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    autore che attende
    Di paure Milena non ne aveva molte. Quando lei e Mario uscivano il pomeriggio per cercare un po’ di divertimento in giro nel loro quartiere smorto era lei in genere a cimentarsi nelle avventure più rischiose, come quella di camminare sulla cima di un muro, attraversare la strada ad occhi chiusi o arrampicarsi fino alla cima più alta degli alberi nel parco dietro la chiesa. Mario all’inizio la implorava di smetterla con la sua vocina stridula, che attirava attenzioni non volute e scherni da parte di comitive di ragazzotti di passaggio. Quando poi si rendeva conto che la sua amica non era disposta a scendere a più miti consigli, Mario si limitava a coprirsi gli occhi con le mani e a sperare che tutto andasse bene durante quelle esibizioni di pazzia pura. Di diventarne partecipe non aveva la minima intenzione e a Milena in fondo piaceva l’idea di spaventarlo e di testare la sua capacità di resistenza psicologica.
    Tuttavia una paura forte Milena l’aveva. Ed era quella dei rumori forti ed improvvisi. Anche i tuoni le davano fastidio, tanto che durante i temporali notturni faceva fatica a chiudere occhio, stretta com’era nelle coperte e sopraffatta dal terrore. Quella paura era iniziata un giorno in cui era molto piccola, non aveva compiuto ancora cinque anni. Si trovava nel negozio di cartoleria della signora Aiuti, la quale lo gestiva insieme al marito, di almeno quindici anni più vecchio di lei. Il negozio era disposto su due piani, quello inferiore al livello terreno che veniva usato per il servizio ai clienti, mentre quello superiore era utilizzato come ufficio, principalmente dal signor Aiuti. Milena era entrata insieme alla madre e alla sorella per comprare il sussidiario che Elena avrebbe dovuto utilizzare durante il nuovo anno scolastico. La sorella aveva già l’aria dello scolare saccente, che si preparava in maniera seria alla sfida che gli si stava profilando all’orizzonte. Elena si curava poco di quella sorellina un po’ timida e un po’ spaurita con una piccola bambola di pezza stretta al petto e che si stava annoiando terribilmente a sentire le sue autocelebrazioni dirette alla madre e alla Signora Aiuti. Non si accorse nemmeno del momento in cui Milena salì silenziosamente le scale di quel soppalco stretto, al di fuori della vista delle due donne adulte, e si avventurò per quel mondo misterioso pieno di novità da esplorare. Una di quelle novità era rappresentata dalla scrivania dove il Signor Aiuti sistemava le pratiche relative al negozio, inclusi scontrini e contabilità. Il tavolo arrivava appena all’altezza degli occhi di Milena ma quella visuale dimezzata permise alla bambina di notare un pezzo metallico ricurvo, con una canna montata all’estremità. Milena aveva già visto quegli oggetti in televisione, quando le era capitato di guardare gli indiani inseguiti dai cowboy a cavallo, e sapeva che potevano far molto male se puntati contro un qualsiasi essere vivente. Il gatto persiano della Signora Aiuti era accovacciato su uno scaffale della libreria di legno montata sulla parete dalla parte opposta del soppalco e fissava Milena con i suoi inquietanti occhi azzurri. La tenera mente di Milena fu attraversata da un improvviso lampo diabolico e le impose prima di salire sulla sedia e poi di raccogliere quell’ oggetto metallico. La pistola era pesante ma per Milena non fu difficile afferrarne l’impugnatura e inserire il suo dito ancora infantile nel buco del grilletto. L’arma in quel momento era sotto il suo controllo e, nonostante la sua mente ancora immatura, sentiva di avere un immenso potere tra le sue mani, ovvero quello di concedere la vita o la morte a suo piacimento. Dall’alto del soppalco vide Elena, la madre e la Signora Aiuti che parlavano allegramente senza curarsi di dove lei si fosse cacciata. Puntò la pistola verso Elena, esclamando “Pum, pum” e facendo finta di averla colpita. Poi fece lo stesso nei confronti delle due signore, ignare di quello che sarebbe successo da lì a qualche secondo. Milena la puntò contro il gatto. Il dito ricevé l’ordine da parte del suo tenero cervello puerile di contrarsi e premere sul freddo grilletto metallico.
    Il botto che si sentì fu amplificato a dismisura dalla ristretta acustica del negozio e fu seguito quasi immediatamente dalle urla di terrore emesse dai presenti. Milena non gridò ma rimase immobile per lo shock subito. Dinanzi a lei vide il gatto con la testa spappolata ed incorniciata da una macchia rossa di sangue stampata sul muro, mista a peli e brandelli di carne. Dopo qualche secondo si sentirono i passi concitati della madre e della Signora Aiuti sulle scale del soppalco e quindi le loro grida disperate:
    “Milenaaa, posa quell’arma sul tavolo, posala oraaaaaa”
    La bimba non si mosse di un millimetro, come impossessata da una forza misteriosa che ne impediva il rinsavimento. Fu così che la madre si avvicinò piano piano e le disse:
    “Milena, ascolta, stai ferma. Non è successo nulla, adesso vengo ad abbracciarti e ti faccio scendere da quella sedia, così torniamo a casa”
    Milena avrebbe voluto scendere da sola ma si sentiva prigioniera di un corpo bloccato al momento dello sparo di un minuto prima, senza possibilità di poterne uscire. La pistola era ancora lì, puntata verso la macchia di sangue rosso che lei aveva disegnato con l’aiuto di un proiettile traditore.
    La madre le si avvicinò da dietro, facendo segno alla Signora Aiuti di chinarsi a terra, e afferrò Milena per le braccia. A quel punto partì un secondo colpo. Il proiettile si conficcò sulla parete dove si era fissata la macchia di sangue. Milena si svegliò improvvisamente da quel trance insano, lasciò cadere la pistola sul tavolo e iniziò a gridare come un’ossessa. La Signora Aiuti, in lacrime, afferrò l’arma e la ripose lontano dalle braccia letali di quella bimba che tutti avrebbero creduto inoffensiva. La madre cercò di far riprendere Milena da quell’attacco isterico ma dopo qualche minuto fu chiaro che sarebbe stato necessario chiamare un’ambulanza.
    Milena rimase in ospedale per una notte sotto osservazione, mentre nel frattempo la polizia mise sotto torchio gli Aiuti per sapere come mai un’arma carica fosse accessibile in maniera così semplice a chiunque fosse entrato nel negozio con cattive intenzioni. Comparve anche un trafiletto sul giornale della provincia descrivente l’episodio e che interruppe la serie di notizie monotone che caratterizzava la cronaca locale. Milena non si ricordava di aver ricevuto una punizione per quel gesto. Ma puntualmente a fine anno, durante le celebrazioni di San Silvestro, ogni botto le faceva riaffiorare la cornice di sangue stampata sul muro attorno al cadavere del gatto persiano. E a rinnovare ogni volta quell’angoscia tremenda. Le lacrime scorrevano copiose sulle sue guance nel ricordare quell’episodio quasi rimosso dalla memoria. E quindi attribuì la sua fama di pazza della famiglia proprio a causa di quanto combinato quel giorno.
    Il serial killer di editori
     
     
     
        “Mauro, perché scrivi?”, questa era la domanda che il dott. Pompelmo Lorenzini, lo psichiatra della Azienda USL di Rimini, mi rivolgeva da anni, bravissima persona, molto umana, a volte un poco ossessiva, tipo nel ripetere ad esempio questa particolare domanda, che poi io rispondevo sempre nello stesso modo: “Perché leggo, dottore”. 
        “Ma leggere è una cosa diversa dallo scrivere, non è vero Mauro?“.
        Che poi lui aveva questo modo un po’ antipatichino di fare domande retoriche, e a volte calcava la mano scendendo nei particolari, tipo quando sottolineava che per scrivere occorrono carta e penna, “Invece per leggere tu hai bisogno solo del libro, vero Mauro?“. Io all’inizio lo assecondavo, partecipando attivamente alla discussione, puntualizzando magari: “O la matita!”.
        “Certo Mauro, o la matita. Per scrivere oltre alla carta ci vogliono la penna, o la matita. Ma perché scrivi? Non ti basta leggere?”
        Continuando la terapia sono emerse molte cose grazie al dott. Lorenzini, ad esempio mi sono ricordato di avere sempre letto, appena a sei anni ho imparato a farlo: prima i fumetti, e poi dalla quinta elementare i libri, quelli di fantascienza e i gialli... quanto mi piacevano i gialli!
        “E poi cos’è successo’”, mi chiedeva incoraggiante il dott. Lorenzini.
        “E poi…”, a questo punto mi vergognavo un po’, perché io lo so che certe cose non si fanno, o meglio... se si fanno però non si dicono, e allora  abbassavo lo sguardo, arrossivo, ma lui era bravo a incoraggiarmi, mi faceva sentire normale.
        “Non ti vergognare”, mi diceva, “sono cose ordinarie, nella pre-adolescenza ci passano tutti.”
        Io mi stupivo, non sapevo se stava mentendo per mettermi a mio agio o magari... forse... “Perché, dottore.... anche lei, a quattordici anni ha letto L’età della ragione di Sartre e Il castello di Kafka?”. L’ultima parte della risposta mi era uscita d’un fiato, quasi strozzandomi la gola, mi ero reso conto che stavo ansimando. Il dottor Lorenzini non si scomponeva mai, però a volte, come quando facevo i nomi di quei due titoli, mi pareva che un’ombra gli passasse sul viso. Dopo un garbato colpo di tosse diceva: “Be’, ognuno ha le sue debolezze…”. 
        “E lei cosa leggeva dottore?”
        Lui non me lo diceva, per deontologia professionale, ovvio, e mi spingeva ad approfondire però l’argomento: quali emozioni avevano suscitato in me tali letture?
        Ecco, ragionando, grazie alla perseveranza del dott. Lorenzini, ho capito che ero rimasto affascinato da come la suspence e il ritmo coinvolgente della trama che avevo trovato nei fumetti e nei romanzi di genere, ora fossero al servizio dell’introspezione psicologica. Avevo scoperto un mondo bellissimo, e in breve tempo leggere era diventata una guida per crescere, viaggiando dentro me stesso, tanto che i libri avevano assunto, nella mia vita, la stessa consistenza reale di una bolletta della luce, o di un cassonetto dell’immondizia.
        “Ma allora non scrivevi, vero Mauro?”
        “Oh, no, dottore, allora no…”
        “E quando hai incominciato?”
        “Be’, ero già grande, in quarta superiore credo.”
        In quarta superiore avevo scritto il primo racconto, su un foglio di protocollo. Si chiamava L’amore è una cosa maravigliosa, ed era la storia di due lettere dell’alfabeto molto distanti nella tastiera della macchina da scrivere, che si erano incontrate per un errore di battitura (erano la “Q“ e la “ù“).
        “Ah, ma questo è molto bello, solare, allegro”, mi incoraggiava il dott. Lorenzini. “E poi?”, voleva sapere.
        E poi per due-tre anni non avevo scritto altro (“Bene”), solo dopo il servizio militare, quindi dovevo avere 21 anni, mi è venuto fuori un altro racconto divertente (“Bravo!”), si chiamava Il cane è il miglior amico dell’uomo? e parlava delle disavventure di un tizio alle prese con un cane che lo metteva in situazioni sempre più difficili, fino a far scoppiare la terza guerra mondiale.
        “E dopo?”, chiedeva il dott. Lorenzini con voce seria.
        Eh, dopo... avevo scoperto i libri di Antonio Tabucchi e di Gianni Celati, sarà stato il 1988, o 1989. Avevo trovato quei due scrittori tanto affini a me, alla mia sensibilità, che a un certo punto avevo desiderato leggere qualcosa scritta nel loro stile... ma che ancora non c’era. Così cominciai a scrivere sul serio. Racconti. Ormai ero stato contagiato dal virus della scrittura. Ne scrissi sei, di racconti, poi mi resi conto che gli ultimi due sembravano il primo e l’ultimo capitolo di un romanzo. E allora successe: scrissi tutti i racconti/capitoli che stavano nel mezzo, così nacque il mio primo romanzo, Eco.
        “E di cosa parlava, questo romanzo?”, mi chiedeva con tono indagatore il solerte psichiatra.
        Io mi confondevo, balbettavo, allora lui per aiutarmi mi diceva: “Calmati, facciamo così, la prossima volta mi porti una paginetta scritta, come se fosse la sinossi che invii a un editore…”.
        A quella parola io mi accartocciavo sulla sedia e cominciavo a mugolare. Il dott. Lorenzini si rendeva conto di aver forzato troppo la mano e mi dava due pastiglie di valium.
        Comunque questa era la scheda che gli portavo la volta successiva.
     
    Eco (1999), romanzo, lunghezza 145 cartelle (2000 caratteri), genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: Antonio Tabucchi, Richard Ford.
    È un romanzo breve in forma di racconti. Gli undici capitoli che compongono il romanzo, resi con stili fra loro molto differenti, possono essere letti come racconti autonomi. La narrazione di un’unica storia è resa frammentariamente, spingendo il lettore a collocare nella giusta successione gli episodi di cui viene di volta in volta informato, arrivando a ricostruire il quadro completo degli eventi. Questo, secondo l’idea che non sia possibile raccontare una vita una volta per tutte, ma solo suggerirne un’interpretazione.
    Un uomo ricorda persone e vicende importanti della sua vita con la consapevolezza che raccontare qualcosa comporti il rischio di tradire la realtà. Attraverso il filo conduttore del rimpianto l’io narrante affronta il tema dell’amicizia, quello dei rapporti familiari, tratteggia una storia d’amore e si misura soprattutto con il tema del doppio, sviluppato fra il protagonista e un amico di vecchia data.
     
        Il dott. Lorenzini leggeva e scuoteva impercettibilmente il capo, da un lato all’altro, come se il nodo della cravatta gli stringesse il collo. Quando finiva posava la sinossi sulla scrivania e non commentava. Io ero sulle spine, avrei voluto che mi comunicasse le sue impressioni, ma lui zitto per due minuti buoni. Quindi mi chiedeva: “E dopo che... che le persone a cui ti sei rivolto per pubblicare il romanzo te l’hanno rifiutato, cos’hai fatto?”.
        “Ne ho scritto un altro", rispondevo sicuro io.
        “Non ti è venuto in mente che un esperto del settore, con tutta la sua competenza, tramite il rifiuto volesse sollecitarti a lasciar perdere questa strada?”
        “No.”
        “Perché?”
        Io allora ammutolivo, non sapevo cosa rispondere. Il dott. Lorenzini rimaneva a guardarmi, muto anche lui, cercando di penetrarmi con il suo sguardo. Poco prima che la seduta finisse mi chiedeva di portare, per la volta seguente, la sinossi del romanzo successivo.
        Io pensavo che era meglio non parlargli di Furz - storie favolose, i racconti per bambini dai 6 anni in su scritti ognuno capovolgendo una delle tecniche narrative delle favole, tipo mettendo al posto di “C’era una volta”, “C’è adesso, in questo momento...”, oppure “Una volta non c’era…”. Anche del romanzo fantastico per ragazzi sopra i 12 anni, La storia più bella, raccontato al futuro anteriore, che parlava di un mondo ancora non nato, dove le leggi della fisica saranno diverse dalle nostre, e dove la natura di ogni cosa, compresa quella dei protagonisti, verrà svelata al lettore solo negli ultimi capitoli, anche di quel romanzo era meglio non fare parola. Poi… di tirare fuori Dialogo di pesce con umani non se ne parlava proprio, perché il dott. Lorenzini aveva Faccetta nera come suoneria del cellulare, e di un romanzo, per quanto breve, sul G8 di Genova 2001, soprattutto scritto dal mio punto di vista, era meglio tacere. Comunque la sinossi, se avessi avuto il coraggio di portargliela sarebbe stata questa:
     
    Dialogo di pesce con umani (2006) è un romanzo breve (molto breve), ispirato ai fatti di Genova 2001, ma questi non vengono mai citati esplicitamente perché ha la pretesa di essere un’opera metaforica, valida in ogni tempo e ovunque lo Stato di diritto sia sospeso.
    Lo stile si rifà a quello del drammaturgo Bernard-Marie Koltès e lo scrittore José Saramago. 
    Il romanzo cerca di rappresentare i sentimenti del rimorso, dell’impotenza e dell’odio, che emergono dal dialogo dei tre personaggi con un pesce.
     
    Ecco, io non sono stupido, e so che se avessi fatto leggere queste righe a me un T.S.O. non lo avrebbe risparmiato nessuno. Così ho presentato al dott. Lorenzini la sinossi del romanzo successivo, Quattro.
     
    Quattro (2007), romanzo, lunghezza 123 cartelle, genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: École du regard
    L’opera nasce dalla scommessa di riuscire a rappresentare (e non dire) i tempi morti della vita, come le attese a un passaggio a livello, o il tragitto per andare al lavoro.
    Tre personaggi, un uomo, una donna e un ragazzo, si trovano su un vagone della metropolitana di Roma durante un giorno d’estate del Giubileo del 2000. I primi tre capitoli del romanzo sono dedicati ciascuno a uno dei protagonisti, nel quarto essi interagiscono.
    Ogni personaggio è presentato al lettore mentre è immerso nel flusso di un pensiero contingente, che divagando e articolandosi finisce per costruire la sua storia. Il ritratto dei personaggi si interrompe quando il vagone si ferma per un guasto sul ponte sopra il Tevere: a quel punto i tre escono dal finestrino e hanno una breve interazione. Nel quarto capitolo il presente viene descritto nei minimi particolari, ma la ripetizione dei gesti quotidiani li confonde, distribuendoli secondo una sequenza temporale sfalsata. Il romanzo si regge proprio sulla contrapposizione degli stili narrativi: a una storia convulsa ma temporalmente coerente, si contrappone la quotidianità di un presente atemporale.
     
        Il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il foglio su e giù appena vi posava sopra lo sguardo, e verso la fine doveva tenerlo stretto con tutte e due le mani, per mascherare l’agitazione che quelle righe gli avevano trasmesso. Io mi sentivo in imbarazzo, mi dispiaceva far soffrire così una persona tanto sensibile e professionale, mi facevo piccolo piccolo sulla sedia, sperando di confondermi come un camaleonte sul ramo.
        Alla fine il dott. Lorenzini espirava una lunga fiatata, scuoteva un po’ il capo e guardandomi con chiara commiserazione diceva: “Mauro…”. Non aggiungeva nient’altro, ma si capiva che era molto preoccupato per me. Dopo un po’ aggiungeva: “Ma i rifiuti ed... del settore, non sono bastati a renderti edotto della tua inadeguatezza con la scrittura.?”
        “Se permette…”, accennavo io timidamente, “io non credo di essere inadeguato alla scrittura.”
        “Ma andiamo, Mauro! Sappiamo bene tutti e due che ti è arrivata una scheda di lettura del Premio Capellone (io a quel punto ululavo senza ritegno e mi contorcevo sulla sedia) dove si dice a CHIARE LETTERE (il dottore alzava la voce per coprire i miei versi disarticolati), che hai scritto una storia senza capo né coda. No, dico, senza capo né coda!”
        Io allora mi calmavo di colpo, e con la lucida consapevolezza dei miei lontani giorni migliori rispondevo con voce tranquilla, ricomponendomi sulla sedia: “Quattro è scritto secondo il paradigma letterario del Nouveau Roman, uno dei cui maggiori rappresentanti in Italia è stato Eugenio Capellone dal ’62 in poi…”
        “Ah, pure critico letterario, ora!”, cercava di interrompermi il dott. Lorenzini.
        “Non lo dico solo io”, ribattevo cominciando a tremarmi la voce, “lo dice anche Robbe-Grillet!”
        “E chi è adesso questo qui?“
        Per un attimo la sorpresa per quelle parole mi lasciava a bocca aperta, ma poi, raccogliendo le ultime energie trovavo il coraggio di concludere: “Sono stato giudicato come un critico d’arte ignorante potrebbe giudicare un Kandinsky con il metro di valutazione di Raffaello, o... o come se il Premio fosse intitolato a Baricco!”.
        Il dott. Lorenzini, che è bravo e buono finché uno non gli fa perdere le staffe, se gli tocchi Baricco diventa una belva: “Cosa-cosa?!”.
        Sapevo di averla fatta grossa, allora mi assaliva la paura e mi rannicchiavo di nuovo sulla sedia, agitando la mano come per dire: “No, no, dimentichi quello che ho detto”. 
        Ma era troppo tardi. Anche tenendo gli occhi bassi sul pavimento sapevo che il dott. Lorenzini stava premendo il pulsante per chiamare Otello e Hamed, i due infermieri energumeni che mi avrebbero messo la camicia di forza e trattenuto poco gentilmente nella saletta imbottita del seminterrato fino al giorno dopo.
        Quando le sedute prendevano quella piega, per qualche settimana le chiacchierate con il dott. Lorenzini erano molto vaghe: le sue domande si concentravano sulla mia salute fisica e mi faceva parlare pochissimo.
        Poi arrivava il momento in cui mi chiedeva la sinossi del romanzo successivo. Io non gliela volevo presentare, aveva una paura folle, e per un paio di settimane inventavo scuse: “Me la sono dimenticata a casa”, “Ieri avevo mal di pancia e non ho potuto scriverla”. Il dott. Lorenzini non si arrabbiava mai, “Bene”, diceva, “me la porterai la prossima volta”, e alla fine io gliela portavo.
     
    Napolisi - romanzo non storico (2009), romanzo, lunghezza 145 cartelle, genere drammatico, target lettori adulti, affinità: William S. Burroughs, Clarice Lispector.
    È un’opera polemica, nella forma e nel contenuto, perché mette in discussione sia un modello letterario che alcuni pregiudizi ormai radicatisi nell’immaginario collettivo su un artista italiano, ricordato per la sua attività di polemista e trascurato per la sua produzione artistica.
    Se il romanzo storico ha il potere di ricreare un’atmosfera, trasmettendo al lettore qualcosa di profondo dell’epoca e dei personaggi di cui legge, quello “non-storico“ racconta qualcosa di palesemente non vero, affinché il lettore, per contrasto o analogia, rifletta sulla realtà senza poter dimenticare di star leggendo un’invenzione.
    L’opera è divisa in due parti. Nella prima viene introdotto un protagonista, artista poliedrico (scrittore e regista, ma non poeta), ricalcato su quello reale a cui mi ispiro, ma la due biografie solo in alcuni casi coincidono, in altri sono cambiati alcuni dettagli minori, in altri ancora è palesemente capovolta. Il racconto di Napolisi è punteggiato da citazioni delle opere del personaggio reale (che diventano l’unica cosa vera del romanzo) e intramezzato da interviste immaginarie con scrittori e poeti dell’epoca, la cui identità è al pari travisata.
    Nella seconda parte, in tre quadri, vengono affrontati altrettanti temi dell’Italia degli anni ’50 e ’60: il rifiuto dell’omosessualità in quanto devianza, il timore per il comunismo, e la coincidenza fra omosessualità e pedofilia. Nel primo quadro traspongo il caso Braibanti, nel secondo l’eccidio di Modena del 1950, nel terzo l’omicidio di Ermanno Lavorini.
     
    Il dott. Lorenzini leggeva con algido distacco, io tremavo aspettandomi la sfuriata, che però non giungeva. Alla fine egli posava il foglio sulla scrivania e con un sorriso amabile mi domandava: “Bene, Mauro, vuoi dirmi se qualcuno ha accolto la tua richiesta di pubblicazione?”
        “Ne-nessuno“, rispondevo balbettando.”
        “E scommetto... ti sei rimesso subito a scrivere, vero?”
        “N-no…”
        “Ah…!”, esclamava il dottor Lorenzini allargando la bocca e lasciandola così, come una O sospesa sopra la scrivania, che a me creava molto disagio questa confusione con le lettere; voglio dire... dire “A” e disegnare “O“ con la bocca mi sembrava un trucco ignobile.
        “Ma Mauro... (anche le assonanze proprio non mi andavano giù), vuoi forse dirmi che hai smesso di scrivere?”
        “S-sì…”
        “Ma è meraviglioso! E come sei giunto a questa saggia decisione?”
        Io non rispondevo, tanto lui la conosceva a memoria la risposta, e anzi mettevo il muso. Allora lui faceva la voce di chi si rivolge a un bambino timido e continuava a chiedere di dirglielo.
        “P-per.... nooon... imp-pazzire…"
        “BRAVISSIMO! Vedi che tu conosci già la risposta? Conosci sia il male che la cura.” 
        Poi aspirava in fretta una boccata d’aria e diceva: “Ora… prima di andare avanti, mi vuoi dire come ti sei sentito quando hai smesso di scrivere?”
        Io mi ero sentito strano, ma avevo imparato che a questo punto dovevo dire che stavo bene. Se avessi detto la verità, avrei dovuto dire che mi sentivo come uno un po’ brillo. Non ubriaco, ma sul punto di esserlo. Per una vita la scrittura mi aveva guidato, farne a meno mi dava un senso di vertigine. Che è una cosa brutta. Però questo non glielo dicevo, al dott. Lorenzini.
        “Allora, stavi bene, e poi a un certo punto hai scritto ancora, vero?”
        “Sì.”
        “Raccontami com’è successo.”
        Era successo che appena avevo smesso di scrivere (marzo 2009) avevo trovato lavoro per otto mesi al servizio clienti dell’Ikea, da fine aprile al 31 dicembre. Facevo molti straordinari e lavorare mi aiutava a sopportare il senso di perdita di equilibrio che mi portavo dentro. Poi, una decina di giorni dopo aver smesso di lavorare (mi ricordo bene, era la mattina dell’11 gennaio 2010), per caso aprii un file vecchio di dieci anni salvato con il nome di “Enciclopedia galattica”, e lì avevo letto l’unico appunto che conteneva, di quattro parole: “Boltianore, inventore della polvere”. 
    Persi il controllo, venni risucchiato dalla febbre della scrittura e scrissi fino al 24 aprile, vigilia della Liberazione e liberazione dalla mia astinenza. Così era nato Il mondo di Perlisso.
     
    Il mondo di Perlisso (2010), romanzo, 175 cartelle, genere surreale; target lettori adulti, affinità: Calvino, Borges.
    Il Mondo di Perlisso è un libro borgesiano con il naso da clown.
    Lorelai, un organismo puramente intellettuale e multiplo, ovvero composto da personalità differenti, si immagina un mondo e poi l’universo secondo una logica molto diversa dalla nostra. Rimane affascinato dalla materia, in particolare dalla vita intelligente, soprattutto quella degli umani (per lui, i pupi). Questa seduzione lo porta a immedesimarsi nelle loro opere d’arte, in cui egli scorge l’equivalente della sua immaginazione della materia. Per Lorelai questo avrà conseguenze sorprendenti: scopre di essere, forse, anch’egli un individuo mortale, e abbandona il Mondo che ha creato lasciandolo agli umani. Si saprà alla fine del libro che il “noi” narrante è l’unico pupi ad aver avuto un contatto diretto con Lorelai, rimanendone letteralmente fulminato dallo sguardo.
     
    Il dott. Lorenzini sospirava e dopo aver posato il foglio con la sinossi sul piano del tavolo mi chiedeva, con compassione: “Perché?”.
    Io non dicevo niente.  Dopo qualche minuto egli precisava la domanda: “Perché Mauro? Perché ci sei ricascato?”
    Io non dicevo niente.
        “Mauro”, mi chiamava allora il dott. Lorenzini, “dimmi, ti prego, perché hai ripreso a scrivere. Te lo chiedo come un amico…”
        “Perché…”, rispondevo allora io, più per farlo stare finalmente zitto che per assecondarlo, “perché è la mia natura.”
        “La natura, la natura... la natura si domina. L’uomo, Mauro, domina la natura.”
        A volte mi risparmiava la filippica sul controllo della natura, che poteva durare anche per due-tre sedute, e andava alla scheda di lettura dell’agenzia letteraria. Sì, perché mi era venuto in mente di inviare Il mondo di Perlisso alla Mambelli, e quelli non li accettano mica i manoscritti non sollecitati, c’è scritto sul loro sito, così avevo chiesto loro se, gentilmente, potevano dirmi i nomi delle agenzie letterarie a cui si rivolgevano, e loro avevano gentilissimamente risposto, mandandomi un elenco. Avevo scelto l’agenzia Sfera, pagato 360 euro e dopo un paio di mesi mi era arrivata la scheda di valutazione.
        “E cosa diceva questa scheda di valutazione?”, chiedeva trattenendo un sorriso il dott. Lorenzini.
        “Descriveva in maniera asettica il mio stile, trovandolo impeccabile, e senza rilevare difetti nella struttura del romanzo”, rispondevo subito io.
        Il dottore annuiva, aveva la scheda sotto gli occhi, poi frugava con le sue dita affusolate fugava fra le penne a sfera e il tagliacarte dal manico in avorio dal cilindro porta-penne in pelle (se le assonanze le adopero io mi piacciono, perché creano colore), prendeva l’evidenziatore e tracciava un breve tratto sull’ultima riga della valutazione. Mi porgeva il foglio e mi chiedeva cortesemente di leggere quello che aveva sottolineato.
        Io stavo zitto con il foglio in mano, senza guardarlo.
        “Maurooo…”, mi esortava con condiscendenza il dott. Lorenzini.
        Allora io leggevo: “Questo romanzo non ha target”. 
        “E cosa vuol dire, secondo te?”
        “Che chi l’ha scritto non conosce la natura umana.”
        “Interessante. Spiegami, per favore,  cosa intendi con queste tue parole.”
        Io allora gli spiegavo che gli uomini, cioè gli esseri umani, per quanto siano unici e irripetibili se presi nella loro individualità, nondimeno ubbidiscono a sentimenti, pulsioni, condivise. Se qualcuno ha un’idea, può star certo che qualcun altro l’ha già formulata e ad un altro starà balenando in mente in quel momento, e un altro ancora la formulerà domani. A quel punto il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il capo con commiserazione e a me questa cosa faceva montare il sangue alla testa, così saltavo i passaggi logici che mi ero preparato e cominciavo a gridare, sbattendo il palmo sulla scrivania: “Ma lo sa che c’è gente che gode a farsi pisciare in bocca? Controlli, vada su Tibrombo punto com e cerchi nelle categorie, si chiama pissing!”.
        “Ma che c’entra?”, obiettava il dott. Lorenzini.
        “C’entra perché se a uno gli viene in mente una cosa strana, e almeno per me questa è strana, c’è un altro che ci ha già pensato, anzi, l’ha messa online, anzi, la vende come prodotto!”
        “E allora? C’è anche gente che pratica la coprofagia…”, diceva il dott. Lorenzini cercando di orientarsi sinceramente nel mio ragionamento.
        “Quella è sotto l’etichetta “bizzarre”, controlli!”, sbottavo io indisposto per la sua interruzione e perdendo il filo del discorso.
        “Voglio dire”, riprendevo a spiegare, cercando di calmarmi, “Che nessun pensiero può essere senza target. Magari saranno in pochi a formularlo, di sicuro chi può apprezzare ciò che scrivo sarà meno numeroso di chi ama il fisting, o lo squirting, o il piselling…"
        “Cos’è il piselling?”, mi chiedeva il dott. Lorenzini.
        “Ma non lo so”, mi esasperavo io, “non so nemmeno se esiste. Il punto è che non c’è nulla, all’interno di una società, che non sia condiviso, magari da una minoranza.”
        A quel punto il dott. Lorenzini faceva uno stanco cenno della mano come per dire che non valeva la pena continuare a parlare di quell’argomento e dopo un attimo di silenzio mi chiedeva: “Ma allora, se l’agenzia si sbagliava, perché hai smesso di scrivere un’altra volta ancora?”
        “... Perché non ne avevo più la forza.”
        “Ah, quindi stai dicendo che la prima volta era una decisione diciamo così... lucida, presa a tavolino?”
        “Sì.”
        “E questa volta invece è stata... la tua natura a decidere per te?”
        “Sì.”
        “E la prima volta quanto tempo sei rimasto senza scrivere? Sei, sette mesi?“
        “Nove.”
        “E invece ora…?”
        Di solito la seduta finiva a quel punto, anche se mancavano venti minuti o mezzora. Io comunque ero rimasto senza scrivere per sei anni e un mese, fino al 21 maggio del 2016. 
        Era successo così, che mia moglie doveva andare a Foggia per vendere l’appartamento che era stato dei suoi, e io ero solo in casa, cioè, solo con mia figlia, ma lei era a scuola quindi possiamo dire che ero solo. Non mi ricordo com’è successo, davvero non me lo ricordo, ma a un certo punto sullo schermo c’era l’inizio di una storia, un’idea. Ma questa volta mi ero detto che sarei stato attento. Questa volta, avrei costruito un cavallo di Troia.
        Avrei scritto un romanzo trappola. Un romanzo di genere, un thriller di fantascienza, che a tre passi dalla fine sarebbe diventato uno dei miei romanzi. Sono stato lucido e scaltro. Scrivevo un capitolo a settimana e lo testavo sul mio migliore amico, che ama i fantasy e i libri dei vampiri. Il cavallo di Troia era perfetto, quando la statua lignea fu completa il mio amico sprizzava scintille di ammirazione,  quando il cavallo venne osannato dai Troiani fuori dalle mura il mio amico mi inviò una mail entusiasta, quando venne trascinato all’interno della città il fervore del mio amico crebbe a un livello tale da farmi sentire Dio. 
        Poi, scesa la notte, si aprì la botola celata sotto la pancia del cavallo, e il mio amico disse: “Sì... be’...”. Dalla botola calarono Ulisse e la sua guardia scelta (“Aspetta, quindi cosa succede…?”), e una volta aperte le porte l’esercito degli Achei entrò a Troia (“Oh... ah...”), e la distrusse (“...”).
        Adesso sono qui, e ho pianificato tutto, perché sono un lettore. Quando il dott. Lorenzini finirà di leggere la sinossi del mio cavallo di Troia (ho omesso di presentargli Il drago di Cesenatico e altre storie così - 2009, per bambini dai 25 kg in su, perché è un libro pieno di tenerezza e lui non la merita) lo ucciderò con il suo tagliacarte, ma nessuno potrà incastrarmi, perché i lettori pensano, e gli scrittori pianificano. E domani, libero per le strade di tutto il Paese, con una lista di 23 nomi di editori (ora posso dirlo senza più tremare), agenti letterari e componenti di comitati di lettura di premi, compierò la mia vendetta. Cadranno tutti sotto i miei colpi... perché io ho letto più libri di loro.
     
    Blu (2016), romanzo, 264 cartelle, thriller esistenziale, target: lettori adulti, affinità: Malerba, O’Brien, Morselli.
    Un uomo si risveglia in un mondo disabitato senza alcun indizio che spieghi la scomparsa degli esseri umani. Si mette alla ricerca della moglie e della figlia, mentre il mondo attorno a lui comincia a mutare sovvertendo le leggi della fisica. La ricerca delle spiegazioni di cambiamenti sconcertanti si confonde con la necessità di saper raccontare a se stessi la realtà.
    Solo all’ultimo paragrafo il lettore capirà cosa sta succedendo, e a quel punto dovrà ripercorrere tutto ciò che ha letto considerandolo da una nuova prospettiva.
    Questa storia ripercorre la vita di un uomo nato subito dopo il secondo conflitto mondiale da una famiglia povera di agricoltori del profondo Sud. Quando era necessario Marco aiutava i genitori in campagna, ma in realtà non aveva nessuna voglia di fare il contadino. Voleva andare a scuola, imparare a parlare italiano, scrivere bene, questo era il suo sogno. I genitori erano d'accordo con il ragazzo, doveva andare a scuola prendere un titolo di studio, emigrare in territori dove era possibile lavorare. Marco era molto bravo a scuola, studiava sempre senza tralasciare nulla e, quando gli rimaneva del tempo libero scriveva delle storie, imbrattava diversi fogli con brevi storie della realtà contadina del tempo. Per questo ragazzo era molto importante la scrittura. In quarta elementare portò a casa una pagella di otto e nove e chiese alla madre il prezzo del biglietto per andare al cinema. La mamma negò al ragazzo questa gioia, le condizioni economiche della famiglia non lo consentivano. Il padre lo voleva imparare a zappare. Provò una volta, ma il padre gli disse : meglio che vai casa fai più danno che utile!
    Marco proseguì gli studi fino alla laurea. Trovò un'occupazione in un Istituto di ricerca privato, le ricerche erano molto interessanti. Nell'arco di tre anni imparò a perfezione la lingua inglese, scriveva articoli tecnici per testate scientifiche americane. Aveva fatto passi da gigante. Con il suo lavoro aveva avuto l'opportunità di girare il mondo. Ormai utilizzava normalmente tutte le apparecchiature elettroniche sia per lavoro che per diletto. Quando ritornava in paese non aveva più amici, si erano tutti al Nord oppure all'estero. Resisteva soltanto due/tre giorni per visitare i genitori e non sopportava i ritmi lenti di quell'ambiente, ormai era bene allenato per ritmi frenetici che mantenevano in forma cuore e cervello.
    Quando guardò l’orologio si rese conto che era già tardi. L’appuntamento era stato fissato per le 13 in punto e lui alle 12.45 stava ancora seduto alla panchina del parco. Quella ragazza lo aveva distratto. Era rimasta seduta di fronte a lui per quasi un’ora senza fare assolutamente nulla di particolare, neanche il gesto semplice di aprire un libro o un giornale e far finta di leggerlo. Sedeva e basta, guardandosi intorno ogni tanto, fissando la strada che correva di fronte, le macchine che starnazzavano all'impazzata ad ogni semaforo rosso. La borsetta stretta al fianco, un paio di pantaloni non troppo stretti, un maglione un po’ cadente sulle spalle e un cappello di lana di un colore acceso, che a pensarci bene non avrebbe saputo dire se si trattasse di una sfumatura di rosso. Non aveva pensato neanche per un momento di avvinarsi e intavolare una banale conversazione qualsiasi, si era accontentato di osservare come si farebbe con uno schermo a immagine fissa, fin quando non fosse successo qualcosa di imprevisto, una telefonata, un amico arrivato in ritardo.
    Ma in quell'ora nulla del genere era capitato e il tempo era passato tra le foglie degli alberi e la ghiaia calpestata dai bambini intenti a rincorrersi.

    Alle 12.46 si era tirato su di scatto, aveva guardato distrattamente verso la panchina per accertarsi di non aver lasciato nulla del suo prezioso carico, aveva guardato lei come per salutarla e si era avviato di corsa verso la stazione metro più vicina a 500 metri da dove si trovava.
    “Io quella faccia l’ho già vista da qualche parte” questo pensiero lo aveva folgorato appena aveva messo piede nella vettura spingendo gli altri passeggeri per non rimanere incastrato tra le porte che già si stavano richiudendo preannunciate dal solito campanello sordo. “ Sono sicuro di aver già visto quella ragazza da qualche altra parte e non una volta sola, ma diverse volte…”
     
    Aveva provato a fare uno sforzo ulteriore di memoria ripercorrendo le facce delle persone che vedeva ogni giorno uscendo di casa, tra quelle del suo condominio, i vicini, le commesse dei negozi che era solito frequentare nell'arco della settimana ma non c’era stato verso di collocarla in un luogo qualsiasi di un qualsiasi momento della sua vita. Aveva ripensato anche all'università, ai vecchi amici, le comitive frequentate e repentinamente mollate. Non era niente di tutto questo.
    12.52 mancavano ancora poche fermate e sarebbe arrivato a destinazione, ma ce l’avrebbe fatta per le 13? ripercorreva mentalmente le cose che aveva infilato di corsa nel borsone, per non farsi notare dagli altri. E se avesse dimenticato qualcosa? I pensieri si rincorrevano in un turbinio incessante intervallati solo da quella faccia fin troppo famigliare per non riconoscerla.

    12.53 qualche goccia di sudore cominciò a scorrergli lungo la schiena, non che facesse caldo, ma aveva la sensazione che la vettura si muovesse troppo lentamente. “Dai cazzo!”
    In negozio non si erano accorti di nulla. Aveva seguito attentamente le istruzioni che gli erano state date: aveva lasciato quel pacco per ultimo, poi mentre gli altri erano in pausa pranzo lo aveva aperto infilando il contenuto nella borsa da palestra che portava sempre con se, dopo di che aveva infilato dentro la merce già estratta dagli altri e lo aveva richiuso così che sembrasse non fosse mai stato aperto. Con il suo carico era tornato a casa e si era tenuto il borsone accanto al letto tutta la notte per paura che qualcuno ci guardasse dentro.
    12.58 ancora una fermata e sarebbe arrivato, doveva solo stare calmo e magari pensare alla ragazza della panchina.

    Quando la metro si fermò all'improvviso sentì il sangue gelarsi nelle vene. Passarono i secondi che divennero minuti. Arrivarono le 13 e il treno non sembrava aver fretta di muoversi, poi le 13.05… “Mi ammazzano” pensò. Guardava freneticamente l’orologio con la voglia di distruggerlo, ora sapeva come si sente un topo preso in trappola.
    13.11 e nessun segnale. Alle 13.15 una voce meccanica annunciò che il treno era fermo perché una persona si era gettata sui binari, si stavano attendendo le forze dell’ordine per i dovuti rilievi. “Ci scusiamo per il disagio”.

    “Ci scusiamo per il disagio?” Senza accorgersene la paura gli aveva disegnato uno strano ghigno sulla faccia stanca. Qualcuno se ne era accorto e si era messo a fissarlo, inquieto.
    Non c’era via di scampo, sarebbe arrivato, ma troppo tardi, l’affare sarebbe saltato e gliel'avrebbero fatta pagare, lo avevano avvertito questa era la sua ultima possibilità. “ O dimostri che di te ci possiamo fidare oppure sei fuori dal giro e quello che accadrà dopo saranno cazzi tuoi, lo hai capito o no?”
    13.20 il sudore gelato ormai gli imperlava la fronte e scendeva copioso lungo la schiena, la bocca asciutta, un forte ronzio alle orecchie. Prima che mi ammazzino impazzisco, pensò, e in qualche modo questo pensiero aveva cominciato a tranquillizzarlo.
     
    All'improvviso con uno scossone inaspettato da tutti il treno si mosse. I visi contratti pian piano si distesero, ma non il suo su cui ricomparve la smorfia di terrore. Erano le 13.40, aveva sforato di 40 minuti, anche 45, il tempo di uscire fare le scale, stare su, scansare la gente.
    Gli tornò in mente il volto di suo padre arrampicato sul tetto con in mano una cazzuola, la sigaretta all'angolo della bocca, lo splaf del cemento fresco sotto il sole di un agosto lontano.
    Cosa faccio adesso? Cosa faccio adesso?
    Non scendere gli disse all'improvviso una voce. Era la voce di una donna che si era avvicinata senza che lui se ne accorgesse e ora gli stava di fronte, fissandolo con naturalezza.
    Alzò lo sguardo e la riconobbe: era la stessa ragazza che gli sedeva di fronte nel parco, lo stesso maglione, la stessa sagoma un po’ sfuocata, lo stesso cappello di un colore vicino al rosso.
     
    “Come hai detto?” sussurrò con un fil di voce e fissandola negli occhi che solo ora vedeva essere intensamente chiari.
    “Non scendere” ripeté lei scandendo le parole una per volta come a farsi capire meglio.
    Ci mancava solo questa: non solo lo avrebbero fatto a pezzi, ma ora c’era anche una squinternata che aveva la pretesa di dirgli cosa era meglio fare.
    Eppure, per qualche strano motivo, senza neanche sapere il perchè alla fermata indicata un peso enorme lo tenne inchiodato al suo posto. Le porte si aprirono e poi si richiusero e lui non scese.
     
    Fissò di nuovo la ragazza che ora si guardava intorno con circospezione, ma non le chiese nulla. Non le chiese chi fosse e cosa volesse da lui, non le chiese cosa sapesse di tutta quella storia, non le chiese perché lo stesse seguendo. Si limitò a guardarla come a indovinare dai suoi occhi.
    Il treno si vuotò man mano che si avvicinava al capolinea. Oltre a lui sul vagone c’erano la ragazza, un vecchio che aveva tenuto per tutto il tempo gli occhi fissi sul giornale e due studenti.

    La ragazza lo precedette all'uscita, lui la seguì continuando a tacere. Fuori il cielo si era improvvisamente rannuvolato e grossi goccioloni cominciavano a cadere a ritmi rallentati. E non ho neanche l’ombrello, fece in tempo a pensare.
    Il proiettile lo colpì alle spalle, mentre sul piazzale della stazione si era voltato a cercare la ragazza che si era dileguata come un fantasma davanti ai suoi occhi.
     
     
    IL PADRE NEL FIGLIO
    Permetto ai miei occhi di chiudere le palpebre, oscurando l’immagine di un soffitto in legno color nocciola. Abbasso l’attenzione dal visibile , e mi accorgo solo ora del mio respiro . Provo a danzare con esso come fa il  mare sulla riva umida , lentamente mi sento sabbia risucchiata nel profondo abisso del sonno . Sogno frammenti di ricordi accaduti realmente . Mi domando se ci sarà uno spazio in cui posso nasconderli senza che questi trovino sempre il modo di riemergere affondandomi costantemente più giu.
    La vecchiaia ti ha spinto verso il volo infinito della morte. Io giocando con i rinvii non ho trovato il tempo di salutarti.
    L’ordine tarda a prender forma , la confusione ha trovato  spazio e ora divora affamata tutto ciò che incontra  . Penso di lasciarla avanzare senza contrastarla . Voglio ammirare la sua determinazione , capire se almeno lei ha il coraggio  di iniziare una storia da quello che non sai, per poi finirla con le domande di cui solo tu conosci le risposte.
     
    Il nostro era un paese vicino al mare, ma non così vicino da toccarlo . Tu lavoravi e mamma in cerca di una seconda giovinezza .
     Noi bambini non andavamo a scuola , preferivamo buttarci in strada e di giorno in giorno decidere un gioco. Quello che odiavo era rubare nei mercatini , il mio preferito invece era quello di aspettare nascosto il passaggio di una carrozza e  una volta sorpassati , senza farci notare , aggrapparci dietro e sperare in una giornata di acqua salata a petto nudo . Ero bravo a correre con il bottino in mano , pessimo nel scegliere la carrozza giusta. Così capitava che i miei amici tornavano con il racconto del giorno e le labbra ancora viola dal troppo tempo in acqua , io affinavo le mie tecniche di ascolto .
    Ho imparato a capire quando qualcuno ingigantisce una storia o  un altro non racconta tutto per non farti stare troppo male . è cosi che la strada mi ha insegnato a scegliere gli amici e distinguerli dai compagni .
    Ricordo due case , una doccia alla settimana e una zia che con le mani cercava i pidocchi nel mio cuoio cappelluto .
    Ricordo l’attesa dei tuoi arrivi dall’altra sponda del mare , non ascoltavo mai i discorsi dei vecchi nonni , ma se parlavano di te sentivo dentro  un richiamo all’attenzione. Capitava così che venissi a conoscenza del tuo temporaneo ritorno un paio di mesi prima . Questa anticipazione mi serviva per allenarmi , andavo a correre e portavo i mattoni tutti i giorni da una casa all’altra , in cambio di un gelato a fine lavoro . Staccavo dal cantiere e tornavo di corsa e prima di mangiare facevo addominali e flessioni . Ora da grande posso affermare che quello era il modo che avevo per dimostrarti il mio bene . Volevo comunicarti con i muscoli dei mie sette anni che ero cresciuto e che stavo diventando uomo .
    Eri un mito per me papà  , ti guardavo dal basso all’alto come fanno gli uomini sotto i grattacieli e tutti in paese ti facevano domande come se fossi una star ,tu con un sorriso compiaciuto non deludevi le aspettative .
    Il mio momento per stare solo con te , giungeva appena prima di cena , quando tu eri solito ad infilarti sotto la doccia. Io sapevo che se pazientavo vicino al bagno , senza farmi notare e con le orecchie tese all’ascolto , tu mi chiamavi per raccontarmi dell’Italia tanto immaginata da noi Albanesi in cerca di un’opportunità.
    Con la schiuma tra i capelli e una doccia senza tende , ti guardavo nudo nel tuo fisico statuario mentre le tue parole mi portavano nei luoghi a me sconosciuti . Mi dicevi che le  luci per le strade e nelle piazze italiane rimanevano accese anche di notte. Noi qui invece in casa con le candele appena tramontava il sole . Mi raccontavi di aver visto una partita di Del Piero mentre disegnava le sue parabole e di un  pallone finire sotto l’incrocio della rete . è così che sono diventato Juventino . Cercavi di descrivermi il profumo dei piatti nei ristoranti in cui andavi e alla fine , provavi a farmi immaginare le sensuali gambe di belle donne da te conosciute.
    Mi promettevi che prima o poi saresti riuscito a sbrogliare la burocrazia e che presto avrei avuto i documenti per raggiungerti in Italia e finalmente vivere con te.
    Quando arrivava il momento della tua partenza , trattenevo le lacrime e tu mi prendevi in braccio . Mi perdevo tra i tuoi occhi blue e per un momento tutto spariva e rimanevamo soli . Io e Te .
     
    Evidentemente la burocrazia Italiana era difficile da smarcare , probabilmente negli anni novanta l’Italia non favoriva alcuni sbarchi . Rammento una nave vista alla tv con il nonno . Vlora fu il nome che gli attribuirono e io tanta gente incollata l’uno con l’latro in quel modo non l ‘avevo mai vista . Non so che fine fecero quelle persone , ma i mesi che seguirono andai a vivere con la mamma .
    Quando chiedevo di te, lei mi rispondeva sempre che appena sarei diventato grande mi avrebbe raccontato tutto . Non ce ne fu bisogno , lo capii da solo una sera di pochi anni dopo .
    La mamma a casa non c’era mai , e io stavo molto tempo solo . Non mi spiaceva la libertà delle mie giornate . La sola regola era il rientro a mezza notte . Rispetto a te la mamma aveva gli occhi marroni e non si faceva vedere sotto la doccia . Anche quando si cambiava chiudeva sempre la porta della stanza .
    C’era una signora al primo piano del palazzo , vecchia ma ancora autonoma . Lei leggeva la vita delle persone dalle macchie del caffè lasciate sul fondo delle tazzine una volta bevuto . La gente che andava da lei non pagava solo il caffè , ma anche l’anteprima della propria esistenza .
    Mi piaceva il latte e tutte le mattine scendevo al piano terra ad aspettare la sua consegna in bottiglie di vetro e direttamente dal caseificio . La vecchia riceveva tante persone di prima mattina , e così mi capitava di vedere signore in lacrime uscire dal suo appartamento , c’erano donne di tutte le età e c’erano anche pianti felici . Un gioco che facevo era quello di cercare di indovinare , prima dell’ingresso delle donne nella casa della vecchia , come sarebbero uscite . Ad ogni emozione indovinata mi guadagnavo un biscotto in più da puciare nel latte . Sono sempre stato magro , quindi non ero esattamente un indovino .
    Scoprii che la cliente più ossessionata era proprio la mamma .
    Un giorno entrò nella stanza mistica nelle prime ore del pomeriggio e ne uscì in tarda serata . Venne a cercarmi e quando mi trovò , mangiammo gli avanzi del pranzo , preparò il mio zaino e mi disse di prendere una sola cosa a cui tenevo . Scelsi una mia foto ( l’unica che ho di me da piccolo ) .
    La mamma mantenne la tua promessa papà . Però non lo fece aspettando dei documenti , e scelse un gommone al posto della nave .
    Il ricordo che ho di quel viaggio è la metafora perfetta della mia vita. Prima di farci accomodare , ci contarono al buio con l’aiuto di una pila puntata dritta negli occhi .
    Eravamo in venti più due scafisti . Per me era un’avventura , negli adulti invece la tensione era talmente esplicita che anche il sudore aveva un sapore che richiamava preoccupazione .
    Ci coprirono con una coperta , e partimmo . C’era un silenzio papà che non ho mai risentito nella mia vita  e lo ruppi chiedendo a mamma se il gommone saltava in quel modo perché sotto c’erano i delfini che ci spingevano impazienti di vederci in Italia . Una signora sentii la mia domanda e lo disse ad alta voce . Risero tutti e involontariamente smorzai la tensione.  
    Arrivammo che era ancora buio ,ci sparpagliammo e io rimasi solo con mamma e gli scafisti nel bosco .
    Papà , la mamma non aveva pagato quel viaggio , lo capii perché si arrese troppo presto alle lusinghe di quei due . Lei pensava che io dormissi, ma la vidi mentre le sue mani erano appoggiate all’albero e loro dietro di lei . Le lacrime le accarezzarono il viso , compensando quella maledetta alba italiana .
    Arrivò un tuo amico , con la macchina mi accompagnò da te tagliando l’Italia da sud a nord .
    La mamma non la vidi più .
     
    Quando mi chiedevano come mi chiamassi , rispondevo con la mia età . Se mi chiedevano quanti anni avessi , rispondevo con il nome . Lentamente imparai a mettere ordine in queste frasi e gradualmente affiancai un’altra lingua nel mio vocabolario .
    La nostra casa , sembrava la stanza di un albergo . Piccolo monolocale con un unico grande letto in cui ci coricavamo la sera insieme . Facevamo fatica a dormire , al piano di sotto c’era un night e la musica bussava sul pavimento e ci entrava fastidiosa nel sonno .
    Presto trovai incongruenze tra quello che mi raccontavi sotto la doccia in Albania e la tua realtà Italiana. Mai una cena al ristorante  ,tra le tue conoscenze solo uomini e Del Piero lo vidi una volta dentro uno schermo da 22 pollici .
    Per ripicca fanciullesca  mi orientai verso un altro gioco . Sotto casa nostra  , nella stradina che portava al lago,  mi innamorai di una pallina gialla , una racchetta che la colpiva e un campo in terra rossa su cui potevi anche scivolare . C’era una rete che minimizzava le dimensioni del campo, c’erano nastri inchiodati sulla superficie che delimitavano le aree del gioco . Il tennis è uno sport contraddittorio  , perché è individuale ma senza un altro non puoi giocare . Io approfittavo del ritardo dell’eventuale socio di qualcuno per farmi prestare una racchetta e provare a colpire dignitosamente una pallina .
    Il tennis è uno sport al quale la psicologia deve delle risposte: ogni giocatore , durante una partita , o un palleggio , è come se sdoppiasse la sua identità : se sbaglia ci sono auto rimproveri però in seconda  persona . Quindi il “tu” concretamente  è l’ “io” e l’aspetto attraente è  che il compagno dall’altra parte della rete lo sa che non è lui il destinatario di eventuali insulti .
    C’era tutto in quel campo : una pallina che rimbalzando andava in Albania , e poi un altro la rimandava in Italia , una rete che separava come il mare , inserendosi come ostacolo in questo viaggio . Questo per me era il gioco nel gioco . L’obbiettivo era non sbagliare mai perché ogni volta che la pallina attraversava la rete e rimbalzava nel campo opposto , contribuivo  al libero viaggio in volo di qualcuno . Cercavo inoltre di mettere in difficoltà il mio avversario perché ogni volta che lui sbagliava , significava che quel qualcuno  non veniva ricacciato indietro.
    Statisticamente nel tennis vince chi sbaglia meno perciò anche con gli altri bambini della mia età vincevo spesso . Qualcuno lo disse ad un altro e alla fine mi trovai il maestro del centro a propormi di entrare nella SAT (la scuola tennis di noi piccoli).
    Non avevamo i soldi , ma avevo vergogna a dirlo , perciò per un periodo non ci andai più  .
    Un paio di settimane dopo ti vidi  in balcone a parlare con il maestro e la sera mi disse che se fossi andato a scuola , avrei avuto un anno gratuito di corsi tennis .
     
    Le maestre erano più educate nei commenti rispetto ai miei compagni sui miei errori grammaticali , ma loro finita la lezione se ne andavano e io dovetti fare a pugni con un bambino per farmi rispettare . Il giorno dopo si presentarono i genitori dei bambini e la preside mi chiamò in ufficio . Chiesi scusa e capii definitivamente che non ero più nelle strade Albanesi .
    Iniziai a perdere l’accento straniero e scordarmi la mia lingua. Iniziai a sostituire i pugni con le parole e mi feci qualche buon compagno .
    Più mi integravo papà , più ti percepivo lontano .
    Eri strano in quel letto , mi svegliavo la notte e ti trovavo con solo le mutande addosso a guardarmi . Mi dicevo che eri protettivo e che non volevi che mi capitasse nulla male , ma dentro di me percepivo un certo disagio.
    Il mio maestro iniziò a darmi lezioni private e senza farti pagare una lira . Mi dava delle cassette di giocatori ATP  ed esse mi aiutavano ad addormentarmi dopo di te.
    Nel tennis , alcuni movimenti li acquisisci guardando i professionisti e un bambino fa presto a crearsi un modello . Il mio era il giovane David Ferrer , non esattamente un talentuoso , ma esempio di tenacia e fatica .
    Divenni un osso duro da battere e il maestro mi portò ai vari tornei della zona . Il mio segreto del doppio gioco funzionava sempre meglio , ma tu ancora non ci credevi quanto me . Sognare da piccoli è più facile sicuramente , da adulti però si perde anche la capacità di comprendere che un bambino è fatto soprattutto  di sogni .
    Vinsi il mio primo torneo a nove anni , ce ne furono altri ma tu non ne volevi sapere di venire a vedermi .
    Mi feci un’ amica , gli diedi un piccolo bacio sulla guancia e iniziai a comprendere i miei gusti .
    Ti ricordi papà quando ti trovai ubriaco nel giardino del palazzo con una ragazza ?
    Ti ricordi che me la presentasti dicendomi che era la tua fidanzata ?
    Il giorno dopo mi raccontasti che l’avevi conosciuta a lavoro in cantiere . Era una di quelle che faceva i progetti che tu ed altri li materializzavate in case per le persone. Avevi una luce negli occhi quando mi spiegavi come conquistare una signorina , sembrava che tu avessi un codice infallibile .
    Io sapevo benissimo papà che la ragazza lavorava al night e che tu avevi speso buona parte del tuo guadagno quella sera .
    Non so se mi alzai di qualche piano io , oppure il grattacielo si abbassò . Ma da quel giorno cominciasti a risultare più piccolo ai miei occhi .
     
    Stranezza degna di nota in questa storia è che se ti chiedevo di mamma , tu rispondevi che quando sarei diventato più grande mi avresti raccontato tutto . Stessa risposta per un unico torto .
    Ti arrestarono una fredda sera di febbraio , lo fecero dopo aver sorvegliato il nostro appartamento per mesi .
    Io avevo undici anni , tenera età per farmi rimanere solo a guardare lo strazio della rapina di un padre . Una signora mi portò in macchina e mi domandò del tennis , ma furono monologhi senza risposta .
    Mi sentivo in colpa papà .
    Capitò in te , quello che capita nel tennis . Tu eri doppio , uno padre e l’altro solo un uomo . Il tuo “ tu “ prese il sopravvento sul tuo “ io “ , il sottoscritto invece , una pallina vittima della tua sconfitta.
    Mi accorsi una sera della grandezza delle tue mani , quando mi presi le mie , le accarezzasti come fa un padre con un figlio . Quelle carezze poi le feci fare a me , prima sulle tue mani e poi direttamente sull’unica differenza evidente che c’è tra un uomo e una donna .
    Vittima o carnefice ?
    Potevo ribellarmi , urlare , scappare , riaccendendo luce nel buio della tua testa .
    La mia mano guidata dalla tua mi lascio pietrificato . Mi chiedevi se ti volevo bene e anche in quella situazione , monologo senza risposta .
    Ansimavi mentre io cercavo di fantasticare un campo. Ritmo nel tuo respiro, fatica nella mia evasione .
    Quando il “ tu “ decise che la mano non bastava , sussurrando mi chiesi di venire in braccio da te. Non risposi , ma lo feci .
    Vittima o carnefice ?
    Ti guardavo per la prima volta dall’alto verso il  basso , come fa un uomo sopra un grattacielo . Coerenza nei tuoi occhi . Uno chiuso , l’altro pure .
    Quella parte di te  che contribuì alla mia creazione , ora lacera la sua opera .
    A dieci anni assaggiai il sapore di mio padre .
    Ti denunciai , raccontando tutto a quella preside a cui poco tempo prima avevo chiesto scusa .
    La macchina mi portò in un istituto e ora combatto il tie break più difficile della mia vita.
     
    All'ombra Del  Bosco
    Di Giandomenico Ferraro
     
    All’ombra nel bosco  seduto in silenzio , sotto i grandi alberi alfabeti  son  volato via   verso il cielo come un  angelo disperato , secco come la  morta pigna  appesa ad un ramo  .  Tra tanti dolori,lacrime mite , timide gocce di rugiada , languidi baci , al centro del caos , cosa ho  compreso  ,cosa abbiamo rincorso  tra mille interrogativi ,  ci siamo persi in questo gioco infausto in una  metropoli senza legge , catapultati  nel traffico delle otto che veloce , scorre  portandosi  via ogni dubbio,  ogni maledizione. Ed  ogni mezzo è  buono per giungere dove vorremo ma le soluzioni  sono tante ,tante le strade da percorrere per essere qualcuno. 
     
    Cosi in mezzo al caos dei versi , nell'ossesso di un sistema che trascende ogni cosa,  la mente erode  il debito contratto  , seduto al  sole che brucia la pelle,  la mente vaga nel bel meriggio,  nella legenda che ci conduce tra bassifondi , fondachi colorati  , sogni sotterrati fuori l'uscio di casa ,tutto è cosi difficile,rimbecillito  ,facile a dirsi, poi la nube di fumo  appare dalle cime del vulcano ed  un  mostro antico  emerge dal mare , emerge dalla memoria collettiva,  emerge attraverso una  generazione lasciva  nel  regolare metri non conformi alla logica borghese. Lontani  da ciò che siamo da ciò che rappresentiamo,erranti figure equestre ,espressioni volgari d’un  popolo  in rivolta , nella  parola  beata che aleggia nell'aria con tutte le sue miserie i suoi sistemi ippocratici ,ospedali, barelle, scale che salgono verso il cielo nel tempo percorso nell'ossesso di un senso che anela alla meraviglia , alla pace agognata,  cheta nell'acqua che scende e bagna  l’animo inquieto. 
     
    Tutto è  già  venduto , tutto ricomincia adesso o domani,  perduto nei  limiti  iperplastici nelle  tante  rime eclettiche , chimere arrostite  al fuoco di un altra estate . Immagini  perdute , baci rubati alla morte che non ha più nulla da dire , avulsi in  un incubo che esplode all’intrasatte  , un boato di sillabe rimbomba sulle labbra sporche di rossetto  che non ti aiuteranno mai a capire cio che sei, fregato dal prossimo , tutto cosi falso , tutto un inganno , senza senso , senza spine  intorno al capo per  sentieri d’altri tempi  in altri giorni ,spesi a comprendere quando  arriverà  una salvezza  che ti condurranno oltre tanta ipocrisia.
     
    Ed il sole entra nelle ossa delle parole le rosica , le mastica , scopre il senso di ciò che  è poi tutto si  conclude velocemente , come in un orgasmo  tutto s’inchina al peccato commesso,  alle pagine  omesse alle varie questione filosofiche rincretinite ,  fregati dalla televisione dal bestemmiare per empi luoghi , veggo et imploro clemenza . Caduto  di nuovo in un incomprensione che ti lascia allibito,  in piedi incompreso in mezzo ad un prato con tutto quello che ho passato ,sofferto, tutto è vano,  tutto cosi poco ortodosso, senza un alibi , un abito da indossare per stasera , passa e il vento verso valle ,  soffia la   bella canzone tenebrosa tra le ossa dei morti uccisi ieri. 
    Tutto cosi disonesto , tutto cosi strano come l’eco del  colpo di pistola esploso in un vicolo oscuro,che ha  colpito   per mano ignota il cuore  di un orco , i passi  seguo  della donna chiatta che guarda attraverso gli occhiali una vita tradita , senza ragione , senza denari, senza una nova gonna, senza quel perché che ti rende simili a milioni di persone in marcia in fondo ad una strada senza uscita che balla,  bella,  folle .  Fatto ,tutto cosi futile, fino a notte fonda  la donna canta la sua canzone , canta la sua vita , canta il suo amore carnale,  tutti ascoltano con orecchie di coniglio tese sul senso , tese sul sentire sul dire rime meretrice per temi vari  morire,  eremita ,migrante  lungo  la strada che ti trascina oltre una nuova avventura.
     
    E non aggio capito niente , me sò montato a capa,  me sò fatto nu miezzo bicchiere di  vino,  sona ,sona questo  strumento ,sona ,sona a campagnola li consigli , ed io  nun credo chiu a niente , nun parlo, nun tengo manco l’uocchio per chiagnere , altro sono,  cosa m'importa quando sarò morto , quando nun c'è sarò chiù con tutte le mie stronzate , i miei turbamenti imbottiti di  stroppole e sunetti , atterateme vicino a Virgilio , vicino a Vincenzo,  senza sapienza , estate nà bella esperienza , fatta  ad immagine di un mondo che non esiste più . Arrampicarsi sopra gli specchi ,dentro una  logica di un uomo  ferito , contro a mille ragioniere,  contro gendarmi, dirigenti , religiosi, contro la sinistra, contro la destra . Fatta a là , mettiti cà,  statte zitto , roseca adderete le spalle ,  longa , longa , st’anema in pena ,appise cielo ,me so cresciute  le scelle ,  mò son Vincenzo,  mò  so Gabriele ,  mò son  muorte accise , sento ancora a gente  sepolte sotto a terra , sotto un  cielo  stellato,  sotto a chiavica , sotto a mille domande senza risposta che proseguono all'infinito con tutto quello che non ho  imparato, compreso , cercato tutto è una gran pigliata per lo culo. E se seggo contro ogni legge,  seggo contro una logica che non salverà mai la mia anima,  ne mi condurrà ad una perfetta conclusione ad un equilibrio tra il dare e l'avere che trascende nella sua bieca antitesi una salvezza  utopica , spergiura, malvagia , sparagna  che non t’inganni , fatti nù  bello bagno a lido mappatella beach. 

    Dolce cosi dolce nel silenzio che aleggia nel  piccolo sentiero ove siedo  ed ascolto  il mondo ,che ruota intorno a me , tutto è  nulla,  tutto è come ho immaginato  fosse , come il mondo di ieri che mi ha reso fesso  tra i fossi ,  taccio,  ora son folle  tra la folla , tra molte vite,  tra molte madri , tra molti giorni ,tutto è  all’incontrario,  forse come il mare che giunge su spiagge affollate in cerca di pace ,  in cerca di un posto al sole ,  in cerca di un immagine ,di una esistenza diversa   ed   il mare ruggisce  e porta a riva altre vite ,  altre nenie , altri amori sedotti da duce pan degli astri  che c'attende  dietro l'angolo , dietro ciò che noi crediamo se sia giusto o meno , se sia tutto  vero ,quello che abbiamo creduto, per tutto quello che abbiamo veduto,all’ombra nel  bosco .
     
    All'ombra Del  Bosco
    Di Giandomenico Ferraro
     
    All’ombra nel bosco  seduto in silenzio , sotto i grandi alberi alfabeti  son  volato via   verso il cielo come un  angelo disperato , secco come la  morta pigna  appesa ad un ramo  .  Tra tanti dolori,lacrime mite , timide gocce di rugiada , languidi baci , al centro del caos , cosa ho  compreso  ,cosa abbiamo rincorso  tra mille interrogativi ,  ci siamo persi in questo gioco infausto in una  metropoli senza legge , catapultati  nel traffico delle otto che veloce , scorre  portandosi  via ogni dubbio,  ogni maledizione. Ed  ogni mezzo è  buono per giungere dove vorremo ma le soluzioni  sono tante ,tante le strade da percorrere per essere qualcuno. 
     
    Cosi in mezzo al caos dei versi , nell'ossesso di un sistema che trascende ogni cosa,  la mente erode  il debito contratto  , seduto al  sole che brucia la pelle,  la mente vaga nel bel meriggio,  nella legenda che ci conduce tra bassifondi , fondachi colorati  , sogni sotterrati fuori l'uscio di casa ,tutto è cosi difficile,rimbecillito  ,facile a dirsi, poi la nube di fumo  appare dalle cime del vulcano ed  un  mostro antico  emerge dal mare , emerge dalla memoria collettiva,  emerge attraverso una  generazione lasciva  nel  regolare metri non conformi alla logica borghese. Lontani  da ciò che siamo da ciò che rappresentiamo,erranti figure equestre ,espressioni volgari d’un  popolo  in rivolta , nella  parola  beata che aleggia nell'aria con tutte le sue miserie i suoi sistemi ippocratici ,ospedali, barelle, scale che salgono verso il cielo nel tempo percorso nell'ossesso di un senso che anela alla meraviglia , alla pace agognata,  cheta nell'acqua che scende e bagna  l’animo inquieto. 
     
    Tutto è  già  venduto , tutto ricomincia adesso o domani,  perduto nei  limiti  iperplastici nelle  tante  rime eclettiche , chimere arrostite  al fuoco di un altra estate . Immagini  perdute , baci rubati alla morte che non ha più nulla da dire , avulsi in  un incubo che esplode all’intrasatte  , un boato di sillabe rimbomba sulle labbra sporche di rossetto  che non ti aiuteranno mai a capire cio che sei, fregato dal prossimo , tutto cosi falso , tutto un inganno , senza senso , senza spine  intorno al capo per  sentieri d’altri tempi  in altri giorni ,spesi a comprendere quando  arriverà  una salvezza  che ti condurranno oltre tanta ipocrisia.
     
    Ed il sole entra nelle ossa delle parole le rosica , le mastica , scopre il senso di ciò che  è poi tutto si  conclude velocemente , come in un orgasmo  tutto s’inchina al peccato commesso,  alle pagine  omesse alle varie questione filosofiche rincretinite ,  fregati dalla televisione dal bestemmiare per empi luoghi , veggo et imploro clemenza . Caduto  di nuovo in un incomprensione che ti lascia allibito,  in piedi incompreso in mezzo ad un prato con tutto quello che ho passato ,sofferto, tutto è vano,  tutto cosi poco ortodosso, senza un alibi , un abito da indossare per stasera , passa e il vento verso valle ,  soffia la   bella canzone tenebrosa tra le ossa dei morti uccisi ieri. 
    Tutto cosi disonesto , tutto cosi strano come l’eco del  colpo di pistola esploso in un vicolo oscuro,che ha  colpito   per mano ignota il cuore  di un orco , i passi  seguo  della donna chiatta che guarda attraverso gli occhiali una vita tradita , senza ragione , senza denari, senza una nova gonna, senza quel perché che ti rende simili a milioni di persone in marcia in fondo ad una strada senza uscita che balla,  bella,  folle .  Fatto ,tutto cosi futile, fino a notte fonda  la donna canta la sua canzone , canta la sua vita , canta il suo amore carnale,  tutti ascoltano con orecchie di coniglio tese sul senso , tese sul sentire sul dire rime meretrice per temi vari  morire,  eremita ,migrante  lungo  la strada che ti trascina oltre una nuova avventura.
     
    E non aggio capito niente , me sò montato a capa,  me sò fatto nu miezzo bicchiere di  vino,  sona ,sona questo  strumento ,sona ,sona a campagnola li consigli , ed io  nun credo chiu a niente , nun parlo, nun tengo manco l’uocchio per chiagnere , altro sono,  cosa m'importa quando sarò morto , quando nun c'è sarò chiù con tutte le mie stronzate , i miei turbamenti imbottiti di  stroppole e sunetti , atterateme vicino a Virgilio , vicino a Vincenzo,  senza sapienza , estate nà bella esperienza , fatta  ad immagine di un mondo che non esiste più . Arrampicarsi sopra gli specchi ,dentro una  logica di un uomo  ferito , contro a mille ragioniere,  contro gendarmi, dirigenti , religiosi, contro la sinistra, contro la destra . Fatta a là , mettiti cà,  statte zitto , roseca adderete le spalle ,  longa , longa , st’anema in pena ,appise cielo ,me so cresciute  le scelle ,  mò son Vincenzo,  mò  so Gabriele ,  mò son  muorte accise , sento ancora a gente  sepolte sotto a terra , sotto un  cielo  stellato,  sotto a chiavica , sotto a mille domande senza risposta che proseguono all'infinito con tutto quello che non ho  imparato, compreso , cercato tutto è una gran pigliata per lo culo. E se seggo contro ogni legge,  seggo contro una logica che non salverà mai la mia anima,  ne mi condurrà ad una perfetta conclusione ad un equilibrio tra il dare e l'avere che trascende nella sua bieca antitesi una salvezza  utopica , spergiura, malvagia , sparagna  che non t’inganni , fatti nù  bello bagno a lido mappatella beach. 

    Dolce cosi dolce nel silenzio che aleggia nel  piccolo sentiero ove siedo  ed ascolto  il mondo ,che ruota intorno a me , tutto è  nulla,  tutto è come ho immaginato  fosse , come il mondo di ieri che mi ha reso fesso  tra i fossi ,  taccio,  ora son folle  tra la folla , tra molte vite,  tra molte madri , tra molti giorni ,tutto è  all’incontrario,  forse come il mare che giunge su spiagge affollate in cerca di pace ,  in cerca di un posto al sole ,  in cerca di un immagine ,di una esistenza diversa   ed   il mare ruggisce  e porta a riva altre vite ,  altre nenie , altri amori sedotti da duce pan degli astri  che c'attende  dietro l'angolo , dietro ciò che noi crediamo se sia giusto o meno , se sia tutto  vero ,quello che abbiamo creduto, per tutto quello che abbiamo veduto,all’ombra nel  bosco .
     
    “Lo hai letto il giornale?”
    “No perché?”
    “Guarda pare ci sia stato un altro attentato qualcuno che si è fatto saltare…”
    “quanti morti?”
    “Boh, 10 forse 20, qualcuno scrive 38 ma la conta è ancora lunga…”
    “E dov’è successo?”
    “Non ho capito bene… credo Francia, Belgio, non ricordo.”
    “ E intanto fuori piove che Dio la manda…”
    “ Dice che la pioggia è radioattiva, che i terroristi sono arrivati a sparare dei missili per provocarla e adesso noi ci stiamo sotto e tra poco mangeremo frutta e verdura transgenica e ci sarà poco da fare perchè qualcosa si dovrà pur mangiare.”
    “ Dice? Ma chi lo dice?”
    “ Non so mi sembra di aver sentito qualcosa al tg delle 8, o forse era una cosa che ho letto su internet stanotte prima di collassare nel letto, sfatto.”
    “Vabbè, mica si può credere a tutto, ma ti pare? E poi i servizi di intelligence non avrebbero fatto di tutto per impedire una roba del genere?”
    “ No… ma sembra che anche quelli siano coinvolti. Pare sia tutto un piano orchestrato per ridimensionare la popolazione mondiale, sai queste menate sul sovraffollamento del pianeta e roba del genere. Pensa che ne parlava anche Gino al bar ieri sera, lo sai che Gino ha un cugino che fa la guardia giurata e c’ha un sacco di contatti in polizia?”
    “ Mah, sarà… saremo pure troppi e intanto dice che i figli no si fanno più.”
    “ Ah! Allora non hai proprio capito! Te lo dicono apposta per sviare l’attenzione, come si dice, per depistare… e intanto loro ci ammazzano tutti e amen si prendono tutto quello che ci è rimasto.”
    “ Ma se ho a malapena i soldi per un caffè stamattina…”
    “ Beato te! Io manco quelli e a casa m’hanno pure staccato l’acqua… Pensa che ho dovuto riempire la moka con l’acqua piovana!”
    “NOOO! E non c’hai mal di stomaco, coliche, cose del genere? Non ti senti niente?”
    “Fratè… che ti dico…? quelle cose ce l’ho tutte le mattine appena sveglio, da trent’anni a ‘sta parte, appena mi affaccio alla finestra, guardo fuori e mi dico: dai che anche oggi si va a fatica’…”
    Bosco, esterno giorno.
    Minù inciampa con la Nike sulla radice, “Cazzo cazzo! E poi ho fame.” Si allaccia la scarpa, “Cazzo, è rovinata, come cazzo faccio a camminare adesso?”, le toglie entrambe e infila le ballerine nere di vernice “Non è il massimo in questo cazzo di bosco, almeno ci fosse un sentiero, niente!”.
    Lancia le Nike dietro il cespuglio, sfila lo zaino, si siede sulla radice, estrae la Kinder brioss e la fa fuori in due bocconi. Si pulisce la bocca con le mani.
    La casa è di fronte a lei, nel bel mezzo del bosco, bianca, una staccionata di legno e fiori rossi alle finestre.
    Entra, c’è luce di mattino nella casa, i raggi del sole sul tavolo.
     
    Casa 1, interno giorno.
    Mamma è in cucina, davanti al fornello e fa il minestrone, papà in poltrona guarda la tv e beve birra.
    «Sono qua», dice, scalzando le ballerine che finiscono vicino all’armadietto d’ingresso.
    «Mangi?», le dice lei.
    «Non ho fame», risponde Minù correndo in camera.
    I rami del vecchio faggio battono sui vetri, si è alzato il vento.
    Col vento è meglio non partire, nel vento si perdono le tracce e i lupi possono annusare.
     
    Casa 1, interno notte.
    Si alza dal letto, sente i respiri regolari di mamma e papà, dormono. Scende le scale. Sono le quattro.
    Estrae la lama dal rasoio di papà, non deve far rumore.
    Sul lavandino bianco le gocce di sangue come macchie d’inchiostro, basta non pensarci. Il dolore è lieve, appena più di una puntura di spillo, la ferita: una x sopra il polso destro. È fatta, è stata brava.
    Ha freddo, copre i tagli con la garza, domani  vi annoderà sopra il foulard rosso, dovrà ricordarsene, ma ora va a letto perché è stanca.
     
    Casa 1, interno giorno.
    «Devi fare colazione», dice mamma.
    «Sì», risponde Minù e addenta la focaccia, infila lo zaino ed esce.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Getta la focaccia tra le foglie di acacia e scavalca gli arbusti spinosi più in là, conosce la strada.
    Arriva sul sentiero e si ferma a guardare lo scuolabus giallo oltre i castagni, i ragazzi salgono rumorosi. Il pulmino parte.
    Minù si volta e cammina.
     
    La radura è illuminata dai raggi del mezzogiorno, il laghetto riluccica e le anatre galleggiano sospese.
    Si siede sulla panchina, prende il cellulare e fotografa le anatre, una è ferita sulla testa, fotografa la ferita.
    Cammina sulla strada asfaltata oltre la radura, poche auto sfrecciano a destra.
     
    Casa 2 interno giorno.
    Entra dal garage, sale le scale che introducono al primo piano.
    «Sono arrivata!», grida dalle scale.
    «Tesoro, vieni, è pronto.», dice mamma.
    Minù appoggia lo zainetto sul divano di pelle bianca e lancia il giubbetto di jeans sulla poltrona.
    «Papà?»
    «Non torna oggi, pranza fuori», dice la donna in tubino rosso, e appoggia il piatto sul marmo della penisola.
    «Hai fame vero? Ho preparato anche insalata e pomodori, ne vuoi?», mamma si volta a prendere l’insalatiera, «Com’è andata oggi?»
    «Bene»
    «Cosa avete fatto?»
    «Niente».
     
     Casa 2 interno notte.
    Mamma e papà sono a cena fuori, può muoversi senza timore.
    Apre il rubinetto della vasca,  aspetta che si riempia fino al bordo, accende l’idromassaggio, lo spegne.
    Si siede nella vasca, appoggia la lametta sulla panca. Finalmente si decide e la lama affonda sull’avambraccio disegnando una linea parallela alla vena viola, il dolore è forte.
    Un respiro profondo e affonda con la testa nella vasca trattenendo il fiato, la ferita pulsa, colorando l’acqua di rosa.
    Conta fino a cento, fino a duecento, trecento, e cinquecento. È fatta, può bastare.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Piove. Minù infila il k-way, mette il cappuccio e va.
    Nella radura le anatre hanno abbandonato il laghetto, sulla riva la carcassa dell’anatra ferita.
    Guarda le scarpe infangate, saltella dentro una pozzanghera, prende il cellulare e fotografa i piedi nell’acqua melmosa, le scarpe colorate di marrone, come foglie d’autunno.
    Ritrova la strada asfaltata, cammina. Cammina per ore, e ogni tanto fotografa le auto che rallentano quando si avvicinano.
     
    Casa 3 interno giorno.
    Entra nel palazzo, sale in ascensore.
    Suona il campanello, mamma apre.
    «Ho scordato le chiavi», dice.
    «Sei sempre la solita», risponde la donna.
    La tavola è apparecchiata per tre, Minù va in camera e torna, si siede.
    «Mangiamo», dice papà.
    «Oggi devo studiare», dice Minù.
     
    Casa 3 interno notte.
    Minù controlla i tagli sulle braccia.  Le avvicina alla luce gialla della lampada sul comodino.
    «Minù, spegni e dormi», grida la voce della madre dalla stanza accanto, papà russa.
    Aspetta di sentir russare anche la mamma, intanto guarda la foto sulla scrivania e loro tre che salutano con la mano dalla barca.
    È l’ora. Scende dal letto, infila le ciabatte ma poi le lascia lì.
    Va in cucina, gira la manopola del fornello e avvicina il viso guardando l’orologio. Tre minuti: respira. Le gira la testa. È stata brava.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Si siede sotto il castagno, incrocia le gambe e appoggia la nuca al tronco, chiude gli occhi.
    Una nuvola nasconde il sole e Minù apre gli occhi per vederla.
    Muove la testa per guardare i raggi che filtrano tra le foglie dell’albero, chiude gli occhi per la luce accecante.
    Rimane ferma, immobile come un piccolo Budda di giada.
    Sente un calpestio di foglie, forse uno scoiattolo. Ma no.
    C’è una ragazza in piedi davanti a lei, la sovrasta, ma è piccola come lei.
    «Ciao», le dice, e Minù si alza intorpidita, «Chi sei?», chiede alla ragazza che ora ha la sua statura.
    «Lila»
    «Io mi chiamo Minù».
    Le ragazze si prendono per mano.
     
    Casa 4, interno giorno.
    «Siete arrivate, finalmente!», dice mamma mentre le ragazze corrono in camera, «Venite, che si raffredda».
    Mangiano la pasta in silenzio, nella piccola cucina.
    «Questo fine settimana sarete da papà», ricorda la mamma.
     
    Casa 4, interno notte.
    «Pensi che torneranno insieme?», chiede Lila.
    «Dormi», risponde Minù.
     
    Bosco, esterno giorno.
    «Sto cazzo di bosco», dice Minù, «Tutti i giorni è la stessa storia, vorrei vivere in un altro posto.»
    «Vieni con me», dice Lila prendendole la mano, «C’è una scorciatoia.»
    «Fico!», dice Minù, «Siamo già qui.», e indica la strada asfaltata deserta.
    «Dove andiamo?», chiede.
    «Lontano», risponde l’altra.
    Le ragazze camminano sull’asfalto, lo stesso passo, le stesse scarpe da ginnastica slacciate, le braccia fasciate da foulard colorati.
    «L’hai mai fatto prima?»
    «No, non ancora», risponde Minù aprendo le braccia, «Ma ora ci sei tu, finalmente», e chiude gli occhi mentre lo sferragliare del treno diventa sempre più vicino.
    «Ora!», grida Lila.
    E si abbassano sulle rotaie un attimo prima. Non bisogna muovere nemmeno un dito.
     
    Casa 5, interno notte.
    Entrano nel grattacielo e salgono in ascensore.
    L’appartamento è all’ultimo piano, i minuti sono lunghi.
    È buio.
    «Non c’è nessuno», dice Lila.
    «Solo io e te», dice Minù.
    Le ragazze si mostrano le braccia ferite, un unico cuore.
    Si raccontano i compiti, ridono del loro coraggio, un solo cervello.
    Tagliano un altro lembo di pelle per mischiare il sangue, amiche per sempre, un solo corpo.
    Indossano la stessa camicia bianca e si prendono per mano, un’unica anima.
    Scavalcano la ringhiera del poggiolo, prima Lila, Minù dopo.
    «Voleremo?», chiede stringendo la mano più forte.
    «Sì, come le Winx», dice Lila, e sorride.
     
     
     
     
     
     
     
     
    Le tira la pelle, come se sulla faccia avesse una maschera di cartone.
    Si guarda intorno: una specie di nebbia grigiastra dappertutto, non si vede neanche i piedi. Non ci sono alberi o colline o qualunque cosa assomigli a un paesaggio. Niente che ricordi una costruzione umana.
    Cerca di capire le sue sensazioni ma piomba in un groviglio , si confonde. Forse ha freddo, forse no. Annusa l’aria: non sa di niente.
    “Ciao, Dany.”
    Finalmente, una voce amica.
    “Ciao, dottoressa. Che nebbione oggi. Strano, dalle nostre parti la nebbia non c’è mai.”
    “Come ti senti?”
    “Bene. Un po’ confusa, magari.” Le verrebbe il suo sorriso timido, quello con cui si protegge dalla violenza degli altri, ma le tira la faccia. Quando tenta di sorridere sembra che si deformi qualcosa.
    “Dove hai lasciato la famiglia, Dany?”
    “Mah – dice leggera – saranno dove sono sempre. I ragazzi a scuola, lui in officina.”
    “Ti mancano?”
    “Lei mi fa sempre certe domande, doc. Certo che mi mancano, sono la mia famiglia. Come potrebbero non mancarmi?”
    “Anche Piero?”
    “Certo, anche lui. E’ mio marito.”
    Fa una pausa.
    “Però oggi ho una sensazione strana. Non so. Forse è successo qualcosa e non me ne ricordo. Ogni tanto succede qualcosa, con Piero. Sa com’è, è un carattere difficile.”
    “Mi avevi detto che avevate dei problemi. Vuoi parlarmene?”
    Di nuovo il sorriso tirato di Dany, quello che non esce perché è come se avesse la faccia incollata.
    “Lei è strana, doc. Vuole sempre starmi a sentire, come con i suoi pazienti. Io non la pago, non potrei, e lei vuole ascoltarmi lo stesso.”
    “Siamo vicine di casa, Dany. Se stai bene mi fa piacere.”
    Dany fa una voce birichina.
    “Sapesse lui come si arrabbia, che ci parliamo. Dice: quella ti sobilla. Così dice. Che scemo: è lui che certe volte mi fa venir voglia di scappare. Intendiamoci, io voglio bene a Piero, gliene ho sempre voluto. Però non è più come prima. Mi capisce? Insomma, le cose sono cambiate. Lui si agita, e io mi spavento. Allora corro in bagno e mi ci chiudo, e lui si arrabbia ancora di più.”
    “Non scappi poi tanto, Dany. L’anno scorso ti sei fatta complessivamente venti giorni di ospedale, perché lui si arrabbia. Vuol dire che non sei scappata. Sei rimasta lì a subire.”
    “Ho dovuto rinunciare a scappare, lui se la prende coi bambini. Allora ho cominciato a spedirli in camera, e che si sfoghi pure con me. Non è cattivo, sa dottoressa. Però è tanto nervoso. Il lavoro è difficile, c’è la concorrenza, i clienti pagano in ritardo…sa com’è.”
    Ha un gesto timido, Dany. Un po’ si vergogna di queste miserie.
    “Dany, te l’ho detto tante volte. Dovevi denunciarlo, o prendere i bambini e scappare. Perché non hai voluto denunciarlo?”
    “Ma, dottoressa, è un brav’uomo. Poi mi ama. E’ geloso, sa?”
    “Quindi ti ama?”
    “Bè, gli importa no? Altrimenti non si interesserebbe, mi avrebbe già lasciato. Invece lui ci tiene tanto che stiamo assieme, anche con i bambini. Il senso della famiglia, è quello che mi è sempre piaciuto di lui. Pensi che qualche giorno fa…”
    Si ferma di colpo.
    “Cosa? Cosa è successo qualche giorno fa?”
    “Niente. No, niente.”
    “Dany, per favore. Non ti interrompere. C’è stata qualche novità fra di voi?”
    “Bè, io ho avuto un momento, sa, uno di quei momenti di esasperazione, e gli ho detto che volevo finirla. Vedesse che faccia, dottoressa: un uomo distrutto. Si è chiuso in officina, non l’ho visto per due giorni. Ho mandato i bambini dalla nonna, non lo avevo mai visto così nero. Io volevo chiudere, questa volta lo volevo proprio.”
    “C’era un altro, nella tua vita?”
    “Per carità, nessuno, nessuno. E chi ha voglia di buttarsi in un’altra storia, dopo quindici anni con lui, così?”
    “Poi? E’ tornato?”
    Silenzio. Dany guarda in terra, deglutisce. Le sembra che non le venga il respiro, e neanche le idee. Sono confuse e girano intorno come quella nebbia. I suoi piedi ci sono sempre immersi dentro.
    “Non…non mi ricordo.”
    “Secondo me ti ricordi, Dany. Vero, che ti ricordi?”
    Dany ha voglia di piangere, le tremano le mani.
    “Dany, pensaci. Devi ricordarlo.”
    “Perché? – grida Dany – perché accidenti devo ricordarlo? Magari non voglio!”
    “Perché altrimenti resti bloccata qui. Bisogna procedere, bisogna andare avanti.”
    “Qui? E dove è qui? Io non capisco.”
    Tace.
    “Sì, è tornato. Di notte. Mi ha lanciato addosso una cosa, non so. Cos’era?”
    “Vetriolo.”
    “Oddio, ecco perché sento la faccia così…poi mi ha pestato forte. E dopo non mi ricordo. Ma se mi ha lanciato il vetriolo, e io non sento dolore..”
    Guarda verso la dottoressa, che risponde al suo sguardo e la fissa.
    “Sono morta? Davvero, sono morta?”
    “Mi spiace, Dany. Alla fine ti ha uccisa. Non per le botte. Ha usato un coltello.”
    Dany si guarda intorno, scruta la nebbia. C’è qualcosa che la disturba. Cosa…?
    “Se io sono morta, dottoressa, lei che ci fa qui?”
    La dottoressa sorride leggermente.
    “Quando ha finito con te, Dany, è venuto a trovarmi.”
    Aveva predisposto tutto nei minimi dettagli. Calcolato la lunghezza, l’altezza, la distanza esatta fino al centesimo di millimetro, la probabile velocità del vento ( ci sarebbe stato?), la pendenza… Eppure il suo corpo aveva iniziato a tremare alle 15 e 22 e non si era ancora fermato. Tutto era partito dalle mani, da quelle sue dita lunghe che sin da piccolo gli avevano detto erano dita da pianista, poi carpo, metacarpo, braccia, collo, angoli della bocca, sopracciglio destro, tutto un fremito continuo che non sembrava avrebbe mai avuto fine.
    Immerso nell’acqua bollente della vasca stava ancora una volta ripetendo mentalmente ogni singolo movimento, ogni dettaglio necessario alla buona riuscita dell’impresa, sapeva che per questo avrebbe potuto contare sui compagni d’avventura, quelli che non lo avevano mai abbandonato e anche in questo caso, pur con qualche reticenza, gli avevano ancora una volta detto si. Si a quella dose di follia che lo aveva segnato da quando era bambino, si all’incoscienza, si alla sfida, si alla voglia insaziabile di paura e adrenalina, si a quel suo sorriso un po’ beffardo ma immancabile.
     
    Il tremito non si placava nemmeno dentro l’acqua bollente. Mancavano ormai poche ore al momento stabilito, i ragazzi si sarebbero trovati sul posto in perfetto orario com’era sempre stato, e tutto sarebbe filato liscio, lo sapeva, in cuor suo lo sapeva che tutto sarebbe andato bene, ma il suo corpo no, il suo corpo aveva avuto per la prima volta dopo anni una sorta di moto di ribellione, come una scossa improvvisa, un sisma interiore che lo aveva travolto senza preavviso e lui non poteva far altro che lasciarlo sfogare fino alla sfinimento.
    Uscì dalla vasca, si avvolse nell’accappatoio e si diresse verso il letto che lo attendeva, ancora disfatto, dalla mattina. Guardando il soffitto ebbe come la sensazione che fosse eccessivamente basso. Aveva bisogno di alzarsi e fare un po’ di esercizio per sciogliere la tensione e scacciare via quel tremore. Non era l’altezza, non era quella a spaventarlo. Per lui c’era solo avanti, avanti senza voltarsi, né basso, né alto, solo avanti, sempre dritto verso la meta. Aprì la finestra, fuori c’era aria fresca, si arrampicò sul davanzale, qualcuno da sotto notò la scena e rimase fermo a fissarlo. Un uomo in accappatoio intento a suicidarsi buttandosi giù dal secondo piano poteva sembrare alquanto improbabile tutto sommato. Sorrise e fece un cenno di saluto con la mano aperta che ancora tremava, ma già un po’ meno di prima come se il contatto con l’esterno l’avesse tranquillizzata. Trovato il canale di scolo cominciò ad arrampicarsi in alto fino ad arrivare al tetto mentre sotto si era creato un piccolo capannello di gente che osservava incuriosita.
     
    Arrivato in cima si tolse l’accappatoio e si stese a terra lasciando che il vento accarezzasse tutto il suo corpo facendolo tremare ovunque. Chiuse gli occhi e si mise in ascolto del martellare del suo cuore e con lui risentì la stessa voce: “ Respira cazzo, respira, rimani con noi, respira!”.
    Il corpo aveva smesso improvvisamente di tremare, ora poteva tornare a casa, mettersi un qualcosa addosso e uscire per cena, domani sarebbe stata una giornata impegnativa, ma bella.
    Capitolo 1 
     

     
    18 ottobre
     
    Ecco è il arrivato anche il momento, il momento che avevo sempre immaginato, il mio primo giorno di università!
    Sono davvero entusiasta!
    Frequenterò la "California State University" a Los Angeles e ho scelto la facoltà di letteratura
    Sono davanti all'entrata e quasi non ci credo, il posto è bellissimo, proprio come avevo sempre visto nelle foto. 
    Comincio a camminare, lentamente, voglio godermi il paesaggio e la mia emozione, ho sempre amato il momento in cui ci si ritrova in un nuovo posto,  quella scarica di adrenalina, quella voglia di esplorare ed è anche per questo che ho scelto letteratura, mi piace l'idea di poter leggere e comprendere il significato che ci sia dietro ogni parola.
    Mentre continuo la mia camminata, vedo un gruppetto di ragazze chiacchierare tra loro, ridono e scherzano, sembrano molto amiche.. ad un tratto vedo i loro sguardi tutti contemporaneamente fissare qualcosa, così mi giro anche io, e cosa vedo? 
    beh ovviamente un gruppetto di ragazzi! 
    Caspita, altro che cliché da film americani, sono qui da soli 10 minuti e già vedo un gruppetto di ragazze fissare ragazzi, ottimo direi!
    Non che io non l'avessi fatto o non lo facessi, ma diciamo che l'interesse per un ragazzo è sempre stato "platonico", ovvero sono sempre stata una tipo determinata e il mio unico obiettivo fino ad ora è stato lo studio, la mia famiglia ha sempre preteso il meglio da me e così ho sempre cercato di fare il massimo per accontentarli evitando qualsiasi distrazione: ragazzi, serate in discoteca.. 
    Mia sorella mi ha sempre criticata per questo, lei è il mio opposto, non le è mai piaciuto lo studio, ha sempre lavorato, è sempre uscita, sempre piena di ragazzi, la figa della famiglia insomma.. non che io non ci provi ad esserlo, anzi sono molto vanitosa, ma il mio vanto è nell'essere semplice.
    Sono arrivata all'edificio principale, anche se credo di dover andare prima in segreteria per chiedere informazioni circa i corsi e il dormitorio, altra nuova esperienza per me dato che non ho mai dormito fuori casa.
    DRIIIN DRIIIN
    << Pronto?>>
    Mamma: <<Hei tesoro come va? Sei arrivata?>>
    <<Ciao Mami, si sono arrivata, va benissimo, sono felicissima>>
    Mamma:<< Oh piccola, il tuo sogno si è realizzato, hai già visto la camera?>>
    << eh in realtà ancora no, sono appena arrivata all'edificio centrale, devo trovare la segreteria e chiedere informazioni, ci sentiamo dopo va bene?>>
    Mamma: <<Certo tesoro, a dopo>>
    Bene e ora come trovo la segreteria? Mi guardo in giro e non vedo nessuna indicazione, ottimo direi!
    Ci sono però un gruppetto di ragazze, potrei chiedere a loro, o forse no..
    Odio essere così timida!
    <<Ti serve aiuto?>> - dice qualcuno dietro di me
    <<Ehm, si grazie, dov'è la segreteria?>>
    <<Guarda dietro quest'edificio a destra, vedi è un edificio più chiaro di questo e ci sarà sicuramente tantissima gente, quindi se vedi la fila è sicuramente lì>> continua la ragazza mora dietro di me
    <<Va bene, grazie>>
    <<Ci si vede>> esclama mentre mi saluta con la mano e si allontana
    <<Certo>> ricambio
    Beh dai, per essere la prima persona con cui ho parlato sembra gentile.
    Giro l'edificio e vedo una fila immensa, ci saranno minimo una ventina di persone in fila, cavolo, dovrò aspettare minimo una mezz'oretta, che noia.
    Comincio a guardare una ad una le persone in fila, la maggior parte sono ragazze, ma ci sono anche un paio di ragazzi, sembrano scherzare molto con le ragazze, uno di loro ad un certo punto da un bacio sulla guancia ad una ragazza, lei sembra arrossire e lui se la ride, 
    tipico dei ragazzi, magari sa di piacerle e si diverte a metterla in imbarazzo, ricordo che una volta mi era capitata una cosa simile e avrei voluto ucciderlo.
    Finalmente arriva il mio turno, chiedo tutte le informazioni alla ragazza allo sportello,mi dice che i corsi cominceranno tra una settimana e mi da le chiavi della mia camera, la numero 33.
    Arrivo al dormitorio, che mi ha indicato con molta gentilezza la ragazza e chiedo alla reception dove si trovi la camera, il tipo mi dice che è al 5° piano, ottimo devo farmi 5 piani a piedi, non perchè non ci sia l'ascensore, che anzi è anche stupenda, ma perchè ho sempre avuto paura di prenderla da sola e ovvimente ora non c'è nessuno, quindi con forza e coraggio comincio a salire.
    Arrivo e ovviamente la mia camera è l'ultima del piano, continuo a camminare nel corridoio , quando vedo una ragazza bionda molto agitata uscire dalla sua camera urlando il nome di un ragazzo
    Riccardooo, Riccardo per favore dobbiamo parlare!
    improvvisamente vedo spuntare questo ragazzo da un'altra camera, senza maglia e con i capelli abbastanza sconvolti come se si fosse appena svegliato, la guarda e le dice che non hanno più niente da dirsi, rientra in camera e chiude la porta.
    Caspita, mi viene da dire, cominciamo benissimo!
    Siccome è già da un po' che sono qui fuori, decido di inserire la chiave nella porta ed entrare..
     
    Parigi era indubbiamente la città che preferiva tra tutte, con la sua vita mondana, il suo bagaglio storico e artistico, e poi era iniziata proprio lì la sua nuova vita.
    Molti secoli prima, certo, ma ricordava ogni minimo particolare della sua resurrezione: le ore di dolore lancinante e, in seguito, la gioia di svegliarsi immortale. Da quel momento, qualsiasi cosa fosse accaduta, non avrebbe più avuto paura di morire.
    Ogni tanto gli affiorava alla mente come negli ultimi tempi della sua vita umana tutti fossero dominati dal terrore della morte, era quasi l'anno 1000, la fine del mondo era prossima, secondo le credenze di quel tempo.
    Anche lui era spaventato all’idea che tutto stesse per finire; era giovane e pieno di risorse, non era destinato a restare un contadino per sempre,stava cominciando a farsi strada nella società, anche grazie alla sua bellezza.
    Le nobil donne lo trovavano irresistibilmente sexy, per questo non perdevano occasione di approfittare di qualche fugace momento di intimità con lui.
    Una in particolare, una contessa, aveva letteralmente perso la testa e lo convocava con scuse di ogni tipo pur di possederlo, tradendo il marito poco presente e promettendogli ricchezza e benessere in cambio del suo amore.
    La pelle abbronzata di quel corpo, reso muscoloso dalle dure fatiche del lavoro nei campi, lo rendeva facilmente collocabile nei ceti bassi della società, ma non il portamento, fiero e sicuro di sé, consapevole del proprio ascendente.
    I lunghi capelli biondi, portati sciolti sulle spalle possenti, la barba curata, gli occhi piccoli, di un verde  intenso.
    Tutto ciò lo rendeva diverso dai suoi amici e familiari, la sua camminata non era goffa e impacciata e non abbassava mai la testa al passaggio di qualche nobile a cavallo, non si sentiva inferiore a loro, al contrario, era convinto che un giorno sarebbe stato un uomo potente, forse più di loro.
    Per questo non poteva permettere che finisse tutto così, ponendo fine alla sua brillante ascesa.
    Il suo creatore era stato proprio un dono del cielo,ironicamente parlando; la creatura più perfetta che lui avesse mai visto, un frammento d'eternità, primordiale ed etereo, dall'aspetto incontaminato.
    Lui aveva letto immediatamente nella sua mente il desiderio ardente di vivere, ma non come comune mortale, e così aveva deciso di donargli quello per cui molti avevano venduto l'anima: l'immortalità.
    Era cominciata così la sua vita, o per lo meno ciò che lui considerava degno di quel nome, sembrava non aver mai desiderato altro prima: era fatto per essere un vampiro.
    Più di mille anni dopo il suo aspetto, naturalmente, era lo stesso, più diabolico forse, perché non si era risparmiato delitti e spargimenti di sangue.
    I suoi capelli lisci ora sembravano seta dorata, gli contornavano il viso, che aveva finalmente abbandonato il colore scuro dato dal sole, ora era di un pallore angelico, come aveva sempre desiderato: nessuno l’avrebbe più associato a un contadino, anche se le mode erano cambiate col passare degli anni e l’abbronzatura, ora,  era molto ricercata.
    Gli occhi verdi avevano delle venature rosse che non li rendevano per questo meno affascinanti e ipnotici; Narciso se fosse esistito, sarebbe stato invidioso della sua perfezione.
    Callisto era a tutti gli effetti uno dei vampiri più potenti della terra, ma c’erano due cose in cui deteneva il record assoluto e queste erano senz’altro ambizione e violenza.
    Privo di qualsiasi scrupolo, faceva tutto ciò che il suo ego gli comandava, non amava altri che se stesso.
    La stanza in cui si trovava rispecchiava al massimo la sua personalità: arredata in stile Luigi XIV, con mobili finemente intagliati a mano, ricoperti d’oro, poltroncine rivestite di tessuti pregiati, dai colori caldi e pomposi.
    Un caminetto acceso riscaldava l’ambiente, frequentato soltanto da creature gelide come il ghiaccio; il fuoco che scoppiettava vivace era l’unico elemento contrastante nella stanza, ma i vampiri amavano riscaldarsi al calore del fuoco, tanto piacevole quanto pericoloso.
    Claudette lo stava guardando in stato di adorazione; entrambi nudi e statuari, sul letto a baldacchino ricoperto da lenzuola di seta rossa, avevano appena soddisfatto la loro voglia carnale.
    Presa da un rinnovato desiderio impellente, la vampira ricominciò a baciare il suo petto, scoprendo di tanto in tanto i denti acuminati, resi ancora più aguzzi dall’eccitazione.
    Claudette era in suo totale potere, nel suo mondo non esisteva che Callisto.
    Al sentire la sua lingua e i denti che raschiavano sulla pelle, Callisto fu di nuovo pronto, insaziabile come sempre; la prese con forza, sbattendola violentemente contro il muro e la sottomise di nuovo.
    Lei non chiedeva altro, ogni attimo passato col suo signore era nuova linfa vitale che le scorreva nelle vene, e purtroppo non capitava spesso, visti i suoi impegni di conquista che lo portavano via da lei per periodi che sembravano interminabili e senza scopo.
    Ma sapeva di contare moltissimo per lui, il particolare potere di Claudette lo teneva legato a lei indissolubilmente perché non poteva farne a meno, solo lei era in grado di esercitarlo e ancora una volta Callisto era li per sfruttarlo.
    - Ora rivestiti! Devo sbrigare delle faccende.-
    Il tono gelido di Callisto la investì come una doccia fredda, ma obbedì, e dopo essersi rivestita gli si avvicinò per strappargli un ultimo bacio prima di andarsene.
    - Ah…la solita sentimentale, forza esci che ho da fare, ci risentiamo, avrò bisogno di te probabilmente in questi giorni. –
    - Come vuoi, quando hai voglia basta chiamarmi –
    Digrignò i denti in modo provocante, guardandolo dritto negli occhi; a volte qualcosa della sua vecchia personalità riemergeva, e i suoi occhi neri si riaccendevano di una luce propria.
    Era bella, come tutte le creature del suo genere del resto; in fondo era piacevole ricevere i suoi servizietti perché, tra tutte, era la più selvaggia nel fare sesso, nemmeno Selene era così a letto.
    Meglio tenerla a bada però, non si poteva mai sapere.
    Quando Claudette uscì dalla stanza anche lui si rivestì, si versò un bicchiere di scotch, senza ghiaccio, e sorseggiandolo lentamente, si accostò al vetro dell’ampia finestra, guardando dall’alto il panorama parigino.
    Era quasi mezzanotte, i suoi soldati dovevano ormai aver fatto il loro dovere e catturato Syrio, uno dei vampiri che non era ancora stato sottomesso.
    Gli serviva assolutamente: era anziano, non quanto lui, ma molto potente, ed era necessario che si unisse a lui nel dominio del mondo perché non poteva permettersi di avere dei nemici del genere.
    Visto che non lo aveva ancora fatto di sua spontanea volontà, Callisto era costretto ad operare anche con lui il lavaggio del cervello, come aveva fatto con tanti fino a quel momento, Claudette inclusa.
    Era spiacevole constatare come molti della sua specie non mirassero a schiacciare quegli esseri inferiori degli umani, alcuni addirittura erano riusciti ad innamorarsene!
    - Ma quale amore! - pensò Callisto ad alta voce - noi non possiamo amare, quella è un’illusione per deboli e se esistono vampiri deboli devono essere distrutti, ecco tutto, molto semplice.-
    Sul tavolo in legno massiccio, ricoperto da una lastra di cristallo, il display del telefono si illuminò e una musica sinfonica cominciò a riempire la stanza con le sue note malinconiche e retrò.
    - Avete fatto?-
    Una voce dall’altra parte rispose prontamente:
    - Certo, non è stato difficile, lo abbiamo condotto qui con le buone, semplicemente dicendogli che dovevi parlargli, ha detto che era da tempo che aspettava un tuo invito –
    - Bene, l’ho accontentato allora, dov’è ora?-
    - Di sotto, nel salone, abbiamo fatto sbarrare tutte le uscite come hai ordinato. –
    - Si, ad ogni modo non credo che ce ne sarà bisogno, tra poco Syrio entrerà a far parte del nostro esercito che lo voglia o no!- Dicendo questo batté un pugno sul tavolo, frantumandone un angolo.
    - Porca puttana, parlando di Syrio non riesco mai a controllarmi! Ordinate immediatamente un altro tavolo uguale a quello in camera mia, lo voglio avere entro una settimana al massimo! –
    Odiava vedere il degrado nelle cose materiali, gli ricordavano quanto fosse fragile il mondo e, anche se lui era immortale, la natura intorno a lui continuava a mutare, a morire per poi rinascere.
    Era l’eterno ciclo della vita, al quale ogni vampiro sente di essere estraneo, pur bramandone ogni attimo e respiro: l’immortalità poteva essere una condizione molto dura da accettare e, prima o poi, tutti i vampiri arrivavano a pagare il prezzo della loro natura che non seguiva i normali ritmi del mondo in cui però erano costretti a vivere.
    La natura chiedeva sempre un riscatto e Callisto odiava doverlo ammettere.

    By simbad43, in Poesia,

    Oggi va proprio male.
    Caldo, Sole malato.
    Ovunque.
    Fra foglie pur se fitte
    sui coppi
    il muro reso secco
    e il prato.
    Filtra qui dentro
    per interstizi sconosciuti
    sale le scale
    riempie gli  spazi vuoti
    faticano i polmoni
    sbilenco accalda la cucina
    sfiora il lavello
    il pavimento brilla.
     
    La fascia azzurra,
    tanto sottile
    cangiante l’orizzonte
    di poca e incerta consistenza
    che pur m’affascinava dall’oblò osservare
    si è consumata
    bruciata a fuoco lento
    da un grill di radiazioni
    fuochi incrociati
    strane emissioni
    ed ora è nuda
                       Terra bruciata
    tutto riarso a fondo,
    senza eccezioni.
     
    Prologo:
     
    Mi lascio scivolare sotto le lenzuola e stendo le gambe dalla parte di Luca, mi piace invadere il suo spazio quando lui non c’è.
    Spengo la lampada sul comodino e mi giro su un fianco, vedo la luce fioca che viene dallo studio e sento Luca che batte sulla tastiera del computer.
    "Buonanotte!" gli dico
    "Buonanotte amore, vengo a letto presto"
    So che non sarà così, so che quando verrà a dormire sarà tardissimo e che probabilmente non lo sentirò nemmeno, ma non mi dispiace troppo.
    Il ticchettio delle sue dita sulla tastiera mi tiene compagnia per qualche minuto, prima che sprofondi nel sonno, è un ticchettio dolce per me. So che Luca sta scrivendo una storia bellissima.
     
    Settembre 1979:
     
    Quell’estate, l’estate dei miei sedici anni, mi aveva trasformata da ragazzina in donna.
    I compagni che mi rividero dopo le vacanze mi guardarono stupidi: non ero più la ragazza magra dal corpo di bambina, il mio seno era sbocciato e i miei fianchi si erano arrotondati.
    “Hai visto che schianto è diventata Chiara?” sentii dire al Bollini che sedeva al banco dietro al mio ed io mi sentii come il brutto anatroccolo trasformato in cigno, mentre la mia autostima faceva un balzo in avanti.
    L’altra novità di quell’anno era l’arrivo di un compagno nuovo che mi sembrò subito poco interessante.
    Era alto e magro e portava gli occhiali, aveva un’aria seria e si era messo nell’unico banco rimasto libero, quello di Raffaele Falli, il secchione della classe che tutti evitavano.
    Il nuovo arrivato si chiamava Luca Martini e si era appena trasferito da Roma nella nostra città per via del lavoro di suo padre, un ingegnere molto affermato.
    Io ero tutta presa dai miei corteggiatori e dal nuovo successo che mi dava il mio aspetto fisico: biglietti d’amore, occhiate nei corridoi, richieste d’appuntamenti.
    Come dicevo alla mia amica Sabrina non c’era nessuno che mi piacesse davvero e, per questo, anche se mi lasciavo corteggiare, finiva che non prendevo nessuno sul serio.
    Luca, il nuovo compagno, andava malissimo a matematica e a fisica e i primi compiti per lui furono un disastro.
    Ma quando la prof di italiano ci riportò il primo compito in classe Luca ebbe un fantastico nove, un voto che nessuno aveva mai preso.
    La professoressa lo lodò fino a farlo arrossire mentre glielo consegnava, parlarono insieme delle sue letture e scoprimmo che Luca aveva letto più di noi tutti messi insieme.
    “Gli insegnanti che hai avuto finora ti facevano leggere così tanto?” chiese la professoressa.
    “No – rispose – Leggo perché mi piace”.
     
    Il manoscritto:
     
    Annoiata dalla lezione di filosofia sbirciavo ogni tanto il cielo a neve sperando di vedere qualche ficco iniziare a cadere.
    “Eccola! Nevica, nevica!” gridò il Ciampolini.
    La professoressa alzò la voce cercando di attirare l’attenzione della classe, ma eravamo tutti troppo eccitati dallo spettacolo dei fiocchi che adesso cadevano decisi.
    “Attacca, attacca, oggi pomeriggio tutti a fare a pallate” sussurrò qualcuno dietro di me.
    La campanella dell’ultima ora fu accolta da grida di gioia e ci precipitammo a fare gli zaini.
    Ero rimasta una delle ultime e, mentre uscivo dalla classe, vidi un quaderno che era caduto sotto al banco di Luca.
    Istintivamente lo raccolsi e alzai il capo per chiamare il mio compagno.
    Non lo vidi.
    Mi affacciai nel corridoio, ma Luca non si vedeva più.
    Aprii il quaderno dalla copertina verde e mi accorsi che non c’era scritto il nome del proprietario, era un quaderno a righe tutto scritto ma . . non era il quaderno d’italiano, che strano.
    Sbirciai le prime righe e mi accorsi che era l’inizio di una storia, me lo infilai nello zaino e corsi fuori.
    Subito dopo pranzo andai in camera mia con il quaderno.
    Luca, perché ormai avevo la certezza che il quaderno appartenesse a lui, aveva una bella calligrafia chiara e, più che altro, un modo di scrivere avvincente.
    Leggevo senza riuscire a smettere, alle amiche che mi telefonavano perché uscissi sulla neve risposi che avevo mal di pancia.
    La storia era ambientata nel 1800 e parlava di un giovane medico e del suo amore non corrisposto per la ragazza più bella del paese.
    Più andavo avanti nella lettura, più identificavo il protagonista con Luca: la sua timidezza, la forte miopia, gli occhiali che lo rendevano impacciato.
    Ma la mia sorpresa fu enorme quando, leggendo la descrizione fisica della giovane amata, mi accorsi che corrispondeva perfettamente alla mia: occhi azzurri dalle ciglia lunghissime, capelli bruni e mossi, una risata che scavava fossette nelle guance.
    Mi precipitai allo specchio del bagno e risi forzatamente fino a che vidi apparire le due fossette: era vero e non me n’ero mai accorta!
    La ragazza della storia si chiamava Beatrice ed era veramente stupida.
    Si lasciava corteggiare facendo illudere i poveri uomini, civettava con molti, ma poi non si concedeva a nessuno.
    “Mio Dio! Ma allora anch’io mi comporto in questo modo?”
    E per quando riguardava il giovane medico (Riccardo), non lo vedeva nemmeno.
    “Ecco, adesso che si è slogata una caviglia scendendo da cavallo dovrà andarci dal medico!” commentai ad alta voce tutta presa dalla mia lettura.
    Il mio cuore batteva forte mentre leggevo dell’emozione di Riccardo che si ritrovava in studio la sua amata  venuta a mostrargli la caviglia slogata.
    Ma Beatrice non si accorgeva degli occhi innamorati che la guardavano da dietro le lenti, non si avvedeva che le mani di Riccardo tremavano leggermente fasciandole la caviglia.
    “Stupida vanesia – dissi  – Non sei degna del suo amore!”.
    Girai la pagina con rabbia e mi accorsi che era l’ultima, perché la storia si interrompeva a quel punto.
    Già Luca, chissà se si era accorto di aver perduto il quaderno.
    Se sì, doveva essere molto dispiaciuto.
    Presa da un impulso afferrai il mio diario di scuola, ricordavo di averlo fatto passare di banco in banco perché i compagni  scrivessero il proprio numero di telefono nella pagina della rubrica.
    Non avevo fatto caso se Luca lo aveva scritto.
    Già, che mi importava di Luca, pensai sentendomi un po’ come Beatrice nei confronti di Riccardo.
    Uffa!
    Ma sì, il numero me l’aveva scritto e lo composi subito, prima che ci pensassi troppo e cambiassi idea, anche se non sapevo ancora tanto bene cosa gli avrei detto.
    Mi rispose lui stesso, riconobbi la voce.
    “Luca, sono Beatrice, cioè Chiara . . .. Senti, oggi mentre uscivi di classe dev’esserti caduto un quaderno verde, l’ho trovato sotto il tuo banco”
    “Sì, infatti non lo trovavo. E’ un quaderno di appunti. Ci scrivo così, non è di scuola. L’hai mica aperto?”
    “Aperto? Scusa, forse non avrei dovuto. Ci ho dato una sbirciatina”
    “Oddio! Ma sono cose stupide!”
    “Per nulla stupide, scrivi cose bellissime, te lo giuro”
    “Scherzi?”
    “No, sono serissima, per questo ti ho chiamato. Non volevo che ti preoccupassi per aver perso il quaderno, prima di tutto e poi . . “
    “E poi?”
    “E poi volevo sapere come cavolo va avanti la storia, s’interrompe sul più bello”
    “Ah, allora non gli hai dato solo una sbirciatina”
    “No, ho letto tutto, io quando inizio non posso fermarmi. Ma tu non sei uscito a fare a pallate?”
    “No e tu?”
    “Neanch’io, mi sono messa a leggere. Senti, è un po’ tardi, ma se ti va possiamo uscire adesso, così vediamo la neve e parliamo della tua storia. A proposito, ma il titolo?”
    “Te lo dico dopo. Ce la fai fra un quarto d’ora in Piazza della Repubblica?”
    “Ok, a dopo”.
     
    Indossai piumino e doposcì e mi precipitai fuori, non senza aver prima sorriso allo specchio del bagno fino a farmi venire le fossette.
    Luca era già lì, ritto accanto all’obelisco, con le mani infilate nelle tasche del piumino e un cappellino di lana nero che gli faceva appannare gli occhiali.
    “Ciao – mi disse – E il quaderno?”
    Sorrisi mentre me lo facevo scivolare da sotto il piumino e glielo porgevo.
    Mi misi a togliere la neve dal muretto su cui sorgeva il monumento per farmi un sedile e Luca mi imitò.
    Quando ci fu posto per tutti e due ci sedemmo:
    “Allora? – dissi – Il tuo romanzo?”
    “Se vuoi sapere il titolo, ancora non me n’é venuto in mente uno che mi piaccia abbastanza. Se vuoi sapere come va avanti la storia, beh, lo chiedo a te: tu che cosa pensi che succeda?”
    “Io penso che anche Beatrice prima o poi si innamorerà di Riccardo”
    “Insomma è questo che ti piacerebbe che succedesse?”
    “Sì”
    “Ma lui è un tipo così sfigato e lei è così bella . . .”
    “Sì, ma lui è talmente intelligente, talmente sensibile e poi non penso che sia brutto. Come se tutti quelli che portano gli occhiali fossero brutti, è una cavolata!” dissi.
    Probabilmente per togliersi dall’imbarazzo Luca si tolse i suoi e si mise a passare le dita inguantate sulle lenti nel tentativo di pulirle.
    “Insomma, proprio non me lo vuoi dire come va avanti la storia?” dissi facendo oscillare avanti e indietro le gambe che ciondolavano giù dal muretto in un moto di impazienza.
    “Siccome voglio soddisfare i miei lettori e la mia unica lettrice sei tu, succederà quello che desideri” disse Luca rimettendosi gli occhiali.
    “La tua unica lettrice? Che onore! Ma fra poco non sarò più l’unica, quando l’avrai pubblicato . . . “ e così dicendo mi lasciai scivolare giù dal muretto e attraversai la piazza correndo verso un bel mucchio di neve.
    “Sì dai, ma chi vuoi che me lo pubblichi!” disse Luca mentre la mia pallata di neve lo colpiva sul collo.
    Con un balzo Luca saltò giù dal muretto e iniziammo una battaglia nella quale io ebbi la peggio.
    “Ok, ok, mi arrendo! – gridai mentre mi scuotevo di dosso la neve che mi era entrata dappertutto – Come fai a sapere che non te lo pubblicheranno? Potresti provare a mandarlo a qualche casa editrice, no?”
    “Uhm . . potrei provare, anche se non è facile. In tutti i casi se continuerò a scrivere avrò sempre contro il mio grande nemico”
    “Chi è il tuo grande nemico?” chiesi stupita
    “Mio padre”
    “Tuo padre un nemico?”
    “Sì, lui si oppone alla mia passione per la scrittura, dice che sono cose da rimbecilliti e non vuole che perda tempo con quelle che definisce “le mie cavolate”. Lui vuole che mi iscriva ad ingegneria per prendere il suo posto nella ditta di famiglia”
    “Ma tu non ci sei portato! A te piace la letteratura! Avresti dovuto fare il liceo classico invece dello scientifico”
    “Vallo a spiegare a quello lì”
    “E tua madre che dice?”
    “Lei non conta nulla, è completamente succube dell’ingegnere”
    “Beh, tu continua a scrivere. Sei talmente bravo che, per forza, si dovrà ricredere . . Mamma mia com’è tardi! Sono quasi le otto, fra un po’ è ora di cena”.
    “Ok, scappiamo, grazie per il quaderno e per l’incoraggiamento. A domani, mia unica lettrice”
    “A domani . . . Riccardo”
    “A domani . . . Beatrice”.
    Risi mentre correvo via.
    Luca mi aveva appena confermato che i protagonisti del romanzo si identificavano con noi due e allora, se Riccardo era innamorato di Beatrice, Luca doveva esserlo di me!
     
    Dopo una settimana Luca mi consegnò il quaderno verde perché lo leggessi: il romanzo era finito.
    Felice corsi a metterlo nello zaino:”Non vedo l’ora di leggerlo”.
    I rapporti fra me e Luca erano cambiati profondamente e i compagni ci osservavano stupiti mentre passavamo la ricreazione insieme chiacchierando animatamente.
    L’estate precedente avevo frequentato un corso di dattilografia così decidemmo che avrei battuto io il romanzo a macchina con la portatile di mia madre, sotto la dettatura di Luca.
    Luca sarebbe venuto a casa mia il pomeriggio, così avremmo potuto lavorare in pace sfuggendo al controllo dell’ingegnere.
    Ai miei avrei detto che facevamo una ricerca.
    Quel pomeriggio divorai il resto del romanzo accorgendomi ad ogni riga che tutto scorreva esattamente nel modo che avrei voluto.
    Piansi di commozione leggendo il capitolo in cui Beatrice scopriva di amare Riccardo lasciandosi finalmente andare ad un sentimento che fino ad allora si era rifiutata di accettare.
    Feci per prendere il telefono per chiamare Luca, ma poi cambiai idea: volevo vederlo di persona.
    Luca abitava in un bell’appartamento ad un quarto d’ora di cammino dal mio.
    Non c’ero mai stata, ma lui mi aveva spiegato come trovarlo e vi arrivai facilmente.
    Trovai il portone accostato e salii le scale silenziosamente per evitare di essere vista dal portiere. Non mi andava di dirgli chi ero e chi cercavo.
    Mentre suonavo il campanello mi augurai che l’ingegnere non fosse in casa: quell’uomo destava in me un po’ di timore e nessuna simpatia, dopo quello che Luca mi aveva raccontato.
    Mi aprì una donna non più giovanissima, ma ancora molto bella e notai che aveva gli occhi di Luca.
    Mi sorrise con aria compiaciuta quando le dissi che ero un’amica di suo figlio e corse a chiamarlo.
    Luca era stupito di vedermi, ma capii che la mia sorpresa gli aveva fatto piacere.
    Mi prese per la mano e mi trascinò nella sua stanza, lontano dalla curiosità di sua madre.
    “L’ho letto – dissi non appena fummo soli – Luca, sei bravissimo. Mi hai fatto piangere”
    “In quale punto, esattamente?”
    “Beh, nel punto in cui si scopre l’amore di Beatrice per Riccardo. Fino a quel punto devo ammettere che Beatrice mi faceva un po’ rabbia”
    “Perché?”
    “Perché era sciocca e frivola. Le piaceva farsi corteggiare dagli uomini più importanti del paese senza provare un minimo di sentimento. Per quel che riguarda Riccardo poi, non si era accorta che dietro la sua goffaggine e la sua timidezza si nascondeva un tesoro di ragazzo! Per fortuna che poi alla fine si è ravveduta”
    “Non sempre l’amore arriva per tutti nello stesso momento – disse Luca – Bisogna dare tempo all’amore”
    “Perfetto! –gridai – Ecco il titolo: Bisogna dare tempo all’amore. Cosa ne pensi? Per me calza a pennello”.
    “Sì, direi che potrebbe andare bene davvero. Come farei senza di te? Sei la mia musa ispiratrice!”
    Risi e facendolo mi indicai le fossette sulle guance:”Queste ce le ho anch’io, ma prima di leggere il romanzo non ci avevo fatto caso”
    “Io le ho notate il primo giorno di scuola mentre ridevi con Sabrina”
    “Io invece all’inizio non ti ho proprio notato – dissi – Ma ti ho notato più tardi, quando ho letto il quaderno, allora sì che ti ho notato!”
    “Bisogna dare tempo all’amore” mormorò Luca.
    E a quel punto lo baciai, sì fui io a farlo perché se avessi aspettato che trovasse lui il coraggio forse adesso saremmo ancora lì.
    Da quel giorno non mi sono più separata da Luca, l’ho incoraggiato, sostenuto, lodato.
    Sono da sempre la sua prima lettrice e forse la sua musa ispiratrice, come dice lui.
    All’inizio abbiamo combattuto insieme contro l’ostilità dell’ingegnere, poi un giorno lui è entrato in una libreria e ha visto con i suoi occhi quello che fino ad allora aveva rifiutato di vedere: gli scaffali pieni dei romanzi di suo figlio divenuti best seller.
    Allora ha deciso di lasciare la ditta a suo genero e ci ha lasciati in pace.
     
    Sono le tre del mattino e Luca entra piano piano nel letto per non svegliarmi.
    Sta scrivendo una sceneggiatura.
    Tendo un braccio verso di lui per abbracciarlo.
    “Sei sveglia?”
    “Un po’ sì, un po’ no. A che punto sei?”
    “A un buon punto, ho finito e domani te lo leggo, ma adesso dormi. Buonanotte, mia bellissima musa”.
     
     
                                                                                                           
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Asa gira la sua sigaretta della buonanotte,mentre fuori al balcone l'aria torrida dell'estate romana non la fa respirare. Lui è andato via da poco,sta tornando a casa e Asa si domanda se anche lui ora stia pensando a questa serata. piena di silenzi, di frasi forti e lasciate lì,non approfondite per paura di scoprire troppo. Asa se lo domanda eccome e la cosa che teme di più è che lui ora non lo faccia. 
    Erano venuti all’alba e si erano portati via tutto, il letto, la cucina, gli armadi, il comodino, persino i lampadari. Avevano smantellato quella casa pezzo dopo pezzo, come tanti topi l’avevano rosicchiata senza pietà lasciando uno scheletro nudo. Le uniche cose che avevano risparmiato erano il tetto e quella finestra che stava ad osservarlo con aria triste. I colori invece non li avevano voluti perché erano già vecchi e fin troppo usati, nessuno se li sarebbe presi.
     
    Chiudendo forte gli occhi cercò di ricordare l’esatta collocazione di ogni singolo mobile, di ogni stampa, del vaso con i fiori sempre freschi dentro. Poi prese un gessetto scuro e cominciò a disegnarne i contorni sulle pareti e sul pavimento. Disegnò la cucina pezzo per pezzo, i fornelli e il lavello, i piatti disposti dentro la piattaia, il letto e l’armadio vicino, con quell’anta rotta che gli aveva sempre dato problemi ma che decise che in fondo non gli dispiaceva affatto, si era ormai abituato anche a quella piccola lotta quotidiana. Disegnò le tende alla finestra e il lampadario di ferro battuto che gli avevano regalato per il matrimonio e che all’inizio lo aveva fatto rabbrividire, ma che per amore di Elena aveva acconsentito lo mettessero in soggiorno. E disegnò i bicchieri e le tazze sporche sul tavolo, sempre tanti, sempre tanti sempre sporchi e la polvere sul davanzale e sui tappeti.
    E disegnò le stampe che aveva collezionato durante i viaggi che avevano fatto e la vasca dei pesci rossi che era andata distrutta anni fa, ma che stava tanto bene in soggiorno accanto alla pianta grassa di fiori rossi del deserto.

    Quindi prese tutte le matite, le allineò meticolosamente davanti a se per tono di colore, e cominciò a spezzarle, una per una, guardandole senza vederle. Poi prese i fogli, tutti i fogli su cui per anni aveva disegnato, schizzato, colorato, provato a dipingere. Dopo averli accartocciati li ammucchiò tutti in un angolo della stanza, quello vicino alla finestra, li cosparse di alcool e gli diede fuoco lasciando che il fumo scappasse via.
     
    Per ultimo disegnò un telefono. Alzò la cornetta e disse all’uomo che rispose dall’altra parte: “Guardi che i suoi fattorini stamattina non sono venuti, i mobili sono ancora tutti qui…”
    Riagganciò e si mise a letto senza chiudere le tende. Voleva svegliarsi alle prime luci dell’alba quando la moka avrebbe intonato il canto del buongiorno.
    Il telescopio era pronto ed io guardai attraverso l’obiettivo per posizionarlo verso la luna. Dopo vari tentativi ci riuscii. La vidi finalmente, la Luna, con i suoi enormi crateri. Sembrava fatta di una materia plastica, giallastra e polverosa che era stata colpita da alcune palle di diverse dimensioni. Quei suoi solchi semisferici, quella sabbia giallastra di cui era ricoperta le davano l’aspetto di qualcosa di provato, che aveva subito maltrattamenti, duri colpi, un essere che aveva condotto un’esistenza difficile ma che con quella luce e quella circolarità si ergeva in cielo maestosamente come se volesse continuare a durare e a muoversi, nonostante tutto. Voleva continuare imperterrito il suo moto da una parte all'altra del firmamento e attorno a sé stesso, mostrandoci tante facce e colori diversi, rivelandosi a tutti quelli che gli stavano intorno in ogni sua parte come una persona nuda si aggira disinvolta e sicura di sé, con coraggio, in un ambiente pronto ad attaccarla. Aveva in sé una grossa mole, che poteva essere considerata relativamente piccola rispetto ad altri corpi celesti ma comunque appariva enorme in mezzo a tutti i puntini luminosi del cielo e per questo attirava l’attenzione più di chiunque lassù ed io infatti, non smettevo di ammirarla con il telescopio. Quel gigante luminoso con i suoi crateri appariva come un animale in mezzo ai suoi simili. Un animale che però, per sconosciute ragioni, per uno scherzo della natura, era divenuto enorme, immenso, nessun’altro possedeva la sua stazza, e per questo dominava il cielo.
     
    Prologo
     
    New York: 18 maggio 2013
     
    Ecco ci siamo.
    Oggi è finalmente il grande giorno.
    Lo sguardo indugia mentre mi osservo allo specchio, pronta a criticare ogni piccolo dettaglio. Ma alla fine soddisfatta e con un sorriso sulle labbra non posso che chiedermi: "ma questa sono davvero io?".
    Il viso è fresco, riposato, ricoperto da un sottile strato di fard che riprende il rosa tenue dell'ombretto sopra gli occhi azzurri, mentre le labbra sono messe in risalto da un rossetto rosso, in grado di riprodurre perfettamente il colore delle rose sul vestito. I capelli, i miei ribelli riccioli dorati, cadono ora perfettamente sulle spalle, divisi in tanti morbidi boccoli, mentre qualche bocciolo di rosa ravviva e colora l'insieme.
    «Permesso, posso entrare?» 
    Qualcuno bussa alla porta.
    «Oddio Rebby, sei meravigliosa! La sposa più bella che io abbia mai visto! Fatti dare un bacio prima che inizi a piangere come una fontana!»
    «Meravigliosa anche se sono ancora in vestaglia?» rispondo arrossendo. «Non credi di esagerare? Anche se devo ammettere che l'estetista e la parrucchiera sono state davvero brave!» 
    «Altro che estetista, sei tu che sei bellissima Rebby! Fatti abbracciare un'ultima volta prima di entrare in quell'enorme vestito che ho cucito con tanta fatica. Sai, sono davvero contenta di come è venuto. Il mio primo abito da sposa, e non poteva che essere per te!» dice con gli occhi che le luccicano per l'emozione.
    Ed ha ragione, l'abito è meraviglioso, interamente in taffetà bianco. Me ne sono innamorata non appena ne ho visto lo schizzo in mezzo ad altre bozze. Il corpetto è semplice, con scollo squadrato, senza spalline e la gonna ricade ampia, morbida, mentre tre rose rosse sul lato sinistro donano una nota di colore.
    La stilista è lei Marika, la mia migliore amica da sempre, arrivata qui a New York venti giorni fa, con il mio abito su misura ancora quasi interamente da cucire. Un arrivo provvidenziale: giusto in tempo per aiutarmi con gli ultimi estenuanti preparativi e per rimediare agli immancabili disastri che ne hanno fatto da contorno... Non è mica colpa mia se provando le scarpe da sposa sono caduta aggrappandomi agli abiti delle piccole damigelle appesi nello studio... E nemmeno se ho confuso l'appuntamento con l'estetista a Brooklyn con quello della parrucchiera a Mid Town il giorno prima del fatidico si... D'altronde, un po' di confusione è comprensibile prima di affrontare un passo tanto importante! Ma lei, da perfetta testimone, ha sempre rimediato, insegnandomi anche degli ottimi esercizi di training autogeno.
    Intanto qui in casa è tutto un gran casino! Mio padre che non riesce a fare il nodo alla cravatta, mia madre che non trova la parure di gioielli da indossare e la Stella, il mio adorato labrador color crema, che appallottolata nella sua comoda e confortante cuccia, si scruta intorno terrorizzata, non capendo il perché di tutta questa confusione. Ma la cosa sorprendente per davvero è la mia completa e probabilmente inadeguata calma.
    Oggi finalmente io sarò sua e lui sarà mio, per sempre...
    Ora non rimane che infilarsi scarpe, vestito ed incamminarsi verso l'altare.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 1
     
    Due anni prima....
     
    Terra, finalmente terra!!!!!
    Quando le porte dell'aereo si aprono mi metterei a baciare il pavimento dell' aeroporto di Milano tanto sono entusiasta di non essermi schiantata nell'oceano durante le lunghissime nove ore che mi hanno riportato in Italia. Nel frattempo ho visto due film, finito di leggere la saga di Twilight e giocato con l'i-pad fino a scaricarlo, il tutto senza chiudere occhio per nemmeno un minuto. Ed ora la mia stanchezza è pari soltanto al mio entusiasmo.
    Erano più di tre anni che non tornavo, e sebbene New York sia straordinaria è difficile sentirsi a casa dall'altra parte del mondo, a sei fusi orari da qui, a 8000 km di distanza.
    Con la musica ancora nelle orecchie mi avvio a ritirare il bagaglio, mentre una serie di  bip-bip dietro l'altro mi avvisa che il cellulare ha ripreso a funzionare. Inizio a scorrere velocemente i messaggi: "Noi siamo qui fuori, impazienti di vederti, sbrigati!!!!". Questa è Marika che è venuta a prendermi. Ecco altri messaggi delle compagnie telefoniche che mi danno il benvenuto in Italia (uffa, ma quanti sono?!?) e poi finalmente il messaggio che aspettavo: "Fatto buon volo? Arrivata tutta intera? Chiamami quando puoi, mi manchi già da impazzire... Ti amo." Lucas. Il mio ragazzo, il ragazzo perfetto: un medico londinese di ventinove anni adottato anche lui dalla grande mela, alto, bello, super sexy, serio e affidabile con il quale sto insieme da più di due anni e che mi raggiungerà qui in vacanza tra una ventina di giorni. Assorta nei miei pensieri, mentre rispondo velocemente al messaggio, non mi accorgo dell' enorme valigia rosa che passa sul nastro trasportatore proprio sotto i miei occhi: diamine è la mia! Solo che ormai è troppo tardi per prenderla d allora inizio a seguirla correndo, spintonando la gente in attesa, fino a che qualcuno dall'altra parte la afferra e la tira giù al posto mio.
    «Ehi, quella è la mia! Grazie, aspetti che arrivo a prenderla!!!» mi metto ad urlare proprio un attimo prima di volare goffamente a terra, inciampando sui bagagli appena scaricati da una ragazzina bionda. E mentre sono sdraiata sul pavimento nel bel mezzo dell' aeroporto, rossa in volto per l'imbarazzo, vedo qualcuno porgermi la mano:
    «Ricordo questa valigia rosa, la stessa con la quale sei partita.  Inconfondibile, così come il tuo stile nelle cadute. Serve aiuto?»
    E a quel punto lo riconosco: quel bellissimo sorriso e quegli indimenticabili riccioli neri che mi hanno accompagnato sin dall'infanzia.
    «Leo!!! Ciao, fatti abbracciare!» urlo saltandogli al collo con tale veemenza da rischiare di far cadere a terra tutti e due.
    «Ma quanto tempo è passato dall'ultima volta che ci siamo visti?»
    «Un'eternità piccola, un'eternità! E tu ora sei ...uaooo....Sei bellissima!» Risponde continuando a sorridermi. «E la tua valigia pesa tantissimo, ed anche tu, quindi è meglio se adesso ti stacchi dal mio collo.»
    «Esagerato! Ci sono solo due cosette qui dentro, d'altronde sto qui quasi un mese, che pretendi!» rispondo ricomponendomi e sistemandomi i vestiti.
    «Quasi un mese con te in giro per casa? Come farò a non impazzire, speravo di essermi liberato di te quando con il tuo trasferimento.»
    «E invece hai cantato vittoria troppo presto. Anche se visto le innumerevoli e lunghissime lettere, non ci vuole molto a capire che in realtà non ti sono mancata poi così tanto.»
    Non aspetto molto per lanciargli questa frecciatina. Leo, il mio migliore amico é praticamente sparito dalla mia vita quando mi sono trasferita. Pochissime mail, pochissime chiamate.  Nonostante i miei ripetuti inviti non é mai voluto venire a trovarmi e solo un pazzo potrebbe rinunciare a New York con l'alloggio gratis!
    «Qualcuno si è offeso perché non le ho mandato una mail al giorno? Sai che non sono per nulla tecnologico e poi con te preferisco un rapporto più diretto, più fisico.» E, sollevandomi nuovamente da terra, inizia a farmi piroettare.
    «Va bene, va bene, ora basta mettimi giù. Ci stanno guardando tutti! Piuttosto, ma come hai fatto ad entrare qui? Non si può! E Mary dove l'hai lasciata?»
    «Ehi, quante domande! Lei è qui fuori, in attesa di abbracciare la sua amica e nel frattempo ha mandato me a fare il lavoro pesante.» Risponde indicando la valigia. «E, riguardo al come sono entrato, sai che so essere molto persuasivo, soprattutto quando la poliziotta da corrompere è una ragazza giovane e bella.»
    «Sempre il solito, eh?» lo punzecchio ridendo. «Andiamo che tua sorella ci aspetta ed io non vedo l'ora di vederla!»
    Beh, ovviamente incontrare Marika dopo tutto questo tempo è ancora più emozionante, siamo così contente che decidiamo di brindare direttamente nel bar dell'aeroporto, prima ancora di metterci in marcia verso casa, verso il paese sul mare in cui sono nata, cresciuta e che  non vedo l'ora di raggiungere.
    Le due ore di macchina passano veloci, tra ricordi e risate.
    Con il cuore gonfio di nostalgia vedo scorrere intorno a me paesaggi familiari. Ed improvvisamente sono di nuovo immersa nelle distese pianeggianti che da piccola osservavo dal finestrino del treno che correva veloce portandomi a fare shopping o a visitare una delle tante magnifiche città che caratterizzano la mia amata Italia.
    «Siete davvero sicuri che non disturbo se rimango a dormire da voi?» Chiedo mentre la radio passa "Someone like you" di Adele.
    «Scherzi! Non ti lascerei andare da nessun'altra parte, chissà quando tornerai a trovarci. Certo, la casa è un po' piccola, ma al massimo mandiamo qualche giorno Leo da mamma e papà.»
    «Te lo puoi scordare, diciamo che al massimo mandi il tuo ragazzo a dormire a casa sua la sera. Ormai mi sembra di convivere con una coppietta sposata invece che con mia sorella.»
    «Quanto la fai lunga, Marco si ferma da noi solo una sera ogni tanto!»
    «Allora è una cosa seria?» le sorrido tirandole una gomitata d'approvazione. Finalmente dopo un paio d'anni di tira e molla con il suo ex Maryka sembra aver trovato la stabilità e la felicità con questo ragazzo che io non vedo l'ora di conoscere.
    «Silenzio!» Interviene la mia amica. «Non pronunciare "cosa seria" davanti a Mister Don Giovanni, o gli viene l'orticaria!» Basta questo per farci scoppiare a ridere entrambe.
    «Devo dedurre che tu non sia cambiato in tutto questo tempo.» dico continuando a ridere.
    «Ridete, ridete, intanto guardatevi lì, vent'anni e già praticamente sposate, non avete capito nulla voi due, io si che so cosa vuol dire divertirsi!»
     
     
     
     
     
     
    la tua storia...
    Semplicemente Poesia
     
    La poesia esiste,
    laddove serve la verità.
    La poesia esiste,
    quando ci sentiamo soli,sperduti,impauriti.
    La poesia esiste,
    quando non servono più parole.
    La poesia
    Balla una romantica danza tra le righe,
    si spegne e si riaccende
    con l’amore
    di chi la cerca negli occhi altrui.
    La poesia
    Meraviglia dello stupore,
    meraviglia dell’essere piccoli quando si è già grandi.
    Semplicemente una poesia
    Che allontana la tristezza.
    Di sera,
    si è già accovacciata sulla mia mano
    la stringo un po’,
     la lascio volare
    nel blu della notte.
     
     
     
    La fuga
     
    Fu in quella calda e afosa sera di settembre,
    che il mio cuore, abbandonò il mio corpo
    alla ricerca di emozioni sconosciute
    egli partì,
    non vi fece più ritorno.
     
    Abbandono
     
    Faceva poco freddo, forse.
    Non lo ricordo più,il colore di quella sera.
    Tra scaramanzie e quattro risate
    solo tanto rumore nella mia mente.
    Poi la verità,
    che arrivò senza aspettarmi.
    Avresti potuto darmi più tempo per capire
    Ma non lo facesti.
    Così,
    sentii più freddo del solito, poi il nulla
    solo vuoto.
    Tanta gente ne parlava
    Ma chi ci credeva?
    Solo una buffa diceria come ricordo,
    notti insonni ,su materassi sgualciti
    passeggiate e chiacchierate.
    Tu, che ancora vivi per sempre
    Non andartene mai più da me.
     
     
    Le passioni
     
    Ci sono passioni che durano un istante
    Altre che durano un giorno, un anno o poco più.
    Poi
    Arriva quella della vita.
    La riconosci, è lei:
    chiara,limpida e serena
    la ritrovi nel tuo essere
    tra le cose che ami..
    Il cibo, l’amore ,la poesia..oppure
    Il mare.
     
     
     
     
    Delusione
     
    Fra un sospiro e l’altro ,
    scorrono i pensieri di chi ama e tace.
    L’anima in tempesta
    Sogna e spera.
     
     
    Io cerco
     
    Cercasi emozioni forti
    Che mettano in subbuglio lo stomaco,
    che centrifughino il cuore
    e svuotino la mente.
     
     
    Una bugia
     
    Molte volte,
    ho detto a me stessa :
    Non viver più di emozioni.
    Ma è possibile,
    Strappare un’anima viva, dal suo inerme guscio?
     
    Realtà malvagia
     
    Cos’è questa realtà?
    Corsa contro il tempo?
    Corsa verso un perché,un cosa, un chi?
    Cos’è la realtà?
    Quella che noi vediamo tutti i giorni
    O il mistero della sua trasparenza?
    Realtà:
    con un occhio aperto,vigile ed attento ci scruta
    con l’altro,
    chi lo sa.
     
    Non son più Io
     
    Non son più io,
    quella che vedo,oltre quel riflesso.
    Occhi spenti,al posto di stelle
    Una fessura ermetica,al posto di un sorriso.
    Uno sguardo perso, senz’anima né vita.
    Il cuore trema
    Avvolto dal dolore e dal timore
    L’eco del mio io,risuona lontano
    tra paesaggi svuotati,
    e gente sconosciuta.
     
     
    Incubo estivo
    Un incubo
    Poi la voglia di scrivere incessantemente.
    Come un tuono rumoroso
    Mi ha scosso l’anima.
     
    Ispirazione
    Un semplice foglio di carta.
    Lui mi guarda, e in un attimo
    Mi spoglio delle mie paure.
    Su di esso scrivo
    I tormenti del mio essere.
     
    Non cambierò
    Ho aspettato una vita,per esser così sensibile.
    Non ce ne metterò un’altra
    Per non esserlo più.
     
    Pazzia
    Credo di essere pazza.
    Sì, lo sono veramente.
    Sono pazza delle cose inesistenti
    Pazza di vedere,
    nella grigia normalità esistenziale
    la distorsione dei miei ribelli e arruffati pensieri.
     
    L’estate spezzata
    Ho avvertito l’arrivo dell’estate.
    Non dal calore delle sue giornate,
    ma dall’arrivo dei suoi ricordi,
    dal loro profumo..dal loro sapore.
    Estate
    Malinconiche sere d’innocenza e d’amore
    Senza tempo,senza voglia di crescere,
    senza la paura di cadere
    nel buio dell’inconsapevolezza.
     
    Fotografia materna
    Fotografia
    Con un tenero abbraccio,stringe il suo bambino
    Il ricordo.
     
     
     
     
    Resto ferma qui
    Ad ogni suo sguardo
    Ogni parola pronunciata,
    sentivo quasi mozzare il fiato.
    Gli occhi vibravano insieme al corpo
    Si tenevano stretti stretti,infreddoliti.
    Stavo lì
    Travolta ormai dal terrore,
    a guardarlo fisso
    per poi bruciare lentamente come legna,
    insieme al rumore delle sue parole
    mai udite.
     
    Ostinazione maledetta
     
    Mentre lo osservavo,
    sentivo crescere dentro il desiderio
    di buttarmi a capofitto sul suo collo,
    di stare lì,ad assaggiare la sua indifferenza.
    Poi una folata di rabbia e di orgoglio
    Spazzate via dal sole di quel sorriso
    Da quella sua fossetta stregata.
    Come un’onda burrascosa,
    ha travolto il mio cuore.
     
    Il mio film
    Non riesco a vivere senza immedesimazione:
    Come un attore,
    non riesce a vivere senza la sua maschera
    ed il suo copione.
     
    Dove mi trovo,adesso?
    Sparpagliata,
    come miliardi di minuscoli frammenti di vetro
    giacevo ancora in piedi
    dinanzi all’ansia, al rimorso
    e alla mia vita,ormai svanita.
     
     
    Angoli di me
    Ogni tanto, passeggio nei miei pensieri
    Attraverso i quali,si snoda la mia vita.
    Un profumo di casa,un angolo di una strada di paese,
    un colore, una canzone sbiadita.
    La coincidenza,di ritrovare l’introvabile
    Nel posto che non mi appartiene.
    Come la luna ed il sole
    Di giorno,
    tutto sembra essere così brillante, luminoso ,
    affascinante.
    Ma la notte, alle stelle
    Rivolgo le mie paure più nascoste
    Ed i sogni,
    che conservo gelosamente nell’anima.
     
    Finzione
    Sorridere, ridere
    Mentre tutto intorno è rabbia,
    inquietudine, frustrazione.
    Non vi è più tempo per la tristezza.
     
    La contadina
    Piegata, sui campi aridi di emozioni
    Seminavo invano amore mai maturato
    Come in una secca e rovente giornata d’estate.
     
     
     
     
    Malata d’amore
    Un giorno scoprii
    Che già troppo tardi, ne fui ormai contagiata.
    Non era una malattia come le altre.
    Mi fece impazzire, delirare, implorare che finisse
    Poi la conobbi.
    Imparai a volerle bene, ad accettarla nella mia vita
    Nonostante il male che mi stesse facendo
    Io la volli con me.
    L’amore,
    bestia indomabile dalle mille facce
    si nutrì di tutta me stessa.
     
    La volontà di pretendere
    Pervade il mio cuore
    Un sussulto, una visione.
    Mi ricordo, di tutti gli errori commessi
    Non ne dimentico la forma.
    Non importa
    Lì, in quello spazio vuoto
    Pretendo l’amore.
     
     
     
    Il tempo della felicità
    Esisteva un tempo
    In cui ogni cosa era gioia.
    L’aria, la vita, l’emozione.
    Esisteva un tempo
    Dove non c’era tempo.
    Libera, svolazzante
    Fluttuavo tra la gente
    Come una nuvola.
    Esisteva un tempo,
    ma ora, cosa ne resta di quel tempo?
     
     
     
    Estate di sangue
    Passeggiando  sul lungomare
     
    Sera vieni  vestita del tuo  sogno ,inclina nel dare e nell'avere appari tra quelle stelle  che brillano a migliaia nel cielo caldo d’estate ove si consuma questa vita  che si  dissolve in  un breve sospiro . Aspettando  di comprendere chi sa quante cose, beltà di un tempo remoto  ella si scinde in  questo verso, sporco di tanti sentimenti , sporco di sperma che cola  dalla bocca del vulcano ,scende da sopra il monte,  scivola  verso il mare ,verso una calda vagina, nella gola  profonda  della donna cannone, nella notte che accoglie la morte e le sue meraviglie che cela  il cuore sepolto sotto la lava che erutta  verso di noi impetuoso,  portando con se ogni dolore,  ogni  lode . Morte senza nome ,senza anima legata ad un  senso incompreso ,legato alla sorte,  alla sua sconfitta. Inutile ,tutto cosi oscuro  ,un congiungersi in altre forme  in altre lingue in questo viaggio che ci porta  così lontano da ciò che siamo da ciò che stiamo per divenire. Le voci della città echeggiano  tra i vicoli  stretti ed angusti  dagli occhi socchiusi, i miti  corrono in groppa  ai motorini,  insieme ai scugnizzi,  insieme alle bellezze  che acerbe mordono il sesso, nero,  aspro ,sincero nella sera  estiva ove la calura tutto appaga, confonde con inganni ed ignominie  ed altre sentimenti che non hanno  corpo , non hanno spirito. Il  mondo è dominato da orchi  , padroni  ingordi che  hanno portato via tutte le speranze a milioni di popolazioni . Bussando porta a porta , di bocca in bocca ti rivedo assai cresciuto, sembri cosi alto come un pino mediterraneo , pendi  nell’ alito del vento   nell'eco delle parole  alate  che portano   via con se  la bella riverenza  il bel dire che arde nel fuoco della poesia  ,che   ha battuto il ferro,  piegato l’acciaio , ha imprigionato i suoi  fantasmi nell’incomprensione  di essere questo verso scialbo,  buono a sciacquarsi la bocca dopo aver bevuto l'amaro calice della sconfitta. Passo avanti , mi beo di tante scusanti  lasciate a metà di chelle che buono,  di chelle che nun sai , cerco di scomparire di sciorinare,  scialare , mi faccio un spiniello  di erba  , fumo la terra, fumo il cielo, fumo il male che emerge dalla costola della donna  che balla in mezzo alla piazza in mezzo a tanti  pazzi  questo blues mediterraneo , questa tarantella napulitana , mezzi ubriachi , chi ti chiama,  chi vorrebbe dialogare ,chi vorrebbe capire perché le stelle in questa sera rossa e apparentemente serena si spengono  lentamente nel suono delle chitarra.   Si segga  , stia comodo tutto e pronto per incominciare , tutto si potrà fare a meno anche di noi  di come noi ragioniamo,  il nostro pensare nella sera  sotto le stelle cosi stupidi da non vedere la punta del naso l'ennesima bugia. Cosi tutto quello che noi abbiamo schifato, sputanne in faccia alla  sciorta ,con  l'uocchio chine mane vacante ,senza sapere se  suonno  o  fantasia  che si regge  la gonna si strofina  contro a luna , sotto, chiu sotto,  alla morte pensane che la vita non ti abbia capito , che il voto e il   volto di un  passato , di un  tempo  addietro come i tanti morti  messi  al sole ad asciugare  ad aspettare, che ogni cosa   cambi , con  il viaggio intrapreso. Nun c'è  scusante una parola bona , chiatta,  sulagna appesa ad una lingua che sappia esprimere tutto il bene che provo, un passo un altro ancora e il  mare ci bagna,  il cane abbaia,  la costa sporca ad onore di cronaca  che  c’è chi si sdraia  nuda sulla sabbia . E nun tengo chiu pazienza , nun tengo chiu la voglia di cantare , figlio di tanti guai,  morso dalle  zoccole ,  figlio di una poesia disperata,  raccontata  ai confini di un universo , nun tengo chiu scuorno , scetame quando sono muorto,  quando tutto è passato quando ò munno  si veste  a lutto  , quando i carri armati  cadranno nei fossi dove vengono gettate le ossa di questo di questa storia infame. Pazzo , falso ,solo,  contro un destino , dalle molte intenzioni , dalle molte paure solo con te che lontano congiungi il mio cuore alla dolcezza di un tempo che arride ai beati , ai santi , ai folli agli ubriachi che camminano barcollano nel vago dire,  nell’incertezza di una bellezza che brucia nel silenzio dei propri anni , per periferie sconosciute per sotto gli alberi della cuccagna . Mesto , accise sincero a tal punto da non poter più ritornare indietro a salvare  questa umanità  che si dissolve  in mille dubbi ,  legata  a  mille gambe che s'alzano sul palcoscenico al grido della  folla,  amore pagato , rubato per pochi spiccioli , tutto s'ammesca tutto e accusi scocciante , scetate fai apprese,  scinne trase ed esci ampresse, ampresse  in questa fossa  in questo cuore  ferito  accise pigliate a schiaffi . Un’antica di maledizione ci portiamo indrio , chi l'avrebbe mai detto , chi l'avrebbe mai compreso , dove saremmo stati capaci d'arrivare,  noi figli della città  di pulcinella , noi figli del re della scalogna , noi figli di una carogna , noi impiccati per i piedi sotto sopra ,dentro questa  cristiana politica in queste istituzioni evangeliche  forse perduti nella nostra innocenza , nella nostra morale che reclama l'anima inquieta,  l'amore mai santo ,puro cosi puro che esplode  dentro tutt'e le  parole mai dette  in   un solo verso ,  dentro un solo universo Sono solo cazzate , dette da me ,  insieme  le tante promesse insiemi ai messi e alle eterne cicliche esperienze che hanno segnato lo scorrere lo svolgersi dei fatti , una follia cosi funesta  piena di rancore , mi viene incontro ed io muoio , nel buio,  da solo con i miei ridicoli versi,  buoni soli a poter scacciare i tanti spettri di una società , di un tempo addietro  ,buoni soli a rendere meno duro il sonno all’eterno che mi sovviene nel dire che vado declamando all’alba nella bellezza perduta di una giovinezza esegeta  ove genero et  mi trasformo. Incompreso  non sò dire,  chi sono ,  dove ahimè   son  sepolto. In questa  ennesima estate musicale , sento il calore delle stelle  vicino al cuore, sento le voci di chi conobbi , di chi fu ucciso per pochi denari  ad un angolo di strada con  alle spalle  il suo tempo ed il suo   angelo  in una  insanguinata  sera d’estate.
    Bussano alla porta. Non vado ad aprire. Faccio finta che in casa non ci sia nessuno. Smetto tutti i suoni, i rumori, la musica, faccio tacere anche il canarino legandogli il becco con un nastrino di seta. Oggi non ci sono, non importa chi sia, non lo voglio neanche sapere. Che torni, domani o tra una settimana se proprio ha voglia di entrare in questa casa, ma non oggi, oggi è solo per me, io sono solo mia.
    Il martellare inizia piano, poi diventa più forte come il rullo di un tamburo ma io me ne sto buona buona sulla poltrona, le gambe raggomitolate, i capelli sulle ginocchia. Mi guardo le unghie dei piedi e delle mani e penso che magari, uno di questi giorni, dovrò seguire il consiglio di mia sorella e andare da un’estetista per farmele sistemare e rendere più belle, luminose, come gioielli preziosi. Non oggi. Oggi rimango sulla poltrona a guardare il cielo fuori dalla finestra, le nuvole che passano veloci, qualche stormo sorpreso dall’arrivo improvviso del caldo.
     
    Il caffè si è ormai freddato nella tazzina, l’aroma si spande ancora per la casa, impregna le tende, i mobili, i miei capelli. Mi alzo e in punta di piedi afferro la tazzina sul tavolo, la porto alla bocca, sorseggio il gusto amaro della tarda mattinata. In testa mi scorrono le immagini di un’estate lontana, una piccola isola in mezzo al mare, il colore cristallino dell’acqua, la sabbia scura tra le dita.
     
    Mi risiedo lentamente sulla poltrona, qualcuno continua a picchiare contro la porta, ma non lo sento quasi più. Comincio a canticchiare sotto voce una vecchia canzone di quelle che mia madre mi cantava quando ero bambina e non volevo dormire. Mi piaceva tanto sentire la sua voce vicina vicina al mio orecchio, sentire il respiro leggero che mi faceva appena il solletico, l’odore di acqua di rose che proveniva dalla sua pelle fresca.
     
    Con la punta di una matita traccio segni leggeri su un pezzo di carta di giornale che qualcuno ha dimenticato vicino alla poltrona. È vecchio di qualche settimana o forse qualche mese, la carta si è un po’ ingiallita e l’odore dell’inchiostro ha lasciato il posto alla polvere. Potrei farci delle barchette e annegarle nella vasca da bagno o degli aeroplani di carta da far scivolare dalla finestra. I colpi sono sempre insistenti, hanno un ritmo tutto loro che quasi mi piace. A piedi scalzi comincio a muovere piccoli passi di danza per la stanza. Ci sono fiori secchi sul tavolino, la pianta di lillà avrebbe bisogno di acqua, ma dal rubinetto non ne esce neanche una goccia.
     
    Dentro il cassetto vicino al letto c’erano delle vecchie foto con tanto di data scritta dietro a penna. Una ragazza guarda l’obiettivo e mi sorride lontana, ha i miei stessi occhi forse la mia stessa età e tiene un fiore tra le mani, forse una camelia.
     
    Prima o poi si stancherà di picchiare contro la porta e andrà via, allora tornerà il silenzio dentro la casa, allora potrò stendermi sul pavimento e provare a chiudere gli occhi per immaginare il cielo oltre il soffitto, gli aquiloni gonfiati dal vento, le mie mani che ne afferrano uno, il mio corpo improvvisamente più leggero. Quante lune sono passate da quando riuscivo a volare tenendo in mano un filo di aquilone?
     
    Picchiano ancora più forte, ora sembra quasi vogliano buttare giù la porta. Lentamente mi avvicino. Giro piano il chiavistello. Dall’altra parte mi hanno sentita, sanno che sto per aprire, smettono di picchiare. Torna il silenzio davanti alla porta. Un silenzio perfetto. Posso sentire il respiro dall’altra parte del legno, leggero come quello di mia madre che cantava le sue canzoni vicino al mio orecchio solo per farmi addormentare.
    - Piazza San Marco? Ma sei impazzito? – esclamò Mia quando si rese conto di dove si stavano dirigendo.
    - Ma è praticamente un suicidio!E’ uno spazio aperto dove potrebbero esserci decine di vampiri in ricognizione, mi puoi spiegare cosa ti sta saltando in mente?-
    - Non preoccuparti Mia, guarda un attimo sul GPS, non serve a questo? – Rispose distendendo un braccio per fermare Mia, guardandosi intorno prima di attraversare la piazza verso la basilica.
    Sullo schermo illuminato, raffigurante una mappa dettagliata della piazza, vi erano pochi puntini lampeggianti, fortunatamente.
    Purtroppo però erano tutti blu…e questo significava pericolo.
    C’erano almeno cinque vampiri nei dintorni e se il segnale non era in ritardo…uno di questi doveva essere…quasi dietro di loro!
    - Alan via di qui! Sta arrivando!Nascondiamoci! –
    Mia scattò, girando l’angolo dell’edificio per non essere vista dal vampiro, il quale aveva di certo già sentito il loro odore senza che ciò attirasse particolarmente la sua attenzione, visto che molte persone giravano per la città durante il giorno.
    Se li avesse visti però avrebbe potuto decidere di fare un controllo e a quel punto si sarebbe accorto che non comparivano nel rilevatore di umani, visto che erano senza microchip e in quel caso sarebbero stati guai seri.
    Meglio quindi evitare ogni tipo di incontro ravvicinato.
    La lucina blu si fermò per un istante e poi proseguì il suo cammino, grazie a Dio dalla parte opposta.
     
    - Oh mamma mia ci è mancato poco…ora però mi devi dare una serie di spiegazioni! Dove stiamo andando? –
    - Vieni, ci siamo quasi – Attraversando l'ultimo tratto di piazza rimasto, sotto le prime luci dell'alba, si trovarono di fronte al magnifico atrio della basilica, un tripudio di colori cangianti, una meraviglia architettonica unica nel suo stile.
    Era curioso constatare che nei bassorilievi delle arcate erano raffigurate le allegorie di Satana e della lussuria, a simboleggiare il male presente nel mondo.
    Sembrava proprio un'istantanea scattata per ritrarre ciò che in quel momento regnava sulla terra: centinaia di diavoli lussuriosi, perché solo così potevano essere definiti quei maledetti esseri, che giocavano con marionette umane in balia del loro triste destino.
    Il primo sole del mattino cominciava a riflettersi nelle numerosi parti realizzate in oro che rendevano la struttura ancora più ricca e maestosa.
    Le cupole della parte superiore incombevano pacifiche su di loro, protendendosi verso l’alto nella loro immobilità.
    Guardando verso l’alto, un San Marco dall’aspetto severo e ammonitore, rappresentato peraltro dal leone alato posto sotto di lui, offriva rifugio all’interno della casa di Dio.
    Non appena entrarono nella basilica, Alan si diresse immediatamente nella parte destra dell'edificio, lungo la navata laterale.
    Condusse Mia, sempre più costernata, giù per una scaletta non facilmente individuabile, fino a raggiungere un piano molto basso, sicuramente sotto il livello del mare, a giudicare dalle tracce di deperimento delle pareti.
    - Questo è l’accesso alla cripta vedi? Io mi sono sistemato qui negli ultimi tempi, è il luogo ideale per nascondersi. I vampiri non amano i luoghi sacri come ben saprai, anche se non si bruciano con l'acqua santa, però preferiscono evitarli. In più, essendo sotto il livello del mare, abbiamo un altro punto a favore, perché nemmeno l'acqua è di loro gradimento! -
    Aveva un sorriso compiaciuto mentre le mostrava la sua umile dimora, orgoglioso del proprio lavoro e intuito.
    La sala della cripta era abbastanza grande, piena di banchi ordinatamente sistemati in due file, ugualmente distanziati, con gli inginocchiatoi alzati.
    Solo uno era abbassato, probabilmente Alan aveva pregato nei momenti di solitudine e angoscia…anche un duro come lui aveva bisogno di rassicurazioni, e la preghiera in certi casi era l’unica a infondere speranza negli animi oppressi.
    Il resto della cripta era recentemente affrescato, anche se segni di umidità cominciavano già a penetrare negli angoli alti.
    - Non credo di essere mai entrata nella cripta, da quel che so non è aperta al pubblico. Non si finisce mai di fare scoperte eh?! -
    - E non è tutto- continuò Alan - ho scoperto una cosa di cui quasi nessuno è a conoscenza, vieni che ti faccio vedere -
    Si diressero verso il piccolo altare centrale, e fin qui nulla di strano, poi Alan si chinò e cominciò, con evidente sforzo, a spostare il tappeto.
    Sorprendentemente quest’ultimo non era, come voleva far sembrare, infilato sotto all'altare, ma ne contornava semplicemente i lati rendendone così possibile lo spostamento.
    Quello che comparve lasciò Mia senza fiato: c'era una botola che, una volta aperta, svelava un'altra scaletta, molto più stretta della prima che avevano percorso.
    Era un passaggio segreto.
     
    - Ma...come l'hai scoperto? - chiese Mia senza riuscire a togliersi di dosso un' evidente espressione di meraviglia.
    - Dunque, come ti ho detto vivo qua da un po' di tempo e quando sono arrivato non avevo con me molta roba, quindi per trovare qualcosa di morbido e meno gelido del pavimento su cui dormire, ho provato a mettermi sul tappeto e....voilà, ho subito notato che in realtà non era fermo come avrebbe dovuto essere col peso dell'altare.
    Avanti, andiamo giù, là saremo davvero al sicuro.-
    Entrarono in una sala buia e Alan provvide subito ad accendere una lanterna ad olio che contribuì a conferire all'ambiente un aspetto spettrale.
    C'era molto freddo e l'umidità penetrava nelle ossa.
    Per fortuna che era primavera inoltrata!
    Tutto sommato, però, Alan aveva reso la stanza accogliente. C'era un materassino di quelli gonfiabili, una coperta pesante stesa sopra in perfetto ordine e immagini sulle pareti, molto antiche, firmate da chissà quale artista del passato.
    Mia notò anche un computer portatile, appoggiato a un vecchio inginocchiatoio in legno.
    Sfortunatamente non c'erano prese di corrente elettrica quindi bisognava sfruttare la batteria del pc, e quando si scaricava, trovare un posto dove ricaricarla.
    In un baule all'angolo dovevano esserci gli affetti personali di Alan e quel poco che era riuscito a trasportare fin laggiù nel tempo.
    Una foto in particolare attirò l'attenzione di Mia.
    Era appesa sopra all’inginocchiatoio: una delle due persone era sicuramente Alan, con un'aria molto spensierata, sorridente.
    Di fianco a lui una ragazza che doveva essere poco più giovane di lui, molto bella, occhi verdi e capelli neri a caschetto.
    C'era una vaga somiglianza tra i due, ma Mia non osò chiedere nulla, in fondo erano ancora due perfetti sconosciuti e non voleva sembrare invadente.
    Improvvisamente Mia si sentì sfinita dall'interminabile giornata passata, erano quasi quarantotto ore che non chiudeva occhio, visto che il sonno provocato dal siero non poteva essere definito riposante!
    Quasi a leggerle nel pensiero Alan disse, sempre con quella voce calda e rassicurante:
    - Devi essere distrutta, perché non fai un pisolino? Io nel frattempo sistemerò le cose che abbiamo preso ai laboratori e farò mente locale su quanto successo. Tanto anche volendo non riuscirei a dormire, puoi stare tranquilla, ci sono io qui. -
    Silenziosamente Mia si adagiò nel letto improvvisato, senza nemmeno avere la forza di scostare le coperte.
    Chiuse gli occhi e in men che non si dica si ritrovò in un mondo fin troppo reale, abitato da creature spaventose.
    Cominciò a fuggire in preda al panico, fino a quando non le parve di scorgere un viso conosciuto, offuscato dalla nebbia densa che copriva tutto.
    Si sforzò di mettere a fuoco quel volto tanto familiare fino a ché un urlo non proruppe, involontario, dalla sua stessa gola: era suo padre!
    - Papà fermati! Sto arrivando! – Riprese a correre, ma i piedi sembravano pesanti come zavorre e suo padre si stava allontanando, nascosto a tratti dai banchi di nebbia scura.
    Poi suo padre svanì lasciando il posto ad un’altra visione.
    Non c’era nebbia questa volta, tutto bianco intorno a lei, abbagliante addirittura.
    Mia si guardò intorno con il ricordo di suo padre ancora vivo in lei, quanti anni erano passati e che voglia di abbracciarlo! Le mancava moltissimo e la visione di poco prima le fece risentire i morsi dolorosi della perdita subita.
    Cercò di concentrarsi ma non c’era anima viva, solo lei in questo bianco accecante, ma che stava succedendo?
    Sentì una voce maschile rompere il silenzio devastante, bassa, calda e sicura: - Sono secoli che ti aspetto, vieni qui…- .
    Un senso di stordimento pervase Mia, non aveva mai sentito questa voce, ne era certa, però la riempì di calore.
    Improvvisamente tutto divenne nero e prima di cadere nel tanto agognato oblio, davanti ai suoi occhi comparvero dei lunghi capelli castani fluttuanti.
    Poi il buio.
    Riflettendo sulla vita tipica del circolo e sui suoi frequentatori, mi è venuto in mente il dottor Spock,  personaggio molto popolare e icona universale della serie televisiva “Star Trek”. Egli era metà umano e metà vulcaniano e, tralasciando il particolare delle orecchie a punta che lo caratterizzavano, per associazione mentale ho pensato che potrei  battezzare una nuova razza, ovvero quella dei Circoliani, i frequentatori del circolo. Il vero animale da circolo, il Circoliano, nell’attesa che la struttura riapra i battenti,  trascorre depresso tutto l’inverno: si trascina e si barcamena tra il lavoro,  gli impegni famigliari e qualche svago qua e là, ma non si sente mai veramente appagato. Entra in una specie di letargo non letargo, per poter essere sempre pronto a cogliere qualsiasi segnale che lo avvisi di un cambio di stagione.
    All’inizio dell’anno, non appena riceve la e-mail che lo invita al  rinnovo della quota, il Circoliano si precipita in banca e provvede al versamento della stessa, in modo tale da potersi assicurare una fetta del paradiso tanto atteso.
    Il Circoliano, come un germoglio che giace sepolto tutto l’inverno sotto il gelido suolo, in primavera rifiorisce ed è tutto in fermento pronto ad accogliere l’arrivo dell’agognata riapertura. Finalmente, giunge aprile e il Circoliano si presenta davanti alla reception per ufficializzare l’investitura di frequentatore del circolo, posando il proprio dito indice all’ingresso e sbloccando così il tornello d’entrata, che gli permette di toccare nuovamente e finalmente il terreno del circolo. In aprile le piscine non sono ancora aperte, ma non è la cosa più importante,  quello che conta è anche solo poter calpestare l’erba del prato e, chiudendo gli occhi, pregustare mentalmente l’estate che verrà.
    Ora il cuore del Circoliano è di nuovo in pace con il mondo e con l’universo intero, perché sa che manca poco alla nuova stagione e questo gli basta.
    Ed è così che, durante i tiepidi week end primaverili, nel pieno risveglio e completo rifiorire della natura, sotto gli alberi del circolo iniziano a sostare i primi timidi Circoliani. Questi, riconoscendo i propri simili, riformano i gruppi dell’anno precedente, riattivando le  mandibole dopo il fermo invernale.
    E poi arriva maggio, il mese che porta con sè, nella sua ultima settimana, la tanto sospirata riapertura ufficiale delle piscine e, di conseguenza, quella di tutto il circolo.
    I Circoliani riprendono così a zampettare come se fossero appena stati liberati da un cappio e la vita assume per loro diversi colori, quello del giallo del sole, del verde del prato e dell’azzurro delle piscine, oltre al marrone delle abbronzature.
     
    Mia si ritrovò a scrutare l'oscurità, gli occhi si dovevano ancora abituare, ma dov'era?
    Per un attimo faticò a ricordare quello che era accaduto.
    Fece uno sforzo per concentrarsi e poi ecco, tutto a un tratto le venne in mente cosa ci faceva li sdraiata in una gondola a fissare la luna piena attraverso la piccola apertura del telo che ricopriva l'imbarcazione.
    Doveva essere passata qualche ora e il siero che si era iniettata aveva di certo contribuito a farla addormentare profondamente, ma ora doveva muoversi, attenta a non tradire la sua presenza.
    Potevano essere ancora nei dintorni.
    Cosa era successo? Come avevano fatto ad entrare? Eppure le misure di sicurezza erano a dir poco estreme! Doveva scoprire al più presto se era rimasto qualche sopravvissuto ai laboratori.
    Così si alzò lentamente a sedere.
    Aveva battuto la testa e le tempie le pulsavano così intensamente da non riuscire a mettere a fuoco nulla davanti a sé.
    Scostò leggermente il telo che stava sopra di lei e si guardò intorno cautamente.
    Solo silenzio.
    Buttò lo sguardo all'orologio e vide che erano quasi le tre del mattino, sicuramente erano già andati via.
    Cercò di scendere dalla gondola senza perdere l'equilibrio, l'agilità non era mai stato il suo punto forte e un bagno nel canale a quell'ora non era di certo la miglior cosa da augurarsi!
    Rabbrividì nel guardare l'acqua torbida sotto di lei.
    Si guardò intorno circospetta: la strada che costeggiava il canale era scarsamente illuminata dalla luce di un lampione che emetteva un bagliore intermittente.
    Una leggera scia di fumo usciva dai tombini rendendo l'atmosfera ancora più inquietante.
    Negli edifici antichi di Venezia gli scuri delle finestre erano tutti sbarrati, alcuni addirittura con spranghe di legno inchiodate.
    L'aria salmastra della laguna penetrò nelle narici di Mia quando inspirò profondamente prima di proseguire.
    Non c'era molta strada da fare per raggiungere gli AV LAB, i laboratori dove Mia lavorava da quasi un anno e che in poche ore erano stati praticamente distrutti.
    Mesi di duro lavoro gettati al vento, sperava almeno di poter trovare qualche sopravvissuto...mio Dio!
    Probabilmente erano morti tutti, esistevano ben poche possibilità di scampare ad un attacco a sorpresa di un piccolo esercito di vampiri.
    Lei ce l'aveva fatta, ma solo per una fortunata circostanza.
    Stava provando un nuovo siero, scoperto dal professor Verini, un siero antivampiro.
    Da quello che le aveva spiegato, tale liquido, una volta iniettato nel sangue, faceva rallentare il battito cardiaco e dunque il flusso sanguigno, senza però provocare la morte.
    Serviva per risultare quasi "invisibili" ai vampiri.
    Essi infatti, col loro fiuto ipersensibile, potevano sentire la presenza di un umano nel raggio di chilometri grazie alle pulsazioni del cuore e al calore del sangue che li attirava come delle falene al fuoco.
    Rallentando il flusso sanguigno, invece, sarebbe stato più difficile essere fiutati.
    Solo attraverso un incontro ravvicinato si sarebbe svelato il trucco.
    E a quanto pare aveva funzionato, Mia era sopravvissuta. Appena li aveva visti entrare, come fulmini, il suo istinto di sopravvivenza le aveva suggerito di scappare il più lontano possibile.
    Nella calca di vampiri e umani terrorizzati Mia era riuscita a passare quasi inosservata; se non avesse avuto il siero nel sangue l'avrebbero braccata in un istante, ma nella confusione non si erano accorti che un' umana stava lasciando i laboratori.
    Grave errore, gravissimo.
    Ripercorrendo la strada verso gli AV LAB Mia non riusciva a scacciare dalla mente i volti terrorizzati dei suoi colleghi che probabilmente si erano trovati morti ancor prima di realizzare quanto stesse accadendo.
    Il professor Verini era stato azzannato al collo e dilaniato in meno di dieci secondi nella stanza adiacente a quella di Mia, la quale aveva assistito alla scena come in un macabro film horror proiettato in un mega schermo: solo che tutto ciò stava accadendo realmente, dietro al vetro che la separava dal professore.
    Di tutto il resto ricordava solo sangue, tanto sangue, sparso ovunque...si dovevano essere divertiti quei luridi esseri meschini!
    Si sarebbe vendicata, si, doveva restare viva e combattere ancora, il mondo non poteva finire cosi, in mano a quei dannati senza anima.
    Finché qualcuno era ancora libero e vivo, la speranza non sarebbe morta.
    Per questo doveva lottare e trovare un modo per uscire da quella situazione, in seguito si sarebbe messa a riflettere sul da farsi.
    Venezia di notte era proprio uno spettacolo, peccato non potersela godere.
    Doveva stare in allerta, ormai il siero stava perdendo il suo effetto e la possibilità di incontrare qualche vampiro di ronda era molto alta.
    Cercò di tenersi il più possibile vicino all'acqua che, come aveva studiato ai LAB, non era molto simpatica alle creature, sebbene non fosse nociva: li infastidiva e basta.
    La calma che la circondava a poche ore dalla strage era stupefacente; la popolazione dormiva profondamente, al riparo, anche se solo idealmente, nelle proprie case.
    La vita continuava nonostante tutto, anche se ogni cosa era sotto il loro controllo.
    Mia si meravigliava sempre pensando alla facilità con cui certe persone si arrendevano, accettando qualsiasi cosa pur di sopravvivere, pur di vedere il sole sorgere di nuovo.
    Ogni giorno si rivelava uguale all'altro, si lavorava per un pezzo di pane, solo per compiacere i vampiri, e questi ultimi, quando ne avevano voglia, sceglievano qualche essere umano e se ne nutrivano come se si trattasse di uno spuntino.
    Non di rado, qualche persona spariva per un po' di tempo, per poi rispuntare con due o tre centimetri in più di denti.
    Li trasformavano, non si sa con quale criterio, ma a volte sceglievano alcuni umani e decidevano di donargli l'immortalità.
    Il problema era che, una volta trasformati, non rimaneva nulla della loro precedente umanità: essi diventavano automi al servizio dell'esercito.
    Uscire dalla città era impossibile, o quasi.
    Ad ogni persona veniva inserito un chip attraverso il quale era monitorata minuto per minuto dalle sentinelle, e non c'era di certo il pericolo che una di loro si addormentasse visto che i vampiri, stando alle informazioni in possesso dei LAB, potevano stare svegli per giorni e giorni senza sentire la stanchezza.
    In aggiunta, tutto il perimetro della città era stato recintato, e anche lì erano appostate numerose sentinelle.
    Così era stato fatto in tutte le città: il mondo era sotto assedio.
    Gli AV LAB erano nati come movimento di resistenza, ce n'erano vari nel mondo, i principali erano quelli di Venezia, Parigi e Praga, tutti costruiti con barriere anti vampiro che fino ad allora avevano permesso di lavorare a nuove strategie.
    Fino al giorno precedente...
    Ormai era quasi arrivata, superò il cortile, sempre in allerta, silenziosa, con i piedi nelle sue ballerine nere. Per fortuna la mattina precedente aveva optato per quelle e non per gli stivali col tacco.
    Il buio era completo, non riusciva quasi ad avanzare, la luna era stata coperta dalle nuvole e nemmeno quella le era d'aiuto.
    Se solo avesse preso la borsa, nello scappare almeno avrebbe potuto utilizzare il suo I-phone come torcia, ma non aveva nulla con sé....che sfortuna!
    A tentoni riuscì a raggiungere il portone d'ingresso, a lato c'era il sensore per aprirlo: un rilevatore di calore corporeo che identificava immediatamente la presenza di un essere umano.
    Lo trovò, vi si mise davanti e aspettò di essere scansionata.
    Una figura dettagliata apparve lentamente sul piccolo monitor.
    Prima la testa, contornata da lunghi capelli neri lisci, la frangia lunga quasi fino a coprire gli occhi, anch'essi neri.
    Il viso delicato, con zigomi leggermente pronunciati, labbra carnose, occhi grandi dalla forma allungata.
    Mia non poté fare a meno di notare che il trucco era ormai molto sbiadito.
    Teneva molto alla cura del proprio corpo quindi, con un gesto istintivo, si sfregò il contorno degli occhi per togliere la matita sbavata.
    Restò immobile ad osservare il profilarsi della propria siluette: una figura snella, spalle non troppo strette, fianchi leggermente pronunciati , gambe ben delineate.
    Finalmente la serratura della porta si aprì con uno scatto.
    Se il rilevatore avesse individuato un vampiro invece di un umano, tra il portone principale e quello successivo si sarebbe attivato un getto infuocato, impenetrabile da un succhia sangue, che sarebbe bruciato nel giro di pochi secondi.
    Inoltre, un allarme avrebbe attivato le altre misure di sicurezza.
    Qualora un vampiro avesse deciso di servirsi di un ostaggio umano, per non far scattare la trappola, non sarebbe comunque potuto passare, perché all'interno della porta c'erano altri sensori ultrasensibili che avrebbero subito captato la presenza di un non morto e fatto scattare il meccanismo di difesa.
    Passata la prima barriera ce n'era subito una seconda: in questo caso era possibile passare oltre, solo attraverso il riconoscimento di impronte digitali.
    Ogni membro del LAB aveva depositato le proprie, erano tutti studiosi fidati, che non avrebbero mai e poi mai compromesso la sicurezza del laboratorio, a costo della vita.
    Quando anche questo ostacolo fu superato, quello che le si parò davanti fu sconvolgente.
    La hall era costituita da un'ampia stanza elegantemente arredata.
    Il pavimento era di marmo bianco con un rosone centrale, decorato con mosaici in ceramica a tema floreale sviluppati nelle varie tonalità dell'oro.
    Ora quel bianco immacolato doveva scontrarsi con numerose strisce di sangue che lo tappezzavano.
    C'erano corpi sparsi ovunque, in posizioni e condizioni indicibili.
    E non era ancora arrivata nel cuore della struttura!
    Un autentico massacro...
    Le lacrime cominciarono immediatamente a rigarle le guance, non riusciva più a controllarle, erano troppe le atrocità che aveva dovuto sopportare, non poteva farcela, non da sola.
    Si sedette a terra, accovacciando le gambe al petto, presa dalle convulsioni del pianto.
    Mentre il tempo sembrava essersi fermato, un leggero tocco sulla spalla la riportò immediatamente alla realtà.
    Si alzò di scatto, allontanandosi con un balzo che stupì persino sé stessa e si mise in una specie di posizione di guardia, seppur convinta che sarebbe morta di lì a qualche istante...
    Ma che importava, aveva perso la voglia di combattere, era troppo, che la uccidessero pure, così forse avrebbe trovato la pace in qualche altro luogo dove loro di certo non sarebbero mai entrati!
    Mentre abbassava rassegnata la guardia lo vide, a pochi metri, doveva ammettere che erano tutti molto belli, i vampiri.
    Non ne aveva visti tantissimi perché era quasi sempre all'interno del laboratorio, ma quei pochi, per quanto meschini potessero essere, la avevano in qualche modo affascinata, sempre per merito del loro potere ovviamente.
    Non si era mai sentita così impotente come nel momento in cui i loro sguardi si incontrarono, entrambi completamente immobili.
    Come mai non attaccava?
    Voleva torturarla con questa attesa?
    Tutto ad un tratto lui si mosse e con una faccia un po' stranita cominciò ad avvicinarsi.
    Era alto, più di lei, con un fisico asciutto e ben allenato.
    La T-shirt scura e attillata lasciava le braccia scoperte e le maniche erano strette attorno al muscolo in tensione.
    I capelli, corti e neri, erano pettinati in alto e tenuti fermi dal gel: - Ah, bene, un vampiro vanitoso, solo questa mi mancava – pensò Mia tra sé e sé.
    Aveva occhi grandi ma da quella distanza non riusciva a scorgerne il colore.
    La mascella era anch'essa contratta, leggermente pronunciata sotto un sottile strato di barba.
    Un movimento nel collo dell'uomo le fece sospendere l'attenta analisi mentre una voce profonda, calda, avvolgente, spezzò il silenzio:
    - Ma non sei una di loro!-
    - Come? – rispose Mia con un fil di voce che uscì a stento in un tono decisamente più stridulo di quello dell'uomo.
    - Intendo dire, c'è mancato poco che non mi prendesse un infarto, anche se un vampiro che piange non mi è mai capitato di vederlo...solo che non pensavo ci fossero dei sopravvissuti!Come hai fatto? -
    Ancora scossa dall'adrenalina, incapace di connettersi alla realtà, le lacrime riaffiorarono come un fiume in piena e i singhiozzi ricominciarono a scuoterla violentemente.
    - Ehi, vieni qui...su...- prendendole delicatamente il braccio, l'uomo la strinse a sé nella speranza di darle conforto.
    Era cosi fragile, povera ragazza, doveva portarla al sicuro e aspettare che si riprendesse, ma prima dovevano assicurarsi che non ci fosse nessun altro ai laboratori e prendere tutto ciò che poteva verificarsi utile.
    Dopo qualche momento, senza perdere il contatto fisico:
    - Ti senti meglio? Tra poco ce ne andiamo, ma cerca di essere forte e aiutami a dare un occhiata qui intorno-
    Un po' imbarazzata per lo sfogo con quella persona sconosciuta, Mia cercò di rimettersi un po' in sesto, si asciugò le lacrime e fece mente locale.
    - Scusami...non era mia intenzione comportarmi come una bambina, è solo che...-
    - Non preoccuparti, non hai alcun bisogno di scusarti, non credere che non faccia male anche a me avere davanti agli occhi questo massacro! Tu che ci fai qui? Non ti avevo mai vista prima d'ora...-
    - Giusto, abbiamo saltato le presentazioni...mi chiamo Mia, sono una ricercatrice e lavoro...lavoravo qui, sono viva solo per un gioco del destino. Stavo provando un nuovo siero anti vampiro e così sono riuscita a scappare al momento dell'attacco...hanno ucciso il professor Verini proprio davanti a me...-
    - Capisco, dev'essere stata dura, però sei viva e questo è quello che importa, per ora - rispose l'uomo, guardandosi intorno per decidere che cosa fare.
    - E...e tu invece? Chi sei? – Chiese Mia
    - Ah giusto, mi chiamo Alan, lavoro anche io per gli AV LAB ma diciamo come "consulente esterno". Studio i vampiri là fuori, direttamente sul campo, un mestiere un po' pericoloso, ma è l'unico modo per aiutare voi ricercatori a scoprirne i punti deboli. Ora però diamoci da fare, andiamo a dare un'occhiata in giro, tu conosci questo posto meglio di me. -
    Insieme si incamminarono verso il centro dei laboratori.
    Il cuore delle ricerche veniva fatto all'interno di un'altra struttura, sotterranea, a cui solo alcuni avevano accesso, fortunatamente anche Mia era tra queste, così poterono entrare senza particolari problemi.
    In quest'area erano collocati tutti i macchinari per gli studi, apparecchiature tra le più sofisticate, computer potentissimi, progettati dalle menti eccelse dei ricercatori.
    Numerosi cavi collegavano i congegni alle prese della corrente, diramandosi di qua e di là, legati assieme ordinatamente.
    Parevano enormi serpenti neri.
    Alla prima occhiata Mia pensò fosse appena passato un uragano: tutte le apparecchiature erano distrutte e centinaia di scintille brillavano tutt'intorno a loro, illuminando la sala come fuochi artificiali.
    Bisognava stare attenti a dove si mettevano i piedi per non restare fulminati.
    A prima vista sembrava che non ci fosse nulla da recuperare, o comunque nulla di utilizzabile.
    Alan fece per tornare indietro amareggiato ma Mia lo fermò:
    - Aspetta! C'è un'altra sala che pochi conoscono, è lì che conserviamo tutte le scoperte fatte: armi, sieri, files. Proviamo ad andare a vedere-
    Lo condusse lungo un corridoio stretto al termine del quale vi era una parete, un vicolo cieco apparentemente, ma appena Mia posò la sua mano in un punto certamente non casuale, la parete si mosse e rivelò una rientranza nella quale passarono uno alla volta, chinandosi per non sbattere la testa.
    Incredibilmente, la stanza che trovarono dall'altra parte era intatta.
    Finalmente un angolo di quiete in mezzo a quell'inferno.
    Mia si mise subito all'opera:
    - Ecco, qui dentro dovrebbero esserci le fiale con il siero che stavo testando -
    Aprì un frigorifero ed estrasse tutte le fiale, purtroppo solo una decina: le uniche rimaste e nessun professore in grado di produrre altro siero.
    Ogni fiala aveva una durata di circa ventiquattro ore, dopodiché l'effetto svaniva.
    Avrebbero dovuto usarle con parsimonia.
    Si girò e andò dall'altra parte della stanza dove c'erano degli scaffali alti e un po' impolverati.
    - Qui, da quello che so, dovrebbe esserci una specie di GPS che permette di visualizzare, nell'arco di qualche chilometro, tutti i vampiri presenti, evidenziati in blu, e tutti gli umani, in rosso.
    Questo ci sarà molto utile, meglio fare attenzione a non romperlo!-
    Mentre diceva questo si girò e vide che Alan era già alle prese con tutte le armi presenti: c'erano due pistole, un fucile a pallettoni e qualche pugnale, il tutto rigorosamente rivestito dell'unico materiale in grado di uccidere o ferire un vampiro: l'argento.
    - Penso che anche queste facciano al caso nostro non pensi?- sorrise Alan guardandola mentre caricava le pistole.
    - Sai usarle?- le chiese con un sorrisetto ironico.
    - Non proprio, ma imparo in fretta quando si tratta di casi disperati- lo guardò negli occhi e solo allora si rese conto di quanto fosse profondo il suo sguardo, sembrava leggerti nell'anima con la sola forza del pensiero. Per non parlare del colore: erano di un verde chiaro che tendeva all'azzurro, sembravano due gemme preziose, lucidi e attenti.
    Ne dovevano aver viste di cose...
    - Bene, allora prendi questa – le lanciò una colt che per poco non fece cadere, con la sua solita grazia elefantesca...
    - Non male come inizio! – la prese in giro.
    - Spiritoso... - ne aveva del coraggio, in un momento come quello cercare anche di fare dell'umorismo? Mah...Però in qualche modo era riuscito ad allentare la tensione e questo faceva star meglio entrambi.
    - C'è qualcos'altro che tu sappia?- la guardò pensieroso, senza alcuna traccia dell'ironia di poco prima.
    - Beh, direi che dovrebbe esserci da qualche parte un computer dove erano archiviati tutti i files di interesse maggiore, solo che non so dove lo tenessero di preciso...-
    Guardarono da tutte le parti, aprirono sportelli e ante ma nulla da fare, nessuna traccia del pc...
    Che l'avessero preso i vampiri? Ma no, non era possibile, era chiaramente tutto intatto quando erano entrati.
    Mia si sedette un momento per riflettere, cercando come sempre di appoggiare i piedi nell'asticella di legno della sedia, ma qualcosa le urtò il calcagno.
    C'era una sporgenza sotto il sedile, si chinò immediatamente per guardare sotto ed ecco magicamente comparire un cassettino.
    Lo aprì esercitando una lieve pressione e...magia! Il PC era proprio lì, piccolo ma efficiente.
    Incredibile che in una scatolina del genere potessero essere nascosti dei segreti in grado di salvare, forse, il mondo!
    - Eccolo! Ma tu guarda che posto per nascondere un computer! Fantastico! Ora possiamo andare direi.-
    Un rapido sguardo all'orologio le fece capire che era proprio ora di svignarsela.
    Da un momento all'altro sarebbe potuto tornare qualcuno di loro a fare un sopralluogo.Erano lì dentro da troppo tempo.
    Inoltre, quello, era anche il momento migliore per uscire allo scoperto.
    All'alba i vampiri non uscivano volentieri, quelli giovani potevano subire grossi danni se esposti alla luce solare e quelli vecchi, anche se quasi immuni, subivano una parziale perdita dei poteri che risultavano molto attutiti.
    Quando uscirono, i raggi solari avevano appena cominciato a farsi spazio tra le nuvole e la luce del mattino dava alla laguna un aspetto insonnolito ma accogliente.
    Stava nascendo un nuovo giorno, quello che la popolazione si augurava di poter vedere e vivere.
    Si soffermarono un momento per guardarsi intorno, dopodiché, Alan fece cenno a Mia di seguirlo, armato di tutto punto: iniziava la loro avventura.
    PICCOLA STORIA POETICA DI NOSTRA VITA
    DI DINO FERRARO
     
    I fatti della vita ed i suoi  tragici  eventi  possono andare per lunghi periodi come vuole Iddio,  nella sua grande saggezza,  egli ci ha lasciato il libero arbitrio,  la vaga certezza di poter  conquistare una  nostra terra  , un amore  ed oltre ogni mistero o reticenza acquisita  trascendere noi stessi  in  un processo di conoscenze effimere che  ci perseguita oltre ogni limite.
     
    La città adagiata sulla costa , s’arrampica sui dolorosi colli , quasi spingendosi verso il cielo,  verso un luogo paradisiaco  ove un idillico vivere bucolico  senza tempo eleva i suoi abitanti dall’inferno in cui vivono,  fino  al sospirato posto di lavoro sito in paradiso,  perseguito , cercato, raccomandato, pregato intensamente per l’intera triste vita trascorsa.
     
    Ora Pinuccio era un tipo assai strano lo confesso simpatico , non proprio stronzo , come poteva sembrare ma un giusta via di mezzo tra quel che si può essere a detta di tutti un cialtrone  ed un cantante neomelodico  ora per la diritta via andava , rimando ,rappando  e di sua vita ne aveva fatto  assai casini , imbrogli , immemore di glorie passate.   Pinuccio narrava cosa gli passava per la testa  di sua virtù  fallace di ciò che il bicchiere mezzo pieno contiene di sua arroganza avanza  ,parlava assi forbito e con sicumera esprimeva ciò che sentiva nel suo animo  ed incontro  il mondo ed oltre ogni luogo andasse,  pizzerie ,  paninoteche , piazze e ristoranti declamava la sua triste storia di uomo e poeta  delle  gran glorie d’altri paesi   egli  decantava  a  viva voce la bella vita d'un tempo antico.
     
    La sera scendeva  ignuda ,mesta con i suoi affanni e le sue stelle i molti secoli , le mille promesse mai avverate , i mille viaggi fatti intorno al mondo in una realtà  che affoga  l’ardore di pochi in un bicchiere di vino , ingrata vita che spesso  ti costringe a scendere a patti con  chi stà in alto  con una  megera morte  in cui l'uomo rassegnato nel  suo misero destino,  vive una vita difficile. Così per  vicoli in festa  tra illuminare che fanno luce  alla  vita dei santi  con la  sua innocenza ,  Pinuccio  giocava a mosca cieca ,  ingoiava  una gioia popolare  migrante in sfere spirituali che lasciano  in se  una  profonda amarezza. Mezzo ad una vita , tra il cielo la terra , tetro vivere inerme,  decantando  versi  infami  di volgare fattezze che fedifraghi  fuggono via dalle sue mani , dal suo trascendere idilli e moti dello spirito.
     
    Tutto è  nulla , ed anche la sua maschera di poeta  , illusa esistenza , che  sorride del caso,  del non comprendere cosa vuol dire lo bello dire per rime e meretrice enigmi , cicatrici  profonde  sulla sua pelle mostrava   agli occhi della gente e ragionando  meco della sua colpa , di cosa egli rappresentasse  si perdeva in vani ragionamenti senza capo ne coda .  Per giunta  ogni giorno che passava  Pinuccio  si rallegrava di cosa diventava ,  egli faceva il garzone dentro un bar dalla parte del mercato  e per pochi spiccioli si cimentata nella nobile arte del barista  mentre a  sera,  riposte  le vesti di garzone , diveniva per sua gioia  poeta demenziale.
     
    La danza delle parole  corrono picciole per la testa si tramutavano  e fuggono,  imitando il bello dire di antichi lignaggi  , scorrendo   tra le dite del tempo ,   tetre  visioni  malvagie chimere che  lo rendevano  furioso  gli facevano sbattere il muso sul sedere delle muse ove pretendevano corpo le sue  intuizione.  Pinuccio  non perdeva mai tempo e si dava da fare a scrivere , vivere una vita infame sotto il giogo del padrone , di sua iniziativa preparava gran spettacoli che rendevano lieti gli spettatori con  canzoni or poemi che echeggiavano memorie d'altri tempi.  Pinuccio  tirava a campare con quelle sue buffonate,  la gente rideva e ne faceva eco il   buon esito  delle recensioni sulle  pagine di diversi giornali.
     
    Di Pinuccio i giornalisti elogiavano il  suo bel dire in chiare lettere  e del suo strambo  rappresentare , l’esistenza che e diversa ed uguale per tutti gli uomini di questo mondo, neri, rossi, sporchi, ricchi, poveri ,  era osannato per la semplicità scenica ed i  buffi vestiti che indossava  le sue movenze  da istrione  eleganti e claunesche. Una sera durante uno dei suoi spettacoli all'aperto Pinuccio  fu colpito dalle fattezze  di una fanciulla,  provò a parlare con lei ad allacciare discorso a renderla sua,  ma la fanciulla già innamorata di un altro uomo non prestò caso alle tante attenzione di  Pinuccio  che invitò ad non importunarla e di stare  alla larga da lei in quanto fidanzata. Apriti cielo lampi e tuoni nella mente di Pinuccio  la gelosia si scatenò,  animato di rabbia e con il sangue agli occhi volle conoscere il moroso della bella fanciulla. Il fidanzato della bella fanciulla era alto due metri con muscoli d'acciaio e mascelle dure , mani enormi , Pinuccio  non aveva speranza di poter vincere , ne di poter mettere a tappeto quel colosso duro come una pietra,  alto come un monte , forte come un toro. Ma Pinuccio  come Davide contro Golia scagliò la sua   fionda    ed in poco tempo,  stranamente  il colosso colpito da una pietra in fronte,  cadde all'indietro è quasi non si rialzava più , ci vollero tre infermieri ed un pompiere per trasportarlo in un autoambulanza che si diresse al Pellegrini per medicare le ferite. Pinuccio  vincitore , voleva ora impalmare la sua bella,  mostrato il suo coraggio,  reclamò le sue grazie,  la sua parte , ma fece male i conti poiché all’avvicinarsi alla bella,  ebbe tanti sputi  in faccia,  schiaffi e pugni e vaffa che mai più dimenticare , potè per lungo tempo. Pinuccio  bastonato come un cane con la coda tra le gambe ,  prese a girovagare per strade solitarie e tenebrose  gira ,  rigira  vagabondo con un malloppo appeso in gola che sembrava un pallone tondo come il mondo , come   Maradona attaccato al suo pallone ed  ilare risate si poterono udire durante il suo passaggio.  Giunto   al capo di  Posillipo  là veduto un  gran strapiombo fece ammenda dei suoi peccati, dichiarate sue illusioni,  debolezze d'uomo disposto a cambiare  e non avendo più  speranza di poter conquistare  la sua bella  ed altre donne,  di poter far parte d un'antologia  poetica , in maniche di camicia con fare assai atletico,  spiccò il volo dalla cima della  rocca , allargando le  braccia come un angelo volò fino in paradiso a conoscere di persona Dante,  Petrarca , Oscar Wilde ,  Bukowski,   Pirandello e Pasolini.
     
    Ora il suo fantasma apparve una notte di stelle lucenti graziose assai et splendide , lucenti come gli occhi di un gatto pronto ad afferrare il povero topo nella sua tana,  lo spettro di Pinuccio  incominciò a tormentare un povero spazzino padre di dieci figli , che tutti evitavano di parlare con lui causa il suo brutto odore. Lo spazzino di nome Giovannino era un appassionato di filosofia ed amava leggere classici del pensieri antico  e moderno . Si crogiolava di detti ed aforismi,  di filosofie illustre che in pochi comprendevano che per lui erano discorsi assai  chiari , lucidi , semplici. Agli occhi di molti era un matto anche se il suo  capo  gli aveva offerto diverse volte un aumento di stipendio perché s’iscrivesse all’università e potesse conseguire quella sospirata laurea che lo avrebbe  reso  dottore in filosofia.  Ma la vita è  strana ,  spazza che ti passa  i figli crescono, aumenta la famiglia, tanti guai, tante privazioni , rendono spesso un uomo duro a comprendere  soluzioni intellettuali per chi ha tanto nei confronti , di chi ha troppo poco.
     
    Una notte il povero Giovannino incominciò a sentire una strana voce nei suoi sogni , vedeva una strana figura assai buffa saltare e declamare versi , citare filosofi,  ed annunciava una nuova era , un nuovo uomo su questa terra che avrebbe cambiato l’umanità. Giovannino in primo tempo ebbe un tantinello di  paura , voleva svegliarsi da quel dormiveglia , scacciare quell’incubo che lo perseguitava cosi brandiva  la scopa come una spada rincorreva Pinuccio  salterino , meneghino che faceva sberleffi e scorreggie ,  doppi, tripli , salti mortali.
     
    Oh signore cosa mi tocca  vedere ,  chi sei  malvagio demone ?  strano mostro , malvagio  buffone,  esci fuori dai miei sogni. Cosa ti ho fatto di male,  che mi perseguiti con le tue citazioni, i tuoi poemi strambi?  Dammi pace  fammi capire , cosa ho fatto di male.
     
    Pinuccio  abbuffato  come un pallone,  rosso in viso,  tal da sembrare un gatto sornione, sguainava il suo sorriso e replicava dicendo: Non mi conosci e vero sono stato assegnato dal grande Socrate in persona a farti da guida in  modo da  farti giungere ad una conoscenza assoluta.
     
    Ma tu cosa farfugli Socrate , dove lo hai incontrato tu a Socrate?  egli ti manda da me ad ammaestrarmi sulla filosofia?  Mi sembra una follia ed il folle peggiore che abbia mai visto in vita mia,  sei proprio tu folle menestrello dei miei stivali .
     
    Non giudicarmi prima ancora  di non avermi conosciuto. Triste, esprimere giudizi vani su persone che non condividono la propria fede o la propria ragione, il mondo e fatto di tanta gente buffa come me,  ma io uomo non son più e mi dicono d’essere,  ora uno spettro,  un fantasma un anima inquieta che cerca la sua pace attraverso il limbo, ed in questa vana ricerca ho intravisto te che sognavi di essere qualcuno , proprio come me un tempo in vita .  Ho rincorso sogni e glorie , vani amori mai raccolti, baci e carezze  che sono fuggite via con il vento degli anni.
     
    Mi dispiace non poterti abbracciare o guardarti in viso bene in questo mio dormiveglia tu vaga immagine m’appari quasi sbiadita, figlia forse d’un incubo, d’un amore crudele che ha ucciso desideri e speranze. Vorrei sedere con te per poco e aiutarti a capire . E poi dov’è Socrate ? Aristotele , Hegel o Kant che io amai tanto a lungo nei  miei studi. Lessi tante pagine di quella brava gente che in cuor mio , mi convinsero a cambiare modo d’intendere e volere. Oh che bello sarebbe sè il grande Socrate t’avesse mandato a me ad annunziare tempi migliori , io baluardo , fiamma orfica che brucia le sue passione nel braciere della filosofia. Vanagloria  e tu mi tenti in errore , io so chi tu sei , un povero diavolo che prova a punzecchiare  noi dannati , che li spinge la nel fuoco ed arsi noi dalle fiamme della mesta sapienza brucio , ed imploro perdono per il mio ardire alle somme vette del sapere  divino.
     
    Ti sbagli Giovannino,  io son qui a guidarti come Virgilio guidò , Dante per i gironi infernali ,  fino al paradiso in cerca di quel l’ amore che appaga ogni senso ed ogni mente , che scaccia ogni paura dal cuore. Non aver paura lasciati andare che ti conduco alla somma saggezza. La vita è strana , strano incontrare un buffo folletto nei propri sogni , strano sognare ad occhi aperti una realtà diversa , un mondo migliore ?  ed i nostri sogni son scintille di quella fiamma che brucia nel bracieri degli dei . I nostri sogni son fragili come le parole al vento  che corrono lontane , tanto  lontane che poi li vedi ed intravedi in altri sogni , in altri intendimenti in quel moto dello spirito che persegue giustizia ed onore.
     
    Giovannino non si faceva capace e si rivoltava ogni notte nel letto , non riusciva a dormire a trovare un luogo , una porta per uscire da quel ridicolo fastidioso incubo che ogni notte aveva. Incontrare poi Pinuccio  che gli voleva ad ogni costo decantare i suoi versi che sarebbero stati d’ispirazione alla sua futura filosofia. Dottrina sociale politica , etica che avrebbe condotte le masse indigenti verso una nuova società , verso una salvezza universale . Se da una parte quel desiderio di giungere ad una somma conoscenza lo tentava assai,  Giovannino pensava al momento che si fosse svegliato da quell’incubo terribile che lo perseguitava e lo conduceva nelle alte sfere del sapere. Un povero spazzino , senza gli occhi per piangere , con pochi soldi per vivere,  divenire tutto ad un tratto un filosofo pari a Croce ,  Vico ,  Nietzsche,  Schopenhauer  Hegel, Locke  e tanti altri miti pensatori che avevano provato a cambiare il modo di pensare degli uomini , delle masse a sollevare l’angusta società a trascinare gli ultimi a quei posti ove seggono solo gli aristocratici , i borghesi,  chi dice di aver avuto  ogni cosa della vita. Sembrava incredibile,  cosa gli capitasse,  uno strano sogno,  uno strano incubo che gli  tormentava l’animo , lo faceva arrabbiare e vaneggiare  in amene speranze, poi a cosa sarebbe servito capire,  riuscire a risolvere un male che attanaglia l’animo di chi vive in perdizioni  e lassi costumi. La vita scorre muta le nostre intenzioni così Giovannino si svegliò un bel mattino e tornò  a spazzare per terra, come aveva sempre fatto , non volle più leggere libri di filosofia,  dopo quei incubi . Ma Pinuccio  continuava a tormentarlo con le sue poesie , cosi una notte invece di fargli la solita predica Giovannino gli chiese di dargli tre , quattro numeri buoni da giocare al banco lotto,  anche per  essere ripagato dai tanti tormenti che il demone Pinuccio  ogni notte gli infliggeva. Fortuna volle che i numeri uscissero sulla ruota di Bari e Giovannino padre di dieci figli , tutto ad un tratto si ritrovò ricco sfondato,  tanto ricco che poté prendersi una laurea in lettere e filosofia ,  comprare  una casa grande , come un castello là sulla rocca tufacea che domina a strapiombo  il mare partenopeo  dove Pinuccio si gettò  allargando  le braccia per divenire un angelo, un demone , una piccola storia poetica di nostra vita.
    Il Grande Freddo
     
    Lo avevano gridato i corvi neri di montagna, che calavano a frotte sulla nuda campagna; e si radunavano in branchi nei campi arati di fresco dove era ancora facile pizzicare qualche buon lombrico, prima che il gelo indurisse tutto il terreno. Lo avevano bisbigliato le talpe mentre approfondivano lo scavo, per assicurarsi una tana sufficientemente calda e riparata. Se lo erano comunicato api e formiche con il loro febbrile andirivieni e i loro gesti concitati e nervosi mentre cercavano di accumulare il maggior numero di provviste, e in tutta la natura si coglieva un insolito messaggio.
    Da lì a poco sarebbe sceso dal nord un terribile freddo polare. Era già successo trent’anni prima ed ancor peggio cinquanta anni più in là, quando un’ignota mano, aveva disegnato superbi arabeschi sui vetri nell’interno delle case, troppo belli per non essere attribuiti a qualche grande artista, e la gente non se l’era ancora scordato quel rigidissimo inverno che ne era seguito, mentre le piante lo avevano memorizzato negli anelli del proprio tronco modificandone il colore e la crescita. Nel bosco un vento premonitore, prepotente e dispettoso, aveva strappato le foglie che iniziavano appena ad ingiallire, annullando lo spettacolo di metamorfosi  cromatica, e distruggendo le bellissime scene che vi sarebbero state rappresentate, com’era solitamente di norma nel programma per l’intero mese a seguire.
    Il messaggio era fin troppo chiaro: se ne dovevano andare tutti, finché erano in tempo, e i corvi neri della montagna, che all’imbrunire erano andati a rimpannucciare le scarne piante del bosco, sembravano ripeterlo sino alla noia; loro infatti si sarebbero fermati il tempo necessario per accumulare un po’ di riserve, poi sarebbero frettolosamente partiti per raggiungere  montagne, nevi e temperature meno rigide.
    ...
    Pensieri di un Legionario
     
     
    Vallo di Adriano
    Forte di Vindolanda
    Maggio del 129 d.C.
     
    Giornata nera, oggi. Giove e tutti gli dei dell’Olimpo mi sono stati contro.
    Dal suo palazzo profumato di Eboracum, ha fatto presto il governatore Trebio Germano a dire “Sceglimi una scorta. Voglio perlustrare i forti lungo il muro del Vallo.”
    Ed io, Giulio Verecondo centurione della Legio VI Victrix, che ho dovuto fare? obbedire, e destinargli 470 legionari.
    Ma lo sa il governatore che, degli uomini che mi restano, più di 30 hanno gli occhi rossi e gonfi e non riescono a vedere al di là del loro naso e che per non lasciar sguarnite le difese del Limes ho dovuto raddoppiare i turni di guardia? 
    E tutto questo senza contare che da alcuni giorni gruppi di Pitti armati si sono visti ai margini della foresta; se attaccassero ora, non so se riuscirei a respingerli.
    Io penso troppo, lo so bene, perciò la notte non riesco a dormire. Allora alzo i calzari e mi porto sugli spalti di questo muro ad osservare che al di là tutto sia silenzio e buio e a controllare che le vedette siano tutte sveglie: <Soldato stai in guardia, la notte è ancora lunga!>
    A volte mi fermo, come adesso, assaporo l’aria calma della sera, e dopo tanti anni sui campi di battaglia, riesco ancora a rivolgere gli occhi al cielo e a meravigliarmi mirando la luna che, giocando a nascondersi dietro nuvole veloci, con la sua piena brillantezza illumina per diverse miglia questo Vallo, che ho costruito con le mie mani e con quelle dei miei uomini.
    E penso che questa è la mia vita.
    Ho scelto Roma, sì: le sue leggi; la sua lingua; la sua cultura e le sue invincibili legioni. 
    Se non avessi scelto Roma sarei rimasto nella città di Caesaraugusta in Hispania dove sono nato, e mai avrei obbedito all’ordine dell’Imperatore Adriano che mi ha voluto dove la Pax Romana si è fermata.
    Ed anche se sono lontano mille leghe dai volti che amo; anche se rischio la vita ogni giorno, chiamatemi stolto, ma io sono orgoglioso della mia esistenza di legionario che mi ha portato qui, dove il destino ha deciso che oggi fossi.
    Sì, sul Vallo, il Limes definitivo, una linea senza fine allo sguardo degli umani occhi, ma ben definita per la sapienza di Roma; estesa da una costa all’altra di un’isola fredda e inospitale abbandonata nel mare dagli dei: è la Britannia, terra di confine, lontana quanto più non si possa immaginare.
    Forse è proprio qui che tutto finisce, come alle Colonne d’Ercole.  Oltre c’è l’ignoto; ciò che la mente di Roma non approva perché non capisce, e se non si capisce va tenuto lontano, con qualsiasi mezzo, anche con un muro e dei fossati, anche con legionari venuti da ogni dove.
    E’ questo il Vallo, il Limes; ed è questo il punto del mondo che ho il dovere di difendere.
    Ma perché! Perché ogni giorno mi arrovello su questo muro pensando a ciò che è meglio per impedire che qualcuno lo attraversi in armi? Perché combatto per una linea fatta di pietre messe una sull’altra per miglia e miglia? dietro non vedo città, strade, case, uomini, donne e bambini; davanti solo boschi inaccessibili e freddi, popolati da barbari che si dipingono il volto e si vestono di pelli, per assomigliare ad animali più che a uomini.
    Sono solo sul Vallo, solo con i miei pensieri, e non dovrei farmi tante domande senza poi darmi una risposta. Perché se non ho certezze, su questa linea mi arrenderò senza combattere; perché se non posso comprendere ciò per cui vivere e morire insieme ai miei uomini, domani abbandonerò il forte di Vindolanda per errare privo di una meta, al di là o al di qua del Limes non avrà importanza, sarò sempre in una lugubre oscurità che mi schiaccerà l’animo.
    Ora che ci penso (sempre a pensare; l’ho detto, è un mio difetto) forse è proprio il Limes la risposta a tutto.
    Forse è il confine stesso che segna, come il suolo su cui è costruito, l’andamento della vita.
    “Padre voglio diventare un legionario. Girare il mondo. Conoscere altra gente ed altri luoghi. Non posso vivere tra quattro mura a fare il venditore di tessuti.”
    Negli occhi del mio vecchio lacrime represse. Il suo desiderio di far di me un ricco commerciante, come lo era stato lui, si spense su quel confine che lui mai mi avrebbe impedito di attraversare.
    Fu il mio primo Limes ed ero orgoglioso delle mie armi.
    Le avrei usate presto? un giorno sarebbe stato certo. Per allora ero solo un giovane inesperto.
    I miei camerati mi presero la mano; mi forgiarono alla guerra. Mi dicevano: “In battaglia non è il gladio il tuo migliore amico, ma chi ti sta di fianco e dietro. E’ sui compagni più vicini che devi fare affidamento per salvarti la vita, ricordalo! perché anche tu dovrai fare la stessa cosa con loro.”
    Ed ecco un altro Limes che si stagliava sul mio cammino.
    Quando la mia Legio fu richiamata dalla Hispania in Germania Inferior per stroncare la rivolta dei Batavi, di fronte avevo genti senza dei, dall’aspetto feroce, che ci venivano addosso come vento di tempesta.
    Ora lo vedevo quel confine, finalmente, ed era un Limes di sangue, al di qua del quale avrei ben dovuto ricordare l’insegnamento dei miei compagni, al di là del quale c’era la morte per mano barbara.
    Era vero. Sino a quel momento non potevo immaginarlo, ma se adesso sono su questo muro, avvolto da una notte calma, a pensare, lo devo a quel limite: la linea difensiva dei miei compagni che mi protesse allora dalle scuri dei nemici ed ancora mi protegge.
    Dopo la battaglia, sul campo c’erano silenzio e pianto; la morte era vicina come mai avrei pensato. Anche dalle nostre file era caduto sangue a bagnare quella terra straniera, ma aggirandomi tra i corpi degli uomini abbattuti provai una gioia strana, ero sereno e non ne sapevo il motivo. Ebbene sì, io ero felice! Avrei dovuto saltare e gridare “Vittoria! Vittoria!”, ma solo una parola mi dicevo sussurrando: <Vivo. Io sono vivo!>
    Gli dei non avevano voluto che oltrepassassi il Limes tra la vita e la morte.         
    Gli dei non avevano voluto…….
    Gli uomini affidano il loro destino a statue di terracotta e ad immagini dipinte. Qualcuno, ho sentito dire, ad un uomo morto in croce in Giudea.
    Io credo all’oggi che lentamente se ne va all’orizzonte, lì, dietro il Vallo, dove finisce la luce; e nessuno, sono certo, vedrà mai oltre quel Limes.
    Sono ore che mi aggiro sul muro senza meta a guardare nel buio dove
    si disegnano i miei pensieri.
    Gli uomini di guardia, lo sento, mi osservano incuriositi. Mi chiamano “il solitario” perché mi piace star da solo e parlare con me stesso.
    Ma sanno di poter contare in ogni istante su di me. Perciò mi rispettano, per questo obbediscono silenti ai miei ordini.
    Ormai più di un mese addietro un centinaio di Pitti, apparsi dal nulla davanti il Limes, dopo strepito di armi e grida, decisero di attaccare.
    Avevo, allarmato in tempo, predisposto una prima difesa sul punto del Vallo dove vi sarebbe stata l’aggressione, ma diedi ordine al grosso dei legionari di uscire dalle porte più ad est e più ad ovest per prendere gli assalitori alle spalle e sbaragliarli.
    Qualcuno tentò di opporsi: “Se sguarniamo l’accesso al forte, i barbari entreranno e ci massacreranno!”
    Non risposi. Diedi ancora l’ordine e questa volta tutti obbedirono. L’orda non riuscì nemmeno a vedere oltre il Vallo, fu presa alle spalle dai legionari in formazione e distrutta, e i pochi rimasti messi in fuga. Abbiamo avuto solo qualche ferito; la mia decisione si era rivelata giusta e vincente.
    Anche nell’ordinare e nell’obbedire c’è un confine (eccone ancora un altro), è un Limes nebuloso: scompare se chi comanda ha a cuore la sorte dei suoi uomini; si innalza, potente e inaccessibile, nel caso inverso, ed è allora che il nemico che ci dà la morte diventiamo noi stessi.       
    La notte è ormai vecchia e stanca, tra breve finirà ed il sole bambino nascerà ancora ma sempre oltre il muro di confine. Strano, è dietro il Vallo che un giorno muore e un altro giorno nasce, come se questo fosse il compito dato al Limes da un dio che deve pensare ad altro.
    Anch’io voglio pensare ad altro: alla mia Claudia Severa.
    Ero arrivato al forte di Vindolanda da più di due mesi, e solo allora la vidi, intenta ad accompagnare un’ancella a prendere acqua dal pozzo.
    Era bella come poche avevo visto, ma era sposata.
    Più volte, con mio grande pericolo perché il marito, Elio, era il comandante del forte, tentai di avvicinarla ma quel Limes mi era sbarrato.  
    Solo dopo la morte del marito abbiamo iniziato a vederci. Lo sappiamo entrambi, non siamo più dei bambini, ma io l’amo come la prima volta che l’ho vista, lei mi vuole bene…. mi basta!
    Ieri, tra le mura della nostra casa, mi accarezzava i capelli, ormai radi, e cantava una canzone soave.      
    Quel luogo avrebbe potuto trovarsi sulle rive calme del mare, o su una collina verdeggiante, o essere nel forte di Vindolanda, sul Limes, ai confini del mondo conosciuto; io ero felice e non volevo altro dalla vita.
    Ora sono qui. Ancora a pormi domande e a cercare risposte.
    Ma, oggi, in questa notte profumata di miele, forse, forse ho trovato la risposta definitiva.
    E’ questo Limes, illuminato dalla perenne luna, che ha guidato e guida il mio cammino.
    Sì, dev’essere così e non altro; perché alle mie spalle c’è la Storia, c’è Roma.   
    Perciò io debbo difenderlo, il Limes.
    Perchè se mi guardo indietro posso vedere le virtù dell’uomo, il suo ergersi sopra la natura per distinguersi dalle bestie umane ed animali, mirare il bello lucente e grande, il sacro maestoso e solenne.
    E mai, mai dovrò rivolgere il mio animo verso il buio del bosco che, qui, davanti a me, proprio ora, mi sovrasta e mi fa paura; quel buio devo tenerlo lontano affinchè non minacci la mia storia e non sia di intralcio al cammino verso l’immortalità che sempre dà la memoria dei posteri.
    <Centurione! Centurione! Ti senti bene?>
    <Eh….. ah, Gaio sei tu! Mi ero solo appisolato un momento. Non è niente. Torna alla tua guardia.>
    <Centurione, ho notato uno strano movimento tra gli alberi del bosco. Forse sono animali, ma nel buio non sono riuscito a distinguere.>
    <Indicami il punto preciso. Tra poco sarà l’alba, ed allora potremo osservare più attentamente. Nel frattempo prepara una pattuglia, che vada a controllare ai margini della radura.>
    <Sarà fatto, centurione!>
    <Allarmi!! Allarmi!! I barbari ci attaccano!!!>
    Devo preparare le difese del Vallo.
    Addio luna brillante. Addio notte di silenzio.
    Qui, sul Limes della Britannia romana, il nuovo giorno sarà più nero di ieri.