrimenti potrei non trovare la via di casa vostra, almeno non facilmente.. E d io non voglio che il nostro rapporto si interrompa cos’ bruscamente.. Non è forse vero che oggi giorno le amicizie sono incredibilmente difficile da coltivare? E allora, perché sprecare un così  speciale incontro? Vi prego di leggere questa mia tragedia, sperando che le cazzate che mi ha sempre detto Jessica, non escano anche dalla vostre bocche, anche perché sapete già che fine fareste, in tal caso.. Non è vero? Siete stati testimoni di un documentario sul mestiere diciamo.. Della ‘giornata tipo’ di un uomo che ama scrivere.. a modo suo.. forse mettendoci tutta l’anima.. ebbene si.. amo talmente tanto il mio mestiere sarei disposto ad uccidere pur di non smettere mai.. Ma questo, ovviamente rimarrà tra me, e voi miei cari.
    Mi guardo intorno per l’ultima volta, i tre corpi sono a terra, come in attesa di qualcuno che porti loro un po’ di buon vino.. Sicuramente il ragazzo della reception non potrà andare a fargli visita.. Almeno finché non si rincontreranno in un’altra vita.
    Esco dalla stanza,
    456. Bei numeri,credo proprio che potrei anche giocarmeli.. Beh adesso almeno non ho impegni per  domani  mattina, e quindi posso benissimo fermarmi al primo bar che incontro. Mi lascio alle spalle tutto, l’albergo, la mia tragi-vendetta e tutto ciò che vi ho raccontato..
    Ma, ovviamente non mi lascio alle spalle voi, miei lettori numeri uno.
    Vi saluto.. e a presto.
    P.S  ricordate solo un’ultima cosa..  la pazzia è contagiosa.
    Addio, e non abbiate paura di leggere ciò  che amate.
     
     
     
     
    Incubi.
     
    -Lei mi sta dicendo che non dorme da due settimane?-
      Il medico era esterrefatto. Aveva già avuto a che fare con parecchi pazienti che non riuscivano a dormire per diverse notti consecutive, ma questa volta era davvero senza parole. Due settimane sono un lasso di tempo piuttosto breve, certo, ma non per un paziente che soffre di insonnia.
    Non dormire per oltre tredici notti poteva avere delle gravi conseguenze, e prima tra tutte, quella di avere dei problemi cardiovascolari. Il cuore avrebbe cessato di battere se il ‘ proprietario ‘ si fosse privato del sonno per tutto quel periodo,  un bisogno primario quasi quanto quello di  cibarsi.
    -Si,-   rispose il paziente, -Non dormo da tutto questo tempo, perché non si vede forse?-
     
    Il medico lo guardò meglio, non che ancora non lo avesse già visto abbastanza durante quei dieci minuti appena trascorsi, ma ora che gli aveva raccontato qual era il vero problema, il dottore si rese conto che era peggio di quanto gli era sembrato non appena quell’uomo aveva varcato al porta e sdraiatosi sul lettino.
    Gli occhi erano iniettati di sangue, il corpo era piuttosto gracile, sintomo che l’uomo non mangiava più come prima e che la mancanza di sonno ( che dovrebbe essere intorno alle otto ore, di norma) lo stava consumando lentamente.
    Agli occhi del dottor Heller, specializzato in malattie mentali e nervose, quell’uomo era una specie di zombie.
    Appariva troppo stanco, come un uomo che era appena  tornato da una battaglia durata quaranta giorni senza un attimo di tregua. Gli faceva pena, perché, anche se non lo conosceva e anche se un medico deve sempre mantenere la sua massima professionalità, quell’uomo avrebbe provocato tenerezza anche ai nazisti, senza dubbio.
    -Allora.. signor.. -  Chiuse gli occhi ma proprio il suo nome non gli veniva in mente.  Lo aiutò, vedendolo così in difficoltà, -Signor Salter-
    -Oh si, è vero! Allora Signor Salter, mi vuole  spiegare com’è iniziata questa insonnia? Cioè come si è accorto che c’era qualcosa che non stava più funzionando bene ecco.. Perché ovviamente lei è conscio del fatto che un uomo normale non può privarsi del sonno per tutto questo tempo, vero? -
    -Bhe certo.. ecco, io .. sembrerò strano, son sicuro anzi che lei non mi crederà nemmeno.. eppure..-
    -Eppure io sono qui per  questo, mi creda.. Per aiutarla non per giudicarla.. io  cercherò di capire qualsiasi problema l’affligga.-
    -Grazie.. ecco..-
    Il medico lo bloccò solo un momento.. -Vuole un bicchier d’acqua per caso?-
    - Oh, molto gentile.. ma no grazie!-
    Gli sorrise e lo incitò a proseguire
    -Ecco, come le stavo per dire.. Tutto è iniziato due settimane fa appunto.. Ecco, io conduco una vita normale, niente eccessi..-
    -Ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti, per caso?-
    -Dio, no.. non sono mai stato attratto da questo genere di cose, anzi ho sempre cercato di inculcare il mio stesso modo di pensare, nella testa di mio figlio.. che invece.. beh-
    Fece un gesto come per intendere che era meglio lasciar stare e cambiare argomento, e il medico fece un cenno di consenso. Chiaramente aveva capito che il figlio era morto a causa della droga, e che quindi non c’era bisogno di fare tanti giri di parole.
    -Non c’è bisogno che lei vada oltre, ho capito perfettamente- e gli sorrise in modo triste.
    Il paziente fece un profondo respiro, chiuse gli occhi come per cercare di scacciare quel pensiero dalla mente e continuò a raccontare tutto ciò che doveva assolutamente dire al medico.
    - Ecco, io non so bene come e cosa mi sia successo.. so solo che una notte mi sono svegliato di soprassalto, come se un peso enorme mi avesse invaso il corpo, come se una mano enorme.. Ha presente quei vecchi film dell’orrore?-
    Il medico fece un cenno approssimativo e lo invitò in poche parole a non perdersi in stupidaggini.
    - Ecco.. come uno di quegli enormi artigli.. un dinosauro.. o King Kong! Il gorilla.. una manona del genere.. che però non mi ha trattenuto in alto e non ha mi ha posato su di un grattacielo perché ero l’amore della sua vita, no mi ha ridestato dal sonno e non mi ha più permesso di dormire per tutto questo tempo.-
    L’aria si era fatta abbastanza pesante e il medico andò ad aprire la finestra, deciso sul fatto che quell’uomo lo stava mettendo abbastanza a disagio, lo stava come si può dire.. Contagiando?  Non proprio.. perché lui non era un medico generico, non aveva a che fare con nessuna malattia contagiosa, quest’uomo non gli stava esponendo un problema di allergie, un virus preso chissà dove o in un viaggio in un luogo esotico.
    Lui si era soltanto recato nel suo ambulatorio per raccontargli la sua disavventura.. ma non c’è da temere quando si parla di queste cose, semplicemente perché rimangono li e basta.. Se ne vanno assieme al paziente che richiude la porta alle sue spalle e se ne torna a casa sua, magari con il mal di testa, ma almeno è ben lontano dal medico che ha cercato di curarlo. Questa era una sorta di ‘estrema suscettibilità’ lui non stava di certo avendo paura, anche perché ancora non aveva quasi raccontato praticamente niente, ma era bastato quel poco perché il medico capisse che era un caso che trascendeva la normalità di tutti i giorni.. Decise comunque che ormai l’avrebbe ascoltato fino alla fine, nonostante le conseguenze.
    Hey aspetta! Quali conseguenze? Questo è sempre stato il tuo lavoro, hai sempre ascoltato i pazienti che avevano ogni sorta di depressione, male incurabile. Non ti ricordi forse di quella volta in cui una ragazza accompagnata dalla madre, ti aveva supplicato di esorcizzarla  affinché scacciasse dal suo corpo e dalla sua mente, il demonio? E tu, anche in quel momento non avevi perso al testa, avevi detto, con un sorriso, che lui non era un prete e che se voleva essere aiutata l’avrebbe anche accompagnata in chiesa, ma lui non poteva fare altro.
    Ma questo, e tu lo sai bene, vecchio mio, non è un caso da cui ci si può sbarazzare così da un giorno all’altro. No, no. Questa è roba seria, che ti gela il sangue, e forse la finestra non era il caso di aprirla.
    Un cornacchia nera si posa proprio sul cornicione e il medico quasi grida riparandosi il volto con entrambe le braccia.
    -Sta bene?-
    Se lo chiede anche lui, ormai. Non riesce a controllarsi, il racconto di quell’uomo gli ha messo una fifa addosso che ormai non riesce nemmeno più a parlare. Deglutisce e cerca di respirare profondamente, per non dare l’impressione di essersela appena fatta addosso
    -Non si preoccupi, è stato solo un incidente.. una cornacchia si è posata qui sopra e avevo paura che stesse per entrare.. sa ho paura degli uccelli.,soprattutto neri.. -
    -Beh, le cornacchie hanno la buona fama di togliere gli occhi alla gente, e i corvi di fare da tramite tra i morti ed i vivi.. ha ragione a detestarli.. quelle sono bestiacce arrivate dritte dall’inferno.. non ci fanno proprio nulla qua da noi..-
    Il medico cercò di ricomporsi e pregò il paziente affinché la conversazione avesse fine e continuasse a spiegargli i suoi sintomi e problemi.. Ma aveva veramente voglia di starlo a sentire? Non era più così tanto sicuro. Sudava, e nonostante l’aria ora fosse abbastanza fresca e il venticello entrasse, riuscendo persino a far muovere i petali delle rose posate su quel vecchio vasetto nero, lui si sentiva soffocare. Allentò il nodo della cravatta e sorrise debolmente..
    -Signore, ma è parecchio pallido, sa?-
    - Oh, non è un problema, sono anemico ecco.. non c’è da aver paura.. ( No? Ne sei sicuro?)  piuttosto la prego, mi dica pure il seguito del racconto.. io prendo appunti.. d’altra parte questo è il mio lavoro.. e oggi sembra che i ruoli si stiano invertendo.. sembra quasi  che quello che deve andare da uno psichiatra, in questo momento, sia io –
     E rise, ma la sua risata non aveva niente di divertente, anzi sembrava quella di una persona che è sul punto di scoppiare a piangere.
    -e infatti, ci andrà, presto-
    Aveva sentito bene?  Oppure era solo la sua immaginazione?
    - Ha detto qualcosa?-
    L’uomo sorrise  -No, non ho aperto bocca-     Il dottore lo guardò come se di fronte a lui ci fosse un mostro, e non un uomo stanco e deperito, che ormai sembrava anche volerlo far impazzire.
    -Ah, allora ho preso un abbaglio, forse sto lavorando troppo in questo periodo e la mente mi sta facendo ciao un po’ troppo spesso-
     Abbozzò un leggero sorriso e si sedette meglio.
    -Bene, prosegua, abbiamo già perso piuttosto tempo mi pare.. e io tra un ora devo tornare a casa.. mia moglie mi aspetta­-
    -certo, la capisco.. Beh le stavo giusto dicendo che mi era sembrato di avere un peso enorme sullo stomaco, sulla schiena. Ho acceso la luce ed ero completamente sudato. Sono andato in bagno, ho bevuto un bicchier d’acqua-
    -Ha bevuto l’acqua del rubinetto?-
    L’uomo si interruppe e lo guardò come se avesse sparato una barzelletta o una minaccia.
    -Perché, ha qualcosa contro chi beve l’acqua corrente?-
    -Io non intendevo dire questo, non volevo di certo criticare o offendere qualcuno.. stavo solo pensando che di questi tempi è meglio non fidarsi, sa tutti i microbi che si possono trovare, è molto meglio far prima depurare l’acqua o addirittura comprarla al supermercato e non si ha nessun tipo di problema-
    Lo guardò come se per questa volta lo avesse perdonato, come se gli avesse realmente mancato di rispetto. Quell’uomo era sicuramente un folle, o qualcosa di molto simile.
    -Mi racconti il resto della storia la prego, sono tutto orecchi-
    Il paziente rimase a fissarlo come se fosse ancora arrabbiato con lui, e  si girò dalla parte della finestra, che era ancora aperta e da cui filtravano i raggi del sole, che quel mattino scaldavano come non mai.
    - Va bene, ecco stavo dicendo che mi ero alzato a bere un sorso d’acqua. ACQUA POTABILE, ha capito?-
    Il medico stava quasi tremando, vedendo che l’uomo si stava quasi stritolando le mani, come se con quel gesto in realtà volesse nascondere l’imminente bisogno di spaccare il naso al medico, o farlo direttamente fuori.
    -Certo, ho capito-
    Doveva assecondarlo in qualunque modo, e non poteva permettersi di respingerlo o rispondergli male, altrimenti molto probabilmente si sarebbe giocato la sua vita.
    -Bene, meglio così. Ecco, poi mi sono fermato al lavandino, giusto per guardare un po’ che viso avevo, e mi creda, sembrava come se mi avessero preso a pugni in faccia. Avevo il contorno degli occhi viola, e addirittura in certe zone ci si avvicinava molto al nero, al nero pece. Quel peso che sentivo, quell’artiglio o manona, mi aveva indubbiamente picchiato durante il sonno, mi aveva costretto a svegliarmi, voleva che io rimanessi vigile, quel fottuto demone voleva che restassi in piedi tutta la notte. E sono in piedi infatti, da tredici notti di seguito!-
    -Poi, cosa è successo?-
    -Poi? Beh dopo sono entrato in cucina e mi son preparato due tramezzini, anche se guardando l’orario erano le due del mattino. Ma, avevo fame! E poi non riuscivo a dormire, quindi le scelte erano due mi pare. O mangiavo, o guardavo la televisione. Non volevo disturbare i vicini e gli inquilini del piano di sopra, così ho deciso di starmene buono buono e non rompere le scatole a nessuno. Ci mancava solo che qualcuno bussasse alle ore più impensabili del mattino perché il volume era troppo alto.-
    -Avrebbe sempre potuto guardare la tv senza audio-
    Il paziente lo guardò e si avvicinò sempre di più a lui, quasi costringendolo a schiantarsi con tanto di poltrona e taccuino, contro la parete dietro di lui, rischiando di far crollare il calendario con disegnata sopra la ricetta del mese. ‘ Tagliatelle ai funghi porcini’ diceva la nonna che con amore imboccava i nipotini che le sorridevano.
    In quel momento il medico si maledisse per ciò che aveva fatto. Accidenti, perché non si era morsicato la lingua piuttosto che dire quella cavolata? Questo era un uomo indubbiamente pazzo, malato di mente ( ovvio, tu sei uno strizzacervelli, non lo scordare mai!) ma non come gli altri pazienti che aveva avuto in cura. Questo era molto pericoloso.
    Quella parola iniziò a risuonargli nella mente, a pungerlo, come un ape che inietta il suo dolce veleno. Era come un martello che continuava a battere sullo stesso chiodo per ore e ore..
    PERICOLOSO.
    PERICOLOSO.
    Sei nella tua stanza preferita, o meglio quella in cui trascorri praticamente gran parte della tua giornata, solo con un uomo che t sta praticamente raccontando ciò che gli sta succedendo, ciò che lo sta affliggendo, senza però parlare chiaramente. Si ferma di continuo, sembra si appelli a qualcosa che è più grande di lui, sembra voglia incuterti paura, una paura folle. E tu, sei solo, con lui.
    -Certo, che potevo guardarla senza ascoltarla, non sono mica scemo-
    -Non l’ho mai detto questo-
    -Ma l’ha pensato, ne sono certo-
    -Io…-  e rimase in silenzio, non riuscì a proseguire.
    -Senta…-  
    Era giunto il momento di sospendere quella visita, immediatamente.
    - Io credo che sia meglio se blocchiamo qui la cosa. Credo che lei abbia bisogno di un altro tipo di aiuto, forse io non sono la persona adatta a lei, ecco tutto. Forse, e sicuramente è proprio così, sto diventando troppo vecchio per questo mestiere e non posso essere più d’aiuto. Sento il peso degli anni e credo che me ne andrò a casa, a riposare un po’. Se vuole le posso fissare un altro appuntamento per la prossima settimana giusto per non dirci addio così su due piedi, oppure le do il numero di un mio caro amico  molto più giovane di me.. eccolo  aspetti che prendo il foglietto..dovrebbe essere….-
     In quel momento cadde il silenzio.
    Robert gli fu vicino, talmente vicino da poter sentire il suo respiro pesante sul suo collo, come una belva insaziabile che vuole strapparti le viscere e farti a pezzettini.
    -Non si disturbi, mio caro. Me ne andrò per sempre, stia tranquillo. Volevo solo farle sapere che non dormo da troppo tempo, ma ora credo che starò molto meglio, oh si, molto meglio. Le conviene farsi vedere da qualcuno, uno molto bravo, perché il suo colorito non mi piace per niente, e per di più dovrebbe proprio farsi una bella pennichella. -
    Si chiuse la porta alle spalle, senza dire niente. Nella stanza era sceso il gelo, ma non perché  la temperatura si fosse improvvisamente sollevata, perché quell’uomo che se n’era appena andato, lo aveva letteralmente sconvolto. Ripose il taccuino dentro il cassetto, prese il soprabito e fece per andarsene, quando improvvisamente un rumore alle sue spalle lo costrinse a girarsi. Proveniva dalla finestra, e sulle prime il medico non volle girarsi perché aveva il terribile sospetto di potersi trovare faccia a faccia con il suo maledetto paziente. Non voleva rivederlo, ora che finalmente era riuscito a sbarazzarsene, non voleva ritrovarselo di nuovo tra i piedi. Che avesse fatto il giro e volesse entrare dalla finestra? Non doveva succedere una cosa del genere! Si voltò e maledisse ciò che vide, nonostante si sentisse rasserenato. Non era ciò che aveva immaginato lui.
    Essendosi completamente dimenticato della cornacchia di poco prima, non aveva proprio pensato che il rumore potesse provenire da quell’animale. E invece, era stata proprio quella stronza! La vide proprio mentre beccava il vetro, cercando di forarlo o di penetrare con forza all’interno della stanza. Ne aveva abbastanza di quella giornata di merda!  Riprese in mano il taccuino e lo usò per spostare l’uccello, per convincerlo a togliersi di mezzo una volta per tutte
    -Maledetto uccellaccio! Vai via.. ne ho già abbastanza per oggi, vorrei solo andare a casa e rilassarmi-
    Lo disse come un uomo che aveva appena finito un turno massacrante di lavoro, e beh effettivamente avere avuto a che fare con quell’uomo anche solo per un ora, era peggio di qualsiasi altro impiego stressante. Voleva andare a casa e abbracciare la moglie, che riusciva sempre a risollevarlo da ogni malumore, almeno sperava che ci riuscisse anche questa volta. Quando la cornacchia lo guardò, lui non vide gli occhi di un semplice pennuto, ma gli sembrò di scorgere qualcosa del paziente matto da legare che aveva appena cacciato via. Non c’era niente di animale in quello sguardo, no si vedeva chiaramente che quell’uccellaccio aveva qualcosa di malefico.. Cosa gli aveva detto quel pazzoide?
    Loro sono conosciute per la fama di cavare gli occhi alle persone!  Non voleva diventare la sua cena, così se ne sbarazzò una volta per tutte, cercando di allontanarla con le forze. La cornacchia decise di lasciarlo in pace, forse capendo che quell’uomo era quasi in preda ad una crisi di nervi, ed ebbe un briciolo di pietà. Spiegò le ali, salutò per l’ultima volta gracchiandogli in faccia e il suo corpo gigantesco, nel giro di due secondi divenne un minuscolo puntino lontano. Sembrava quasi del fumo che fuoriusciva da una fornace enorme, che lo stava inghiottendo in un sol boccone.
    Ripensò subito a Robert, quell’uomo che lo stava lentamente consumando, e nel giro di qualche ora. Erano passate quante? Due ore da quando si erano incontrati, dal momento in cui lo aveva contagiato con quelle sue stronzate sui suoi demoni che non lo facevano dormire e dal momento esatto in cui aveva deciso di andarsene. Ma, la sua presenza forse non era ancora li accanto a lui? Adesso che aveva lasciato l’ambulatorio, era cambiato qualcosa? Ora si sentiva rassicurato oppure era come se un boa gigante o uno di quegli esemplari di anaconda lo stessero strangolando, togliendogli il respiro?
    Doveva assolutamente chiudere baracca per il momento. Staccare la spina, mollare tutto, certo non chiudere definitivamente e abbandonare il suo lavoro questo no, ma di certo doveva prendersi almeno due giorni liberi, lontani dallo stress, lontani dallo sguardo malefico di Robert di quella cornacchia che lo aveva infastidito per un bel pezzo. Era arrivata proprio mentre stavano parlando, mentre aveva deciso di aprire la finestra, che fosse solo un caso? E se invece quel tizio strambo avesse avuto un qualche tipo di collegamento con quell’uccellaccio? Se per caso, avesse cercato, tramite la sua follia di intercettare i suoi pensieri e lo avesse condotto qua da me? Non poteva certo trascorrere la nottata li, accanto al lettino, a farneticare su tutto quello che gli era successo poco prima.
    Doveva darci un taglio, subito. Prese quel poco che gli era rimasto ormai, tanto non aveva più nulla. Per fortuna, aveva sua moglie, Gloria, che lo stava aspettando, e forse sarebbe stata davvero in apprensione se avesse saputo tutto quello che gli era capitato. Era meglio non raccontarle niente. Con quel pensiero uscì sbattendosi la porta alle spalle, mentre la cornacchia era tornata sui suoi passi e lo scrutava con attenzione, gracchiando, come se gli volesse dire di fare attenzione, che certe cose non finiscono tanto facilmente.
    Ma lui non lo poteva certo sapere, lui aveva chiuso la porta su ciò che gli era appena successo, e stava per varcare la soglia della follia più pura.
     
    La casa distava appena quindici minuti, e nel tragitto aveva iniziato a piovere ininterrottamente. I lampioni non erano molto diffusi, perciò si vide costretto ad accendere gli abbaglianti che però non migliorarono molto la situazione.
    -Accidenti, ma quand’è che si potrà guidare in modo decente!-
    Arrivò giusto in tempo, prima che un furgoncino che trasportava gelati, sterzasse bruscamente e per poco non lo catapultasse dall’altro lato della strada. Guardò il conducente a bocca aperta
    -Ma siamo tutti pazzi, stasera?? Ma dico, questo si mette al volante quando è ubriaco?!-
    Abbassò il finestrino e gridò a pieni polmoni
    -Sta per caso consegnando delle birre? E poi, ma ha visto che ore sono? Il turno di lavoro dovrebbe essere già finito da un pezzo, idiota!-
     Imprecò nonostante il tizio molto probabilmente non lo avesse nemmeno sentito, imboccò la stradina che portava al vialetto di ghiaia, finalmente seguito dalle lucine che aveva fatto posizionare intorno al giardino. Grazie a Dio era stata più che altro un’idea di Gloria, quella santa donna che pensava sempre a tutto! Gliel’avrebbe detto non appena sarebbe entrato in casa, sicuramente l’avrebbe trovata a preparare qualcosa di buono nella cucina accogliente, con Plu, il gatto arancione,  che annusava gli avanzi della cena precedente.  Scese, chiuse la macchina e si mise le chiavi in tasca, fischiettando per raggiungere l’entrata.
     Si sentivano i grilli che frinivano e in lontananza, proprio in direzione del laghetto dove andavano spesso lui e Gloria da adolescenti, si potevano sentire le rane che gracidavano seguite da un mucchio di lucciole che lasciavano dietro di loro una scia luminosa, proprio come tante stelle comete. Sorrise, contento di essere tornato a casa.
     Casa è dove vive il tuo cuore, e in qualsiasi posto ti trovi, o ti troverai per il resto dei tuoi giorni, basterà chiudere gli occhi e immaginare di essere a casa, nel posto più accogliente e magico di sempre. Basterà immaginare che quei grilli siano gli stessi del lago in cui da piccoli giocavi o pescavi solo per il gusto di vedere da vicino le squame del pesce gatto, basterà pensare che la risata di una donna li vicino sia quella di tua moglie, ed ecco che ti troverai a casa, sempre, nonostante aprendo gli occhi ti renderai conto di essere magari in un posto di cui non ricordi nemmeno il nome.
    Lo faceva sentire sempre giovane, il fato di trovarsi su quel vialetto, ogni volta che rientrava dal lavoro, e ora, come non mai, aveva bisogno di tornare indietro nel tempo, di ritornare ai periodo infantili, belli, in cui non esisteva nessuna cornacchia dannata e nessun uomo insonne. Un brivido gli percorse la schiena, se lo scrollò di dosso cercando di concentrarsi sul frinire dei grilli, e girò la manopola.
    La casa è dove ha inizio tutto.
     
    Gloria, come lui ben aveva immaginato, era diretta ai fornelli, mentre con una mano cercava di dar da mangiare a Bob, che miagolava affamato. Non era una grande famiglia allargata, non erano mai riusciti ad avere un figlio, ma tutto sommato non c’era niente che turbasse l’equilibrio.  Erano in due, anzi volendo considerare il gatto, che soprattutto per lei era come un figlio, erano in tre, ed era il numero perfetto, perciò non c’era niente che dovesse essere sistemato o modificato. Aveva una bella vita e una bella casa, quando arrivava a casa la moglie era li ad aspettarlo e non usciva ogni sera con quelle oche delle sue amiche che si incontravano ogni giovedì per andare al pub London’s flag, a vedere gli spogliarellisti che si facevano mettere tre dollari dentro le mutande.
    Di, che schifo, come si fa a chiamare donne quelle così? Lui invece era stato un uomo fortunato, non doveva mai chiedersi perché la moglie  fosse in ritardo, perché gli avesse mentito dicendogli che andava a comprare lo zucchero e invece l’aveva beccata a chiacchierare con il ragazzo che portava i giornali. Niente di tutto questo. Bastava quindi per considerarsi felice, fortunato e amato. Tre parole che insieme formavano una vita perfetta, o quasi.
    -Amore, sei tornato! La cena è quasi pronta, ti conviene appoggiare tutto sul divano, perché questa si raffredda subito-
    Guardò il contenuto poggiato sul ripiano accanto ai fornelli, e vide che aveva preparato il suo piatto preferito. Spaghetti italiani al sugo. Perfetto per scrollarsi di dosso quella  giornata di merda! Beh che altro nome poteva meritarsi quella mattinata? Non era stata un gran che, non lo aveva certo rilassato e non gli aveva scrollato via di dosso l’ansia del duro lavoro che svolgeva ogni giorno. Anzi, si sentiva quasi depresso, come se il mondo gli fosse crollato addosso nel giro di due ore.
    -Hey c’è nessuno in casa?-
    Si spaventò, quasi pensando che le mani della moglie si fossero improvvisamene trasformate in due ali nere, giganti, che lo volevano soffocare. Gridò e si vide riflesso nell’enorme vetrata della cucina, quella posta proprio vicino all’entrata. Non era lo stesso uomo che era uscito presto quella mattina, per recarsi in ambulatorio, no, quella che vedeva adesso era l’esatta fotocopia dell’uomo che lo aveva sconvolto. Aveva gli stessi occhi rossi, come se anche lui fosse insonne da chissà quanto, il colorito era emaciato, come se un vampiro gli avesse succhiato via tutto il sangue nel giro di poche ore. Era cadaverico, completamente bianco, e sudava copiosamente.
    -Scusa, Gloria, è stata una giornata davvero stressante, non mi sento molto bene, credo che me andrò a letto presto stasera-
    Lei lo guardò preoccupata come se stesse guardando l’uomo che lei non aveva mai visto né conosciuto. Gli posò una mano sulla fronte  - Sei freddo, sembri un cubetto di ghiaccio, Rorò <<
    Gli sorrise cercando di risollevarlo ma non trovò alcun sorriso sulle labbra di lui. Rorò era la loro parola, più che altro era stata  un’idea di Gloria, l’amante delle parole ad ‘effetto’ quelle che inventi ma solo in parte. Aveva preso spunto dalla gelatina che usava ogni giorno lui, e dal fatto che la confezione fosse rossa…due più due, ed ecco che in un attimo aveva creato Rorò.
    Non era che una stupidaggine, una di quelle cose che si inventano quando hai diciassette anni e sei annoiato perché l’autobus non ne vuole sapere di arrivare, quei momenti in cui sbuffi perché hai i piedi congelati, il sedere incollato alla sedia durante cinque ore di lezione, allora scrivi una parola stupida su un foglio, lo appallottoli, lo lanci sperando che la maestra non ti veda e quello silenziosamente arriva dritto dritto verso il tuo nuovo compagno o amico. Così nasce l’amicizia e forse l’amore.
    Questa volta però quell’emozione, quel sorriso anche forzato, non emersero dal viso stralunato e distorto di Daniel. Gloria lo abbracciò calorosamente, -Cosa è successo? Oddio!- E  solo in quel momento sembrò ritrovare quell’energia che ormai sembrava averlo abbandonato completamente, solo allora ebbe la forza di voltarsi verso la direzione che stava prendendo la moglie per andare a spegnere il fuoco.
    Forse aveva paura che un assassino avesse forzato la porta e li volesse tenere in ostaggio tutti e due ( anzi tutti e tre, c’è anche Bob!)   giusto il tempo di pensare a come li avrebbe potuti condire successivamente. Un cannibale, un ladro o qualcosa di simile. Invece, Gloria stava urlando perché aveva visto qualcosa alla finestra, si.. ma non si trattava ne si uno psicopatico, ne di un fuggitivo che li avrebbe messi in pericolo seriamente, no si trattava di un particolare specie di volatile, completamente nero e lucente. Piume completamente nere corvine.
    Una cornacchia, anzi uno stormo intero! Volava proprio sopra la loro casa,  circondandoli completamente. L’urlo si sollevò quando entrambi si resero conto che l’uccello stava rompendo il vetro, e che bisognava per forza prendere qualcosa per tappare il foro che si era appena creato, era incredibile quanto quel becco fosse adunco e pericoloso
    ‘ Hanno la fama di togliere gli occhi alle persone’
    S’un tratto sbarrò gli occhi,ripensando all’avviso di quella stessa mattina, datogli proprio dalla persona meno rassicurante che avesse mai incontrato.
    -Gloria- disse, con voce quasi rauca, e si spaventò al suono di quella voce così tanto simile al verso della cornacchia che avevano di fronte. Sussultò portandosi una mano alla gola come per cercare di schiarirsi la voce e inghiottì quel poco di saliva che gli era rimasta. –Gloria!-   ripeté e stavolta il suono che emise fu più chiaro e molto più ‘umano’.
    -Allontanati, immediatamente! Non sai..- 
     Che cosa non sapeva? Che quella stessa mattina un tizio strambo gli aveva raccontato che non dormiva da tre settimane e che le cornacchie, è risaputo, tolgano gli occhi alle persone? Beh, sicuramente Gloria poteva anche saperlo già, era una donna brillante e intelligente, e in passato proprio quando si stavano frequentando da pochi mesi, aveva trascorso gran parte del suo tempo a parlargli di ornitologia, di birdwatching e attività simili.
     Ora, il subbio stava nel fatto se quegli studi fossero veri o se gli avesse raccontato tutte quelle cose solo per ammazzare il tempo o per noia, o ancora per deviare altri discorsi e concentrarsi solo sulla passione per i volatili. Quella però era vera. Lei era da sempre stata un’amante di tutti gli animali, ma in particolar modo degli uccelli, soprattutto aquile, grifoni e  passerotti. Quando ci siamo conosciuti mi raccontava che da piccola, sua nonna aveva un canarino chiuso nella sua gabbietta, e di notte spesso, si alzava e andava a liberarlo e quello se ne stava a svolazzare allegramente per tutta la camera.
    Il mattino seguente, la nonna si alzava preoccupata perché la gabbietta era aperta e il canarino se ne stava sulla cima dell’armadio, tranquillo e beato, la guardava e cinguettava tutto contento. Davvero strana, mia moglie, ma almeno quello era un periodo di gioventù, ma io ora sono un uomo adulto eppure mi sento come se fossi un alieno, come se stessi vivendo in una realtà ben diversa da quella che tutti conosciamo.
    La cornacchia puntò dritta verso Gloria, cercando sicuramente di toglierle gli occhi ( ormai quella fissazione non si levava dalla sua mente dannazione) e repentinamente John si parò davanti alla finestra, cercando di proteggere la moglie.
    - Allontanati, subito! Mi hai sentito?-
     Lei fece un gesto disperato con la mano, come se stesse per svenire,  implorandolo di calmarsi,  cercando di non fargli perdere la ragione. 
    -Rob ma che ti prende? Mi stai facendo preoccupare seriamente-
    -Non è niente, sono solo un po’ stanco, davvero, credo che andrò a riposarmi-
    Le diede un bacio leggero e sparì dalla sua vista.
    Bob sbadigliò e si rannicchiò su se stesso facendo le fusa.
     
    Non devo pensarci troppo, non devo pensarci troppo.
    Nel buio della  stanza, vide quell’uomo mentre gli sorrideva e gli parlava del suo problema.
    Si sdraiò sul letto, chiuse gli occhi e cercò di non pensare a niente, svuotò completamente il suo cervello.. diamine era un medico, non poteva lasciarsi condizionare!
    Sognò qualcosa… un uomo che rideva e lo inseguiva lungo un labirinto intricato, bellissimo ma pericoloso,un po’ come quello di Minosse…  Si voltò in cerca di un’uscita e una cornacchia enorme gli bloccò il passaggio, la guardò meglio, facendo attenzione ai più piccoli particolari, i suoi occhi neri e penetranti.. e vide Gloria.
    Ad un certo punto quella che sembrava essere sua moglie gracchiò e gli rise in faccia, cercando di strappargli gli occhi. Era spacciato.
    Si ritrovò madido di sudore, con le lacrime che gli scorrevano lungo le guancie e un coltello sul fianco destro, spiaccicato contro il materasso.
    Si alzò respirando a fatica, si guardò allo specchio e vide un uomo pallidissimo e con delle occhiaie da far paura, ma ciò che lo spaventò veramente furono le sue mani.
    Rosse.
    Il sangue era ovunque, sul pavimento, nel letto e lungo le sue gambe fino a raggiungere le Nike bianche che aveva comprato da poco proprio perché era da troppo tempo che non si faceva un regalo.
    Non gridò, non perché non volesse ma perché la sua gola non glielo permise, era bloccata e se provava a deglutire, non riusciva proprio  a mandar giù la saliva.
    Si avviò verso la cucina con le mani e le gambe che gli tremavano come quando da piccolo doveva andare al bagno ma aveva paura dei fantasmi e  rischiava di farsela addosso.
    La vide distesa a terra in una pozza di sangue.
    Chiuse gli occhi per non dover guardare sua moglie che lo fissava da due orbite vuote da cui spuntavano fuori dei grossi vermi che lentamente formavano dei piccoli cerchi.
    Li riaprì  e vide una grossa cornacchia, la stessa che gli era apparsa in sogno, la stessa che aveva cercato di fargli del male quando era tornato a casa quella sera stessa e che adesso gli sorrideva e diventava sempre più grande, sempre di più, fino a diventare un grosso topo di fogna nero come la pece.
    Indietreggiò e chiamò sua moglie…
    -Gloria! Gloriaaaa!-
    Non gli rispose nessuno e di fronte ai suoi occhi si materializzò un uomo vestito di nero con gli occhi sporgenti e una cosa lunghissima, come quella di alcuni draghi visti nei film fantastici che gli piacevano da ragazzo.  L’uomo rise e roteò gli occhi in un susseguirsi di capriole e giravolte, come in una danza africana, e gli balzò davanti, quasi toccandolo con quelle mani sporche di sangue.
    -Tu, tu… tu sei l’uomo che ho visto stamattina nel mio ambulatorio, non può essere reale, tutto questo deve essere un incubo , non può esserci altra spiegazione… qualcuno verrà a soccorrermi..-
    Il mostro rise di gusto.
    -Quanto siete ingenui voi uomini, non credete mai a ciò che vedete vero? Tua moglie è morta, fattene una ragione.. io sono reale così come lo sei tu. Se volessi potrei ucciderti anche in questo stesso istante-
    -Allora fallo-
    -Aahahhaahha, no no no non lo farò, sarebbe troppo semplice, mentre io sto iniziando davvero a divertirmi. Non riuscirai a distogliermi dal mio compito. Sei spacciato. Ti ho distrutto la vita questa mattina e non te la restituirò intatta come lo era un tempo. Dimentica tua moglie-
    -Bastardo!!!!-
    Cercò di muoversi ma era paralizzato, come se fosse diventato una statua di marmo.
    Pianse come non gli succedeva da tanto tempo e chiuse gli occhi, iniziando a contare fino a dieci.
    -          Uno, due, tre… siamo solo io e te, quattro, cinque sei… devo tornare da lei… sette otto nove… ti prego non abbandonarmi mio signore…  DIECI… devi solo creder… CI-
    Aprì gli occhi e si ritrovò nella sua camera da letto, lontano dai mostri che vivevano solo nelle fiabe e nella sua fervida immaginazione. Il letto era pulito, candido come sempre e al suo lato non vi era alcun coltello ma la sua rivista preferita, quella di macchine e moto.
    Sorrise debolmente.
    -Amore, la cena è pronta, vieni altrimenti si raffredda-
    Si vestì e canticchiò qualcosa fischiettando tra un ritornello e l’altro, poi aprì la porta e vide sua moglie, splendida nel suo tubino nero e nel suo portamento elegante di sempre.
    La sua Gloria.
    -Tesoro, che ti  succede? Non dirmi che hai ancora paura di quell’incidente di stasera? Quella cornacchia è andata via da un pezzo- gli sistemò i capelli all’indietro e lui le sorrise nascondendo un leggero brivido lungo la schiena.
    -Non è niente, è che ho avuto un incubo terribile.. Tu eri morta, non eri più tu, c’era la cornacchia di questa sera.. è stato orribile- Gli scesero le lacrime e lei gliele asciugò, facendolo sentire al sicuro ma anche uno stupido bambino di nove anni.
    -Non pensarci più ora, mangiamo-
     
    Alle sette del mattino seguente, impeccabile nel suo camice bianco, varcò la soglia del suo studio e mise in ordine la stanza, sistemando vecchi fascicoli sulla scrivania e sorridendo sul nuovo giorno che stava iniziando.
    Poi qualcuno bussò alla porta, aprì e si ritrovò un uomo molto strano, serio ma allo stesso tempo sorridente.
    Non gli piacque per niente.
    -Noi ci conosciamo non è vero?-
    Lo guardò dalla testa ai piedi e scosse la testa.
    -Andiamo, guardi meglio, so che mi riconoscerà-
    Guardò attentamente e solo in quel momento capì.
    Gli cadde la penna di mano, quella che teneva ben salda e un urlo gli morì in gola.
    L’uomo sorrise ed entrò nell’ambulatorio, agitando la lunga coda.
    -Non.. non puoi essere reale, tu tu non esisti… ci siamo visti ieri per caso?? Ma lei era un uomo in carne e ossa.. che cazzo vuol dire questo??-
    Pianse e si gettò a terra, ormai esausto.
    -L’uomo drago gli accarezzò la testa, poi gliela tenne ferma e sollevò in alto l’ascia. Quando la lasciò ricadere sul suo collo, le pareti bianche si ricoprirono velocemente di una forte tinta rossa,  un rosso sangue d’effetto.-
    Gloria canticchiava sotto la doccia e si preparava  ad uscire per andare a fare la spesa, ormai era sicura che avrebbe potuto pranzare con suo marito almeno per il loro decimo anniversario di nozze.
    L’uomo rise di gusto mentre contemplava le sue mani vermiglie, come un pazzo.
    All’esterno, sul cornicione della finestra, una grossa cornacchia gli fece l’occhiolino sbattendo il becco sul vetro.
    L’incubo divenne realtà.
     
     
     
     
    L’incontro notturno.
     
    Il castello era situato nei pressi della vecchia città di Weller, quella dove erano state impiccate tre donne accusate di stregoneria nel lontano 1666.
    Ma noi non avevamo paura, no.
    Arrivammo alle tre del mattino, bussammo al grande portone ma non rispose nessuno.
    Affranti, voltammo le spalle alla vecchia dimora diroccata e iniziammo ad allontanarci spostando lo sguardo sul vecchio cimitero.
    Le statue degli angeli marmorei ci fissavano con aria tremenda, il ghiaccio aveva ricoperto le loro ali fino a farle scomparire del tutto.  Non guardammo le tombe antiche e proseguimmo il sentiero in silenzio, poi proprio quando ormai eravamo abbastanza lontani, il portone si aprì.
    Fu Andrew ad accorgersene, il più giovane di noi quattro. Non dicemmo nulla, ci guardammo soltanto e questo bastò per metterci d’accordo e prendere all’unisono la decisione.
    Due minuti dopo tornammo di fronte al castello, proprio sotto all’immenso portone.
    Non vedevamo niente perché il buio era immenso ma dopo poco i nostri occhi si abituarono a quell’oscurità e qualcosa riuscimmo a scorgerla.
    Era una luce rossa, molto intensa, che subito ci fece pensare a quella prodotta dai lumicini, soprattutto il 2 Novembre, quando tutti vanno a porgere un saluto ai cari defunti lasciandogli un piccolo pensiero.
    Dal rosso si passò velocemente al giallo e poi all’arancione, come un bizzarro semaforo.
    Kid, il più fifone tra tutti noi, iniziò a tremare e a dire che voleva la mamma, che voleva immediatamente tornare a casa, che era stata un’idea stupida quella di visitare il castello del diavolo.
    -Smettila- gli dissi, sorridendo e porgendogli una mano che poi gli misi sulla spalla, -non c’è ness….-
    Un odore intenso, di bruciato, ci invase totalmente e pensai a quel lontano giorno in cui da piccolo avevo rubato le sigarette a mio padre per fare il figo con gli amici per poi dimenticarmi di spegnerle come si deve.
    Ma qua non aveva fumato nessuno.
    -Finalmente le mie preghiere sono state esaudite-
    Non vedevamo niente ma quella voce bastò per far scappare Kid e traumatizzare Anthony, che tra noi era stato sempre il più coraggioso.
    Kid era già lontano, non osai voltarmi, ormai ero intrappolato in quel turbinio di colori… rosso, arancione, giallo…  quelle sfumature mi richiamarono come una sirena nel mare.
    L’uomo si avvicinò a me ed Anthony, ci toccò per verificare che fossimo abbastanza grassi e poi sentimmo chiaramente la sua lingua mentre passava tra i suoi denti ruvidi e spessi, pregustando ciò che avrebbe divorato successivamente con ingordigia.
    La mia faccia si infiammò nel momento stesso  in cui il suo alito si gettò sulla mia  pelle e il dolore provocato da quelle fiamme che mi picchiavano come bastoni ardenti mi fece urlare a pieni polmoni.
    L’uomo avanzò, con i suoi piedi caprini e rise in modo quasi isterico. L’unica cosa che riuscii a vedere per bene furono i suoi occhi rossi che si fissarono nei miei, azzurri, e allora lì seppi di essere impazzito del tutto.
    I miei amici non c’erano più, rimasi solo con quell’uomo che, vestito di nero, si muoveva come un animale e mi graffiava il volto con i suoi artigli acuminati.
    Prima che il buio totale si impadronisse completamente del mio cuore, vidi le sue corna, lunghissime e gigantesche, che arrivavano fino al soffitto.
    Spalancò la bocca, la vidi enorme, era una stanza immensa dalle pareti dipinte di un rosso sangue accecante e prima di chiudere per sempre gli occhi sentii le urla di tutte le anime dannate che giacevano nel suo corpo immondo.
    Non avrei potuto raccontare a nessuno di quell’incontro notturno con il diavolo in persona.
    La famosa leggenda testimonierà per me.
     
     
     
     
     
     
     
     
    Le trentun streghe.
     
    La ragazza sgranò gli occhi e respirò a fatica, come se avesse percorso chilometri e chilometri inseguita dal diavolo in persona.
    Aveva un volto talmente emaciato che quando la signora Elena la vide entrare dalla porta principale, pensò di avere di fronte un vampiro.
    -O Gesù! Franco, Franco, vieni subito qui! Abbiamo una visita stanotte!-
    Le si avvicinò con un misto di sorriso e terrore dipinto sul suo viso e le porse un bicchiere d’acqua. Dopodiché le avvicinò uno sgabello e la fece accomodare.
    -Ma che diamine urli, donna? Stavo riposando!-
    Da una delle camere apparve un signore di media statura, spettinato e con la faccia tipica di chi si è appena svegliato in malo modo.
    -Stavo chiudendo la taverna quando è apparsa questa fanciulla spaventatissima-
    Le sorrise accarezzandole una guancia.
    -Dio santissimo, ma sei gelata! Franco, vai immediatamente a prendere una coperta e dell’acqua calda! La ragazza sta tremando-
    -Non voglio causarvi alcun problema, non disturberò nessuno-
    Dicendo queste parole,  si guardò alle spalle, nel vento impetuoso che fischiava come un forestiero ubriaco, nella notte più temuta da tutti, quella di Halloween.
    La donna si rese conto che qualcosa la turbava e guardò il marito aggrottando la fronte.
    -Vado a prendere qualcosa. Ragazza, come ti chiami?-
    Si voltò verso l’uomo e le lacrime le scivolarono lungo le guance, bagnandole il vestito nero che aderiva perfettamente al suo corpo gracile e snello.
    -Mi chiamo Marie, signore, sono francese e anche mio marito lo era-
    -Oh poverina- disse la donna portandosi le mani alla bocca come se avesse appena visto un immagine oscena.
    -Hai detto era?-
    - Si signora, Vincent è morto questa stessa notte... qualche ora fa. Non posso non raccontarvi tutto! Dovete aiutarmi vi prego!-
    Il signor Franco non disse nulla e si avviò verso il bagno in cerca di qualche asciugamano pulito a bagnare con dell’acqua calda.
    Elena si avvicinò e la abbracciò forte.
    -Povera piccola, potresti essere mia figlia!-
    Lei sorrise e abbassò la testa velocemente.
    -Ma no, fatti guardare un po’, sei davvero una bellissima ragazza, povera piccola chissà quanto starai soffrendo. Sai, noi avevamo una figlia giovanissima che è stata portata via da un delinquente che le ha tagliato la strada. Me la ricordi moltissimo-
    Le si inumidirono gli occhi ma ricacciò indietro quel lieve luccichio, per non fare la parte della vittima proprio davanti d una donna che aveva tutto il diritto di scoppiare in lacrime per la prematura morte del caro coniuge.
    -La ringrazio signora, siete due persone gentilissime. E mi dispiace per vostra figlia, davvero-
    -Grazie, ma non devi sentirti in debito con noi. Qui a Roma ci conoscono in molti e chiunque voglia un po’ di compagnia può venire qua da noi e trovare sempre un pasto caldo. Cerchiamo di accogliere i turisti nel migliore dei modi per farli sentire a casa anche se sono a mille chilometri dalla propria terra. Qui siamo tutte persone per bene…gente comune-
    -Io non vorrei davvero disturbarvi, non vorrei ami approfittare della vostra bontà-
    -Non devi assolutamente preoccuparti di questo-
    Dalla porta sbucò il signor Franco con l’occorrente e una bacinella viola per farle immergere le gambe e rilassarsi.
    -La ringrazio ancora gentile signore-
    -Non devi, avrai camminato tanto, ti serve un pediluvio, qualcosa che ti faccia star meglio  risollevi lo spirito-
    Riempita la bacinella di acqua calda e appoggiatigli asciugamani caldi sulla schiena, la ragazza chiuse gli occhi e si rilassò distendendo per bene in nervi.
    -Ora, se vuoi rimanere da sola, noi andiamo a dormire e se hai bisogno di qualcosa chiamaci-
    La ragazza si mosse repentina, come se fosse stata morsa da un grosso ragno.
    -No! Dovete starmi ad ascoltare, vi prego! La storia che vi racconterò forse vi sembrerà assurda ma h un assoluto bisogno di sfogarmi con qualcuno e sento che voi siete le persone adatte. Ve ne prego… Sedetevi e prestatemi attenzione. Non vi ruberò tutta la notte.
    I coniugi si guardarono,obbedirono e stettero in assoluto silenzio mentre fuori dalla locanda il vento raccontava le sue bizzarre storie alle piccole stelle.
    Marie e Vincent erano due giovani sposi in vacanza, avevano deciso di recarsi in Italia perché era sempre stato il sogno di lei  e soprattutto di sua madre, deceduta qualche anno prima.
    Roma, la capitale, la città famosa per la fontana di Trevi, bellissima in tutto il suo splendore, il Colosseo utilizzato un tempo come arena in cui i gladiatori e i leoni  si sfidavano in una lotta all’ultimo sangue.
    Quale altra città poteva affascinare così tanto due donne contemporaneamente?
    E così partirono, fecero le valigie dando le spalle per la prima volta nella loro vita a quello che era sempre stato il loro nido d’amore, Parigi.
    Per qualche settimana non avrebbero sostato nei ristoranti della maestosa Tour Eiffel e avrebbero invece goduto della buona cucina italiana.  Tra i due, soprattutto Marie era curiosa di assaggiare la pasta al sugo che aveva sempre sentito nominare da tutti ma che in Francia veniva dimenticata o sostituita con semplici purè.
    Arrivarono in Italia il 29 Ottobre, scesero dall’aereo sorridenti come sanno esserlo le coppie di giovani innamorati, con il loro portamento un po’ altalenante, sono in questa terra per metà e per l’altra stanno su una nuvola di romanticismo e pensieri dolci che forse un giorno li farà addirittura sorridere con una punta di imbarazzo.
    Le strade romane erano completamente diverse da quelle parigine, niente luci immense tanto da sembrare sempre sotto i riflettori come una diva del cinema, nessun castello del Disneyland Paris da ammirare in lontananza. Niente di tutto ciò.
    Eppure era proprio questo che la affascinava, la semplicità del traffico di una città che vive la giornata come se non ci fosse un domani certo, come se non stesse aspettando di essere inquadrata dall’ennesimo fotografo parigino o dal turista di turno che vuole immortalare i monumenti sacri della Parigi sempre impeccabile.
    Per Marie, Roma era una delle poche città semplici e vere.
    Proprio come lo era lei.
    Arrivarono in una stradina poco trafficata e parcheggiarono la vecchia macchina presa a noleggio vicino ad altre vetture che sostavano lì a fianco, cercando con lo sguardo qualche vigile e un qualsiasi cartello che potesse indicargli dove si trovavano e se per caso ci fosse il rischio di beccarsi qualche multa.
    Non trovarono niente di tutto ciò.
    Entrarono nel primo albergo carino della zona e alla reception trovarono un ragazzo dai capelli lunghi corvini e dagli occhi altrettanto scuri e intensi.
    Disse loro che avevano una deliziosa suite per neosposi che sembrava fatta apposta per loro, e così accettarono senza troppi ripensamenti.
    Salirono al piano di sopra, non optarono per l’ascensore data la forte claustrofobia di Marie e così trascinarono i pesanti bagagli per le scale, interrompendo così quel magico silenzio che è tipico dei vecchi alberghi.
    Finalmente entrarono nella camera che gli era stata consigliata.
    La 311.
    Accesero le luci e videro qualcosa di magico.
    La stanza si presentava come una  graziosissima riproduzione di quelle camere in stile vittoriano che si vedono nei film antichi o in quelle soap opera ambientate agli inizi dell’800, talmente delicata e antica da risultare anacronistica e bizzarra.
    I quadri alle pareti raffiguravano volti di uomini caduti in battaglia, con i classici baffi arricciati e portati verso l’alto, come a voler sottolineare l’importanza avuta nella loro valorosa vita da soldati.
    Al centro vi era un tavolino in legno di ciliegio con sopra un vaso di fiori gialli e arancioni, anch’esso molto antico.
    Ma ciò che catturò l’attenzione della ragazza, benché avesse apprezzato tutto l’arredamento e l’ordine circostante, fu la scrivania posizionata accanto al muro, vicino alla finestra.
    Sopra di essa vi erano vari libri, tomi, enciclopedie e opuscoli di vario genere e autore.
    -Guarda tesoro, sicuramente questi sono stati dimenticati da qualcuno- disse Marie, avvicinandosi e sfogliandone uno con la copertina assolutamente priva di qualunque traccia di autore o titolo.
    Le si avvicinò Vincent un po’ preoccupato e infastidito e le pose delicatamente la mano sul braccio allungando lo sguardo per controllare costa stesse leggendo.
    -Cara, forse non dovremmo curiosare in questa roba, dai chiudi tutto e vieni ad occuparti di me piuttosto-
    Così dicendo la strinse forte a sé e il libro si chiuse candendole di mano e finendo a terra.
    Marie baciò a lungo il marito, lasciandosi trasportare da quel fantastico turbinio di emozioni, come se quello fosse il loro primo bacio.
    Ma c’era qualcosa di strano in lei…
    Le immagini iniziarono a invaderle il cervello come una vera ossessione e il suo corpo iniziò a muoversi contro al sua volontà, come se una forza oscura si stesse impossessando di lei.
    Si staccò dalle morbide labbra del marito e respirò a fatica, sconvolta da quel bacio così deciso e sensuale.
    Si inginocchiò a terra per raccogliere il libro e lo trovò aperto sulla pagina 31, dove un nerissimo inchiostro parlava una lingua arcaica che nessuno di loro aveva mai visto prima o poteva conoscere.
    Solo una parola era evidente e chiara come il sole.
    Marie.
    Il suo nome sottolineato in rosso come se fosse un lembo di pelle punto dalla spina avvelenata di una rosa maligna.
    Indietreggiò urlando e andò a sbattere la testa sul parquet durissimo.
    Si risvegliò su un comodo  letto matrimoniale qualche minuto dopo, dolorante e angosciata.
    Vincent le stringeva affettuosamente la mano, baciandole il palmo e di tanto in tanto la fronte sudata.
    -Marie, bruci come un forno, santo cielo!-
    La donna lo guardò dritto negli occhi senza proferire parola, come se all’improvviso la lingua le si fosse immobilizzata o l’avesse inghiottita.
    Era una situazione assurda per Vincent!
    Decise di chiamare qualcuno ma la porta risultava bloccata e chiusa dall’interno e quando si diresse verso il telefono, questo risultò muto, come se dall’altro capo ci fosse il nulla.
    Il panico iniziò a prendere il sopravvento e ad investirlo come un treno in corsa e si mise le mani tra i capelli come un uomo che aveva appena perso la sanità mentale.
    -Marie, Marie!-
    Guardò la giovane moglie stesa sul letto mentre lo fissava al contrario con quegli occhi sbarrati e bianchissimi, privi di conoscenza. Poi la vide alzarsi e andare verso di lui, muovendosi come se fosse un ragno, posizionando testa e braccia all’indietro e il bacino rivolto al soffitto.
    I suoi occhi divennero arancioni  e mentre la lingua fuoriusciva dalla bocca putrida solleticando il mento del marito sgomento, egli cadde e svenne, abbracciando così un lungo sonno profondo e tormentato.
    Si risvegliò di notte, tra i rumori degli animali notturni e le risate lontanissime di alcune donne.
    Gli faceva male la testa, come se qualcuno o qualcosa gliela avesse ripetutamente sbattuta contro un tavolo o un sasso.
    Cercò di issarsi in piedi ma non ci riuscì e si lasciò ricadere a terra esausto.
    Dov’era finito?
    Dal punto in cui si trovava riusciva a vedere ben poco, gli sembrava di essere in una piazza enorme circondata da un muro pieno di fiori, ma non capiva altro.
    Un rumore fortissimo seguito da delle risate fragorose lo fecero sussultare e si nascose tra due massi enormi che  facevano proprio al caso suo.
    Davanti ai suoi occhi si materializzarono due donne vestite di nero, ma all’improvviso ne arrivarono molte altre, cinque, sei, dieci venti… Vincent arrivò a contarne addirittura trenta.
    Erano incappucciate e di fronte a loro i era un pentolone che bolliva, mentre con le loro mani grassocce e bianchissime minute di dita più lunghe del solito, giravano l’acqua sporca con un mestolo fatto di ossa umane e animali.
    Le donne iniziarono a ridere sempre più forte e bisbigliare dei nomi assurdi, come di una qualunque ipotetica divinità infernale.
    Poi, una di loro estrasse dalla tasca della tunica un voluminoso libro senza nessun nome scritto sopra e Vincent lo riconobbe subito.
    Fu quasi tentato di muoversi di lì e strapparglielo di mano ma non lo fece perché la ragione ebbe il sopravvento sull’istinto e decise di attendere.
    Un coro maligno si levò in aria arrivando dritto al cielo, un insieme di voci spettrali che divenne quasi uno squittio sinistro e demoniaco.
    Vincent si tappò le orecchie  ma questo non fece altro che peggiorare le cose infatti sembrava quasi che quelle donne lo stessero controllando, capissero che era infastidito e avessero intenzione di farlo impazzire completamente.
    L’uomo, ormai allo stremo delle forze, ebbe giusto il tempo di dare un’ultima occhiata alle strane figure e riconobbe il viso di una donna che lui conosceva quanto il suo stesso cuore…
    La sua Marie, che si unì solo successivamente al gruppo delle trenta donne.
    Lei era la trentunesima prescelta chissà da quanto tempo.
    Gli occhi di lui si riempirono di lacrime mentre pronunciò, per l’ultima volta a bassa voce e con le labbra dischiuse, il nome della moglie.
    -Marie, Marie… ti amerò per sempre-
    Mentre si assopiva e giaceva a terra riuscì a sentire le continue voci delle malefiche figure mentre tramite uno strano rito provocavano tremendi dolori proprio al centro della sua testa, sconvolgendolo  terrorizzandolo.
    Pronunciarono il suo nome per ben 31 volte, come se volessero resuscitare un mostro deforme o stessero invocando un antico demone e ogni volta che da quelle nere labbra fuoriuscivano quei maledetti suoni che componevano la parola Vincent, un nuovo dolore lo attanagliava, come un pugnale conficcato in gola.
    Capì di avere poco tempo a disposizione.
    Cercò di alzarsi ma senza mostrarsi troppo, perciò strisciò tra i pochi cespugli e la dura terra ricca di sassolini aguzzi che lo graffiarono ovunque e gli sbucciarono le ginocchia strappandogli quasi un urlo.
    Arrivò vicino al pentolone che ora ribolliva animatamente come se là dentro stessero bruciando le anime stesse dell’inferno  e un liquido arancione iniziò a sgorgare arrivando tra le sue gambe e inzuppandogli i pantaloni.
    Si ritrasse ma una spruzzo di una sostanza collosa lo colpì in pieno viso rendendolo cieco.
    Si portò le mani in faccia e questa volta sì che urlò a pieni polmoni, mentre il Colosseo intero si riempiva delle grida di gioia e stupore delle vecchie streghe.
    La sua cecità per fortuna non era totale… o forse per sfortuna?
    Poiché non appena i suoi occhi velati e indolenziti si posarono sul vecchio calderone videro una sorta di animale che assomigliava vagamente ad un piccolo drago, con quattro teste e munito di coda verdastra con piccole squame.
    L’essere sputò fuoco intorno alla sua stessa figura e mentre il monumento iniziava ad andare in fiamme, quello  iniziò a ridere emettendo suoni gutturali e spaventosi.
    Vincent, ancora quasi non vedente, indietreggiò e nascose il viso fra le mani, mentre un forte tremore si impossessava del suo corpo ormai esausto e privo di forze.
    Alcuni passi si avvicinarono sempre  più a lui, a tal punto da sentire il respiro pesante della persona a cui appartenevano, e sollevò pian piano la testa, lentamente per timore di ciò che avrebbe potuto vedere.
    Forse se le sue pupille avessero incontrato quelle ipnotiche del mostro-drago, il suo terrore si sarebbe attutito, ma ciò che vide lo paralizzò all’istante.
    Incappucciata, prostrata dinnanzi  a lui, vi era la donna che aveva sempre amato, Marie.
    Sollevò la verga pesante sul cranio del povero uomo, senza dargli nemmeno il tempo di fargli dire le sue ultime preghiere.
    Ormai Vincent era cibo per i vermi.
    Le streghe urlarono di gioia e danzarono sul corpo senza vita dell’uomo, sputandoci sopra e augurandogli che la sua anima finisse dritta tra le fiamme dell’inferno.
    Così, tra le rovine infuocate del Colosseo e le grida animalesche delle donne, finì quell’incubo dannato, mentre nel cielo le delicate stelle illuminavano quel misero cadavere, quasi accarezzandolo.
     
    La ragazza finì il suo racconto tra le lacrime, mentre si dondolava sulla sedia abbracciando il proprio corpo impaurita.
    -Questo è ciò che dovevo raccontare. Ora siete liberi di credermi o no, ma io vi dico che è tutto vero, che non mi sono inventata proprio niente-
    Continuò a guardare fuori dalla finestra, tra gli alberi che ormai danzavano assieme al vento, esausti e rapiti dalla sua incredibile forza.
    Fu la donna ad avvicinarsi a lei con cautela, come se quasi si fosse pentita di averla accolta nella sua casa.
    -Marie, vuoi forse dici  che la trentunesima strega sei davvero tu, non è vero?-
    Continuò ad avvicinarsi a lei fino a sfiorarle i capelli con la punta delle dita.
    La ragazza finalmente si voltò con un’espressione di terrore dipinta negli occhi cerchiati di rosso.
    Poi si alzò e si mise di fronte alla donna.
    -Mi dispiace tantissimo, io non avrei mai voluto causarvi dei problemi-
    La donna non capì a cosa alludesse e si voltò verso il marito che si trovava dietro il bancone intento a versarsi qualcosa di forte.
    -Marie, cosa dici? Non ci stai dando alcun problema… Solo, vorremmo capire meglio questa storia della strega… sei, sei veramente tu, ma come??-
    -Signora, io ho ucciso mio marito perché dal giorno in cui ho messo piede in quella stanza d’albergo  non sono più stata la stessa persona . Ho aperto un varco tremendo tra questo e l’altro mondo, quello delle ombre maledette. Non avrei mai dovuto curiosare tra gli oggetti dei morti. Ma d’altronde il mio destino era già segnato, sono una strega da sempre era tutto scritto in quel libro-
    Linda iniziò a tremare e chiamò il marito.
    Nel momento in cui la ragazza fiutò il loro timore, iniziò a cambiare, qualcosa mutò in lei fino a renderla quasi irriconoscibile.
    Iniziò a ridere a gran voce come se quella situazione la stesse divertendo da morire e tirò la testa all’indietro quasi spezzandosi l’osso del collo.
    Li guardò da quella posizione, roteando le pupille in modo ossessivo e frenetico, fino a trasformarle in due bocce che giravano impazzite.
    Quando finalmente si bloccarono, erano due fori bianchi, come se al loro interno ci fosse del fumo o della neve.
    La signora iniziò ad urlare e a dirigersi vero il marito, mentre la ragazza continuava a ridere senza sosta e ad avanzare verso di loro con fare minaccioso.
    -Io ho aperto un mondo! Ho aperto un varco tra voi e noi, tra ciò che si vede e ciò che rimane ben celato! Non si può omettere ciò che risulta evidente!-
    Rise e si buttò a terra con un tonfo sordo.
    -Franco, sbrigati! Non vedi che siamo in pericolo? Devi fare qualcosa!!-
    -Si… io ecco, va bene ora vado, tu rimani qui con lei nel caso si risvegli-
    -Fai presto!-
    Si diedero un bacio casto e si separarono per sempre.
     
    Ora Linda era sola in quella grande stanza dove ogni giorno vedeva le stesse persone, clienti abituali che si fermavano da loro per ristorarsi e condividere risate, gioie e dolori. Persone serie che quando terminavano la dura giornata lavorativa si recavano lì da loro per chiacchierare su qualsiasi argomento.
    Si guardò intorno e non riconobbe più quello che da una vita era il suo mondo, tutto ciò in cui aveva sempre creduto.
    Adesso quella grande sala sembrava l’entrata per l’inferno e la ragazza stesa accanto a lei assomigliava ad un demone che forse non sarebbe mai andato via.
    Erano trascorsi circa venti minuti dall’ultima volta che aveva parlato con suo marito e guardando dietro di lei sul grande orologio a muro, le sembrò che il tempo si fosse fermato.
    Anche fuori era successo qualcosa di molto strano, il vento aveva incredibilmente smesso di attirare la loro attenzione e sembrava essersi dissolto come polvere.
    C’era un silenzio incredibile.
    I secondi passarono, dieci, venti, fino a raggiungere il minuto… ma non accadde nulla e il silenzio continuò insistentemente a fare da padrone assoluto della situazione.
    Linda chiuse gli occhi e respirò profondamente, poi si portò una mano sul cuore e iniziò a pregare senza emettere alcun suono.
    -Ave o Maria  piena di grazia, il signore è con te…-
    ( rumori dietro di lei, qualcosa che striscia e si avvicina lentamente furtivo)
    -…Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù…-
    ( un respiro pesante e cattivo)
    -…e liberaci dal male…-
    -AMEN STRONZA!!!-
    La donna si voltò e non disse niente, non una sola parola.
    Marie era di fronte a lei mentre sghignazzava e mostrava una lingua che poteva benissimo raggiungere il volto della donna se solo l’avesse voluto.
    -No ragazza mia, ti prego… sono io, la donna che ti ha aiutata, non mi riconosci?-
    Respirò a fatica in preda al panico.
    La ragazza gettò pesantemente la testa all’indietro e quando si ricompose Linda vide che aveva la pelle verde con tanti filamenti neri, come uno zombie.
    -non sono Marie, lurida stronza! Ahaahahaahha, sei una povera illusa se pensi di potermi battere… io sarò il tuo dolore più grande!-
    Roteò gli occhi e le sgorgarono lacrime di sangue che finirono sul pavimento corrodendolo come acido.
    -Oh Cristo Santo!-disse Linda indietreggiando e sbattendo il fianco sinistro contro il legno massiccio del bancone.
    Marie le si fece sempre più vicina e la guardò dritta negli occhi.
    -Non nominare quell’infame, puttana!-
    In quell’istante per Linda, guardare quegli occhi fu come fissare il fuoco dell’inferno.
    Urlò a pieni polmoni tra i singhiozzi e le lacrime.
    -Francoooooooooo, Francoooo aiutami!!-
    Ma il marito non c’era e non poteva fare nulla per lei.
    -Aahahahahaha sei sola con me tesoro!-
    Allungò il corpo verso di lei, quasi le strisciò addosso e lei sentì la pelle della ragazza che bruciava come un tizzone ardente e viscida come una rana.
    Non ci pensò due volte, si voltò per afferrare qualcosa con cui difendersi e poterla colpire ma un dolore acuto la paralizzò all’istante arrestando così anche il corso dei suoi pensieri.
    Un colpo alla testa la fece scivolare giù fino a terra quasi priva di sensi, senza permetterle di gridare per chiedere ancora una volta aiuto.
    Poi qualcuno le strinse forte la caviglia sinistra frantumandole l’osso che già sbatteva contro il duro cinturino in pelle della scarpa.
    -Ora tu vieni con me-
    La fece voltare verso di lei e l’ultima cosa che la donna vide assieme al grande lampadario fu la lurida lingua della ragazza che si avvicinava al suo ventre.
     
    Circa un’ora dopo, anche se fu difficile stabilirlo con esattezza, qualcuno entrò nella locanda infreddolito e stanco.
    -Linda eccomi, ho cercato di…-
    Vide qualcosa sul pavimento proprio di fronte a lui, all’inizio non seppe dire con esattezza se si trattasse di un animale morto o di un viandante che smarrendosi, era finito lì per caso, ma quando toccò i resti di quel corpo con la punta dello scarpone, quel tanto che bastò per voltarlo, non dovette più fantasticare.
    Linda lo stava guardando da quelle fessure vuote dove fino a qualche ora prima c’erano stati i suoi occhi.
    Fu certo di averla riconosciuta all’istante solo perché l’amava davvero, perché per il resto era un cumulo di carne ammassata e poltiglia rossa.
    Fu sul punto di vomitare quando una mano pesante dalle unghie acuminate fece forza sulla sua spalla, distogliendolo dal pensiero di Linda.
    -Salve, signor Franco-
    Nell’udire quelle parole, quel tono rassicurante e dolce, si sentì molto meglio, un po’ come accade quando qualcuno si avvina a te nel momento in cui stai assistendo ad un grave incidente stradale. È come se si esca da quel tunnel di paura e isolamento e ci si senta protetti.
    Quando si girò e vide Marie che gli sorrideva con i denti aguzzi e sporchi del sangue di sua moglie, si rese conto che a volte è meglio rimanere soli di fronti a delle scene tanto orribili e scioccanti.
    -Marie… che cosa hai fatto?-
    La squadrò dalla testa ai piedi e vide un essere infernale, della ragazza dolce e carina non era rimasto niente in lei, in quel corpo che ormai trasudava orrore.
    -Io no sono Marie, avvicinati tesoro mio, adesso siamo soli, vieni qui che ho qualcosa per te. Finalmente quella stronza non può mettersi tra noi-
    Ipnotizzato, come un serpente che spia lentamente dalla cesta richiamato dai suoni che adora, obbedì restando immobile ed affascinato, tra le braccia di lei.
    Lo baciò intensamente, ma quel contatto  non aveva neanche lontanamente lo stesso sapore o ricordo di quello scambiato con Vincent.
    Quello era un bacio che sapeva di menzogna e morte.
    Uno spruzzo di sangue investì il legno del bancone, e il vecchio Jack Daniel’s ( per chi fosse entrato in quell’esatto momento) non era altro che una vecchia bottiglia sporca di succo di pomodoro  dal nome bizzarro, qualcosa come Ack Niel’s, roba poco nota insomma.
    Le grida dapprima soffocate si sollevarono e come per un bizzarro eco, il vento iniziò ad ululare e far sbattere le imposte, felice di potersi esibire in una macabra danza infernale.
    -L…rida… starda!-
    Non poteva più parlare come prima, ormai la sua lingua era stata staccata per metà e riposava nell’avido stomaco di Marie.
    Lei rise di gusto con voce demoniaca, mentre il sangue nero  le colava ovunque e finiva a terra, trasformando la locanda in un luogo maledetto.
    Poi gli si avvicinò come aveva fatto con sua moglie, solo che ora non c’era nemmeno il bisogno di usare troppa violenza.
    Gli uomini  non sono così furbi come le donne.
    Basta poco per abbindolarli.
    -Vieni da me, tesoro, Vincent-
    Il signor Franco scosse la testa perché non voleva assolutamente andare da lei, ma la strega-donna gli si avvicinò e lo trascinò verso di sé spingendogli la testa verso il suo ventre.
    Le sue budella fuoriuscirono da sole, scivolando come gelatina su un dolce saporito e penetrando insistenti nella bocca dell’uomo, soffocandolo lentamente.
    Franco morì guardando la donna che lo aveva ucciso, con la bocca spalancata come se andandosene via fosse rimasto scioccato.
    Marie si sedette tra i due cadaveri, guardò le sue mani intrise di sangue, guardò la stanza intorno a sé, le parti vermiglie, il pavimento che era una sorta di Nilo in una delle dieci piaghe d’Egitto e urlò.
    Gridò fino a che non cadde lunga distesa per terra, con le braccia rivolte verso Linda.
    Dopodiché svenne.
    Era l’alba del primo Novembre quando la ragazza aprì gli occhi e provò un senso di nausea e dolore incredibili al petto.
    Cercò di alzarsi ma non appena appoggiò le mani per terra con l’intento di spostarsi da quel punto, sentì delle fitte lancinanti ai palmi e un formicolio incredibile le tolse la sensibilità agli arti.
    Si lasciò cadere sul pavimento, distesa, con lo sguardo rivolto verso le prime luci del sole nascente e iniziò a piangere.
    L’odore del sangue le si insinuò nelle narici, un tanfo di morte e disperazione.
    Sentiva la testa completamente vuota, priva di memoria.
    -Che cos’è successo qua…-
    Sussurrò quelle parole mentre osservava ciò che rimaneva dei due coniugi che l’avevano aiutata, senza avere la minima idea di chi diavolo fossero quelle persone, senza capire…
    Con un grido disumano si alzò per ritrovarsi un secondo dopo rigida su di una paio di gambe che sentiva pesanti e paralizzate.
    Corse nonostante i forti dolori all’anca destra, senza riuscire a capire perché si sentisse così debole e perché fosse lontana mille miglia dalla Francia.
    Aprì la porta che dava verso l’esterno e gridò.
    -Vinceeeeeeeeeeeeeeent, dove sei??-
    Ma lui non poteva salvarla e mai più lo avrebbe potuto fare.
    Attese qualche minuto con le braccia conserte, tremando mentre guardava il cielo sopra di lei.
    Non c’era nessuno per lei.
    Presa dal panico iniziò a fuggire senza una meta precisa, correndo con la stessa velocità di una donna inseguita da una belva feroce.
    -Vi prego aiutatemi! Aiutooooo! Qualcuno ha ucciso delle persone, aiuto!-
    Sentì la propria voce rimbombare intorno a lei, come se si trovasse dentro una bolla e questo non le piacque per niente.
    Poi un barlume di speranza, una lucina lontana che proveniva dal sentiero di fronte a lei le spianò la strada, strappandole un sorriso.
    Dei passi, delle voci umane e rassicuranti.
    Marie sorrise e si passò le dita tra i capelli umidi di lacrime e sangue.
    -Finalmente!-
    Dal bosco apparvero delle donne incappucciate e vestite di nero che le si avvicinarono fluttuando nell’aria.
    Era un gruppo piuttosto numeroso.
    Erano trenta.
    -Sono venute per me, sono libera!-
    Corse verso di loro emozionata.
    Mentre da uno dei grossi rami del vecchio ulivo un enorme gufo spiegava le ali, Marie si ritrovò tra le braccia di una delle donne, certa di essere finalmente salva.
    Un urlo lacerò il silenzio, poi più nulla.
     
     
     
    Contagio ideale
     
    C’erano tutti.
    La signora Dowell e suo marito, il signor Crowell con la nipotina Daisy di appena sei anni e l’uomo che avrebbe raccontato la storia.
    La storia di  tutte le storie.
    -Volete un’altra fetta di torta?-  chiese Patricia Dowell, sfoggiando un sorriso impeccabile da dente d’oro.
    -No grazie- rispose l’uomo, toccandosi la pancia piuttosto voluminosa, facendo intendere che non era un gesto di timidezza ma il problema era che proprio non ci stava altro.
    La piccola Daisy arricciò nervosamente una ciocca di capelli attorno alle dita e inseguì una zanzara con lo sguardo.
    -Non ci sta più niente in questo pancino- disse la bambina, facendo sorridere i più grandi.
    Il signor Dowell si alzò aiutandosi con il bastone e rifiutò il braccio della moglie con un gesto piuttosto brusco.
    -Non sono ancora così vecchio da aver bisogno di una balìa-
    Si mise di fronte alla grande finestra della veranda e da lì ammirò il mare, quell’immensa distesa azzurra che si  mischiava al colore dei suoi occhi.
    Daniel sollevò in alto il bicchiere pieno di birra e lo mandò giù tutto d’un sorso.
    -Allora signor… come ha detto che si chiama?- gli strizzò l’occhio perché il sole era forte e non riusciva a vederlo con chiarezza.
    L’uomo lo guardò con difficoltà perché aveva una benda scura che gli copriva la parte sinistra del volto. Si sistemò meglio sulla sedia e si toccò la benda che gli era scivolata di poco, mostrando leggermente un lembo di pelle bruciacchiata.
    -Non ha importanza come mi chiamo, comunque se questo può essere rilevante per qualcuno, sono Mark Hendoll. Ma state certi che non dimenticherete facilmente il mio viso-
    Patricia si sedette accanto al marito con ancora il delizioso profumo della torta di limone in entrambe le mani e stette ad ascoltare l’uomo misterioso.
    Daisy sbadigliò e appoggiò la testa sulla tovaglia a fiori.
    -Piccola, attenta a non sbattere la testa sul cesto di frutta- le disse il nonno spostandolo verso il centro. Ma orami lei era già sprofondata nel mondo dei sogni.
    Il signor Dowell rimase in silenzio per qualche minuto.
    -Bene signor Mark, cosa voleva dirci?-
    L’uomo sorrise, li guardò tutti fissandoli con attenzione e dopodiché rivolse lo sguardo sull’orologio che segnava le quattro del pomeriggio.
    -Bene- disse, sistemandosi ancora la benda per coprirsi meglio –abbiamo qualche ora di tempo, suppongo-
    Incrociò le mani e sospirò.
    -Signora Patricia?-
    Lei ebbe un sussulto e balzò dalla sedia, come se avesse preso la scossa, e solo un secondo dopo si riprese e gli sorrise passandosi una mano tra i capelli in modo nervoso.
    Lui se ne rese conto all’istante.
    -Non volevo mica spaventarla, vorrei solo un bicchiere d’acqua-
    -Oh certo, frizzante o naturale?-
    -Naturale grazie, non mi sono mai piaciute tutte quelle cose modificate dalla mano dell’uomo-
    Gli sorrise e si avviò in cucina a passo svelto.
    La piccola si rigirò sul tavolo, mostrando un grosso segno rosso sulla guancia sinistra.
    -Tesoro- le disse il nonno, -così ti fai male, vai a riposare nel lettone di sopra assieme a Bunny e tutti gli altri pupazzi-
    L’uomo bendato fece un gesto improvviso, si alzò e diede un leggero bacio alla bambina dicendole di continuare a dormire tranquilla.
    -è molto meglio se la piccola dorme serenamente, non è un racconto molto appropriato per la sua età-
    -So bene cosa è meglio per la mia nipotina, sono suo nonno non un uomo qualunque-
    Mark rise a bassa voce.
    -A volte chi pensa di essere vicino ad una persona solo per grado di parentela, non conosce neanche una piccola parte di lei o dei pericoli del mondo-
    Si sedette e in quel momento tornò Patricia con l’acqua.
    -Grazie signora-
    -Non c’è di che-
    Bevve quasi tutto, lasciò pieno solo un terzo del bicchiere e lo guardò attentamente.
    -Le bollicine che ci sono nell’acqua, non vanno mai da nessuna parte non è vero? Voglio dire, fluttuano e si fanno notare da tutti noi, ma rimangono sempre lì, in quel bicchiere, concentrate in uno piccolo spazio-
    Michael sbuffò e rise.
    -E questo cosa dovrebbe farci capire? È forse venuto per farci una lezione di chimica o per dirci che è un analista?-
    -No- disse lui in modo secco e privo di emozione.
    -Non di certo. Le bollicine di quest’acqua non possono volare via da qui, sono un piccolo corpicino rotondo privo di sostanza. Cosa le differenzia dal corpo umano?-
    Patricia si guardò attorno e parlò, sentendosi leggermente in imbarazzo.
    -Beh io suppongo che la differenza sia evidente. Se uno di noi dovesse immergersi in un recipiente pieno d’acqua, dopo qualche minuto non resisterebbe e sarebbe costretto a riemergere. Quindi la differenza sta in questo, loro vivono nell’acqua, noi no-
    L’uomo fece un cenno positivo con la testa ma non si sentì compreso del tutto.
    -La vera differenza sta in un elemento essenziale, tanto utile quanto pericoloso. L’anima. Se ognuna di queste bolle avesse un proprio spirito, potrebbe pensare e quindi vagare con la mente e tramite la forza del pensiero potrebbe addirittura uscire da quel bicchiere, non in senso fisico, ma in quello spirituale. Potrebbe andar via con la mente e raggiungere luoghi che nessuno conosce-
    Michael sbadigliò e la piccola Daisy parlò nel sonno, raccontò che in un verde prato le margherite le sorridevano e cantavano assieme a lei.
    -E quindi tutto questo cosa dovrebbe farci capire?-
    L’uomo si girò verso Michael che lo guardava con la tipica espressione di chi non crede a nulla di ciò che si sta sentendo.
    -Signor Crowell, ha presente quelle persone che possiedono un dono particolare, quel qualcosa di incomprensibile che lo distacca da noi poveri umani privi di intelletto?-
    Michael fece spallucce e si rivolse alla moglie che lo imitò.
    -Non sapete a cosa alludo, come supponevo… Tanti anni fa ho conosciuto una persona che definirei ‘strana’ e non l’ho mai più dimenticata. Non si può scordare un volto del genere, sarebbe impossibile.. Avete mai sentito parlare delle cosiddette voci nella testa o di esperienza extracorporali tra la veglia e il sonno?-
    Michael rise.
    -Io quando torno dal lavoro nei campi ho talmente tanta stanchezza addosso che l’unica cosa che sento è la sveglia l’indomani mattina.. quella sì che parla e non la smette  più!-
    Risero tutti a gran voce, tranne Mark.
    -Signor Hendoll, la prego, non sia così serio avanti… L’abbiamo invitata a pranzo perché ci ha pregati di ascoltarla e ci sta più che bene, ma deve capire che noi siamo gente allegra. Non si prenda troppo sul serio.-
    L’uomo si alzò e si mise di fronte a lui puntandogli l’indice contro.
    -Non si azzardi minimamente a prendersi gioco di certe cose, ha capito? Non ha sentito ancora nemmeno l’inizio della mia storia, quindi se poi alla fine avrò ancora la voglia di ridere e scherzare è un conto e ne riparleremo, ma per ora pretendo il massimo rispetto e silenzio. È un discorso serio.-
    -Va bene, scusi tanto. Ci dica tutto quello che vuole-
    Si risedette e chiuse gli occhi concentrandosi.
    -Vi stavo dicendo ciò che vidi due anni fa. Prima di entrare nel vivo della situazione, prima di arrivare al  nocciolo del discorso, vorrei parlare delle mie esperienza nel settore per farvi capire meglio.  Faccio lo psicologo e mi sono capitate davvero le situazioni più bizzarre in assoluto, un uomo che diceva di vedere sua moglie ogni notte alle tre in punto proprio sopra il suo comodino, vi rendete conto?-
    Patricia rimase scioccata e si portò una mano alla bocca mostrando il grosso anello che portava all’anulare.
    -Sul comodino?-
    -Si, non sto inventando assolutamente nulla. La vedeva ogni singola notte, ricoperta di sangue mentre gli sorrideva e lo guardava dormire. Una volta mi disse addirittura che al mattino aveva trovato un messaggio vicino alla confezione di medicinali, e aveva subito riconosciuto la sua calligrafia, l’inconfondibile scrittura della moglie… quel modo di allungare le curve delle P e delle L e il modo buffo in cui sottolineava alcune parole, come per imprimerle bene a mente. Nel messaggio gli diceva che la colazione era pronta e che era dovuta uscire di fretta per delle commissioni urgenti.
    Nell’ultima seduta mi disse di averla vista mentre saltava sull’armadio e ballava come una danzatrice delle fiabe arabe, agitando dolcemente il bacino e portando il corpo all’indietro. Mi disse anche di averla desiderata come non gli succedeva più da tanti mesi ma che allo stesso tempo l’aveva temuta, come se stesse ammirando una maledetta sirena…-
    -Perché quella era stata l’ultima seduta?-  chiese Michael incuriosito
    -Perché quella stessa notte quando tornò a casa si svegliò alle 2:59 del mattino, prese una lametta dall’armadietto dei medicinali ( dove erano conservati innumerevoli flaconcini e pomate per qualsiasi parte del corpo e per ogni tipo di problema,  indubbiamente era un ipocondriaco) e si tagliò la gola.
    Non ebbe paura di morire perché ne aveva troppa per vivere ormai, capite?
    -Si, ma è orrendo!- disse Patricia abbracciando il proprio corpo come avesse paura che da un momento all’altro, magari quella stessa notte quando si fosse trovata da sola nella sua camera, lo stesso uomo morto suicida sarebbe  sbucato da sotto il letto e avrebbe cercato di tagliarle i polsi.
    -Signora mia, sarà anche orrendo, ma ciò che gli stava capitando lo era mille volte di più.. la cosa più grave è che tutto questo era solo nella sua testa e io non ho potuto fare nulla per salvarlo, non ci sono riuscito..-
    Patricia e Michael si sedettero meglio, Daisy sbadigliò e poi riprese a dormire beatamente, mentre suo nonno guardò in direzione del mare e vide una fila di barche a vela che sicuramente si preparavano a gareggiare.
    Spostò l’attenzione su Mark e così non seppe mai quale sarebbe arrivata per prima a quella regata.
    -Ci dica tutto dal principio, non ometta nulla. Siamo adulti vaccinati e non sarà di certo questa storia a non farci dormire questa notte. La ascoltiamo-
    -Siete sicuri di voler sentire il racconto completo nei minimi dettagli?-
    Patricia guardò suo marito che rivolse lo sguardo verso Henry Crowell che si assicurò che la piccola non stesse ascoltando.
    -Bene dunque, chi tace acconsente- disse l’uomo, guardandosi le mani e ripercorrendo con il pollice i calli lungo le linee della vita.
    -Sapete, prima di riuscire a laurearmi in psicologia conducevo una vita completamente diversa. Mio padre ha sempre lavorato la terra fin da bambino e vederlo ogni sera distrutto mentre rincasava con la schiena a pezzi mi faceva sentire in colpa, ci stavo davvero malissimo. Abbiamo sempre vissuto in una casa fuori città e così anche il mio lavoro divenne ben presto quello del contadino. Ne porto tutti i segni ancora oggi.
    Il sole ti brucia le spalle, la verga è pesante da sollevare e tu devi occuparti comunque e sempre dei campi, perché sei un uomo e non puoi tirarti indietro.-
    -E come è riuscito a mollare tutto e voltare pagina?- chiese Michael accendendosi una sigaretta.
    -Oops,  si può fumare, vero?-
    -Veramente di fronte ai bambini il vizio del fumo andrebbe regolato, ma per questa volta facciamo un’eccezione- disse Patricia lanciandoli un occhiataccia.
    -Scusate tanto, davvero… è che non riesco a controllarmi. Ogni volta che sono nervoso per qualcosa o agitato perché ascolto un racconto particolare devo cercare aiuto nella sigaretta, è un supporto di cui non posso fare a meno. –
    Mark sorrise.
    -Non si preoccupi, non è facile smettere di fumare da un giorno all’altro soprattutto in certe circostanze. Ha mai letto ‘La coscienza di Zeno?-
    -No ma credo lo farò.. come potrei far finta di nulla di fronte ad un consiglio di uno bravo psicologo! Caspita, non mi ricapiterà mai più sicuro!-
    -Grazie davvero. Comunque si tratta di Italo Svevo, autore moderno. Diciamo che Svevo per me è il Freud italiano.-
    -Caspita! Leggerò sicuramente qualcosa-
    Aspirò il fumo e i nervi si allentarono magicamente.
    Sapeva di esserne assolutamente dipendente eppure non poteva farci nulla. La droga non riesce ad evitarti e tu non puoi evitare lei.
     Nicotina a vita.
    -… Comunque, come ci sono riuscito è molto semplice. Sa… anzi, mi rivolgo a tutti voi perché non mi sembra educato tralasciare qualcuno… quando un uomo fa per troppo tempo qualcosa che non lo appaga alla fine rischia di impazzire.
    Io non volevo diventare né pazzo e né arrivare alla soglia della vecchiaia ingobbito e dolorante a causa del mio lavoro, perciò ho deciso di prendere in mano la mia vita e sconvolgerla.
    Acquistai vari libri di sociologia, psicologia e filosofia a prezzi stracciati aiutandomi con il denaro che riuscivo a racimolare lavorando part time come cameriere nel ristorante di un amico di mio padre e ogni sera, alle dieci in punto, dopo che io e mio padre tornavamo dai campi distrutti e sporchi, mi chiudevo in camera e studiavo da solo fino a mezzanotte. Poi spegnevo la luce e crollavo fino alle sette del mattino.
    Ho capito che quella era la mia strada fin dalla prima pagina. Ho capito che sarei diventato uno psicologo, non un contadino specializzato-
    Fece una pausa e riprese in mano il bicchiere.
    -Qui dentro c’è il destino di queste bollicine, ovvero quello di non trovare pace. Si scontrano tra loro, non vorrebbero vedersi  o sfiorarsi, eppure devono farlo perché quella è la loro condizione. E qui, dentro questo bicchiere, la loro vita non riusciamo a viverla appieno, ne scorgiamo solo i tratti meno evidenti e le sfumature meno marcate, quelle leggere. Se queste stesse bollicine si trovassero nella bottiglia e la premessimo forte, vedremmo che salgono e salgono e riescono anche a dividersi prendendo ognuna la propria direzione… facendo una scelta-
    Bevve l’ultima sorso d’acqua fresca e poggiò il bicchiere sul tavolo, dove Daisy dormiva ciucciandosi un dito proprio di fronte a lui.
    Evidentemente non aveva sentito nemmeno mezza parola di ciò che stava dicendo.
    -A dover fare sempre le stesse cose, a ritrovarsi sempre rinchiusi nello stesso posto quando non lo si vuole… ecco tutto questo può portare alla pazzia. Io non volevo diventare come una di quelle bollicine, tutte uguali e senza la possibilità di scegliere il proprio destino. Così due anni dopo mi sono iscritto alla facoltà di Psicologia e in pochi mesi divenni uno degli studenti migliori. Poi, una volta che mi fui laureato in breve tempo, continuai a studiare frequentando un’infinità di corsi e all’età di ventinove anni mi ritrovai un mio vero e proprio studio con tanto di ‘famoso lettino’ e una bella vista sulla vittà…e per finire in bellezza avevo degli orari molto flessibili-
    Fece una pausa, tossì e riprese.
    -I primi anni trascorsero in modo abbastanza normale, arrivavo nel mio studio alle otto del mattino e andavo via alle cinque del pomeriggio. Nel tempo libero vedevo alcuni amici dell’università e ogni giovedì ci riunivamo per una partita a carte.
    Facevo sempre la vita di prima, molto semplice e senza vizi.
    I primi pazienti, li ricordo ancora come fosse oggi, erano donne frustrate dai propri mariti che le avevano stressate in ogni modo possibile e inimmaginabile.
    Una sera, mi sembra di ricordare che fosse Novembre o inizi Dicembre, venne da me una ragazza molto giovane, le diedi al massimo trentadue anni. Il suo aspetto era terribile, tanto che ( non posso negarlo) pensai che forse si sarebbe dovuta rivolgere piuttosto ad un nutrizionista perché era quasi scheletrica.
    Mi espose il suo problema molto velocemente e in maniera non troppo dettagliata, ma mi colpì molto, tanto che la ricordo benissimo, ancora oggi vedo i suoi lunghi capelli lisci e biondi che ricadevano disordinatamente sulle guance magre e ossute.
    Mi disse che per colpa del suo ex marito non mangiava mai a pranzo, solo a cena.
    Patricia si alzò e gettò la buccia rossa di una caramella alla menta che si era gettata in bocca, poi si risedette velocemente con le lacrime agli occhi.
    L’uomo se ne rese subito conto.
    -Signora, vuole che cambi discorso?-
    Lei si asciugò il viso con le dita, picchiettando leggermente sugli zigomi  e gli sorrise.
    -No no continui pure. Ho avuto solo un momento di tristezza, mi sono ricordata alcune cose-
    Mark abbassò lo sguardo e si sistemò la benda sull’occhio.
    -Non mangiava mai a pranzo perché in quel momento lui condivideva lo stesso tavolo di lei e quindi le si bloccava lo stomaco. Per anni le aveva corroso il cervello dicendole che valeva meno di zero perché come dire… era in sovrappeso.
    Lei si era messa in testa che lui avesse ragione e che non dovesse assolutamente vederla mangiare. Apparecchiava la tavola, sistemava i tovaglioli mentre canticchiava un brano in francese, metteva piatti e bicchieri con il sorriso stampato sulla faccia, ma quando lui entrava in casa, lei si ammutoliva.
    Si sedeva e mentre lui soffiava sulla minestra calda e la minacciava che l’avrebbe picchiata se l’indomani l’avesse trovata ancora così bollente ( diamine, d’altronde valevano più le sue labbra di quel corpo obeso e schifoso!)  lei subiva tutto in silenzio mentre guardava fissa la tv senza capire nulla di quello che stava guardando, mentre si mangiava le unghie e le pellicine buttandole giù con un sorso d’acqua… ( Solo acqua, perché se si azzardava solo a pensare di aprire il frigorifero e metterei tavola una bottiglia di una qualsiasi bevanda che contenesse anidride carbonica, c’era il rischio che mettesse su qualche grammo di troppo)
    Poi, mentre lui sonnecchiava a bocca spalancata sul divano del salotto, lei si alzava e andava in bagno ad adempiere al suo compito di brava mogliettina.
    Vomitava tutto ciò che non aveva mangiato infilandosi due dita in gola per avere la certezza che non ingrassasse durante il pomeriggio.
    Ogni notte, verso le undici, quando faceva finta di dormire si alzava e si abbuffava di ogni tipo di leccornia…merendine, patatine, torte, caramelle e trangugiava tutto senza sosta, con gli occhi colmi di lacrime.
    Finalmente si sentiva sazia, ma la voce di suo marito bussava alla porta del suo cervello e allora si metteva un dito in bocca e salutava la cena che le diceva addio dallo scarico del lavandino.
    Si liberava delle colpe che non aveva.
    Daisy si svegliò con gli occhi semichiusi e chiese dove si trovasse.
    Tutti risero e il nonno le mise una mano fresca sulla fronte.
    -Piccola ha il febbre-
    La bambina corrugò la fronte arrabbiata e gli spostò la mano.
    -Daisy no febbre, Daisy spaventata-
    Mark spalancò gli occhi e fece un cenno a Michael.
    -La porti al piano di sopra, si ricordi che anche se non lo dimostrano spesso, i bambini capiscono più di quanto sembra-
    -Va bene. Vieni tesorino, andiamo a fare una bella passeggiata-
    Gli occhi di lei brillarono incantati e protese le braccine verso di lui. La prese in braccio e lei salutò con la sua piccola manina, aprendola e chiudendola varie volte mentre il suo piccolo bracciale d’argento tintinnava ad ogni minimo movimento.
    La signora Crowell le diede un bacio sulla fronte e le augurò buon riposo con un filo di voce.
    -Ciao ciao piccola-
    -Ciao bambina- le disse l’uomo bendato, sorridendole come un padre affettuoso.
    Il signor Herry salì lentamente le scale tenendo ben stretto il corpicino della bimba, che sprofondò in un pesante sonno appoggiandosi al suo collo, sentendosi protetta.
    Era certo che una volta averla messa a letto ed esser ridisceso al piano inferiore assieme a tutti gli altri, si sarebbe ritrovato una bella chiazza di bava sul colletto della camicia, proprio come se lei  fosse una lumachina.
    Sparì dalla loro vista lasciandoli soli.
    Fu Patricia ad interrompere il silenzio che si era creato nella grande veranda.
    -Ehm qualcuno per caso vuole qualcosa da bere o da mangiare?-
    Si alzò di scatto e guardò l’orologio.
    Era passata solo un’ora da quando avevano finito di pranzare eppure a lei era sembrato che fossero trascorse almeno tre o quattro ore.
    -No grazie Patricia, ma io sono ancora pieno… se tocco altro cibo credo che scoppierò… e lei Mark, vuole qualcosa? Anche solo un bicchiere di aranciata per caso?-
    L’uomo allungò la mano agitandola di poco, facendo capire che non aveva bisogno di niente.
    -Va bene- disse Michael, -credo allora che dovremmo metterci comodi e ascoltare il seguito del suo racconto, prego-
    -Non ho ancora detto praticamente niente… Comunque, quella ragazza ad un certo punto iniziò a non presentarsi più e non la incontrai mai per le strade di Baltimora o dei paesi vicini, tanto che iniziai a pensare di aver intrattenuto dei colloqui con una fantasma.
    Qualche settimana dopo lessi sul giornale che un ragazzo di ventinove anni era stato ritrovato morto nelle scale della sua grande casa, con un sacchetto di plastica infilato in testa.
    Accano all’articolo vi era una foto dove due poliziotti tenevano ben stretta una donna ammanettata e che si supponeva fosse l’unica indiziata.
    Non solo la donna era obesa ma di vedeva chiaramente che era felice.
    Capite? Si era ripresa in mano la sua vita togliendola all’unico che non aveva fatto altro che distruggergliela.
    -è assurdo- disse Patricia, sistemandosi gli occhiali-  scusi signor Hendoll, mi piacerebbe molto farle una domanda, sa è da quando ero solo una ragazzina che ci penso e ora che ho di fronte uno psicologo con così tanti anni di esperienza, voglio cogliere l’occasione-
    -Tutto ciò che vuole-
    -Mi sono sempre chiesta, come si sente un uomo che fa questo mestiere quando poi torna a casa? Non vi è una sorta di eccessivo trasporto, uno strano coinvolgimento?-
    L’uomo rise e rispose subito, senza pensarci nemmeno un attimo, come se già attendesse quella domanda così ovvia.
    -Bella domanda, davvero. È la stessa che si pone uno psicologo nei suoi primi mesi di attività, assieme a tutta una serie di ansie e preoccupazioni. Ce la farò? È davvero il mestiere adatto a me? Riuscirò davvero ad aiutare queste persone o finirò con il peggiorare la loro condizione? Il lavoro che abbiamo scelto è una responsabilità, una continua sfida con noi stessi che ci porta a ritrovare o perdere l’equilibrio se riusciamo a ridarlo o meno ai nostri pazienti.
    La sua domanda va di pari passi con il racconto che sto per farvi… quando si è al lavoro si ascoltano i pensieri distorti e inquietanti delle persone e nel momento in cui si chiudono i battenti e si varca l’uscio di casa, proprio in quell’istante si sceglie se portarli con noi per tutta la sera o lasciarli fuori dalla porta come facciamo con la bottiglia del latte.
    Tutto questo non è facile, ma è indispensabile affinché noi che aiutiamo le persone non dovessimo ritrovarci costretti a trovare qualcuno disposto ad aiutare noi. Ma a volte non possiamo proprio evitare che certi eventi che si supponga siano impossibili riescano invece ad impossessarsi di noi… contagiandoci-
    Si portò le mani in tasca in cerca di qualcosa e ne estrasse un fazzoletto di lino bianco con dei ricami celesti, lo avvicinò alle labbra e se le asciugò educatamente. Poi lo fece sparire come un mago con il suo coniglio e continuò.
    -Come dicevo all’inizio…-
    Il signor Michael spense la sigaretta e lo guardò attraverso la nube di fumo che li separava come un muro, facendogli un cenno che lo costrinse a bloccarsi.
    -Lei ha detto che quando tornava a casa doveva scegliere se portare sulle sue spalle le preoccupazioni dei suoi pazienti o lasciarle fuori, ok. Ma io sarei curioso di sapere come ci riusciva, non ce l’ha spiegato alla perfezione. Dove trovava questo coraggio, questa forza?-
    -Nel mio animo ovviamente. Ora, immaginate un chirurgo che al mattino si sveglia e sa che dovrò operare una donna e dovrà mettere le mani tra le due budella. Mancano solo tre ore al momento stabilito eppure  quell’uomo… perché di uomini e persone si parla prima di tutto e solo successivamente di dottori e psicologi… ha dei figli che entrano nella sua camera e lo buttano giù dal letto a suon di risate e racconti riguardo a ciò che hanno combinato la sera prima durante la partita di basket.
    Quell’uomo che tra poco indosserà un camice verde e si laverà ripetutamente le mani per assicurarsi che non abbiano nemmeno il più piccolo germe, è lo stesso che ora bacia sua moglie e condivide con lei il letto e la prima colazione.
    Sembrano due uomini diversi non è vero? Eppure è sempre e solo uno.
    Andrà in ospedale, berrà dell’acqua e poi non penserà ad altro che alla donna alla quale dovrà salvare la vita.
    Quando, tre ore dopo, la signora si sveglierà dall’anestesia disorientata e dolorante, lui la rassicurerà dicendole che tra qualche settimana starà molto meglio e non si rivedranno mai più, lui prenderà la macchina e tornerà dalla sua famiglia.
    Ma una volta varcata la soglia, in quel grande tappeto marrone con su scritto ‘Welcome’ non lascerà scivolar via solo la polvere da sotto le scarpe, ma anche ciò che è successo in ospedale, per ritrovare se stesso. Se lo si vuole davvero, il lavoro non bussa alla tua porta quando non lo vuoi-
    -Quindi- disse Patricia – non è poi come pensavo… Io ero convinta che un uomo del genere, quando torna nel suo angolo di paradiso, sia  fuori di sé, disorientato e spesso sconvolto… ma mi sbagliavo-
    Sorrise e si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, mostrando un orecchino di perle bianche.
    Mark guardò per un attimo il mare, le onde che  si stavano innalzando sempre più minacciose colorando l’acqua di un verde spettrale e le barche che  sparirono improvvisamente, seguite dai gabbiani che prontamente spiegarono le grandi ali bianche lasciando libere le rocce.
    Il sole stava iniziando a nascondersi, a giocare con le grandi nuvole birichine.
    Erano quasi le sei e trenta.
    -Non sbagliava Patricia, o almeno non del tutto… Alle volte quell’equilibrio che ognuno crea dentro di sé, spesso con tanta fatica e coraggio, un bel giorno viene distrutto, o meglio… viene intaccato da qualcosa di mosto strano, come un virus che attacca il nostro corpo ma per fortuna viene annientato dal nostro sistema immunitario o con l’aiuto degli antibiotici prescritti dal medico. Delle volte però… Non si hanno anticorpi a a sufficienza e il maligno trionfa su di noi, poveri deboli. Vi ricorderete della persona di cui vi parlavo all’inizio…-
    Patricia e Michael fecero un cenno con la testa e proprio in quel momento dalle scale scese Harry, senza la piccola Daisy.
    -Immagino di essermi perso la storia, non è così?-
    Mark gli sorrise.
    -Insomma, si è perso solo l’introduzione… Non ho ancora parlato del succo della storia-
    -Benissimo allora!- disse, spalancando gli occhi come un bambino di fronte ad un buffo clown e avvicinò la sedia al tavolo.
    -Allora sono fortunato, quasi quasi mi preparo i pop corn-
    Non rise nessuno e Patricia gli rivolse la parola in modo serio, rimproverandolo.
    -La bambina?-
    -Sta dormendo come un ghiro sul lettone, ci ho messo più di un ora per farla addormentare. Ha voluto che le leggessi una fiaba, quella di Hansel e Gretel e questa ormai è la terza volta in una settimana-
    La donna sorrise dolcemente.
    -Bene visto che ci siamo tutti, direi che il nostro ospite può continuare a parlare altrimenti credo gli si seccherà la bocca e faremo notte oppure qualcuno si addormenterà sul tavolo come la bambina-
    Rise e si versò un bicchiere di birra porgendo la bottiglia agli altri che rifiutarono.
    -Meglio cos, vorrà dire che ce ne sarà di più per me-
    Gli fece l’occhiolino e bevette velocemente accavallando una gamba sopra l’altra, formando una L al contrario.
    -Non mi è mai piaciuto esagerare con la birra o l’alcool in generale. Bisogna starci piuttosto attenti-
    Henry fece volteggiare la bottiglia rivolgendo gli occhi verso il soffitto, come un bambino capriccioso e infastidito-
    -Andiamo, Mark! È una bottiglia di birra con solo il 4,0% di alcool, non dobbiamo mica guidare poi-
    Se ne versò un altro bicchiere e tutti notarono che le sue guance si stavano accendendo di un bel rosso vermiglio.
    Patricia si alzò e gli tolse la bottiglia di mano.
    -Questa la mettiamo a dormire ora, ok?-
    Henry la guardò con quei suoi occhi lucidi e rimase sconcertato, allungò il braccio destro in direzione della donna ma scivolò giù dalla sedia finendo quasi sotto il tavolo.
    -Solo un goccetto, promesso!-
    Mark si alzò e diede una mano alla donna che da sola no riusciva a far star fermo Henry.
    -Su, non faccia il bambino. Gliel’ho detto prima, mai esagerare con le cose che ci piacciono, soprattutto quando ci piacciono troppo. Esiste la dipendenza da ogni cosa, non solo dalla droga. Dipendenza dall’alcool, dipendenza affettiva, dipendenza dal gioco d’azzardo…
    E poi il problema non è il momento in cui ci si inietta la dose o ci si mette di fronte ad una slot machine o non si fa altro che stare ventiquattro ore su ventiquattro incollato alla bottiglia, al telefono con la persona che crediamo di amare ma che in realtà è solo un’ossessione.. no, il vero guaio inizia quando non si ha a disposizione tutto questo e allora si inizia a star male, il cuore inizia a battere troppo velocemente, il respiro si fa corto, le mani tremano e iniziano a sudare e si diventa piuttosto nervosi o violenti.
    Tutto questo prende il nome di ‘crisi di astinenza’ e non è per niente bella anzi…-
    Lo fece alzare con forza e si ritrovarono faccia a faccia mentre Patricia e Michael rimasero immobili in un angolo senza fiatare.
    Il buon vecchio Michael per la verità non si era quasi reso conto di nulla perché stava facendo un pisolino poco prima che l’ubriacone si mettesse a gridare che voleva la sua dannata bottiglia.
    -Certo che lei è veramente preparato, Mark. Sa, all’inizio ho dubitato di lei… mi son detto, forse non è poi così bravo nel suo mestiere, ma ora mi son reso conto che sa approfondire gli argomenti che riguardano il cervello e l’animo della gente e devo dire che è proprio un’eccellente psicologo, complimenti-
    Battè le mani, mimando un patetico applauso senza alcun tipo di coinvolgimento e dopodiché allungò le braccia prima sulle sue spalle e poi sulla sua benda, spostandola di qualche centimetro.
    Mark lo spinse a terra e si ritrasse terrorizzato toccandosi il volto e proteggendosi come se avesse a che fare con le fiamme dell’inferno.
    Guardò Herry con un espressione serissima e si  fece scuro in volto, era scioccato e non riusciva nemmeno a parlare.
    -Che cos’ha fatto eh?? Vada immediatamente a sciacquarsi le mani, oddio mio che cosa ha combinato?? È tutta colpa della birra, della sua sbronza e della sua stupidaggine!!!!!!!-
    Patricia fu  colta da una crisi d’ansia e iniziò a respirare a fatica e ad immergere le sue lunghe dita tra i morbidi capelli che profumavano di cocco, torturandoli ad uno ad uno.
    -Mi scusi, signora-
    Mark la guardò e rimase impietrito nel vedere che la donna era completamente assente, era in quella stanza proprio come lo erano gli altri ma allo stesso tempo  non era lì, era via in un altro luogo lontano mille miglia.
    Le si avvicinò e la scosse energicamente alzando la voce.
    -Patricia!!!!!!-
    Solo in quel preciso momento l’uomo notò le numerose lentiggini che le ricoprivano sia il petto che le braccia ma ancor di più si rese conto che la pelle d’oca era resa ancor più evidente dal leggero rialzamento di peli biondi così  simili a sottili fili elettrici.
    -Mi scusi, è che… spesso… soffro di attacchi di panico, non so bene come spiegarglielo ma è così… A volte quando qualcuno alza troppo la voce o discute animatamente ecco, non reggo la situazione e mi ammutolisco, inizio a sentir dolori ovunque e mi chiudo in me stesso…il mio ex marito, beveva moltissimo e ogni sera quando tornava a casa non faceva altro che prendere in mano quel maledettissimo cavatappi, posizionarsi di fronte alla tv sul canale di sempre ( il suo programma preferito era un quiz dove potevano partecipare coppie sopra i vent’anni e si chiamava ‘ O vinci tutto o perdi la tua donna’) e pretendere che la cena fosse pronta per le otto.
    Le scesero le lacrime e si buttò tra le braccia di Mark che la strinse forte.
    -Immagino- disse lui –che se si azzardare a tardare di qualche minuto gliela facesse pagare-
    -Oh si esatto- rispose, sorridendo tristemente e cercando un fazzoletto con cui pulirsi il naso che ormai colava come una candela.
    -Ogni volta erano grida, urla e botte-
    Si portò le mani al viso e si tappò gli occhi, nascondendosi completamente.
    Herry si avvicinò barcollando  Mark lo respinse spingendolo piano verso un angolo della stanza, il più lontano possibile dalla donna.
    Michael, silenziosamente, guardò fuori dalla finestra e l’unica cosa che riuscì a vedere, a parte i suoi stesso occhi riflessi sul vetro, furono le luci delle barche che costeggiavano il molo.
    -Lei non si avvicini mai più a me e la smetta di bere. Non si vergogna di comportarsi in questo modo dopo aver trascorso così tanto tempo con la piccola Daisy?? Comunque ciò che mi preme sapere è se ha lavato le mani. Non menta!-
    Se le guardò attentamente e in quell’istante gli tornano alla mente ricordi dell’infanzia, avvenimenti che ormai era certo di aver dimenticato ma che ogni tanto spuntano fuori quando meno te lo aspetti, proprio come quei giocattoli a molla che ti saltano addosso spaventandoti e sorridendoti quasi volessero dirti ‘Non devi aver paura di me, non mordo mica, però ti farò gridare’
    Ricordò quando suo padre, quella volta che era tornato tardi dopo la festa di fine corso, gli aveva ordinato di dare una  controllata al trattore ( cosa che aveva trascurato durante il pomeriggio perché aveva preferito tenere tra le braccia Lisa Ghernel nel campo dietro casa) e quando era rincasato dopo il duro lavoro aveva trovato la cena fredda che lo attendeva sul grande tavolo di ciliegio accanto a sua madre che gli aveva guardato le mani luride di grasso e gli aveva detto con una faccia schifata di andare a lavarsele per bene.
    -Non combinerai mai nulla di buono nella vita con quelle mani, Har-  gli diceva sempre, e ora a distanza di vent’anni mai frase gli era sembrata più veritiera di quella, con la sola differenza che forse era riuscito a combinare un vero e proprio casino con la C maiuscola e in grassetto.
    Uno scossone lo fece sobbalzare.
    Erano le mani di Mark bene aggrappate sulle sue spalle, come un’aquila che stringe forte il tronco di un albero con i suoi artigli.
    -Mi ha sentito? Ha toccato qualcuno prima di lavarsele o ha anche solo messo le mani su del cibo?-
    Herry lo fissò a bocca aperta come un pesce dentro una boccia, come se Mark gli stesse dando delle indicazioni per potersi salvare da un’imminente apocalisse Zombie.
    -Non… Io le ho lavate con acqua corrente e sapone… mi vuole dire cosa diamine succede?? Insomma, io sarei piuttosto stanco cazzo!-
    I singhiozzi lo travolsero e la stanchezza, unita alla sbronza eccessiva, presero il sopravvento, come accade ai bambini quando hanno affrontato un lungo viaggio in macchina e crollano sui sedili posteriori.
    Ma quell’uomo steso per terra non era più un bambino e l’unico viaggio che aveva fatto era un trip perverso e malato causato dall’assunzione di troppo alcool che chissà quando gli avrebbe fatto funzionare di nuovo il cervello. Non era certo un bambino stanco dalle troppe fiabe che il padre gli ha letto per farlo addormentare, no… Harry aveva già sostituito da un bel pezzo quelle magiche storie dei fratelli Grimm con le etichette delle Tuborg rubate da qualche 7-eleven della zona.
    Mark si avvicinò a Patricia che nel frattempo si era ripresa ( a fatica si, ma ce l’aveva fatta quella gran donna forte e coraggiosa!)  e cercava di farsi aria con le mani, per cancellare dal volto sia le lacrime che quell’orrendo rossore.
    -Ho pregato il signor Crowell affinché lavasse bene le mani e  credo mi abbia ascoltato per davvero…a modo suo diciamo. Non so se potrà ritornare ad essere l’uomo di prima, guardi cosa mi ha fatto!-
    La donna avvicinò il suo volto a quello di lui e lo esaminò con cura socchiudendo gli occhi per vedere con chiarezza ogni minimo dettaglio della sua pelle.
    -Potrebbe togliere la benda almeno per cinque secondi? Non credo di capire bene cosa le è successo.. mi sembra di vedere il suo occhio.. irritato, ma ho bisogno di una sbirciatina in più-
    Glielo disse allungando le mani.
    Mark si ritrasse terrorizzato e le fece cenno di non avanzarsi più.
    -Non mi tocchi! Non mi deve sfiorare neppure con il pensiero, potrebbe essere troppo rischioso, non mi guardi così attentamente la prego.. io non voglio essere la causa di gravi problemi o di morte certa… si allontani subito le ho detto!-
    Patricia non battè ciglio e non parlò, rimase in piedi di fronte a lui, in quell’immensa veranda dove ormai le ombre si addensavano fino a mostrare il loro vero volto e il mare si mischiava al buio del cielo.
    Poi, prese una sedia e si sedette tenendosi la testa tra le mani e piangendo in silenzio.
    -Che cosa diavolo cista succedendo?? Herrrryyyyyyyyyyyyy!!!-
    In quel momento l’uomo si alzò da terra barcollando e mormorò parole quasi incomprensibili che però giunsero all’orecchio da lince della donna.
    -Non mi… bene, credo di stare molto ma… andrò a riposare sì, perché meglio una birra oggi che una gallina domani giusto? Oppure no, era meglio un bicchiere oggi che un uovo domani…?-
    Si avviò verso le scale e mentre cercava di salire mancò l primo scalino per ben tre volte, cadendo sui tre scalini successivi e rischiando di farsi saltar via i denti.
    -Dove vai?-  le chiese Patricia.
    Si girò verso di lei con un paio di occhi talmente rosso che alla donna sembrò di avere di fronte a sé le fiamme dell’inferno e le ricordarono subito quelli di zia Betty quando non riusciva a mettersi le lenti a contatto e doveva riprovarci almeno tre volte, così che una volta terminata l’operazione aveva le pupille piene di filamenti rosso sangue.
    Era una cosa disgustosa che l’aveva sempre impressionata e ora ce l’aveva di nuovo di fronte a lei.
    -Vado a riposare baby, a dormire! Non si può? Vuoi farmi compagnia per caso?-
    Fece un gestaccio con la mano e le sorrise furbamente, poi sparì al piano superiore come un fantasma.
    Mark lo guardò andar via e poi si rigirò verso Patricia rendendosi conto che era profondamente scossa e fuori di sé.
    -Si calmi la prego, faccia un bel respiro lungo e non pensi a nulla. So che è molto difficile ma so anche che è una donna molto forte, glielo leggo negli occhi e lo vedo dalle sue mani. È molto più coraggiosa di quanto non voglia far credere a se stessa.-
    -La ringrazio davvero, ma la prego…-
    Si sporse leggermente incurvando la schiena e cercando le mani di lui, per sentirsi davvero compresa.
    L’uomo indietreggiò bruscamente e non la ricambiò.
    -Mi spieghi per favore-
    -Con piacere… ammetto di sentirmi iin imbarazzo, ma non posso farci niente. Merita di sapere tutto quello che mi è successo tanti anni fa, e mi dispiace di non poterlo raccontare anche ai suoi due uomini di casa-
    Le sorrise piegando la bocca da una lato, in modo molto triste.
    L’uomo si guardò attorno e cercò Michael con lo sguardo, ma lo trovò steso sul divano, addormentato come un bambino di cinque anni che è stanco di guardare i cartoni animati e crolla davanti alla tv.
    Poi, si sistemò meglio la benda in modo da tappare completamente l’occhio sinistro e si sedette comodamente di fronte alla donna.
    -Partiamo dall’inizio, come avevo già detto, il mio animo mi permetteva senza troppa difficoltà di discernere il mio lavoro dalla vita privata e quindi i pensieri negativi e le ansie assurde dei miei pazienti dal mio mondo idilliaco. Ma, a volte, ci capitano delle cose, degli avvenimenti che non avremmo mai immaginato e allora nulla è come prima e non esistono più le linee divisorie che ci proteggono dal male, come quelle che si usano per separare la zona bagnanti dagli squali negli oceani, oppure come il cerchio di sale accanto alla porta della camera che dovrebbe tenere lontani gli spiriti maligni.-
    Patricia fece un cenno con la testa e continuò ad ascoltare attentamente.
    -Quel cerchio di sale, o se vogliamo fare un altro esempio possiamo citare quel grazioso acchiappasogni che quasi tutti teniamo in camera vicino al letto e che ci aiuta a tenere lontano gli incubi…ecco a volte queste cose ‘buone’ vengono distrutte da una forza incontrollabile, che si serve di noi e della nostra energia, annientandoci-
    Si spalancò la finestra e un aria gelida, incomprensibile e improvvisa, invase la stanza. Patricia saltò sulla sedia e lanciò un grido acuto, come quello di una ragazzina che ha appena visto un topolino di campagna rovistare tra l’immondizia in cera di un pezzo di formaggio.
    Mark si alzò velocemente e senza dire niente la chiuse forte, assicurandosi che niente potesse forzarla. Prima di tornare dalla donna si fermò a guardare il crepuscolo che si addensava davanti a lui e vide la sua stessa immagine riflessa  nella vetrata, un uomo bendato per metà che mostrava solo un lato misterioso del volto, una sorta di Dottor Jeckyll e Mister Hide in una rivisitazione moderna.
    Per la prima volta in ventitré anni ebbe paura di se stesso e rabbrividì.
    Ripensò a quel lontano 1972, rivide il volto dell’uomo che non avrebbe mai dimenticato, nemmeno tra un milione di anni e gli sembrò di rivederlo non solo nei ricordi ma proprio lì accanto a lui nel riflesso dello specchio.
    Lo vide sdraiato sul lettino mentre sorrideva al bianco soffitto, con lo sguardo perso nel vuoto o fisso su di un ragno che passava le sue ultime ore a tessere  la tela.
    Guardò il tramonto per la seconda volta, si mischiò a quel rosso sangue come se fosse la sua stessa anima e chiuse gli occhi, immaginando di poter andar via da qualche parte come stava facendo proprio in quel momento il sole, sparire e tornare il giorno dopo, magari sotto un’altra veste,  con altri colori ed essendo un uomo nuovo, forse migliore.
    Patricia lo guardava incuriosita, come capita a quasi tutte le donne quando non riescono a capire cosa mai possa passare nella mente di un uomo che fissa un vetro, immobile.
    Poi gli si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla e distogliendolo dai suoi pensieri.
    -Signor Hendoll, la prego, si sieda e si liberi di questo fardello che la tormenta-
    Gli prese le mani, sorridendogli come se si conoscessero da chissà quanto tempo o come se fosse sua sorella, e lui si sedette accanto a lei, in silenzio.
    -Tirava proprio un bel vento eh?- gli disse lei, giocando con le perle bianche della lunga collana, il regalo di compleanno per i suoi cinquant’anni.
    Mark guardò in direzione della finestra, attraversò le palme e  i fiori colorati che davano alla casa quella perfetta atmosfera esotica che avrebbero fatto scordare a qualunque  uomo tutti i weekend trascorsi alle isole Fiji, proprio come quelli che aveva passato da ragazzo come premio extra per aver fatto dei turni di 10 ore consecutivi mentre i colleghi sorseggiavano Brandy sdraiati sulle loro amache.
    Il suo occhio sano, quello destro, scrutò ancora il sole per l’ultima volta,dopodiché quell’immensa arancia scomparve quasi del tutto, riposando beatamente.
    Buonanotte e sogni d’oro mio caro.
    Si girò verso la donna, stavolta con un’espressione diversa, come il suo volto, che ora appariva rilassato e quasi ringiovanito.
    Era  giunta l’ora.
    Lo sapeva, così come sapeva che quella donna non era affatto male. Per niente.
     
    -Il vento dice?-  Ho saputo che da queste parti il clima è pazzo, così come la temperatura. Cinque minuti prima tutti tace, ti fai un goccetto, mangi un pezzo di torta al cioccolato e poco dopo se guardi fuori dalla  finestra ci manca poco che gli alberi finiscano in mare e se tenti di varcare la soglia di casa, rischi di volar via come una piuma.
    Sarò anche un bel posto dove trascorrere le vacanze ma, signora mia, farebbe paura anche ai marinai.-
    Lei rise nervosamente torturandosi le mani che le si impigliarono tra le perle.
    -Ma non è solo il tempo, giusto? C’è qualcos’altro, non è vero?-
    Si guardarono in silenzio per un lasso di tempo che sembrò infinito e Mark sollevò la testa rivolgendola al piano superiore, dove dormiva la piccola Daisy.
    Deglutì e guardò l’orologio.
    Le 8.30
    -C’è sempre qualcos’altro Patricia, anche in questa casa che le sembra così buona e in queste persone, compreso me-
    Lui fiutò la sua paura, come un lupo che capisce quando un coniglio, nascosto dietro un cespuglio, trema con le orecchie ben aperte pronto a darsela a gambe.
    Si dispiacque di questo.
    -Non abbia paura, non sono un mostro anche se ammetto di non assomigliare certo a Johnny Depp purtroppo-
    Lei accennò un sorriso senza sollevare la testa, poi, con il cuore che usciva dal petto, gli strinse forte le mani, cercando di non fargli troppo male.
    -Racconti tutto, dall’inizio alla fine-
    Respirò a lungo, come se dovesse tuffarsi in una piscina olimpionica e restare in apnea, poi esaudì il suo desiderio.
    -Non volevo rovinare la vostra vita, davvero… ma sono stato costretto. Prima che le racconti la mia storia per intero, voglio che lei sappia che non sono una cattiva  persona capisce?-
    -Certo certo, l’avevamo capito tutti, Mark. La prego continui….-
    -Tutto è iniziato molti anni fa a causa del mio lavoro. Non so se ha mai avuto a che fare con persone strane o pazze, ma nel caso non le sia ancora successo, la avviso di guardarsene bene dallo stare ad ascoltarle.
    Io ero solo un ragazzo, amavo il mio lavoro, fin da piccolo non avevo desiderato altro che aiutare le persone fragili o che avevano semplicemente bisogno di un supporto e non volevo che andasse a finire così… non l’avrei mai immaginato-
    Si blocca un istante interrotto da continui rumori al piano di sopra seguiti da forti colpi di tosse.
    L’uomo e sua nipotina Daisy.
    La donna sorrise e lo invitò ad andare avanti.
    -Una sera di Febbraio del 972 venne nel mio studio un uomo di circa cinquant’anni… bendato. All’inizio ammetto che questo fatto mi fece addirittura sorridere perché era la prima volta in cinque anni di lavoro che mi ritrovavo ad avere a che fare con un paziente bendato ad un occhio. Gli dissi che ero ben lieto di aiutare un pirata.
    Lui non sorrise e questo mi preoccupò molto-
    -Perché?-
    -Perché dai suoi atteggiamenti e dal suo sguardo perso, capii subito che tra i due quello in difficoltà ero io- Non avevo mai visto n uomo così afflitto e spento, era come se non avesse nemmeno la forza di camminare, ricordo che dovetti aiutarlo io sdraiarsi perché lui era troppo debole, rimaneva immobile come se fosse scioccato-
    -E poi, cosa è successo?-
    -Gli parlai in modo amichevole, come se fosse un mio compagno di liceo o un vecchio conoscente, ricordo che non smettevo nemmeno un attimo di sorridergli, ma solo ora, a distanza di parecchi anni capisco di aver sorriso per timore, per paura che potesse farmi del male. Le è mai capitato di comportarsi in un modo insolito solo perché non sa come uscire da una situazione? Perché teme che, se agisse nella maniera giusta qualcosa potrebbe accanirsi contro di lei, come quando si passa accanto ad un cane rabbioso e invece di lasciarlo dormire lo si chiama sperando che, attirando la sua attenzione, ci lasci in pace?-
    La donna si sedette meglio accavallando le gambe e sorrise.
    -Certo, non sa quante volte mi è successo! Sono stata costretta perché spesso il nostro cervello va in una direzione che noi non conosciamo o non riusciamo a seguire e fa quel che gli pare-
    -Esatto.. Dunque, mi capirà perfettamente. Passarono dieci minuti, io giocavo continuamente con una di quelle palle di vetro con dentro un pesce rosso di plastica e la neve che cade giù, ma non erano le mie mani quelle che agivano, no. Mi sentivo svuotato e debole, come se già sapessi che quell’uomo mi avrebbe causato una disgrazia. Ora so con certezza che mi aveva già infettato-
    Patricia lo guardò attentamente corrugando la fronte.
    -Infettato in che senso? C’entra con il suo occhio suppongo…-
    -Esattamente-
    Diede un lieve colpetto alla benda, assicurandosi che fosse al suo posto, poi proseguì.
    -L’uomo non parlava, allora ( a debita distanza) decisi di fargli qualche domanda per rompere il ghiaccio e poi lo ammetto, iniziavo ad innervosirmi, mi sentivo male. Non mi avvicinai, gli parlai stando molto lontano, questa volta lasciando perdere il pesce di plastica che continuava a fissare le alghe che galleggiavano nel suo piccolissimo acquario-
    -Quale fu la prima domanda?-
    -Gli chiesi quale fosse il suo nome e perché mai un uomo apparentemente in salute avesse lo sguardo perso. Sa cosa mi rispose?-
    -Cosa?-
    -Mi disse che il suo nome non era affar mio, che intanto avrei ricordato per sempre la sua faccia e che dovevo star zitto, lasciarlo parlare senza interromperlo. Voleva togliersi un peso dallo stomaco-
    La donna deglutì, improvvisamente scossa da un fremito di paura e si voltò verso il marito, che dormiva con la bocca spalancata russando come un ghiro-
    -Michael? Michael? Ti vuoi svegliare?? Il signor Mark ci sta per raccontare la parte più interessante, non vuoi starlo a sentire-
    Rise nervosamente agitando le gambe, tanto da formare una X che non sfuggì all’uomo bendato.
    Le poso una mano sulle ginocchia, bloccandole.
    Lei si voltò spalancando gli occhi, sgomenta.
    -Non sono un violentatore, sono sempre e soltanto uno psicologo e lei ora è troppo nervosa. Non voglio spaventarla e non voglio nemmeno che lei finga con se stessa. Su andiamo… nessuno dei due  è convinto lei sia davvero interessata a suo marito in questo momento. Ce dell’altro e si chiama Paura. Non deve, mi creda-
    -Va bene, lascerò stare Michael. Riprenda da dove l’ho interrotta-
    L’uomo steso sul divano bofonchiò qualcosa di incomprensibile, si rigirò su di un lato coprendosi la faccia con il cuscino a fiori e continuò tranquillamente  a russare.
    Al piano superiore i rumori continuarono, stavolta ancora più forti e insistenti, come se qualcuno si divertisse a spostare il letto e il cassettone.
    La donna apparve spaventata e si rivolse a Mark con un tono di voce appena udibile.
    -Non crede anche lei che dovremmo andare a controllare?-
    Mark ripiegò la testa da un lato, sistemò la benda come fosse un pirata ( un Capitan Uncino poco convincente) e le mostrò tutta la sua disapprovazione.
    -Non salga la prego. Devo finire questa storia, insomma non vorrei dovermi trattenere ancora per molto. Ho un volo diretto per la Spagna che mi attende all’alba e non intendo perderlo. E poi sa che c’è?-
    -Che cosa?- rispose lei allarmata.
    -Quest’aria non mi fa bene per niente, troppa solitudine, il mare, le zanzare che mi stanno mangiando vivo. Non resisterei ancora per molto-
    Patricia si sforzò di ridere mischiando quel leggero sorriso ad un’eccessiva tosse forzata.
    Nascose il fazzoletto alla lavanda in tasca e guardò Mark.
    -Noi ci siamo abituati a quest’aria-
    -Anch’io mi sono abituato alla mia aria da uomo misterioso eppure abbandonerei il mio corpo anche ora seduta stante, specialmente tutte le volte che mi guardo allo specchio, quindi anche voi se lo voleste potreste andar via-
    Non gli rispose e cambiò completamente discorso, andando dritta al punto.
    -Come gli è successo?-
    Mark si voltò verso  la grande vetrata, scrutò  le piccole stelle che ormai iniziavano a brillare nel cielo estivo e in lontananza vide un aereo pronto ad atterrare in qualche aeroporto vicino. Quella era la vera libertà.
    Si rigirò verso la donna, che ora lo scrutava con la bocca semiaperta formando una O di curiosità e timore che lo fecero intenerire.
    -L’uomo che incontrai tanti anni fa mi guardò in faccia solo una volta, questo glielo avevo detto?-
    -Mi pare di no-
    -Non voleva mai incrociare il mio sguardo, continuava a darmi le spalle e a parlarmi lentamente mentre tremava come un uomo sotto shock. Mi raccontò che da bambino era sempre stato molto silenzioso, troppo chiuso e asociale. Sua madre soffriva di disturbi della personalità e urlava anche senza motivo. Mi confessò che quando aveva solo otto anni, in una giornata afosa di fine Agosto, sua madre si mise a cucinare la pasta e iniziò a canticchiare un motivetto snervante sentito in una telenovela spagnola. Poi, di punto in bianco gettò la pentola per terra ustionandosi sia le mani che le gambe. Le grida raggiunsero la casa della vecchia Wilma Welson, che in quel momento ( a detta del signor George Deller che raccoglieva le rose rosse del suo giardino) leggeva un romanzo delle sorelle Bronte mentre con l’altra mano coccolava il suo Maine Coon di 8 kili.
    Mentre ricordava quell’episodio, iniziò a aprire e chiudere le mani in modo ossessivo e velocemente, come se cercasse di acchiappare qualcosa al volo.
    -Povero bambino, dev’essere stata una vita dura. E poi, cosa successe?-
    L’uomo si massaggiò delicatamente il lato sinistro del volto con una smorfia di dolore.
    -Si, è stato molto sfortunato certo. Successivamente mi disse di essere scappato di casa e di non esserci mai più ritornato,  di aver vissuto per cinque mesi sotto un ponte mangiando  gli avanzi che trovava per terra e di essersi riparato dal freddo con alcuni scatoloni che divideva con i topi e gli scarafaggi di passaggio.Mi parò dei suoi disturbi frequenti, dei mal di testa che non gli permettevano di dormire bene e dei continui sbalzi d’umore davvero insopportabili. Bastava una giornata di sole per renderlo tranquillo e uno stupido temporale per deprimerlo a tal punto che una sera di febbraio tentò di tagliarsi i polsi con una bottiglia di birra rotta a metà-
    -Dio mio, è mostruoso! Quest’uomo è stato uno dei suoi pazienti più strani per davvero!- le disse sistemandosi i capelli all’indietro.
    -Si, indubbiamente- sentì un brivido in tutto il corpo, ma non disse niente.
    -Non si uccise, ma i tagli che si provocò per cercare di cancellare il dolore che provava nell’animo gli procurarono delle profonde cicatrici che mi fece vedere, ovviamente non mi permise di avvicinarmi troppo, quel tanto che bastasse per allungare le braccia e mostrarmele senza pudore. Erano davvero scioccanti, ricordo di averle toccate lentamente e con una punta di ribrezzo, come se qualcuno mi stesse costringendo ad accarezzare un serpente.
    Poi, ad un certo punto, si alzò dicendomi che era tardi e che qualcuno lo aspettava a casa.
    Sbatté la porta e sparì dalla mia vista.
    -Quando lo rivide?-
    -Il giorno seguente, secondo appuntamento. Entrò nel mio studio a testa china, come la volta precedente. Gli dissi di sdraiarsi sul lettino e gli chiesi di parlarmi di qualunque cosa, gli diedi carta bianca. Fuori gli usignoli cantavano allegramente e a lui questo diede molto fastidio. Mi pregò, anzi, mi obbligò di chiudere la finestra altrimenti sarebbe accaduto qualcosa di brutto, lui o loro si sarebbero arrabbiati-
    La donna, sempre più sconcertata, si sedette meglio avvicinando la sedia all’uomo.
    -Loro chi?  A chi era riferito?-
    -Agli uomini che vivevano nella sua testa. Mi disse che tutti quei suoni e rumori del mondo, lo distraevano e questo li avrebbe fatti imbestialire.  Gli chiesi se queste persone gli parlavano per tutto il giorno e mi disse che a volte lo disturbavano al mattino e alla sera, ma era la notte il momento in cui agivano maggiormente.
    Non lo facevano dormire, gli dicevano delle cose prive di senso, lo imploravano affinché facesse delle cose per loro. Mi raccontò di una voce in particolare che una notte prevalse su tutte le altre e urlò a gran voce nella sua testa, a tal punto che temette di impazzire del tutto-
    Il suo occhio iniziò a lacrimare e Patricia, che in un primo momento era rimasta con le mani in mano immobile come un fantoccio, si era poi alzata, chiedendogli se voleva per caso un fazzoletto.
    -No la ringrazio, non è niente. A volte mi capita, ma passa dopo qualche minuto-
    Lei gli sorrise un po’ turbata e si risedette.
    -Mi scusi solo un momento, accendo la luce, qui non riusciamo quasi più  a vederci in faccia-
    Fece per alzarsi quando la mano di lui la afferrò saldamente, facendole male.
    -La prego si sieda e mi faccia finire. Non voglio che ci sia troppa luce, si fidi di me, non conviene a nessuno. Ormai sono quasi arrivato al capolinea-
    Lei immobile e rigida, lo fissò dalla sua postazione dietro la sedia, dopodiché acconsentì e si rimise al solito posto.
    -Grazie, lei è una donna che capisce perfettamente. Come dicevo, c’era questa voce che apparteneva ad un uomo di circa sessant’anni, questo me lo giurò perché ne era certo così come lo era del fatto che mi stava raccontando qualcosa di insolito. Ebbene, il tono della sua voce era molto alto e minaccioso, più volte lo invitò ad alzarsi, dirigersi in cucina e prendere il coltello più grande per poi piantarselo dritto nel cuore, e ogni volta che desisteva, quella voce continuava a tormentarlo sempre più, arrivando a denigrarlo e bestemmiarlo in ogni modo, spesso anche in lingue che non conosceva. Quell’uomo stava iniziando a spaventarmi, lo ammetto… E decisi che non lo avrei voluto più vedere. Gli prescrissi dei tranquillanti dicendogli che sicuramente quelle voci cattive erano dovute ad un eccessivo stress o che molto probabilmente soffriva di una leggere forma di schizofrenia.
    Gridò come un pazzo, dicendo che lui non era folle e che i miei tranquillanti potevo benissimo ficcarmeli nel culo e andò via urlandomi contro e dicendomi che prima o poi sarebbe stato sempre peggio, non solo per lui-
    Respirò a fondo e si passò la lingua sul labbro superiore, mentre la donna sembrava sempre più curiosa.
    -Cosa intendeva con quelle ultime parole?-
    -Ciò che non avrei mai sospettato, signora. Quella sera rimasi nel mio studio fino a tardi con un dolore lancinante alla testa.
    Aprii il cassetto e trovai una scatola da trenta aspirine, ne tolsi due e le presi assieme a un po’ d’acqua.
    Grazie a Dio l’effetto desiderato arrivò dopo pochi minuti e decisi di tornarmene a casa,  prendendo la strada più lunga per poter fare una passeggiata al parco.
    Era notte fonda, credo fossero le dieci e trenta o giù di lì e non c’era nessuno nei paraggi.
    Spinsi leggermente il cancello con sopra scritti gli orari di apertura e chiusura e mi sedetti sulla panchina più vicina. Non ero stanco, ma quella sosta non mi dispiaceva  per niente.
    Distesi le gambe, chiusi gli occhi con il mento rivolto all’insù, verso le innumerevoli stelle. Poi qualcosa si mosse dietro di me, in uno dei grandi cespugli.
    All’inizio pensai che si trattasse di qualche piccola lucertola o di un cane randagio che stava facendo i bisogni, ma poi, quando i rumori aumentarono e si fecero più insistenti, iniziai ad avere paura-
    -Che cosa vide?-
    -Non so bene cosa vidi quella notte, ma quando mi alzai dalla panchina con il cuore in gola, sentii che alle mie spalle c’era qualcosa che mi spiava, qualcosa di molto grosso e… cattivo.
    Si, cattivo è l’aggettivo che mi venne in mente.  Ricordo che iniziai a camminare velocemente e nonostante provassi una certa curiosità, lo ammetto, non mi girai mai per paura di ciò che avrei potuto vedere.
    Sapevo di essere seguito da qualcosa che ce l’aveva con me-
    Patricia di sedette più comodamente, cercando di sparire sempre più su quella sedia, guardandosi ossessivamente alle spalle e sorridendo per convincersi che stesse bene.
    -Non entrerà nessuno da quella vetrata, non c’è bisogno che stia così rigida. Se è così tanto spaventata, allora taglierò questa parte-
    -No no no, la prego. Continui, è solo che non sono molto coraggiosa. Mi succedeva anche quando da ragazzina mi ritrovavo in campeggio con i miei cugini ad arrostire i Marshmallow  e raccontarci storie di fantasmi davanti ad un meraviglioso falò. Io ero sempre l’unica fifona che rimaneva paralizzata dal terrore tutta la notte, immobile e con le gambe tremanti. Un po’ mi vergogno tutt’ora-
    Sorrise abbassando la testa e spostando nervosamente una ciocca di capelli sul viso, coprendolo per metà.
    -Non c’è nulla di cui vergognarsi, la paura è normale così come lo è l’amore, l’amicizia.. fanno parte della nostra vita ed è giusto così-
    -Comunque poi è riuscito a tornare a casa?-
    -Si, ma con difficoltà. Il freddo si fece sempre più intenso e un forte vento si alzò su di me, quasi strappandomi di dosso il giubbotto pesante.
    Era incredibile. Sapevo che sarebbe bastato solo un quarto d’ora e poi finalmente avrei visto il tetto spiovente della mia casa, eppure, mi sembrava di essere talmente distante da sentirmi perso.
    Dietro di me quella ‘cosa’ iniziò a scalciare i piccoli cocci di vetro che io avevo ignorato poco prima, così come i sassolini lungo la via. Non riuscivo a capir se si trattasse di una persona, di un animale strano oppure…-
    La donna spalancò gli occhi in un misto di terrore e incredibile curiosità.
    -… oppure della mia immaginazione. Mi veniva da ridere, lo giuro. Mi sentivo un po’ come alcuni dei miei pazienti ( quelli meno gravi s’intende) che mi raccontavano di non riuscire spesso a distinguere la finzione dalla realtà.
    Aumentai il passo, intorno a me non si sentiva assolutamente nulla, né un rumore, né la voce di qualche ragazzo ubriaco che aveva deciso di tornare a casa tardi, niente di niente.
    Poi ad un certo punto sentii una risata, non proprio ben definita, ma comunque abbastanza decisa da farmi quasi voltare.
    A quel punto iniziai a correre, perdetti anche qualche banconota lungo la via e quando iniziai a intravedere la porta della mia casa, saltai come una rana per raggiungerla al più presto.
    Mi caddero le chiavi di mano più volte, le riacciuffai al volo e mi girò la testa per ben tre volte, avevo la gola secca e il cuore mi scoppiava nel petto.
    Finalmente riuscii ad infilare le chiavi nella toppa dopo vari tentativi e aprii la porta per poi richiudermela alle spalle con una velocità incredibile.
    Mi accasciai a terra, convinto che avrei sentito di nuovo quel suono, ma il silenzio fu totale.
    Mi sentii finalmente al sicuro.-
    Iniziò a tremare, i ricordi lo terrorizzarono a tal punto che quando Michael sbatté involontariamente la gamba sinistra contro il tavolino, Mark si alzò dalla sedia come se fosse stato appena punto da un cactus.
    La sua fronte era imperlata di sudore e temette di sentirsi male.
    -Un bicchier d’acqua la prego-
    La donna guardò prima a sinistra e poi a destra, un po’ impacciata si alzò e si diresse verso la cucina.
    -Torno subito. O mio Dio è così  pallido, si vuole stendere un po’ mentre aspetta?-
    L’uomo di massaggiò la fronte e le tempie che gli pulsavano.
    -No, no. Ho solo bisogno di raccontare la mia storia… manca davvero pochissimo. Vorrei solo bere un bicchiere d’acqua fresca-
    -Subito-
    Lei spari, lasciandolo solo.
    Pensò a quella risata, a quanto era risuonata cruda e maligna, ripensò a mille altre cose che ancora non aveva raccontato e un brivido talmente intenso da fargli male gli attraversò la schiena, facendolo muovere di poco sulla sedia.
    Sentì lo scroscio  dell’acqua che fuoriusciva dal rubinetto e sorrise al pensiero che quella era l’unica donna tra le tante conosciute in tutti quegli anni, che si ricordava quale tipo di acqua preferiva… naturale, please..
    Poi, la vide con il bicchiere in una mano e un elastico nero nell’altra, sorridente e malinconica.
    -Ecco a lei, Mark- Vedo che ha già ripreso un po’ di colore-
    -Si, sto molto meglio grazie-
    Prese il bicchiere, quasi facendolo scivolare a terra perché le mani gli tremavano incredibilmente.
    ll contatto delle labbra sul vetro freddo lo fece star meglio, provò lo stesso sollievo di una bruciatura curata con un po’ di crema all’aloe.
    Bevve tutti di un sorso e sospirò.
    -Grazie, davvero-
    Le sorrise educatamente porgendole il bicchiere vuoto.
    -Non ho proprio alcuna voglia di rialzarmi e tornare in cucina. Lasciamo qua per ora-
    Se lo mise accanto ai piedi e rivolse all’uomo uno sguardo tenero.
    -La prego continui. Eravamo arrivati al punto in cui era riuscito a tornare a casa-
    -Ah si, mi ricordo bene. Non cenai, non avevo assolutamente voglia di mangiare, andai dritto in bagno a lavarmi i denti e mi misi a letti, spegnendo subito la luce.
    Non riuscivo a dormire, mi rigiravo di continuo e sudavo come se avessi corso per ore intere.
    La testa aveva ricominciato a pulsarmi e farmi male ma non avevo voglia di alzarmi per prendere altre medicine.
    Mi sedetti sul letto e accesi la luce strofinandomi gli occhi. Fu allora che la sentii, nitida e tremenda-
    -Cosa?-
    -La risata. Arrivò come un fiume in piena, repentina e maledettamente cattiva. Aprii gli occhi e la cercai ovunque, accanto all’armadio, vicino alla finestra, guardai addirittura per terra come fanno i bambini che hanno paura del mostro sotto al letto, per trovarvi poi solo un mucchietto di polvere e le vecchie babbucce che ti guardano scioccate.
    Mi sentivo così ridicolo… così stupido.
    Il mio cuore ebbe un sussulto nel momento in cui mi resi conto che la risata era nella mia testa.
    Ecco perché non la trovavo da nessuna parte.
    Poi una voce mi parlò, poco dopo l’incredibile scoperta e trasalii , rabbrividendo come un pulcino.-
    -E cosa le disse?-
    - All’inizio parlò troppo velocemente, non riuscii a seguirla. Poi, pian piano iniziò a rallentare e capii le prime parole nitide:  ciao mio piccolo bastardo-
    I rumori al piano di sopra si fecero più violenti e alla donna sembrò addirittura di aver sentito un piccolo grido soffocato, ma non disse niente.
    Sicuramente Harry dormiva e parlava nel sonno accanto alla nipotina.
    -Le disse veramente così?-
    -Certo, non sto inventando assolutamente niente. Cercai di mantenere la calma, ma era più forte di me.
    Spensi la luce e mi convinsi che fosse tutta colpa dell’eccessiva stanchezza mista alla paura provata quella sera.
    Schiacciai il cuscino contro la testa, come se volessi soffocare quella voce, ma lei tornò più forte di prima.
    Mi parlò come se fosse uno bizzarro speaker alla radio, disse che l’umidità quella notte era molto intensa e che sicuramente al mattino la città avrebbe visto una nebbia fortissima. Poi annunciò l’arrivo di un ospite internazionale in studio e di un piccolo break pubblicitario.
    Patricia lo guardò sgomenta con le lacrime agli occhi. Lo smalto, messo accuratamente il giorno prima, ora era solo un lontano ricordo tinto di un vago blu. Il vizio di mangiucchiarsi le unghie e le pellicine tornò come fanno spesso gli ex.
    -La pubblicità riguardava un nuovo prodotto per la cura dei piedi, una sorta di deodorante alla lavanda efficace al 100%. Ricordo che la musichetta iniziale era davvero orribile, mi mandava letteralmente fuori di testa. Poi la reclame finì e la voce mi disse che era il momento giusto per un buon pezzo rock.
    Me lo diceva come se stesse parlando ad un vero e proprio pubblico!-
    -Ricorda una canzone?-
    -Certo, era Starway to Heaven dei Led Zeppelin, solo che non la sentii tutta. Ad un certo punto, dopo qualche minuto, mi scaraventai fuori dal letto urlando  e dirigendomi verso il bagno.
    Mi sciacquai il viso con dell’acqua tiepida e poi tornai in camera.
    Mi sdraiai e cercai di dormire, ci riuscii per qualche ora ma mi svegliai di soprassalto in un bagno di sudore.
    Ero in uno stato pietoso.
    Le voci continuarono a parlarmi e dirmi che mi sarei dovuto cercare un’altra casa perché non ero altro che un fannullone, un ladro e che non meritavo nulla. Mi disse che mio padre non mi aveva mai voluto bene per davvero e che anzi per lui ero stato solo un peso.
    Ero così stanco che alla fine crollai e mi svegliai alle 8 del mattino con il sole che mi baciava delicatamente la pelle e gli usignoli che cinguettavano allegramente.
    -Andò a lavorare?-
    Mark ci pensò un attimo, sistemò la benda con una smorfia di dolore e proseguì il discorso.
    -Certo. Ero troppo professionale per pensare anche solo per un attimo di assentirmi dopo una stupida notte in bianco, seppur tremenda.
    Rabbrividii al solo pensiero che quella mattina avrei rivisto quell’uomo, che gli avrei dovuto parlare e starlo ad ascoltare.
    Avrei preferito schiantarmi contro un albero e perdere coscienza anche per qualche settimana.
    Arrivai al mio studio, aprii un poco la finestra per far circolare l’aria, appoggiai le chiavi sulla scrivania e mi buttai sulla sedia in eco pelle cercando di rilassarmi almeno un po’.
    Poi qualcuno bussò alla porta.
    Trasalii con il cuore che mi saltava da un punto all’altro del petto, raschiandolo.
    Non appena pronunciai la magica parola ‘Avanti’ un po’ come facevano i ladroni con ‘Apriti sesamo’,  l’uomo apparve davanti a me come in una visione mistica.
    Ovviamente la prima cosa che vidi fu la benda che copriva il suo occhio destro e le sue mani che cercavano di nascondere l’intero volto. Abbassai la testa e gli dissi di sdraiarsi sul lettino-
    -E come andò quell’incontro?-
    Mark la guardò come una persona che vorrebbe evitare di rispondere a quel genere di domande e iniziò a tremare, deglutendo di continuo.
    -Non potrò mai dimenticarlo. All’inizio restammo entrambi in silenzio, come succede a due persone che custodiscono lo stesso segreto e non vogliono proprio parlarne, poi lui iniziò a ridere, educatamente, ma comunque mi fece innervosire perché ero certo si stesse burlando di me. Gli chiesi se si sentisse meglio e lui mi rispose che sì, non poteva certo lamentarsi… ‘Almeno adesso le cose si stanno… raddrizzando’-
    -Raddrizzando? Che cosa intendeva dire?-
    -Ancora non potevo comprenderlo bene, ma poi in seguito fu tutto così chiaro e… spaventoso. Non chiesi altro riguardo la sua improvvisa felicità e passai ad un altro argomento… quello per cui era venuto da me. Gli chiesi di raccontarmi il resto della storia, si insomma, se gli era capitato di sentire ancora delle cose orribili, gli dissi che io ero lì per aiutarlo e non avrei mai osato ridergli in faccia. Uno psicologo non ti prenderà mai per pazzo. Mi parlò ancora delle sue voci, di una notte in particolare ( aveva ventotto anni e dormiva accanto a sua moglie) in cui una giovane ragazza si fece largo nella sua testa e gli disse di andare in ospedale, ficcarsi un ago nel braccio e tirar via tutto il sangue che aveva in corpo. Era un modo gentile per dirgli di uccidersi una volta per tutte.
    Lui ovviamente non lo fece, ma questo gli costò  due ore di paura e di veglia, in cui combatté sul ring dell’incoscienza cercando di uscirne vincitore.
    Uscì di senno a tal punto che provò a soffocare sua moglie, dopo aver tentato di morderla sul collo.
    Ovviamente di lì a qualche giorno si ritrovò scapolo come un tempo e con la fama di essere un semi-vampiro psicopatico.
    Ma il pezzo forte arrivò dopo qualche mese.
    Si bloccò per prendere fiato e ammirare le luci del faro che gli facevano l’occhiolino in lontananza.
    Sembrava quasi un S.O.S.
    Fu la donna a parlare, cercandolo con lo sguardo.
    -Che cosa le raccontò?-
    -Mi disse che non c’era notte in cui non vedesse delle strane figure, non erano ben definite e potevano assumere diverse sembianze. Tutto questo succedeva ogni volta che chiudeva gli occhi e cercava di dormire, senza riuscirci. Una notte vide dei puntini viola che si avvicinavano pericolosamente e poi si allontanavano e si trasformavano in piccole lingue di fuoco. La volta successiva vide un uomo vestito di rosso che lo guardava intensamente e i suoi occhi erano cerchiati di verde, blu e oro. Cercò di ipnotizzarlo e gli disse che lui era il signore del tempo, che lo avrebbe aiutare a fuggire dalla sua epoca e che meritava molto più di quanto gli stesse offrendo la sua gente. Vedeva ogni sorta di colore, sfumatura e forma, dei piccoli vermi grigi che fluttuavano nel buio, delle donne che lo baciavano, bellissime all’apparenza,ma che poi rivelavano il loro aspetto reale… tremendo, come se fossero delle streghe vestite solo di sangue e cenere.
    Poi mi disse che sarei dovuto stare molto attento, si sistemò la benda che si era leggermente spostata e saltò via dal lettino, andando via senza salutarmi-
    -Lo rivide?-
    -Si, dopo due giorni. Ma la notte in cui tornai a casa, dopo il nostro secondo incontro, io.. io vidi migliaia di cose che  nessun uomo dovrebbe mai vedere.
    Non dovrei nemmeno parlarne, per il bene suo, mio, dell’umanità intera.
    Andai a dormire e le voci cominciarono ad infastidirmi dicendomi che ero un fallito e che mia madre avrebbe fatto bene ad abortire. Decisi di ignorarle, pensai ‘Prima o poi si stancheranno’ ma ci volle un ora prima che mi lasciassero in pace, e nel frattempo mi era venuto un mal di testa incredibile.
    Cercai di dormire ma le immagini nella mia testa arrivarono all’improvviso, fulminee.
    All’inizio vidi dei puntini luminosi che segnavano una traiettoria ben precisa, la seguii e raggiunsi una piccola casa dalle pareti azzurre. Poi l’abitazione sparì e intorno a me si materializzarono tanti piccoli folletti con i cappelli a punta. Ha presente i sette nani?
    -Certo, ricordo ancora adesso tutti i nomi, molto buffi-
    -Anche io li ricordo. Quelli che vedevo io però non avevano proprio tutta l’aria di essere dei buoni nanerottoli che di lì a pochi minuti avrebbero canticchiato ‘Andiam, andiam, andiamo a lavorar’, nient’affatto.  Ricordo che uno di loro mi minacciò con un seghetto e poi tagliò la gola a quello più piccolo,  che riposava accanto a lui.
    Si gettò a terra ridendo e imbrattandosi il viso di sangue. Quelle immagini erano orrende e aprii gli occhi, respirando a fatica.
    Mi alzai ed andai  a fare un giro a piedi, nel buio più assoluto.
    I cani abbaiavano in lontananza e vidi un gufo che mi spiava da un tronco possente posto di fronte a me, a tre metri di altezza. Poi capii una cosa, molto importante quando sconcertante…
    Chiusi gli occhi e vidi un uomo che rideva come uno scienziato pazzo, vestito di nero e con un paio di vecchi stivali da cowboy ai piedi. Ad un certo punto mi fece l’occhiolino mentre l’altro occhio, il destro, cadde nel vuoto in quell’incubo surreale, sparendo per sempre da questo mondo.
    Mi guardò con fare minaccioso, come se fossi io la causa di quella perdita e a quel punto spalancai gli occhi sapendo che quello era l’unico modo per potergli sfuggire.
    La risata mi ritrovò e la sentii ancora più intensa delle volte precedenti.
    Non potevo fuggire da me stesso.
    Iniziai a correre e tornai velocemente a casa.
    Mi sedetti in un angolo al buio, come un bambino che è stato messo in punizione e piansi tutta la notte.
    Al mattino, con gli occhi gonfi e rossi mi alzai e andai a lavorare, come se niente fosse, come riescono a fare le donne che dopo aver passato la nottata a piangere per l’amato che  le ha appena lasciate, si vestono , si truccano ed escono di casa tranquille e sorridenti-
    Guardò la donna e dai suoi occhi capì  che il discorso calzava a pennello con il suo stato d’animo. Poi gli sorrise e lo pregò di continuare.
    -Arrivai nel mio studio con un leggero ritardo e quando ruotai il pomolo della porta…-
    Non riuscì a parlare, guardò il pavimento e poi finalmente riuscì a trovare il coraggio per andare avanti, nonostante si sentisse frastornato.
    -Che cosa trovò?-
    -…L’uomo, il mio strano paziente sdraiato sul lettino. Mi prese un colpo e quasi me la feci addosso. Gli chiesi come accidenti avesse fatto ad entrare e mi rispose che non aveva importanza, che dovevo starlo a sentire e niente più. E così feci. 
    Lui iniziò a ridere e a dirmi che non si era mai divertito così tanto in vita sua come in quegli ultimi giorni, da quando mi aveva incontrato.-
    -Perché le disse così?-
    -Perché aveva ragione, lui stava guarendo e io mi stavo ammalando, quindi per lui iniziava il vero divertimento. Mi disse di aver visto altre cose la notte precedente e quando mi tappai le orecchie perché non volevo proprio saperne di starlo a sentire, si imbestialì e iniziò a dimenarsi, tanto che temetti di vederlo trasformarsi da un momento all’altro in un licantropo o qualcosa di simile… proprio come nei film horror… ma grazie a Dio non successe niente del genere. Raccontò di aver visto delle luci rosse che lampeggiavano ad intervalli irregolari per poi trasformarsi poco dopo in piccoli punti esclamativi... mi parlò di una strana capra dalle corna lunghissime che cercava di saltare una staccionata fatta di corpi umani smembrati. Era una situazione davvero assurda, ma sa qual’era la cosa più incredibile?-
    La donna, evidentemente impaurita, si guardò attorno lentamente, per accertarsi che non ci fosse nessuna capra diabolica accanto a lei.
    -No, quale fu? Sa, mi sta molto spaventando…-
    Mark sorrise debolmente e fissò le sue mani tremanti.
    -La cosa più incredibile fu che quella notte stessa quando tornai a casa, dopo aver mangiato una pizza al volo ed essermi messo a letto, non riuscii a chiudere occhio perché quelle stesse lucine rosse mi si presentarono come delle luci natalizie. Erano stupende e scendevano verso di me come un fontana bellissima, anche se ricordo di aver avuto paura ed essermi mosso nel letto come se fossi sul punto di scappare.
    Poi accadde e quasi non me ne resi conto, fu come la puntura di una piccola ape-
    Si rese conto dell’ansia e dell’agitazione provate dalla donna e quasi temette di proseguire.
    -Cosa le è successo?-
    Spalancò gli occhi e in quel momento la assomigliò in una maniera incredibile ad una bambola in porcellana che aveva visto la settimana prima in un mercatino dell’usato. Inquietante a tal punto da restare sullo stesso scaffale per tutto il tempo necessario, fino a che non si sarebbe ricoperta di polvere e sarebbe sparita dalla faccia della terra.
    -Uno dei puntini rossi si fece sempre più grande, sempre più vicino… allora arretrai e ricordo di aver cercato anche di saltar giù dal letto con ancora una lucina accesa sul comodino.
    Sentii un dolore lancinante all’occhio destro quando provai a guardare la stanza attorno a me mi resi conto di non vedere altro che il buio assoluto, ero sommerso da un’oscurità allarmante e claustrofobica.
    Il battito iniziò ad accelerare e pensai di avere il cuore nelle orecchie, ma la cosa che più mi preoccupava era la mia parziale cecità.
    Il mio occhio sinistro era quello buono, ma il destro… era andato. Bruciava come se mi avessi involontariamente spruzzato un deodorante per ambienti dritto nella pupilla o uno di quei piccolo tubetti spray al peperoncino che tutti potevamo trovare in commercio contro gli aggressori. Andai a lavarmi il viso. Spalancai bene la pelle attorno all’occhio, tenendo il pollice accanto alla guancia e l’indice poco sotto l’arcata sopraccigliare e mi lasciai sommergere dall’acqua fredda che affogò completamente il mio occhio malato. Poi chiusi il rubinetto e tamponai l’occhio con un vecchio asciugamano bianco. Continuava maledettamente a bruciare, allora presi la macchina come un pazzo correndo per le strade di Baltimora senza guardare nemmeno il semaforo e andai al più vicino studio oculistico della zona. Ricordo ancora oggi ciò che dissi al medico: - mi dia qualcosa per quest’occhio di merda prima che me lo strappi e lo faccia ingoiare ad uno dei suoi pazienti.-
    Patricia non riuscì a nascondere un’imbarazzante risatina nervosa che le era scivolata via dalle labbra come spesso le capitava con il sapone e si scusò.
    -Non si preoccupi. Rise perfino il medico, mentre cerca va un collirio e degli antidolorifici efficaci. Li presi e mi chiusi nel suo bagno privato, quasi buttando giù la porta. Solo in un secondo tempo mi resi conto del cartello rosso con su scritto ‘Riservato solo al medico’   e sotto in più piccolo, ‘ Non azzardatevi ad usare il mio bagno per motivi futili o la prossima volta ve la faccio pulire con la lingua’. Sembravano il titolo e l’occhiello di un articolo di giornale, roba da matti.
    Misi il collirio imprecando un vaffanculo detto con il cuore. I dolori erano assurdi e iniziava a scoppiarmi la testa, sembrava che qualcuno mi stesse colpendo il lato destro della faccia con un piede di porco e pensai ai ladri di cervelli, quelli che scassinavano i crani.
    Ero uscito completamente di senno. Risi a voce alta e il suono della mia voce mi spaventò a tal punto che gridai e rovesciai le medicine dentro al lavandino, giù nello scarico.
    Cazzo!!
    Sbattei la porta, tornai un attimo in  bagno e nel guardarmi allo specchio vidi un uomo nuovo, vecchio di almeno quindici anni e con un occhio mezzo chiuso.
    Cosa avrei dovuto dire al medico?
    O sa, stanotte non riuscivo proprio a dormire perché dei puntini rossi mi hanno bruciato l’iride e credo che il suo collirio non mi servirà proprio a nulla, è come piscio!
    Inoltre, ho appena intasato il suo bagno e le dico senza problemi che non intendo coprire le spese per far venire qua un idraulico al più presto e aggiustare la situazione. Addio e occhio alla sua salute…
    Guardai ( con difficoltà ma guardai) la finestra dietro di me e mi resi conto che forse Dio non si era completamente dimenticato della mia esistenza. Potevo saltar giù senza frantumarmi le ossa.
    E così feci, correndo come un pazzo verso il mio studio.
    -Perché non andò da un altro oculista?-
    Rise e la guardò scuotendo energicamente il capo.
    -Perché nessuno avrebbe capito. Arrivai sudato e mi gettai sulla mia vecchia poltrona piangendo come un bambino che vuole le caramelle ma nessuno gliele compra.
    L’uomo rise, quello che avevo cercato di aiutare. Rise  e si levò la benda dall’occhio, ora perfettamente guarito.
    Mi strinse la mano e mi disse che mi avrebbe ringraziato per sempre.
    Finalmente era libero da quella malattia…
    Il suo occhio era leggermente rosso ma non era più costretto a coprirlo.
    Aprii la bocca per dire qualcosa ma lui mi precedette in modo così sfacciato che mi irrita tutt’ora mentre ne parlo.
    Continuò a ridere e mi augurò una pronta guarigione, ma quel bastardo sapeva benissimo che non ne sarei uscito così facilmente
    Mi disse che ora finalmente sapevo come aveva perso la vista, poi andò via, sparendo come un fuggiasco.
    -Lo rivide?-
    -No, mai più-
    Il buio ora era totale, Patricia sforzò la vista per poter scorgere i lineamenti dell’uomo che le stava parlando e gli occhi iniziarono a lacrimarle per la forte stanchezza.
    Mark si alzò e si sgranchì le gambe senza pronunciare una sola parola, mentre la donna accanto a lui sorrideva senza un motivo ben preciso,forse… paura?
    Un rumore fortissimo la fece sobbalzare sulla sedia, portandosi una mano sul cuore.
    -Che chiasso che fanno quei due lassù! Conoscendo bene Harry sicuramente con un occhio, starà rovistando tra i cassetti in cerca di qualche maglietta da mettere per cena mentre con l’altro controllerà la nipotina. Sempre il solito-
    Mark sorrise ma lei non potè saperlo.
    -Glielo chiederà non appena scenderà con Daisy. Io ora devo proprio andare, sono in ritardo e se non mi do una mossa l’aereo partirà senza di me. È stato un piacere signora mia, saluti il resto della meravigliosa famiglia-
    Le porse una mano incredibilmente gelata e lei si ritrasse debolmente per non risultare troppo ineducata.
    -La accompagno alla porta-
    -No, non si scomodi, ho una buona memoria e al buio un occhio… di falco-
    Lei sorrise e lo guardò andar via, inghiottito dalle tenebre.
    -Ma è sicuro di stare bene?-
    Urlò, per accertarsi che la sentisse.
    Lui si girò, ormai lontano.
    Gli rivolse uno splendido sorriso e un occhio destro perfettamente sano, si mise le mani in tasca e sparì nel buio del vialetto.
    Non si sarebbero mai più rivisti.
    La donna si coprì le braccia e il collo con un vecchio scialle trovato sul divano ( un po’ come il marito) e accese la luce, dirigendosi in cucina.
    -Tesoro, cosa c’è per cena?-
    Michael, dolcemente, le cinse le braccia attorno al collo.
    -Mi hai spaventato accidenti! Ma tu non eri nel mondo dei sogni?-
    Lo baciò delicatamente approfittando di quel magico momento per sistemargli all’indietro i capelli.
    -Mi sono svegliato da poco, ma dove sono Harru e la piccola?-
    -Al piano di sopra, la piccola aveva sonno e quell’idiota si è ubriacato e non stava per niente bene. Roba da matti.-
    Lui sorrise e la guardò dritta negli occhi.
    -Sei bellissima, te l’ho mai detto? Amo i tuoi occhi…-
    -Oh ma come siamo dolci oggi-
    Gli sistemò il colletto della camicia e si allontanò per prendere una bottiglia di vino dal frigo.
    -Oh oh oh! Arriva l’uomo di casa con la sua nipotina preferitaaa, fatevi da una parteeeeeeee!-
    Harry, paonazzo come una fragola gigante, scese le scale tenendo per mano la piccola Daisy che si liberò prontamente da quella stretta per andare incontro alla donna.
    -Come tai?-
    Patricia la abbracciò forte sollevandola in aria e le rassettò la gonna a balze che le si era stropicciata durante il lunghissimo sonnellino.
    -Sto benone, cosa dovrei avere?-
    La bambina, ora a terra, si stropicciò gli occhi facendo tintinnare il piccolo bracciale che adorava così tanto.
    -Daisy incubi, uomo cattivo e luci rosse strane… tanta paura Daisy-
    La donna sbiancò ed era sicura che sarebbe svenuta da un momento all’altro, era solo una questione di secondi.
    -No tesoro, tranquilla, va tutto bene-
    -Allora- disse Harry sorridente – a chi tocca preparare la cena?
    Michael si accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra, in cerca di qualche buona stella.
    -Va bene, ho capito. Vuol dire che oggi mi metterò io ai fornelli, bellezze mie-
    Fece l’occhiolino alle uniche due figure femminili della casa e mandò loro un bacio, soffiando sul palmo della mano.
    Daisy saltellò felice, tra le braccia di Patricia.
    -Beh, poi che fine ha fatto quell’uomo… Mark? Ci siamo persi il racconto non è vero?-
    Disse Michael continuando a fissare gli alberi davanti a se, in lontananza.  Aveva appena cominciato a piovere e le goccioline d’acqua si erano gettate sopra il vetro, attaccandosi come ventose.
    La donna  si irrigidì e sorrise, fingendo di sentirsi bene.
    -è andato via poco fa, aveva un volo per la Spagna. Vi racconterò tutto ciò che mi ha detto. Roba da pazzi…-
    Michael non disse nulla  e fece dei piccoli cerchi grigi con il fumo, perfetti, come quelli degli indiani.
    -Scusate un attimo, vado al bagno- disse lei, accarezzando dolcemente una guancia paffuta della bambina.
    Accese la luce, si inumidì il collo con un po’ d’acqua fresca e legò i capelli riordinandoli in una lunga coda di cavallo.
    Lo specchio di fronte a lei rifletté l’immagine di un’estranea.
    Si avvicinò impaurita e guardò attentamente…attentamente… il suo occhio destro, rosso.
    Iniziò a farle male la testa e a bruciarle il lato destro del volto, appena sopra lo zigomo.
    Spense la luce e anche dentro di lei si spense qualcosa quando capì che forse, per il momento, era meglio coprire l’occhio con una benda.
    Michael la chiamò mentre Harry canticchiava l’inno di Francia ( era arrivato al punto in cui il giorno della gloria era giunto finalmente!  ) e faceva saltare la frittata nella padella.
    Sarebbe stata una bella vita, nonostante tutto.
    Entrò in cucina sorridente, nascondendo il forte dolore che provava e mentre le immagini nella sua testa iniziavano a farsi vive e minacciose, ripensò a quello che gli aveva detto Mark a proposito delle bollicine nella bottiglia…
    Ora si sentiva come loro, senza via d’uscita, stesso identico destino  ( Si insomma, sei fottuta baby) e mentre la bambina la chiamava a gran voce, tre parole risuonarono nella sua testa, più potenti che mai…
    …per il momento, per il momento.
    Avanzò verso la bimba, ridendo come solo una vera donna sa fare.
    Nonostante tutto, nonostante tutto.
     
     
     
    Without you i’m nothing:
     
    Occhi verde smeraldo,
    da spaccare i cuori.
    Le dita sulla chitarra,
    lo smalto nero come fuliggine.
    Il pallore del tuo viso,
    i lineamenti lunari.
    La tua bassezza,
    il tuo essere così minuto ma scaltro.
    L’accento inglese,
    il francese quando serve,
    un bambino dorato
    tra le braccia,
    l’amico di una vita accanto.
    Ti guardo sorridere fra una foto e l’altra,
    in quei tuoi abiti così trash,
    così animaleschi,
    nel tuo candore che è quasi musica sensazionale.
    Ti ricordi quando dicevi sempre you know?
    Ti ricordi quando proclamavi vendetta contro il governo
    E le uccisioni?
    Quello era amore.
    Il candore delle tue dita sullo strumento,
    come quasi fosse un piacere estatico.
    Dicono amore platonico,
    ma noi ti abbiamo già nell’aria,
    ti respiriamo di profumi esotici quando sei in giro per i tuoi viaggi,
    quando canti per noi, soltanto per noi.
    L’essenza della vita che si traduce in qualche canzone,
    ed è subito magia.
    Solumates never die.
    Non muore mai che si ama per davvero,
    e quante notti spese a pensarti,
    a pensarci,
    sul domani che non ha gloria,
    su oggi che non ha vendetta.
    Una stazione radio,
    un tonfo al cuore,
    far tardi per colpa tua,
    ammiccare amaramente,
    aver voglia di mollare tutto e tutti e fuggire da te.
    Londra per me ha un altro senso,
    ha un altro valore,
    è dove ci sei sempre tu.
    Without you i’m nothing.
    Senza te non sono niente.
    Il pallore lunare delle tue guance,
    e il riverbero dei tuoi occhi,
    sono le sensazioni del mio cuore
    a farmi parlare.
    Una mattina pura, dicesti,
    all’alba di un giorno con la tua amica,
    aspettando il test,
    aspettando l’esito della vita.
    Un amico nel bisogno è un amico che c’è sempre,
    e tu sei come l’amicizia che scorre nelle vene,
    gatto dalle sette code,
    piccolo scricciolo da curare e medicare.
    Meds,
    le pillole della saggezza.
    Non c’è differenza d’età in amore,
    se non quella che vedono solo gli occhi.
    Senza te, noi non saremo nulla.
     
    La vita americana di Ellie Dobner
    Capitolo uno:
    l'America è favolosa. Sapevo che questa nazione mi avrebbe aiutata ad essere una persona diversa, migliore. 
    Sono passati due anni dall'ultima volta che ci siamo visti, io e voi, e cosa potrei raccontarvi? Nel frattempo chuchy è diventato un bel cagnolone, mangia tre chili di riso al giorno e per non parlare dei croccantini! Io non sono cambiata affatto ma il mio umore è migliorato. Londra, Oxford mi stavano strette, avevo bisogno di qualcosa di più cool, di un posto pazzesco. Il mio luogo preferito è Central park e credo che chucchy sia d'accordo con me. 
    Il mio cagnolino è sempre il mio migliore amico.  In America sto trovando di tutto sia per lui che per me, cupcakes, dolcetti allo zucchero a velo, tofu al mais... cose davvero incredibili e sensazionali. Il gusto è sublime. Mi sento così fortunata! Mia mamma mi ha chiamata per ben trenta volte, giusto per sapere dove fossi finita e per darmi la lieta notizia che mia sorella ha avuto un bambino. Mia sorella?! Se ce l'ha fatta lei allora a me è concesso perfino di raggiungere l'Italia a nuoto. Lei che non sa nemmeno far ridere i pargoletti! A me poco me ne frega del suo bamboccio! Non farò certo un viaggio a vuoto all'indietro per rivederla... Sono passati due anni dall'ultima volta che mia sorella si è piazzata davanti  a me, e non è sato certo un bel momento, con quelle sue tette ballonzolanti e la maglietta Prada.
    Non voglio proprio vederla.
    L'unico che proprio non mi farebbe tanto schifo è mio padre, che ho sempre visto come vittima, ma anche lui non mi è mai sembrato all'apice della dolcezza perciò possono anche rimanere laggiù in Inghilterra.
    Se soltanto sapeste quanta differenza c'è tra l'America e la mia vecchia terra ne rimarreste scioccati. La bandiera forse è l'unica cosa che ci assomiglia, giusto per i colori. Qua i ragazzi sono mille volte più belli, non serve essere conosciuta per avere successo, basta che tu abbia talento e il resto viene da sè. è una terra fantastica, piena di colori, amore e fantasia. Ah, il mio romanzo ancora non è stato pubblicato ma ho trovato una bona casa editrice ed è sotto elaborazione. Mi hanno detto che loro potrebbero fare in modo che il mio libro esca anche gratuitamente. Non è assolutamente super come cosa?
    Prendo in braccio il mio chucchy e ci avviamo verso casa.
    La mia abitazione è circondata dal verde, ci sono dei fenicotteri fuori dalla mia porta, rosa come i confetti o i gamberetti di cui si nutrono. All'interno lo spazio è ristretto, d'altronde a cosa mi sarebbe servita una villona se siamo solo io e il mio grande amico? A nulla. Entro e vado a rovistare tra i vecchi giornali. Hanno pubblicato una mia poesia sul Vanity Fair, l'ho dedicata proprio al giornale. Oltre che a scrivere romanzi sono brava anche nel dilettarmi con la poetica. Prosa, rosa, poesia. Bello no? Tutto è amore e armonia qua, riesco quasi a sentire le onde del mare. Questa rivista è sempre stata al mia preferita, ma ora devo dire che me ne sono proprio innamorata. Mi è dispiaciuto sapere che il direttore è andato via, ma sono sicura che la sostituta sarà ai suoi livelli. Nel caso mi propongo io! No ok scherzo, parliamo seriamente. La tv è accesa perchè quando sono uscita l'ho lasciata sintonizzata sui cartoni animati che tanto piacciono al mio cagnolone. Non so perché ma lui si comporta esattamente come un bambino di tre anni. Mi fa troppo ridere questa cosa, perché io sembro sul serio sua mamma. All'improvviso suonano al citofono, vado a chiedere chi è ed è il postino.
    - Si, mi dica- mentre scendo di corsa le scale.
    -Deve firmare qua in digitale- quanto odio le cose complicate, ma non sono meglio i fogli?!
    Evito di dirglielo e lo saluto, fiondandomi sul plico che è appena arrivato.
    Lo scarto come un pacco di Natale e mi ritrovo fra le mani il contratto della casa editricie Newspaper.
    Oddio Mio cristo santo del cielo, non ci credo! Leggo un po' più avanti e c'è scritto che il mio romanzo ' Le avventure di Sarah keller' è piaciuto a tutti e che presto sarà in tutte le librerie e book store. Ci sarà anche la versione e-book acquistabile su Amazon. Salto di gioia e stringo Chucchy a me.
    L'america porta davvero fortuna.
    Capitolo due.
    Telefono alla casa editrice per avere un appuntamento con loro e mi risponde una signora gentilissima.
    -Pronto?- 
    -Pronto, sono Ellie Dobner, la ragazza a cui avete inviato la proposta editoriale, il contratto insomma-
    Silenzio dall'altra parte per cinque secondi, poi finalmente dei rumori di sottofondo
    -Si, è lei giusto? Ci farebbe piacere se lei si presentasse da noi, nella American Street 200, per presentare il libro oggi stesso.Potrebbero esserci molte persone all'evento perciò le consiglio di indossare qualcosa di molto carino e magari un po'... come posso dire, costoso?-
    -Oh certo, dev'essere all'altezza della situazione-
    Sorride dall'altro capo del telefono e quasi mi vien voglia di ridere, finalmente tutto va' per il verso giusto.
    -Indosserò un capo Armani-  
    mi guardo le dita e mi mangiucchio le unghie, io non ho assolutamente nessun capo Armani, e forse non ho nemmeno i soldi per acquistarne uno, perciò da dove troverò i soldi per comprarlo?
    - Benissimo, a stasera allora, ci vediamo alle 6 p.m. in punto-
    -Ok, le auguro una buona giornata, arrivederci-
    -Arrivederci a lei Ellie-
    Chiude e chiudo pure io.
    Sono fortunata si, ma è come se avessi calpestato una merda. 
    Guardo chucchy che mi osserva con tanta calma.
    -Beato te che puoi startene sempre nudo in giro per la città, io cosa mi metto? Dammi un consiglio!-
    In tutta risposta abbaia contento e scodinzola. 
    Sorrido e sbuffo.
    Che strana giornata!
    Esco, non faccio nemmeno in tempo ad uscire di casa che una signora inciampa su di me.
    -Scusi signorina-
    -Non fa niente, piuttosto lei si è fatta male?-
    -No, ma io ti conosco!-
    La guardo meglio e poi in un attimo ricordo tutto. La signora dell'aereo, la moglie dell'uomo con la sciarpina bianca!
    -Oddio mi scusi non l'avevo riconosciuta!-
    La abbraccio come se fosse mia nonna e lei ricambia tutta soddisfatta.
    -Come va Ellie? Vuoi venire a casa mia a pranzo? New York è una città enorme ed è stata proprio una fortuna averti rincontrata per caso, allora che ne dici?-
    Sorrido entusiasta.
    -Dico che è ok-
    Trascino chucchy per la via, e ci dirigiamo verso la sua casetta.
    Capitolo tre
    Arriviamo mezz'ora dopo, allegre e saltellanti. 
    -Signora,devo farle sapere che stasera avrò la presentazione del mio primo libro, perciò non potrò trattenermi piuù di tanto-
    Lei gira la chiave nella toppa e mi guarda felice.
    -Sono contenta per te ragazza, allora verremo a vederti e compreremo il tuo romanzo, va bene?-
    -No no il libro glielo regalo io, anzi lo do' sia a lei che a suo marito, ci mancherebbe altro!-
    -Come sei gentile cara, se solo ti avessi avuto come figlia! Purtroppo la mia cara ragazza è morta trent'anni fa' in un tragico incidente stradale e mio figlio non c'è più da tre mesi, ma tu saresti perfetta-
    -E lei come mamma sarebbe più che perfetta invece- 
    Ridiamo ed entriamo nell'androne. 
    Ad aspettarci c'è il marito, un signore calmo e composto. Sta leggendo i fatti di cronaca più esiliaranti degli ultimi dieci giorni, poi ci sente arrivare e siccome pensava che la moglie fosse sola aggrotta le sopracciglia con fare pensoso.
    -Chi c'è con te, Mary?-
    -La ragazza dell'aerero-
    In un attimo al signore si illuminano gli occhi, mi prende la mano e me la bacia senza sfiorare nemmeno un lembo di pelle. Come fanno i galantuomini. 
    -Prego, prendi posto.... - Fa' un cenno con le dita, come se le stesse schioccando, per trovare siuramente il mio nome, allora lo aiuto io.
    -Ellie, Ellie Dobner-
    -Ok Ellie, siedi pure con noi, siamo come una grande famiglia-
    Sorrido imbarazzata. Lui continua a leggere il giornale fischiettando mentre la signora prepara una zuppa di ceci e una tortilla ai piselli freschi.
    -Dev'essere tutto molto buono- dico, portandomi la mano alla bocca e sbadigliando. Non ho fatto colazione perciò ho una fame da lupi.
    Il cagnolino mi guarda, abbassa la testa e sembra quasi sorridere, poi la appoggia a terra e si mette curvo, come se volesse dormire al contrario.
    Mi fa' ridere ma mi trattengo per non sembrare una bmbina anziché una donna di trentadue anni.
    -Si, la mia Mary cucina benissimo- mi dice il signore, senza mostrarmi il suo volto, coperto dalle pagine bianche e nere.
    -Ci credo- gli dico, e sgambetto sulla sedia come una ragazzina.
    In meno di venti minuti il pranzo è pronto. Ci sediamo, addentiamo il tutto con foga, si vede che abbiamo tutti e tre una gran fame, chiacchieriamo del più e del meno con la tv spenta, cosicchè le nostre voci siano le protagoniste assolute della situazione, poi passiamo al dolce.
    Io sono esterrefatta, non ho mai mangiato così bene in tutta la mia vita. Eppure in Inghilterra ne abbiamo di cose buone da preparare, ma qua è tutta un'altra storia. l'America ti entra dentro, come le persone. Gli americani si saranno pure obesi ma sono di una simpatia unica. 
    Mangiamo un piccollo budino al crème caramel, e poi non ci sta più nulla nello stomaco.
    Mi lascio andare sulla sedia e mi tocco la pancia.
    -Cara, sei piena o vuoi altro?-
    Faccio un cenno con la mano
    -No no grazie, non ce la faccio più. è stato un pranzo stupendo, grazie mille! Devo dirle solo una cosa-
    -Dimmi pure- mi risponde, mentre toglie i piatti dal tavolo e inizia a sparecchiare a dovere.
    -Mi hanno chiesto un abito succinto, ma io non ho nulla di elegante da mettermi-
    Lei guarda suo marito, si mettono a ridacchiare bonariamente e io mi guardo in giro sorpresa.
    -Non c'è problema cara, la fidanzata di mio nipote ha una marea di vestiti che non usa più, tutti chic e alla moda, vieni con me in camera da letto e provali tutti se è necessario-
    Non credo quasi alle mie orecchie. Questa è magia, è un sogno.
    Devo avere sicuramente una faccia da cretina, perché la signora mi guarda scioccata e poi ride.
    -Non ci credi? Vieni con me-
    Il marito sorride e continua con la lettura.
    Mi sembra di essere finita nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie. La seguo e mi sento euforica.
    Finalmente mi sento a casa.
    Capitolo quattro
    La signora aveva ragione. L'armadio a muro contiene più di cinquanta vestiti, sia con le spalline che senza. Primaverili, estivi, autunnali e invernali, ce n'è davvero per tutti i gusti.
    -Provo questo- le dico, mentre prendo in mano un abito nero con il pizzo, che assomiglia molto ad un tutù. Ho sempre amato le ballerine classiche e molto probabilmente oggi mi potrei sentire una di loro anziché una stupida come sempre.
    -Ok carissima, vai là dietro e misuralo-
    Mi sposto di poco, mi piazzo davanti allo specchio e lascio cadere il mio vecchio abito da anziana.
    Ma come mi vesto?! Dovrei avere uno stylist sempre  a portata di mano sia per i jeans che per gli abiti più classici e impegnativi. 
    Infilo il vestito della fidanzata del nipote e mi accorgo che mi calza a pennello. Per fortuna abbiamo la stessa taglia, che culo!
    -Mi sta! Mi entra! è quello giusto!- urlo, dicendolo alla signora come se Mary fosse completamente sorda.
    -Mi fa' piacere, allora prendilo e portalo a casa tua. Sono le cinque, tra un ora dovrai andare al convegno-
    -Si, vado, è meglio che mi sbrighi se non voglio fare tardi-
    Esco dalla camera da letto, rubo un bicchiere d'acqua da sopra la mensola e saluto calorosamente il signore
    -Io non so come farei senza di voi, siete come dei genitori o dei nonni per me-
    Lo abbracio tenendo il vestito in mano e lui mi da' una pacca leggera sulla spalla, molto affettuosa.
    -Hai fatto la scelta giusta, è molto bello-
    -Grazie- gli dico, guardando i pallini bianchi sopra l'abito-
    -Mary, sto andando via, la ringrazio per tutto quello che sta facendo per me. Io comunque abito in Juniper Street 340, se le fa' piacere venire a trovarmi....-
    -Oh si, verremo di sicuro-
    La stringo forte a me e sento quel calore umano di cui ho sempre avuto bisogno.
    La droga è soltanto un triste ricordo.
    Prendo con me chucchy e mi dirigo a casa, stanca ma felice.
    Capitolo cinque:
    L'abito non fa' il monaco dicono, si ma io stasera faccio la sirena sul serio. 
    Questo tubino è fantastico. Mi rigiro davanti allo specchio di casa e mi vedo bellissima. Apro la palette e inizio a mettere l'ombretto nero sulle palpebre un po' calate. Poi il mascara celeste ( che tra l'altro può essere usato anche sui capelli) e un po' di burrocacao. Ed ecco che sono pronta per tuffarmi nella mia avventura.
    -non sono bella chucchy?-
    Lui mi fissa convinto che non abbia ragione
    -Mh, forse non bella ma carina?-
    Abbaia e scodinzola. Carina va bene. è l'aggettivo giusto.
    Chamo il taxy, gli dico di venire a prendermi per le sei meno un quarto, per fortuna abito vicino alla libreria The black cat.
    -Scusi, potrebbe venire sotto casa per le sei meno un quarto?-
    -Certo, a più tardi-
    E anche questa è fatta.
    Mi siedo sul letto e guardo le mie vene pulite. Non sono mai sata così bene in vita mia. 
    -oh merda le scarpe!-
    Vado a cercarne un paio nere e trovo quelle del matrimonio del mio amico, avvenuto più di dieci anni fa'. Le provo, dovrebbero andarmi ancora bene e poi con questo vestito sono perfette.
    Hanno un tacco dodici. Non è che stasera oltre al libro mi capiterà l'occasione di conoscere qualche bel ragazzo? Oddio vi ricordate quella volta al parco? Quando quel ragazzo poi si è rivelato gay? Come ci sono rimasta male e che paura! E se fosse stato un pervertito? A volte è proprio vero, meglio soli che male accompagnati. 
    Arriva il taxi e io sono pronta. Mi dispiace solo dover lasciare chucchy da solo, ma purtroppo nella libreria non gli è permesso entrare.
    -Ci vediamo tra un ora o due, ok piccolo mio?-
    Li sghignazza come un bebè e mi saluta dandomi la zampa.
    -Bravo chucchy, bravo lui-
    Mi avvio verso l'uscita e faccio le scale di corsa. 
    Il tassista è già lì che mi aspetta.
    Apro la portiera e mi fiondo dentro la macchina sentendomi già una star.
    - Dove la porto?-
    -Alla Black cat, è la libreria in centro. Devo presentare il mio libro-
    -Va bene- e non mi chiede altro.
    Sbuffo, sono ansiosa e agitata. Cerco di non mangiarmi le unghie ma è inevitabile.
    Giriamo l'angolo, dopo due semafori e un po' di traffico ecco apparire la libreria.
    -Grazie- Gli do' trentacinque dollari e sparisce dalla mia vista.
    Deglutisco, mi avvio verso il locale e sospiro.
    Apro la porta, è pieno di gente.
    Merda!
    Capitolo sei
    -ciao, tu devi essere Ellie, l'autrice del romanzo 'Le avventure di Sarah Keller' giusto?-
    Ammetto che si, sono proprio io.
    -Certo, in persona-
    La donna mi guarda dalla testa ai piedi, dev'essere esperta di moda più che di libri.
    -Ma questo è Dior?-
    -no, mi spiace, non so che stilista sia-
    Oddio qua sono tutti elegantissimi, io mi sento come un pesce fuori dall'acqua.
    -Nonostante tutto è un bellissimo vestito- mi dice, fumando una sigaretta.
    Mi guardo intorno, non sapevo che in un posto come  questo si potesse fumare, cavolo! Quasi quasi mi faccio una pera qui davanti a tutti, ma darei un'immagine così pessima di me. Non mi drogo da quasi due anni, per la precisione da quando ho preso quel bellissimo Air One per venire qua, in questa terra di cheescake. 
    -La ringrazio- le dico poregendole la mano per salutarla ed entrare in confidenza.
    -Oh dammi del tu, per favore- mi dice, sorridendomi.
    -mi chiamo Jennifer Cross, Ellie- 
    Io faccio un cenno con la testa e contemporaneamente guardo la mia postazione. C'è un piccolo scalino, poi altre tre scaline in legno e una sorta di poggiapiedi da dove si vede il pubblico dall'alto. Le sedie sono poste di fronte a noi, e saranno più di cento. Le persone sono ovunque.
    -Ellie- continua, - Il tuo libro potrebbe diventare un best-seller, lo sai? Sei stata così brava nel ricreare l'atmosfera giusta e inventare quei personaggi! Poi la protagonista mi fa' morire dal ridere, hai avuto molti riscontri positivi-
    -Grazie mille, è il mio sogno fare la scrittrice. Da ragazzina optavo anche per la cantante, ma scrivere è catartico, mi fa' stare molto bene-
    -Ti capisco, io leggo ogni anno almeno venti libri-
    -Sul serio?-
    -Certo-
    Rimango esterrefatta. Ho incontrato pochissime persone capaci di leggere dei romanzi in così breve tempo e lei è una di queste.
    -Ora è il tuo momento, mi dice-
    Faccio un cenno positivo con la testa e mi rassetto il vestito.
    Saliamo sulle scale e mi dirigo verso la piccola platea, mentre le persone iniziano a parlottare e prendere posto.
    -Allora, questa è la ragazza più cool degli ultimi tempi. La parola va' all'autrice del romanzo di questa sera: Ellie Dobner-
    Sento gli applausi e quasi non ci credo.
    Lei mi da' il microfono e so che mi cadrà per terra dall'emozione. Invece non mi casca per fortuna e inizio a balbettare, poi mi do' un contegno ed entro nel vivo della situazione.
    -Il mio romanzo parla di una ragazza disastrata, ha da poco perso sua madre e fa' della droga la sua rinascita. I suoi genitori non l'hanno mai accettata per come è e per questo decide di cambiare terra, di viaggiare per tutto il mondo. è una ragazza sola e in cerca dell'amore giusto-
    La ragazza che mi ha dato il microfono mi fa ok con le dita e poi da' l'avvio al pubblico.
    -Se avete qualche domanda da fare, non siate timidi e rivolgetegliela pure-
    Una donna, fra tante, si erge tra la folla. Sta fumando, nonostante ormai sia  iniziata la conferenza. Mi sudano le mani e mi gira la testa. 
    LA DONNA IN QUESTIONE è MIA MADRE...
    Capitolo sette:
    Mi sento quasi mancare, l'aria è viziata e il vestito troppo stretto. Vorrei avere un deambulatore o arrivare al pronto soccorso viva. Sto avendo un attacco di panico.
    Sono pallida, all'improvviso mi ritrovo a terra, circondata da un mucchio di ragazzi, donne e uomini
    -Ma cos'è successo?- dice una persona alle mie spalle.
    -Forse è svenuta- replica un'altra.
    La donna che mi aveva dato il microfono mi porge un bel bicchierone d'acqua e mi mette le gambe in alto.
    -Soffri d'ansia tesoro?- 
    -Si, mi capita, ma non sempre-
    -per fortuna mia marito è un medico-
    Vedo un uomo sulla cinquantina, con giacca e cravatta, e una borsa in mano. La camicia è sudaticcia, bianca in tutto il suo splendore.
    Dalla ventiquattrore toglie dei farmaci, sento dire degli antidepressivi e ansiolitici. Io non sono depressa, cazzo. Ho visto solo la faccia disgustata di mia madre, lei non dovrebbe essere qui! Non dovrebbe nemmeno sapere che mi trovo a migliaia di chilometri lontana da lei ( per fortuna e grazia divina) e non avrebbe dovuto trovarmi. Mi giro per cercarla ma l'unica cosa che vedo è la donna che mi tiene ferma e suo marito con un farmaco di colore rosa fucsia.
    -Ellie, ti stiamo dando un po' di Valium, tanto per calmarti un po', va bene?-
    Io dico qualcosa di incomprensibile, ma non so nemmeno dove mi trovo. A puttane tutto, la mia vita e la presentazione del libro.
    -Dov'è quella donna che fumava?- dico a Jennifer
    -Non c'è nessuno cara, hai avuto un'allucinazione- 
    Mi guarda sofferente e triste, seriamente dispiaciuta, poi abbassa il tono della voce e si inchina su di me.
    -Non è che per caso fai uso di farmaci o ti droghi?-
    La droga non era nei miei piani oggi. Non adesso, ti prego. Anzi, vi prego. 
    -Mi drogavo in passato, due anni fa'. Ma non ho mai preso allucinogeni, cioè si qualche acido qua e là ma se guardi le  mie vene si vede che non ne faccio più uso-
    Strabuzza gli occhi, indignata.
    -Tu ti buchi?!-
    -no certo che no, cioè prima si, è da due anni che non mi faccio nemmeno una pera lo giuro-
    Mi guarda di sottecchi e ammicca.
    -Va bene, ti credo-
    -Non portatemi all'ospedale, vi prego. A casa si, ma non in quel postaccio-
    -Non ti ci portiamo, mio marito ti ha dato un farmaco che ti toglierà l'ansia per delle ore e ti farà dormire bene-
    -Grazie, e per quanto riguarda il libro invece?-
    Mi sento triste e stordita ma devo pur sentire l'amara verità.
    -L'hanno già acquistato senza che tu facessi la presentazione, è andata comunque alla grande. Hai saltato il firma copie ma pazienza. L'unica cosa che conta è che tu stia bene Ellie-
    -Si, grazie-
    Sento che chiamano il tassista e in meno di dieci minuti mi trovo catapultata in macchina, diretta verso casa.
    Che serataccia!
    Capitolo otto:
    Sono sconvolta, il Valium era amarissimo e disgustoso. L'unica cosa di bello è il colore. Fucsia. Rosa come un fiore velenoso. 
    Chucchy mi lecca la faccia, togliendomi il rimmel e ritrovandoselo sulla linguetta.
    -Attento, quelle cose fanno male alla salute-
    Rido e sono contenta nonostante il disastro di poco prima.
    Che cazzo ci faceva mia madre li? Ho avuto veramente un 'daydream'? un sogno ad occhi aperti? O un incubo direi, piuttosto.
    Boo, non lo so, comunque ora mi sento sollevata e tranquilla e l'attacco di panico non è altro se non brutto ricordo. Il libro ha venduto tantissimo, e questo mi rassicura. Che autrice strana, avranno pensato, farsi cogliere da un attacco di ansia in un momento bello come quello. Ma loro leggono la mia vita attraverso un romanzo, non mi conoscono di persona e mai potranno farlo. Mi sdraio meglio sul letto, ho dormito tantissimo, jennifer aveva ragione riguardo al funzionamento del Valium. è un farmaco molto forte capace di farti dormire per lunghe ore di fila, e così è successo a me. Appena sveglia mi sono sentita confusa, come se qualcuno mi avesse dato una botta in testa, come se mia madre, quella strega, mi avesse drogata o iniettato qualche sostanza nociva nel corpo. 
    Penso al mio libro fra le mani di tutta quella gente, un sogno che si avvera.
    poi qualcuno bussa alla porta, ma non  ho voglia di alzarmi, perciò mando chuchy che va a vedere chi è, abbaia e scodinzola, facendomi capire che la visita è positiva.
    Solo una persona può essere bene accetta: Mary.
    -Chi è?- dico, quasi strozzandomi per farmi sentire.
    -Sono io, la mamma-
    CAZZO, non è possibile, non può essere vero. 
    -La mamma? Che ci fai qua? Non mi sento affatto bene, puoi tornare un altro momento?-
    -Ho il tuo romanzo cara, è molto bello sai?-
    Non ci voglio credere, eppure non sto sognando. Mi do dei ceffoni per assicurarmi di non star dormendo, poi bevo un bel tazzone di acqua fresca ma la mamma è sempre lì a vegliare su di me, cosa che non ha mai fatto nemmeno quando ero piccola e avevo bisogno di lei.
    -Ok entra, la porta è socchiusa- Mi rigiro nel letto, mi vien voglia di piangere ma non le darò mai questa soddisfazione. 
    Sento i suoi passi sul pavimento e già mi vien voglia di vomitare,poi l'odore intenso di fumo che aleggia nell'aria è schifosissimo.
    -Amore, sono qua- Mi si avvicina e allora mi volto dalla sua parte.
    Ha i capelli biondissimi, lo smalto rosso in tinta con il rossetto Chanel e un foulard che le raccoglie il collo magro e slanciato. è sempre stata una donna molto bella.
    Bella ma stronza.
    -Mamma come hai fatto a sapere che ero qui?-
    -Mary, una signora che ho trovato prima di vederti in libreria. Mi ha detto che ti ha invitata a pranzo e che l'hai abbracciata come se fosse tua nonna, ma come mai?-
    Eccola che inizia
    -Cosa, come mai? Avevo solo bisogno di qualcuno che mi volesse bene, e lei l'ho conosciuta sull'aereo che mi ha portata qua-
    Lei sorride e fa' una faccia strana, come se mi stessi inventando tutto.
    -Ma come mai sei sdraiata così? Non ti puoi alzare e fare qualcosa di concreto?-
    -Mamma- urlo - sei venuta qua a farmi la predica forse?-
    -No, cara, veramente sono qua solo perché volevo rivedere la mia bambina, complimentarmi con lei e farmi fare l'autografo. Puoi?-
    Dato che mi sembra sincera la abbraccio e vado a cercare una penna. 
    -Ne ho una io in borsa tranquilla- Me la porge e scrivo: Con affetto, Ellie Dobner.
    -Grazie amore- 
    La guardo, poi estrae una foto di mia sorella e del bambino.
    -Guarda, non è bellissimo?-
    Biondo con gli occhi azzurri, devo ammettere che non solo è bellissimo ma sembra l'abbia partorito una dea.
    -Molto bello, quanto tempo ha ora?-
    -Tredici mesi-
    -Stupendo, è ancora piccolo-
    -Si-
    Rimaniamo un po' in silenzio, lei rigirandosi il libro fra le mani e io guardandola impaurita.
    Ma non mi sembra così acida come le altre volte, perciò mi rilasso e non la mando via, anzi le sorrido e lei mi ricambia.
    -Ellie, che ne diresti di tornare indietro da noi? Qua cos'è che ti trattiene?-
    -Tutto-
    -Ma siamo noi il tuo tutto.!-
    -no, vo non mi avete mai dato nulla, io mi sono costruita tutto da sola-
    -Ma si vuol sapere perchè fai così? Ti mostri cinica!-
    -Mamma va' via ti prego-
    Le intimo di uscire, indicando l'entrata con le dita. 
    -Se è questo che vuoi me ne vado, ma non mi vedrai mai più, sappilo. Non sei mai stata come tua sorella e mai lo saprai,  e comunque tuo padre è morto-
    Se ne va' via, lasciandomi sola nella disperazione.
    Era vero quel motto: Se ne vanno sempre i migliori.
    Capitolo nove:
    Piango. Lentamente, come fanno nei film. Non ho una foto di mio padre, non gli ho mai voluto dire ti voglio bene eppure so che mi mancherà molto. Era il migliore della famiglia. Lui non ci faceva mancare mai niente, non era uno stinco di santo ma almeno non era come mia mamma: cinica e stronza.
    Abbraccio il mio cagnolone e qualche lacrima va a finire sul romanzo e sul suo pelo.
    -Scusami piccolo mio, oggi non è giornata- gli dico, e lui sembra capirmi al volo perché diventa improvvisamente serio. Gli animali capiscono sempre tutto! Non si sa come ma è vero! 
    Sono sdraiata sul mio lettone a ripensare agli anni della mia infanzia, a ripensare ai primi giorni, a tutto. Adesso la droga toglierebbe un po' di dolore, ma decido di farmi solo di qualche acido. Vedo spazi ovunque, vuoti, colorati e stranissimi. Da ragazza con Stella provavamo di tutto, compresi i baci lesbo, e la prof puntualmente ci beccava, dicendoci che sembravamo due pervertite. Mi vien da sorridere. Stella. Come starà? Decido di farle una telefonata.
    Mi costerà parecchio ma ne vale proprio la pena.
    -Pronto, c'è Stella?- chiedo, perchè mi risponde una donna di circa sessant'anni
    -Si, sono sua madre, ora te la passo-
    Sento dei passi e poi la cornetta che viene stretta tra le sua mani.
    -Sono io, chi é?-
    -Sono Ellie Dobner-
    -Ellie!- mi dice, sinceramente divertita.
    -Che cosa mi racconti?-
    -Sono in America da due anni e ho appena pubblicato il mio primo romanzo-
    -Noooo non mi dire, lo voglio anche io-
    -Te ne spedirò una copia ok?- 
    -Va bene-
    -Ma c'è dell'altro-
    -Cosa?-
    -Mo padre è morto-
    -OH no mi spiace tantissimo- mi dice, sinceramente affranta
    -Prima o poi tutti ce ne andiamo- rispondo con tono serio
    Poi chiudiamo la conversazione e mi preparo una tazza di the verde mentre intanto penso al secondo romanzo. è tempo di non piangere più e di risollevarmi, tempo di lasciare andare il passato, di andare via da tutto l'orrore.
    Tempo di pace.
    Capitolo dieci
    La pace mi è sempre piaciuta, la bandiera con i colori dell'arcobaleno, i gay pride, i diritti civili. E se scrivessi un libro su questo? potrei riscontrare lo stesso successo che sto avendo con questo primo romanzo. 
    Dopo la morte di mio padre sento che nulla può più ferirmi, sento che il dolore ormai è solo un ricordo lontano così come le anfetamine e l'eroina. Pensavo che sarei finita in un tunnel nero dell'orrore e invece sono rimasta in superficie. 
    Chucchy cresce a vista d'occhio, ormai mangia come un orsetto lavatore. Sono passati due mesi dalla morte del mio genitore e io sono dimagrita a vista d'occhio, dicono che il corpo senta ciò che il cervello prova ogni giorno, compresi i lutti e i sentimenti come la tristezza  e la malinconia. Sto lavorando al mio secondo romanzo, si intitolerà 'Il segreto di Marlon Henry'. Spero sia un successo come il primo e stavolta niente ripercussioni riguardo all'ansia e al panico! Mi auguro che tutto vada per il verso giusto! Voi fans mi avete aiutato tantissimo, se non ci foste stati voi non avrei potuto avere tutto questo successo, perciò un grazie immenso, cari lettori!
    Questa è la mia vita, volete sapere altro? credo che sia tutto qui.
    L'America è la mia patria adesso. 
    Guardo chucchy e digito sulla tastiera. 
    Il mio secondo romanzo su Ellie Dobner
     
    Capitolo uno
    Sono così felice. Finalmente ho pubblicato il mio primo romanzo. Il mio maritino non mi ha più cercata, non vuole condividere nemmeno il cane con me. Si, ho preso un piccolo chihuhua così dolce e carino da far perdere la testa a Paris Hilton. Lui è molto meglio del mio perduto maritino. La mia famiglia, nonostante siano passati tre anni, è sempre disastrata. Mia sorella ha un fidanzato che si chiama Nicky, mia mamma ha trovato lavoro presso una botique di moda e mio padre continua a far tardi tutte le sere. Dice di sentirsi strano, impotente, e allora beve per dimenticare, per buttarsi alle spalle il dolore. Anche i medici hanno un cuore, che strano, io mica lo sapevo questo. A volte tengo aggiornato il mio blog, il diario dei segreti. Sapete benissimo quanto la mia vita sia ormai pubblica, ho scritto uno dei romanzi più in degli ultimi tempi, in stile Sophie Kinsella. Il dolore che provavo prima ora si sta dissipando, sia grazie all'eroina sia grazie ai libri che mi fanno sempre compagnia. Il mio scrittore preferito è Stephen King, non so se qualcuno di voi lo conosce, lui ha scritte opere fantastiche come Il miglio Verde e Carrie. Ma questi sono solo alcuni tra i tantissimi romanzi da lui sfornati. Io per ora ne ho scritto solo uno ma me lo tengo stretto. Il mio libro è di genere drammatico, l'ho inviato a diverse case editrici e sono in attesa di una risposta. Speriamo che Dio me la mandi buona! Il mio cagnolino ha sete, vado a prendergli l'acqua, voi miraccomando rimanete con me.
     
    Capitolo due:
     
    Vi siete mai chiesti come mai le eroinomani siano sempre così tanto fighe e bellissime? Perchè la droga da' assuefazione, ti logora dentro, fuori e nell'animo ma il trucco non te lo può togliere nessuno. Sono alla stazione, mi devo incontrare con Stella, la mia ex migliore amica. Eccola che arriva tutta trafelata e con il bambino che già cammina da solo.
    Mi sono truccata con solo l'eyeliner e un poco di lucidalabbra, giusto per essere semplicissima, d'altronde non mi devo vedere con un ragazzo ma con quella che l'ultima volta ho definito quasi stronzetta per il modo in cui mi aveva piantata in asso.
    Stella arriva e si sistema meglio la camicetta, il bambino mangia un cono gelato e io ho al guinzaglio il mio Chycchy, il cane che ho adottato da tre mesi.
    Mi guardo nello specchio e non mi trovo affatto male. Non sono mai banale con me stessa, lo faccio apposta. La droga mi da' il piacere di sentirmi bella e libera, e poi anche se non sono americana mi fa' sentire dannatamente figa. Sono inglese, e le mie discendenze sno quasi nobili, se non fosse per mia sorella che ha rovinato tutto, quella stronzetta da quattro soldi.
    Stella si avvicina e mi porge la mano.
    -Ciao Ellie,- mi dice, con un sorriso da gatta siamese.
    -Ciao- rispondo continuando a sistemarmi per bene.
    Saluto il bambino, d'altronde lui non c'entra assolutamente nulla, e andiamo dentro il bar a prendere qualcosina.
    Io vorrei soltanto potermi fare una pera e la stazione mi sembra il posto giusto, il tipo di bar adatto per gente come me. Sento la musica dei Placebo, è il pezzo giusto. Parte jesus son e io non ci sono più con la testa, tutto gira e ruota attorno a me. Stella prende un caffè ma io non voglio assolutamente nulla. Mi muovo, il piede si contorce nella Converse viola, e i placebo sono già lontani chilometri da me, eppure li sento così maledettamente vicini.
    -Non prendi nulla Elllie?- vorrei prendere il mondo, mi vien da rispondere, ma poi la cameriera che conosciamo bene ( un'altra stronza quanto mia sorella e bionda allo stesso fintissimo modo) cerca di corrompermi mentre Brian Molko canta le ultime strofe di jesus'son.
    -Prendo un succo di frutta all'albicocca, io sono diventata quasi astemia anche se nessuna di voi credo lo sappia- mi viene quasi da ridere, eroinomane ma astemia. Non bevo ma mi facco certe pere che non finiscono più.
    -Ok, allora porto un succo, e per Stella?-
    Lei rimugina un poco su quelle parole e poi molto stancamente se ne esce con una frase di merda, delle sue solite
    -Prendo il vino-
    Il vino lo bevevo io tempo fa, assieme alla droga meno potente in circolazione, l'LSD, gli acidi. Quando ci sparavamo un acido per andare in orbita riuscivamo sempre a creare la situazione giusta per sballarci, un po' come i ragazzi dello zoo di Berlino. Christiane F era veramente una figa assurda, lei corrompeva il mondo e la sua famiglia e tutti gli stavano dietro e meritava l'attenzione del mondo.
    Il bambino prende un milkshake al lampone.
    Che cucciolo tenero, chissà se anche io un giorno avrò dei bambini così belli. Per ora ho il cane.
    Stella mi chiede se tutto è a posto, se mi trovo bene nella mia nuova casa, con il cagnolino e sola senza marito.
    Mai stata meglio, le rispondo e lei sorride, anzi ride proprio di gusto.
    -Io sono single anche se mi sono lasciata da poco con un ragazzo russo, di kiev. Incomprensioni letterarie ed elettive- mi dice, come se fosse del tutto naturale lasciare un bell'imbusto del genere. L'avevo visto solo una volta, a casa di Stella, ma mi era bastata per farmi un'idea di come potessero essere le loro notti: bollenti.
    -Come mai vi siete lasciati?- le chiedo, ammiccando dolcemente su quel fattaccio tanto triste.
    -Perché non capivo la sua lingua te l'ho detto, anche se era bellissimo non riuscivamo a comprenderci, eravamo su due linee opposte, proprio agli antipodi ti dico-
    Finalmente arrivano le bibite, il bambino non si sa per quale motivo inizia a piangere e guardarmi come se avesse visto una strega. Sono così brutta?
    Stella ride. Beviamo per dimenticare. Io vorrei solo farmi la mia dose.
     
    Capitolo tre:
     
    Andiamo via dal locale che sono quasi le quattro del pomeriggio. Il cane ha fame e il bambino ha una gran voglia di farsi una pennichella. Io voglio solo tornare a casa. Dico a Stella che ho le mie cose e che devo ritornare perché altrimenti macchierei i pantaloni di rosso e lei capisce al volo che è meglio interrompere la comunicazione.
    Ci salutiamo alla bell'emeglio e volo via verso la mia cara casina, certo non è la reggia di un principe ma io ne vado più che fiera. Non vi ho detto di aver vinto al superenalotto negli ultimi tre mesi e quindi di essermi permessa questo e altro, compreso un viaggio a Ibiza e in America, la stella di Hollyood. Mi sento una star, una donna fatta e finita.
    Apro la porta e mi investe subito l'odore dei fiori messi sul davanzale della cucina, sono rose fresche ( precisamente del giardino della vicina, zia Nath) di colore rosso. Rosso passione, peccato che siano passati più di tre mesi dall'ultima volta che ho avuto a che fare con un uomo.
    Mi fiondo in camera da letto, apro la busta dei croccantini e ne verso un bel po' nella ciotola. Il cagnolino mi imita e si getta di peso vicino al letto, trangugiando il tutto con voracità estrema.
    Rido e lo accarezzo sulla fronte fresca. Lui è la mia salvezza, è come un figlio per me e guai a chi me lo tocca! Apro la borsa e tolgo fuori il cucchiaino, il limone, il laccio emostatico e la siringa.
    Mi preparo per la dose.
    Sono felice come una bambina a cui è stata regalata una caramella dalla zia. Metto il laccio ben stretto su per il braccio, mi faccio avvolgere dalla sensazione che precede il tutto, ovvero la trasgressione, poi arriverà l'agitazione e l'euforia. Prendo il cucchiaino e metto il limone sopra, bevo tutto d'un sorso, poi inizio ad infilarmi l'ago in vena, e mentre l'eroina entra in azione apro e chiudo il pugno per la circolazione sanguigna. Il mio cagnolino mangiucchia tranquillo mentre non sa che la sua padrona è una drogata estrema.
    Stella non immagina minimamente che continuo a farmi le pere, l'ultima volta sono quasi morta a causa dell'insistenza con cui ho provato a drogarmi, sono svenuta per una mezz'ora e sono rinvenuta solo grazie a Chucchy che mi ha leccato la faccia facendo da pompiere alla situazione tragica. La droga inizia a fare effetto, le allucinazioni iniziano a farsi sentire e mi sento fuori dal mondo, onnipotente e sacra. Mi gira tutta la stanza, sono finalmente in orbita. Mi butto sul letto e mi massaggio le tempie. Ora sono in paradiso.
     
    Capitolo quattro
     
    Mi sveglio dal torpore in cui sono caduta. Che sonno! Che ore saranno? Guardo il telefono e mi rendo conto di aver perso cinque chiamate di Stella.
    Stella Vagner.
    La mia ex amica che ora mi cerca continuamente. Pensavo di averle fatto capire che dopo la bevuta dell'altra sera io non volevo avere più nulla a che fare con lei, che come è vero che il cibo è sacro e che se ci manca sono cazzi amari, altrettanto vero è che se mi manca la droga e il posto i cui drogarmi io sclero di brutto.
    Provo a richiamarla ma sento solo silenzio dall'altro capo del telefono.
    Dududududu. Poi finalmente qualcosa.
    -Hey Ellie, ciao, ma dov'eri finita? Non dirmi che hai ripreso con i tuou brutti vizi!!-
    -No no dimmi pure cara- Cara un corno, io mi prendo i vizi che piacciono a me, non i tuoi.
    - Stavo dormendo-
    -Vuoi venire a cena da me domani?-
    Sono nella merda più totale. Come faccio?
    Ci sarà un bagno agibile dove posso farmi almeno per un po'?
    Le rispondo al volo
    -Non mi sento ancora bene stellina, va bene se facciamo per un'altra volta? Non te la prendi vero?
    -Ma certo che no, l'importante è che tu sia finalmente bene. è da tanto tempo, dai periodi della scuola che vorrei sentire che stai bene, che è tutto ok. Vorrei il meglio per te, Ellie-
    -grazie, davvero-
    Il meglio per me? io non so davvero cosa sia. Io conosco il mondo ottuso, chiuso, fatto solo di droga e dinamite per il mio corpo. Conosco l'autolesionismo ben nei dettagli, l'aroma della morte fresca, il tentato suicidio, conosco il dolore alla perfezione, ma nessuno se nè mai preoccupato.
    Chiudo la conversazione e mi fiondo tra le coperte. Dormo fino all'alba, finché il dolore dell'amore che provo dentro non si trasforma nuovamente in odio per me stessa.
    Allora prendo l'occorrente e mi faccio una pera, non tanto grande, ma nemmeno piccola. Mi accendo anche una sigaretta e mi sento un po' come Courtney Love senza il suo Kurt. La pera di adesso mi fa' sentire proprio donna, prendo lo specchio e guardo il mio riflesso, i miei capelli castani, le ciocche colorate di fucsia, l'anellino al naso, i nei che mi contraddistinguono fin da bambina. Mi guardo ma vedo solo una cosa stampata sul volto: mancanza d'amore.
     
    Capitolo cinque:
     
    L'amore mi manca per davvero, non posso negarlo. Sono molto sentimentale, anche se mi drogo questo non significa che io non sappia cosa sia davvero la parola amore, anzi! Al liceo ebbi anche quella fantastica esperienza lesbo con Stella, durata poco ma comunque esistita per davvero. Gli uomini mi piacciono sempre ma le donne sono più morbide, più malleabili, le donne le puoi far divertire con poco invece con gli uomini nemmeno gesù cristo è capace a cavargli un sorriso ogni tanto. Sono noiosi e spesso presuntuosi, vogliono averla vinta sempre loro e basta. Mi manca l'amore vero.
    Esco in giardino con la speranza di incontrare un bell'imbusto, come l'ex russo della mia cara Stella, ma l'unica cosa che vedo sono i rovi.
    Mi viene quasi da ridere, poi un ragazzo sul serio si avvicina a me, come d'incanto. è il vicino.
    non pensavo di avere un compagno di giochi così figo e sexy.
    Mi si avvicina per chidermi una sigaretta. No tesoro, scusa, magari se mi chiedi una pera posso anche accontentarti, ma per quello non posso farci nulla. Non sono una tabaccaia.
    Ride e mostra una fila di denti regolari.
    Bellissimo.
    Lo faccio entrare dentro casa, e subito l'atmosfera si alza, cambia.
    Lascio da parte la droga e mi fiondo su di lui, lo bacio e lo strattono e in un attimo siamo nel letto, catapultati come due veri amanti.
    Dopo aver finito di fare all'amore ci vestiamo e senza dire una parola lui va'a farsi al doccia mentre io rimango con il viso rivolto verso il soffitto, ancora piena d'amore. Ora la droga non mi interessa. Quindi è proprio vero, la droga è un ripensamento, un buco che serve a colmare il vuoto, una zona erogena della mente che ti dice: fallo ancora, altrimenti sarai troppo debole.
    Io sono Ellie Dobner cazzo, non sono debole, sono una tipa con le palle.
    Il ragazzo, che poi si chiama James, mi da' un bacio casto sulle spalle e va' via, lasciandomi sei sterline sul mobiletto del bagno.
    MI HA SCAMBIATA PER UNA PUTTANA!
    Decido allora solo una cosa: la droga è l'unica cosa che mi salverà la vita dagli uomini. Tutto il resto è soltanto noia e basta. La droga è la mia migliore amica, lei almeno non mi distrugge moralmente e mi rende sempre più figa.
    Come può avermi scambiata per una prostituta?? Non oso immaginare lo scandalo se lo venisse a sapere mio padre, l'uomo che tiene molto più a se stesso di quanto non tenga a me.
    Il medico che tutte le star di Hollywood vorrebbero e che non è mai riuscito nemmeno a curarmi un dente del giudizio. Un uomo che mi ha fatto odiare tutti gli altri.
    Indispettita mi rigiro nel letto. Che giornata di merda!!!
    Il cagnolino mi si mette vicino, che tenero... lui si che mi ama. E se dovessi morire per un'overdose chi baderebbe a lui? Stella ha il bambino e quindi non avrebbe tempo, il boss che è appena andato via non ci tiene quanto ci tengo io e la mia famiglia se ne sbatte altamente degli animali, Ah beh c'è già un'oca in famiglia, ovvero mia sorella.
    Patetica la vita eh?
     
    Capitolo sesto:
     
    Mia sorella, si parliamo di lei, lei che non sbaglia mai ed è sempre perfettamente in orario su tutto. Lei da bambina mi buttava via i miei vestiti solo perché non erano provocanti come i suoi, mi denigrava davanti ai parenti dicendo che ero brutta solo perchè lei aveva le cosce lunghissime e partecipava ai concorsi di moda, solo che lei ora è una vera troia e io invece no.
    Ma ha la fortuna di trovare sempre ragazzi seri che non le fanno fare mai figure di merda, no perchè lei è la supersexy dotata Clara, lei è la bona della situazione quella che non deve chiedere mai perché paparino è dalla sua parte e le concede tutto quello che vuole.
    Mia sorella è una tragedia.
    Mi faccio una camomilla per stendere i nervi e ripenso all'invito di Stella, ora sarei dovuta essere a casa sua per la cena, che palle, con tutti quei suoi parenti che vogliono sapere tutto di te. Salve mi chiamo Ellie Dobner e sono drogata!! Mi faccio praticamente ogni giorno e se sono ancora viva è soltanto perchè Dio non vuole drogati con sè, sai che palle parlare della propria vita quando non si ha nulla da dire!
    Mia sorella crede di essere L'arcangelo Gabriele in persona, la perfezion assoluta, pensa che ttuti dobbiamo pendere dalle sue labbra, ma questo ovviamente l'ha ereditato da nostra madre, mentre mio padre in certe cose è più simile a me. Noi siamo per la tranquillità, loro invece danno libero sfogo alle chiacchiere e ai gossip. Sono due vere oche da palcoscenico e starnazzano tutto il dì. Io sono completamente diversa, amo la scrittura, amo leggere, amo la letteratura, non mi piace prendere in giro gli altri e nonostante soffra di disturbi legati alla droga non ho mai rotto l'anima a nessuno. Prendo in mano il mio romanzo, è davvero carino. Spero che la Mondadori lo possa pubblicare, ma mi va bene anche qualsiasi altra casa editrice, l'importante è che mi faccia diventare qualcuno. Sbatterei in faccia il libro a mio padre, quel cazzuto che non è mai riuscito a guardarmi in faccia e abbracciarmi per un motivo valido. Lui che non ha mai visto niente di buono in me, lui che vede solo il bisturi di fronte alla sua faccia e le infermiere accanto alle sue spalle. E mia madre? Non ha mai letto nulla in vita sua, e nemmeno mia sorella, quella al massimo legge le controindicazioni della pillola ma a quanto a cultura la batto dieci a zero. Io sono la pecora bianca della famiglia, ma loro mi vedono nera come la pece. Il mio romanzo avrà i suoi frutti, ne sono sicura. Lo appoggio sul comodino, lo stesso dove c'è un bel bicchierone d'acqua, infatti ne bevo un sorso e mi lascio andare ai pensieri, senza farmi travolgere. Tra poco arriverà l'estate e me andrò al mare tutti i giorni. Figo no?
    Potrei trovare un ragazzino carino con cui trascorrere gran parte della mia vita, ma non uno come il russo, no, quelli si stancano subito e vogliono sempre altro, quelli se li lasci fare sono buoni solo a infilarti le mani nelle mutande e metterti incinta in due giorni. Io voglio qualcuno serio, non uno qualsiasi.
    Apro la porta della cucina, ho fame!
     
    Capitolo sette
     
    Mi faccio un panino con la mortadella, non sarà un pranzo completo ma almeno mi fa' stare bene. La pancia mi brontola troppo, non posso più aspettare. Lo addento come se fossi un leoncino che non mangia da mesi. Gnam. è buonissimo, ne volete un pezzo per caso? Io condivido tutto con i miei fans, si, vi considero i miei amici, miei fans. Mi seguite da tre anni, perciò siete diventati la mia famiglia. Il sandwich è buonissimo, l'ho già finito e ci ho messo solo tre minuti. Sono un lampo di genio. Mi squilla il citofono. Vado a vedere dalla finestra ed è Stella con il bambino. Ancora?! Ma perchè mi cerca come se l'unica persona al mondo fossi io? Non apro, decido di lasciar perdere. Preferisco guardare un film alla tv, decido di mettere Venerdì 13 in dvd. La pellicola parte e mi immergo nel divano, mi lascio andare e siccome i film dell'orrore non mi spaventano affatto è tutto magnifico e assolutamente rilassante. Mi viene quasi voglia di dormire proprio nel momento in cui Jason prende il machete e arriva a Christal Lake, ma poi opto per un risveglio improvviso, talmente strano che Chuchy si spaventa più per me che non per il film. Lo calmo, d'altronde il suo cuore è deboluccio, gli hanno riscontrato una malattia al miocardio e deve stare sempre tranquillo. Povero amore mio! il film finisce in un ora e mezza, era bellissimo con tutto quel sangue. Amo i film horror, sopratutto perché sono un po' come la droga: fanno male alla vista ma poi le emozioni sono super, anzi direi stupefacenti. Mi appisolo un po', spero tanto che il campanello non suoni di nuovo! Ormai ho paura del fatto che Stella possa apiccicarsi a me come la colla, mi sta sempre addosso e non so perchè. Mi addormento con il mio cagnolino tra le braccia e mi sento a posto, come se nulla possa farmi del male. Auguri a tutti e buonanotte.
     
    Capitolo otto
     
    Il risveglio è sempre la parte più odiosa del sonno, quello stato tra la veglia e il ristoro dei sensi, sei come al capolinea. è una sensazione orrenda perché vorresti continuare a dormire ma il tuo corpo ti chiede di alzarti e farti una bella doccia. Lascio cadere i vestiti per terra e apro il rubinetto, lasciando che l'acqua scorra sul mio corpo, comprese le mie braccia livide e bucate. Che strana la droga, non ti lascia effetti collaterali di giorno o di notte ma appena ti guardi sul serio vedi una ragazza triste con i segni sul suo corpo quasi emaciato. La droga dei poveri, perchè io mica sono ricca. Mi friziono bene i capelli con l'asciugamano rosa che mi aveva regalato Stella per il mio compleanno al liceo e penso all'estate, agli ombrelloni, alle creme solari, penso alla spiaggia in cui potrò portare il mio cagnolino e farlo correre ovunque mentre io flirto un po' con un ragazzo come si deve, sempre se n'è rimasto qualcuno. Esco dal bagno e controllo il telefono, nessuna chiamata. Guardo il cielo, grazie a Dio!! Io ci credo in Dio, andavo sempre in chiesa e spesso recito anche il rosario, non perché sia bigotta ma perchè voglio proteggermi dal male che è sempre in agguato. Disse qualcuno: il diavolo picchia la moglie. Ed è vero, perché ogni orrore che vediamo nel mondo è colpa del demonio, perciò dobbiamo difenderci e stargli alla larga. La droga invece è la mia compagna di giochi, non è malefica come il diavolo, non ti dice ucciditi e poi verrai all'inferno con me, ti dice:- usami, e poi scoprirari le gioie del paradiso. Il paradiso che si innesta nella mente, perché è vero che tutto succede sempre per un caso specifico. Come lo scrittore ha bisogno di scrivere, così il drogato ha bisogno della sua dose per sentirsi vivo, ed io ho bisogno di entrambe le cose. Scrivo e mi drogo per vivere. Tra poco andrò a farmi una bella passeggiata al parco con il chucchy, almeno mi distrarrò un po'.
     
    Capitolo nove
     
    Arriviamo al parco che sono le dieci e mezza del mattino, meno male mi sono svegliata prima oggi! Chucchy è contento e saltella ovunque come un bambino appena nato che sgambetta.
    -Caro chucchy- gli dico, e gli parlo con il cuore, come se fosse una persona.
    Lui mi guarda con la linguetta a penzoloni e sembra voglia sorridermi.
    Mi siedo su una panchina e inizio a leggere Cujo di Stephen King, il libro in cui un cane bravo all'improvviso diventa idrofobo a causa della rabbia. Dev'essere un romanzo stupendo!
    Chucchy è ai miei piedi, giocherella con una pallina che gli ho lasciato.
    All'improvviso si avvicina un ragazzo.
    -Hai da accendere per favore?- oh ma tutti sono convinti che io fumi! Mi drogo, non fumo gli vorrei dire, ma lascio stare.
    -No mi spiace- e mi rigiro a leggere il romanzo.
    - Ah ok, carino il tuo cane-
    - grazie, tu vedo che non ne hai nemmeno uno. Non ti piacciono gli animali?-
    -Si, è solo che non ho lo spazio a casa, perciò preferisco farli vivere bene-
    Mi sembra più che giusto. Questo tizio ragiona bene.
    -Sei inglese?- mi chiede
    -Si, e tu?-
    -si anche io, di Oxford-
    Lo guardo, è molto carino. Ha gli occhi di un azzurro cielo, più bello di oggi, e poi ha le labbra molto carnose e morbidissime. Chissà come sarebbe un bacio con lui? DOC. sarebbe la fine del mondo per me e l'inizio di una nuova avventura.
    Si avvicina per accarezzare Chucchy e il mio cagnolino non evita il suo contatto, anzi sembra compiaciuto.
    -Il tuo cagnolino è molto bello, e poi è bravo. Non mi ha morso. Tutti i cani che incontro cercano di azzannarmi lo sai?-
    Immagino la scena mi viene da ridere.
    -No non lo sapevo ahahhaaha-
    Mi guarda serio.
    -Ti fa' ridere?-
    -Si-
    Mi guarda sorpreso, poi si siede vicino a me e osserva il libro.
    -no non mi dire, anche io amo stephen king, vuoi venire in biblioteca con me?-
    Che faccio, lo seguo o no? Io lo seguo di sicuro.
    -Ok, vengo con piacere-
    Abbandoniamo il parco e senza nemmeno rendermene conto mi ha preso la mano. Che culo!!
     
    Capitolo dieci
     
    La biblioteca di Oxford è un miscuglio di mobili antichi e nuovi, è talmente grande che ti puoi perdere, solo che ha un piccolo particolare negativo. Tanti anni fa', proprio come accadde in American Horror Story, fu teatro di una serie di omicidi. Un ragazzo di nome Claude fece fuori con la pistola due ragazzi che sarebbero diventati il perno della biblioteca e chissà forse avrebbero cambiato il mondo con i loro crani. Erano degli studenti modello, di quelli che raramente trovi in giro. Pace all'anima loro.
    Arriviamo verso mezzogiorno, la luce è chiara e ci scompiglia i capelli, nel pulviscolo di stelle che vediamo attraverso i nsotro occhi stanchi.
    -Allora, vediamo un po', qua c'è di tutto, da Stephen King a Margaret Mazzantini, lo sai che amo il suo libro Splendore?-
    -Conosco bene quel libro, parla di due ragazzi gay-
    -Si, è molo profondo e poi è ambientato in Inghilterra e in Italia. Ci sei mai stata in Italia? Comunque io mi chiamo Steve, e tu?-
    - Io Ellie, ellie dobner.-
    -Hai un nome da scrittrice- mi dice, e non sbaglia affatto.
    -Infatti scrivo romanzi, cioè ne ho scritto solo uno ma per ora può bastare-
    Ci avviciniamo ai romanzi di King e io scelgo Desperation, come la disperazione della droga.
    -Bella scelta, io per oggi non prendo nulla, proprio ieri ho beccato Joyland e devo ancora iniziarlo. Ho trenta giorni di tempo. non sono un granchè, non credi?-
    -Beh in effetti no-
    Andiamo a compilare il tagliando e poi usciamo, trafelati e sudati. Faceva un caldo pazzesco.
    Poi mi prende la mano e so che mi vuole baciare, lo sento.
    -Sai perché mi piace Splendore?- Ora dice, perchè sei tu uno splendore e mi bacia, è così romantico. Finalmente uno serio.
    -No perchè?- Il cuore mi martella nel petto.
    - Perché mi ci rivedo. Anche io sono gay-
    Lo fisso senza dire nulla, poi prendo chucchy e scappo via all'improvviso.
    GAY. GAY. Non è malato certo, ma ha detto gay. Non ci credo... Basta con gli uomini, basta davvero! Spalanco la porta di casa e butto il libro sul letto.
    La droga mi attende.
     
    Capitolo undici
     
    Dopo la droga sto benissimo, lei mi risolleva da ogni dispiacere. Sto piangendo come una cretina, ci credevo davvero in quel ragazzo. E sono già due delusioni in poco tempo. Ora basta con gli uomini e con le amiche che non valgono a nulla, Stella può anche andare a farsi benedire. Ogni volta che ci vediamo si lamenta e basta, mi fa' venire il mal di testa e poi il bambino frigna sempre come un pargoletto di due mesi, io non sono una baby sitter. Decido di scrivere qualcosa, così mi distraggo un po'.
    Passano due ore e ho scritto già trenta pagine, io sono velocissima. Non ho ancora ricevuto nessuna email dalla casa editrice ma come si dice, bisogna sperare sempre e non abbandonare i propri sogni. Comunque che potrei ancora dirvi di me? Che sono stanca di tutta questa vita assurda, credo che me ne andrò via in un'altra città magari in America, credo che negli States avrei più possibilità. Tutte quelle luci, i cantanti famosi, io che diventerei sicuramente qualcuno in meno di un anno, e il mio cagnolino lo potrei vestire con un abitino chic come quelli che usa quella stronza di mia sorella. A proposito è una vita che non la vedo, ma non mi manca per niente, è soltanto una puttana e basta. Io ho cambiato ragazzo in pochi mesi solo perchè mi è andata male, ma lei lo fa' perché si stanca subito e vuole la novità. Mia mamma non è da meno, visto che mio padre è sempre solo con il suo scotch, poverino, quasi quasi mi fa' un po' pena. Ed io? Sola in questa grande casa.
    Mi sistemo meglio sul divano e il sonno mi rapisce a sè.
     
    Capitolo dodici
     
    Mi sveglio solo perchè il cagnolino mi lecca la faccia, altrimenti penso che avrei continuato a dormire almeno per un'altra mezz'ora. Il rimmel si è sparpagliato su tutto il viso, perché stavo piangendo per quello che non diventerà mai il mio ragazzo. Se uno è gay mica può cambiare idea da un giorno all'altro, no? Non esiste proprio... Non devo farmi prendere dalla gelosia o dall'ansia, anzi piuttosto devo prendere questa cosa per quella che è, per il verso giusto: io e gli uomini non avremo mai nulla a che fare. Non sto dicendo che diventerò lesbica ma non voglo saperne di fidanzamenti o matrimoni. Per fortuna la mia famiglia non mi pensa mai, altrimenti che esempio di figlia sarei stata? Certo sempre migliore della cara Clara Dobner, quella che va' in giro mezza nuda per le vie della città. Non la sento da troppo tempo, a momenti non mi ricordo nemmeno quale sia la sua faccia, e forse è meglio così. La mia casa non so più che colori abbia, saranno anni che non ci entro e non mi va' proprio di andarli a trovare. La mia abitazione è molto più confortevole di quella dove stavo prima, forse perchè c'è anche un bel terrazzo in cui far giocare chuccy. Il cane l'ho preso per farmi compagnia, ed è proprio un bell'amico. Gli animali si che sanno amare, non come le persone che se ne fregano e sanno solo sputarti merda addosso. Vado al computer, lo accendo e sento la musichetta tipica di windos che mi allevia il dolore. La musica è come uno sgrassante, un debellatore di anime, una purificatrice. Il mio gruppo preferito sono i Placebo, una volta hanno organizzato un concerto nell'altra isola, la Sardegna, ma io non ci sono andata, era il 2009 e io ancora non li seguivo come adesso. Ora sono diventati il mio tutto. Sento che potrei benissimo stringere la mano al cantante, Brian Molko, che è così maledettamente bello e anche un po' stronzo a volte. I suoi occhi verdi ti penetrano dentro, sono come gocce in un mare inquinato. Non ti fa' tremare il cuore, proprio te lo fa' esplodere. Vedo il mio cagnolino a terra, mentre dorme. Beato lui che non ha problemi di nulla. Sul pc mi compare il desktop con la faccia di Brian, entro su facebook e aggiorno la mia pagina di poesia. Come sono fortunata! siamo già in 14, anche se non è un numero elevato è meglio di zero. Lo zero porta sfiga, è sempre dietro a tutti.
    Io non voglio essere lo zero di nessuno, voglio starmene in pace con la mia droga, con i miei problemi familiari e tutto ciò che ne concerne. Il sangue nelle mie vene mi dice che sono ancora viva, che la droga non ha spento i miei desideri e le mie speranze. Mi sento bene con me stessa e con gli altri. Questo mio sfogo è come un diario che tengo per voi, per farvi sapere cosa combino della mia vita. Volete sapere altro? Allora seguitemi, come sempre.
    Su facebook ho quasi 100 amici, sono pochi. Ho un migliore amico virtuale con cui mi confido spesso, ma non sa che faccio uso di sostanze stupefacenti. Non glielo confesserò mai, non voglio perderlo e non voglio che pensi che sono una ragazzetta facile.
    Ah a proposito, domani è il mio compleanno.
    Chiudo tutto e mi dirigo verso il supermercato, al volo, come un'aquilone. Voglio fare delle megacompere.
     
    Capitolo tredici
    Il negozio è pieno di gente. Ho scelto l'Auchan perché è conveniente e trovo sempre di tutto. Assieme a me c'è il mio piccolo amico a quattro zampe. Ha una tutina fucsia, con un braccialetto di borchie al collo, sembra proprio punk come me. Quattro anni fa' ero più dark di adesso, ora mi metto le coroncine di fiori e sembro un pochino hippy, ma prima ascoltavo anche metal, gli Alesana, gli Escape the fate e i Guns'n roses. Axle rose è un figo, o almeno lo era tanto tempo fa. Mi dirigo verso il bancone dei surgelati e compro una di quelle torte al cioccolato già pronte. Mi servono le decorazioni, i prodotti per il cane e qualcosa di carino come dolcini o pasticcini con i diavoletti sopra tutti colorati, che poi non ho mai capito perché li chiamino in quel modo e non angioletti. Gli angeli sono buoni, i diavoli no. Ed io sto dalla parte dei buoni. La fila è lunghissima, sembra non finire mai. Finalmente è il mio turno, do' la tessera per acquisire i punti o i bollini e la commessa mi sorride gentilmente. Per fortuna non tutte sono stronze come la mia cara sorellina puttana. Pago e me ne vado via in fretta. Corro perchè fremo all'idea di tornare a casa e allestire il tutto. Ho preso anche le coccardine da appendere al legno e un tappeto nuovo con i gatti disegnati sopra. Quanto amo gli animali! Non potete capire!
    Arrivo stanca e sudata, bacio Chucchy e gli dico di fare il buono. Apparecchio la tavola e mangio qualche oliva nera, come antipasto. poi metto l'acqua a bollire e mi faccio una bella carbonara all'italiana, come sapeva fare mia nonna, la mia cara defunta nonnina. Lei si che mi voleva bene e mi baciava sempre, non come mia mamma che non ha mai provato un briciolo di affetto per me. Appendo le coccardine al mobile e il tutto diventa più magico e meno spento. Mangio accanto al mio dog, lui si stiracchia un pochino e dormicchia sul pavimento. Io accendo la tv e mi gusto in santa pace le strasmissioni della giornata. Anzi, decido di mettere il dvd horror La Casa, quello dove il protagonista è Ash e il libro maledetto, il Necronomicon. L'avrò visto mille volte ma è pur sempre un cult movie, e non mi stancherà mai, tra l'altro hanno appena fatto la serie tv su netflix. Guardo il film e in un attimo finisco di mangiare, il cibo era buonissimo, degno di un dieci e lode quanto la pellicola che ho scelto.
    Non mi drogo, ho deciso di non toccare quella roba proprio il giorno del mio trentesimo compleanno, mi voglio fare questo regalo e lo voglio fare anche a chucchy. Non voglio che abbia una padroncina completamene schiava del vizio. Mi rilasso davanti al film e qualcuno bussa alla porta.
    Vado a vedere: è mia mamma.
    Apro o non apro?
     
    Capitolo quattordici
     
    Apro. La vedo dall'occhiello e sbuffo. Mi sorride mentre spalanco la porta enorme che ci separa.
    -Ellieeee- grida come un'oca.
    -Ti ho portato una cosuccia tanto carina, che te ne pare di seguirmi?-
    entra in cucina dove io stavo giusto guardando la tv e fa' una faccia schifata.
    Sempre la solita, siccome a lei non piace il genere horror allora a nessuno deve piacere. Lei odierebbe persino I racconti della cripta.
    -Ti ho portato tadàaan, dei bellissimi fiori per il tuo ventesimo compleanno-
    La guardo malissimo.
    -Mamma, è il mio trentesimo!-
    -oh si giusto, va be tesoro sei ancora comunque giovanissima, sei fresca di vita-
    Se vedesse le mie braccia non credo che la penserebbe allo stesso modo. Anche se non mi drogo tutti i giorni i segni li porto sempre, quotidianamente, e mica vanno via così con una doccia. Quelli sono lividi che ti porti dentro nell'animo.
    -Va bene sei perdonata solo perchè questi fiori sono molto belli-
    Come la destesto! Non vedo l'ora che se ne torni a casa sua con la sua famigliola, invece si siede sul divano e si accende una Lucky Strike.
    -Si può fumare, cucciola?- mi chiede, come se fosse del tutto naturale.
    -Eh in teoria visto che c'è chuccy non dovresti, ma per questa volta te la lascio passare-
    Mi sorride e si sistema meglio la capigliatura bionda.
    -Buon compleanno figlia mia- me lo dice senza troppi sforzi, senza nemmeno un abbraccio o un bacio. Tipico di mia madre, comportarsi in questo modo assurdo e cinico.
    -Grazie mamma- le dico, e mi avvicino per stringerla a me. Lei mi guarda scioccata, come se avesse preso la scossa e poi prende la borsetta e cerca il cellulare.
    -Dio santo amore mio devo proprio scappare, ho dei clienti alla botique e non posso farli aspettare, mi spiace moltissimo- si alza, con la sigaretta tra le dita, mima un gesto affettuoso e va' verso l'uscita.
    -Ok mamma, addio-
    -Ciao cucciola-
    Se ne va' senza voltarsi, fumando. La solita stronza. chiudo la porta a chiave e trattengo a stento le lacrime, ma perchè dovrei piangere per una come lei che non mi merita affatto? Non ci posso credere! Mi butto sul divano e abbraccio il mio chuchy.
    Almeno lui non è stronzo.
     
    Capitolo quindici
    Sono stanca di questa vita così disastrata, sono stanca dei ricordi di questo posto, dell'infanzia che non ho mai avuto, della droga che mi consuma l'anima. L'unico che sembra capirmi veramente è il mio amico a quattro zampe. Almeno lui mi fa' le feste e non tiene il broncio come se gli avessi fatto chissà che cosa. Preparo la valigia, ho deciso, me ne andrò per sempre da questo posto. L'ultimo tentativo l'ho fatto ieri con la mia cara mammina, ma non è servito a nulla, perciò credo che lascerò questa orrenda città per andare negli States. Lì mi sentirò finalmente a casa. L'aereo parte tra due ore, mi avvio verso il portone ed esco di corsa. Ho preso i golfi in caso ci sia troppa umidità, il tassista è in subbuglio perchè sta aspettando da troppo trempo. E che cavolo, qua son sempre tutti nervosi. Quando sarò negli Stati Uniti tutti mi tratteranno come una principessa, ne sono sicura.
    -Signorina dove la porto?- mi chiede il signore
    -All'aeroporto grazie-
    Mi sembra un sogno! Non ho raccontato nulla a nessuno, sono qua il giorno dopo il mio compleanno, a 30 anni in giro per il mondo! su un sedile in pelle, con un uomo che mi sta portando nella città dei miei sogni.
    -Ok signorina, allacci la cintura, partiamo-
    vedo tutto, il colore verde delle praterie, i rami, i tronchi degli alberi, il mio futuro da scrittrice, vedo l'atmosfera della mia gioventù mentre si affievolisce ma non si demolisce del tutto. Vedo come se avessi una sfera magica davanti a me.
    Vedo tutto questo mentre arriviamo al'aeroporto e devo depositare il tutto nei grandi contenitori dove smistano le cose da controllare, il check in.
    -Signorina, il cane lo vuole portare dentro con sè, oppure metterlo nella stiva?-
    -No lo tengo in braccio con me-
    -Va bene- mi dicono, sorridendo.
    Chucchy viene assolutamente con me.
    Fremo nell'arrivare in America, così potrò dimostrare a tutti che non sono una stupida, magari mi potrò prendere una laurea in letteratura e perfezionare il mio stile. Potrei frequentare una scuola privata, di quelle classiche che si vedono nei film. Potrei prendere il mano l'universo. Saliamo sull'aereo un po' scomodo, mi siedo accanto ad una signora anziana che tiene la mano stretta al suo uomo. Le sorrido e lei si scioglie nel guardare il mio cagnolino.
    -Oh ma che carino- mi dice.
    Io le sorrido gentilmente, sono deliziata da questa dolce signora, e mi siedo meglio vicino a lei.
    La hostess ci porta dei salatini tanto per rompere il ghiaccio e ci indica il bagno. Un'altra hostess si piazza di fronte a noi e con le braccia inizia ad imitare uno pseudovigile che controlla la strada. Sembra un manichino vivente, mi fa quasi impazzire.
    Mi giro dall'altro lato e sento che l'aereo si sta sollevando, ho paura perché è la seconda volta in vita mia che volo e non vorrei essere sfigata. Non ora che mi sta andando così bene.
    -Ragazza, non avere paura, ci siamo noi con te- la signora mi racconta qualcosa di lei e mi rassicura per tutto il viaggio. Magari fosse mia madre!
    -La ringrazio, anzi vi ringrazio-
    Il marito, il signor Jack, mi sorride calorosamente e mi porge la mano piena di macchie e porri.
    è un signore delizioso! Ha un modo di fare tutto suo, è scaltro ma gentile, porta un cappello nero e una sciarpina bianca che si intona perfettamente con i suoi capelli color neve.
    L'aereo si muove ancora, ora siamo in alta quota. Proteggo il mio chucchy con entrambe le mani. Mi si tappano le orecchie e decido di non farlo sapere a nessuno, altrimenti come farei a non passare per scema per l'ennesima volta? io sono bravissima a mantenere segreti.
    La signora mi mostra una fotografia.
    -è il nostro caro nipotino con la sua fidanzata-
    Oh, sempre il solito culo io eh? Il nipotino non poteva essere single?
    -Che bella coppia- dico e mi esce un sospiro leggero.
    I due coniugi sorridono e si guardano, innamorati da una vita. Ma come avranno fatto a trovarsi? Ad innamorarsi e non perdersi mai? Come avranno fatto ad essere in linea con gli stessi pensieri e desideri per oltre sessant'anni? Non riesco proprio ad immaginarmelo!
    Siamo a metà viaggio. Io sorseggio un cocktail analcolico alla mela, sembra proprio sidro e un po' mi vien da ridere perchè penso alle pere, ma non al frutto bensì alle pere che mi faccio in tutti questi anni di solitudine. Però devo ammettere di avere avuto un bel coraggio nel prendere l'aereo da sola, senza dire nulla alla mia famiglia. La mia vera famiglia sono io e il mio cagnolino. Mentre penso a queste cose vedo il mio riflesso sul vetro è anziché pensare alla droga penso a me stessa.
    La signora mi avverte che tra poco dovremo scendere, mi preparo con le cinture di sicurezza ben salde e mi aspetta solo l'impattto finale, quello con la terraferma. Non mi ero mai resa conto che il cielo fosse così blu e così incredibilmente bello.
    Scendiamo, io aiuto la signora prendendola per mano e il signore nel ritrovare il cappello che nel frattempo gli è caduto fra i sedili.
    -Vi ringrazio per avermi autata in questo viaggio, vi voglio bene come se foste i miei nonni-
    Li abbraccio e loro ricambiano mandandomi il loro indirizzo. Abitano a New York e dicono di volermi ospitare da loro.
    Mentre guardo le luci della nuova città, e quindi della mia nuova vita, una lacrima mi scende copiosa, come un mare argentato.
    Questa è L'America. Stringo forte a me chuchy e andiamo dritti alle stelle.
     
    Inizia a scrivere la tua storia...
    Casa.
    Casa è un posto sicuro. Si dice che la casa è dove sta il tuo cuore. Ne siamo certi?
    Guardavo fuori dalla mia finestra, vedevo il sole mentre scompariva dietro i tetti arancioni delle grandi case, quelle dove la vita funzionava bene, si insomma dove tutto andava come era giusto che andasse.
    Mi chiedevo perché stessi guardado fuori anzichè alzarmi dal letto, sistemarmi i capelli con un picoclo pttine, guardarmi allo specchio e saltar via come un gatto, libera di correre per la strada e fare un giro.
    Poi mi ricordavo che io non ero come quelle persone che vivevano in quelle grandi abitazioni di fronte alla mia allora tutto iniziava a prendere la giusta direzione.
    Stringevo gli angoli del lenzuolo come se dovessi prendermela con qualunque cosa mi balzasse all'occhio, come se anche gli oggetti potessero avercela con me.
    Eppure il dolore non ha intelligenza, perchè riesce ad annebbiarti la mente e farti credere di essere la persona più stupida sulla faccia della terra. Inizi a fare cose che non immagineresti mai e non riesci a capire che comportanodoti in questo modo fai del male solo a te stessa, mentre coloro a cui vorresti sputare in faccia, nemmeno si accorgono del tuo silenzio disperato.
    Solo l'intelligenza e l'amore possono salvarci la vita, le vite di ognuno di noi.
     
    Capitolo due:
    Mia madre entra nella mia stanza, non mi saluta. Ha ragione, poichè io non apro gli occhi e faccio finta di dormire come un ghiro. Sento i suoi passi accanto al mio letto mentre le sue pantofole ( con piccoli fiori rossi su sfondo beige) pestano il pavimento con sfumature marrone chiaro si avvicinano alla finestra, aprendola per metà sollevando l'avvolgibile.
    So che adesso sistemerà la mia borsa nera con uno scheletro disegnato sopra insistendo affinchè si capisca per bene che è stata spostata di qualche centimetro, come se fosse una sorta di rito da eseguire per forza.
    O lo fai o altrimenti non vivrai bene la tua giornata!
    Dopodichè allunga le sue braccia corte verso la scrivania e riordina i pacchi dei fazzoletti ecologici che ho comprato una settimana fa ( amo la natura e rispetto tutto ciò che la circonda) le confezioni di salviette struccanti all'aloe e le due matite nere che ho lasciato sparpagliate accanto al temperamatite per occhi, anzichè riporre il tutto nell'astuccio.
    Ok lo ammetto, sono disordinata, ma come dico sempre nel disordine trovo l'ordine di cui ho bisogno per non perdermi.
    Non oso muovermi.
    Quasi non respiro e nonostante il cuore mi batta all'impazzata a causa della tensione e del nervosismo, non cedo e rimango immobile come una statua greca. Lei si avvicina e mi sembra quasi di vederla mentre mi guarda dormire, non perché le piaccia occuparsi di me, ma perché deve farlo.
    è un dovere, le spetta comportarsi in questo modo proprio come è necessatio che ogni mattina alla medesima ora apra quella maledetta porta a vetri e compia gli stessi gesti, senza tardare nemmeno di un minuto.
    Sento che va via, ha sostato giusto il tempo dovuto e poi è sparita come un fantasma che attraversa un muro, facendomi finalmente respirare.
    Grazie a Dio anche per oggi è finita.
    Spalanco gli occhi incostrati di cispa e nel stropicciarli mi sento meglio, come s fossi rinata. Prendo in cellulare che ho lasciato sul comodino alla mia sinistra e guardo l'orario anche se non ne avrei bisogno.
    So che saranno le dodici in punto e infatti i numeri in rosso mi danno la conferma lampeggiando come lucine di Natale.
    12:00
    Il sole continua ad intrufolarsi nella mia camera, con insistenza, come un ladro che nonostante veda il pastore tedesco oltre il cancello, decida comunque di prendere un piede di porco ed introdursi in casa in cerca del suo tesoro.
    Io non voglio essere il tesoro di nessun sole, di nessuna luminosità.
    Se non odiassi gli occhiali li indosserei come potrei invece indossare senza problemi un paio di calze con i teschi o fatte a brandelli, di quelle che non indossa quasi nessuno per paura di essere giudicato male.
    In cucina il televisore è sintonizzato su un canale che trasmette principalmente musica elettronica e il DJ, con la sua voce squillante si introduce nella mia stanza, come se fosse seduto sul bordo del mio letto e volesse a tutti i costi buttarmi giù o farmi sentire il suo nuovo maledettissimo disco patetico.
    Ormai ci ho fatto l'abitudine e non sbuffo nemmeno più, ma i primi giorni è stato quasi come vivere in un incubo.
    Le mattine le trascorro sempre sola nella mia stanza a dormire fino a tardi perché non voglio dover pensare alla mia vita durante le ore diurne che detesto.
    Mia madre non lavora, o meglio, ora non ha nessun impiego ma tanti anni fa, molto prima che io nascessi, ottenne un posto nella sua città natale,che dista solo otto chilometri dal paese in cui vive assieme a tutta la famiglia da più di venticinque anni, solo che non l'hanno mai richiamata per dirle che l'avrebbero presa fissa.
    Se c'è qualcuno che è riusciuto a mettersi in proprio e mandare avanti tutti noi quello è il medico di casa.
    Non voglio chiamarlo padre e più avanti scoprirete il perché.
    Mia sorella, Theresa Dobren, ha venticinque anni e non posso certo dire di amarla come si dovrebbe invece amare una sorella.
    A lei piace uscire ogni sera con il suo ragazzo, Michael Lerner, uno stronzo di trent'anni con gli occhi celesti e i capelli biondo cenere. Io le dico sempre ( solo quando ha quei cinque minuti buoni da dedicarmi) che è un ragazzo sensa senso, che mi sembra un pupazzo, uno finto, ma a lei non interessa e mi guarda male se solo dico queste cose davanti a lei. Lui le regala vestiti corti e costosi, scarpe altissime e profumi dalle fragranze più seducenti e intense.
    Sembra di avere a che fare con uno sceicco ma in realtà è un mantenuto e non discende da nessun arabo, anzi!
    Lui la porta ogni estate a Barcellona, non perché voglia farle visitare il centro storico oppure i monumenti più importanti, no, solo perché è la città in cui ormai vanno tutti i ragazzi, è diventata una moda portare la propria ragazza in Spagna e quindi anche lui da perfetto ragazzo di merda deve far ciò che fano tutti i suoi amici e i suoi coetanei.
    Più ci penso e più mi viene da vomitare!
    Se lui è un idiota, lei è una di quelle classiche ragazze che si interessano solo di moda, di gossip, dei ragazzi che piacciono a tutte le ragazzette stupide della scuola, le interessa solo questo, solo apparire ed essere sempre in mostra.
    Tutto il resto, il mondo che c'è là fuori accanto a lei, per una ragazza come mia sorella è solo vuoto, è solo un cerchio che la soffoca e basta. Noi non siamo una famiglia, noi per lei siamo soltanto un peso.
    Non la telefono mai, non mi preoccupo di che fine possa fare, per me può andare al diavolo domani stesso! Torna ad orari assurdi mentre io sto dormendo e sento solo la sua voce ( impastata dall'alcool) mentre mi chiede se sono già sprofondata nel mondo dei sogni e prendendomi in giro perché vado a dormire troppo presto.
    Non mi muovo, proprio come non oso muovere nemmeno un braccio quando la mamma entra a controllare che tutto sia al solito posto, per il suo 'vizio dell'autocontrollo forzato' e respiro a fatica perché ho paura che se oso lasciarmi andare e tirare un lungo sospiro, lei possa sentirmi e iniziare a chiacchierare parlandomi di tacchi, di bevande alcoliche e di baci che le son stati rubati mentre ballava sul cubo.
    Non voglio sentire stronzate alle quattro del mattino.
    Mia sorella è un idiota senza cervello e non capisco come possa avere il mio stesso sangue.
    Domattina dovrò andare a scuola e ho mal di testa, mi sembra di avere qualcuno accanto a me che insistentemente sta calando un martello dritto sul mio cranio per farmi impazzire.
    Mi giro a sinistra allungando il braccio verso il vuoto mentre con la coda dell'occhio mi assicuro che lei si sia già sdraiata e magari stia dormendo, finalmente.
    La sento mentre sfila la maglietta e lancia i tacchi ( 20 centimetri) contro la parete rosa, la sua parete.
    Noi non abbiamo una camera singola, o meglio, dormiamo nella stessa stanza ma ognuna ha i suoi spazi, che sono completamente differenti l'uno dall'altro. La mia metà è più piccola e ha le pareti nere, qua e là ho appeso i poster delle band che mi stanno a cuore come gli Slipknot, i Motley Crue e gli Smashing Pumpkins, ho varie foto di cantanti come Ronald Joseph Radke e Sebastian Bach, mentre sorridono al pubblico e io immagino che sorridano perché vivono con me. Ho il comodino con sopra una lampada verde che detesto ma che non posso cambiare perché aspetto di compiere diciotto anni per andarmene di casa oppure trovare un buon lavoro che mi permetta di comprare le cose che mi piacciono.
    Theresa invece ha il suo lato ' da principessa' come piace chiamarlo a me, perché sembra di essere in un angolo di un castello in stile 'Raperonzolo', peccato che Michael non possa certo definirsi un principe azzurro.
    Preferisco i rospi ad uno come lui.
    Mia sorella di notte dorme con un pupazzo gigantesco di Helo Kitty con addosso un tutù rosa e al collo porta un bavaglio con la scritta 'I'm a perfect princess, and you?'
    E ogni qualvolta mi capita di imbattermi in quella schifezza penso, Non sono una principessa ed è meglio che non ti dica che cosa sono perchè non è niente di bello.
    Lei ama i peluche, io amo le borchie.
    La differenza non sta tanto nel fatto che ci vestiamo in modo diverso e ascoltiamo musica differente o frequentiamo posti completamenti diversi l'uno dall'altro, ma nel modo di comportarci con le persone e anche tra di noi.
    Io non la insulto mai, mentre lei non fa altro che prendermi in giro e a volte arriva persino a farmi dei dispetti nonostante siamo molto più grande di me. L'anno scorso, quando uno di suoi tanti ragazzi che le ronzano attorno l'ha lasciata per un'altra che aveva vinto ad un concorso di bellezza portandosi a casa la fascia di Miss Sorriso' se l'era presa con l'unico poster dei Green Day che ero riuscita a conservare con cura.
    L'aveva strappato in tre pezzi mentre tra le lacrime diceva che i miei gusti, i miei modi di fare e solo la mia presenza la rendevano nervosa e che addirittura lui ( Un certo Nik non so cosa, che nè io nè i miei genitori hanno mai visto nemmeno una volta) l'aveva lasciata perché si vergognava di uscire con una ragazza che aveva una sorella così strana.
    Io avevo riso dicendole di prendersi una camomilla e di lasciar perdere quel tipo di ragazzi perché tanto l'avrebbero solo usata e basta.
    Lei aveva imprecato urlando e dicendo che io dovevo stare zitta perché non potevo parlarle in quel modo, proprio io che non uscivo mai con nessun ragazzo.
    La principessa ora era stesa a terra con la gonna stropicciata e il rimmel che le colava giù per l guance trasformandola più in una prostituta che in una gran dama quale vuol far credere di essere.
    Che schifo ! Invidio tutti quelli che non hanno fratelli o sorelle, li invidio davvero!
    Ora dovrei parlarvi del dottore non è vero?
    Il medico di casa torna quando si ricorda che esistiamo, quando nella sua mente una lampadina, come un barlume di speranza, si accende a intermittenza e gli ricorda che più di vent'anni fa ha deciso di crearsi una famiglia e che non basta l'albero genealogico per dire che io sono sua figlia o un documento come la carta di identità dove appare il suo cognome accanto al nome Ellie.
    Torna con il suo sorriso da ebete, come se volesse dire ' eccomi, finalmente, sono tornato dalla grande guerra che stavolta devo ammetterlo mi ha trattenuto un po' troppo, ma oh sono qui e mai e dico MAI mi sarei dimenticato della vostra esistenza.
    Questo succede sempre.
    Che cosa dovrei pensare? Di essere voluta bene da un un uomo che sedici anni fa ha aiutato mia madre a generarmi? Dovrei essere certa del fatto che una persona che non mi guarda nemmeno in faccia non appena apre la porta di casa e tiene lo sguardo basso, possa essermi vicina nei momenti difficili?
    Sapete, quando avevo dieci anni presi la varicella per colpa di una compagna di classe che anzichè rimanere a casa per almeno tre settimane o un mese intero, si era incollata alla sedia e aveva voluto a tutti i costi seguire ogni lezione, senza preoccuparsi delle persone che avrebbe contagiato. Io beccai la malattia subito, assiem ad altre due ragazze, Rose Lorens e Virginia Pertrel.
    Me ne stavo a letto, a soffrire tra la febbre alta che a volte scendeva e a volte risaliva come se fossi su una montagna russa e il gioco fosse molto divertente, tra il prurito talmente forte che Dio solo sa cosa riusciva ogni volta a frenarmi dal non staccarmi la pelle a morsi! Per fortuna mia mamma ( quando ancora non aveva manifestato tutti i suoi sintomi da disturbi ossessivo-compulsivi) mi aveva spiegato che in casi come quelli, ( una sera d'estate mentre bevevamo una limonata ghiacciata sedute sul dondolo in veranda mi aveva parlato delle malattie dei bambini, quelle che prima o poi prendiamo tutti nella vita) l'unico rimedio per non diventar matti era cospargersi sul corpo del borotalco mentolato ( o in casi in cui non fosse possibile reperirlo in fretta, andava benissimo anche quello normale) che avrebbe reso la pelle fresca attutendo il malessero fisico dovuto alle vesciche.
    Diventai un mostro nel giro di due giorni, in una settimana assomigliavo ad una grossa fragola e in un mese, quando ormai le grosse bolle iniziavano ad abbandonarmi ( grazie tante!) finalmente potevo guardarmi alla specchio senza provare un senso di ribrezzo.
    Voglio dire, non sono così stupida da pensare di dovermi voler così male solo perché non potevo ammirare il mio faccino normale, ma andiamo! Chi non si è odiato nel vedere il proprio riflesso mutato, come se all'improvviso Biancaneve per uno strano sortilegio si fosse trasformata di punto in bianco in uno zombie o nell'abominevole uomo delle nevi.?
    Sarebbe riuscita a non disprezzarsi almeno un poco?
    Credo di no.
    Bene, in tutto quel tempo mio padre lo vidi solo due volte. La prima fu quando mi disse che era entrato nella mia stanza perché stava cercando il suo libro di medicina ( specificando che si trattava del volume riguardante i casi più esasperanti) e la seconda quando riuscii ( seppure a malapena) ad alzarmi dal letto e andare in cucina, aprire il frigorifero per prendere un bicchier d'acqua e tornarmene buona buona in camera aspettando che la malattia passasse del tutto. Lo trovai seduto di fronte al tavolo con una marea di documenti, fogli , ricette mediche e un computer portatile aperto su alcune pagine in cui si trattavano argomenti di psicologia e in cui alcuni utenti chiedevano consigli ai migliori medici della zona.
    Avevo sbirciato facendo finta di dover prendere un altro bicchiere e con la coda dell'occhio avevo letto il titolo in alto, come se si trattasse di una pagina di giornale.
    La frase, lampeggiante e scritta in rosso ( sembrava quasi un semaforo impazzito) diceva più o meno così: ' Peri i casi più disperati, i migliori dottori da esasperare'
    Quasi mi venne da ridere e per poco non lasciaoi cadere per terra la bottiglietta d'acqua e i bicchieri. Ero incerta se applaudire facendo sentire tutta la mia falsa accondiscendenza o andar via con passo svelto e silenzioso, poi optai per una scrollatina di capo e andai via chiudendomi l'accappatoio sul petto. Avevo i brividi sia per il freddo che per il gelo interno che avevo provato in quell'istante.
    Lui aveva sollevato solo per dieci secondi lo sguardo verso di me, e non sono nemmeno sicura se mi avesse realmente riconosciuta e addirittura VISTA. Non so se pensasse che fossi un fantasma, un apparizione mariana o se mi vedesse come una ragazza qualunque che si era introdotta nella sua cucina ( lui ci teneva molto affinchè tutti sapessero che quella era la SUA casa anche se in realtà non aveva mai fatto chissà quali sacrifici per ottenerla, solo botte di fortuna) senza che si sapesse realmente chi fosse.
    Ero contenta per lui, dovrei forse negarlo solo per salvare me stessa?
    Ero felice perché finalmente avevo capito che cosa non andava in lui. Finalmente sapevo che potevo mettermi il cuore in pace, lasciare che la mia vita proseguisse come un fiume in piena e arrivasse a sfociare da qualche parte, qualsiasi parte, senza sosta, finché non avrei sicuramente ottenuto di meglio, molto più di ciò che mi aveva potuto offrire lui con le sue mancanze.
    In lui non andavano tante cose, troppe. Non andava il fatto che non ci fosse mai, che quando rimaneva era come se la stanza fosse vuota. Lui era quel tipo di mancanza che quando non c'è ti manca ma allo stesso tempo hai paura di aver vicino perché sai che ti farebbe solo del male. Un po' come quando vogliamo avvicinarci ad un leone o ad un altro animale feroce perché amiamo i felini più di qualunque altro cosa al mondo ma abbiamo il timore ( anzi ne abbiamo la certezza, una certezza infinita e sepolta nel nostro cuore) che l'avvicinarci a loro significherà sentirci male e bene allo stesso tempo. Ci faranno male, un male da cani, ci sbraneranno di sicuro ma vogliamo stargli vicino perché poterli avere al nostro fianco ci renderebbe felici almeno per qualche ora, vogliamo provare piuttosto che provare ad avere dei rimpianti.
    Io avevo paura di lui eppure avevo molta più paura di non averlo più un domani o il giorno stesso in cui magari non sarebbe più tornato a casa.
    Perché doveva succedere questo? Incontravo tante persone che vedevo per due minuti soltanto e nonostante mi rimanessero impressi nella memoria come puzzle, dopo qualche ora li scordavo come si dimenticano i vecchi amori adolescenziali.
    Avevo solo cinque anni quando mi resi conto che era il padre sbagliato, non solo perché non fosse presente, ma soprattutto perché era presente nella maniera più errata possibile e questo faceva più male del suo 'starò via per molto tempo perché sono occupato, piccola mia'
    Ciò che lui non capiva era che io non volevo essere chiamata piccola mia, io avrei preferito esser trattata come una tossica, come se fossi una stupida o come se non fossi la bambina che lui avrebbe voluto, avrei preferito qualche schiaffo a tutti quei silenzi. Io non sopportavo la sua mancanza d'affetto, il suo non volermi mai parlare, il suo abbassare lo sguardo quando io cercavo i suoi occhi per cercare di fargli capire che se solo mi avrebbe guardata avrebbe capito che io gli volevo davvero bene.
    Non lo chiamavo mai papà, forse è capitato qualche volta, raramente, ma ogni volta sentivo come se stessi riolgendomi ad un estraneo e così preferivo non dire nulla e chiudermi in me stessa, in un mutismo così sciocco per gli altri che spesso mi guardavano male, come se stando zitta avessi ucciso delle parole di un'importanza vitale.
    Ma loro non sapevano. Loro non sapevano niente.
    Non voglio dire che siano mai successe cose bruttissime nella mia famiglia, a parte il fatto che mia sorella una sera esordì dicendo che avrebbe chiuso con i libri per dedicarsi totalmente alla vita notturna, ma non posso nemmeno dire che siano stati anni idilliaci.
    Se fosse stato così ora non starei qua a parlarvi della mia vita segreta.
    Avete voglia di starmi a sentire giusto?
    E allora seguitemi.
     
     
    Capitolo tre:
     
    Se state continuando a leggermi è perchè siete curiosi di sapere che cosa avrò da dirvi, bene, vi parlo con il cuore in mano perché ho tenuto questa storia segreta per troppo tempo, come un vecchio libro chiuso in cantina a prender polvere.
    Ora ho voglia di raccontare tutto a tutti.
    Non sono mai stata brava in matematica, ho sempre odiato i numeri proprio come una persona allergica ai latticini può detestare un piatto di pasta al burro. Sono nata per le parole, io mi ci immergo totalmente, in una canzone, in una poesia, in una frase scritta a metà sul muro di una vecchia stazione, non importa se siano le parole di un mendicante o di un letterato, non mi interessa se siano vecchie lettere scritte con la penna stilografica o parole scritte tramite un computer magari chattando. L'importante è che le sillabe, le lettere diventino immagini nella mia mente e riescano a farmi sentire libera e leggera.
    Per questo adoro leggere e scrivere, perchè le parole, i romanzi, mi fanno sentire amata
    L'amore non è qualcosa di incredibilmente unico e inafferrabile? Eppure posso prenderlo in mano ogni volta che compro un buon libro e posso riguardarlo altre centomila volta sullo scaffale della mia libreria prima di andare a dormire e sognarlo altre mille volte e mille ancora.
    Sull'amore possono fare anche gli sconti del 50% eppure rimane sempre un amore bellissimo e magico.
    Ciò che non ho mai capito è perchè siano proprio gli oggetti quelli che riescono a capirci meglio, proprio loro che non parlano, non trasmettono emozioni in quanto non dicono altro se non ciò che noi vogliamo che essi ci dicano attraverso i colori, i suoni, la forma che essi assumono. Forse perchè l'amore non ha bisogno di parole? è per questo? è possibile?
    è impossibile invece che un padre non riesca a farsi amare a ad amare, questo è davvero impossibile eppure possibile, tanto da preferire un qualsiasi libro a lui.
    Il 1995 è stato l'anno in cui è iniziato quello che potrei definire l'esordio, il preludio a tutta una serie di eventi che mi hanno portata a quella che sono oggi, una persona che se non avesse passato tutto quello che ha passato non avrebbe scritto queste parole. Come spesso si dice, a volte bisogna ringraziare coloro che ci hanno recato tanto male, perché in fondo sono gli unici che riescono a farci capire quando meritiamo di volerci bene.
    Tutti noi conosciamo bene la storia della Germania, non intendo TUTTA nel vero senso della parola, ogni piccola cosa che è successa, tutte le guerra, non dico che dobbiamo essere tutti a conoscenza degli orrori del nazismo, ma so per certo che almeno il 60% della popolazione mondiale sa bene che nel 1989 crollò il muro di Berlino.
    Per la Germania fu una liberazione, non vi erano più una scissione, tutti vivevano nella stessa zona, non si doveva più parlare di Berlino est e Berlino ovest.
    IL 1989 fu l'anno della vendetta, della ribellione e del riprendere in mano la propria vita.
    Per me il 1995 è stato il crollo delle mie certezze, il caos generale nella mia vita, quindi diciamo che anche dentro me è caduto un muro, ma che ha portato ad un collasso, ad una crisi nervosa senza precedenti.
    Ero la Berlino di cui nessuno avrebbe parlato mai nei libri scolastici o nei quotidiani.
    Ero l'unica, assieme a mia sorella e a mia madre a sapere che nella nostra famiglia, sotto lo stesso tetto, viveva un nazista non tedesco.
    Non sono mai stata in Germania eppure ho letto alcune cose riguardanti quel posto, un bellissimo luogo circondato dal verde, da alberi bellissimi, giardini, fiori, alberghi meravigliosi e persone dal cuore freddo ma gentili e particolari. Non ci sono mai stata perché non ho mai potuto prendere un aereo e partire all'avventura dato che ero molto piccola, ma anche se avessi potuto, non avrei scelto di visitare quella nazione, perché la Germania ce l'avevo in casa tutti i giorni, ad ogni ora.
    Se Maometto non va alal montagna, la montagna va a Maometto.
    Io ero molto piccola come dicevo, e la mia sfortuna sicuramente è stata quella di essere una bambina troppo sveglia, troppo sensibile, ma non sensibile nel senso che piangevo per ogni minima stupidaggine ( ok, piangevo moltissimo per una serie di cose che non sto ad elencarvi per non annoiarvi) nel senso che sentivo la vita in una maniera differente da come la sentivano la maggior parte delle persone.
    Vi faccio un esempio: a soli 5 anni, mentre mia mamma mi teneva in braccio ( nei periodo in cui vivevamo ancora nella vecchia casa dove al pianterreno stavano i miei nonni da soli) ad un certo punto sentimmo che qualcuno stava salendo le scale. Io mi voltai ( a detta del racconto che mi fece mia mamma molti anni dopo) e iniziai a sentirmi male, ad avere una sorta di premonizione nel momnto in cui vedevo che la persona che stava entrando in cucina era un signore ( non cattivo, secono quanto dicevano tutti in pase) che conoscevano bene i miei genitori perché era un parente alla lontana.
    Ero così piccola e indifesa, non potevo minimamente sapere il suo nome, non potevo sapere s fosse bravo o malvagio, non avrei distinto la bontà dalla cattiveria, eppure, nel mio cuore sentii che non era un brav'uomo, non ci si poteva fidare! Inizia a piangere non appena lui posò le mani accanto al mio viso per darmi una leggerea carezza, come un padre, e lui si ritrasse rimanendoci malissimo e ridiscendendo le scale, non prima di aver chiesto :- Ma che cos'ha questa bambina? Non le ho fatto proprio niente'-
    E aveva ragione, perché non aveva fatto proprio niente di male, e io non sapevo perché mi comportassi in quel modo, sapevo solo che avevo provato un senso di terrore nel vederlo.
    Ho sempre pensato di essere una bambina con segli strani poteri, non voglio dire che un giorno mi sia alzata e abbia dato fuoco alla casa tramite la pirocinesi o che abbia fatto volare i mobili della cucina per poi riposizionarli come prima, no niente di tutto questo.
    La mia caratteristica stava nel riconoscere a pelle, tramite la vicinanza, l'anima delle persone. Scrutavo ciò che avevano potuto fare, ciò che non avevano fatto ma avrebbero voluto fare con tutta l'anima. E spesso, quand qualcuno aveva in mente di compiere delle brutte azioni, come semplicemente tradire la propria moglie anche in futuro, piangevo e piangevo, impaurita dalla loro cattiveria.
    Raiallacciandomi al fatto che il 1989 fu in maniera distorta il mio personale 1995, voglio farvi capire quanto c'entri la mia condizione ( la mia dote naturale di prevedere tanti avvenimenti e sentire le negatività della gente) con tutto ciò che accadde da quell'anno in poi fino a qualche mese fa.
    Prima che io nascessi la vita del miei genitori filava in maniera corretta, non che fosse mai stata la classica coppia tutta rose e fiori ma non erano mai successe cose troppo strane o eccessivamenti brutte, quelle che io definisco ' gli errori di percorso irrimediabli'. Si erano conosciuti in montagna, mio padre a quel tempo ( aveva circa 20 anni) insegnava scii a delle ragazze molto carine che spesso perdevano la testa per lui, ma quell'uomo così schivo ma apparentemente dolce ed educato, non vedeva in loro altro che sesso. Vedeva delle belle gambe, delle curve prominenti ( forse si confondeva con i monti) e nient'altro.
    Poi, dopo circa tre anni di insegnamento, arrivò una bellissima ragazza di diciotto anni, magra e con i capelli biondo cenere ( mia madre portava sempre un fermaglio nero, diceva che era il suo portafortuna contro le malelingue delle signore anziane regalatole da mia nonna materna quando aveva solo otto anni, da allora non l'ha più tolto!) e lui, schivo e perfidamente meschino, non se ne innamorò ma se ne infatuò in modo malato tanto da farle credere che l'avrebbe amata alla follia.
    Da quel giorno, dopo soli sei anni e due mesi, si trovarono a dire un sì davanti al prete vestito di bianco che si dimenticò di avvertire il nazista che ora poteva baciare la sposa.
    La prese in braccio e uscirono dalla chiesa sommersi dai chicchi di riso che si infilarono ovunque, soprattutto tra i capelli di mia mamma che erano tenuti fra loro in alto, come una sorta di mogno, lasciando scivolare lungo le spalle due ciocche di capelli di un colore simile al ramato.
    Era bellissima e spesso piango riguardando quelle foto, sento come una specie di malinconia nel non esserci potuta essere quel giorni, in quella data così importante per lei.
    Il viaggio di nozze procedette abbastanza bene, scelsero di trascorrere una settimana e mezzo in Israele, ( non ho mai capito perché due sposini dovessero andare proprio in una terra così poco adatta per una luna di miele) scattarono tantissime foto, risero, si amarono come il primo giorno in cui si videro e poi tornarono a casa portando alcuni regali ai parenti più importanti.
    Poi arrivai io, due anni dopo il matrimonio. Arrivai a Gennaio, a metà mese. Arrivai tra i freddo e i ricordi di un Natale rascorso in compagnia di tutta la famiglia al completo, tra candele rosse, regali scartati in anticipo, dolci, buffet da far scoppiare la pancia anche ai più magri e giochi di soscietà da terminare alle tre del mattino.
    Arrivai in un modo inaspettato, non era nei loro piani avere un figlio e perci° non fui accolta con tutto l'amore del mondo. Beh non posso nemmeno dire di non esser stata voluta bene, per carità, d'altronde mi sarebbe potuta andare molto peggio, tutto sommato dal 1990 al 1994 tutto filò liscio come l'olio.
    Poi qualcosa cambiò, non so se si trattasse di un cambiamento dovuto al fatto che io fossi una bambina strana, ingestibile e che spesso evitava i contatti umani ( quelli che ritenevo cattivi, ma loro come potevano capirlo?)oppure se quella discesa verso l'inferno fosse la conseguenza di un caos generato anni prima e che solo ora si decideva a sfogare in un vero e proprio mare in burrasca.
    Credo che un insieme di fattori, orribili, abbiano fatto sì che il nostro microcosmo diventasse un vero e proprio mondo di merda. Una realtà dove tutto ciò che sarebbe dovuto essere normale diventava assurdo, già dal primo momento della giornata.
    Non c'è mai stato il momento in cui ci si sedeva attorno al tavolo e si faceva colazione davanti ad una tazzona di caffèlatte e miele o fette biscottate. Mai! Il pranzo è sempre stato qualcosa di passeggero, come se fosse un rito da eseguire solo per riempire lo stomaco, ma di sincero, di 'fatto con il cuore' non c'è mai stato nulla e questo, in una casa, è una delle cose più terribili che possano accadere, a mio parere.
    La colazione, il pranzo, la merenda, la cena. Magari fossero stati solo questi i momenti brutti, in cui succedevano le cose tremende. Il vero problema era mangiare con il cuore in gola mentre ci si chiedeva cosa sarebbe successo dopo, nelle ore vuote in cui ci deve essere sempre qualcosa da fare a meno che tu non voglia crogiolarti al sole come una lucertola nullafacente o d'inverno accucciarti come un gatto davanti al camino per tutta la sera. Io non ero una di quelle ragazzine che stavano ferme per troppo tempo, se non per il tempo necessario in cui mi dedicavo alla scrittura, al massimo tre ore al giorno.
    Dal 1995 in poi capii che il nostro microcosmo era ancora più micro di quello di tutti gli altri, dove non c'era posto per le belle sensazioni, per gli 'Happy Ending' e le risate spontanee. Da quell'anno capii, anzi imparai che la tristezza per me era un 'must' qualcosa che doveva esserci sempre sia che lo volessi o no. L'infelicità era la regola sancita da un uomo che non poteva in effetti chiamarsi uomo ma che tutti, all'infuori di mel lo consideravano così solo perché era un medico.
    Non sapevo che i medici avessero così a cuore la salute dei loro pazienti e un'incredibile nonchalance nei confronti della propria famiglia, Dio che bel mondo! Questo lo iniziai a pensare all'età di sette anni quando ero ancora troppo piccola per sezionare le parti più microscopiche delle persone e dividerle in medici bravi e medici scadenti. Più avanti, all'età di undici anni capii che quello che avrei dovuto chiamare Papà o Babbo ( ma che in realtà non avevo mai fatto, salvo due o tre volte in cui mi ci sentii costretta ) era tra i pochi dottori che riuscivano a comportarsi così incredibilmente bene con persone che non avevano mai visto prima ( e questo solo perché appena finita la visita spillava loro tanti di quei soldi che poi avrebbero dovuto mangiare pane e cipolla per almeno un mese intero)e così maledettamente male con quelle persone che avrebbe dovuto amare.
    Questo mi fece male e bene. Male perché msentii una fitta dolorosissima al cuore, come un tradimento, e bene perché iniziai a capire che quell'uomo non era tutto il mio mondo, non girava tutto attorno a lui fortunatamente.
    Furono gli anni del tutto e del niente, in cui lo vedevamo pochissimo, due o tre ore al giorno, ma non riuscivamo nemmeno a ricordarci come fosse vestito, se ad esempio quel martedì mattina avesse indossato lo stesso paio di pantaloni che aveva messo il lunedì sera o se avesse le occhiaie sotto agli occhi. Non riuscivo a capire se stesse male, se per caso avese bisogno di una camomilla ( mia mamma spesso rimaneva zitta e stringeva i pugni per trattenere l'imbarazzo causato dai suoi stranissimi comportamenti mentre rimuginava sul fatto che forse era l'ora di prendere una tisana che poi beveva puntualmente da sola) Iniziava a farsi conoscere per quello che era sempre stato o per quello che stava diventando, un mostro.
    Theresa ( mia sorella) non faceva caso al dolore che provava mia mamma, a lei bastava che gli abiti fossero sempre in ordine, che la mamma fosse sempre disponibile quando serviva qualcuno che mettesse in funzione la lavastovoglie, la lavatrice, il phon, la piastra elettrica per i capelli ( rigorosamente con piastre di ceramica per non sciupare i suoi preziosi capelli da Raperonzolo) ma per il resto, era come se nostra madre non esistesse.
    Scambiò l'amore per una forma di dovere, ci mise tutto il cuore possibile per farla impazzire, come se quella donna fosse la sua schiava, come se già non stesse soffrendo abbastanza per il disagio provocatole da suo marito ( che matrimonio fallito!) che la faceva sentire sola al mond, sola con i suoi fantasmi del passato.
    La mia famiglia a quel tempo era ed è stata per lunghissimi anni un apocalisse continua, una guerra sensa sosta, dove il nazista-medico tornava alle tre del mattino, spesso ubriaco fradicio e con addosso l'odore di alcune gocce di Chanel N°5 vicino ai lobi, ( quel profumo, sentirlo arrivare dal corridoio e infrangersi tra i muri delle stanze , compresa la loro camera da letto, era già di per sè la viva immagine della donna che l'aveva avuto addosso, quella sguattera dalle lunghe unghie laccate di un rosso vivo, un rosso d'amore a tradimento. Io lo chiamavo il rosso dell'amante) per poi andare a sbattere di continuo contro la porta del bagno, chiedendoci perchè cazzo avessimo spento tutte le luci della casa, se per caso non fossimo contro di lui, contro il re e lo stessimo prendendo in giro.
    Poi, sbatteva i pugni contro il mobile bianco dove sopra c'era una piccola piantina che innafiavamo ogni giorno e ricordo di aver sempre pensato ' Oh per fortuna non c'è una boccia con dei piccoli pesci rossi che sguazzano allegramente, altrimenti credo che avrebbero fatto una fine orrenda prima o poi'.
    A lui piaceva imporre il proprio dominio, far sentire che lui era l'uomo di casa, non poteva farsi mettere i piedi in testa da noi donne, non voleva e non poteva perché altrimenti cosa avrebbero mai pensato i suoi colleghi se avessero saputo che si faceva sopraffare da delle femmine?
    Poi, l'indomani, tornava a lavoro, impeccabile nel suo camice bianco, accendeva il motore della sua Buick azzurra e andava all'ospedale, a curare i feriti, a visitare l'ennesima donna che aveva subito l'ennesima mancanza di rispetto da suo marito ( mancanza di rispetto che stava a significare un occhio nero , un volto irriconosibile, il lato sinistro della faccia completamente tumefatto e tutta una serie di vessazioni fisiche e psicologiche da cui non uscirne più nemmeno tra dieci anni) tornava a fare la sua vita normale, a mostrarsi per ciò che non era, a far credere al mondo intero che lui, il primario dell'Hospital Down Center Falls, era uno per bene di cui ci si poteva fidare, e che noi, noi eravamo l'esempio vivente di infantilisimo femminile.
    D'altronde, chi avrebbe mai diffidato di un medico?
    Lui era il Dio e noi eravamo solo delle poveracce, sole.
    Sole e nella merda.
     
    Capitolo 4.
    Non ci volle poi troppo tempo affinchè mi abituassi a sentirmi un 'essere senza senso' in quella casa che ormai consideravo più una prigione che altro, non ci misi molto ad abituarmi all'idea che quella bambina così fragile ed emotiva, proprio per questo suo modo di essere, fosse additata come l'ultima ruota di scorta, o come quella che dovesse soffrire troppo. Mi ci abituai, certo, ma questo non significava che tutta quella situazione mi piacesse o che non ci stessi male... anzi! Ma che cosa potevo fare di fronte ad un uomo che iniziava a lamentarsi continuamente, a dire che non valevamo a nulla, che ero stata uno sbaglio, che la loro vita era stata meravigliosa ( non ci avrei mai creduto!) solo prima della mia nascita e dopodiché ( come se io fossi un mostro) era stata tutta una discesa verso gli inferi, senza riuscire a tornare indietro verso la tranquillità.
    E così, senza sapere il motivo, senza averne le colpe, inizia a subire maltrattementi psicologici da parte del medico, da parte dell'uomo che mi avrebbe dovuta proteggere dal resto del mondo. Non ho mai avuto una buona concezione degli uomini proprio a causa di quel signore per bene che poi in realtà era uno schifosissimo pezzo di merda violento e maschilista.
    Usciva di casa alle sei del mattino fischiettando e tenendo sotto il braccio il quotidiano che si faceva comprare dalla domestica ( noi avevamo la signora delle pulizie che in realtà era come una seconda mamma, La signora Jerser, che mai dimenticherò!) anzichè muovere le chiappe e andarselo a comprare lui con i suoi piedi enormi chiusi in quelle scarpe costose.
    Era un sollievo vederlo sbattere la porta dietro di sè mentre spariva girando l'angolo della strada, accendere il motore della macchina e sapere che sarebbe tornato tardi, molto tardi, addirittura il giorno successivo se avesse avuto troppi impegni ( e io speravo con tutto il cuore che la sua agenda fosse stracarica di appuntamenti giornalieri.)
    Quando lui non c'era mia madre era come spenta, iniava a gironzolare per tutta al casa, specialmente in camera da letto, nella mia cameretta e nel bagno, senza motivo, come se avesse preso le chiavi, si fosse infilata il giubbotto e avesse deciso di fare un giro nella piazza del paese. Ciò che mi preoccupava davvero ( e me ne resi conto nonostante avessi solo undici anni) era il suo sguardo. Non c'era, era completamente assente, come se la sua presenza fosse lì solo in senso fisico ma la sua mente fosse altrove, molto lontata dalla casa che stavamo condividendo.
    Ogni tanto mi sorrideva ma se provavo a parlargli del comportamento sbagliato di suo marito lei si allontana o alzava gli occhi guardando il soffitto ( mi sono sempre chiesta se in quei momenti non stesse per caso sperando che il tetto le crollasse addosso e la facesse finita così, senza doversi sentire in colpa) evitando in tutti i modo possibili il mio sguardo. E io allora abbassavo il mio, sentendomi in colpa, come se fossi la causa di tutto quel casino.
    Ma non era così, solo che lo capii molto tardi, troppo.
    Le giornate andavano avanti così, allo stesso modo, come un rito scritto da uno psicopatico. Lui si svegliava e se la sua luna era buona la baciava sulle labbre e le preparava anche il caffè, ma se per un caso si alzava con il piede sbagliato, allora erano schiaffi anche se lei non apriva bocca. La buttava giù dal letto e non le chiedeva nemmeno se avesse ancora sonno, decideva quando dovesse alzarsi, come dovesse vestirsi e poi allora poteva tranquillamente girare per casa come un cane lasciato libero ai giardini pubblici.
    Io non osavo parlare, ma dentro di me morivo dalla voglia di prenderlo a pugni, volevo far capire alle persone che solo io e mia mamma conoscevamo il vero volto del medico che guariva le persone, quello che spesso riceveva bigliettini a forma di cuore dalle corteggiatrici molto più giovani di lui ( a 50 anni vniva idolatrato come un ragazzino di 15 da ragazze di 30!) solo perché se la tirava come se fosse un giovanotto e anzichè spendere un poì del suo tempo prendendosi cura di noi, non faceva altro che conciarsi per bene, mettedo la gelatina ai capelli e passando almeno un quarto d'ora davanti allo spechio scegliendo la cravatta da abbinare al nuovo completo gessato. Che uomo patetico!
    E ogni volta che qualcuno di noi ( più spesso io, perché mia madre e mia sorella rimanevano sempre in silenzio ognuno per motivo diversi; mia mamma perché dipendeva da lui e quindi non poteva aprir bocca e Theresa perché 24 ore su 24 stava con il collo chino e gli occhi fissi su quel maledetto schermo del telefonino) si azzardava a dire qualcosa, come ad esempio che forse non era il caso che usasse tutto quel profumo o che facesse così tardi ogni notte ( nemmeno i medici che si occupavano delle autopsie rincasavano ad orari assurdi quanto i suoi) volavano non solo parole non troppo dolci ma anche sberle.
    Mia madre sorrideva, si accarezzava la guancia arrossata con noncuranza, come se si trattasse di una pagina di giornale e non del suo bel viso e si girava dall'altra parte, ovvero verso il muro, dove nessuno poteva vederla piangere in silenzio.
    Io andavo nella mia camera e mi tappavo le orecchie dondolando sul letto ( spesso assomigliavo ad una psicopatica dei film thriller come la ragazza di 'Don't say a word) facendo finta che non fosse nuccesso niente, cercando di togliere dalla mente l'immagine di un uomo che dovrebbe proteggere sia te che tutta la tua famiglia e che invece la terrorizza costringendola ad odiarlo come se fosse un mostro vero e proprio.
    Questo accadde due, tre, quattro, cento, duecento volte, e ogni volta era sempre peggio ma anche meglio. Peggio, perché mi stavo sempre più rendendo conto che non sarebbe finita tanto facilmente, e meglio perché capivo che tutto ciò che vedevo, le scene che ogni giorno mi toccava subire, stavano assumendo dei tocchi quasi familiari, come se tutto fosse normale.
    L'abitudine, quella sorta di routine macabra e perversa stava facendo il suo effetto malato, come una droga, una pericolosissima e involontaria guerra con se stessi e le proprie paure.
    Senza che nemmeno me ne rendessi conto, dopo diversi anni trascorsi tra minacce, paure, umiliazioni e mancanze da ogni parte della famiglia, ( non avevo parenti che mi facessero compagnia, non avevo zii o zie che mi cercassero per portarmi al parco o cugine che mi volessero a casa loro per giocare assieme o fare anche solo una passeggiata lungo il sentiero che portava al mare non lontano da casa)finii per rinchiudermi in me stessa, nelle mie paure, nei miei tormenti più neri, come se fossi sola al mondo.
    Piangevo, mi buttavo sul letto e mi abbandonavo ad un pianto silenzioso ma intenso, in cui le lacrime sgorgavano a fiotti, come da una fontana inarrestabile.
    Piansi per giorni, per mesi, piansi per ogni volta che i miei occhi avevano visto delle scene disumane, piansi quando non ne potevo più e quando lui alzava troppo la voce perché voleva dimostrare ai vicini che in quella casa comandava solo lui.
    Andai avanti così, mesi e mesi, a piangere di nascosto, ad uscire dalla mia stanza con gli occhi rossi e gonfi, chiudendomi in bagno e sciacquandomi il viso con dell'acqua tiepida. Guardavo la mia immagine riflessa sullo specchio e vedevo la vergogna che provavo nel guardare il mio viso. Mi sentivo in colpa per non esser riuscita a fermare quell'uomo, per non avergli bloccato le braccia, per non averlo potuto denunciare.
    Mi sentivo uno schifo al posto suo, e così, lentamente, con il passare dei mesi, capii che tutta la rabbia che provavo per me stessa e per lui si stava tramutando in odio immenso. Le lacrime si asciugarono e diventai dura con me stessa e con gli altri, provando ad indossare una maschera che non mi apparteneva.
    Inizia con il detestare mia mamma perché non poteva aiutarsi e quindi aiutare me, odiavo quell'uomo perché era la causa di ogni male, odiavo mia sorella, quel'idiota così egocentrica che non si rendeva conto di quanto dolore ci fosse nella nostra famiglia.
    Odiavo tutto e tutti, iniziai a detestare la luce del sole al mattino appena sveglia, odiai tutte le luci della casa, volevo vivere nel buio più completo circondata solo dalla musica che riusciva a sollevarmi il morale. Mi mettevo le cuffie alle orecchie, selezionavo i brani che più si avvicinavano al mio stato d'animo e chiudevo gli occhi lasciandomi cullare dalle melodie dei vari gruppi che amavo. Una settimana la dedicavo agli Slipknot e quindi al nu-metal, alcuni giorni non potevo fare a meno di mescolare la mia angoscia con il post-hardcore ascoltando gli Escape the Fate e tante altre band che stimavo come fossero miei fratelli.
    Quella era la mia vera famiglia, le loro storie, quelle che cantavano, facevano parte di me, pulsavano nelle mie vene come sangue vivo e caldo, mi facevano sentire amata, come se anche io facessi finalmente parte di un mondo che non riuscivo più a sentire mio.
    Ma non bastò.
    Cioè, questo grande coinvolgimento durò molti anni, quasi sette, ma poi non riuscii a farmelo bastare, pensai che forse ero viziata sotto sotto. Si, pensai di volere troppo dalla vita, ma in realtà non era questo il problema. Il vero disastro non ero io o i miei strani pensieri, il vero caos interno era la rappresentazione involontaria dell'estremo caos familiare a cui ero troppo abituata.
    Il dolore causatomi dalle incomprensioni, dall'amore che non c'era e non poteva mai esserci, mi portarono a desiderare sempre di più, a volere il doppio della metà che mi era sempre bastata, che forse mi ero convinta potessi farmi bastare, ma non era più così.
    Volevo amore vero, volevo mangiare a ogni ora del giorni, sopratutto dolci che mi facessero ingrassare e dimenticare tutto. Il mio obiettivo ormai non era essere necessariamente felice, no, il mio chiodo fisso era quello di azzerare tutto ciò che mi recava sofferenza.
    La musica non bastò, allora mischiai il metal e il rock con il cibo, mi ingozzai fino a svenire e non riuscii ugualmente a placare questa mia incredibile sete di vendetta, un intorpidimento forzato dei miei sensi più profondi e quasi sconosciuti. Che cosa stavo diventando? Una persona talmente macabra da spaventare persino se stessa, una nullità o qualcosa di ancora peggio?
    Non dormivo, spesso facevo degli incubi ricorrenti in cui le continue vessazioni di mio padre mi rincorrevano come serial killer armati di coltelli affilati precendendomi in ogni più piccola mossa in strade di campagna senza via d'uscita.
    Arrivai ad un punto di non-ritorno on cui ero sicura di perdere la testa, e infatti la perdetti senza più riuscire a ritrovarla.
    Feci di tutto pur di farmi male, mi chiusi in casa evitando qualsiasi contatto, odiando centinaia di persone che nemmeno pnsavano alla mia condizione, vedevo gli altri come nemici, come abominevoli esseri che ridevano delle mei disgrazie, che mi burlavano di me come fossi un fenomeno da baraccone. Nel mio inconscio da ragazzina disadattata, ero convinta che tutti, nessuno escluso, godessero nel sapere che nella loro città vivesse una persona così distrutta psicologicamente.
    Non trovavo nessuno che potesse salvarmi da me stessa e questo mi uccise a tal punto che pensai di farla finita.
    Che cosa potevo fare? Spesso trascorrevo le serata chiusa in casa a guardare la pioggia che batteva sui vetri e si mischiava alle mie lacrime senza mai toccarle veramente. Non era la vita che avrei voluto, accidenti!
    La cosa che più mi dava fastidio, a parte il dolore per mia madre, era che sapevo benissimo di meritare qualcosa di più. Non ero nata per vivere in un buco di città di merda come quella, con una famiglia di merda che non mi capiva e mi faceva sentire come se fossi un fantasma! Volevo diventare una rockstar ma non trovavo nessuno che condividesse le mie stesse passioni, i ragazzi della mia età amavano quasi tutti la musica dance, il rap e ballavano l’hip hop per sentirsi fighi.
    Non ero di quel mondo io.
    Il mio mondo era nero, nel mio mondo vivevano i cantanti che amavo e che mi avevano salvato la vita non so quante volte e sapevo per certo che l’avrebbero fatto ancora, all’infinito, con le loro bellissime canzoni, con le melodie rock che coprivano le urla del nostro medio nazista.
    La musica e le parole erano la mia medicina, ma sentivo che il cuore mi esplodeva ogni giorno sempre più senza riuscire a far niente per bloccare il corso impetuoso delle mie esuberanze.
    A 18 anni scoprii una droga eccellente, la più pura che potessi mai trovare, e non la lasciai mai più.
    Non si trattava di eroina, di cocaina o hashish, si trattava di autolesionismo, quello vero, non i soliti taglietti fatti in un momento di follia per poi raccontare in giro che era tutta colpa del gatto.
    Iniziai a sentirmi meglio ogni volta che la lama penetrava nelle mie carni e riusciva a togliere tutto il dolore che sentivo nel cuore, come se stessi purificando il mio spirito.
    Era una sensazione strana, mai provata prima.
    Provai paura, emozione, sconcerto e amore.
    Amore, per la prima volta sentivo di essere amata da qualcosa che non era né una persona, né un animale e né me stessa.
    Il sangue mi faceva sentire amata, mi faceva sentire piena di vita. Non è strano pensare che qualcosa di così macabro e tetro potesse regalarmi la felicità perduta?
    Eppure, nel mio inconscio, sapevo che stava sbagliando tutto. Non era possibile trovare la serenità in un qualcosa di così triste, eppure non potei più farne a meno.
    Ero schiava del dolore.
    Quel dolore che era così dolce e bello.
     
    CAPITOLO 5
     
    L’anno successivo, in ritardo, rispetto a tutti gli altri, mi iscrissi al liceo linguistico dove feci la conoscenza di una ragazza di nome Stella.
    A quel tempo portavo sempre le magliette a maniche lunghe, anche nelle giornate calde di Maggio e spesso, soprattutto i più piccoli, mi guardavano con dei visi stralunati, come se avessero visto un fantasma che passeggiava tranquillamente nei pressi della loro scuola.
    Stella, invece, non mi disse mai nulla, anzi, ricordo il primo giorno in cui facemmo amicizia.
    -Sei nuova?- Mi disse, avanzando verso di me e aggiustando il coletto della camicia.
    La guardai, con diffidenza, avevo paura di lei eprché mi sorrideva in modo troppo gentile. Non eroabituata ad essere trattata bene dagli altri, perciò rimanevo molto sulle difensive.
    -Hey dico a te, che hai paura forse? Non mangio mica- avvicinò la sedia al mio banco e si sistemò meglio, porgendomi la mano.
    Allungai la mia e ci stingemmo in un contatto vivo e sincero, che mi aiutò a sorriderle proprio come aveva fatto bonariamente lei.
    -Non volevo nemmeno venirci in questa scuola, poi però ho cambiato idea ed eccomi qui-
    Mi morsi le labbra nervosamente e strinsi i pugni, come se attendessi un qualcosa di impossibile se sentissi tutto il peso esaustivo dell’attesa.
    -Da quanto fumi?- Notai la sigaretta spenta, una Chesterfield sputata poco prima, si vedevano ancora le strisce di bava nella parte anteriore. Non sapevo che dire o che fare, mi lasciai trasportare dall’emozione, dall’estasi del momento. Non seppi che dire, non lasciai spazio ad altro se non all’immaginazione e gli saltai addoso, fatta come un pinguino. Un pinguino nel bel mezzo del gelo polare. Eh si, i termosifoni erano spenti e nessuno mi aveva mai scaldato il cuore, erciò il casino stava proprio nel nascere, nella mia iperbole del dolore. Io amavo solo coloro che mi facevano impazzire di dolore. Forse perchémio padre era un medico? Forse perché mia sorella non era altro se non una stupida puttanella? Non lo so, ma riuscivo solo a farmi del male, come le droghe. Arrivò il professore, perciò mi staccai da quell’abbraccio tentacoloso, mi rubai la prima scena da sola, come un ladro vigliacco di emozioni e baci. La tipa mi fissò con faccia esterrefatta. Forse era la sua prima esperienza lesbo, la mia idem.
     
     
    CAPITOLO SESTO
     
    Chiusa la storia con Stella mi avventurai nel mondo della droga con maggior insistenza, sempre lasciando il dubbio a gli altri che stessi più o meno bene, non riuscivo nemmeno io ad agitarmi per davvero o calmarmi come un pulcino appena nato. Detestavo avere gli occhi addosso dei miei parenti. Per esempio i Natali, quando entravamo in chiesa, tutti mi fissavano con sguardo alacre ed osceno. Mia zia materna mi regalò un completino intimo che usai per accendere il fuoco di quel dicembre freddo e ispido, mia mamma non si rese conto che era tempo di auguri e mia sorella cambiò di nuovo ragazzo, come se questo le facilitasse il compito di oca giuliva che ricopriva da quando aveva solo quindici anni. Senza avere una minima idea di cosa volessi fare appena compiuti i vent’anni, oziavo standomene in giro, lasciando che la mia vita segreta fosse resa pubblica dalle mie scorribande a scuola. Ancora frequentavo la terza superiore. Ero stata bocciata per ben tre volte e mentre mia madre mi richiamava circa il mio assurdo comportamento, io le sbattevo in faccia le pagelle più orrende che una figlia possa mostrare in casa. Zero in condotta, uno in italiano e tre in matematica, per non parlare delle lingue straniere e dell’educazione fisica in cui chiedevo sempre di lasciar perdere a causa del ciclo abbondante. Ma non era mica vero. Ero bravissima ad inventare ogni giorno una scusa nuova e ad apprezzare sempre più il dolore. Mi chiudevo in bagno. Limone, cucchiaino, vena e laccio emostatico. Quello era il mio cibo preferito. La mia essenza. Aun giorno, inaspettatamente, all’uscita di scuola, vidi una macchina ferma davanti ai gradini, di fronte al grande cancello rosso. Alla guida vi era sistemato un signore di mezza età, con il volto quasi coperto da una sciarpa e dal giornale che stava leggendo. Mi fece cenno di avvicinarmi. Non provai la benché minima paura. A quel tempo non mi spaventava nulla, a parte il non far niente.
    -Bella ragazza, che ci fai qua tutta sola?- mi disse, avvicinandosi con l’abitacolo per guardarmi meglio.
    Dopo cinque minuti giacevamo assieme in una camera d’albergo nettamente pagata da lui, nonostante fossimo in un albergo di lusso e lui non fosse il principe di Glles. Eppure mi piaceva. La situazione era incredibilmente folle eppure mi agitava il fatto di essere fra le braccia di un uomo di quasi cinquant’anni, che mi ricopriva di fiori, di attenzioni e di lussureggianti amori estivi. Passarono tre estati, tre stagioni perfette, fatte di droga, sesso e rock and roll. I suoi dischi erano fighissimi e per lui rinunciai addirittura alla scuola. Quell’uomo dal viso mascherato, dalla bellezza primigena, era diventato il mio aguzzino. Mi prese in custodia, mi legò a sé come un negoziante con la sua bella merce. Mi detestava a morte eppure provava per me un amore quasi viscerale, malato e morboso. Io iniziai a sperimentare i primi sintomi di quella che viene definita sindrome di Stendhal, e lo apprezzai sempre più, nonostante tutto. L’estate finì e con essa anche i fighissimi CD dei Rolling Stones. Mia madre tornò dalle vacanze estive e mi beccò tra le braccia del mio amante malfattore, un fottuto ladro spacciatoe di serie B, che ci teneva a far vedere che sapeva farci con le ragazze esperte di eroina. Mi ricordai di quel ‘bel ragazza’ pronunciato tre anni prima, pensai che ora stavo diventando proprio una gran bella donna con due seni favoosi, e che il ciclo non mi arrivava da due mesi.
    -Sei incinta?- mi disse, sorridendo.
    Io non prendevo la pillola perché avevo paura delle controindicazioni, il bugiardino mi metteva l’ansia solo a guardarlo, perciò si, il rischio e l’ipotesi erano altissime, ma non era detta l’ultima parola, e infatti l’ultima fu no.
    Non aspettavamo un bambino, così come Maria non attese Giuseppe per rimanere incinta.
    Il sesso mi disgustava. Lo amavo, si, ma non era la mia priorità. C’erano delle sere in cui proprio non mi andava, vuoi per il mal di pancia, vuoi per il mal di testa, spesso declinavo l’invito con un sonoro vaffanculo smorzato dall’enfasi dell’essermi presa il vantaggio dell’azione su di lui. E il mio caro maritino si rigirava dall’altra parte, mentre io pensavo soo alla pera del giorno dopo.
    Se Eva avesse avuto il mio nome, avrebbe peccato ugualmente.
     
    CAPITOLO SETTIMO
     
    Arrivò l’inverno e mentre attraversavo per caso il passaggio a livello della mia città vidi Stella con un pancione più grande di lei.
    -Stella- le dissi, ma non mi sentì affatto. Lasciai perdere, ma non mi sfuggì il lividio enorme che aveva sullo zigomo destro. Cosa mai le sarebbe potuto accadere se il bambino si fosse fatto male? E se il padre fosse uno zoticone quanto lo era suo padre tre anni fa, quando la conobbi? Me ne andai piena di dubbi e di isteria e per il sicuro mi feci prescrivere dieci gocce di Valium contro l’ansia, giusto per starmene tranquilla nella mia comfort zone. Tornai a casa tranquilla e beata, accesi la tv, sintonizzandomi sul cinque. Non c’era un cazzo di niente. Il gatto mi guardò impassibile. Lo chiamai perché volevo dargli da mangiare, magari qualche piccola crocchetta, qualche caramellina di quelle commesitibili per i gatti, ma lui iniziò a ronfare e socchiudere gli occhi. Con quello sinistro sbirciò l’atrio, e solo dopo capii il perché, mentre con quello destro abbracciava l’idea che Morfeo gli stesse alle calcagna. La porta si aprì ed entrò Carlo, il mio coinquilino con cui facevo sesso disperato da tre anni, e mi prese con forza per le braccia, io urlai oin un moto nervoso e agitato e lui mi strinse più forte il collo, lasciando poco spazio all’ossigeno. Sto morendo pensai, ma solo poco dopo, circa cinque secondi dopom notai che in mano aveva un mazzo di fiori e che la presa si stava allentando. E soprattutto capii che nel calendario era segnato primo Aprile, il giorno degli scherzi.
    -Bello da parte tua fingerti un serial killer, non ti basta già che quando ci siamo conosciuti sembrava volessi rapinare una banca?- gli dico, accarezzandomi il collo doorante. La sindrome di Stendhal non mi passerà mai più. Lui ride e accarezza Bicio, il gatto arancione che va a spasso con Morfeo, e mi guarda fisso, per poi baciarmi sonoramente e promettermi che non lo farà mai più.
    Uomini, come potergli credere?
    - Ho fame- gli dico, stravaccandomi sul divano letto. Lui mi porta qualcosa di cinese, sushi con salmone raffermo, e faccio la faccia un po’ schifata.
    - Non hai qualcosa di più buono? Che ne so, una fiorentina?-
    - -No, mi spiace- wow finalmente ha parlato. L’uomo del silenzio si è espressamente concordato con la solitudine affinché non dicesse mai una sillaba o una vocale ed ora invece l’incantesimo si è rotto, come una siringa. Spezzato come un dolore al cuore.
    - Lo abbraccio ma con poca forza, mangio qualcosa al volo e mi cambio. Chiamo mia sorella, quella troia, e sento che non è raggiungibile. Spargo qualche libro qua e là, vedo Margaret Mazzantini mentre vola fra Khaled Hosseini e Stephen King, il mio autore preferito, e spolvero un po’ in giro, dove capita, tanto c’è sempre tempo per la casa. Casa è dove abbiamo il nostro cuore.
    - Lui si è addormentato sul divano e non lascia spazio all’immaginazione. Proprio carino mentre sonnecchia come un bambino che vuole il suo bel ciuccio.
    - La tv decido di spegnerla, e mentre cambio canale, proprio sul più bello, mi suonano alla porta.
    - Vado ad aprire e trovo Stella con un fagottino in braccio.
    - -Posso?- mi chiede, con una faccia distrutta.
    - Vorrei dirle che l’altro giorno è stata molto maleducata a non rispondere e non avermi salutata, ma lascio perdere. Do’ una sbirciatina al mio maritino, ma dorme come un ghiro e potrei benissimo evitare di svegliarlo facendo meno rumore possibile, invitando emtrambi al silenzio e a togliere le scarpe per non lasciar tracce in giro. Ho una bellissima camera per ospiti proprio accanto alla tv, quindi alla cucina.
    - -Prego, entrate-
    - Stella mi sorride, ma i suoi occhi piangono.
    - Mentre li faccio entrare il mio maritino si rigira tre volte verso destra e mi incute il raro timore che possa farci del male. Chissà perché a volte ho paura che possa sclerare e mandarci tutti al diavolo, me compresa, o puntarmi un coltello alla gola e mandarmi al creatore. Invece non succede nulla di tutto questo e li accompagno in camera da letto. Lei appoggia il piccolo sul letto e scoppia a piangere silenziosamente, abbracciandomi.
    - -Se non avessi te!, se non avessi te!- mi ripete, quasi come un mantra.
    - -Shh, è tutto aposto, calmati, che succede?-
    - - Lui, mi hai picchiata e mi ha mandata via di casa. L’altro giorno ti ho vista ma non potevo fermarmi da te, luimi stava seguendo e avrei potuto mettere in pericoo te e i tuoi familiari. Lui è molto potente e pericoloso, conosce i più ricchi del paese, sa benissimo a chi rivolgersi se vuole la mia testa su un piatto d’argento e sa bene come mettere ko tutti i miei amici più cari. Non vorrei mai che lui facesse ciò che ha fatto a me. Guarda-
    - Mi mostra il lato del viso meno consumato dall’avidità umana, dalla rabbia feroce di un mostro che non ha bisogno nemmeno di essere presentato: suo marito.
    - -Lurido bastardo!- dico io, trafelata e stanca morta.
    - -Possiamo rimanere un po’ di tempo qua da te?-
    - Cerco di non impazzire, metto a posto i circuiti della mia mente, i neuroni e poi le dico spazientita:
    - -Certo, ma non pensare di essere al sicuro qua- e glielo dico con estrema sincerità.
    - Lei guarda il divano e poi quasi sviene.
    - La sola presenza di un uomo in casa la destabilizza a tal punto che inizia a ricordarmi quanto siano stronzi gli uomini e quanto usino le donne solo per fare i loro comodi.- Gli attacchi di panico,- mi dice, -sono causati dalla loro presenza, perché esendo così meschini, scatenano in noi uno stato emotivo talmente sconcertante che noi nemmeno ce ne rendiamo conto e cosa possiamo fare? Nulla, se non denunciare-
    - Mi rendo conto che sta alzando un po’ troppo la voce e le chiedo gentilmente di abbassare i toni.
    - -Scusami, sono abituata al registro che tengo in casa mia-
    - Il bambino dorme come un angioletto e decido di preparare qualcosa che non sia la solita merda che prendo quando mi trovo in situazioni catastrofiche e solo ora mi rendo conto che l’unica cosa che davvero mi riesce bene è dorgarmi. Eroina pura.
    - -Tu ti droghi ancora Ellie?- ecco che la ragazza non si fa i cazzi suoi. Sembra avermi letto nel pensiero e nonostante le voglia un gran bene dell’anima la guardo un po’ storta, accorgendomi del suo rifiuto nel comprendere il mio atteggiamento.
    - -Si. Sono una grandissima e beatissima drogata. Ho un uomo che non si droga ma che sta con una che si fa’ dal giorno alla notte. Contenta?-
    - -Non era mia intenzione… se vuoi andiamo via- Prende il bambino in braccio e la fermo con un colpo leggero.
    - -No, voglio che stiate qua al sicuro. Lui è un po’ manesco, è vero, io sono una tossicodipendente, ma non siamo assassini come tuo marito-
    - Mi sorride e guarda suo figlio, chiedensoi in quale posto l’abbia mai portato.
    - Andiamo in cucina a sorseggiare un po’ di the alla menta e a ricordare i tempi passati.
    - -Ti ricordi quella volta che mi sei letteralmente caduta addosso davanti al prof?-
    - Rido sbrodolando.
    - -Veramente il mio ricordo personale sta piuttosto nella mancanzan dei termosifoni accesi. Faceva talmente tanto freddo che pur di scaldarmi mi sono finta lesbica.- Ridiamo ininterrottamente e sento lo sbdiglio del mio maritino arrivare dal salotto.
    - Stella sembra un po’ agitata e guarda il bambino che ciuccia beato il biberon come se fosse il seno della mamma.
    - -Non è nulla, vedrai. Non preoccuparti. Don’t worry be happy. Te lo ricordi il motto degli hippie?- E quando mettevamo le coroncine? Bellissime. Sono passati solo tre anni ma siamo cambiate tante. L’unica differenza sta nel fatto che tu hai avuto un figlio e io invece sono ancora una tremenda ragazzaccia- Mi meto in mostra di malavoglia pur di farla ridere e constato che ci sono riuscita fin troppo bene, tanto che versa il the sul linoleum nuovo.
    - -Oh scusa- mi fa’, realmente dispiaciuta.
    - -Ma di che?- le dico, raccogliendo tutto con uno straccio Vileda.
    - Il bambino ride, con gli occhietti chiusi, mentre Bicio soffia e sembra irritato.
    - Basta che si tratti di maschi, i rompicoglioni sono sempre al primo posto.
    - Il mio maritino si alza, si fa un goccio e torna da noi, accogliendo Stella con un saluto forzato.
    - Lei si immobilizza, ansiosa e preoccupata. Le stringo la mano e il the le scivola giù lungo la camicetta, freddo e sensibile al calo di energia del suo corpo. Il maritino vede la scena e si incazza. Volano piatti che non erano mai volati, e tutto per cosa? Perché anziché mettere il pavimento normale c’è questa merda di linoleum a cui tiene moltissimo. Stella urla, piange, il bambino vuole scappare, è piccolo ma sembra abbia già capito il sapore del malcontento, tutto va’ a rotoli e il gatto graffia la mia spalla, come se c’entrasse qualcosa in tutta questa scena.
    - Vedo Stella che apre la porta, azni la spalanca ed esce furtiva come se avesse visto l’angelo della morte, mi abbandona per sempre, mi allontana dalla sua vita.
    - -Fanculo troia!- le fa’ il mio maritino, appesantito dal sonno del pomeriggio.
    - Serataccia per tutti, ma che ci si può fare?
    - Mi vien quasi da piangere, poi mi ricordo dei bambini in Africa, che stanno mille volte peggio di me, e allora smetto e mi rialzo moralmente, rimettendo a posto i cocci di tutta una vita. Mi squilla il telefono, è mia madre.
    - Giornata di merda.
     
    CAPITOLO OTTO
     
    La casa sempre pulita mi da’ il voltastomaco, eppure a lei non sembra fare quest’effetto. Anzi, è così austera nella sua finta perfezione che quasi mi vien da vomitare. Il profumo Chanel numero 5 si sente da dieci chilometri di distanza e quell’anello, il finto solitario che tiene al dito, sembra più un rude esemplare di bigiotteria che un vero e proprio dono degno di gazza ladra.
    -Amore, se ti ho fatta venire qui è perché tuo padre, che come ben sai ormai da più di 14 anni è un medico ben rinomato, vuole farti un regalo che sa apprezzerai tantissimo-
    Mi gira la testa, sento le viscere che si attorcigliano fra di loro e mi uccidono all’istante.
    -Quale sorpresa?-
    -Ti regala la patente e la possibilità di studiare in una dele più rinomate facoltà del paese, ad Ashcroft. Non sei contenta tesoro?
    Chissà perché, le persone false hanno sempre il coraggio di affibiarti appellativi deliziosi e sdolcinati solo quando fa’ comodo a loro o in situazioni apparentemente imbarazzanti come questa.
    -Io non voglio guidare e poi mi basta il mio diploma linguistico, non ti ricordi tutti gli sforzi fatti tre anni fa? Io ora sto con il mio maritino, vogliamo una famiglia e non mi sembra il caso di avere questa cosa morbosa con mio padre, questo atteggiamento viscerale e stupido. Siete persone stranissime, mamma-
    Lei ci rimane male e si guarda l’anello, molto più importante di me.
    -Va bene- dice sorridendo, - almeno però non frequentare più quella schifosa di Stella, quella ragazza non promette nulla di buono-
    -No aspetta, che cazzo ne sai tu di Stella? Ti sei mai preoccupata di me in tutti questi anni? Mi hai mai incoraggiata o hai mai saputo quali fossero le mie priorità o amicizie? Se ho fatto tutti quegli sbagli è anche colpa tua-
    Mi chiudo la porta alle spalle e la lascio cantare ai quattro venti. Insopportabilmente acida e stupida come un criceto. Mi accendo una sigaretta che il vento rischia di portarmi via e mi lascio cullare dalle note di una meldoai che conosco già. The Bitter End che proviene dal mEdia World vicino casa. Aprofitto della scena patetica per rifarmi il cuore, per risanarmelo, ed entro nel negozio. Il CD dei Placebo, ormai quello vecchio, del 2003, è lì che mi osserva con aria nostalgica e malinconica. Prendo le cuffie enormi che sono disponibili solo nello store qua vicino a casa mia e ascolto tutti i brani, tenendo gli occhi ben chiusi. …In our comfort zone, reminds me of the second time that i followed you home, on this winters days. Canta Brian, canta, che la tua voce riesce sempre a tranquillizzarmi e farmi star bene. Non come il mio maritino che mi prende per il collo solo per via del fatto che non cucino bene o come mia madre che vuole a tutti i costi che io diventi perfettina come mia mia sorella Lei vuole fare l’infermiera solo per addolcirsi il suo papà, io invece voglio diventare una cantante perché è nelle mie corde vocali, nei miei sogni e nella mia indole, così come lo è per gli scrittori scrivere e per i naviganti scoprire nuove terre. Io sarò una cantante, proprio come Lenny Filipova che in Hell.o manda a cagare tutti i demoni interiori, dicendo loro che non avranno mai la sua anima, e anzi gli ride pure in faccia! Mitica! Esco dal negozio e mi dirigo verso casa, stanca ma felice.
     
     
     
     
     
     
     
    Inizia a scrivere la tua storia...
    Casa.
    Casa è un posto sicuro. Si dice che la casa è dove sta il tuo cuore. Ne siamo certi?
    Guardavo fuori dalla mia finestra, vedevo il sole mentre scompariva dietro i tetti arancioni delle grandi case, quelle dove la vita funzionava bene, si insomma dove tutto andava come era giusto che andasse.
    Mi chiedevo perché stessi guardado fuori anzichè alzarmi dal letto, sistemarmi i capelli con un picoclo pttine, guardarmi allo specchio e saltar via come un gatto, libera di correre per la strada e fare un giro.
    Poi mi ricordavo che io non ero come quelle persone che vivevano in quelle grandi abitazioni di fronte alla mia allora tutto iniziava a prendere la giusta direzione.
    Stringevo gli angoli del lenzuolo come se dovessi prendermela con qualunque cosa mi balzasse all'occhio, come se anche gli oggetti potessero avercela con me.
    Eppure il dolore non ha intelligenza, perchè riesce ad annebbiarti la mente e farti credere di essere la persona più stupida sulla faccia della terra. Inizi a fare cose che non immagineresti mai e non riesci a capire che comportanodoti in questo modo fai del male solo a te stessa, mentre coloro a cui vorresti sputare in faccia, nemmeno si accorgono del tuo silenzio disperato.
    Solo l'intelligenza e l'amore possono salvarci la vita, le vite di ognuno di noi.
     
    Capitolo due:
    Mia madre entra nella mia stanza, non mi saluta. Ha ragione, poichè io non apro gli occhi e faccio finta di dormire come un ghiro. Sento i suoi passi accanto al mio letto mentre le sue pantofole ( con piccoli fiori rossi su sfondo beige) pestano il pavimento con sfumature marrone chiaro si avvicinano alla finestra, aprendola per metà sollevando l'avvolgibile.
    So che adesso sistemerà la mia borsa nera con uno scheletro disegnato sopra insistendo affinchè si capisca per bene che è stata spostata di qualche centimetro, come se fosse una sorta di rito da eseguire per forza.
    O lo fai o altrimenti non vivrai bene la tua giornata!
    Dopodichè allunga le sue braccia corte verso la scrivania e riordina i pacchi dei fazzoletti ecologici che ho comprato una settimana fa ( amo la natura e rispetto tutto ciò che la circonda) le confezioni di salviette struccanti all'aloe e le due matite nere che ho lasciato sparpagliate accanto al temperamatite per occhi, anzichè riporre il tutto nell'astuccio.
    Ok lo ammetto, sono disordinata, ma come dico sempre nel disordine trovo l'ordine di cui ho bisogno per non perdermi.
    Non oso muovermi.
    Quasi non respiro e nonostante il cuore mi batta all'impazzata a causa della tensione e del nervosismo, non cedo e rimango immobile come una statua greca. Lei si avvicina e mi sembra quasi di vederla mentre mi guarda dormire, non perché le piaccia occuparsi di me, ma perché deve farlo.
    è un dovere, le spetta comportarsi in questo modo proprio come è necessatio che ogni mattina alla medesima ora apra quella maledetta porta a vetri e compia gli stessi gesti, senza tardare nemmeno di un minuto.
    Sento che va via, ha sostato giusto il tempo dovuto e poi è sparita come un fantasma che attraversa un muro, facendomi finalmente respirare.
    Grazie a Dio anche per oggi è finita.
    Spalanco gli occhi incostrati di cispa e nel stropicciarli mi sento meglio, come s fossi rinata. Prendo in cellulare che ho lasciato sul comodino alla mia sinistra e guardo l'orario anche se non ne avrei bisogno.
    So che saranno le dodici in punto e infatti i numeri in rosso mi danno la conferma lampeggiando come lucine di Natale.
    12:00
    Il sole continua ad intrufolarsi nella mia camera, con insistenza, come un ladro che nonostante veda il pastore tedesco oltre il cancello, decida comunque di prendere un piede di porco ed introdursi in casa in cerca del suo tesoro.
    Io non voglio essere il tesoro di nessun sole, di nessuna luminosità.
    Se non odiassi gli occhiali li indosserei come potrei invece indossare senza problemi un paio di calze con i teschi o fatte a brandelli, di quelle che non indossa quasi nessuno per paura di essere giudicato male.
    In cucina il televisore è sintonizzato su un canale che trasmette principalmente musica elettronica e il DJ, con la sua voce squillante si introduce nella mia stanza, come se fosse seduto sul bordo del mio letto e volesse a tutti i costi buttarmi giù o farmi sentire il suo nuovo maledettissimo disco patetico.
    Ormai ci ho fatto l'abitudine e non sbuffo nemmeno più, ma i primi giorni è stato quasi come vivere in un incubo.
    Le mattine le trascorro sempre sola nella mia stanza a dormire fino a tardi perché non voglio dover pensare alla mia vita durante le ore diurne che detesto.
    Mia madre non lavora, o meglio, ora non ha nessun impiego ma tanti anni fa, molto prima che io nascessi, ottenne un posto nella sua città natale,che dista solo otto chilometri dal paese in cui vive assieme a tutta la famiglia da più di venticinque anni, solo che non l'hanno mai richiamata per dirle che l'avrebbero presa fissa.
    Se c'è qualcuno che è riusciuto a mettersi in proprio e mandare avanti tutti noi quello è il medico di casa.
    Non voglio chiamarlo padre e più avanti scoprirete il perché.
    Mia sorella, Theresa Dobren, ha venticinque anni e non posso certo dire di amarla come si dovrebbe invece amare una sorella.
    A lei piace uscire ogni sera con il suo ragazzo, Michael Lerner, uno stronzo di trent'anni con gli occhi celesti e i capelli biondo cenere. Io le dico sempre ( solo quando ha quei cinque minuti buoni da dedicarmi) che è un ragazzo sensa senso, che mi sembra un pupazzo, uno finto, ma a lei non interessa e mi guarda male se solo dico queste cose davanti a lei. Lui le regala vestiti corti e costosi, scarpe altissime e profumi dalle fragranze più seducenti e intense.
    Sembra di avere a che fare con uno sceicco ma in realtà è un mantenuto e non discende da nessun arabo, anzi!
    Lui la porta ogni estate a Barcellona, non perché voglia farle visitare il centro storico oppure i monumenti più importanti, no, solo perché è la città in cui ormai vanno tutti i ragazzi, è diventata una moda portare la propria ragazza in Spagna e quindi anche lui da perfetto ragazzo di merda deve far ciò che fano tutti i suoi amici e i suoi coetanei.
    Più ci penso e più mi viene da vomitare!
    Se lui è un idiota, lei è una di quelle classiche ragazze che si interessano solo di moda, di gossip, dei ragazzi che piacciono a tutte le ragazzette stupide della scuola, le interessa solo questo, solo apparire ed essere sempre in mostra.
    Tutto il resto, il mondo che c'è là fuori accanto a lei, per una ragazza come mia sorella è solo vuoto, è solo un cerchio che la soffoca e basta. Noi non siamo una famiglia, noi per lei siamo soltanto un peso.
    Non la telefono mai, non mi preoccupo di che fine possa fare, per me può andare al diavolo domani stesso! Torna ad orari assurdi mentre io sto dormendo e sento solo la sua voce ( impastata dall'alcool) mentre mi chiede se sono già sprofondata nel mondo dei sogni e prendendomi in giro perché vado a dormire troppo presto.
    Non mi muovo, proprio come non oso muovere nemmeno un braccio quando la mamma entra a controllare che tutto sia al solito posto, per il suo 'vizio dell'autocontrollo forzato' e respiro a fatica perché ho paura che se oso lasciarmi andare e tirare un lungo sospiro, lei possa sentirmi e iniziare a chiacchierare parlandomi di tacchi, di bevande alcoliche e di baci che le son stati rubati mentre ballava sul cubo.
    Non voglio sentire stronzate alle quattro del mattino.
    Mia sorella è un idiota senza cervello e non capisco come possa avere il mio stesso sangue.
    Domattina dovrò andare a scuola e ho mal di testa, mi sembra di avere qualcuno accanto a me che insistentemente sta calando un martello dritto sul mio cranio per farmi impazzire.
    Mi giro a sinistra allungando il braccio verso il vuoto mentre con la coda dell'occhio mi assicuro che lei si sia già sdraiata e magari stia dormendo, finalmente.
    La sento mentre sfila la maglietta e lancia i tacchi ( 20 centimetri) contro la parete rosa, la sua parete.
    Noi non abbiamo una camera singola, o meglio, dormiamo nella stessa stanza ma ognuna ha i suoi spazi, che sono completamente differenti l'uno dall'altro. La mia metà è più piccola e ha le pareti nere, qua e là ho appeso i poster delle band che mi stanno a cuore come gli Slipknot, i Motley Crue e gli Smashing Pumpkins, ho varie foto di cantanti come Ronald Joseph Radke e Sebastian Bach, mentre sorridono al pubblico e io immagino che sorridano perché vivono con me. Ho il comodino con sopra una lampada verde che detesto ma che non posso cambiare perché aspetto di compiere diciotto anni per andarmene di casa oppure trovare un buon lavoro che mi permetta di comprare le cose che mi piacciono.
    Theresa invece ha il suo lato ' da principessa' come piace chiamarlo a me, perché sembra di essere in un angolo di un castello in stile 'Raperonzolo', peccato che Michael non possa certo definirsi un principe azzurro.
    Preferisco i rospi ad uno come lui.
    Mia sorella di notte dorme con un pupazzo gigantesco di Helo Kitty con addosso un tutù rosa e al collo porta un bavaglio con la scritta 'I'm a perfect princess, and you?'
    E ogni qualvolta mi capita di imbattermi in quella schifezza penso, Non sono una principessa ed è meglio che non ti dica che cosa sono perchè non è niente di bello.
    Lei ama i peluche, io amo le borchie.
    La differenza non sta tanto nel fatto che ci vestiamo in modo diverso e ascoltiamo musica differente o frequentiamo posti completamenti diversi l'uno dall'altro, ma nel modo di comportarci con le persone e anche tra di noi.
    Io non la insulto mai, mentre lei non fa altro che prendermi in giro e a volte arriva persino a farmi dei dispetti nonostante siamo molto più grande di me. L'anno scorso, quando uno di suoi tanti ragazzi che le ronzano attorno l'ha lasciata per un'altra che aveva vinto ad un concorso di bellezza portandosi a casa la fascia di Miss Sorriso' se l'era presa con l'unico poster dei Green Day che ero riuscita a conservare con cura.
    L'aveva strappato in tre pezzi mentre tra le lacrime diceva che i miei gusti, i miei modi di fare e solo la mia presenza la rendevano nervosa e che addirittura lui ( Un certo Nik non so cosa, che nè io nè i miei genitori hanno mai visto nemmeno una volta) l'aveva lasciata perché si vergognava di uscire con una ragazza che aveva una sorella così strana.
    Io avevo riso dicendole di prendersi una camomilla e di lasciar perdere quel tipo di ragazzi perché tanto l'avrebbero solo usata e basta.
    Lei aveva imprecato urlando e dicendo che io dovevo stare zitta perché non potevo parlarle in quel modo, proprio io che non uscivo mai con nessun ragazzo.
    La principessa ora era stesa a terra con la gonna stropicciata e il rimmel che le colava giù per l guance trasformandola più in una prostituta che in una gran dama quale vuol far credere di essere.
    Che schifo ! Invidio tutti quelli che non hanno fratelli o sorelle, li invidio davvero!
    Ora dovrei parlarvi del dottore non è vero?
    Il medico di casa torna quando si ricorda che esistiamo, quando nella sua mente una lampadina, come un barlume di speranza, si accende a intermittenza e gli ricorda che più di vent'anni fa ha deciso di crearsi una famiglia e che non basta l'albero genealogico per dire che io sono sua figlia o un documento come la carta di identità dove appare il suo cognome accanto al nome Ellie.
    Torna con il suo sorriso da ebete, come se volesse dire ' eccomi, finalmente, sono tornato dalla grande guerra che stavolta devo ammetterlo mi ha trattenuto un po' troppo, ma oh sono qui e mai e dico MAI mi sarei dimenticato della vostra esistenza.
    Questo succede sempre.
    Che cosa dovrei pensare? Di essere voluta bene da un un uomo che sedici anni fa ha aiutato mia madre a generarmi? Dovrei essere certa del fatto che una persona che non mi guarda nemmeno in faccia non appena apre la porta di casa e tiene lo sguardo basso, possa essermi vicina nei momenti difficili?
    Sapete, quando avevo dieci anni presi la varicella per colpa di una compagna di classe che anzichè rimanere a casa per almeno tre settimane o un mese intero, si era incollata alla sedia e aveva voluto a tutti i costi seguire ogni lezione, senza preoccuparsi delle persone che avrebbe contagiato. Io beccai la malattia subito, assiem ad altre due ragazze, Rose Lorens e Virginia Pertrel.
    Me ne stavo a letto, a soffrire tra la febbre alta che a volte scendeva e a volte risaliva come se fossi su una montagna russa e il gioco fosse molto divertente, tra il prurito talmente forte che Dio solo sa cosa riusciva ogni volta a frenarmi dal non staccarmi la pelle a morsi! Per fortuna mia mamma ( quando ancora non aveva manifestato tutti i suoi sintomi da disturbi ossessivo-compulsivi) mi aveva spiegato che in casi come quelli, ( una sera d'estate mentre bevevamo una limonata ghiacciata sedute sul dondolo in veranda mi aveva parlato delle malattie dei bambini, quelle che prima o poi prendiamo tutti nella vita) l'unico rimedio per non diventar matti era cospargersi sul corpo del borotalco mentolato ( o in casi in cui non fosse possibile reperirlo in fretta, andava benissimo anche quello normale) che avrebbe reso la pelle fresca attutendo il malessero fisico dovuto alle vesciche.
    Diventai un mostro nel giro di due giorni, in una settimana assomigliavo ad una grossa fragola e in un mese, quando ormai le grosse bolle iniziavano ad abbandonarmi ( grazie tante!) finalmente potevo guardarmi alla specchio senza provare un senso di ribrezzo.
    Voglio dire, non sono così stupida da pensare di dovermi voler così male solo perché non potevo ammirare il mio faccino normale, ma andiamo! Chi non si è odiato nel vedere il proprio riflesso mutato, come se all'improvviso Biancaneve per uno strano sortilegio si fosse trasformata di punto in bianco in uno zombie o nell'abominevole uomo delle nevi.?
    Sarebbe riuscita a non disprezzarsi almeno un poco?
    Credo di no.
    Bene, in tutto quel tempo mio padre lo vidi solo due volte. La prima fu quando mi disse che era entrato nella mia stanza perché stava cercando il suo libro di medicina ( specificando che si trattava del volume riguardante i casi più esasperanti) e la seconda quando riuscii ( seppure a malapena) ad alzarmi dal letto e andare in cucina, aprire il frigorifero per prendere un bicchier d'acqua e tornarmene buona buona in camera aspettando che la malattia passasse del tutto. Lo trovai seduto di fronte al tavolo con una marea di documenti, fogli , ricette mediche e un computer portatile aperto su alcune pagine in cui si trattavano argomenti di psicologia e in cui alcuni utenti chiedevano consigli ai migliori medici della zona.
    Avevo sbirciato facendo finta di dover prendere un altro bicchiere e con la coda dell'occhio avevo letto il titolo in alto, come se si trattasse di una pagina di giornale.
    La frase, lampeggiante e scritta in rosso ( sembrava quasi un semaforo impazzito) diceva più o meno così: ' Peri i casi più disperati, i migliori dottori da esasperare'
    Quasi mi venne da ridere e per poco non lasciaoi cadere per terra la bottiglietta d'acqua e i bicchieri. Ero incerta se applaudire facendo sentire tutta la mia falsa accondiscendenza o andar via con passo svelto e silenzioso, poi optai per una scrollatina di capo e andai via chiudendomi l'accappatoio sul petto. Avevo i brividi sia per il freddo che per il gelo interno che avevo provato in quell'istante.
    Lui aveva sollevato solo per dieci secondi lo sguardo verso di me, e non sono nemmeno sicura se mi avesse realmente riconosciuta e addirittura VISTA. Non so se pensasse che fossi un fantasma, un apparizione mariana o se mi vedesse come una ragazza qualunque che si era introdotta nella sua cucina ( lui ci teneva molto affinchè tutti sapessero che quella era la SUA casa anche se in realtà non aveva mai fatto chissà quali sacrifici per ottenerla, solo botte di fortuna) senza che si sapesse realmente chi fosse.
    Ero contenta per lui, dovrei forse negarlo solo per salvare me stessa?
    Ero felice perché finalmente avevo capito che cosa non andava in lui. Finalmente sapevo che potevo mettermi il cuore in pace, lasciare che la mia vita proseguisse come un fiume in piena e arrivasse a sfociare da qualche parte, qualsiasi parte, senza sosta, finché non avrei sicuramente ottenuto di meglio, molto più di ciò che mi aveva potuto offrire lui con le sue mancanze.
    In lui non andavano tante cose, troppe. Non andava il fatto che non ci fosse mai, che quando rimaneva era come se la stanza fosse vuota. Lui era quel tipo di mancanza che quando non c'è ti manca ma allo stesso tempo hai paura di aver vicino perché sai che ti farebbe solo del male. Un po' come quando vogliamo avvicinarci ad un leone o ad un altro animale feroce perché amiamo i felini più di qualunque altro cosa al mondo ma abbiamo il timore ( anzi ne abbiamo la certezza, una certezza infinita e sepolta nel nostro cuore) che l'avvicinarci a loro significherà sentirci male e bene allo stesso tempo. Ci faranno male, un male da cani, ci sbraneranno di sicuro ma vogliamo stargli vicino perché poterli avere al nostro fianco ci renderebbe felici almeno per qualche ora, vogliamo provare piuttosto che provare ad avere dei rimpianti.
    Io avevo paura di lui eppure avevo molta più paura di non averlo più un domani o il giorno stesso in cui magari non sarebbe più tornato a casa.
    Perché doveva succedere questo? Incontravo tante persone che vedevo per due minuti soltanto e nonostante mi rimanessero impressi nella memoria come puzzle, dopo qualche ora li scordavo come si dimenticano i vecchi amori adolescenziali.
    Avevo solo cinque anni quando mi resi conto che era il padre sbagliato, non solo perché non fosse presente, ma soprattutto perché era presente nella maniera più errata possibile e questo faceva più male del suo 'starò via per molto tempo perché sono occupato, piccola mia'
    Ciò che lui non capiva era che io non volevo essere chiamata piccola mia, io avrei preferito esser trattata come una tossica, come se fossi una stupida o come se non fossi la bambina che lui avrebbe voluto, avrei preferito qualche schiaffo a tutti quei silenzi. Io non sopportavo la sua mancanza d'affetto, il suo non volermi mai parlare, il suo abbassare lo sguardo quando io cercavo i suoi occhi per cercare di fargli capire che se solo mi avrebbe guardata avrebbe capito che io gli volevo davvero bene.
    Non lo chiamavo mai papà, forse è capitato qualche volta, raramente, ma ogni volta sentivo come se stessi riolgendomi ad un estraneo e così preferivo non dire nulla e chiudermi in me stessa, in un mutismo così sciocco per gli altri che spesso mi guardavano male, come se stando zitta avessi ucciso delle parole di un'importanza vitale.
    Ma loro non sapevano. Loro non sapevano niente.
    Non voglio dire che siano mai successe cose bruttissime nella mia famiglia, a parte il fatto che mia sorella una sera esordì dicendo che avrebbe chiuso con i libri per dedicarsi totalmente alla vita notturna, ma non posso nemmeno dire che siano stati anni idilliaci.
    Se fosse stato così ora non starei qua a parlarvi della mia vita segreta.
    Avete voglia di starmi a sentire giusto?
    E allora seguitemi.
     
     
    Capitolo tre:
     
    Se state continuando a leggermi è perchè siete curiosi di sapere che cosa avrò da dirvi, bene, vi parlo con il cuore in mano perché ho tenuto questa storia segreta per troppo tempo, come un vecchio libro chiuso in cantina a prender polvere.
    Ora ho voglia di raccontare tutto a tutti.
    Non sono mai stata brava in matematica, ho sempre odiato i numeri proprio come una persona allergica ai latticini può detestare un piatto di pasta al burro. Sono nata per le parole, io mi ci immergo totalmente, in una canzone, in una poesia, in una frase scritta a metà sul muro di una vecchia stazione, non importa se siano le parole di un mendicante o di un letterato, non mi interessa se siano vecchie lettere scritte con la penna stilografica o parole scritte tramite un computer magari chattando. L'importante è che le sillabe, le lettere diventino immagini nella mia mente e riescano a farmi sentire libera e leggera.
    Per questo adoro leggere e scrivere, perchè le parole, i romanzi, mi fanno sentire amata
    L'amore non è qualcosa di incredibilmente unico e inafferrabile? Eppure posso prenderlo in mano ogni volta che compro un buon libro e posso riguardarlo altre centomila volta sullo scaffale della mia libreria prima di andare a dormire e sognarlo altre mille volte e mille ancora.
    Sull'amore possono fare anche gli sconti del 50% eppure rimane sempre un amore bellissimo e magico.
    Ciò che non ho mai capito è perchè siano proprio gli oggetti quelli che riescono a capirci meglio, proprio loro che non parlano, non trasmettono emozioni in quanto non dicono altro se non ciò che noi vogliamo che essi ci dicano attraverso i colori, i suoni, la forma che essi assumono. Forse perchè l'amore non ha bisogno di parole? è per questo? è possibile?
    è impossibile invece che un padre non riesca a farsi amare a ad amare, questo è davvero impossibile eppure possibile, tanto da preferire un qualsiasi libro a lui.
    Il 1995 è stato l'anno in cui è iniziato quello che potrei definire l'esordio, il preludio a tutta una serie di eventi che mi hanno portata a quella che sono oggi, una persona che se non avesse passato tutto quello che ha passato non avrebbe scritto queste parole. Come spesso si dice, a volte bisogna ringraziare coloro che ci hanno recato tanto male, perché in fondo sono gli unici che riescono a farci capire quando meritiamo di volerci bene.
    Tutti noi conosciamo bene la storia della Germania, non intendo TUTTA nel vero senso della parola, ogni piccola cosa che è successa, tutte le guerra, non dico che dobbiamo essere tutti a conoscenza degli orrori del nazismo, ma so per certo che almeno il 60% della popolazione mondiale sa bene che nel 1989 crollò il muro di Berlino.
    Per la Germania fu una liberazione, non vi erano più una scissione, tutti vivevano nella stessa zona, non si doveva più parlare di Berlino est e Berlino ovest.
    IL 1989 fu l'anno della vendetta, della ribellione e del riprendere in mano la propria vita.
    Per me il 1995 è stato il crollo delle mie certezze, il caos generale nella mia vita, quindi diciamo che anche dentro me è caduto un muro, ma che ha portato ad un collasso, ad una crisi nervosa senza precedenti.
    Ero la Berlino di cui nessuno avrebbe parlato mai nei libri scolastici o nei quotidiani.
    Ero l'unica, assieme a mia sorella e a mia madre a sapere che nella nostra famiglia, sotto lo stesso tetto, viveva un nazista non tedesco.
    Non sono mai stata in Germania eppure ho letto alcune cose riguardanti quel posto, un bellissimo luogo circondato dal verde, da alberi bellissimi, giardini, fiori, alberghi meravigliosi e persone dal cuore freddo ma gentili e particolari. Non ci sono mai stata perché non ho mai potuto prendere un aereo e partire all'avventura dato che ero molto piccola, ma anche se avessi potuto, non avrei scelto di visitare quella nazione, perché la Germania ce l'avevo in casa tutti i giorni, ad ogni ora.
    Se Maometto non va alal montagna, la montagna va a Maometto.
    Io ero molto piccola come dicevo, e la mia sfortuna sicuramente è stata quella di essere una bambina troppo sveglia, troppo sensibile, ma non sensibile nel senso che piangevo per ogni minima stupidaggine ( ok, piangevo moltissimo per una serie di cose che non sto ad elencarvi per non annoiarvi) nel senso che sentivo la vita in una maniera differente da come la sentivano la maggior parte delle persone.
    Vi faccio un esempio: a soli 5 anni, mentre mia mamma mi teneva in braccio ( nei periodo in cui vivevamo ancora nella vecchia casa dove al pianterreno stavano i miei nonni da soli) ad un certo punto sentimmo che qualcuno stava salendo le scale. Io mi voltai ( a detta del racconto che mi fece mia mamma molti anni dopo) e iniziai a sentirmi male, ad avere una sorta di premonizione nel momnto in cui vedevo che la persona che stava entrando in cucina era un signore ( non cattivo, secono quanto dicevano tutti in pase) che conoscevano bene i miei genitori perché era un parente alla lontana.
    Ero così piccola e indifesa, non potevo minimamente sapere il suo nome, non potevo sapere s fosse bravo o malvagio, non avrei distinto la bontà dalla cattiveria, eppure, nel mio cuore sentii che non era un brav'uomo, non ci si poteva fidare! Inizia a piangere non appena lui posò le mani accanto al mio viso per darmi una leggerea carezza, come un padre, e lui si ritrasse rimanendoci malissimo e ridiscendendo le scale, non prima di aver chiesto :- Ma che cos'ha questa bambina? Non le ho fatto proprio niente'-
    E aveva ragione, perché non aveva fatto proprio niente di male, e io non sapevo perché mi comportassi in quel modo, sapevo solo che avevo provato un senso di terrore nel vederlo.
    Ho sempre pensato di essere una bambina con segli strani poteri, non voglio dire che un giorno mi sia alzata e abbia dato fuoco alla casa tramite la pirocinesi o che abbia fatto volare i mobili della cucina per poi riposizionarli come prima, no niente di tutto questo.
    La mia caratteristica stava nel riconoscere a pelle, tramite la vicinanza, l'anima delle persone. Scrutavo ciò che avevano potuto fare, ciò che non avevano fatto ma avrebbero voluto fare con tutta l'anima. E spesso, quand qualcuno aveva in mente di compiere delle brutte azioni, come semplicemente tradire la propria moglie anche in futuro, piangevo e piangevo, impaurita dalla loro cattiveria.
    Raiallacciandomi al fatto che il 1989 fu in maniera distorta il mio personale 1995, voglio farvi capire quanto c'entri la mia condizione ( la mia dote naturale di prevedere tanti avvenimenti e sentire le negatività della gente) con tutto ciò che accadde da quell'anno in poi fino a qualche mese fa.
    Prima che io nascessi la vita del miei genitori filava in maniera corretta, non che fosse mai stata la classica coppia tutta rose e fiori ma non erano mai successe cose troppo strane o eccessivamenti brutte, quelle che io definisco ' gli errori di percorso irrimediabli'. Si erano conosciuti in montagna, mio padre a quel tempo ( aveva circa 20 anni) insegnava scii a delle ragazze molto carine che spesso perdevano la testa per lui, ma quell'uomo così schivo ma apparentemente dolce ed educato, non vedeva in loro altro che sesso. Vedeva delle belle gambe, delle curve prominenti ( forse si confondeva con i monti) e nient'altro.
    Poi, dopo circa tre anni di insegnamento, arrivò una bellissima ragazza di diciotto anni, magra e con i capelli biondo cenere ( mia madre portava sempre un fermaglio nero, diceva che era il suo portafortuna contro le malelingue delle signore anziane regalatole da mia nonna materna quando aveva solo otto anni, da allora non l'ha più tolto!) e lui, schivo e perfidamente meschino, non se ne innamorò ma se ne infatuò in modo malato tanto da farle credere che l'avrebbe amata alla follia.
    Da quel giorno, dopo soli sei anni e due mesi, si trovarono a dire un sì davanti al prete vestito di bianco che si dimenticò di avvertire il nazista che ora poteva baciare la sposa.
    La prese in braccio e uscirono dalla chiesa sommersi dai chicchi di riso che si infilarono ovunque, soprattutto tra i capelli di mia mamma che erano tenuti fra loro in alto, come una sorta di mogno, lasciando scivolare lungo le spalle due ciocche di capelli di un colore simile al ramato.
    Era bellissima e spesso piango riguardando quelle foto, sento come una specie di malinconia nel non esserci potuta essere quel giorni, in quella data così importante per lei.
    Il viaggio di nozze procedette abbastanza bene, scelsero di trascorrere una settimana e mezzo in Israele, ( non ho mai capito perché due sposini dovessero andare proprio in una terra così poco adatta per una luna di miele) scattarono tantissime foto, risero, si amarono come il primo giorno in cui si videro e poi tornarono a casa portando alcuni regali ai parenti più importanti.
    Poi arrivai io, due anni dopo il matrimonio. Arrivai a Gennaio, a metà mese. Arrivai tra i freddo e i ricordi di un Natale rascorso in compagnia di tutta la famiglia al completo, tra candele rosse, regali scartati in anticipo, dolci, buffet da far scoppiare la pancia anche ai più magri e giochi di soscietà da terminare alle tre del mattino.
    Arrivai in un modo inaspettato, non era nei loro piani avere un figlio e perci° non fui accolta con tutto l'amore del mondo. Beh non posso nemmeno dire di non esser stata voluta bene, per carità, d'altronde mi sarebbe potuta andare molto peggio, tutto sommato dal 1990 al 1994 tutto filò liscio come l'olio.
    Poi qualcosa cambiò, non so se si trattasse di un cambiamento dovuto al fatto che io fossi una bambina strana, ingestibile e che spesso evitava i contatti umani ( quelli che ritenevo cattivi, ma loro come potevano capirlo?)oppure se quella discesa verso l'inferno fosse la conseguenza di un caos generato anni prima e che solo ora si decideva a sfogare in un vero e proprio mare in burrasca.
    Credo che un insieme di fattori, orribili, abbiano fatto sì che il nostro microcosmo diventasse un vero e proprio mondo di merda. Una realtà dove tutto ciò che sarebbe dovuto essere normale diventava assurdo, già dal primo momento della giornata.
    Non c'è mai stato il momento in cui ci si sedeva attorno al tavolo e si faceva colazione davanti ad una tazzona di caffèlatte e miele o fette biscottate. Mai! Il pranzo è sempre stato qualcosa di passeggero, come se fosse un rito da eseguire solo per riempire lo stomaco, ma di sincero, di 'fatto con il cuore' non c'è mai stato nulla e questo, in una casa, è una delle cose più terribili che possano accadere, a mio parere.
    La colazione, il pranzo, la merenda, la cena. Magari fossero stati solo questi i momenti brutti, in cui succedevano le cose tremende. Il vero problema era mangiare con il cuore in gola mentre ci si chiedeva cosa sarebbe successo dopo, nelle ore vuote in cui ci deve essere sempre qualcosa da fare a meno che tu non voglia crogiolarti al sole come una lucertola nullafacente o d'inverno accucciarti come un gatto davanti al camino per tutta la sera. Io non ero una di quelle ragazzine che stavano ferme per troppo tempo, se non per il tempo necessario in cui mi dedicavo alla scrittura, al massimo tre ore al giorno.
    Dal 1995 in poi capii che il nostro microcosmo era ancora più micro di quello di tutti gli altri, dove non c'era posto per le belle sensazioni, per gli 'Happy Ending' e le risate spontanee. Da quell'anno capii, anzi imparai che la tristezza per me era un 'must' qualcosa che doveva esserci sempre sia che lo volessi o no. L'infelicità era la regola sancita da un uomo che non poteva in effetti chiamarsi uomo ma che tutti, all'infuori di mel lo consideravano così solo perché era un medico.
    Non sapevo che i medici avessero così a cuore la salute dei loro pazienti e un'incredibile nonchalance nei confronti della propria famiglia, Dio che bel mondo! Questo lo iniziai a pensare all'età di sette anni quando ero ancora troppo piccola per sezionare le parti più microscopiche delle persone e dividerle in medici bravi e medici scadenti. Più avanti, all'età di undici anni capii che quello che avrei dovuto chiamare Papà o Babbo ( ma che in realtà non avevo mai fatto, salvo due o tre volte in cui mi ci sentii costretta ) era tra i pochi dottori che riuscivano a comportarsi così incredibilmente bene con persone che non avevano mai visto prima ( e questo solo perché appena finita la visita spillava loro tanti di quei soldi che poi avrebbero dovuto mangiare pane e cipolla per almeno un mese intero)e così maledettamente male con quelle persone che avrebbe dovuto amare.
    Questo mi fece male e bene. Male perché msentii una fitta dolorosissima al cuore, come un tradimento, e bene perché iniziai a capire che quell'uomo non era tutto il mio mondo, non girava tutto attorno a lui fortunatamente.
    Furono gli anni del tutto e del niente, in cui lo vedevamo pochissimo, due o tre ore al giorno, ma non riuscivamo nemmeno a ricordarci come fosse vestito, se ad esempio quel martedì mattina avesse indossato lo stesso paio di pantaloni che aveva messo il lunedì sera o se avesse le occhiaie sotto agli occhi. Non riuscivo a capire se stesse male, se per caso avese bisogno di una camomilla ( mia mamma spesso rimaneva zitta e stringeva i pugni per trattenere l'imbarazzo causato dai suoi stranissimi comportamenti mentre rimuginava sul fatto che forse era l'ora di prendere una tisana che poi beveva puntualmente da sola) Iniziava a farsi conoscere per quello che era sempre stato o per quello che stava diventando, un mostro.
    Theresa ( mia sorella) non faceva caso al dolore che provava mia mamma, a lei bastava che gli abiti fossero sempre in ordine, che la mamma fosse sempre disponibile quando serviva qualcuno che mettesse in funzione la lavastovoglie, la lavatrice, il phon, la piastra elettrica per i capelli ( rigorosamente con piastre di ceramica per non sciupare i suoi preziosi capelli da Raperonzolo) ma per il resto, era come se nostra madre non esistesse.
    Scambiò l'amore per una forma di dovere, ci mise tutto il cuore possibile per farla impazzire, come se quella donna fosse la sua schiava, come se già non stesse soffrendo abbastanza per il disagio provocatole da suo marito ( che matrimonio fallito!) che la faceva sentire sola al mond, sola con i suoi fantasmi del passato.
    La mia famiglia a quel tempo era ed è stata per lunghissimi anni un apocalisse continua, una guerra sensa sosta, dove il nazista-medico tornava alle tre del mattino, spesso ubriaco fradicio e con addosso l'odore di alcune gocce di Chanel N°5 vicino ai lobi, ( quel profumo, sentirlo arrivare dal corridoio e infrangersi tra i muri delle stanze , compresa la loro camera da letto, era già di per sè la viva immagine della donna che l'aveva avuto addosso, quella sguattera dalle lunghe unghie laccate di un rosso vivo, un rosso d'amore a tradimento. Io lo chiamavo il rosso dell'amante) per poi andare a sbattere di continuo contro la porta del bagno, chiedendoci perchè cazzo avessimo spento tutte le luci della casa, se per caso non fossimo contro di lui, contro il re e lo stessimo prendendo in giro.
    Poi, sbatteva i pugni contro il mobile bianco dove sopra c'era una piccola piantina che innafiavamo ogni giorno e ricordo di aver sempre pensato ' Oh per fortuna non c'è una boccia con dei piccoli pesci rossi che sguazzano allegramente, altrimenti credo che avrebbero fatto una fine orrenda prima o poi'.
    A lui piaceva imporre il proprio dominio, far sentire che lui era l'uomo di casa, non poteva farsi mettere i piedi in testa da noi donne, non voleva e non poteva perché altrimenti cosa avrebbero mai pensato i suoi colleghi se avessero saputo che si faceva sopraffare da delle femmine?
    Poi, l'indomani, tornava a lavoro, impeccabile nel suo camice bianco, accendeva il motore della sua Buick azzurra e andava all'ospedale, a curare i feriti, a visitare l'ennesima donna che aveva subito l'ennesima mancanza di rispetto da suo marito ( mancanza di rispetto che stava a significare un occhio nero , un volto irriconosibile, il lato sinistro della faccia completamente tumefatto e tutta una serie di vessazioni fisiche e psicologiche da cui non uscirne più nemmeno tra dieci anni) tornava a fare la sua vita normale, a mostrarsi per ciò che non era, a far credere al mondo intero che lui, il primario dell'Hospital Down Center Falls, era uno per bene di cui ci si poteva fidare, e che noi, noi eravamo l'esempio vivente di infantilisimo femminile.
    D'altronde, chi avrebbe mai diffidato di un medico?
    Lui era il Dio e noi eravamo solo delle poveracce, sole.
    Sole e nella merda.
     
    Capitolo 4.
    Non ci volle poi troppo tempo affinchè mi abituassi a sentirmi un 'essere senza senso' in quella casa che ormai consideravo più una prigione che altro, non ci misi molto ad abituarmi all'idea che quella bambina così fragile ed emotiva, proprio per questo suo modo di essere, fosse additata come l'ultima ruota di scorta, o come quella che dovesse soffrire troppo. Mi ci abituai, certo, ma questo non significava che tutta quella situazione mi piacesse o che non ci stessi male... anzi! Ma che cosa potevo fare di fronte ad un uomo che iniziava a lamentarsi continuamente, a dire che non valevamo a nulla, che ero stata uno sbaglio, che la loro vita era stata meravigliosa ( non ci avrei mai creduto!) solo prima della mia nascita e dopodiché ( come se io fossi un mostro) era stata tutta una discesa verso gli inferi, senza riuscire a tornare indietro verso la tranquillità.
    E così, senza sapere il motivo, senza averne le colpe, inizia a subire maltrattementi psicologici da parte del medico, da parte dell'uomo che mi avrebbe dovuta proteggere dal resto del mondo. Non ho mai avuto una buona concezione degli uomini proprio a causa di quel signore per bene che poi in realtà era uno schifosissimo pezzo di merda violento e maschilista.
    Usciva di casa alle sei del mattino fischiettando e tenendo sotto il braccio il quotidiano che si faceva comprare dalla domestica ( noi avevamo la signora delle pulizie che in realtà era come una seconda mamma, La signora Jerser, che mai dimenticherò!) anzichè muovere le chiappe e andarselo a comprare lui con i suoi piedi enormi chiusi in quelle scarpe costose.
    Era un sollievo vederlo sbattere la porta dietro di sè mentre spariva girando l'angolo della strada, accendere il motore della macchina e sapere che sarebbe tornato tardi, molto tardi, addirittura il giorno successivo se avesse avuto troppi impegni ( e io speravo con tutto il cuore che la sua agenda fosse stracarica di appuntamenti giornalieri.)
    Quando lui non c'era mia madre era come spenta, iniava a gironzolare per tutta al casa, specialmente in camera da letto, nella mia cameretta e nel bagno, senza motivo, come se avesse preso le chiavi, si fosse infilata il giubbotto e avesse deciso di fare un giro nella piazza del paese. Ciò che mi preoccupava davvero ( e me ne resi conto nonostante avessi solo undici anni) era il suo sguardo. Non c'era, era completamente assente, come se la sua presenza fosse lì solo in senso fisico ma la sua mente fosse altrove, molto lontata dalla casa che stavamo condividendo.
    Ogni tanto mi sorrideva ma se provavo a parlargli del comportamento sbagliato di suo marito lei si allontana o alzava gli occhi guardando il soffitto ( mi sono sempre chiesta se in quei momenti non stesse per caso sperando che il tetto le crollasse addosso e la facesse finita così, senza doversi sentire in colpa) evitando in tutti i modo possibili il mio sguardo. E io allora abbassavo il mio, sentendomi in colpa, come se fossi la causa di tutto quel casino.
    Ma non era così, solo che lo capii molto tardi, troppo.
    Le giornate andavano avanti così, allo stesso modo, come un rito scritto da uno psicopatico. Lui si svegliava e se la sua luna era buona la baciava sulle labbre e le preparava anche il caffè, ma se per un caso si alzava con il piede sbagliato, allora erano schiaffi anche se lei non apriva bocca. La buttava giù dal letto e non le chiedeva nemmeno se avesse ancora sonno, decideva quando dovesse alzarsi, come dovesse vestirsi e poi allora poteva tranquillamente girare per casa come un cane lasciato libero ai giardini pubblici.
    Io non osavo parlare, ma dentro di me morivo dalla voglia di prenderlo a pugni, volevo far capire alle persone che solo io e mia mamma conoscevamo il vero volto del medico che guariva le persone, quello che spesso riceveva bigliettini a forma di cuore dalle corteggiatrici molto più giovani di lui ( a 50 anni vniva idolatrato come un ragazzino di 15 da ragazze di 30!) solo perché se la tirava come se fosse un giovanotto e anzichè spendere un poì del suo tempo prendendosi cura di noi, non faceva altro che conciarsi per bene, mettedo la gelatina ai capelli e passando almeno un quarto d'ora davanti allo spechio scegliendo la cravatta da abbinare al nuovo completo gessato. Che uomo patetico!
    E ogni volta che qualcuno di noi ( più spesso io, perché mia madre e mia sorella rimanevano sempre in silenzio ognuno per motivo diversi; mia mamma perché dipendeva da lui e quindi non poteva aprir bocca e Theresa perché 24 ore su 24 stava con il collo chino e gli occhi fissi su quel maledetto schermo del telefonino) si azzardava a dire qualcosa, come ad esempio che forse non era il caso che usasse tutto quel profumo o che facesse così tardi ogni notte ( nemmeno i medici che si occupavano delle autopsie rincasavano ad orari assurdi quanto i suoi) volavano non solo parole non troppo dolci ma anche sberle.
    Mia madre sorrideva, si accarezzava la guancia arrossata con noncuranza, come se si trattasse di una pagina di giornale e non del suo bel viso e si girava dall'altra parte, ovvero verso il muro, dove nessuno poteva vederla piangere in silenzio.
    Io andavo nella mia camera e mi tappavo le orecchie dondolando sul letto ( spesso assomigliavo ad una psicopatica dei film thriller come la ragazza di 'Don't say a word) facendo finta che non fosse nuccesso niente, cercando di togliere dalla mente l'immagine di un uomo che dovrebbe proteggere sia te che tutta la tua famiglia e che invece la terrorizza costringendola ad odiarlo come se fosse un mostro vero e proprio.
    Questo accadde due, tre, quattro, cento, duecento volte, e ogni volta era sempre peggio ma anche meglio. Peggio, perché mi stavo sempre più rendendo conto che non sarebbe finita tanto facilmente, e meglio perché capivo che tutto ciò che vedevo, le scene che ogni giorno mi toccava subire, stavano assumendo dei tocchi quasi familiari, come se tutto fosse normale.
    L'abitudine, quella sorta di routine macabra e perversa stava facendo il suo effetto malato, come una droga, una pericolosissima e involontaria guerra con se stessi e le proprie paure.
    Senza che nemmeno me ne rendessi conto, dopo diversi anni trascorsi tra minacce, paure, umiliazioni e mancanze da ogni parte della famiglia, ( non avevo parenti che mi facessero compagnia, non avevo zii o zie che mi cercassero per portarmi al parco o cugine che mi volessero a casa loro per giocare assieme o fare anche solo una passeggiata lungo il sentiero che portava al mare non lontano da casa)finii per rinchiudermi in me stessa, nelle mie paure, nei miei tormenti più neri, come se fossi sola al mondo.
    Piangevo, mi buttavo sul letto e mi abbandonavo ad un pianto silenzioso ma intenso, in cui le lacrime sgorgavano a fiotti, come da una fontana inarrestabile.
    Piansi per giorni, per mesi, piansi per ogni volta che i miei occhi avevano visto delle scene disumane, piansi quando non ne potevo più e quando lui alzava troppo la voce perché voleva dimostrare ai vicini che in quella casa comandava solo lui.
    Andai avanti così, mesi e mesi, a piangere di nascosto, ad uscire dalla mia stanza con gli occhi rossi e gonfi, chiudendomi in bagno e sciacquandomi il viso con dell'acqua tiepida. Guardavo la mia immagine riflessa sullo specchio e vedevo la vergogna che provavo nel guardare il mio viso. Mi sentivo in colpa per non esser riuscita a fermare quell'uomo, per non avergli bloccato le braccia, per non averlo potuto denunciare.
    Mi sentivo uno schifo al posto suo, e così, lentamente, con il passare dei mesi, capii che tutta la rabbia che provavo per me stessa e per lui si stava tramutando in odio immenso. Le lacrime si asciugarono e diventai dura con me stessa e con gli altri, provando ad indossare una maschera che non mi apparteneva.
    Inizia con il detestare mia mamma perché non poteva aiutarsi e quindi aiutare me, odiavo quell'uomo perché era la causa di ogni male, odiavo mia sorella, quel'idiota così egocentrica che non si rendeva conto di quanto dolore ci fosse nella nostra famiglia.
    Odiavo tutto e tutti, iniziai a detestare la luce del sole al mattino appena sveglia, odiai tutte le luci della casa, volevo vivere nel buio più completo circondata solo dalla musica che riusciva a sollevarmi il morale. Mi mettevo le cuffie alle orecchie, selezionavo i brani che più si avvicinavano al mio stato d'animo e chiudevo gli occhi lasciandomi cullare dalle melodie dei vari gruppi che amavo. Una settimana la dedicavo agli Slipknot e quindi al nu-metal, alcuni giorni non potevo fare a meno di mescolare la mia angoscia con il post-hardcore ascoltando gli Escape the Fate e tante altre band che stimavo come fossero miei fratelli.
    Quella era la mia vera famiglia, le loro storie, quelle che cantavano, facevano parte di me, pulsavano nelle mie vene come sangue vivo e caldo, mi facevano sentire amata, come se anche io facessi finalmente parte di un mondo che non riuscivo più a sentire mio.
    Ma non bastò.
    Cioè, questo grande coinvolgimento durò molti anni, quasi sette, ma poi non riuscii a farmelo bastare, pensai che forse ero viziata sotto sotto. Si, pensai di volere troppo dalla vita, ma in realtà non era questo il problema. Il vero disastro non ero io o i miei strani pensieri, il vero caos interno era la rappresentazione involontaria dell'estremo caos familiare a cui ero troppo abituata.
    Il dolore causatomi dalle incomprensioni, dall'amore che non c'era e non poteva mai esserci, mi portarono a desiderare sempre di più, a volere il doppio della metà che mi era sempre bastata, che forse mi ero convinta potessi farmi bastare, ma non era più così.
    Volevo amore vero, volevo mangiare a ogni ora del giorni, sopratutto dolci che mi facessero ingrassare e dimenticare tutto. Il mio obiettivo ormai non era essere necessariamente felice, no, il mio chiodo fisso era quello di azzerare tutto ciò che mi recava sofferenza.
    La musica non bastò, allora mischiai il metal e il rock con il cibo, mi ingozzai fino a svenire e non riuscii ugualmente a placare questa mia incredibile sete di vendetta, un intorpidimento forzato dei miei sensi più profondi e quasi sconosciuti. Che cosa stavo diventando? Una persona talmente macabra da spaventare persino se stessa, una nullità o qualcosa di ancora peggio?
    Non dormivo, spesso facevo degli incubi ricorrenti in cui le continue vessazioni di mio padre mi rincorrevano come serial killer armati di coltelli affilati precendendomi in ogni più piccola mossa in strade di campagna senza via d'uscita.
    Arrivai ad un punto di non-ritorno on cui ero sicura di perdere la testa, e infatti la perdetti senza più riuscire a ritrovarla.
    Feci di tutto pur di farmi male, mi chiusi in casa evitando qualsiasi contatto, odiando centinaia di persone che nemmeno pnsavano alla mia condizione, vedevo gli altri come nemici, come abominevoli esseri che ridevano delle mei disgrazie, che mi burlavano di me come fossi un fenomeno da baraccone. Nel mio inconscio da ragazzina disadattata, ero convinta che tutti, nessuno escluso, godessero nel sapere che nella loro città vivesse una persona così distrutta psicologicamente.
    Non trovavo nessuno che potesse salvarmi da me stessa e questo mi uccise a tal punto che pensai di farla finita.
    Che cosa potevo fare? Spesso trascorrevo le serata chiusa in casa a guardare la pioggia che batteva sui vetri e si mischiava alle mie lacrime senza mai toccarle veramente. Non era la vita che avrei voluto, accidenti!
    La cosa che più mi dava fastidio, a parte il dolore per mia madre, era che sapevo benissimo di meritare qualcosa di più. Non ero nata per vivere in un buco di città di merda come quella, con una famiglia di merda che non mi capiva e mi faceva sentire come se fossi un fantasma! Volevo diventare una rockstar ma non trovavo nessuno che condividesse le mie stesse passioni, i ragazzi della mia età amavano quasi tutti la musica dance, il rap e ballavano l’hip hop per sentirsi fighi.
    Non ero di quel mondo io.
    Il mio mondo era nero, nel mio mondo vivevano i cantanti che amavo e che mi avevano salvato la vita non so quante volte e sapevo per certo che l’avrebbero fatto ancora, all’infinito, con le loro bellissime canzoni, con le melodie rock che coprivano le urla del nostro medio nazista.
    La musica e le parole erano la mia medicina, ma sentivo che il cuore mi esplodeva ogni giorno sempre più senza riuscire a far niente per bloccare il corso impetuoso delle mie esuberanze.
    A 18 anni scoprii una droga eccellente, la più pura che potessi mai trovare, e non la lasciai mai più.
    Non si trattava di eroina, di cocaina o hashish, si trattava di autolesionismo, quello vero, non i soliti taglietti fatti in un momento di follia per poi raccontare in giro che era tutta colpa del gatto.
    Iniziai a sentirmi meglio ogni volta che la lama penetrava nelle mie carni e riusciva a togliere tutto il dolore che sentivo nel cuore, come se stessi purificando il mio spirito.
    Era una sensazione strana, mai provata prima.
    Provai paura, emozione, sconcerto e amore.
    Amore, per la prima volta sentivo di essere amata da qualcosa che non era né una persona, né un animale e né me stessa.
    Il sangue mi faceva sentire amata, mi faceva sentire piena di vita. Non è strano pensare che qualcosa di così macabro e tetro potesse regalarmi la felicità perduta?
    Eppure, nel mio inconscio, sapevo che stava sbagliando tutto. Non era possibile trovare la serenità in un qualcosa di così triste, eppure non potei più farne a meno.
    Ero schiava del dolore.
    Quel dolore che era così dolce e bello.
     
    CAPITOLO 5
     
    L’anno successivo, in ritardo, rispetto a tutti gli altri, mi iscrissi al liceo linguistico dove feci la conoscenza di una ragazza di nome Stella.
    A quel tempo portavo sempre le magliette a maniche lunghe, anche nelle giornate calde di Maggio e spesso, soprattutto i più piccoli, mi guardavano con dei visi stralunati, come se avessero visto un fantasma che passeggiava tranquillamente nei pressi della loro scuola.
    Stella, invece, non mi disse mai nulla, anzi, ricordo il primo giorno in cui facemmo amicizia.
    -Sei nuova?- Mi disse, avanzando verso di me e aggiustando il coletto della camicia.
    La guardai, con diffidenza, avevo paura di lei eprché mi sorrideva in modo troppo gentile. Non eroabituata ad essere trattata bene dagli altri, perciò rimanevo molto sulle difensive.
    -Hey dico a te, che hai paura forse? Non mangio mica- avvicinò la sedia al mio banco e si sistemò meglio, porgendomi la mano.
    Allungai la mia e ci stingemmo in un contatto vivo e sincero, che mi aiutò a sorriderle proprio come aveva fatto bonariamente lei.
    -Non volevo nemmeno venirci in questa scuola, poi però ho cambiato idea ed eccomi qui-
    Mi morsi le labbra nervosamente e strinsi i pugni, come se attendessi un qualcosa di impossibile se sentissi tutto il peso esaustivo dell’attesa.
    -Da quanto fumi?- Notai la sigaretta spenta, una Chesterfield sputata poco prima, si vedevano ancora le strisce di bava nella parte anteriore. Non sapevo che dire o che fare, mi lasciai trasportare dall’emozione, dall’estasi del momento. Non seppi che dire, non lasciai spazio ad altro se non all’immaginazione e gli saltai addoso, fatta come un pinguino. Un pinguino nel bel mezzo del gelo polare. Eh si, i termosifoni erano spenti e nessuno mi aveva mai scaldato il cuore, erciò il casino stava proprio nel nascere, nella mia iperbole del dolore. Io amavo solo coloro che mi facevano impazzire di dolore. Forse perchémio padre era un medico? Forse perché mia sorella non era altro se non una stupida puttanella? Non lo so, ma riuscivo solo a farmi del male, come le droghe. Arrivò il professore, perciò mi staccai da quell’abbraccio tentacoloso, mi rubai la prima scena da sola, come un ladro vigliacco di emozioni e baci. La tipa mi fissò con faccia esterrefatta. Forse era la sua prima esperienza lesbo, la mia idem.
     
     
    CAPITOLO SESTO
     
    Chiusa la storia con Stella mi avventurai nel mondo della droga con maggior insistenza, sempre lasciando il dubbio a gli altri che stessi più o meno bene, non riuscivo nemmeno io ad agitarmi per davvero o calmarmi come un pulcino appena nato. Detestavo avere gli occhi addosso dei miei parenti. Per esempio i Natali, quando entravamo in chiesa, tutti mi fissavano con sguardo alacre ed osceno. Mia zia materna mi regalò un completino intimo che usai per accendere il fuoco di quel dicembre freddo e ispido, mia mamma non si rese conto che era tempo di auguri e mia sorella cambiò di nuovo ragazzo, come se questo le facilitasse il compito di oca giuliva che ricopriva da quando aveva solo quindici anni. Senza avere una minima idea di cosa volessi fare appena compiuti i vent’anni, oziavo standomene in giro, lasciando che la mia vita segreta fosse resa pubblica dalle mie scorribande a scuola. Ancora frequentavo la terza superiore. Ero stata bocciata per ben tre volte e mentre mia madre mi richiamava circa il mio assurdo comportamento, io le sbattevo in faccia le pagelle più orrende che una figlia possa mostrare in casa. Zero in condotta, uno in italiano e tre in matematica, per non parlare delle lingue straniere e dell’educazione fisica in cui chiedevo sempre di lasciar perdere a causa del ciclo abbondante. Ma non era mica vero. Ero bravissima ad inventare ogni giorno una scusa nuova e ad apprezzare sempre più il dolore. Mi chiudevo in bagno. Limone, cucchiaino, vena e laccio emostatico. Quello era il mio cibo preferito. La mia essenza. Aun giorno, inaspettatamente, all’uscita di scuola, vidi una macchina ferma davanti ai gradini, di fronte al grande cancello rosso. Alla guida vi era sistemato un signore di mezza età, con il volto quasi coperto da una sciarpa e dal giornale che stava leggendo. Mi fece cenno di avvicinarmi. Non provai la benché minima paura. A quel tempo non mi spaventava nulla, a parte il non far niente.
    -Bella ragazza, che ci fai qua tutta sola?- mi disse, avvicinandosi con l’abitacolo per guardarmi meglio.
    Dopo cinque minuti giacevamo assieme in una camera d’albergo nettamente pagata da lui, nonostante fossimo in un albergo di lusso e lui non fosse il principe di Glles. Eppure mi piaceva. La situazione era incredibilmente folle eppure mi agitava il fatto di essere fra le braccia di un uomo di quasi cinquant’anni, che mi ricopriva di fiori, di attenzioni e di lussureggianti amori estivi. Passarono tre estati, tre stagioni perfette, fatte di droga, sesso e rock and roll. I suoi dischi erano fighissimi e per lui rinunciai addirittura alla scuola. Quell’uomo dal viso mascherato, dalla bellezza primigena, era diventato il mio aguzzino. Mi prese in custodia, mi legò a sé come un negoziante con la sua bella merce. Mi detestava a morte eppure provava per me un amore quasi viscerale, malato e morboso. Io iniziai a sperimentare i primi sintomi di quella che viene definita sindrome di Stendhal, e lo apprezzai sempre più, nonostante tutto. L’estate finì e con essa anche i fighissimi CD dei Rolling Stones. Mia madre tornò dalle vacanze estive e mi beccò tra le braccia del mio amante malfattore, un fottuto ladro spacciatoe di serie B, che ci teneva a far vedere che sapeva farci con le ragazze esperte di eroina. Mi ricordai di quel ‘bel ragazza’ pronunciato tre anni prima, pensai che ora stavo diventando proprio una gran bella donna con due seni favoosi, e che il ciclo non mi arrivava da due mesi.
    -Sei incinta?- mi disse, sorridendo.
    Io non prendevo la pillola perché avevo paura delle controindicazioni, il bugiardino mi metteva l’ansia solo a guardarlo, perciò si, il rischio e l’ipotesi erano altissime, ma non era detta l’ultima parola, e infatti l’ultima fu no.
    Non aspettavamo un bambino, così come Maria non attese Giuseppe per rimanere incinta.
    Il sesso mi disgustava. Lo amavo, si, ma non era la mia priorità. C’erano delle sere in cui proprio non mi andava, vuoi per il mal di pancia, vuoi per il mal di testa, spesso declinavo l’invito con un sonoro vaffanculo smorzato dall’enfasi dell’essermi presa il vantaggio dell’azione su di lui. E il mio caro maritino si rigirava dall’altra parte, mentre io pensavo soo alla pera del giorno dopo.
    Se Eva avesse avuto il mio nome, avrebbe peccato ugualmente.
     
    CAPITOLO SETTIMO
     
    Arrivò l’inverno e mentre attraversavo per caso il passaggio a livello della mia città vidi Stella con un pancione più grande di lei.
    -Stella- le dissi, ma non mi sentì affatto. Lasciai perdere, ma non mi sfuggì il lividio enorme che aveva sullo zigomo destro. Cosa mai le sarebbe potuto accadere se il bambino si fosse fatto male? E se il padre fosse uno zoticone quanto lo era suo padre tre anni fa, quando la conobbi? Me ne andai piena di dubbi e di isteria e per il sicuro mi feci prescrivere dieci gocce di Valium contro l’ansia, giusto per starmene tranquilla nella mia comfort zone. Tornai a casa tranquilla e beata, accesi la tv, sintonizzandomi sul cinque. Non c’era un cazzo di niente. Il gatto mi guardò impassibile. Lo chiamai perché volevo dargli da mangiare, magari qualche piccola crocchetta, qualche caramellina di quelle commesitibili per i gatti, ma lui iniziò a ronfare e socchiudere gli occhi. Con quello sinistro sbirciò l’atrio, e solo dopo capii il perché, mentre con quello destro abbracciava l’idea che Morfeo gli stesse alle calcagna. La porta si aprì ed entrò Carlo, il mio coinquilino con cui facevo sesso disperato da tre anni, e mi prese con forza per le braccia, io urlai oin un moto nervoso e agitato e lui mi strinse più forte il collo, lasciando poco spazio all’ossigeno. Sto morendo pensai, ma solo poco dopo, circa cinque secondi dopom notai che in mano aveva un mazzo di fiori e che la presa si stava allentando. E soprattutto capii che nel calendario era segnato primo Aprile, il giorno degli scherzi.
    -Bello da parte tua fingerti un serial killer, non ti basta già che quando ci siamo conosciuti sembrava volessi rapinare una banca?- gli dico, accarezzandomi il collo doorante. La sindrome di Stendhal non mi passerà mai più. Lui ride e accarezza Bicio, il gatto arancione che va a spasso con Morfeo, e mi guarda fisso, per poi baciarmi sonoramente e promettermi che non lo farà mai più.
    Uomini, come potergli credere?
    - Ho fame- gli dico, stravaccandomi sul divano letto. Lui mi porta qualcosa di cinese, sushi con salmone raffermo, e faccio la faccia un po’ schifata.
    - Non hai qualcosa di più buono? Che ne so, una fiorentina?-
    - -No, mi spiace- wow finalmente ha parlato. L’uomo del silenzio si è espressamente concordato con la solitudine affinché non dicesse mai una sillaba o una vocale ed ora invece l’incantesimo si è rotto, come una siringa. Spezzato come un dolore al cuore.
    - Lo abbraccio ma con poca forza, mangio qualcosa al volo e mi cambio. Chiamo mia sorella, quella troia, e sento che non è raggiungibile. Spargo qualche libro qua e là, vedo Margaret Mazzantini mentre vola fra Khaled Hosseini e Stephen King, il mio autore preferito, e spolvero un po’ in giro, dove capita, tanto c’è sempre tempo per la casa. Casa è dove abbiamo il nostro cuore.
    - Lui si è addormentato sul divano e non lascia spazio all’immaginazione. Proprio carino mentre sonnecchia come un bambino che vuole il suo bel ciuccio.
    - La tv decido di spegnerla, e mentre cambio canale, proprio sul più bello, mi suonano alla porta.
    - Vado ad aprire e trovo Stella con un fagottino in braccio.
    - -Posso?- mi chiede, con una faccia distrutta.
    - Vorrei dirle che l’altro giorno è stata molto maleducata a non rispondere e non avermi salutata, ma lascio perdere. Do’ una sbirciatina al mio maritino, ma dorme come un ghiro e potrei benissimo evitare di svegliarlo facendo meno rumore possibile, invitando emtrambi al silenzio e a togliere le scarpe per non lasciar tracce in giro. Ho una bellissima camera per ospiti proprio accanto alla tv, quindi alla cucina.
    - -Prego, entrate-
    - Stella mi sorride, ma i suoi occhi piangono.
    - Mentre li faccio entrare il mio maritino si rigira tre volte verso destra e mi incute il raro timore che possa farci del male. Chissà perché a volte ho paura che possa sclerare e mandarci tutti al diavolo, me compresa, o puntarmi un coltello alla gola e mandarmi al creatore. Invece non succede nulla di tutto questo e li accompagno in camera da letto. Lei appoggia il piccolo sul letto e scoppia a piangere silenziosamente, abbracciandomi.
    - -Se non avessi te!, se non avessi te!- mi ripete, quasi come un mantra.
    - -Shh, è tutto aposto, calmati, che succede?-
    - - Lui, mi hai picchiata e mi ha mandata via di casa. L’altro giorno ti ho vista ma non potevo fermarmi da te, luimi stava seguendo e avrei potuto mettere in pericoo te e i tuoi familiari. Lui è molto potente e pericoloso, conosce i più ricchi del paese, sa benissimo a chi rivolgersi se vuole la mia testa su un piatto d’argento e sa bene come mettere ko tutti i miei amici più cari. Non vorrei mai che lui facesse ciò che ha fatto a me. Guarda-
    - Mi mostra il lato del viso meno consumato dall’avidità umana, dalla rabbia feroce di un mostro che non ha bisogno nemmeno di essere presentato: suo marito.
    - -Lurido bastardo!- dico io, trafelata e stanca morta.
    - -Possiamo rimanere un po’ di tempo qua da te?-
    - Cerco di non impazzire, metto a posto i circuiti della mia mente, i neuroni e poi le dico spazientita:
    - -Certo, ma non pensare di essere al sicuro qua- e glielo dico con estrema sincerità.
    - Lei guarda il divano e poi quasi sviene.
    - La sola presenza di un uomo in casa la destabilizza a tal punto che inizia a ricordarmi quanto siano stronzi gli uomini e quanto usino le donne solo per fare i loro comodi.- Gli attacchi di panico,- mi dice, -sono causati dalla loro presenza, perché esendo così meschini, scatenano in noi uno stato emotivo talmente sconcertante che noi nemmeno ce ne rendiamo conto e cosa possiamo fare? Nulla, se non denunciare-
    - Mi rendo conto che sta alzando un po’ troppo la voce e le chiedo gentilmente di abbassare i toni.
    - -Scusami, sono abituata al registro che tengo in casa mia-
    - Il bambino dorme come un angioletto e decido di preparare qualcosa che non sia la solita merda che prendo quando mi trovo in situazioni catastrofiche e solo ora mi rendo conto che l’unica cosa che davvero mi riesce bene è dorgarmi. Eroina pura.
    - -Tu ti droghi ancora Ellie?- ecco che la ragazza non si fa i cazzi suoi. Sembra avermi letto nel pensiero e nonostante le voglia un gran bene dell’anima la guardo un po’ storta, accorgendomi del suo rifiuto nel comprendere il mio atteggiamento.
    - -Si. Sono una grandissima e beatissima drogata. Ho un uomo che non si droga ma che sta con una che si fa’ dal giorno alla notte. Contenta?-
    - -Non era mia intenzione… se vuoi andiamo via- Prende il bambino in braccio e la fermo con un colpo leggero.
    - -No, voglio che stiate qua al sicuro. Lui è un po’ manesco, è vero, io sono una tossicodipendente, ma non siamo assassini come tuo marito-
    - Mi sorride e guarda suo figlio, chiedensoi in quale posto l’abbia mai portato.
    - Andiamo in cucina a sorseggiare un po’ di the alla menta e a ricordare i tempi passati.
    - -Ti ricordi quella volta che mi sei letteralmente caduta addosso davanti al prof?-
    - Rido sbrodolando.
    - -Veramente il mio ricordo personale sta piuttosto nella mancanzan dei termosifoni accesi. Faceva talmente tanto freddo che pur di scaldarmi mi sono finta lesbica.- Ridiamo ininterrottamente e sento lo sbdiglio del mio maritino arrivare dal salotto.
    - Stella sembra un po’ agitata e guarda il bambino che ciuccia beato il biberon come se fosse il seno della mamma.
    - -Non è nulla, vedrai. Non preoccuparti. Don’t worry be happy. Te lo ricordi il motto degli hippie?- E quando mettevamo le coroncine? Bellissime. Sono passati solo tre anni ma siamo cambiate tante. L’unica differenza sta nel fatto che tu hai avuto un figlio e io invece sono ancora una tremenda ragazzaccia- Mi meto in mostra di malavoglia pur di farla ridere e constato che ci sono riuscita fin troppo bene, tanto che versa il the sul linoleum nuovo.
    - -Oh scusa- mi fa’, realmente dispiaciuta.
    - -Ma di che?- le dico, raccogliendo tutto con uno straccio Vileda.
    - Il bambino ride, con gli occhietti chiusi, mentre Bicio soffia e sembra irritato.
    - Basta che si tratti di maschi, i rompicoglioni sono sempre al primo posto.
    - Il mio maritino si alza, si fa un goccio e torna da noi, accogliendo Stella con un saluto forzato.
    - Lei si immobilizza, ansiosa e preoccupata. Le stringo la mano e il the le scivola giù lungo la camicetta, freddo e sensibile al calo di energia del suo corpo. Il maritino vede la scena e si incazza. Volano piatti che non erano mai volati, e tutto per cosa? Perché anziché mettere il pavimento normale c’è questa merda di linoleum a cui tiene moltissimo. Stella urla, piange, il bambino vuole scappare, è piccolo ma sembra abbia già capito il sapore del malcontento, tutto va’ a rotoli e il gatto graffia la mia spalla, come se c’entrasse qualcosa in tutta questa scena.
    - Vedo Stella che apre la porta, azni la spalanca ed esce furtiva come se avesse visto l’angelo della morte, mi abbandona per sempre, mi allontana dalla sua vita.
    - -Fanculo troia!- le fa’ il mio maritino, appesantito dal sonno del pomeriggio.
    - Serataccia per tutti, ma che ci si può fare?
    - Mi vien quasi da piangere, poi mi ricordo dei bambini in Africa, che stanno mille volte peggio di me, e allora smetto e mi rialzo moralmente, rimettendo a posto i cocci di tutta una vita. Mi squilla il telefono, è mia madre.
    - Giornata di merda.
     
    CAPITOLO OTTO
     
    La casa sempre pulita mi da’ il voltastomaco, eppure a lei non sembra fare quest’effetto. Anzi, è così austera nella sua finta perfezione che quasi mi vien da vomitare. Il profumo Chanel numero 5 si sente da dieci chilometri di distanza e quell’anello, il finto solitario che tiene al dito, sembra più un rude esemplare di bigiotteria che un vero e proprio dono degno di gazza ladra.
    -Amore, se ti ho fatta venire qui è perché tuo padre, che come ben sai ormai da più di 14 anni è un medico ben rinomato, vuole farti un regalo che sa apprezzerai tantissimo-
    Mi gira la testa, sento le viscere che si attorcigliano fra di loro e mi uccidono all’istante.
    -Quale sorpresa?-
    -Ti regala la patente e la possibilità di studiare in una dele più rinomate facoltà del paese, ad Ashcroft. Non sei contenta tesoro?
    Chissà perché, le persone false hanno sempre il coraggio di affibiarti appellativi deliziosi e sdolcinati solo quando fa’ comodo a loro o in situazioni apparentemente imbarazzanti come questa.
    -Io non voglio guidare e poi mi basta il mio diploma linguistico, non ti ricordi tutti gli sforzi fatti tre anni fa? Io ora sto con il mio maritino, vogliamo una famiglia e non mi sembra il caso di avere questa cosa morbosa con mio padre, questo atteggiamento viscerale e stupido. Siete persone stranissime, mamma-
    Lei ci rimane male e si guarda l’anello, molto più importante di me.
    -Va bene- dice sorridendo, - almeno però non frequentare più quella schifosa di Stella, quella ragazza non promette nulla di buono-
    -No aspetta, che cazzo ne sai tu di Stella? Ti sei mai preoccupata di me in tutti questi anni? Mi hai mai incoraggiata o hai mai saputo quali fossero le mie priorità o amicizie? Se ho fatto tutti quegli sbagli è anche colpa tua-
    Mi chiudo la porta alle spalle e la lascio cantare ai quattro venti. Insopportabilmente acida e stupida come un criceto. Mi accendo una sigaretta che il vento rischia di portarmi via e mi lascio cullare dalle note di una meldoai che conosco già. The Bitter End che proviene dal mEdia World vicino casa. Aprofitto della scena patetica per rifarmi il cuore, per risanarmelo, ed entro nel negozio. Il CD dei Placebo, ormai quello vecchio, del 2003, è lì che mi osserva con aria nostalgica e malinconica. Prendo le cuffie enormi che sono disponibili solo nello store qua vicino a casa mia e ascolto tutti i brani, tenendo gli occhi ben chiusi. …In our comfort zone, reminds me of the second time that i followed you home, on this winters days. Canta Brian, canta, che la tua voce riesce sempre a tranquillizzarmi e farmi star bene. Non come il mio maritino che mi prende per il collo solo per via del fatto che non cucino bene o come mia madre che vuole a tutti i costi che io diventi perfettina come mia mia sorella Lei vuole fare l’infermiera solo per addolcirsi il suo papà, io invece voglio diventare una cantante perché è nelle mie corde vocali, nei miei sogni e nella mia indole, così come lo è per gli scrittori scrivere e per i naviganti scoprire nuove terre. Io sarò una cantante, proprio come Lenny Filipova che in Hell.o manda a cagare tutti i demoni interiori, dicendo loro che non avranno mai la sua anima, e anzi gli ride pure in faccia! Mitica! Esco dal negozio e mi dirigo verso casa, stanca ma felice.
     
     
     
     
     
     
     
    A dire il vero non saprei dire esattamente perché l'ho fatto. L'ho fatto e basta, senza pensarci troppo su, senza farmi domande, senza una reale motivazione, se proprio devo dire le cose come stanno. Tante cose accadono senza che ci sia un motivo vero e proprio dietro, e questo è il caso. Ma, mi si potrà obiettare, in questo caso c'è stata un'azione specifica e assolutamente volontaria, dettata da un'intenzione e non una pura casualità... Certo, lo ammetto, l'azione è stata volontaria, ma non dettata da un'intenzione particolare. Ecco, questa è l'unica cosa che sono in grado di dire e di certo non a mia discolpa, non come una giustificazione, ben inteso.
    Eravamo appena rientrati da una delle nostre solite serate che iniziavano alle 7 e finivano alle 5 del mattino. Non troppo lucidi, ma neanche troppo fuori. I giri erano stati gli stessi di ogni sabato sera, ormai da mesi: l'aperitivo al 29, cena da Frantz e Mary condita da una bottiglia di rosso, una vasca in centro per ammazzare il tempo e verso la mezza la fila per entrare al Macumba. Un paio di cocktail, due salti, e poco altro.

    Io e Andrea ci eravamo conosciuti l'anno prima durante una festa in spiaggia, amico di amici. Mi era sembrato un tipo a posto, uno che si faceva molto i cazzi propri ma sembrava sapere il fatto suo. Gli avevo offerto una birra e non mi ci era voluto molto per capire che tiravamo a campare allo stesso modo.
    Da quel giorno abbiamo cominciato a vederci con una certa frequenza. In quel periodo stava un po' nella merda e gli avevo passato un po' di rogne che non riuscivo a brigarmi da solo. Lui per ricambiare, appena gli capitò una roba grossa per le mani volle a tutti i costi che ci fossi anch'io per la metà del lavoro e così ci spartimmo il guadagno, a volte la casa, un piatto di pasta, ma mai la donna, su questo Andrea era un muro. “Tutto quello che vuoi ma non Anna”.  

    Un fratello, ecco cos'era e mi sarei tagliato un braccio piuttosto che mancargli di rispetto. E so che lui avrebbe fatto esattamente la stessa cosa per me.
    Non che sapessimo tutto l'uno dell'altro, Andrea era un tipo che parlava pochissimo di se, della sua famiglia, anche di Anna, e io di mio che una famiglia e una donna neanche li avevo, o quasi, non potevo di certo dire molto di più. Ma ci siamo fatti, senza ombra di dubbio, le più grosse risate e le migliori bevute.
    Io non so cosa sia successo quella notte. Sembrava un fiume in piena, come non lo avevo mai visto. Aveva appena litigato con Anna e da lì era partito a parlare della sua famiglia di sua madre che era esattamente come Anna, che non c'era mai stata, che lo aveva smollato quando era bambino lasciandolo dai nonni, dei compleanni senza festa, dei Natali senza regali e menate del genere... “Se Anna mi dovesse lasciare prima l'ammazzo e poi mi ammazzo”. 

    Aveva gli occhi lucidi e la voce strozzata. Dissi due stronzate, tanto per sdrammatizzare. 
    Che cazzo! Eravamo usciti per passare una serata in allegria, per festeggiare l'affare appena andato in porto e lui se ne stava a latrare come un cucciolo abbandonato dentro una gabbia senza più la sua mamma. Povero cucciolo!
    Avevo una nausea profonda.
    Smisi di sentirlo e infilai le mani in tasca. Il contatto freddo della canna mi diede una scossa. 

    Fu un attimo. Estrassi la pistola e feci scattare il grilletto contro la sua tempia. Lui smise di colpo di parlare, anzi tutto quanto improvvisamente tacque, la città, le macchine, le televisioni, la gente, l'acqua del fiume. Era un silenzio assoluto come non l'avevo mai sentito prima. 
    Mi sentivo perfettamente calmo e tranquillo. 
    Le cose accadono a volte senza che ci sia un motivo e questo è quanto. Ha scritto tutto? 
    // Ore 00.00, 23 aprile 2621 (standard galattico) / nave ammiraglia Valentine in rotta verso il Sistema H-35 (Dark Zone)
     
    “È rilassante stendersi senza pensare a nulla, lasciando solo che le correnti dell’iperspazio ci portino alla nostra meta. Ha un non so che di romantico il vedere scorrere centinaia di stelle in una dimensione cristallina.” – disse Wilkins, il timoniere della nave
    “Wilkins, per te è tutto romantico. Per te sono abbastanza romantica?” – fu la risposta che pervenne dal trasponder
    A rispondere era Marine Lefevre, figlia del Governatore del Settore Occidentale, sulla Terra. Quest’ultima, infatti, dopo l’Ascesa della Sildor Corporation, è stata divisa in quattro parti:
    Settore Occidentale, che comprende il continente americano e la Groenlandia;
    Settore Centrale, dove vi è la sede della Sildor Corporation e che include l’Europa;
    Settore Orientale, composto dai territori asiatici;
    E infine il Settore Meridionale, che comprende il Madagascar e i territori africani;
    Ci sarebbe anche dovuto essere anche un quinto Settore comprendente i territori russi (Russia, Bielorussia, Lettonia, Estonia, Lituania, Ucraina e Polonia), distrutti dopo l’Ultima Grande Guerra, che erano in bonificazione. Il progetto, purtroppo, venne interrotto a causa della guerra contro gli Ayon, il Primo Contatto nella Galassia. Dopo il termine delle ostilità il progetto fu ripreso per poi essere abbandonato nuovamente a causa della comparsa di una misteriosa razza aliena: gli Akathartos, conosciuti anche come gli Intrusi.
    La Lefevre adesso stava sorseggiando un po’ di vino nella sua stanza in totale tranquillità quando la porta si aprì. Con la coda dell’occhio osservò l’uomo che aveva interrotto la sua pausa, oramai sempre più lunga, e borbottò qualcosa.
    “Wilkins, che c’è?”
    Era visibilmente ubriaca, cosa che non si addice molto a un capitano. Soprattutto se quel capitano era considerato un eroe da gran parte dei suoi sottoposti. Ella, infatti, durante la guerra contro gli Ayon guidò una piccola – o almeno allora lo era – bagnarola, la Valentine, contro le possenti corazzate aliene vincendo il più delle volte.
    “Suvvia, ce la siamo cavata bene nel Sistema Sigma. Dovremmo banchettare tutti e non buttarci giù per una nuova minaccia. Gli Intrusi perderanno, lo sai.” – rispose lui, accennando a un sorriso di incoraggiamento.
    La verità è che né Wilkins né nessun altro soldato o civile che sia credeva realmente che avessero qualche speranza contro gli Akathartos, neanche dopo la fondazione della Federazione.
    “Non è per quello, ma per Romanov. Inizialmente lo avevano spedito qui per farci da balia, ma poi…” – rispose Lefevre angosciata
    “Ma poi si è preso la nave e…” – la interruppe lui
    “E mezza flotta umana”
    “E mezza flotta Ayon…” – disse Wilkins con un sospiro
    “Strano che non si sia preso anche la mia stanza.” – aggiunse la Lefevre ridacchiando.
    Fu allora che Wilkins le si avventò addosso, cominciando a baciarle il collo.
    “Be’, allora non perdiamo tempo prima che finisca; no?” – sussurrò lui con un sorriso malizioso, che lei prontamente ricambiò.
     
    I due erano nel post-sbornia e completamente nudi quando suonò l’altoparlante della nave.
    “Il Timoniere e il Capitano a rapporto sulla plancia.”
    Wilkins ringraziò qualsiasi divinità esistesse per aver fatto in modo che l’Ammiraglio adorasse “timonare nel vasto blu la baracca”, come diceva alcune volte Geremia prima che andasse in pensione, e che quindi la presenza di Wilkins fosse necessaria solo durante manovre importanti o durante le guerriglie spaziali.
    “Ehi Edward, sei proprio bravo a timonare nel blu” – disse una volta Geremia
    “Ma che diamine significa timonare nel blu se lo spazio è nero?” – chiese Wilkins irritato
    “Lo spazio è il mare, solo che non ha un cielo. Se avesse il cielo di che colore sarebbe? Secondo me blu.”
    Era stato proprio Geremia a “istruirlo” al Romanticismo e, forse, alla pseudo-filosofia.
    “Wilkins, è ora di andare. Ma lo senti? Cioè, perché chiama me se in questa nave sono meno utile di te?” – disse Lefevre furiosa, riportandolo alla realtà
    “In verità io ci sono sempre per le cose importanti!” – rispose lui facendo l’occhiolino
    Se ne andò disgustata, indossando in fretta e furia l’uniforme e borbottando chissà cosa. Nonostante fossero amanti da molti anni, da quando erano rimasti soli su un pianeta Ayon e, in preda all’euforia di essere praticamente morti, si diedero alla pazza gioia su un prato di erbetta galattica e la conoscesse come le sue tasche, non aveva mai capito come mai se la prendesse tanto. Okay, era stata soppiantata per un novellino ma lei non aveva mai fatto richiesta per essere trasferita su un’altra nave.
    Ripensò a come fosse riuscito a diventare il fidanzato di Lefevre, una donna che non si lascia certo abbindolare da relazioni da quattro soldi, e di come fossero riusciti a scappare da quell’inferno con una carriola spaziale, pensando anche a tutti i valorosi amici che avesse perso in quella guerra. Uno in particolare gli manco, facendogli persino scendere qualche lacrima: Geremia.
    Quel vecchio pazzo era riuscito a scampare a due guerre, duecento anni di lotta, e cosa lo butta a terra? L’artrosi! Una dannatissima malattia.
    Wilkins non riuscì neanche a trattenere le risate al pensiero di quando glielo disse.
    “Ed, io devo andare” – Wilkins aveva le lacrime agli occhi – “duecento anni di lotta e sai cosa mi butta giù? L’artrosi.”
    “Timoniere Edward Wilkins, RAPPORTO!”
    Si lasciò trasportare così tanto dai ricordi che dimenticò persino che erano in guerra, che stavano perdendo e, soprattutto, che l’Ammiraglio fosse incazzato nero.
               
     
    L’Ammiraglio Edward Romanov sedeva ritto sulla poltrona del capitano, cosa che innervosì Lefevre.
    “Quella è la mia poltrona, brutto stronzo!” – gli avrebbe urlato volentieri, e questo l’equipaggio lo sapeva bene.
    Anche Romanov lo sapeva e gli piaceva stare lì anche solo per il diletto di stuzzicarla un po’, ma non in quell’occasione.
    Wilkins, finalmente, arrivò sulla plancia cercando di avere un’aria di nonchalance, nonostante fosse tutto sudato e rosso in viso. Si mise proprio accanto a Lefevre e cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse appena in tempo che lui riuscisse ad afferrarla.
    L’ammiraglio si alzò e, guardando negli occhi prima l’uno e poi l’altro, aggrottò la fronte. Wilkins arretrò e persino la Lefevre perse la sua solita compostezza.
    Romanov era quello con la corporatura più robusta tra i tre e nonostante fosse molto giovane, solo una sessantina di anni d’età, e dei lineamenti più o meno marcati, una barba folta e ben curata e un taglio pompadour con i colpi di sole, riusciva a mettere in soggezione anche solo con i suoi occhi azzurro acceso.
    La Lefevre era alta e tozza, con dei capelli da un colore biondo spento e degli occhi marrone scuro che a Wilkins facevano sempre gelare il sangue. Lui, al contrario dei due, aveva un volto paffuto e dei lineamenti molto sottili; inoltre era anche bassotto, il che, ovviamente, lo penalizzava molto. Non era raro che lo scambiassero per un ragazzo appena uscito dalla maturità mentre, insieme a Lefevre, aveva centotrent’anni. Insieme creavano un effetto matriosca: Wilkins sta dentro Lefevre che sta dentro Romanov.
    “Stamane la SCS Asimov ci ha fatto pervenire dei dati provenienti dalle scansioni a lungo raggio del Sistema H-35” – disse, aggrottando sempre più la fronte; con voce cupa continuò. – “Ieri la stella di H-35 rifulgeva. Oggi dell’intero sistema restano solo detriti e pianeti che ruotano senza meta.”
    Il terrore e il disdegno si disegnarono sul volto di tutti i presenti sulla plancia. Persino a Wilkins, un ormai non così tanto ragazzo convinto che tutto abbia un lieto fine, gli si raggelò il sangue. Lefevre era rimasta impassibile ed era completamente sbiancata in volto, considerando anche la sua carnagione scura era un evento raro.
    “D-Dove stiamo andando allora…?” – balbettò lei
    “Ora? Vicino H35. Nei pressi di quella zona c’è una flottiglia degli Intrusi, mentre la flotta principale è praticamente scomparsa nel nulla.”
    “Distrutta dall’esplosione, magari…” – suggerì Wilkins
    “Edward, hanno consumato dodici Sistemi. Secondo te è plausibile che siano morti?”
    “Nossignore.” – rispose lui con assoluta freddezza, cosa che riportò Lefevre alla realtà.
    Era raro, per non dire che questo era un evento unico, che Edward rispondesse in questo modo così… la Lefevre rimase a bocca aperta e non seppe neanche come definirlo.
     
    Poche ore più tardi Romanov stava giocherellando con un piccolo cubo di Rubik, segno che fosse molto nervoso, quando fu interrotto da un’idea un po’ azzardata fatta dalla persona più improbabile che ci fosse: Edward Wilkins.
    Lo aveva sempre trovato simpatico e, al contrario della Lefevre, adorava averlo intorno. Riusciva a dare un’aria più leggera e serena alle situazioni anche più disperate; inoltre era un ottimo timoniere, persino migliore di lui, il che era una cosa molto gradita.
    “Ammiraglio” – disse lui, senza ottenere reazione o risposta
    Un paio di minuti riprovò, ottenendo, questa volta, una reazione.
    “Dimmi Edward” – disse girando la poltrona e mostrandogli il cubo, ormai completato – “È la decima volta che lo finisco in poche ore e non mi stanca mai.”
    “Ammiraglio, stiamo andando incontro a una trappola.”
    “Una trappola dici? Su quali basi?” – chiese l’ammiraglio, senza dare troppa importanza alle parole del timoniere
    “Lo ha detto lei stesso: sono scomparsi nel nulla, ma non possono essere né distrutti né sparire per magia.” – disse con enfasi – “La Federazione ha ipotizzato, ipotesi rivelatasi corretta, che questi esseri riescano a manipolare le frequenze elettromagnetiche anche a grandi distanze. Cosa può, dunque, impedirgli di manipolare le loro frequenze?”
    “Vediamo se ho capito bene. Stai dicendo che in questo momento la flotta sta consumando un altro sistema?” – chiese incuriosito Romanov
    “Nossignore. Sto dicendo, invece, che hanno captato le nostre frequenze e modificato le loro: in parole povere non c’è una flottiglia ma un flottiglione.” – disse soddisfatto Wilkins, lasciando a bocca aperta sia Romanov che Lefevre, oltre qualche ufficiale nelle vicinanze
    “Puoi provarlo?” – chiese l’ammiraglio
    “No, però so come fare. Potremmo sganciare una sonda, certo, però a causa della sua relativamente bassa intensità elettromagnetica è probabile che se ne accorgano e di conseguenza lascino il Sistema; oppure…”
    “Oppure…?” – dissero in coro Lefevre e Romanov
    “Oppure la Valentine andrà da sola mentre il resto della flotta torna all’Adrium. In questa nave, come probabilmente sa, sono presenti sistemi in grado di alterare le nostre frequenze. Basterà solo copiare quelle attuali e il gioco è fatto. Possiamo lanciare le nostre dodici testate X-01 e decimare la loro flotta.”
    “WILKINS, ABUSI DI DROGHE?!” – gli urlò contro la Lefevre. Non perché credesse davvero che lui si drogasse o che quel piano fosse folle e insensato, ma perché sapeva che a guidare la flotta a casa ci avrebbe dovuto pensare lei e Wilkins sarebbe dovuto rimanere sulla Valentine. Da solo. Con Romanov. Senza lei. A morire.
    Dopo un minuto, che per i due parve un’infinità, Romanov alzò il capo.
    “Piano folle e geniale, ottimo lavoro Wilkins.” – disse con enfasi, come se avesse trovato una grinta ormai perduta – “Lefevre ti nomino viceammiraglio, guida la flotta a casa.”
    Lei era furente in volto, e guardò negli occhi a Wilkins come per dire “Te l’avevo detto, idiota!”
    Lui afferrò bene cosa significasse quello sguardo e abbassò gli occhi a terra, vergognandosi.
    “Edward tu, ovviamente, rimani.” – disse squadrandolo da cima a fondo – “Ah, adesso facci uscire dall’iperspazio. Compilerò il rapporto e le scartoffie varie, dopo averci fatto partire prepara il modulo iperspaziale primario al salto.”
    Si girò, dirigendosi verso l’interfono più vicino.
    “Cos’hai fatto…” – balbettò quasi in lacrime la Lefevre, cercando comunque di non piangere
    “… scusa…” – rispose sottovoce Wilkins
     
    L’hangar era pressoché deserto, fatta eccezione per qualche tecnico e il trasporto di classe Eagle, caricato di tutto e pronto al lancio. Sulla soglia si trovavano Lefevre, Wilkins e Romanov.
    “Wilkins, sei un genio!” – disse eccitato Romanov
    Lui non rispose, si sentiva in colpa. Non per il piano o altro, ma perché la stava abbandonando.
    “Comunque io ho dei documenti da compilare, ci vediamo sulla plancia Edward.” – disse Romanov girandosi ed andandosene di corsa. Non perché avesse davvero qualcosa da compilare, ma perché si sentiva di troppo e voleva lasciarli in pace un’ultima volta. Si chiese se sarebbe mai tornato sulla Terra e se, magari, finalmente la Russia fosse stata bonificata.
     
    “Ehi, alla fine avevi ragione: si è preso anche la tua stanza!” – disse Wilkins ridacchiando
    “Sì, infatti.” – rispose Lefevre con tono gelido
    “E…”
    “Sta zitto, per favore.” – lo interruppe lei
    Non l’aveva mai vista in questo stato così, preso sempre più dai sensi di colpa, tentò di baciarla.
    “No Edward, cazzo, hai esagerato!” – gli urlò contro lei, scaraventandolo a terra
    “Scusa…” – disse lui, sentendosi il cuore sgretolarsi in petto. Non lo aveva mai chiamato per nome, mai.
    Una figura magrolina venne incontro a Lefevre, con un’espressione attonita disegnata in volto, che annunciava che il velivolo fosse pronto a partire.
    Salì senza dire una parola.
    “Ti amo” – disse Wilkins con gli occhi lucidi mentre lei saliva sulla rampa che conduceva all’interno del velivolo
    Lefevre ci pensò su
    “Anche io, ci rivedremo. Tranquillo.” – rispose lei con il tono più dolce che avesse
    Non seppe dire se lo stesse dicendo a Wilkins o a sé stessa, ma quella “promessa” le alleviò le pene.
    Rimase là, nell’hangar, a fissare l’oscurità a fissare la nave allontanarsi, e poi il blu dello spazio. Ora lo vedeva anche lui.
     
     
    // Ore 19:30 (standard galattico), 24 aprile 2621 / nave ammiraglia Valentine (Green Zone)
    Poche ore dopo la partenza della flotta e di Lefevre, Wilkins, Romanov, e altri ufficiali si riunirono nella Sala Conferenze per discutere sul da farsi.
    “Bene, questa è la Valentine” – cominciò Romanov, indicando un punto ben preciso sulla olomappa – “e questa è la flotta degli Intrusi. Secondo le stime del Primo Ufficiale Badou avremo circa centoventi secondi prima che passino al contrattacco.”
    Il Primo Ufficiale fece un passo avanti verso l’ologramma, e la scena cambiò completamente; adesso si vedevano tantissimi piccolini puntini comparire qua e là, fino a circondare la flotta nemica.
    “Se ci stanno davvero aspettando, ovviamente, avranno le armi già pronte ad aprire il fuoco sulla nostra posizione, ecco perché abbiamo pensato di lanciare svariate serie di caccia, armati di missili EMP e dispositivi di disturbo elettromagnetico, che arriveranno prima di noi in un lasso di tempo variabile da due a dieci minuti.”
    “In che senso?” chiese Wilkins. Era serio in volto, cosa abbastanza rara.
    Prima che Badou potesse parlare fu Romanov a prendere parola. Evidentemente non riteneva il Primo Ufficiale abbastanza qualificato da rendere più semplice il discorso anche per gli ufficiali di meccanica o delle sezioni relative.
    “Significa che ogni due minuti per dieci minuti uscirà una serie di caccia dall’iperspazio che distrarrà le navi nemiche.” – Badou si mostrò irritato per quella interruzione, ma, ovviamente, in quanto suo superiore, ne aveva tutto il diritto – “Se abbiamo fortuna resisteranno per dieci minuti, il tempo che impiegheremo da questa posizione a raggiungere H-35.”
    “Il problema è quando giungeremo sul posto: i missili per essere lanciati necessitano di circa cinque minuti, ignorando tutti i protocolli di sicurezza e così via; il secondo problema riguarda invece la nostra via di fuga. Abbiamo teorizzato che sovraccaricando il modulo iperspaziale secondario possibile catapultarci lontano da H-35. Douglas, si può fare?”
    A prendere parola questa volta era l’Ingegnere Capo, Martin Douglas. Rispetto a Badou questo era molto più carismatico e attempato, con la solita vena burbera che caratterizza le persone anziane.
    “Mh… sinceramente non saprei, non ci ho mai ragionato. In linea teorica sì, ma saremo catapultati in un punto casuale sugli assi x, y e z.”
    La voce rauca e goffa di Douglas era una caratteristica sempre ben accetta sulla Valentine perché, anche se poteva essere vista come una mancanza di rispetto, faceva divertire tutti, Douglas compreso; non era raro che ci scherzasse su.
    “Cioè? Potremmo finire anche dentro un pianeta?” – questa volta a porre il quesito era Badou
    “In sostanza, sì. O nei pressi di un buco nero.” – rispose freddo l’Ingegnere Capo
    “E poi c’è un altro problema da affrontare, quello che a prima vista può sembrare meno importante.” – disse Romanov, appoggiandosi con le braccia sul tavolo della olomappa – “una volta sovraccaricato il modulo potremmo finire a una distanza considerevole da un qualsiasi pianeta abitato. Dovremmo lanciare una sonda che ci permetta di inviare un segnale abbastanza velocemente da giungere quasi istantaneamente all’Adrium; purtroppo la Valentine è sprovvista di sonde così potenti. Idee?”
    “All’accademia, durante gli addestramenti, utilizzavamo sonde standard per scambiarci messaggi “di nascosto” con familiari, amici, o altro. Il segnale veniva inoltrato al satellite più vicino che lo inoltrava al pianeta e così via. Il ritardo era solo di poche ore.” – disse Wilkins, per poi proseguire – “Il pianeta più vicino è Corbulo, se lasciamo una sonda qui il ritardo sarà di circa tre o quattro ore.” – suggerì Wilkins
    “Ottima idea. Ci restano solo i missili; idee?” – chiese Romanov
    “Uhm… io avrei qualcosa.” – disse Badou, rompendo il suo silenzio
     
    Poco dopo il briefing dalla Valentine erano cominciati ad uscire centinaia di caccia che, in perfetta sincronia, entravano nell’iperspazio. Wilkins nutriva dei dubbi sulla complessità di calcolo dell’intelligenza artificiale che avrebbe dovuto gestire il combattimento dei caccia; lui era un “vecchia scuola”, dove le IA equivalgono a una minaccia.
    Quella sera, comunque, Romanov aveva deciso di invitare Wilkins nella sua stanza.
    “Lefevre chissà come sarà incazzata senza la sua preziosa stanza” – pensava lui, facendo un sorriso da ebete
    Si notava che Romanov fosse giovane ancora, nonostante la sua mente brillante. Alla marina era stato promosso grazie a questa tattica: a prima vista sembrava un idiota, eppure aveva certe pensate brillanti. Durante i primi cento giorni contro gli Intrusi si era distinto per la sua scarsa considerazione delle regole da guerriglia, perdendo soprattutto mezzi automatizzati. In circostanze normali sarebbe stato portato dinnanzi la corte marziale e si sarebbe beccato un congedo con disonore, ma quelle erano tutt’altro che normali e questo Romanov lo sapeva bene anzi, forse era proprio per questo che assumeva certi atteggiamenti.
    La porta si aprì ed entrò un Wilkins tutto trasandato che fece scoppiare a ridere Romanov.
    “Hai fatto a botte per caso?” – chiese a Wilkins, divertito
    “No, però se ti va fatti sotto!” – rispose ironicamente lui
    Poi guardò verso il letto e il suo volto da un sorriso a trentadue denti cambiò in uno sguardo malinconico.
    “Se Lefevre mi vedesse qui proverebbe a farmi fuori, vero?” – chiese sorridendo, cercando di distrarre Wilkins
    Edward, però, non aveva proprio voglia di scherzare. Era nella stanza della sua amata senza di lei, come diavolo si sarebbe dovuto sentire?
    “Siamo già nell’iperspazio?” – chiese l’ammiraglio
    “Nossignore.” – rispose freddo lui, come a ricordarsi troppo tardi che non stesse parlando con la sua amata
    “Prima mi rispondi come se fossi un amico e poi rispetti la gerarchia?” – disse Romanov sorridendo e mandando una chiara frecciatina – “coerente la tua scelta e, soprattutto, molto masochista.”
    “Perché?”
    “Be’, ti prenderei come un idiota; e a me gli idioti non piacciono. Tu, invece, mi piaci.” – disse Romanov, facendo l’occhiolino
    Wilkins si sentiva notoriamente a disagio perché non riusciva a capire se l’ammiraglio ci stesse provando con lui o meno. Per carità, non che fosse omofobo ma non era di certo il tipo che tradisse la sua donna o che andasse a letto con un ammiraglio; dalla bocca di Wilkins uscivano solo dei suoni gutturali privi di senso, segno che si trovasse davvero a disagio.
    “Amm- ammiraglio, m-mi scusi ma io…io… non capisco, ecco” – balbettò, tutto rosso in viso
    Romanov sorrise. Era divertito da quello stato in cui si trovava, eppure la situazione lo incuriosiva. Non era una persona che si tirasse indietro dal fare nuove esperienze, però un rapporto omosessuale lo spaventava anche un po’; in ogni caso non c’era tempo dato che avevano un piano da rispettare e, guardando l’orologio, si accorse che restavano tre minuti. Avrebbero dovuto correre per arrivare sulla plancia in tempo.
    “Wilkins, dobbiamo andare. Comunque mi stai simpatico, ecco tutto; in pubblico, ovviamente, dovrai rispettare la gerarchia.” – disse in fretta, cominciando già a scattare per raggiungere la plancia.
     
    “Che fortuna, un minuto di anticipo.” – pensò Romanov
    Si girò e vide che l’equipaggio era terrorizzato, ma non lui; eppure si sarebbe dovuto cagare addosso dalla paura, considerando che c’erano poche speranze effettive di sopravvivere a quella missione suicida.
    Wilkins era il più teso di tutti, perché il suo sesto senso gli intimava di dirottare la nave verso una posizione diversa; sentiva che ci fosse qualcosa che non andava in quel piano o, più probabilmente, nell’operazione da lui suggerita.
    “Okay, ore 20:29. Accendere i motori. Timoniere, imposta la rotta.”
    “Rotta impostata, cap-” – si maledì per quell’errore, e si corresse cercando di far finta di nulla “ammiraglio.”
    “Perfetto, 20:29:45 s. Quindici secondi ed effettuiamo il balzo.”
    Passarono quindici, interminabili, secondi prima dell’entrata nell’iperspazio. Tutti si chiedevano se sarebbero sopravvissuti, e se avrebbero mai rivisto i loro cari.
     
    // Ore 20:30 (standard galattico), 24 aprile 2621 / nave ammiraglia Valentine in viaggio verso H-35 (Dark Zone)
    Romanov fece salire Badou sulla plancia per ricapitolare il piano. Non che ne avesse realmente bisogno, ma non voleva commettere errori.
    “Signore. Una volta giunti su H-35 lanceremo una decina di caccia di classe Seraph, i nostri top gamma, muniti di congegni di disturbo e armati di alcune testate che sganceremo sulla flotta nemica; grazie a questo attacco, seppur un po’ disperato, avremo il tempo di armare gli X-01 e sganciarli sui nemici. Per quanto riguarda i loro velivoli le nostre difese sono in grado di reggere per il tempo necessario. Nel caso i nostri scudi cedano sovraccaricheremo il modulo iperspaziale.” – disse Badou, con una precisione quasi maniacale
    Romanov, però, non stava ascoltando nulla di quello che diceva il Primo Ufficiale. Lo stava fissando in volto per bene, cosa che non aveva avuto modo di fare prima. Il suo viso, di carnagione scura, era unto, come se non si lavasse da giorni; si chiese se fosse così per caratteristica naturale oppure se fosse realmente sporco. Non che avesse senso dato che emanava un buon profumo, quindi pensò direttamente che fosse così per una questione genetica. Di stazza era molto più muscoloso e grosso di Romanov, che, al contrario suo, aveva dei muscoli non molto sviluppati.
    “Signore, tutto okay?” – disse lui, distraendo l’ammiraglio dalla sua analisi
    “Sì, ottimo piano. È stata l’idea giusta al momento giusto la tua.” – rispose Romanov. Sembrava che fosse tornato solo ora alla realtà.
    “Posso congedarmi?”
    “Va’ pure.”
    Guardò l’orologio e si accorse che mancavano circa due minuti al ritorno nello spazio normale. Si accomodò sulla poltrona e prese il cubo, per poi lasciarlo andare subito. Prese l’interfono e impostò come ricevitore tutta la nave.
    “Uomini” – cominciò, intonando un tono incoraggiante – “non sono un tipo che fa discorsi, anzi, li detesto. Eppure eccoci qua, alle porte dell’inferno. È una missione suicida? Sì. Abbiamo scarse possibilità di successo? Sì. Ma se c’è una cosa che questi alieni non sanno è che noi umani spacchiamo culi in fatto di sopravvivenza. E per coloro che non hanno ancora capito che tipo di guerra sia questa, be’, eccovi serviti. Siamo sopravvissuti a carestie, catastrofi naturali, guerre, guerre atomiche, rivolte e quant’altro che lo schifoso mondo e qualsiasi dio ci sia lassù ci ha gettato contro: non abbiamo ceduto a loro e non cederemo neanche a dei novellini!”
    La sua voce era un crescendo, che riuscì a dare l’incoraggiamento di cui avevano tutti bisogno.
    L’equipaggio che stava sulla plancia incorò un “U-ah”, simbolo che contraddistingueva i marine da svariati secoli ormai. Persino Wilkins si sentì più tranquillo e con una marcia in più: sentiva che potevano farcela.
     
    Giunti nel Sistema H-35 tutti rimasero a bocca aperta. Pianeti che si scontravano tra loro in un’orbita priva di senso, ruotando verso chissà dove; la stella del sistema era ridotta a un mucchio di detriti spaziali. Ecco perché si chiama Dark Zone: una zona priva di luce, consumata dagli Akathartos, dove le uniche forme di vita rimaste sono i pirati e i pionieri, che cercano minerali preziosi da raccattare; e gli Intrusi.
    Wilkins, Badou, Douglas, Romanov, e tutti gli altri erano impalliditi. Non importava dove fossero, se lo stessero vedendo dagli schermi o dalla plancia: un’immensa flotta irradiava un blu elettrico, mentre dei filamenti simili a saette si spostavano lungo quell’enorme agglomerato. I pochi caccia rimasti stavano tenendo impegnato il più possibile le forze degli Intrusi.
    “UOMINI, ALLE POSTAZIONI DI COMBATTIMENTO. BADOU FA’ PARTIRE I CACCIA E ARMA I MISSILI! DOUGLAS ASSICURATI DI AVERE IL MODULO PRONTO AL SOVRACCARICO! WILKINS, ESEGUI MANOVRE EVASIVE! VIA VIA VIA!” – urlò Romanov con tutta la voce che aveva in corpo all’interfono
    Badou digitava dei comandi per la sequenza d’avvio dei caccia con un’incredibile velocità, mentre le gocce di sudore aveva completamente consumato la sua fronte; Douglas, anche lui imperlato di sudore, continuava a fare calcoli sul tablet e sul piccolo quaderno degli appunti; Wilkins, invece, portava la nave con estrema precisione in posizioni casuali seguendo spirali ellittiche ed effettuando brevi accelerazioni con i motori di riserva: non poteva permettersi di sprecare troppa energia.
    Trenta secondi dopo i caccia cominciarono a uscire a fiotti dagli hangar delle navi e, se prima gli Intrusi si stavano preparando a far fuoco sulla Valentine, adesso si erano concentrati sui caccia.
    Una schiera di piccole luci elettrificate si allontanò dalla flotta principale, concentrandosi sull’ammiraglia.
    In quel momento si vennero a creare due situazioni: la prima nell’Adrium, la seconda nel Sistema H-35.
     
     “Viceammiraglio, ci stiamo avvicinando all’Adrium. Se vuole può venire a dare un’occhiata, è una vista mozzafiato da quassù.” – disse il capitano Honey
    “Sì, grazie.” – rispose fredda Lefevre
    Il Capitano della SCS Arda alzò la paratia della plancia mostrando il vuoto spettrale dello spazio e l’immensa stazione spaziale della Federazione, l’Adrium, costruita grazie agli sforzi congiunti della Sildor Corporation e dell’Autorità di Ayon. Dalla forma di un triacontaedro rombico, la stazione durante la progettazione aveva un fabbisogno energetico pressoché insoddisfabile; così gli ingegneri sono riusciti a produrre una speciale lega in grado di resistere alle enormi temperature emesse dalla nana blu del Sistema Hyperion e di costruire la stazione attorno alla stella, utilizzandola come un grande reattore.
    Lefevre si era persa nei suoi pensieri, su Wilkins probabilmente, quando Honey la riportò alla realtà.
    “Ci stiamo avvicinando all’hangar D-24.” – annunciò lei – “attracco imminente.”
    La stazione vista dall’interno conferiva alla Lefevre l’impressione di essere in un enorme alveare, e più volte fu sul punto di perdersi. Le paratie più interne, quelle che davano sulla stella, erano state progettate in modo da essere un ibrido metallo-vetro in grado di resistere comunque a temperature molto elevate; ovviamente, all’esterno di queste, vi era uno scudo molto potente in grado di deviare gran parte della luminosità e produrre energia dal calore rilasciato.
    Dopo alcuni giri a vuoto, riuscì a trovare la struttura che cercava: questa era una grossa torre, circondata da giardini e fontane con piante esotiche provenienti da pianeti Ayon e Umani, nonché ambasciata umana sulla stazione.
     
    “Signore, con tutto il rispetto: non possiamo abbandonare la Valentine e lei lo sa bene. È un simbolo di speranza per le persone! Abbiamo vinto innumerevoli battaglie contro gli Ayon grazie a quella nave.” – disse Lefevre, cercando di mantenere il controllo
    “Non solo mi sono persa, ci ho impiegato tre ore a trovarlo, ma mi devo anche sorbire le sue stronzate! Diamine, quanto vorrei strangolare Romanov.” – pensò tra sé e sé infuriata
    “La risposta è ancora no.” – rispose l’Ammiraglio con assoluta fermezza
    “Ma Signore…” – chiese con voce implorante Lefevre
    Forse per fortuna, forse per altro, passò di lì Isi. Era una donna dalla corporatura gracile e bionda – come quasi tutte le donne di quel periodo – con un carattere poco altezzoso e molto sarcastico. Isi non solo era una bella donna, ma era anche la donna più potente della Galassia.
    “Ehi Victor, tutto bene?” – chiese con tono gentile, squadrando prima l’uno poi l’altro
    “Uh… sì sì, tutto bene.” – rispose lui irritato
    “No che non va bene! Mi scusi, ma davvero: possiamo annientare gli Akathartos in un colpo solo e lui” – disse con tono accusatorio” – “non vuole fare nulla per quale motivo?” – disse furente Lefevre, fregandosene di chi fosse il suo interlocutore
    Un comportamento che l’Amministratrice Generale della Sildor Corporation, nonché fondatrice della Federazione, apprezzò molto. Adorava gli spiriti liberi, dato che anche lei era uno spirito libero. Rimpianse un po’ quel periodo, quando era tutto più semplice.
    “Mi dica di più, signorina” – rispose, lanciando un’occhiataccia all’ammiraglio
    “Be’…”
     
    “Signore, tutti i missili lanciati dai caccia non hanno colpito il bersaglio. Il c-campo elettromagnetico dis-”
    “DOVEVAMO PREVEDERLO, MALEDIZIONE!” – urlò Victor, mischiando parole in russo e inglese – “CHE FACCIAMO, ORA?”
    “P-possiamo provare col puntamento manuale…” – propose Badou
    “BENE, SALI SU UN CACCIA E PENSACI TU. SE NON LO FAI GIURO CHE GLI INTRUSI SARANNO IL TUO ULTIMO PROBLEMA!”
    Badou non capì se stesse scherzando o meno, finché Romanov non ordinò che un caccia fosse armato e pronto al lancio tra tre minuti.
    “Se sopravvivo lascio il fottuto servizio militare.” – borbottò sottovoce mentre si dirigeva verso l’hangar, stringendo i denti e imprecando contro tutte le divinità che conoscesse
     
    Un’altra schiera di caccia, a supporto di Badou, venne lanciata e fu veramente grato di questa cosa. Morire per così poco non gli andava a genio e, mentre avviava il caccia, gli sfrecciò per la mente una cosa: “e se mi lasciassero qua una volta lanciati i missili?”
    Rabbrividì al solo pensiero che potessero lasciarlo indietro ma, con un pazzo del genere, per giunta russo, tutto era possibile; “sono stati i russi a distruggere mezzo mondo, per poi perdere la guerra e la dignità, no?” – pensò Badou – “Se è raro trovare un russo al comando un motivo ci sarà, e adesso capisco quale!” – disse facendo una risata quasi maniacale
     Imprecò di nuovo e, eseguendo una manovra in linea d’aria, acquisì il primo bersaglio facendo attenzione a non farsi notare. E ci riuscì perfettamente, infatti non dovette sparare un solo colpo! Acquisite le coordinate per il bersaglio, invece di inoltrarle alla Valentine, decise di inviarle una volta tornato all’hangar. In questo modo, pensò, non avrebbero avuto modo di lasciarlo indietro.
    Ma Badou non aveva previsto una cosa: i missili avevano bisogno di un segnale continuo e, una volta tornato sulla nave, ne sperimentò gli effetti. Una dozzina di missili X-01 furono lanciati nello spazio, colpendo macerie e bersagli diversi da quelli prefissati.
    “Signore, i missili non hanno… i missili non hanno centrato nessun bersaglio…” – disse con la voce strozzata in gola Wilkins
    “Com’è potuto succedere… Badou?” – chiese attonito l’ammiraglio
    “Io… io ho inviato le coordinate quando sono tornato a bo…” – rispose lui pallido in volto; sembrava più morto che vivo.
    Le facce dei presenti erano basite e gli sguardi erano puntati su di lui: Victor Badou, l’essere maledetto. Ci fu un silenzio lunghissimo, interrotto solo da uno stridio acuto: significava che gli Akathartos stavano caricando le armi.
    “DOUGLAS, SOVRACCARICA IL MODULO. ORA!” – urlò Romanov in lacrime, dirigendosi verso la Poltrona e accasciandosi su di essa
    Ma anche lui commise un errore: non aveva preventivato era che la Lefevre fosse una donna piena di risorse e che non avrebbe mai permesso che Wilkins morisse.
    “Ammiraglio, guardi là! È l’intera flotta della Federazione!” – urlò Wilkins con gli occhi pieni di lacrime e di gioia, prima che venisse catapultato in pochi secondi a migliaia di anni luce di distanza.