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    • emanueleShellman

      Scelte di vita

      By emanueleShellman, in Poesia,

      Fra mille possibili variabili
      ho scelto
      Potevo aspettare la vita
      ma io ho scelto
      Non avevo bisogno di te
      ma io ho scelto
      Ti ho scelto
      anche se mi è costata la vita
      Ti ho scelto
      Anche se hai spento i miei giorni
      Ti ho scelto
      Nonostante tutto
      Perché il mio cuore piangeva
      a vederti triste
      Perché il mo cuore soffriva 
      a saperti sofferente
      Ho seguito il cuore e non la ragione
      La mente mi portava altrove
      ma il cuore mi teneva qui.
      Ho scelto te
      per completare i miei giorni
      per giungere al fine di una vita
      per chiudere gli occhi
      su un'avventura
      finita ancora prima di iniziare.
       

    • Ieri ti ho sognata...
      Ci trovavamo in fondo al bellissimo giardino della casa di campagna di cui ti raccontai. Sì, quella della mia infanzia. Sembrava di essere in un'epoca lontana, forse il '700,  epoca di costruzione della villa. Lì, anche nella realtà, c'era un'amaca sotto l'ombra di una semicupola formata da piante. Io ci ero sdraiata sopra, avevo i capelli molto lunghi, ero nuda e di spalle. Tu mi arrivavi da dietro ed eri vestita con gli abiti di una popolana dell'epoca, ma contrariamente all'uso avevi i capelli sciolti. Iniziavi ad accarezzarmi il collo, le spalle, la schiena. Era il primo pomeriggio, c'era un grande silenzio, eccetto che per il calmante fruscio delle piante, e l'atmosfera sembrava inspiegabilmente deserta. Non sembrava esserci alcun pericolo che qualcuno ci sorprendesse.
      Continuavi a toccarmi lungo tutto il corpo, e io mi godevo le sensazioni ad occhi chiusi. Poi giravo la testa verso la tua e ti baciavo con la lingua, accarezzandoti il viso e il collo. Poi mi mettevo seduta sull'amaca e ti aprivo la camicia per toccarti il seno, stringendo un po' i capezzoli e poi succhiandoli. Te la sfilavo, e ti invitavo a far cadere anche la gonna e toglierti il resto. Poi scendevo sul prato per venire in piedi davanti a te. Ti baciavo un po' e ci accarezzavamo a vicenda il corpo, poi attaccando i nostri corpi e strofinando insieme il pube per eccitarci.
      Poi ti prendevo la mano e ti invitavo a correre con me fino alla villa.
      Ti portavo al secondo piano, dove c'è una grande cucina con un lungo tavolo di legno grezzo e il pavimento di pietra.
      Ti invitavo a salire sul tavolo, sdraiandoti. Iniziavo a girarti intorno e accarezzarti e baciarti ovunque. A un certo punto mi prendevi la mano e mi guardavi a lungo. Ti accarezzavo i capelli e ti baciavo profondamente. Ti facevo sedere sul bordo del tavolo e andavo a prendere un utensile con un manico di legno levigato, per poi poggiarlo sul tavolo. Mi sedevo su una sedia di fronte alle tue gambe, le allargavo e iniziavo a leccarti con tutta la calma del mondo. Ti piaceva, sospiravi... Poi prendevo il manico di legno e lo strofinavo lungo le piccole labbra bagnate, per renderlo umido, poi lo facevo entrare lentamente e iniziavo a farlo scorrere e roteare piano, poi sempre più intensamente. continuavo con dei colpi secchi e profondi, per poi uscire ruotandolo per allargare bene le pareti della vagina e ricominciare. Poi ti spingevo il busto indietro, sul tavolo e continuavo a penetrarti con l'oggetto, ma leccandoti anche il clitoride. Godevi, mi sembrava che tremassi a volte, finché non ti sei risollevata e mi hai afferrato i capelli per farmi sentire come dovevo continuare a leccarti. Sei venuta.
      Mi sono alzata in piedi davanti a te e ci siamo baciate. Sei scesa dal tavolo e ti ho portato al piano superiore, in una bella camera con un letto matrimoniale, un armadio, un comò e un tavolino con uno specchio, un catino e una brocca piena d'acqua. Sul comò c'era un vasetto con dentro varie cose strane, tra cui una piuma. L'ho presa e te l'ho messa in mano. Mi sono sdraiata sul letto, di fianco e con una gamba alzata, e ti ho fatto cenno di usarla stimolarmi la vulva. Sedendoti sul bordo del letto, hai iniziato a solleticarmi in questo modo. La sensazione era strana ma eccitante, una sorta di tortura che mi dava i brividi. Poi restandomi seduta dietro mettevi da parte la piuma e iniziavi a masturbarmi all'interno, con due dita arcuate. Mi muovevo con te e mi piaceva moltissimo, mi sentivo riempita. Dondolando il bacino ti facevo capire che per darmi ancora più piacere dovevi spingere con le dita su tutti i lati della vagina, dilatarla e premere. Muoverti non solo fuori e dentro, ma anche verso i lati. Mi sentivo completamente soddisfatta e ti invitavo a uscire non potendone ormai più. 
      Ti facevo poi accomodare sulla sedia davanti allo specchio e, restando in piedi dietro di te, affondavo le mani nella brocca e portavo qualche goccia sul tuo collo, sul tuo petto e fino al seno, per rinfrescarti e stimolarti. Poi mi inginocchiavo e iniziavo a baciarti il collo in modo intenso e stringendoti il seno. Poi ci guardavamo insieme nello specchio e incrociavamo le nostre dita.
      Ci sdraiavamo insieme sul letto e, dopo aver riposato un po', ti invitavo a salire in ginocchio sopra il mio viso per poterti muovere secondo il tuo piacere, mentre ti leccavo e ti toccavo i fianchi. Riuscivo a farti venire e tu sembravi voler ricambiare. allora mi mettevo carponi sul letto e mi inarcavo perché volevo sentire bene la tua lingua, non sul clitoride ma dentro. Ti supplicavo di prendere l'oggetto che avevo usato con te e lo bagnavo con la mia bocca sentendo il tuo sapore, poi te lo porgevo ed iniziavi a penetrarmi a fondo ed io impazzivo. Poi, presa dall'urgenza, giravo il corpo verso di te e ti portavo lì la mano perché finissi il mio orgasmo. Mi facevi venire spingendo forte il pollice sotto il clitoride, sfregando su e giù fino a premere sulla sua punta quasi dolorante per l'eccitazione.
      Stanche, andavamo nella sala da bagno per versarci addosso dell'acqua fresca sul corpo. Era ormai il tramonto, e dall'armadio prendevamo delle vesti leggere di cotone bianco, che l'una metteva all'altra. 
      Andando in cucina, mangiavamo un pasto semplice e leggero.
      Uscendo, trovavamo ancora un po' di chiarore e andavamo a sederci sotto un albero di gelso enorme e maestoso, dove c'era una panca ricavata da un mezzo tronco. Eravamo serene e soddisfatte, parlavamo di non so cosa e ridevamo. Piano piano la notte scendeva, e l'aria fresca ci abbracciava, coi profumi di qualche fiore. La luna piena era sufficiente a illuminare qualche nostro passo. Passeggiavamo a braccetto, osservando le stelle e le bellissime colline in lontananza. Ma c'era ancora un po' di passione in noi. Ad un certo punto ti portavo in un punto estremo del giardino, di fronte al paesaggio più bello, e ti facevo salire in piedi su una grossa pietra piatta. Ti sollevavo la gonna leggera, mi abbassavo un po' e iniziavo a leccarti solo il clitoride ritmicamente. Tu ti godevi la sensazione davanti alla natura meravigliosa che ti circondava. Continuavo fino a farti venire. Poi andavamo insieme a riposare e dondolarci sull'amaca, guardandoci e accarezzandoci con dolcezza finché non è arrivato il momento di andare a letto e dormire insieme.

    • La bambina osservava il suo gatto con espressione severa nei grandi occhi azzurro cielo.
       
      “Mio Dio, guardati, Fluffy. Un giorno dovrò decidermi a metterti a dieta”, dichiarò quindi con fare impertinente.
       
      Il micio non sembrava particolarmente toccato dalla considerazione, e si guardava intorno in cerca di qualcosa di commestibile.
       
      Era un primo pomeriggio d’estate, quando nessuno osa ancora popolare le strade e la canicola è tale che persino il sole sembra volersi rinfrescare tuffandosi flemmaticamente nell’oceano a sera, quando il giorno si dà vinto al caldo e alla noia.
       
      La ramanzina venne interrotta da un rumore assordante e da un odore di bruciaticcio proveniente dalla collina che sovrastava la villetta dove giocavano la bimba e il gatto: una grande astronave grigia e fumante si era appena appoggiata a terra su zampe lucide di metallo. Strane creature cineree e umanoidi scesero e si diressero verso la frugoletta.
       
      “Xampus, ci siamo: è arrivato il momento di agire. Accenda il traduttore chitammuonico.”
       
      “Operativo, Capo.”
       
      “Peccato che i terrestri non hanno il detto ‘rubare le caramelle ai bambini’, perché si adatterebbe perfettamente al momento.
       
      Salve, curiosa e giovane creatura terrestre: noi veniamo in pace, ma affamati. Sappi che siamo viaggiatori planetari e siamo lieti di fare la tua conoscenza. Per arrivare fin qui abbiamo attraversato le sbuffanti fonti di elio su Giove ed affrontato i Gioviali, socievoli indigeni dalla voce buffissima soliti ad importunare i visitatori con improbabili imitazioni. Abbiamo solcato i confini di Urano, un posto fatto di acqua, metano e ammoniaca – perfetto per sgrassare e candeggiare i nostri indumenti sporchi della polvere delle stelle e della cucina piuttosto grassa di Xampus. Abbiamo perfino acquistato un appartamento su Plutone, salvo poi vederlo tristemente declassato a pianeta nano con conseguente perdita del suo valore immobiliare. Ed ora siamo qui, al tuo cospetto, con una richiesta che spero accetterai.”
       
      “Chiamo la mamma?”
       
      “No, cara. La mamma non serve. Semplicemente vorremmo proporti uno scambio equo, qualcosa che ci renda soddisfatti entrambi. Xampus, proceda con l’offerta!”
      “Certo, capo! Ecco, vedi bambina, quello che vorremmo offrirti è questo nuovo ritrovato della tecnica in legno di forma panciuta ma affusolata alla base, che viene fatto ruotare velocemente sul suo asse verticale. Il tutto semplicemente in cambio del tuo appetitosissimo gatto.”
       
      “Una trottolina?” La bimba aveva un’aria perplessa.
       
      “Capo, non l’ha bevuta.”
       
      “Insista Xampus.”
       
      “Tenero virgulto, devi sapere che a noi i gatti piacciono. Tanto. Ma davvero tanto.”
       
      “Oh, come al nonno! Lui è italiano, sai? ci racconta sempre dei gatti e di quando era giovane al suo paese, Vicenza.”
       
      “Ecco, sì.”
       
      “Mamma dice che ora che non ragiona più tanto bene ed è meglio non lasciarlo da solo con il micio.”
       
      “Capitano, ha sentito?”
       
      “Dunque ci sono buongustai anche qui! E vogliono questo gatto! Meglio alzare la posta, Xampus.”
       
      “Certo, Capo! Boccoluto essere senziente, sei più furba di quello che sembrava, ti rispetto per questo! Vuoi alzare il prezzo, ci sto! Ti offro, ti offro… ecco! Un giro nella nostra astronave! Sarai il primo essere terrestre a visitarla senza essere cucin.. ehm, portato nello spazio. Che te ne pare?”
       
      “Avete i cartoni animati?”
       
      “No.”
       
      “Le giostre?”
       
      “No. Ogni tanto il Capo vuole salire a cavalluccio, ma non conta.”
       
      “Qualcosa di buono da mangiare?”
       
      “Sì! Abbiamo il gelato!”
       
      “Che gusti?”
       
      “Gatto, variegato al caffè, zinco, limone e tizio che abitava in fondo al viale.”
       
      “Non mi piace il limone.”
       
      “Dovresti provare il gelato al tizio, allora.”
       
      “Non mi va il gelato ora.”
       
      Fluffy (o, come lo chiamava a volte il nonno, Coniglio) non aveva perso d’occhio i due tizi appena arrivati. Con andamento pigro e piglio incerto portò pancia fin lì e iniziò a strusciarsi loro addosso. Certo, i due nuovi avevano un colorito grigiastro di chi non mangia abbastanza croccantini, ma non bisognava mai disperare, magari gli allungavano qualcosa comunque.
       
      “Capo, che buon odore che ha!”
       
      Il gatto ondeggiò la coda sotto il naso di Xampus.
       
      “Guarda come è panciuto! Starebbe benissimo con dei tuberi di Urano e una spolverata di pecorino sardo!”
       
      Distratto com’era, Xampus fece cadere il mentecomando dell’astronave, e Fluffy ci balzò sopra pensando fosse cibo.
       
      Il veivolo alieno spiccò un volo verticale da shuttle della NASA prima maniera, virò per qualche secondo in maniera obliqua e scostumata verso destra, quindi fermandosi su se stesso cominciò a ruotare vertiginosamente come un mastodontico fidget spinner.
      Il calore che sprigionava quel giocattolino era infernale – sufficiente a bruciare i cappelli di paglia dei pochi passanti che ebbero la sfortuna di ritrovarsi nei paraggi.
       
      “Xampus, il gatto sta telepaticamente manovrando l’astronave, evidenza palese del fatto che lei non ha inserito il bloccasterzo!”
       
      “Mi scusi Capo, credevo non fosse più necessario da quando nella polizza di assicurazione ha fatto inserire la clausola furto e incendio.”
       
      L’ammasso metallico e lucente sembrava ormai del tutto fuori controllo, tanto che alcune vecchine del paese smisero di spettegolare delle proprie nuore e cominciarono ad indicarne la sua curiosa traiettoria che, sbilenca, puntava dritta alla vicina contea di Chaves, un postaccio di allevatori e soldati della vicina base aerea.
      Lo schianto fu fragoroso: un tonfo da mandria di bufali sovrappeso che fa bungee jumping simultaneo e senza corda.
       
      “Capo, mi sa che è necessario andare a riprendersi il mezzo.”
       
      “Affermativo, Xampus. Lasciamo il manicaretto alla bimba e risolviamo prima l’inconveniente”. I due si diressero verso quello che da una certa distanza appariva essere un ranch, ora sparso di rottami,  lamine e asticelle.
       
      La bimba guardò con sguardo complice il micio: “quest’anno a Roswell gira davvero gente strana. Hai fatto bene Fluffy.”. Accennò un sorriso, poi si diresse dentro casa, alla ricerca della torta che la sua nonna qualche ora prima aveva amorevolmente infornato nella lavastoviglie (nemmeno la nonnina ci stava più tanto con la testa).
       
      Il gatto fu contento della ricerca di cibo, poi fu distratto dal rumore di tante sirene militari.
       
      La bambolotta e il suo socio felino non videro più quegli strani esseri, di cui si dimenticarono presto. Rimase però traccia di loro nel San Francisco Chronicle del 9 luglio 1947:
      «Le numerose voci riguardanti il disco volante sono diventate realtà ieri quando l’intelligence del 509º Bomb Group dell’Ottava Air Force, Roswell Army Air Field, ha avuto la fortuna di entrare in possesso di un disco volante con la collaborazione di uno degli allevatori locali e dello sceriffo della contea di Chaves. L’oggetto volante è atterrato in un ranch vicino a Roswell la scorsa settimana. Non avendo un telefono, l’allevatore ha tenuto il disco fino a quando non è stato in grado di contattare l’ufficio dello sceriffo, che a sua volta lo ha riferito al Maggiore Jesse A. Marcel del 509º Bomb Group Intelligence Office. Sono immediatamente scattate misure e il disco è stato subito prelevato a casa dell’allevatore. È stato perquisito dalla Roswell Army Air Field e successivamente trasportato dal maggiore Marcel al quartier generale più alto.»
       
      E quasi tutti vissero felici e contenti.

    • PARTE PRIMA: INFANZIA
      CAPITOLO 1 VOI NON SIETE SOLI
      Cadevano i sogni in quella notte d’estate. Piccoli desideri, stagliati contro una volta nera dal sapore misterioso dell’infinito. Decidevano d’un tratto di andarsene, di realizzarsi o spegnersi, come lacrime della notte e non mi restava che ammirarli, irraggiungibili … ed amarli. E chissà … chissà dove sarebbero andati! Ero ancora bambino, un po’ ingenuo, un po’ curioso. Credevo che il tempo fosse tutto ciò che noi abbiamo davanti, il vento della vita che cambia le cose, che le volta e rivolta, le ricolora, le sposta … e che tutto vivesse nel futuro più inarrivabile, infinito. Ma c’era tanto più passato nel mio futuro, di quanto del futuro stesso avrei potuto immaginare. Ma il mio passato non avrebbe saputo di immenso, come quel nero freddo e profondo che mi si dispiegava davanti e che avvolgeva le stelle e quel futuro avvolto da un manto candido d’esse. Avevo nove anni, non lo conoscevo il mio passato, ma non ero solo, avevo una famiglia, un piccolo cane, la montagna, le stelle … Sentivo in me la vita, tutta la sua forza, tutto il suo splendore che odorava di mistero. Poi la gente, intorno a me, danze in maschera, feste di colori, ciascuno era un mondo da esplorare ed io volevo capire il mondo.
      I misteri, principalmente, sarei partito da quelli! Le faccende storiche, già spiegate, non brillavano di novità, sicuro! Io volevo ciò che stava oltre il limite, qualunque esso fosse … Io ero un finto razionale, un sognatore. Vivevo di ciò che serve e di ciò che serve immaginare per stare bene, nelle follie dell’uomo che viveva con me e nel mio stesso pianeta. L’immensità dell’inconosciuto disegnava orizzonti vuoti, sconfinati, intorno a me. Da grande avrei fatto l’esploratore o il programmatore. Ma per adesso vivevo ad Asiago, con nonna Amalia, mio padre Roberto e mia madre Serena.
      Quella notte guardavo le luci graffiare l’Universo intero, poi svanire … Luccicavano come misteri i satelliti, si libravano nell’aria gli aerei. Ed io, sul terrazzo, ammaliato dalle invitanti carezze di un soffice sonno, caddi nel suo morbido candore, sereno, come fra suoni teneri di piano che accompagnavano i miei ultimi ricordi ad un mondo fatto di luce e poi di niente …
      Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete?
      Una voce nelle orecchie, non sognavo, era vera! Mi staccai dal terrazzo con un sobbalzo e piombai sul letto, poi guardai la porta della stanza, chiusa, pronto a scappare. Poi la porta del terrazzo ancora aperta. Il mio respiro … gelido mi scaldava il petto, allarmato … dal sussulto. Ed il tremore, le orecchie tese, i muscoli pronti a scattare … ma niente … Poi un suono, il vento … Le foglie dell’albero vicino scrosciavano … Mi chiamavano. Andai con coraggio a scoprire l’inganno, qualcosa pur aveva parlato … o qualcosa mi aveva ingannato … Scorsi le ombre nere degli alberi sul cielo ancora scuro ma tenero, una luce selvaggia illuminava le cose, non era artificiale … pareva di stare ancora in un sogno, nell’incertezza, persi la prudenza e misi i piedi nelle scarpe. Avevo espresso un desiderio, quella sera, ammirando le stelle, un sogno per ogni stella ma sempre lo stesso … Io volevo vedere qualcosa di straordinario, qualcosa di più grande del tempo a me avverso. E se non era stato il vento a svegliarmi dal sonno, se non stavo ancora sognando … Qualcosa mi aveva parlato! Non poteva che essere amico, io stavo bene, ero intatto … Forse era quello il momento, sarei andato per il Bosco Nero, verso le sculture rupestri che gli ufologi della zona amavano! Lì si trovavano antiche forme che non avevo mai decifrato. Ero andato tante volte a vederle di giorno, ma me lo sentivo, era quella la notte dei misteri e dei desideri. Guardai ancora fuori nel terrazzo, in cerca di segni, fra gli alberi spaventosi ed il vuoto infinito del cielo, fra le stelle, ma niente. Nessuna voce nell’aria … E temevo così tanto di udirla ancora … Quanto la temevo! Temevo i miei ricordi … Temevo … persino il mio respiro! Rimasi immobile, travolto dal buio ... Raggiunsi il corridoio, poi la porta principale … guardai fuori indugiante, non era quella la notte dei desideri, era la notte dei terrori. La richiusi, posai le scarpe e affrontai il buio nuovamente, in ritirata, nel pieno del fallimento. Era quella … la notte dei fallimenti.
      E, arso dalla voglia di scoprire, dalla voglia di vedere la meraviglia, dalla consapevolezza che qualcosa di grande accadeva mentre io stavo nascosto avvolto nel mio letto, non potei dormire … E ogni suono fu per me un gran spavento mentre i minuti passavano lenti come le ore.
      Rassicuranti giochi di luci tinsero lentamente le cose d’un rosa materno, erano le luci del mattino e del mio gran sollievo. Se i veri misteri non avrebbero fatto per me, avrei fatto il programmatore. Avrei vissuto di logiche matematiche, di sistemi già fatti e pronti da assemblare. Avrei vissuto di cose conosciute da riscoprire in combinazioni diverse, le nuove invenzioni, ecco, forse anche di idee. Ma non avrei vissuto di grandi spaventi, era troppo per me l’infinito e le sue spaventose meraviglie.
      Ore infinite però le trascorsi anche dietro ai banchi delle scuole elementari, fra bambini che non capivo. Che litigavano, che giocavano, fra le pecorelle ed io ero una di quelle, o forse ci provavo e non ci riuscivo neanche tanto bene. Oggi ero già in castigo per una gomma appiccicata sulla sedia dell’insegnante e isolato dai compagni che ridevano delle mie pazzie, delle voci notturne di cui non avrei dovuto parlare. Ma il fascino dell’ignoto … era più grande di me.
      “Dove siete?”, chiedeva ancora quella voce nella mia mente, nei ricordi che mi tenevo stretti. “Dove siete?”. E rabbrividivo. Tutti quei brividi, lungo le braccia, lungo la schiena, fin nel mio cuore, tremante.
      << Ma c’era stata>>, assicurai Mattia, il mio buon amico.
      Rise, << Sei ridicolo, Thomas>>.
      << Mi sarei spaventato se non ci fosse stato niente?>>.
      << Mah sì, anch’io mi spavento! Tipo questo, mette i brividi! Fortuna che non è vero!>>.
      << Fai te! Io l’ho vissuto … è ancora sulla mia pelle!>>.
      << Ma hai visto niente?>>.
      << No, niente … la paura, quasi, avrei potuto vedere!>>.
      << Tu non hai sentito niente>>, parve dedurre.
      Lo spinsi, nel tentativo di svegliarlo dall’incanto dello scetticismo, << Io ti dico che è vero!>>. Ed era proprio possibile che niente potesse esprimermi meglio di quelle poche parole?
      << Tu cerchi sempre il grande nelle cose piccole! Non trovi mai niente!>>.
      << Io esploro, alla faccia di voi che … >>.
      << Piangi?>>.
      << Tu non devi dire niente!>>.
      << Non urlare!>>, tuonò lui. << Voglio capirti>>.
      << Penserò a un modo migliore … >>, gli risposi, sconsolato. Avrei trovato il modo di esprimermi, un modo migliore di dimostrare la realtà così com’era.
      << La realtà>>, mi spiegava la maestra di religione l’ora dopo. << È fatta di persone>>.
      Ma era fatta di persone materiali o dei mondi che le persone creano esistendo, pensando? La realtà? Non poteva che essere il fatto, ed era successo. Non era un’opinione, la mia. Era realtà. Era quella. Esistono persone che pensano troppo per cose inutili, io non ero fra quelle. Io sapevo cos’era vero, non mi restava che ammettere la chiarezza dei fatti …
      Andai a cena, quella sera ero in punizione pure a casa, i miei si vergognavano a dire ai parenti delle mie bambinate e quella sera li avevamo a cena! Parenti loro, io non ero imparentato con nessuno. Adottato, tutto qui …
      Ma il mistero … il mistero tornò a prendermi.
      E quella sera ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
      E io malinconico e scherzoso risposi:<< Dove siete? Voi che … non esistete?>>.
      Il mattino seguente raggiunsi subito Mattia, a scuola e gli dissi:<< E se tu non hai paura … vieni>>.
      << Dove?>>, domandò spaesato.
      << Calà! Di notte! Le vedrai belle … >>.
      << Di notte??>>.
      << Una sola notte!!>>, insistetti.
      << Non al Bosco Nero. Quella è zona chiusa ai visitatori non accompagnati!>>.
      << Calà!>>, gli proposi ancora. << Una sola prova! Non andiamo a vedere le rupestri … dai, una volta soltanto!>>.
      << Calà del sasso?? Ma col buio? È pericoloso … E poi non posso uscire di casa alla notte>>.
      << Certo che puoi se nessuno lo sa>>.
      << Calà del sasso? … Neanche morto>>.
      << Allora facciamo un patto! Tu vieni con me di notte e mi comporterò come vorrai tu per un mese>>.
      << Farai tutto ciò che ti dico?>>.
      << Tuttissimo>>.
      << Ma perché di notte?>>.
      << Perché nessuno saprà niente … Perché le verità segrete devi andare di persona a cercarle, nel loro habitat abituale, il nero del mistero!>>. E lui, comunque, già tremava. << Tu hai paura?>>.
      << A Calà ci sono andato tante volte … Ma questa volta è una vera bambineria>>.
      << Tu hai paura!>>.
      << No!>>.
      << Sai dire solo no? Anche io so parlare. E fare? Cosa sai fare?>>, lo intimai.
      << E allora vengo, ma per un mese la smetterai con queste cavolate!>>.
      << Affare fatto, se ti ritirerai … sarà sfortuna per una vita>>, e me la risi.
      << Eh! Così non vale!>>.
      << Ci credi?>>, lo tentai.
      << Tu sei pazzo!>>.
      << Ma io non sono superstizioso … io cerco, cerco … non credo!>>.
      Era l’ignoto stesso, il senso di quelle cose … Ma il mondo non capiva il mio animo afflitto dalla ricerca senza soddisfazione … da un vuoto più grande dei tempi che risucchiava la mia anima … E ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
      Ma nonostante quel suono rimanesse lo stesso, intorno a me le voci del mondo cambiavano … Si dicevano di me molte cose. All’inizio erano voci, ma ora erano torrenti e m’invasero, mi costrinsero a scegliere fra la ricerca ed il silenzio più sano, la normalità. Ma questa normalità, dov’era? Chi aveva il coraggio di cercare? Chi aveva il coraggio di non tacere? Chi di noi stava sbagliando?
      Gli zii vennero a cena ancora, si erano presi dei giorni di ferie ed erano lì, ad Asiago, a godersi un bell’angolo di Terra, fatto di verde domato e selvaggio.
      << Anch’io ero come te, da piccolo!>>, mi assicurava lo zio, seduto con me su una panchina. Ci prendevamo un gelato in centro, approfittandone per conoscerci meglio. Eravamo soli, sotto un manto grigio e caldo che oscurava le stelle e circondati da edifici vecchi che sembravano sempre giovani, come una volta, in un paese di montagna che non sentiva la sua età, come molti altri. Non riuscivo facilmente a sentirmi parte di quella famiglia, ma non potevo nemmeno disprezzare la compagnia di un caro amico che giocava ad essermi zio.
      << Ed hai smesso di seguire il mistero?>>, gli chiesi.
      << Uh, se ce ne sono di misteri! Dalla perdita di capelli … Alle etichette nei posti sbagliati … l’hai vista quest’etichetta?>>, e si indicò sotto la nuca. << Sembrerebbe una maglietta storta e invece non lo è. È un mistero, vedi?>>, e rise, da solo. << Poi ci sono le donne … poi i calzetti, ma questo centra con la lavatrice, tu non lavi ancora niente, vero?>>.
      Lo guardavo, silente. << Che cosa? No … io intendevo di più i … >>.
      << Il mostro dell’armadio>>, m’interruppe facendo poi una pausa incredibilmente lunga. << Era solo un maglione nell’armadio. Che tu lo abbia mai avuto o no … prendila metaforicamente>>.
      Profondamente rimasi scosso da un’insolita perplessità scaturita da così banali parole. Erano solo banali parole! E comunicavano molto più delle mie.
      Ma qual era il mio mostro dell’armadio?
      Tornato in camera aprii silenziosamente l’armadio, ancora immerso nel mondo metaforico e dissi:<< Tu non esisti>>, lo richiusi, feci le spallucce. Io non avevo terrificanti illusioni, avevo i fatti, puri, com’erano.
      O forse …
      << Quando Calà?>>, domandò Mattia, il mattino seguente.
      << Presto>>, risposi.
      << Cosa aspetti?>>.
      << Il … momento>>. Il momento … o la certezza, la sicurezza …
      Ma sarei andato. Non avrei rinunciato all’ultima esplorazione. Sarebbe stata l’ultima, nella notte più adatta … in caso di fallimento … mai più niente. La realtà avrebbe demolito la debole voglia bambina di scoprire la meraviglia dove non c’era niente … Avrei lasciato agli artisti il compito di dipingere meraviglie invisibili. Io … ero un ragazzo di tecnologia, sarei stato utile ad altro. Ma in caso di disfatta … non sarebbe finita così. Era una guerra quella, della realtà dei fatti.
      I nostri passi erano piccoli, su di un’immensa nera terra aliena, i gradini di pietra di Calà stavano nascosti nel bosco. Il freddo s’intrometteva nella nostra salita, spettro del terrore in una calda serata d’estate. Gli occhi attenti avrebbero voluto vedere tutto ma erano bendati dalla notte che si svegliava a ogni nostro rumore, spiandoci, cacciandoci … E sentendoci osservati a volte correvamo, fingendo fretta ma quello era solo chiaro terrore, più chiaro della notte. Le nostre timide pile disturbavano l’oscurità, avremmo dovuto andarcene, in ogni istante. Calà del sasso era una scalinata immensa e prima della fine … qualcosa sarebbe successo. Forse, speravo non accadesse ciò che cercavo, speravo che nessun telo cadesse, che nessuno spaventoso mistero mi si mostrasse.
      << Va bene>>, ammisi, con voce fragile. << Qui non c’è niente. Sei coraggioso … volevo … vedere questo! Andiamocene!>>.
      Mattia esultò piano piano e ci voltammo per la discesa, ma in fondo alla curva degli scalini in discesa fra la vegetazione, una luce azzurra mi colpì e mi s’aprì un taglio immenso fin dentro l’animo. Tremavo, la paura si diffondeva dal colpo al petto fin sui capelli e verso i piedi … Mattia già correva su per la scalinata, la sua pila oscillava come lampi di luce su di una salita senza fine. Il pericolo mi scosse ancora e mi fece salire le scale rapidamente, volevo guardarmi alle spalle, vedere se la luce c’era ancora ma non potevo distrarmi. Un riparo, una via … dov’era l’uscita da quell’incubo? C’era un posto sicuro? C’era la realtà dietro di me che giungeva a prendermi in risposta al richiamo? C’era il destino? Cos’era la luce da cui scappavo? La verità? Rallentai per guardare dietro, non c’era niente.
      << Mattia!>>, lo chiamai bruscamente, sottovoce. << Mattia fermati!>>.
      Mattia si nascose dietro un albero e spense la pila, i suoi occhi lucidi mi fissavano nel buio. Io, in piedi sulla scalinata, mi poggiai ad una parete rocciosa per non essere in vista e guardai il mio amico, facendo respiri rapidi e profondi. << Non c’è niente>>, lo assicurai. << Era lo spavento>>.
      << Era vero!>>, disse con voce di pianto. << Voglio tornare a casa! Era vero>>.
      Feci appello alla mia calma e tremante gli dissi, nascondendo la paura dietro al buio che ci divideva:<< Noi siamo qui, stiamo bene. Torniamo indietro … >>.
      << No>>, disse, terrorizzato. << Io rimarrò qui! Verranno a prendermi! Digli di venire a prendermi!>>.
      Ma la luce s’incuneò alle sue spalle scivolando nel cielo, dietro ai rami degli alberi e dietro alle loro vette.
      << Resta immobile>>, gli sussurrai temendo di essere allo scoperto ma temendo anche di muovermi, in cerca di riparo.
      La luce colpì la sua sicurezza e si gettò a terra, spaventato. Essa scivolò verso di lui, abbassandosi, come se qualcosa senza corpo, fatto d’azzurro luminoso e vibrante tagliasse l’aria e ogni ostacolo avanzando inesorabilmente verso il mio amico. Io corsi verso di lui dopo un attimo di esitazione ma la luce era troppo rapida e mi avrebbe preceduto. Così cambiai direzione, salii a gattoni, svelto, la scalinata e giunsi ad una grotta, mi ci tuffai dentro. Ero solo, col mio respiro. Non c’era più niente …
      Era un incubo. Era per forza un incubo.
      Tremavo, la paura mi congelava fin nell’anima. Guardai fuori, dove era più buio. Ascoltai il silenzio. Perché c’era silenzio? Perché il bosco era così indifferente al suono della confusione nelle mie orecchie? Mattia? Solo, nascosto, tremante? Era stato ingoiato dalla luce fredda della tenebra? Aliena o spirito infastidito della foresta?
      Trattenni il respiro per udire più lontano, poi sussultai, due piccole lucciole volavano zitte davanti alla grotta. Le osservai, immobile, poi ne giunse una terza e lì fermo sperai che non avvertissero il bosco della mia presenza. La grotta mi avvolgeva, abbraccio materno della Terra, mi avrebbe difeso nel buio dalla luce terrificante.
      Ma quelle piccole luci sembravano quasi organizzate.
      “Dove siete?”, era la voce raggelante che udivo, mentre delle luci poco più grandi invadevano la scena, illuminandosi a vicenda, tentacoli fluttuanti nella tempesta buia dei timori. Poi davanti alla grotta comparve la luce, grande, vincente, incorniciata da spaventosi tentacoli luccicanti nel buio. Aveva vinto, contro le sue prede d’ingenua imprudenza … Avevo la roccia attorno e alle spalle. La luce corse su di me.
      Mia madre mi svegliò, io ebbi un brutto risveglio. Ero a letto, facevo tardi a scuola … il mio cane per giocare mi tirava i pantaloni … confuso mi preparai ma non c’era alcuno zaino in casa … Mia mamma già mi rimproverava, non potevo che averlo lasciato a scuola … Ma giunto nel cortile, prima delle lezioni, nemmeno Mattia c’era e mi perforò la mente una terribile domanda. Se fosse stato vero?
      A scuola non c’era niente … non era lì lo zaino, non era lì il mio amico … I suoi genitori telefonarono la segreteria, non era nemmeno a casa … Era allarme, il mio amico era scomparso … Mattia non c’era più.
      Io sapevo? Ma questo? Sapevo cos’era vero in questo?
      Dopo scuola corsi a Calà con Sport, il mio cane, lì dove i gradini sapevano ancora di terrore ed era fresco … eravamo passati di lì, eravamo scappati, c’era stato qualcosa … io me lo sentivo, era troppo forte quella sensazione dentro di me.
      Trovai qualcosa di colorato contro una parete, andai a vedere. Sostai, davanti ad esso. Era uno zaino. Aveva il colore del mio. Era il mio. Lo aprii, guardai dentro, erano le mie cose. Potevo averlo lasciato cadere per correre via più velocemente … Potevo averlo lasciato contro la parete nel momento in cui …
      E guardai l’albero. L’albero dietro cui si nascondeva Mattia, nei miei ricordi … prima che la luce lo prendesse con sé. Lui era stato lì … ed io guardavo l’ultimo luogo in cui lui era stato davvero. Andai a vedere, indugiando. Non c’era niente … pareva che nessuno fosse mai passato di là, solo la mia memoria vi disegnava la presenza.
      Tentai di insistere affinché il mio cane potesse riconoscere da qualche parte l’odore di Mattia ma si ostinava a non voler annusare. Sembravo uno stupido.
      Poi qualcosa gracchiò lamentosamente nello spazio ricolmo di alberi che mi impedivano sempre di vedere oltre. Cercai la direzione giusta verso cui porre l’orecchio, mi feci coraggio, chiesi ad alta voce chi fosse.
      << Thomas!>>, tentò lui, sfinito. Era Mattia!
      Balzai verso la sua direzione, sorvolai ogni ostacolo, lo raggiunsi. Si stringeva una gamba al petto asciugandosi il volto, << Mi sono rotto una caviglia!>>.
      << Cosa ci fai qui?>>, domandai contento e ferito dal fatto mentre il mio cane gli infilava la lingua in tutti gli angoli, in festa.
      << Mi sono trovato qui … Ho paura>>.
      << Stai tranquillo, è giorno>>.
      << Ma i misteri non vivono solo di notte!>>.
      Lo guardai, profondamente colpito, confuso, << I … misteri? Qui non c’è stato niente>>.
      << Forse tu avevi ragione! Io … sono comparso qui! Qualcosa deve avermi attirato nel sonno! Chiama aiuto … La mia caviglia!>>.
      << Ma non posso lasciarti solo!>>.
      << Lo ero già! Corri!>>.
      << Corro>>, annuii, gli lasciai il cane, poggiai lo zaino vicino a lui e scattai via. Non doveva essere successo niente. Era successo qualcosa. Era niente. Era qualcosa ed era niente … doveva … doveva essere niente. Una realtà così profonda, terrificante, sfaccettata, non doveva essere vera! Non lo avrei mai permesso, non per me, non in me … non era vero. Non lo avrei permesso. Perché il buio si era permesso di ferirmi col suo grande mistero? Doveva allontanarlo, difendermi … io cercavo, ma non volevo davvero sapere … ero bambino, giocavo! Il buio avrebbe solo dovuto giocare con me e difendermi dalla verità. Perché questo? Chi voleva questo su di me? Chi lo voleva? Ma soprattutto … cos’era?
      Comparve sui giornali la notizia della sua misteriosa scomparsa, ma nessuno suppose niente, nessuno, dopo un po’, disse più niente … e tutto svanì, cancellato dal tempo. Mattia divenne paranoico, non poco … e la sua famiglia con lui. Loro supponevano tutto … Per loro Asiago era maledetta, una forza malvagia l’aveva scelta, la nostra terra. Si spaventavano per tutto, creavano leggende e se ne sottomettevano impietriti dalla paura. Non potevano più vivere lì, si trasferirono altrove e io il mio amico lo salutai con gran insicurezza. Qualcosa era accaduto … qualcosa che non avevo mai raccontato. Nemmeno a lui che la sapeva diversa … eppure come me l’aveva vissuta! Proprio con me … eravamo in due, ma chi la ricordava giusta? Io avevo le prove, lo zaino … il luogo … indubbiamente la mia versione non poteva che essere vera.
      La mia famiglia mi allontanò dalla sua, li credevano dei pazzi … e se non lo fossero stati, allora sarebbero stati pericolosi, semplicemente, inseguiti da forze negative più grandi di noi tutti.
      Sinceramente, non sapevo a quale versione pensare … Ma non potevo credere che una maledizione gravitasse intorno a loro. Erano rimasti un mese prima di andarsene, avevo visto le loro paure per le cose più semplici, loro non erano maledetti … Erano malati, forse di stress, forse di spavento … Ma maledizione era una parola troppo grande per star nelle bocche delle persone fra le inutili chiacchiere.
      Così la famiglia maledetta non venne ascoltata, chissà di cosa aveva bisogno per riemergere dal mare del terrore, ma io, confuso, non potevo fare … ancora niente. Non potevo fare nulla per me, non avrei fatto nulla per loro.
       
      CONTINUA...
      per maggiori info consulta il mio sito! 
      http://alessialorenzi.wixsite.com/alelartist/il-pianeta-dell-inganno

    • Giorno 1. Si parte da Livorno
      Arriviamo a Livorno un po’ in anticipo quindi passeggiata d’obbligo a Terrazza Mascagni: un lungomare elegante e pulito, di solito. Oggi no: la tormenta che ieri ha bloccato in porto i traghetti, ha scaraventato sul lungo mare frotte di meduse blu, che oggi non sono esattamente profumate. I netturbini cercano a fatica di staccare questi invertebrati blu dall'elegante pavimento, mentre i loro concittandini fanno jogging o passeggiano incuranti dell'invasione. 

      Non sappiamo resistere alla Gelateria Caprilli (Via Dei Funaioli 2) e ci concediamo un gelato in orario insolito: sarà l’orario o la qualità dei prodotti naturali che ce lo fa trovare così buono? 

      L’occhio attento di Davide cerca parcheggi non a pagamento, ma tutti sono riservati ai residenti, decidiamo di lasciare l’auto al porto e pagare la sosta, piuttosto che lasciarla fuori e pagare la multa. Il parcheggio all’aperto è piuttosto piccolo, quindi meglio saper fare manovra e prenotare per tempo.
      L’arrivo sull’isola è previsto nel primo pomeriggio, il mio dolce compagno mi avvisa:
      - “Guarda che io non voglio perdere tempo, appena arriviamo facciamo subito una gita, non andiamo a posare lo zaino. Perché io porto  lo zaino grande, mica quelle borse scomode da portare a mano. Zaino in spalla e fila!”
       Ah, quanto ho aspettato qualche giorno di relax. Per fortuna Bruno della B&B ci dice che ci viene a prendere al porto, che tutti i sentieri partono da lì. Percorriamo dunque in auto l’unica strada dell’isola, e arriviamo al Poggiolo, la zona più alta del paese che si affaccia su un bel panorama. Il Giardino di Azzurra è un rustico ben ristrutturato, colorato, con tre o quattro camere. Qui le porte non si chiudono, o meglio si chiudono ma le chiavi si lasciano nella serratura. È un'isola, si conoscono tutti, e può sempre far comodo che una vicina entri a lasciarti una torta o magari a dipingerti una parete, come succede ad Azzurra.

      Visto che abbiamo solo mezza giornata, e che tutti gli itinerari partono dal nostro bel poggiolo, partiamo proprio di qui. 
      Dobbiamo tornare alla strada e poi svoltare sulla sterrata a destra. Qui, dove l’asfalto finisce ed inizia la sterrata c’è il Forte di San Giorgio, attualmente proprietà privata. Bello, imponente. Quando lo visitiamo? Mai, a giudicare dagli stringenti orari imposti dalla proprietà: orari che non riportiamo, augurandoci che nel frattempo li cambino.
       
      Randagia, che mentre vi riporta il primo capitolo, si accorge che voi sapreste migliorarlo, e di tanto...

    • Isaac lasciò riaffiorare un ricordo.
      Assecondò il silenzio dei suoi pensieri. Anche l'ultima burrasca era passata. Aveva visto l'approssimarsi dei flutti ghermirlo fino a farlo inabissare, come a chiedergli pegno, a esigergli un pagamento. Quanto tormento aveva combattuto insieme a notti insonni. Aveva sentito la sua carne friggere, i suoi occhi liquefarsi fino a farsi umore denso a lenire la sua pelle. Così lontani erano quei marosi.
      C’era ancora una speranza per lui? Ma si sentiva come se fosse a un punto morto, sospeso a mezz'aria da fili invisibili. No, non poteva rimanere inchiodato a quel legno per riceverne le schegge che gli trapassavano la carne. Nelle vene non più sangue, ma tormento. Allucinazioni che lo facevano urlare al miraggio, e le sue orbite a contenere il nulla. Nelle sue orecchie un continuo e vibrante rumore sordo, nell’attesa che la luce fendesse e lacerasse il buio. Era lì ma, credetemi, non avrebbe voluto esserci. Era lo spettatore di quel sordido e nefasto scenario; gli rimaneva poco tempo, un interrogativo nella mente e uno sbiadito numero di telefono su un foglietto spiegazzato. Niente più lacrime ai suoi occhi, nè preghiere nel suo rosario. A chi poteva importare se era lui il più grande ammiratore di se stesso? Alzò la cornetta.
      “Ciao, ti chiamo da una cabina telefonica con gli ultimi cinquanta centesimi che ho trovato nelle mie tasche. Non so cosa mi è accaduto, devo aver vagato in città senza meta. Sono Isaac, mi hai riconosciuto?”
      “Deve aver sbagliato numero. Io non la conosco. Mi dispiace ma devo chiudere qui la telefonata.”
      “La prego, non lo faccia. Non potrei contattare nessuno altro. Come le dicevo non ho soldi in tasca e non so dove mi trovo. La prego, mi aiuti, e le sarò grato per questo. Non riagganci.”
      “Senta, signor come si chiama, io non la conosco e di questi tempi non è conveniente intrattenersi al telefono con persone sconosciute.”
      “Mi creda non ho brutte intenzioni ma solo un disperato bisogno di aiuto. Non le chiedo altro.”
      Dall’altro capo del filo ci fu silenzio, solo in maniera sommessa arrivavano le note di Dissolved Girl.
      Isaac era rimasto sgomento alla sua inascoltata richiesta d’aiuto e lasciò che la sua mente proiettasse immagini del passato.
      Si era voltato all'imboccatura del viottolo, tra mura di pietra e mattoni e le finestre dalle persiane socchiuse a fare da schermo al sole estivo. Aveva annusato l'aria che sapeva di preparativi per il pranzo imminente, aveva sostato per pochi minuti a osservare le ombre degli edifici che si erano adagiate, si erano sfiorate, si erano toccate sui muri, si erano rincorse fino alle finestre e poi fino ai tetti per ributtarsi sul selciato. Le aveva viste così animarsi, nascondersi per poi ricomparire, alcune di forti tinte grigie e altre di tenue trasparenze.
      Zuiko si era materializzata in quel luogo.
      "Ho scorto la lacrima che come folgore ha solcato il tuo viso, e quelle che hai trattenuto!".
      Isaac aveva risposto:
      "Pensavo a te, tesoro. Ti ho scritto una lettera che è poca cosa in confronto al silenzio. Quello fitto di parole che non ha confini, anche se mi ostino a riporre sassi in una scatola senza fondo. Questo è quello che ho, a te vorrei dare il meglio. Sei sicura di volermi tenere lontano da te?". Aveva riconosciuto in lei un fremito profondo che non avrebbe potuto controllare anche se avesse voluto. Quindi continuò:
      “Paura e speranza io provo, mi mancano i miei sogni. Ti ho pensata e trovo ingiusto che tu non viva con me. In una precedente vita abbiamo combattuto fianco a fianco su destrieri luminescenti e con spade di fuoco...".
      S'interruppe all’improvviso: di lei a quel punto gli rimaneva solo una sensazione olfattiva di rosmarino e anice stellato.
      Amava Zuiko e nessun’altra, un amore immenso che sarebbe durato in eterno; credeva in quell’amore e in passato avrebbe voluto che fossero andati a vivere insieme. Era così piccola, Zuiko, ma non gli aveva chiesto sostegno. Isaac si era esposto alle sue paure lasciandosi andare ma non era riuscito a cambiare il modo in cui lei lo percepiva. Mentre la stringeva a se tra le sue braccia si era sentito esposto, si era legato mani e piedi al piombo che lo avrebbe fatto scivolare tra i flutti.
      Era immerso in quei ricordi che, simili ad anelli di fumo, uscivano fuori dalle labbra e rimanevano sospesi nell’aria. Com’era piacevole quella sensazione, morbida come ovatta poggiata sulle montagne di cartapesta di un qualsiasi paesaggio di fantasia. Si trovava lì ignaro, ma sapeva di sicuro che non avrebbe potuto sottrarsi a quell’antico karma. Certo era che doveva essere lì proprio in quel momento, né un attimo prima, né un attimo dopo. Aveva netta la sensazione che in qualche modo avesse preso ignaro quell’appuntamento.
      Si affacciava alla sua mente un pensiero costante: Zuiko. Si sentiva sempre scosso quando rimanevano abbracciati in silenzio, e i loro corpi a vibrare d’amore. Capì che era venuta al mondo per donargli nuovi occhi, cosicché lui potesse vedere oltre il velo.
      In una vivida luce del mattino aveva osservato con gli occhi dell’immaginazione. Ora che era divenuto consapevole della voce che gli sgorgava dal cuore e che lo avrebbe guidato nei suoi passi, non disperò. Quel giorno non era soltanto un altro giorno.
      Rimase sveglio a pensare a lei: “Ti rincontrerò dove troverò scritto il suo nome”.
      Gli veniva da lontano alla memoria quel vuoto che aveva di lei, un misto di dolore e sgomento. Porte sbarrate che facevano da schermo a un suo ricordo lontano, fatto di volti, di vesti bianche e madri perse nel pianto. Non era quell’anello che adornava la sua mano a farlo sospirare, non gli bastava quello. Non sapeva se aveva peccato, ma gli dispiaceva di aver creduto che le parole sarebbero bastate: “Avrò ancora tempo di prendermi cura di te?”
      Partire o restare non contava più nulla, era il dolore di non poterla abbracciare ancora e levarle la polvere dal cuore.
       
      Isaac fu visto arrivare dalla radura nel bosco con i vestiti a brandelli, un maglione di colore verde liso sui gomiti da dove spuntava il quadrettato della camicia dai toni del blu. I calzoni di tela, che un tempo dovevano essere stati di colore azzurro, erano tenuti da una cintura che scagliava riflessi dai rivetti di metallo. Le scarpe non le teneva ai piedi, bensì appese sulla spalla dopo averne annodato i lacci. Aveva le sembianze di uno che avesse lottato con una belva, che si era rotolata con lui nel fango tra rovi di spine e sassi appuntiti. Si intravedevano i segni sul suo volto, un misto di sangue raggrumato a terriccio. Trascinava la gamba destra tentando di sorreggersi con un bastone che, nel muoverlo, dava l’impressione più di uno scettro che di un appoggio. All’improvviso il bastone si ruppe e Isaac cadde pesantemente al suolo, emettendo un lieve lamento più per la sorpresa della caduta che per la caduta in sé. In una folata di vento aleggiò un misto di odori e, nell'aria, rimase sospesa una fragranza di gelsomino e cardamomo.
       
      Un frusciare di acqua limpida e fresca seguiva l’incavo tra due collinette e rada natura, per poi perdersi nel folto dei cespugli. Isaac era lì e non avrebbe potuto fare altrimenti. Rincorreva qualcuno oppure veniva rincorso? Lui e l’altro erano la stessa persona?
      Era Zuiko la pena della sua anima, Isaac sapeva di non poterla più fisicamente sfiorare. Era quello l’amore che si erano scelti? Come poteva togliersi dal cuore questo desiderio?
      Non poteva seguirla, il suo compito non si era ancora concluso e non voleva restare chiuso in quell’impossibile destino.
       
      La portava nel suo cuore affinché lei potesse sentire e vedere ciò che lui sentiva e vedeva.
      Isaac lasciò riaffiorare un ricordo.
      Assecondò il silenzio dei suoi pensieri. Anche l'ultima burrasca era passata. Aveva visto l'approssimarsi dei flutti ghermirlo fino a farlo inabissare, come a chiedergli pegno, a esigergli un pagamento. Quanto tormento aveva combattuto insieme a notti insonni. Aveva sentito la sua carne friggere, i suoi occhi liquefarsi fino a farsi umore denso a lenire la sua pelle. Così lontani erano quei marosi.
      C’era ancora una speranza per lui? Ma si sentiva come se fosse a un punto morto, sospeso a mezz'aria da fili invisibili. No, non poteva rimanere inchiodato a quel legno per riceverne le schegge che gli trapassavano la carne. Nelle vene non più sangue, ma tormento. Allucinazioni che lo facevano urlare al miraggio, e le sue orbite a contenere il nulla. Nelle sue orecchie un continuo e vibrante rumore sordo, nell’attesa che la luce fendesse e lacerasse il buio. Era lì ma, credetemi, non avrebbe voluto esserci. Era lo spettatore di quel sordido e nefasto scenario; gli rimaneva poco tempo, un interrogativo nella mente e uno sbiadito numero di telefono su un foglietto spiegazzato. Niente più lacrime ai suoi occhi, nè preghiere nel suo rosario. A chi poteva importare se era lui il più grande ammiratore di se stesso? Alzò la cornetta.
      “Ciao, ti chiamo da una cabina telefonica con gli ultimi cinquanta centesimi che ho trovato nelle mie tasche. Non so cosa mi è accaduto, devo aver vagato in città senza meta. Sono Isaac, mi hai riconosciuto?”
      “Deve aver sbagliato numero. Io non la conosco. Mi dispiace ma devo chiudere qui la telefonata.”
      “La prego, non lo faccia. Non potrei contattare nessuno altro. Come le dicevo non ho soldi in tasca e non so dove mi trovo. La prego, mi aiuti, e le sarò grato per questo. Non riagganci.”
      “Senta, signor come si chiama, io non la conosco e di questi tempi non è conveniente intrattenersi al telefono con persone sconosciute.”
      “Mi creda non ho brutte intenzioni ma solo un disperato bisogno di aiuto. Non le chiedo altro.”
      Dall’altro capo del filo ci fu silenzio, solo in maniera sommessa arrivavano le note di Dissolved Girl.
      Isaac era rimasto sgomento alla sua inascoltata richiesta d’aiuto e lasciò che la sua mente proiettasse immagini del passato.
      Si era voltato all'imboccatura del viottolo, tra mura di pietra e mattoni e le finestre dalle persiane socchiuse a fare da schermo al sole estivo. Aveva annusato l'aria che sapeva di preparativi per il pranzo imminente, aveva sostato per pochi minuti a osservare le ombre degli edifici che si erano adagiate, si erano sfiorate, si erano toccate sui muri, si erano rincorse fino alle finestre e poi fino ai tetti per ributtarsi sul selciato. Le aveva viste così animarsi, nascondersi per poi ricomparire, alcune di forti tinte grigie e altre di tenue trasparenze.
      Zuiko si era materializzata in quel luogo.
      "Ho scorto la lacrima che come folgore ha solcato il tuo viso, e quelle che hai trattenuto!".
      Isaac aveva risposto:
      "Pensavo a te, tesoro. Ti ho scritto una lettera che è poca cosa in confronto al silenzio. Quello fitto di parole che non ha confini, anche se mi ostino a riporre sassi in una scatola senza fondo. Questo è quello che ho, a te vorrei dare il meglio. Sei sicura di volermi tenere lontano da te?". Aveva riconosciuto in lei un fremito profondo che non avrebbe potuto controllare anche se avesse voluto. Quindi continuò:
      “Paura e speranza io provo, mi mancano i miei sogni. Ti ho pensata e trovo ingiusto che tu non viva con me. In una precedente vita abbiamo combattuto fianco a fianco su destrieri luminescenti e con spade di fuoco...".
      S'interruppe all’improvviso: di lei a quel punto gli rimaneva solo una sensazione olfattiva di rosmarino e anice stellato.
      Amava Zuiko e nessun’altra, un amore immenso che sarebbe durato in eterno; credeva in quell’amore e in passato avrebbe voluto che fossero andati a vivere insieme. Era così piccola, Zuiko, ma non gli aveva chiesto sostegno. Isaac si era esposto alle sue paure lasciandosi andare ma non era riuscito a cambiare il modo in cui lei lo percepiva. Mentre la stringeva a se tra le sue braccia si era sentito esposto, si era legato mani e piedi al piombo che lo avrebbe fatto scivolare tra i flutti.
      Era immerso in quei ricordi che, simili ad anelli di fumo, uscivano fuori dalle labbra e rimanevano sospesi nell’aria. Com’era piacevole quella sensazione, morbida come ovatta poggiata sulle montagne di cartapesta di un qualsiasi paesaggio di fantasia. Si trovava lì ignaro, ma sapeva di sicuro che non avrebbe potuto sottrarsi a quell’antico karma. Certo era che doveva essere lì proprio in quel momento, né un attimo prima, né un attimo dopo. Aveva netta la sensazione che in qualche modo avesse preso ignaro quell’appuntamento.
      Si affacciava alla sua mente un pensiero costante: Zuiko. Si sentiva sempre scosso quando rimanevano abbracciati in silenzio, e i loro corpi a vibrare d’amore. Capì che era venuta al mondo per donargli nuovi occhi, cosicché lui potesse vedere oltre il velo.
      In una vivida luce del mattino aveva osservato con gli occhi dell’immaginazione. Ora che era divenuto consapevole della voce che gli sgorgava dal cuore e che lo avrebbe guidato nei suoi passi, non disperò. Quel giorno non era soltanto un altro giorno.
      Rimase sveglio a pensare a lei: “Ti rincontrerò dove troverò scritto il suo nome”.
      Gli veniva da lontano alla memoria quel vuoto che aveva di lei, un misto di dolore e sgomento. Porte sbarrate che facevano da schermo a un suo ricordo lontano, fatto di volti, di vesti bianche e madri perse nel pianto. Non era quell’anello che adornava la sua mano a farlo sospirare, non gli bastava quello. Non sapeva se aveva peccato, ma gli dispiaceva di aver creduto che le parole sarebbero bastate: “Avrò ancora tempo di prendermi cura di te?”
      Partire o restare non contava più nulla, era il dolore di non poterla abbracciare ancora e levarle la polvere dal cuore.
       
      Isaac fu visto arrivare dalla radura nel bosco con i vestiti a brandelli, un maglione di colore verde liso sui gomiti da dove spuntava il quadrettato della camicia dai toni del blu. I calzoni di tela, che un tempo dovevano essere stati di colore azzurro, erano tenuti da una cintura che scagliava riflessi dai rivetti di metallo. Le scarpe non le teneva ai piedi, bensì appese sulla spalla dopo averne annodato i lacci. Aveva le sembianze di uno che avesse lottato con una belva, che si era rotolata con lui nel fango tra rovi di spine e sassi appuntiti. Si intravedevano i segni sul suo volto, un misto di sangue raggrumato a terriccio. Trascinava la gamba destra tentando di sorreggersi con un bastone che, nel muoverlo, dava l’impressione più di uno scettro che di un appoggio. All’improvviso il bastone si ruppe e Isaac cadde pesantemente al suolo, emettendo un lieve lamento più per la sorpresa della caduta che per la caduta in sé. In una folata di vento aleggiò un misto di odori e, nell'aria, rimase sospesa una fragranza di gelsomino e cardamomo.
       
      Un frusciare di acqua limpida e fresca seguiva l’incavo tra due collinette e rada natura, per poi perdersi nel folto dei cespugli. Isaac era lì e non avrebbe potuto fare altrimenti. Rincorreva qualcuno oppure veniva rincorso? Lui e l’altro erano la stessa persona?
      Era Zuiko la pena della sua anima, Isaac sapeva di non poterla più fisicamente sfiorare. Era quello l’amore che si erano scelti? Come poteva togliersi dal cuore questo desiderio?
      Non poteva seguirla, il suo compito non si era ancora concluso e non voleva restare chiuso in quell’impossibile destino.
       
      La portava nel suo cuore affinché lei potesse sentire e vedere ciò che lui sentiva e vedeva.

    • Pioggia di montagna.
      Non è quella che tutti conosciamo, che bagna la città, i negozi, lucida le vetrine.
      La pioggia di montagna si scaraventa fra i rami degli alberi, scorre a rivoli fra le zolle di terra, si ammonticchia nelle pozze, ingorga i ruscelli e li fa diventare torrenti, gonfia i torrenti che rotolano nei fiumi e una volta in pianura esondano, allagano, travolgono.
      Lava la pietra, si incunea in fioche canalette, raccoglie tutti liquidi che trova nel terreno fino alla singola goccia d’acqua, fino all’umidità, poi esplode dalla roccia sulla strada. Invade la carreggiata, quando va bene si incanala disciplinata negli scolatoi, altrimenti si butta giù per i dislivelli in cascate soffici o brutali, singole o collegate, accapigliate, scomposte.
      Si distribuisce nei terreni porosi e li ammorbidisce, sempre di più, fino a che il suolo si affastella e alla fine si scioglie in frane fangose e fradice.
      Scrolla dai rami degli alberi, dalle rive, nei letti di vecchi corsi d’acqua abbandonati. Bagna gli animali, rende scivolosi i crinali, invade vecchie grondaie di rame e si raccoglie nei secchi.
      Tutto gocciola, l’umidità si insinua sotto la pelle, tutta la montagna, il pianeta, l’universo sembra bagnarsi e cedere sotto l’onda di uno scroscio costante e piatto, un sipario grigio che suona musiche acquatiche.
      Non c’è che guardare dalla finestra e sentirsi diventare una goccia lungo il vetro.

    • Il diavolo sulle colline aveva la faccia scura. E gli occhi gialli e rossi. E i denti lunghi, dai quali si affacciava una guizzante lingua nera. Almeno, così lo immaginava Pinino, da quando aveva sentito l’Adelaide raccontare la storia a sua sorella maggiore Tonia. A otto anni quella era la sua idea di orrore.
      Era una bella giornata in cui il sole diradava quasi di colpo le nebbie grigie del mattino di una primavera precoce. Adelaide, la contadina che veniva ad aiutare la mamma con le confetture, bolliva le ultime pere con lo zucchero e la cannella, e mentre mestava raccontava di Beka, il diavolo che si aggirava nei boschi e fra i campi.
      “Era un uomo, sai, mica un diavolo. Un ragazzo bellissimo, innamorato di una donna elegante, di quelle che il cuore degli uomini se lo mangiano in salsa.”
      Pinino stava nascosto dietro il cassettone delle pentole. Di solito gli piacevano le storie dell’Adelaide, ma questa aveva qualcosa di brutto, se lo sentiva prima ancora di ascoltare il seguito. Purtroppo ormai non poteva andarsene e stava lì, in una posizione obbligata e scomoda che gravava il suo peso sul ginocchio destro, e taceva.
      “Lui le moriva appresso e quella niente, un sorriso, una moina, ma tutto finiva lì. Si faceva accompagnare nei posti da ricchi, al teatro, poi però se la faceva con gli altri. E lui ci diventava sempre più pallido e magro. Poteva mandarlo via, dico io. Si fa così: uno non ti piace, glielo dici e lo liberi, ecché devi farlo crepare, un povero ragazzo?”
      Si scaldava, l’Adelaide, quasi quello fosse un suo nipote.
      “Insomma, che è successo? Si è trasformato di colpo in un diavolo? Così?” Tonia, che non credeva a niente di più soprannaturale del suo cellulare nuovo, la guardava fra il rassegnato e l’annoiato. Tutte le sue amiche erano in vacanza e lei non aveva trovato niente di meglio da fare che farsi raccontare un po’ di scemenze dall’Adelaide. La divertiva stuzzicarla.
      “E’ morto, povero ragazzo, poco tempo dopo. A quei tempi si diceva di consunzione. E come poteva finire, con tutta quell’angoscia?”
      “Vabbè – disse Tonia, mentre puliva col dito il mestolo della marmellata – ma che c’entra il diavolo?”
      “Dopo un po’ di tempo cominciarono a trovare tanti morti. Più del solito, mi capisci?”
      “Ammazzati?”
      “Boh, non si capiva. Infarti, roba di cuore, che ne so. Però avevano tutti un segno sul polso, un fiore rosso. Così cominciarono a dire che era stato il Diavolo. Che era lui che tornava a vendicarsi su quelli che non avevano sentimenti, che se ne fregavano degli altri.”
      “Anche la sua bella?”
      “Quella fu la prima.”
      Mentre Tonia guardava scettica Adelaide che finiva di chiudere i vasi ermeticamente, sentì un tramestio dietro il cassettone. Si precipitò e trovò Pinino.
      “Sei rimasto qui, ad ascoltare, eh? Hai sentito? Il diavolo verrà a prenderti la notte, ti tirerà per i piedi e ti porterà all’inferno. Poi ti ucciderà.” Rideva, sotto gli occhi terrorizzati di Pinino, che lottava per non  scoppiare a piangere.
      “Dove scappi- gli disse – lo sai che per te non c’è scampo. Adesso hai sentito e lui lo sa. Non potrai nasconderti. Dove vai? Lui ti vede dovunque, non serve correre.”
      Le ultime parole le avete dette urlando, perché il Pinino cercava di mettere più distanza possibile fra di loro. Non l’aveva mai detto a nessuno, ma detestava la Tonia. Scherzava sempre, lo prendeva in giro, e quando i suoi non c’erano, giocava a spaventarlo. Questa storia del diavolo Beka non sarebbe più finita, se lo sentiva.
      Due notti dopo Pinino sentì un suono strano provenire dal vecchio saliscendi incassato nel muro. Non lo usava più nessuno da secoli, probabilmente non si poteva neanche più aprire. Però era certo di aver sentito dei suoni venire da là dentro. Da quel momento aveva cominciato a passarvi davanti solo se necessario, strisciando contro l’altro lato del corridoio. Ma ogni tanto risentiva quegli strani rumori.
      Ovviamente Tonia si accorse dei suoi armeggi. Aveva un talento particolare per intercettare le sue paure.
      “Che fai, eviti il saliscendi? Cosa c’è, là dentro?” Lo guardava insospettita. Annusava il panico di Pinino, e ci si divertiva.
      “Ah, ho capito, c’è il diavolo. Adesso andiamo a vedere, e tu vieni con me.”
      Pinino sudava, voleva fuggire, ma lei lo teneva forte per il polso.
      “Lasciami, lasciami. Non voglio!”
      Era complicata, tenere il fratello per un polso e armeggiare per aprire lo sportello del saliscendi. Alla fine, dopo uno strattone più violento, lo sportello si aprì.
      Tonia divenne bianca di colpo, lasciò il polso che teneva stretto e cadde a terra sulla schiena. Non si mosse più. Aveva la bocca e gli occhi aperti, un sottile filo di sangue colava da un orecchio. Pinino si mise a urlare.
       
       
      I due medici si guardarono in faccia, senza parole. Stavano lì, chini sul tavolo di metallo che ospitava il cadavere. Il fiore rosso sul polso quasi brillava.
      “Ti ho chiamato perché non ho mai visto una cosa del genere.”
      “Neanch’io.”
      Di fronte a loro il torace aperto di Tonia. Tutto regolare, a parte il fatto che non c’era il cuore. Non era stato tolto o strappato, non c’era e basta. Al suo posto un incomprensibile groviglio di vasi sanguigni. Nient’altro.
      “Mi vengono in mente un milione di domande, ma la prima è: come ha fatto a vivere fino ai sedici anni?”
      La sera buttava sulle colline una coltre spessa di nubi nere, dura come un brivido.
       
       

    • ..È quasi mezzanotte quando il ristorante chiuse le luci e abbassò la cler! Da dietro uscì una ragazza mora,fisico minuto che si asciugava le lacrime dopo la nesima litigata con il capo.
      “ che mondo falso!”disse lei.
      E mentre pensava a tutte le sue sofferenze,dando un calcio alla scatola di cartone davanti al locale...bum! Un piccolo gattino nero uscì con lo squardo confuso,ma nello  momento tenero e triste.
      “Oh,Dio! Un gattino!”
      E senza pensare due volte prende in braccio la piccola creatura.Vi dico solo che da questo momento le vite dei nostri personaggi cambiano a 180 gradi. Ogni uno imparerà ad amare ed ad apprezzare una vita condivisa accanto a qualcuno che ami,ma nello stesso tempo che ti ama e che metterà la tua vita prima dell sua!
      È così ,in una grigia notte inizia  una vita COLORATA di un piccolo gattino nero!
       

    • L’EM25 Enterprise è il primo smartphone super tecnologico!
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      La città era piena di questi volantini da un mese.
      La pubblicità era ovunque. Sui muri della metropolitana. Appesi alle vetrine dei negozi. La televisione e i giornali erano un martello quotidiano e la gente per strada, a casa, in ufficio, ne parlava prima ancora che l'EM25 venisse commercializzato.
      A scuola, tra i ragazzi, era l’oggetto di discussione e vanto per chi ce l'aveva. Io non ero tra i fortunati. I miei genitori erano contrari perché pensavano che il nuovo smartphone potesse distrarmi dallo studio. Maledizione lo studio! Era il loro cruccio! Studio, studio, e ancora studio! Non ne potevo più di loro... studiare mi annoiava a morte.

      Quella mattina Zachary, il mio migliore amico, l'aveva portato a scuola. I suoi genitori (non erano paranoici come i miei) glielo avevano comprato il giorno stesso dell'uscita. Anzi, ogni settimana, aveva qualcosa di nuovo da esibire in classe. Lo invidiavo abbastanza perché dovevo sudare sette camicie per ottenere qualcosa dai miei genitori. Per questo ero sempre in trincea con loro! “È per il tuo bene”, mi ripetevano ogni volta che mi presentavo con delle richieste che ritenevano “incompatibili con il loro portafoglio”. Ero l’unico della mia classe a non avere ancora comprato l’EM25. Rabbia e invidia!
      Al peggio non c'era mai fine... anche quel poveraccio di Albert aveva comprato l'EM25 e in classe con gli occhi lucidi lo mostrava orgoglioso come fosse un trofeo: non avevo provato così tanta vergogna come quel giorno! Come era possibile? Suo padre era da poco stato licenziato e sua madre era una casalinga disperata. Ero avvilito.
      Nel pomeriggio mi dovevo incontrare con la mia ragazza, Julia che al telefono mi accennò di una sorpresa. Ero curioso, Julia era solita essere un libro aperto ma quel giorno non fece trapelare nulla. I suoi genitori, due tipi all’antica, non volevano che facesse tardi. L’appuntamento era fissato per le 17.00, all’ingresso del Parco dei Tulipani.
      Come al solito, ero in perfetto orario. C’era un via vai di gente all’ingresso del parco ma di Julia nemmeno l’ombra. Inviperito, guardavo l'orologio del campanile della Congregazione dei Frati Cappuccini: erano ormai le sette del pomeriggio. Il vento incominciava a soffiare più forte mentre il cielo diventava plumbeo. Strinsi le spalle per l'aria gelida mentre all’orizzonte, lampi e tuoni squarciavano il cielo a metà. Ormai tremavo per il freddo (il giaccone non mi scaldava abbastanza) e temevo che potesse piovere da un momento all’altro. Alla radio, l'esperto parlava dell’imminente arrivo di una tromba d’aria che avrebbe provocato disordini in città e il sindaco Miller consigliava di rientrare a casa il prima possibile e di non uscire fino al mattino dopo, causa disordini e incolumità. Speravo che Julia arrivasse il prima possibile per poterci riparare in qualche bar dalla tempesta in arrivo e stare un pò al caldo.
      Intanto, l’oscurità calante avvolgeva come un mantello i palazzi intorno al parco. Il semaforo all’incrocio era fuori servizio.
      Il traffico era in tilt. L’addetto alla sicurezza, un uomo alto e grosso, invitava gli automobilisti alla calma. Quella che io stavo per perdere perché Julia era in ritardo ma quando la vidi arrivare con la sua solita camminata sdolcinata e lo sguardo spensierato, l'abbracciai e la baciai senza dirle nulla al riguardo: non ero mai stato così felice di vederla!
      “Ciao, e scusa il ritardo.” Arrossì, nonostante il freddo.
      “Ciao, Julia”, le risposi stizzoso, “Perché eri così euforica al telefono? Cosa volevi mostrarmi di così tanto importante da sfidare la bufera?” le domandai corrucciato.
      “Andiamo in un bar, al caldo. Ti devo mostrare una cosa” mi rispose accarezzandomi il viso.
      Entrammo nel bar di Nick, un amico di scuola di mio padre e ordinammo qualcosa da bere e sgranocchiare. Julia aprì la sua borsa mostrandomi il suo trofeo: l’EM25 Enterprise.
      “È una congiura contro di me! Gli astri e le forze dell'Universo si sono rivoltate contro di me! Anche tu l’hai comprato, Julia? È ufficiale: sono uno sfigato...”. Un velo di tristezza calò sul mio viso.
      “Non è vero”, Julia mi afferrò la mano e l’accarezzò, “È come se fosse tuo...”, mi disse tutta raggiante. Poi mi mostrò L’EM25 ancora nella sua confezione originale.
      “È uno smartphone fantastico!”.
      “Non l’ho ancora provato, volevo farlo insieme a te” mi disse per tirarmi su di morale.
      Lo scartai dalla sua confezione sgranando gli occhi: aveva una cover bianca che lo rendevano davvero chic. Poi era sottile e leggero come una piuma e le rifiniture erano perfette.
      Prima novità: era stato costruito nella nuova lega, la X10, estratta dalle miniere di Prometeo, un satellite di Saturno. Era la nuova fonte di ricchezza della New Metal Corporation la società fondata e guidata dal Dr. Martinez, il padre di Zachary. Grazie alla sua scoperta e alle sue proprietà metalliche, per le quali la dr.ssa Gabrielle Singer, nonché madre di Zachary, venne insignita del premio Nobel per la chimica, la lega X10 era così leggera e indistruttibile da essere utilizzata anche in campo militare per la fabbricazione di tute protettive: grazie alla sua grande plasticità aderiva perfettamente al corpo come fosse una seconda pelle.
      Lo accesi immediatamente e non vedevo l'ora di provarlo.
      La seconda novità: al posto del PIN veniva richiesto il riconoscimento dell’impronta oculare e per poter proseguire dovevo provvedere immediatamente.
      “Fantastico!” esclamai sbigottito. Poi puntai lo smartphone verso Julia per visualizzare l'immagine del suo volto sul display. “Ok!” esclamai euforico.
      Poi, cliccai sull’icona a forma di astronave. Era la terza novità: il teletrasporto. Già, l’EM25 Enterprise ti permetteva di teletrasportati da un posto all’altro semplicemente accedendo all’applicazione Enterprise versione 1.0 scaricabile dal sito della compagnia telefonica Enterprise 3000. L’applicazione richiedeva le coordinate del luogo di destinazione.

      Mentre Julia e io, leggevamo il manuale delle istruzioni, qualcuno che ci osservava in silenzio mi diede una pacca sulle spalle. Mi voltai e con grande stupore mi accorsi che era il mio amico Zachary.
      “Che fate ragazzi?”
      “Cerchiamo di capire il funzionamento dell’EM25...”, gli risposi indaffarato, “tu l’hai già provato?”
      “Non ancora. Possiamo farlo insieme...”
      “Si...”
      Eravamo curiosi di provare la funzione del teletrasporto ma anche impauriti. Come quando ci si trova di fronte all’ignoto e non sai come comportarti perché ti trovi in una situazione che non conosci.
      “Hai in mente un luogo preciso dove testarlo, Zachary?”
      “Seguitemi…”
      Pagammo il conto e lasciammo il bar in tutta fretta.
      Raggiungemmo la metropolitana di corsa per non bagnarci: destinazione la periferia della città al riparo da occhi indiscreti.
      Al termine della corsa uscimmo dalla metropolitana e ci dirigemmo verso un luogo poco frequentato dalla gente. Le serrande dei negozi erano abbassate. La strada era disastrata. L’insegna della tabaccheria sull'isolato di fronte lampeggiava a intermittenza.
      Nonostante, avesse smesso di piovere, la serata, ancora gelida, non prometteva niente di buono. Prendemmo una stradina secondaria piena di buche e dopo circa due chilometri ci condusse in un vicolo cieco. La luce fioca del lampione lasciava il vicolo in penombra. Mi voltai verso Julia e Zachary: i loro sguardi brillavano nell'oscurità.
      “Allora, chi vuole provare il teletrasporto?” domandai eccitato. Volevo essere il primo a farlo ma Zachary non me l’avrebbe permesso. Alla fine, tirammo a sorte.
      “Tocca a me Kyle...”, disse Zachary sorridente. Poi mi strappò lo smartphone dalle mani.
      “Il solito fortunato…”, risposi rammaricato.
      “Calma, ragazzi. Non litigate”, ci interruppe Julia cercando di fare da paciere tra i due.
      Zachary inserì le coordinate di casa sua e prima di scomparire davanti ai nostri occhi increduli ci salutò: “Ciao ragazzi, ci vediamo a casa dai miei. E... non fate tardi” disse strizzandomi l'occhio.
      Rimanemmo in silenzio e inebetiti per un po' di tempo prima che una goccia di pioggia mi scivolasse lungo il viso e il rumore delle campane di una vecchia chiesa nelle vicinanze ci riportò alla realtà.
      “Andiamo Kyle, è tardi, i miei saranno in pensiero.” Julia era scura in volto perché aveva sforato il suo coprifuoco. I genitori, severi, l’avrebbero messa in punizione.
      Pioveva e tuonava, non c’era campo, rinunciammo al teletrasporto dirigendoci a passo svelto verso la fermata degli autobus più vicina.
      Il giorno dopo scoprimmo, sconcertati, che Zachary non era rientrato a casa. Rimanemmo basiti quando scoprimmo che L’EM25 aveva dei difetti di fabbricazione. E il software richiedeva un aggiornamento per il corretto funzionamento del teletrasporto, rilasciato solo alcuni giorni più tardi.
      Due giorni dopo quella sera, la polizia locale aveva fatto una scoperta raccapricciante. Grazie alla segnalazione di un passante, gli agenti di polizia avevano ritrovato il corpo di un ragazzo nel vicolo laterale vicino casa di Zachary. Il passante era uscito di casa per buttare la spazzatura nel cassonetto posto dai netturbini nel vicolo e si era accorto che c’era qualcosa di grosso e immobile vicino al cassonetto. In un primo momento aveva pensato a un cane randagio che stava rovistando tra i rifiuti in cerca di qualcosa da mangiare. Avvicinatosi, si era accorto che erano i resti, quasi irriconoscibili, di un uomo. Era completamente carbonizzato e il suo volto era tumefatto. La pelle era fusa con la carne e i vestiti. In mano stringeva un oggetto metallico scampato al rogo che brillava alla luce del sole. L’analisi dell’impronta dentale aveva rivelato l’identità della vittima: si trattava di Zachary. Ancora adesso ho i brividi al solo pensiero che potevo esserci io al suo posto. Mi duole ammetterlo, per una volta nella vita, la fortuna non mi aveva voltato le spalle. Anzi era stata così generosa con me!
      Il giorno dopo assistevo con lo sguardo cinereo al funerale di Zachary. Sedevo nell’ultima fila, in disparte, lontano dagli sguardi dei suoi genitori. Loro erano visibilmente provati per la morte del figlio. Non mi hanno mai accettato e dai loro sguardi capivo che mi odiavano fino a detestarmi perché non approvavano la nostra amicizia: appartenevo alla classe operaia, gli ultimi nella scala gerarchica.
      Grazie alle loro conoscenze, fu indetto il lutto cittadino per tutta la settimana anche se i riflettori sulla vicenda si spensero nel giro di qualche giorno e la vita, nella mia piccola città, ritornò alla normalità.

    • Parigi.

      Come una pazza, corro avanti e indietro per la stanza.
      Dove mi trovo?
      Urlo a squarciagola per farmi sentire ma la mia voce si perde nel vuoto.
      La stanza è spoglia. Ci sono solo degli scatoloni impolverati e impilati uno sull'altro. Altri, sono ammassati su di una parete. Sono imprigionata: non ci sono porte e finestre, solo una piccola presa d'aria mi collega con il mondo esterno.
      Qualcuno mi ha narcotizzata e imprigionata. Morirò qui!
      Furiosa, prendo a calci e pugni le pareti ma a parte del calcinaccio che cade, non ottengo nulla. Riprendo a battere contro le pareti, a urlare, a correre per la stanza: percepisco solo un senso di disagio e solitudine.
      La stanza è sporca e fredda.
      Lo stomaco brontola. Ho le labbra secche.
      Mi siedo sul pavimento, incrocio le gambe. Aspetto con ansia che qualcuno mi liberi.
      Si saranno accorti della mia scomparsa? Scrollo le spalle.
      Nel frattempo, guardo la parete di fronte, qualcosa brilla tra gli scatoloni: forse è la luce di un neon che tarda a spegnersi.
      Mi alzo senza pensarci, corro verso la luce ma... vacillo. Cado per terra sfinita. Ho il fiato corto, il cuore pulsa a mille. Distesa sul pavimento, nel pieno caos ormonale, ripenso alla mia vita.

      Fa così freddo adesso, ho i brividi.

      È mattina? È sera?
      Mi sembra di essere qui da un'eternità. Fisso il soffitto. L'ansia mi toglie il respiro: dov'è il mio inalatore? Lo cerco nella borsa, ma dove l'ho messa? Maledizione! Sono prigioniera del tempo: è volato via come una rondine portandosi con sé anche i miei sogni. Stupido inalatore! Ahimè! Presto mi mancherà il respiro e morirò qui... sola... affamata... assetata... come un cane randagio che brancola nel buio in cerca di cibo e acqua.
      Ancora, grido a squarciagola finché non ne ho più, ma le mie urla si infrangono contro le pareti. Non c'è nessuno che possa ascoltarmi. Scrollo le spalle.
      Accarezzo il bracciale che mi ha regalato mio padre per trovare conforto.
      Chino il capo... un nodo in gola... vomito mentre le lacrime mi rigano il volto.

      Il tempo è fermo. Dentro e fuori la stanza.
      Stringo le spalle per farmi coraggio e accovacciata sul pavimento il mio pensiero ritorna a quella maledetta luce nascosta tra gli scatoloni. Quasi me ne dimenticavo.
      Se fosse la mia unica via di fuga?
      Cammino a fatica, claudicante, ma dopo pochi passi perdo l'equilibrio: cerco di sorreggermi agli scatoloni ma cadendo li trascino via con me. Da brava scout, resisto al dolore e mi rialzo. Coraggio Anaëlle! Il mio unico pensiero è raggiugere la luce.

      Sposto gli scatoloni ammassati sulla parete con il cuore in gola... mi fermo. Curiosa, decido di guardare cosa c'è dentro e li apro. Alcuni sono vuoti, altri contengono cartelle degli studenti immatricolati all'Università a partire dal 1985. Rimango in silenzio per pochi istanti, poi mi sembra di impazzire. I ricordi emergono in superficie e come schegge di vetro mi feriscono: fanno a brandelli la mia anima. Il passato non dimentica, vuole quello che gli spetta. Forse è colpa delle pillole che assumo per combattere la depressione se ho le allucinazioni. Maledizione! E adesso? Eccomi, intrappolata in una stanza mentre il bastardo se la ride. Sepolto... dimenticato... ma no! Quel sogno è rimasto chiuso nel cassetto per troppi anni... avverto una fitta al cuore... sprofondo nell'abisso.
      Le lacrime cadono, si posano per terra come pioggia. Mentre mi asciugo gli occhi sento qualcosa sulla mia pelle, le rughe mi solcano il volto come cicatrici indelebili.
      Sposto gli ultimi scatoloni che mi separano dalla realtà: la luce mi acceca. Chiudo gli occhi, trattengo il respiro, salto.

      Quando li riapro, capisco che sono alla fine di un viaggio.
      Mi trovo in una landa desolata mentre cammino a piedi nudi.
      Mi volto verso la strada, l'auto è sul lato della carreggiata, distrutta. Il sangue sgorga a fiotti dal mio ventre: non ci sarà mai una seconda possibilità. Guardo l'orizzonte.

      Il cielo è cinereo: incomincia a piovere a dirotto.

    • L'avventura inizia così:
      .         
                E adesso?? Ho tanta fame! E sette! Ho paura!
      E come non bastasse un forte tuono colpi il cielo, seguito da un fulmine spaventoso!!!! Il piccolo gattino nero ,col cuore a mille cominciò a correre e correre finché non trovo al bordo di una strada una scatola umida di cartone.
      Che musino dolce!
                Magari il mondo non è così triste,penso. Magari la mia mammina mi sta cercando e mi verrà a prendere! Magari un bambino mi trova e mi porterà a casa sua,su una caldissima poltrona con tantissime coccole! O magari questa notte morirò in questa scatola di fame e di freddo!
      Ma era così stanco che mentre pensava a tutto ciò un lungo sonno li trasformò le paure nei sogni sereni!

    • Cari bambini,

      Dovrei iniziare con…” C'era una volta...in un paese lontano…”
      Ma no! La mia storia è vera ed il mio piccolo gattino nero è qua accanto a me,mentre scrivo!!che amore!che gioia!
      Ma ritorniamo nel mondo delle favole! 
      Avete mai visto quelle giornate grigie e triste? Avete mai visto quel cielo pieno di nuvole strane che ti sembrano delle faccia brute?Avete mai sentito quel vento freddo che vi fa venire pelle d'oca???ok! 
      Alle 7 del mattino ultimo gattino nato della cucciolata era nero...nero,lucido,splendente.Ma nero!
      È come in tre settimane tutti i suoi 5 fratellini hanno trovato una casa calda ( mi sono dimenticata di dirvi che era nato il fine di ottobre) ,l'unico rimasto era lui...il piccolo gattino nero!
      E anche sua mamma lo abbandonò dopo qualche giorno!
      Beh, potete pensare che nn è una tragedia,ma questo gattino era un universo in se,pieno di vita,dolcezza e fantasia
      Piccoli miei bambini,iniziamo una bella avventura quidati da un gattino curioso che ci farà ridere,piangere ,ma soprattutto amare la vita,ridere,cantare,essere felici,amare gli animali,divertirsi….in poche parole..VIVERE!
             Questo  è veramente l'inizio di una lunga storia!

    • Adelmo

      By gale093, in Biografie, diari, memorie,

      Ciao, 
      Si tu, proprio tu. Non mi sbaglio, non far finta di niente. Tu che hai preso in mano questo libro solo per vedere se poteva piacerti, non mentire. Sei pronto? Vuoi che ti racconto una storia? Se dici si, prendimi, altrimenti riponimi dove mi hai trovato, ma se hai il coraggio di leggermi sappi che il mio non è un racconto felice, tutt'altro. 
       
      Vedo che ti sei deciso, allora preparati, perché sarà faticoso. Prima di partire però ricordati il consiglio che mi dava sempre il mio prof di matematica :"dovevi andare a zappare la terra, altro che studiare." L'avessi ascoltato...
       
      Mi presento, sono Adelmo Palazzi, e questa è la storia della mia vita... e allora dirai? L'ennesima storia triste di un povero ragazzo, cosa c'è di nuovo? E ti darei anche ragione, ma la mia è diversa, la mia storia è diversa. È come tutte le altre, cambia solo una cosa, ma lo scoprirai.
       
      Partiamo forte ok? Non amo le storielle che iniziano con allusioni all'amore e alla bella vita per dopo cadere in scadenti finali dalla lacrima facile. Farei carte false per cambiarla ma una serie di sfortunati eventi mi hanno portato a questo.
       
      Se stai leggendo questo piccolo racconto è perché, molto probabilmente, sono già morto e le mie ultime volontà sono state rispettate. Ti sto scrivendo da una bianca e senza sentimenti camera da letto di un ospedale, sai quelle che vedi nei film? Identica. Cambia solo il medico... divertente no? Il primario che mi segue non farà miracoli in stile Dottor House, nessuno potrà farli. Due settimane fa, era il il 12 dicembre, mi diagnosticarono la più classica delle malattie: la leucemia. Il solito no? Vi piacerebbe eh? E invece... la mia amica Bianca (non so il perché ma l'ho chiamata così, mi da l'idea del candido di un lenzuolo appena lavato) è impazzita, polverizzando in pochi giorni le mie difese e, allegramente, mi ha concesso gli ultimi 12 giorni di vita. 
       
      Mi piango addosso? Posso farlo? Forse si, forse no. Non credevo in Dio ma adesso lo incontrerò e gli porterò il conto, quindi sono libero di fare quel cazzo che voglio. Una cosa devo dirvi però, non vi darò mai l'opportunità di compiangermi, di compatirmi o di provare pena... non sono un agnellino, non faccio parte di quei ragazzi che "oh poveretto, era un bravo ragazzo, non se lo meritava proprio!", come se ci fosse qualcuno al mondo che lo meriterebbe davvero. Amo definirmi un bastardo egocentrico, egoista come pochi, arrogante, presuntuoso e un grandissimo figlio di... no quello no.

    •  
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      <il paziente è pronto?>
      <si Dottoressa. Le ultime analisi sono complete. Ha risposto bene agli stimoli e tutt’ora è vigile. Quando vuole possiamo procedere con il test, dovrebbe essere in grado di resistere.>
      <bene, sedatelo e attendiamo il Dottor. Ossx.>
      L’infermiere addetto infilò un lungo ago nel braccio ossuto del paziente, iniettandoli una soluzione chimica verdastra. Gli occhi si chiusero dopo pochi secondi.
      <l’anestesia è entrata in circolo. I parametri vitali sono stabili. I nervi rispondono alle sollecitazioni. L’encefalo è vivo e attivo. Il cuore batte ancora.>
      <i dotti neurali sono stati sistemati?>
      <si Dottoressa e funzionano alla perfezione. È da qualche minuto che riceviamo segnali… ecco guardi.>
      L’infermiere accese lo schermo della sala operatoria. Poche immagini confuse sgranavano nell’immagine. L’unica cosa che riconobbe fu un albero, circondato da acqua, tanta acqua.
      <perfetto. Tutto procede come previsto.>
      La porta si spalancò e un uomo sulla quarantina entrò nella stanza. Indossava un camice bianco, degli occhiali neri e rotondi e quel profumo di anice stellato che tanto le piaceva. Aveva un espressione seria, era concentrato sull’esperimento. In mano portava una cartellina marrone e un caschetto neuronale.
      <Dat sei sicura? Dopo averlo fatto non possiamo più tornare indietro.>
      La Dottoressa Datice scese dalla sedia e gli diede un colpetto sulla spalla. Era piccola e minuta, ma testarda come un mulo. Non avrebbe mai cambiato idea.
      <Ossx lo sai anche te che lui è l’unica alternativa che abbiamo. Non può durare ancora a lungo questa pace.>
      <spero che tu abbia ragione, altrimenti…>
      <altrimenti moriremo in ogni caso.>
      Un ultimo sguardo cupo e il Dottor Ossx diede l’ordine all’infermiere di procedere con l’esperimento. Da dietro il vetro i tre, vestiti di bianco, indossarono uno strano caschetto neuronale. Diverso dal resto in commercio. Quel nuovo modello si collegava direttamente con le sinapsi elettriche del cervello, trasportando il soggetto all’interno del corpo indagato. Era la prima volta che veniva provato. La sala operatoria era bianca, immacolata. Una decina di luci asettiche illuminavano lo scarno lettino dove era legato il paziente. Un corpo bianco. Arti lunghi, corpo esile, occhi grandi e vitrei. La testa era pelata e grigia, sproporzionata rispetto al resto del corpo. L’avevano trovato nudo all’interno di una strana sfera metallica, piovuta dal cielo. Nessun vestito con se, nessun oggetto, nemmeno armi. Solo quel corpo vivo e dei segni indecifrabili. Un linguaggio simile al codice binario mischiato con il mors che non erano riusciti a tradurre. Era forse la loro unica speranza di rinascita.
      <Dottor Ossx il trasferimento è carico e pronto. Quando vuole.>
      <Rimias sai che non sei costretto ad assistere all’esperimento. Non devi rischiare anche te, il casco potrebbe fondere le sinapsi. La morte arriverebbe lentamente e nessuno potrebbe aiutarti. Prima che premo il pulsante può ancora cambiare idea.>
      L’infermiere Rimias era piccolo, un nano in confronto al Dottor Ossx. Il faccione tondo e pelato. Un naso minuscolo come gli occhi. Non si era mai tirato indietro in nessuna sfida e non l’avrebbe fatto nemmeno quella volta. La Dottoressa Datice era impaziente di cominciare, aveva indosso il caschetto e alle parole di Ossx seguì uno sguardo accusatorio. Rimias era fermo sulle sue posizioni.
      <Dottor Ossx, Dottoressa Datice. Da anni vi seguo nei vostri esperimenti e auspico un giorno di arrivare al vostro livello di conoscenza, quindi non posso fuggire proprio adesso. Procediamo.>
      <come vuoi Rimias.>
      <Ossx premi quel dannato pulsante.>
      Datice non stava più nella pelle. Una luce rossa cominciò a lampeggiare, le sirene delle porte blindate suonavano impazzite. La camera divenne stagna e isolata dal mondo esterno. Il paziente subì una scossa e le convulsioni scossero il corpo. I lacci reggevano la forza dell’alieno.  Ossx girò una chiave e Datice fece lo stesso. Rimias pregava con gli occhi chiusi.
      <prema quel maledetto pulsante Rimias, il paziente non potrà resistere ancora per molto.>
      L’alieno era scosso da tremiti. Rimias si mise il casco e inserì la sua chiave, premendo contemporaneamente il bottone. Un lampo di luce bianca invase le loro menti, il mondo come l’avevano conosciuto non era più lo stesso.”
       
      L’osservatorio era stato costruito sulla cima più alta della regione. Un isolato pinnacolo innevato che fungeva anche da rifugio anti atomico. La vista da quell’altezza era impagabile. Dominava la vallata sottostante e la piccola città di scienziati e soldati che vi vivevano. L’aria fresca frizzava in gola, il forte vento che frustava ogni giorno gli alberi non permetteva passeggiate troppo lunghe al di fuori della struttura. Giusto il tragitto per arrivare alla funivia. La neve fresca imbiancava i sentieri e il ghiaccio s’infiltrava tra le fessure del cemento andando molto spesso a minare la solidità dell’edificio. Un astronave solitaria e ormai ridotta in rottami giaceva nello spiazzo in mezzo alla foresta. Era un vecchio modello dell’età della Pace, in grado di passare attraverso i buchi spaziotemporali ma senza scudi energetici adatti a resistere alle forti turbolenze magnetiche delle scorciatoie. Si era distrutta durante l’ultimo atterraggio. Il motore non generava più materia oscura e i pezzi di ricambio erano introvabili. I cuscinetti elettromagnetici si erano dissolti a causa dell’impatto con l’atmosfera e i propulsori a ioni erano dispersi nelle lande selvagge. Ma per loro fortuna nessun componente dell’equipaggio riportò traumi gravi. Hatak, la piccola colonia, era stata costruita in funzione dell’osservatorio. Una cinta muraria alta poco più di venti metri difendeva il perimetro dal mondo esterno. Gli scienziati vivevano arroccati alla montagna. I laboratori erano stati scavati nella roccia, mentre i soldati avevano sistemato le caserme sul fondovalle, assieme alle case. Era una regione ostica e nemica agli intrusi ma la popolazione si sentiva protetta e al a sicuro. Grazie anche allo squadrone che difendeva la colonia. Gli Eagle Eyes, sei soldati scelti tra le forze speciali. Potenziati attraverso la manipolazione del DNA e aggiornati con sistemi robotici. Macchine da guerra viventi. Nessun componente dello squadrone era morto, nessuno aveva mai riportato ferite gravi e annoveravano diverse missioni compiute e una quantità di uccisioni confermate che non aveva eguali nella storia del genere umano. I campi coltivati con le fattorie per il bestiame erano a sud della colonia. Squadre di contadini specializzati curavano minuziosamente i viveri, aiutati anche dal cibo sintetico fornito dalle poche fabbriche funzionati. Erano stabilimenti costruiti con i pezzi della nave. Posizionati a nord, schiacciati contro la cinta muraria. Sintetizzavano gli elementi base per la sopravvivenza dalle piante circostanti, producendo barrette energetiche e una sostanza psicotica che dava energia ma creava dipendenza. L’osservatorio era il punto focale della colonia, l’unico baluardo da difendere, la speranza per il futuro. Era un vecchia struttura conica. L’edificio era costituito da mattoni cotti smaltati, e dunque colorati. Era visibile da molto distante quando la luce del freddo sole rimbalzava sulle pareti. Aveva una pianta di forma quadrata, la cui misura dei lati corrispondeva probabilmente alla stessa altezza; sulla sommità della torre si trovava un vecchio santuario, consacrato ad un qualche dio caduto. Sul tetto era stato posizionato il telescopio interstellare. Una macchina imponente che poteva scrutare lo spazio, alla ricerca di pianeti abitabili. Era collegato all’unico satellite rimasto in orbita che fungeva da grande lente d’ingrandimento. Sempre nell'edificio centrale era conservato anche il simulacro del dio, lo stanzone era di due metri di lato per poco più del doppio. L’altezza complessiva dell’osservatorio era di circa novanta metri, costituita da sette gradoni con misure decrescenti; vi era anche un rampa elicoidale per l'accesso, innevata e con lastroni di ghiaccio che rendevano impossibile l’accesso. Per accedere alla struttura si passava dalla montagna. Un lungo tunnel scavato nella roccia conduceva al telescopio. Ogni porta era blindata e forgiate con i rottami della nave. Dieci torri difensive, alte poco più della muraglia, scrutavano i boschi tetri che circondavano la colonia. I generatori di energia plasmatica permettevano poche ore di luce durante la notte perché l’energia veniva convogliata quasi esclusivamente alla barriera. La torre, i laboratori e il telescopio si servivano di vecchi pannelli solari ad alta efficienza. L’intera torre era stata adibita a casa/laboratorio per i due pionieri che cercavano di salvare il genere umano, il loro popolo, dalla morte. La dottoressa Datice e il Dottor Ossx non erano sposati ma convivevano ormai da anni assieme. Lei si era laureata nella scienza dell’Immortalità specializzandosi nella manipolazione genetica applicata. Grazie a lei e ai suoi risultati l’aspettativa della vita si allungò di molto, trasformando il DNA e generando umanoidi quasi immortali. Il Dottor Ossx era un ingegnere della materia con una specializzazione in astronomia interstellare. Tutte le apparecchiature della colonia erano i frutti dei suoi lunghi anni di lavoro. La notte calava velocemente su Hatak. Un’altra notte di ricerca e speranza. Il telescopio era già al lavoro. Il satellite trasmetteva i dati da analizzare alla ricerca quasi disperata di un pianeta abitabile. Dat era in camera del figlio a rimboccargli le coperte. Oberat non era figlio naturale ne di Datice ne di Ossx. Era un esperimento di manipolazione genetica riuscito male e che Datice non ebbe il coraggio di cancellare. Se ne affezionò e lo prese sotto le sue ali, lo considerava suo figlio biologico. Ossx fu sempre contrario a quel tipo di legame ma alla fine cedette difronte alla creaturina che cresceva velocemente. Non c’era un termine per definirlo. Ne maschio ne femmina, sprovvisto di organi riproduttivi. Non aveva sviluppato i classici lineamenti dei suoi coetanei. Era esile, la faccia aveva sempre un espressione gentile. Capelli marroni in tinta con gli occhi. Un naso aquilino e due orecchie a sventola. Aveva la pelle scura, quasi tendente al grigio. Datice creò quel tipo di DNA perché era convinta che soldati senza sesso e quindi senza pulsioni emotive destabilizzanti potessero combattere molto più efficientemente. Macchine da guerra biologiche con un cervello in grado di prendere anche drastiche decisioni. Non provavano emozioni, indifferenti alla morte, al dolore, alla perdita di un compagno di battagliane.  Anche il povero Oberat provava pochissime emozioni, solo le più antiche e collegate al suo subconscio. Le emozioni cognitive non erano presenti nell’ibrido. Ma Datice lo amava lo stesso. Un lumino rosso appeso sopra al letto gettava un’ombra scura a forma di sistema solare sulle pareti bianche. Oberat era disteso a letto, sotto le coperte. Dat gli stava sistemando i vestiti per il giorno dopo. La scuola non gli piaceva, come a tutti i ragazzi, ma era obbligato a frequentarla. Aveva una vocina stridula ma calma. Raramente Datice l’aveva visto arrabbiarsi per qualcosa o contro qualcuno. Lo zainetto era già stato fatto. I compiti svolti. Datice armeggiava con un felpa arancione con serigrafata sopra una saetta gialla. Oberat giocherellava con le sue coperte preferite, aspettando il bacio della buona notte dalla madre. Dat chiuse l’armadio, facendo attenzione a non pizzicare i vestiti tra le porte. Oberat la stava guardando. Due occhietti vispi e curiosi, il classico sguardo interrogativo, quando doveva per forza fare una domanda. Dat se ne accorse.
      <falla pure tesoro.>
      <grazie mamma ma non ho niente da chiedere.>
      <cos’è che ti turba allora? Hai un espressione da cane bastonato.>
      Datice aveva scorto una vena di malinconia nei suoi occhi. Una tristezza che non doveva albergare in lui. Solo due sentimenti erano presenti e nessuno generava quel tipo d’emozione.
      <oggi a scuola mi hanno di nuovo preso in giro.>
      <e perché mai dovrebbero prendere in giro un soldato coraggioso e forte come te?>
      <perché sono diverso. Mi chiamano “mostro”, “senza sesso”, “aberrazione”. E… e… io…>
      Datice lo prese tra le sue braccia. Lo strinse forte al seno. Era consapevole di quello che gli altri bambini e genitori pensavano di Oberat. Uno dei tanti motivi per i quali dovette porre fine agli esperimenti genetici. Le persone avevano paura di quello che non comprendevano, di quello che non capivano o che era troppo diverso da loro. Il male albergava in quelle donne e quei uomini che si rifiutavano di accogliere il diverso, come se il colore della pelle fosse una colpa mortale.
      <non farci caso piccolo mio. Sai che tu sei molto speciale e loro sono solo invidiosi. Tu sei il futuro della nostra specie, colui che ci guiderà verso la salvezza, non dimenticartelo mai.>
      <ma loro dicono che…>
      <non importa quello che dicono, difenditi e vedrai che non parleranno più.>
      <lo so ma…>
      <niente ma! Oberat. Guarda.>
      Datice indicò il muro. Appeso c’era un dipinto non tanto grande. Chiuso in una cornice dorata. Il ritratto mostrava una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra, ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani erano dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apriva un vasto paesaggio fluviale. Indossava una pesante veste scollata, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossava un velo trasparente che teneva fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trovava appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa. Era uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del paesaggio era che non era uniforme. La parte di sinistra era evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. La donna dipinta si trovava in una specie di loggia panoramica, come dimostravano le basi di due colonne laterali sul parapetto. In lontananza si notava un piccolo ponte sul fiume. La donna aveva uno sguardo magmatico. Due occhi che ti seguivano ovunque ti spostassi. Oberat amava il quadro, passione trasmessa da Datice che l’aveva salvato dalle fiamme. Lo usava ogni volta che doveva stimolare suo figlio.
      <lo so. Lo so. Devo prendere come esempio quella donna che è rimasta per ore ferma immobile per il ritratto. Ma…>
      <no Oberat, questa volta voglio parlarti del genio che dipinse il quadro.>
      Datice prese lo sgabello e si sedette, rimboccando le coperte al figlio. Dalla tasca estrasse una foto ingiallita e rovinata. C’era immortalato un uomo vecchio. Aveva la barba lunga e bianca. Uno strano capello in testa e due occhi meravigliosi.
      <lo conosci?>
      <si, ma cosa c’entra con me.>
      <quest’uomo qua era un genio. È vissuto in un periodo molto difficile. Abitato da persone con menti chiuse e con poca fiducia verso la scienza. Dovette sperimentare di nascosto. Sezionando i cadaveri dei condannati per studiare il nostro corpo. Dipinse opere magnifiche. Progettò macchine che avrebbero potuto salvare migliaia di umani dalle guerre ma non venne mai ascoltato. Le sue profezie ancora riecheggiano tra le rovine delle città. Subì molti torti ma non si tirò mai indietro, mai! Nemmeno una volta. Ha sempre lottato e protetto quello in cui credeva. Fuggì dalla sua terra natale per cercare fortuna e menti aperte in altre regioni. È grazie a lui che noi oggi possiamo ammirare quel quadro e tante altre cose che purtroppo sono andate perdute. Quindi Oberat, lotta e difenditi. La tua voce conta come quella degli altri, non lasciarti sopraffare da persone più deboli di te. Hai capito piccolo mio?>
      Oberat aveva in mano la foto. Guardava quell’uomo con ammirazione. La malinconia scomparve dai suoi occhi. Dat era contenta nel vederlo sereno e felice.
      <certo mamma. Posso tenerla?>
      <certo amore mio. Buonanotte, tuo padre mi sta aspettando.>
      Lo cacciò un’altra volta sotto le coperte e spense la lucina rossa. La camera piombò nella più totale oscurità. Datice si chiuse la porta alle spalle e prese le scale per l’ultimo piano della torre. La sala astronomica dove era sicura che Ossx fosse già al lavoro.

    • Un vento caldo soffiava tranquillo tra le fronde degli alberi, gli alti pini danzavano all'ombra della luna, cullati dai picchi innevati dei monti. Un usignolo scandiva cinguettando il ritmico rullare del ruscello, calmo e constante, verso la valle. Una luce, una candela accesa nella penombra del bosco, fluttuava come sospesa nell'aria, rischiarando quel poco di vita che non riusciva a prendere sonno. Una terrazza, baciata da un ramo di abete troppo curioso per farsi da parte, vegliava sulla piccola radura, dove un cervo con il suo piccolo pascolavano quieti, ignari del mondo. Due sedie erano occupate da due ombre, due pallide memorie notturne.
      <ti ricordi quando abbiamo bevuto quella bottiglia di vino?>.
      <il rosso, quello forte che mi ha dato subito alla testa?>.
      <si proprio quello. E ti ricordi quanto buono era?>
      <oh sì, me lo ricordo.>
      E sorrise, come l’abbagliante bellezza della luna.
      <e ti ricordi anche cosa mi chiedesti?>
      Ci pensò, ma faticava a ricordarselo.
      <mi chiedesti perché ci comportiamo così, perché odiamo tanto la nostra casa…>.
      Versò altri due calici, ombre scure di poesie liquide.
      <e tu però non mi rispondesti, o sbaglio?>.
      <no, hai ragione, e nemmeno adesso posso farlo ma c’è un motivo.>
      Allora lei lo esortò.
      <dimmelo.>
      <mi guardo attorno e vedo solo bellezza. La natura che ci circonda è un simposio di colori e di vita, gli animali, nella loro semplice esistenza, gioiscono ogni giorno ringraziando…>.
      <dio?>
      <no, solo l’uomo è stato tanto cieco da crearsi un dio, tre lettere che portano false speranze dove la voglia di lottare è morta, no. Gli animali ringraziano la Madre Terra, la vita. Invece l’uomo, come il peggiore degli ospiti, preferisce scavare la terra, inquinare i mari, saturare l’aria di morte, disboscare foreste e distruggere l’ecosistema, in cui noi stessi viviamo. Follia. La Terra è un malato terminale e noi siamo la malattia, ma la cura non ci piacerà. Troppi morti ho visto per ritrovare la fede nell’umanità, troppi. Orsi e delfini uccisi per la becera intelligenza che ci ritroviamo. La nostra arroganza non ha limiti…>
      Lei lo guardò seria, incupita.
      <sei sempre così catastrofico?>
      <no, ma so cosa stiamo perdendo.>
      E si versò un altro calice di vino, guardando la sedia vuota che aveva di fianco, brindando alla sua memoria. Il ruscello ebbe un sussulto e una piccola onda andò a schiantarsi tra le rocce della riva. Mentre una nuvola solitaria offuscò per secondi lo splendore della luna, attimi che gli parvero infiniti nella solitudine che lo attanagliava. E la notte si spense nel colpo che squassò la valle.        

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      EPILOGO: NELL’ EMPIREO.
       
      Silvia avvertì a poco a poco il ritorno della sensazione tattile. Dapprima sentì la pressione delle proprie natiche sul sedile. Subito dopo si rese conto che la sua schiena poggiava sullo schienale del sedile. Aprì gli occhi di colpo. Di fronte a sé vide il vasto quadro degli strumenti inerti e oscuri, illuminati debolmente da una piccola luce verde posizionata alla sua destra. Si voltò verso Paolo e lo vide accasciato sul sedile, inerte e con gli occhi chiusi. Con forte preoccupazione gli toccò una spalla e lo smosse. Con suo grande sollievo, il ragazzo reagì subito, movendosi a sua volta e farfugliando qualcosa dalla bocca. Paolo aprì gli occhi e il suo sguardo semi-assonnato incontrò subito quello di Silvia. “Paolo, come ti senti?” gli chiese lei. “Bè, –rispose lui quasi sbadigliando- dal punto di vista fisico mi sento in forma, come se avessi fatto una lunga e salutare dormita”. Il ragazzo si stirò. “Anch’io mi sento così” disse Silvia. Si guardarono un po’ intorno. A parte quella fioca luce verde, nel piccolo abitacolo che li conteneva non era in funzione nient’altro. Tutti gli strumenti erano inerti ed oscuri, e interi quadri di comando apparivano squarciati e circondati da chiazze nerastre, con numerosi fili elettrici che sporgevano dalle cavità. “Siamo vivi. –affermò Silvia- Ma mi chiedo che cosa ci succederà adesso. E se ripenso al capitano….” la ragazza si interruppe. Aveva pronunciato le ultime parole con tono accorato.
      Guardò Paolo con un’ espressione di grande tristezza. Lui la guardò con emozione e gli disse: “Si è sacrificato per noi. Dobbiamo esserne fieri”. Silvia abbassò lo sguardo seria. Dopo pochi secondi tornò a guardarlo dicendogli: “Secondo te, il suo sacrificio sarà servito a qualcosa? Che cosa ne sarà di noi adesso?” Paolo, con espressione leggermente imbarazzata, rispose: “A dire il vero, non lo so. Dovremmo essere nel Cosmo Esterno. Però chiusi qui dentro non lo possiamo vedere. E non possiamo nemmeno avere informazioni su quello che c’è fuori, perché, da quello che vedo, ne deduco che nessuno strumento funziona più”. “Non puoi aprire le saracinesche?” “E come? Ogni quadro di comandi è saltato, qui dentro non funziona più niente. Siamo stati investiti da una scarica micidiale, è un miracolo se siamo ancora vivi”. Silvia si voltò verso la luce verde. “Ma quella luce funziona!” affermò la ragazza. “Quella –replicò Paolo- è la luce di emergenza. E’ alimentata da una batteria tutta sua, ed entra in funzione automaticamente quando gli altri strumenti cessano di funzionare”. Tornò a guardare Paolo. Il ragazzo aveva un’ espressione molto seria. Lei capì che cosa stava pensando. “Siamo spacciati, vero?” disse lei in tono sommesso. “A meno che –gli rispose lui- Orix non si faccia vivo”. Lei tornò a guardare gli strumenti inerti e replicò: “Non so più cosa pensare di Orix e della sua specie. Quando eravamo su Esplox mi era sembrato così sincero. Ci disse che ci saremmo collegati e che avremmo avuto la possibilità di andare a vivere su un mondo a nostra scelta. Ed ora invece siamo qui, rinchiusi in questa scatoletta persa in un’ infinito nulla che non possiamo neanche vedere, ad aspettare la morte. Quanto tempo abbiamo?” Paolo guardò in direzione del quadrante dell’ orologio, ma, come si aspettava, vide solo un visore nero. “Non te lo so dire –gli rispose il ragazzo- perché non so per quanto tempo siamo rimasti privi di sensi. Anche l’orologio non funziona. So soltanto che qui dentro la riserva d’aria può durare per circa 22 ore. Sia il calore immagazzinato dalle pareti termiche che la batteria che alimenta la luce di emergenza dureranno più a lungo, ma penso che questo a noi non importi”. “Capisco. –disse Silvia con lo sguardo diretto ai propri piedi- E la gravità artificiale quanto durerà?” Paolo restò per qualche secondo come imbambolato da quella domanda di Silvia. Lei, poiché lui non rispondeva, si voltò verso di lui incontrando i suoi occhi spumeggianti e dilatati. “La gravità artificiale!” gridò lui con evidente gioia. Lei assunse un’espressione di grande perplessità, e con tono di leggero sbigottimento gli disse: “Scusa, ma non è che per caso il tuo cervello comincia a perdere i colpi?” Lui raddolcì il proprio sguardo e con voce ferma gli rispose: “Silvia, questo abitacolo non dispone di nessun impianto di gravità artificiale”. “Come! –esclamò lei sgranando gli occhi- Eppure noi pesiamo! Mi sento attratta verso il basso con la stessa intensità di quando era in funzione la gravità artificiale della nave!” “Certo Silvia, la sento anch’io, siamo sottoposti ad una gravità di tipo terrestre. Ma questa gravità non ci dovrebbe essere!” “Perbacco Paolo –disse lei eccitata- ma allora vuol dire che ci troviamo sulla superficie di un pianeta di tipo terrestre?” “Non lo so, dal momento che siamo chiusi qui dentro. Non siamo sottoposti nemmeno ad alcuna accelerazione, ed anche questo è anomalo, perché io non ho fatto in tempo ad azionare i contro-razzi e l’abitacolo non poteva fermarsi da solo nel vuoto. In qualunque luogo ci troviamo, la nostra situazione attuale è anomala”. Silvia sentì la speranza rinascere dentro di sé. “Forse è opera dei Collegati! –disse lei con enfasi- Forse siamo salvi!” “Non lo so. –replicò lui- Per saperlo bisognerebbe sapere quello che c’è là fuori. E non c’è modo di saperlo”. “Non possiamo aprire la porta?” “Anche i meccanismi dell’ apertura della porta non funzionano. E comunque, anche se funzionassero, non abbiamo tute spaziali. Se là fuori non c’è un’ atmosfera respirabile, moriremmo subito dopo aver aperto il primo spiraglio”. “Ma tanto moriremo comunque anche rimanendo qui dentro, ed in modo più lento e doloroso. Ci converrebbe aprire lo stesso”. “Già, ritengo anch’io che tu abbia ragione, ma vedi, non c’è proprio modo di aprire la porta”.
      “Ne sei sicuro?” “Più che sicuro. La chiusura della porta e il materiale delle pareti sono a prova di bomba e noi qui dentro non
      abbiamo nessuno strumento che ci possa essere utile allo scopo”.
      Silvia si portò una mano al mento ed affermò pensierosa: “Eppure non è possibile che noi si sia arrivati qui per morire inscatolati come sardine. Se siamo fermi e siamo sottoposti ad una gravità di tipo terrestre, una ragione ci deve essere. Tu eri ai comandi e controllavi il radar. E’ accaduto qualcosa di anomalo prima che perdessimo i sensi?” “Non è accaduto nulla di eccezionale. Eravamo entrambi schiacciati dalla pressione e io controllavo il radar e mi tenevo pronto ad accendere i controrazzi per por fine alla nostra accelerazione, ma non ho potuto farlo perché siamo stati raggiunti dall’ onda d’urto dell’ esplosione”. “Già, mi ricordo anch’io che è andata così. Mi ricordo anche che la pressione dell’ accelerazione mi dava parecchio fastidio e che desideravo tanto che ci fermassimo e che fossimo sottoposti ad una gravità normale”. “Si, anch’io mi ricordo di aver desiderato questo”. Silvia allargò le orbite, si girò lentamente verso Paolo e lo fissò con meraviglia. “Cos’ hai? –gli chiese lui- Perché mi guardi così?” Lei si tirò il pugno destro nella mano sinistra ed esclamò: “Ci sono! Ho capito!” “Che cosa hai capito?” “Ho capito che ci siamo già collegati! –disse lei con enorme gioia- Abbiamo acquisito i poteri di cui ci ha parlato Orix!”
      Paolo assunse un’ espressione di grande stupore. “E perché mai? –disse lui- Che cosa te lo fa pensare?” “La gravità! Entrambi volevamo essere sottoposti ad una gravità normale! Ed infatti siamo in regime di gravità normale!” Paolo allargò gli occhi. “Quindi –disse lui in tono solenne- secondo te tutto quello che desideriamo si avvera?” “Si amore, secondo me è così. Siamo nel Cosmo Esterno, e siamo già entrati nel Collegamento!” “Eppure non mi sento molto diverso”. “Pensa alla scarica elettrica. Avrebbe dovuto ucciderci, ed invece siamo tutti e due in gran forma. Non abbiamo neanche la più piccola bruciatura sulla pelle, e nemmeno un graffio. Neanche il pigiama che indossiamo si è bruciato. I nostri poteri ci proteggono”.
      Con espressione trasognata, Paolo replicò: “Eppure devi aver ragione davvero. Non abbiamo neanche un graffio, e non può essere”. “Si, amor mio, non può essere, ma lo è. Orix aveva ragione. E se quello che desideriamo si avvera, non ci rimane altro da fare che esprimere i nostri desideri”. Silvia guardò intensamente la plancia. E sotto lo sguardo meravigliato di Paolo, tutti gli strumenti ritornarono a posto nel giro di pochi secondi. Le cavità si chiusero risaldandosi a vista d’occhio, i cavi si riallacciarono e ritornarono nei loro scomparti, le macchie sparirono, tutti gli strumenti si riattivarono e tutte le luci si riaccesero. Quando tutto fu tornato a posto, Silvia si voltò verso Paolo. “Che ti dicevo?” gli disse lei. I loro occhi si fissarono. Il loro sguardo non tradiva più né meraviglia né stupore. Non provavano più neanche la benché minima angoscia. Si sentivano sereni, di una serenità che non si può descrivere. E ognuno captò i pensieri dell’ altro. Ognuno avvertì dentro di sé il torrente d’amore che l’altro provava per lui. Nessuna prova d’amore era mai stata più evidente tra due esseri umani. Ognuno si nutriva direttamente dell’amore dell’altro. Ed ognuno riviveva nella propria memoria la vita dell’altro. Nessun segreto fu più possibile tra loro. “Tu sei in me” gli disse lei senza aprir bocca. La comunicazione avveniva direttamente tramite il pensiero. “Anche tu sei in me” gli rispose anche lui senza aprir bocca. Si baciarono. Per la prima volta due esseri umani del pianeta Terra non condividevano solo il corpo, ma anche la mente.
      Mentre le loro lingue si arrotolavano tra loro, lui con il pensiero gli disse: “Il nostro Collegamento non è ancora completo. Non sappiamo ancora niente degli altri mondi”. “Il Collegamento è un processo graduale. –gli rispose lei- Per completarlo, dobbiamo uscire da qui”. “E allora usciamo”. Si distaccarono. Paolo lanciò un’occhiata all’ orologio, che adesso funzionava. Segnava le 5,59.
      “Non abbiamo dormito neanche dieci minuti” disse lui. “Lo so. –rispose lei- Dobbiamo affrontare l’ Infinito con gradualità. Per prima cosa, apriamo le saracinesche”. Senza che nessuno di loro due avesse premuto l’apposito pulsante, le saracinesche che coprivano le finestre cominciarono ad aprirsi nel mezzo e a scorrere verso i lati.
      Non appena la fessura si aprì, da essa filtrò una grande luce. I due ragazzi osservarono con grande serenità quella grande luce chiara che si allargava di fronte a loro. Era una luce intensa ma riposante, che non dava fastidio agli occhi e che trasmetteva un grande senso di benessere. All’ inizio non sembrò che quella luce avesse un colore particolare. Ma quando l’ampiezza dell’ apertura superò il mezzo metro, quella luce che riempiva tutto l’ambiente intorno a loro rivelò di essere di colore rosa, un rosa tenue. Quando le saracinesche si furono aperte completamente, quella luce rosa diventò preponderante all’ interno dell’ abitacolo, soverchiando le luci interne. Tutti gli oggetti e loro stessi assunsero una tonalità rosacea.
      Si guardarono sorridendosi. Ognuno sapeva che cosa pensava l’altro. E sapevano anche che cosa significava quel rosa. “L’energia cosmica riempie tutto il Cosmo Esterno –pensò Paolo- ed ai nostri occhi si rivela come un’ infinita luce rosa. E’ meraviglioso”. “Ed in questa luce –pensò Silvia- ci sono delle correnti e degli addensamenti. Guarda là” Silvia indicò a Paolo una zona alla sua destra nella quale si vedeva una lunga striscia più scura di tutto il resto. “Si lo vedo. –affermò Paolo- Ma questo è niente in confronto a quello che si vede dalla finestra laterale di sinistra”. Silvia guardò in quella direzione e vi vide una specie di spirale formata da diverse tonalità di rosa. “Si, è molto bella” affermò la ragazza. “Sembra proprio che noi due, come Dante Alighieri, si sia arrivati in Paradiso da vivi” affermò Paolo. Silvia si guardò intorno e dopo pochi secondi trasmise nella mente di Paolo: /Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: luce intellettual, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore” Paolo sapeva bene, anche se non li aveva mai letti, che quelli erano versi di Dante e che erano contenuti nel XXX canto del Paradiso. “Non possono esserci versi più appropriati. –pensò il ragazzo- Questo assomiglia davvero all’ Empireo descritto da Dante nella Divina Commedia”. “Credo che sia arrivato il momento di uscire” disse Silvia. Si tolsero la cintura di sicurezza, si alzarono dai sedili e si avvicinarono alla porta. Sapevano che non gli sarebbe successo niente. Senza azionare alcun comando, la porta si aprì, spalancandosi su un’ infinito cielo rosa, esteso in ugual modo in tutte le direzioni, di fronte a loro come a destra e a sinistra; in basso come in alto. Si presero per mano. Silvia fu la prima ad oltrepassare la soglia, portandosi dietro Paolo. I loro piedi si distaccarono dal pavimento del piccolo abitacolo e con grande naturalezza i due giovani si librarono in quella luce, fluttuando come polline al vento. Ma non avvertirono alcun vento. Sentirono invece una sensazione di tepore che li cullava. Non poggiavano su nessun solido. Fluttuavano in quello spazio illuminato ed infinito, continuando ad avvertire il loro peso normale, ma senza cadere in nessuna direzione. Non si erano mai sentiti così bene. Avanzarono a lungo in linea retta, procedendo senza fare alcun movimento fisico ma unicamente perché volevano farlo. Dopo un bel po’ di tempo, si fermarono. Erano sospesi nel nulla. Pesavano, eppure non poggiavano su niente, e non cadevano. Ed intorno a loro c’era soltanto la luce rosa, con soltanto qualche lieve differenza di tonalità in alcune zone. Silvia allungò la mano verso una zona più chiara a forma di farfalla, la toccò, agitò la mano e la zona si dissolse. “Hai interferito nelle correnti” disse Paolo. “Interferiamo sempre con le correnti. I nostri pensieri sono correnti in questo oceano”. “Hai ragione”. Si guardarono indietro. Videro, perso nel bel mezzo dell’ infinito oceano rosa, un’ insignificante puntino bianco che costituiva l’ormai lontano abitacolo del Mobilis. “Abbiamo fatto un bel po’ di strada” disse Paolo. “Dobbiamo farne ancora molta. Ancora non percepiamo gli altri mondi, sia del nostro che degli altri Universi”. “Dobbiamo avere pazienza. E’ un processo molto graduale”. “E’ vero. Però desidero camminare su qualcosa di solido e di meno monotono di questo vuoto rosa”. “Hai ragione”. Guardarono alla loro destra. Come avevano desiderato, videro una grande, lunga e piatta isola verde che si librava nel vuoto. Vi si diressero a grande velocità. Nel centro dell’ isola c’erano dei rilievi. L’isola si ingrandì davanti ai loro occhi. Al di sotto l’isola aveva una forma arrotondata. Mentre si avvicinavano sentirono il fruscio di un corso d’acqua ed il profumo di alcuni fiori. Videro il torrente che fuoriusciva dall’ isola, e si accorsero che in quel punto l’ acqua svaniva letteralmente nel nulla. Presero terra in quel punto, accanto al ruscello e vicino al bordo dell’ isola. I loro piedi, attraverso le scarpe mediche, avvertirono di premere sopra un terreno soffice ed organico come quello che c’è nei boschi. Osservarono per un po’ l’acqua. Poi camminarono verso l’interno dell’isola, seguendo il corso del torrente. Si inoltrarono nella boscaglia. Videro ogni genere di piante e di fiori, ed anche di funghi. Ma non videro alcun segno di vita animale, e nemmeno insetti. Neanche nel torrente si vedevano pesci. Arrivarono in una radura ai piedi del rilievo centrale, dove il corso d’acqua era alimentato da una cascata. Intorno alla cascata il torrente formava un’ ampio bacino d’acqua circolare. Era acqua purissima, trasparente e brillante. Silvia vi infilò una mano e constatò che era tiepida. “E’ da quando ci siamo svegliati stanotte che non abbiamo mai avuto tregua. –disse la ragazza- Abbiamo bisogno di rinfrescarci”. “Anche se ci sentiamo bene, hai ragione”
      rispose Paolo. I due giovani si spogliarono completamente e si tuffarono. Nuotarono sott’acqua a lungo, poi riemersero e nuotarono in superficie seguendo una traiettoria circolare che li portò ad incontrarsi. Si abbracciarono e si baciarono nell’ acqua. “Possiamo anche stare giù tutto il tempo che vogliamo. –pensò Silvia- Non abbiamo il problema di respirare. Questo stesso spazio rosa in cui ci troviamo non contiene certo ossigeno”. “Bene, -pensò lui- allora andiamo giù!” Abbracciati insieme, si gettarono a tutta forza verso il basso. Affondarono, ma non trovarono il fondo. Aprirono gli occhi, ed intorno a loro videro soltanto un’ acqua illuminata da una luce gialla che si estendeva ovunque all’ infinito. La loro corsa verso il basso si arrestò, anche se non avevano raggiunto nessun fondo. Poi entrambi sentirono qualcosa dentro di loro. Era come se qualcuno parlasse nelle loro teste. Si guardarono negli occhi con serietà per qualche istante, poi chiusero gli occhi. Ognuno vedeva e sentiva le stesse cose che vedeva e sentiva l’altro. Videro un’ Universo. E poi un’ altro. E poi un’ altro ancora. Miliardi di galassie. Miliardi di stelle. Miliardi di pianeti. Infiniti mondi scorsero nei loro cervelli come innumerevoli filmati accelerati. Rimasero per un po’ come confusi e storditi da tutte quelle informazioni. Ma durò poco. Quel flusso infinito si attenuò, depositandosi nella parte inconscia della loro mente, e questo gli fece recuperare la lucidità. Il flusso non era scomparso, ma si era mimetizzato nei sotterranei della mente, e di questo loro ne erano coscienti. Erano coscienti anche del fatto che i meccanismi della loro mente li avrebbero avvertiti se nel flusso continuo delle informazioni se ne fosse manifestata qualcuna di importante. E poiché loro erano nuovi, furono inondati da una marea di informazioni. Il loro neonato sistema di selezione mentale provvide però a fornirgli tali informazioni in modo graduale, suddividendole. Di questo loro ne furono consapevoli e seppero che ciò era un bene. Seppero che il capitano Aliquis era vivo e che si trovava anche lui nel Cosmo Esterno con loro. Entrarono in contatto con la sua mente. Accedettero ai ricordi della sua vita travagliata. Ebbero coscienza del suo odio passato. Lui aveva distrutto la Terra. Il loro mondo non esisteva più. Adesso il pensiero delle creature che lo avevano abitato scorreva nei meandri dell’ energia cosmica infinita, faceva parte delle correnti. Anche Giorgio e Fedora erano in quelle correnti. Il capitano Aliquis era stato a lungo roso dal rimorso per quello che aveva fatto. Era cambiato dopo l’incontro con gli Iponi. Ora era anche lui, come loro, completamente sereno. Come loro, avvertiva in sé il flusso dell’ energia cosmica infinita. Nell’ Infinito c’erano infiniti Universi. Sentirono l’esistenza di un numero indescrivibile di Universi, quasi tutti diversi, ma molti uguali. Eppure, sentirono anche che il Collegamento aveva un limite. Esisteva una distanza massima oltre la quale il Collegamento non poteva spingersi. Era una distanza che andava oltre la stessa energia infinita, sottostante all’ energia cosmica, che gli era stata descritta da Viru. Capirono che nessuna specie di Collegati, quindi neanche gli Iponi, potevano sapere cosa c’è oltre quel limite. E capirono il perché. L’ Infinito, proprio perché è tale, non può essere percorso. Nessuno, per quanti poteri abbia, può abbracciare l’infinito, perché ogni essere è necessariamente finito. Il Collegamento copriva quindi solo una parte del Cosmo, anche se si trattava di una parte incredibilmente grande. Capirono anche che al di là del Cosmo Esterno c’era un’ altro spazio, ancora più esterno, che non avrebbero mai potuto raggiungere. L’ Infinito è Infinito. Ogni passo verso l’orizzonte fa allontanare l’orizzonte. Capirono che è importante riconoscere questi limiti. Il capitano Aliquis lo aveva già capito. Compresero che il loro Collegamento era ancora imperfetto. Sentirono che Orix era lì sopra, insieme al capitano, e che li aspettava. Risalirono verso la superficie. Sbucarono dall’ acqua abbracciati e continuarono a salire verso l’ alto per una decina di metri. Poiché lo avevano desiderato, furono subito asciutti e con addosso la stessa divisa da membri dell’ equipaggio che avevano indossato a bordo del Mobilis. Videro sulla riva il capitano, anche lui con addosso la sua divisa, berretto compreso. Accanto a lui videro Orix e Benax nella loro forma originale. Orix era di colore verde, mentre Benax era viola. Discesero verso di loro. I loro piedi toccarono terra dolcemente ad appena un metro dai tre esseri che li aspettavano. Si guardarono. Ognuno di loro cinque conosceva già i pensieri di tutti gli altri, o quasi. I due ragazzi guardarono per primo il capitano. Con lui scambiarono sguardi emozionati che significavano felicità, sollievo e gratitudine. Guardarono poi negli occhi i due Iponi. Lo sguardo dei due abitanti del pianeta Esplox, sostenuto da occhi circolari e scuri posti ai lati di una faccia allungata e priva di lineamenti espressivi, trasmise loro una sensazione di grande calore. Silvia allungò le mani verso quelle di Orix. Lui gli prese le mani. Pur essendo mani verdi e ricoperte di squame, Silvia le sentì calde come se fossero state mani umane. Lei gli sorrise. Anche lui gli sorrise, e, benché in quella faccia inespressiva il sorriso non si vedesse, lei lo percepì ugualmente. Nello stesso tempo, Paolo allungò le braccia verso il capitano. I due membri dell’ equipaggio del Mobilis si abbracciarono calorosamente. “Grazie, capitano Aliquis, per tutto quello che hai fatto per noi. E grazie soprattutto di essere vivo” disse Paolo al suo capitano per mezzo del pensiero. “E io a mia volta ringrazio voi per essere vivi” rispose Aliquis. “E si, –affermò Orix mentre lasciava le mani di Silvia- sono in pochi quelli che possono dire di essere arrivati in questo posto da vivi. Ed il vostro caso è ancora più eccezionale”. Aliquis e Paolo sciolsero l’abbraccio. “Credo di avvertire il motivo della tua affermazione” disse Paolo rivolgendosi ad Orix. “Si, è come senti” replicò Orix. Silvia si avvicinò al capitano e lo abbracciò a sua volta. “E così ti sono bastati 25 secondi per collegarti ed uscire dal Mobilis prima che esplodesse. Hai fatto bene”. gli disse lei con grande commozione. Paolo afferrò a sua volta le mani di Orix e lo guardò con grande dolcezza. “Non ho fatto nulla di speciale. –replicò Aliquis a Silvia- E’ avvenuto tutto spontaneamente. Anche voi due ci avete messo lo stesso tempo”. Paolo lasciò le mani di Orix e prese quelle di Benax. Anche le sue mani, benché viola e viscide, erano calde come le mani umane. “Sono molto contento di conoscerti di persona” disse Paolo a Benax guardandola con estrema dolcezza. “Anch’io sono felice di potervi finalmente conoscere direttamente. Tutti gli altri Collegati del Nostro Cosmo vi conoscono già indirettamente, tramite il Collegamento, ma io e il mio compagno siamo gli unici, per ora, ad aver avuto il privilegio di conoscervi di persona”. “E’ un’ onore per noi, –aggiunse Orix- dal momento che voi tre siete una leggenda in tutto il Cosmo”. Silvia e il capitano sciolsero l’abbraccio nello stesso istante in cui Paolo lasciò le mani di Benax. Silvia passò accanto a Paolo e prese a sua volta le mani di Benax. Si fissarono anche loro con grande tenerezza. “Nel mio mondo –disse Silvia- non ero niente. Adesso faccio parte degli unici tre superstiti di un mondo morto che siano mai riusciti a raggiungere il Cosmo Esterno ed il Collegamento. Sono serena, ma al tempo stesso, in alcune parti della mia mente, questa situazione mi appare contraddittoria”. “Questo dipende dal fatto –rispose Benax- che il vostro Collegamento è ancora imperfetto. Siete nuovi, e ci vuole tempo per adattarsi, mesi, ed a volte anche anni”. “Addirittura?” esclamò Paolo. “Si, -rispose Orix- in alcuni casi ci sono voluti anni, anche se non sappiamo quanto tempo occorrerà a voi. Come avete già capito, il meccanismo del Collegamento non è semplice, ed esso non rende né onnipotenti, né onniscienti. Sapete già quali sono i suoi limiti. Avete bisogno di spiegazioni, ed io e la mia compagna siamo qui apposta per aiutarvi”. “Abbiamo anche capito –disse Aliquis- che non ci riporterete su Esplox”. “In effetti no. –rispose Orix- Non è necessario, perché voi tre avete raggiunto il Collegamento mentre gli altri due sono morti. Dal momento che il clima del nostro pianeta non è del tutto confacente per voi, e visto che possiamo manipolare il Cosmo Esterno a nostro piacimento, resteremo qui. Dobbiamo istruirvi, e dobbiamo anche darvi una nuova patria”. Silvia lasciò andare le mani di Benax. “Noi tre avvertiamo –disse Paolo- lo scorrere di enormi informazioni nella nostra mente. Ma questo ci crea una certa confusione”. “Questo dipende –disse Orix- dal fatto che il vostro sistema di selezione non si è ancora assestato. Il Collegamento è una forma di empatia cosmica. E’ la capacità di comprendere ciò che sentono gli altri, ciò che provano gli altri. Noi Collegati possiamo provare dentro di noi ciò che provano tutti gli esseri, viventi e non viventi, che sono presenti nel Nostro Cosmo, che, come avete capito, è la porzione di Infinito che conosciamo.
      Ma è chiaro che, se anche una minima parte di queste infinite informazioni fosse libera di manifestarsi nella parte cosciente del nostro cervello, la loro quantità ci ucciderebbe all’ istante”. “Quindi –intervenne Silvia- le informazioni si limitano a scorrere nella parte inconscia della nostra mente, come l’acqua di un fiume che passa e se ne va. Soltanto le informazioni che vengono ritenute importanti dal sistema di selezione vengono riportate nella parte cosciente della mente”. “E’ così” affermò Benax. “Ed io comunque ho anche capito –disse Aliquis- che possiamo pescare dal flusso le informazioni che desideriamo avere, basta che lo vogliamo”. “Infatti. –rispose Orix- Tale sistema fa in modo che, quando si presenta una certa situazione, noi la si possa conoscere in tutti i particolari, sia perché cerchiamo volontariamente le informazioni, sia perchè il sistema di selezione ce le mette davanti automaticamente. In questo modo noi Collegati, quando incontriamo nuove specie, veniamo a sapere subito tutto su di loro. Possiamo capire i loro pensieri. E’ una qualità molto bella, che ci permette di riconoscere gli altri come parte di noi”. “Questo –disse Silvia- è quello che succede tra i Collegati. Non succede però tra Scollegati. Ancora non ne capisco il perché”.
      “La prima volta, -rispose Benax- non lo capimmo neanche noi. Il Collegamento non permette di capire proprio tutto, come non permette di manipolare proprio tutto. Quando incontrarono per la prima volta una civiltà Scollegata, i nostri lontani antenati rimasero di stucco. Si comportarono da ingenui, ed alcuni rimasero uccisi. Oggi sappiamo che l’esistenza degli Scollegati è una manifestazione dell’ imperfezione della Natura. Il Collegamento non è esteso ovunque, come sapete il Nostro Cosmo, pur essendo inconcepibilmente grande, e pur contenendo un numero inesprimibile di Universi, non è illimitato. Ed anche all’ interno di esso, il Collegamento non raggiunge tutto. Esiste qua e là, diffusa nel Cosmo, della materia non collegata, anche se è soltanto una piccola frazione del totale. Ed esistono quindi anche esseri viventi non collegati. Gli Scollegati sono una piccola minoranza, ma esistono. La loro vita è breve perché si auto-distruggono, ma da qualche parte ne rinascono sempre altri. La loro condizione, come voi avete sperimentato direttamente, è molto triste. Essi non hanno empatia, e di conseguenza si uccidono tra loro, infliggendosi dolore.
      Sono pericolosi per sé e per gli altri”. “Noi però adesso –disse Paolo- ci siamo collegati. Non è proprio possibile collegare collettivamente le specie scollegate?” “Se fosse stato possibile –replicò Orix- lo avremmo già fatto centinaia di miliardi di anni fa. E prima di noi le specie che ci hanno preceduto. Noi Collegati abbiamo dei limiti, e uno di tali limiti consiste nel non poter estendere il nostro Collegamento alle specie che ne sono sprovviste.
      Il caso di voi tre è eccezionale. Voi eravate gli unici superstiti vaganti di un mondo che si è auto-distrutto, un caso unico in tutti gli Universi conosciuti. Ed avevate anche una predisposizione al Collegamento”. “E tale predisposizione –disse il capitano Aliquis- non potevano averla anche altri abitanti del mio pianeta?” I due Iponi capirono che nella mente del capitano persistevano ancora alcune piccole sacche di inquietudine. Sapevano che ciò dipendeva dal fatto che il Collegamento non era ancora assestato. Ma anche i due ragazzi percepirono le sensazioni del capitano. “Capitano, –disse Silvia, prevenendo Orix- non sei stato tu a distruggere la Terra.
      L’ umanità è rimasta vittima del proprio Scollegamento, proprio come è successo e continuerà a succedere a tutti gli altri Scollegati.
      Tu non sei responsabile dell’ odio che provavi. E’ il tuo mondo che te lo ha provocato”. Aliquis sentì aumentare la propria serenità interiore. La causa non erano soltanto i pensieri di Silvia, che coincidevano con quelli di Paolo. Orix e Benax agivano sulla sua mente per cancellare gli ultimi residui dei sensi di colpa. “Silvia ha ragione. –disse Benax- E dobbiamo anche ribadire, anche se lo sapete già, che noi Collegati non possiamo interferire con un’ intero mondo di Scollegati. Abbiamo aiutato voi perché eravate gli unici superstiti della vostra specie, ed anche in questo caso abbiamo potuto darvi soltanto un’ aiuto limitato. Era indispensabile che arrivaste qui unicamente con i vostri mezzi. Ed ora sapete anche perché”. “Si, ora capiamo. –affermò Aliquis con una voce più tranquilla rispetto a prima- Il Collegamento è empatia. Ma non ci può essere vera empatia se si odia. Dovevamo sbarazzarci dell’ odio che il nostro mondo aveva impresso in noi, soprattutto nel mio caso.
      E questo potevamo farlo solo se avessimo accumulato esperienze positive durante questo viaggio”. “Si, -affermarono insieme Paolo e Silvia- adesso lo capiamo anche noi”. “E’ un piacere per noi –disse Orix- che adesso ve ne rendiate conto, perché anche noi siamo stati in pensiero per voi, e non potevamo far nulla. Sapevamo che per voi due, ragazzi, il successo era assicurato. Voi non covavate odio dentro di voi, se non in modo trascurabile. Ma non era così per te, capitano Aliquis”. “Si, questo è vero. –replicò Aliquis- Ma non è del tutto vero che il vostro aiuto sia stato così limitato. Senza l’ incontro con voi, su Esplox, io non sarei mai cambiato. E’ per questo che ci avete voluto incontrare”. “Si. –rispose Benax- Il nostro incontro aveva il preciso scopo di darti una mano in questo senso. Ma non potevamo fare di più, il resto lo avete fatto voi. I due ragazzi erano già innocenti, ed hanno continuato sulla loro strada. Tu capitano sei cambiato, anche se con mille esitazioni. Ed in particolare, nella parte finale del viaggio, non hai esitato a sacrificare la tua vita per salvare i due giovani. Questo comportamento di estremo amore ti ha proiettato direttamente nel Collegamento non appena la nave è comparsa nel Cosmo Esterno, e ti ha salvato la vita”. “Si, anche questo l’ ho capito” disse Aliquis. Paolo e Silvia si strinsero la mano guardandosi con occhi lucidi. “Alla fine del viaggio –disse Orix rivolgendosi al capitano- il tuo odio è scomparso del tutto. In te c’era soltanto amore. E’ questo che ti ha fatto collegare più velocemente. Senza questo cambiamento così radicale, ti saresti collegato ugualmente, ma più lentamente, e tu in quel momento non disponevi del tempo necessario. La nave sarebbe esplosa prima, e non ti saresti salvato”. “In quel momento –disse il capitano- non mi importava di morire. So che un giorno dovrò farlo comunque. L’importante per me erano loro, che si salvassero loro due. Loro erano puri, è per questo che anche loro si sono salvati”. I due ragazzi si strinsero ancora di più la mano, e ringraziarono mentalmente il capitano. “E’ precisamente codesto pensiero che ti ha salvato” affermò Benax. “Invece i nostri due prigionieri non si sono salvati” affermò Paolo. “Loro –replicò Orix- non sono mai riusciti a liberarsi dal loro odio, che anzi è progressivamente aumentato. Come nel caso degli altri vostri simili, è l’ odio che li ha portati alla fine”. “Io ho sentito –disse Silvia- che il loro pensiero scorre nelle correnti che ci circondano”. “Certamente. -affermò Orix- Come vi dissi su Esplox, l’essenza vitale di chi muore rifluisce nell’ energia cosmica infinita, dove va ad alimentare le correnti dalle quali possono scaturire nuovi Universi e quindi nuove forme di vita. Adesso è tutto il vostro mondo a scorrere in quelle correnti” “Nessuno di noi tre –disse Aliquis- aveva veri legami con il nostro mondo di origine. Non avevamo più nessuno laggiù, non eravamo in relazione con niente e con nessuno. Le nostre famiglie di origine erano morte da anni. Ci sentiamo più a casa adesso, in questo Cosmo Esterno che possiamo manipolare. Forse possiamo far nascere anche un’ altro Universo?”
      “Questo no. –replicò Orix- La nascita degli Universi è un fatto puramente spontaneo. Non possiamo provocarlo. Possiamo soltanto prevederlo, ed avvertirlo. Infatti dieci secondi fa è nato un’ Universo a non molta distanza da qui”. “E’ vero! –affermò Paolo- Lo sento! La sua espansione raggiungerà la zona in cui ci troviamo tra un miliardo di anni!” “Prodigi del Collegamento” osservò Silvia. “Io ho anche capito –disse Aliquis- che non possiamo manipolare lo spazio normale nello stesso modo in cui riusciamo a manipolare il Cosmo Esterno”. “Vero. –replicò Benax- Qui l’energia cosmica si manifesta allo stato puro, e la nostra mente può manipolarla più facilmente. E’ per questo che qui possiamo vivere benissimo nel vuoto senza una tuta spaziale. Qui i nostri corpi sono invulnerabili. Non possiamo fare la stessa cosa nello spazio normale. Lì non possiamo vivere nel vuoto senza sistemi artificiali di mantenimento. Possiamo manipolare la materia, come vi abbiamo fatto sia vedere che provare su Esplox, possiamo viaggiare in modo ultra-luce, come abbiamo fatto per arrivare fin qui da voi, e possiamo cambiare la nostra forma. Ma non possiamo renderci invulnerabili come qui, e nemmeno creare un mondo grande come quest’ isola”. “Bè, -disse Silvia- questo Cosmo Esterno è davvero un posto molto speciale, anche se abbiamo appena scoperto che non è infinito. Ma ora, di noi che ne sarà? Dove andremo a vivere?” “Questo è appunto –rispose Benax- il motivo principale per cui siamo qui. Noi sappiamo già qual’ è il mondo più adatto per voi”. “Evidentemente, -disse Paolo- noi invece non lo sappiamo ancora perché il nostro Collegamento è ancora imperfetto, vero?” “Esatto. -confermò Orix- Noi siamo qui per farvelo sapere”. “Ci porterete su quel mondo?” chiese il capitano. “Non subito. Prima dobbiamo farvelo conoscere dentro di voi”. “Se dovete farci qualcosa per collegarci con quel mondo, –disse Silvia- noi siamo pronti”. “No, –proseguì Orix- non siete ancora pronti. E’ necessario che vi rilassiate di più. Seguiteci”. A queste parole di Orix Silvia, Paolo e il capitano non si sognarono neppure di controbattere, e nemmeno di chiedere ulteriori spiegazioni. Sapevano già, dentro di loro, che gli Iponi si stavano comportando nel modo giusto, e che dovevano fare come dicevano loro. Orix fece cenno ai tre esseri umani di seguirli. Si incamminarono lungo un sentiero che saliva lungo i fianchi del rilievo centrale dell’ isola.
      Mentre camminavano in fila indiana, con Benax in cima, seguita da Orix, dal capitano, dalla ragazza e dal ragazzo, Silvia guardò in alto. Vide una nuvola chiara che formava una specie di fiore biancastro in mezzo al cielo rosa. /Queste correnti sono affascinanti/ pensò la ragazza senza ricordarsi che i suoi pensieri venivano percepiti dagli altri. Perciò rimase ancora un po’ sorpresa quando percepì il pensiero di risposta di Paolo che diceva: /Qui è tutto affascinante/. /Siamo proprio ancora imperfetti/ pensò il capitano. “La vera perfezione –pensò a sua volta Orix- non viene raggiunta mai da nessuno. Ed è un bene, perché l’eccessiva perfezione può essere dannosa come l’eccessiva imperfezione”. Tutti gli altri annuirono. Raggiunsero un pianoro situato sul fianco del rilievo, a metà strada tra la cima e le pendici. Al centro del pianoro, ombreggiata dagli alberi, c’era una casa di legno, tipicamente montana, con il tetto a piramide. E sullo spiazzo davanti alla porta d’ingresso vi era una tavola rettangolare di legno, con due panchine poste lungo i suoi due lati opposti. Si avvicinarono alla casa. “Siete rimasti in grande affanno per parecchie ore. –disse Orix ai tre esseri umani- Non avete dormito a sufficienza. Dovete rifocillarvi”. “Noi capiamo. –rispose il capitano- E sappiamo cosa dobbiamo fare”. Il capitano si avvicinò alla porta e, senza esitazione, l’aprì ed entrò, seguito subito dai due ragazzi. Orix e Benax rimasero fuori. La casa era piccola. Al pianterreno c’erano soltanto un’ ingresso e due camere. Paolo e Silvia entrarono nella camera posta a destra, che era munita di letto matrimoniale. Aliquis entrò nella camera di sinistra, dove c’era un letto singolo. Tutte e due le camere erano munite di bagno. Andarono tutti in bagno, dove si lavarono. Uscirono poi dall’ abitazione e si sedettero sulla panchina adiacente alla tavola, dando le spalle alla casa. Orix e Benax erano seduti sulla panchina opposta. Sulla tavola erano stati fatti apparire tre piatti contenenti ognuno un panino imbottito e patatine fritte, e tre bicchieri. C’erano due bottiglie d’acqua e una di aranciata. Nessuno parlò. Aliquis, Paolo e Silvia pensarono soltanto a bere e a mangiare, mentre i due Iponi di fronte a loro stavano abbracciati e ogni tanto facevano combaciare i lunghi tubi che costituivano le loro bocche. I tre umani consumarono presto il loro spuntino. “E adesso andiamo a farci un sonno rivelatore” disse Aliquis. “Non solo rivelatore, –replicò Benax- ma anche davvero ristoratore. Dovete recuperare il sonno che avete perso stanotte”. “Okay amici. –replicò Aliquis- Ci rivediamo tra cinque ore”. Dopo brevi cenni di saluto, i tre membri dell’ equipaggio del Mobilis rientrarono in casa. Silvia e Paolo erano visibilmente eccitati. Sapevano che quello non sarebbe stato un sonno come gli altri. Tutti e tre avrebbero fatto insieme lo stesso sogno. Si lavarono i denti, poi si coricarono. Dopo due minuti dormivano già profondamente. E dieci minuti più tardi cominciarono a sognare. Videro una grande distesa nera popolata da galassie. Era un’ Universo uguale al loro Universo di origine per caratteristiche fisiche e per età. Seppero che quell’ Universo era distante centomila miliardi di miliardi di megaparsec dal punto in cui si trovavano in quel momento, e che era posizionato alla loro destra. Inquadrarono una galassia del tutto simile alla Via Lattea.
      Entrarono in quella galassia e videro scorrere le sue innumerevoli stelle. Una di quelle stelle si avvicinò e si ingrandì, rivelandosi uguale al Sole. Avvistarono un pianeta azzurro solcato da strisce di nubi bianche che girava intorno a quel sole. Seppero che aveva le stesse condizioni ambientali e le stesse dimensioni della Terra. Videro i suoi continenti, i suoi oceani, le sue foreste. E videro pure i suoi villaggi, costituiti da piccole case abitate da piccoli nuclei di esseri umani. Si, videro uomini come loro, vestiti semplicemente con camice, pantaloni e scarpe leggere simili alle loro tute di bordo.
      Quel pianeta era abitato da una delle tante copie dell’ umanità sparse nell’ Infinito. Ma non erano umani come quelli terrestri. Erano umani collegati. Vivevano in piccoli villaggi sparsi in un’ unico continente, ed il loro numero non superava i 10 milioni. Vivevano in pace tra di loro e con la natura. Producevano quello che era necessario per la loro vita senza recare alcun danno all’ ambiente e passavano la maggior parte del loro tempo a divertirsi e rilassarsi. Videro dei bambini sorridenti che giocavano nella piazza di un villaggio. I bambini non andavano a scuola, quello che dovevano imparare lo imparavano tramite il Collegamento. Tutti erano uguali, e tutti facevano parte della comunità, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche individuali. Producevano il cibo in speciali serre alimentate dall’ energia solare ed in piscine dove venivano allevati i pesci. Le case erano piccole ed accoglienti, arredate del necessario, con i tetti bassi e colorati. Videro una giovane donna mora, vestita con una maglia viola e con una gonna fuxia che gli arrivava fin sotto le ginocchia, che camminava in una strada davanti ad una casa. La donna si fermò davanti alla porta della casa, vi appoggiò una mano e si girò verso di loro, o, perlomeno, verso la direzione della loro prospettiva in quel sogno. Era bellissima, gli occhi erano verdi e molto vivaci ed espressivi, la bocca sottile con le labbra spiccatamente rosa, il naso sottile. E quella donna parlò. Tutti e tre la videro e la sentirono parlare. “Salve. –esordì- Io sono Marian. So che mi state sognando. Questo è il pianeta Pathea e qui ci troviamo nel villaggio di Ricin, abitato da 857 esseri umani come voi. Sappiamo tutto di voi. Per tutti noi siete una leggenda. Tre esseri umani scollegati che riescono a fuggire dal loro mondo prima che muoia e che riescono a raggiungere il Collegamento. Non vediamo l’ora di accogliervi nel nostro mondo e di avervi tra di noi. Con noi vivrete felici e sereni per tutto il resto della vostra vita. E’ tutto pronto. Venite da noi”. La donna smise di parlare, si voltò ed entrò in casa. Poi la scena del sogno cambiò. La casa scomparve in un caleidoscopio di colori. E subito dopo, come in un film, cominciarono a scorrere immagini ed informazioni in modo veloce ma chiaro. Stavano assistendo alla storia di quel pianeta. Quel mondo non era sempre stato collegato. Era uno di quei rari casi, descritti da Orix, in cui un mondo era cambiato dall’ interno.
      Parecchi secoli fa quel mondo era contrassegnato dall’ ingiustizia e si era avvicinato all’ era nella quale di solito si verifica l’autodistruzione. Ma alcuni uomini si organizzarono per cambiare le cose. All’ inizio erano pochi, ma in pochi anni molti altri si unirono a loro. Gli uomini decisero di cambiare. Aprirono gli occhi sul loro mondo, sulla loro condizione, e svilupparono enormemente la loro capacità di empatia, avvicinandosi spontaneamente al Collegamento. Ci fu un rivolgimento politico: fu realizzata, in tutto il pianeta, una vera democrazia, ed i potenti persero tutta la loro potenza. Non ci fu più nessun potente. Tutto il sistema produttivo fu riconvertito. Non si pensò più alla crescita e alla conquista. Cessarono le ingiustizie. E cessò l’ inquinamento. La popolazione cominciò a diminuire. Poco tempo dopo questi avvenimenti, si fece viva su Pathea una specie collegata che prese contatto con gli abitanti. Tali Collegati rivelarono il loro segreto ed aiutarono i patheiani a collegarsi. Da allora Pathea diventò un mondo collegato al resto del Cosmo Conosciuto. Il sogno cambiò ancora. La narrazione della storia del pianeta cessò. Ora videro scorrere nella loro mente diverse immagini di paesaggi di quel pianeta. Continuarono a vederle per almeno un’ ora, quando il sogno cessò.
      Il loro sonno continuò ancora per due ore e tre quarti.
      Benax osservava i giochi delle correnti sopra di loro quando udì aprirsi la porta della casa. Si voltò e vide il capitano Aliquis uscire dall’ abitazione, seguito dai due giovani. “Avete dormito un’ ora meno del previsto. –disse Orix- Ma comunque può bastare”. “Certo, -replicò il capitano- anche perché non ci siamo mai sentiti così bene in vita nostra. Non vediamo l’ ora di arrivare su Pathea”. “La vostra vita –affermò Benax- è ad una felicissima svolta”. Andarono tutti nella parte più aperta del pianoro. Si presero tutti per mano, formando un cerchio. Benax e Orix si tenevano per mano e a loro volta tenevano per mano Paolo e Silvia. E i due giovani, a loro volta, tenevano per mano il capitano. Erano tutti sorridenti. Il paesaggio intorno a loro cominciò a dissolversi, come quando un dipinto viene bagnato e sulla tela i colori cominciano a colare. L’ isola scomparve sotto i loro occhi. Adesso erano di nuovo tutti e cinque circondati dall’ infinito oceano rosa. “Ecco fatto. –disse Orix- Abbiamo attraversato centomila miliardi di miliardi di megaparsec in pochi secondi. Silvia, hai l’ Universo di Pathea alle tue spalle”. Silvia lasciò andare la presa del capitano e di Benax e si girò. Ad un metro e mezzo di fronte a sé vide una palla bianca e lucidissima di dieci centimetri di diametro. Tutti guardarono quella palla con grande solennità. “E’ così piccolo” affermò Silvia. “Le dimensioni –replicò Orix- non contano nel Cosmo Esterno. Tutto è relativo. In quella palla vi è un numero incalcolabile di mondi abitati”. “Non capita tutti i giorni di vedere un’ Universo dall’ esterno” affermò Aliquis. “Hei! –esclamò Paolo- Sembra che si stia ingrandendo!” “E’ vero! –confermò Silvia- Si sta dilatando!” La palla si stava ingrandendo sotto i loro occhi di mezzo centimetro ogni otto secondi. “E’ naturale. –affermò Benax- Quell’ Universo si sta espandendo proprio come il vostro e come tantissimi altri. Sarà meglio andare là dentro prima che sia lui ad inglobarci”. Silvia si girò di nuovo e riafferrò le mani di Benax e del capitano. Intorno a loro l’infinito rosa disparve. Si ritrovarono in una piazza circondata da case basse con le pareti bianche e i tetti piatti e multicolori. Silvia tastò il terreno con il piede. Poi guardò in alto e vide il cielo azzurro e sereno. Un’ alito di vento gli accarezzò il volto. La temperatura era confortevole. Sentì una voce alle sue spalle: “Benvenuti su Pathea. Vi accogliamo con amore”. Silvia si voltò. Era Marian, uguale nell’ aspetto a come l’avevano vista in sogno. Ruppero il cerchio e tutti e cinque fissarono la bellissima donna. “Saluti fraterni” disse Benax. “Saluti fraterni anche a voi, amici” replicò la donna. Gli ex tre membri dell’ equipaggio del Mobilis tradivano un leggero imbarazzo. Marian si rivolse a loro dicendogli: “E’ un’ onore per noi avervi tra noi. Voi apportate un contributo prezioso alla nostra comunità. Ogni essere umano in più ci arricchisce. Tutti siamo Tutto e Tutto è Tutti. Ora per voi non c’è più solitudine, né paura. Voi siete noi, e noi siamo voi”. Il capitano, Aliquis e Silvia lacrimarono per l’ emozione. “Grazie” dissero all’ unisono i tre terrestri. “E’ il miglior discorso che abbia mai sentito” affermò Paolo. “Siamo felici –disse Aliquis- di poter entrare a far parte della vostra comunità. Sapremo essere riconoscenti per la vostra accoglienza”. “Voi siete già riconoscenti. –replicò Marian- Avete affrontato un viaggio allucinante per venire da noi. Avete inconsciamente scelto di venire a vivere tra noi, e noi di questo ne siamo felicissimi”. I tre terrestri sorrisero. Marian gli restituì il sorriso, e altrettanto fecero le decine di patheiani che avevano cominciato ad assembrarsi in quella piazza. Tutti guardavano i tre terrestri con grande gioia. E i tre terrestri sentivano nel proprio intimo che tutta quella gente li amava letteralmente. Si sentivano invasi dall’ amore. Mai nessun essere umano terrestre era mai stato così felice come loro in quel momento. “Non sono mai stata così felice” disse Silvia. Marian la guardò con grande gioia e disse: “La vostra felicità è la nostra felicità. Ognuno di noi contribuisce alla felicità degli altri. Ma ora andiamo. Voi dovete pranzare. La folla si ritrasse, creando un varco. Marian si incamminò in quel varco facendo cenno ai nuovi venuti di seguirla. Camminarono in strada per circa 50 metri, salutati e osannati calorosamente da tutte le persone che incontravano. Arrivarono in fondo alla strada, dove il villaggio finiva. Al di là del limite la strada si trasformava in un sentiero che proseguiva in un prato ai cui lati c’erano delle piccole serre. E al di là del prato, in lontananza, si vedeva una foresta. Marian indicò ai neofiti le due ultime case di quella strada. “Ecco ragazzi –disse la donna indicando la casa alla loro sinistra- questa è la vostra casa. E l’ altra casa, quella a destra, è del capitano. Dentro è già tutto pronto. Potete pranzare e riposarvi”. “Vi siamo infinitamente grati” disse il capitano. “D’ora in avanti –rispose la donna- non ringraziateci più. Ormai noi facciamo parte di voi”. “Si, è quello che sentiamo anche noi nel proprio intimo” affermò Paolo. “Sento scorrere in me –disse Silvia- la vita e i pensieri di ogni abitante di questo pianeta. Ma ancora non riesco a mettere a fuoco molte cose”. “Noi vi aiuteremo a perfezionare il vostro Collegamento” disse Marian. “Noi adesso –disse Orix- dobbiamo tornare su Esplox. Credo che sia ora di salutarci”. A turno il capitano, Paolo e Silvia presero per mano Orix e Benax. Si scambiarono occhiate profonde. Sapevano che in futuro si sarebbero rivisti molto spesso. Dopo qualche altro gesto di saluto, i due Iponi svanirono di fronte ai loro occhi. I tre terrestri rimasero con le lacrime agli occhi. Ma erano lacrime di gioia. “Bè, -disse Marian- devo andarmene anch’io. Entrate nelle vostre case”. La donna si incamminò di gran lena verso il centro del villaggio. I due giovani ed il capitano si guardarono negli occhi per alcuni secondi, poi ciascuno entrò nelle rispettive case. All’ interno trovarono un’ ambiente estremamente accogliente. E trovarono anche una sala da pranzo con la tavola apparecchiata e pronta. Mangiarono, poi andarono a letto. Dovevano rimettersi dagli strapazzi delle ultime ore. Fecero il sonno più dolce che mai avessero fatto.
       
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      Era passato un’ anno dal loro arrivo su Pathea. Il loro Collegamento si era perfezionato, ma non completamente. Ma la cosa non era per loro fonte di turbamento, perché avevano imparato che nessuno aveva mai raggiunto un livello di Collegamento perfetto. Passavano le giornate ad esplorare con la mente nuovi luoghi del Cosmo oppure a passeggiare nei boschi o a fare il bagno su qualche spiaggia. Soltanto una piccolissima frazione del loro tempo era dedicata al controllo delle attività produttive del pianeta, controllo che avveniva tramite i loro poteri. Il capitano Aliquis aveva trovato una compagna, Alax, una donna della sua stessa età che tra le altre cose condivideva la sua passione per gli scacchi. Erano stati varie volte su Esplox, a far visita ad Orix e a Benax, ed anche su altri mondi di altri Universi. Dieci giorni prima erano stati Orix e Benax a venirli a trovare su Pathea. I due Iponi avevano naturalmente saputo dei loro progetti, come del resto tutti gli altri abitanti di Pathea. “Sappiamo quello che volete fare” aveva detto Orix al capitano. “E’ ovvio che lo sappiate. –aveva risposto Aliquis- E naturalmente sapete anche perché vogliamo farlo”. “Certamente. –aveva risposto l’ Ipone- Voi tre avete mantenuto un’ aspetto positivo della vostra specie. La curiosità di sapere e lo spirito di avventura. Non sono molte le specie che ne sono dotate. Quasi tutti gli Scollegati vogliono esplorare unicamente per conquistare e soggiogare. Quasi tutti i Collegati lo fanno soltanto per trovare una nuova dimora quando non possono più vivere nei loro vecchi mondi. Voi invece volete spingervi nel Cosmo Sconosciuto unicamente per la curiosità di sapere che cosa c’è”.
      “Io avevo costruito il Mobilis –aveva replicato Aliquis- principalmente per questo motivo. La fuga dal mio mondo maledetto e la vendetta erano motivi secondari. Ero veramente attratto dai misteri dell’ Universo, così come ora continuo ad essere attratto da quello che c’è al di là del limite del Cosmo Esterno conosciuto”.
      “E’ una ricerca –aveva concluso Orix- che non potrà mai avere fine.
      Nessuno può percorrere l’ Infinito”. “Si, -concluse il capitano- è una ricerca infinita che sarà sempre continuata dalla successione infinita delle generazioni”. Nei giorni successivi a questo colloquio il capitano, Alax, Paolo e Silvia, supportati a distanza dagli altri abitanti di Pathea, avevano costruito con i loro poteri una pista di decollo in una località desertica a tremila chilometri di distanza dal loro villaggio. E, sempre con i loro poteri, avevano costruito una copia esatta del Mobilis. Pieni di nostalgia, vi avevano sostato a lungo all’ interno. Sapevano che poi per parecchio tempo non lo avrebbero più rivisto. Questa volta sarebbe stata solo la macchina,
      da sola, a viaggiare nell’ ignoto e a raccogliere le informazioni. Loro sarebbero rimasti al sicuro a godersi la loro vita felice su Pathea. Poi il Mobilis sarebbe ritornato portandogli le sue scoperte. E sarebbe successivamente ripartito per spingersi sempre più lontano. Se non fosse ritornato, loro avrebbero ricostruito un’ altro Mobilis. Tutti i
      patheiani condividevano la loro saggia decisione di compiere l’esplorazione con il Mobilis senza equipaggio. Quel giorno erano tutti lì, al fianco della pista, per assistere alla partenza. Oltre alle due coppie erano fisicamente presenti Marian ed altre quattro persone. Tutti gli altri patheiani assistevano all’ evento per mezzo del Collegamento. Quello era per Pathea un giorno molto speciale. Il grande apparecchio, affusolato, con il muso a punta e le grandi ali a delta ai due lati della coda, rullò sulla pista emettendo un grande fragore. Era bianchissimo e risplendeva sotto il Sole mattutino. Sulla sua fiancata era molto evidente la grande scritta azzurra MOBILIS. Il velivolo corse sempre più veloce sulla pista mentre il boato dei suoi motori a reazione si faceva sempre più forte. Dopo 50 secondi di corsa il grande uccello metallico inclinò il muso verso l’alto e spiccò il volo. Andò sempre più su, in direzione sud, con il sole mattutino alla sua sinistra. Gli spettatori che assistevano al decollo si trovavano alla sua destra. Lo videro rimpicciolirsi sempre più, mentre allo stesso tempo il rumore dei suoi motori si attenuava gradualmente. Continuarono a seguirlo anche quando fu ridotto ad un’ insignificante puntino bianco perso nella vastità del cielo azzurro. Ad un tratto il puntino sparì. Ed anche l’ ormai lontano rumore dei suoi motori cessò completamente. “Ha appena effettuato il balzo tachionico” dichiarò Paolo con il suo consueto stile tecnico. “Buon viaggio, grande nave” disse il capitano Aliquis. Silvia abbassò lo sguardo sul proprio ventre gonfio e lo accarezzò dolcemente. Sapeva che la sua bambina sarebbe nata in un mondo meraviglioso.
       
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      Conclusione.
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       
       

    • Mancavano poco più di due mesi ai miei 32 anni, e la vita cominciava a prendere di nuovo un certo ritmo dopo l'incidente in moto che mi ha privato del mio braccio sinistro. Per quanto questa cosa possa essere stata un trauma per il corpo e la coscienza, ero felice di conservare integra la possibilità di impugnare una penna e buttare su un foglio i miei pensieri ingarbugliati. Ma questa era comunque una magra e inconsistente consolazione da contrapporre all'ovvia sensazione del cosiddetto arto fantasma. La delusione e lo sconforto nell'attimo in cui ogni volta mi sono dovuto rendere conto di non possedere più quella parte del corpo che sentivo ancora presente, era gigantesca, e ci ho dovuto combattere per molto tempo.
       
      Sono stato quindi costretto a tornare a casa dei miei nel primo periodo di convalescenza, dovevo abituarmi nuovamente a diventare indipendente, come se fossi nato per la seconda volta. Ma tornare a vivere da solo nell'umile casa che mi pagavo col mio lavoro, è stata comunque la prima sfida che mi sono imposto nel post-rinascita.
       
      Sta di fatto che ho imparato di nuovo tutto, dal camminare al vestirmi, dal prepararmi i pasti a rendere casa un posto vivibile. Il grosso è stato resettare ogni singolo ed elementare movimento e riprogrammare tutto secondo il nuovo schema scheletrico del mio corpo. C'è voluto qualche anno, ma la vita ha fatto il suo corso.
       
      La parte più divertente di tutta quella vicenda è stata indubbiamente il primo periodo del mio rientro a scuola, quando i miei ragazzini delle medie, a cui insegnavo letteratura, mi hanno riempito di buffe domande sul mio braccio invisibile.
       
      Me le ricordo tutte, le loro facce incredule quando mi hanno visto entrare in classe dopo i tre mesi di assenza. Se solo gli altri sapessero di quella loro espressione si farebbero certo le mie stesse grasse risate. Non sapevano se li stessi prendendo in giro o se avessero avuto loro un abbaglio nel guardarmi. Ci volle un po' anche a loro per rendersene conto, ma accettarono la cosa molto più in fretta di quanto abbia potuto fare io. Ai loro occhi, dopo tutte le risposte che ho dato alle loro domande, sembravo un eroe coi panni da professore, e questa cosa mi ha fatto scudo dagli sguardi mossi a pietà di tutti gli adulti.
       
      Così, proprio da quel periodo, ho cominciato ad odiare i weekend, contrariamente a quando ero bambino. E più che mai, avevo bisogno delle mie 6 ore quotidiane di lezione per sentirmi appagato.
       
      Ho riafferrato con una sola mano la mia vita e l'ho indossata come fosse una comoda borsa monospalla, ho iniziato ad apprezzare sempre di più l'equilibrio instabile delle mie giornate, e ho cominciato, infine, a credermi capace di provvedere a me stesso più di quanto non lo fossi da normodotato.
       
      Sono ringiovanito anche, sui pedali della bici che avevo preso a mio nonno come ricordo e che avevo lasciato dentro al garage. Anche se sembravo un mezzo Don Matteo che scarrozzava per il borgo, non mi facevo problemi perchè stavo bene ed era l'unica cosa che m'importava.
       
      Poi, è risaputo che quando la favola riprende toni pacati arriva un colpo di scena che destabilizza tutto. Nel mio caso, il colpo di scena è venuto giù diritto diritto dalla nuova legge del governo in carica. Sebbene sia stato fortunato, perchè non ho cambiato regione, sono stato trasferito nell'incubo di un istituto alberghiero a 15 km da casa mia.
       
      Allora ansia a mille e via. Niente più bici, autobus a singhiozzo per le porte di quel bordello.
       
      Gli adolescenti sono vasi contenenti il meglio e il peggio degli adulti, niente via di mezzo, e le loro domande non sono più ingenue e spensierate ma cominciano a far male e bisogna sapersi difendere. Io, da professore di lettere qual ero, mi difendevo coi libri. Le migliori pagine di London, Kafka, Pirandello, Pasolini e via dicendo, uscivo abbondantemente dallo sterile programma ministeriale pur di coinvolgere quegli spiriti selvaggi. Ma è dura avere a che fare con chi ha già scelto di usare il fuoco dei fornelli per poter campare.
       
      I primi sono stati due mesi d'inferno, dove io ero il più sfigato dei Dante, abbandonato alla mercé di centinaia di fiere, senza un Virgilio che mi tendesse la mano, e per giunta con un solo braccio per potermi difendere.
       
      Uno scenario a dir poco tragicomico.
       
      Dopo pagine buie e nere come la pece, di nuovo la mia storia si colorava di luci più vive. Non un Virgilio è venuto a salvarmi, ma la più angelica delle Beatrici con un camice da cuoca e il viso bianco di farina come fosse incipriata.
       
      L'ho vista che si chiudeva alle spalle la porta del laboratorio di cucina, mentre il viso contratto da quella che doveva essere un espressione arrabbiata si distendeva in un mezzo sorriso.
       
      Sono rimasto come un fesso, fermo a guardarla, a due metri da lei, convinto che non potesse vedermi. Per qualche strano motivo mi sentivo io stesso un arto fantasma. Ma per ovvi motivi lei mi vedeva e come.
      Lei s'è imbarazzata di suo, per l'aspetto e la farina, io m'ero imbarazzato di mio, per lo sguardo fisso e l'aspetto imbambolato.
      <Ho fatto credere ai ragazzi di andare a parlare col preside per prendere provvedimenti>.
      Stava rivolgendosi a me ovviamente, ed io, mente stupida e inopportuna le dico:<Le serve una mano?> .
       
      Non so se può essere chiara la situazione. Al primo incontro, uno senza un braccio, le dice se le serve una mano.
       
      Roba da fantascienza, e infatti, lei, come se fosse la battuta più bella del mondo, scoppia in una fragorosa risata che cerca ma non gli riesce di contenere.
       
      Allora sorrido anch'io, perchè il suo ridere è bello e naturale.
       
      Finite le risa, arrivano le scuse, dice di sentirsi mortificata, ma io le dico che non deve. Lei insiste, vuole farsi perdonare, m'invita a prendere un caffè.
       
      Il caso ha voluto che oggi siano due anni esatti da quel primo buffo incontro, due anni che sembrano una vita, una salita fatta a rincorrersi, a tendersi la mano, a tirarsi e a frenarsi a vicenda. Il caso ha trasformato la farina sulla faccia in un velo di tulle e la porta della classe in un portone di una chiesa. Invece io ho sfidato anche il caso, non cambiando per niente, rimanendo quel fesso senza un braccio che resta imbambolato a guardarla ogni volta che la vede. 

    • Inizia a scriv
      1.
      Restano le nuvole
       
       
      Dalle fessure della finestra vedo una sagoma che si accinge a bussare al mio citofono. La riconosco. Non è quella che avrei desiderato vedere a quell’ora tarda.
      A dire il vero era qualcuno che non avrei immaginato potesse bussare alla mia porta, ma si sa, a volte la vita gioca scherzi strani!
       
      Il mio appartamentino occupa il primo piano di una villetta utilizzata per le vacanze estive da una famiglia che preferisce, durante le stagioni fredde, risiedere in città. Io sto qui, nella periferia del litorale, un po’ inquilina e un po’ custode. Mi devo accontentare di due stanze e un cucinino, di un piccolo balcone che s’affaccia sull’ingresso con un cancello di pretenziosi ghirigori liberty che stonano con la casa anonima. Sul lato sinistro del pomposo cancello è stato installato il citofono, ma non c’è traccia di pensilina per far riparare chi si ferma (prova evidente che la casa è stata costruita per essere abitata esclusivamente in stagioni secche). I proprietari si sono riservati l’utilizzo del piano terra e del piccolo giardino dove un dondolo viene lasciato alle intemperie tutto l’anno. Lo scheletro ferroso mi tiene compagnia con il suo cigolio durante le bufere invernali, dà il tempo alle mie nottate come un metronomo. Solamente in estate, la zona si riempie troppo. Compaiono come per magia piccoli market, qualche bar e un paio di edicole che, di contrabbando, vendono anche sigarette. In Inverno una solitudine spettrale, d’Estate il caos urlante e sudato. Ma il canone per questo appartamentino era talmente basso che non mi ha fatto valutare il resto.
      Qui, per tutto l’inverno, abito in un non luogo, proliferante di case che non sono dimora. Al limitare del moderno deserto dei tartari, controllo da lontano i movimenti di puttane e papponi che, appena bagnanti e turisti abbandonano il territorio, si insediano lungo la strada. A quest’ora di notte, in pieno inverno, sulla strada transitano poche auto, alcune si fermano all’incrocio con la via che porta alla mia casa. Io le spio dalle fessure della finestra: stanno pochi attimi, caricano qualcuno e ripartono, ritornano e poi, in tutta fretta, si allontanano. A quell’incrocio, sotto casa mia, c’è una postazione di prostitute. Ogni sera arrivano con un pulmino che accosta lungo il bordo della strada. Sciamano dall’abitacolo come farfalle ciarliere, caracollando leggermente come acrobatici trampolieri su svettanti tacchi, prendono posizione, svestite dei colori più sgargianti. Il freddo morde le carni sode che sono in bella mostra: hot-pats all’inguine, giacconi di falsa pelliccia a pelo lungo e dai colori iridescenti aperti su piccoli reggiseno a balconcino trattengono straripanti decolletè.
      Un uomo tarchiato scende dal pulmino lasciando il posto del guidatore. Abituato e indifferente a tutto quel ben di dio giovane, fin troppo giovane, accende un fuoco in un grande bidone lungo la strada, vicino alle ragazze. Poi risale sul mezzo e riparte, lasciandole sole, per l’incrocio successivo dove andrà a scaricare altra merce umana. I loro corpi incarnano un sogno inaccessibile e vizioso. E mi fanno schifo, tutti, donne e magnaccia, senza alcuna differenza. Mi manca l’aria solo a vedere le loro sagome. Mi soffocano e comincio a grattarmi, cercando di strapparmi a unghiate dalla pelle l’aria che potrebbe aver già toccato loro. Le loro notti sono sempre uguali: chiacchierano, passeggiano, fumano, contrattano, salgono su un’auto e dopo un po’ ritornano. Di solito dopo un po’ di tempo, uno, due mesi, le ragazze scompaiono per fare posto ad altri corpi. Non ricordo i loro volti, per me sono tutti uguali. Non mi fermo a osservare le loro fattezze, non mi riguardano. I loro occhi non incrociano mai i miei. Da lontano sembrano solo delle copie di altre già viste. La notte confonde i loro profili e io non ho interesse a fare luce. E’ un mondo osceno che non mi riguarda e da cui non voglio essere sporcata, in alcun modo. Passo oltre, voltando lo sguardo, guardandole senza vederle, mentre loro stanno lì impalate, di notte, scure nell’oscurità. Al far del giorno, come delle falene, svaniscono. Che stiano lontane!
      Alla luce perdono la loro identità, svaniscono come i vampiri. Solamente allora io mi sento più tranquilla. Resta all’incrocio, come effigie della loro esistenza, il bidone annerito.
      A volte, tornando a casa, a notte fonda, soprattutto di sabato, rallento per non investirle e poi svolto verso casa. Qualcuna, allora, mi sorride per gentilezza, ma io non rispondo al sorriso. Non voglio alcun rapporto con loro, per me non esistono. Non sono caritatevole gratuitamente con chi non conosco e che non voglio conoscere. Credo che ognuno di noi sia responsabile del proprio destino, perciò non sento pietà per quelle ragazze che vengono a sollazzare e a distrarre i nostri uomini; portano malattie nelle case perbene e vengono commiserate dagli ipocriti, dai buonisti del cazzo di cui è pieno questo Paese. Se la sono cercata quella vita. Io ho fatto altre scelte. Ho sudato, studiato, ho sacrificato amici e tempo per essere quello che sono. Loro non hanno alcuna attenuante. E la mia attenzione per loro finisce qui: oltre alla condanna e all’indifferenza non dedico altro. In questi giorni, sotto casa mia, scendono in tre: una mulatta e due ragazze di un nero fondo e brutale.
       
      Ora sta davanti al mio citofono, sotto la pioggia gelida, senza ombrello. Con una mano tiene stretta al petto la borsetta e chiude la pelliccia viola stracca d’acqua mentre con l’altra pigia il pulsante. Si guarda attorno circospetta, spia l’arrivo di auto sulla strada che, però, in quel momento rimane deserta. Le sue amiche, colleghe-compagne, le altre, insomma, non ci sono: fuori per lavoro!
      Bussa una, due volte al primo pulsante. Potrei affacciarmi e gridarle <La casa è vuota, non ci abita nessuno.> Ma poi penso che é meglio badare agli affari miei e mi limito a spiarla.
      Deve sentire molto freddo sotto la pioggia battente perché sta tutta rannicchiata su sé stessa con la testa incassata nelle spalle, come un uccello su un alto trespolo.
      E’ ora alza la testa e mi scorge. Vede la mia sagoma dietro le fessure della finestra. Allora fissa il citofono e si accorge del secondo pulsante. Spaventata si volta a guardare la strada. Prende a pigiare con furore il bottone del mio citofono e a guardarmi fissamente.
      Il verso del citofono irrompe, querulo e osceno, prepotentemente nella mia casa silenziosa.
      Ma che cosa vuole quella puttana da me? Non rispondo. Ho deciso: non rispondo. Il cicalino del citofono è insistente, prolungato, rabbioso, ansioso. Non smette.
      Stronza, leva il dito dal mio citofono!
      Ma non posso più fingere di non sapere. Maledetta me, avrei dovuto allontanarmi dalla finestra!  Non riesco a staccarmi dal vetro, sono bloccata da una forza strana, un misto di curiosità e senso di potere: lei ha bisogno di me.
      E mi guarda, mentre disperata continua a pigiare.
      Nella mia testa, intanto, rimbomba il suono del cicalino, la sua richiesta di parlare con me, che mi martella la testa e echeggia nelle due stanze senza darmi scampo.
      Devo toglierla da lì, ad ogni costo. Non mi va proprio che qualcuno la possa vedere e pensare che quella troia abbia rapporti con me, unica abitante della casa, o possa immaginare chissà quali cose oscene. Su di me…con lei. Che schifo! Devo farla smettere, subito, toglierla da lì sotto, immediatamente. A qualsiasi costo.
      Alzo la mano a dirle <Smettila. Aspetta, ora rispondo!> e sollevo la cornetta.
      <Chi sei? Che vuoi?> Sento la mia voce cattiva, ma lei pare non  accorgersene. Una voce dolcissima rotola su se stessa, come una nenia, arrotondando le erre. Sale fino a me, al primo piano, insieme al puzzo di terrore che l’accompagna. Il tanfo entra nella mia casa calda e tranquilla, diffondendosi dai forellini della cornetta. <Je suis Coumba…Scusi, mi chiamo Coumba signora. Ho bisogno di aiuto. La prego, mi apra. Signora mi apra per favore, mi apra.>
      Un attimo di silenzio, il mio. <Ok, chiamo la polizia.>
      <No, no, per favore. Ho bisogno di aiuto. Subito. Ora!> Dopo un attimo di silenzio, arrischia <Mi faccia entrare per favore.> e si perde le erre nel rigagnolo lungo la strada.
      <E che vuoi, soldi, allora?> Cerco di sospingerla violentemente nel limbo degli accattoni e di allontanarla.
      <No, signora, non voglio soldi. Ho bisogno di aiuto.>Dopo un attimo di silenzio tenta il tutto per tutto <i faccia entrare, per favore!> Silenziosamente piange e la pioggia, scorrendole addosso, prende le sue lacrime e le sue erre e le trascina con sé.
      <Ti dovrei far entrare, ma dico, sei pazza?>
      <No, signora non sono pazza. Per favore, mi faccia entrare. Ho solo bisogno d’aiuto. La Prego…> E prende a singhiozzare.
      Sbircio dalla finestra e la vedo, aggrappata al cancello e alla borsetta, con la faccia tra le sbarre. Piange sotto il temporale senza ritegno e senza pudore.
      Mi guarda fissamente e pietosa, disperata, come se fossi la sua ultima possibilità. E’ un’estranea, una straniera e una schifosa, ma voglio solo toglierla da lì sotto, da sotto casa mia. Non decido di agire. Non so perché lo faccio, ma il mio dito pigia il pulsante di apertura del cancello che si apre violentemente sotto il peso del suo corpo, proprio mentre i fari del pulmino compaiono sulla strada. E lei li vede. Perde l’equilibrio e si trova stesa in terra, nell’acqua fangosa sul vialetto che porta al portone di casa.
      Intanto il pulmino si ferma di fianco al bidone col fuoco ancora vivo, al limitare della strada. Rimane con i fari accesi, in attesa che le tre ragazze rientrino a quel capolinea per portarle via.
      Intanto la donna, carponi a terra nel vialetto, si gira su se stessa e chiude delicatamente il cancello, per non farlo sbattere. Sbircia il pulmino e, strisciando nell’acqua, sotto il nubifragio, si dirige al portoncino che trova aperto. Entra. Dalla porta di casa le urlo <Sali, segui la luce che viene da casa mia.>
      Dal buio emerge una giovane donna altissima e fradicia d’acqua che mi guarda terrorizzata.
       

    • Inizia a scrivere la tua storia...
      IL MESSAGGIO DI MARINELLA ASSANGE
       
      Quella mattina del 18 Novembre Marco e Lisa si presentarono più tardi in casa del Professore e di Alberto. Non c'era premura visto che la visione di quel video registrato avrebbe preso poco tempo.
      Alberto e Lisa erano visibilmente eccitati. Erano le 10,11 quando il Professore, subito dopo aver chiuso le finestre, accese per l'ultima volta il proiettore olografico. In mezzo al buio apparve la proiezione di una stanza con in primo piano una scrivania e una sedia vuota. Sulla scrivania c'erano dei fogli; sullo sfondo, lungo la parete della stanza, scaffali pieni di libri. Una figura femminile di media statura, magra, faccia ovale, mento, bocca e naso sottili, occhi rotondi, verdi, vivaci, fronte bassa, guance piane, capelli castani lisci, maglietta rosa e pantaloni gialli, entrò nell'immagine provenendo da sinistra. "Oh!" esclamarono quasi all'unisono Alberto e Lisa. "sssshhh!" fece Rospigliosi. Marinella si sedette. Appoggiò le mani sulla scrivania. Prese in mano i fogli e li guardò. Poi, con espressione dolce, guardò davanti a sè; verso la telecamera che la riprendeva. Verso di loro. Posò i fogli. Distese le braccia. Infine parlò. Aveva una voce dolce e parlava con sicurezza. Nella sala scese un silenzio di tomba. Nicola, Lisa, Marco e Alberto erano immobili come statue.
       
      "Un saluto di cuore a tutti voi, abitanti presenti e futuri della Luna e dell' Universo. Io, Marinella Assange, nata a Pittsburgh, negli Stati Uniti, il 4 Aprile 2028, registro oggi, 5 Settembre 2070, questo messaggio a voi destinato. Mi trovo qui, in questa casetta che è un rifugio, ormai sigillato come lo sono le vostre strutture abitative sulla Luna, perchè fuori, qui sulla Terra, l'ambiente è diventato troppo ostile. Il mio rifugio sorge su quelle che un tempo erano le rive del famoso lago di Loch Ness, ormai quasi prosciugato, in Scozia. Questo è uno dei pochi territori non polari della Terra dove ci sono ancora abitanti umani. Ci sono altri 5 rifugi come il mio, sigillati e abitati da 50 persone. Io qui sono sola. E' la mia scelta. Il mio destino. Mi sono prodigata per dare continuità al nostro mondo, all'umanità, perchè la specie umana non si estinguesse e potesse avere una continuità altrove. Io insieme a tanti altri; sono una tra tanti. Personalmente mi è costato molto. Non ho avuto tempo per me stessa. Non ho avuto tempo per le relazioni. Sento il peso della tremenda responsabilità che mi sono dovuta assumere. Ne sento il peso per le conseguenze che le mie scelte hanno avuto sugli altri. Su tanta gente. In realtà, non sono scelte. Io non ho avuto scelta. Tuttavia, essendo stata io a operare tecnicamente queste azioni, è inevitabile che me ne senta responsabile. L'ho fatto anche per evitare che queste azioni venissero compiute da altri; altri che sono più fragili di me e che quindi ne avrebbero sentito maggiormente il peso. Peso che comunque, anch'io, inevitabilmente sento. Ma ne valeva la pena. Il costo di quello che ho fatto, che abbiamo fatto, è ampiamente ripagato dai risultati. Se non avessi partecipato a questa colossale impresa di salvezza assumendomi le specifiche responsabilità nessuno sarebbe sopravvissuto e adesso l'umanità non avrebbe un futuro. Adesso sappiamo che per l'umanità c'è un futuro. Abbiamo costruito insieme un nuovo mondo per quella piccola parte di umanità rinnovata che ora può ricominciare da un'altra parte. Voi, Lunariti, e futuri abitanti delle altre plaghe ancora sconosciute dell'Universo, non siete dei semplici continuatori di quello che è stata l'umanità. Siete qualcosa di diverso. Voi siete una nuova umanità. Voi avete realizzato sulla Luna, e realizzerete ancora di più in futuro, quello che non è stato possibile sulla Terra. Un nuovo tipo di uomo, un nuovo tipo di relazioni umane. Voi siete un Collettivo, siete un Insieme Organico, siete così perchè ne siete coscienti. Tutti voi fate parte di un Tutto. Siete questo insieme perchè, appunto, ne avete coscienza. Conoscete, ognuno di voi conosce le connessioni che lo legano agli altri. E che lo legano all'Insieme Tutto. Sapete di essere elementi di un Sistema che è superiore alla somma dei suoi componenti. Vi muovete all'unisono, pur conservando ciascuno la propria preziosa individualità. Ognuno contribuisce con la propria preziosa e irripetibile identità a costruire l'Insieme. Perciò voi non siete mai soli. Sulla Terra eravamo individui isolati. Qui abbiamo conosciuto la solitudine, l'abbandono, la disperazione. Abbiamo conosciuto l'orribile eliminazione di alcuni individui ad opera di altri individui. Abbiamo conosciuto la depredazione del pianeta fino alla sua distruzione totale. Qui sulla Terra l'uomo non era il creatore del suo mondo. Di conseguenza non aveva coscienza delle connessioni che lo legavano agli altri individui della sua specie e all'ambiente planetario in cui viveva. Ha avuto esperienza fin dall'inizio della natura matrigna. Delle sue forze entropiche e crudeli. L'uomo ha cercato di sottrarsi, con il suo lavoro creativo, alle forze cieche della natura. Ma, liberandosene all'esterno, per la legge dell'entropia secondo la quale se si fa ordine in un ambiente il disordine aumenta altrove, le forze entropiche sono cresciute dentro di lui. Con il progesso tecnico-scientifico l'individualismo è aumentato sempre di più perchè ogni struttura complessa che sorgeva era pensata fin dall'inizio per rafforzare il potere di pochi sui molti e quindi rafforzava l'entropia. Oggi, l'umanità sulla Terra è arrivata al capolinea. Qui l'uomo non aveva coscienza del suo mondo. Qui l'uomo ha trovato la morte. Per fortuna, grazie all'opera nostra, un drappello di umanità darà continuità all'esperimento umano. Nella coppia Terra-Luna assistiamo allo scambio dei ruoli. Quello che era il pianeta della vita sta diventando il pianeta morto. Quello che era il pianeta morto sta diventando sempre più vivo. Nella nostra disgrazia abbiamo la fortuna di avere la Luna. La Luna, da sempre simbolo di rinascita. Secondo gli antichi miti un animale proveniente dalla Luna scende sulla Terra ad annunciare agli uomini che anche loro, proprio come fa la Luna con il suo ciclo di fasi, moriranno ma poi risorgeranno. Gli uomini non capiscono il messaggio: capiscono soltanto che moriranno e non risorgeranno. Da allora gli uomini, sulla Terra, sono condannati a morte. E in effetti le forze della morte hanno preso il sopravvento qui sulla Terra. Ma la Luna era sempre lì e preparava la nostra rinascita, la nostra resurrezione come specie. La Luna, con le sue maree, ha forse fatto sorgere la vita sulla Terra. Ha fatto uscire la vita dall'acqua. Ha stabilizzato l'asse della Terra e rallentato la rotazione terrestre, dandoci un clima abitabile. Con il suo aspetto in cielo, con la successione delle sue fasi, ci ha dato il Calendario di 12 mesi. Ha fatto sorgere la mitologia, la religione, la scienza. Ci ha dato l'idea che esistevano altri mondi oltre alla Terra. Essendo così vicina ci ha stimolati a raggiungerla e ci ha dato, quindi, l'astronautica. Oggi ci fa il massimo dono che possa essere fatto. Ci salva dalla distruzione totale. Ci dà un nuovo mondo, un nuovo ambiente in cui ricominciare. Sulla Luna il mondo ce lo siamo costruiti con le nostre mani. Non siamo apparsi sulla Luna per caso. Ci siamo venuti con volontà e con coscienza. Ci siamo venuti con l'amarezza profonda, ma anche con la piena consapevolezza, della tragedia che ci siamo lasciati alle spalle sulla Terra, la tragedia che si sta compiendo, con la consapevolezza dei suoi motivi. Abbiamo coscientemente costruito il nostro mondo nuovo su nuove basi, radicalmente diverse da quelle su cui era stato costruito, male, sulla Terra. Siamo coscienti del significato di questo nuovo mondo e so, sappiamo, che il suo significato sarà riprodotto sempre e tramandato da una generazione all'altra. Sulla Luna stiamo costruendo la vera unità del genere umano, quella che non è stata possibile sulla Terra. Questa unità ci dischiude, per il futuro, orizzonti illimitati per l'agire umano. Bogdanov, nella sua "Tectologia", ha scritto: (Marinella prende un libro e legge) Ogni attività umana oggettivamente è organizzante o disorganizzante. Il che significa: ogni attività umana, tecnica, sociale, conoscitiva, artistica può essere considerata come materiale di un'esperienza organizzativa e studiata da un punto di vista organizzativo. La natura è il primo grande organizzatore e l'uomo è soltanto una delle sue opere organizzative. Ma mentre nella natura operano processi organizzativi elementari o spontanei, nell'attività umana operano metodi organizzativi consapevoli. Questa differenza ci permette di costruire una "scienza organizzativa universale" che abbracci nella sua unità tutte le forme di organizzazione e di disorganizzazione. (Marinella posa il libro e torna a guardare in avanti) Grazie a questa scienza organizzativa universale, elaborata un secolo e mezzo fa da Aleksandr Bogdanov, noi oggi siamo stati, siamo in grado, di costruire un nuovo mondo veramente unito. Sulla Terra ha prevalso il lato umano disorganizzante, perchè troppo influenzato da fattori spontanei, elementari, particolari. Gli uomini sul loro pianeta natale non sono riusciti ad avere una visione d' Insieme. Ma qui sulla Luna abbiamo fatto tutti insieme l'esperienza di come si costruisce un nuovo mondo altamente organizzato in modo consapevole. Questo dà e darà a voi, Lunariti, un'unità e una coesione interna come non si è mai vista in tutta la storia precedente qui sulla Terra. E quando gli uomini raggiungono un simile grado di coesione, possono arrivare a fare cose inimmaginabili. A tale proposito, mi permetto di citare un passo della Bibbia, relativo alla leggenda della Torre di Babele. Il Signore non era contento che gli uomini stessero costruendo una torre la cui cima toccava il cielo. (Marinella prende un foglio d'appunti e lo legge) Il Signore disse: "Questo è solo l'inizio delle loro imprese. Ora, qualunque cosa decidano di fare non sarà più impossibile per loro. Venite, scendiamo e confondiamo la loro lingua; affinchè non possano comprendersi l'un l'altro”. Noi adesso, nel nostro nuovo mondo autocostruito, non possiamo più confonderci. D'ora in avanti parleremo una sola lingua. E niente sarà impossibile per noi. E per noi intendo proprio Noi, Noi Tutti nessuno escluso. E toccheremo il cielo. La Luna è solo l'inizio. Sono certa che voi, i vostri discendenti, proietteranno la vita e l'umanità sempre più lontano nell' Universo. Lasceremo il nostro Sole prima che esploda. Passeremo da sole a sole via via che questi nasceranno e moriranno. Porteremo con noi la scienza organizzativa del nostro mondo per portare ordine dove c'è disordine, armonia dove c'è discordia, razionalità dove c'è caos, vita dove c'è morte, e forse un giorno potremo salvare questo Universo dalla morte termica oppure penetrare in nuovi e sconosciuti Universi. Nulla sarà impossibile per noi. In questo modo l'umanità non morirà mai. Ecco quello che abbiamo fatto con la creazione di un nuovo e diverso mondo sulla Luna. Abbiamo creato il futuro: un futuro così immenso e meraviglioso da essere inimmaginabile. L'opposto di quello che è stato sulla Terra. (Gli occhi di Marinella acquisiscono una suggestiva brillantezza). Lunariti e futuri cittadini dell'Universo. Quando pensate al nostro passato, alla Terra, non siate tristi. La storia della Terra non deve essere considerata triste. E' stata una storia come tante, come tanti mondi che sono apparsi nell'Universo, sui quali si è sviluppata la vita, e che poi si sono distrutti con il loro carico di vita per qualche catastrofe naturale o per la naturale scadenza della loro stella. La fine della Terra, determinata dalla componente disorganizzante della mente umana, non è stata diversa. Ma sarete per sempre gratificati dal fatto di costituire voi la continuità migliore della Terra e della specie umana. Con voi non solo l'umanità può proseguire, ma può proseguire in modo meraviglioso, come non è mai stata prima. Felicità. Libertà e Felicità. Per voi queste non sono parole vuote. Le vivete concretamente. E saranno sempre con voi. Siate fieri di quello che siete, di quello che sarete, di quello che fate, di quello che farete. Scoprirete nuovi mondi e porterete la gioia ovunque. Adesso concludo riportando le parole di un astronomo vissuto un secolo fa, un astronomo che amava esplorare nuovi mondi e elevare la coscienza degli uomini; Carl Sagan: (Marinella legge un foglio) Abbiamo intrapreso il nostro viaggio cosmico con un interrogativo radicato nell'infanzia della nostra specie e che ogni generazione si è sempre riproposto, con meraviglia immutata: "Cosa sono le stelle?" L'esplorazione è nella nostra natura. Abbiamo cominciato come viandanti, e lo siamo ancora oggi. Abbiamo indugiato abbastanza lungo le rive dell'oceano cosmico. Siamo finalmente pronti a salpare per le stelle". (Marinella guarda verso la telecamera: la sua faccia si allarga in uno sfolgorante sorriso) Gentili lunariti, non siete più viandanti. Le stelle vi attendono. Salpate! (Marinella allunga un braccio e l'immagine di lei e della stanza scompare, lasciando in mezzo alla sala di proiezione l'immagine di una nebbia biancastra).
       
      Il Professore riaprì le finestre. La luce del giorno invase la sala. Spense il proiettore e poi guardò i ragazzi. Marco scanbiò con lui uno sguardo emozionato. Dietro, Lisa e Alberto, visibilmente emozionati, avevano una strana espressione, un misto di felicità e di rimpianto. Sorridevano, eppure alcune lacrime, brillanti come palline di cristallo, ornavano le loro facce. "Che grande donna che era" disse Alberto. "Io credo-disse Lisa con emozione- che non avrò più incubi". "Lo credo.-disse Rospigliosi- Vi ho portato qui per questo. Del resto, da quando siete qui non li avete mai avuti" "In effetti no" confermò Alberto. "Come sempre, hai assolto al tuo compito nel modo migliore" disse Marco rivolgendosi al Professore. Il Professore sorrise.
       
       
       

    • CAPITOLO 1 ANDREW
       
      "Eih ciao Robert come stai ?" dico rispondendo al telefono.
      Sono nel mio ufficio, immerso nel lavoro, ma non posso non rispondere alla telefonata del mio migliore amico.
      "Ciao Andrew, tutto bene amico grazie. Incasinato come sempre sul lavoro ?" mi dice.
      Io sono un avvocato, lavoro presso un prestigioso studio in centro New York ; sono uno dei migliori, ho sempre lavorato sodo e mi sono meritato questo posto.
      Ormai sono 5 anni che lavoro qui ; subito dopo essermi laureato, ho lavorato per qualche anno in un piccolo studio notarile, giusto per fare un po' di pratica e di gavetta e poi sono stato fortunato e mi hanno preso come avvocato nello studio migliore della città.
      Adesso ho 30 anni, un lavoro che amo e che mi da parecchie soddisfazioni, uno stipendio da favola e un attico meraviglioso.
      Robert invece è un pubblicitario, siamo cresciuti insieme ; abbiamo fatto tutte le scuole insieme, poi all'università ognuno per la sua strada, ma siamo sempre rimasti migliori amici e riusciamo a vederci sempre quasi tutte le settimane.
      "Si amico, abbiamo una causa settimana prossima e siamo ancora in alto mare con i vari fascicoli ; ti dico solo che manca poco a dormire qui in ufficio" gli dico, sorridendo.
      "So che sei incasinato Andrew, però avrei un enorme favore da chiederti" mi dice.
      "Ho già paura Rob di cosa si tratta ?" gli chiedo incuriosito.
      "Sai mia sorella Chloe ? Ecco ha finito il master che stava facendo in Europa e domani torna qui a New York. Sai ti avevo detto che le hanno offerto un lavoro nel bureau di ricerca delle cellule e cose simili " comincia a dirmi Robert.
      "Si certo me ne hai parlato del suo ritorno. Chloe è sempre stata una ragazza molto in gamba e intelligente, se lo merita questo posto" gli rispondo, non capendo che favore dovrei fare.
      Chloe è la sorellina di Robert, ha 8 anni meno di noi, ne ha 22. L'ho vista praticamente nascere e crescere ed è come una sorella per me.
      Ora sono quasi 3 anni che non la vedo credo.
      "Ecco, lei arriva domani in aereo e visto che è stata una cosa abbastanza improvvisa non ha un posto dove stare; io la farei anche venire da me ma sono dall'altra parte della città e ci impiegherebbe almeno 2 ore per arrivare in ufficio. Tu abiti proprio a 5 minuti dal bureau e mi stavo chiedendo se la potessi ospitare fino a nuova destinazione. Solo qualche settimana per trovare casa in affitto e sistemarsi" mi dice.
      Io ospitare una donna in casa mia ? Sono un po' cinico sull'amore, mi piacciono le donne, ma non voglio mai niente di serio.  A inizio relazione, io sono sempre sincero con loro, dico chiaramente che non voglio legami; se a loro sta bene ok, altrimenti amici come prima.
      Non ho mai avuto un coinquilino, se non ai tempi del college, ma ormai sono passati quasi 10 anni! E tanto meno non ho mai avuto una coinquilina donna.
      Però non posso dire di no a Robert ; la sua famiglia mi ha ospitato per un anno intero, dopo che i miei sono morti in un incidente stradale, quando avevo 17 anni e poi alla maggiore età sono riuscito a prendermi un piccolo appartamento.
      "Ma certo Rob, per me sarà un enorme piacere ospitare la piccola Chloe" gli rispondo, sorridendo.
      "Grazie Andrew sapevo che su di te potevo contare. Io la vado a prendere domani pomeriggio in aeroporto, la posso portare direttamente da te ? Magari usciamo a cena insieme ti va ?" mi dice Robert.
      Domani è venerdì e in genere è il giorno di Samantha, l'amica del venerdì sera ; dovrò disdire il nostro appuntamento piccante.
      "Certo Rob, prenoto un tavolo al nostro solito ristorante. Viene anche Trixie o solo noi 3 ?" chiedo.
      Trixie è la fidanzata storica di Robert ; ormai sono quasi 10 anni che sono insieme, ma il mio amico non le ha ancora chiesto di sposarla.
      "Solo noi 3, Trixie ha il turno in ospedale. Grazie ancora Andrew ti devo un super favore enorme! A domani!" mi dice e mi saluta.
      Trixie è un chirurgo pediatrico all'ospedale e ha davvero dei turni assurdi a volte.
      Però è una persona splendida; sono proprio una bella coppia.
       
      CAPITOLO 2 CHLOE
       
      "Tesoro, ciao che bello vederti!" esclama mio fratello, abbracciandomi.
      "Ciao Robby sono contenta anch'io di vederti! Finalmente ora ci vedremo più spesso!" gli dico buttandogli le braccia al collo.
      Io sono sempre stata molto affettuosa ed espansiva, forse pure troppo ; a volte i ragazzi pensavano male di me.
      Sono stata 3 anni in Europa, ho fatto un master scientifico in Germania e ora ho trovato posto di lavoro a New York, come ricercatrice nel bureau.
      Il mio sogno si è realizzato.
      Robert ha chiesto al suo migliore amico Andrew se mi poteva ospitare per qualche settimana, giusto il tempo di organizzarmi e trovare un piccolo appartamento vicino al lavoro.
      Inaspettatamente Andrew ha accettato ; è qualche anno che non lo vedo, ma i miei ricordi sono di un ragazzo bello e dannato, con una ragazza diversa ogni sera, niente legami seri e molta indipendenza.
      "Allora Andrew ha detto ok ad ospitarmi ? Ma potevo stare anche qualche settimana in hotel Robby, non voglio che sia un obbligo per lui. Da quello che mi dici sono anni che sta a casa da solo, riuscirà a sopportarmi in giro per casa ?" gli dico mentre andiamo alla sua auto.
      "Tranquilla Chloe, ha detto che lo fa molto volentieri, devi stare tranquilla" mi dice mio fratello, aprendo l'auto.
      Dopo circa un'ora siamo nel quartiere di New York che più preferisco in assoluto!
      Il quartiere top, come lo chiamo io.
      Andrew ha la fortuna di vivere e lavorare in questo quartiere ; qui ci sono i più grandi studi di avvocati e notai, i più grandi centri scientifici e i più bei locati di tutta New York.
      Robert prendere le mie 2 valigie e ci dirigiamo verso la casa di Andrew.
      Robert mi ha detto che ha un attico enorme, con addirittura 2 camere per gli ospiti con annesso bagno personale.
      Citofona e poco dopo ci apre.
      Prendiamo l'ascensore e saliamo all'ultimo piano.
      Esco dall'ascensore e mi ritrovo davanti Andrew.
      Non me lo ricordavo così bello.
      Alto, super palestrato, capelli scuri tutti arruffati e occhi scuri profondi.
      "Ciao Chloe" mi dice salutandomi.
      "Ciao Drew" gli dico abbracciandolo.
      Deve essersi appena fatto la doccia, perché sa di muschio bianco.
      Da piccola non riuscivo a pronunciare il nome Andrew così lo chiamavo sempre Drew e spesso lo chiamo ancora così.
      "Rob amico ciao" saluta mio fratello.
      Entriamo nella sua "piccola" dimora.
      Questa casa è stupenda, me ne innamoro all'istante.
      "Chloe vieni che ti mostro la tua stanza" mi dice Andrew conducendomi verso una camera.
      "Drew qui è tutto bellissimo! Rob hai visto che panorama da quassù ?" dico a mio fratello.
      Sono entusiasta e non riesco a contenere la mia felicità.
       
      CAPITOLO 3 ANDREW
       
      Devo dire che la piccola Chloe è cresciuta davvero bene.
      Occhi verde smeraldo e capelli lunghi biondi e un corpo niente male.
      Alt! E' la sorellina del mio migliore amico, quindi giù le mani Andrew.
      Chloe è come se fosse mia sorella, non devo avere pensieri strani su di lei.
      E' estasiata dal mio appartamento ; non riesce a stare zitta e dice tutto quello che pensa della casa e del panorama.
      Io e Robert ci guardiamo e sorridiamo.
      So già che averla per casa mi stravolgerà completamente la vita.
      "Ragazzi andiamo a mangiare qualcosa ?" dico agli altri due.
      "Si ho una fame! In aereo non ci hanno dato quasi niente da mangiare!" mi risponde saltellando verso la porta d'ingresso.
      In 10 minuti a piedi arriviamo nel ristorante dove io e Robert in genere ceniamo.
      E' un ristorante carino, dove nella bella stagione, puoi cenare anche fuori.
      Siamo in primavera, non fa freddo e decidiamo di cenare fuori.
      Io e Robert ci mettiamo uno di fronte all'altro e Chloe è in mezzo a noi.
      "Che bello essere qui! In Germania mi mancava tanto la mia famiglia!" esclama Chloe leggendo la lista del ristorante.
      "Domani vedi mamma e papà sei contenta ?" le chiede Robert.
      "Da morire! Non vedo l'ora, sono 6 mesi che non li vedo" dice, concentrata sul menù.
      Parliamo del più e del meno.
      Io racconto un po' del mio lavoro e lei del suo ; Robert ascolta pazienze perché lui già sa le cose di entrambi.
      "Ragazzi io devo proprio andare, domani sveglia presto che ho un appuntamento di lavoro. Chloe ti passo a prendere a mezzogiorno così andiamo da mamma ok ?" le dice Robert.
      Lei annuisce e lo abbraccia forte riempiendolo di baci sulla guancia.
      Robert ride e io faccio lo stesso.
      "Rob se vuoi la posso accompagnare io, così non stai a venire fino a qui a prenderla ; tanto ho un appuntamento e sono di strada" dico al mio amico.
      "Oh Andrew sarebbe fantastico! Grazie mille amico! Allora a domani. Sorellina fai la brava e non fare arrabbiare troppo Andrew!" dice Robert a Chloe dandole un bacio sulla guancia.
      Ci salutiamo e io e Chloe andiamo verso casa.
      "Sei già stato al nuovo museo ?" mi chiede Chloe.
      "No, ma tu come fai a sapere del nuovo museo ?" le chiedo sorridendo.
      "Me l'ha detto Trixie. Io voglio assolutamente andarci, ne parlano tutti benissimo. Pensa che ci sono esposti dei quadri originali di tantissimi anni fa e sono ancora in buonissimo stato" mi riempie di notizie.
      Continua a parlare finchè arriviamo a casa.
       
      CAPITOLO 4 CHLOE
       
      Forse sto parlando troppo ? Andrew però mi ascolta interessato e divertito.
      "Grazie per il passaggio di domani" gli dico mentre entriamo in casa.
      "Figurati, sono di passaggio. E poi un saluto ai tuoi glielo do molto volentieri" mi dice, facendomi un sorriso.
      Sistemo le cose nella mia stanza e poi mi incanto a guardare la città illuminata fuori dalla mia finestra.
      "Bella vista vero ?" mi dice Andrew mettendosi dietro di me.
      "Oh si è favolosa! Sono completamente persa" rispondo con un filo di voce.
      "Hai bisogno di qualcosa ?" mi dice.
      "Penso di essere a posto Drew. Ora mi lavo i denti, metto il pigiama e nanna, sono distrutta" gli rispondo.
      "Ok Chloe per qualsiasi cosa io sono nella camera a fianco. Ora scendo a vedere un po' di tv" mi dice.
      "Ok grazie" gli dico.
      Mi lavo i denti, mi strucco e mi metto il pigiama.
      Scendo a salutare Andrew.
      Vedo che sta vedendo un programma sportivo, mentre si beve una birra.
      Mi chino e gli do un bacio sulla guancia.
      "Buonanotte Drew. A domani" gli dico.
      "Buonanotte a te" e mi sorride.
      Torno di sopra e appena tocco il letto mi addormento come un sasso.
      Non so per quanto tempo dormo, ad un tratto sento qualcosa che mi strattona.
      Apro piano gli occhi e vedo Andrew che mi osserva divertito.
      "Eih dormigliona, sono le 10 è ora di fare colazione!" mi dice ridendo.
       
      CAPITOLO 5 ANDREW
       
      Mi sveglio alle 8 e vedo che Chloe dorme beata nel letto.
      La osservo.
      Ha un pigiama carino, bianco con delle coccinelle rosse. E' tenero.
      Mi cambio e vado a farmi la mia ora di corsa quotidiana.
      Torno e vedo che dorme ancora, allora mi faccio una bella doccia rilassante e preparo la colazione.
      Non so cosa mangia di solito, quindi preparo latte e caffè, biscotti, brioches fresche che ho preso tornando dalla corsa, fette biscottate e marmellata.
      Alle 10 vado a svegliarla.
      Apre gli occhi e tenta di mettermi a fuoco.
      "Che profumino di caffè" mi dice, chiudendo gli occhi.
      "Se vieni giù, facciamo colazione" le dico.
      Si mette in piedi lentamente, ha una faccia.
      Ha i capelli tutti arruffati che sembra una bambina di 4 anni.
      "Wow ma in quanti siamo a fare colazione ?" mi dice vedendo tutto quello che ho preparato.
      "Non sapevo come facevi colazione e allora ho preso un po' di tutto" le dico sedendomi.
      Lei prende la sedia e viene vicino a me.
      Prende una brioche e comincia a mangiarla.
      "Ma è buonissima!" mi dice con la bocca piena.
      "E' la migliore pasticceria in 3 isolati" le dico mangiandone una.
      Poi prende una tazzona di latte e ci versa del caffè.
      E' bello fare colazione con qualcuno.
      Sono quasi 10 anni che faccio colazione da solo.
      "Hai dormito bene Chloe ?" le chiedo.
      "Oh si benissimo. Penso di essermi addormentata subito appena mi sono sdraiata" mi dice prendendo un biscotto.
      "Ottimo, ho visto che dormivi come un ghiro quando mi sono alzato alle 8 stamattina" le dico prendendo un po' di caffè.
      "Alle 8 di sabato ?" mi dice sbalordita.
      "Si ho fatto un'ora di corsa, come tutte le mattine, mi aiuta a scaricare la tensione nervosa e mi rilassa" le spiego.
      "Io sono molto pigra invece" mi dice, sorridendo.
      Prende un'altra brioche e la mangia con gusto.
      Però, la piccola Chloe mangia eh, eppure ha un fisico da modella.
      "Drew vado a farmi una doccia" mi dice e mi da un bacio sulla guancia, mentre mi abbraccia.
      E' sempre stata molto affettuosa, devo ancora farci l'abitudine a tutte queste dimostrazioni d'affetto che ha.
      Non ero più abituato a sentirmi chiamare Drew; fa uno strano effetto.
      Dopo mezzora Chloe compare sulla porta con un vestitino corto a fiori e un paio di scarpe col tacco.
      La osservo e non posso non notare quanto sia sexy vestita così; secondo me lei non si rende conto di quanto sia attraente.
      "Chloe ti spiace se prima passiamo un attimo da un mio collega che mi deve dare un fascicolo ? E' di strada" le dico mettendomi le scarpe.
      "Figurati ci manca Drew, è già tanto che mi accompagni" mi dice sorridendo e mi prende sotto braccio mentre scendiamo i gradini.
       
      CAPITOLO 6 CHLOE
       
      L'aria di New York mi rende euforica.
      Andiamo alla macchina di Andrew e comincio a raccontare qualche aneddoto della nostra infanzia e tutti e due ridiamo.
      Sono 3 anni che non lo vedo eppure mi sembra che ci sia una certa empatia tra di noi.
      Lo guardo di profilo e devo dire che ha un ottimo profilo e un buon profumo.
      Poi questa camicia nera che ha indosso gli dona.
      "Allora piccola Chloe hai lasciato tanti cuori infranti in Germania ?" mi chiede, sbirciandomi.
      "Assolutamente no, sai che non sono il tipo. In 3 anni sono uscita solo con 2 ragazzi, anche se con uno devo dire che è stata una storia abbastanza seria, ci sono stata insieme quasi 2 anni" gli racconto.
      "E come mai è finita ? Se ne vuoi parlare ovviamente" mi chiede incuriosito.
      "Per farla breve, non credeva nella monogamia, ho scoperto che gli piaceva andare a letto anche con altre ragazze e allora l'ho lasciato" gli dico.
      "Cavolo mi spiace " mi dice ed effettivamente sembra parecchio dispiaciuto.
      "E tu invece ? " mi chiede girandosi verso di me.
      "Io sono contro l'impegnarsi seriamente in una storia, dovresti conoscermi bene, tesoro" mi dice, sorridendo.
      "Si lo so, Robby mi racconta spesso delle tue avventure amorose, però mi sembrava carino ricambiare la domanda che mi hai fatto" gli dico, dandogli un pizzicotto sul braccio.
      "EIh sto guidando Chloe!" fa finta di arrabbiarsi con me.
      Dopo 10 minuti arriviamo di fronte a una villetta.
      "Dai vieni , che ti presento José, il mio collega" mi dice scendendo dalla macchina.
      Scende e si avvicina a me.
      "José ciao" dice salutando l'uomo che è nel giardino della casa.
      "Eih Andrew ciao, vieni pure" gli dice aprendo il cancello.
      Poi si accorge di me e mi guarda incuriosito.
      "José ti presento Chloe, la sorella del mio amico Robert. Chloe ti presento José, il mio collega di scrivania" fa le presentazioni.
      "Piacere mio cara" mi dice dandomi la mano.
      "Anche per me José" contraccambio.
      "Sono passato a prendere il fascicolo così domani gli do un occhio" spiega a José.
       
      CAPITOLO 7 ANDREW
       
      "Ciao tesoro" dice una voce femminile.
      "Ciao Maria" la saluto e l'abbraccio.
      Maria è la moglie di José, ormai sono sposati da quasi 40 anni, sono quasi i miei genitori adottivi ; mi vogliono bene come a un figlio.
      "Chi è questa bella fanciulla ?" mi dice strizzando l'occhio.
      "Lei è Chloe, la sorella di Robert. La ospito per qualche settimana finchè non trova una casa in affitto" spiego alla donna.
      "Piacere, io sono Maria. Finalmente vedo questo benedetto ragazzo con una donna!" esclama Maria, sorridendo.
      "Piacere mio Maria, eh si adesso gli girerò per casa per qualche settimana, speriamo mi sopporti" dice Chloe e tutti e 3 ci mettiamo a ridere.
      José compare con un plico di fogli.
      "Ecco qui quello che cercavi. Ma Andrew domani è domenica, non stare in casa a lavorare! Perché non porti Chloe a fare un giro ? " mi dice José.
      "Si, potremmo andare a fare un giro al parco" propongo guardandola.
      "Oh si, sarebbe fantastico! Così vediamo anche gli animali!" mi risponde entusiasta Chloe.
      "Ti piacciono gli animali ?" chiede Maria.
      "SI tantissimo" risponde.
      "Allora ti presento Toby, il nostro cane, vieni è qui fuori" le dice e Chloe la segue in giardino.
      "Non mi avevi detto che era così carina la sorella di Robert" mi dice sottovoce José.
      "L'ho scoperto anch'io ieri sera José, era diversi anni che non la vedevo" gli dico, facendo un sorriso.
      "Sembra in gamba. Mi raccomando non trattarla come fai con tutte le altre ragazze. Ricordati che lei è la sorellina di Robert!" mi dice e mi da una gomitata.
      "Ma certo, lo so. E' come se fosse mia sorella" gli dico.
      Mi guarda con un sorriso sornione.
      Poi Maria e Chloe rientrano in casa.
      Chloe ha gli occhi che le brillano.
      "Drew sai che Toby è meraviglioso ? Me ne sono innamorata!" mi dice Chloe appoggiandosi al mio braccio.
      "Drew ?" esclama José, sorridendo.
      "Si, quando Chloe era piccola non riusciva a pronunciare il mio nome, così mi chiamava Drew. E anche se adesso sono cresciuto e lei è cresciuta e riesce a dire Andrew, mi chiama comunque Drew" spiego, sorridendo.
      "Si, vero, per me lui sarà sempre Drew" spiega, facendo un ampio sorriso.
      "José, Maria, ora dobbiamo andare. Devo accompagnare Chloe dai suoi genitori per pranzo. Ci vediamo lunedì" saluto.
      Ci salutiamo tutti e ci avviamo all'auto.
      "Simpatico il tuo collega e anche sua moglie. Sono proprio una bella coppia" mi dice, entrando in auto.
      "Si, vero, sono due persone eccezionali Chloe, spero tu abbia l'occasione per conoscerli meglio, meritano davvero" spiego a Chloe.
      "Sai li invidio molto" mi dice, pensierosa.
      "In che senso ?" le chiedo.
      "Riuscire a trovare una persona così speciale da passare così tanti anni della propria vita insieme" dice quasi più a se stessa che a me.
      "Eih Chloe, hai solo 22 anni, sei ancora giovane per impegnarti seriamente. Adesso devi fare esperienze, in attesa di trovare il ragazzo giusto" le dico, come direbbe un fratello maggiore alla propria sorellina.
      "Si forse hai ragione. Hai qualcuno da consigliarmi per uscire ? Qui ormai non conosco quasi più nessuno" mi dice, prendendomi in giro.
      "Adesso non esagerare, signorina Bennet" la canzono.
      Eh si, Chloe si chiama Bennet di cognome e a volte la prendo in giro chiamandola signorina Bennet, sapendo la sua ossessione per Orgoglio e Pregiudizio.
       
      CAPITOLO 8
       
      Dopo circa un'ora di auto e di chiacchiere, arriviamo dai miei.
      Scendo subito dalla macchina e corro veloce verso la porta.
      I miei sono sulla soglia e c'è un abbraccio generale.
      Mio fratello e Trixie sono già arrivati.
      Bacio e abbraccio tutti quanti.
      "Oh tesoro sono così contenta di vederti!" esclama mamma, quasi piangendo.
      "Mamma pensa che ora mi vedrai ogni settimana!" le dico, stringendola forte.
      "Amore sei sempre più bella!" mi dice Trixie.
      Io amo mia cognata, non potevo desiderare di meglio per mio fratello ; loro sono insieme da 10 anni, praticamente quando io avevo 12 anni, lei ne aveva 20, ma non mi ha mai trattato come una bambina, ma sempre da amica.
      "Grazie amore, anche te!" le dico abbracciandola.
      "Eih, ma guarda chi c'è, Andrew ciao tesoro come stai ?" dice mia madre a Andrew.
      "Benone grazie e te ?" dice Andrew dando un bacio a mia mamma.
      "Sono così contenta che Chloe sia da te, so che ti prenderai cura di lei" gli dice.
      "Certamente, Chloe per me è una di famiglia, come lo siete tutti voi" dice.
      "Andrew ti fermi per pranzo ?" gli domanda mio padre.
      "Avrei un impegno..." dice.
      "Dai lo puoi rimandare! E' tornata Chloe, primo pranzo tutti insieme, con la famiglia riunita!" dice mia mamma.
      "Ok datemi un minuto che faccio una telefonata e sono da voi" dice ed esce un attimo dalla casa.
      Trixie mi prende da parte.
      "Tesoro, ti sei ripresa un po' da quel tipo che ti ha tradito ? Io a Rob non ho detto niente perché sai com'è fatto" mi dice, bisbigliando.
      "Si, si tranquilla. Ho elaborato il tutto. Ora sono pronta a buttarmi a capo fitto in questo nuovo lavoro. Ho chiesto a Drew di presentarmi qualche ragazzo, ha detto che sono giovane ed è giusto che faccia delle esperienze" le spiego.
      "Si ma senza esagerare. Chloe la maggior parte degli amici di Andrew sono diciamo come lui. Andrew è un ragazzo carinissimo, gentile, simpatico, affidabile e gli puoi attribuire tantissime qualità, ma ha un grandissimo difetto : cambia donna come cambia le camicie e così sono i suoi amici. Se esci con qualche suo amico, quello ti vorrà solo portare a letto, senza impegno" mi dice Trixie.
      "Si lo so stai tranquilla, gliel'ho chiesto solo come provocazione, infatti lui mi ha fatto capire che non mi fa uscire con nessuno dei suoi amici" le dico, sorridendo.
      "Anche perché se no Rob gli spacca la faccia" mi dice ed entrambe ci mettiamo a ridere.
       
      CAPITOLO 9 ANDREW
       
      "Ciao Jenny, purtroppo oggi a pranzo non posso venire da te. Mi è sopraggiunto un impegno di famiglia e non posso proprio mancare. Ti chiamo io appena posso ok ?" dico a una delle mie tante donne.
      Jenny un po' se la prende, ma non ci rimane più di tanto male, è abituata a questo tipo di trattamento.
      Torno in casa e vedo Chloe che confabula con Trixie.
      "Ragazze vi siete viste da 10 minuti e già state spettegolando ?" le prendo in giro.
      "Si Andrew, sto facendo un elenco di ragazzi con cui Chloe potrebbe uscire" mi dice Trixie, prendendomi in giro.
      "Sei molto spiritosa Trixie, e per questo ti adoro" le dico e le scompiglio i capelli.
      "Piuttosto che farla uscire coi tuoi amici maniaci!" mi dice.
      "Infatti Chloe finchè sarà sotto il mio tetto e sotto la mia protezione non uscirà con nessuno di loro" dico, guardando entrambe.
      Chloe mi guarda e mi fa l'occhiolino.
      Il pranzo procede benissimo.
      E' bellissimo stare con tutta la loro famiglia.
      Ridiamo e parliamo di tutto e guardo l'ora e sono già le 5.
      "Chloe io adesso dovrei tornare, ho del lavoro da fare" le dico.
      "Oh si vengo anch'io, devo sistemare alcune carte per lunedì" mi risponde.
      Ci salutiamo tutti per 10 minuti con baci e abbracci.
      Saliamo in auto e torniamo a casa.
      "E' stato un pranzo fantastico vero ? Mi mancava tantissimo " mi dice, rilassandosi in auto.
      "Si, è vero, è come essere tornati indietro nel tempo 10 anni fa, quando abitavo con voi" le dico.
      Si gira verso di me e mi guarda dolcemente.
      "Lo sai che noi per te ci saremo sempre vero ?" mi chiede.
      "Certo piccola Chloe, lo so e per questo vi voglio a tutti un mondo di bene" le rispondo.
      Mi guarda e mi sorride e io senza volerlo mi sciolgo.
      Comincia a piacermi il fatto di averla intorno.
      Mi mette di buon umore.
      Arriviamo a casa e trovo Jenny davanti al portone del mio palazzo.
      "Chloe tu sali, io arrivo tra 5 minuti" le dico.
      Chloe guarda me e poi guarda la ragazza e sale in casa.
      "Jenny, ciao, come mai qui ?" le dico, con un sorriso.
      "E così questo sarebbe il tuo impegno famigliare ? In genere sei sempre sincero, fin troppo, perché una bugia ? Potevi benissimo dirmi che eri con un'altra!" mi fa una scenata.
      "Jenny, non ti ho mentito. Lei è Chloe, la sorella di Robert. La sto ospitando, in attesa che trovi un appartamento. Robert mi ha chiesto come favore, io sono cresciuto con loro, lei è una di famiglia" le spiego.
      "Ah ok scusa avevo frainteso. Mi farò perdonare" mi dice maliziosa.
      "Ci conto" le dico, dandole un bacio sul collo.
      "Vieni da me domani sera, ho comprato un nuovo completino intimo che ti vorrei far vedere" mi stuzzica.
      "A domani piccola" le dico e le do una pacca sul sedere.
      Torno su e trovo Chloe che sta osservando il mio acquario.
      "Eih tutto ok con la tua ragazza ?" mi chiede preoccupata.
      "Si si tranquilla, tutto risolto" le dico, chiudendo la porta.
      "Sai non vorrei farvi litigare per colpa mia" mi dice.
      "Non ti devi preoccupare. E poi lei non è la mia ragazza, sai che io non ho ragazze e non ho relazioni ; è una delle mie amiche" le dico e le strizzo l'occhio.
      Chloe mi sorride.
      "Vado a compilare dei moduli e poi cucino qualcosa ti va ?" mi chiede.
      "Oh certo! Non so cosa ci sia in casa, sai io non cucino quasi mai" le dico.
      "Sono abbastanza brava ai fornelli, i miei zii hanno un ristorante e ho imparato molte cose da loro" mi dice sorridendo.
      Va verso la sua camera e non posso fare a meno di guardarle il sedere.
      Se non fosse Chloe, la sorellina di Robert e la quasi mia sorellina, penso che ci avrei già provato.
       
      CAPITOLO 10 CHLOE
       
      Quella ragazza all'ingresso era davvero bella come una modella.
      Comincio a capire che il giro delle donne con cui va a letto Drew è di un certo target.
      Di certo non corro il rischio che ci provi con me, io sono completamente diversa.
      Mi cambio e compilo dei moduli per il nuovo lavoro.
      Dopo scendo in cucina e controllo nel frigorifero cosa c'è.
      In effetti non c'è molto, bisogna fare la spesa domani assolutamente.
      Opto per fare delle uova con zucchine e degli involtini di formaggio e prosciutto.
      Mentre sto preparando, Drew mi compare alle spalle e osserva quello che sto preparando.
      "Il profumo è ottimo Chloe, sarà tutto buonissimo" mi dice e si siede a tavola.
      Mangiamo di gusto e Drew conferma le mie doti culinarie.
      "Tesoro mi farai ingrassare questi giorni che starai qui" mi prende in giro.
      Mi aiuta a sistemare i piatti e la tavola.
      "Ti va se ci guardiamo un film ?" gli chiedo.
      Oddio forse ho osato troppo.
      Forse lui non è tipo da passare il sabato sera sul divano con una ragazza a vedere un film.
      Mi sento un po' stupida.
      Sicuramente avrà qualche appuntamento galante.
      Mentre mi sto facendo tutte queste paranoie mentali, vedo che mi sorride.
      "Certo Chloe, basta che non scegli qualche polpettone scientifico!" mi dice prendendomi in giro.
      Opto per un thriller piscologico.
      Ci sediamo sul divano ; è abbastanza grande, però, senza rendermene conto dopo poco tempo mi ritrovo vicino a lui.
      Alcune scene sono un po' crude e gli salto quasi in braccio.
      Poi appoggio la mia spalla alla sua e mi accoccolo al suo fianco.
      Purtroppo ho bisogno del contatto fisico ; che sia un parente, un amico o un fidanzato.
      Non sembra dargli fastidio.
       
      CAPITOLO 11 ANDREW
       
      Ci mettiamo sul divano, inizialmente distanti.
      E poco dopo mi ritrovo Chloe in braccio praticamente.
      Mi fa tenerezza e la lascio fare.
      Appoggia la sua testa sulla mia spalla, proprio come se fosse la mia sorellina.
      Penso che sia la prima volta in tanti anni che passo il sabato sera in casa, sul divano a guardare un film con una ragazza che non mi porterò nemmeno a letto.
      Sorrido all'idea di un sabato sera alternativo.
      Tutto sommato, conoscendo i suoi gusti, ha scelto un film interessante.
      Mi volto per dirle una cosa del film e mi accorgo che si è addormentata.
      E non sono nemmeno le 10 di sera, di un sabato oltretutto.
      La prendo delicatamente in braccio, facendo attenzione a non svegliarla e la porto al piano di sopra nella sua camera.
      L'appoggio sul letto e le do un bacio sulla fronte.
      "Dormi bene piccola Chloe" le dico e scendo al piano di sotto.
      E ora visto che la notte è ancora giovani mi metto a lavorare un po'.
      Non mi rendo conto dell'ora e vedo che sono già le 2 di notte.
      Direi che è ora di andare a letto.
      Mi affaccio alla camera di Chloe e vedo che dorme profondamente.
      Alle 8 sono già operativo per la mia corsetta mattutina.
      Quando torno alle 9, ovviamente Chloe dorme ancora.
      Mi faccio una doccia e vado a svegliarla.
      Apre piano gli occhi e mi mette a fuoco.
      "Drew..." sussurra piano.
      Sento un brivido lungo la schiena, non si rende conto quanto sia sexy di prima mattina.
      "Buongiorno Chloe, dormito bene ? Hai fatto una maratona di sonno, complimenti!" le dico prendendola in giro.
      Lei mi sorride e poi si avvicina a me e mi da un bacio sulla guancia.
      "Grazie per ieri sera che mi hai portata a letto" mi dice.
      "Eri sveglia ?" le chiedo, facendole un sorriso.
      "No, ma visto che non sono salita con le mie gambe, immagino mi abbia portato in braccio tu" mi risponde, alzandosi dal letto.
      Poi viene vicino a me e mi abbraccia.
      "Non mi ricordavo che eri così coccolona di prima mattina" le dico prendendola in giro.
      "E invece si. Pensa che in Germania mi abbracciavo un enorme orso che mi aveva dato Trixie. Io ho bisogno del contatto fisico" mi dice appoggiando la guancia sul mio petto.
      Averla per casa, sicuro cambierà la mia vita.
      "Senti Chloe, io a mezzogiorno avrei un brunch con alcuni amici, era una cosa programmata. Due di loro si sposano e ci devono dare le partecipazioni. Ti andrebbe di venire ? Così conosci qualcuno di nuovo e non te ne stai in casa tutto il giorno" le butto lì.
      "Davvero Drew ? Si sarebbe fantastico!" mi risponde entusiasta.
      Scendiamo a fare colazione.
      Sta mangiando una brioche alla marmellata e poi, all'improvviso ne prende un pezzetto e me lo mette in bocca.
      "Assaggia questa brioche perché è spaziale!" mi dice e io mastico il pezzetto di brioche.
      In effetti è davvero buonissima.
      "Parlami un po' dei tuoi amici, sono curiosa" mi dice bevendo il latte.
      "Allora, in realtà sono 2 coppie. La coppia che si sposa sono Walter e Paige. Walter era un mio ex vicino di casa, si è trasferito l'anno scorso quando è andato a vivere con Paige. Lui fa il consulente finanziario, mentre lei ha un negozio di arredamento per la casa. L'altra coppia sono Ben e Kate. Kate è la segretaria del nostro ufficio, mentre Ben fa il dentista" le spiego.
      "Wow che amici facoltosi che hai Drew!" mi dice prendendomi in giro.
      "Non fare la scema, sono persone molto alla mano" le dico
       
      CAPITOLO 12 CHLOE
       
      Sono molto stupita che Drew mi abbia invitato al brunch e mi faccia conoscere i suoi amici.
      Secondo me Robert l'ha obbligato a portarmi ovunque lui vada.
      Però penso che sarà divertente.
      Almeno mi distraggo dal nuovo lavoro.
      Salgo in camera, sto per andare a fare una doccia, quando vedo un messaggio dal mio ex : "amore ti chiedo scusa per averti tradita. E' stato un grosso errore e ti chiedo di perdonarmi. Io ti amo. Dammi un'altra possibilità. Lukas"
      In un anno e mezzo mi avrà tradito almeno 3 o 4 volte, purtroppo lui è fatto così.
      Io ci credo anche che lui è innamorato di me.
      Però ha bisogno di andare a letto con altre donne.
      Per il resto è davvero un bravo ragazzo, gran lavoratore, carino, simpatico e tutti pregi ; unico difetto è questo.
      "Lukas è finita. Mi dispiace, ma mi hai fatto soffrire troppo. Non mi cercare più per favore. Chloe" gli rispondo.
      2 secondi e suona il cellulare, è Lukas.
      "Amore, ti prego dammi un'altra possibilità, non ti deluderò" mi dice.
      "Lukas no, per favore, mettiti il cuore in pace. Non continuare ad insistere. Trovati una ragazza che sia disposta ad avere una relazione aperta" gli dico, alzando la voce.
      "Ma io voglio te Chloe, ho capito gli errori che ho commesso e sono pronto a cambiare" mi implora.
      "Lukas purtroppo i ragazzi come te non cambiano. Ora devo andare, abbi cura di te" gli dico e attacco.
      "Tutto a posto ?" mi dice Drew alle spalle.
      "Si, era Lukas, il mio ex, quello infedele. Vorrebbe tornare con me, ma direi che ho già abbastanza corna" gli rispondo.
      "Non te le meriti proprio le corna piccolina" mi dice, dolcemente.
      "Sai, io penso che una persona così non possa cambiare, o meglio, è difficile che cambi no ?" gli chiedo.
      "Molto difficile Chloe" aggiunge.
      "Tu per esempio come sei ? Federe o infedele ?" gli chiedo, senza pensarci.
      "Bè diciamo che non avendo mai avuto una storia seria non saprei ; tutte le ragazze con cui esco sanno come la penso, che non voglio impegnarmi, non voglio una relazione e sanno che esco anche con altre, a loro va bene così. In questo caso non parlerei di tradimento o di infedeltà, perché, tecnicamente, non sono le mie fidanzate" mi spiega.
      Lo guardo perplessa.
      "Non ti è mai venuta voglia di avere una persona fissa accanto a te ? Per poterci parlare, confidare, insomma per avere una vita assieme" gli dico, osservandolo.
      "Bè, a volte forse si, ma sai ho tanta paura di affezionarmi a una persona, di innamorarmi di lei e poi dall'oggi al domani di non averla più" mi dice, dolcemente.
      Lo guardo e lo abbraccio.
      So che questa frase è riferita ai suoi genitori, morti improvvisamente durante un incidente stradale.
       
      CAPITOLO 13 ANDREW
      Quando mi abbraccia, io mi sciolgo.
      Ci prepariamo e andiamo nel locale.
      "Ragazzi, ciao, lei è Chloe, la sorella di Robert" faccio le presentazioni.
      La salutano tutti cordialmente.
      Ci sediamo al tavolo e cominciamo a chiacchierare.
      "Chloe, tu di cosa ti occupi ?" le chiede Kate.
      "Sono una ricercatrice in ambito medico ; lunedì comincio al bureau di medicina sperimentale" risponde Chloe, facendole un sorriso.
      "Wow! Dev'essere fantastico come lavoro no ?" interviene Ben.
      "Bè, si , molti potrebbero trovarlo noioso o pesante, ma io amo il mio lavoro" risponde.
      "Mi ha accennato Andrew che sei stata via diversi anni, in Europa giusto ?" le chiede Ben.
      "Si esatto, ho fatto 3 anni in Germania, per un master e per fortuna ho trovato lavoro qui a New York. Ora devo solo trovare un appartamentino dove andare a vivere. Non posso restare per sempre a casa di Drew" dice e si volta sorridendomi.
      "Drew ?" domanda Paige, sorridendo.
      "Si, vedi, da piccola non riuscivo a pronunciare il nome Andrew, così lo chiamavo Drew e adesso mi è rimasto questo nomignolo" spiega alla mia amica.
      "Carino! E quindi vivi con Andrew adesso ?" le domanda incuriosita Paige.
      "Si, è stato così gentile da ospitarmi, visto che è proprio a due passi da dove lavorerò. La casa di mio fratello è a un'ora di macchina, sarebbe stato un po' troppo impegnativo" le spiega Chloe.
      Vedo che sta già facendo amicizia, ma non ci vuole molto a fare amicizia con una ragazza come lei.
      "Chloe, vieni a prendere qualcosa da mangiare, ti consiglio un po' visto che sei nuova del posto" le dice Paige, che l'ha già presa in simpatia.
      "Grazie Paige" la ringrazia e la segue al buffet.
      Appena sono andate via, 3 paia di occhi si voltano verso di me.
      "Che c'è ?" domando.
      "Vivi con una ragazza ? Tu che usi le donne come oggetti ?" mi chiede Walter, incredulo.
      "Walt lei è la sorellina di Robert, il mio migliore amico, ed è come una sorella anche per me. L'ho vista nascere e diventare adulta, è di famiglia" gli spiego.
      "Ed è cresciuta parecchio bene, direi!" interviene Kate, dandomi una gomitata.
      "Scommetto che ci hai già fatto un pensierino!" mi provoca Ben.
      "Assolutamente no, ti pare ?" gli dico, tirandogli un orecchio.
      "Comunque sembra simpatica" mi dice Kate.
      "Eih ma mangi tutta quella roba ?" dico a Chloe che si è appena seduta con un piatto stracolmo di cibo.
      "Paige mi ha consigliato cosa prendere, sai che io mangio tanto. Di mattina sai che le brioches che prendi me ne mangio sempre due" mi risponde.
      Tutti si girano verso di me.
      "Quando torna da correre, oggi e ieri, si è fermato a prendere le brioches fresche e io ne mangio sempre 2. Per fortuna ho un ottimo metabolismo" dice sorridendo.
      E' così innocente che non si accorge delle occhiate incredule dei miei amici.
      "Oh ma che tenero che sei Andrew!" esclama Paige.
      Paige è la più romantica del gruppo.
      "Lo sapevo che in fondo fondo fondo avevi un animo dolce e sensibile" mi dice Paige, prendendomi in giro.
      Chiacchieriamo del più e del meno e sono già le 3.
      "Accidenti, dobbiamo andare tesoro, dobbiamo finire di controllare le partecipazioni!" esclama Paige.
      "Eh si, ci tocca. Ragazzi, buona continuazione, ci sentiamo presto" ci saluta Walter.
      "Eih Chloe, memorizza il mio numero, così quando vuoi ci sentiamo" dice Paige a Chloe.
      "Oh si sarebbe fantastico Paige, grazie mille" le risponde Chloe e si scambiano il numero.
      Prende nota anche dei numeri di Walter, Ben e Kate.
      "Andrew, adesso andiamo anche noi che abbiamo il compleanno di mio nipote" mi dice Kate.
      "Chloe, piacere di averti conosciuta, spero di vederti presto" le dice Kate e le da un bacio sulla guancia.
       
      CAPITOLO 14 CHLOE
       
      "Sono proprio simpatici i tuoi amici Drew!" dico, finendo il mio cocktail.
      "Sono contento ti sia trovata bene Chloe" mi dice, facendomi un sorriso.
      Potrei uccidere per vedere ogni giorno un sorriso così, come quello di Drew.
      "Ti va se cucino pizza stasera ?" chiedo impulsivamente a Drew.
      "Ma si certo, passiamo dal market a prendere gli ingredienti. Se vuoi ti posso dare una mano chef!" mi risponde prendendomi in giro.
      Questi 3 giorni sono stati favolosi in sua compagnia, mi è sempre piaciuto Drew.
      Andiamo al market e facciamo una mini spesa.
      E poi andiamo a casa e ci mettiamo a cucinare insieme.
      Ci divertiamo terribilmente.
      Siamo entrambi tutti sporchi quando citofonano.
      "Aspetti qualcuno ?" chiedo a Drew.
      "Che io sappia no" dice e va ad aprire.
      Vedo entrare una ragazza bellissima, altissima, capelli lunghi scuri e occhi azzurri.
      Guarda Drew e poi me.
      Ma accidenti è la stessa ragazza che stava qui sotto ieri.
      "Jenny..." fa per dire Drew, ma lei lo interrompe.
      "Andrew ti aspettavo da me, me l'hai detto ieri e ora ti trovo qui a cucinare con questa bambina dell'asilo!" gli dice, puntandogli il dito contro.
      "Scusami mi sono dimenticato, non è mica la fine del mondo!" le dice.
      "Io ti ho capito, te la scopi vero ?" urla e ora punta il dito verso di me.
      "Ma cosa dici, sei impazzita ? Senti va a casa a farti una doccia fredda, così magari ti calmi un po'. Tu non sei la mia ragazza, te l'ho già detto. Se non ti va bene così come sono, non vediamoci più non è un problema" le dice e la conduce verso la porta d'ingresso.
      Jenny è su tutte le furie ed esce sbattendo la porta.
       
      CAPITOLO 15 ANDREW
       
      Mamma mia che scenata.
      Mi volto verso Chloe e vedo che guarda il pavimento e ci è rimasta male.
      "Drew mi dispiace...io...se vuoi andare da lei, vai pure...la pizza la puoi mangiare domani..." comincia a dire, lentamente.
      "Eih Chloe, ma scherzi vero ? Noi stasera ci mangiamo la pizza insieme" le dico, mettendole una mano sul braccio.
      "Sicuro ? Non ti voglio causare danni Drew " mi dice, tristemente.
      "Chloe è tutto a posto, tranquilla. Dai muoviti che ho una fame!" le dico e la prendo in giro.
      Le torna il buon umore e dopo esserci mangiati una pizza intera a testa, ci mettiamo sul divano.
      "Domani dopo il lavoro, passo dall'agenzia immobiliare in fondo alla via, così comincio a chiedere se ci sono appartamenti disponibili" mi dice abbracciandosi le ginocchia.
      "Eih non c'è fretta Chloe, lo sai vero che puoi restare qui tutto il tempo che vuoi" le dico.
      "Si, però tu hai bisogno della tua privacy e io ti sto facendo litigare con tutte le tue donne!" mi dice.
      "Una in meno tesoro, stai tranquilla" le dico e le do un bacio sulla fronte.
      Mi fa una tenerezza.
      Avrei voglia di baciarla, ma scaccio via l'idea dalla mia mente.
      Eh si avere Chloe tra i piedi mi piace tantissimo.
      "Che film guardiamo ?" mi chiede, girandosi verso di me.
      "A te la scelta piccola" le dico prendendola in giro.
      Sceglie un film di guerra, strani gusti questa ragazza.
      Si avvicina a me e appoggia la testa sulla mia spalla.
      Ormai ho capito che il contatto fisico per lei è molto importante ; solo che non ero più abituato ad avere una persona, una donna, così vicina a me.
      Come la sera prima, dopo mezzora, vedo che si è addormentata.
      E io, come la sera prima, la porto a letto in braccio, su per le scale.
      Appena l'appoggio sul letto, apre poco gli occhi.
      "Drew ti farò venire mal di schiena" mi sussurra con una voce roca.
      "Sono muscoloso io Chloe, non ti devi preoccupare. Dormi ora, che domani è una giornata importante" le dico e le do un bacio sulla fronte.
       
      CAPITOLO 16 CHLOE
       
      Primo giorno di lavoro, ansia a mille.
      Non so come vestirmi.
      Sto facendo diventare matto Drew, perché sono 10 minuti che continuo a cambiare vestito.
      "Chloe, stai benissimo con tutto" mi dice, stremato, Drew.
      Alla fine scelgo per un paio di pantaloni eleganti neri e una camicetta bianca.
      "Wow sei una favola! Vuoi subito rimorchiare ?" mi dice Drew.
      "Che scemo che sei , certo che no!" gli dico.
      "Bè, se posso dire, quei pantaloni ti fanno un sedere da urlo" mi dice, fissandosi sul mio sedere.
      "Sei il solito pervertito!" gli dico ridendo.
      Lo so che sta scherzando, sta cercando di farmi rilassare.
      Usciamo da casa e Drew mi fa l'in bocca al lupo.
      "Andrà benissimo tesoro, sei una forte tu!" mi dice.
      "Grazie Drew, ci vediamo stasera ?" gli chiedo.
      "Certo piccola, ti chiamo in pausa pranzo per vedere come va" mi dice e dopo avermi dato un bacio sulla guancia scendiamo le scale.
      Il primo giorno di lavoro va bene.
      Faccio un breve colloquio con il mio capo e mi presenta alcuni colleghi, altri ricercatori come me.
      Faccio subito amicizia, mi sembrano simpatici e cordiali.
      I miei 2 colleghi si chiamano Jordan e Garrett.
      Entrambi hanno sui 30 35 anni, 2 ragazzi molto carini.
      Mi stanno già simpatici e la mattinata vola.
       
      CAPITOLO 17 ANDREW
       
      "Ciao Drew!" mi saluta prendendomi in giro Kate.
      "Sei terribile lo sai ?" le dico dandole un bacio sulla guancia.
      "Allora com'è andato il week end di passione con Chloe ?" mi chiede, sedendosi sulla mia scrivania.
      "Kate, non è come pensi, davvero" cerco di dirle.
      "Andrew ti conosco da tanto tempo, e so che non è come si potrebbe pensare e si vede" mi spiega.
      "In che senso scusa ?" le dico non capendo il suo discorso.
      "Ho visto come la guardi. Hai provato a portare tante altre ragazze, ma non le hai mai guardate come guardi Chloe. Chissà, magari è lei la ragazza giusta per te. Le altre le spogliavi con gli occhi. Con lei è diverso. Non le staccavi gli occhi di dosso, ma non perché te la volevi portare a letto, ma per affetto, non so spiegarmelo. Anche Paige la pensa come me" mi dice Kate.
      "Ma io provo affetto per Chloe, la conosco da una vita Kate!" le dico, sedendomi su una sedia.
      "E com'è averla per casa ?" mi chiede incuriosita.
      "Bello, anche se non sono proprio abituato. Cenare con qualcuno mentre si chiacchiera o semplicemente vedere un film accoccolati sul divano" le dico.
      "Un film sul divano ? Accoccolati voi due ?" mi chiede maliziosamente.
      "Vedi, Chloe ha bisogno del contatto fisico. E' sempre stata così fin da bambina. Voleva sempre la mano o stare in braccio. E crescendo è rimasta uguale. Alla fine me la ritrovo attaccata a me mentre siamo sul divano. Il fatto è che adesso lei non si rende conto di quanto sia sexy col pigiamino corto che ha e io cavolo sono pur sempre un uomo!" dico tutto d'un fiato a Kate.
      "Andrew è ufficiale!" mi dice Kate alzandosi in piedi.
      "Cosa ?" le dico, guardandola.
      "Hai preso una cotta per Chloe! Io approvo!" mi dice ed esce dal mio ufficio.
      Una cotta io ? Ma andiamo, mai presa nemmeno a 15 anni, la devo prendere a 30 ?
      Kate sta delirando, avrà bevuto troppo ieri sera.
      A pranzo, prendo in mano il telefono e chiamo Chloe.
      "Pronto?" dice una voce dolce dall'altro lato del telefono.
      "Ciao piccola Chloe com'è andata ?" le chiedo, sorridendo.
      "Ciao Drew! Oh qui è tutto magnifico! Il posto è stupendo e all'avanguardia e le persone sembrano tutte molto carine e disponibili. Credo proprio che mi troverò bene qui!" mi risponde entusiasta.
      "Sono contento per te Chloe. Stasera ti va se passo dal cinese in fondo alla via e prendo qualcosa da mangiare ? Io prima delle 8 non penso di arrivare a casa" le dico.
      "Si ottimo! Sai che adoro il cinese?!" mi dice Chloe.
      "Si, lo so, ecco perché ti ho proposto il cinese!" le dico, prendendola in giro.
      "Grazie Drew" mi dice, dolcemente.
      "Chloe, ora vado a mangiare un boccone al volo e torno a lavoro. Ci vediamo stasera ok ? Un bacio" la saluto e attacco.
      Mi alzo dalla sedia e compare Kate sulla soglia che mi sorride in modo dolce.
      "Sto conoscendo un lato di te Andrew che non avevo mai conosciuto in 5 anni di amicizia" mi dice Kate.
      "Dai andiamo a mangiare" le dico, prendendola sotto braccio.
      Io e Kate abbiamo fatto amicizia subito, 5 anni fa quando sono arrivato a lavorare qui.
      Ed è una delle poche donne con le quali non sono andato a letto.
      In genere a pranzo mangiamo insieme.
      "La smetti di guardarmi come se fossi un alieno?" le dico, ridendo.
      "Andrew sei diverso. Forse la convivenza ti fa bene" mi prende in giro Kate.
      "Sei proprio scema! Glielo devo dire a Ben, di fare attenzione a te!" le dico, rubandole una patatina.
      "Senti Andrew, tu sai che tu per me sei come un fratello e sono sempre stata sincera con te. So che hai problemi a legarti con una donna e sappiamo entrambi il motivo. Però magari con Chloe, potrebbe funzionare. Sei diverso quando c'è lei. Potreste darvi un'opportunità" mi dice Kate.
      "Vedi Kate, lei è come una di famiglia. Metti caso che tu abbia ragione, se poi le cose vanno male, roviniamo la nostra amicizia. Kate lei non merita uno come me. Io non so se sarò mai pronto a una relazione seria, non ne ho mai avuta una. E non voglio provare con lei, è appena uscita da una relazione con un ragazzo che passava da un letto a un altro e ora dovrebbe mettersi con me che sono uguale ?" domando a Kate.
      "Secondo me, tu se stessi con lei, non ci proveresti con altre donne. Io ho un debole per Chloe anche se l'ho vista solo un paio d'ore e Paige l'adora già al punto di volerla invitare al matrimonio" mi dice Kate.
      "Lei è solare e simpatica, fa amicizia subito e non puoi non volerle bene" le dico, dolcemente.
      "Bè Drew caro, pensa a quello che la zia Kate ti ha detto. Tanto adesso vivendoci insieme avrete l'opportunità di passare parecchio tempo insieme e se son rose fioriranno!" mi dice Kate.
      "Certo cara, grazie del consiglio. Ben è un uomo fortunato!" le dico prendendola in giro.
       
      CAPITOLO 18 CHLOE
       
      Sono le 6, il mio primo giorno di lavoro è terminato.
      E' stato fantastico.
      I miei nuovi colleghi mi hanno già dato i loro numeri di cellulare, nel caso avessi bisogno.
      Sono entrami 2 ragazzi carini, e mi ha fatto molto piacere che vogliano instaurare un rapporto con me.
      Vado verso casa di Drew e passeggiando chiamo Trixie.
      "Amore ciao allora ?" mi chiede rispondendo subito al telefono.
      "Oh Trixie, è meraviglioso, mi sono innamorata già del mio nuovo posto di lavoro!" le dico affascinata.
      Le racconto della mia giornata.
      "Sono contenta per te piccola" mi dice dolcemente.
      "Grazie Trixie, ora vado a casa a fare una doccia e volevo preparare un dolce per stasera" le dico.
      "Programmi per la serata ?" mi chiede Trixie.
      "Drew ha detto che lavora fino alle 8 e che poi passava dal cinese a prendere qualcosa per cena. E allora volevo fare dei dolcetti, abbiamo fatto la spesa ieri e dovrei avere gli ingredienti giusti" le dico.
      "Avete fatto la spesa insieme ??" mi chiede Trixie incuriosita.
      "Si e abbiamo anche cucinato insieme" le dico, con aria sognante.
      "Qui gatta ci cova tesoro. C'è niente che mi devi dire ?" mi chiede maliziosa.
      "Non pensare male! Drew è come un fratello per me e lo sai, anche se, devo ammettere che quando sono vicina a lui mi batte forte il cuore. Poi con me è diverso. Si comporta molto più dolcemente che con le altre ragazze. E poi mi prende sempre in giro e questa cosa mi piace un sacco" le dico.
      "Ok, abbiamo appurato che hai una cotta per lui! Ora dobbiamo appurare se anche lui ha una cotta per te! E soprattutto amore direi per ora di tenere questa piccola considerazione per noi. Non diciamo niente a Rob" mi dice prendendomi in giro.
      "Hai detto tutto te!" le dico ridendo.
      "Mi raccomando fai la brava stasera e se ci sono sviluppi voglio essere la prima a saperlo!" mi dice e mi saluta.
      Io una cotta per Drew? Non lo so proprio. Forse mi fanno solo piacere le attenzioni che ha per me.
      Non saprei.
      Dovrei osare e fargli capire che mi piace ?
      Ma io sono solo una ragazzina di 22 anni, lui è un uomo di 30 anni; con tutte le donne che può avere, starebbe con me ?
       
      CAPITOLO 19 ANDREW
       
      Sono già le 20.30 devo assolutamente andare a casa, Chloe mi starà aspettando o si sarà già addormentata ?
      Non ci fosse stata lei sarei rimasto qui ancora a lavorare, ma stasera non posso.
      Esco e passo dal cinese a prendere la cena.
      Alle 21 apro la porta di casa e la trovo ai fornelli.
      "Ciao piccola Chloe" la saluto.
      "Drew ciao" si volta e mi fa un sorrisone.
      "Scusa il ritardo, non mi sono reso conto dell'ora" mi scuso e vado in cucina.
      "Oh tranquillo, sono stata impegnata a fare una torta; sono passata a prendere un po' di frutta fresca e sto facendo una crostata. Dovrebbe essere pronta tra poco, giusto per il dopo cena" mi dice.
      "Wow io adoro le crostate!!" le dico.
      "Lo so, è per questo che ho scelto questo tipo di torta" mi dice, sorridendo.
      Mi ha lasciato senza parole e non so cosa dire.
      "Faccio una doccia velocissimo e arrivo ok ?" le dico e corro a lavarmi.
      E' stata davvero una bella sorpresa, si è ricordata del mio dolce preferito.
      Mi metto un paio di pantaloncini e una t-shirt e scendo al piano di sotto.
      Ha apparecchiato la tavola e ha messo a centro tavola dei fiori.
      "Sono passata anche dal fioraio, ho visto che è proprio di fronte a dove lavori tu e ho preso questi fiori colorati bellissimi, ti piacciono ?" mi chiede, sedendosi a tavola.
      "Sono splendidi, rallegrano la casa" le rispondo e mi siedo.
      Saranno anni che non ceno con qualcuno nella mia cucina, rilassandomi.
      Chloe praticamente parla per un'ora del lavoro, dei suoi colleghi, del suo capo e di tutto.
      "Questa torta è buonissima!" le dico, con la bocca piena, mentre finisco la seconda fetta.
      "Sono contenta ti piaccia. Mi piace cucinare e mi sento portata. Se non fossi diventata una ricercatrice, probabilmente, avrei fatto la cuoca" mi dice.
      Insieme sistemiamo i piatti e la tavola e all'alba delle 22 ci possiamo mettere sul divano.
       
      CAPITOLO 20 CHLOE
      Sono contenta che la torta sia venuta buona.
      Devo dire che la cucina mi ha sempre aiutato a "sedurre" un po' i ragazzi.
      Ma ho fatto la torta non per sedurre Drew, ma semplicemente per essere carina con lui, come lui lo era stato con me.
      "Sai Drew che Paige mi ha chiesto se sabato pomeriggio vado a fare shopping con lei per il matrimonio ? Walter ha un impegno di lavoro e allora io e Kate l'accompagniamo" gli dico, sedendomi attaccata a lui.
      "Mi fa piacere che vai d'accordo con le mie amiche" mi dice, guardandomi.
      "Sono state molto carine e gentili, pensa che entrambe stamattina mi hanno mandato un messaggio per augurarmi buona giornata per il mio primo giorno di lavoro" gli dico entusiasta.
      "Loro sono due brave ragazze. Le conosco da tanto tempo e posso affermare che loro sono le classiche belle ragazze con un cervello" mi dice.
      "Si, vero. E pensa che Paige mi ha anche invitata al matrimonio!" gli dico entusiasta.
      "E' una notizia fantastica, posso essere il tuo accompagnatore ?" mi dice prendendomi in giro.
      "Bè è ovvio Drew, con chi altri dovrei andarci ?" gli dico, dandogli una gomitata.
      Ridiamo e chiacchieriamo mentre guardiamo una stupida sit-com.
      Sento che sto per addormentarmi, così saluto Drew e vado a letto.
      Non voglio che tutte le sere si spacchi la schiena per portarmi a letto in braccio.
      "Buonanotte piccola" mi dice e mi sfiora la guancia con un bacio.
       
      CAPITOLO 21 ANDREW
       
      Ormai sono 2 mesi che Chloe vive con me.
      Abbiamo trovato il nostro ritmo.
      Ceniamo insieme, esce con i miei amici ed è diventata molto amica di Paige e Kate, le vede quasi più lei di me.
      La domenica andiamo a pranzo dai suoi e il sabato mi aiuta a pulire casa e facciamo la spesa insieme.
      Andiamo al cinema, a fare passeggiate, praticamente è come se fosse la mia fidanzata ma senza andarci a letto.
      "Chloe vado a giocare a tennis con Walter, ci vediamo per cena ok ? Va bene alle 20 ?" le dico prendendo il borsone.
      "Si certo, Paige dovrebbe arrivare verso le 19 così spettegoliamo un po' prima del vostro arrivo" mi dice dandomi un bacio sulla guancia.
      Esco e mi dirigo verso la macchina.
      In questi mesi di "convivenza" non sono più uscito con nessuna ed è una cosa davvero strana, non è da me.
      Però tra il lavoro, il matrimonio di Paige e Walter e Chloe per casa non ne ho proprio avuto tempo e a dire la verità non ne ho nemmeno avuta voglia.
      Arrivo al campo e trovo Walter.
      "Ciao Walt, pronto ad essere schiacciato ?" gli dico dandogli una pacca sulla spalla.
      "Illuso che sei!" mi dice, ridendo.
      Alla fine della partita vinco io, come sempre.
      "Mi devi spiegare perché dopo 5 anni di sconfitte, insisto a voler continuare a giocare con te!" mi dice Walter.
      "Perché mi vuoi bene, semplice!" gli dico prendendolo in giro.
      "Non vedo l'ora di venire a cena da voi! Chloe fa dei dolci da paura!" mi dice, entrando in doccia.
      "Si è bravissima. Quasi ogni sera, quando non fa tardi a lavoro, mi cucina qualcosa di diverso. E poi fa una crostata di frutta che è meglio del sesso!" gli dico ridendo.
      "A proposito di questo, tutte le tue donne che fine hanno fatto ?" mi domanda.
      "Sinceramente non le sento e non mi mancano. Sembra strano, mi devo preoccupare ?" gli dico.
      "Amico, Paige pensa che tu abbia una cotta per Chloe e lo penso anch'io e sono convinto che anche lei abbia un debole per te. Ma forse siete troppo amici o avete paura a lasciarvi andare" mi dice Walter.
      "Non lo so. E' tutto più bello da quando è a casa mia. Prima ero sempre da solo, adesso ho un'altra persona accanto e la cosa mi piace. Non l'avevo mai sperimentata prima d'ora e devo dire che potrei abituarmici" gli dico.
      "E poi Andrew, oltre a essere intelligente, divertente e affettuosa, ha un sedere da paura! L'altro giorno aveva su un paio di pantaloni bianchi che..." mi dice Walt ma lo interrompo.
      "Si si lo so che ha un sedere da paura, gliel'ho anche detto! Ma tu pensa a Paige e al fatto che ti stia per sposare amico!" gli dico prendendolo in giro.
      "Che fai il geloso adesso ?" mi dice dandomi un piccolo pugno sul petto.
      "Di Chloe un po' si, lo ammetto" gli dico e ci vestiamo.
       
      CAPITOLO 22 CHLOE
       
      "Dio Chloe, questa crema pasticcera è buonissima, ma come fai a farla così buona ?" mi dice Paige assaggiando un cucchiaino della mia crema.
      Mi metto a ridere e le spiego il procedimento.
      "Io sono una frana in cucina" mi dice Paige, sorridendo.
      "Tesoro, basta solo un po' di pratica e vedrai che poi diventerai bravissima anche tu. Walt è fortunato ad aver trovato una ragazza come te" le dico, preparando la tavola.
      "Sai che tu sei proprio una persona stupenda ? Io ti ho voluto bene subito la prima volta che ti ho vista al brunch, a pelle è scattato qualcosa" mi dice.
      "Paige io ti adoro lo sai vero ?" le dico e l'abbraccio.
      Lei ricambia il mio abbraccio.
      In quel momento entrano in casa Drew e Walt e ci vedono abbracciate.
      "MMM ci siamo persi qualcosa ?" mi dice Walt, ridendo.
      "Scemo!" gli dico.
      "Pervertito!" le dice la futura moglie e poi va a dargli un bacio.
      "Che profumino! Cosa si mangia di buono ?" mi domanda Walter.
      "Allora lasagne al forno, vitello tonnato e crostata di frutta" gli dico.
      Quasi sviene.
      Lui adora la mia cucina.
      Spesso la sera fa finta di essere in zona e passa per cena.
      "Tu mi vuoi far ingrassare per il matrimonio, dimmi la verità!" mi dice Walter, scherzando.
      "Si esatto, mi hai scoperta! Smettila di fare lo spiritoso, hai un fisico pazzesco, anche se prendi qualche chiletto Paige ti accetta lo stesso" gli rispondo e gli do un bacio sulla guancia.
      Io sono affettuosa con tutti.
      Inizialmente Ben e Walter rimanevano spiazzati, ma poi hanno capito che sono una ragazza che esterna tantissimo i sentimenti, soprattutto quando mi affeziono alle persone.
      La serata passa tranquilla e alle 2 di notte Paige a Walter vanno via.
      Paige è stata davvero gentilissima che mi ha aiutato a mettere a posto in cucina, mentre Drew e Walt guardavano una partita in tv.
      Metto via la tovaglia e raggiungo Drew sul divano.
      Mi butto praticamente su di lui, che ride divertito.
      "Ben arrivata piccola Chloe!" mi dice, prendendomi in giro.
      "Ma io non sono piccola!" gli dico, facendogli la linguaccia.
      "Oggi era tutto squisito lo sai ? Walt mi ha detto se settimana prossima gli fai il risotto coi funghi" mi dice abbracciandomi.
      "Certo, non posso certo dire di no a Walt, io adoro quel ragazzo lo sai vero ?" gli dico, sdraiandomi su di lui.
      "Si lo so e lui adora te. Stravede proprio!" mi dice.
      Appoggio la testa sulla sua spalla e guardo un attimo il cellulare.
      "Devi rispondere a tutti i tuoi fidanzati ?" mi prende in giro Drew sbirciando da dietro.
      "Seee ma quali fidanzati! E' mio fratello che mi ricorda che domani è il compleanno di mia mamma e io me n'ero completamente scordata!" realizzo.
      "Lo so, ed è per questo che le ho preso io il regalo" mi dice tranquillamente cambiando canale.
      Mi volto e lo guardo.
      "Questi giorni eri stra incasinata a lavoro, così l'altro giorno sono passato nel negozio e le ho preso uno smart box, una cena in un locale carino che può andare con tuo papà" mi dice scegliendo un programma sportivo da vedere.
      Lo guardo e realizzo che davvero ho una cotta per questo ragazzo che fa il duro, ma è che tenerissimo.
       
      CAPITOLO 23 ANDREW
       
      Mi osserva e non dice nulla, l'ho spiazzata.
      "Sei stupendo Drew" mi dice dolcemente.
      "Grazie tesoro, anche tu" mi dice tirandomi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
      Le sfioro le labbra con le mie e le do un bacio stampo sulla bocca.
      Ma che mi è preso ??
      Non mi sono nemmeno reso conto, era così vicino a me, così vulnerabile, così dolce che non ho resistito.
      "Chloe, scusa io..mi è venuto spontaneo" cerco di scusarmi.
      Mi guarda con aria sognante.
      "Mi chiedi scusa per un bacio stampo ?" mi dice, avvicinandosi pericolosamente.
      "Chloe, tu mi piaci tanto lo sai vero ? Però penso che non dovremmo..." cerco di dire.
      "Non dovremmo cosa ?" mi dice, maliziosa, dandomi un bacio all'angolo della bocca.
      "Non dovremmo farci le coccole, poi sai da cosa nasce cosa e..." faccio per dire ma provo un brivido di piacere mentre mi da un bacio sul collo.
      "Sai Drew, tu mi sei sempre piaciuto. Indipendentemente dall'aspetto fisico, sei dolce e gentile con me. Magari con gli altri ti chiudi a riccio, sei riservato e anche un po' rude, ma con me no. Io mi sento protetta quando sono con te. Penso di aver preso una cotta per te la prima sera che sono entrata in questa casa, ma non volevo ammettere la cosa. Me l'hanno fatto notare tutti, Paige, Kate e addirittura Trixie, ma non gli ho voluto dare ascolto. A dire la verità avevo paura, paura di non essere ricambiata o che tutto potesse cambiare tra di noi. Tu mi hai detto più volte che non ti sei mai impegnato, non hai mai avuto una relazione seria. Io invece non sono una ragazza da una botta e via, io voglio la relazione seria, voglio avere sempre la stessa persona accanto. Però ho riflettuto e sono giunta alla conclusione che a volte bisogna ammettere le proprie debolezze e bisogna rischiare nella vita" mi dice tutto d'un fiato guardandomi negli occhi.
      I suoi occhi verdi penetrano i miei.
      "Chloe Bennet, penso di essermi innamorato di te la prima volta che ti ho portato su in braccio a letto" le dico, abbracciandola.
      "Innamorato ?" mi guarda ed è stupita.
      "Sai Walt e Ben sono 2 mesi che mi ripetono le stesso cose che Paige e Kate dicono a te; che stiamo bene insieme, di provare, di fare il primo passo, ma ho sempre avuto paura. Tu mi fai sentire diverso, io mi sento migliore con te Chloe" le dico.
      "E tutte le tue donne sparse per la città ?" mi dice giusto per sdrammatizzare.
      "Tutte le mie donne come dici tu sono sparite 2 mesi fa" le dico e ora ho davvero voglia di baciarla.
      "Vieni qui cucciolo" mi dice e mi fa avvicinare a lei.
      Si sdraia sul divano e mi fa venire sopra.
      Avvicina le labbra alle mie.
      E io non resisto più e la bacio.
      Le faccio aprire piano le labbra e le do un lungo bacio dolce.
      Lei mi accarezza la schiena e le braccia.
      Mi stacco da lei dopo 10 minuti e siamo senza fiato.
      "Chloe facciamo le cose con calma ok ? Non voglio bruciare le tappe" le dico facendola sedere.
      "Certo Drew, non abbiamo fretta" mi dice e mi abbraccia.
      "Ah Chloe, il tuo pearcing alla lingua è favoloso, approvato!" le dico accarezzandole le guance.
      "Me lo dicono tutti!" mi dice prendendomi in giro.
      "Oh tutti chi ? Sono geloso io!" le dico facendole il solletico.
      Si mette a ridere e la bacio ancora, un bacio lungo, dolce e passionale allo stesso tempo.
      "Tesoro è ora di andare a letto, è tardissimo! Se no domani dai tuoi arriviamo con 2 facce da paura!" le dico.
      "Hai ragione Drew, tanta nanna" mi dice e si avvinghia a me dandomi tanti bacini sul viso.
      Andiamo in camera, chiacchierando.
      "Notte piccola Chloe" le dico, dandole un bacio sulle labbra ed entro nella mia camera.
      "Notte cucciolo" mi risponde ed entra nella sua.
       
      CAPITOLO 24 CHLOE
      E chi riesce a dormire ??
      Io e Drew ci siamo baciati. Bacia benissimo!! Io non avrei staccato le mie labbra dalle sue, ma bisognava pur dormire qualche ora.
      Innamorato di me...Drew è innamorato di me...e io sono follemente innamorata di lui.
      Ma adesso come mi devo comportare ?
      Con questi pensieri mi abbandono al sonno.
      "Sveglia pigrona! Sono le 10, ti devi alzare!" mi urla Drew, saltando sul mio letto.
      Apro piano gli occhi e lo metto a fuoco.
      "Lo sai che sono terribili per la mia psiche questi risvegli ?" gli dico stiracchiandomi.
      "E' troppo divertente per non farlo, mi dispiace" mi dice, ridendo.
      "Vorrei essere svegliata con dolcezza" gli dico abbracciandolo.
      "Cucciola lei" mi dice e mi fa i grattini sulla schiena.
      "Cosi va decisamente meglio" gli dico, chiudendo gli occhi.
      "Scendi che facciamo colazione ?" mi dice dolcemente.
      Faccio segno di si con la testa.
      Drew è molto paziente con me la mattina e io lo adoro per questo.
      Mi siedo in braccio a lui a fare colazione.
      "Dormito bene Chloe ?" mi chiede rubandomi un biscotto.
      "Si e tu ?" gli chiedo.
      "Si, come un angioletto" mi risponde.
      "Avevo solo alcuni pensieri" gli dico.
      "Tipo?" mi chiede.
      "Bè, ieri è stato fantastico baciarti, davvero. E adesso noi cosa siamo ?" gli domando guardandolo.
      "Si ieri baciarti è stato emozionante. Poi con il pearcing!" mi dice prendendomi in giro.
      "Scemo! Sono seria io!" gli dico, fingendo di arrabbiarmi.
      "Si si scusa, hai ragione. Bè, io ti ho confessato i miei sentimenti, penso di essere stato abbastanza chiaro. Sono innamorato di te. Lo so perché per me è una cosa nuova, non lo sono mai stato. E da quanto ho capito anche tu sei innamorata di me. Quindi direi che siamo due persone che si amano giusto signorina Bennet ?" mi dice serio.
      "Direi che il tuo discorso non fa una piega" annuisco mangiando un biscotto.
      Mi alzo dalle sue gambe.
      "Vado a farmi una doccia Drew" dico stiracchiandomi.
      "Signorina Bennet vorrebbe essere la mia ragazza ?" mi chiede, mentre sto salendo le scale.
      "Oh signor Darcy è una proposta ?" gli chiedo tornando indietro.
      Ecco, io mi chiamo Bennet di cognome e Andrew Darcy ; sembra fatto apposta, ma è davvero così!!
      Mi tira verso di lui e mi da un bacio sulle labbra.
      "Si, io ci voglio provare. Non so se ne sarò capace, è la prima volta per me, però vorrei correre questo rischio con te" mi dice, accarezzandomi la mano.
      "Ci sto Drew, sarei onorata di essere la tua ragazza. Tra l'altro sarei la prima giusto ?" gli chiedo in estasi.
      "Eh si, ragazza ufficiale si! Le altre erano solo scopate!" mi dice, sorridendo.
      Lo fulmino con lo sguardo.
      "Tutto questo era prima di ospitarti ovviamente Chloe!" mi dice abbracciandomi.
      "MMM sarà meglio!" gli dico facendo la finta imbronciata.
      Faccio la doccia, mi vesto, prendo il regalo per mamma e andiamo verso l'auto.
      "Walt pensa che questi pantaloni bianchi ti facciano un sedere da paura!" mi dice guardandomi il sedere.
      "Mi fa piacere che abbiate tanti argomenti di conversazione tu e Walt. Ma ti pare che dovete parlare del mio sedere ?" gli dico, dandogli un buffetto sulla guancia.
      "Chloe tu non immagini che sedere ti fanno questi pantaloni" mi dice con aria sognante.
      Mi avvicino al suo orecchio.
      "In effetti sono molto attillati. Stasera vuoi provare a togliermeli ?" gli dico provocandolo e subito scoppio a ridere.
      "Ah ah sempre che mi provochi!" mi dice dandomi un leggero bacio sulla guancia.
      "Glielo diciamo ai miei, di noi insomma voglio dire" gli chiedo titubante.
      "Certamente, ci sono anche Robert e Trixie, così in un solo colpo lo sanno tutti!" mi risponde.
      Appena arriviamo facciamo gli auguri a mamma e le diamo il regalo che apprezza moltissimo.
      Saluto con slancio mio fratello e Trixie e mentre gli uomini vanno fuori al barbecue, io prendo Trixie per un braccio e la porto nella mia ex camera.
      "Eih che succede amore ?" mi dice incuriosita.
      "Io e Drew ci siamo baciati ieri" le dico sottovoce.
      "Wow! Allora ? Voglio tutti i particolari, me lo devi!" mi dice, sedendosi sul mio ex letto.
      Le racconto di ieri sera e di stamattina.
      "Sono così felice per te Chloe, te lo meriti. E se lo merita anche Andrew di trovare una brava ragazza" mi dice abbracciandomi.
      "Si, dopo, durante il pranzo Drew lo vuole dire davanti a tutti che sono la sua ragazza" le dico.
      "Allora fa proprio sul serio!" mi dice Trixie.
      "Si, è molto emozionato. Lo sai meglio di me che lui non ha mai avuto una relazione, ma ci vuole provare con me. Chissà Robby! Dici che gli tirerà un pugno ?" le chiedo preoccupata.
      "Oh non credo dai dopotutto il suo migliore amico si sistema con la sua sorellina, dovrebbe essere felicissimo" mi risponde mia cognata.
      "Lo spero!" le dico, mentre andiamo a tavola.
      Mangiamo e parliamo del più e del meno.
      A un certo punto Drew prende la parola.
      "Lo sapete che tutti voi siete la mia famiglia. Vi voglio bene come se foste i miei genitori. Rob tu sei per me il mio migliore amico e quasi fratello. E Trixie, lo sai che ti adoro vero ? Ecco io volevo avere il vostro appoggio e la vostra fiducia per poter essere il ragazzo di Chloe. Vivendo insieme, ci siamo innamorati" dice Drew, poche parole, ma toccanti.
      Vedo che è emozionato ed imbarazzato.
      "Finalmente! Aspettavo questo momento da 2 mesi tesoro, sapevo che prima o poi vi sareste innamorati!" dice mia mamma entusiasta.
      Trixie mi abbraccia e poi abbraccia Drew.
      "Figliolo hai il mio appoggio per Chloe, basta che me la tratti bene!" gli dice papà.
      "Certamente, come potrei fare altrimenti ?" gli risponde Drew.
      Mi volto verso Robby che è il più sorpreso di tutti.
      "Amico mio, anch'io ti considero come un fratello e lo sai. Sai che ti voglio un bene infinito e amo mia sorella. Appoggio la vostra relazione, a patto che tu non la faccia soffrire, altrimenti ti ammazzo!" dice mio fratello, scherzando.
      Mi alzo e vado a sedermi in braccio a Drew.
      "Siamo stati approvati all'unanimità!" gli dico dolcemente nell'orecchio.
      Annuisce con la testa e mi stringe.
       
      CAPITOLO 25 ANDREW
      Tanta ansia, ma alla fine tutto è andato bene.
      Ora posso vivermi la storia con Chloe alla luce del sole.
      Nel tardo pomeriggio torniamo a casa, siamo ancora pieni della super grigliata a pranzo.
      Ci mettiamo sul divano e come sempre Chloe è sdraiata su di me.
      "Che bello averti addosso!" le dico dolcemente.
      Mi bacia dolcemente mentre mi accarezza le spalle.
      "Sai oggi mi sono emozionato al parlare di noi. Ancora non realizzo. Non ho mai provato nulla di simile e mai avrei creduto di poter stare con qualcuno come te" le dico.
      Le sto aprendo il mio cuore, sto abbassando qualsiasi tipo di barriera.
      Lei mi guarda coi suoi occhioni verdi.
      "Signor Darcy, non vorrei niente di diverso in questo momento. Voglio solo te Drew" mi dice, sussurrando.
      La stringo forte a me, mentre le bacio i capelli.
      "Forse mi hai stregato con qualche magia piccola Chloe ? " le dico prendendola in giro.
      "Scemo!" mi dice e mi accarezza i capelli.
      La bacio dolcemente in bocca.
      Ci facciamo un po' di coccole.
      "Hai già detto di noi a Kate e Paige ?" le chiedo prendendola tra le braccia.
      "Ancora no, glielo vorrei dire insieme a te" mi risponde accucciandosi contro il mio petto.
      "Che dolce, quante carie!" la prendo in giro.
      "Ho proposto un aperitivo per domani sera e hanno accettato entrambe, così ci siamo tutti e 6 e diamo la lieta notizia!" mi dice accarezzandomi il petto.
       
      CAPITOLO 26 CHLOE
       
      Siamo tutti all'aperitivo.
      Sono emozionata e Drew lo è più di me.
      Ci sediamo al nostro tavolo e cominciamo a chiacchierare del più e del meno.
      "Ragazzi, ora che siamo tutti qui, avrei una cosa da dirvi. O meglio io e Drew avremmo una cosa da dirvi. Ci siamo innamorati e da ieri sono la sua ragazza" dico dolcemente.
      "Finalmente!" esclama Paige abbracciandomi calorosamente.
      "Sono così contenta per voi!" aggiunge Kate unendosi all'abbraccio.
      Anche Walt e Ben si congratulano.
      "Eih Chloe sei l'unica che è riuscita a scalfire questa roccia!" mi dice Walt dando una pacca sulla schiena a Drew.
      Drew si avvicina a me e appoggia dolcemente le sue labbra sulle mie.
      I miei amici cominciano a fischiare.
      "Che scemi che siete!" dice Drew, prendendoli in giro.
      "Sai io ci avrei scommesso tutto su di voi Chloe, state troppo bene insieme!" mi dice Paige, entusiasta.
      "Io non so cosa dire! Lo amo così tanto che sembra impossibile che un tipo come lui voglia stare con me" le dico, emozionata.
      "Chloe scherzi vero ? Tu sei fantastica! E sei perfetta per lui, come lui è perfetto per te!" si aggiunge Kate.
      In questo clima di assoluta festa, non posso far altro che osservare Drew coi suoi amici.
      E' così felice che ha quasi le lacrime agli occhi.
      Sorrido a questa scenetta.
      Poi mi viene vicino e mi abbraccia da dietro.
      "Amore, ne voglio almeno 3" mi sussurra all'orecchio.
      "Di cosa ?" chiedo, facendo la finta tonta.
      "Hai capito benissimo. Voglio 3 bimbi, ora è presto ovviamente, ma volevo che tu lo sapessi, così ti prepari" mi dice, dandomi un bacio dietro l'orecchio.
      "E' un tipo impegnativo signor Darcy" lo prendo in giro.
      "Anche lei, terribilmente signorina Bennet" mi dice di rimando.
      Non so come andranno le cose.
      Se io e Drew staremo insieme per sempre, se avremo davvero 3 figli, se ci sposeremo oppure no.
      Quello che so è che adesso voglio lui e lui vuole me.
      Questa è l'unica cosa che conta.
       
       
       
       
       
       
       

    • Cammino. Lo faccio da giorni, da settimane. Lo faccio in silenzio. Dormo nelle grotte, bevo ai ruscelli, mangio frutta. Per la gran parte del tempo evito i paesi. Possono vedermi, e la gente parla. Qualche volta però devo entrarci per mangiare, perché non si vive di frutta: svuota l’intestino e lascia il mal di pancia.
      Cammino e cerco di dimenticare la fame, la paura, il freddo. Cammino e basta. Scivolo di notte nei vicoli, dove il buio è più profondo. Sono come un’ombra, la mia, che si muove sotto i lampioni. Alla fine l’ombra è l’unica cosa che mi è rimasta, a parte naturalmente questo saio sporco rubato a un monaco. Quella è stata una buona idea: qualcuno mi dà da mangiare senza che chieda nulla, per mettersi a posto con i doveri di carità.
      Stanotte ho sentito parlare in una bettola, uno di quei buchi popolati di contadini, mercanti e puttane. Dicevano che mi stanno cercando, che sono pericoloso e se uno mi incontra mi deve segnalare alle autorità. Le quali stanno spargendo la voce e intanto annusano l’aria, come i cani. Si avvicinano, lo so.
      Ho camminato tutto il giorno, adesso cala lo scuro e mi struscio lungo i muri delle vie più strette, fra le pietre umide. L’aria sa di pelle conciata, zuppa di cipolla e vino rancido. Tutto questo buio mi si stringe addosso. Le rare torce appese ai muri di sassi colano una luce svirgolante e rattrappita, che non trova riflesso ed esaurisce presto il suo compito.
      Scendo e salgo gradini mentre lo stomaco si contrae per la fame. Ho la sensazione di essere in una strada chiusa, come se il mondo morisse in questo borgo buio senza un intorno o un panorama, un mondo immerso nel niente. Magari finisce qui, tutto  qui, di colpo. Ho la bocca secca e mi gira la testa.
       
      Quasi la travolgo senza vederla, è così piccola. Una figura di stracci, che mi prende per un braccio e mi trascina dentro una stanza. C’è un camino acceso, un tavolo, due sedie. Poco d’altro. Mi mette davanti una zuppa fumante. La sua faccia ne ha passate tante. Dietro un muro di anni indefinito ancora si mascherano due occhi azzurri e intelligenti mortificati dal naso spiaccicato, chiaramente a furia di botte.
      “Mangia.”
      Mi fa sedere di spalle alla porta. Io mangio, zitto. Dopo neanche un minuto i passi metallici degli armigeri squassano il silenzio dei vicoli. Bussano. Il cuore mi spacca il petto.
      “Ciao, Armina. Hai visto nessuno? Chi è quello?” Fanno per entrare.
      “Cosa credete. È un mio nipote, me lo ha mandato suo padre per farlo riposare un po’. Va al lazzaretto, povero ragazzo, e chissà se ne uscirà mai.”
      Silenzio.
      “Dov’è la campanella?” dice l’uomo, la voce resa stentorea dal bisogno di darsi importanza.
      “Eccola”.
      Armina tira fuori un affaretto di bronzo. Tutta la truppa arretra impercettibilmente, compreso il capo.
      “Va bene. Stai attenta, però, c’è in giro un assassino...”
      “Lo so, ne ho sentito parlare. Non vi preoccupate. Se vedo o sento qualcosa di strano vi avverto. Sono sola e vecchia, che devo rischiare a fare?”
      Non parliamo finché il rumore dell’audace pattuglia non si sfuma fra le fusa dei gatti della notte. Armina ride, coi suoi denti sgangherati.
      “Ce l’ho da una vita, quella campanella. Mio padre vendeva elisir di zampe di puzzola, menta e olio di castoro contro i reumatismi e la gotta. Giravamo per i paesi con un carretto e quando si arrivava in piazza lui si attaccava alla campanella per chiamare i clienti. Dovevi vedere quanti ne arrivavano. Adesso farà il contrario, li farà scappare. Tu ne hai più bisogno di me.”
      Il calore del fuoco e del cibo mi annientano mentre guardo i suoi occhi azzurri gioiosi abbandonarsi alla malizia della bimba dentro di lei.
      Mi sveglio alle quattro. Lei dorme su una vecchia sedia lunga, davanti al camino spento. Le lascio tre soldi raccolti dalle questue, ed esco nel buio del mattino. Ho ancora molta strada da fare.
       
       

    • Ondina

      By Ira, in Letteratura non di genere,

      Ieri ho visto un'onda. Sedevo sul molo e la guardavo.
      "Chi sei?" le ho detto.
      "Bah, non lo vedi? Sono un'onda."
      "Sei piccola. Vieni da lontano?"
      Ha cambiato direzione con una svirgolata e ha cominciato a correre in orizzontale.
      "Si - mi ha detto con una voce più sommessa - e ho visto tante cose. Ho visto tempeste talmente furiose da spaventare anche me, ho visto navi affondare nel fragore degli alberi che si spezzano e degli uomini che bestemmiano, ho visto le orche tendere agguati alle balene e fulmini precipitare a capofitto fra le onde. Ho fatto migliaia di chilometri e giocato a nascondino coi gabbiani."
      "Come hai fatto tanta strada tu, così piccola?"
      "Mi sono appoggiata alle grandi ondate oceaniche e fatta trasportare, a volte sono precipitata da decine di metri, mi sono fatta spingere dalle correnti e tirare dal vento. Si può fare tanta strada, con gli alleati giusti. Anch' io, che non conto niente."
      "Certo, rispetto alle onde di certe tempeste...quelle sì, che fanno la storia del mare:"
      "E' vero, ma scompaiono prima di me. Sfogano l'urlo che hanno dentro e arrivederci. Io invece sono qui da tanto tempo."
      "Bè, intanto adesso sei vicino a questo molo, e fra un po' ti perderai fra la sabbia. Adesso che stai per scomparire, che effetto ti fa, dopo una vita così lunga e avventurosa?"
      La piccola onda stava cominciando a sfilacciarsi, mentre si avvicinava alla riva.
      "Ho fatto la mia vita. Quello che dovevo fare."
      "Non ti sei mai chiesta perché c'eri, a che servivi?"
      La sua voce era ormai talmente esile che assomigliava ad un lontano ricordo.
      "Queste - ha detto mentre veniva spinta verso il baratro della sabbia che l'avrebbe assorbita - sono cose che vi chiedete voi uomini. A me non serve. Io appartengo al mare. Sono qui per essere parte di questo tutto."
      Tacque, ormai diventata un po' di umidità sull'arenile.
      Chissà se in quel momento il mare si sentiva come me: appena un po' più solo.

    • Quando Noele Lewis, giovane barista di Hilo venne difesa per la prima volta da Cade Evans, sexy vigile del fuoco coordinatore, si accorge di aver perso il controllo dei suoi occhi fissi sul suo scultoreo fisico e la parola. Arrivata a casa si convince che non sia il ragazzo adatto a lei ma durante un uscita con le sue due migliori amiche, incontra Cade che la invita a uscire con lui. Noele con il passare del tempo si accorge che Cade è tormentato dal passato e questo lo porterà a mantenere le distanze da lei ma ben presto il giovane vigile del fuoco si accorgerà che Noele è una ragazza diversa da tutte, provando sensazioni che non percepiva da tempo. Nello scoprire il vero Cade, Noele arriverà a testare per la prima volta i limiti del piacere erotico . Questo è il primo volume della trilogia Hawaii, a seguire Forse Mr. Evans.

    • Il Ritorno

      By Ospite, in Letteratura Rosa,


      Il Ritorno

      Marco reagì alla sconfitta regalandosi una moto e siccome faceva ancora caldo, un pomeriggio  la invitò a fare un giro per i colli bolognesi.
      Iniziarono così  a vedersi anche fuori dal lavoro e la cosa non le dispiaceva affatto, anzi stava incominciando a capire che quella  complicità  mentre erano ancora amici, si stava trasformando in qualcosa d'altro, almeno per lei.
      Arrivò di nuovo l'inverno e con l'inverno arrivò anche il primo invito a casa di lui.
      L'aveva  invitata a casa sua per prendere un tè. Laura si mise a sedere  sul divano del salotto e inaspettatamente, mentre parlavano, lui le tolse la tazza dalla mano e la baciò.
      Era confusa ed emozionata, non sapeva cosa sarebbe successo di lì a dopo.
      Mentre la baciava, in televisione una nuova cantante Americana stava emergendo e quel lungo bacio  fu  accompagnato dalle note di  "How will I know" di Whitney Houston.
      Cosa stava succedendo a quei due amici che fino ad allora avevano usato solo le parole per confidarsi e per consolarsi a vicenda?
      Si stavamo innamorando o quel bacio era solo uno sfogo che nascondeva bene le loro recenti delusioni?
      Trascorsero l'inverno tra le sale cinematografiche e i tè, seduti sul divano del salotto, davanti alla televisione che trasmetteva musica a profusione  e  iniziarono pian piano  anche a fare l'amore.
      Non erano ancora innamorati, il peso delle loro ultime delusioni, se lo portavano ancora addosso.
       Erano come due ombre scolorite dal dispiacere di avere  fallito ancora, ma che ancora ci credevano all'amore e lo aspettavano.
      E per lui arrivò. Laura non  fece in tempo a capire realmente cosa provava per quel ragazzo, quando il postino gli consegnò  una lettera che avrebbe cambiato per sempre la  loro vita, i loro destini.
      Quella missiva aveva come mittente il nome di Julie.
      Era tornata da lui, dopo un anno di fastidioso silenzio e Laura ora stava tremando.
      Non sapeva se essere felice per il suo ex amico o maledire quella ragazza che le stava per portar via un sogno che doveva ancora  nascere e vestirsi con i colori dell'amore.
      Non ci mise molto ad arrivare in città, perché il viaggio di sola andata glielo pagò lui.
      Si sposarono presto e dopo nove mesi esatti nacque una bambina.
      Alcuni anni dopo,  si trasferirono in America nella città dove lei aveva sempre vissuto, San Francisco e di lui, le rimase il ricordo di quei baci lunghi e di quelle notte d'amore che rimasero per sempre senza colore e senza parole.


       

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