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    EPILOGO: NELL’ EMPIREO.
     
    Silvia avvertì a poco a poco il ritorno della sensazione tattile. Dapprima sentì la pressione delle proprie natiche sul sedile. Subito dopo si rese conto che la sua schiena poggiava sullo schienale del sedile. Aprì gli occhi di colpo. Di fronte a sé vide il vasto quadro degli strumenti inerti e oscuri, illuminati debolmente da una piccola luce verde posizionata alla sua destra. Si voltò verso Paolo e lo vide accasciato sul sedile, inerte e con gli occhi chiusi. Con forte preoccupazione gli toccò una spalla e lo smosse. Con suo grande sollievo, il ragazzo reagì subito, movendosi a sua volta e farfugliando qualcosa dalla bocca. Paolo aprì gli occhi e il suo sguardo semi-assonnato incontrò subito quello di Silvia. “Paolo, come ti senti?” gli chiese lei. “Bè, –rispose lui quasi sbadigliando- dal punto di vista fisico mi sento in forma, come se avessi fatto una lunga e salutare dormita”. Il ragazzo si stirò. “Anch’io mi sento così” disse Silvia. Si guardarono un po’ intorno. A parte quella fioca luce verde, nel piccolo abitacolo che li conteneva non era in funzione nient’altro. Tutti gli strumenti erano inerti ed oscuri, e interi quadri di comando apparivano squarciati e circondati da chiazze nerastre, con numerosi fili elettrici che sporgevano dalle cavità. “Siamo vivi. –affermò Silvia- Ma mi chiedo che cosa ci succederà adesso. E se ripenso al capitano….” la ragazza si interruppe. Aveva pronunciato le ultime parole con tono accorato.
    Guardò Paolo con un’ espressione di grande tristezza. Lui la guardò con emozione e gli disse: “Si è sacrificato per noi. Dobbiamo esserne fieri”. Silvia abbassò lo sguardo seria. Dopo pochi secondi tornò a guardarlo dicendogli: “Secondo te, il suo sacrificio sarà servito a qualcosa? Che cosa ne sarà di noi adesso?” Paolo, con espressione leggermente imbarazzata, rispose: “A dire il vero, non lo so. Dovremmo essere nel Cosmo Esterno. Però chiusi qui dentro non lo possiamo vedere. E non possiamo nemmeno avere informazioni su quello che c’è fuori, perché, da quello che vedo, ne deduco che nessuno strumento funziona più”. “Non puoi aprire le saracinesche?” “E come? Ogni quadro di comandi è saltato, qui dentro non funziona più niente. Siamo stati investiti da una scarica micidiale, è un miracolo se siamo ancora vivi”. Silvia si voltò verso la luce verde. “Ma quella luce funziona!” affermò la ragazza. “Quella –replicò Paolo- è la luce di emergenza. E’ alimentata da una batteria tutta sua, ed entra in funzione automaticamente quando gli altri strumenti cessano di funzionare”. Tornò a guardare Paolo. Il ragazzo aveva un’ espressione molto seria. Lei capì che cosa stava pensando. “Siamo spacciati, vero?” disse lei in tono sommesso. “A meno che –gli rispose lui- Orix non si faccia vivo”. Lei tornò a guardare gli strumenti inerti e replicò: “Non so più cosa pensare di Orix e della sua specie. Quando eravamo su Esplox mi era sembrato così sincero. Ci disse che ci saremmo collegati e che avremmo avuto la possibilità di andare a vivere su un mondo a nostra scelta. Ed ora invece siamo qui, rinchiusi in questa scatoletta persa in un’ infinito nulla che non possiamo neanche vedere, ad aspettare la morte. Quanto tempo abbiamo?” Paolo guardò in direzione del quadrante dell’ orologio, ma, come si aspettava, vide solo un visore nero. “Non te lo so dire –gli rispose il ragazzo- perché non so per quanto tempo siamo rimasti privi di sensi. Anche l’orologio non funziona. So soltanto che qui dentro la riserva d’aria può durare per circa 22 ore. Sia il calore immagazzinato dalle pareti termiche che la batteria che alimenta la luce di emergenza dureranno più a lungo, ma penso che questo a noi non importi”. “Capisco. –disse Silvia con lo sguardo diretto ai propri piedi- E la gravità artificiale quanto durerà?” Paolo restò per qualche secondo come imbambolato da quella domanda di Silvia. Lei, poiché lui non rispondeva, si voltò verso di lui incontrando i suoi occhi spumeggianti e dilatati. “La gravità artificiale!” gridò lui con evidente gioia. Lei assunse un’espressione di grande perplessità, e con tono di leggero sbigottimento gli disse: “Scusa, ma non è che per caso il tuo cervello comincia a perdere i colpi?” Lui raddolcì il proprio sguardo e con voce ferma gli rispose: “Silvia, questo abitacolo non dispone di nessun impianto di gravità artificiale”. “Come! –esclamò lei sgranando gli occhi- Eppure noi pesiamo! Mi sento attratta verso il basso con la stessa intensità di quando era in funzione la gravità artificiale della nave!” “Certo Silvia, la sento anch’io, siamo sottoposti ad una gravità di tipo terrestre. Ma questa gravità non ci dovrebbe essere!” “Perbacco Paolo –disse lei eccitata- ma allora vuol dire che ci troviamo sulla superficie di un pianeta di tipo terrestre?” “Non lo so, dal momento che siamo chiusi qui dentro. Non siamo sottoposti nemmeno ad alcuna accelerazione, ed anche questo è anomalo, perché io non ho fatto in tempo ad azionare i contro-razzi e l’abitacolo non poteva fermarsi da solo nel vuoto. In qualunque luogo ci troviamo, la nostra situazione attuale è anomala”. Silvia sentì la speranza rinascere dentro di sé. “Forse è opera dei Collegati! –disse lei con enfasi- Forse siamo salvi!” “Non lo so. –replicò lui- Per saperlo bisognerebbe sapere quello che c’è là fuori. E non c’è modo di saperlo”. “Non possiamo aprire la porta?” “Anche i meccanismi dell’ apertura della porta non funzionano. E comunque, anche se funzionassero, non abbiamo tute spaziali. Se là fuori non c’è un’ atmosfera respirabile, moriremmo subito dopo aver aperto il primo spiraglio”. “Ma tanto moriremo comunque anche rimanendo qui dentro, ed in modo più lento e doloroso. Ci converrebbe aprire lo stesso”. “Già, ritengo anch’io che tu abbia ragione, ma vedi, non c’è proprio modo di aprire la porta”.
    “Ne sei sicuro?” “Più che sicuro. La chiusura della porta e il materiale delle pareti sono a prova di bomba e noi qui dentro non
    abbiamo nessuno strumento che ci possa essere utile allo scopo”.
    Silvia si portò una mano al mento ed affermò pensierosa: “Eppure non è possibile che noi si sia arrivati qui per morire inscatolati come sardine. Se siamo fermi e siamo sottoposti ad una gravità di tipo terrestre, una ragione ci deve essere. Tu eri ai comandi e controllavi il radar. E’ accaduto qualcosa di anomalo prima che perdessimo i sensi?” “Non è accaduto nulla di eccezionale. Eravamo entrambi schiacciati dalla pressione e io controllavo il radar e mi tenevo pronto ad accendere i controrazzi per por fine alla nostra accelerazione, ma non ho potuto farlo perché siamo stati raggiunti dall’ onda d’urto dell’ esplosione”. “Già, mi ricordo anch’io che è andata così. Mi ricordo anche che la pressione dell’ accelerazione mi dava parecchio fastidio e che desideravo tanto che ci fermassimo e che fossimo sottoposti ad una gravità normale”. “Si, anch’io mi ricordo di aver desiderato questo”. Silvia allargò le orbite, si girò lentamente verso Paolo e lo fissò con meraviglia. “Cos’ hai? –gli chiese lui- Perché mi guardi così?” Lei si tirò il pugno destro nella mano sinistra ed esclamò: “Ci sono! Ho capito!” “Che cosa hai capito?” “Ho capito che ci siamo già collegati! –disse lei con enorme gioia- Abbiamo acquisito i poteri di cui ci ha parlato Orix!”
    Paolo assunse un’ espressione di grande stupore. “E perché mai? –disse lui- Che cosa te lo fa pensare?” “La gravità! Entrambi volevamo essere sottoposti ad una gravità normale! Ed infatti siamo in regime di gravità normale!” Paolo allargò gli occhi. “Quindi –disse lui in tono solenne- secondo te tutto quello che desideriamo si avvera?” “Si amore, secondo me è così. Siamo nel Cosmo Esterno, e siamo già entrati nel Collegamento!” “Eppure non mi sento molto diverso”. “Pensa alla scarica elettrica. Avrebbe dovuto ucciderci, ed invece siamo tutti e due in gran forma. Non abbiamo neanche la più piccola bruciatura sulla pelle, e nemmeno un graffio. Neanche il pigiama che indossiamo si è bruciato. I nostri poteri ci proteggono”.
    Con espressione trasognata, Paolo replicò: “Eppure devi aver ragione davvero. Non abbiamo neanche un graffio, e non può essere”. “Si, amor mio, non può essere, ma lo è. Orix aveva ragione. E se quello che desideriamo si avvera, non ci rimane altro da fare che esprimere i nostri desideri”. Silvia guardò intensamente la plancia. E sotto lo sguardo meravigliato di Paolo, tutti gli strumenti ritornarono a posto nel giro di pochi secondi. Le cavità si chiusero risaldandosi a vista d’occhio, i cavi si riallacciarono e ritornarono nei loro scomparti, le macchie sparirono, tutti gli strumenti si riattivarono e tutte le luci si riaccesero. Quando tutto fu tornato a posto, Silvia si voltò verso Paolo. “Che ti dicevo?” gli disse lei. I loro occhi si fissarono. Il loro sguardo non tradiva più né meraviglia né stupore. Non provavano più neanche la benché minima angoscia. Si sentivano sereni, di una serenità che non si può descrivere. E ognuno captò i pensieri dell’ altro. Ognuno avvertì dentro di sé il torrente d’amore che l’altro provava per lui. Nessuna prova d’amore era mai stata più evidente tra due esseri umani. Ognuno si nutriva direttamente dell’amore dell’altro. Ed ognuno riviveva nella propria memoria la vita dell’altro. Nessun segreto fu più possibile tra loro. “Tu sei in me” gli disse lei senza aprir bocca. La comunicazione avveniva direttamente tramite il pensiero. “Anche tu sei in me” gli rispose anche lui senza aprir bocca. Si baciarono. Per la prima volta due esseri umani del pianeta Terra non condividevano solo il corpo, ma anche la mente.
    Mentre le loro lingue si arrotolavano tra loro, lui con il pensiero gli disse: “Il nostro Collegamento non è ancora completo. Non sappiamo ancora niente degli altri mondi”. “Il Collegamento è un processo graduale. –gli rispose lei- Per completarlo, dobbiamo uscire da qui”. “E allora usciamo”. Si distaccarono. Paolo lanciò un’occhiata all’ orologio, che adesso funzionava. Segnava le 5,59.
    “Non abbiamo dormito neanche dieci minuti” disse lui. “Lo so. –rispose lei- Dobbiamo affrontare l’ Infinito con gradualità. Per prima cosa, apriamo le saracinesche”. Senza che nessuno di loro due avesse premuto l’apposito pulsante, le saracinesche che coprivano le finestre cominciarono ad aprirsi nel mezzo e a scorrere verso i lati.
    Non appena la fessura si aprì, da essa filtrò una grande luce. I due ragazzi osservarono con grande serenità quella grande luce chiara che si allargava di fronte a loro. Era una luce intensa ma riposante, che non dava fastidio agli occhi e che trasmetteva un grande senso di benessere. All’ inizio non sembrò che quella luce avesse un colore particolare. Ma quando l’ampiezza dell’ apertura superò il mezzo metro, quella luce che riempiva tutto l’ambiente intorno a loro rivelò di essere di colore rosa, un rosa tenue. Quando le saracinesche si furono aperte completamente, quella luce rosa diventò preponderante all’ interno dell’ abitacolo, soverchiando le luci interne. Tutti gli oggetti e loro stessi assunsero una tonalità rosacea.
    Si guardarono sorridendosi. Ognuno sapeva che cosa pensava l’altro. E sapevano anche che cosa significava quel rosa. “L’energia cosmica riempie tutto il Cosmo Esterno –pensò Paolo- ed ai nostri occhi si rivela come un’ infinita luce rosa. E’ meraviglioso”. “Ed in questa luce –pensò Silvia- ci sono delle correnti e degli addensamenti. Guarda là” Silvia indicò a Paolo una zona alla sua destra nella quale si vedeva una lunga striscia più scura di tutto il resto. “Si lo vedo. –affermò Paolo- Ma questo è niente in confronto a quello che si vede dalla finestra laterale di sinistra”. Silvia guardò in quella direzione e vi vide una specie di spirale formata da diverse tonalità di rosa. “Si, è molto bella” affermò la ragazza. “Sembra proprio che noi due, come Dante Alighieri, si sia arrivati in Paradiso da vivi” affermò Paolo. Silvia si guardò intorno e dopo pochi secondi trasmise nella mente di Paolo: /Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: luce intellettual, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore” Paolo sapeva bene, anche se non li aveva mai letti, che quelli erano versi di Dante e che erano contenuti nel XXX canto del Paradiso. “Non possono esserci versi più appropriati. –pensò il ragazzo- Questo assomiglia davvero all’ Empireo descritto da Dante nella Divina Commedia”. “Credo che sia arrivato il momento di uscire” disse Silvia. Si tolsero la cintura di sicurezza, si alzarono dai sedili e si avvicinarono alla porta. Sapevano che non gli sarebbe successo niente. Senza azionare alcun comando, la porta si aprì, spalancandosi su un’ infinito cielo rosa, esteso in ugual modo in tutte le direzioni, di fronte a loro come a destra e a sinistra; in basso come in alto. Si presero per mano. Silvia fu la prima ad oltrepassare la soglia, portandosi dietro Paolo. I loro piedi si distaccarono dal pavimento del piccolo abitacolo e con grande naturalezza i due giovani si librarono in quella luce, fluttuando come polline al vento. Ma non avvertirono alcun vento. Sentirono invece una sensazione di tepore che li cullava. Non poggiavano su nessun solido. Fluttuavano in quello spazio illuminato ed infinito, continuando ad avvertire il loro peso normale, ma senza cadere in nessuna direzione. Non si erano mai sentiti così bene. Avanzarono a lungo in linea retta, procedendo senza fare alcun movimento fisico ma unicamente perché volevano farlo. Dopo un bel po’ di tempo, si fermarono. Erano sospesi nel nulla. Pesavano, eppure non poggiavano su niente, e non cadevano. Ed intorno a loro c’era soltanto la luce rosa, con soltanto qualche lieve differenza di tonalità in alcune zone. Silvia allungò la mano verso una zona più chiara a forma di farfalla, la toccò, agitò la mano e la zona si dissolse. “Hai interferito nelle correnti” disse Paolo. “Interferiamo sempre con le correnti. I nostri pensieri sono correnti in questo oceano”. “Hai ragione”. Si guardarono indietro. Videro, perso nel bel mezzo dell’ infinito oceano rosa, un’ insignificante puntino bianco che costituiva l’ormai lontano abitacolo del Mobilis. “Abbiamo fatto un bel po’ di strada” disse Paolo. “Dobbiamo farne ancora molta. Ancora non percepiamo gli altri mondi, sia del nostro che degli altri Universi”. “Dobbiamo avere pazienza. E’ un processo molto graduale”. “E’ vero. Però desidero camminare su qualcosa di solido e di meno monotono di questo vuoto rosa”. “Hai ragione”. Guardarono alla loro destra. Come avevano desiderato, videro una grande, lunga e piatta isola verde che si librava nel vuoto. Vi si diressero a grande velocità. Nel centro dell’ isola c’erano dei rilievi. L’isola si ingrandì davanti ai loro occhi. Al di sotto l’isola aveva una forma arrotondata. Mentre si avvicinavano sentirono il fruscio di un corso d’acqua ed il profumo di alcuni fiori. Videro il torrente che fuoriusciva dall’ isola, e si accorsero che in quel punto l’ acqua svaniva letteralmente nel nulla. Presero terra in quel punto, accanto al ruscello e vicino al bordo dell’ isola. I loro piedi, attraverso le scarpe mediche, avvertirono di premere sopra un terreno soffice ed organico come quello che c’è nei boschi. Osservarono per un po’ l’acqua. Poi camminarono verso l’interno dell’isola, seguendo il corso del torrente. Si inoltrarono nella boscaglia. Videro ogni genere di piante e di fiori, ed anche di funghi. Ma non videro alcun segno di vita animale, e nemmeno insetti. Neanche nel torrente si vedevano pesci. Arrivarono in una radura ai piedi del rilievo centrale, dove il corso d’acqua era alimentato da una cascata. Intorno alla cascata il torrente formava un’ ampio bacino d’acqua circolare. Era acqua purissima, trasparente e brillante. Silvia vi infilò una mano e constatò che era tiepida. “E’ da quando ci siamo svegliati stanotte che non abbiamo mai avuto tregua. –disse la ragazza- Abbiamo bisogno di rinfrescarci”. “Anche se ci sentiamo bene, hai ragione”
    rispose Paolo. I due giovani si spogliarono completamente e si tuffarono. Nuotarono sott’acqua a lungo, poi riemersero e nuotarono in superficie seguendo una traiettoria circolare che li portò ad incontrarsi. Si abbracciarono e si baciarono nell’ acqua. “Possiamo anche stare giù tutto il tempo che vogliamo. –pensò Silvia- Non abbiamo il problema di respirare. Questo stesso spazio rosa in cui ci troviamo non contiene certo ossigeno”. “Bene, -pensò lui- allora andiamo giù!” Abbracciati insieme, si gettarono a tutta forza verso il basso. Affondarono, ma non trovarono il fondo. Aprirono gli occhi, ed intorno a loro videro soltanto un’ acqua illuminata da una luce gialla che si estendeva ovunque all’ infinito. La loro corsa verso il basso si arrestò, anche se non avevano raggiunto nessun fondo. Poi entrambi sentirono qualcosa dentro di loro. Era come se qualcuno parlasse nelle loro teste. Si guardarono negli occhi con serietà per qualche istante, poi chiusero gli occhi. Ognuno vedeva e sentiva le stesse cose che vedeva e sentiva l’altro. Videro un’ Universo. E poi un’ altro. E poi un’ altro ancora. Miliardi di galassie. Miliardi di stelle. Miliardi di pianeti. Infiniti mondi scorsero nei loro cervelli come innumerevoli filmati accelerati. Rimasero per un po’ come confusi e storditi da tutte quelle informazioni. Ma durò poco. Quel flusso infinito si attenuò, depositandosi nella parte inconscia della loro mente, e questo gli fece recuperare la lucidità. Il flusso non era scomparso, ma si era mimetizzato nei sotterranei della mente, e di questo loro ne erano coscienti. Erano coscienti anche del fatto che i meccanismi della loro mente li avrebbero avvertiti se nel flusso continuo delle informazioni se ne fosse manifestata qualcuna di importante. E poiché loro erano nuovi, furono inondati da una marea di informazioni. Il loro neonato sistema di selezione mentale provvide però a fornirgli tali informazioni in modo graduale, suddividendole. Di questo loro ne furono consapevoli e seppero che ciò era un bene. Seppero che il capitano Aliquis era vivo e che si trovava anche lui nel Cosmo Esterno con loro. Entrarono in contatto con la sua mente. Accedettero ai ricordi della sua vita travagliata. Ebbero coscienza del suo odio passato. Lui aveva distrutto la Terra. Il loro mondo non esisteva più. Adesso il pensiero delle creature che lo avevano abitato scorreva nei meandri dell’ energia cosmica infinita, faceva parte delle correnti. Anche Giorgio e Fedora erano in quelle correnti. Il capitano Aliquis era stato a lungo roso dal rimorso per quello che aveva fatto. Era cambiato dopo l’incontro con gli Iponi. Ora era anche lui, come loro, completamente sereno. Come loro, avvertiva in sé il flusso dell’ energia cosmica infinita. Nell’ Infinito c’erano infiniti Universi. Sentirono l’esistenza di un numero indescrivibile di Universi, quasi tutti diversi, ma molti uguali. Eppure, sentirono anche che il Collegamento aveva un limite. Esisteva una distanza massima oltre la quale il Collegamento non poteva spingersi. Era una distanza che andava oltre la stessa energia infinita, sottostante all’ energia cosmica, che gli era stata descritta da Viru. Capirono che nessuna specie di Collegati, quindi neanche gli Iponi, potevano sapere cosa c’è oltre quel limite. E capirono il perché. L’ Infinito, proprio perché è tale, non può essere percorso. Nessuno, per quanti poteri abbia, può abbracciare l’infinito, perché ogni essere è necessariamente finito. Il Collegamento copriva quindi solo una parte del Cosmo, anche se si trattava di una parte incredibilmente grande. Capirono anche che al di là del Cosmo Esterno c’era un’ altro spazio, ancora più esterno, che non avrebbero mai potuto raggiungere. L’ Infinito è Infinito. Ogni passo verso l’orizzonte fa allontanare l’orizzonte. Capirono che è importante riconoscere questi limiti. Il capitano Aliquis lo aveva già capito. Compresero che il loro Collegamento era ancora imperfetto. Sentirono che Orix era lì sopra, insieme al capitano, e che li aspettava. Risalirono verso la superficie. Sbucarono dall’ acqua abbracciati e continuarono a salire verso l’ alto per una decina di metri. Poiché lo avevano desiderato, furono subito asciutti e con addosso la stessa divisa da membri dell’ equipaggio che avevano indossato a bordo del Mobilis. Videro sulla riva il capitano, anche lui con addosso la sua divisa, berretto compreso. Accanto a lui videro Orix e Benax nella loro forma originale. Orix era di colore verde, mentre Benax era viola. Discesero verso di loro. I loro piedi toccarono terra dolcemente ad appena un metro dai tre esseri che li aspettavano. Si guardarono. Ognuno di loro cinque conosceva già i pensieri di tutti gli altri, o quasi. I due ragazzi guardarono per primo il capitano. Con lui scambiarono sguardi emozionati che significavano felicità, sollievo e gratitudine. Guardarono poi negli occhi i due Iponi. Lo sguardo dei due abitanti del pianeta Esplox, sostenuto da occhi circolari e scuri posti ai lati di una faccia allungata e priva di lineamenti espressivi, trasmise loro una sensazione di grande calore. Silvia allungò le mani verso quelle di Orix. Lui gli prese le mani. Pur essendo mani verdi e ricoperte di squame, Silvia le sentì calde come se fossero state mani umane. Lei gli sorrise. Anche lui gli sorrise, e, benché in quella faccia inespressiva il sorriso non si vedesse, lei lo percepì ugualmente. Nello stesso tempo, Paolo allungò le braccia verso il capitano. I due membri dell’ equipaggio del Mobilis si abbracciarono calorosamente. “Grazie, capitano Aliquis, per tutto quello che hai fatto per noi. E grazie soprattutto di essere vivo” disse Paolo al suo capitano per mezzo del pensiero. “E io a mia volta ringrazio voi per essere vivi” rispose Aliquis. “E si, –affermò Orix mentre lasciava le mani di Silvia- sono in pochi quelli che possono dire di essere arrivati in questo posto da vivi. Ed il vostro caso è ancora più eccezionale”. Aliquis e Paolo sciolsero l’abbraccio. “Credo di avvertire il motivo della tua affermazione” disse Paolo rivolgendosi ad Orix. “Si, è come senti” replicò Orix. Silvia si avvicinò al capitano e lo abbracciò a sua volta. “E così ti sono bastati 25 secondi per collegarti ed uscire dal Mobilis prima che esplodesse. Hai fatto bene”. gli disse lei con grande commozione. Paolo afferrò a sua volta le mani di Orix e lo guardò con grande dolcezza. “Non ho fatto nulla di speciale. –replicò Aliquis a Silvia- E’ avvenuto tutto spontaneamente. Anche voi due ci avete messo lo stesso tempo”. Paolo lasciò le mani di Orix e prese quelle di Benax. Anche le sue mani, benché viola e viscide, erano calde come le mani umane. “Sono molto contento di conoscerti di persona” disse Paolo a Benax guardandola con estrema dolcezza. “Anch’io sono felice di potervi finalmente conoscere direttamente. Tutti gli altri Collegati del Nostro Cosmo vi conoscono già indirettamente, tramite il Collegamento, ma io e il mio compagno siamo gli unici, per ora, ad aver avuto il privilegio di conoscervi di persona”. “E’ un’ onore per noi, –aggiunse Orix- dal momento che voi tre siete una leggenda in tutto il Cosmo”. Silvia e il capitano sciolsero l’abbraccio nello stesso istante in cui Paolo lasciò le mani di Benax. Silvia passò accanto a Paolo e prese a sua volta le mani di Benax. Si fissarono anche loro con grande tenerezza. “Nel mio mondo –disse Silvia- non ero niente. Adesso faccio parte degli unici tre superstiti di un mondo morto che siano mai riusciti a raggiungere il Cosmo Esterno ed il Collegamento. Sono serena, ma al tempo stesso, in alcune parti della mia mente, questa situazione mi appare contraddittoria”. “Questo dipende dal fatto –rispose Benax- che il vostro Collegamento è ancora imperfetto. Siete nuovi, e ci vuole tempo per adattarsi, mesi, ed a volte anche anni”. “Addirittura?” esclamò Paolo. “Si, -rispose Orix- in alcuni casi ci sono voluti anni, anche se non sappiamo quanto tempo occorrerà a voi. Come avete già capito, il meccanismo del Collegamento non è semplice, ed esso non rende né onnipotenti, né onniscienti. Sapete già quali sono i suoi limiti. Avete bisogno di spiegazioni, ed io e la mia compagna siamo qui apposta per aiutarvi”. “Abbiamo anche capito –disse Aliquis- che non ci riporterete su Esplox”. “In effetti no. –rispose Orix- Non è necessario, perché voi tre avete raggiunto il Collegamento mentre gli altri due sono morti. Dal momento che il clima del nostro pianeta non è del tutto confacente per voi, e visto che possiamo manipolare il Cosmo Esterno a nostro piacimento, resteremo qui. Dobbiamo istruirvi, e dobbiamo anche darvi una nuova patria”. Silvia lasciò andare le mani di Benax. “Noi tre avvertiamo –disse Paolo- lo scorrere di enormi informazioni nella nostra mente. Ma questo ci crea una certa confusione”. “Questo dipende –disse Orix- dal fatto che il vostro sistema di selezione non si è ancora assestato. Il Collegamento è una forma di empatia cosmica. E’ la capacità di comprendere ciò che sentono gli altri, ciò che provano gli altri. Noi Collegati possiamo provare dentro di noi ciò che provano tutti gli esseri, viventi e non viventi, che sono presenti nel Nostro Cosmo, che, come avete capito, è la porzione di Infinito che conosciamo.
    Ma è chiaro che, se anche una minima parte di queste infinite informazioni fosse libera di manifestarsi nella parte cosciente del nostro cervello, la loro quantità ci ucciderebbe all’ istante”. “Quindi –intervenne Silvia- le informazioni si limitano a scorrere nella parte inconscia della nostra mente, come l’acqua di un fiume che passa e se ne va. Soltanto le informazioni che vengono ritenute importanti dal sistema di selezione vengono riportate nella parte cosciente della mente”. “E’ così” affermò Benax. “Ed io comunque ho anche capito –disse Aliquis- che possiamo pescare dal flusso le informazioni che desideriamo avere, basta che lo vogliamo”. “Infatti. –rispose Orix- Tale sistema fa in modo che, quando si presenta una certa situazione, noi la si possa conoscere in tutti i particolari, sia perché cerchiamo volontariamente le informazioni, sia perchè il sistema di selezione ce le mette davanti automaticamente. In questo modo noi Collegati, quando incontriamo nuove specie, veniamo a sapere subito tutto su di loro. Possiamo capire i loro pensieri. E’ una qualità molto bella, che ci permette di riconoscere gli altri come parte di noi”. “Questo –disse Silvia- è quello che succede tra i Collegati. Non succede però tra Scollegati. Ancora non ne capisco il perché”.
    “La prima volta, -rispose Benax- non lo capimmo neanche noi. Il Collegamento non permette di capire proprio tutto, come non permette di manipolare proprio tutto. Quando incontrarono per la prima volta una civiltà Scollegata, i nostri lontani antenati rimasero di stucco. Si comportarono da ingenui, ed alcuni rimasero uccisi. Oggi sappiamo che l’esistenza degli Scollegati è una manifestazione dell’ imperfezione della Natura. Il Collegamento non è esteso ovunque, come sapete il Nostro Cosmo, pur essendo inconcepibilmente grande, e pur contenendo un numero inesprimibile di Universi, non è illimitato. Ed anche all’ interno di esso, il Collegamento non raggiunge tutto. Esiste qua e là, diffusa nel Cosmo, della materia non collegata, anche se è soltanto una piccola frazione del totale. Ed esistono quindi anche esseri viventi non collegati. Gli Scollegati sono una piccola minoranza, ma esistono. La loro vita è breve perché si auto-distruggono, ma da qualche parte ne rinascono sempre altri. La loro condizione, come voi avete sperimentato direttamente, è molto triste. Essi non hanno empatia, e di conseguenza si uccidono tra loro, infliggendosi dolore.
    Sono pericolosi per sé e per gli altri”. “Noi però adesso –disse Paolo- ci siamo collegati. Non è proprio possibile collegare collettivamente le specie scollegate?” “Se fosse stato possibile –replicò Orix- lo avremmo già fatto centinaia di miliardi di anni fa. E prima di noi le specie che ci hanno preceduto. Noi Collegati abbiamo dei limiti, e uno di tali limiti consiste nel non poter estendere il nostro Collegamento alle specie che ne sono sprovviste.
    Il caso di voi tre è eccezionale. Voi eravate gli unici superstiti vaganti di un mondo che si è auto-distrutto, un caso unico in tutti gli Universi conosciuti. Ed avevate anche una predisposizione al Collegamento”. “E tale predisposizione –disse il capitano Aliquis- non potevano averla anche altri abitanti del mio pianeta?” I due Iponi capirono che nella mente del capitano persistevano ancora alcune piccole sacche di inquietudine. Sapevano che ciò dipendeva dal fatto che il Collegamento non era ancora assestato. Ma anche i due ragazzi percepirono le sensazioni del capitano. “Capitano, –disse Silvia, prevenendo Orix- non sei stato tu a distruggere la Terra.
    L’ umanità è rimasta vittima del proprio Scollegamento, proprio come è successo e continuerà a succedere a tutti gli altri Scollegati.
    Tu non sei responsabile dell’ odio che provavi. E’ il tuo mondo che te lo ha provocato”. Aliquis sentì aumentare la propria serenità interiore. La causa non erano soltanto i pensieri di Silvia, che coincidevano con quelli di Paolo. Orix e Benax agivano sulla sua mente per cancellare gli ultimi residui dei sensi di colpa. “Silvia ha ragione. –disse Benax- E dobbiamo anche ribadire, anche se lo sapete già, che noi Collegati non possiamo interferire con un’ intero mondo di Scollegati. Abbiamo aiutato voi perché eravate gli unici superstiti della vostra specie, ed anche in questo caso abbiamo potuto darvi soltanto un’ aiuto limitato. Era indispensabile che arrivaste qui unicamente con i vostri mezzi. Ed ora sapete anche perché”. “Si, ora capiamo. –affermò Aliquis con una voce più tranquilla rispetto a prima- Il Collegamento è empatia. Ma non ci può essere vera empatia se si odia. Dovevamo sbarazzarci dell’ odio che il nostro mondo aveva impresso in noi, soprattutto nel mio caso.
    E questo potevamo farlo solo se avessimo accumulato esperienze positive durante questo viaggio”. “Si, -affermarono insieme Paolo e Silvia- adesso lo capiamo anche noi”. “E’ un piacere per noi –disse Orix- che adesso ve ne rendiate conto, perché anche noi siamo stati in pensiero per voi, e non potevamo far nulla. Sapevamo che per voi due, ragazzi, il successo era assicurato. Voi non covavate odio dentro di voi, se non in modo trascurabile. Ma non era così per te, capitano Aliquis”. “Si, questo è vero. –replicò Aliquis- Ma non è del tutto vero che il vostro aiuto sia stato così limitato. Senza l’ incontro con voi, su Esplox, io non sarei mai cambiato. E’ per questo che ci avete voluto incontrare”. “Si. –rispose Benax- Il nostro incontro aveva il preciso scopo di darti una mano in questo senso. Ma non potevamo fare di più, il resto lo avete fatto voi. I due ragazzi erano già innocenti, ed hanno continuato sulla loro strada. Tu capitano sei cambiato, anche se con mille esitazioni. Ed in particolare, nella parte finale del viaggio, non hai esitato a sacrificare la tua vita per salvare i due giovani. Questo comportamento di estremo amore ti ha proiettato direttamente nel Collegamento non appena la nave è comparsa nel Cosmo Esterno, e ti ha salvato la vita”. “Si, anche questo l’ ho capito” disse Aliquis. Paolo e Silvia si strinsero la mano guardandosi con occhi lucidi. “Alla fine del viaggio –disse Orix rivolgendosi al capitano- il tuo odio è scomparso del tutto. In te c’era soltanto amore. E’ questo che ti ha fatto collegare più velocemente. Senza questo cambiamento così radicale, ti saresti collegato ugualmente, ma più lentamente, e tu in quel momento non disponevi del tempo necessario. La nave sarebbe esplosa prima, e non ti saresti salvato”. “In quel momento –disse il capitano- non mi importava di morire. So che un giorno dovrò farlo comunque. L’importante per me erano loro, che si salvassero loro due. Loro erano puri, è per questo che anche loro si sono salvati”. I due ragazzi si strinsero ancora di più la mano, e ringraziarono mentalmente il capitano. “E’ precisamente codesto pensiero che ti ha salvato” affermò Benax. “Invece i nostri due prigionieri non si sono salvati” affermò Paolo. “Loro –replicò Orix- non sono mai riusciti a liberarsi dal loro odio, che anzi è progressivamente aumentato. Come nel caso degli altri vostri simili, è l’ odio che li ha portati alla fine”. “Io ho sentito –disse Silvia- che il loro pensiero scorre nelle correnti che ci circondano”. “Certamente. -affermò Orix- Come vi dissi su Esplox, l’essenza vitale di chi muore rifluisce nell’ energia cosmica infinita, dove va ad alimentare le correnti dalle quali possono scaturire nuovi Universi e quindi nuove forme di vita. Adesso è tutto il vostro mondo a scorrere in quelle correnti” “Nessuno di noi tre –disse Aliquis- aveva veri legami con il nostro mondo di origine. Non avevamo più nessuno laggiù, non eravamo in relazione con niente e con nessuno. Le nostre famiglie di origine erano morte da anni. Ci sentiamo più a casa adesso, in questo Cosmo Esterno che possiamo manipolare. Forse possiamo far nascere anche un’ altro Universo?”
    “Questo no. –replicò Orix- La nascita degli Universi è un fatto puramente spontaneo. Non possiamo provocarlo. Possiamo soltanto prevederlo, ed avvertirlo. Infatti dieci secondi fa è nato un’ Universo a non molta distanza da qui”. “E’ vero! –affermò Paolo- Lo sento! La sua espansione raggiungerà la zona in cui ci troviamo tra un miliardo di anni!” “Prodigi del Collegamento” osservò Silvia. “Io ho anche capito –disse Aliquis- che non possiamo manipolare lo spazio normale nello stesso modo in cui riusciamo a manipolare il Cosmo Esterno”. “Vero. –replicò Benax- Qui l’energia cosmica si manifesta allo stato puro, e la nostra mente può manipolarla più facilmente. E’ per questo che qui possiamo vivere benissimo nel vuoto senza una tuta spaziale. Qui i nostri corpi sono invulnerabili. Non possiamo fare la stessa cosa nello spazio normale. Lì non possiamo vivere nel vuoto senza sistemi artificiali di mantenimento. Possiamo manipolare la materia, come vi abbiamo fatto sia vedere che provare su Esplox, possiamo viaggiare in modo ultra-luce, come abbiamo fatto per arrivare fin qui da voi, e possiamo cambiare la nostra forma. Ma non possiamo renderci invulnerabili come qui, e nemmeno creare un mondo grande come quest’ isola”. “Bè, -disse Silvia- questo Cosmo Esterno è davvero un posto molto speciale, anche se abbiamo appena scoperto che non è infinito. Ma ora, di noi che ne sarà? Dove andremo a vivere?” “Questo è appunto –rispose Benax- il motivo principale per cui siamo qui. Noi sappiamo già qual’ è il mondo più adatto per voi”. “Evidentemente, -disse Paolo- noi invece non lo sappiamo ancora perché il nostro Collegamento è ancora imperfetto, vero?” “Esatto. -confermò Orix- Noi siamo qui per farvelo sapere”. “Ci porterete su quel mondo?” chiese il capitano. “Non subito. Prima dobbiamo farvelo conoscere dentro di voi”. “Se dovete farci qualcosa per collegarci con quel mondo, –disse Silvia- noi siamo pronti”. “No, –proseguì Orix- non siete ancora pronti. E’ necessario che vi rilassiate di più. Seguiteci”. A queste parole di Orix Silvia, Paolo e il capitano non si sognarono neppure di controbattere, e nemmeno di chiedere ulteriori spiegazioni. Sapevano già, dentro di loro, che gli Iponi si stavano comportando nel modo giusto, e che dovevano fare come dicevano loro. Orix fece cenno ai tre esseri umani di seguirli. Si incamminarono lungo un sentiero che saliva lungo i fianchi del rilievo centrale dell’ isola.
    Mentre camminavano in fila indiana, con Benax in cima, seguita da Orix, dal capitano, dalla ragazza e dal ragazzo, Silvia guardò in alto. Vide una nuvola chiara che formava una specie di fiore biancastro in mezzo al cielo rosa. /Queste correnti sono affascinanti/ pensò la ragazza senza ricordarsi che i suoi pensieri venivano percepiti dagli altri. Perciò rimase ancora un po’ sorpresa quando percepì il pensiero di risposta di Paolo che diceva: /Qui è tutto affascinante/. /Siamo proprio ancora imperfetti/ pensò il capitano. “La vera perfezione –pensò a sua volta Orix- non viene raggiunta mai da nessuno. Ed è un bene, perché l’eccessiva perfezione può essere dannosa come l’eccessiva imperfezione”. Tutti gli altri annuirono. Raggiunsero un pianoro situato sul fianco del rilievo, a metà strada tra la cima e le pendici. Al centro del pianoro, ombreggiata dagli alberi, c’era una casa di legno, tipicamente montana, con il tetto a piramide. E sullo spiazzo davanti alla porta d’ingresso vi era una tavola rettangolare di legno, con due panchine poste lungo i suoi due lati opposti. Si avvicinarono alla casa. “Siete rimasti in grande affanno per parecchie ore. –disse Orix ai tre esseri umani- Non avete dormito a sufficienza. Dovete rifocillarvi”. “Noi capiamo. –rispose il capitano- E sappiamo cosa dobbiamo fare”. Il capitano si avvicinò alla porta e, senza esitazione, l’aprì ed entrò, seguito subito dai due ragazzi. Orix e Benax rimasero fuori. La casa era piccola. Al pianterreno c’erano soltanto un’ ingresso e due camere. Paolo e Silvia entrarono nella camera posta a destra, che era munita di letto matrimoniale. Aliquis entrò nella camera di sinistra, dove c’era un letto singolo. Tutte e due le camere erano munite di bagno. Andarono tutti in bagno, dove si lavarono. Uscirono poi dall’ abitazione e si sedettero sulla panchina adiacente alla tavola, dando le spalle alla casa. Orix e Benax erano seduti sulla panchina opposta. Sulla tavola erano stati fatti apparire tre piatti contenenti ognuno un panino imbottito e patatine fritte, e tre bicchieri. C’erano due bottiglie d’acqua e una di aranciata. Nessuno parlò. Aliquis, Paolo e Silvia pensarono soltanto a bere e a mangiare, mentre i due Iponi di fronte a loro stavano abbracciati e ogni tanto facevano combaciare i lunghi tubi che costituivano le loro bocche. I tre umani consumarono presto il loro spuntino. “E adesso andiamo a farci un sonno rivelatore” disse Aliquis. “Non solo rivelatore, –replicò Benax- ma anche davvero ristoratore. Dovete recuperare il sonno che avete perso stanotte”. “Okay amici. –replicò Aliquis- Ci rivediamo tra cinque ore”. Dopo brevi cenni di saluto, i tre membri dell’ equipaggio del Mobilis rientrarono in casa. Silvia e Paolo erano visibilmente eccitati. Sapevano che quello non sarebbe stato un sonno come gli altri. Tutti e tre avrebbero fatto insieme lo stesso sogno. Si lavarono i denti, poi si coricarono. Dopo due minuti dormivano già profondamente. E dieci minuti più tardi cominciarono a sognare. Videro una grande distesa nera popolata da galassie. Era un’ Universo uguale al loro Universo di origine per caratteristiche fisiche e per età. Seppero che quell’ Universo era distante centomila miliardi di miliardi di megaparsec dal punto in cui si trovavano in quel momento, e che era posizionato alla loro destra. Inquadrarono una galassia del tutto simile alla Via Lattea.
    Entrarono in quella galassia e videro scorrere le sue innumerevoli stelle. Una di quelle stelle si avvicinò e si ingrandì, rivelandosi uguale al Sole. Avvistarono un pianeta azzurro solcato da strisce di nubi bianche che girava intorno a quel sole. Seppero che aveva le stesse condizioni ambientali e le stesse dimensioni della Terra. Videro i suoi continenti, i suoi oceani, le sue foreste. E videro pure i suoi villaggi, costituiti da piccole case abitate da piccoli nuclei di esseri umani. Si, videro uomini come loro, vestiti semplicemente con camice, pantaloni e scarpe leggere simili alle loro tute di bordo.
    Quel pianeta era abitato da una delle tante copie dell’ umanità sparse nell’ Infinito. Ma non erano umani come quelli terrestri. Erano umani collegati. Vivevano in piccoli villaggi sparsi in un’ unico continente, ed il loro numero non superava i 10 milioni. Vivevano in pace tra di loro e con la natura. Producevano quello che era necessario per la loro vita senza recare alcun danno all’ ambiente e passavano la maggior parte del loro tempo a divertirsi e rilassarsi. Videro dei bambini sorridenti che giocavano nella piazza di un villaggio. I bambini non andavano a scuola, quello che dovevano imparare lo imparavano tramite il Collegamento. Tutti erano uguali, e tutti facevano parte della comunità, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche individuali. Producevano il cibo in speciali serre alimentate dall’ energia solare ed in piscine dove venivano allevati i pesci. Le case erano piccole ed accoglienti, arredate del necessario, con i tetti bassi e colorati. Videro una giovane donna mora, vestita con una maglia viola e con una gonna fuxia che gli arrivava fin sotto le ginocchia, che camminava in una strada davanti ad una casa. La donna si fermò davanti alla porta della casa, vi appoggiò una mano e si girò verso di loro, o, perlomeno, verso la direzione della loro prospettiva in quel sogno. Era bellissima, gli occhi erano verdi e molto vivaci ed espressivi, la bocca sottile con le labbra spiccatamente rosa, il naso sottile. E quella donna parlò. Tutti e tre la videro e la sentirono parlare. “Salve. –esordì- Io sono Marian. So che mi state sognando. Questo è il pianeta Pathea e qui ci troviamo nel villaggio di Ricin, abitato da 857 esseri umani come voi. Sappiamo tutto di voi. Per tutti noi siete una leggenda. Tre esseri umani scollegati che riescono a fuggire dal loro mondo prima che muoia e che riescono a raggiungere il Collegamento. Non vediamo l’ora di accogliervi nel nostro mondo e di avervi tra di noi. Con noi vivrete felici e sereni per tutto il resto della vostra vita. E’ tutto pronto. Venite da noi”. La donna smise di parlare, si voltò ed entrò in casa. Poi la scena del sogno cambiò. La casa scomparve in un caleidoscopio di colori. E subito dopo, come in un film, cominciarono a scorrere immagini ed informazioni in modo veloce ma chiaro. Stavano assistendo alla storia di quel pianeta. Quel mondo non era sempre stato collegato. Era uno di quei rari casi, descritti da Orix, in cui un mondo era cambiato dall’ interno.
    Parecchi secoli fa quel mondo era contrassegnato dall’ ingiustizia e si era avvicinato all’ era nella quale di solito si verifica l’autodistruzione. Ma alcuni uomini si organizzarono per cambiare le cose. All’ inizio erano pochi, ma in pochi anni molti altri si unirono a loro. Gli uomini decisero di cambiare. Aprirono gli occhi sul loro mondo, sulla loro condizione, e svilupparono enormemente la loro capacità di empatia, avvicinandosi spontaneamente al Collegamento. Ci fu un rivolgimento politico: fu realizzata, in tutto il pianeta, una vera democrazia, ed i potenti persero tutta la loro potenza. Non ci fu più nessun potente. Tutto il sistema produttivo fu riconvertito. Non si pensò più alla crescita e alla conquista. Cessarono le ingiustizie. E cessò l’ inquinamento. La popolazione cominciò a diminuire. Poco tempo dopo questi avvenimenti, si fece viva su Pathea una specie collegata che prese contatto con gli abitanti. Tali Collegati rivelarono il loro segreto ed aiutarono i patheiani a collegarsi. Da allora Pathea diventò un mondo collegato al resto del Cosmo Conosciuto. Il sogno cambiò ancora. La narrazione della storia del pianeta cessò. Ora videro scorrere nella loro mente diverse immagini di paesaggi di quel pianeta. Continuarono a vederle per almeno un’ ora, quando il sogno cessò.
    Il loro sonno continuò ancora per due ore e tre quarti.
    Benax osservava i giochi delle correnti sopra di loro quando udì aprirsi la porta della casa. Si voltò e vide il capitano Aliquis uscire dall’ abitazione, seguito dai due giovani. “Avete dormito un’ ora meno del previsto. –disse Orix- Ma comunque può bastare”. “Certo, -replicò il capitano- anche perché non ci siamo mai sentiti così bene in vita nostra. Non vediamo l’ ora di arrivare su Pathea”. “La vostra vita –affermò Benax- è ad una felicissima svolta”. Andarono tutti nella parte più aperta del pianoro. Si presero tutti per mano, formando un cerchio. Benax e Orix si tenevano per mano e a loro volta tenevano per mano Paolo e Silvia. E i due giovani, a loro volta, tenevano per mano il capitano. Erano tutti sorridenti. Il paesaggio intorno a loro cominciò a dissolversi, come quando un dipinto viene bagnato e sulla tela i colori cominciano a colare. L’ isola scomparve sotto i loro occhi. Adesso erano di nuovo tutti e cinque circondati dall’ infinito oceano rosa. “Ecco fatto. –disse Orix- Abbiamo attraversato centomila miliardi di miliardi di megaparsec in pochi secondi. Silvia, hai l’ Universo di Pathea alle tue spalle”. Silvia lasciò andare la presa del capitano e di Benax e si girò. Ad un metro e mezzo di fronte a sé vide una palla bianca e lucidissima di dieci centimetri di diametro. Tutti guardarono quella palla con grande solennità. “E’ così piccolo” affermò Silvia. “Le dimensioni –replicò Orix- non contano nel Cosmo Esterno. Tutto è relativo. In quella palla vi è un numero incalcolabile di mondi abitati”. “Non capita tutti i giorni di vedere un’ Universo dall’ esterno” affermò Aliquis. “Hei! –esclamò Paolo- Sembra che si stia ingrandendo!” “E’ vero! –confermò Silvia- Si sta dilatando!” La palla si stava ingrandendo sotto i loro occhi di mezzo centimetro ogni otto secondi. “E’ naturale. –affermò Benax- Quell’ Universo si sta espandendo proprio come il vostro e come tantissimi altri. Sarà meglio andare là dentro prima che sia lui ad inglobarci”. Silvia si girò di nuovo e riafferrò le mani di Benax e del capitano. Intorno a loro l’infinito rosa disparve. Si ritrovarono in una piazza circondata da case basse con le pareti bianche e i tetti piatti e multicolori. Silvia tastò il terreno con il piede. Poi guardò in alto e vide il cielo azzurro e sereno. Un’ alito di vento gli accarezzò il volto. La temperatura era confortevole. Sentì una voce alle sue spalle: “Benvenuti su Pathea. Vi accogliamo con amore”. Silvia si voltò. Era Marian, uguale nell’ aspetto a come l’avevano vista in sogno. Ruppero il cerchio e tutti e cinque fissarono la bellissima donna. “Saluti fraterni” disse Benax. “Saluti fraterni anche a voi, amici” replicò la donna. Gli ex tre membri dell’ equipaggio del Mobilis tradivano un leggero imbarazzo. Marian si rivolse a loro dicendogli: “E’ un’ onore per noi avervi tra noi. Voi apportate un contributo prezioso alla nostra comunità. Ogni essere umano in più ci arricchisce. Tutti siamo Tutto e Tutto è Tutti. Ora per voi non c’è più solitudine, né paura. Voi siete noi, e noi siamo voi”. Il capitano, Aliquis e Silvia lacrimarono per l’ emozione. “Grazie” dissero all’ unisono i tre terrestri. “E’ il miglior discorso che abbia mai sentito” affermò Paolo. “Siamo felici –disse Aliquis- di poter entrare a far parte della vostra comunità. Sapremo essere riconoscenti per la vostra accoglienza”. “Voi siete già riconoscenti. –replicò Marian- Avete affrontato un viaggio allucinante per venire da noi. Avete inconsciamente scelto di venire a vivere tra noi, e noi di questo ne siamo felicissimi”. I tre terrestri sorrisero. Marian gli restituì il sorriso, e altrettanto fecero le decine di patheiani che avevano cominciato ad assembrarsi in quella piazza. Tutti guardavano i tre terrestri con grande gioia. E i tre terrestri sentivano nel proprio intimo che tutta quella gente li amava letteralmente. Si sentivano invasi dall’ amore. Mai nessun essere umano terrestre era mai stato così felice come loro in quel momento. “Non sono mai stata così felice” disse Silvia. Marian la guardò con grande gioia e disse: “La vostra felicità è la nostra felicità. Ognuno di noi contribuisce alla felicità degli altri. Ma ora andiamo. Voi dovete pranzare. La folla si ritrasse, creando un varco. Marian si incamminò in quel varco facendo cenno ai nuovi venuti di seguirla. Camminarono in strada per circa 50 metri, salutati e osannati calorosamente da tutte le persone che incontravano. Arrivarono in fondo alla strada, dove il villaggio finiva. Al di là del limite la strada si trasformava in un sentiero che proseguiva in un prato ai cui lati c’erano delle piccole serre. E al di là del prato, in lontananza, si vedeva una foresta. Marian indicò ai neofiti le due ultime case di quella strada. “Ecco ragazzi –disse la donna indicando la casa alla loro sinistra- questa è la vostra casa. E l’ altra casa, quella a destra, è del capitano. Dentro è già tutto pronto. Potete pranzare e riposarvi”. “Vi siamo infinitamente grati” disse il capitano. “D’ora in avanti –rispose la donna- non ringraziateci più. Ormai noi facciamo parte di voi”. “Si, è quello che sentiamo anche noi nel proprio intimo” affermò Paolo. “Sento scorrere in me –disse Silvia- la vita e i pensieri di ogni abitante di questo pianeta. Ma ancora non riesco a mettere a fuoco molte cose”. “Noi vi aiuteremo a perfezionare il vostro Collegamento” disse Marian. “Noi adesso –disse Orix- dobbiamo tornare su Esplox. Credo che sia ora di salutarci”. A turno il capitano, Paolo e Silvia presero per mano Orix e Benax. Si scambiarono occhiate profonde. Sapevano che in futuro si sarebbero rivisti molto spesso. Dopo qualche altro gesto di saluto, i due Iponi svanirono di fronte ai loro occhi. I tre terrestri rimasero con le lacrime agli occhi. Ma erano lacrime di gioia. “Bè, -disse Marian- devo andarmene anch’io. Entrate nelle vostre case”. La donna si incamminò di gran lena verso il centro del villaggio. I due giovani ed il capitano si guardarono negli occhi per alcuni secondi, poi ciascuno entrò nelle rispettive case. All’ interno trovarono un’ ambiente estremamente accogliente. E trovarono anche una sala da pranzo con la tavola apparecchiata e pronta. Mangiarono, poi andarono a letto. Dovevano rimettersi dagli strapazzi delle ultime ore. Fecero il sonno più dolce che mai avessero fatto.
     
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    Era passato un’ anno dal loro arrivo su Pathea. Il loro Collegamento si era perfezionato, ma non completamente. Ma la cosa non era per loro fonte di turbamento, perché avevano imparato che nessuno aveva mai raggiunto un livello di Collegamento perfetto. Passavano le giornate ad esplorare con la mente nuovi luoghi del Cosmo oppure a passeggiare nei boschi o a fare il bagno su qualche spiaggia. Soltanto una piccolissima frazione del loro tempo era dedicata al controllo delle attività produttive del pianeta, controllo che avveniva tramite i loro poteri. Il capitano Aliquis aveva trovato una compagna, Alax, una donna della sua stessa età che tra le altre cose condivideva la sua passione per gli scacchi. Erano stati varie volte su Esplox, a far visita ad Orix e a Benax, ed anche su altri mondi di altri Universi. Dieci giorni prima erano stati Orix e Benax a venirli a trovare su Pathea. I due Iponi avevano naturalmente saputo dei loro progetti, come del resto tutti gli altri abitanti di Pathea. “Sappiamo quello che volete fare” aveva detto Orix al capitano. “E’ ovvio che lo sappiate. –aveva risposto Aliquis- E naturalmente sapete anche perché vogliamo farlo”. “Certamente. –aveva risposto l’ Ipone- Voi tre avete mantenuto un’ aspetto positivo della vostra specie. La curiosità di sapere e lo spirito di avventura. Non sono molte le specie che ne sono dotate. Quasi tutti gli Scollegati vogliono esplorare unicamente per conquistare e soggiogare. Quasi tutti i Collegati lo fanno soltanto per trovare una nuova dimora quando non possono più vivere nei loro vecchi mondi. Voi invece volete spingervi nel Cosmo Sconosciuto unicamente per la curiosità di sapere che cosa c’è”.
    “Io avevo costruito il Mobilis –aveva replicato Aliquis- principalmente per questo motivo. La fuga dal mio mondo maledetto e la vendetta erano motivi secondari. Ero veramente attratto dai misteri dell’ Universo, così come ora continuo ad essere attratto da quello che c’è al di là del limite del Cosmo Esterno conosciuto”.
    “E’ una ricerca –aveva concluso Orix- che non potrà mai avere fine.
    Nessuno può percorrere l’ Infinito”. “Si, -concluse il capitano- è una ricerca infinita che sarà sempre continuata dalla successione infinita delle generazioni”. Nei giorni successivi a questo colloquio il capitano, Alax, Paolo e Silvia, supportati a distanza dagli altri abitanti di Pathea, avevano costruito con i loro poteri una pista di decollo in una località desertica a tremila chilometri di distanza dal loro villaggio. E, sempre con i loro poteri, avevano costruito una copia esatta del Mobilis. Pieni di nostalgia, vi avevano sostato a lungo all’ interno. Sapevano che poi per parecchio tempo non lo avrebbero più rivisto. Questa volta sarebbe stata solo la macchina,
    da sola, a viaggiare nell’ ignoto e a raccogliere le informazioni. Loro sarebbero rimasti al sicuro a godersi la loro vita felice su Pathea. Poi il Mobilis sarebbe ritornato portandogli le sue scoperte. E sarebbe successivamente ripartito per spingersi sempre più lontano. Se non fosse ritornato, loro avrebbero ricostruito un’ altro Mobilis. Tutti i
    patheiani condividevano la loro saggia decisione di compiere l’esplorazione con il Mobilis senza equipaggio. Quel giorno erano tutti lì, al fianco della pista, per assistere alla partenza. Oltre alle due coppie erano fisicamente presenti Marian ed altre quattro persone. Tutti gli altri patheiani assistevano all’ evento per mezzo del Collegamento. Quello era per Pathea un giorno molto speciale. Il grande apparecchio, affusolato, con il muso a punta e le grandi ali a delta ai due lati della coda, rullò sulla pista emettendo un grande fragore. Era bianchissimo e risplendeva sotto il Sole mattutino. Sulla sua fiancata era molto evidente la grande scritta azzurra MOBILIS. Il velivolo corse sempre più veloce sulla pista mentre il boato dei suoi motori a reazione si faceva sempre più forte. Dopo 50 secondi di corsa il grande uccello metallico inclinò il muso verso l’alto e spiccò il volo. Andò sempre più su, in direzione sud, con il sole mattutino alla sua sinistra. Gli spettatori che assistevano al decollo si trovavano alla sua destra. Lo videro rimpicciolirsi sempre più, mentre allo stesso tempo il rumore dei suoi motori si attenuava gradualmente. Continuarono a seguirlo anche quando fu ridotto ad un’ insignificante puntino bianco perso nella vastità del cielo azzurro. Ad un tratto il puntino sparì. Ed anche l’ ormai lontano rumore dei suoi motori cessò completamente. “Ha appena effettuato il balzo tachionico” dichiarò Paolo con il suo consueto stile tecnico. “Buon viaggio, grande nave” disse il capitano Aliquis. Silvia abbassò lo sguardo sul proprio ventre gonfio e lo accarezzò dolcemente. Sapeva che la sua bambina sarebbe nata in un mondo meraviglioso.
     
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    Conclusione.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Mancavano poco più di due mesi ai miei 32 anni, e la vita cominciava a prendere di nuovo un certo ritmo dopo l'incidente in moto che mi ha privato del mio braccio sinistro. Per quanto questa cosa possa essere stata un trauma per il corpo e la coscienza, ero felice di conservare integra la possibilità di impugnare una penna e buttare su un foglio i miei pensieri ingarbugliati. Ma questa era comunque una magra e inconsistente consolazione da contrapporre all'ovvia sensazione del cosiddetto arto fantasma. La delusione e lo sconforto nell'attimo in cui ogni volta mi sono dovuto rendere conto di non possedere più quella parte del corpo che sentivo ancora presente, era gigantesca, e ci ho dovuto combattere per molto tempo.
     
    Sono stato quindi costretto a tornare a casa dei miei nel primo periodo di convalescenza, dovevo abituarmi nuovamente a diventare indipendente, come se fossi nato per la seconda volta. Ma tornare a vivere da solo nell'umile casa che mi pagavo col mio lavoro, è stata comunque la prima sfida che mi sono imposto nel post-rinascita.
     
    Sta di fatto che ho imparato di nuovo tutto, dal camminare al vestirmi, dal prepararmi i pasti a rendere casa un posto vivibile. Il grosso è stato resettare ogni singolo ed elementare movimento e riprogrammare tutto secondo il nuovo schema scheletrico del mio corpo. C'è voluto qualche anno, ma la vita ha fatto il suo corso.
     
    La parte più divertente di tutta quella vicenda è stata indubbiamente il primo periodo del mio rientro a scuola, quando i miei ragazzini delle medie, a cui insegnavo letteratura, mi hanno riempito di buffe domande sul mio braccio invisibile.
     
    Me le ricordo tutte, le loro facce incredule quando mi hanno visto entrare in classe dopo i tre mesi di assenza. Se solo gli altri sapessero di quella loro espressione si farebbero certo le mie stesse grasse risate. Non sapevano se li stessi prendendo in giro o se avessero avuto loro un abbaglio nel guardarmi. Ci volle un po' anche a loro per rendersene conto, ma accettarono la cosa molto più in fretta di quanto abbia potuto fare io. Ai loro occhi, dopo tutte le risposte che ho dato alle loro domande, sembravo un eroe coi panni da professore, e questa cosa mi ha fatto scudo dagli sguardi mossi a pietà di tutti gli adulti.
     
    Così, proprio da quel periodo, ho cominciato ad odiare i weekend, contrariamente a quando ero bambino. E più che mai, avevo bisogno delle mie 6 ore quotidiane di lezione per sentirmi appagato.
     
    Ho riafferrato con una sola mano la mia vita e l'ho indossata come fosse una comoda borsa monospalla, ho iniziato ad apprezzare sempre di più l'equilibrio instabile delle mie giornate, e ho cominciato, infine, a credermi capace di provvedere a me stesso più di quanto non lo fossi da normodotato.
     
    Sono ringiovanito anche, sui pedali della bici che avevo preso a mio nonno come ricordo e che avevo lasciato dentro al garage. Anche se sembravo un mezzo Don Matteo che scarrozzava per il borgo, non mi facevo problemi perchè stavo bene ed era l'unica cosa che m'importava.
     
    Poi, è risaputo che quando la favola riprende toni pacati arriva un colpo di scena che destabilizza tutto. Nel mio caso, il colpo di scena è venuto giù diritto diritto dalla nuova legge del governo in carica. Sebbene sia stato fortunato, perchè non ho cambiato regione, sono stato trasferito nell'incubo di un istituto alberghiero a 15 km da casa mia.
     
    Allora ansia a mille e via. Niente più bici, autobus a singhiozzo per le porte di quel bordello.
     
    Gli adolescenti sono vasi contenenti il meglio e il peggio degli adulti, niente via di mezzo, e le loro domande non sono più ingenue e spensierate ma cominciano a far male e bisogna sapersi difendere. Io, da professore di lettere qual ero, mi difendevo coi libri. Le migliori pagine di London, Kafka, Pirandello, Pasolini e via dicendo, uscivo abbondantemente dallo sterile programma ministeriale pur di coinvolgere quegli spiriti selvaggi. Ma è dura avere a che fare con chi ha già scelto di usare il fuoco dei fornelli per poter campare.
     
    I primi sono stati due mesi d'inferno, dove io ero il più sfigato dei Dante, abbandonato alla mercé di centinaia di fiere, senza un Virgilio che mi tendesse la mano, e per giunta con un solo braccio per potermi difendere.
     
    Uno scenario a dir poco tragicomico.
     
    Dopo pagine buie e nere come la pece, di nuovo la mia storia si colorava di luci più vive. Non un Virgilio è venuto a salvarmi, ma la più angelica delle Beatrici con un camice da cuoca e il viso bianco di farina come fosse incipriata.
     
    L'ho vista che si chiudeva alle spalle la porta del laboratorio di cucina, mentre il viso contratto da quella che doveva essere un espressione arrabbiata si distendeva in un mezzo sorriso.
     
    Sono rimasto come un fesso, fermo a guardarla, a due metri da lei, convinto che non potesse vedermi. Per qualche strano motivo mi sentivo io stesso un arto fantasma. Ma per ovvi motivi lei mi vedeva e come.
    Lei s'è imbarazzata di suo, per l'aspetto e la farina, io m'ero imbarazzato di mio, per lo sguardo fisso e l'aspetto imbambolato.
    <Ho fatto credere ai ragazzi di andare a parlare col preside per prendere provvedimenti>.
    Stava rivolgendosi a me ovviamente, ed io, mente stupida e inopportuna le dico:<Le serve una mano?> .
     
    Non so se può essere chiara la situazione. Al primo incontro, uno senza un braccio, le dice se le serve una mano.
     
    Roba da fantascienza, e infatti, lei, come se fosse la battuta più bella del mondo, scoppia in una fragorosa risata che cerca ma non gli riesce di contenere.
     
    Allora sorrido anch'io, perchè il suo ridere è bello e naturale.
     
    Finite le risa, arrivano le scuse, dice di sentirsi mortificata, ma io le dico che non deve. Lei insiste, vuole farsi perdonare, m'invita a prendere un caffè.
     
    Il caso ha voluto che oggi siano due anni esatti da quel primo buffo incontro, due anni che sembrano una vita, una salita fatta a rincorrersi, a tendersi la mano, a tirarsi e a frenarsi a vicenda. Il caso ha trasformato la farina sulla faccia in un velo di tulle e la porta della classe in un portone di una chiesa. Invece io ho sfidato anche il caso, non cambiando per niente, rimanendo quel fesso senza un braccio che resta imbambolato a guardarla ogni volta che la vede. 
    Inizia a scriv
    1.
    Restano le nuvole
     
     
    Dalle fessure della finestra vedo una sagoma che si accinge a bussare al mio citofono. La riconosco. Non è quella che avrei desiderato vedere a quell’ora tarda.
    A dire il vero era qualcuno che non avrei immaginato potesse bussare alla mia porta, ma si sa, a volte la vita gioca scherzi strani!
     
    Il mio appartamentino occupa il primo piano di una villetta utilizzata per le vacanze estive da una famiglia che preferisce, durante le stagioni fredde, risiedere in città. Io sto qui, nella periferia del litorale, un po’ inquilina e un po’ custode. Mi devo accontentare di due stanze e un cucinino, di un piccolo balcone che s’affaccia sull’ingresso con un cancello di pretenziosi ghirigori liberty che stonano con la casa anonima. Sul lato sinistro del pomposo cancello è stato installato il citofono, ma non c’è traccia di pensilina per far riparare chi si ferma (prova evidente che la casa è stata costruita per essere abitata esclusivamente in stagioni secche). I proprietari si sono riservati l’utilizzo del piano terra e del piccolo giardino dove un dondolo viene lasciato alle intemperie tutto l’anno. Lo scheletro ferroso mi tiene compagnia con il suo cigolio durante le bufere invernali, dà il tempo alle mie nottate come un metronomo. Solamente in estate, la zona si riempie troppo. Compaiono come per magia piccoli market, qualche bar e un paio di edicole che, di contrabbando, vendono anche sigarette. In Inverno una solitudine spettrale, d’Estate il caos urlante e sudato. Ma il canone per questo appartamentino era talmente basso che non mi ha fatto valutare il resto.
    Qui, per tutto l’inverno, abito in un non luogo, proliferante di case che non sono dimora. Al limitare del moderno deserto dei tartari, controllo da lontano i movimenti di puttane e papponi che, appena bagnanti e turisti abbandonano il territorio, si insediano lungo la strada. A quest’ora di notte, in pieno inverno, sulla strada transitano poche auto, alcune si fermano all’incrocio con la via che porta alla mia casa. Io le spio dalle fessure della finestra: stanno pochi attimi, caricano qualcuno e ripartono, ritornano e poi, in tutta fretta, si allontanano. A quell’incrocio, sotto casa mia, c’è una postazione di prostitute. Ogni sera arrivano con un pulmino che accosta lungo il bordo della strada. Sciamano dall’abitacolo come farfalle ciarliere, caracollando leggermente come acrobatici trampolieri su svettanti tacchi, prendono posizione, svestite dei colori più sgargianti. Il freddo morde le carni sode che sono in bella mostra: hot-pats all’inguine, giacconi di falsa pelliccia a pelo lungo e dai colori iridescenti aperti su piccoli reggiseno a balconcino trattengono straripanti decolletè.
    Un uomo tarchiato scende dal pulmino lasciando il posto del guidatore. Abituato e indifferente a tutto quel ben di dio giovane, fin troppo giovane, accende un fuoco in un grande bidone lungo la strada, vicino alle ragazze. Poi risale sul mezzo e riparte, lasciandole sole, per l’incrocio successivo dove andrà a scaricare altra merce umana. I loro corpi incarnano un sogno inaccessibile e vizioso. E mi fanno schifo, tutti, donne e magnaccia, senza alcuna differenza. Mi manca l’aria solo a vedere le loro sagome. Mi soffocano e comincio a grattarmi, cercando di strapparmi a unghiate dalla pelle l’aria che potrebbe aver già toccato loro. Le loro notti sono sempre uguali: chiacchierano, passeggiano, fumano, contrattano, salgono su un’auto e dopo un po’ ritornano. Di solito dopo un po’ di tempo, uno, due mesi, le ragazze scompaiono per fare posto ad altri corpi. Non ricordo i loro volti, per me sono tutti uguali. Non mi fermo a osservare le loro fattezze, non mi riguardano. I loro occhi non incrociano mai i miei. Da lontano sembrano solo delle copie di altre già viste. La notte confonde i loro profili e io non ho interesse a fare luce. E’ un mondo osceno che non mi riguarda e da cui non voglio essere sporcata, in alcun modo. Passo oltre, voltando lo sguardo, guardandole senza vederle, mentre loro stanno lì impalate, di notte, scure nell’oscurità. Al far del giorno, come delle falene, svaniscono. Che stiano lontane!
    Alla luce perdono la loro identità, svaniscono come i vampiri. Solamente allora io mi sento più tranquilla. Resta all’incrocio, come effigie della loro esistenza, il bidone annerito.
    A volte, tornando a casa, a notte fonda, soprattutto di sabato, rallento per non investirle e poi svolto verso casa. Qualcuna, allora, mi sorride per gentilezza, ma io non rispondo al sorriso. Non voglio alcun rapporto con loro, per me non esistono. Non sono caritatevole gratuitamente con chi non conosco e che non voglio conoscere. Credo che ognuno di noi sia responsabile del proprio destino, perciò non sento pietà per quelle ragazze che vengono a sollazzare e a distrarre i nostri uomini; portano malattie nelle case perbene e vengono commiserate dagli ipocriti, dai buonisti del cazzo di cui è pieno questo Paese. Se la sono cercata quella vita. Io ho fatto altre scelte. Ho sudato, studiato, ho sacrificato amici e tempo per essere quello che sono. Loro non hanno alcuna attenuante. E la mia attenzione per loro finisce qui: oltre alla condanna e all’indifferenza non dedico altro. In questi giorni, sotto casa mia, scendono in tre: una mulatta e due ragazze di un nero fondo e brutale.
     
    Ora sta davanti al mio citofono, sotto la pioggia gelida, senza ombrello. Con una mano tiene stretta al petto la borsetta e chiude la pelliccia viola stracca d’acqua mentre con l’altra pigia il pulsante. Si guarda attorno circospetta, spia l’arrivo di auto sulla strada che, però, in quel momento rimane deserta. Le sue amiche, colleghe-compagne, le altre, insomma, non ci sono: fuori per lavoro!
    Bussa una, due volte al primo pulsante. Potrei affacciarmi e gridarle <La casa è vuota, non ci abita nessuno.> Ma poi penso che é meglio badare agli affari miei e mi limito a spiarla.
    Deve sentire molto freddo sotto la pioggia battente perché sta tutta rannicchiata su sé stessa con la testa incassata nelle spalle, come un uccello su un alto trespolo.
    E’ ora alza la testa e mi scorge. Vede la mia sagoma dietro le fessure della finestra. Allora fissa il citofono e si accorge del secondo pulsante. Spaventata si volta a guardare la strada. Prende a pigiare con furore il bottone del mio citofono e a guardarmi fissamente.
    Il verso del citofono irrompe, querulo e osceno, prepotentemente nella mia casa silenziosa.
    Ma che cosa vuole quella puttana da me? Non rispondo. Ho deciso: non rispondo. Il cicalino del citofono è insistente, prolungato, rabbioso, ansioso. Non smette.
    Stronza, leva il dito dal mio citofono!
    Ma non posso più fingere di non sapere. Maledetta me, avrei dovuto allontanarmi dalla finestra!  Non riesco a staccarmi dal vetro, sono bloccata da una forza strana, un misto di curiosità e senso di potere: lei ha bisogno di me.
    E mi guarda, mentre disperata continua a pigiare.
    Nella mia testa, intanto, rimbomba il suono del cicalino, la sua richiesta di parlare con me, che mi martella la testa e echeggia nelle due stanze senza darmi scampo.
    Devo toglierla da lì, ad ogni costo. Non mi va proprio che qualcuno la possa vedere e pensare che quella troia abbia rapporti con me, unica abitante della casa, o possa immaginare chissà quali cose oscene. Su di me…con lei. Che schifo! Devo farla smettere, subito, toglierla da lì sotto, immediatamente. A qualsiasi costo.
    Alzo la mano a dirle <Smettila. Aspetta, ora rispondo!> e sollevo la cornetta.
    <Chi sei? Che vuoi?> Sento la mia voce cattiva, ma lei pare non  accorgersene. Una voce dolcissima rotola su se stessa, come una nenia, arrotondando le erre. Sale fino a me, al primo piano, insieme al puzzo di terrore che l’accompagna. Il tanfo entra nella mia casa calda e tranquilla, diffondendosi dai forellini della cornetta. <Je suis Coumba…Scusi, mi chiamo Coumba signora. Ho bisogno di aiuto. La prego, mi apra. Signora mi apra per favore, mi apra.>
    Un attimo di silenzio, il mio. <Ok, chiamo la polizia.>
    <No, no, per favore. Ho bisogno di aiuto. Subito. Ora!> Dopo un attimo di silenzio, arrischia <Mi faccia entrare per favore.> e si perde le erre nel rigagnolo lungo la strada.
    <E che vuoi, soldi, allora?> Cerco di sospingerla violentemente nel limbo degli accattoni e di allontanarla.
    <No, signora, non voglio soldi. Ho bisogno di aiuto.>Dopo un attimo di silenzio tenta il tutto per tutto <i faccia entrare, per favore!> Silenziosamente piange e la pioggia, scorrendole addosso, prende le sue lacrime e le sue erre e le trascina con sé.
    <Ti dovrei far entrare, ma dico, sei pazza?>
    <No, signora non sono pazza. Per favore, mi faccia entrare. Ho solo bisogno d’aiuto. La Prego…> E prende a singhiozzare.
    Sbircio dalla finestra e la vedo, aggrappata al cancello e alla borsetta, con la faccia tra le sbarre. Piange sotto il temporale senza ritegno e senza pudore.
    Mi guarda fissamente e pietosa, disperata, come se fossi la sua ultima possibilità. E’ un’estranea, una straniera e una schifosa, ma voglio solo toglierla da lì sotto, da sotto casa mia. Non decido di agire. Non so perché lo faccio, ma il mio dito pigia il pulsante di apertura del cancello che si apre violentemente sotto il peso del suo corpo, proprio mentre i fari del pulmino compaiono sulla strada. E lei li vede. Perde l’equilibrio e si trova stesa in terra, nell’acqua fangosa sul vialetto che porta al portone di casa.
    Intanto il pulmino si ferma di fianco al bidone col fuoco ancora vivo, al limitare della strada. Rimane con i fari accesi, in attesa che le tre ragazze rientrino a quel capolinea per portarle via.
    Intanto la donna, carponi a terra nel vialetto, si gira su se stessa e chiude delicatamente il cancello, per non farlo sbattere. Sbircia il pulmino e, strisciando nell’acqua, sotto il nubifragio, si dirige al portoncino che trova aperto. Entra. Dalla porta di casa le urlo <Sali, segui la luce che viene da casa mia.>
    Dal buio emerge una giovane donna altissima e fradicia d’acqua che mi guarda terrorizzata.
     
     
    STORIE DIMENTICATE
    - Meno Uno - Sogno -  Pareva che la sua pelle fosse sempre abbronzata e appariva talmente liscia e morbida da sembrare seta. Non solo io ero invaghito di lei ma anche il mio collega studente lavoratore per un'estate, come me. Lui diceva che ne andava pazzo, entrambi ci scambiavamo le impressioni su quella donna, in realtà non bellissima, ma aveva con sé tutto quello che fa eccitare un uomo o un ragazzo. Il fondo schiena perfetto, come si usava dire, che parlava, gambe esili ma tornite che non aveva timore a mostrare, il sorriso aperto e disponibile sempre a sfiorarti qualche parte del corpo. Ci sono donne che nascono con delle caratteristiche per fare impazzire gli uomini, anche con la veste blu da ufficio, era sexy, chiusa davanti con dei grandi bottoni che le arrivava fino alle ginocchia e d’estate, col caldo, la vestiva senza indumenti intimi, tranne i due pezzi fondamentali, quindi, tra un bottone e l’altro, a volte si intravedeva la sua carne e, quando si sedeva, la veste le si alzava fino a metà delle cosce. Sempre sbirciavo verso di lei, con l’idea di vedere qualcosa, nonostante fosse seduta ad una scrivania metallica, blindata come un’enorme cintura di castità. I primi tempi in cui iniziai a lavorare, fisso, nell'ufficio succedeva che lei, come altri dovevano insegnarmi delle procedure. Non aspettavo altro. Mi affiancavo alla sua sedia il più possibile, nonostante la timidezza, senza avere il coraggio di sfiorarla. Fintanto che, un bel giorno, non fu lei che allargò la gamba destra fino ad appoggiarsi sulla mia sinistra. Io cercai di allontanarmi, per pudore, come a voler significare che era stata una casualità. Invece lei mi incalzò e premette con più decisione la gamba sulla mia. Ricordo che faceva un caldo insopportabile. Continuava a premere su di me, tanto che potevo vedere le sue gambe larghe che lasciavano intravedere il cammino buio verso la profondità delle cosce. Come spinto da qualcosa che non potevo combattere, mi avventurai con la mano tra due bottoni della sua veste e giunsi ad appoggiarla sulla sua pelle calda e fresca allo stesso tempo. Ero fuori di me, lei non fece nessuna obiezione, anzi, lentamente cercò di stringermi la mano con entrambe le gambe, mentre io cercavo di insinuarmi sempre più in profondità. Tutti e due avevamo smesso di lavorare, pur mantenendo lo sguardo fisso sulla scrivania con il timore che gli altri colleghi ci scoprissero, ma tutto continuava nella sonnolente normalità. Scivolando su una sua coscia stavo per giungere in fondo a quel cammino gratificante, quando lei, con un gesto quasi violento, si alzò dalla scrivania per prendere un fascicolo dall’armadio, quindi il mio tentativo rimase come sospeso e finì lì. Rimasi rintronato per qualche minuto, non potevo immaginare che fosse vero quello che mi era successo. Quindi il mio turbamento si trasformò in gioia incontenibile. Avrei voluto abbracciarla lì di fronte a tutti, volevo dichiararle il mio amore che sarebbe stato per sempre. Ma guardandola in viso, non osavo, mi sembrava diventata fredda e non mi degnava di uno sguardo. Più tardi, pensandoci bene, non me ne preoccupai molto, perché era evidente che lei non avrebbe dovuto darsi a vedere, mi dicevo, era più grande di me, fidanzata e prossima alle nozze. Perché avrebbe dovuto rivelare un capriccio!
    Però pensai pure che se volevo tentare di avere qualche altra occasione, dovevo sapermela giocare bene e studiare il modo migliore per sedurla. Nei giorni successivi mi mantenni tranquillo senza cercare di avvicinarmi a lei. Cercavo di pensare cosa avrebbe potuto volere da me, allora mi atteggiai a imbronciato, ma non arrabbiato, in modo da sembrare uno che aveva qualcosa dentro di sé, a lei piaceva l’idea dell’uomo che fosse: «un bel tenebroso». Quando capitavano discorsi o commenti sull’attualità tra colleghi, io cercavo di dire poche cose intelligenti e fuori dai luoghi comuni. Quando mi capitava di incrociare il suo sguardo, mantenevo i miei occhi fissi su di lei per pochi attimi e poi la sfuggivo, in modo che fosse lei ad inseguirmi. Cercavo di sfuggirle anche quando lei tentava un leggero contatto con le braccia o con le mani, affinché sembrasse che fosse lei a dirigere questa danza di avvicinamento, perché ero certo che ci sarebbe stato un altro incontro ravvicinato. Per necessità di lavoro capitava che bisognasse andare nel locale dell'archivio a cercare delle pratiche o semplicemente per riordinarle. In genere era un lavoro per pivelli come me, si dovevano sfasciare dei pacchi e spesso salire su una piccola scala di metallo per raggiungere ciò che si cercava. Da qualche giorno vedevo che la mia amica andava verso l’archivio e che ripeteva l’operazione varie volte nella giornata. Una volta la seguii e la trovai in una posizione piuttosto precaria, la scala appoggiata ad uno scaffale di metallo e lei, all’altezza di circa due metri, con un piede si sosteneva su un gradino e l’altro lo aveva appoggiato su una tavola dello scaffale. Inizialmente ebbi timore che si potesse far male scivolando. Mi avvicinai chiedendole: «hai bisogno di aiuto? Mi pare che sei in una posizione pericolosa». Lei mi rispose, con la sua voce acuta, quasi tremolante: «non c’è pericolo, mi so sostenere, ma se ti avvicini ti passo il pacco.» E così feci. Quando giunsi quasi sotto di lei, non mi passò nessun pacco, scese lentamente di un gradino, si sostenne con le due mani ad un tubo dello scaffale, piegando appena in avanti la schiena. Capii, misi la testa tra le sue gambe, ma era ancora troppo alta, quindi si abbassò e mi strinse dolcemente le guance tra le sue cosce. Gemeva come un cagnolino, premeva e allentava le mie guance mandandomi in delirio, fino al momento in cui io mossi la testa all'indietro e appoggiai la bocca sul suo sesso senza pelo, cercando il clitoride, era senza mutandine. Rimanemmo in quella posizione parecchi minuti godendo della nostra pelle calda, umida e fresca. Lei si agitava senza posa ed io non facevo altro che assecondarla, fino a che non poté più sostenersi e scivolò lentamente su di me, prima sul volto e poi sul petto, mentre abbracciavo la sua nudità con voluttà. Quando stette per mettere i piedi a terra, emise un grido di piacere, così acuto e prolungato che temetti che qualcuno venisse a vedere se ci fossero dei problemi. Per fortuna non accadde niente. Mi dette un bacio prolungato sulla guancia e mi lasciò impietrito in mezzo a pacchi e scaffali.
    Per lei sono stato come la decisione, di quando cammina per strada, di passare da un marciapiede all’altro. (Scrittore Russo)
    - Meno Due – A due passi dal cielo - “In ogni caso, voglio dirti che io l’avrei fatto l’amore con te”. Eravamo in auto con negli occhi l’avvicinarsi della sera al tramonto e là in fondo si intravedeva il mare, azzurro pallido come il colore dei miei pantaloni al primo incontro. Una stilettata mi raggiunse il cuore a causa di tutto quello che avevo perso e desiderato, ma ormai l’incantesimo si era rotto. Per chiarire la mia relazione con lei dovetti andare ad un colloquio con il marito. Lui soffriva più di me, io ero solo immotivatamente spaventato, lui invece sapeva che da lì a poco la relazione con sua moglie sarebbe terminata. La mia apparizione in mezzo a quella coppia era ampiamente giustificata dai problemi che dovevano affrontare, anche fisici, ma, disgraziatamente, forse grazie a me, riuscirono a fare un figlio per poi separarsi definitivamente. Ero riuscito a entrare nelle grazie della donna per un insieme di fatti favorevoli, come un cavallo ruffiano, un tempo utilizzato in attesa dello stallone.  Capii fin dal primo momento quanto sarebbe stata facile la relazione per la fragilità dell’amica che quasi mi dava pena. Esci con una donna e speri di farla franca, nessuno ti ha visto, ma in realtà sei tu che non riesce a vedere i cento occhi che ti scrutano, sicché intervenne il marito ed io, vigliaccamente o meglio perché, non mi interessava, mi tirai indietro. Il primo giorno facemmo un giro in macchina nei più bei posti panoramici della zona. Ero eccitato all’inverosimile, la bellezza del luogo era una corona quasi inutile, il mare, il sole, il profumo dell’aria erano accessori innecessari, c’era solo lei e avevo una necessità fisica, impellente di possederla. Mi resi conto, da un leggero tremore della sua voce, che anche lei si aspettava qualcosa da me. Ci fermammo in uno slargo della strada, quasi a picco sul mare. Ci lanciammo uno nelle braccia dell’altra, quasi con veemenza per tentare di estrarre rapidamente il succo di ognuno. Riuscii soltanto ad accarezzarle le cosce eccezionalmente lisce e eccitanti. Quando tentai di far scivolare le mie mani sotto le sue mutandine, lei dette alcuni sobbalzi rapidi col ventre e mi premette ancor di più la sua bocca sulla mia come per incollarla e rimase immobile per qualche secondo, ancora facendo sobbalzare ritmicamente, ma lentamente e a spazi dilatati, il suo ventre. Quindi riuscì a staccarsi dalle mie labbra e voltò la testa per appoggiarsi dolcemente sulla mia spalla destra, facendomi sentire le labbra umide sulla guancia. L’eccitazione di entrambi era terminata come una piccola esplosione invisibile liberando gli umori del nostro corpo quasi con vergogna. La giornata estiva era ancora lontana dal diminuire la sua intensità di luce in un tutt’uno con il deserto del mare dal quale spuntavano lievi increspature fino a perdersi nell’infinita luccicanza dell'orizzonte. Noi due gioimmo ancora per un poco l’estasi, con i corpi caldi e privi di molestie. Ma tutto finisce, è inevitabile e bisogna fare nuovamente i conti con i propri pensieri. Ci guardammo nella speranza di trovare qualche affinità che ci aiutasse a dire le cose giuste, a due passi dal cielo.
    “Come stai!” le dissi con la voce più calda che riuscii a pronunciare.
    Lei guardava verso il basso, come se avesse gli occhi socchiusi e non mi rispose subito, le cadde sul petto, coperto da una maglietta fine, una lacrima che, mi sembrò che facesse quasi rumore.
    “Ora tocca a te decidere” lo disse con fermezza, ma con voce rotta dal pianto. “Con mio marito non voglio più tornare, con lui non riesco ad avere nessuna relazione”. Rimase in silenzio per qualche secondo, pensando a come continuare, ma mi resi conto che aveva ben chiaro il suo obbiettivo.
    “Anche nei rapporti fisici, non riesco, non sento niente e mi fa male”. Io rimasi freddato come da un colpo di pistola. Le parole non mi uscivano. Era una svolta che non avevo previsto, avevo pensato soltanto alla mia soddisfazione veloce e adesso mi sentivo in trappola. Cercai di prendere tempo dandole un altro appuntamento, pur sapendo che era sbagliato, ma pensavo ancora alla dolcezza dell’abbraccio e non seppi resistere, sicché si complicarono le cose.
    Ci fu un altro incontro che finì rapidamente come il primo, presi entrambi da qualcosa che non riuscivamo a controllare o, forse non lo volevamo controllare. Non ci fu nessuna richiesta da parte di lei, ma sentiva che era giunto il suo momento. Avrebbe potuto tornare a vivere ed essere contenta, a sentire l’abbraccio di un uomo che la facesse trasalire. Ci lasciammo in silenzio che per me voleva dire condanna. Non ero tanto stupido da non capire. Mi ero messo in un groviglio di sentimenti dal quale avrei dovuto uscire, ma non sapevo come fare senza offenderla, senza farle del male. Mi avrebbe considerato un bugiardo per sempre. Il desiderio fisico di lei stava sfumandosi, anzi era quasi scomparso a causa dei troppi pensieri. Non sapevo che fare. Dopo giorni di tristezza, trepidazione e vergogna, arrivò la soluzione nel modo più insperato e violento. “Pronto, sono X, il marito di Y,…. So tutto, ho bisogno di parlarti”.
    Ricordando l’incontro con il marito, devo ammettere della certa stupidità di noi uomini che, di un rapporto maldestro con una donna, cerchiamo sempre delle cause fisiche. È orribile.
    L’unica soddisfazione che mi rimase fu la supposizione che avessi contribuito a che mettessero al mondo un figlio, che andò a buon fine, ma fallirono nel tentativo di conciliarsi. Per parte mia, da vile, non ebbi il coraggio di parlare con lei, per mesi, dicendo a me stesso, mentendo, che quella storia disgraziata era tutta colpa sua.
    -  Meno tre – Cabrón = Bastardo – Con gli occhi lucidi mi strinse la mano e mi fece accomodare su un’auto che non era abituale per lui, piuttosto vecchia e scassata. Ci mettemmo subito in marcia senza preamboli. “Accidenti se è emozionato!” Pensai tra me. Non avrei mai pensato di vederlo così, mi era sempre parso un egoista, “mi sarò sbagliato”, pensai piacevolmente. Quando è tanto tempo che non ti vedi, non sai mai come cominciare una conversazione, lui non aveva questo difetto. Mi chiamò, che ormai vivevo all’estero da quattro anni, e mi chiese di aiutarlo, la sua azienda modello stava andando a picco e alcuni, che gli volevano male, lo avevano abbandonato, così diceva. Non ci pensai su un minuto, mi resi subito disponibile, devo dire anche perché speravo, dalla vicenda, di poterci guadagnare qualcosa. Quindi il viaggio di circa due ore non fu noioso, mi raccontò per filo e per segno la vicenda della società ed io, da persona avveduta, mi tracannai tutto ciò che mi disse, stavo quasi per emozionarmi anch’io, o forse no. Ma ne ebbi l’occasione più avanti quando mi raccontò del brutto incidente occorso alla sua figlioletta di tre o quattro anni, non ricordo bene. Più tardi ancora ebbi molte occasioni di conoscere sua figlia più piccola e quella più grande di qualche anno, erano veramente carine e la più piccola era ancora nell’età in cui i bimbi sono angioletti. Ma torniamo al viaggio in auto. Venne il momento in cui mi raccontò del grave incidente di sua figlia, dopo scoprii che lo raccontava a tutti come una favola, ma lasciamo perdere. La poveretta cadde dalle scale della sua tecnologica casa, perché non c’erano le ringhiere o per una tragica fatalità Lui era in casa e corse subito in soccorso della piccola che non dava segni di vita, secondo lui, addirittura gli sembrò che le uscisse del sangue dalle orecchie. La nostra idea popolare della medicina prevede che se esce sangue dalle orecchie, vuol dire che esce dal cervello. Ma la gravità c’era tutta, soprattutto per una caduta occorsa ad una bambina così piccola. Bene fecero lui e sua moglie a chiamare l’assistenza medica che mandò prontamente un elicottero per portarla all’ospedale pediatrico della città. La famiglia intera passò alcuni giorni di terrore, ma successe l’insperato, la piccola non aveva subito danni apprezzabili, sicché tornò presto a casa per il sollievo e la gioia di tutti. Oltre dell’azienda, durante il viaggio di questo parlammo soprattutto, perché quel brutto evento, finito bene, concesse al mio di fare un salto nel soprannaturale. Secondo lui la bimba, durante quel tremendo capitombolo e poi in ospedale, rimase alcuni giorni in coma che sicuramente lo avranno fatto riflettere sulla morte. Ancor di più quando la bimba si svegliò, perché, oltre la grande gioia che la famiglia avrà provato, l’avranno forse tempestata di domande su quel terribile avvenimento. Sua figlia sembra che abbia risposto che ha visto molte farfalle. Ora qui il punto è delicato, nonostante tutto il male che ha fatto quest’uomo, di cui, magari più avanti farò un cenno, io non voglio offendere nessuno per quello che sto per dire, nell’improbabile caso che qualcuno degli interessati legga queste righe.
    Dunque sua figlia stette in coma qualche giorno e quando si svegliò disse di aver visto molte farfalle. Non so come lui ne sia venuto a conoscenza, fatto è che esiste un libro, piuttosto famoso, scritto da un neurochirurgo israeliano (Eben Alexander) che in italiano si intitola: “MILIONI DI FARFALLE”, titolo molto più esplicito in lingua spagnola: “LA PROVA DEL CIELO”, dall’originale: “PROOF OF HEAVEN”. Lui me ne fece un riassunto sommario e impreciso, ma io andai a leggerlo perché intrigato dalla tematica ed inoltre perché, sbagliando, mi sembrava di vedere il mio interlocutore, molto più docile e posato di come lo avevo conosciuto.
    Che dice lo scrittore? Durante una grave malattia che lo obbligò in coma per una settimana, sostiene che la sua esperienza extra corporale mentre era in coma, prova che la coscienza è indipendente dal cervello, che la morte è un’illusione e che ci aspetta un’eternità splendida, popolata da angeli e regioni intermedie con la presenza di animali, di nostri defunti. Un mondo meraviglioso. Non mi addentro oltre nelle considerazioni mediche che il libro racconta e neppure voglio annoiarvi con un ulteriore racconto.
    Quindi il mio si vantava che anche sua figlia era stata in quel luogo, una miracolata depositaria di un segreto che pochi hanno potuto penetrare. A lui non importava niente se lo scritto di Eben Alexander avesse suscitato molto di più di una critica. L’esperienza della sua figlioletta lo rafforzò nella credenza di essere un illuminato. Anche in famiglia era considerato tale, una volta me lo confidò sua madre, mi disse: “anche da ragazzino era un bambino intelligente, sapeva leggere e scrivere ben prima dei suoi coetanei, credo che fosse un prodigio”. Tutte queste cose le incameravo e più tardi le confrontai con i suoi comportamenti. Io non sono nessuno, ma le persone che interagiscono con noi si può giungere a conoscerle per ciò che fanno, dopo un anno circa di vicinanza mi convinsi che era un uomo da curare e che lui non sapeva di essere malato. Così pure l’egoista, la strafottente e l’ignorante di sua moglie non si era resa conto della situazione in cui versava il mio. Quindi anche nella gestione dell’azienda si andava da un errore all’altro. I pochi clienti rimasti erano trattati con bugie, menzogne che furono alla base del tracollo principale. Il mio arrivava a ridere se riusciva a fregare qualcuno, rise anche di sua moglie quando le fregò ottomila euro sulla sua carta di credito. Non voglio entrare nei dettagli, ma arrivò ad un punto di considerare che tutti quelli che se ne erano andati era perché odiavano lui e per loro colpa erano capitati i molti danni all’azienda. Così come alcuni prestiti minori che chiese non furono per colpa sua, ma di quelli che glieli avevano prestati.
    Mi sto rendendo conto che di tutto ciò che sto raccontando non ci metto niente di mio, ossia non uso la fantasia e questo è una sconfitta per chi si crede un narratore come me. Per tranquillizzarmi mi dico che sarà uno di quei rari casi in cui la realtà è più interessante della fantasia. Una precisazione, ciò che racconto, non necessariamente avvenne in una sequenza temporale precisa, i fatti li vidi così, ma non è detto che avvennero in sequenza, dal 2014 al 2016.
    Uno dei primi giorni che giunsi dall’estero, la sera ci fu una riunione tra il mio, io e l’avvocato insieme al commercialista, perché i tempi premevano per preparare i dati del concordato preventivo. La discussione fu abbastanza lunga e tecnica, io stentavo, dopo tanto tempo, ad entrare nella logica della situazione. Ricordo che cominciai a dubitare del mio quando fece la seguente domanda ai tecnici: “senti dottore,” in realtà lui lo chiamava per nome data la lunga frequentazione, “in un’ipotetica richiesta di concordato preventivo se si sapesse che l’azienda ha incassato una certa cifra che avrebbe dovuto passare ai clienti, quell’importo potrebbe essere considerato deducibile?” Risposta del commercialista, piuttosto perplesso: “te li sei imbertati, non li hai girati ai clienti?”, “Beh, sì”, “quanti erano?”, “Cinquecentomila”, “Lo capisci anche da te che non è possibile dedurli”.
    Per scelta o per necessità tutto andò a catafascio, si rinunciò al concordato, il primo commissario nominato dal Tribunale non volle firmare l’accesso al concordato, quindi si fece di far fallire l’azienda. All’interno della vicenda finanziaria e giudiziaria, c’è pure un fatto che non saprei come definirlo, dalle tinte rosa grigio?
    C’era un uomo del sud che fu nostro collaboratore per anni, io quando giunsi all’azienda, parecchi anni fa, già trovai quel signore. Umanamente devo dire che è sempre stato molto gentile nei miei confronti, così pure il fratello e il figlio. Qui la storia si farebbe lunga, lo cito semplicemente perché, tra le tante relazioni che intratteneva con il mio, fu il depositario della riscossione di un forte prestito all’azienda, mai rappresentato in bilancio. Solo le uscite erano contabilizzate. L’aspetto di quest’uomo era di un pacioccone con le guance rotonde e sempre pronto al sorriso. Un giorno “la madre badessa” nomignolo simpatico affibbiato alla moglie del mio, venne fuori dal suo ufficio starnazzando o lo raccontò a pranzo? Non ricordo. Molto spesso i due mi invitavano a pranzo in una trattoria di lavoro. Disse apertamente che l’uomo del sud le aveva fatto delle “avance”, aveva cercato di farle il filo. Lei si offese e se ne lamentò con il mio, dicendogli che non voleva più saperne di quell’uomo. Non fu molto discreta perché se io venni a saperlo …! Il mio non prese per niente sul serio la situazione, come era solito fare con tutto, lei si imbufalì, lui la calmò lì per lì, ma continuò a riunirsi in segreto dalla moglie con l’uomo del sud. Perché, affari! Ma eravamo al lumicino! Niente, affari.
    Quando si chiuse o meglio, iniziò il fallimento dell’azienda principale, il mio non era pago e noi, attorno a lui, neppure. Gli demmo credito, psicologico ovviamente, di poter tentare di riprendere qualcosa del massacro avvenuto con la prima impresa, costituendo una nuova società che avrebbe preso in affitto quella maciullata. Ma come abbiamo fatto ad essere così imbecilli!
    La società si costituì, per fortuna vennero fatte alcune assunzioni, poi dirò il perché, ma l’azienda non è mai decollata, anzi si mosse nella melma della precedente. Menzogne, trucchetti, piccole truffe e così via. L’unico vantaggio per me fu che si assunse una segretaria che era una donna normale, con la quale, nei momenti di assoluta inedia, si poteva fare qualche discorso umanamente valido, incluso riguardo alla pulizia dei pavimenti di casa.
    L’attività fu lasciata alla mercé del caso. Noi, amministrativi, passavamo delle settimane senza fare niente, giornate intere senza che suonasse neppure il telefono. Lui spesso era fuori regione, a fare cosa non si sa. Gli ultimi tempi, ma anche prima degli ultimi, nel suo enorme, puzzolente e buio ufficio, nell’assoluto silenzio, aveva intrapreso un nuovo lavoro: giocava in borsa, ai Forex. I prodotti di investimento più pericolosi che ci siano. Lui assicurava di guadagnarci, tentò di coinvolgere pure me e mi disse che sua madre e sua moglie li aveva già messi dentro. Secondo lui sarebbe stata una buona alternativa al tracollo della società. A quel punto era evidente che l’uomo ormai era fuori di sé, che non c’era più speranza. Il commercialista che lo seguiva da vent’anni lo abbandonò, così fece l’avvocato, con queste frasi: “sai perché siamo a questo punto? Perché mi hai mentito, hai mentito a tutti. Il commissario del fallimento, dopo un anno di attività, ha potuto recuperare solo ventimila euro di un milione e seicentomila che tu hai dichiarato.  In questo momento tu dovresti essere a correre per il mondo, con la paura che qualcuno ti possa prendere.”
    Cabrón, aggiungo io.
    P.S. Ci sono altre persone che subirono i comportamenti maldestri del mio, non li cito perché sarebbe troppo lungo ma il ricordo e la solidarietà con loro, rimarrà per sempre. Spero che la giustizia, anche se lentamente, prima o poi arrivi.
    I – Primo Amore - Un lungo viaggio mi aveva tenuto lontano dai miei luoghi di origine e la lontananza, le novità incontrate in quel tempo mi avevano quasi impedito di pensare, ero troppo occupato a guardarmi attorno senza curarmi di chi mi circondava e anche senza curarmi di me stesso. Il giorno in cui feci ritorno, più per curiosità che per necessità, cominciai con chiarezza a vedere la gente. Alcuni con la faccia scura mi davano tanta tristezza che quasi sfociava in panico. Non volli seguire quelle sensazioni cercando di fare qualcosa, ma dovetti scommettere sulla mia forza di volontà. La mia permanenza in quel luogo non produceva e non dava la possibilità di imbattersi in alcun avvenimento degno di nota, mi decisi a una breve passeggiata nel tentativo di annullare i pensieri negativi. Giunsi in piazza, dove si può vedere il fiume in un’ampia insenatura. Mi appoggiai alla grande ringhiera di protezione. Potevo vedere i gabbiani che volteggiavano neri all'imbrunire, stagliandosi in alto contro un cielo bianco macchiato ancora di un grigio azzurro. A tratti sparivano come se si fossero persi nel nulla di quel cielo vuoto e privo di rumore. Il loro girare in cerchio ricordava i rapaci. Sono peggiori dei corvi, sono uccelli di rapina, aggressivi e rumorosi. Non hanno niente di dolce e di adorabile, possono ingannarti con quel loro sguardo languido e con quel becco che sembra la smorfia di sorriso.
    Stavo osservando ciò che mi proponeva lo sguardo senza alcun interesse. Alcune donne sconosciute, avvolte in maglie multicolori, uscirono da un locale, chiacchierando e ridendo. Non ne riconobbi una però la loro comparsa mi scaldò il cuore, detti un mezzo giro su me stesso lasciandomi alle spalle il fiume e le seguii ondeggianti allontanarsi, di fronte a me, mentre continuavano a scambiarsi sguardi d’intesa, chiacchierando fitto e senza degnarmi di uno sguardo come se fossi invisibile. Il verde cupo degli alberi in piazza colmava la tristezza che mi avvolgeva, senza un motivo e senza pensieri.
    Non avrei immaginato, in seguito, che quella sera mi sarebbe capitato un fatto che mi avrebbe ricordato un passato ormai sepolto e che avrebbe potuto, in qualche modo, incidere sulla mia vita futura. Un avvenimento capace di riunire in un attimo un lungo periodo dalla mia giovinezza a oggi.
    Senza farci troppo caso, intravidi una persona che veniva verso di me, nel frattempo mi ero girato nuovamente e guardavo il fiume, era una donna. Non pensai neppure per un attimo che venisse verso di me ma che si trovasse lì nel percorso abituale della sua passeggiata. Se era possibile, mi concentrai ancora di più a guardare il greto del fiume, ma a un tratto sentii una lieve folata di calore che mi accarezzava e sottovoce, qualcuno diceva: "Buonasera!"
    Rimasi stupito sul momento, ma poiché era tanto tempo che non parlavo con qualcuno, non mi lasciai sfuggire l'occasione e le risposi: "Scusami, ma chi sei, una così bella donna che mi saluta? “
    Non si fermò subito, tanto da darmi l'impressione di sentirsi molestata dalla mia domanda. Ero quasi sul punto di assimilare la delusione, quando si fermò e con un sorriso accattivante mi disse: "È strano che non ti ricordi, ma mi conosci da una vita!"
    Furono i suoi occhi lucidi, di un marrone così profondo che mi consigliarono a non desistere da quello sguardo. Lei, voltata verso di me, mi fissava come se volesse aiutarmi a ricordare. Finalmente fece un movimento con le mani per sistemarsi i capelli sulla nuca che risvegliò in me tutto un mondo di dolcezza che pensavo scomparso per sempre.
    Si trattava proprio di M. La mia M. anche se con trent'anni di più che le avevano fatto perdere la luminosità della pelle, rimaneva un poco dello scintillio nel suo sguardo che mi aveva sempre fatto trasalire.
    Il suo volto era solcato da rughe che mi stupirono per un momento, ma che scomparvero non appena cominciò a sorridermi. Era stata il mio primo amore e ancora adesso arrossivo un poco standole di fronte.
    Non ebbi mai la fortuna di darle un bacio o semplicemente di sfiorarle la mano. Per lei, credo, di non essere mai stato niente, ma forse qualcuno le disse che ero cotto, e, quando per caso la incontravo per strada o sull'autobus, mi faceva un sorriso che a me pareva così dolce, così coinvolgente che, letteralmente, mi saltava il cuore nel petto.
    Dopo tanti anni di silenzio, che cosa avremmo potuto raccontarci?
    Che interesse poteva avere la nostra vita per l'altro?
    Sicuro di me stesso, per la prima volta, le presi la mano e gliela accarezzai e lei mosse le labbra in una piccola pressione a voler significare un gentile sorriso di approvazione. Però capii pure che non avrei potuto trattenerla a lungo senza parlare e stavo pensando a un modo convincente per rivederla.
    "Avrei potuto invitarla a cena, pensavo, sarebbe stato troppo formale dopo tanto tempo, magari invitarla a fare una passeggiata, forse troppo ingenuo."
    Con precisa scelta di tempo fu lei che mi disse: "Senti, ci vediamo qui domani sera alla stessa ora. Non vorrei perderti ora che ci siamo ritrovati!” Rimasi in silenzio senza saper cosa dire mentre la guardavo allontanarsi.
    E in un attimo s’impossessò di me l’inutilità di riporre speranza in quell’incontro.
    Mi richiamò ricordi antichi della mia giovinezza che vissi, per la maggior parte, in un paese senza qualità e senza bellezze.
    Quella che oggi, con un po’ di presunzione, molti la chiamano cittadina, allora era assolutamente diversa da come si vede oggi, anche il modo di fare e di sorridere della gente era del tutto differente. 
    Era un tempo in cui la metà delle case di oggi non esisteva ed anche le strade erano dimezzate.  Le colline che adesso sono assalite dal cemento erano sagomate da terrazze in parte lavorate o coltivate a vigneto, dove si faceva largo il verde argentato degli ulivi; ricordo di antiche necessità. Era un tempo in cui c'erano ancora degli emigranti, chi partiva per le Americhe e chi per l'Australia. Non c'erano arrivi ma molte partenze. Col tempo qualcuno ha tentato di ritornare, ma ormai era troppo tardi, i legami con il vecchio paese si erano sfilacciati e chi volle insistere con il nuovo ritorno spesso, si trovò quasi disadattato.
    Però qualcuno assicura che molti ebbero vantaggi per la loro famiglia. Siamo sempre stati gente pronta alle sfide, a lanciarsi verso l'ignoto, a faticare per i nostri cari. Forse solo oggi una parte è spaventata, più hanno avuto la vita facile più si sentono intimoriti.
    La famiglia della mia bella, contro ogni regola, tornò forte di un buon successo nelle Americhe, anche se per vivere o per il surplus dovettero continuare a lavorare una volta installati qui. Per me lei era diventata speciale grazie anche alla sua conversazione che sentiva fortemente l'influsso di un accento straniero. Quelle parole, spesso incomprensibili ed esotiche la rendevano interessante e misteriosa. La mia infatuazione cresceva sempre di più. Pochissimi, tra gli amici, erano a conoscenza del mio innamoramento. Non ebbi mai il coraggio di dirglielo, temo persino di non aver mai scambiato una parola con lei. Il mio amore si beava degli sguardi, delle palpitazioni per i rossori improvvisi e si nutriva di sogni, anche i più arditi e strampalati.
    Speravo di poter, per qualche strana coincidenza, essere rapito insieme con lei e di essere rinchiusi in un locale, dove tanta vicinanza avrebbe creato le condizioni perché si accorgesse del mio amore, come le circostanze mi avrebbero fatto diventare più coraggioso ai suoi occhi e lei, inevitabilmente, sarebbe caduta nelle mie braccia.
    In paese, uno come tanti, non vi erano molti divertimenti. Era il tempo dei juke-box, dei ritrovi nei bar per giocare a carte, per fumare o cominciare timidamente a ballare. C'era anche un cinematografo che faceva la gioia di giovani e adulti.  Quei giorni gioiosi e noi ragazzi avidi di immergerci nel sogno non torneranno mai più!
    A noi giovani imberbi concedevano di entrare agli spettacoli pomeridiani. Era una vera goduria trovarsi assieme agli amici e partecipare delle avventure che scorrevano sullo schermo. Solo per citarne alcuni, i nostri idoli erano: John Wayne, James Dean, Alan Ladd, Paul Newman. Il protagonista lo chiamavamo “il giovane”, quando ci raccontavamo le scene del film che più ci erano piaciute.
    Un altro mondo!
    Mi sembra di ricordare i colori del terrapieno, a lato del locale, al quale si accedeva per mezzo di una salitella di asfalto grezzo. Si restava in attesa per l’apertura delle porte per poi passare a comprare i biglietti che erano strappati prima dell’ingresso in sala.
    Quella felicità, un giorno, mi fu tolta per sempre.
    Tra i sedili delle prime file vidi la mia M. avvinghiata e con le guance rosse come il fuoco, a un ragazzo di alcuni anni più grande di me.
    Il mondo sembrò cadermi addosso, non saprei dire che film si stesse proiettando, la mia vita era come se si stesse frantumando. Rimasi tutto il tempo della proiezione sprofondato nella poltrona, senza muovermi e senza lasciare il locale in anticipo, per non far insospettire i miei amici.   Avrei avuto bisogno di scappare via!
    Avevo gli occhi pieni di lacrime, ma mi convinsi presto a tramutare i miei sentimenti in odio.
    Più rapidamente di quanto sperassi, le lacrime si seccarono e quella delusione mi lasciò come svuotato, vissi per diverso tempo senza che nulla mi appartenesse e che m’interessasse. Non combinai niente per alcuni anni neppure a scuola, niente m’importava.
    Ma, strano a dirsi, il trascorrere del tempo sana molte ferite, e così anch'io entrai a far parte dell'esercito degli sconfitti per amore. Il tempo altresì portò con sé altri dolori dello stesso tipo ma anch'essi furono spazzati via come il vento, senza tralasciare di incollare sul mio cuore, ogni volta, una fine corazza come di polvere che s’indurisce sotto il ghiaccio, togliendomi poco a poco il desiderio di amare.
    Non tornai a incontrare la mia bella né il giorno successivo né ebbi più alcuna voglia di tornare a vederla.
     
    II – Adolescenza - Appartenevo al gruppo di quelli che erano ancora ragazzini ma già in grado di essere scossi dalle pulsioni del sesso.
    Un giorno, mentre giocavamo a nascondino, in casa, non ci occorse miglior soluzione che nascondersi sotto il letto. Io capitai con una ragazza, era in vacanza da sua zia, stavamo ridendo in silenzio per non farci scoprire con gli occhi brillanti dalla gioia.
    Ad un tratto la mia amica si fece quasi seria e mi fissò con uno sguardo che non le avevo mai visto. Mi stava prendendo in giro? No, mi prese la mano con cautela, la fece passare sotto la sua corta gonna e la premette con energia sul suo sesso. Non mi resi subito conto, non sapevo che fare e mi abbandonai al suo volere. Cominciò a cambiare il ritmo della sua respirazione e il suo petto s’inarcava facendo risaltare i suoi piccoli seni, chiuse gli occhi e premette sempre di più la mia mano muovendola su di sé ritmicamente. All'improvviso, senza alcun motivo, strappai dalla sua la mia mano e uscii correndo dal nascondiglio. 
    L'episodio si chiuse lì. Un giorno tornammo a incrociarci sulle scale di casa, io stavo scendendo e lei saliva, giunta di fronte a me, mi dette un colpetto, con la mano quasi aperta in mezzo alle gambe, tanto che dovetti piegarmi, più per la sorpresa che per il dolore. Lei corse su, verso casa sua ridendo. 
    Non davo nessuna importanza a questi fatti, mi piacevano e m’intimorivano allo stesso tempo.
    III – Adolescenza due - Vennero giorni nei quali ero lasciato più libero, anche se devo dire che i miei genitori non hanno mai dubitato della mia bontà e della mia onestà. Spesso si sbagliavano.
    Un giorno, che faceva un caldo del demonio, mi trovavo nel reparto di stireria e guardaroba di un grande hotel. Non ero lì per caso ma, come molti ragazzi del mio tempo, ero lì per lavorare durante tutta l'estate. Non ricordo il motivo esatto della mia presenza in quel luogo, forse mi ci aveva mandato il “concierge” a ritirare qualche capo di vestiario oppure, in un momento di pausa, fui attirato da un mio compagno, molto più intraprendente di me nei rapporti con le persone.
    La responsabile era una donna che, ai miei occhi, aveva passato abbondantemente la cinquantina e, per il caldo soffocante, aumentato dal calore prodotto dalle macchine stiratrici, vestiva una specie di sottoveste bianca quasi trasparente e aperta sul davanti che lasciava intravedere il seno rinsecchito e imperlato di sudore. Sedeva in un’ampia poltrona dallo schienale rigido con le gambe aperte e la sottoveste tirata su ben oltre le ginocchia, lasciando in mostra la carne flaccida delle cosce, solcata da vene azzurre come piccoli tatuaggi o come i disegni della nervatura delle foglie.
    La ricordo ridere sguaiatamente, dando bella mostra di un dente incapsulato di color argento e con un filo di perversione verso una donna ben più giovane di lei che sembrava intimorita.
    La donna vestiva una sorta di uniforme di un colore verde opaco, molto stretta che le aderiva al corpo, premendo sul suo seno turgido ancora ben modellato e sensuale che cercava di uscire dall’imprigionamento dell’abito, in sintonia col suo fondo schiena ben disegnato. Era in piedi di fronte alla più anziana, però piegata in avanti tanto che si evidenziavano le curve del suo corpo sensuale e del seno debordante, con le mani   giunte e protese in avanti che mi ricordava la mantide religiosa.
    Così fantasticavo davanti a quelle donne tanto diverse l’una dall’altra apparentemente.
    La “capa” come la chiamavo io, per me aveva perso ogni parvenza di donna, si mise a ridacchiare e rivolgendosi all’altra donna le disse:
     “lascia che si divertano adesso così potranno ricordare di essere stati giovani, quando dovranno sopportare l’odore di qualcuno nel loro letto.”
    E l’altra: “Dici bene, ma è troppo giovane, non voglio che si trovi qualche problema indesiderato nella pancia, mi capisci?
    “Tutti i problemi sono indesiderati e volerli prevenire è quasi impossibile.”
    Non capivo niente del discorso delle due donne fin tanto che la “capa”, vedendomi lì impalato, non mi spinse con rudezza attraverso una porticina che dava sul retro dell’ambiente in cui ci trovavamo.
    Mi ritrovai in un vano lungo e stretto, dove i rumori erano attutiti, forse a causa della grande quantità di pezzi di panno colorato che formavano il pavimento, come un grosso tappeto. Una piccola finestra di vetro opaco e socchiusa era tutto quanto dava luce a quella specie di luogo segreto, lasciando filtrare un sole giallo sporco.
    Nell’angolo vicino a essa, un amico e collega della mia stessa età tentava di stringere a sé una ragazza, anch’essa vestita di verde e che sicuramente era figlia dell’altra donna con la stessa uniforme.
    Si divincolava dagli abbracci del mio amico, senza troppa convinzione, ma non doveva essere contenta, aveva un’espressione seria e di rassegnazione come si vedeva spesso sul volto di tante ragazze obbligate a lavorare in un ambiente che le sfruttava. Per la magrezza del mio amico, mi sembrava che la avvinghiasse un polpo, con quelle braccia sproporzionatamente lunghe che cercavano di mettersi da tutte le parti, in un corpo non ancora di donna.
    L’amico m’invitò a unirmi al gioco sghignazzando e mostrando i suoi grossi denti bianchi cavallini.
    Per non farmi prendere in giro, mi avvicinai e palpai entrambi i seni della povera ragazza bloccata con la schiena alla parete e li sentii molli come due palloncini sgonfi. Lei mi guardò con gli occhi spenti e quasi con paura.
    Non riuscii a sopportare oltre, per la vergogna, il suo sguardo, nonostante l’incitamento dell’amico.
    Assumendomi il rischio di essere poi male apostrofato dalla vecchia della stireria e dal mio compagno, pallido in volto e tremante me ne andai quasi correndo disprezzando il mio modo di essere.
    IV – Adulti - Quelle estati bruciavano di più nel profondo dell’essere che sulla pelle. Ma i più duri, non voglio dire i meno sensibili, quelli che sapevano controllare le emozioni diventavano “famosi”, nell’ambito delle conoscenze e da citare, per il numero di seduzioni che riuscivano a compiere, qualcuno diceva vere o false. Il loro successo si spandeva a macchia d’olio, irrefrenabile, tanto che alcuni coetanei ma soprattutto certi adulti, presi dalla frenesia estiva, dai colori, catturati dall’abbronzatura della carne femminile e vinti dalla noia della routine in famiglia, si cimentavano a imitare le imprese dei “più duri”. Molto spesso mettevano da parte gli obblighi di fedeltà che avevano giurato un tempo ormai dimenticato.
    Il sesso si respirava nell’aria e richiamava frotte di uomini, grandi e giovani, verso le sale da ballo, nei bar, sui viali dei paesi di mare, per inebriarsi di quell’odore che faceva fremere di vitalità momentanea come un propellente a rapida evaporazione.
    Tutta quell’agitazione e desiderio di uomini intrappolati da pensieri angusti non poteva essere contrastata da semplici consigli di un povero prete, non poteva neppure essere mitigata da incontri con a tema alti e casti pensieri o da gite organizzate per mettere insieme ragazzi e ragazze con l’intento più puro.
    Anch’io, forse per imitazione, cominciai a cercare un po' di consolazione nel sesso a pagamento, ma mai raggiungevo la sazietà. Dentro di me si faceva spazio la convinzione che i grandi ci avessero mentito riguardo al sesso fin da quando eravamo bambini.
    Con questi pensieri che mi opprimevano, mi rivolsi al prete, diventato un vero amico, ma forse non era la persona adatta o scarseggiava di esperienza. Nessuno seppe darmi insegnamenti veri, insegnamenti che facessero presa sulla realtà che stavo vivendo, forse perché troppo cangiante e soggettiva.
    In ogni caso le affermazioni teoriche erano superate assolutamente da ciò che accadeva nella realtà di ogni giorno.
    Era facile vivere una doppia vita, respirando quell’ambiente!
    V – Ragazze - In una giornata di noia e di caldo soffocante, m’incontrai con un amico nella terrazza del bar centrale.
    Fu una vera casualità perché lui prediligeva starsene in casa, quando non andava a lavorare e, le poche volte che usciva, aveva un atteggiamento schivo. Quindi festeggiammo l’avvenimento con una birra ghiacciata che ci aiutò anche a mitigare l’arsura.
    La nostra amicizia andava ben oltre la superficie, era sufficiente uno sguardo per sentirci in sintonia.
    Una conversazione libera e franca spesso ti porta, dove non vorresti e ti spinge a raccontare ciò che non ti aspetti. Per non contraddire quella regola passammo da semplici parole inutili e insulse sul tempo a ricordare il passato.
    Cominciò lui, con il suo solito sorriso aperto e comunque guardandosi attorno alla ricerca di orecchi indiscreti. “Ti ricordi quando si organizzavano le gite in autobus?”
    Appena iniziò l’argomento sapevo già, dove voleva arrivare. Lui non era un timido, sempre era a caccia di ragazze, anche più mature di lui, ma era una persona destinata a fare coppia fissa con una donna, insomma il suo destino era accasarsi. Era un ragazzo ben fornito, abbastanza alto con il colore della pelle che sembrava sempre abbronzato. I capelli folti che in qualsiasi modo li tagliasse gli lasciavano sempre un ciuffo che sporgeva in avanti sulla fronte abbastanza ampia che faceva da corona ai suoi occhi scuri e che poggiava su un naso robusto e leggermente mobile, a causa di un tic nervoso. Aveva un buon successo con le donne di una certa età, forse perché erano già esperte e desideravano qualcuno ardente e forte che le potesse far trasalire prima ancora di fare sesso.
    Continuò senza aspettare il mio assenso. Non ce n’era bisogno.
    “Ti ricordi quando andammo a O., una gita piuttosto lunga. Sceglievamo apposta mete lontane, perché il divertimento era il viaggio.”.
    Io solo sorridevo, non era necessario che interloquissi.
    “In quella gita, qualcuno scoprì e poi divenne di dominio pubblico, che L. teneva in mano il pene di E.
    Per un lungo tratto del viaggio rimase incollata a quel sedile, non c’era modo di farla spostare.”.
    Ci mettemmo a ridere di gusto entrambi come se fossimo tornati indietro nel tempo.
    “Si copriva il grembo e parte del suo compagno di sedile, con una maglia grigia a mo’ di coperta. Dove sarà finita quella maglia una volta giunta a casa?”.
    E giù risate fino a sentire dolore alla pancia.
    Il passa parola fu terribile.
    Anche quando, diventata adulta e madre, in certi ambienti quel ricordo la precedeva. In seguito diventò quasi una “sensale dell’amore”. Non c’era coppia che si formasse di cui lei non sapesse la storia e, in molti casi, in cui non ci fosse il suo zampino.
    Non lo faceva per interesse, per lei, bruttina, era un modo di godere per gli altri, un modo di sentirsi ancora attiva sessualmente e viva. Dava consigli, s’immedesimava nei due, combinando anche molti pasticci, ma continuava per non sentirsi del tutto rinsecchita a causa dell’età e dell’abitudine.
    Un’altra, sempre del gruppo, si ritagliò il suo spazio di gloria, per il suo gusto e la capacità di fare pompini.
    Nonostante tutto, per noi giovani inconsapevoli e fragili di mente e di cuore, l’estate continuava con la sua promessa di speranza e dolcezza per il futuro.
    Le serate tiepide e buie erano un richiamo irresistibile per le lucciole che brillavano intermittenti con la loro scia immaginaria di segreti incomprensibili e appassionanti che squarciavano la nostra notte scura.
    Molte ragazze avevano lo stesso comportamento imprevedibile e accattivante delle lucciole, pieno di allegria, pieno di gioia e traboccante di stupida certezza.
    Cercavano l’anima gemella e, in molti casi, erano certe di averla trovata.
    Sempre emozionate e sicure di sé stesse si offrivano ai coetanei e più spesso a ragazzi più maturi, tutti con grandi sorrisi e muscoli sodi, ma poco cervello.
    Nessuno si rendeva conto a cosa stavano andando incontro, non capivano cosa avrebbe riservato loro la vita, ma era un gioco al quale non sapevano resistere. Erano come le api che si lanciano sui fiori.
    Succedeva che C. amava B. e che F. era innamorato di M. Spesso non c’era vera seduzione, ma nonostante tutto, il gioco doveva arrivare alla fine.
    E non c’era modo di conoscere le conseguenze dei rapporti finché non si giungeva alla fine.
    Evviva B. e F.! La fine doveva essere suggellata dallo sposalizio tanto desiderato.
    Una di quelle che più lasciavano vedere l’eccitazione, a quel tempo, l’ho rivista poco tempo fa. Grassottella, il volto dolce, bello e ovale, simile a un quadro dell’ottocento, come allora, ma lo sguardo distante, posato su qualcosa che non esisteva, camminava, in una leggera salita della strada, sembrava che stesse affrontando un sentiero di montagna. Era vecchia, era vestita da vecchia, come allora. Naturalmente divorziata dopo aver scodellato due figli ormai maggiori.
    Era la regola, era il finale.
     
    VI – La piazza come Agorà – In un paese come il mio è difficile che ci sia identità di vedute sugli argomenti di conversazione quando la gente s’incontra nella piazza principale, una specie di Agorà dove tutti possono dire ciò che vogliono, purché abbiano un minimo di uditorio o di contradditorio.
    L’incontro in piazza è vitale per molte persone ed ha una lunga tradizione, nonostante le modifiche che sono state apportate nel tempo a quello spiazzo. Le presenze, nei mesi più caldi o più miti dell’anno, si possono contare già alle sette del mattino.
    Oggi, guardandola da dove sorge il sole ha l’aspetto di un grande rettangolo, ampio all’incirca 40 m x 25 m, fuso sulla parte destra a ovest con uno spazio a forma di un settore di cerchio avente un raggio, uguale o forse anche più lungo, di un lato minore.
    Per i tre lati dalla parte   che danno verso il fiume è racchiusa da un filare di undici tigli stupendi, che hanno assunto dimensioni notevoli e che fanno un’ombra veramente piacevole e generosa in estate alle panche di legno sottostanti con le loro spesse fronde ammantate di larghe foglie verdi. Mentre in autunno avanzato, novembre, danno spettacolo colorandosi di un giallo brillante senza che si possa fare a meno di meravigliarsi della loro bellezza che arriva a pacificare l’anima. Quindi, giunto al culmine il fenomeno, dopo qualche giorno, quasi allo stesso tempo, cadono a terra per formare un tappeto che il vento, se c’è, lo scompiglia e se lo porta via in scie e vortici mirabolanti, lasciando gli alberi con i loro rami nudi, slanciati verso l’alto, per il giusto riposo, affinché si rigenerino per la prossima primavera. 
    Al centro è sistemato un brutto monumento di marmo bianco, inizialmente, eretto alla vittoria della I guerra mondiale poi riconvertito a omaggio per i caduti di tutte le  maledette guerre che forse ha trovato la sua pace in quanto a dimora, perché negli anni ha girato tutti gli angoli del grande spazio determinato  dall’incrocio tra la statale e la provinciale e i limiti, ormai immaginari, dell’antica piazza, in balìa delle stravaganti idee dei politici locali, incapaci di dare valore ai simboli.
    Al centro, spostato a est, un nuovo rettangolo rialzato dove crescono due abeti e un tiglio. Un errore del giardiniere, perché in quel luogo sarebbero stati sufficienti i due abeti. Difatti il tiglio fatica ad emergere a lato dei due giganti montani che gli stanno rubando spazio e luce obbligandolo a crescere storto.
    Crescono in un terreno che dovrebbe essere erboso, il vero giardino della piazza, ma purtroppo rovinato dalla maleducazione di molti proprietari di cani che, nonostante abbiano un luogo per loro, fanno defecare le loro mascotte nel giardino impedendo a bimbi e adulti di godere di quello spazio. Il pavimento della piazza è un bellissimo pavé bolognino con incastro a curve, di colore marrone con i blocchetti bordati di verde per l’erba che cresce negli interstizi.
    Nella nostra Agorà si parla di tutto, dalla politica all’agricoltura, dalla medicina alla caccia e la discussione è d’obbligo quasi su tutto. Ciò che unifica non sono gli argomenti ma è l’Agorà stessa o il lasciare passare il tempo, emettere qualche giudizio senza convinzione e tornare a badare ai fatti propri. La solidarietà non esiste tra gli adepti, ma emerge l’egoismo al naturale, meglio ancora, nella piazza ci si esprime per quello che si è, senza remore, senza vincoli di familiari tra i piedi.
    Si potrebbe pensare che chi la fa da padrona sia la politica, non è così. Gli argomenti, in genere, seguono la cronaca e le stagioni.
    Le grandi passioni sono l’agricoltura, la pesca, la caccia e lo sport ovviamente. Ma non sono da meno l’edilizia, l’architettura e il conseguente supporto giuridico, si fa per dire. Non ci si fa mancare neppure della nostalgia del passato con ricordi personali di un mondo morto e sepolto, ai quali ognuno aggiunge le proprie memorie per arrivare, spesso, a racconti difficili da interpretare ma carichi di pathos.
    Ultimamente sono entrate anche le tecnologie, smartphone in testa, Wi-Fi e computer con relative apps.
    Ogni prodotto alla sua stagione. Ma quello che va per la maggiore, secondo me, è la critica pura. È persino messo in discussione il taglio dell’erba per chi ha il giardino. Dimenticavo che va sempre forte la questione migranti stranieri e italiani, in cui si distinguono quelli che avrebbero la soluzione per tutto, se fosse concesso loro di abitare per qualche mese a Palazzo Chigi.
    E questi appartengono già ai fuori classe.
    Cito solo alcuni che sono tali a mio giudizio, ma ce ne sarebbero molti, secondo varie interpretazioni. Sì, bisogna ammetterlo, l’Agorà è nobilitata dalla presenza di veri fuori classe del racconto e della bugia innocente.
    Un tipo con molta roba, come si diceva tanti anni fa, un bel giorno, perché le autorità comunali non gli lasciavano costruire una casa, decise di tagliare una pineta intera. Forse quattromilacinquecento metri quadrati vennero spogliati di   una grande quantità di pini che scomparvero da un giorno all'altro cambiando completamente il paesaggio. Quella zona divenne altro da sé, divenne qualcosa che non c’era prima. Che età avevano questi alberi? Non lo so dire con certezza, ma quella era una zona privilegiata per i nostri giochi di adolescenti, oltre cinquant’anni fa e il ricordo di allora è di una pineta folta.
    Erano pini che si avvicinavano sicuramente agli ottant’anni. Ora lui, nell’Agorà, è uno specialista di urbanistica e un tipo molto scaltro.
    Un altro fuori serie della piazza, stavolta silenzioso e appartato.  Arriva sul tardo pomeriggio, nelle stagioni miti e calde, con la sua andatura caracollante e il suo lungo ciuffo di capelli, per il riporto sulla sua calvizie, che danza al vento per lo spostamento d’aria provocato dalla sua camminata e punta diritto ad un’unica panca di sempre, come se ci fosse un cartellino col suo nome, non si ferma neppure se seduto su di essa, c’è già qualcuno. Succede tutti i giorni, a volte, coadiuvato da un unico amico che gli controlla il posto. Quando è solo, il che succede il più delle volte, la sua migliore occupazione è sonnecchiare.
    Poi ci sono i risparmiatori. La piazza è connessa a un bar che per molti anni ha fatto la storia del paese, ma lo vedremo più avanti. La maggioranza dei partecipanti dell'Agorà, entra almeno una volta nel bar per un caffè. I risparmiatori fanno il loro turno di presenza in piazza dalle dieci alle dodici e dalle quindici alle diciotto senza mai varcare la porta del bar. Un altro che potrebbe appartenere al gruppo, è un tipo prestante, già pensionato e silenzioso, tranne che con pochi amici selezionati. Sempre, estate o inverno, porta un berretto con visiera, è raro riuscire a vedere la calotta del cranio che copre la materia grigia. Un’altra caratteristica, ogni tanto, senza motivo apparente batte le mani con forza e le frega una contro l’altra. Non ho mai capito se sia un’abitudine o un segnale a quelli che stanno discutendo. Fatto è che nessuno gli fa caso.
    Un mondo quasi a parte sono i ballerini, in ogni caso io li accomuno con i fuori classe.
    Uomini attempati ultra settantenni che frequentano i locali da ballo e le feste estive dedicandosi a quello stupendo sport e passatempo del ballo. Devo ammettere, lasciando un po’ d’invidia in me che sono una schiappa. Ebbene, questi signori raccontano a pochi intimi le loro imprese atletiche non solo sulle piste, ma anche a letto, così dicono loro, con tardone, di tutto rispetto, che sono ancora in grado di sperimentare i piaceri della carne.
    A volte, sul tardi in genere di venerdì e di sabato, arriva, in moto, un amico imprenditore settantenne e la prima cosa che cerca è un altro amico che qui chiameremo, il geografo o lo storico. Non si tratta di appellativi buttati lì per gioco, lo è in realtà, di quelle materie sa tutto. L’imprenditore, quindi, cerca il geografo, ma quando s’incontrano, a parte un risolino reciproco da entrambi, iniziano subito a parlare di sesso, come fosse la cosa più naturale del mondo. Poi con l’aiuto dei presenti passano a canali d’informazione più ortodossi e spesso si sfidano a farsi domande reciprocamente per cogliere in fallo l’altro. È realmente difficile fargliela al geografo-storico, perché è preparatissimo, quindi si inorgoglisce e sfida tutti noi, con telefonino in mano, a trovare con rapidità, fiumi, monti, laghi, relative misure, di elementi di questo mondo troppo piccolo, per lui. Veri specialisti e carichi di simpatia che, spesso, riescono a far chiudere la sessione giornaliera in allegria.
    Sono troppi, gli specialisti o i fuori classe!!!!
    Magari un altro episodio, più avanti. 
    Certamente, nella nostra Agorà ci sono anche persone che non aprono bocca, è difficile sapere se dissentano o stiano aspettando solo il loro argomento.
    Tuttavia non è un ambiente per gente docile, si vede spesso dagli sguardi che alcuni si scambiano, forse come effetto di antichi rancori. Raramente si palesano in discussioni violente e pubbliche. In genere si preferisce non arrivare al confronto di petto per non perdere l’ammissione ai gruppi di conversazione. È evidente che, a volte, con l’assenza dell’interlocutore odiato, per così dire, ci sono degli sfoghi importanti di fronte a persone disponibili ad ascoltare e alle quali non interessa alimentare il fuoco con nuova benzina, come si usa dire.
    Nell’Agorà non si parla soltanto di argomenti seri, ma si va anche su temi trattati in modo leggero, solo per ridere, come possono essere le donne e il sesso. Influenzati dal continuo passaggio di giovani o anziane che transitano per dedicarsi ai loro affari o per una sosta al bar.
    Anche qui si hanno discussioni importanti sulla potenza dell’uomo e la resistenza della donna, teorie su quale sia il miglior farmaco per l’uomo, intrighi di alcuni che, probabilmente sono agganciati, sentimentalmente s’intende, con qualche straniera che lavora in paese.
    È d’obbligo, anche, dire che verso il mezzogiorno, è come se suonasse la sirena di fine lavoro delle fabbriche che non esistono più. La gran parte degli adepti scioglie l’assemblea, alcuni con borse   della spesa e se ne tornano al loro focolare che è più sicuro di tante avventure, anche se soltanto raccontate.  
     VIII – Festa del Vino – Un caterpillar enorme avanzava lentamente, con il suo sbuffo di fumo nero sincronizzato con la spinta del motore, abbattendo alberi e arbusti. Una valanga di terra rossastra scivolava verso il basso sotto la furia dell’enorme pala concava, larga almeno quattro metri che lasciava dietro di sé una scia marrone animata da piccole vite brulicanti, messe allo scoperto dal mostro d’acciaio inarrestabile. Giungeva al naso un odore acre, tipico della terra smossa e umida. Credo che fossero gli anni ’50 del XX secolo ovviamente. Chissà cosa ci facessi io in quella zona di lavoro, abbastanza pericolosa per un bambino! Ma credo non fossi solo perché fu un avvenimento per tutto il paese. Nel momento del mio ricordo i lavori per la tracciatura della strada di Verici erano circa a metà del percorso, credo che la ruspa fosse a lato, dove adesso si erge e si aggroviglia tra cemento, muri di cinta e strade in salita al limite dell’impossibile, l’ultima grande lottizzazione collinare. Uno scempio.
     Verici, un Borgo antico, di una bellezza selvaggia prima delle insanabili ferite che gli furono impartite dai soliti affamati di denaro con la connivenza delle autorità comunali.
    Sono rimasto veramente meravigliato che, nel tentativo di cercare notizie sull’antico borgo, non abbia trovato assolutamente niente, tranne le solite stringate leggende su San Lorenzo. Niente hanno saputo scrivere per lasciare ai posteri, gli affamati di cui parlavo prima, niente, nonostante che per anni molta gente si sia riempita la bocca della magnifica zona e naturalmente impinguata la pancia, di pochi, in tutti i sensi.
    Verici, non mi riferisco a Verici Superiore o ai Bruschi, ma, dove c’è ancora la chiesa. Una chiesa costruita nel XVI secolo, pare, sulle rovine di quella medievale, che ancora oggi emerge, in quanto a bellezza, sulle costruzioni circostanti, perché ben restaurata. Questo è il punto dell’antica Velazo, costruita su un crinale, a est si estende la vallata del Petronio e a ovest si apre lo sguardo sulla vallata di Sestri Levante fino al mare, a nord protetta da una collina alta, molto prossima alla chiesa. Un sito perfetto per l’esposizione al sole. Tant’è vero che Verici resta famoso più per il suo vino e la sua uva che per le lottizzazioni o i vari restauri azzardati da ricchi pseudo illuminati.
    Qualcuno, cinquant’anni fa, seppe approfittare della fama dei prodotti della collina e dichiarò che ogni ultima domenica di maggio sarebbe stata la festa del vino. Il giorno della festa, chi poteva, già il mattino, col vestito della domenica, si recava in zona a fare niente, in attesa della Messa o magari a stringere la mano al clone del sindaco che, forse si trovava lì fin dall’alba e agiva non da delegato dei cittadini, ma come fosse il padrone.
    Un borgo incantevole distrutto da beghe e avidità, con riflessi ancora sulla vita di oggi, e infiltrato anche dalla menzogna. Perché lassù non c’è mai stato vino che giustificasse una festa e una premiazione dei produttori, ma c’era una grande uva che i proprietari delle terre vendevano per ricuperare quello che avevano speso in fatica e sudore. Un’uva croccante, dolce, ben matura e tostata nata per un buon vino. Forse, solo una sessantina di anni fa rimaneva un po’ di vino, ai tempi di un certo Lillo. Per testimonianza oculare, lui faceva tanto vino da riempire tre botti enormi, alte circa tre metri e con un diametro di due.
    Poi basta, il vino scomparve e, quel poco, era prodotto da incompetenti con il risultato di fare qualcosa di torbido e di amaro per l’eccessiva presenza di tannino. Sicuramente quasi fin dall’inizio, il nettare degli dei era frutto della fermentazione di uve non autoctone, come dicono i tecnici e la premiazione dei produttori, dopo un’attenta analisi era una farsa che ha durato fino ad oggi.
    La festa, poco a poco si trasformò in una grande mangiata per lucrare grazie alle numerose presenze. Ci si buttarono sopra, il prete e associazioni di privati. La bellezza di Verici in primavera avanzata e anche grazie alla distribuzione gratuita del vino, erano un forte richiamo, e, per ubriacarsi, non era necessario un vino speciale.
    Tutto ciò si radicò lentamente nel tempo.
    Ho alcuni ricordi, di quegli anni dorati, senza un ordine cronologico e senza citare il numero di politici che vennero ad annoiarci con le loro sciocchezze. Giornate assolate con un cielo azzurro che rinfrescava l’anima. Là in fondo il mare tentava di imitare il cielo sprofondando nell’infinito della nebbiolina lontana. L’allegria era disegnata sui volti e non solo per l’ebbrezza provocata dai fumi dell’alcool. Era la bellezza di quel piccolo luogo che incrociando cento passi da una parte e cento dall’altra si terminava la sua visita e allora la gente si sedeva sui lunghi sedili di ardesia o si fermava attorno alla grande quercia per raccontarsi qualsiasi cosa.
    Più tardi cominciò a sorgere un improbabile comitato per la partecipazione alla festa, sicché da una parte c’era un chiosco del comune, organizzatore della festa, che distribuiva decine di litri di vino gratis e mi pare anche le noccioline, per aiutare a tracannarne di più, dall’altra in un locale dato in gestione dal comune stesso, il vino era a pagamento. Mi dava l’impressione come se il locale fosse un centro pagano e, il chiosco, un centro religioso, tanta era la competizione tra i due e la loro diversità.
    A dimostrazione della tendenza pagana del locale in muratura, devo dire che al tempo del mio ricordo non c’erano ancora le orchestre, in seguito sempre pagate dal comune, i giovani se la aggiustavano con dei giradischi. Quel giorno vidi un grande affollamento presso il locale pagano, definiamolo così senza astio, mi avvicinai incuriosito, ma non riuscii a vedere niente.
    Da qualcuno più grande di me udii: “fra poco se la fanno la in piedi”.
    Mi resi conto che la frase era riferita a una donna, allora tentai di farmi largo e riuscii a vedere all’interno attraverso una finestra; c’era una bella ragazza, vestita con un tailleur verde, occhiali scuri, una scollatura che lasciava intravedere il seno, i capelli neri e la pelle del viso e del petto bianca come l’avorio, che al ritmo della musica, ballava da sola, con movimenti sinuosi del corpo e delle braccia che doveva apparire molto sexy, perché di fronte a lei c’erano alcuni ragazzi, non dei nostri posti, che seguivano il ritmo della donna e spesso si avvicinavano a lei con il bacino quasi toccandola.
    Mi annoiai presto anche perché ero in una posizione scomoda.
    Anni dopo la festa ebbe l’onore, così per dire, del transito a piedi di un cantante come Gino Paoli, scortato da personaggi del posto che per l’emozione avevano la bava alla bocca come dei pitbull, il cantante famoso passò rapidamente, diretto a un'altra zona di gozzoviglie. Tuttavia sembrava più interessato a una delle due ragazze in bichini e con un pareo a coprire le gambe, che lo tenevano sottobraccio, alla quale palpava il seno di continuo. A quel tipo sembrava non interessasse nulla di Verici e della sua bellezza. Forse non gli interessavano neppure i pitbull. Per me fu una vera delusione che mi dura ancora oggi. Non si trattò di una presenza ufficiale, ma una trovata di alcuni che non modificò di una virgola la celebrazione della grande abbuffata, pardon, festa.
      La festa del vino continua a celebrarsi tuttora, non so come, perché da anni non vi metto piede.
     
    IX -  Fantasia -  La decisione ormai era presa. Eravamo già in cammino verso la montagna. Avanzavamo in fila leggermente piegati in avanti per il peso dello zaino e delle armi. Per il momento il percorso era agevole, poca neve imbiancava a grandi chiazze il terreno senza erba gelato e duro. Alti ciuffi secchi facevano da corona agli alberi sparsi qua e là ormai senza foglie e più avanzavamo verso la cima del primo contrafforte si facevano sempre più piccoli. Dopo alcune ore di cammino il terreno si fece piano, ma totalmente coperto di neve che impediva un avanzamento costante. Decidemmo di fermarci un momento per riposarci e per riorganizzare le idee. Solitamente era Red che si occupava di centrare come si doveva procedere, aveva come un sesto senso che lo guidava in tutte le cose che faceva. Non sbagliava una direzione sia che fosse bel tempo o che fosse nuvoloso, inoltre era dotato di una forza eccezionale che a tutti quanti dava sicurezza.  Di complessione massiccia, capelli ricci e basette che scendevano come un cespuglio sul volto. Quel percorso per noi era ben noto, quasi una via fissa per la montagna, soprattutto in quella giornata di sole era piacevole sentire sotto gli scarponi un sentiero che trasmetteva sensazioni familiari. Da quando il cambio climatico si era stabilizzato, erano passati ormai più di tre anni. Il nostro gruppo aveva il compito di controllare periodicamente l’efficienza delle nostre postazioni elettroniche affinché non cessassero di funzionare e di inviare dati al centro elettronico di raccolta. Non era un lavoro difficile una volta appreso il funzionamento dei vari componenti, perché ognuno faceva il proprio lavoro: Red era il capo spedizione, sapeva tutto sulle montagne che dovevamo attraversare, Jeff matematico e fisico, io Jim, climatologo e Marcus che chiamavamo Chico, fotografia e armi. Tutti insieme facevamo un gran bel gruppo che si conosceva da sempre e ognuno di noi non era del tutto estraneo alle specialità degli altri. Solo uno spuntino a base di cioccolata ed alcuni minuti per rilassarci furono sufficienti per riprendere brio. Per Red non era ancora venuto il momento di consultare mappe o estrarre la bussola, il luogo era troppo familiare, si limitò a dire semplicemente, puntando il dito verso nord est: “in giornata, avremo una brutta tormenta che non era stata prevista”. Era difficile capire da dove prendeva quell’informazione e, d’altra parte, noi tre ci guardammo bene dal fare obiezioni, conoscendo le sue capacità insieme alla mutevolezza del tempo da quando si era radicalizzato il mutamento. Qualche dubbio ci venne guardando il cielo completamente sereno se si eccettuava uno sbuffo di nubi proprio nella direzione indicata da Red. Marcus ed io, con gesto automatico, guardammo al cielo in modo circolare. In realtà qualcosa di strano c’era in quel sereno totale che ci avvolgeva, forse non aveva il scintillio del diamante, come di solito, ma sembrava leggermente ombreggiato, a tratti. Probabilmente una sensazione che forse ci portò a fare una smorfia impercettibile di sorriso. Lui la notò e, aggiustandosi lo zaino per la ripartenza, disse senza guardarci: “tempesta magnetica, lo vedremo meglio più avanti.” Continuammo ad un buon passo perché ci abituammo facilmente alla neve secca e simile a polvere che sosteneva bene il nostro peso. Il fatto è che Red ci aveva azzeccato anche questa volta, il piccolo sbuffo di nubi lontane si era trasformato, col passare delle ore ed aveva l’aspetto come di una cascata rovesciata e cresceva continuamente in alto verso il cielo profondo ed assumeva un colore di ghiaccio frastagliato. Cominciammo a preoccuparci perché ci sembrava che anche Red lo fosse, difatti, con tono perentorio promise: “dobbiamo arrivare a tutti i costi per tempo a quella zona che anticamente chiamavano La fattoria dei Mulattieri.” Confermammo tutti la proposta e Chico aggiunse: “temo pure che dovremo organizzarci a cercare della legna per il freddo e per proteggere la fattoria, sperando che sia rimasta in condizioni decenti.”
    Continuammo il cammino con una preoccupazione in più, le nubi avevano coperto rapidamente il sole e i pochi squarci di sereno ancora visibili, sembravano lontanissimi, come dei grossi e profondi buchi le cui pareti erano fatte di nubi turbolenti, in continuo cambiamento.
    Ormai erano dieci anni che la nostra piccola comunità si dedicava quasi totalmente all’analisi delle condizioni climatiche, dovuto ad un cambio planetario ormai riconosciuto da tutta la comunità scientifica e, finalmente, anche dai politici, non facendo altro che confermare la loro pochezza.  Quindi non si trattava più di polemizzare, il cambio climatico era diventato visibile a tutti. Gli scenari preconizzati in passato, quasi tutti si erano avverati: aumento del livello degli oceani con conseguente inondazione di molte zone rivierasche, deviazione delle grandi correnti oceaniche, nonché le grandi migrazione di uomini e animali verso le zone tropicali della terra che si stavano trasformando in temperate. La nostra comunità decise di rimanere, perché per qualche stranezza, non fu toccata in modo decisivo dal freddo polare. Noi vivevamo nella parte inferiore di una lunga striscia di terra che, per svariate centinaia di chilometri aveva ancora un clima accettabile e, noi quattro, eravamo a capo del piccolo gruppo che cercava di capirne i motivi e per quanto possibile, tentava di preservarla.
     
     
    X – Politici Locali – Mi accingo a parlare di un argomento che, in genere, è minato, non perché si accenni a fatti gravi o si parli d’intrighi o imbrogli. D’altra parte se nessuno si è mai lamentato e se non ci sono state indagini da parte dell’autorità competente, vuol dire che tutto è risultato apposto. Non si parla apertamente dei politici locali, è mia opinione, perché spesso sono persone tanto insipide che non ne vale la pena, oppure perché la realtà locale interessa a così poche persone che non fa notizia oppure, ancora, perché è offuscata dalla politica nazionale, dove in campo ci sono molti interessi, per chi la racconta e per l’oggetto dell’analisi.
    Un solo piccolo accenno agli interessi in gioco: ovviamente i politici stessi, per la loro statura, per la loro competenza, per la loro idiozia, di pochi, i giornalisti della carta stampata, della TV, della radio, d’internet, e poi ancora i comici, di tutti i tipi, gli anchor man. Forse mi dimentico qualche categoria, ma considerando anche solo questi c’è un bel giro d’affari, intendo milioni di euro.
    Non si può nemmeno usare un minimo di paragone con le potenzialità locali di fare soldi.
    Dalla scomparsa dalla scena dei partiti tradizionali, la politica fu lasciata in mano a gruppi di persone e il collante qual era? Risposta semplice, il denaro. O, se devo essere corretto, mi limiterò a dire che è così per una gran parte, perché ci sono pure quelli che si muovono per interessi generali, quelli che dicono di agire per il popolo, ma la mia opinione e l’esperienza di questi ultimi anni mi fanno pensare agli euro.
    Mi direte, ma anche tu sei stato un politico locale, quindi ….
    Erano altri tempi, gli anni ’70. Solo il pensiero mi schifa ad andare a ricordare di quell’epoca. Se volete, fatelo voi, per i sessantenni, e per gli altri che se lo facciano raccontare, se ne hanno voglia.
    Io e alcuni amici, a quel tempo, eravamo considerati stupidi e inetti per la politica locale. Servivamo solo a dare una parvenza di verginità a quelli che agivano sul serio. Servivamo in consiglio comunale, se ne facevano molti di più di adesso, e nelle piazze, per contrastare i comunisti o i socialisti. Quante pacche sulle spalle abbiamo ricevuto, ma dietro quel gesto, poi ho scoperto quanto astio esisteva. Complimenti ricevuti non solo da politici veri ma anche da molti loro seguaci, sempre con un sorriso smagliante di presa in giro.
    La colpa, se si vuol ricercare, è solo nostra per non aver capito niente di quel tempo.
    Il paese è cresciuto enormemente, in barba ai nostri discorsi e alla nostra presenza. Noi non capimmo subito le resistenze alla redazione di un Piano Regolatore Generale[1] e nemmeno perché non facessero effetto le sue bocciature da parte della Regione. Non capimmo neppure della forza delle amicizie fra ricchi e dell’amicizia di certe famiglie. Non ci rendevamo conto nemmeno dei pranzi e meno che meno delle feste che organizzavamo noi.
    Eravamo degli alieni, ma di quelli buoni e stupidi, secondo un certo modo di dire.
    Dopo molti anni ci rendemmo conto che l’arma segreta era il PdC[2]. Il nostro paese, oggi, è il doppio di allora e a quel tempo tutto era determinato da un sì o da un no. Il PdC lo diceva e in seguito, quando vennero i condoni a regolarizzare tutte le illegalità commesse, la gente tornava nello stesso posto (leggasi professionista) a cercare il progetto che spesso non c’era, ma sempre saltava fuori la bozza, non importava se fosse precisa, l’importante era che ci fosse e c’era sempre. (Da lì si poteva partire per il disegno del condono). Così tutti in pace e con tante grazie, ma tante grazie.
    Non mi si dica che vaneggio e che mi sono fumato qualche canna. Ancora oggi si vedono molti risultati delle scelte di allora.
    Colpa nostra, siamo stati a guardare?
    O perché la partita non potevamo vincerla?
    XI - Piove – U cioeve - “Possibile che tutti gli scemi vengano intorno a me!”
    Una delle sue frasi più celebri, detta in stretto genovese casarzese con faccia da incazzatura e giravolta in avanti con svolazzo del suo cappotto di un colore grigio-verde-marrone-giallo, per allontanarsi da chi lo importunava e cioè: u nano e u mutu[3]. Un vero grande.
    Mi è venuto in mente Baiciu, perché la sua immagine disegnata, in quel bel murales sull’alto muro alla fine della discesa del piazzale della chiesa, ahimè sta scomparendo, come la sua memoria credo. Ho sentito gioia e pena allo stesso tempo pensando a quell’omaccione-bambino, come quando si soffre la mancanza di qualcuno e si ha la sensazione che quel tempo sia scomparso per sempre.
    Senza dubbio è stato uno dei più simpatici e più amati abitanti del nostro paese. Credo che nessuno avrebbe protestato se si fosse trovato il modo di ricordarlo in modo permanente. Non voglio influire su niente, ma mi domando: “Perché alcune zone del nostro paese sono intitolate a dei politici insulsi e ignoti? Senza parlare degli eroi!!!!!!”
    La giornata era brumosa, carica di una nebbiolina fina che avvolgeva ogni cosa e pareva di essere immersi nella bambagia. I crinali di Novano, del Bracco sopra Valle Scura si vedevano come attraverso una cortina di colore bianco e grigio, mentre l’alta collina di San Rocco appariva appena nel profilo, in lontananza. A est i paesi di Massasco e Castiglione erano avvolti dalla nebbia che li rendeva lontani. Pure Case Nuove che distava dal centro poche centinaia di metri, solo separata dall’alveo del torrente Petronio, appariva grigiastra per l’umidità squarciata dalla colonna bianca di qualche camino fumante. Centro e Case Nuove, che io ricordi, sono sempre state unite dal vecchio ponte, ma ancor di più si sentivano vicine per un grido o un avviso a tutti noto: “Pioveeeee. (U cioeveeeee)!” 
    Si udiva appena, in lontananza, e rallegrava il cuore. Dopo alcuni minuti di silenzio, il grido si faceva più nitido, si avvicinava. “Pioveeeeee (U cioeveeeeeee). Ormai sperimentato molte volte, il grido giungeva alle orecchie da una buona distanza, come un avviso di allerta. Tutti quelli che lo udivano avevano un moto di allegria, un sorriso e, se si stava in compagnia, c’era sempre qualcuno che diceva con piacere: “Eccolo che arriva!”
    Quindi compariva una figura nera che lentamente si materializzava sul ponte vecchio e ancora, stavolta distintamente: “Pioveeeee. (U cioeveeeee)!” 
    Avanzava con il suo passo ondeggiante, con le spalle curve, muovendo la testa a destra e a sinistra, sempre coperta da un berretto, posso dire di non averlo mai visto con la testa scoperta. Ecco U Baiciu!
    Il volto inconfondibile marcato da un nasone ricurvo, gli occhi piccoli e innocenti, quando era serio, la sua bocca era a forma di fessura ricurva che rilasciava con cautela, quando rideva, mostrando i radi denti. In quel momento gli occhi si stringevano ancora di più e gli si formavano caratteristiche e abbondanti rughe fino alle tempie.
    Dal suo volto si capiva che era un minorato, però, a mio ricordo, nessuno l’ha mai disprezzato per questo. Era rispettato. Naturalmente con lui non era possibile una conversazione “normale”, spesso era lui che decideva di iniziarla e allora la sua simpatia si scatenava.
    “Non mi sembri troppo furbo”, “No ti mae paegi guei furbu” se voleva togliersi d’impiccio con qualcuno o anche se conosceva qualcuno per la prima volta. Era la sua presentazione.
    “Mi piace la moglie di Flavio”, “A me piaexe a mouxé du Flaviu”.
    Era abbastanza servizievole se otteneva qualcosa in contraccambio. Un bicchiere di spuma era la sua bibita abituale, a volte non disdegnava un bicchiere di vino, però non si è mai visto ubriaco.
    A volte non era piacevole stare vicino a lui, perché sputacchiava, si metteva spesso le dita in bocca e aveva una specie di tosse nervosa, piuttosto fastidiosa. Forse effetti del suo male, ma tutto era compensato dalla sua simpatia fino al punto che era in grado di infondere allegria.
    Un’altra delle sue frasi più efficaci era: “Ah, io non lavoro! Se ci fossi tu mi faresti lavorare?”. Forse si riferiva ai suoi fratelli che in qualche caso lo obbligavano a fare qualcosa nei campi.
    “Ah, mi nou lou! Se ti ghe fissi ti, ti me faiexi louae?
    C’era anche qualcuno che giocava con lui, probabilmente agendo su una debolezza che sentiva dentro e che mai aveva esternato, le donne. A volte succedeva, che una che lo conosceva bene, fingendo di chiedere aiuto a un’altra, quando si avvicinava, gli gridava, tentando, per finta, di prenderlo: “Dai vieni che gli tiriamo giù le braghe!” La sua reazione, di chi capiva lo scherzo, secondo me, era di fuggire, senza allontanarsi troppo, e ridere di gusto. “Dai vegni che ghe tiemou xu ae braghae!”.
    Era un paese che poteva permettersi un uomo simile. Non ho mai saputo cosa gli fosse successo, ma correva voce che si fosse ammalato da bambino e che fosse rimasto così, un bambino cresciuto in un corpo di uomo. Sì, il paese se lo poteva permettere. Era una persona indifesa e nessuno mai gli fece del male. Oggi uno così sarebbe finito in una casa di cura, vanno di moda, e probabilmente avrebbe fatto una fine prematura, senza diventare il simbolo dell’allegria e della libertà per un paese intero, senza che né lui, né quelli che lo incontrassero lo sapessero.
     
     
    XII – Il Bar – Quando esisteva – “Ciao, esco, vado alla Ruota”. “Dove ci vediamo?” “C’incontriamo dalla Ruota”. “Stasera sul tardi mangiamo qualcosa alla Ruota”. “Ci facciamo una Marianna dalla Ruota?” “Andiamo a fare una partita a biliardo alla Ruota?”.
    La Ruota, un vero punto di riferimento per tutto il paese. Era sempre piena di gente. Che il paese sia cambiato così tanto da quegli anni? Temo di sì e il passato è sempre irripetibile, possiamo perderci nella nostalgia o nel risentimento per gli anni trascorsi, perché una parte di gioventù se n’è andata, per alcuni, ma non torna più. Chi ne fosse capace potrebbe fare delle analisi retrospettive e paragonarle con la vita di oggi. Il bar esiste ancora, nello stesso punto e con lo stesso nome. A me, in questo caso, non interessano per niente le analisi sociologiche, mi annoiano. Io cerco il ricordo di persone vive che, nel bene o nel male, hanno lasciato un segno per cui valga la pena di passare un po’ di tempo per farne memoria. Sono anche convinto che certi abbiano lasciato una traccia da conservare. Non è possibile che le persone spariscano nel nulla come la polvere o come un fiato che si perde nell’aria. Spesso utilizziamo dei sistemi, in vigore da sempre, per ricordare le persone che non ci sono più: le fotografie, il cimitero, i monumenti, i quadri, in certi casi i libri e moltissimi altri modi. Perché la vita è così costellata d’incontri e, a volte, è così irreale che non riusciamo a capacitarci che certe persone siano sparite nel nulla. Capita di accorgerci delle presenze passate, perché ci sembra di rivedere quelle persone, nei gesti, negli sguardi o negli atteggiamenti dei figli o dei nipoti.
    Qui il tema si farebbe molto lungo e ci porterebbe su un cammino profondo, dove le mie capacità non arrivano. Io voglio solo fare il cronista di quegli anni, cercando di raccontare quello che mi ha colpito e far emergere alcuni caratteri che sono stati, involontariamente, compagni della mia gioventù.
    Anche alla Ruota valeva la regola dei fuori classe, perché il mucchio era lì per seguire e magari per divertirsi. Forse era un anticipo di quello che poi sarebbe diventata la piazza (Agorà). Era uno di quei luoghi, nei quali poteva succedere di tutto se si devono seguire i racconti che si sono sentiti negli anni successivi.
    Secondo me, un posto d’onore va assegnato ad Aldo, proprietario e motore principale dell’azienda, senza di lui sarebbe stata un’altra cosa. Per ciò che riguarda i vari settori dell’ambiente, eviterò di fare nomi, affinché non sia mai che qualcuno si offenda.
    Reparto carte. C’erano momenti e con la presenza di alcuni fuori classe che, durante il gioco, sembrava che si scannassero: “Ignorante, non lo vedi il due in tavola, sarebbe stata scopa incancellabile”, con un tono di voce che sembrava si trattasse di vita o di morte: “Ignourante, nou ti ou vei ou dui in toa, a saiae stae scoupa Incancelabile”.
    Poi, a fine partita, tutti e quattro i giocatori, si ritrovavano soddisfatti, presso il banco del bar, a bere quello che avevano scommesso, magari un caffè.
    “Vieni che ci facciamo una partita bec a bec” (becco a becco, cioè a testa a testa) e l’altro risponde: “Vattene via, a me becco non lo dici”.
    Ma il più grande era un certo F., seduto sempre un po’ in disparte, non per snobismo, a lui piaceva la mischia. 
    Una notte, discussione plenaria sulla presenza o no delle tigri in Africa, urla, ipotesi, affermazioni, ma non c’era niente di definitivo. Per tentare di rompere l’impasse, qualcuno avanza l’idea: “Telefoniamo all’ufficio informazioni”. Poi la soluzione, azione di disturbo cambiando tema, un altro fuori classe si avvicina a F. e gli chiede: “I ghe sun i leouin in Brasile?” Risposta immediata: “Ghe pin couxì.” Confermato dal gesto della congiunzione delle cinque dita di ogni mano, per rafforzare la risposta. E l’altro ancora, preso di sprovvista: “E coxe i mangiou?” F. chiude definitivamente il discorso: “Ti ghé presente quele parme picin-ne. Coun ina zampae i e rompou in dui e i se souxou ou miullu”.
    Trad. “Ci sono i leoni in Brasile?” “È pieno di leoni” “Cosa mangiano?”  “Hai presente le piccole palme? Con una zampata le tagliano a metà e succhiano il midollo”. Si potrebbe scriverne un libretto di frasi simili.
    Ma forse, la frase più celebre di F., potrebbe essere questa, si parlava di viaggi in posti lontani e esotici: “Mi in ota ou vistou di fiae tantou lunghi che da ina parte i deiou ou sourfatu e dal’atra i vendegneiou.” Trad.: “Una volta ho visto dei filari d’uva, tanto lunghi che, da un lato, spruzzavano il solfato e dall’altro già vendemmiavano.”
    Bisogna anche dire che l’azienda, la Ruota aveva dato lavoro a uno spostato che senza quel lavoro e poco altro avrebbe fatto una brutta fine. Parlo del “Muto” in genovese noto per: “U mutu”. In realtà era sordomuto, ma aveva studiato in carcere tanto da riuscire a esprimersi discretamente. Rimase dietro le sbarre credo otto anni, perché accusato di aver ucciso suo fratello. Non era vero, molti sapevano chi fosse il vero assassino, ma la prigione se la beccò lui. La Ruota lo utilizzava per piccoli lavori, pulizie e lavoretti del genere. Scelta azzeccata perché convertirono un balordo in una persona che poteva stare in mezzo alla gente, passabilmente. Non la azzeccarono quando gli affidarono il controllo dei parcheggi di fronte ad una sala da ballo, altra attività dell’azienda. Figurarsi un sordomuto che organizza i parcheggi di gente infoiata che vuole andare a ballare! In ogni caso non successe mai niente di grave. Si dice: “Dio aiuta gli audaci” e così andò.
    “U Mutu”, tra le altre, aveva una fissazione che si può dire di famiglia. Suo fratello il grande “Mario”, quello ucciso, aveva la ossessione di essere un agente dell’FBI e l’altro di un carabiniere o un poliziotto, con tanto di cartellino di identificazione fasullo e una gran pistola automatica anch’essa fasulla.
    Un giorno nel bar, forse molestato da qualcuno, magari passando, gli toccarono l’orecchio, grande offesa nel linguaggio popolare dei segni, voleva significare “finocchio”, pertanto furioso senza riuscire a capire chi fosse stato, si mise in posizione come fanno gli attori al cinema; gambe divaricate, la pistola impugnata con due mani e tenuta sollevata all’altezza dello sterno alla ricerca del molestatore. C’era un poveraccio che sonnecchiava su una sedia con la testa appoggiata a un braccio, fatto è che per lui era un sospetto, gli sparò due colpi che fecero un rumore dell’altro mondo. Questi si alzo di soprassalto e, comprendendo al volo l’accaduto, gli dette uno schiaffo che fece tanto rumore quasi come la sua pistola. “U Mutu” umiliato nel profondo, piagnucolando andò, a piccoli passi trascinati, a lamentarsi con Aldo. La Ruota era veramente un punto di riferimento ma non si deve pensare che fosse frequentata solo da gente buona, compassionevole, simpatica o gentile e divertente, era come dover attraversare la giungla, si doveva vivere spesso sul chi va là.
    Era abitata anche da un sacco di fanfaroni, di ubriaconi e di violenti. Insomma bisognava fare proprio il motto del nostro F.: “U tempou ou l’hé sempre boun, l’hé a gente c’ha l’hé grama!” Ed è verissimo, lo era di più in quell’ambiente: “Il tempo è sempre buono, è la gente che è cattiva!”.
    Era d’estate, nell’ora in cui la gente di paese aveva terminato di mangiare, suppongo verso le due. Il caldo era mitigato dall’ombra della terrazza del bar e, magari con l’aiuto di qualche rinfresco, una bibita, un gelato o un caffè e dalla cautela di avere i movimenti rallentati. Ricordo che il juke box suonava “Piccolo grande uomo” di Mia Martini. Tutto calmo e tranquillo con il frinire delle cicale in lontananza.
     A un certo punto sorge una discussione sul calcio, niente di speciale, però poco a poco le voci si alzano di tono. Facendo più attenzione, compresi che non si trattava del calcio con la C maiuscola, che era in vacanza, ma del calcio riferito ai tornei notturni che per alcuni anni furono il vanto del paese. I tornei, sui quali si scatenò la discussione, erano già una degenerazione rispetto ai primi, quelli che rimasero nel ricordo degli appassionati.  A questi ultimi vi partecipavano squadre raffazzonate di gente che il pallone lo aveva visto solo in TV, quindi per loro il gioco era come l’arabo. Vidi che stavano discutendo con un amico seduto, uno che non si lascia intimorire facilmente, l’altro che gridava era in piedi e gesticolava. Non voleva sentire ragione di quello che gli era risposto, fatto è che una parola tira l’altra e la discussione s’incattivì, tanto che giunsero ad alzare le mani, niente di troppo grave, qualche spintone, forse qualche schiaffo. Dopo poco la discussione stava rientrando in canoni più urbani, se vogliamo dirlo così. A questo punto giunge presso il bar un tipo in pantaloncini corti, con il petto nudo in bella mostra e che non aveva sentito una sola parola della discussione, ma vide del movimento e per dimostrare la sua valentia, non la sua capacità di paciere.  Disse al cattivo a mo' di sfida: "Ti metti con i più piccoli, provaci un po' con me?" Questi si girò verso quello dal petto in fuori e senza dire una parola, gli tirò, a braccio aperto, un destro che andò a colpirlo perfettamente sulla mascella sinistra. Knock down immediato, quello dal fisico si afflosciò a terra come un sacco di patate e l’altro, il cattivo veramente, mentre questi cadeva gli tirò un calcio in direzione della faccia, che se lo avesse preso, sarebbe andato all’ospedale. Infine quello dal fisico strisciò verso una sedia e non si mosse per mezz’ora con lo sguardo perso nel vuoto.  Quando il bullo si riprese, dopo un'ora abbondante, come un agnello si riconciliò con il cattivo con una bevuta al bar.
    Però non mi sento di terminare questo breve racconto senza citare gli snob, cioè di certuni che frequentavano il bar e lo odiavano, non sopportavano la gente che lo frequentava, non alcuni ma tutti. Ricordo di uno che faceva le sue apparizioni quando era già buio d’estate. Consumava pochissimo e non si confondeva con la clientela, si sedeva fuori, al fresco della notte e aspettava qualcuno, come me, cui elargire gratis la sua sapienza e saggezza.
    Era uno che sicuramente guadagnava bene con l’aiuto dell’attività della moglie e quindi si sentiva soddisfatto, pieno di sé e sicuro di avere la ricetta della lunga e serena vita. La frase che mi colpì di più tra le tante sentenze era: “Vedi, qui nel paese c’è gente, che per il fatto di avere centomila euro sul conto corrente, si credono dei Berlusconi!”. Il primo era lui, mi dissi, perché lui aveva avuto successo e disprezzava quelli che non lo meritavano, secondo il suo giudizio non criticabile. Anche a quel tempo si giudicavano le attitudini delle persone, secondo le dimensioni del portafoglio. Lui lo dichiarava apertamente come se fosse una massima vitale. Io non lo conoscevo molto bene, ma avrà pensato che fossi bisognoso delle sue indicazioni. Quando doveva elargirmi qualche motto fondamentale, si torceva sulla sedia verso di me e, quasi mi sussurrava all’orecchio. Per parte mia mi limitavo ad assentire senza troppo interesse. La sua presenza non era importante, entrambi eravamo un incontro casuale per l’uno e per l’altro, la conversazione era secondaria. Quello che contava era, da parte sua, poter manifestare l’odio nei confronti della gente e l’amore per i soldi. Anche questo era la Ruota.
    XIII – Hotel Anni Sessanta - Una lunga fila di auto scoperte quasi bloccate da una folla festante e urlante sotto il sole di luglio, sulla passeggiata a mare di Sestri, sancivano l’arrivo del canta giro e dei cantanti, quelli alle prime armi e quelli già degli idoli, che mandarono in tilt il traffico della cittadina.
    In piazza Santa Maria di Nazareth su un’auto bianca decapottabile, forse un’alfa romeo, questa sì, bloccata dalla folla, c’era Rita Pavone, poi diventata un’icona dell’epoca, che distribuiva autografi. Lei una ragazzina filiforme con i pantaloni lunghi di colore verde chiaro e una maglietta avorio con motivo floreale, i capelli rossi e un viso dolce pieno di efelidi. Sembrava una piccola dea, ammirata e acclamata da tutti. Ricordo uno, vivo ancora oggi, uomo di successo e imbecille come allora, che si fece scrivere l’autografo sulla pancia abbronzata. Grande festa per tutti, forse di più per gli organizzatori, ma si tratta di un particolare irrilevante. Eravamo negli anni sessanta quando impazzava il boom economico e il canta giro ne era un riverbero. Mi viene in mente che forse gli effetti magici di quel boom, erano effettivi a seconda della parte in cui uno aveva avuto la fortuna di vivere, per me furono anni di lavoro. Credo che il mondo cominciò a rovesciarsi a partire da quel tempo di vacche grasse, per molti. Penso anche che fosse da quel periodo che furono messe le basi per il forte indebitamento dello stato e dei grandi comuni, giunto al culmine negli anni settanta. Anche allora ben pochi politici erano all’altezza del compito e probabilmente molto pochi, temo, avessero letto la bellissima storia del Genesi, Giuseppe e i suoi Fratelli, in cui, tra l’altro, si racconta il sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre del Faraone. Ma forse mi lascio trasportare da alcuni ricordi negativi degli Anni d’oro o Anni cupi, poco importa. Fu un tempo che passò con la velocità di un lampo.
    Delle novità di quegli anni, non ricordo quasi nulla, mi sembrava che il mondo e tutto quello che mi stava attorno fosse per gli adulti e, di tutto ciò che succedeva, la scuola, gli incontri, i compagni, mi erano estranei. Non percepivo niente che potesse portarli a me. Ricordo solo che cominciarono alcune mie letture di testi di cui non capivo nulla, ma non per questo desistevo dal continuare. Ero preso da una noia profonda della realtà che vivevo, l’unico rifugio era il sogno. Ma come succede in tutti i sogni, alla fine, ci si sveglia e il ballo continua.
    Quell’anno fui mandato a lavorare durante l’estate, lo feci per tre stagioni di seguito e solo di quello conservo ricordi, dentro a quegli anni. Timido e educato m’inserii senza difficoltà nel lavoro di ragazzo di portineria di hotel, cioè incaricato di tutto e di niente. Poteva succedere di stare delle ore in piedi come una statua, anche se i movimenti erano permessi, capitava di fare piccole commissioni all’interno dell’hotel, disposto su tre Castelli, una piscina e un parco enorme con molti visitatori, non mancava un ascensore alto almeno ottanta metri o così mi sembrava allora. Con un po’ di esperienza acquisita capitava che ci incaricassero di uscire in città a ritirare la posta o ad andare in pasticceria a ritirare le brioches ancora calde e quando si era di turno fino a mezzanotte, c’era la possibilità di portare acqua minerale, in camera, ai clienti che lo chiedevano. Il massimo era quando si poteva rispondere al centralino e passare le chiamate. Un piccolo centralino come nei film, un quadro nero incastrato in una specie di scatola di legno marrone con tanti buchi quante erano le camere dei clienti più quelli dei vari reparti operativi, con davanti un piano ricco di alcune leve colorate che consentivano di rispondere, di mettere in attesa o di passare la comunicazione inserendo una specie di grande jack collegato a un cavo e, ovviamente la ghiera per marcare i numeri. Capitava spesso che ci fossero chiamate entranti o uscenti, ma soprattutto interne, concomitanti, era piacevole vedere i cavi colorati incrociati sul centralino nero. Qualche problema sorgeva quando chiamava qualcuno che parlava straniero, ma con il tempo avevo imparato a dire che aspettassero un momento e passavo la comunicazione al capo concierge, era sempre presente, ed era poliglotta. Una menzione la merita anche il portiere di notte, stupenda definizione per un lavoro insulso, se non fosse per le evocazioni del film di L.C. Bello grazie solo alla stupenda Charlotte Rampling che seppe interpretare una storia scadente, dandole brio per la sua bellezza e la sua forza erotica.
    Tornando al nostro portiere vestito completamente di nero e con le chiavi dorate nel bavero, aveva un compito modesto con la clientela, di gran classe, per quel tempo che durava fino a mezzanotte, dopo quell’ora l’hotel si chiudeva al sonno ristoratore. Noi ragazzi della consiergerie a volte rimanevamo oltre l’orario, per non perderci le gesta del nostro capo di notte o per aspettare l'ingresso di qualche cliente stravagante. Il portiere nostro non era molto ferrato nelle lingue, anzi era una schiappa, ma le probabilità che gli chiedessero qualcosa gli stranieri, erano abbastanza scarse, a lui rimaneva poco sforzo come: “Good night ma’am o good night sir.” Il francese era abbastanza semplice, un po’ più complesso il tedesco e, quando capitava, biascicava qualcosa di simile a: “Gute Nacht”. Ma si trattava di un bravo tipo, quasi un collega e di compagnia. Che io ricordi, però la sua migliore performance, fu quando una notte rientrò abbastanza tardi una cliente di lingua inglese, piuttosto carina, e lui era sensibile al fascino femminile. Questa con un dolce sorriso, subito ricambiato, si avvicinò al bancone della reception e gli chiese, più o meno: “Please, have you any magazine?” e lui servizievole saltò fuori da dietro il bancone, contraendo fortemente:” Yes ma'am” le indicò con il braccio di seguirlo che la avrebbe senz’altro accompagnata nel magazzino o nel nostro ripostiglio. Non vi dico l’ilarità che ci prese a tutti quanti dopo che la cliente se ne andò in camera sua prendendo una rivista qualsiasi dai tavolini della hall.
    Era molto spiritoso non gli importavano le prese in giro ed era proprio questo carattere che, a noi ragazzi, piaceva tanto.
    Un enorme piazzale si stendeva davanti all’hotel, lungo almeno centocinquanta metri fatto di asfalto rossiccio, era dedicato, per una piccola parte, a parcheggio per le auto, dei clienti che, spesso sfoggiavano delle fuori serie. Dalla MG alla Mustang. Il mio mezzo di locomozione lo lasciavo fuori del grande portone di legno, per pudore, un Benelli 50cc nuovo di zecca.
    Nell’hotel m’incontrai nuovamente con alcuni cantanti che partecipavano al canta giro, ricordo G. Morandi, giovanissimo con le sue mani enormi e la sua camminata di ragazzo inquieto, Tony Dallara, un tipo molto simpatico e alla mano che veniva spesso presso di noi a raccontare barzellette, Rita Pavone che rimase in hotel più di un mese, accompagnata da Teddy Reno e, seguita come un'ombra, da sua mamma. Erano persone totalmente diverse da come si vedevano in TV. La televisione creava idoli e personaggi irreali, invece vicino a noi erano persone normalissime. Rita Pavone provava tutti i giorni, lungamente in una camera chiusa e quando poteva, si sfogava scorrazzando sul piazzale, avanti e indietro, con un Maggiolino Volkswagen. Era piacevole vedere certi famosi per poterlo raccontare, ma dopo qualche giorno, ci avevamo fatto l’abitudine e la loro attrattiva scemava d’importanza. Così pure, dopo un po’ di tempo, diminuivano d’importanza le notizie sui clienti famosi, l'unico vantaggio era il ricambio. Il magnate della seta del nord Lombardia, il proprietario di una famosa casa farmaceutica, il titolare di una grande impresa del Nord che era il più antipatico di tutti, un commerciante di diamanti con il nome ebreo, ovviamente, uno scultore famoso e tanti altri che tra loro in comune avevano la ricchezza o almeno così ci dicevano. Noi e tutti i dipendenti eravamo i cavalli da soma e loro gli eletti, i cavalieri. Quel piccolo mondo era diviso così. Non c’era possibilità di interagire se non attraverso frasi e atteggiamenti di sottomissione nei loro confronti che sembrava gradissero molto, d’altra parte avevano una gran forza dalla loro, le mance. Naturalmente, com’è sempre successo, a noi ragazzi arrivavano le briciole, ma non ci lamentavamo, sarebbe stato inutile.
    In quel minuscolo mondo di ricchi non si entrava, se non attraverso i saluti, o per la loro presenza fugace nella nostra zona d’influenza, oppure per la scia aromatica che lasciavano quelli che fumavano. Eravamo diventati esperti nel riconoscere i clienti secondo l’odore delle sigarette: Senior Service, l’inglese con i capelli a ricci e la faccia rossiccia, Lucky Strike, l’industriale di parma, la pipa, lo scultore tedesco, Nazionali Esportazione, il facchino del primo piano. C’erano anche i profumi, le essenze, per donne e uomini, ma non eravamo ferrati nel campo. Un altro aspetto che mi colpì molto dell'hotel, per capire quel mondo effimero e spesso di persone annoiate e, in molti casi brontolone, era che c’erano più servitori che numero di camere. Quando lo potei verificare fu un particolare che mi sconvolse. Inoltre già in quegli anni per tutti i dipendenti funzionava una mensa di qualità, ubicata in una terrazza con vista sulla Baia del Silenzio. Un fatto stupefacente, per l'epoca.
    I clienti, anche loro si cibavano, su una terrazza a loro riservata, di fronte al panorama della Baia in tutta la sua estensione, fino a Portofino. Ogni tavolo era servito da un cameriere professionale e da almeno due commis, aiutanti cameriere che in genere venivano dalle scuole alberghiere del Veneto e del Trentino, con la supervisione del Maître che si distingueva dagli altri anche nell’abbigliamento e, salvo complicazioni, si occupava soprattutto dei vini. In quegli anni l’hotel oltre ad una cucina d’eccellenza con chef importante e saucier, disponeva anche di una pasticceria con relativo chef. Era un piccolo mondo, credo, anche artificiale per quel tipo di clienti. A me sembrava una vita noiosa e, di più, non ho mai saputo dove quella gente avesse potuto passare il tempo con soddisfazione, perché il Tigullio, oltre che il mare e dei ristoranti, ha sempre offerto poco al turista. Erano molto più interessanti le facce di alcuni dipendenti che non tutta quella gente abbronzata e profumata.
    Il lavapiatti che, nonostante l’età avanzata, non aveva perso il suo accento della Ciociaria e con il volto sempre più stanco, ogni volta che terminava il lavoro. Un ascensorista di oltre settant’anni, cioè uno che faceva il lavoro di noi ragazzini, perché rovinato dalla moglie, così raccontava. Un uomo sempre ben curato nell’aspetto e nelle mani in particolare, sicuramente si rasava tutti i giorni, ricordo un suo tic, ogni tanto si fregava l’indice e il pollice di entrambe le mani, magari per comprovare il tono della pelle.
    La responsabile della dispensa, cioè colei che si occupava di preparare le colazioni degli ospiti. Una donna, già in età, con i capelli ricci che tutti rispettavano e che faceva correre i commis e camerieri come se dovessero fare una gara. Certamente avevamo un grande concierge, uomo che si presentava con stile e conoscitore della vita dell’hotel, forse più che la proprietaria. Maneggiava molto bene le tre lingue principali europee, e per non entrare troppo nei dettagli, mi piace dire che era molto scaltro. Il suo collega o sostituto, forse, era solo un brav’uomo. Quando doveva parlare straniero, più che parlare chiaramente, farfugliava. Era un buon uomo, anche lui non di primo pelo, a me sembrava già anziano e ricordo piacevolmente che tutti i giorni, dopo il pranzo, chiamava al telefono una donna, sua moglie o la sua compagna e, sempre, la sua telefonava iniziava e terminava con: “Ciao cicci”, per tutto il tempo della conversazione si faceva girare in bocca uno stecchino di plastica, di quelli vuoti all’interno che faceva scrocchiare tra i denti. Alcune delle cameriere ai piani e soprattutto la governante avevano scritto in faccia il loro desiderio di sesso, forse perché rapite da quel mondo di sogno.
    Sì, credo proprio di sì: “La vita è sogno” o forse è anche illusione come quel pezzo di film, brevissimo, una sola scena credo, che girarono sul piazzale dell’hotel, con un attore vero: Jean Claude Brialy.
    Vestito di nero con un lungo foulard bianco al collo, lui doveva correre, verso un’auto spider, una Zagato 1750 Alfa Romeo, entrare al posto di guida e correre via. La realtà della ripresa era diversa, la portiera era già aperta, lui entrava al suo posto con una certa tranquillità e l’accelerazione gliela dava un carro attrezzi al quale, l’auto sportiva era attaccata con una forte barra di ferro. Un’illusione.
    XIV – Guerra – Resistenza – Non meglio che dai film si è potuta vedere l’esaltazione della guerra a fini di propaganda, in molti casi, così come la creazione di eroi coraggiosi e sprezzanti del pericolo, magari in nome della bandiera del proprio paese o in nome della difesa di un principio che ci fecero pensare all’esistenza reale di tali personaggi. Poi col tempo, i cineasti o i produttori si resero conto dell’errore e in certi casi analizzarono gli eventi bellici con maggiore realismo, mettendo in campo mutilazioni, morte, pazzia, dolore, odio, razzismo e cattiveria. Oggi invece, alcune delle guerre, le vediamo in diretta con dovizia di particolari, certe altre non le vediamo per niente, le chiamano guerre dimenticate, ma non per questo, sappiamo ormai che non sono state e non sono meno cruente delle altre. Basti pensare alle guerre d’Africa, ai genocidi perpetrati in certi stati, basti pensare ai bambini soldato. Un vero abominio. Viene voglia di pensare a chi potrà occupare posto nell’inferno. Presidenti, comandanti, generali oppure ci sarà per tutti un’amnistia? O sono io che sto bestemmiando!
    In Italia, è dal 1945 che non vediamo guerre, un vero dono di Dio, ad eccezione di quelle famiglie che hanno visto i loro figli o familiari morire nelle cosiddette missioni di pace all’estero. Anche questo un vero abominio che grida, non al cospetto di Dio, ma degli uomini che non hanno cuore e cervello per trovare e organizzare vere missioni di pace.
    Nell’ultima, seconda guerra mondiale, con una bruttissima espressione, mutuata da giornalisti con la pancia piena, si dice: “L’Italia ha lasciato sul terreno un enorme tributo di vite umane offerte per il salvamento del mondo che saranno ricordate per sempre”. Niente di più falso. L’Italia, entità astratta che definisce un territorio dove vivono persone della stessa lingua, non ha dato nessun tributo. Sono stati i governanti, per noi, Mussolini e Vittorio Emanuele III, che da codardi e presuntuosi quali erano, non hanno saputo far altro che mandare al macello centinaia di migliaia di persone, senza tentare vie alternative, come la Spagna, per esempio.
    Dopo l’invasione capillare, dei tedeschi, del nostro territorio, buona parte dei nostri padri si ribellarono allo status quo. Frotte di giovanissimi andarono a vivere sui monti per opporre resistenza all’invasore e ai nostri conterranei che vi si erano alleati. Nacque la Resistenza. Truppe senza istruzione militare, la maggior parte e, solo più tardi, organizzate da ufficiali che avevano lasciato l’esercito e aiutate logisticamente dagli alleati, soprattutto con lanci aerei di armi e vettovaglie.
    Nella nostra zona, la Resistenza non ebbe grande importanza, anche se ci furono diverse fucilazioni di partigiani e scaramucce tra esercito tedesco-fascista, con relative vendette da una parte e dall’altra. Ma il movimento, tutto insieme, fu molto importante per la cacciata dell’invasore, per mettere al loro posto gli alleati fascisti e per creare le basi di una unità nazionale.
    Questa seconda parte non fu facile, mi riferisco alle nostre zone, perché quando quelli che avevano aderito al fascismo o erano simpatizzanti, con grande senso dell’opportunismo, se ne andarono anche loro in montagna a riempire i gruppi della prima ora. Questa mossa non fu molto gradita dai partigiani storici, definiamoli così, poiché si vissero anni di vendette fisiche e morali, esempio: la preclusione al lavoro. Io non ho vissuto quell’epoca e ho ottenuto solo poche informazioni da chi fu partigiano della prima ora. Ho un solo ricordo posteriore, a quegli avvenimenti, di molti anni. Come citato in un racconto precedente, noi ragazzini solevamo andare a giocare nel Monte (dove scomparve la pineta), un giorno, durante le nostre scorribande, trovammo una pistola a tamburo, perfettamente oliata e con le munizioni. Più tardi, evidentemente il proprietario dell’arma venne nel nostro luogo di giochi, mettendo tutto sotto sopra. La pistola la consegnammo al padre di un amico che la dette ai carabinieri, mandando su tutte le furie il proprietario, ex partigiano, pericoloso e bugiardo, uno che avrebbe ucciso per nulla. Per fortuna, data l’ignoranza, c’era qualcuno, tra i suoi, che riusciva a controllarlo. Questo è un fatto vissuto in prima persona.
    Mi piace ricordare, con grande tristezza, un altro fatto accaduto nel nostro paese, di cui non c’è traccia in quei libri spazzatura che sono stati pubblicati sui partigiani della nostra zona.
    Non ho neppure il dato dell’anno, ma attraverso testimonianze di gente che ha vissuto, l’avvenimento, mi è stato detto che fu ucciso un tedesco, probabilmente da un partigiano, molto noto, che fece da cecchino.  Il militare era un uomo isolato che non avrebbe fatto male a nessuno, perché stava cercando di vedere o di incontrare la sua amante, sfollata in paese. Era un militare che non apparteneva al presidio che comandava la nostra zona, quindi un giovane furbastro che, per amore o per sesso, rischiava una forte punizione da parte del suo comando, per aver abbandonato il proprio presidio. Qualche nostro resistente zelante lo venne a sapere e lo comunicò ad un altro ancora più inquadrato, che volle punire, scientemente e senza motivo strategico, amante e amata.
    I tedeschi, saputo il fatto, non stettero a guardare, bloccarono la strada e minarono un ponte, pronti a far saltare tutto in aria se non fosse emerso il nome dell’assassino. Già molta gente, prevedendo il peggio, aveva abbandonato le loro case, come si faceva in quei momenti. Per fortuna grazie alla mediazione del Parroco e del Podestà in carica, riuscirono a far desistere i Tedeschi da mettere a ferro e fuoco il paese. Il nostro cecchino zelante, che negli anni fu sempre trattato come una specie di eroe, ottenne che mai nessuno parlasse di quell’avvenimento, affinché rimanesse intatta la sua gloria.
    XV – I Tre Alberi – Tempo fa, avevo un lavoro che mi portava al di là degli Appennini genovesi. Quello che si dice, un posto da lupi d’inverno. Il luogo situato in una valle stretta subito a ridosso dei monti che ostruiscono l’accesso di aria calda dal mare e, di più, compressa dall’altro lato da alte colline, in inverno vi si registrano temperature più basse almeno di cinque o sei gradi rispetto a quelle a livello del mare. Tuttavia, durante l’anno, la valle che si snoda come un enorme serpente col suo torrente cristallino, nei momenti di quiete ed impetuoso nei momenti di grande pioggia, ha un aspetto accattivante per uomini e animali. È facile vedere in autunno la presenza dell’airone cinerino che cala sul greto del torrente a caccia di alimento e poi, magari, si fa una pennichella appoggiato su una zampa e con la testa al caldo tra le piume, come gli energici passaggi dei cormorani con quel loro assetto di volo obliquo come un antico aereo da caccia. I gabbiani non sono più una novità ma sono meno invadenti che in altri luoghi. E che dire delle poiane, credo siano loro, che volteggiano in alto a caccia di qualsiasi cosa si muove al di sotto dei loro sguardi. In certe giornate ne ho contate anche otto a pattugliare il cielo a debita distanza l’una dall’altra. Mi è capitato pure di vederle calare in picchiata e scomparire in mezzo al bosco a caccia, oppure di vederle percorrere distanze di chilometri con solo pochi colpi d’ala. Ma che razza di lavoro è il tuo che ti permette queste osservazioni? Poco importa. A quel tempo ancora fumavo e per soddisfare il mio vizio, dovevo spesso scendere al piano terra, perché era proibito all’interno. Quelle mie escursioni, pur brevi erano il disgusto di qualcuno, ma, anche questo, poco importa. Fatto è che dalla porta a vetri si vedeva uno scorcio di valle, per me così interessante che posso affermare che mi dava più soddisfazione quello sguardo sulla valle che la sigaretta che consumavo rapidamente. Il torrente scorreva ad una distanza di cento metri, forse, c’era sempre acqua, anche d’estate. Al di là della strada del fondo valle, immediatamente si inerpicava la collina coperta da un bosco fitto, in primavera e in estate verdissimo e in inverno di un colore, nei giorni senza sole, tra il viola e il marrone dei tronchi della boscaglia fitta che lanciava in alto i rami alla ricerca di luce e, per la loro sottigliezza davano un effetto sfumato molto caratteristico, esaltato dallo sfondo del cielo azzurro o grigio. Era pure frequente, sempre in inverno, vedere il bosco che nella parte dei suoi rami più sottili, in alto sul crinale della collina, si ammantava di un bianco grigio per il ghiaccio, ancora una volta sfumato, ma questa volta dalla nebbiolina che l’avvolgeva. In quei momenti mi veniva sempre alla memoria quella poesia impareggiabile di Carducci, San Martino: 
    1 La nebbia a gl'irti colli
       piovigginando sale,
       e sotto il maestrale
       urla e biancheggia il mar;
    3  Gira su' ceppi accesi
         lo spiedo scoppiettando
         sta il cacciator fischiando
         su l'uscio a rimirar
    2 ma per le vie del borgo
       dal ribollir de' tini
       va l'aspro odor dei vini
       l'anime a rallegrar.
    4  tra le rossastre nubi
        stormi d'uccelli neri,
        com'esuli pensieri,
        nel vespero migrar.
    Non sbagliavo un colpo, l’immagine della collina in inverno mi ricordava quei versi.
    Ma un’altra cosa mi faceva gioire ancor di più, se possibile. Sull’angolo di un terrapieno spostato a destra, dal mio punto di osservazione, si elevavano tre pioppi stupendi per la grandezza del tronco e la loro altezza che, credo raggiungesse i trenta metri.
    Alberi magnifici, selvaggi, elementi vivi di quel paesaggio ancora rustico, ma già destinato a scomparire per la nostra stupidità.
    Quegli alberi avevano fatto nascere in me un pensiero piacevole, mi domandavo spesso: “Ah, se fossi un pittore bravo da poter interpretare e dipingere quello che mi offre lo sguardo! I tronchi avvolti dalla corazza della corteccia screpolata da tanta esposizione agli elementi che, nel tempo, l’hanno flagellata ma che ha saputo sostenersi quasi intatta per proteggere il fluido vitale che l’albero doveva mandare ai rami e alle foglie tutte, per poterle mantenere di quel loro colore verde e argento brillanti. Poter dipingere il loro tremolio a causa della brezza o lo scompiglio da una parte all’altra prodotto dalla tormenta e in primavera fissare l’andirivieni degli uccelli che vi avevano trovato riparo per il loro nido.
    Ricordo di un anno, una delle ultime volte che fece freddo, a causa della neve venne chiusa l’autostrada e quindi dovetti fare la strada dei monti per tornare a casa. Quel pomeriggio si crearono le condizioni climatiche per la formazione della galaverna. Me ne resi conto soltanto quando la vidi che era già notte. È uno spettacolo raro e affascinante, le goccioline che volteggiano nell’aria con la nebbia, si concentrano e ghiacciano, per la bassa temperatura, sull’erba, sui rami degli alberi, su qualsiasi protuberanza o striscia sospesa a contatto con quel vapore formando su di esse una corazza trasparente dalle mille forme. Nascono strutture mai viste prima, bianche o trasparenti o splendenti se colpite dalla luce, come quella dei fari di un’auto, Dove passai io, si chinavano i rami sotto il peso del ghiaccio a formare quasi un tunnel per lasciarmi il passaggio, deliziandomi dei mirabolanti riflessi di luce per i fari delle rare auto in transito. Sentivo la gioia infantile di essere in mezzo ad un mondo di fiaba, in una notte senza confini, senza suoni, mi pareva di essere nella valle delle Delizie.
    Lo scorcio di valle che osservavo tutti i giorni aveva senso per la presenza dei tre alberi, quasi in primo piano, che stabilivano la prospettiva della mia osservazione. Quella porzione di natura ancora selvaggia mi aveva illuso di poterla paragonare ad alcuni caratteri della gente che vive in quei luoghi. Spesso persone rudi, ma a loro modo accoglienti, gente dedita al lavoro e poco all’apparenza. Gente modellata dal clima aspro d’inverno e cocente d’estate.
    Il destino volle che dovetti stare lontano da quella valle per più di quattro anni. Ad un ritorno casuale, i miei pioppi erano scomparsi, tagliati di netto. Perché? Erano un pericolo? In caso di grandi piogge avrebbero potuto scivolare e ostruire il torrente con conseguente allagamento del territorio circostanze? Non lo so, forse è stato un sacrificio necessario, ma ricordo che in prossimità del periodo delle piogge, qualcuno, per incarico delle autorità, tagliò tutti i cespugli e gli alberi che erano cresciuti sulle rive del torrente, ma le parti più grosse non vennero tolte dalla scarpata per parecchie centinaia di metri, rimasero, dove furono tagliate, per tutto il periodo del pericolo alluvioni. Non cadde tanta pioggia quell’anno, ma fosse caduta come l’anno prima, non ci sarebbe stata un’ostruzione certa del torrente? E allora, perché i pioppi?
    Brava gente. E poi pensare che in quella zona ebbi due delle più cocenti delusioni della mia vita. La fine del lavoro, terminata nel modo più brutto pensabile, lasciando rancori tra le persone, e …. l’altra, poco importa!
    -XVI – Innamorarsi – “Ti voglio bene. Sarebbe molto bello se potessimo incontrarci. Io domani mattina sarò nel negozio X in città, alle ore otto.”
    Una lettera anonima che mi recapitarono tramite le poste. Poche righe ma eloquenti e molto intriganti. Adesso sembra che lo dica freddamente, però allora quella letterina mi emozionò molto e mi dette forza sul momento, mi sentivo soddisfatto. Dopo un po’ che la tenni in tasca, cominciarono ad affiorare i dubbi. Ero tanto stupido, a quel tempo, che non avevo la minima idea di chi fosse. Troppo imbevuto di idee moralistiche sulla sessualità, ma anche sul rapporto tra ragazzo e ragazza. Tutto era avvolto da pensieri peccaminosi o meglio avvolto dalla paura di commettere peccato. Al solo pensiero tremavo, non per la paura, perché i miei peccati nascosti erano ben peggiori, ma pensando a quelli tutto il mio essere era in subbuglio.
    Nonostante il timore, il dubbio e la mia timidezza, il maschio che viveva in me non fu sconfitto. Volli andare a vedere chi fosse quella persona che diceva di amarmi. Mi misi in marcia con la mia auto ad un’ora giusta, in modo da non dover aspettare rispetto all’orario convenuto. Ebbi la fortuna di parcheggiare vicino al negozio e appena scesi dall’auto, lei apparve in tutto il suo splendore giovanile di innamorata, forse anche lei era in ansia per l’attesa. Mi disse: “Ciao, come mai da queste parti?” Ed io, invece di prenderla per la mano ed accompagnarla alla macchina e spiegarmi dopo, le dissi: “Ciao, sono qui per caso.” Ed entrai nel negozio, rovinando completamente l’incontro. Potrei dire che non mi piaceva, come lo disse la volpe dell’uva che non poteva cogliere, ma non era così. Ero talmente emozionato che realmente non seppi cosa dire. Ora lei è una bellissima donna sicura di sé.
    Dopo molti anni di avventure e disavventure, un giorno d’estate caldo ed inutile, mi apprestavo a svolgere la mia routine domenicale, del primo pomeriggio, senza donne e senza amici, la TV. Forse ero pronto per un gran premio, ben accomodato nella mia poltrona. Ma qualcuno mi chiama al telefono: “Senti, sono io, oggi esco con tre ragazze e sono da solo, devi venire a darmi una mano, perché ce n’è una che mi interessa molto”. E io: “Ma non ne ho voglia, è troppo presto, fa caldo ed io mi sono già sistemato per la TV.” Il mio amico: “Guarda devi venire, ti prego fammi un favore, è troppo importante e poi lascia perdere quella dannata TV!”. Alla fine cedetti, perché era un vero amico. Andammo all’incontro con queste donne fatali, secondo il mio amico, con due macchine, perché, nel frattempo, non erano più tre ma erano diventate quattro. Quindi oltre la perdita del gran premio, si profilava l’eventualità di scarrozzare quelle bellezze tutto il giorno, senza poter combinare niente, perché capirete, due contro quattro! Quando si dice i casi della vita!
    Andammo a prenderle all’uscita di una specie di convitto, erano qui in vacanza-studio, io ancora con l’espressione piuttosto contrariata. Quando ci vennero incontro, qualcosa in me cambiò. Si abbatté su di me il vero colpo di fulmine, che ti lascia senza parole e trasforma il tuo sguardo.
    Appena la vidi, andai a fianco del mio amico per dirgli di non fare niente nei confronti di quella ragazza, dato che lo conoscevo bene, lui si muoveva ad ampio raggio, perché sarebbe stata mia. Lui sorrise, aveva già altre mire, forse.
    Quel giorno non successe niente di speciale. Una giornata trascorsa bene, in amicizia. Io mi innamorai e quella ragazza divenne mia moglie.
    - XVII – “Teach us to care and not to care” - “Mamma, ho un mal di stomaco che non so dove stare, mi metto a letto”.
    “Lo sai che i medici non vengono a casa a quest’ora!” (Primo pomeriggio). “Guarda l’unica è che chiamiamo P., lui almeno viene sempre, anche se non siamo suoi pazienti”.
    “Ho telefonato, ma mi hanno detto che è a studiare a Pavia, comunque passerà quando rientra”.
    La mia malattia non era grave, anche se molto fastidiosa. Solo il fatto di sapere che sarebbe venuto P. a vedermi, il mio dolore era già più sopportabile. In realtà venne a visitarmi. Parco di parole, come sempre, mi ricettò alcune iniezioni e il mio problema scomparve. Credo che in paese ci saranno molte centinaia di persone che possono raccontare aneddoti positivi sul medico P. Assieme alle critiche, soprattutto rivoltegli, da suoi colleghi invidiosi.
    Il dato di fatto incontrovertibile è che mai, nella nostra zona, c’è stato un medico come lui, fino ad oggi. Dei giovani non so dire, cresceranno e si faranno apprezzare. Io ho diversi ricordi, ma non voglio eccedere, rimarrò all’essenziale, come era abituato lui.
    Per prima cosa devo liberarmi di un fardello che porto da anni. Negli anni settanta, così si dice, spinto da amici, tentò di entrare in politica nel mio paese, per carità, piccola politica. Lo tentò in contrapposizione con il sindaco di allora, molto chiacchierato. Il dottor P. si mosse non troppo bene, solo un volantino distribuito in paese, per quanto io ricordi.  Purtroppo, ero schierato dall’altra parte, e preda della stupidità e della mia arroganza giovanile, dei consigli di quelli che mi stavano attorno, compreso il prete, lo criticai in un comizio pubblico, allora ancora si usavano. Sicuramente non lo offesi, ma da quel giorno mi rimase come un dubbio che non condivisi con nessuno, fino ad oggi, se avessi fatto bene a criticarlo. Forse le situazioni contingenti di allora erano a favore della critica, ma dentro di me c’era qualcosa che non quadrava, mi sentivo in imbarazzo verso quell’uomo e la mia difficoltà aumentava quanto più aumentava la sua notorietà nella professione. È evidente che non me ne sono fatto una malattia, ma il tempo, le vicende politiche che si sono succedute in paese, mi hanno confermato del mio errore.
    Devo dire che non sono mai stato suo paziente/cliente, pero un giorno, come molte altre volte, mi presentai nel suo studio ed era piuttosto tardi rispetto all’orario di visita. Ricordo che entrai, saranno state le sette e quaranta di sera, nel corridoio e nella sala d’attesa c’era una folla. Rimasi un poco, senza speranza di essere ricevuto, ma “chissà” pensavo, “rimarrà fino a tardi”, dopo qualche minuto che ero lì, il dottor P. uscì dal suo studio di visita, dette un’occhiata al corridoio, entrò nella sala d’attesa e tornò indietro, si fermò un momento sull’uscio dello studio e disse: “il dottore, questa sera se ne andrà alle otto” e chiuse la porta. Prima di andarmene mi venne da ridere, ci saranno state ancora, almeno venticinque persone.
    Credo che per lungo tempo la sua figura rimarrà come un mito. Io non posso dire che lo conoscessi, quindi non azzardo niente su di lui, mi limito ad uno sguardo dall’esterno, ma la sua figura di quando lo si vedeva passare, per le visite a domicilio, con la galletto gialla e la sigaretta in bocca si assimilerà ad un’icona del nostro paese.
    - XVIII – Viaggio senza un prima. Il grosso camion procedeva sicuro in salita e arrotondava le curve per la maestria dell’autista. La strada mi sembrava così stretta che, in certi momenti, avevo la sensazione di poter rotolare a valle, però senza avere nessuna paura. Oggi, passato più di mezzo secolo da quel giorno, avverto il brivido dentro di me come se quel viaggio lo avessi iniziato dal mezzo di quella curva, con il camion in movimento che chiude la strada e si inerpica sulla ripida salita. Su quel camion, credo di colore verde, all’interno della cabina c’era una mia cugina che ho sempre considerato come zia, mi voleva molto bene e lo faceva notare, alla guida suo marito. Un uomo buono e silenzioso, nel mio ricordo e con un fisico forte. Come dicevo, oggi ho la sensazione che quel viaggio, fosse cominciato a metà di quella stretta curva, senza un prima. Non ricordo nessuna preparazione, nessun desiderio che mi aiutasse a pensare di giungere in quel luogo e con quelle persone. È come se la mia mente abbia un vuoto o meglio come se non abbia traccia di ciò che ha preceduto quel momento, eppure non vivevo lì vicino e neppure vivevo con le persone che stavano nella cabina del grosso camion. Non ricordo nemmeno di mie particolari manifestazioni di gioia. In genere, considerando un’azione per valutarne gli effetti, si dice che quello che conta è il prima, cioè la motivazione che la ha determinata, che l’ha resa viva. Tutto quell’insieme di pensieri e desideri che la hanno reso possibile. Serve anche quando si valuta se una azione è buona o cattiva. Magari con i bambini certe considerazioni non valgono, perché confidano in altri, nei grandi.
    Di quel tempo ho dei ricordi sfilacciati ma intensi. Il paese in cui giunsi è, nel mio pensiero di oggi, un luogo fantasma, un’entità sfuocata, ma piacevole. Il ricordo è vivido se riferito alle persone incontrate in quel tempo, al ritmo di vita che ebbi in quella breve stagione. Il vecchio patriarca della famiglia che mi ospitava godeva un rispetto assoluto da figli e nipoti. Oggi lo vedo con il suo cappello a falde scuro, una camicia di colore nero ed un panciotto grigio, sempre aperto, il suo volto era di un uomo furbo, forse con gli occhi un po’ acquosi per l’età, il naso leggermente a punta, nell’insieme un’espressione allegra. I figli era difficile incontrarli o vederli, perché al tempo in cui vissi in quel luogo, erano sempre impegnati con il lavoro. Almeno credo. Io avevo una grande libertà di movimento, solo limitata dalla mia timidezza e dalla mia giovane età. Uno dei primi giorni di permanenza in paese fui invitato a pranzo a casa di una figlia del patriarca e quindi del nipote. Mangiammo funghi al forno con patate, ma non funghi porcini, bensì colombine. Una grande novità per me, ne ricordo ancora il sapore. Una delle attività, a quel tempo di quella grande famiglia era il commercio del legname. Prima di poter vedere i tronchi allineati sui camion pronti per partire, dovevano essere tagliati nel bosco e recuperati per portarli in un luogo idoneo al loro carico. Del recupero e trasporto dai luoghi di taglio, se ne occupavano delle persone che conducevano dei muli, forse una decina di animali, ed io ero un compagno fisso per quelle missioni. Salvo che non si trattasse di grossi tronchi, perché allora entravano in azione i cavalli da tiro. Mai visto animali più belli! Con i muli si partiva la mattina, non troppo presto, in testa, a cavallo del primo, c’era lo specialista, io seguivo sul terzo, a volte sul penultimo, dipendeva da come erano stati legati in carovana, io cavalcavo sempre uno dei più calmi.  Essendo animali da soma, non portavano una sella normale, ma un grosso basto di legno con imbottiture grezze, corde ai lati e occhielli di metallo.   mi ero abituato a stare a cavalcioni su di esso, naturalmente mi sostenevo tenendomi al basto stesso. In genere erano animali tranquilli, procedevano lentamente e dava l’impressione che il mulattiere non dovesse fare niente, loro sapevano già la strada. Si percorrevano sentieri fissi dove si vedeva che erano fatti per quegli animali per la presenza delle loro impronte e per il transito difficile per le persone. C’erano delle specie di scalini da superare dove si sentiva che l'animale si inarcava, mi sembrava di cadere, e si riprendeva per superare l’ostacolo e tornare al suo passo normale, non troppo ondeggiante come quello di un cavallo. Erano animali rudi, forse non troppo intelligenti, ma forti come un fuoristrada, per paragonarli ai motori. Durante tutto il percorso arrivava al naso l’odore acre della bestia che non si arrabbiava mai. Dei più calmi ricordo ancora i nomi: Vipera, Topo, Falco che sicuramente era il più forte, di colore marrone chiaro ed una croce ben definita di peli neri che partiva tenue, dalla coda e che diventava nerissima aprendosi vicino al garrese, per chiudersi nella criniera.  Ve ne erano anche due terribili o meglio nervosi, tanto che quando dovevano essere caricati, bilanciando il peso, ai due lati del basto, erano bendati. Uno si chiamava Giardino e l’altro Moro. Specialmente di Moro io avevo terrore, perché una volta, non ricordo il motivo, era sciolto ed io andavo a piedi verso casa, lui mi venne incontro come per prendermi in giro e mi si avventò contro muovendo il muso e mostrandomi i denti come se stesse ridendo, lanciando un forte nitrito. Non so dove trovai la forza per fuggire da quel mostro o fu lui che se ne andò, spaventato di sé stesso. Non ricordo i luoghi in cui andavamo a caricare, ma ricordo gli orientamenti, il più delle volte si andava verso ovest, qualche volta ad est e poche volte a nord. Il sentiero del nord era il più accidentato con continue salite e boscaglia. Il migliore era il sentiero dell’ovest, aperto, arioso e soleggiato. Verso est era il piacere dei muli, perché, durante l’andata, il sentiero era costeggiato da arbusti e spesso da rovi. I muli, martoriati dai tafani, si spostavano tutto a sinistra per fregarsi e liberarsi di quelle fastidiose ed enormi mosche, ma nello stesso tempo anche la mia gamba sinistra subiva lo stesso trattamento della loro pelle dura e ne usciva sempre insanguinata. Era estate e portavo i pantaloncini corti. Naturalmente non c’erano solo i muli, anche se non molto altro in un paese di campagna di tanti anni fa. Oggi in quel luogo, la campagna, intesa come lavoro, è il contorno del turismo molto più redditizio e meno faticoso. In ogni caso, chi ha gestito il cambio, è riuscito a mantenere un paesaggio che ricorda ancora quegli anni. Ma torniamo a quella vecchia stagione quasi dimenticata. Quando si è piccoli, bambini, adolescenti si ha una capacità di apprendimento formidabile, anche se non si manifesta apertamente, la nostra mente prende il volo. C’era, da quelle parti, un piccolo ruscello di acqua veramente cristallina che passava borbottando soavemente sotto la protezione di parecchie fronde di alberi che andavano a cercare ristoro e alimento nel terreno umido. La guida della spedizione, forse eravamo in tre, era un ragazzo del posto, silenzioso e molto più che adolescente. Era estate e l’acqua non era profonda e poi faceva piacere sguazzarci dentro, ma l’obiettivo non era quello. Il ragazzo, perché non ricordo il nome e neppure le sue fattezze, forse lo incontrai in quell’unica occasione, procedeva nel senso della corrente e cercava delle pietre che affiorassero appena dall’acqua o che ne fossero coperte di poco, della larghezza di una trentina di centimetri. Prendeva una pietra dalla riva, all’incirca delle stesse dimensioni e alzandola fino all’altezza del viso con le mani, la lanciava con tutta la sua forza contro la pietra che aveva scelto nel ruscello. Quindi si abbassava e frugava sotto di essa. Non avevo capito subito la sua operazione, ma quando vidi che tirava fuori, da sotto il piccolo masso, dei pesci, capii che stavamo pescando. Lui stava pescando trote, spesso di buone dimensioni, di una ventina di centimetri. I pesci al riparo o appoggiati alle pietre per filtrare l’acqua in cerca di alimento, rimanevano tramortiti dal grande colpo che riceveva il loro riparo, immagino come lo spostamento d’aria prodotto da una esplosione, qui si trattava di spostamento d’acqua ed il gioco era fatto. Interessante pensavo tra me!
    Nel paese dove sono nato c’è uno spiazzo, tuttora, ma un tempo era più evidente, una specie di piazza circolare che in genovese, per dire che si era stati in quel luogo o per indicare l’ubicazione di una certa casa, si diceva: “in-te-l’ea”, cioè nell’aia. Per molto tempo non ho capito il motivo di quel nome, in un paese senza qualità. Dopo aver vissuto quella stagione in campagna, più tardi, ne intesi il significato e l’uso. C’era un posto, in una zona rialzata del terreno, proprio a lato del sentiero dell’ovest della carovana di muli, dove sorgeva, anche lì, una piazzola rotonda con il pavimento molto liscio, di cemento o di mattonelle.  Era l’aia, dove, d’estate veniva posizionata, affittata da un paese vicino, una grande macchina di colore rosso o arancione che separava il grano dalla paglia. Una trebbiatrice. La gente portava i covoni e la macchina   restituiva i preziosi grani pronti per essere macinati. Quando arrivava la grande macchina era una gran festa per tutti noi ragazzi, Quell’aggeggio rumoroso e ingombrante generava allegria. Oggi, in quel paese, si celebra il ricordo di quegli anni duri e gioiosi per i bambini: “La festa della trebbiatura”.
    Passeggiando in paese, piuttosto piccolo, soprattutto verso sera era facile incontrare persone che andavano al bar o semplicemente che ritornavano a casa dopo una giornata di lavoro e sempre ci si salutava. Qualcuno si fermava a farmi qualche complimento o mi fregava la testa, vista la mia giovane età, forse facevo tenerezza, pensavo, oppure la gente mi salutava, perché vivevo presso una famiglia importante. Ma quando, più tardi, con qualche anno in più, ritornando in quei luoghi, incontrando le stesse persone di allora, un poco invecchiate, con la pelle meno fresca di allora e i capelli un poco infeltriti o caduti, per l’inevitabile passo del tempo, il saluto era sempre uguale, era tenero, gioioso e carico della nostalgia del tempo trascorso.
     XIX – I Derelitti. Mia memoria – Un sole cocente li molestava oltremodo, gocce grosse di sudore scivolavano rapide verso gli occhi spinte e facilitate dall’ormai irrimediabile calvizie. I due tentavano di accettare l’idea che stessero lavorando per necessità e per abitudine. Chi soffriva di più era il grasso, che a brevi intervalli si appoggiava alla pala con la quale avrebbe dovuto spostare quella dannata e secca terra. Si toglieva il berretto, forse una specie di basco marrone, lo appendeva alla punta del manico della pala e, con un fazzoletto stropicciato all’inverosimile, cercava di seccarsi il fastidioso liquido appiccicaticcio dal volto e dalla testa. Naturalmente troppe pause infastidivano il compagno di lavoro, che era anche il suo capo, vestito, giorno e sera, con gli stessi accessori: un basco che doveva essere blu, in giorni migliori, ora tutto impolverato e un giubbotto leggero, di color nocciola tenue, con cerniera intera. Questi quando non sopportava più le soste del collega, gli scaricava la solita frase: “O Nanu, piggia in pou a pala!” Rinforzata con una bestemmia irripetibile. Trad.: “O Nano, prendi un po’ la pala!” Con sottinteso, mettiti a lavorare. Sì, erano la fantastica coppia di: “U Nanin e u Luigià”. Trad. “Nanin e Luigi”.  Nessuna offesa nei loro confronti, anzi persone che ho sempre conosciuto per la loro mitezza. Tranne Nanin negli ultimi mesi della sua vita, preda, forse, di qualche malattia che non si curava. Quando faceva il meccanico di biciclette era un riferimento per tutto il paese. Chi è che non lo conosceva? E Luigià, capo dei manovali del comune, sempre vestito allo stesso modo, come portasse una uniforme, baffetti scuri e l’immancabile cicca di sigaretta in bocca con il suo incedere lento e trascinato e i pantaloni che sembrava dovessero cadergli da un momento all’altro. Era solito giocare a carte, “Da u frunte”, trad. Bar che si chiamava, il Fronte. Naturalmente vestiva il suo giubbotto nocciola che, stando seduto al tavolo da gioco, sulla pancia o da quelle parti, gli formava una grossa piega che, immancabilmente, si riempiva di cenere di sigaretta, per il vizio di tenerla sempre in bocca, senza curarsi mai di appoggiarla da qualche parte.
    Anche loro potevano vivere in un paese come allora, oggi non sarebbero a loro agio. Oggi vanno di moda quelli che si fanno dare il sussidio dal comune e vivono senza fare niente.
    Ma per me c’è un ricordo che li supera tutti, si tratta del grande Mario (alcuni con disprezzo, lo chiamavano anche Belesamia). Nel mio maledetto paese, da dove vengono queste storie, non c’è mai stata la bontà, in esso sempre hanno convissuto tutti i mali che l’uomo porta con sé dalla notte dei tempi: lussuria (un pederasta ben noto a tutti ha vissuto per anni, rispettato, forse per la sua roba), rapina (noti a tutti diversi proprietari di terre e case), assassinio (uccisione di Mario e di un tedesco innamorato, a sangue freddo, da chi, per anni è stato considerato un eroe), desiderio della donna d’altri (sufficiente un giro in paese con imprese troppo recenti), cattiveria (fatti noti a tutti), non è il caso di continuare, perché il mondo gira così.
    Il grande Mario con il vestito a doppio petto grigio tornava in paese la sera della domenica, dopo aver passato il suo tempo nelle cittadine vicine, nei bar, al cinema o in luoghi forse proibiti. Quando ci incontravamo, io ero un ragazzotto che gli adulti normali non vedevano neppure, invece lui mi salutava come fossi un suo pari età, con un sorriso che mostrava i pochi denti che gli erano rimasti. Buona parte delle persone che frequentavano il bar della piazza lo dileggiavano o lo prendevano in giro per il suo modo di fare, sconosciuto da gente di paese ignorante e perversa.
    Una sera, come tanti altri, ero al cinema, nel locale ancora presente in paese, proiettavano un poliziesco americano, di moda negli anni ‘50-‘60. Mario aveva la fissazione di essere un agente dell’FBI, forse per darsi tono o perché pensava che i suoi sogni fossero la realtà, nessuno lo sa! Mentre passavano le immagini, succede che nel film, in un posto di polizia americano, un poliziotto dell’FBI si rivolge ad un collega e lo chiama dicendogli: “Mario, …”. In quel momento sembrò che crollasse il tetto, tutti sapevano che il nostro Mario era presente e quindi giù a gridare: “Mario, Mario, Mario, Mario, Mario”. Lui non si scompose, andò al centro della sala, si stagliava la sua ombra con le braccia in alto, sullo schermo, e durante la proiezione gridò: “Ferma tuttu che soun ou Mariou de Casarsa!”. "Fermate tutto che sono Mario di Casarza". Seguì tanto trambusto che dovettero fermare la proiezione della pellicola e accendere le luci in sala.  Un vero grande.
     
    XX - In Viaggio - Era la prima volta che mi incontravo con lei. Ero nervoso come   tutte le altre volte che mi trovavo di fronte alla novità o di fronte all’ignoto. La parola ignoto, evoca situazioni complesse e a volte pericolose, ma per me non è questo, ero avvolto da una sorta di frenesia che mi rendeva inquieto, che mi faceva pensare alle mie sensazioni più intime. Non riuscivo a concentrarmi sul transito della gente per deviare i miei pensieri, sì un poco riuscivo a distrarmi, cercando di esaminare i volti dei passanti, scrutando il loro modo di camminare e di vestire. Pure l’architettura del luogo in cui mi trovavo, mi aiutava appena. La grande pensilina di cemento armato, sostenuta da forti pilastri quadrati o rettangolari dava un aspetto cupo a quell’angolo di piazza, lasciandolo sempre in ombra, sarebbe stata ancora peggiore se non avessero disegnato, sul lato aperto, alcune aiuole verdi dove crescevano degli alberelli con foglie minuscole. Ad aumentare il senso di angustia erano le porte di vetro dell’enorme palazzo, molto strette che lasciavano appena lo spazio per l’ingresso di una persona, quando questa avesse dovuto accedere alla grande sala di smistamento per gli uffici. La sensazione migliorava guardando l’accesso dell’ingresso principale, con porte a vetrata annerita che davano l’impressione che l’interno non esistesse. Varcando quella porta si sarebbe stati risucchiati in un luogo di un'altra dimensione?  Pensavo quasi divertito.  Era verso l’imbrunire, il momento in cui scomparivano le ombre ma si scurivano tutte le cose. Mi piaceva quell’ora della giornata in cui ognuno era come se rientrasse nel suo rifugio personale al quale poteva accedere solo lui, dove poteva rilassarsi e ricuperare la sicurezza dell’anonimato. Non durò molto l’attesa, perché non mi ero presentato con troppo anticipo all’appuntamento convenuto e lei non era di quelle donne che amano farsi desiderare, arrivando in ritardo. Ci salutammo cordialmente con una stretta di mano e due sfiorate di guance a simulare due baci. Dopo alcune centinaia di passi, durante i quali ci scambiammo dei sorrisi più che delle parole, entrammo nel bar Amorino con la sotto dicitura Caffè Italiano. Ci sentimmo subito a nostro agio. Lei, Tina, elegante, vestita di scuro, una giacchetta corta fino alla cintura, aperta sul davanti e pantaloni stretti, forse di velluto leggero che marcavano bene le sue forme perfette e sensuali. In gioventù doveva essere una bella donna dal viso aperto, dolce e occhi scuri. Adesso solo un leggero tocco di rossetto sulle labbra, però il tempo non era passato invano, il suo bel volto era assalito da un grande incrocio di rughe anche se molto fini, come se si fosse messa una maschera di ragnatela, che le notificava la sua età ogni volta che si guardava allo specchio, tanto che, nella conversazione, probabilmente se l’era preparato, si sentì in dovere di dire: “In questi ultimi anni ho avuto un cambio incredibile nel fisico”. Lo pronunciò con un fil di voce, ma poi mi resi conto che era il suo modo di essere, parlava sottovoce. Le risposi, con un sorriso, che non era vero, ma pensavo il contrario. Un aspetto peculiare del suo modo di vestire era il cappellino ricamato, anch’esso scuro, di forma rotonda, che mi ricordò immediatamente certe immagini dell’eroe dei due mondi, ma Tina lo indossava in modo naturale e non le stava male. Dopo aver consumato, ciascuno, un troppo caro caffè italiano e dopo esserci scambiati le necessarie notizie per conoscere un minimo l’uno dell’altra, uscii dal bar calamitato da Tina che aveva ben chiaro un progetto in mente o una direzione. Magari me la aveva anche comunicata, ma per il vezzo di parlare a voce bassa, forse non avevo sentito. Con sicurezza Tina mi fece ripercorrere i passi camminati per andare all’appuntamento, senza dire una parola. Procedevamo svelti, ogni tanto davo un’occhiata alla schiena e un po’ più in basso, di Tina e mi inorgoglivo per essere a fianco di una donna così ben fatta e ben proporzionata, tanto da sentire come una leggera scarica elettrica al cervello. Mi veniva da ridere per la sensazione, un ricordo dell’eccitazione giovanile. In quei momenti le fini rughe senili del volto di Tina scomparivano per lasciare emergere in tutta la sua bellezza il suo corpo da modella. Giungemmo davanti all’ingresso del Patio de la Infanta dove era in atto una mostra ridotta delle opere di Andy Warhol. Non riuscivo ad associare Tina con l’interesse per le opere di Warhol, ma forse era semplicemente la mia avversione per quell’artista. Percorremmo tutta l’esposizione, fermandoci adeguatamente di fronte ad ogni opera per apprezzare non so cosa e tra noi non pronunciammo una parola di commento. I miei pensieri erano rivolti al dopo. Finalmente fuori a respirare un poco di aria fresca. Di quella visita mi rimase nella mente l’immagine di Pelé, mezzo nero e mezzo colorato. Eravamo uno di fronte all’altro quando Tina mi raccontò qualcosa di intimo della sua vita. “Tempo fa conobbi un uomo di questa città, credo vivesse qui vicino, nel Paseo de Independencia. Era abbastanza simpatico, passeggiavamo e chiacchieravamo di tante cose, era una persona gradevole. Ci vedemmo alcune volte, non ricordo se al secondo o terzo incontro, questi assunse l'atteggiamento come se volesse ricevere il premio per essere stato così vicino a me. Ma io rifiutai, non so, era piacevole, ma la sua vicinanza fisica non riuscivo ad accettarla, non aveva nessun effetto su di me. Non tornammo a vederci.”  Io non le risposi oppure semplicemente mi limitai a dire che “così è la vita” o qualcosa di simile. Quindi fu lei a continuare: “Mi piacerebbe molto che continuassimo a vederci, oggi è stato piacevole.” Le risposi affermativamente e le detti un vero bacio sulle guance che lei mi ricambiò. Ci voltammo le spalle e ognuno per la sua strada, per sempre.
    XXI - In viaggio II -  Dopo la morte di mia moglie passai un tempo disgraziato. Non riuscivo a darmi pace, ma rimossi quasi la sua perdita, tanto che, in modo inadeguato e nervoso per non abusare del termine tecnico compulsivo che mi rammenta il vomito, chissà perché?   tentai in molti modi di incontrarmi con donne, forse per tentare di recuperare quello che avevo perso, ma senza giungere ad un risultato. Una sera d’estate, calda e umida, mi trovavo in casa insieme ai miei figli a vedere quello che offriva la TV. Erano verso le dieci di sera e mi giunse una telefonata inaspettata e quasi molesta:
    “Ciao sono Wanda, ti ricordi di me?” Giuro che non mi ricordava nessuno!
    “Cappelli grigi, bel sorriso...! insistette lei ed io riuscii a mettere a fuoco.
    “Oh, sì, ciao come va?
    “senti sono qui sotto, vicino a casa tua. Cosa ne dici se andiamo a fare un giretto? Con questo caldo, il fresco della notte potrebbe essere piacevole”
    Ero indeciso, ormai mi ero abituato all’idea di rimanere a casa e, d’altra parte, non avevo molto interesse in Wanda. Ma difficilmente sapevo dire di no alla richiesta di una donna. Feci un ultimo tentativo, dicendole che ero in pantaloncini corti e che non avevo nessuna voglia di cambiarmi. Lei mi confermò che non ci sarebbe stato nessun problema e che mi avrebbe aspettato sotto casa, in auto, tra dieci minuti.
    Cedetti e scesi. Una volta in macchina, al buio, mi dissi contento di non aver indugiato con la pigrizia. Wanda, ben profumata, lasciava intravedere il suo caschetto di cappelli grigi naturali come certe immagini di donne egiziane dell’antichità Ma soprattutto vestiva quasi niente, un body molto fino senza spalline che lasciava nude le sue spalle, la schiena e il petto sopra i seni, ben visibili, nella forma, sotto il fine vestitino. Era di sabato e quindi non si trovava parcheggio, nella zona famosa dei bar e pub, sicché Wanda dovette dare diversi giri dell'isolato per tentare di trovarne uno. Finché non decise: “andiamo al bar dei Giornalisti”. Non so se lei si rese conto del silenzio in cui ero sprofondato, preso dal pensiero di aver sbagliato ad uscire di casa, dopo tanti giri a vuoto con l'auto. L’unica cosa che mi tratteneva era il desiderio di continuare a vedere, nella penombra, i suoi seni saltellanti, per il movimento dell’auto, che rappresentavano la mia unica speranza per il proseguo della notte. Finalmente parcheggiammo su un marciapiede vicino ad una piazzetta piena di gente ai tavolini stracolmi di bibite e bicchieri. Eravamo finiti, con l’auto in una zona scomoda e fu difficile scendere, quando giunsi in strada, la sorpresa. Wanda aveva il vestito di una ragazzina sopra un corpo di anziana e, per giunta, me la vidi venire incontro con una stampella per sostenere una gamba reduce di una lussazione alla caviglia. Il mio raffreddamento nei suoi confronti fu immediato, ma fortemente compensato dall’ilarità che mi prese e che tenni per me, immaginandomi osservatore esterno di quella coppia. Un tipo in là negli anni con bermuda bianche e maglietta gialla e una signora attempata, mezza ragazzina, sorridente grazie ad un ottimo lavoro del dentista e claudicante. Un quadretto straordinario. Tutti i miei pensieri di gioie notturne scomparvero, anche se lei tentò di convincermi ad andare a passare qualche ora in una sala da ballo. La mia ilarità silenziosa aumentava, il finto anziano, schiappa nel ballo, insieme ad una zoppa. Non avevo l’ardire di parlare chiaro a Wanda, ma credo che lei capì. Entrammo nel bar, senza neppure cercare da sedere, io non riuscivo a spiccicare parola. Vicino a noi c’era un giovane e aitante negro dell’africa. Lei si mise a chiacchierare con lui di un dialetto senegalese che aveva appreso in un viaggio.
    Mentre mi riportava a casa, tentò ancora una volta a convincermi di continuare insieme ad immergerci nello svolgimento della vita notturna della città, ma non potei.
    Alcuni giorni dopo di quella uscita, per certi aspetti, straordinaria, mi giunse un messaggio: “Mi sono resa conto che sei un brav’uomo, un abbraccio.” Wanda.
    XXII – In viaggio all’altro capo del mondo – A volte si dice: ha viaggiato molto, conosce tante cose. Lui sì che sa vivere, ha viaggiato molto. Nulla di più falso. La conoscenza viene dalla capacità di essere, di sapere entrare in relazione con l’altro e con il diverso, se esiste. Altrimenti, con i mezzi di oggi, aerei, pacchetti vacanze, offerte last minute, avremmo un sacco di gente che ha acquisito saggezza dai loro viaggi. Ma non è così, se manca quella disponibilità d’animo, gli uomini e le donne, divisione impropria, sono tutti uguali a tutte le latitudini, includo pure quelli che vivono nella selva. Nella nostra mente rimangono soltanto ricordi del paesaggio e, se va bene, qualche odore. Molti anni fa mi capitò di viaggiare “all’altro capo del mondo”. Sono sempre stato una persona molto ingenua e partii con entusiasmo, con gioia e con la trepidazione della novità. Viaggio lunghissimo con un jumbo. Le ore passavano lente e, se non ci fossero state le proiezioni di alcuni film per anestetizzarci, avrei indugiato più volte sul pensiero della morte dentro a quel tubo di metallo lanciato a velocità folle nel cielo. Tutti provano la stessa sensazione, ma qualcuno cerca di esorcizzare il pensiero con l’ironia, con le chiacchiere prolungate, con i giudizi psicologici sulla situazione di pericolo o con commenti tecnici sulla formidabile macchina. Tutto va bene, resta il fatto che a bordo aleggia una sottile nebbiolina di paura che resta sotto un fragile controllo. Finalmente, dopo una notte di sonno ad intermittenza, mitigato da qualche parvenza di cena di plastica e sapore standard per turisti di poco conto, all’alba cominciammo a costeggiare, a diecimila metri di quota, il grande oceano atlantico che bagna l’enorme stato del Brasile, dove si lanciavano, immobili visti dall’alto, i fiumi più impressionanti del mondo: il Rio delle Amazzoni e il Rio della Plata. Del primo si vedeva nettamente il lungo estuario e i segni dell’impatto dell'enorme onda di acqua dolce collidere con il grande mare, formando una lunga increspatura, del secondo, impressionante letteralmente, l’enorme estuario che si disegnava nel mare, un grande imbuto che nella parte più ampia misura oltre trecento chilometri e l’acqua fluendo alla rovescia, dalla parte più piccola a quella più ampia, ricca di fango e limo che andava a formare una macchia marrone enorme nell’oceano. Era come passare sopra ad una fantastica carta geografica. Era sognare ad occhi aperti sorvolare su paesi la cui esistenza la conoscevo solo dai libri. Pensavo pure di lanciarmi dall’aereo a volo d’angelo per giungere a quote più basse e sorvolare quell’immensità per arrivare a sentire la presenza umana di gente così lontana. La macchina straordinaria che mi sosteneva da oltre sedici ore stava giungendo alla sua destinazione finale nella capitale argentina. Ma prima di atterrare, il volo riservò ancora una sorpresa spettacolare a uno come me che poche volte era salito su un aereo. Ad un’altezza che non saprei definire, ma sicuramente a non più di cinquecento metri dal suolo, il jumbo dovette effettuare un’ampia curva a destra, fu impressionante, dal finestrino vedevo l’enorme ala sinistra che si era spostata di almeno quarantacinque gradi rispetto all’orizzonte e l’aereo continuava a piegarsi per curvare, sembrava che l’ala destra dovesse toccare il suolo. Fu una lunga curva, qualcuno, vicino a me e meravigliato come me, parlava di portanza, mentre io ero estasiato per partecipare a quella manovra. Poco a poco l’aereo si raddrizzò per andare a planare perfettamente sulla pista di atterraggio. Una meraviglia.
    Non eravamo ancora alla nostra destinazione, ci aspettavano altre due ore di volo che ci portarono a sorvolare le Ande e giungere alla capitale cilena. Quel piccolo volo non poté sostituire le emozioni provate sorvolando il Rio delle Amazzoni e il Rio della Plata, straordinariamente vive, ancora oggi, nella mia mente.
    Santiago ci accolse, ero con un amico, come tutte le città del sud del mondo, rumorosa, puzzolente e inquinata all’inverosimile. Alla prima uscita in strada venimmo cacciati nell’anonimato di tutte le grandi città e ad un attraversamento, un ladruncolo da quattro soldi, strappò dalla faccia del mio amico gli occhiali da sole, perché invaghito, come una gazza ladra, dal luccichio delle barrette di metallo. Dov’è la differenza tra certe nostre città meridionali? Neppure la lingua diversa ti aiuta a distinguere, perché è tanta la confusione che non c’è differenza di linguaggio. Solo la possibilità dell’incontro con persone che da tempo sono radicate in quel posto e che abbiano il genio dell’accoglienza, può darti qualche possibilità di conoscenza nuova, altrimenti capitano solo fatti banali attraverso incontri casuali.
    La capitale è situata quasi al centro di quella lunga lingua di terra rappresentata dal Chile e un turista che può fare? O va verso nord, desertico e povero o verso sud, lussureggiante e pieno di turisti. Ovviamente optammo per il nord lanciandoci sulla panamericana che percorre tutto il continente da nord a sud Non volevo scrivere un racconto di viaggi, ma il ricordo me lo rende impossibile, d’altra parte la mia attitudine mi consente di dimostrare le considerazioni di partenza. Sulla strada quasi sempre dritta e sferzata da un sole implacabile, a spazi irregolari ci si incontra con molte carcasse di gomme di camion lasciate ai bordi della strada a ricordo della durezza del transito. In certi punti che ci scappano dallo sguardo a causa della velocità dell’auto, si vedono lunghe file di operai che scavano con picco e pala, senza l’ausilio di alcun macchinario, come era possibile vedere da noi negli anni ’50. Lunghe file di uomini anonimi, passando, vediamo solo la loro schiena, abbronzati o meglio, bruciati da quei raggi roventi in un'aria secca e salata, schiacciati e tremolanti nel riverbero fatuo del calore.
    La lunga strada costeggia l’oceano pacifico, da un lato, a tratti brillante, immenso e il deserto di Atacama, uno tra i più secchi del mondo e sullo sfondo a destra la mitica cordigliera delle Ande. Più si procede verso nord e più è difficile incontrare alberi. Solo deserto e piccole montagne di colore marrone sporco dove gli elementi hanno scavato, modellato e tirato a valle tutto ciò che han potuto, soltanto dove sorgono le oasi è stata costruita una città. Restano tra i ricordi; Copiapò e Caldera con la sua più famosa Bahía Inglesa (Baia degli inglesi) e al suo fianco una lunghissima ed arcuata spiaggia bianca, totalmente deserta. In quel luogo, in piena estate australe, quando ho tentato di fare il bagno, mi sono reso conto del perché c’erano così poche persone in acqua, era gelata come fosse di ghiaccio. Io riuscii a bagnarmi soltanto fino alle ginocchia. Prima di dare spazio ad altri ricordi, sono andato a controllare la zona con Google Maps e mi sono reso conto che dopo venticinque anni, non molto era cambiato. Molte delle zone da noi calpestate sono rimaste uguali, polverose e senza asfalto, casette di legno, come allora, dove la gente viveva quasi nella povertà. La vera bellezza del posto erano le persone, disponibili all’estremo anche con gli stranieri. Una coppia di giovani, sposati da poco, ci invitarono a casa loro e, durante la frugale cena, ci domandarono:” Secondo voi cosa manca in un posto come questo?” Si riferivano a strutture per il funzionamento sociale della cittadina. Noi rimanemmo muti. La tristezza fu che loro pensavano di cogliere qualche idea dallo straniero istruito. Il giovane marito, dopo un breve imbarazzo, capì e lo disse lui ciò che mancava: “Un asilo”.
     Una notte, vicino alla piazza principale, poca gente in strada, solo un gruppo di adolescenti che giocava a non so che cosa, domandammo loro cosa si poteva fare in un paese come quello, la risposta fu una domanda, ma sufficiente per metterci in sintonia: “Siete gringos?” Santo cielo, gringos, non sentivo quella parola se non dal ricordo della visione di certi film antichi sugli indiani d’America o dai fumetti. Gringo è un termine, in quel posto, forse dimenticato da Dio, per individuare gli americani, poi in seguito passò a definire tutti gli stranieri. E poi ancora ci dissero: “Venite dal mare, siete marinai?”. Stupendo. Neppure quei ragazzotti pensavano che potesse giungere qualcosa di nuovo dalla lunga strada, tanto più di notte, senza luce alcuna, anch’essa era scomparsa, ingoiata dal deserto buio sotto un cielo scuro e punteggiato di diamanti, forse il loro unico, vero tesoro. La strada passava ad appartenere alle tante cose che non esistevano in quel luogo. Lasciammo i ragazzi ai loro giochi con il cuore caldo per l’accoglienza. In piazza, era quello che cercavamo, incontrammo due donne sedute su una panchina, due in tutta la piazza ed era piena estate, passando vicino ad esse riuscii a captare che stavano parlando di problemi con i loro uomini, o almeno i problemi di una. Era il nostro momento. Fu fin troppo facile, prima le invitammo a bere qualcosa al bar con i necessari sorrisi e ammiccamenti, dopo essere scomparse entrambe verso il bagno per decidere chi scegliere di noi due, partimmo sulla nostra Daewoo bianca, con direzione Copiapò. Una città a una cinquantina di chilometri che di giorno viveva bruciata dal sole e dalla polvere e, di notte, anch’essa nascosta nell’ombra, riservava qualche locale di divertimento per chi poteva permetterselo. Le nostre amiche ci accompagnarono in un locale da ballo con musica dal vivo e tavolini intorno alla pista. Tutto molto esotico e piacevole. Erano donne che non chiedevano molto, forse abituate alla durezza della vita. Passammo diverse notti abbracciati. Dopo quei momenti di gioia effimera, svanita come il vento, noi due continuammo ancora fino a giungere a Calama. Una specie di porta dell’inferno dove era ancora presente il focolaio del colera. Riuscimmo a visitare una bellezza sconcertante della natura, chiamata El Valle de la Luna. Mai nome più appropriato. Un posto così selvaggio e bello, avvolgente, evocante avvenimenti lontani, nella vita e nello spazio che veniva da piangere. Turisti quasi zero. Quindi attraversammo, il giorno seguente, un altro paesaggio ancora più struggente, una strada, meglio chiamarla pista nel deserto, con ai lati, distanti, allucinanti montagne a cono, perfetto, di vulcani enormi e per metà imbiancati dalla neve eterna andina. Uno spettacolo.  Per chilometri percorremmo quella pista senza segnali evidenti, se non per le tracce lasciate dal transito di qualche raro enorme quattro ruote motrici americano che consolidavano pista ed incroci. Quel giorno lasciammo la bellissima oasi di San Pedro di Atacama, pulita, calda e ventilata dove ha la dimora Miss Chile, una mummia di ragazza di oltre 2500 anni. Mummificata in modo naturale per il clima secco e salato. Quindi giungemmo alla fine di un percorso dove c’erano piccole pozze d’acqua salata, dove il sale cristallizzava nelle parti più secche, fino a giungere in un luogo veramente lunare, a guardia del quale c’era una ragazza, studiosa? protetta soltanto da una minuscola roulotte senza auto per trainarla. Ci offrì del tè e ci mostrò il tesoro che stava controllando. Ad una distanza di circa cinquecento metri, un grande lago salato dove vivevano e si nutrivano i fenicotteri rosa, in spagnolo il nome è più accattivante (flamencos). Erano talmente protetti che non si potevano vedere senza binocoli.
    Il giorno successivo lasciammo San Pedro puntando ancora più a nord, ma eravamo agli sgoccioli delle nostre possibilità economiche. Prima di giungere alla nostra meta definitiva passammo a lato di un enorme paese fantasma che lasciava vedere per centinaia e centinaia di metri gli scheletri delle sue case, abbandonate intorno al 1960, perché terminato lo sfruttamento del salnitro. 
    Moltissime altre immagini mi ferirono il cuore e non voglio continuare a farmi del male.
    Il nostro obbiettivo era il Perù, ma non riuscimmo a raggiungerlo a causa di mancanza di fondi, Ci consolammo con il nostro fine corsa in Chuquicamata. Un nome niente male. Anche qui troppo facile uscire con due ragazze ben disposte verso gli stranieri, Chissà perché? Non voglio neppure raccontare le modalità dell’incontro.
    Che mi è rimasto della conoscenza di cui dicevo all’inizio? Delle persone conosciute non ricordo più le facce, qualche vestito mi è rimasto impresso, ma le presenze sono scomparse come un miraggio, come polvere sparsa dal continuo vento che a volte sibila in mezzo alle rocce. La vita è così veloce che non permette di soffermarsi a trattenere, ci consente di guardare, di ammirare, di accettare il nuovo come riverbero di noi stessi, del nostro cuore.
     
    XXIII – Martinez e l’atleta. Martinez aveva preso l’abitudine o la fissazione di andare a camminare un’oretta, prima di entrare in ufficio. La versione che si ripeteva spesso, per darsi la costanza in quello sforzo giornaliero, era che gli sembrava di essere ingrassato eccessivamente e quindi, senza pensare ad una dieta equilibrata, tentava di mettere sotto pressione il suo fisico, finché lo poteva fare, perché, pensava pure, che gli anni stavano passando anche per lui. Tutto quello che aveva messo in piedi per l’esercizio mattutino implicava un’organizzazione seria: sveglia alle sei e mezza, rapida colazione a base di caffè nero e un pezzo di pane o qualcosa che assomigliasse ad esso, tempo per vestire la tuta o i pantaloncini, a seconda della giornata, uscita di casa verso le sette, scegliere uno dei due suoi itinerari preferiti, cioè verso il Parque Grande o verso il Parque Bruil per raggiungere l’Ebro. Ultimamente aveva deciso di alternare i due percorsi. Finché non giungeva in strada era di umore nero e spesso lo lasciava perplesso il fatto di non ricordare il motivo di tanto sforzo, però non appena era accarezzato dall’aria mattutina, il suo atteggiamento cambiava come se fosse sotto l’effetto di una frusta piacevole che gli infondeva il gusto di continuare. La sua passione per la cura del corpo non era qualcosa di assillante, la pensava come una necessità e un divertimento, soprattutto perché i suoi pensieri vagavano liberi, senza regole e contribuivano al suo rilassamento. A volte i tempi dello sport mattutino si ampliavano e lo costringevano a vanificare i vantaggi ottenuti, perché si lasciava prendere dall’agitazione per la doccia, vestirsi e giungere in orario in ufficio. Lui, per il suo grado, aveva una buona elasticità, in quanto a orari, ma cercava di rispettarli per dare un segnale ai suoi colleghi. D’altra parte viveva così vicino al comando di polizia che i suoi ritardi erano solo simbolici.
    La camminata non liberava in lui solo adrenalina che lo faceva sentire meglio fisicamente, ma riusciva anche a tranquillizzare la sua mente, perché i suoi pensieri fluivano veloci, saltando da una sensazione all’altra, aiutati dalla bellezza del percorso che agiva come musica di sottofondo. Pure certi atteggiamenti delle persone che incontrava durante il tragitto gli davano una continua carica. Una delle ultime visioni durante i giri nel centro del Parque Grande, fu la presenza di una bellissima ragazza, magra, con la coda di cavallo che le saltava da un lato all’altro del collo, un body scuro e sexy. La sua presenza gli fu annunciata da un forte gemito ritmico di chi respira affannosamente o sotto sforzo, si rese subito conto che stava arrivando un’atleta, si fece da parte e la ragazza, a ritmo del suo gemito, passò accanto a lui con una velocità che non riuscì a vederle bene la faccia, la vide solo di lato e naturalmente di schiena, mentre si allontanava grazie alle sue forti falcate, lasciandogli la dolcezza del movimento delle sue natiche perfette. Un brivido lo percorse, il piacere di quella giovane atleta perfetta nelle forme, inarrivabile. Continuò col suo passo cadenzato e greve in attesa del nuovo giro dell’atleta. Anche questa volta, nonostante fosse preparato, non riuscì a vederla in volto. Rimase meravigliato per la potenza e la bellezza del movimento.
    Giungendo al termine la sua camminata, se ne andò verso casa con la bellezza di quel corpo femminile negli occhi. Prima di entrare nel portone di casa si fermò in una panetteria a comprare le solite cose per lui e per i suoi figli. Davanti all’ingresso c’era una motoretta elettrica usata spesso da chi ha problemi di deambulazione, non vi badò troppo, ma da dentro il negozio si soffermò su chi era alla guida: una bellissima ragazza, forse sui venticinque anni, cappelli ricci e occhi azzurri con sfumature di trucco, gli sembrò che stesse parlando con un ragazzo. Il suo torso, le braccia e le mani erano ben proporzionate, anche le gambe lo sembravano. Non riusciva ad individuare una disabilità evidente. Gli fece lo stesso effetto della ragazza del parco, una bellezza straripante, coadiuvata dalla gioventù. Se avesse dovuto fare una classifica non avrebbe saputo chi votare. Mentre uscì, però, lo assalì un pensiero che lo rammaricò molto, se ci fosse stato sulla motoretta un disabile ben evidente, avrebbe fatto tanto il brillante. Entrò in casa con la vergogna nel cuore. 
    Erano i giorni delle discussioni, che lui giudicava infantili, tra i big della politica, se andare alle elezioni o se mettersi d’accordo, per la terza volta, e fare un governo di unità, per tirare fuori dalle secche questa stupenda nazione. Martinez aveva l’impressione che il gioco non avesse come centro la Nazione, ma i tre “cosiddetti” leader degli aggruppamenti più forti. A volte gli veniva alla mente un pensiero che lo faceva rabbrividire: “se qualche pazzo o qualche persona talmente stabile psichicamente prendesse alla lettera ciò che si dicono i politici in questo momento di finzione estrema, per il bene del Paese, cosa potrebbe succedere?”
     
    XXXIV – Incontri - Era d’estate e mi incamminai verso il Parque Grande senza troppa convinzione. Se non fosse stato per l’ambiente che faceva da corona all’appuntamento non sarei andato, ma gioivo per il profumo dell’aria, il leggero brusio della gente e qualche grido di bambini, il canto diffuso degli uccelli insieme al fruscio dei voli, il verde dei pini alti e piegati dal vento con sotto un manto verdissimo d’erba sul terreno morbido. Tutto quanto avvolto dal gorgoglio, a volte potente, degli spruzzi delle fontane viventi. Percorsi con ansietà il rettilineo e ampio tratto tra l’ingresso e la fontana a gradini in fondo al viale, senza curarmi dei raggi del sole ancora cocenti. Mi guardai attorno e stentai a riconoscere il volto rossiccio della contadina russa. Solo in parte il suo sorriso mi permise di riconoscerla. La delusione fu bruciante come il sole. Anche se mi abbracciò con il suo migliore e dolce sorriso che mi intenerì, ma quasi non la lasciai parlare, solo il tempo di salutarci, neppure ricordo il nome. Le dissi:” Scusami, ma sono venuto semplicemente perché non volevo offenderti, non sapevo come comunicare con te, ma adesso devo proprio andare, perché ho un impegno. Magari ci vedremo un’altra volta”. Era tutto vero, ma ero privo di desiderio. Forse anche lei e, docilmente, come una buona donna della campagna mi disse: “Sì, a presto”. Mi sorrise e si allontanò lentamente. Per un lungo attimo rimasi a guardarla con una emozione che subito cancellai preda delle mie voglie.
    Avevo un altro appuntamento quasi alla fine del Paseo de Independencia, un bel pezzo di strada. Non volli farmi prendere in difetto, perché lei mi aveva detto: “Guarda che io arriverò puntuale, non sono di quelle che, per farsi desiderare, arrivano in ritardo”. Come potevo essere io il ritardatario? Quindi presi il tramvia e arrivai in orario.
    Suzane mi trascinò subito via dal centro, forse aveva paura di essere vista, ci mettemmo subito nei meandri del centro storico. A quel tempo ancora non conoscevo quel luogo come oggi e mi sembrava di trovarmi in balia della donna. In strada c’era gente, spesso dovevo scendere dal marciapiede, allungare il passo e poi risalire, per tenere il suo ritmo.
      
     
     
    [1]
                    Norme per costruire a controllo Regionale
    [2]
                    Piano di Costruzione – Norme controllate a livello comunale
    [3]
                    Il nano e il muto in genovese
     
     
    STORIE DIMENTICATE
    - Meno Uno - Sogno -  Pareva che la sua pelle fosse sempre abbronzata e appariva talmente liscia e morbida da sembrare seta. Non solo io ero invaghito di lei ma anche il mio collega studente lavoratore per un'estate, come me. Lui diceva che ne andava pazzo, entrambi ci scambiavamo le impressioni su quella donna, in realtà non bellissima, ma aveva con sé tutto quello che fa eccitare un uomo o un ragazzo. Il fondo schiena perfetto, come si usava dire, che parlava, gambe esili ma tornite che non aveva timore a mostrare, il sorriso aperto e disponibile sempre a sfiorarti qualche parte del corpo. Ci sono donne che nascono con delle caratteristiche per fare impazzire gli uomini, anche con la veste blu da ufficio, era sexy, chiusa davanti con dei grandi bottoni che le arrivava fino alle ginocchia e d’estate, col caldo, la vestiva senza indumenti intimi, tranne i due pezzi fondamentali, quindi, tra un bottone e l’altro, a volte si intravedeva la sua carne e, quando si sedeva, la veste le si alzava fino a metà delle cosce. Sempre sbirciavo verso di lei, con l’idea di vedere qualcosa, nonostante fosse seduta ad una scrivania metallica, blindata come un’enorme cintura di castità. I primi tempi in cui iniziai a lavorare, fisso, nell'ufficio succedeva che lei, come altri dovevano insegnarmi delle procedure. Non aspettavo altro. Mi affiancavo alla sua sedia il più possibile, nonostante la timidezza, senza avere il coraggio di sfiorarla. Fintanto che, un bel giorno, non fu lei che allargò la gamba destra fino ad appoggiarsi sulla mia sinistra. Io cercai di allontanarmi, per pudore, come a voler significare che era stata una casualità. Invece lei mi incalzò e premette con più decisione la gamba sulla mia. Ricordo che faceva un caldo insopportabile. Continuava a premere su di me, tanto che potevo vedere le sue gambe larghe che lasciavano intravedere il cammino buio verso la profondità delle cosce. Come spinto da qualcosa che non potevo combattere, mi avventurai con la mano tra due bottoni della sua veste e giunsi ad appoggiarla sulla sua pelle calda e fresca allo stesso tempo. Ero fuori di me, lei non fece nessuna obiezione, anzi, lentamente cercò di stringermi la mano con entrambe le gambe, mentre io cercavo di insinuarmi sempre più in profondità. Tutti e due avevamo smesso di lavorare, pur mantenendo lo sguardo fisso sulla scrivania con il timore che gli altri colleghi ci scoprissero, ma tutto continuava nella sonnolente normalità. Scivolando su una sua coscia stavo per giungere in fondo a quel cammino gratificante, quando lei, con un gesto quasi violento, si alzò dalla scrivania per prendere un fascicolo dall’armadio, quindi il mio tentativo rimase come sospeso e finì lì. Rimasi rintronato per qualche minuto, non potevo immaginare che fosse vero quello che mi era successo. Quindi il mio turbamento si trasformò in gioia incontenibile. Avrei voluto abbracciarla lì di fronte a tutti, volevo dichiararle il mio amore che sarebbe stato per sempre. Ma guardandola in viso, non osavo, mi sembrava diventata fredda e non mi degnava di uno sguardo. Più tardi, pensandoci bene, non me ne preoccupai molto, perché era evidente che lei non avrebbe dovuto darsi a vedere, mi dicevo, era più grande di me, fidanzata e prossima alle nozze. Perché avrebbe dovuto rivelare un capriccio!
    Però pensai pure che se volevo tentare di avere qualche altra occasione, dovevo sapermela giocare bene e studiare il modo migliore per sedurla. Nei giorni successivi mi mantenni tranquillo senza cercare di avvicinarmi a lei. Cercavo di pensare cosa avrebbe potuto volere da me, allora mi atteggiai a imbronciato, ma non arrabbiato, in modo da sembrare uno che aveva qualcosa dentro di sé, a lei piaceva l’idea dell’uomo che fosse: «un bel tenebroso». Quando capitavano discorsi o commenti sull’attualità tra colleghi, io cercavo di dire poche cose intelligenti e fuori dai luoghi comuni. Quando mi capitava di incrociare il suo sguardo, mantenevo i miei occhi fissi su di lei per pochi attimi e poi la sfuggivo, in modo che fosse lei ad inseguirmi. Cercavo di sfuggirle anche quando lei tentava un leggero contatto con le braccia o con le mani, affinché sembrasse che fosse lei a dirigere questa danza di avvicinamento, perché ero certo che ci sarebbe stato un altro incontro ravvicinato. Per necessità di lavoro capitava che bisognasse andare nel locale dell'archivio a cercare delle pratiche o semplicemente per riordinarle. In genere era un lavoro per pivelli come me, si dovevano sfasciare dei pacchi e spesso salire su una piccola scala di metallo per raggiungere ciò che si cercava. Da qualche giorno vedevo che la mia amica andava verso l’archivio e che ripeteva l’operazione varie volte nella giornata. Una volta la seguii e la trovai in una posizione piuttosto precaria, la scala appoggiata ad uno scaffale di metallo e lei, all’altezza di circa due metri, con un piede si sosteneva su un gradino e l’altro lo aveva appoggiato su una tavola dello scaffale. Inizialmente ebbi timore che si potesse far male scivolando. Mi avvicinai chiedendole: «hai bisogno di aiuto? Mi pare che sei in una posizione pericolosa». Lei mi rispose, con la sua voce acuta, quasi tremolante: «non c’è pericolo, mi so sostenere, ma se ti avvicini ti passo il pacco.» E così feci. Quando giunsi quasi sotto di lei, non mi passò nessun pacco, scese lentamente di un gradino, si sostenne con le due mani ad un tubo dello scaffale, piegando appena in avanti la schiena. Capii, misi la testa tra le sue gambe, ma era ancora troppo alta, quindi si abbassò e mi strinse dolcemente le guance tra le sue cosce. Gemeva come un cagnolino, premeva e allentava le mie guance mandandomi in delirio, fino al momento in cui io mossi la testa all'indietro e appoggiai la bocca sul suo sesso senza pelo, cercando il clitoride, era senza mutandine. Rimanemmo in quella posizione parecchi minuti godendo della nostra pelle calda, umida e fresca. Lei si agitava senza posa ed io non facevo altro che assecondarla, fino a che non poté più sostenersi e scivolò lentamente su di me, prima sul volto e poi sul petto, mentre abbracciavo la sua nudità con voluttà. Quando stette per mettere i piedi a terra, emise un grido di piacere, così acuto e prolungato che temetti che qualcuno venisse a vedere se ci fossero dei problemi. Per fortuna non accadde niente. Mi dette un bacio prolungato sulla guancia e mi lasciò impietrito in mezzo a pacchi e scaffali.
    Per lei sono stato come la decisione, di quando cammina per strada, di passare da un marciapiede all’altro. (Scrittore Russo)
    - Meno Due – A due passi dal cielo - “In ogni caso, voglio dirti che io l’avrei fatto l’amore con te”. Eravamo in auto con negli occhi l’avvicinarsi della sera al tramonto e là in fondo si intravedeva il mare, azzurro pallido come il colore dei miei pantaloni al primo incontro. Una stilettata mi raggiunse il cuore a causa di tutto quello che avevo perso e desiderato, ma ormai l’incantesimo si era rotto. Per chiarire la mia relazione con lei dovetti andare ad un colloquio con il marito. Lui soffriva più di me, io ero solo immotivatamente spaventato, lui invece sapeva che da lì a poco la relazione con sua moglie sarebbe terminata. La mia apparizione in mezzo a quella coppia era ampiamente giustificata dai problemi che dovevano affrontare, anche fisici, ma, disgraziatamente, forse grazie a me, riuscirono a fare un figlio per poi separarsi definitivamente. Ero riuscito a entrare nelle grazie della donna per un insieme di fatti favorevoli, come un cavallo ruffiano, un tempo utilizzato in attesa dello stallone.  Capii fin dal primo momento quanto sarebbe stata facile la relazione per la fragilità dell’amica che quasi mi dava pena. Esci con una donna e speri di farla franca, nessuno ti ha visto, ma in realtà sei tu che non riesce a vedere i cento occhi che ti scrutano, sicché intervenne il marito ed io, vigliaccamente o meglio perché, non mi interessava, mi tirai indietro. Il primo giorno facemmo un giro in macchina nei più bei posti panoramici della zona. Ero eccitato all’inverosimile, la bellezza del luogo era una corona quasi inutile, il mare, il sole, il profumo dell’aria erano accessori innecessari, c’era solo lei e avevo una necessità fisica, impellente di possederla. Mi resi conto, da un leggero tremore della sua voce, che anche lei si aspettava qualcosa da me. Ci fermammo in uno slargo della strada, quasi a picco sul mare. Ci lanciammo uno nelle braccia dell’altra, quasi con veemenza per tentare di estrarre rapidamente il succo di ognuno. Riuscii soltanto ad accarezzarle le cosce eccezionalmente lisce e eccitanti. Quando tentai di far scivolare le mie mani sotto le sue mutandine, lei dette alcuni sobbalzi rapidi col ventre e mi premette ancor di più la sua bocca sulla mia come per incollarla e rimase immobile per qualche secondo, ancora facendo sobbalzare ritmicamente, ma lentamente e a spazi dilatati, il suo ventre. Quindi riuscì a staccarsi dalle mie labbra e voltò la testa per appoggiarsi dolcemente sulla mia spalla destra, facendomi sentire le labbra umide sulla guancia. L’eccitazione di entrambi era terminata come una piccola esplosione invisibile liberando gli umori del nostro corpo quasi con vergogna. La giornata estiva era ancora lontana dal diminuire la sua intensità di luce in un tutt’uno con il deserto del mare dal quale spuntavano lievi increspature fino a perdersi nell’infinita luccicanza dell'orizzonte. Noi due gioimmo ancora per un poco l’estasi, con i corpi caldi e privi di molestie. Ma tutto finisce, è inevitabile e bisogna fare nuovamente i conti con i propri pensieri. Ci guardammo nella speranza di trovare qualche affinità che ci aiutasse a dire le cose giuste, a due passi dal cielo.
    “Come stai!” le dissi con la voce più calda che riuscii a pronunciare.
    Lei guardava verso il basso, come se avesse gli occhi socchiusi e non mi rispose subito, le cadde sul petto, coperto da una maglietta fine, una lacrima che, mi sembrò che facesse quasi rumore.
    “Ora tocca a te decidere” lo disse con fermezza, ma con voce rotta dal pianto. “Con mio marito non voglio più tornare, con lui non riesco ad avere nessuna relazione”. Rimase in silenzio per qualche secondo, pensando a come continuare, ma mi resi conto che aveva ben chiaro il suo obbiettivo.
    “Anche nei rapporti fisici, non riesco, non sento niente e mi fa male”. Io rimasi freddato come da un colpo di pistola. Le parole non mi uscivano. Era una svolta che non avevo previsto, avevo pensato soltanto alla mia soddisfazione veloce e adesso mi sentivo in trappola. Cercai di prendere tempo dandole un altro appuntamento, pur sapendo che era sbagliato, ma pensavo ancora alla dolcezza dell’abbraccio e non seppi resistere, sicché si complicarono le cose.
    Ci fu un altro incontro che finì rapidamente come il primo, presi entrambi da qualcosa che non riuscivamo a controllare o, forse non lo volevamo controllare. Non ci fu nessuna richiesta da parte di lei, ma sentiva che era giunto il suo momento. Avrebbe potuto tornare a vivere ed essere contenta, a sentire l’abbraccio di un uomo che la facesse trasalire. Ci lasciammo in silenzio che per me voleva dire condanna. Non ero tanto stupido da non capire. Mi ero messo in un groviglio di sentimenti dal quale avrei dovuto uscire, ma non sapevo come fare senza offenderla, senza farle del male. Mi avrebbe considerato un bugiardo per sempre. Il desiderio fisico di lei stava sfumandosi, anzi era quasi scomparso a causa dei troppi pensieri. Non sapevo che fare. Dopo giorni di tristezza, trepidazione e vergogna, arrivò la soluzione nel modo più insperato e violento. “Pronto, sono X, il marito di Y,…. So tutto, ho bisogno di parlarti”.
    Ricordando l’incontro con il marito, devo ammettere della certa stupidità di noi uomini che, di un rapporto maldestro con una donna, cerchiamo sempre delle cause fisiche. È orribile.
    L’unica soddisfazione che mi rimase fu la supposizione che avessi contribuito a che mettessero al mondo un figlio, che andò a buon fine, ma fallirono nel tentativo di conciliarsi. Per parte mia, da vile, non ebbi il coraggio di parlare con lei, per mesi, dicendo a me stesso, mentendo, che quella storia disgraziata era tutta colpa sua.
    -  Meno tre – Cabrón = Bastardo – Con gli occhi lucidi mi strinse la mano e mi fece accomodare su un’auto che non era abituale per lui, piuttosto vecchia e scassata. Ci mettemmo subito in marcia senza preamboli. “Accidenti se è emozionato!” Pensai tra me. Non avrei mai pensato di vederlo così, mi era sempre parso un egoista, “mi sarò sbagliato”, pensai piacevolmente. Quando è tanto tempo che non ti vedi, non sai mai come cominciare una conversazione, lui non aveva questo difetto. Mi chiamò, che ormai vivevo all’estero da quattro anni, e mi chiese di aiutarlo, la sua azienda modello stava andando a picco e alcuni, che gli volevano male, lo avevano abbandonato, così diceva. Non ci pensai su un minuto, mi resi subito disponibile, devo dire anche perché speravo, dalla vicenda, di poterci guadagnare qualcosa. Quindi il viaggio di circa due ore non fu noioso, mi raccontò per filo e per segno la vicenda della società ed io, da persona avveduta, mi tracannai tutto ciò che mi disse, stavo quasi per emozionarmi anch’io, o forse no. Ma ne ebbi l’occasione più avanti quando mi raccontò del brutto incidente occorso alla sua figlioletta di tre o quattro anni, non ricordo bene. Più tardi ancora ebbi molte occasioni di conoscere sua figlia più piccola e quella più grande di qualche anno, erano veramente carine e la più piccola era ancora nell’età in cui i bimbi sono angioletti. Ma torniamo al viaggio in auto. Venne il momento in cui mi raccontò del grave incidente di sua figlia, dopo scoprii che lo raccontava a tutti come una favola, ma lasciamo perdere. La poveretta cadde dalle scale della sua tecnologica casa, perché non c’erano le ringhiere o per una tragica fatalità Lui era in casa e corse subito in soccorso della piccola che non dava segni di vita, secondo lui, addirittura gli sembrò che le uscisse del sangue dalle orecchie. La nostra idea popolare della medicina prevede che se esce sangue dalle orecchie, vuol dire che esce dal cervello. Ma la gravità c’era tutta, soprattutto per una caduta occorsa ad una bambina così piccola. Bene fecero lui e sua moglie a chiamare l’assistenza medica che mandò prontamente un elicottero per portarla all’ospedale pediatrico della città. La famiglia intera passò alcuni giorni di terrore, ma successe l’insperato, la piccola non aveva subito danni apprezzabili, sicché tornò presto a casa per il sollievo e la gioia di tutti. Oltre dell’azienda, durante il viaggio di questo parlammo soprattutto, perché quel brutto evento, finito bene, concesse al mio di fare un salto nel soprannaturale. Secondo lui la bimba, durante quel tremendo capitombolo e poi in ospedale, rimase alcuni giorni in coma che sicuramente lo avranno fatto riflettere sulla morte. Ancor di più quando la bimba si svegliò, perché, oltre la grande gioia che la famiglia avrà provato, l’avranno forse tempestata di domande su quel terribile avvenimento. Sua figlia sembra che abbia risposto che ha visto molte farfalle. Ora qui il punto è delicato, nonostante tutto il male che ha fatto quest’uomo, di cui, magari più avanti farò un cenno, io non voglio offendere nessuno per quello che sto per dire, nell’improbabile caso che qualcuno degli interessati legga queste righe.
    Dunque sua figlia stette in coma qualche giorno e quando si svegliò disse di aver visto molte farfalle. Non so come lui ne sia venuto a conoscenza, fatto è che esiste un libro, piuttosto famoso, scritto da un neurochirurgo israeliano (Eben Alexander) che in italiano si intitola: “MILIONI DI FARFALLE”, titolo molto più esplicito in lingua spagnola: “LA PROVA DEL CIELO”, dall’originale: “PROOF OF HEAVEN”. Lui me ne fece un riassunto sommario e impreciso, ma io andai a leggerlo perché intrigato dalla tematica ed inoltre perché, sbagliando, mi sembrava di vedere il mio interlocutore, molto più docile e posato di come lo avevo conosciuto.
    Che dice lo scrittore? Durante una grave malattia che lo obbligò in coma per una settimana, sostiene che la sua esperienza extra corporale mentre era in coma, prova che la coscienza è indipendente dal cervello, che la morte è un’illusione e che ci aspetta un’eternità splendida, popolata da angeli e regioni intermedie con la presenza di animali, di nostri defunti. Un mondo meraviglioso. Non mi addentro oltre nelle considerazioni mediche che il libro racconta e neppure voglio annoiarvi con un ulteriore racconto.
    Quindi il mio si vantava che anche sua figlia era stata in quel luogo, una miracolata depositaria di un segreto che pochi hanno potuto penetrare. A lui non importava niente se lo scritto di Eben Alexander avesse suscitato molto di più di una critica. L’esperienza della sua figlioletta lo rafforzò nella credenza di essere un illuminato. Anche in famiglia era considerato tale, una volta me lo confidò sua madre, mi disse: “anche da ragazzino era un bambino intelligente, sapeva leggere e scrivere ben prima dei suoi coetanei, credo che fosse un prodigio”. Tutte queste cose le incameravo e più tardi le confrontai con i suoi comportamenti. Io non sono nessuno, ma le persone che interagiscono con noi si può giungere a conoscerle per ciò che fanno, dopo un anno circa di vicinanza mi convinsi che era un uomo da curare e che lui non sapeva di essere malato. Così pure l’egoista, la strafottente e l’ignorante di sua moglie non si era resa conto della situazione in cui versava il mio. Quindi anche nella gestione dell’azienda si andava da un errore all’altro. I pochi clienti rimasti erano trattati con bugie, menzogne che furono alla base del tracollo principale. Il mio arrivava a ridere se riusciva a fregare qualcuno, rise anche di sua moglie quando le fregò ottomila euro sulla sua carta di credito. Non voglio entrare nei dettagli, ma arrivò ad un punto di considerare che tutti quelli che se ne erano andati era perché odiavano lui e per loro colpa erano capitati i molti danni all’azienda. Così come alcuni prestiti minori che chiese non furono per colpa sua, ma di quelli che glieli avevano prestati.
    Mi sto rendendo conto che di tutto ciò che sto raccontando non ci metto niente di mio, ossia non uso la fantasia e questo è una sconfitta per chi si crede un narratore come me. Per tranquillizzarmi mi dico che sarà uno di quei rari casi in cui la realtà è più interessante della fantasia. Una precisazione, ciò che racconto, non necessariamente avvenne in una sequenza temporale precisa, i fatti li vidi così, ma non è detto che avvennero in sequenza, dal 2014 al 2016.
    Uno dei primi giorni che giunsi dall’estero, la sera ci fu una riunione tra il mio, io e l’avvocato insieme al commercialista, perché i tempi premevano per preparare i dati del concordato preventivo. La discussione fu abbastanza lunga e tecnica, io stentavo, dopo tanto tempo, ad entrare nella logica della situazione. Ricordo che cominciai a dubitare del mio quando fece la seguente domanda ai tecnici: “senti dottore,” in realtà lui lo chiamava per nome data la lunga frequentazione, “in un’ipotetica richiesta di concordato preventivo se si sapesse che l’azienda ha incassato una certa cifra che avrebbe dovuto passare ai clienti, quell’importo potrebbe essere considerato deducibile?” Risposta del commercialista, piuttosto perplesso: “te li sei imbertati, non li hai girati ai clienti?”, “Beh, sì”, “quanti erano?”, “Cinquecentomila”, “Lo capisci anche da te che non è possibile dedurli”.
    Per scelta o per necessità tutto andò a catafascio, si rinunciò al concordato, il primo commissario nominato dal Tribunale non volle firmare l’accesso al concordato, quindi si fece di far fallire l’azienda. All’interno della vicenda finanziaria e giudiziaria, c’è pure un fatto che non saprei come definirlo, dalle tinte rosa grigio?
    C’era un uomo del sud che fu nostro collaboratore per anni, io quando giunsi all’azienda, parecchi anni fa, già trovai quel signore. Umanamente devo dire che è sempre stato molto gentile nei miei confronti, così pure il fratello e il figlio. Qui la storia si farebbe lunga, lo cito semplicemente perché, tra le tante relazioni che intratteneva con il mio, fu il depositario della riscossione di un forte prestito all’azienda, mai rappresentato in bilancio. Solo le uscite erano contabilizzate. L’aspetto di quest’uomo era di un pacioccone con le guance rotonde e sempre pronto al sorriso. Un giorno “la madre badessa” nomignolo simpatico affibbiato alla moglie del mio, venne fuori dal suo ufficio starnazzando o lo raccontò a pranzo? Non ricordo. Molto spesso i due mi invitavano a pranzo in una trattoria di lavoro. Disse apertamente che l’uomo del sud le aveva fatto delle “avance”, aveva cercato di farle il filo. Lei si offese e se ne lamentò con il mio, dicendogli che non voleva più saperne di quell’uomo. Non fu molto discreta perché se io venni a saperlo …! Il mio non prese per niente sul serio la situazione, come era solito fare con tutto, lei si imbufalì, lui la calmò lì per lì, ma continuò a riunirsi in segreto dalla moglie con l’uomo del sud. Perché, affari! Ma eravamo al lumicino! Niente, affari.
    Quando si chiuse o meglio, iniziò il fallimento dell’azienda principale, il mio non era pago e noi, attorno a lui, neppure. Gli demmo credito, psicologico ovviamente, di poter tentare di riprendere qualcosa del massacro avvenuto con la prima impresa, costituendo una nuova società che avrebbe preso in affitto quella maciullata. Ma come abbiamo fatto ad essere così imbecilli!
    La società si costituì, per fortuna vennero fatte alcune assunzioni, poi dirò il perché, ma l’azienda non è mai decollata, anzi si mosse nella melma della precedente. Menzogne, trucchetti, piccole truffe e così via. L’unico vantaggio per me fu che si assunse una segretaria che era una donna normale, con la quale, nei momenti di assoluta inedia, si poteva fare qualche discorso umanamente valido, incluso riguardo alla pulizia dei pavimenti di casa.
    L’attività fu lasciata alla mercé del caso. Noi, amministrativi, passavamo delle settimane senza fare niente, giornate intere senza che suonasse neppure il telefono. Lui spesso era fuori regione, a fare cosa non si sa. Gli ultimi tempi, ma anche prima degli ultimi, nel suo enorme, puzzolente e buio ufficio, nell’assoluto silenzio, aveva intrapreso un nuovo lavoro: giocava in borsa, ai Forex. I prodotti di investimento più pericolosi che ci siano. Lui assicurava di guadagnarci, tentò di coinvolgere pure me e mi disse che sua madre e sua moglie li aveva già messi dentro. Secondo lui sarebbe stata una buona alternativa al tracollo della società. A quel punto era evidente che l’uomo ormai era fuori di sé, che non c’era più speranza. Il commercialista che lo seguiva da vent’anni lo abbandonò, così fece l’avvocato, con queste frasi: “sai perché siamo a questo punto? Perché mi hai mentito, hai mentito a tutti. Il commissario del fallimento, dopo un anno di attività, ha potuto recuperare solo ventimila euro di un milione e seicentomila che tu hai dichiarato.  In questo momento tu dovresti essere a correre per il mondo, con la paura che qualcuno ti possa prendere.”
    Cabrón, aggiungo io.
    P.S. Ci sono altre persone che subirono i comportamenti maldestri del mio, non li cito perché sarebbe troppo lungo ma il ricordo e la solidarietà con loro, rimarrà per sempre. Spero che la giustizia, anche se lentamente, prima o poi arrivi.
    I – Primo Amore - Un lungo viaggio mi aveva tenuto lontano dai miei luoghi di origine e la lontananza, le novità incontrate in quel tempo mi avevano quasi impedito di pensare, ero troppo occupato a guardarmi attorno senza curarmi di chi mi circondava e anche senza curarmi di me stesso. Il giorno in cui feci ritorno, più per curiosità che per necessità, cominciai con chiarezza a vedere la gente. Alcuni con la faccia scura mi davano tanta tristezza che quasi sfociava in panico. Non volli seguire quelle sensazioni cercando di fare qualcosa, ma dovetti scommettere sulla mia forza di volontà. La mia permanenza in quel luogo non produceva e non dava la possibilità di imbattersi in alcun avvenimento degno di nota, mi decisi a una breve passeggiata nel tentativo di annullare i pensieri negativi. Giunsi in piazza, dove si può vedere il fiume in un’ampia insenatura. Mi appoggiai alla grande ringhiera di protezione. Potevo vedere i gabbiani che volteggiavano neri all'imbrunire, stagliandosi in alto contro un cielo bianco macchiato ancora di un grigio azzurro. A tratti sparivano come se si fossero persi nel nulla di quel cielo vuoto e privo di rumore. Il loro girare in cerchio ricordava i rapaci. Sono peggiori dei corvi, sono uccelli di rapina, aggressivi e rumorosi. Non hanno niente di dolce e di adorabile, possono ingannarti con quel loro sguardo languido e con quel becco che sembra la smorfia di sorriso.
    Stavo osservando ciò che mi proponeva lo sguardo senza alcun interesse. Alcune donne sconosciute, avvolte in maglie multicolori, uscirono da un locale, chiacchierando e ridendo. Non ne riconobbi una però la loro comparsa mi scaldò il cuore, detti un mezzo giro su me stesso lasciandomi alle spalle il fiume e le seguii ondeggianti allontanarsi, di fronte a me, mentre continuavano a scambiarsi sguardi d’intesa, chiacchierando fitto e senza degnarmi di uno sguardo come se fossi invisibile. Il verde cupo degli alberi in piazza colmava la tristezza che mi avvolgeva, senza un motivo e senza pensieri.
    Non avrei immaginato, in seguito, che quella sera mi sarebbe capitato un fatto che mi avrebbe ricordato un passato ormai sepolto e che avrebbe potuto, in qualche modo, incidere sulla mia vita futura. Un avvenimento capace di riunire in un attimo un lungo periodo dalla mia giovinezza a oggi.
    Senza farci troppo caso, intravidi una persona che veniva verso di me, nel frattempo mi ero girato nuovamente e guardavo il fiume, era una donna. Non pensai neppure per un attimo che venisse verso di me ma che si trovasse lì nel percorso abituale della sua passeggiata. Se era possibile, mi concentrai ancora di più a guardare il greto del fiume, ma a un tratto sentii una lieve folata di calore che mi accarezzava e sottovoce, qualcuno diceva: "Buonasera!"
    Rimasi stupito sul momento, ma poiché era tanto tempo che non parlavo con qualcuno, non mi lasciai sfuggire l'occasione e le risposi: "Scusami, ma chi sei, una così bella donna che mi saluta? “
    Non si fermò subito, tanto da darmi l'impressione di sentirsi molestata dalla mia domanda. Ero quasi sul punto di assimilare la delusione, quando si fermò e con un sorriso accattivante mi disse: "È strano che non ti ricordi, ma mi conosci da una vita!"
    Furono i suoi occhi lucidi, di un marrone così profondo che mi consigliarono a non desistere da quello sguardo. Lei, voltata verso di me, mi fissava come se volesse aiutarmi a ricordare. Finalmente fece un movimento con le mani per sistemarsi i capelli sulla nuca che risvegliò in me tutto un mondo di dolcezza che pensavo scomparso per sempre.
    Si trattava proprio di M. La mia M. anche se con trent'anni di più che le avevano fatto perdere la luminosità della pelle, rimaneva un poco dello scintillio nel suo sguardo che mi aveva sempre fatto trasalire.
    Il suo volto era solcato da rughe che mi stupirono per un momento, ma che scomparvero non appena cominciò a sorridermi. Era stata il mio primo amore e ancora adesso arrossivo un poco standole di fronte.
    Non ebbi mai la fortuna di darle un bacio o semplicemente di sfiorarle la mano. Per lei, credo, di non essere mai stato niente, ma forse qualcuno le disse che ero cotto, e, quando per caso la incontravo per strada o sull'autobus, mi faceva un sorriso che a me pareva così dolce, così coinvolgente che, letteralmente, mi saltava il cuore nel petto.
    Dopo tanti anni di silenzio, che cosa avremmo potuto raccontarci?
    Che interesse poteva avere la nostra vita per l'altro?
    Sicuro di me stesso, per la prima volta, le presi la mano e gliela accarezzai e lei mosse le labbra in una piccola pressione a voler significare un gentile sorriso di approvazione. Però capii pure che non avrei potuto trattenerla a lungo senza parlare e stavo pensando a un modo convincente per rivederla.
    "Avrei potuto invitarla a cena, pensavo, sarebbe stato troppo formale dopo tanto tempo, magari invitarla a fare una passeggiata, forse troppo ingenuo."
    Con precisa scelta di tempo fu lei che mi disse: "Senti, ci vediamo qui domani sera alla stessa ora. Non vorrei perderti ora che ci siamo ritrovati!” Rimasi in silenzio senza saper cosa dire mentre la guardavo allontanarsi.
    E in un attimo s’impossessò di me l’inutilità di riporre speranza in quell’incontro.
    Mi richiamò ricordi antichi della mia giovinezza che vissi, per la maggior parte, in un paese senza qualità e senza bellezze.
    Quella che oggi, con un po’ di presunzione, molti la chiamano cittadina, allora era assolutamente diversa da come si vede oggi, anche il modo di fare e di sorridere della gente era del tutto differente. 
    Era un tempo in cui la metà delle case di oggi non esisteva ed anche le strade erano dimezzate.  Le colline che adesso sono assalite dal cemento erano sagomate da terrazze in parte lavorate o coltivate a vigneto, dove si faceva largo il verde argentato degli ulivi; ricordo di antiche necessità. Era un tempo in cui c'erano ancora degli emigranti, chi partiva per le Americhe e chi per l'Australia. Non c'erano arrivi ma molte partenze. Col tempo qualcuno ha tentato di ritornare, ma ormai era troppo tardi, i legami con il vecchio paese si erano sfilacciati e chi volle insistere con il nuovo ritorno spesso, si trovò quasi disadattato.
    Però qualcuno assicura che molti ebbero vantaggi per la loro famiglia. Siamo sempre stati gente pronta alle sfide, a lanciarsi verso l'ignoto, a faticare per i nostri cari. Forse solo oggi una parte è spaventata, più hanno avuto la vita facile più si sentono intimoriti.
    La famiglia della mia bella, contro ogni regola, tornò forte di un buon successo nelle Americhe, anche se per vivere o per il surplus dovettero continuare a lavorare una volta installati qui. Per me lei era diventata speciale grazie anche alla sua conversazione che sentiva fortemente l'influsso di un accento straniero. Quelle parole, spesso incomprensibili ed esotiche la rendevano interessante e misteriosa. La mia infatuazione cresceva sempre di più. Pochissimi, tra gli amici, erano a conoscenza del mio innamoramento. Non ebbi mai il coraggio di dirglielo, temo persino di non aver mai scambiato una parola con lei. Il mio amore si beava degli sguardi, delle palpitazioni per i rossori improvvisi e si nutriva di sogni, anche i più arditi e strampalati.
    Speravo di poter, per qualche strana coincidenza, essere rapito insieme con lei e di essere rinchiusi in un locale, dove tanta vicinanza avrebbe creato le condizioni perché si accorgesse del mio amore, come le circostanze mi avrebbero fatto diventare più coraggioso ai suoi occhi e lei, inevitabilmente, sarebbe caduta nelle mie braccia.
    In paese, uno come tanti, non vi erano molti divertimenti. Era il tempo dei juke-box, dei ritrovi nei bar per giocare a carte, per fumare o cominciare timidamente a ballare. C'era anche un cinematografo che faceva la gioia di giovani e adulti.  Quei giorni gioiosi e noi ragazzi avidi di immergerci nel sogno non torneranno mai più!
    A noi giovani imberbi concedevano di entrare agli spettacoli pomeridiani. Era una vera goduria trovarsi assieme agli amici e partecipare delle avventure che scorrevano sullo schermo. Solo per citarne alcuni, i nostri idoli erano: John Wayne, James Dean, Alan Ladd, Paul Newman. Il protagonista lo chiamavamo “il giovane”, quando ci raccontavamo le scene del film che più ci erano piaciute.
    Un altro mondo!
    Mi sembra di ricordare i colori del terrapieno, a lato del locale, al quale si accedeva per mezzo di una salitella di asfalto grezzo. Si restava in attesa per l’apertura delle porte per poi passare a comprare i biglietti che erano strappati prima dell’ingresso in sala.
    Quella felicità, un giorno, mi fu tolta per sempre.
    Tra i sedili delle prime file vidi la mia M. avvinghiata e con le guance rosse come il fuoco, a un ragazzo di alcuni anni più grande di me.
    Il mondo sembrò cadermi addosso, non saprei dire che film si stesse proiettando, la mia vita era come se si stesse frantumando. Rimasi tutto il tempo della proiezione sprofondato nella poltrona, senza muovermi e senza lasciare il locale in anticipo, per non far insospettire i miei amici.   Avrei avuto bisogno di scappare via!
    Avevo gli occhi pieni di lacrime, ma mi convinsi presto a tramutare i miei sentimenti in odio.
    Più rapidamente di quanto sperassi, le lacrime si seccarono e quella delusione mi lasciò come svuotato, vissi per diverso tempo senza che nulla mi appartenesse e che m’interessasse. Non combinai niente per alcuni anni neppure a scuola, niente m’importava.
    Ma, strano a dirsi, il trascorrere del tempo sana molte ferite, e così anch'io entrai a far parte dell'esercito degli sconfitti per amore. Il tempo altresì portò con sé altri dolori dello stesso tipo ma anch'essi furono spazzati via come il vento, senza tralasciare di incollare sul mio cuore, ogni volta, una fine corazza come di polvere che s’indurisce sotto il ghiaccio, togliendomi poco a poco il desiderio di amare.
    Non tornai a incontrare la mia bella né il giorno successivo né ebbi più alcuna voglia di tornare a vederla.
     
    II – Adolescenza - Appartenevo al gruppo di quelli che erano ancora ragazzini ma già in grado di essere scossi dalle pulsioni del sesso.
    Un giorno, mentre giocavamo a nascondino, in casa, non ci occorse miglior soluzione che nascondersi sotto il letto. Io capitai con una ragazza, era in vacanza da sua zia, stavamo ridendo in silenzio per non farci scoprire con gli occhi brillanti dalla gioia.
    Ad un tratto la mia amica si fece quasi seria e mi fissò con uno sguardo che non le avevo mai visto. Mi stava prendendo in giro? No, mi prese la mano con cautela, la fece passare sotto la sua corta gonna e la premette con energia sul suo sesso. Non mi resi subito conto, non sapevo che fare e mi abbandonai al suo volere. Cominciò a cambiare il ritmo della sua respirazione e il suo petto s’inarcava facendo risaltare i suoi piccoli seni, chiuse gli occhi e premette sempre di più la mia mano muovendola su di sé ritmicamente. All'improvviso, senza alcun motivo, strappai dalla sua la mia mano e uscii correndo dal nascondiglio. 
    L'episodio si chiuse lì. Un giorno tornammo a incrociarci sulle scale di casa, io stavo scendendo e lei saliva, giunta di fronte a me, mi dette un colpetto, con la mano quasi aperta in mezzo alle gambe, tanto che dovetti piegarmi, più per la sorpresa che per il dolore. Lei corse su, verso casa sua ridendo. 
    Non davo nessuna importanza a questi fatti, mi piacevano e m’intimorivano allo stesso tempo.
    III – Adolescenza due - Vennero giorni nei quali ero lasciato più libero, anche se devo dire che i miei genitori non hanno mai dubitato della mia bontà e della mia onestà. Spesso si sbagliavano.
    Un giorno, che faceva un caldo del demonio, mi trovavo nel reparto di stireria e guardaroba di un grande hotel. Non ero lì per caso ma, come molti ragazzi del mio tempo, ero lì per lavorare durante tutta l'estate. Non ricordo il motivo esatto della mia presenza in quel luogo, forse mi ci aveva mandato il “concierge” a ritirare qualche capo di vestiario oppure, in un momento di pausa, fui attirato da un mio compagno, molto più intraprendente di me nei rapporti con le persone.
    La responsabile era una donna che, ai miei occhi, aveva passato abbondantemente la cinquantina e, per il caldo soffocante, aumentato dal calore prodotto dalle macchine stiratrici, vestiva una specie di sottoveste bianca quasi trasparente e aperta sul davanti che lasciava intravedere il seno rinsecchito e imperlato di sudore. Sedeva in un’ampia poltrona dallo schienale rigido con le gambe aperte e la sottoveste tirata su ben oltre le ginocchia, lasciando in mostra la carne flaccida delle cosce, solcata da vene azzurre come piccoli tatuaggi o come i disegni della nervatura delle foglie.
    La ricordo ridere sguaiatamente, dando bella mostra di un dente incapsulato di color argento e con un filo di perversione verso una donna ben più giovane di lei che sembrava intimorita.
    La donna vestiva una sorta di uniforme di un colore verde opaco, molto stretta che le aderiva al corpo, premendo sul suo seno turgido ancora ben modellato e sensuale che cercava di uscire dall’imprigionamento dell’abito, in sintonia col suo fondo schiena ben disegnato. Era in piedi di fronte alla più anziana, però piegata in avanti tanto che si evidenziavano le curve del suo corpo sensuale e del seno debordante, con le mani   giunte e protese in avanti che mi ricordava la mantide religiosa.
    Così fantasticavo davanti a quelle donne tanto diverse l’una dall’altra apparentemente.
    La “capa” come la chiamavo io, per me aveva perso ogni parvenza di donna, si mise a ridacchiare e rivolgendosi all’altra donna le disse:
     “lascia che si divertano adesso così potranno ricordare di essere stati giovani, quando dovranno sopportare l’odore di qualcuno nel loro letto.”
    E l’altra: “Dici bene, ma è troppo giovane, non voglio che si trovi qualche problema indesiderato nella pancia, mi capisci?
    “Tutti i problemi sono indesiderati e volerli prevenire è quasi impossibile.”
    Non capivo niente del discorso delle due donne fin tanto che la “capa”, vedendomi lì impalato, non mi spinse con rudezza attraverso una porticina che dava sul retro dell’ambiente in cui ci trovavamo.
    Mi ritrovai in un vano lungo e stretto, dove i rumori erano attutiti, forse a causa della grande quantità di pezzi di panno colorato che formavano il pavimento, come un grosso tappeto. Una piccola finestra di vetro opaco e socchiusa era tutto quanto dava luce a quella specie di luogo segreto, lasciando filtrare un sole giallo sporco.
    Nell’angolo vicino a essa, un amico e collega della mia stessa età tentava di stringere a sé una ragazza, anch’essa vestita di verde e che sicuramente era figlia dell’altra donna con la stessa uniforme.
    Si divincolava dagli abbracci del mio amico, senza troppa convinzione, ma non doveva essere contenta, aveva un’espressione seria e di rassegnazione come si vedeva spesso sul volto di tante ragazze obbligate a lavorare in un ambiente che le sfruttava. Per la magrezza del mio amico, mi sembrava che la avvinghiasse un polpo, con quelle braccia sproporzionatamente lunghe che cercavano di mettersi da tutte le parti, in un corpo non ancora di donna.
    L’amico m’invitò a unirmi al gioco sghignazzando e mostrando i suoi grossi denti bianchi cavallini.
    Per non farmi prendere in giro, mi avvicinai e palpai entrambi i seni della povera ragazza bloccata con la schiena alla parete e li sentii molli come due palloncini sgonfi. Lei mi guardò con gli occhi spenti e quasi con paura.
    Non riuscii a sopportare oltre, per la vergogna, il suo sguardo, nonostante l’incitamento dell’amico.
    Assumendomi il rischio di essere poi male apostrofato dalla vecchia della stireria e dal mio compagno, pallido in volto e tremante me ne andai quasi correndo disprezzando il mio modo di essere.
    IV – Adulti - Quelle estati bruciavano di più nel profondo dell’essere che sulla pelle. Ma i più duri, non voglio dire i meno sensibili, quelli che sapevano controllare le emozioni diventavano “famosi”, nell’ambito delle conoscenze e da citare, per il numero di seduzioni che riuscivano a compiere, qualcuno diceva vere o false. Il loro successo si spandeva a macchia d’olio, irrefrenabile, tanto che alcuni coetanei ma soprattutto certi adulti, presi dalla frenesia estiva, dai colori, catturati dall’abbronzatura della carne femminile e vinti dalla noia della routine in famiglia, si cimentavano a imitare le imprese dei “più duri”. Molto spesso mettevano da parte gli obblighi di fedeltà che avevano giurato un tempo ormai dimenticato.
    Il sesso si respirava nell’aria e richiamava frotte di uomini, grandi e giovani, verso le sale da ballo, nei bar, sui viali dei paesi di mare, per inebriarsi di quell’odore che faceva fremere di vitalità momentanea come un propellente a rapida evaporazione.
    Tutta quell’agitazione e desiderio di uomini intrappolati da pensieri angusti non poteva essere contrastata da semplici consigli di un povero prete, non poteva neppure essere mitigata da incontri con a tema alti e casti pensieri o da gite organizzate per mettere insieme ragazzi e ragazze con l’intento più puro.
    Anch’io, forse per imitazione, cominciai a cercare un po' di consolazione nel sesso a pagamento, ma mai raggiungevo la sazietà. Dentro di me si faceva spazio la convinzione che i grandi ci avessero mentito riguardo al sesso fin da quando eravamo bambini.
    Con questi pensieri che mi opprimevano, mi rivolsi al prete, diventato un vero amico, ma forse non era la persona adatta o scarseggiava di esperienza. Nessuno seppe darmi insegnamenti veri, insegnamenti che facessero presa sulla realtà che stavo vivendo, forse perché troppo cangiante e soggettiva.
    In ogni caso le affermazioni teoriche erano superate assolutamente da ciò che accadeva nella realtà di ogni giorno.
    Era facile vivere una doppia vita, respirando quell’ambiente!
    V – Ragazze - In una giornata di noia e di caldo soffocante, m’incontrai con un amico nella terrazza del bar centrale.
    Fu una vera casualità perché lui prediligeva starsene in casa, quando non andava a lavorare e, le poche volte che usciva, aveva un atteggiamento schivo. Quindi festeggiammo l’avvenimento con una birra ghiacciata che ci aiutò anche a mitigare l’arsura.
    La nostra amicizia andava ben oltre la superficie, era sufficiente uno sguardo per sentirci in sintonia.
    Una conversazione libera e franca spesso ti porta, dove non vorresti e ti spinge a raccontare ciò che non ti aspetti. Per non contraddire quella regola passammo da semplici parole inutili e insulse sul tempo a ricordare il passato.
    Cominciò lui, con il suo solito sorriso aperto e comunque guardandosi attorno alla ricerca di orecchi indiscreti. “Ti ricordi quando si organizzavano le gite in autobus?”
    Appena iniziò l’argomento sapevo già, dove voleva arrivare. Lui non era un timido, sempre era a caccia di ragazze, anche più mature di lui, ma era una persona destinata a fare coppia fissa con una donna, insomma il suo destino era accasarsi. Era un ragazzo ben fornito, abbastanza alto con il colore della pelle che sembrava sempre abbronzato. I capelli folti che in qualsiasi modo li tagliasse gli lasciavano sempre un ciuffo che sporgeva in avanti sulla fronte abbastanza ampia che faceva da corona ai suoi occhi scuri e che poggiava su un naso robusto e leggermente mobile, a causa di un tic nervoso. Aveva un buon successo con le donne di una certa età, forse perché erano già esperte e desideravano qualcuno ardente e forte che le potesse far trasalire prima ancora di fare sesso.
    Continuò senza aspettare il mio assenso. Non ce n’era bisogno.
    “Ti ricordi quando andammo a O., una gita piuttosto lunga. Sceglievamo apposta mete lontane, perché il divertimento era il viaggio.”.
    Io solo sorridevo, non era necessario che interloquissi.
    “In quella gita, qualcuno scoprì e poi divenne di dominio pubblico, che L. teneva in mano il pene di E.
    Per un lungo tratto del viaggio rimase incollata a quel sedile, non c’era modo di farla spostare.”.
    Ci mettemmo a ridere di gusto entrambi come se fossimo tornati indietro nel tempo.
    “Si copriva il grembo e parte del suo compagno di sedile, con una maglia grigia a mo’ di coperta. Dove sarà finita quella maglia una volta giunta a casa?”.
    E giù risate fino a sentire dolore alla pancia.
    Il passa parola fu terribile.
    Anche quando, diventata adulta e madre, in certi ambienti quel ricordo la precedeva. In seguito diventò quasi una “sensale dell’amore”. Non c’era coppia che si formasse di cui lei non sapesse la storia e, in molti casi, in cui non ci fosse il suo zampino.
    Non lo faceva per interesse, per lei, bruttina, era un modo di godere per gli altri, un modo di sentirsi ancora attiva sessualmente e viva. Dava consigli, s’immedesimava nei due, combinando anche molti pasticci, ma continuava per non sentirsi del tutto rinsecchita a causa dell’età e dell’abitudine.
    Un’altra, sempre del gruppo, si ritagliò il suo spazio di gloria, per il suo gusto e la capacità di fare pompini.
    Nonostante tutto, per noi giovani inconsapevoli e fragili di mente e di cuore, l’estate continuava con la sua promessa di speranza e dolcezza per il futuro.
    Le serate tiepide e buie erano un richiamo irresistibile per le lucciole che brillavano intermittenti con la loro scia immaginaria di segreti incomprensibili e appassionanti che squarciavano la nostra notte scura.
    Molte ragazze avevano lo stesso comportamento imprevedibile e accattivante delle lucciole, pieno di allegria, pieno di gioia e traboccante di stupida certezza.
    Cercavano l’anima gemella e, in molti casi, erano certe di averla trovata.
    Sempre emozionate e sicure di sé stesse si offrivano ai coetanei e più spesso a ragazzi più maturi, tutti con grandi sorrisi e muscoli sodi, ma poco cervello.
    Nessuno si rendeva conto a cosa stavano andando incontro, non capivano cosa avrebbe riservato loro la vita, ma era un gioco al quale non sapevano resistere. Erano come le api che si lanciano sui fiori.
    Succedeva che C. amava B. e che F. era innamorato di M. Spesso non c’era vera seduzione, ma nonostante tutto, il gioco doveva arrivare alla fine.
    E non c’era modo di conoscere le conseguenze dei rapporti finché non si giungeva alla fine.
    Evviva B. e F.! La fine doveva essere suggellata dallo sposalizio tanto desiderato.
    Una di quelle che più lasciavano vedere l’eccitazione, a quel tempo, l’ho rivista poco tempo fa. Grassottella, il volto dolce, bello e ovale, simile a un quadro dell’ottocento, come allora, ma lo sguardo distante, posato su qualcosa che non esisteva, camminava, in una leggera salita della strada, sembrava che stesse affrontando un sentiero di montagna. Era vecchia, era vestita da vecchia, come allora. Naturalmente divorziata dopo aver scodellato due figli ormai maggiori.
    Era la regola, era il finale.
     
    VI – La piazza come Agorà – In un paese come il mio è difficile che ci sia identità di vedute sugli argomenti di conversazione quando la gente s’incontra nella piazza principale, una specie di Agorà dove tutti possono dire ciò che vogliono, purché abbiano un minimo di uditorio o di contradditorio.
    L’incontro in piazza è vitale per molte persone ed ha una lunga tradizione, nonostante le modifiche che sono state apportate nel tempo a quello spiazzo. Le presenze, nei mesi più caldi o più miti dell’anno, si possono contare già alle sette del mattino.
    Oggi, guardandola da dove sorge il sole ha l’aspetto di un grande rettangolo, ampio all’incirca 40 m x 25 m, fuso sulla parte destra a ovest con uno spazio a forma di un settore di cerchio avente un raggio, uguale o forse anche più lungo, di un lato minore.
    Per i tre lati dalla parte   che danno verso il fiume è racchiusa da un filare di undici tigli stupendi, che hanno assunto dimensioni notevoli e che fanno un’ombra veramente piacevole e generosa in estate alle panche di legno sottostanti con le loro spesse fronde ammantate di larghe foglie verdi. Mentre in autunno avanzato, novembre, danno spettacolo colorandosi di un giallo brillante senza che si possa fare a meno di meravigliarsi della loro bellezza che arriva a pacificare l’anima. Quindi, giunto al culmine il fenomeno, dopo qualche giorno, quasi allo stesso tempo, cadono a terra per formare un tappeto che il vento, se c’è, lo scompiglia e se lo porta via in scie e vortici mirabolanti, lasciando gli alberi con i loro rami nudi, slanciati verso l’alto, per il giusto riposo, affinché si rigenerino per la prossima primavera. 
    Al centro è sistemato un brutto monumento di marmo bianco, inizialmente, eretto alla vittoria della I guerra mondiale poi riconvertito a omaggio per i caduti di tutte le  maledette guerre che forse ha trovato la sua pace in quanto a dimora, perché negli anni ha girato tutti gli angoli del grande spazio determinato  dall’incrocio tra la statale e la provinciale e i limiti, ormai immaginari, dell’antica piazza, in balìa delle stravaganti idee dei politici locali, incapaci di dare valore ai simboli.
    Al centro, spostato a est, un nuovo rettangolo rialzato dove crescono due abeti e un tiglio. Un errore del giardiniere, perché in quel luogo sarebbero stati sufficienti i due abeti. Difatti il tiglio fatica ad emergere a lato dei due giganti montani che gli stanno rubando spazio e luce obbligandolo a crescere storto.
    Crescono in un terreno che dovrebbe essere erboso, il vero giardino della piazza, ma purtroppo rovinato dalla maleducazione di molti proprietari di cani che, nonostante abbiano un luogo per loro, fanno defecare le loro mascotte nel giardino impedendo a bimbi e adulti di godere di quello spazio. Il pavimento della piazza è un bellissimo pavé bolognino con incastro a curve, di colore marrone con i blocchetti bordati di verde per l’erba che cresce negli interstizi.
    Nella nostra Agorà si parla di tutto, dalla politica all’agricoltura, dalla medicina alla caccia e la discussione è d’obbligo quasi su tutto. Ciò che unifica non sono gli argomenti ma è l’Agorà stessa o il lasciare passare il tempo, emettere qualche giudizio senza convinzione e tornare a badare ai fatti propri. La solidarietà non esiste tra gli adepti, ma emerge l’egoismo al naturale, meglio ancora, nella piazza ci si esprime per quello che si è, senza remore, senza vincoli di familiari tra i piedi.
    Si potrebbe pensare che chi la fa da padrona sia la politica, non è così. Gli argomenti, in genere, seguono la cronaca e le stagioni.
    Le grandi passioni sono l’agricoltura, la pesca, la caccia e lo sport ovviamente. Ma non sono da meno l’edilizia, l’architettura e il conseguente supporto giuridico, si fa per dire. Non ci si fa mancare neppure della nostalgia del passato con ricordi personali di un mondo morto e sepolto, ai quali ognuno aggiunge le proprie memorie per arrivare, spesso, a racconti difficili da interpretare ma carichi di pathos.
    Ultimamente sono entrate anche le tecnologie, smartphone in testa, Wi-Fi e computer con relative apps.
    Ogni prodotto alla sua stagione. Ma quello che va per la maggiore, secondo me, è la critica pura. È persino messo in discussione il taglio dell’erba per chi ha il giardino. Dimenticavo che va sempre forte la questione migranti stranieri e italiani, in cui si distinguono quelli che avrebbero la soluzione per tutto, se fosse concesso loro di abitare per qualche mese a Palazzo Chigi.
    E questi appartengono già ai fuori classe.
    Cito solo alcuni che sono tali a mio giudizio, ma ce ne sarebbero molti, secondo varie interpretazioni. Sì, bisogna ammetterlo, l’Agorà è nobilitata dalla presenza di veri fuori classe del racconto e della bugia innocente.
    Un tipo con molta roba, come si diceva tanti anni fa, un bel giorno, perché le autorità comunali non gli lasciavano costruire una casa, decise di tagliare una pineta intera. Forse quattromilacinquecento metri quadrati vennero spogliati di   una grande quantità di pini che scomparvero da un giorno all'altro cambiando completamente il paesaggio. Quella zona divenne altro da sé, divenne qualcosa che non c’era prima. Che età avevano questi alberi? Non lo so dire con certezza, ma quella era una zona privilegiata per i nostri giochi di adolescenti, oltre cinquant’anni fa e il ricordo di allora è di una pineta folta.
    Erano pini che si avvicinavano sicuramente agli ottant’anni. Ora lui, nell’Agorà, è uno specialista di urbanistica e un tipo molto scaltro.
    Un altro fuori serie della piazza, stavolta silenzioso e appartato.  Arriva sul tardo pomeriggio, nelle stagioni miti e calde, con la sua andatura caracollante e il suo lungo ciuffo di capelli, per il riporto sulla sua calvizie, che danza al vento per lo spostamento d’aria provocato dalla sua camminata e punta diritto ad un’unica panca di sempre, come se ci fosse un cartellino col suo nome, non si ferma neppure se seduto su di essa, c’è già qualcuno. Succede tutti i giorni, a volte, coadiuvato da un unico amico che gli controlla il posto. Quando è solo, il che succede il più delle volte, la sua migliore occupazione è sonnecchiare.
    Poi ci sono i risparmiatori. La piazza è connessa a un bar che per molti anni ha fatto la storia del paese, ma lo vedremo più avanti. La maggioranza dei partecipanti dell'Agorà, entra almeno una volta nel bar per un caffè. I risparmiatori fanno il loro turno di presenza in piazza dalle dieci alle dodici e dalle quindici alle diciotto senza mai varcare la porta del bar. Un altro che potrebbe appartenere al gruppo, è un tipo prestante, già pensionato e silenzioso, tranne che con pochi amici selezionati. Sempre, estate o inverno, porta un berretto con visiera, è raro riuscire a vedere la calotta del cranio che copre la materia grigia. Un’altra caratteristica, ogni tanto, senza motivo apparente batte le mani con forza e le frega una contro l’altra. Non ho mai capito se sia un’abitudine o un segnale a quelli che stanno discutendo. Fatto è che nessuno gli fa caso.
    Un mondo quasi a parte sono i ballerini, in ogni caso io li accomuno con i fuori classe.
    Uomini attempati ultra settantenni che frequentano i locali da ballo e le feste estive dedicandosi a quello stupendo sport e passatempo del ballo. Devo ammettere, lasciando un po’ d’invidia in me che sono una schiappa. Ebbene, questi signori raccontano a pochi intimi le loro imprese atletiche non solo sulle piste, ma anche a letto, così dicono loro, con tardone, di tutto rispetto, che sono ancora in grado di sperimentare i piaceri della carne.
    A volte, sul tardi in genere di venerdì e di sabato, arriva, in moto, un amico imprenditore settantenne e la prima cosa che cerca è un altro amico che qui chiameremo, il geografo o lo storico. Non si tratta di appellativi buttati lì per gioco, lo è in realtà, di quelle materie sa tutto. L’imprenditore, quindi, cerca il geografo, ma quando s’incontrano, a parte un risolino reciproco da entrambi, iniziano subito a parlare di sesso, come fosse la cosa più naturale del mondo. Poi con l’aiuto dei presenti passano a canali d’informazione più ortodossi e spesso si sfidano a farsi domande reciprocamente per cogliere in fallo l’altro. È realmente difficile fargliela al geografo-storico, perché è preparatissimo, quindi si inorgoglisce e sfida tutti noi, con telefonino in mano, a trovare con rapidità, fiumi, monti, laghi, relative misure, di elementi di questo mondo troppo piccolo, per lui. Veri specialisti e carichi di simpatia che, spesso, riescono a far chiudere la sessione giornaliera in allegria.
    Sono troppi, gli specialisti o i fuori classe!!!!
    Magari un altro episodio, più avanti. 
    Certamente, nella nostra Agorà ci sono anche persone che non aprono bocca, è difficile sapere se dissentano o stiano aspettando solo il loro argomento.
    Tuttavia non è un ambiente per gente docile, si vede spesso dagli sguardi che alcuni si scambiano, forse come effetto di antichi rancori. Raramente si palesano in discussioni violente e pubbliche. In genere si preferisce non arrivare al confronto di petto per non perdere l’ammissione ai gruppi di conversazione. È evidente che, a volte, con l’assenza dell’interlocutore odiato, per così dire, ci sono degli sfoghi importanti di fronte a persone disponibili ad ascoltare e alle quali non interessa alimentare il fuoco con nuova benzina, come si usa dire.
    Nell’Agorà non si parla soltanto di argomenti seri, ma si va anche su temi trattati in modo leggero, solo per ridere, come possono essere le donne e il sesso. Influenzati dal continuo passaggio di giovani o anziane che transitano per dedicarsi ai loro affari o per una sosta al bar.
    Anche qui si hanno discussioni importanti sulla potenza dell’uomo e la resistenza della donna, teorie su quale sia il miglior farmaco per l’uomo, intrighi di alcuni che, probabilmente sono agganciati, sentimentalmente s’intende, con qualche straniera che lavora in paese.
    È d’obbligo, anche, dire che verso il mezzogiorno, è come se suonasse la sirena di fine lavoro delle fabbriche che non esistono più. La gran parte degli adepti scioglie l’assemblea, alcuni con borse   della spesa e se ne tornano al loro focolare che è più sicuro di tante avventure, anche se soltanto raccontate.  
     VIII – Festa del Vino – Un caterpillar enorme avanzava lentamente, con il suo sbuffo di fumo nero sincronizzato con la spinta del motore, abbattendo alberi e arbusti. Una valanga di terra rossastra scivolava verso il basso sotto la furia dell’enorme pala concava, larga almeno quattro metri che lasciava dietro di sé una scia marrone animata da piccole vite brulicanti, messe allo scoperto dal mostro d’acciaio inarrestabile. Giungeva al naso un odore acre, tipico della terra smossa e umida. Credo che fossero gli anni ’50 del XX secolo ovviamente. Chissà cosa ci facessi io in quella zona di lavoro, abbastanza pericolosa per un bambino! Ma credo non fossi solo perché fu un avvenimento per tutto il paese. Nel momento del mio ricordo i lavori per la tracciatura della strada di Verici erano circa a metà del percorso, credo che la ruspa fosse a lato, dove adesso si erge e si aggroviglia tra cemento, muri di cinta e strade in salita al limite dell’impossibile, l’ultima grande lottizzazione collinare. Uno scempio.
     Verici, un Borgo antico, di una bellezza selvaggia prima delle insanabili ferite che gli furono impartite dai soliti affamati di denaro con la connivenza delle autorità comunali.
    Sono rimasto veramente meravigliato che, nel tentativo di cercare notizie sull’antico borgo, non abbia trovato assolutamente niente, tranne le solite stringate leggende su San Lorenzo. Niente hanno saputo scrivere per lasciare ai posteri, gli affamati di cui parlavo prima, niente, nonostante che per anni molta gente si sia riempita la bocca della magnifica zona e naturalmente impinguata la pancia, di pochi, in tutti i sensi.
    Verici, non mi riferisco a Verici Superiore o ai Bruschi, ma, dove c’è ancora la chiesa. Una chiesa costruita nel XVI secolo, pare, sulle rovine di quella medievale, che ancora oggi emerge, in quanto a bellezza, sulle costruzioni circostanti, perché ben restaurata. Questo è il punto dell’antica Velazo, costruita su un crinale, a est si estende la vallata del Petronio e a ovest si apre lo sguardo sulla vallata di Sestri Levante fino al mare, a nord protetta da una collina alta, molto prossima alla chiesa. Un sito perfetto per l’esposizione al sole. Tant’è vero che Verici resta famoso più per il suo vino e la sua uva che per le lottizzazioni o i vari restauri azzardati da ricchi pseudo illuminati.
    Qualcuno, cinquant’anni fa, seppe approfittare della fama dei prodotti della collina e dichiarò che ogni ultima domenica di maggio sarebbe stata la festa del vino. Il giorno della festa, chi poteva, già il mattino, col vestito della domenica, si recava in zona a fare niente, in attesa della Messa o magari a stringere la mano al clone del sindaco che, forse si trovava lì fin dall’alba e agiva non da delegato dei cittadini, ma come fosse il padrone.
    Un borgo incantevole distrutto da beghe e avidità, con riflessi ancora sulla vita di oggi, e infiltrato anche dalla menzogna. Perché lassù non c’è mai stato vino che giustificasse una festa e una premiazione dei produttori, ma c’era una grande uva che i proprietari delle terre vendevano per ricuperare quello che avevano speso in fatica e sudore. Un’uva croccante, dolce, ben matura e tostata nata per un buon vino. Forse, solo una sessantina di anni fa rimaneva un po’ di vino, ai tempi di un certo Lillo. Per testimonianza oculare, lui faceva tanto vino da riempire tre botti enormi, alte circa tre metri e con un diametro di due.
    Poi basta, il vino scomparve e, quel poco, era prodotto da incompetenti con il risultato di fare qualcosa di torbido e di amaro per l’eccessiva presenza di tannino. Sicuramente quasi fin dall’inizio, il nettare degli dei era frutto della fermentazione di uve non autoctone, come dicono i tecnici e la premiazione dei produttori, dopo un’attenta analisi era una farsa che ha durato fino ad oggi.
    La festa, poco a poco si trasformò in una grande mangiata per lucrare grazie alle numerose presenze. Ci si buttarono sopra, il prete e associazioni di privati. La bellezza di Verici in primavera avanzata e anche grazie alla distribuzione gratuita del vino, erano un forte richiamo, e, per ubriacarsi, non era necessario un vino speciale.
    Tutto ciò si radicò lentamente nel tempo.
    Ho alcuni ricordi, di quegli anni dorati, senza un ordine cronologico e senza citare il numero di politici che vennero ad annoiarci con le loro sciocchezze. Giornate assolate con un cielo azzurro che rinfrescava l’anima. Là in fondo il mare tentava di imitare il cielo sprofondando nell’infinito della nebbiolina lontana. L’allegria era disegnata sui volti e non solo per l’ebbrezza provocata dai fumi dell’alcool. Era la bellezza di quel piccolo luogo che incrociando cento passi da una parte e cento dall’altra si terminava la sua visita e allora la gente si sedeva sui lunghi sedili di ardesia o si fermava attorno alla grande quercia per raccontarsi qualsiasi cosa.
    Più tardi cominciò a sorgere un improbabile comitato per la partecipazione alla festa, sicché da una parte c’era un chiosco del comune, organizzatore della festa, che distribuiva decine di litri di vino gratis e mi pare anche le noccioline, per aiutare a tracannarne di più, dall’altra in un locale dato in gestione dal comune stesso, il vino era a pagamento. Mi dava l’impressione come se il locale fosse un centro pagano e, il chiosco, un centro religioso, tanta era la competizione tra i due e la loro diversità.
    A dimostrazione della tendenza pagana del locale in muratura, devo dire che al tempo del mio ricordo non c’erano ancora le orchestre, in seguito sempre pagate dal comune, i giovani se la aggiustavano con dei giradischi. Quel giorno vidi un grande affollamento presso il locale pagano, definiamolo così senza astio, mi avvicinai incuriosito, ma non riuscii a vedere niente.
    Da qualcuno più grande di me udii: “fra poco se la fanno la in piedi”.
    Mi resi conto che la frase era riferita a una donna, allora tentai di farmi largo e riuscii a vedere all’interno attraverso una finestra; c’era una bella ragazza, vestita con un tailleur verde, occhiali scuri, una scollatura che lasciava intravedere il seno, i capelli neri e la pelle del viso e del petto bianca come l’avorio, che al ritmo della musica, ballava da sola, con movimenti sinuosi del corpo e delle braccia che doveva apparire molto sexy, perché di fronte a lei c’erano alcuni ragazzi, non dei nostri posti, che seguivano il ritmo della donna e spesso si avvicinavano a lei con il bacino quasi toccandola.
    Mi annoiai presto anche perché ero in una posizione scomoda.
    Anni dopo la festa ebbe l’onore, così per dire, del transito a piedi di un cantante come Gino Paoli, scortato da personaggi del posto che per l’emozione avevano la bava alla bocca come dei pitbull, il cantante famoso passò rapidamente, diretto a un'altra zona di gozzoviglie. Tuttavia sembrava più interessato a una delle due ragazze in bichini e con un pareo a coprire le gambe, che lo tenevano sottobraccio, alla quale palpava il seno di continuo. A quel tipo sembrava non interessasse nulla di Verici e della sua bellezza. Forse non gli interessavano neppure i pitbull. Per me fu una vera delusione che mi dura ancora oggi. Non si trattò di una presenza ufficiale, ma una trovata di alcuni che non modificò di una virgola la celebrazione della grande abbuffata, pardon, festa.
      La festa del vino continua a celebrarsi tuttora, non so come, perché da anni non vi metto piede.
     
    IX -  Fantasia -  La decisione ormai era presa. Eravamo già in cammino verso la montagna. Avanzavamo in fila leggermente piegati in avanti per il peso dello zaino e delle armi. Per il momento il percorso era agevole, poca neve imbiancava a grandi chiazze il terreno senza erba gelato e duro. Alti ciuffi secchi facevano da corona agli alberi sparsi qua e là ormai senza foglie e più avanzavamo verso la cima del primo contrafforte si facevano sempre più piccoli. Dopo alcune ore di cammino il terreno si fece piano, ma totalmente coperto di neve che impediva un avanzamento costante. Decidemmo di fermarci un momento per riposarci e per riorganizzare le idee. Solitamente era Red che si occupava di centrare come si doveva procedere, aveva come un sesto senso che lo guidava in tutte le cose che faceva. Non sbagliava una direzione sia che fosse bel tempo o che fosse nuvoloso, inoltre era dotato di una forza eccezionale che a tutti quanti dava sicurezza.  Di complessione massiccia, capelli ricci e basette che scendevano come un cespuglio sul volto. Quel percorso per noi era ben noto, quasi una via fissa per la montagna, soprattutto in quella giornata di sole era piacevole sentire sotto gli scarponi un sentiero che trasmetteva sensazioni familiari. Da quando il cambio climatico si era stabilizzato, erano passati ormai più di tre anni. Il nostro gruppo aveva il compito di controllare periodicamente l’efficienza delle nostre postazioni elettroniche affinché non cessassero di funzionare e di inviare dati al centro elettronico di raccolta. Non era un lavoro difficile una volta appreso il funzionamento dei vari componenti, perché ognuno faceva il proprio lavoro: Red era il capo spedizione, sapeva tutto sulle montagne che dovevamo attraversare, Jeff matematico e fisico, io Jim, climatologo e Marcus che chiamavamo Chico, fotografia e armi. Tutti insieme facevamo un gran bel gruppo che si conosceva da sempre e ognuno di noi non era del tutto estraneo alle specialità degli altri. Solo uno spuntino a base di cioccolata ed alcuni minuti per rilassarci furono sufficienti per riprendere brio. Per Red non era ancora venuto il momento di consultare mappe o estrarre la bussola, il luogo era troppo familiare, si limitò a dire semplicemente, puntando il dito verso nord est: “in giornata, avremo una brutta tormenta che non era stata prevista”. Era difficile capire da dove prendeva quell’informazione e, d’altra parte, noi tre ci guardammo bene dal fare obiezioni, conoscendo le sue capacità insieme alla mutevolezza del tempo da quando si era radicalizzato il mutamento. Qualche dubbio ci venne guardando il cielo completamente sereno se si eccettuava uno sbuffo di nubi proprio nella direzione indicata da Red. Marcus ed io, con gesto automatico, guardammo al cielo in modo circolare. In realtà qualcosa di strano c’era in quel sereno totale che ci avvolgeva, forse non aveva il scintillio del diamante, come di solito, ma sembrava leggermente ombreggiato, a tratti. Probabilmente una sensazione che forse ci portò a fare una smorfia impercettibile di sorriso. Lui la notò e, aggiustandosi lo zaino per la ripartenza, disse senza guardarci: “tempesta magnetica, lo vedremo meglio più avanti.” Continuammo ad un buon passo perché ci abituammo facilmente alla neve secca e simile a polvere che sosteneva bene il nostro peso. Il fatto è che Red ci aveva azzeccato anche questa volta, il piccolo sbuffo di nubi lontane si era trasformato, col passare delle ore ed aveva l’aspetto come di una cascata rovesciata e cresceva continuamente in alto verso il cielo profondo ed assumeva un colore di ghiaccio frastagliato. Cominciammo a preoccuparci perché ci sembrava che anche Red lo fosse, difatti, con tono perentorio promise: “dobbiamo arrivare a tutti i costi per tempo a quella zona che anticamente chiamavano La fattoria dei Mulattieri.” Confermammo tutti la proposta e Chico aggiunse: “temo pure che dovremo organizzarci a cercare della legna per il freddo e per proteggere la fattoria, sperando che sia rimasta in condizioni decenti.”
    Continuammo il cammino con una preoccupazione in più, le nubi avevano coperto rapidamente il sole e i pochi squarci di sereno ancora visibili, sembravano lontanissimi, come dei grossi e profondi buchi le cui pareti erano fatte di nubi turbolenti, in continuo cambiamento.
    Ormai erano dieci anni che la nostra piccola comunità si dedicava quasi totalmente all’analisi delle condizioni climatiche, dovuto ad un cambio planetario ormai riconosciuto da tutta la comunità scientifica e, finalmente, anche dai politici, non facendo altro che confermare la loro pochezza.  Quindi non si trattava più di polemizzare, il cambio climatico era diventato visibile a tutti. Gli scenari preconizzati in passato, quasi tutti si erano avverati: aumento del livello degli oceani con conseguente inondazione di molte zone rivierasche, deviazione delle grandi correnti oceaniche, nonché le grandi migrazione di uomini e animali verso le zone tropicali della terra che si stavano trasformando in temperate. La nostra comunità decise di rimanere, perché per qualche stranezza, non fu toccata in modo decisivo dal freddo polare. Noi vivevamo nella parte inferiore di una lunga striscia di terra che, per svariate centinaia di chilometri aveva ancora un clima accettabile e, noi quattro, eravamo a capo del piccolo gruppo che cercava di capirne i motivi e per quanto possibile, tentava di preservarla.
     
     
    X – Politici Locali – Mi accingo a parlare di un argomento che, in genere, è minato, non perché si accenni a fatti gravi o si parli d’intrighi o imbrogli. D’altra parte se nessuno si è mai lamentato e se non ci sono state indagini da parte dell’autorità competente, vuol dire che tutto è risultato apposto. Non si parla apertamente dei politici locali, è mia opinione, perché spesso sono persone tanto insipide che non ne vale la pena, oppure perché la realtà locale interessa a così poche persone che non fa notizia oppure, ancora, perché è offuscata dalla politica nazionale, dove in campo ci sono molti interessi, per chi la racconta e per l’oggetto dell’analisi.
    Un solo piccolo accenno agli interessi in gioco: ovviamente i politici stessi, per la loro statura, per la loro competenza, per la loro idiozia, di pochi, i giornalisti della carta stampata, della TV, della radio, d’internet, e poi ancora i comici, di tutti i tipi, gli anchor man. Forse mi dimentico qualche categoria, ma considerando anche solo questi c’è un bel giro d’affari, intendo milioni di euro.
    Non si può nemmeno usare un minimo di paragone con le potenzialità locali di fare soldi.
    Dalla scomparsa dalla scena dei partiti tradizionali, la politica fu lasciata in mano a gruppi di persone e il collante qual era? Risposta semplice, il denaro. O, se devo essere corretto, mi limiterò a dire che è così per una gran parte, perché ci sono pure quelli che si muovono per interessi generali, quelli che dicono di agire per il popolo, ma la mia opinione e l’esperienza di questi ultimi anni mi fanno pensare agli euro.
    Mi direte, ma anche tu sei stato un politico locale, quindi ….
    Erano altri tempi, gli anni ’70. Solo il pensiero mi schifa ad andare a ricordare di quell’epoca. Se volete, fatelo voi, per i sessantenni, e per gli altri che se lo facciano raccontare, se ne hanno voglia.
    Io e alcuni amici, a quel tempo, eravamo considerati stupidi e inetti per la politica locale. Servivamo solo a dare una parvenza di verginità a quelli che agivano sul serio. Servivamo in consiglio comunale, se ne facevano molti di più di adesso, e nelle piazze, per contrastare i comunisti o i socialisti. Quante pacche sulle spalle abbiamo ricevuto, ma dietro quel gesto, poi ho scoperto quanto astio esisteva. Complimenti ricevuti non solo da politici veri ma anche da molti loro seguaci, sempre con un sorriso smagliante di presa in giro.
    La colpa, se si vuol ricercare, è solo nostra per non aver capito niente di quel tempo.
    Il paese è cresciuto enormemente, in barba ai nostri discorsi e alla nostra presenza. Noi non capimmo subito le resistenze alla redazione di un Piano Regolatore Generale[1] e nemmeno perché non facessero effetto le sue bocciature da parte della Regione. Non capimmo neppure della forza delle amicizie fra ricchi e dell’amicizia di certe famiglie. Non ci rendevamo conto nemmeno dei pranzi e meno che meno delle feste che organizzavamo noi.
    Eravamo degli alieni, ma di quelli buoni e stupidi, secondo un certo modo di dire.
    Dopo molti anni ci rendemmo conto che l’arma segreta era il PdC[2]. Il nostro paese, oggi, è il doppio di allora e a quel tempo tutto era determinato da un sì o da un no. Il PdC lo diceva e in seguito, quando vennero i condoni a regolarizzare tutte le illegalità commesse, la gente tornava nello stesso posto (leggasi professionista) a cercare il progetto che spesso non c’era, ma sempre saltava fuori la bozza, non importava se fosse precisa, l’importante era che ci fosse e c’era sempre. (Da lì si poteva partire per il disegno del condono). Così tutti in pace e con tante grazie, ma tante grazie.
    Non mi si dica che vaneggio e che mi sono fumato qualche canna. Ancora oggi si vedono molti risultati delle scelte di allora.
    Colpa nostra, siamo stati a guardare?
    O perché la partita non potevamo vincerla?
    XI - Piove – U cioeve - “Possibile che tutti gli scemi vengano intorno a me!”
    Una delle sue frasi più celebri, detta in stretto genovese casarzese con faccia da incazzatura e giravolta in avanti con svolazzo del suo cappotto di un colore grigio-verde-marrone-giallo, per allontanarsi da chi lo importunava e cioè: u nano e u mutu[3]. Un vero grande.
    Mi è venuto in mente Baiciu, perché la sua immagine disegnata, in quel bel murales sull’alto muro alla fine della discesa del piazzale della chiesa, ahimè sta scomparendo, come la sua memoria credo. Ho sentito gioia e pena allo stesso tempo pensando a quell’omaccione-bambino, come quando si soffre la mancanza di qualcuno e si ha la sensazione che quel tempo sia scomparso per sempre.
    Senza dubbio è stato uno dei più simpatici e più amati abitanti del nostro paese. Credo che nessuno avrebbe protestato se si fosse trovato il modo di ricordarlo in modo permanente. Non voglio influire su niente, ma mi domando: “Perché alcune zone del nostro paese sono intitolate a dei politici insulsi e ignoti? Senza parlare degli eroi!!!!!!”
    La giornata era brumosa, carica di una nebbiolina fina che avvolgeva ogni cosa e pareva di essere immersi nella bambagia. I crinali di Novano, del Bracco sopra Valle Scura si vedevano come attraverso una cortina di colore bianco e grigio, mentre l’alta collina di San Rocco appariva appena nel profilo, in lontananza. A est i paesi di Massasco e Castiglione erano avvolti dalla nebbia che li rendeva lontani. Pure Case Nuove che distava dal centro poche centinaia di metri, solo separata dall’alveo del torrente Petronio, appariva grigiastra per l’umidità squarciata dalla colonna bianca di qualche camino fumante. Centro e Case Nuove, che io ricordi, sono sempre state unite dal vecchio ponte, ma ancor di più si sentivano vicine per un grido o un avviso a tutti noto: “Pioveeeee. (U cioeveeeee)!” 
    Si udiva appena, in lontananza, e rallegrava il cuore. Dopo alcuni minuti di silenzio, il grido si faceva più nitido, si avvicinava. “Pioveeeeee (U cioeveeeeeee). Ormai sperimentato molte volte, il grido giungeva alle orecchie da una buona distanza, come un avviso di allerta. Tutti quelli che lo udivano avevano un moto di allegria, un sorriso e, se si stava in compagnia, c’era sempre qualcuno che diceva con piacere: “Eccolo che arriva!”
    Quindi compariva una figura nera che lentamente si materializzava sul ponte vecchio e ancora, stavolta distintamente: “Pioveeeee. (U cioeveeeee)!” 
    Avanzava con il suo passo ondeggiante, con le spalle curve, muovendo la testa a destra e a sinistra, sempre coperta da un berretto, posso dire di non averlo mai visto con la testa scoperta. Ecco U Baiciu!
    Il volto inconfondibile marcato da un nasone ricurvo, gli occhi piccoli e innocenti, quando era serio, la sua bocca era a forma di fessura ricurva che rilasciava con cautela, quando rideva, mostrando i radi denti. In quel momento gli occhi si stringevano ancora di più e gli si formavano caratteristiche e abbondanti rughe fino alle tempie.
    Dal suo volto si capiva che era un minorato, però, a mio ricordo, nessuno l’ha mai disprezzato per questo. Era rispettato. Naturalmente con lui non era possibile una conversazione “normale”, spesso era lui che decideva di iniziarla e allora la sua simpatia si scatenava.
    “Non mi sembri troppo furbo”, “No ti mae paegi guei furbu” se voleva togliersi d’impiccio con qualcuno o anche se conosceva qualcuno per la prima volta. Era la sua presentazione.
    “Mi piace la moglie di Flavio”, “A me piaexe a mouxé du Flaviu”.
    Era abbastanza servizievole se otteneva qualcosa in contraccambio. Un bicchiere di spuma era la sua bibita abituale, a volte non disdegnava un bicchiere di vino, però non si è mai visto ubriaco.
    A volte non era piacevole stare vicino a lui, perché sputacchiava, si metteva spesso le dita in bocca e aveva una specie di tosse nervosa, piuttosto fastidiosa. Forse effetti del suo male, ma tutto era compensato dalla sua simpatia fino al punto che era in grado di infondere allegria.
    Un’altra delle sue frasi più efficaci era: “Ah, io non lavoro! Se ci fossi tu mi faresti lavorare?”. Forse si riferiva ai suoi fratelli che in qualche caso lo obbligavano a fare qualcosa nei campi.
    “Ah, mi nou lou! Se ti ghe fissi ti, ti me faiexi louae?
    C’era anche qualcuno che giocava con lui, probabilmente agendo su una debolezza che sentiva dentro e che mai aveva esternato, le donne. A volte succedeva, che una che lo conosceva bene, fingendo di chiedere aiuto a un’altra, quando si avvicinava, gli gridava, tentando, per finta, di prenderlo: “Dai vieni che gli tiriamo giù le braghe!” La sua reazione, di chi capiva lo scherzo, secondo me, era di fuggire, senza allontanarsi troppo, e ridere di gusto. “Dai vegni che ghe tiemou xu ae braghae!”.
    Era un paese che poteva permettersi un uomo simile. Non ho mai saputo cosa gli fosse successo, ma correva voce che si fosse ammalato da bambino e che fosse rimasto così, un bambino cresciuto in un corpo di uomo. Sì, il paese se lo poteva permettere. Era una persona indifesa e nessuno mai gli fece del male. Oggi uno così sarebbe finito in una casa di cura, vanno di moda, e probabilmente avrebbe fatto una fine prematura, senza diventare il simbolo dell’allegria e della libertà per un paese intero, senza che né lui, né quelli che lo incontrassero lo sapessero.
     
     
    XII – Il Bar – Quando esisteva – “Ciao, esco, vado alla Ruota”. “Dove ci vediamo?” “C’incontriamo dalla Ruota”. “Stasera sul tardi mangiamo qualcosa alla Ruota”. “Ci facciamo una Marianna dalla Ruota?” “Andiamo a fare una partita a biliardo alla Ruota?”.
    La Ruota, un vero punto di riferimento per tutto il paese. Era sempre piena di gente. Che il paese sia cambiato così tanto da quegli anni? Temo di sì e il passato è sempre irripetibile, possiamo perderci nella nostalgia o nel risentimento per gli anni trascorsi, perché una parte di gioventù se n’è andata, per alcuni, ma non torna più. Chi ne fosse capace potrebbe fare delle analisi retrospettive e paragonarle con la vita di oggi. Il bar esiste ancora, nello stesso punto e con lo stesso nome. A me, in questo caso, non interessano per niente le analisi sociologiche, mi annoiano. Io cerco il ricordo di persone vive che, nel bene o nel male, hanno lasciato un segno per cui valga la pena di passare un po’ di tempo per farne memoria. Sono anche convinto che certi abbiano lasciato una traccia da conservare. Non è possibile che le persone spariscano nel nulla come la polvere o come un fiato che si perde nell’aria. Spesso utilizziamo dei sistemi, in vigore da sempre, per ricordare le persone che non ci sono più: le fotografie, il cimitero, i monumenti, i quadri, in certi casi i libri e moltissimi altri modi. Perché la vita è così costellata d’incontri e, a volte, è così irreale che non riusciamo a capacitarci che certe persone siano sparite nel nulla. Capita di accorgerci delle presenze passate, perché ci sembra di rivedere quelle persone, nei gesti, negli sguardi o negli atteggiamenti dei figli o dei nipoti.
    Qui il tema si farebbe molto lungo e ci porterebbe su un cammino profondo, dove le mie capacità non arrivano. Io voglio solo fare il cronista di quegli anni, cercando di raccontare quello che mi ha colpito e far emergere alcuni caratteri che sono stati, involontariamente, compagni della mia gioventù.
    Anche alla Ruota valeva la regola dei fuori classe, perché il mucchio era lì per seguire e magari per divertirsi. Forse era un anticipo di quello che poi sarebbe diventata la piazza (Agorà). Era uno di quei luoghi, nei quali poteva succedere di tutto se si devono seguire i racconti che si sono sentiti negli anni successivi.
    Secondo me, un posto d’onore va assegnato ad Aldo, proprietario e motore principale dell’azienda, senza di lui sarebbe stata un’altra cosa. Per ciò che riguarda i vari settori dell’ambiente, eviterò di fare nomi, affinché non sia mai che qualcuno si offenda.
    Reparto carte. C’erano momenti e con la presenza di alcuni fuori classe che, durante il gioco, sembrava che si scannassero: “Ignorante, non lo vedi il due in tavola, sarebbe stata scopa incancellabile”, con un tono di voce che sembrava si trattasse di vita o di morte: “Ignourante, nou ti ou vei ou dui in toa, a saiae stae scoupa Incancelabile”.
    Poi, a fine partita, tutti e quattro i giocatori, si ritrovavano soddisfatti, presso il banco del bar, a bere quello che avevano scommesso, magari un caffè.
    “Vieni che ci facciamo una partita bec a bec” (becco a becco, cioè a testa a testa) e l’altro risponde: “Vattene via, a me becco non lo dici”.
    Ma il più grande era un certo F., seduto sempre un po’ in disparte, non per snobismo, a lui piaceva la mischia. 
    Una notte, discussione plenaria sulla presenza o no delle tigri in Africa, urla, ipotesi, affermazioni, ma non c’era niente di definitivo. Per tentare di rompere l’impasse, qualcuno avanza l’idea: “Telefoniamo all’ufficio informazioni”. Poi la soluzione, azione di disturbo cambiando tema, un altro fuori classe si avvicina a F. e gli chiede: “I ghe sun i leouin in Brasile?” Risposta immediata: “Ghe pin couxì.” Confermato dal gesto della congiunzione delle cinque dita di ogni mano, per rafforzare la risposta. E l’altro ancora, preso di sprovvista: “E coxe i mangiou?” F. chiude definitivamente il discorso: “Ti ghé presente quele parme picin-ne. Coun ina zampae i e rompou in dui e i se souxou ou miullu”.
    Trad. “Ci sono i leoni in Brasile?” “È pieno di leoni” “Cosa mangiano?”  “Hai presente le piccole palme? Con una zampata le tagliano a metà e succhiano il midollo”. Si potrebbe scriverne un libretto di frasi simili.
    Ma forse, la frase più celebre di F., potrebbe essere questa, si parlava di viaggi in posti lontani e esotici: “Mi in ota ou vistou di fiae tantou lunghi che da ina parte i deiou ou sourfatu e dal’atra i vendegneiou.” Trad.: “Una volta ho visto dei filari d’uva, tanto lunghi che, da un lato, spruzzavano il solfato e dall’altro già vendemmiavano.”
    Bisogna anche dire che l’azienda, la Ruota aveva dato lavoro a uno spostato che senza quel lavoro e poco altro avrebbe fatto una brutta fine. Parlo del “Muto” in genovese noto per: “U mutu”. In realtà era sordomuto, ma aveva studiato in carcere tanto da riuscire a esprimersi discretamente. Rimase dietro le sbarre credo otto anni, perché accusato di aver ucciso suo fratello. Non era vero, molti sapevano chi fosse il vero assassino, ma la prigione se la beccò lui. La Ruota lo utilizzava per piccoli lavori, pulizie e lavoretti del genere. Scelta azzeccata perché convertirono un balordo in una persona che poteva stare in mezzo alla gente, passabilmente. Non la azzeccarono quando gli affidarono il controllo dei parcheggi di fronte ad una sala da ballo, altra attività dell’azienda. Figurarsi un sordomuto che organizza i parcheggi di gente infoiata che vuole andare a ballare! In ogni caso non successe mai niente di grave. Si dice: “Dio aiuta gli audaci” e così andò.
    “U Mutu”, tra le altre, aveva una fissazione che si può dire di famiglia. Suo fratello il grande “Mario”, quello ucciso, aveva la ossessione di essere un agente dell’FBI e l’altro di un carabiniere o un poliziotto, con tanto di cartellino di identificazione fasullo e una gran pistola automatica anch’essa fasulla.
    Un giorno nel bar, forse molestato da qualcuno, magari passando, gli toccarono l’orecchio, grande offesa nel linguaggio popolare dei segni, voleva significare “finocchio”, pertanto furioso senza riuscire a capire chi fosse stato, si mise in posizione come fanno gli attori al cinema; gambe divaricate, la pistola impugnata con due mani e tenuta sollevata all’altezza dello sterno alla ricerca del molestatore. C’era un poveraccio che sonnecchiava su una sedia con la testa appoggiata a un braccio, fatto è che per lui era un sospetto, gli sparò due colpi che fecero un rumore dell’altro mondo. Questi si alzo di soprassalto e, comprendendo al volo l’accaduto, gli dette uno schiaffo che fece tanto rumore quasi come la sua pistola. “U Mutu” umiliato nel profondo, piagnucolando andò, a piccoli passi trascinati, a lamentarsi con Aldo. La Ruota era veramente un punto di riferimento ma non si deve pensare che fosse frequentata solo da gente buona, compassionevole, simpatica o gentile e divertente, era come dover attraversare la giungla, si doveva vivere spesso sul chi va là.
    Era abitata anche da un sacco di fanfaroni, di ubriaconi e di violenti. Insomma bisognava fare proprio il motto del nostro F.: “U tempou ou l’hé sempre boun, l’hé a gente c’ha l’hé grama!” Ed è verissimo, lo era di più in quell’ambiente: “Il tempo è sempre buono, è la gente che è cattiva!”.
    Era d’estate, nell’ora in cui la gente di paese aveva terminato di mangiare, suppongo verso le due. Il caldo era mitigato dall’ombra della terrazza del bar e, magari con l’aiuto di qualche rinfresco, una bibita, un gelato o un caffè e dalla cautela di avere i movimenti rallentati. Ricordo che il juke box suonava “Piccolo grande uomo” di Mia Martini. Tutto calmo e tranquillo con il frinire delle cicale in lontananza.
     A un certo punto sorge una discussione sul calcio, niente di speciale, però poco a poco le voci si alzano di tono. Facendo più attenzione, compresi che non si trattava del calcio con la C maiuscola, che era in vacanza, ma del calcio riferito ai tornei notturni che per alcuni anni furono il vanto del paese. I tornei, sui quali si scatenò la discussione, erano già una degenerazione rispetto ai primi, quelli che rimasero nel ricordo degli appassionati.  A questi ultimi vi partecipavano squadre raffazzonate di gente che il pallone lo aveva visto solo in TV, quindi per loro il gioco era come l’arabo. Vidi che stavano discutendo con un amico seduto, uno che non si lascia intimorire facilmente, l’altro che gridava era in piedi e gesticolava. Non voleva sentire ragione di quello che gli era risposto, fatto è che una parola tira l’altra e la discussione s’incattivì, tanto che giunsero ad alzare le mani, niente di troppo grave, qualche spintone, forse qualche schiaffo. Dopo poco la discussione stava rientrando in canoni più urbani, se vogliamo dirlo così. A questo punto giunge presso il bar un tipo in pantaloncini corti, con il petto nudo in bella mostra e che non aveva sentito una sola parola della discussione, ma vide del movimento e per dimostrare la sua valentia, non la sua capacità di paciere.  Disse al cattivo a mo' di sfida: "Ti metti con i più piccoli, provaci un po' con me?" Questi si girò verso quello dal petto in fuori e senza dire una parola, gli tirò, a braccio aperto, un destro che andò a colpirlo perfettamente sulla mascella sinistra. Knock down immediato, quello dal fisico si afflosciò a terra come un sacco di patate e l’altro, il cattivo veramente, mentre questi cadeva gli tirò un calcio in direzione della faccia, che se lo avesse preso, sarebbe andato all’ospedale. Infine quello dal fisico strisciò verso una sedia e non si mosse per mezz’ora con lo sguardo perso nel vuoto.  Quando il bullo si riprese, dopo un'ora abbondante, come un agnello si riconciliò con il cattivo con una bevuta al bar.
    Però non mi sento di terminare questo breve racconto senza citare gli snob, cioè di certuni che frequentavano il bar e lo odiavano, non sopportavano la gente che lo frequentava, non alcuni ma tutti. Ricordo di uno che faceva le sue apparizioni quando era già buio d’estate. Consumava pochissimo e non si confondeva con la clientela, si sedeva fuori, al fresco della notte e aspettava qualcuno, come me, cui elargire gratis la sua sapienza e saggezza.
    Era uno che sicuramente guadagnava bene con l’aiuto dell’attività della moglie e quindi si sentiva soddisfatto, pieno di sé e sicuro di avere la ricetta della lunga e serena vita. La frase che mi colpì di più tra le tante sentenze era: “Vedi, qui nel paese c’è gente, che per il fatto di avere centomila euro sul conto corrente, si credono dei Berlusconi!”. Il primo era lui, mi dissi, perché lui aveva avuto successo e disprezzava quelli che non lo meritavano, secondo il suo giudizio non criticabile. Anche a quel tempo si giudicavano le attitudini delle persone, secondo le dimensioni del portafoglio. Lui lo dichiarava apertamente come se fosse una massima vitale. Io non lo conoscevo molto bene, ma avrà pensato che fossi bisognoso delle sue indicazioni. Quando doveva elargirmi qualche motto fondamentale, si torceva sulla sedia verso di me e, quasi mi sussurrava all’orecchio. Per parte mia mi limitavo ad assentire senza troppo interesse. La sua presenza non era importante, entrambi eravamo un incontro casuale per l’uno e per l’altro, la conversazione era secondaria. Quello che contava era, da parte sua, poter manifestare l’odio nei confronti della gente e l’amore per i soldi. Anche questo era la Ruota.
    XIII – Hotel Anni Sessanta - Una lunga fila di auto scoperte quasi bloccate da una folla festante e urlante sotto il sole di luglio, sulla passeggiata a mare di Sestri, sancivano l’arrivo del canta giro e dei cantanti, quelli alle prime armi e quelli già degli idoli, che mandarono in tilt il traffico della cittadina.
    In piazza Santa Maria di Nazareth su un’auto bianca decapottabile, forse un’alfa romeo, questa sì, bloccata dalla folla, c’era Rita Pavone, poi diventata un’icona dell’epoca, che distribuiva autografi. Lei una ragazzina filiforme con i pantaloni lunghi di colore verde chiaro e una maglietta avorio con motivo floreale, i capelli rossi e un viso dolce pieno di efelidi. Sembrava una piccola dea, ammirata e acclamata da tutti. Ricordo uno, vivo ancora oggi, uomo di successo e imbecille come allora, che si fece scrivere l’autografo sulla pancia abbronzata. Grande festa per tutti, forse di più per gli organizzatori, ma si tratta di un particolare irrilevante. Eravamo negli anni sessanta quando impazzava il boom economico e il canta giro ne era un riverbero. Mi viene in mente che forse gli effetti magici di quel boom, erano effettivi a seconda della parte in cui uno aveva avuto la fortuna di vivere, per me furono anni di lavoro. Credo che il mondo cominciò a rovesciarsi a partire da quel tempo di vacche grasse, per molti. Penso anche che fosse da quel periodo che furono messe le basi per il forte indebitamento dello stato e dei grandi comuni, giunto al culmine negli anni settanta. Anche allora ben pochi politici erano all’altezza del compito e probabilmente molto pochi, temo, avessero letto la bellissima storia del Genesi, Giuseppe e i suoi Fratelli, in cui, tra l’altro, si racconta il sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre del Faraone. Ma forse mi lascio trasportare da alcuni ricordi negativi degli Anni d’oro o Anni cupi, poco importa. Fu un tempo che passò con la velocità di un lampo.
    Delle novità di quegli anni, non ricordo quasi nulla, mi sembrava che il mondo e tutto quello che mi stava attorno fosse per gli adulti e, di tutto ciò che succedeva, la scuola, gli incontri, i compagni, mi erano estranei. Non percepivo niente che potesse portarli a me. Ricordo solo che cominciarono alcune mie letture di testi di cui non capivo nulla, ma non per questo desistevo dal continuare. Ero preso da una noia profonda della realtà che vivevo, l’unico rifugio era il sogno. Ma come succede in tutti i sogni, alla fine, ci si sveglia e il ballo continua.
    Quell’anno fui mandato a lavorare durante l’estate, lo feci per tre stagioni di seguito e solo di quello conservo ricordi, dentro a quegli anni. Timido e educato m’inserii senza difficoltà nel lavoro di ragazzo di portineria di hotel, cioè incaricato di tutto e di niente. Poteva succedere di stare delle ore in piedi come una statua, anche se i movimenti erano permessi, capitava di fare piccole commissioni all’interno dell’hotel, disposto su tre Castelli, una piscina e un parco enorme con molti visitatori, non mancava un ascensore alto almeno ottanta metri o così mi sembrava allora. Con un po’ di esperienza acquisita capitava che ci incaricassero di uscire in città a ritirare la posta o ad andare in pasticceria a ritirare le brioches ancora calde e quando si era di turno fino a mezzanotte, c’era la possibilità di portare acqua minerale, in camera, ai clienti che lo chiedevano. Il massimo era quando si poteva rispondere al centralino e passare le chiamate. Un piccolo centralino come nei film, un quadro nero incastrato in una specie di scatola di legno marrone con tanti buchi quante erano le camere dei clienti più quelli dei vari reparti operativi, con davanti un piano ricco di alcune leve colorate che consentivano di rispondere, di mettere in attesa o di passare la comunicazione inserendo una specie di grande jack collegato a un cavo e, ovviamente la ghiera per marcare i numeri. Capitava spesso che ci fossero chiamate entranti o uscenti, ma soprattutto interne, concomitanti, era piacevole vedere i cavi colorati incrociati sul centralino nero. Qualche problema sorgeva quando chiamava qualcuno che parlava straniero, ma con il tempo avevo imparato a dire che aspettassero un momento e passavo la comunicazione al capo concierge, era sempre presente, ed era poliglotta. Una menzione la merita anche il portiere di notte, stupenda definizione per un lavoro insulso, se non fosse per le evocazioni del film di L.C. Bello grazie solo alla stupenda Charlotte Rampling che seppe interpretare una storia scadente, dandole brio per la sua bellezza e la sua forza erotica.
    Tornando al nostro portiere vestito completamente di nero e con le chiavi dorate nel bavero, aveva un compito modesto con la clientela, di gran classe, per quel tempo che durava fino a mezzanotte, dopo quell’ora l’hotel si chiudeva al sonno ristoratore. Noi ragazzi della consiergerie a volte rimanevamo oltre l’orario, per non perderci le gesta del nostro capo di notte o per aspettare l'ingresso di qualche cliente stravagante. Il portiere nostro non era molto ferrato nelle lingue, anzi era una schiappa, ma le probabilità che gli chiedessero qualcosa gli stranieri, erano abbastanza scarse, a lui rimaneva poco sforzo come: “Good night ma’am o good night sir.” Il francese era abbastanza semplice, un po’ più complesso il tedesco e, quando capitava, biascicava qualcosa di simile a: “Gute Nacht”. Ma si trattava di un bravo tipo, quasi un collega e di compagnia. Che io ricordi, però la sua migliore performance, fu quando una notte rientrò abbastanza tardi una cliente di lingua inglese, piuttosto carina, e lui era sensibile al fascino femminile. Questa con un dolce sorriso, subito ricambiato, si avvicinò al bancone della reception e gli chiese, più o meno: “Please, have you any magazine?” e lui servizievole saltò fuori da dietro il bancone, contraendo fortemente:” Yes ma'am” le indicò con il braccio di seguirlo che la avrebbe senz’altro accompagnata nel magazzino o nel nostro ripostiglio. Non vi dico l’ilarità che ci prese a tutti quanti dopo che la cliente se ne andò in camera sua prendendo una rivista qualsiasi dai tavolini della hall.
    Era molto spiritoso non gli importavano le prese in giro ed era proprio questo carattere che, a noi ragazzi, piaceva tanto.
    Un enorme piazzale si stendeva davanti all’hotel, lungo almeno centocinquanta metri fatto di asfalto rossiccio, era dedicato, per una piccola parte, a parcheggio per le auto, dei clienti che, spesso sfoggiavano delle fuori serie. Dalla MG alla Mustang. Il mio mezzo di locomozione lo lasciavo fuori del grande portone di legno, per pudore, un Benelli 50cc nuovo di zecca.
    Nell’hotel m’incontrai nuovamente con alcuni cantanti che partecipavano al canta giro, ricordo G. Morandi, giovanissimo con le sue mani enormi e la sua camminata di ragazzo inquieto, Tony Dallara, un tipo molto simpatico e alla mano che veniva spesso presso di noi a raccontare barzellette, Rita Pavone che rimase in hotel più di un mese, accompagnata da Teddy Reno e, seguita come un'ombra, da sua mamma. Erano persone totalmente diverse da come si vedevano in TV. La televisione creava idoli e personaggi irreali, invece vicino a noi erano persone normalissime. Rita Pavone provava tutti i giorni, lungamente in una camera chiusa e quando poteva, si sfogava scorrazzando sul piazzale, avanti e indietro, con un Maggiolino Volkswagen. Era piacevole vedere certi famosi per poterlo raccontare, ma dopo qualche giorno, ci avevamo fatto l’abitudine e la loro attrattiva scemava d’importanza. Così pure, dopo un po’ di tempo, diminuivano d’importanza le notizie sui clienti famosi, l'unico vantaggio era il ricambio. Il magnate della seta del nord Lombardia, il proprietario di una famosa casa farmaceutica, il titolare di una grande impresa del Nord che era il più antipatico di tutti, un commerciante di diamanti con il nome ebreo, ovviamente, uno scultore famoso e tanti altri che tra loro in comune avevano la ricchezza o almeno così ci dicevano. Noi e tutti i dipendenti eravamo i cavalli da soma e loro gli eletti, i cavalieri. Quel piccolo mondo era diviso così. Non c’era possibilità di interagire se non attraverso frasi e atteggiamenti di sottomissione nei loro confronti che sembrava gradissero molto, d’altra parte avevano una gran forza dalla loro, le mance. Naturalmente, com’è sempre successo, a noi ragazzi arrivavano le briciole, ma non ci lamentavamo, sarebbe stato inutile.
    In quel minuscolo mondo di ricchi non si entrava, se non attraverso i saluti, o per la loro presenza fugace nella nostra zona d’influenza, oppure per la scia aromatica che lasciavano quelli che fumavano. Eravamo diventati esperti nel riconoscere i clienti secondo l’odore delle sigarette: Senior Service, l’inglese con i capelli a ricci e la faccia rossiccia, Lucky Strike, l’industriale di parma, la pipa, lo scultore tedesco, Nazionali Esportazione, il facchino del primo piano. C’erano anche i profumi, le essenze, per donne e uomini, ma non eravamo ferrati nel campo. Un altro aspetto che mi colpì molto dell'hotel, per capire quel mondo effimero e spesso di persone annoiate e, in molti casi brontolone, era che c’erano più servitori che numero di camere. Quando lo potei verificare fu un particolare che mi sconvolse. Inoltre già in quegli anni per tutti i dipendenti funzionava una mensa di qualità, ubicata in una terrazza con vista sulla Baia del Silenzio. Un fatto stupefacente, per l'epoca.
    I clienti, anche loro si cibavano, su una terrazza a loro riservata, di fronte al panorama della Baia in tutta la sua estensione, fino a Portofino. Ogni tavolo era servito da un cameriere professionale e da almeno due commis, aiutanti cameriere che in genere venivano dalle scuole alberghiere del Veneto e del Trentino, con la supervisione del Maître che si distingueva dagli altri anche nell’abbigliamento e, salvo complicazioni, si occupava soprattutto dei vini. In quegli anni l’hotel oltre ad una cucina d’eccellenza con chef importante e saucier, disponeva anche di una pasticceria con relativo chef. Era un piccolo mondo, credo, anche artificiale per quel tipo di clienti. A me sembrava una vita noiosa e, di più, non ho mai saputo dove quella gente avesse potuto passare il tempo con soddisfazione, perché il Tigullio, oltre che il mare e dei ristoranti, ha sempre offerto poco al turista. Erano molto più interessanti le facce di alcuni dipendenti che non tutta quella gente abbronzata e profumata.
    Il lavapiatti che, nonostante l’età avanzata, non aveva perso il suo accento della Ciociaria e con il volto sempre più stanco, ogni volta che terminava il lavoro. Un ascensorista di oltre settant’anni, cioè uno che faceva il lavoro di noi ragazzini, perché rovinato dalla moglie, così raccontava. Un uomo sempre ben curato nell’aspetto e nelle mani in particolare, sicuramente si rasava tutti i giorni, ricordo un suo tic, ogni tanto si fregava l’indice e il pollice di entrambe le mani, magari per comprovare il tono della pelle.
    La responsabile della dispensa, cioè colei che si occupava di preparare le colazioni degli ospiti. Una donna, già in età, con i capelli ricci che tutti rispettavano e che faceva correre i commis e camerieri come se dovessero fare una gara. Certamente avevamo un grande concierge, uomo che si presentava con stile e conoscitore della vita dell’hotel, forse più che la proprietaria. Maneggiava molto bene le tre lingue principali europee, e per non entrare troppo nei dettagli, mi piace dire che era molto scaltro. Il suo collega o sostituto, forse, era solo un brav’uomo. Quando doveva parlare straniero, più che parlare chiaramente, farfugliava. Era un buon uomo, anche lui non di primo pelo, a me sembrava già anziano e ricordo piacevolmente che tutti i giorni, dopo il pranzo, chiamava al telefono una donna, sua moglie o la sua compagna e, sempre, la sua telefonava iniziava e terminava con: “Ciao cicci”, per tutto il tempo della conversazione si faceva girare in bocca uno stecchino di plastica, di quelli vuoti all’interno che faceva scrocchiare tra i denti. Alcune delle cameriere ai piani e soprattutto la governante avevano scritto in faccia il loro desiderio di sesso, forse perché rapite da quel mondo di sogno.
    Sì, credo proprio di sì: “La vita è sogno” o forse è anche illusione come quel pezzo di film, brevissimo, una sola scena credo, che girarono sul piazzale dell’hotel, con un attore vero: Jean Claude Brialy.
    Vestito di nero con un lungo foulard bianco al collo, lui doveva correre, verso un’auto spider, una Zagato 1750 Alfa Romeo, entrare al posto di guida e correre via. La realtà della ripresa era diversa, la portiera era già aperta, lui entrava al suo posto con una certa tranquillità e l’accelerazione gliela dava un carro attrezzi al quale, l’auto sportiva era attaccata con una forte barra di ferro. Un’illusione.
    XIV – Guerra – Resistenza – Non meglio che dai film si è potuta vedere l’esaltazione della guerra a fini di propaganda, in molti casi, così come la creazione di eroi coraggiosi e sprezzanti del pericolo, magari in nome della bandiera del proprio paese o in nome della difesa di un principio che ci fecero pensare all’esistenza reale di tali personaggi. Poi col tempo, i cineasti o i produttori si resero conto dell’errore e in certi casi analizzarono gli eventi bellici con maggiore realismo, mettendo in campo mutilazioni, morte, pazzia, dolore, odio, razzismo e cattiveria. Oggi invece, alcune delle guerre, le vediamo in diretta con dovizia di particolari, certe altre non le vediamo per niente, le chiamano guerre dimenticate, ma non per questo, sappiamo ormai che non sono state e non sono meno cruente delle altre. Basti pensare alle guerre d’Africa, ai genocidi perpetrati in certi stati, basti pensare ai bambini soldato. Un vero abominio. Viene voglia di pensare a chi potrà occupare posto nell’inferno. Presidenti, comandanti, generali oppure ci sarà per tutti un’amnistia? O sono io che sto bestemmiando!
    In Italia, è dal 1945 che non vediamo guerre, un vero dono di Dio, ad eccezione di quelle famiglie che hanno visto i loro figli o familiari morire nelle cosiddette missioni di pace all’estero. Anche questo un vero abominio che grida, non al cospetto di Dio, ma degli uomini che non hanno cuore e cervello per trovare e organizzare vere missioni di pace.
    Nell’ultima, seconda guerra mondiale, con una bruttissima espressione, mutuata da giornalisti con la pancia piena, si dice: “L’Italia ha lasciato sul terreno un enorme tributo di vite umane offerte per il salvamento del mondo che saranno ricordate per sempre”. Niente di più falso. L’Italia, entità astratta che definisce un territorio dove vivono persone della stessa lingua, non ha dato nessun tributo. Sono stati i governanti, per noi, Mussolini e Vittorio Emanuele III, che da codardi e presuntuosi quali erano, non hanno saputo far altro che mandare al macello centinaia di migliaia di persone, senza tentare vie alternative, come la Spagna, per esempio.
    Dopo l’invasione capillare, dei tedeschi, del nostro territorio, buona parte dei nostri padri si ribellarono allo status quo. Frotte di giovanissimi andarono a vivere sui monti per opporre resistenza all’invasore e ai nostri conterranei che vi si erano alleati. Nacque la Resistenza. Truppe senza istruzione militare, la maggior parte e, solo più tardi, organizzate da ufficiali che avevano lasciato l’esercito e aiutate logisticamente dagli alleati, soprattutto con lanci aerei di armi e vettovaglie.
    Nella nostra zona, la Resistenza non ebbe grande importanza, anche se ci furono diverse fucilazioni di partigiani e scaramucce tra esercito tedesco-fascista, con relative vendette da una parte e dall’altra. Ma il movimento, tutto insieme, fu molto importante per la cacciata dell’invasore, per mettere al loro posto gli alleati fascisti e per creare le basi di una unità nazionale.
    Questa seconda parte non fu facile, mi riferisco alle nostre zone, perché quando quelli che avevano aderito al fascismo o erano simpatizzanti, con grande senso dell’opportunismo, se ne andarono anche loro in montagna a riempire i gruppi della prima ora. Questa mossa non fu molto gradita dai partigiani storici, definiamoli così, poiché si vissero anni di vendette fisiche e morali, esempio: la preclusione al lavoro. Io non ho vissuto quell’epoca e ho ottenuto solo poche informazioni da chi fu partigiano della prima ora. Ho un solo ricordo posteriore, a quegli avvenimenti, di molti anni. Come citato in un racconto precedente, noi ragazzini solevamo andare a giocare nel Monte (dove scomparve la pineta), un giorno, durante le nostre scorribande, trovammo una pistola a tamburo, perfettamente oliata e con le munizioni. Più tardi, evidentemente il proprietario dell’arma venne nel nostro luogo di giochi, mettendo tutto sotto sopra. La pistola la consegnammo al padre di un amico che la dette ai carabinieri, mandando su tutte le furie il proprietario, ex partigiano, pericoloso e bugiardo, uno che avrebbe ucciso per nulla. Per fortuna, data l’ignoranza, c’era qualcuno, tra i suoi, che riusciva a controllarlo. Questo è un fatto vissuto in prima persona.
    Mi piace ricordare, con grande tristezza, un altro fatto accaduto nel nostro paese, di cui non c’è traccia in quei libri spazzatura che sono stati pubblicati sui partigiani della nostra zona.
    Non ho neppure il dato dell’anno, ma attraverso testimonianze di gente che ha vissuto, l’avvenimento, mi è stato detto che fu ucciso un tedesco, probabilmente da un partigiano, molto noto, che fece da cecchino.  Il militare era un uomo isolato che non avrebbe fatto male a nessuno, perché stava cercando di vedere o di incontrare la sua amante, sfollata in paese. Era un militare che non apparteneva al presidio che comandava la nostra zona, quindi un giovane furbastro che, per amore o per sesso, rischiava una forte punizione da parte del suo comando, per aver abbandonato il proprio presidio. Qualche nostro resistente zelante lo venne a sapere e lo comunicò ad un altro ancora più inquadrato, che volle punire, scientemente e senza motivo strategico, amante e amata.
    I tedeschi, saputo il fatto, non stettero a guardare, bloccarono la strada e minarono un ponte, pronti a far saltare tutto in aria se non fosse emerso il nome dell’assassino. Già molta gente, prevedendo il peggio, aveva abbandonato le loro case, come si faceva in quei momenti. Per fortuna grazie alla mediazione del Parroco e del Podestà in carica, riuscirono a far desistere i Tedeschi da mettere a ferro e fuoco il paese. Il nostro cecchino zelante, che negli anni fu sempre trattato come una specie di eroe, ottenne che mai nessuno parlasse di quell’avvenimento, affinché rimanesse intatta la sua gloria.
    XV – I Tre Alberi – Tempo fa, avevo un lavoro che mi portava al di là degli Appennini genovesi. Quello che si dice, un posto da lupi d’inverno. Il luogo situato in una valle stretta subito a ridosso dei monti che ostruiscono l’accesso di aria calda dal mare e, di più, compressa dall’altro lato da alte colline, in inverno vi si registrano temperature più basse almeno di cinque o sei gradi rispetto a quelle a livello del mare. Tuttavia, durante l’anno, la valle che si snoda come un enorme serpente col suo torrente cristallino, nei momenti di quiete ed impetuoso nei momenti di grande pioggia, ha un aspetto accattivante per uomini e animali. È facile vedere in autunno la presenza dell’airone cinerino che cala sul greto del torrente a caccia di alimento e poi, magari, si fa una pennichella appoggiato su una zampa e con la testa al caldo tra le piume, come gli energici passaggi dei cormorani con quel loro assetto di volo obliquo come un antico aereo da caccia. I gabbiani non sono più una novità ma sono meno invadenti che in altri luoghi. E che dire delle poiane, credo siano loro, che volteggiano in alto a caccia di qualsiasi cosa si muove al di sotto dei loro sguardi. In certe giornate ne ho contate anche otto a pattugliare il cielo a debita distanza l’una dall’altra. Mi è capitato pure di vederle calare in picchiata e scomparire in mezzo al bosco a caccia, oppure di vederle percorrere distanze di chilometri con solo pochi colpi d’ala. Ma che razza di lavoro è il tuo che ti permette queste osservazioni? Poco importa. A quel tempo ancora fumavo e per soddisfare il mio vizio, dovevo spesso scendere al piano terra, perché era proibito all’interno. Quelle mie escursioni, pur brevi erano il disgusto di qualcuno, ma, anche questo, poco importa. Fatto è che dalla porta a vetri si vedeva uno scorcio di valle, per me così interessante che posso affermare che mi dava più soddisfazione quello sguardo sulla valle che la sigaretta che consumavo rapidamente. Il torrente scorreva ad una distanza di cento metri, forse, c’era sempre acqua, anche d’estate. Al di là della strada del fondo valle, immediatamente si inerpicava la collina coperta da un bosco fitto, in primavera e in estate verdissimo e in inverno di un colore, nei giorni senza sole, tra il viola e il marrone dei tronchi della boscaglia fitta che lanciava in alto i rami alla ricerca di luce e, per la loro sottigliezza davano un effetto sfumato molto caratteristico, esaltato dallo sfondo del cielo azzurro o grigio. Era pure frequente, sempre in inverno, vedere il bosco che nella parte dei suoi rami più sottili, in alto sul crinale della collina, si ammantava di un bianco grigio per il ghiaccio, ancora una volta sfumato, ma questa volta dalla nebbiolina che l’avvolgeva. In quei momenti mi veniva sempre alla memoria quella poesia impareggiabile di Carducci, San Martino: 
    1 La nebbia a gl'irti colli
       piovigginando sale,
       e sotto il maestrale
       urla e biancheggia il mar;
    3  Gira su' ceppi accesi
         lo spiedo scoppiettando
         sta il cacciator fischiando
         su l'uscio a rimirar
    2 ma per le vie del borgo
       dal ribollir de' tini
       va l'aspro odor dei vini
       l'anime a rallegrar.
    4  tra le rossastre nubi
        stormi d'uccelli neri,
        com'esuli pensieri,
        nel vespero migrar.
    Non sbagliavo un colpo, l’immagine della collina in inverno mi ricordava quei versi.
    Ma un’altra cosa mi faceva gioire ancor di più, se possibile. Sull’angolo di un terrapieno spostato a destra, dal mio punto di osservazione, si elevavano tre pioppi stupendi per la grandezza del tronco e la loro altezza che, credo raggiungesse i trenta metri.
    Alberi magnifici, selvaggi, elementi vivi di quel paesaggio ancora rustico, ma già destinato a scomparire per la nostra stupidità.
    Quegli alberi avevano fatto nascere in me un pensiero piacevole, mi domandavo spesso: “Ah, se fossi un pittore bravo da poter interpretare e dipingere quello che mi offre lo sguardo! I tronchi avvolti dalla corazza della corteccia screpolata da tanta esposizione agli elementi che, nel tempo, l’hanno flagellata ma che ha saputo sostenersi quasi intatta per proteggere il fluido vitale che l’albero doveva mandare ai rami e alle foglie tutte, per poterle mantenere di quel loro colore verde e argento brillanti. Poter dipingere il loro tremolio a causa della brezza o lo scompiglio da una parte all’altra prodotto dalla tormenta e in primavera fissare l’andirivieni degli uccelli che vi avevano trovato riparo per il loro nido.
    Ricordo di un anno, una delle ultime volte che fece freddo, a causa della neve venne chiusa l’autostrada e quindi dovetti fare la strada dei monti per tornare a casa. Quel pomeriggio si crearono le condizioni climatiche per la formazione della galaverna. Me ne resi conto soltanto quando la vidi che era già notte. È uno spettacolo raro e affascinante, le goccioline che volteggiano nell’aria con la nebbia, si concentrano e ghiacciano, per la bassa temperatura, sull’erba, sui rami degli alberi, su qualsiasi protuberanza o striscia sospesa a contatto con quel vapore formando su di esse una corazza trasparente dalle mille forme. Nascono strutture mai viste prima, bianche o trasparenti o splendenti se colpite dalla luce, come quella dei fari di un’auto, Dove passai io, si chinavano i rami sotto il peso del ghiaccio a formare quasi un tunnel per lasciarmi il passaggio, deliziandomi dei mirabolanti riflessi di luce per i fari delle rare auto in transito. Sentivo la gioia infantile di essere in mezzo ad un mondo di fiaba, in una notte senza confini, senza suoni, mi pareva di essere nella valle delle Delizie.
    Lo scorcio di valle che osservavo tutti i giorni aveva senso per la presenza dei tre alberi, quasi in primo piano, che stabilivano la prospettiva della mia osservazione. Quella porzione di natura ancora selvaggia mi aveva illuso di poterla paragonare ad alcuni caratteri della gente che vive in quei luoghi. Spesso persone rudi, ma a loro modo accoglienti, gente dedita al lavoro e poco all’apparenza. Gente modellata dal clima aspro d’inverno e cocente d’estate.
    Il destino volle che dovetti stare lontano da quella valle per più di quattro anni. Ad un ritorno casuale, i miei pioppi erano scomparsi, tagliati di netto. Perché? Erano un pericolo? In caso di grandi piogge avrebbero potuto scivolare e ostruire il torrente con conseguente allagamento del territorio circostanze? Non lo so, forse è stato un sacrificio necessario, ma ricordo che in prossimità del periodo delle piogge, qualcuno, per incarico delle autorità, tagliò tutti i cespugli e gli alberi che erano cresciuti sulle rive del torrente, ma le parti più grosse non vennero tolte dalla scarpata per parecchie centinaia di metri, rimasero, dove furono tagliate, per tutto il periodo del pericolo alluvioni. Non cadde tanta pioggia quell’anno, ma fosse caduta come l’anno prima, non ci sarebbe stata un’ostruzione certa del torrente? E allora, perché i pioppi?
    Brava gente. E poi pensare che in quella zona ebbi due delle più cocenti delusioni della mia vita. La fine del lavoro, terminata nel modo più brutto pensabile, lasciando rancori tra le persone, e …. l’altra, poco importa!
    -XVI – Innamorarsi – “Ti voglio bene. Sarebbe molto bello se potessimo incontrarci. Io domani mattina sarò nel negozio X in città, alle ore otto.”
    Una lettera anonima che mi recapitarono tramite le poste. Poche righe ma eloquenti e molto intriganti. Adesso sembra che lo dica freddamente, però allora quella letterina mi emozionò molto e mi dette forza sul momento, mi sentivo soddisfatto. Dopo un po’ che la tenni in tasca, cominciarono ad affiorare i dubbi. Ero tanto stupido, a quel tempo, che non avevo la minima idea di chi fosse. Troppo imbevuto di idee moralistiche sulla sessualità, ma anche sul rapporto tra ragazzo e ragazza. Tutto era avvolto da pensieri peccaminosi o meglio avvolto dalla paura di commettere peccato. Al solo pensiero tremavo, non per la paura, perché i miei peccati nascosti erano ben peggiori, ma pensando a quelli tutto il mio essere era in subbuglio.
    Nonostante il timore, il dubbio e la mia timidezza, il maschio che viveva in me non fu sconfitto. Volli andare a vedere chi fosse quella persona che diceva di amarmi. Mi misi in marcia con la mia auto ad un’ora giusta, in modo da non dover aspettare rispetto all’orario convenuto. Ebbi la fortuna di parcheggiare vicino al negozio e appena scesi dall’auto, lei apparve in tutto il suo splendore giovanile di innamorata, forse anche lei era in ansia per l’attesa. Mi disse: “Ciao, come mai da queste parti?” Ed io, invece di prenderla per la mano ed accompagnarla alla macchina e spiegarmi dopo, le dissi: “Ciao, sono qui per caso.” Ed entrai nel negozio, rovinando completamente l’incontro. Potrei dire che non mi piaceva, come lo disse la volpe dell’uva che non poteva cogliere, ma non era così. Ero talmente emozionato che realmente non seppi cosa dire. Ora lei è una bellissima donna sicura di sé.
    Dopo molti anni di avventure e disavventure, un giorno d’estate caldo ed inutile, mi apprestavo a svolgere la mia routine domenicale, del primo pomeriggio, senza donne e senza amici, la TV. Forse ero pronto per un gran premio, ben accomodato nella mia poltrona. Ma qualcuno mi chiama al telefono: “Senti, sono io, oggi esco con tre ragazze e sono da solo, devi venire a darmi una mano, perché ce n’è una che mi interessa molto”. E io: “Ma non ne ho voglia, è troppo presto, fa caldo ed io mi sono già sistemato per la TV.” Il mio amico: “Guarda devi venire, ti prego fammi un favore, è troppo importante e poi lascia perdere quella dannata TV!”. Alla fine cedetti, perché era un vero amico. Andammo all’incontro con queste donne fatali, secondo il mio amico, con due macchine, perché, nel frattempo, non erano più tre ma erano diventate quattro. Quindi oltre la perdita del gran premio, si profilava l’eventualità di scarrozzare quelle bellezze tutto il giorno, senza poter combinare niente, perché capirete, due contro quattro! Quando si dice i casi della vita!
    Andammo a prenderle all’uscita di una specie di convitto, erano qui in vacanza-studio, io ancora con l’espressione piuttosto contrariata. Quando ci vennero incontro, qualcosa in me cambiò. Si abbatté su di me il vero colpo di fulmine, che ti lascia senza parole e trasforma il tuo sguardo.
    Appena la vidi, andai a fianco del mio amico per dirgli di non fare niente nei confronti di quella ragazza, dato che lo conoscevo bene, lui si muoveva ad ampio raggio, perché sarebbe stata mia. Lui sorrise, aveva già altre mire, forse.
    Quel giorno non successe niente di speciale. Una giornata trascorsa bene, in amicizia. Io mi innamorai e quella ragazza divenne mia moglie.
    - XVII – “Teach us to care and not to care” - “Mamma, ho un mal di stomaco che non so dove stare, mi metto a letto”.
    “Lo sai che i medici non vengono a casa a quest’ora!” (Primo pomeriggio). “Guarda l’unica è che chiamiamo P., lui almeno viene sempre, anche se non siamo suoi pazienti”.
    “Ho telefonato, ma mi hanno detto che è a studiare a Pavia, comunque passerà quando rientra”.
    La mia malattia non era grave, anche se molto fastidiosa. Solo il fatto di sapere che sarebbe venuto P. a vedermi, il mio dolore era già più sopportabile. In realtà venne a visitarmi. Parco di parole, come sempre, mi ricettò alcune iniezioni e il mio problema scomparve. Credo che in paese ci saranno molte centinaia di persone che possono raccontare aneddoti positivi sul medico P. Assieme alle critiche, soprattutto rivoltegli, da suoi colleghi invidiosi.
    Il dato di fatto incontrovertibile è che mai, nella nostra zona, c’è stato un medico come lui, fino ad oggi. Dei giovani non so dire, cresceranno e si faranno apprezzare. Io ho diversi ricordi, ma non voglio eccedere, rimarrò all’essenziale, come era abituato lui.
    Per prima cosa devo liberarmi di un fardello che porto da anni. Negli anni settanta, così si dice, spinto da amici, tentò di entrare in politica nel mio paese, per carità, piccola politica. Lo tentò in contrapposizione con il sindaco di allora, molto chiacchierato. Il dottor P. si mosse non troppo bene, solo un volantino distribuito in paese, per quanto io ricordi.  Purtroppo, ero schierato dall’altra parte, e preda della stupidità e della mia arroganza giovanile, dei consigli di quelli che mi stavano attorno, compreso il prete, lo criticai in un comizio pubblico, allora ancora si usavano. Sicuramente non lo offesi, ma da quel giorno mi rimase come un dubbio che non condivisi con nessuno, fino ad oggi, se avessi fatto bene a criticarlo. Forse le situazioni contingenti di allora erano a favore della critica, ma dentro di me c’era qualcosa che non quadrava, mi sentivo in imbarazzo verso quell’uomo e la mia difficoltà aumentava quanto più aumentava la sua notorietà nella professione. È evidente che non me ne sono fatto una malattia, ma il tempo, le vicende politiche che si sono succedute in paese, mi hanno confermato del mio errore.
    Devo dire che non sono mai stato suo paziente/cliente, pero un giorno, come molte altre volte, mi presentai nel suo studio ed era piuttosto tardi rispetto all’orario di visita. Ricordo che entrai, saranno state le sette e quaranta di sera, nel corridoio e nella sala d’attesa c’era una folla. Rimasi un poco, senza speranza di essere ricevuto, ma “chissà” pensavo, “rimarrà fino a tardi”, dopo qualche minuto che ero lì, il dottor P. uscì dal suo studio di visita, dette un’occhiata al corridoio, entrò nella sala d’attesa e tornò indietro, si fermò un momento sull’uscio dello studio e disse: “il dottore, questa sera se ne andrà alle otto” e chiuse la porta. Prima di andarmene mi venne da ridere, ci saranno state ancora, almeno venticinque persone.
    Credo che per lungo tempo la sua figura rimarrà come un mito. Io non posso dire che lo conoscessi, quindi non azzardo niente su di lui, mi limito ad uno sguardo dall’esterno, ma la sua figura di quando lo si vedeva passare, per le visite a domicilio, con la galletto gialla e la sigaretta in bocca si assimilerà ad un’icona del nostro paese.
    - XVIII – Viaggio senza un prima. Il grosso camion procedeva sicuro in salita e arrotondava le curve per la maestria dell’autista. La strada mi sembrava così stretta che, in certi momenti, avevo la sensazione di poter rotolare a valle, però senza avere nessuna paura. Oggi, passato più di mezzo secolo da quel giorno, avverto il brivido dentro di me come se quel viaggio lo avessi iniziato dal mezzo di quella curva, con il camion in movimento che chiude la strada e si inerpica sulla ripida salita. Su quel camion, credo di colore verde, all’interno della cabina c’era una mia cugina che ho sempre considerato come zia, mi voleva molto bene e lo faceva notare, alla guida suo marito. Un uomo buono e silenzioso, nel mio ricordo e con un fisico forte. Come dicevo, oggi ho la sensazione che quel viaggio, fosse cominciato a metà di quella stretta curva, senza un prima. Non ricordo nessuna preparazione, nessun desiderio che mi aiutasse a pensare di giungere in quel luogo e con quelle persone. È come se la mia mente abbia un vuoto o meglio come se non abbia traccia di ciò che ha preceduto quel momento, eppure non vivevo lì vicino e neppure vivevo con le persone che stavano nella cabina del grosso camion. Non ricordo nemmeno di mie particolari manifestazioni di gioia. In genere, considerando un’azione per valutarne gli effetti, si dice che quello che conta è il prima, cioè la motivazione che la ha determinata, che l’ha resa viva. Tutto quell’insieme di pensieri e desideri che la hanno reso possibile. Serve anche quando si valuta se una azione è buona o cattiva. Magari con i bambini certe considerazioni non valgono, perché confidano in altri, nei grandi.
    Di quel tempo ho dei ricordi sfilacciati ma intensi. Il paese in cui giunsi è, nel mio pensiero di oggi, un luogo fantasma, un’entità sfuocata, ma piacevole. Il ricordo è vivido se riferito alle persone incontrate in quel tempo, al ritmo di vita che ebbi in quella breve stagione. Il vecchio patriarca della famiglia che mi ospitava godeva un rispetto assoluto da figli e nipoti. Oggi lo vedo con il suo cappello a falde scuro, una camicia di colore nero ed un panciotto grigio, sempre aperto, il suo volto era di un uomo furbo, forse con gli occhi un po’ acquosi per l’età, il naso leggermente a punta, nell’insieme un’espressione allegra. I figli era difficile incontrarli o vederli, perché al tempo in cui vissi in quel luogo, erano sempre impegnati con il lavoro. Almeno credo. Io avevo una grande libertà di movimento, solo limitata dalla mia timidezza e dalla mia giovane età. Uno dei primi giorni di permanenza in paese fui invitato a pranzo a casa di una figlia del patriarca e quindi del nipote. Mangiammo funghi al forno con patate, ma non funghi porcini, bensì colombine. Una grande novità per me, ne ricordo ancora il sapore. Una delle attività, a quel tempo di quella grande famiglia era il commercio del legname. Prima di poter vedere i tronchi allineati sui camion pronti per partire, dovevano essere tagliati nel bosco e recuperati per portarli in un luogo idoneo al loro carico. Del recupero e trasporto dai luoghi di taglio, se ne occupavano delle persone che conducevano dei muli, forse una decina di animali, ed io ero un compagno fisso per quelle missioni. Salvo che non si trattasse di grossi tronchi, perché allora entravano in azione i cavalli da tiro. Mai visto animali più belli! Con i muli si partiva la mattina, non troppo presto, in testa, a cavallo del primo, c’era lo specialista, io seguivo sul terzo, a volte sul penultimo, dipendeva da come erano stati legati in carovana, io cavalcavo sempre uno dei più calmi.  Essendo animali da soma, non portavano una sella normale, ma un grosso basto di legno con imbottiture grezze, corde ai lati e occhielli di metallo.   mi ero abituato a stare a cavalcioni su di esso, naturalmente mi sostenevo tenendomi al basto stesso. In genere erano animali tranquilli, procedevano lentamente e dava l’impressione che il mulattiere non dovesse fare niente, loro sapevano già la strada. Si percorrevano sentieri fissi dove si vedeva che erano fatti per quegli animali per la presenza delle loro impronte e per il transito difficile per le persone. C’erano delle specie di scalini da superare dove si sentiva che l'animale si inarcava, mi sembrava di cadere, e si riprendeva per superare l’ostacolo e tornare al suo passo normale, non troppo ondeggiante come quello di un cavallo. Erano animali rudi, forse non troppo intelligenti, ma forti come un fuoristrada, per paragonarli ai motori. Durante tutto il percorso arrivava al naso l’odore acre della bestia che non si arrabbiava mai. Dei più calmi ricordo ancora i nomi: Vipera, Topo, Falco che sicuramente era il più forte, di colore marrone chiaro ed una croce ben definita di peli neri che partiva tenue, dalla coda e che diventava nerissima aprendosi vicino al garrese, per chiudersi nella criniera.  Ve ne erano anche due terribili o meglio nervosi, tanto che quando dovevano essere caricati, bilanciando il peso, ai due lati del basto, erano bendati. Uno si chiamava Giardino e l’altro Moro. Specialmente di Moro io avevo terrore, perché una volta, non ricordo il motivo, era sciolto ed io andavo a piedi verso casa, lui mi venne incontro come per prendermi in giro e mi si avventò contro muovendo il muso e mostrandomi i denti come se stesse ridendo, lanciando un forte nitrito. Non so dove trovai la forza per fuggire da quel mostro o fu lui che se ne andò, spaventato di sé stesso. Non ricordo i luoghi in cui andavamo a caricare, ma ricordo gli orientamenti, il più delle volte si andava verso ovest, qualche volta ad est e poche volte a nord. Il sentiero del nord era il più accidentato con continue salite e boscaglia. Il migliore era il sentiero dell’ovest, aperto, arioso e soleggiato. Verso est era il piacere dei muli, perché, durante l’andata, il sentiero era costeggiato da arbusti e spesso da rovi. I muli, martoriati dai tafani, si spostavano tutto a sinistra per fregarsi e liberarsi di quelle fastidiose ed enormi mosche, ma nello stesso tempo anche la mia gamba sinistra subiva lo stesso trattamento della loro pelle dura e ne usciva sempre insanguinata. Era estate e portavo i pantaloncini corti. Naturalmente non c’erano solo i muli, anche se non molto altro in un paese di campagna di tanti anni fa. Oggi in quel luogo, la campagna, intesa come lavoro, è il contorno del turismo molto più redditizio e meno faticoso. In ogni caso, chi ha gestito il cambio, è riuscito a mantenere un paesaggio che ricorda ancora quegli anni. Ma torniamo a quella vecchia stagione quasi dimenticata. Quando si è piccoli, bambini, adolescenti si ha una capacità di apprendimento formidabile, anche se non si manifesta apertamente, la nostra mente prende il volo. C’era, da quelle parti, un piccolo ruscello di acqua veramente cristallina che passava borbottando soavemente sotto la protezione di parecchie fronde di alberi che andavano a cercare ristoro e alimento nel terreno umido. La guida della spedizione, forse eravamo in tre, era un ragazzo del posto, silenzioso e molto più che adolescente. Era estate e l’acqua non era profonda e poi faceva piacere sguazzarci dentro, ma l’obiettivo non era quello. Il ragazzo, perché non ricordo il nome e neppure le sue fattezze, forse lo incontrai in quell’unica occasione, procedeva nel senso della corrente e cercava delle pietre che affiorassero appena dall’acqua o che ne fossero coperte di poco, della larghezza di una trentina di centimetri. Prendeva una pietra dalla riva, all’incirca delle stesse dimensioni e alzandola fino all’altezza del viso con le mani, la lanciava con tutta la sua forza contro la pietra che aveva scelto nel ruscello. Quindi si abbassava e frugava sotto di essa. Non avevo capito subito la sua operazione, ma quando vidi che tirava fuori, da sotto il piccolo masso, dei pesci, capii che stavamo pescando. Lui stava pescando trote, spesso di buone dimensioni, di una ventina di centimetri. I pesci al riparo o appoggiati alle pietre per filtrare l’acqua in cerca di alimento, rimanevano tramortiti dal grande colpo che riceveva il loro riparo, immagino come lo spostamento d’aria prodotto da una esplosione, qui si trattava di spostamento d’acqua ed il gioco era fatto. Interessante pensavo tra me!
    Nel paese dove sono nato c’è uno spiazzo, tuttora, ma un tempo era più evidente, una specie di piazza circolare che in genovese, per dire che si era stati in quel luogo o per indicare l’ubicazione di una certa casa, si diceva: “in-te-l’ea”, cioè nell’aia. Per molto tempo non ho capito il motivo di quel nome, in un paese senza qualità. Dopo aver vissuto quella stagione in campagna, più tardi, ne intesi il significato e l’uso. C’era un posto, in una zona rialzata del terreno, proprio a lato del sentiero dell’ovest della carovana di muli, dove sorgeva, anche lì, una piazzola rotonda con il pavimento molto liscio, di cemento o di mattonelle.  Era l’aia, dove, d’estate veniva posizionata, affittata da un paese vicino, una grande macchina di colore rosso o arancione che separava il grano dalla paglia. Una trebbiatrice. La gente portava i covoni e la macchina   restituiva i preziosi grani pronti per essere macinati. Quando arrivava la grande macchina era una gran festa per tutti noi ragazzi, Quell’aggeggio rumoroso e ingombrante generava allegria. Oggi, in quel paese, si celebra il ricordo di quegli anni duri e gioiosi per i bambini: “La festa della trebbiatura”.
    Passeggiando in paese, piuttosto piccolo, soprattutto verso sera era facile incontrare persone che andavano al bar o semplicemente che ritornavano a casa dopo una giornata di lavoro e sempre ci si salutava. Qualcuno si fermava a farmi qualche complimento o mi fregava la testa, vista la mia giovane età, forse facevo tenerezza, pensavo, oppure la gente mi salutava, perché vivevo presso una famiglia importante. Ma quando, più tardi, con qualche anno in più, ritornando in quei luoghi, incontrando le stesse persone di allora, un poco invecchiate, con la pelle meno fresca di allora e i capelli un poco infeltriti o caduti, per l’inevitabile passo del tempo, il saluto era sempre uguale, era tenero, gioioso e carico della nostalgia del tempo trascorso.
     XIX – I Derelitti. Mia memoria – Un sole cocente li molestava oltremodo, gocce grosse di sudore scivolavano rapide verso gli occhi spinte e facilitate dall’ormai irrimediabile calvizie. I due tentavano di accettare l’idea che stessero lavorando per necessità e per abitudine. Chi soffriva di più era il grasso, che a brevi intervalli si appoggiava alla pala con la quale avrebbe dovuto spostare quella dannata e secca terra. Si toglieva il berretto, forse una specie di basco marrone, lo appendeva alla punta del manico della pala e, con un fazzoletto stropicciato all’inverosimile, cercava di seccarsi il fastidioso liquido appiccicaticcio dal volto e dalla testa. Naturalmente troppe pause infastidivano il compagno di lavoro, che era anche il suo capo, vestito, giorno e sera, con gli stessi accessori: un basco che doveva essere blu, in giorni migliori, ora tutto impolverato e un giubbotto leggero, di color nocciola tenue, con cerniera intera. Questi quando non sopportava più le soste del collega, gli scaricava la solita frase: “O Nanu, piggia in pou a pala!” Rinforzata con una bestemmia irripetibile. Trad.: “O Nano, prendi un po’ la pala!” Con sottinteso, mettiti a lavorare. Sì, erano la fantastica coppia di: “U Nanin e u Luigià”. Trad. “Nanin e Luigi”.  Nessuna offesa nei loro confronti, anzi persone che ho sempre conosciuto per la loro mitezza. Tranne Nanin negli ultimi mesi della sua vita, preda, forse, di qualche malattia che non si curava. Quando faceva il meccanico di biciclette era un riferimento per tutto il paese. Chi è che non lo conosceva? E Luigià, capo dei manovali del comune, sempre vestito allo stesso modo, come portasse una uniforme, baffetti scuri e l’immancabile cicca di sigaretta in bocca con il suo incedere lento e trascinato e i pantaloni che sembrava dovessero cadergli da un momento all’altro. Era solito giocare a carte, “Da u frunte”, trad. Bar che si chiamava, il Fronte. Naturalmente vestiva il suo giubbotto nocciola che, stando seduto al tavolo da gioco, sulla pancia o da quelle parti, gli formava una grossa piega che, immancabilmente, si riempiva di cenere di sigaretta, per il vizio di tenerla sempre in bocca, senza curarsi mai di appoggiarla da qualche parte.
    Anche loro potevano vivere in un paese come allora, oggi non sarebbero a loro agio. Oggi vanno di moda quelli che si fanno dare il sussidio dal comune e vivono senza fare niente.
    Ma per me c’è un ricordo che li supera tutti, si tratta del grande Mario (alcuni con disprezzo, lo chiamavano anche Belesamia). Nel mio maledetto paese, da dove vengono queste storie, non c’è mai stata la bontà, in esso sempre hanno convissuto tutti i mali che l’uomo porta con sé dalla notte dei tempi: lussuria (un pederasta ben noto a tutti ha vissuto per anni, rispettato, forse per la sua roba), rapina (noti a tutti diversi proprietari di terre e case), assassinio (uccisione di Mario e di un tedesco innamorato, a sangue freddo, da chi, per anni è stato considerato un eroe), desiderio della donna d’altri (sufficiente un giro in paese con imprese troppo recenti), cattiveria (fatti noti a tutti), non è il caso di continuare, perché il mondo gira così.
    Il grande Mario con il vestito a doppio petto grigio tornava in paese la sera della domenica, dopo aver passato il suo tempo nelle cittadine vicine, nei bar, al cinema o in luoghi forse proibiti. Quando ci incontravamo, io ero un ragazzotto che gli adulti normali non vedevano neppure, invece lui mi salutava come fossi un suo pari età, con un sorriso che mostrava i pochi denti che gli erano rimasti. Buona parte delle persone che frequentavano il bar della piazza lo dileggiavano o lo prendevano in giro per il suo modo di fare, sconosciuto da gente di paese ignorante e perversa.
    Una sera, come tanti altri, ero al cinema, nel locale ancora presente in paese, proiettavano un poliziesco americano, di moda negli anni ‘50-‘60. Mario aveva la fissazione di essere un agente dell’FBI, forse per darsi tono o perché pensava che i suoi sogni fossero la realtà, nessuno lo sa! Mentre passavano le immagini, succede che nel film, in un posto di polizia americano, un poliziotto dell’FBI si rivolge ad un collega e lo chiama dicendogli: “Mario, …”. In quel momento sembrò che crollasse il tetto, tutti sapevano che il nostro Mario era presente e quindi giù a gridare: “Mario, Mario, Mario, Mario, Mario”. Lui non si scompose, andò al centro della sala, si stagliava la sua ombra con le braccia in alto, sullo schermo, e durante la proiezione gridò: “Ferma tuttu che soun ou Mariou de Casarsa!”. "Fermate tutto che sono Mario di Casarza". Seguì tanto trambusto che dovettero fermare la proiezione della pellicola e accendere le luci in sala.  Un vero grande.
     
    XX - In Viaggio - Era la prima volta che mi incontravo con lei. Ero nervoso come   tutte le altre volte che mi trovavo di fronte alla novità o di fronte all’ignoto. La parola ignoto, evoca situazioni complesse e a volte pericolose, ma per me non è questo, ero avvolto da una sorta di frenesia che mi rendeva inquieto, che mi faceva pensare alle mie sensazioni più intime. Non riuscivo a concentrarmi sul transito della gente per deviare i miei pensieri, sì un poco riuscivo a distrarmi, cercando di esaminare i volti dei passanti, scrutando il loro modo di camminare e di vestire. Pure l’architettura del luogo in cui mi trovavo, mi aiutava appena. La grande pensilina di cemento armato, sostenuta da forti pilastri quadrati o rettangolari dava un aspetto cupo a quell’angolo di piazza, lasciandolo sempre in ombra, sarebbe stata ancora peggiore se non avessero disegnato, sul lato aperto, alcune aiuole verdi dove crescevano degli alberelli con foglie minuscole. Ad aumentare il senso di angustia erano le porte di vetro dell’enorme palazzo, molto strette che lasciavano appena lo spazio per l’ingresso di una persona, quando questa avesse dovuto accedere alla grande sala di smistamento per gli uffici. La sensazione migliorava guardando l’accesso dell’ingresso principale, con porte a vetrata annerita che davano l’impressione che l’interno non esistesse. Varcando quella porta si sarebbe stati risucchiati in un luogo di un'altra dimensione?  Pensavo quasi divertito.  Era verso l’imbrunire, il momento in cui scomparivano le ombre ma si scurivano tutte le cose. Mi piaceva quell’ora della giornata in cui ognuno era come se rientrasse nel suo rifugio personale al quale poteva accedere solo lui, dove poteva rilassarsi e ricuperare la sicurezza dell’anonimato. Non durò molto l’attesa, perché non mi ero presentato con troppo anticipo all’appuntamento convenuto e lei non era di quelle donne che amano farsi desiderare, arrivando in ritardo. Ci salutammo cordialmente con una stretta di mano e due sfiorate di guance a simulare due baci. Dopo alcune centinaia di passi, durante i quali ci scambiammo dei sorrisi più che delle parole, entrammo nel bar Amorino con la sotto dicitura Caffè Italiano. Ci sentimmo subito a nostro agio. Lei, Tina, elegante, vestita di scuro, una giacchetta corta fino alla cintura, aperta sul davanti e pantaloni stretti, forse di velluto leggero che marcavano bene le sue forme perfette e sensuali. In gioventù doveva essere una bella donna dal viso aperto, dolce e occhi scuri. Adesso solo un leggero tocco di rossetto sulle labbra, però il tempo non era passato invano, il suo bel volto era assalito da un grande incrocio di rughe anche se molto fini, come se si fosse messa una maschera di ragnatela, che le notificava la sua età ogni volta che si guardava allo specchio, tanto che, nella conversazione, probabilmente se l’era preparato, si sentì in dovere di dire: “In questi ultimi anni ho avuto un cambio incredibile nel fisico”. Lo pronunciò con un fil di voce, ma poi mi resi conto che era il suo modo di essere, parlava sottovoce. Le risposi, con un sorriso, che non era vero, ma pensavo il contrario. Un aspetto peculiare del suo modo di vestire era il cappellino ricamato, anch’esso scuro, di forma rotonda, che mi ricordò immediatamente certe immagini dell’eroe dei due mondi, ma Tina lo indossava in modo naturale e non le stava male. Dopo aver consumato, ciascuno, un troppo caro caffè italiano e dopo esserci scambiati le necessarie notizie per conoscere un minimo l’uno dell’altra, uscii dal bar calamitato da Tina che aveva ben chiaro un progetto in mente o una direzione. Magari me la aveva anche comunicata, ma per il vezzo di parlare a voce bassa, forse non avevo sentito. Con sicurezza Tina mi fece ripercorrere i passi camminati per andare all’appuntamento, senza dire una parola. Procedevamo svelti, ogni tanto davo un’occhiata alla schiena e un po’ più in basso, di Tina e mi inorgoglivo per essere a fianco di una donna così ben fatta e ben proporzionata, tanto da sentire come una leggera scarica elettrica al cervello. Mi veniva da ridere per la sensazione, un ricordo dell’eccitazione giovanile. In quei momenti le fini rughe senili del volto di Tina scomparivano per lasciare emergere in tutta la sua bellezza il suo corpo da modella. Giungemmo davanti all’ingresso del Patio de la Infanta dove era in atto una mostra ridotta delle opere di Andy Warhol. Non riuscivo ad associare Tina con l’interesse per le opere di Warhol, ma forse era semplicemente la mia avversione per quell’artista. Percorremmo tutta l’esposizione, fermandoci adeguatamente di fronte ad ogni opera per apprezzare non so cosa e tra noi non pronunciammo una parola di commento. I miei pensieri erano rivolti al dopo. Finalmente fuori a respirare un poco di aria fresca. Di quella visita mi rimase nella mente l’immagine di Pelé, mezzo nero e mezzo colorato. Eravamo uno di fronte all’altro quando Tina mi raccontò qualcosa di intimo della sua vita. “Tempo fa conobbi un uomo di questa città, credo vivesse qui vicino, nel Paseo de Independencia. Era abbastanza simpatico, passeggiavamo e chiacchieravamo di tante cose, era una persona gradevole. Ci vedemmo alcune volte, non ricordo se al secondo o terzo incontro, questi assunse l'atteggiamento come se volesse ricevere il premio per essere stato così vicino a me. Ma io rifiutai, non so, era piacevole, ma la sua vicinanza fisica non riuscivo ad accettarla, non aveva nessun effetto su di me. Non tornammo a vederci.”  Io non le risposi oppure semplicemente mi limitai a dire che “così è la vita” o qualcosa di simile. Quindi fu lei a continuare: “Mi piacerebbe molto che continuassimo a vederci, oggi è stato piacevole.” Le risposi affermativamente e le detti un vero bacio sulle guance che lei mi ricambiò. Ci voltammo le spalle e ognuno per la sua strada, per sempre.
    XXI - In viaggio II -  Dopo la morte di mia moglie passai un tempo disgraziato. Non riuscivo a darmi pace, ma rimossi quasi la sua perdita, tanto che, in modo inadeguato e nervoso per non abusare del termine tecnico compulsivo che mi rammenta il vomito, chissà perché?   tentai in molti modi di incontrarmi con donne, forse per tentare di recuperare quello che avevo perso, ma senza giungere ad un risultato. Una sera d’estate, calda e umida, mi trovavo in casa insieme ai miei figli a vedere quello che offriva la TV. Erano verso le dieci di sera e mi giunse una telefonata inaspettata e quasi molesta:
    “Ciao sono Wanda, ti ricordi di me?” Giuro che non mi ricordava nessuno!
    “Cappelli grigi, bel sorriso...! insistette lei ed io riuscii a mettere a fuoco.
    “Oh, sì, ciao come va?
    “senti sono qui sotto, vicino a casa tua. Cosa ne dici se andiamo a fare un giretto? Con questo caldo, il fresco della notte potrebbe essere piacevole”
    Ero indeciso, ormai mi ero abituato all’idea di rimanere a casa e, d’altra parte, non avevo molto interesse in Wanda. Ma difficilmente sapevo dire di no alla richiesta di una donna. Feci un ultimo tentativo, dicendole che ero in pantaloncini corti e che non avevo nessuna voglia di cambiarmi. Lei mi confermò che non ci sarebbe stato nessun problema e che mi avrebbe aspettato sotto casa, in auto, tra dieci minuti.
    Cedetti e scesi. Una volta in macchina, al buio, mi dissi contento di non aver indugiato con la pigrizia. Wanda, ben profumata, lasciava intravedere il suo caschetto di cappelli grigi naturali come certe immagini di donne egiziane dell’antichità Ma soprattutto vestiva quasi niente, un body molto fino senza spalline che lasciava nude le sue spalle, la schiena e il petto sopra i seni, ben visibili, nella forma, sotto il fine vestitino. Era di sabato e quindi non si trovava parcheggio, nella zona famosa dei bar e pub, sicché Wanda dovette dare diversi giri dell'isolato per tentare di trovarne uno. Finché non decise: “andiamo al bar dei Giornalisti”. Non so se lei si rese conto del silenzio in cui ero sprofondato, preso dal pensiero di aver sbagliato ad uscire di casa, dopo tanti giri a vuoto con l'auto. L’unica cosa che mi tratteneva era il desiderio di continuare a vedere, nella penombra, i suoi seni saltellanti, per il movimento dell’auto, che rappresentavano la mia unica speranza per il proseguo della notte. Finalmente parcheggiammo su un marciapiede vicino ad una piazzetta piena di gente ai tavolini stracolmi di bibite e bicchieri. Eravamo finiti, con l’auto in una zona scomoda e fu difficile scendere, quando giunsi in strada, la sorpresa. Wanda aveva il vestito di una ragazzina sopra un corpo di anziana e, per giunta, me la vidi venire incontro con una stampella per sostenere una gamba reduce di una lussazione alla caviglia. Il mio raffreddamento nei suoi confronti fu immediato, ma fortemente compensato dall’ilarità che mi prese e che tenni per me, immaginandomi osservatore esterno di quella coppia. Un tipo in là negli anni con bermuda bianche e maglietta gialla e una signora attempata, mezza ragazzina, sorridente grazie ad un ottimo lavoro del dentista e claudicante. Un quadretto straordinario. Tutti i miei pensieri di gioie notturne scomparvero, anche se lei tentò di convincermi ad andare a passare qualche ora in una sala da ballo. La mia ilarità silenziosa aumentava, il finto anziano, schiappa nel ballo, insieme ad una zoppa. Non avevo l’ardire di parlare chiaro a Wanda, ma credo che lei capì. Entrammo nel bar, senza neppure cercare da sedere, io non riuscivo a spiccicare parola. Vicino a noi c’era un giovane e aitante negro dell’africa. Lei si mise a chiacchierare con lui di un dialetto senegalese che aveva appreso in un viaggio.
    Mentre mi riportava a casa, tentò ancora una volta a convincermi di continuare insieme ad immergerci nello svolgimento della vita notturna della città, ma non potei.
    Alcuni giorni dopo di quella uscita, per certi aspetti, straordinaria, mi giunse un messaggio: “Mi sono resa conto che sei un brav’uomo, un abbraccio.” Wanda.
    XXII – In viaggio all’altro capo del mondo – A volte si dice: ha viaggiato molto, conosce tante cose. Lui sì che sa vivere, ha viaggiato molto. Nulla di più falso. La conoscenza viene dalla capacità di essere, di sapere entrare in relazione con l’altro e con il diverso, se esiste. Altrimenti, con i mezzi di oggi, aerei, pacchetti vacanze, offerte last minute, avremmo un sacco di gente che ha acquisito saggezza dai loro viaggi. Ma non è così, se manca quella disponibilità d’animo, gli uomini e le donne, divisione impropria, sono tutti uguali a tutte le latitudini, includo pure quelli che vivono nella selva. Nella nostra mente rimangono soltanto ricordi del paesaggio e, se va bene, qualche odore. Molti anni fa mi capitò di viaggiare “all’altro capo del mondo”. Sono sempre stato una persona molto ingenua e partii con entusiasmo, con gioia e con la trepidazione della novità. Viaggio lunghissimo con un jumbo. Le ore passavano lente e, se non ci fossero state le proiezioni di alcuni film per anestetizzarci, avrei indugiato più volte sul pensiero della morte dentro a quel tubo di metallo lanciato a velocità folle nel cielo. Tutti provano la stessa sensazione, ma qualcuno cerca di esorcizzare il pensiero con l’ironia, con le chiacchiere prolungate, con i giudizi psicologici sulla situazione di pericolo o con commenti tecnici sulla formidabile macchina. Tutto va bene, resta il fatto che a bordo aleggia una sottile nebbiolina di paura che resta sotto un fragile controllo. Finalmente, dopo una notte di sonno ad intermittenza, mitigato da qualche parvenza di cena di plastica e sapore standard per turisti di poco conto, all’alba cominciammo a costeggiare, a diecimila metri di quota, il grande oceano atlantico che bagna l’enorme stato del Brasile, dove si lanciavano, immobili visti dall’alto, i fiumi più impressionanti del mondo: il Rio delle Amazzoni e il Rio della Plata. Del primo si vedeva nettamente il lungo estuario e i segni dell’impatto dell'enorme onda di acqua dolce collidere con il grande mare, formando una lunga increspatura, del secondo, impressionante letteralmente, l’enorme estuario che si disegnava nel mare, un grande imbuto che nella parte più ampia misura oltre trecento chilometri e l’acqua fluendo alla rovescia, dalla parte più piccola a quella più ampia, ricca di fango e limo che andava a formare una macchia marrone enorme nell’oceano. Era come passare sopra ad una fantastica carta geografica. Era sognare ad occhi aperti sorvolare su paesi la cui esistenza la conoscevo solo dai libri. Pensavo pure di lanciarmi dall’aereo a volo d’angelo per giungere a quote più basse e sorvolare quell’immensità per arrivare a sentire la presenza umana di gente così lontana. La macchina straordinaria che mi sosteneva da oltre sedici ore stava giungendo alla sua destinazione finale nella capitale argentina. Ma prima di atterrare, il volo riservò ancora una sorpresa spettacolare a uno come me che poche volte era salito su un aereo. Ad un’altezza che non saprei definire, ma sicuramente a non più di cinquecento metri dal suolo, il jumbo dovette effettuare un’ampia curva a destra, fu impressionante, dal finestrino vedevo l’enorme ala sinistra che si era spostata di almeno quarantacinque gradi rispetto all’orizzonte e l’aereo continuava a piegarsi per curvare, sembrava che l’ala destra dovesse toccare il suolo. Fu una lunga curva, qualcuno, vicino a me e meravigliato come me, parlava di portanza, mentre io ero estasiato per partecipare a quella manovra. Poco a poco l’aereo si raddrizzò per andare a planare perfettamente sulla pista di atterraggio. Una meraviglia.
    Non eravamo ancora alla nostra destinazione, ci aspettavano altre due ore di volo che ci portarono a sorvolare le Ande e giungere alla capitale cilena. Quel piccolo volo non poté sostituire le emozioni provate sorvolando il Rio delle Amazzoni e il Rio della Plata, straordinariamente vive, ancora oggi, nella mia mente.
    Santiago ci accolse, ero con un amico, come tutte le città del sud del mondo, rumorosa, puzzolente e inquinata all’inverosimile. Alla prima uscita in strada venimmo cacciati nell’anonimato di tutte le grandi città e ad un attraversamento, un ladruncolo da quattro soldi, strappò dalla faccia del mio amico gli occhiali da sole, perché invaghito, come una gazza ladra, dal luccichio delle barrette di metallo. Dov’è la differenza tra certe nostre città meridionali? Neppure la lingua diversa ti aiuta a distinguere, perché è tanta la confusione che non c’è differenza di linguaggio. Solo la possibilità dell’incontro con persone che da tempo sono radicate in quel posto e che abbiano il genio dell’accoglienza, può darti qualche possibilità di conoscenza nuova, altrimenti capitano solo fatti banali attraverso incontri casuali.
    La capitale è situata quasi al centro di quella lunga lingua di terra rappresentata dal Chile e un turista che può fare? O va verso nord, desertico e povero o verso sud, lussureggiante e pieno di turisti. Ovviamente optammo per il nord lanciandoci sulla panamericana che percorre tutto il continente da nord a sud Non volevo scrivere un racconto di viaggi, ma il ricordo me lo rende impossibile, d’altra parte la mia attitudine mi consente di dimostrare le considerazioni di partenza. Sulla strada quasi sempre dritta e sferzata da un sole implacabile, a spazi irregolari ci si incontra con molte carcasse di gomme di camion lasciate ai bordi della strada a ricordo della durezza del transito. In certi punti che ci scappano dallo sguardo a causa della velocità dell’auto, si vedono lunghe file di operai che scavano con picco e pala, senza l’ausilio di alcun macchinario, come era possibile vedere da noi negli anni ’50. Lunghe file di uomini anonimi, passando, vediamo solo la loro schiena, abbronzati o meglio, bruciati da quei raggi roventi in un'aria secca e salata, schiacciati e tremolanti nel riverbero fatuo del calore.
    La lunga strada costeggia l’oceano pacifico, da un lato, a tratti brillante, immenso e il deserto di Atacama, uno tra i più secchi del mondo e sullo sfondo a destra la mitica cordigliera delle Ande. Più si procede verso nord e più è difficile incontrare alberi. Solo deserto e piccole montagne di colore marrone sporco dove gli elementi hanno scavato, modellato e tirato a valle tutto ciò che han potuto, soltanto dove sorgono le oasi è stata costruita una città. Restano tra i ricordi; Copiapò e Caldera con la sua più famosa Bahía Inglesa (Baia degli inglesi) e al suo fianco una lunghissima ed arcuata spiaggia bianca, totalmente deserta. In quel luogo, in piena estate australe, quando ho tentato di fare il bagno, mi sono reso conto del perché c’erano così poche persone in acqua, era gelata come fosse di ghiaccio. Io riuscii a bagnarmi soltanto fino alle ginocchia. Prima di dare spazio ad altri ricordi, sono andato a controllare la zona con Google Maps e mi sono reso conto che dopo venticinque anni, non molto era cambiato. Molte delle zone da noi calpestate sono rimaste uguali, polverose e senza asfalto, casette di legno, come allora, dove la gente viveva quasi nella povertà. La vera bellezza del posto erano le persone, disponibili all’estremo anche con gli stranieri. Una coppia di giovani, sposati da poco, ci invitarono a casa loro e, durante la frugale cena, ci domandarono:” Secondo voi cosa manca in un posto come questo?” Si riferivano a strutture per il funzionamento sociale della cittadina. Noi rimanemmo muti. La tristezza fu che loro pensavano di cogliere qualche idea dallo straniero istruito. Il giovane marito, dopo un breve imbarazzo, capì e lo disse lui ciò che mancava: “Un asilo”.
     Una notte, vicino alla piazza principale, poca gente in strada, solo un gruppo di adolescenti che giocava a non so che cosa, domandammo loro cosa si poteva fare in un paese come quello, la risposta fu una domanda, ma sufficiente per metterci in sintonia: “Siete gringos?” Santo cielo, gringos, non sentivo quella parola se non dal ricordo della visione di certi film antichi sugli indiani d’America o dai fumetti. Gringo è un termine, in quel posto, forse dimenticato da Dio, per individuare gli americani, poi in seguito passò a definire tutti gli stranieri. E poi ancora ci dissero: “Venite dal mare, siete marinai?”. Stupendo. Neppure quei ragazzotti pensavano che potesse giungere qualcosa di nuovo dalla lunga strada, tanto più di notte, senza luce alcuna, anch’essa era scomparsa, ingoiata dal deserto buio sotto un cielo scuro e punteggiato di diamanti, forse il loro unico, vero tesoro. La strada passava ad appartenere alle tante cose che non esistevano in quel luogo. Lasciammo i ragazzi ai loro giochi con il cuore caldo per l’accoglienza. In piazza, era quello che cercavamo, incontrammo due donne sedute su una panchina, due in tutta la piazza ed era piena estate, passando vicino ad esse riuscii a captare che stavano parlando di problemi con i loro uomini, o almeno i problemi di una. Era il nostro momento. Fu fin troppo facile, prima le invitammo a bere qualcosa al bar con i necessari sorrisi e ammiccamenti, dopo essere scomparse entrambe verso il bagno per decidere chi scegliere di noi due, partimmo sulla nostra Daewoo bianca, con direzione Copiapò. Una città a una cinquantina di chilometri che di giorno viveva bruciata dal sole e dalla polvere e, di notte, anch’essa nascosta nell’ombra, riservava qualche locale di divertimento per chi poteva permetterselo. Le nostre amiche ci accompagnarono in un locale da ballo con musica dal vivo e tavolini intorno alla pista. Tutto molto esotico e piacevole. Erano donne che non chiedevano molto, forse abituate alla durezza della vita. Passammo diverse notti abbracciati. Dopo quei momenti di gioia effimera, svanita come il vento, noi due continuammo ancora fino a giungere a Calama. Una specie di porta dell’inferno dove era ancora presente il focolaio del colera. Riuscimmo a visitare una bellezza sconcertante della natura, chiamata El Valle de la Luna. Mai nome più appropriato. Un posto così selvaggio e bello, avvolgente, evocante avvenimenti lontani, nella vita e nello spazio che veniva da piangere. Turisti quasi zero. Quindi attraversammo, il giorno seguente, un altro paesaggio ancora più struggente, una strada, meglio chiamarla pista nel deserto, con ai lati, distanti, allucinanti montagne a cono, perfetto, di vulcani enormi e per metà imbiancati dalla neve eterna andina. Uno spettacolo.  Per chilometri percorremmo quella pista senza segnali evidenti, se non per le tracce lasciate dal transito di qualche raro enorme quattro ruote motrici americano che consolidavano pista ed incroci. Quel giorno lasciammo la bellissima oasi di San Pedro di Atacama, pulita, calda e ventilata dove ha la dimora Miss Chile, una mummia di ragazza di oltre 2500 anni. Mummificata in modo naturale per il clima secco e salato. Quindi giungemmo alla fine di un percorso dove c’erano piccole pozze d’acqua salata, dove il sale cristallizzava nelle parti più secche, fino a giungere in un luogo veramente lunare, a guardia del quale c’era una ragazza, studiosa? protetta soltanto da una minuscola roulotte senza auto per trainarla. Ci offrì del tè e ci mostrò il tesoro che stava controllando. Ad una distanza di circa cinquecento metri, un grande lago salato dove vivevano e si nutrivano i fenicotteri rosa, in spagnolo il nome è più accattivante (flamencos). Erano talmente protetti che non si potevano vedere senza binocoli.
    Il giorno successivo lasciammo San Pedro puntando ancora più a nord, ma eravamo agli sgoccioli delle nostre possibilità economiche. Prima di giungere alla nostra meta definitiva passammo a lato di un enorme paese fantasma che lasciava vedere per centinaia e centinaia di metri gli scheletri delle sue case, abbandonate intorno al 1960, perché terminato lo sfruttamento del salnitro. 
    Moltissime altre immagini mi ferirono il cuore e non voglio continuare a farmi del male.
    Il nostro obbiettivo era il Perù, ma non riuscimmo a raggiungerlo a causa di mancanza di fondi, Ci consolammo con il nostro fine corsa in Chuquicamata. Un nome niente male. Anche qui troppo facile uscire con due ragazze ben disposte verso gli stranieri, Chissà perché? Non voglio neppure raccontare le modalità dell’incontro.
    Che mi è rimasto della conoscenza di cui dicevo all’inizio? Delle persone conosciute non ricordo più le facce, qualche vestito mi è rimasto impresso, ma le presenze sono scomparse come un miraggio, come polvere sparsa dal continuo vento che a volte sibila in mezzo alle rocce. La vita è così veloce che non permette di soffermarsi a trattenere, ci consente di guardare, di ammirare, di accettare il nuovo come riverbero di noi stessi, del nostro cuore.
     
    XXIII – Martinez e l’atleta. Martinez aveva preso l’abitudine o la fissazione di andare a camminare un’oretta, prima di entrare in ufficio. La versione che si ripeteva spesso, per darsi la costanza in quello sforzo giornaliero, era che gli sembrava di essere ingrassato eccessivamente e quindi, senza pensare ad una dieta equilibrata, tentava di mettere sotto pressione il suo fisico, finché lo poteva fare, perché, pensava pure, che gli anni stavano passando anche per lui. Tutto quello che aveva messo in piedi per l’esercizio mattutino implicava un’organizzazione seria: sveglia alle sei e mezza, rapida colazione a base di caffè nero e un pezzo di pane o qualcosa che assomigliasse ad esso, tempo per vestire la tuta o i pantaloncini, a seconda della giornata, uscita di casa verso le sette, scegliere uno dei due suoi itinerari preferiti, cioè verso il Parque Grande o verso il Parque Bruil per raggiungere l’Ebro. Ultimamente aveva deciso di alternare i due percorsi. Finché non giungeva in strada era di umore nero e spesso lo lasciava perplesso il fatto di non ricordare il motivo di tanto sforzo, però non appena era accarezzato dall’aria mattutina, il suo atteggiamento cambiava come se fosse sotto l’effetto di una frusta piacevole che gli infondeva il gusto di continuare. La sua passione per la cura del corpo non era qualcosa di assillante, la pensava come una necessità e un divertimento, soprattutto perché i suoi pensieri vagavano liberi, senza regole e contribuivano al suo rilassamento. A volte i tempi dello sport mattutino si ampliavano e lo costringevano a vanificare i vantaggi ottenuti, perché si lasciava prendere dall’agitazione per la doccia, vestirsi e giungere in orario in ufficio. Lui, per il suo grado, aveva una buona elasticità, in quanto a orari, ma cercava di rispettarli per dare un segnale ai suoi colleghi. D’altra parte viveva così vicino al comando di polizia che i suoi ritardi erano solo simbolici.
    La camminata non liberava in lui solo adrenalina che lo faceva sentire meglio fisicamente, ma riusciva anche a tranquillizzare la sua mente, perché i suoi pensieri fluivano veloci, saltando da una sensazione all’altra, aiutati dalla bellezza del percorso che agiva come musica di sottofondo. Pure certi atteggiamenti delle persone che incontrava durante il tragitto gli davano una continua carica. Una delle ultime visioni durante i giri nel centro del Parque Grande, fu la presenza di una bellissima ragazza, magra, con la coda di cavallo che le saltava da un lato all’altro del collo, un body scuro e sexy. La sua presenza gli fu annunciata da un forte gemito ritmico di chi respira affannosamente o sotto sforzo, si rese subito conto che stava arrivando un’atleta, si fece da parte e la ragazza, a ritmo del suo gemito, passò accanto a lui con una velocità che non riuscì a vederle bene la faccia, la vide solo di lato e naturalmente di schiena, mentre si allontanava grazie alle sue forti falcate, lasciandogli la dolcezza del movimento delle sue natiche perfette. Un brivido lo percorse, il piacere di quella giovane atleta perfetta nelle forme, inarrivabile. Continuò col suo passo cadenzato e greve in attesa del nuovo giro dell’atleta. Anche questa volta, nonostante fosse preparato, non riuscì a vederla in volto. Rimase meravigliato per la potenza e la bellezza del movimento.
    Giungendo al termine la sua camminata, se ne andò verso casa con la bellezza di quel corpo femminile negli occhi. Prima di entrare nel portone di casa si fermò in una panetteria a comprare le solite cose per lui e per i suoi figli. Davanti all’ingresso c’era una motoretta elettrica usata spesso da chi ha problemi di deambulazione, non vi badò troppo, ma da dentro il negozio si soffermò su chi era alla guida: una bellissima ragazza, forse sui venticinque anni, cappelli ricci e occhi azzurri con sfumature di trucco, gli sembrò che stesse parlando con un ragazzo. Il suo torso, le braccia e le mani erano ben proporzionate, anche le gambe lo sembravano. Non riusciva ad individuare una disabilità evidente. Gli fece lo stesso effetto della ragazza del parco, una bellezza straripante, coadiuvata dalla gioventù. Se avesse dovuto fare una classifica non avrebbe saputo chi votare. Mentre uscì, però, lo assalì un pensiero che lo rammaricò molto, se ci fosse stato sulla motoretta un disabile ben evidente, avrebbe fatto tanto il brillante. Entrò in casa con la vergogna nel cuore. 
    Erano i giorni delle discussioni, che lui giudicava infantili, tra i big della politica, se andare alle elezioni o se mettersi d’accordo, per la terza volta, e fare un governo di unità, per tirare fuori dalle secche questa stupenda nazione. Martinez aveva l’impressione che il gioco non avesse come centro la Nazione, ma i tre “cosiddetti” leader degli aggruppamenti più forti. A volte gli veniva alla mente un pensiero che lo faceva rabbrividire: “se qualche pazzo o qualche persona talmente stabile psichicamente prendesse alla lettera ciò che si dicono i politici in questo momento di finzione estrema, per il bene del Paese, cosa potrebbe succedere?”
     
    XXXIV – Incontri - Era d’estate e mi incamminai verso il Parque Grande senza troppa convinzione. Se non fosse stato per l’ambiente che faceva da corona all’appuntamento non sarei andato, ma gioivo per il profumo dell’aria, il leggero brusio della gente e qualche grido di bambini, il canto diffuso degli uccelli insieme al fruscio dei voli, il verde dei pini alti e piegati dal vento con sotto un manto verdissimo d’erba sul terreno morbido. Tutto quanto avvolto dal gorgoglio, a volte potente, degli spruzzi delle fontane viventi. Percorsi con ansietà il rettilineo e ampio tratto tra l’ingresso e la fontana a gradini in fondo al viale, senza curarmi dei raggi del sole ancora cocenti. Mi guardai attorno e stentai a riconoscere il volto rossiccio della contadina russa. Solo in parte il suo sorriso mi permise di riconoscerla. La delusione fu bruciante come il sole. Anche se mi abbracciò con il suo migliore e dolce sorriso che mi intenerì, ma quasi non la lasciai parlare, solo il tempo di salutarci, neppure ricordo il nome. Le dissi:” Scusami, ma sono venuto semplicemente perché non volevo offenderti, non sapevo come comunicare con te, ma adesso devo proprio andare, perché ho un impegno. Magari ci vedremo un’altra volta”. Era tutto vero, ma ero privo di desiderio. Forse anche lei e, docilmente, come una buona donna della campagna mi disse: “Sì, a presto”. Mi sorrise e si allontanò lentamente. Per un lungo attimo rimasi a guardarla con una emozione che subito cancellai preda delle mie voglie.
    Avevo un altro appuntamento quasi alla fine del Paseo de Independencia, un bel pezzo di strada. Non volli farmi prendere in difetto, perché lei mi aveva detto: “Guarda che io arriverò puntuale, non sono di quelle che, per farsi desiderare, arrivano in ritardo”. Come potevo essere io il ritardatario? Quindi presi il tramvia e arrivai in orario.
    Suzane mi trascinò subito via dal centro, forse aveva paura di essere vista, ci mettemmo subito nei meandri del centro storico. A quel tempo ancora non conoscevo quel luogo come oggi e mi sembrava di trovarmi in balia della donna. In strada c’era gente, spesso dovevo scendere dal marciapiede, allungare il passo e poi risalire, per tenere il suo ritmo.
      
     
     
    [1]
                    Norme per costruire a controllo Regionale
    [2]
                    Piano di Costruzione – Norme controllate a livello comunale
    [3]
                    Il nano e il muto in genovese
     
     
    - Meno Uno - Sogno -  Pareva che la sua pelle fosse sempre abbronzata e appariva talmente liscia e morbida da sembrare seta. Non solo io ero invaghito di lei ma anche il mio collega studente lavoratore per un'estate, come me. Lui diceva che ne andava pazzo, entrambi ci scambiavamo le impressioni su quella donna, in realtà non bellissima, ma aveva con sé tutto quello che fa eccitare un uomo o un ragazzo. Il fondo schiena perfetto, come si usava dire, che parlava, gambe esili ma tornite che non aveva timore a mostrare, il sorriso aperto e disponibile sempre a sfiorarti qualche parte del corpo. Ci sono donne che nascono con delle caratteristiche per fare impazzire gli uomini, anche con la veste blu da ufficio, era sexy, chiusa davanti con dei grandi bottoni che le arrivava fino alle ginocchia e d’estate, col caldo, la vestiva senza indumenti intimi, tranne i due pezzi fondamentali, quindi, tra un bottone e l’altro, a volte si intravedeva la sua carne e, quando si sedeva, la veste le si alzava fino a metà delle cosce. Sempre sbirciavo verso di lei, con l’idea di vedere qualcosa, nonostante fosse seduta ad una scrivania metallica, blindata come un’enorme cintura di castità. I primi tempi in cui iniziai a lavorare, fisso, nell'ufficio succedeva che lei, come altri dovevano insegnarmi delle procedure. Non aspettavo altro. Mi affiancavo alla sua sedia il più possibile, nonostante la timidezza, senza avere il coraggio di sfiorarla. Fintanto che, un bel giorno, non fu lei che allargò la gamba destra fino ad appoggiarsi sulla mia sinistra. Io cercai di allontanarmi, per pudore, come a voler significare che era stata una casualità. Invece lei mi incalzò e premette con più decisione la gamba sulla mia. Ricordo che faceva un caldo insopportabile. Continuava a premere su di me, tanto che potevo vedere le sue gambe larghe che lasciavano intravedere il cammino buio verso la profondità delle cosce. Come spinto da qualcosa che non potevo combattere, mi avventurai con la mano tra due bottoni della sua veste e giunsi ad appoggiarla sulla sua pelle calda e fresca allo stesso tempo. Ero fuori di me, lei non fece nessuna obiezione, anzi, lentamente cercò di stringermi la mano con entrambe le gambe, mentre io cercavo di insinuarmi sempre più in profondità. Tutti e due avevamo smesso di lavorare, pur mantenendo lo sguardo fisso sulla scrivania con il timore che gli altri colleghi ci scoprissero, ma tutto continuava nella sonnolente normalità. Scivolando su una sua coscia stavo per giungere in fondo a quel cammino gratificante, quando lei, con un gesto quasi violento, si alzò dalla scrivania per prendere un fascicolo dall’armadio, quindi il mio tentativo rimase come sospeso e finì lì. Rimasi rintronato per qualche minuto, non potevo immaginare che fosse vero quello che mi era successo. Quindi il mio turbamento si trasformò in gioia incontenibile. Avrei voluto abbracciarla lì di fronte a tutti, volevo dichiararle il mio amore che sarebbe stato per sempre. Ma guardandola in viso, non osavo, mi sembrava diventata fredda e non mi degnava di uno sguardo. Più tardi, pensandoci bene, non me ne preoccupai molto, perché era evidente che lei non avrebbe dovuto darsi a vedere, mi dicevo, era più grande di me, fidanzata e prossima alle nozze. Perché avrebbe dovuto rivelare un capriccio!
    Però pensai pure che se volevo tentare di avere qualche altra occasione, dovevo sapermela giocare bene e studiare il modo migliore per sedurla. Nei giorni successivi mi mantenni tranquillo senza cercare di avvicinarmi a lei. Cercavo di pensare cosa avrebbe potuto volere da me, allora mi atteggiai a imbronciato, ma non arrabbiato, in modo da sembrare uno che aveva qualcosa dentro di sé, a lei piaceva l’idea dell’uomo che fosse: «un bel tenebroso». Quando capitavano discorsi o commenti sull’attualità tra colleghi, io cercavo di dire poche cose intelligenti e fuori dai luoghi comuni. Quando mi capitava di incrociare il suo sguardo, mantenevo i miei occhi fissi su di lei per pochi attimi e poi la sfuggivo, in modo che fosse lei ad inseguirmi. Cercavo di sfuggirle anche quando lei tentava un leggero contatto con le braccia o con le mani, affinché sembrasse che fosse lei a dirigere questa danza di avvicinamento, perché ero certo che ci sarebbe stato un altro incontro ravvicinato. Per necessità di lavoro capitava che bisognasse andare nel locale dell'archivio a cercare delle pratiche o semplicemente per riordinarle. In genere era un lavoro per pivelli come me, si dovevano sfasciare dei pacchi e spesso salire su una piccola scala di metallo per raggiungere ciò che si cercava. Da qualche giorno vedevo che la mia amica andava verso l’archivio e che ripeteva l’operazione varie volte nella giornata. Una volta la seguii e la trovai in una posizione piuttosto precaria, la scala appoggiata ad uno scaffale di metallo e lei, all’altezza di circa due metri, con un piede si sosteneva su un gradino e l’altro lo aveva appoggiato su una tavola dello scaffale. Inizialmente ebbi timore che si potesse far male scivolando. Mi avvicinai chiedendole: «hai bisogno di aiuto? Mi pare che sei in una posizione pericolosa». Lei mi rispose, con la sua voce acuta, quasi tremolante: «non c’è pericolo, mi so sostenere, ma se ti avvicini ti passo il pacco.» E così feci. Quando giunsi quasi sotto di lei, non mi passò nessun pacco, scese lentamente di un gradino, si sostenne con le due mani ad un tubo dello scaffale, piegando appena in avanti la schiena. Capii, misi la testa tra le sue gambe, ma era ancora troppo alta, quindi si abbassò e mi strinse dolcemente le guance tra le sue cosce. Gemeva come un cagnolino, premeva e allentava le mie guance mandandomi in delirio, fino al momento in cui io mossi la testa all'indietro e appoggiai la bocca sul suo sesso senza pelo, cercando il clitoride, era senza mutandine. Rimanemmo in quella posizione parecchi minuti godendo della nostra pelle calda, umida e fresca. Lei si agitava senza posa ed io non facevo altro che assecondarla, fino a che non poté più sostenersi e scivolò lentamente su di me, prima sul volto e poi sul petto, mentre abbracciavo la sua nudità con voluttà. Quando stette per mettere i piedi a terra, emise un grido di piacere, così acuto e prolungato che temetti che qualcuno venisse a vedere se ci fossero dei problemi. Per fortuna non accadde niente. Mi dette un bacio prolungato sulla guancia e mi lasciò impietrito in mezzo a pacchi e scaffali.
    Per lei sono stato come la decisione, di quando cammina per strada, di passare da un marciapiede all’altro. (Scrittore Russo)
    - Meno Due – A due passi dal cielo - “In ogni caso, voglio dirti che io l’avrei fatto l’amore con te”. Eravamo in auto con negli occhi l’avvicinarsi della sera al tramonto e là in fondo si intravedeva il mare, azzurro pallido come il colore dei miei pantaloni al primo incontro. Una stilettata mi raggiunse il cuore a causa di tutto quello che avevo perso e desiderato, ma ormai l’incantesimo si era rotto. Per chiarire la mia relazione con lei dovetti andare ad un colloquio con il marito. Lui soffriva più di me, io ero solo immotivatamente spaventato, lui invece sapeva che da lì a poco la relazione con sua moglie sarebbe terminata. La mia apparizione in mezzo a quella coppia era ampiamente giustificata dai problemi che dovevano affrontare, anche fisici, ma, disgraziatamente, forse grazie a me, riuscirono a fare un figlio per poi separarsi definitivamente. Ero riuscito a entrare nelle grazie della donna per un insieme di fatti favorevoli, come un cavallo ruffiano, un tempo utilizzato in attesa dello stallone.  Capii fin dal primo momento quanto sarebbe stata facile la relazione per la fragilità dell’amica che quasi mi dava pena. Esci con una donna e speri di farla franca, nessuno ti ha visto, ma in realtà sei tu che non riesce a vedere i cento occhi che ti scrutano, sicché intervenne il marito ed io, vigliaccamente o meglio perché, non mi interessava, mi tirai indietro. Il primo giorno facemmo un giro in macchina nei più bei posti panoramici della zona. Ero eccitato all’inverosimile, la bellezza del luogo era una corona quasi inutile, il mare, il sole, il profumo dell’aria erano accessori innecessari, c’era solo lei e avevo una necessità fisica, impellente di possederla. Mi resi conto, da un leggero tremore della sua voce, che anche lei si aspettava qualcosa da me. Ci fermammo in uno slargo della strada, quasi a picco sul mare. Ci lanciammo uno nelle braccia dell’altra, quasi con veemenza per tentare di estrarre rapidamente il succo di ognuno. Riuscii soltanto ad accarezzarle le cosce eccezionalmente lisce e eccitanti. Quando tentai di far scivolare le mie mani sotto le sue mutandine, lei dette alcuni sobbalzi rapidi col ventre e mi premette ancor di più la sua bocca sulla mia come per incollarla e rimase immobile per qualche secondo, ancora facendo sobbalzare ritmicamente, ma lentamente e a spazi dilatati, il suo ventre. Quindi riuscì a staccarsi dalle mie labbra e voltò la testa per appoggiarsi dolcemente sulla mia spalla destra, facendomi sentire le labbra umide sulla guancia. L’eccitazione di entrambi era terminata come una piccola esplosione invisibile liberando gli umori del nostro corpo quasi con vergogna. La giornata estiva era ancora lontana dal diminuire la sua intensità di luce in un tutt’uno con il deserto del mare dal quale spuntavano lievi increspature fino a perdersi nell’infinita luccicanza dell'orizzonte. Noi due gioimmo ancora per un poco l’estasi, con i corpi caldi e privi di molestie. Ma tutto finisce, è inevitabile e bisogna fare nuovamente i conti con i propri pensieri. Ci guardammo nella speranza di trovare qualche affinità che ci aiutasse a dire le cose giuste, a due passi dal cielo.
    “Come stai!” le dissi con la voce più calda che riuscii a pronunciare.
    Lei guardava verso il basso, come se avesse gli occhi socchiusi e non mi rispose subito, le cadde sul petto, coperto da una maglietta fine, una lacrima che, mi sembrò che facesse quasi rumore.
    “Ora tocca a te decidere” lo disse con fermezza, ma con voce rotta dal pianto. “Con mio marito non voglio più tornare, con lui non riesco ad avere nessuna relazione”. Rimase in silenzio per qualche secondo, pensando a come continuare, ma mi resi conto che aveva ben chiaro il suo obbiettivo.
    “Anche nei rapporti fisici, non riesco, non sento niente e mi fa male”. Io rimasi freddato come da un colpo di pistola. Le parole non mi uscivano. Era una svolta che non avevo previsto, avevo pensato soltanto alla mia soddisfazione veloce e adesso mi sentivo in trappola. Cercai di prendere tempo dandole un altro appuntamento, pur sapendo che era sbagliato, ma pensavo ancora alla dolcezza dell’abbraccio e non seppi resistere, sicché si complicarono le cose.
    Ci fu un altro incontro che finì rapidamente come il primo, presi entrambi da qualcosa che non riuscivamo a controllare o, forse non lo volevamo controllare. Non ci fu nessuna richiesta da parte di lei, ma sentiva che era giunto il suo momento. Avrebbe potuto tornare a vivere ed essere contenta, a sentire l’abbraccio di un uomo che la facesse trasalire. Ci lasciammo in silenzio che per me voleva dire condanna. Non ero tanto stupido da non capire. Mi ero messo in un groviglio di sentimenti dal quale avrei dovuto uscire, ma non sapevo come fare senza offenderla, senza farle del male. Mi avrebbe considerato un bugiardo per sempre. Il desiderio fisico di lei stava sfumandosi, anzi era quasi scomparso a causa dei troppi pensieri. Non sapevo che fare. Dopo giorni di tristezza, trepidazione e vergogna, arrivò la soluzione nel modo più insperato e violento. “Pronto, sono X, il marito di Y,…. So tutto, ho bisogno di parlarti”.
    Ricordando l’incontro con il marito, devo ammettere della certa stupidità di noi uomini che, di un rapporto maldestro con una donna, cerchiamo sempre delle cause fisiche. È orribile.
    L’unica soddisfazione che mi rimase fu la supposizione che avessi contribuito a che mettessero al mondo un figlio, che andò a buon fine, ma fallirono nel tentativo di conciliarsi. Per parte mia, da vile, non ebbi il coraggio di parlare con lei, per mesi, dicendo a me stesso, mentendo, che quella storia disgraziata era tutta colpa sua.
     
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    IL MESSAGGIO DI MARINELLA ASSANGE
     
    Quella mattina del 18 Novembre Marco e Lisa si presentarono più tardi in casa del Professore e di Alberto. Non c'era premura visto che la visione di quel video registrato avrebbe preso poco tempo.
    Alberto e Lisa erano visibilmente eccitati. Erano le 10,11 quando il Professore, subito dopo aver chiuso le finestre, accese per l'ultima volta il proiettore olografico. In mezzo al buio apparve la proiezione di una stanza con in primo piano una scrivania e una sedia vuota. Sulla scrivania c'erano dei fogli; sullo sfondo, lungo la parete della stanza, scaffali pieni di libri. Una figura femminile di media statura, magra, faccia ovale, mento, bocca e naso sottili, occhi rotondi, verdi, vivaci, fronte bassa, guance piane, capelli castani lisci, maglietta rosa e pantaloni gialli, entrò nell'immagine provenendo da sinistra. "Oh!" esclamarono quasi all'unisono Alberto e Lisa. "sssshhh!" fece Rospigliosi. Marinella si sedette. Appoggiò le mani sulla scrivania. Prese in mano i fogli e li guardò. Poi, con espressione dolce, guardò davanti a sè; verso la telecamera che la riprendeva. Verso di loro. Posò i fogli. Distese le braccia. Infine parlò. Aveva una voce dolce e parlava con sicurezza. Nella sala scese un silenzio di tomba. Nicola, Lisa, Marco e Alberto erano immobili come statue.
     
    "Un saluto di cuore a tutti voi, abitanti presenti e futuri della Luna e dell' Universo. Io, Marinella Assange, nata a Pittsburgh, negli Stati Uniti, il 4 Aprile 2028, registro oggi, 5 Settembre 2070, questo messaggio a voi destinato. Mi trovo qui, in questa casetta che è un rifugio, ormai sigillato come lo sono le vostre strutture abitative sulla Luna, perchè fuori, qui sulla Terra, l'ambiente è diventato troppo ostile. Il mio rifugio sorge su quelle che un tempo erano le rive del famoso lago di Loch Ness, ormai quasi prosciugato, in Scozia. Questo è uno dei pochi territori non polari della Terra dove ci sono ancora abitanti umani. Ci sono altri 5 rifugi come il mio, sigillati e abitati da 50 persone. Io qui sono sola. E' la mia scelta. Il mio destino. Mi sono prodigata per dare continuità al nostro mondo, all'umanità, perchè la specie umana non si estinguesse e potesse avere una continuità altrove. Io insieme a tanti altri; sono una tra tanti. Personalmente mi è costato molto. Non ho avuto tempo per me stessa. Non ho avuto tempo per le relazioni. Sento il peso della tremenda responsabilità che mi sono dovuta assumere. Ne sento il peso per le conseguenze che le mie scelte hanno avuto sugli altri. Su tanta gente. In realtà, non sono scelte. Io non ho avuto scelta. Tuttavia, essendo stata io a operare tecnicamente queste azioni, è inevitabile che me ne senta responsabile. L'ho fatto anche per evitare che queste azioni venissero compiute da altri; altri che sono più fragili di me e che quindi ne avrebbero sentito maggiormente il peso. Peso che comunque, anch'io, inevitabilmente sento. Ma ne valeva la pena. Il costo di quello che ho fatto, che abbiamo fatto, è ampiamente ripagato dai risultati. Se non avessi partecipato a questa colossale impresa di salvezza assumendomi le specifiche responsabilità nessuno sarebbe sopravvissuto e adesso l'umanità non avrebbe un futuro. Adesso sappiamo che per l'umanità c'è un futuro. Abbiamo costruito insieme un nuovo mondo per quella piccola parte di umanità rinnovata che ora può ricominciare da un'altra parte. Voi, Lunariti, e futuri abitanti delle altre plaghe ancora sconosciute dell'Universo, non siete dei semplici continuatori di quello che è stata l'umanità. Siete qualcosa di diverso. Voi siete una nuova umanità. Voi avete realizzato sulla Luna, e realizzerete ancora di più in futuro, quello che non è stato possibile sulla Terra. Un nuovo tipo di uomo, un nuovo tipo di relazioni umane. Voi siete un Collettivo, siete un Insieme Organico, siete così perchè ne siete coscienti. Tutti voi fate parte di un Tutto. Siete questo insieme perchè, appunto, ne avete coscienza. Conoscete, ognuno di voi conosce le connessioni che lo legano agli altri. E che lo legano all'Insieme Tutto. Sapete di essere elementi di un Sistema che è superiore alla somma dei suoi componenti. Vi muovete all'unisono, pur conservando ciascuno la propria preziosa individualità. Ognuno contribuisce con la propria preziosa e irripetibile identità a costruire l'Insieme. Perciò voi non siete mai soli. Sulla Terra eravamo individui isolati. Qui abbiamo conosciuto la solitudine, l'abbandono, la disperazione. Abbiamo conosciuto l'orribile eliminazione di alcuni individui ad opera di altri individui. Abbiamo conosciuto la depredazione del pianeta fino alla sua distruzione totale. Qui sulla Terra l'uomo non era il creatore del suo mondo. Di conseguenza non aveva coscienza delle connessioni che lo legavano agli altri individui della sua specie e all'ambiente planetario in cui viveva. Ha avuto esperienza fin dall'inizio della natura matrigna. Delle sue forze entropiche e crudeli. L'uomo ha cercato di sottrarsi, con il suo lavoro creativo, alle forze cieche della natura. Ma, liberandosene all'esterno, per la legge dell'entropia secondo la quale se si fa ordine in un ambiente il disordine aumenta altrove, le forze entropiche sono cresciute dentro di lui. Con il progesso tecnico-scientifico l'individualismo è aumentato sempre di più perchè ogni struttura complessa che sorgeva era pensata fin dall'inizio per rafforzare il potere di pochi sui molti e quindi rafforzava l'entropia. Oggi, l'umanità sulla Terra è arrivata al capolinea. Qui l'uomo non aveva coscienza del suo mondo. Qui l'uomo ha trovato la morte. Per fortuna, grazie all'opera nostra, un drappello di umanità darà continuità all'esperimento umano. Nella coppia Terra-Luna assistiamo allo scambio dei ruoli. Quello che era il pianeta della vita sta diventando il pianeta morto. Quello che era il pianeta morto sta diventando sempre più vivo. Nella nostra disgrazia abbiamo la fortuna di avere la Luna. La Luna, da sempre simbolo di rinascita. Secondo gli antichi miti un animale proveniente dalla Luna scende sulla Terra ad annunciare agli uomini che anche loro, proprio come fa la Luna con il suo ciclo di fasi, moriranno ma poi risorgeranno. Gli uomini non capiscono il messaggio: capiscono soltanto che moriranno e non risorgeranno. Da allora gli uomini, sulla Terra, sono condannati a morte. E in effetti le forze della morte hanno preso il sopravvento qui sulla Terra. Ma la Luna era sempre lì e preparava la nostra rinascita, la nostra resurrezione come specie. La Luna, con le sue maree, ha forse fatto sorgere la vita sulla Terra. Ha fatto uscire la vita dall'acqua. Ha stabilizzato l'asse della Terra e rallentato la rotazione terrestre, dandoci un clima abitabile. Con il suo aspetto in cielo, con la successione delle sue fasi, ci ha dato il Calendario di 12 mesi. Ha fatto sorgere la mitologia, la religione, la scienza. Ci ha dato l'idea che esistevano altri mondi oltre alla Terra. Essendo così vicina ci ha stimolati a raggiungerla e ci ha dato, quindi, l'astronautica. Oggi ci fa il massimo dono che possa essere fatto. Ci salva dalla distruzione totale. Ci dà un nuovo mondo, un nuovo ambiente in cui ricominciare. Sulla Luna il mondo ce lo siamo costruiti con le nostre mani. Non siamo apparsi sulla Luna per caso. Ci siamo venuti con volontà e con coscienza. Ci siamo venuti con l'amarezza profonda, ma anche con la piena consapevolezza, della tragedia che ci siamo lasciati alle spalle sulla Terra, la tragedia che si sta compiendo, con la consapevolezza dei suoi motivi. Abbiamo coscientemente costruito il nostro mondo nuovo su nuove basi, radicalmente diverse da quelle su cui era stato costruito, male, sulla Terra. Siamo coscienti del significato di questo nuovo mondo e so, sappiamo, che il suo significato sarà riprodotto sempre e tramandato da una generazione all'altra. Sulla Luna stiamo costruendo la vera unità del genere umano, quella che non è stata possibile sulla Terra. Questa unità ci dischiude, per il futuro, orizzonti illimitati per l'agire umano. Bogdanov, nella sua "Tectologia", ha scritto: (Marinella prende un libro e legge) Ogni attività umana oggettivamente è organizzante o disorganizzante. Il che significa: ogni attività umana, tecnica, sociale, conoscitiva, artistica può essere considerata come materiale di un'esperienza organizzativa e studiata da un punto di vista organizzativo. La natura è il primo grande organizzatore e l'uomo è soltanto una delle sue opere organizzative. Ma mentre nella natura operano processi organizzativi elementari o spontanei, nell'attività umana operano metodi organizzativi consapevoli. Questa differenza ci permette di costruire una "scienza organizzativa universale" che abbracci nella sua unità tutte le forme di organizzazione e di disorganizzazione. (Marinella posa il libro e torna a guardare in avanti) Grazie a questa scienza organizzativa universale, elaborata un secolo e mezzo fa da Aleksandr Bogdanov, noi oggi siamo stati, siamo in grado, di costruire un nuovo mondo veramente unito. Sulla Terra ha prevalso il lato umano disorganizzante, perchè troppo influenzato da fattori spontanei, elementari, particolari. Gli uomini sul loro pianeta natale non sono riusciti ad avere una visione d' Insieme. Ma qui sulla Luna abbiamo fatto tutti insieme l'esperienza di come si costruisce un nuovo mondo altamente organizzato in modo consapevole. Questo dà e darà a voi, Lunariti, un'unità e una coesione interna come non si è mai vista in tutta la storia precedente qui sulla Terra. E quando gli uomini raggiungono un simile grado di coesione, possono arrivare a fare cose inimmaginabili. A tale proposito, mi permetto di citare un passo della Bibbia, relativo alla leggenda della Torre di Babele. Il Signore non era contento che gli uomini stessero costruendo una torre la cui cima toccava il cielo. (Marinella prende un foglio d'appunti e lo legge) Il Signore disse: "Questo è solo l'inizio delle loro imprese. Ora, qualunque cosa decidano di fare non sarà più impossibile per loro. Venite, scendiamo e confondiamo la loro lingua; affinchè non possano comprendersi l'un l'altro”. Noi adesso, nel nostro nuovo mondo autocostruito, non possiamo più confonderci. D'ora in avanti parleremo una sola lingua. E niente sarà impossibile per noi. E per noi intendo proprio Noi, Noi Tutti nessuno escluso. E toccheremo il cielo. La Luna è solo l'inizio. Sono certa che voi, i vostri discendenti, proietteranno la vita e l'umanità sempre più lontano nell' Universo. Lasceremo il nostro Sole prima che esploda. Passeremo da sole a sole via via che questi nasceranno e moriranno. Porteremo con noi la scienza organizzativa del nostro mondo per portare ordine dove c'è disordine, armonia dove c'è discordia, razionalità dove c'è caos, vita dove c'è morte, e forse un giorno potremo salvare questo Universo dalla morte termica oppure penetrare in nuovi e sconosciuti Universi. Nulla sarà impossibile per noi. In questo modo l'umanità non morirà mai. Ecco quello che abbiamo fatto con la creazione di un nuovo e diverso mondo sulla Luna. Abbiamo creato il futuro: un futuro così immenso e meraviglioso da essere inimmaginabile. L'opposto di quello che è stato sulla Terra. (Gli occhi di Marinella acquisiscono una suggestiva brillantezza). Lunariti e futuri cittadini dell'Universo. Quando pensate al nostro passato, alla Terra, non siate tristi. La storia della Terra non deve essere considerata triste. E' stata una storia come tante, come tanti mondi che sono apparsi nell'Universo, sui quali si è sviluppata la vita, e che poi si sono distrutti con il loro carico di vita per qualche catastrofe naturale o per la naturale scadenza della loro stella. La fine della Terra, determinata dalla componente disorganizzante della mente umana, non è stata diversa. Ma sarete per sempre gratificati dal fatto di costituire voi la continuità migliore della Terra e della specie umana. Con voi non solo l'umanità può proseguire, ma può proseguire in modo meraviglioso, come non è mai stata prima. Felicità. Libertà e Felicità. Per voi queste non sono parole vuote. Le vivete concretamente. E saranno sempre con voi. Siate fieri di quello che siete, di quello che sarete, di quello che fate, di quello che farete. Scoprirete nuovi mondi e porterete la gioia ovunque. Adesso concludo riportando le parole di un astronomo vissuto un secolo fa, un astronomo che amava esplorare nuovi mondi e elevare la coscienza degli uomini; Carl Sagan: (Marinella legge un foglio) Abbiamo intrapreso il nostro viaggio cosmico con un interrogativo radicato nell'infanzia della nostra specie e che ogni generazione si è sempre riproposto, con meraviglia immutata: "Cosa sono le stelle?" L'esplorazione è nella nostra natura. Abbiamo cominciato come viandanti, e lo siamo ancora oggi. Abbiamo indugiato abbastanza lungo le rive dell'oceano cosmico. Siamo finalmente pronti a salpare per le stelle". (Marinella guarda verso la telecamera: la sua faccia si allarga in uno sfolgorante sorriso) Gentili lunariti, non siete più viandanti. Le stelle vi attendono. Salpate! (Marinella allunga un braccio e l'immagine di lei e della stanza scompare, lasciando in mezzo alla sala di proiezione l'immagine di una nebbia biancastra).
     
    Il Professore riaprì le finestre. La luce del giorno invase la sala. Spense il proiettore e poi guardò i ragazzi. Marco scanbiò con lui uno sguardo emozionato. Dietro, Lisa e Alberto, visibilmente emozionati, avevano una strana espressione, un misto di felicità e di rimpianto. Sorridevano, eppure alcune lacrime, brillanti come palline di cristallo, ornavano le loro facce. "Che grande donna che era" disse Alberto. "Io credo-disse Lisa con emozione- che non avrò più incubi". "Lo credo.-disse Rospigliosi- Vi ho portato qui per questo. Del resto, da quando siete qui non li avete mai avuti" "In effetti no" confermò Alberto. "Come sempre, hai assolto al tuo compito nel modo migliore" disse Marco rivolgendosi al Professore. Il Professore sorrise.
     
     
     
    CAPITOLO 1 ANDREW
     
    "Eih ciao Robert come stai ?" dico rispondendo al telefono.
    Sono nel mio ufficio, immerso nel lavoro, ma non posso non rispondere alla telefonata del mio migliore amico.
    "Ciao Andrew, tutto bene amico grazie. Incasinato come sempre sul lavoro ?" mi dice.
    Io sono un avvocato, lavoro presso un prestigioso studio in centro New York ; sono uno dei migliori, ho sempre lavorato sodo e mi sono meritato questo posto.
    Ormai sono 5 anni che lavoro qui ; subito dopo essermi laureato, ho lavorato per qualche anno in un piccolo studio notarile, giusto per fare un po' di pratica e di gavetta e poi sono stato fortunato e mi hanno preso come avvocato nello studio migliore della città.
    Adesso ho 30 anni, un lavoro che amo e che mi da parecchie soddisfazioni, uno stipendio da favola e un attico meraviglioso.
    Robert invece è un pubblicitario, siamo cresciuti insieme ; abbiamo fatto tutte le scuole insieme, poi all'università ognuno per la sua strada, ma siamo sempre rimasti migliori amici e riusciamo a vederci sempre quasi tutte le settimane.
    "Si amico, abbiamo una causa settimana prossima e siamo ancora in alto mare con i vari fascicoli ; ti dico solo che manca poco a dormire qui in ufficio" gli dico, sorridendo.
    "So che sei incasinato Andrew, però avrei un enorme favore da chiederti" mi dice.
    "Ho già paura Rob di cosa si tratta ?" gli chiedo incuriosito.
    "Sai mia sorella Chloe ? Ecco ha finito il master che stava facendo in Europa e domani torna qui a New York. Sai ti avevo detto che le hanno offerto un lavoro nel bureau di ricerca delle cellule e cose simili " comincia a dirmi Robert.
    "Si certo me ne hai parlato del suo ritorno. Chloe è sempre stata una ragazza molto in gamba e intelligente, se lo merita questo posto" gli rispondo, non capendo che favore dovrei fare.
    Chloe è la sorellina di Robert, ha 8 anni meno di noi, ne ha 22. L'ho vista praticamente nascere e crescere ed è come una sorella per me.
    Ora sono quasi 3 anni che non la vedo credo.
    "Ecco, lei arriva domani in aereo e visto che è stata una cosa abbastanza improvvisa non ha un posto dove stare; io la farei anche venire da me ma sono dall'altra parte della città e ci impiegherebbe almeno 2 ore per arrivare in ufficio. Tu abiti proprio a 5 minuti dal bureau e mi stavo chiedendo se la potessi ospitare fino a nuova destinazione. Solo qualche settimana per trovare casa in affitto e sistemarsi" mi dice.
    Io ospitare una donna in casa mia ? Sono un po' cinico sull'amore, mi piacciono le donne, ma non voglio mai niente di serio.  A inizio relazione, io sono sempre sincero con loro, dico chiaramente che non voglio legami; se a loro sta bene ok, altrimenti amici come prima.
    Non ho mai avuto un coinquilino, se non ai tempi del college, ma ormai sono passati quasi 10 anni! E tanto meno non ho mai avuto una coinquilina donna.
    Però non posso dire di no a Robert ; la sua famiglia mi ha ospitato per un anno intero, dopo che i miei sono morti in un incidente stradale, quando avevo 17 anni e poi alla maggiore età sono riuscito a prendermi un piccolo appartamento.
    "Ma certo Rob, per me sarà un enorme piacere ospitare la piccola Chloe" gli rispondo, sorridendo.
    "Grazie Andrew sapevo che su di te potevo contare. Io la vado a prendere domani pomeriggio in aeroporto, la posso portare direttamente da te ? Magari usciamo a cena insieme ti va ?" mi dice Robert.
    Domani è venerdì e in genere è il giorno di Samantha, l'amica del venerdì sera ; dovrò disdire il nostro appuntamento piccante.
    "Certo Rob, prenoto un tavolo al nostro solito ristorante. Viene anche Trixie o solo noi 3 ?" chiedo.
    Trixie è la fidanzata storica di Robert ; ormai sono quasi 10 anni che sono insieme, ma il mio amico non le ha ancora chiesto di sposarla.
    "Solo noi 3, Trixie ha il turno in ospedale. Grazie ancora Andrew ti devo un super favore enorme! A domani!" mi dice e mi saluta.
    Trixie è un chirurgo pediatrico all'ospedale e ha davvero dei turni assurdi a volte.
    Però è una persona splendida; sono proprio una bella coppia.
     
    CAPITOLO 2 CHLOE
     
    "Tesoro, ciao che bello vederti!" esclama mio fratello, abbracciandomi.
    "Ciao Robby sono contenta anch'io di vederti! Finalmente ora ci vedremo più spesso!" gli dico buttandogli le braccia al collo.
    Io sono sempre stata molto affettuosa ed espansiva, forse pure troppo ; a volte i ragazzi pensavano male di me.
    Sono stata 3 anni in Europa, ho fatto un master scientifico in Germania e ora ho trovato posto di lavoro a New York, come ricercatrice nel bureau.
    Il mio sogno si è realizzato.
    Robert ha chiesto al suo migliore amico Andrew se mi poteva ospitare per qualche settimana, giusto il tempo di organizzarmi e trovare un piccolo appartamento vicino al lavoro.
    Inaspettatamente Andrew ha accettato ; è qualche anno che non lo vedo, ma i miei ricordi sono di un ragazzo bello e dannato, con una ragazza diversa ogni sera, niente legami seri e molta indipendenza.
    "Allora Andrew ha detto ok ad ospitarmi ? Ma potevo stare anche qualche settimana in hotel Robby, non voglio che sia un obbligo per lui. Da quello che mi dici sono anni che sta a casa da solo, riuscirà a sopportarmi in giro per casa ?" gli dico mentre andiamo alla sua auto.
    "Tranquilla Chloe, ha detto che lo fa molto volentieri, devi stare tranquilla" mi dice mio fratello, aprendo l'auto.
    Dopo circa un'ora siamo nel quartiere di New York che più preferisco in assoluto!
    Il quartiere top, come lo chiamo io.
    Andrew ha la fortuna di vivere e lavorare in questo quartiere ; qui ci sono i più grandi studi di avvocati e notai, i più grandi centri scientifici e i più bei locati di tutta New York.
    Robert prendere le mie 2 valigie e ci dirigiamo verso la casa di Andrew.
    Robert mi ha detto che ha un attico enorme, con addirittura 2 camere per gli ospiti con annesso bagno personale.
    Citofona e poco dopo ci apre.
    Prendiamo l'ascensore e saliamo all'ultimo piano.
    Esco dall'ascensore e mi ritrovo davanti Andrew.
    Non me lo ricordavo così bello.
    Alto, super palestrato, capelli scuri tutti arruffati e occhi scuri profondi.
    "Ciao Chloe" mi dice salutandomi.
    "Ciao Drew" gli dico abbracciandolo.
    Deve essersi appena fatto la doccia, perché sa di muschio bianco.
    Da piccola non riuscivo a pronunciare il nome Andrew così lo chiamavo sempre Drew e spesso lo chiamo ancora così.
    "Rob amico ciao" saluta mio fratello.
    Entriamo nella sua "piccola" dimora.
    Questa casa è stupenda, me ne innamoro all'istante.
    "Chloe vieni che ti mostro la tua stanza" mi dice Andrew conducendomi verso una camera.
    "Drew qui è tutto bellissimo! Rob hai visto che panorama da quassù ?" dico a mio fratello.
    Sono entusiasta e non riesco a contenere la mia felicità.
     
    CAPITOLO 3 ANDREW
     
    Devo dire che la piccola Chloe è cresciuta davvero bene.
    Occhi verde smeraldo e capelli lunghi biondi e un corpo niente male.
    Alt! E' la sorellina del mio migliore amico, quindi giù le mani Andrew.
    Chloe è come se fosse mia sorella, non devo avere pensieri strani su di lei.
    E' estasiata dal mio appartamento ; non riesce a stare zitta e dice tutto quello che pensa della casa e del panorama.
    Io e Robert ci guardiamo e sorridiamo.
    So già che averla per casa mi stravolgerà completamente la vita.
    "Ragazzi andiamo a mangiare qualcosa ?" dico agli altri due.
    "Si ho una fame! In aereo non ci hanno dato quasi niente da mangiare!" mi risponde saltellando verso la porta d'ingresso.
    In 10 minuti a piedi arriviamo nel ristorante dove io e Robert in genere ceniamo.
    E' un ristorante carino, dove nella bella stagione, puoi cenare anche fuori.
    Siamo in primavera, non fa freddo e decidiamo di cenare fuori.
    Io e Robert ci mettiamo uno di fronte all'altro e Chloe è in mezzo a noi.
    "Che bello essere qui! In Germania mi mancava tanto la mia famiglia!" esclama Chloe leggendo la lista del ristorante.
    "Domani vedi mamma e papà sei contenta ?" le chiede Robert.
    "Da morire! Non vedo l'ora, sono 6 mesi che non li vedo" dice, concentrata sul menù.
    Parliamo del più e del meno.
    Io racconto un po' del mio lavoro e lei del suo ; Robert ascolta pazienze perché lui già sa le cose di entrambi.
    "Ragazzi io devo proprio andare, domani sveglia presto che ho un appuntamento di lavoro. Chloe ti passo a prendere a mezzogiorno così andiamo da mamma ok ?" le dice Robert.
    Lei annuisce e lo abbraccia forte riempiendolo di baci sulla guancia.
    Robert ride e io faccio lo stesso.
    "Rob se vuoi la posso accompagnare io, così non stai a venire fino a qui a prenderla ; tanto ho un appuntamento e sono di strada" dico al mio amico.
    "Oh Andrew sarebbe fantastico! Grazie mille amico! Allora a domani. Sorellina fai la brava e non fare arrabbiare troppo Andrew!" dice Robert a Chloe dandole un bacio sulla guancia.
    Ci salutiamo e io e Chloe andiamo verso casa.
    "Sei già stato al nuovo museo ?" mi chiede Chloe.
    "No, ma tu come fai a sapere del nuovo museo ?" le chiedo sorridendo.
    "Me l'ha detto Trixie. Io voglio assolutamente andarci, ne parlano tutti benissimo. Pensa che ci sono esposti dei quadri originali di tantissimi anni fa e sono ancora in buonissimo stato" mi riempie di notizie.
    Continua a parlare finchè arriviamo a casa.
     
    CAPITOLO 4 CHLOE
     
    Forse sto parlando troppo ? Andrew però mi ascolta interessato e divertito.
    "Grazie per il passaggio di domani" gli dico mentre entriamo in casa.
    "Figurati, sono di passaggio. E poi un saluto ai tuoi glielo do molto volentieri" mi dice, facendomi un sorriso.
    Sistemo le cose nella mia stanza e poi mi incanto a guardare la città illuminata fuori dalla mia finestra.
    "Bella vista vero ?" mi dice Andrew mettendosi dietro di me.
    "Oh si è favolosa! Sono completamente persa" rispondo con un filo di voce.
    "Hai bisogno di qualcosa ?" mi dice.
    "Penso di essere a posto Drew. Ora mi lavo i denti, metto il pigiama e nanna, sono distrutta" gli rispondo.
    "Ok Chloe per qualsiasi cosa io sono nella camera a fianco. Ora scendo a vedere un po' di tv" mi dice.
    "Ok grazie" gli dico.
    Mi lavo i denti, mi strucco e mi metto il pigiama.
    Scendo a salutare Andrew.
    Vedo che sta vedendo un programma sportivo, mentre si beve una birra.
    Mi chino e gli do un bacio sulla guancia.
    "Buonanotte Drew. A domani" gli dico.
    "Buonanotte a te" e mi sorride.
    Torno di sopra e appena tocco il letto mi addormento come un sasso.
    Non so per quanto tempo dormo, ad un tratto sento qualcosa che mi strattona.
    Apro piano gli occhi e vedo Andrew che mi osserva divertito.
    "Eih dormigliona, sono le 10 è ora di fare colazione!" mi dice ridendo.
     
    CAPITOLO 5 ANDREW
     
    Mi sveglio alle 8 e vedo che Chloe dorme beata nel letto.
    La osservo.
    Ha un pigiama carino, bianco con delle coccinelle rosse. E' tenero.
    Mi cambio e vado a farmi la mia ora di corsa quotidiana.
    Torno e vedo che dorme ancora, allora mi faccio una bella doccia rilassante e preparo la colazione.
    Non so cosa mangia di solito, quindi preparo latte e caffè, biscotti, brioches fresche che ho preso tornando dalla corsa, fette biscottate e marmellata.
    Alle 10 vado a svegliarla.
    Apre gli occhi e tenta di mettermi a fuoco.
    "Che profumino di caffè" mi dice, chiudendo gli occhi.
    "Se vieni giù, facciamo colazione" le dico.
    Si mette in piedi lentamente, ha una faccia.
    Ha i capelli tutti arruffati che sembra una bambina di 4 anni.
    "Wow ma in quanti siamo a fare colazione ?" mi dice vedendo tutto quello che ho preparato.
    "Non sapevo come facevi colazione e allora ho preso un po' di tutto" le dico sedendomi.
    Lei prende la sedia e viene vicino a me.
    Prende una brioche e comincia a mangiarla.
    "Ma è buonissima!" mi dice con la bocca piena.
    "E' la migliore pasticceria in 3 isolati" le dico mangiandone una.
    Poi prende una tazzona di latte e ci versa del caffè.
    E' bello fare colazione con qualcuno.
    Sono quasi 10 anni che faccio colazione da solo.
    "Hai dormito bene Chloe ?" le chiedo.
    "Oh si benissimo. Penso di essermi addormentata subito appena mi sono sdraiata" mi dice prendendo un biscotto.
    "Ottimo, ho visto che dormivi come un ghiro quando mi sono alzato alle 8 stamattina" le dico prendendo un po' di caffè.
    "Alle 8 di sabato ?" mi dice sbalordita.
    "Si ho fatto un'ora di corsa, come tutte le mattine, mi aiuta a scaricare la tensione nervosa e mi rilassa" le spiego.
    "Io sono molto pigra invece" mi dice, sorridendo.
    Prende un'altra brioche e la mangia con gusto.
    Però, la piccola Chloe mangia eh, eppure ha un fisico da modella.
    "Drew vado a farmi una doccia" mi dice e mi da un bacio sulla guancia, mentre mi abbraccia.
    E' sempre stata molto affettuosa, devo ancora farci l'abitudine a tutte queste dimostrazioni d'affetto che ha.
    Non ero più abituato a sentirmi chiamare Drew; fa uno strano effetto.
    Dopo mezzora Chloe compare sulla porta con un vestitino corto a fiori e un paio di scarpe col tacco.
    La osservo e non posso non notare quanto sia sexy vestita così; secondo me lei non si rende conto di quanto sia attraente.
    "Chloe ti spiace se prima passiamo un attimo da un mio collega che mi deve dare un fascicolo ? E' di strada" le dico mettendomi le scarpe.
    "Figurati ci manca Drew, è già tanto che mi accompagni" mi dice sorridendo e mi prende sotto braccio mentre scendiamo i gradini.
     
    CAPITOLO 6 CHLOE
     
    L'aria di New York mi rende euforica.
    Andiamo alla macchina di Andrew e comincio a raccontare qualche aneddoto della nostra infanzia e tutti e due ridiamo.
    Sono 3 anni che non lo vedo eppure mi sembra che ci sia una certa empatia tra di noi.
    Lo guardo di profilo e devo dire che ha un ottimo profilo e un buon profumo.
    Poi questa camicia nera che ha indosso gli dona.
    "Allora piccola Chloe hai lasciato tanti cuori infranti in Germania ?" mi chiede, sbirciandomi.
    "Assolutamente no, sai che non sono il tipo. In 3 anni sono uscita solo con 2 ragazzi, anche se con uno devo dire che è stata una storia abbastanza seria, ci sono stata insieme quasi 2 anni" gli racconto.
    "E come mai è finita ? Se ne vuoi parlare ovviamente" mi chiede incuriosito.
    "Per farla breve, non credeva nella monogamia, ho scoperto che gli piaceva andare a letto anche con altre ragazze e allora l'ho lasciato" gli dico.
    "Cavolo mi spiace " mi dice ed effettivamente sembra parecchio dispiaciuto.
    "E tu invece ? " mi chiede girandosi verso di me.
    "Io sono contro l'impegnarsi seriamente in una storia, dovresti conoscermi bene, tesoro" mi dice, sorridendo.
    "Si lo so, Robby mi racconta spesso delle tue avventure amorose, però mi sembrava carino ricambiare la domanda che mi hai fatto" gli dico, dandogli un pizzicotto sul braccio.
    "EIh sto guidando Chloe!" fa finta di arrabbiarsi con me.
    Dopo 10 minuti arriviamo di fronte a una villetta.
    "Dai vieni , che ti presento José, il mio collega" mi dice scendendo dalla macchina.
    Scende e si avvicina a me.
    "José ciao" dice salutando l'uomo che è nel giardino della casa.
    "Eih Andrew ciao, vieni pure" gli dice aprendo il cancello.
    Poi si accorge di me e mi guarda incuriosito.
    "José ti presento Chloe, la sorella del mio amico Robert. Chloe ti presento José, il mio collega di scrivania" fa le presentazioni.
    "Piacere mio cara" mi dice dandomi la mano.
    "Anche per me José" contraccambio.
    "Sono passato a prendere il fascicolo così domani gli do un occhio" spiega a José.
     
    CAPITOLO 7 ANDREW
     
    "Ciao tesoro" dice una voce femminile.
    "Ciao Maria" la saluto e l'abbraccio.
    Maria è la moglie di José, ormai sono sposati da quasi 40 anni, sono quasi i miei genitori adottivi ; mi vogliono bene come a un figlio.
    "Chi è questa bella fanciulla ?" mi dice strizzando l'occhio.
    "Lei è Chloe, la sorella di Robert. La ospito per qualche settimana finchè non trova una casa in affitto" spiego alla donna.
    "Piacere, io sono Maria. Finalmente vedo questo benedetto ragazzo con una donna!" esclama Maria, sorridendo.
    "Piacere mio Maria, eh si adesso gli girerò per casa per qualche settimana, speriamo mi sopporti" dice Chloe e tutti e 3 ci mettiamo a ridere.
    José compare con un plico di fogli.
    "Ecco qui quello che cercavi. Ma Andrew domani è domenica, non stare in casa a lavorare! Perché non porti Chloe a fare un giro ? " mi dice José.
    "Si, potremmo andare a fare un giro al parco" propongo guardandola.
    "Oh si, sarebbe fantastico! Così vediamo anche gli animali!" mi risponde entusiasta Chloe.
    "Ti piacciono gli animali ?" chiede Maria.
    "SI tantissimo" risponde.
    "Allora ti presento Toby, il nostro cane, vieni è qui fuori" le dice e Chloe la segue in giardino.
    "Non mi avevi detto che era così carina la sorella di Robert" mi dice sottovoce José.
    "L'ho scoperto anch'io ieri sera José, era diversi anni che non la vedevo" gli dico, facendo un sorriso.
    "Sembra in gamba. Mi raccomando non trattarla come fai con tutte le altre ragazze. Ricordati che lei è la sorellina di Robert!" mi dice e mi da una gomitata.
    "Ma certo, lo so. E' come se fosse mia sorella" gli dico.
    Mi guarda con un sorriso sornione.
    Poi Maria e Chloe rientrano in casa.
    Chloe ha gli occhi che le brillano.
    "Drew sai che Toby è meraviglioso ? Me ne sono innamorata!" mi dice Chloe appoggiandosi al mio braccio.
    "Drew ?" esclama José, sorridendo.
    "Si, quando Chloe era piccola non riusciva a pronunciare il mio nome, così mi chiamava Drew. E anche se adesso sono cresciuto e lei è cresciuta e riesce a dire Andrew, mi chiama comunque Drew" spiego, sorridendo.
    "Si, vero, per me lui sarà sempre Drew" spiega, facendo un ampio sorriso.
    "José, Maria, ora dobbiamo andare. Devo accompagnare Chloe dai suoi genitori per pranzo. Ci vediamo lunedì" saluto.
    Ci salutiamo tutti e ci avviamo all'auto.
    "Simpatico il tuo collega e anche sua moglie. Sono proprio una bella coppia" mi dice, entrando in auto.
    "Si, vero, sono due persone eccezionali Chloe, spero tu abbia l'occasione per conoscerli meglio, meritano davvero" spiego a Chloe.
    "Sai li invidio molto" mi dice, pensierosa.
    "In che senso ?" le chiedo.
    "Riuscire a trovare una persona così speciale da passare così tanti anni della propria vita insieme" dice quasi più a se stessa che a me.
    "Eih Chloe, hai solo 22 anni, sei ancora giovane per impegnarti seriamente. Adesso devi fare esperienze, in attesa di trovare il ragazzo giusto" le dico, come direbbe un fratello maggiore alla propria sorellina.
    "Si forse hai ragione. Hai qualcuno da consigliarmi per uscire ? Qui ormai non conosco quasi più nessuno" mi dice, prendendomi in giro.
    "Adesso non esagerare, signorina Bennet" la canzono.
    Eh si, Chloe si chiama Bennet di cognome e a volte la prendo in giro chiamandola signorina Bennet, sapendo la sua ossessione per Orgoglio e Pregiudizio.
     
    CAPITOLO 8
     
    Dopo circa un'ora di auto e di chiacchiere, arriviamo dai miei.
    Scendo subito dalla macchina e corro veloce verso la porta.
    I miei sono sulla soglia e c'è un abbraccio generale.
    Mio fratello e Trixie sono già arrivati.
    Bacio e abbraccio tutti quanti.
    "Oh tesoro sono così contenta di vederti!" esclama mamma, quasi piangendo.
    "Mamma pensa che ora mi vedrai ogni settimana!" le dico, stringendola forte.
    "Amore sei sempre più bella!" mi dice Trixie.
    Io amo mia cognata, non potevo desiderare di meglio per mio fratello ; loro sono insieme da 10 anni, praticamente quando io avevo 12 anni, lei ne aveva 20, ma non mi ha mai trattato come una bambina, ma sempre da amica.
    "Grazie amore, anche te!" le dico abbracciandola.
    "Eih, ma guarda chi c'è, Andrew ciao tesoro come stai ?" dice mia madre a Andrew.
    "Benone grazie e te ?" dice Andrew dando un bacio a mia mamma.
    "Sono così contenta che Chloe sia da te, so che ti prenderai cura di lei" gli dice.
    "Certamente, Chloe per me è una di famiglia, come lo siete tutti voi" dice.
    "Andrew ti fermi per pranzo ?" gli domanda mio padre.
    "Avrei un impegno..." dice.
    "Dai lo puoi rimandare! E' tornata Chloe, primo pranzo tutti insieme, con la famiglia riunita!" dice mia mamma.
    "Ok datemi un minuto che faccio una telefonata e sono da voi" dice ed esce un attimo dalla casa.
    Trixie mi prende da parte.
    "Tesoro, ti sei ripresa un po' da quel tipo che ti ha tradito ? Io a Rob non ho detto niente perché sai com'è fatto" mi dice, bisbigliando.
    "Si, si tranquilla. Ho elaborato il tutto. Ora sono pronta a buttarmi a capo fitto in questo nuovo lavoro. Ho chiesto a Drew di presentarmi qualche ragazzo, ha detto che sono giovane ed è giusto che faccia delle esperienze" le spiego.
    "Si ma senza esagerare. Chloe la maggior parte degli amici di Andrew sono diciamo come lui. Andrew è un ragazzo carinissimo, gentile, simpatico, affidabile e gli puoi attribuire tantissime qualità, ma ha un grandissimo difetto : cambia donna come cambia le camicie e così sono i suoi amici. Se esci con qualche suo amico, quello ti vorrà solo portare a letto, senza impegno" mi dice Trixie.
    "Si lo so stai tranquilla, gliel'ho chiesto solo come provocazione, infatti lui mi ha fatto capire che non mi fa uscire con nessuno dei suoi amici" le dico, sorridendo.
    "Anche perché se no Rob gli spacca la faccia" mi dice ed entrambe ci mettiamo a ridere.
     
    CAPITOLO 9 ANDREW
     
    "Ciao Jenny, purtroppo oggi a pranzo non posso venire da te. Mi è sopraggiunto un impegno di famiglia e non posso proprio mancare. Ti chiamo io appena posso ok ?" dico a una delle mie tante donne.
    Jenny un po' se la prende, ma non ci rimane più di tanto male, è abituata a questo tipo di trattamento.
    Torno in casa e vedo Chloe che confabula con Trixie.
    "Ragazze vi siete viste da 10 minuti e già state spettegolando ?" le prendo in giro.
    "Si Andrew, sto facendo un elenco di ragazzi con cui Chloe potrebbe uscire" mi dice Trixie, prendendomi in giro.
    "Sei molto spiritosa Trixie, e per questo ti adoro" le dico e le scompiglio i capelli.
    "Piuttosto che farla uscire coi tuoi amici maniaci!" mi dice.
    "Infatti Chloe finchè sarà sotto il mio tetto e sotto la mia protezione non uscirà con nessuno di loro" dico, guardando entrambe.
    Chloe mi guarda e mi fa l'occhiolino.
    Il pranzo procede benissimo.
    E' bellissimo stare con tutta la loro famiglia.
    Ridiamo e parliamo di tutto e guardo l'ora e sono già le 5.
    "Chloe io adesso dovrei tornare, ho del lavoro da fare" le dico.
    "Oh si vengo anch'io, devo sistemare alcune carte per lunedì" mi risponde.
    Ci salutiamo tutti per 10 minuti con baci e abbracci.
    Saliamo in auto e torniamo a casa.
    "E' stato un pranzo fantastico vero ? Mi mancava tantissimo " mi dice, rilassandosi in auto.
    "Si, è vero, è come essere tornati indietro nel tempo 10 anni fa, quando abitavo con voi" le dico.
    Si gira verso di me e mi guarda dolcemente.
    "Lo sai che noi per te ci saremo sempre vero ?" mi chiede.
    "Certo piccola Chloe, lo so e per questo vi voglio a tutti un mondo di bene" le rispondo.
    Mi guarda e mi sorride e io senza volerlo mi sciolgo.
    Comincia a piacermi il fatto di averla intorno.
    Mi mette di buon umore.
    Arriviamo a casa e trovo Jenny davanti al portone del mio palazzo.
    "Chloe tu sali, io arrivo tra 5 minuti" le dico.
    Chloe guarda me e poi guarda la ragazza e sale in casa.
    "Jenny, ciao, come mai qui ?" le dico, con un sorriso.
    "E così questo sarebbe il tuo impegno famigliare ? In genere sei sempre sincero, fin troppo, perché una bugia ? Potevi benissimo dirmi che eri con un'altra!" mi fa una scenata.
    "Jenny, non ti ho mentito. Lei è Chloe, la sorella di Robert. La sto ospitando, in attesa che trovi un appartamento. Robert mi ha chiesto come favore, io sono cresciuto con loro, lei è una di famiglia" le spiego.
    "Ah ok scusa avevo frainteso. Mi farò perdonare" mi dice maliziosa.
    "Ci conto" le dico, dandole un bacio sul collo.
    "Vieni da me domani sera, ho comprato un nuovo completino intimo che ti vorrei far vedere" mi stuzzica.
    "A domani piccola" le dico e le do una pacca sul sedere.
    Torno su e trovo Chloe che sta osservando il mio acquario.
    "Eih tutto ok con la tua ragazza ?" mi chiede preoccupata.
    "Si si tranquilla, tutto risolto" le dico, chiudendo la porta.
    "Sai non vorrei farvi litigare per colpa mia" mi dice.
    "Non ti devi preoccupare. E poi lei non è la mia ragazza, sai che io non ho ragazze e non ho relazioni ; è una delle mie amiche" le dico e le strizzo l'occhio.
    Chloe mi sorride.
    "Vado a compilare dei moduli e poi cucino qualcosa ti va ?" mi chiede.
    "Oh certo! Non so cosa ci sia in casa, sai io non cucino quasi mai" le dico.
    "Sono abbastanza brava ai fornelli, i miei zii hanno un ristorante e ho imparato molte cose da loro" mi dice sorridendo.
    Va verso la sua camera e non posso fare a meno di guardarle il sedere.
    Se non fosse Chloe, la sorellina di Robert e la quasi mia sorellina, penso che ci avrei già provato.
     
    CAPITOLO 10 CHLOE
     
    Quella ragazza all'ingresso era davvero bella come una modella.
    Comincio a capire che il giro delle donne con cui va a letto Drew è di un certo target.
    Di certo non corro il rischio che ci provi con me, io sono completamente diversa.
    Mi cambio e compilo dei moduli per il nuovo lavoro.
    Dopo scendo in cucina e controllo nel frigorifero cosa c'è.
    In effetti non c'è molto, bisogna fare la spesa domani assolutamente.
    Opto per fare delle uova con zucchine e degli involtini di formaggio e prosciutto.
    Mentre sto preparando, Drew mi compare alle spalle e osserva quello che sto preparando.
    "Il profumo è ottimo Chloe, sarà tutto buonissimo" mi dice e si siede a tavola.
    Mangiamo di gusto e Drew conferma le mie doti culinarie.
    "Tesoro mi farai ingrassare questi giorni che starai qui" mi prende in giro.
    Mi aiuta a sistemare i piatti e la tavola.
    "Ti va se ci guardiamo un film ?" gli chiedo.
    Oddio forse ho osato troppo.
    Forse lui non è tipo da passare il sabato sera sul divano con una ragazza a vedere un film.
    Mi sento un po' stupida.
    Sicuramente avrà qualche appuntamento galante.
    Mentre mi sto facendo tutte queste paranoie mentali, vedo che mi sorride.
    "Certo Chloe, basta che non scegli qualche polpettone scientifico!" mi dice prendendomi in giro.
    Opto per un thriller piscologico.
    Ci sediamo sul divano ; è abbastanza grande, però, senza rendermene conto dopo poco tempo mi ritrovo vicino a lui.
    Alcune scene sono un po' crude e gli salto quasi in braccio.
    Poi appoggio la mia spalla alla sua e mi accoccolo al suo fianco.
    Purtroppo ho bisogno del contatto fisico ; che sia un parente, un amico o un fidanzato.
    Non sembra dargli fastidio.
     
    CAPITOLO 11 ANDREW
     
    Ci mettiamo sul divano, inizialmente distanti.
    E poco dopo mi ritrovo Chloe in braccio praticamente.
    Mi fa tenerezza e la lascio fare.
    Appoggia la sua testa sulla mia spalla, proprio come se fosse la mia sorellina.
    Penso che sia la prima volta in tanti anni che passo il sabato sera in casa, sul divano a guardare un film con una ragazza che non mi porterò nemmeno a letto.
    Sorrido all'idea di un sabato sera alternativo.
    Tutto sommato, conoscendo i suoi gusti, ha scelto un film interessante.
    Mi volto per dirle una cosa del film e mi accorgo che si è addormentata.
    E non sono nemmeno le 10 di sera, di un sabato oltretutto.
    La prendo delicatamente in braccio, facendo attenzione a non svegliarla e la porto al piano di sopra nella sua camera.
    L'appoggio sul letto e le do un bacio sulla fronte.
    "Dormi bene piccola Chloe" le dico e scendo al piano di sotto.
    E ora visto che la notte è ancora giovani mi metto a lavorare un po'.
    Non mi rendo conto dell'ora e vedo che sono già le 2 di notte.
    Direi che è ora di andare a letto.
    Mi affaccio alla camera di Chloe e vedo che dorme profondamente.
    Alle 8 sono già operativo per la mia corsetta mattutina.
    Quando torno alle 9, ovviamente Chloe dorme ancora.
    Mi faccio una doccia e vado a svegliarla.
    Apre piano gli occhi e mi mette a fuoco.
    "Drew..." sussurra piano.
    Sento un brivido lungo la schiena, non si rende conto quanto sia sexy di prima mattina.
    "Buongiorno Chloe, dormito bene ? Hai fatto una maratona di sonno, complimenti!" le dico prendendola in giro.
    Lei mi sorride e poi si avvicina a me e mi da un bacio sulla guancia.
    "Grazie per ieri sera che mi hai portata a letto" mi dice.
    "Eri sveglia ?" le chiedo, facendole un sorriso.
    "No, ma visto che non sono salita con le mie gambe, immagino mi abbia portato in braccio tu" mi risponde, alzandosi dal letto.
    Poi viene vicino a me e mi abbraccia.
    "Non mi ricordavo che eri così coccolona di prima mattina" le dico prendendola in giro.
    "E invece si. Pensa che in Germania mi abbracciavo un enorme orso che mi aveva dato Trixie. Io ho bisogno del contatto fisico" mi dice appoggiando la guancia sul mio petto.
    Averla per casa, sicuro cambierà la mia vita.
    "Senti Chloe, io a mezzogiorno avrei un brunch con alcuni amici, era una cosa programmata. Due di loro si sposano e ci devono dare le partecipazioni. Ti andrebbe di venire ? Così conosci qualcuno di nuovo e non te ne stai in casa tutto il giorno" le butto lì.
    "Davvero Drew ? Si sarebbe fantastico!" mi risponde entusiasta.
    Scendiamo a fare colazione.
    Sta mangiando una brioche alla marmellata e poi, all'improvviso ne prende un pezzetto e me lo mette in bocca.
    "Assaggia questa brioche perché è spaziale!" mi dice e io mastico il pezzetto di brioche.
    In effetti è davvero buonissima.
    "Parlami un po' dei tuoi amici, sono curiosa" mi dice bevendo il latte.
    "Allora, in realtà sono 2 coppie. La coppia che si sposa sono Walter e Paige. Walter era un mio ex vicino di casa, si è trasferito l'anno scorso quando è andato a vivere con Paige. Lui fa il consulente finanziario, mentre lei ha un negozio di arredamento per la casa. L'altra coppia sono Ben e Kate. Kate è la segretaria del nostro ufficio, mentre Ben fa il dentista" le spiego.
    "Wow che amici facoltosi che hai Drew!" mi dice prendendomi in giro.
    "Non fare la scema, sono persone molto alla mano" le dico
     
    CAPITOLO 12 CHLOE
     
    Sono molto stupita che Drew mi abbia invitato al brunch e mi faccia conoscere i suoi amici.
    Secondo me Robert l'ha obbligato a portarmi ovunque lui vada.
    Però penso che sarà divertente.
    Almeno mi distraggo dal nuovo lavoro.
    Salgo in camera, sto per andare a fare una doccia, quando vedo un messaggio dal mio ex : "amore ti chiedo scusa per averti tradita. E' stato un grosso errore e ti chiedo di perdonarmi. Io ti amo. Dammi un'altra possibilità. Lukas"
    In un anno e mezzo mi avrà tradito almeno 3 o 4 volte, purtroppo lui è fatto così.
    Io ci credo anche che lui è innamorato di me.
    Però ha bisogno di andare a letto con altre donne.
    Per il resto è davvero un bravo ragazzo, gran lavoratore, carino, simpatico e tutti pregi ; unico difetto è questo.
    "Lukas è finita. Mi dispiace, ma mi hai fatto soffrire troppo. Non mi cercare più per favore. Chloe" gli rispondo.
    2 secondi e suona il cellulare, è Lukas.
    "Amore, ti prego dammi un'altra possibilità, non ti deluderò" mi dice.
    "Lukas no, per favore, mettiti il cuore in pace. Non continuare ad insistere. Trovati una ragazza che sia disposta ad avere una relazione aperta" gli dico, alzando la voce.
    "Ma io voglio te Chloe, ho capito gli errori che ho commesso e sono pronto a cambiare" mi implora.
    "Lukas purtroppo i ragazzi come te non cambiano. Ora devo andare, abbi cura di te" gli dico e attacco.
    "Tutto a posto ?" mi dice Drew alle spalle.
    "Si, era Lukas, il mio ex, quello infedele. Vorrebbe tornare con me, ma direi che ho già abbastanza corna" gli rispondo.
    "Non te le meriti proprio le corna piccolina" mi dice, dolcemente.
    "Sai, io penso che una persona così non possa cambiare, o meglio, è difficile che cambi no ?" gli chiedo.
    "Molto difficile Chloe" aggiunge.
    "Tu per esempio come sei ? Federe o infedele ?" gli chiedo, senza pensarci.
    "Bè diciamo che non avendo mai avuto una storia seria non saprei ; tutte le ragazze con cui esco sanno come la penso, che non voglio impegnarmi, non voglio una relazione e sanno che esco anche con altre, a loro va bene così. In questo caso non parlerei di tradimento o di infedeltà, perché, tecnicamente, non sono le mie fidanzate" mi spiega.
    Lo guardo perplessa.
    "Non ti è mai venuta voglia di avere una persona fissa accanto a te ? Per poterci parlare, confidare, insomma per avere una vita assieme" gli dico, osservandolo.
    "Bè, a volte forse si, ma sai ho tanta paura di affezionarmi a una persona, di innamorarmi di lei e poi dall'oggi al domani di non averla più" mi dice, dolcemente.
    Lo guardo e lo abbraccio.
    So che questa frase è riferita ai suoi genitori, morti improvvisamente durante un incidente stradale.
     
    CAPITOLO 13 ANDREW
    Quando mi abbraccia, io mi sciolgo.
    Ci prepariamo e andiamo nel locale.
    "Ragazzi, ciao, lei è Chloe, la sorella di Robert" faccio le presentazioni.
    La salutano tutti cordialmente.
    Ci sediamo al tavolo e cominciamo a chiacchierare.
    "Chloe, tu di cosa ti occupi ?" le chiede Kate.
    "Sono una ricercatrice in ambito medico ; lunedì comincio al bureau di medicina sperimentale" risponde Chloe, facendole un sorriso.
    "Wow! Dev'essere fantastico come lavoro no ?" interviene Ben.
    "Bè, si , molti potrebbero trovarlo noioso o pesante, ma io amo il mio lavoro" risponde.
    "Mi ha accennato Andrew che sei stata via diversi anni, in Europa giusto ?" le chiede Ben.
    "Si esatto, ho fatto 3 anni in Germania, per un master e per fortuna ho trovato lavoro qui a New York. Ora devo solo trovare un appartamentino dove andare a vivere. Non posso restare per sempre a casa di Drew" dice e si volta sorridendomi.
    "Drew ?" domanda Paige, sorridendo.
    "Si, vedi, da piccola non riuscivo a pronunciare il nome Andrew, così lo chiamavo Drew e adesso mi è rimasto questo nomignolo" spiega alla mia amica.
    "Carino! E quindi vivi con Andrew adesso ?" le domanda incuriosita Paige.
    "Si, è stato così gentile da ospitarmi, visto che è proprio a due passi da dove lavorerò. La casa di mio fratello è a un'ora di macchina, sarebbe stato un po' troppo impegnativo" le spiega Chloe.
    Vedo che sta già facendo amicizia, ma non ci vuole molto a fare amicizia con una ragazza come lei.
    "Chloe, vieni a prendere qualcosa da mangiare, ti consiglio un po' visto che sei nuova del posto" le dice Paige, che l'ha già presa in simpatia.
    "Grazie Paige" la ringrazia e la segue al buffet.
    Appena sono andate via, 3 paia di occhi si voltano verso di me.
    "Che c'è ?" domando.
    "Vivi con una ragazza ? Tu che usi le donne come oggetti ?" mi chiede Walter, incredulo.
    "Walt lei è la sorellina di Robert, il mio migliore amico, ed è come una sorella anche per me. L'ho vista nascere e diventare adulta, è di famiglia" gli spiego.
    "Ed è cresciuta parecchio bene, direi!" interviene Kate, dandomi una gomitata.
    "Scommetto che ci hai già fatto un pensierino!" mi provoca Ben.
    "Assolutamente no, ti pare ?" gli dico, tirandogli un orecchio.
    "Comunque sembra simpatica" mi dice Kate.
    "Eih ma mangi tutta quella roba ?" dico a Chloe che si è appena seduta con un piatto stracolmo di cibo.
    "Paige mi ha consigliato cosa prendere, sai che io mangio tanto. Di mattina sai che le brioches che prendi me ne mangio sempre due" mi risponde.
    Tutti si girano verso di me.
    "Quando torna da correre, oggi e ieri, si è fermato a prendere le brioches fresche e io ne mangio sempre 2. Per fortuna ho un ottimo metabolismo" dice sorridendo.
    E' così innocente che non si accorge delle occhiate incredule dei miei amici.
    "Oh ma che tenero che sei Andrew!" esclama Paige.
    Paige è la più romantica del gruppo.
    "Lo sapevo che in fondo fondo fondo avevi un animo dolce e sensibile" mi dice Paige, prendendomi in giro.
    Chiacchieriamo del più e del meno e sono già le 3.
    "Accidenti, dobbiamo andare tesoro, dobbiamo finire di controllare le partecipazioni!" esclama Paige.
    "Eh si, ci tocca. Ragazzi, buona continuazione, ci sentiamo presto" ci saluta Walter.
    "Eih Chloe, memorizza il mio numero, così quando vuoi ci sentiamo" dice Paige a Chloe.
    "Oh si sarebbe fantastico Paige, grazie mille" le risponde Chloe e si scambiano il numero.
    Prende nota anche dei numeri di Walter, Ben e Kate.
    "Andrew, adesso andiamo anche noi che abbiamo il compleanno di mio nipote" mi dice Kate.
    "Chloe, piacere di averti conosciuta, spero di vederti presto" le dice Kate e le da un bacio sulla guancia.
     
    CAPITOLO 14 CHLOE
     
    "Sono proprio simpatici i tuoi amici Drew!" dico, finendo il mio cocktail.
    "Sono contento ti sia trovata bene Chloe" mi dice, facendomi un sorriso.
    Potrei uccidere per vedere ogni giorno un sorriso così, come quello di Drew.
    "Ti va se cucino pizza stasera ?" chiedo impulsivamente a Drew.
    "Ma si certo, passiamo dal market a prendere gli ingredienti. Se vuoi ti posso dare una mano chef!" mi risponde prendendomi in giro.
    Questi 3 giorni sono stati favolosi in sua compagnia, mi è sempre piaciuto Drew.
    Andiamo al market e facciamo una mini spesa.
    E poi andiamo a casa e ci mettiamo a cucinare insieme.
    Ci divertiamo terribilmente.
    Siamo entrambi tutti sporchi quando citofonano.
    "Aspetti qualcuno ?" chiedo a Drew.
    "Che io sappia no" dice e va ad aprire.
    Vedo entrare una ragazza bellissima, altissima, capelli lunghi scuri e occhi azzurri.
    Guarda Drew e poi me.
    Ma accidenti è la stessa ragazza che stava qui sotto ieri.
    "Jenny..." fa per dire Drew, ma lei lo interrompe.
    "Andrew ti aspettavo da me, me l'hai detto ieri e ora ti trovo qui a cucinare con questa bambina dell'asilo!" gli dice, puntandogli il dito contro.
    "Scusami mi sono dimenticato, non è mica la fine del mondo!" le dice.
    "Io ti ho capito, te la scopi vero ?" urla e ora punta il dito verso di me.
    "Ma cosa dici, sei impazzita ? Senti va a casa a farti una doccia fredda, così magari ti calmi un po'. Tu non sei la mia ragazza, te l'ho già detto. Se non ti va bene così come sono, non vediamoci più non è un problema" le dice e la conduce verso la porta d'ingresso.
    Jenny è su tutte le furie ed esce sbattendo la porta.
     
    CAPITOLO 15 ANDREW
     
    Mamma mia che scenata.
    Mi volto verso Chloe e vedo che guarda il pavimento e ci è rimasta male.
    "Drew mi dispiace...io...se vuoi andare da lei, vai pure...la pizza la puoi mangiare domani..." comincia a dire, lentamente.
    "Eih Chloe, ma scherzi vero ? Noi stasera ci mangiamo la pizza insieme" le dico, mettendole una mano sul braccio.
    "Sicuro ? Non ti voglio causare danni Drew " mi dice, tristemente.
    "Chloe è tutto a posto, tranquilla. Dai muoviti che ho una fame!" le dico e la prendo in giro.
    Le torna il buon umore e dopo esserci mangiati una pizza intera a testa, ci mettiamo sul divano.
    "Domani dopo il lavoro, passo dall'agenzia immobiliare in fondo alla via, così comincio a chiedere se ci sono appartamenti disponibili" mi dice abbracciandosi le ginocchia.
    "Eih non c'è fretta Chloe, lo sai vero che puoi restare qui tutto il tempo che vuoi" le dico.
    "Si, però tu hai bisogno della tua privacy e io ti sto facendo litigare con tutte le tue donne!" mi dice.
    "Una in meno tesoro, stai tranquilla" le dico e le do un bacio sulla fronte.
    Mi fa una tenerezza.
    Avrei voglia di baciarla, ma scaccio via l'idea dalla mia mente.
    Eh si avere Chloe tra i piedi mi piace tantissimo.
    "Che film guardiamo ?" mi chiede, girandosi verso di me.
    "A te la scelta piccola" le dico prendendola in giro.
    Sceglie un film di guerra, strani gusti questa ragazza.
    Si avvicina a me e appoggia la testa sulla mia spalla.
    Ormai ho capito che il contatto fisico per lei è molto importante ; solo che non ero più abituato ad avere una persona, una donna, così vicina a me.
    Come la sera prima, dopo mezzora, vedo che si è addormentata.
    E io, come la sera prima, la porto a letto in braccio, su per le scale.
    Appena l'appoggio sul letto, apre poco gli occhi.
    "Drew ti farò venire mal di schiena" mi sussurra con una voce roca.
    "Sono muscoloso io Chloe, non ti devi preoccupare. Dormi ora, che domani è una giornata importante" le dico e le do un bacio sulla fronte.
     
    CAPITOLO 16 CHLOE
     
    Primo giorno di lavoro, ansia a mille.
    Non so come vestirmi.
    Sto facendo diventare matto Drew, perché sono 10 minuti che continuo a cambiare vestito.
    "Chloe, stai benissimo con tutto" mi dice, stremato, Drew.
    Alla fine scelgo per un paio di pantaloni eleganti neri e una camicetta bianca.
    "Wow sei una favola! Vuoi subito rimorchiare ?" mi dice Drew.
    "Che scemo che sei , certo che no!" gli dico.
    "Bè, se posso dire, quei pantaloni ti fanno un sedere da urlo" mi dice, fissandosi sul mio sedere.
    "Sei il solito pervertito!" gli dico ridendo.
    Lo so che sta scherzando, sta cercando di farmi rilassare.
    Usciamo da casa e Drew mi fa l'in bocca al lupo.
    "Andrà benissimo tesoro, sei una forte tu!" mi dice.
    "Grazie Drew, ci vediamo stasera ?" gli chiedo.
    "Certo piccola, ti chiamo in pausa pranzo per vedere come va" mi dice e dopo avermi dato un bacio sulla guancia scendiamo le scale.
    Il primo giorno di lavoro va bene.
    Faccio un breve colloquio con il mio capo e mi presenta alcuni colleghi, altri ricercatori come me.
    Faccio subito amicizia, mi sembrano simpatici e cordiali.
    I miei 2 colleghi si chiamano Jordan e Garrett.
    Entrambi hanno sui 30 35 anni, 2 ragazzi molto carini.
    Mi stanno già simpatici e la mattinata vola.
     
    CAPITOLO 17 ANDREW
     
    "Ciao Drew!" mi saluta prendendomi in giro Kate.
    "Sei terribile lo sai ?" le dico dandole un bacio sulla guancia.
    "Allora com'è andato il week end di passione con Chloe ?" mi chiede, sedendosi sulla mia scrivania.
    "Kate, non è come pensi, davvero" cerco di dirle.
    "Andrew ti conosco da tanto tempo, e so che non è come si potrebbe pensare e si vede" mi spiega.
    "In che senso scusa ?" le dico non capendo il suo discorso.
    "Ho visto come la guardi. Hai provato a portare tante altre ragazze, ma non le hai mai guardate come guardi Chloe. Chissà, magari è lei la ragazza giusta per te. Le altre le spogliavi con gli occhi. Con lei è diverso. Non le staccavi gli occhi di dosso, ma non perché te la volevi portare a letto, ma per affetto, non so spiegarmelo. Anche Paige la pensa come me" mi dice Kate.
    "Ma io provo affetto per Chloe, la conosco da una vita Kate!" le dico, sedendomi su una sedia.
    "E com'è averla per casa ?" mi chiede incuriosita.
    "Bello, anche se non sono proprio abituato. Cenare con qualcuno mentre si chiacchiera o semplicemente vedere un film accoccolati sul divano" le dico.
    "Un film sul divano ? Accoccolati voi due ?" mi chiede maliziosamente.
    "Vedi, Chloe ha bisogno del contatto fisico. E' sempre stata così fin da bambina. Voleva sempre la mano o stare in braccio. E crescendo è rimasta uguale. Alla fine me la ritrovo attaccata a me mentre siamo sul divano. Il fatto è che adesso lei non si rende conto di quanto sia sexy col pigiamino corto che ha e io cavolo sono pur sempre un uomo!" dico tutto d'un fiato a Kate.
    "Andrew è ufficiale!" mi dice Kate alzandosi in piedi.
    "Cosa ?" le dico, guardandola.
    "Hai preso una cotta per Chloe! Io approvo!" mi dice ed esce dal mio ufficio.
    Una cotta io ? Ma andiamo, mai presa nemmeno a 15 anni, la devo prendere a 30 ?
    Kate sta delirando, avrà bevuto troppo ieri sera.
    A pranzo, prendo in mano il telefono e chiamo Chloe.
    "Pronto?" dice una voce dolce dall'altro lato del telefono.
    "Ciao piccola Chloe com'è andata ?" le chiedo, sorridendo.
    "Ciao Drew! Oh qui è tutto magnifico! Il posto è stupendo e all'avanguardia e le persone sembrano tutte molto carine e disponibili. Credo proprio che mi troverò bene qui!" mi risponde entusiasta.
    "Sono contento per te Chloe. Stasera ti va se passo dal cinese in fondo alla via e prendo qualcosa da mangiare ? Io prima delle 8 non penso di arrivare a casa" le dico.
    "Si ottimo! Sai che adoro il cinese?!" mi dice Chloe.
    "Si, lo so, ecco perché ti ho proposto il cinese!" le dico, prendendola in giro.
    "Grazie Drew" mi dice, dolcemente.
    "Chloe, ora vado a mangiare un boccone al volo e torno a lavoro. Ci vediamo stasera ok ? Un bacio" la saluto e attacco.
    Mi alzo dalla sedia e compare Kate sulla soglia che mi sorride in modo dolce.
    "Sto conoscendo un lato di te Andrew che non avevo mai conosciuto in 5 anni di amicizia" mi dice Kate.
    "Dai andiamo a mangiare" le dico, prendendola sotto braccio.
    Io e Kate abbiamo fatto amicizia subito, 5 anni fa quando sono arrivato a lavorare qui.
    Ed è una delle poche donne con le quali non sono andato a letto.
    In genere a pranzo mangiamo insieme.
    "La smetti di guardarmi come se fossi un alieno?" le dico, ridendo.
    "Andrew sei diverso. Forse la convivenza ti fa bene" mi prende in giro Kate.
    "Sei proprio scema! Glielo devo dire a Ben, di fare attenzione a te!" le dico, rubandole una patatina.
    "Senti Andrew, tu sai che tu per me sei come un fratello e sono sempre stata sincera con te. So che hai problemi a legarti con una donna e sappiamo entrambi il motivo. Però magari con Chloe, potrebbe funzionare. Sei diverso quando c'è lei. Potreste darvi un'opportunità" mi dice Kate.
    "Vedi Kate, lei è come una di famiglia. Metti caso che tu abbia ragione, se poi le cose vanno male, roviniamo la nostra amicizia. Kate lei non merita uno come me. Io non so se sarò mai pronto a una relazione seria, non ne ho mai avuta una. E non voglio provare con lei, è appena uscita da una relazione con un ragazzo che passava da un letto a un altro e ora dovrebbe mettersi con me che sono uguale ?" domando a Kate.
    "Secondo me, tu se stessi con lei, non ci proveresti con altre donne. Io ho un debole per Chloe anche se l'ho vista solo un paio d'ore e Paige l'adora già al punto di volerla invitare al matrimonio" mi dice Kate.
    "Lei è solare e simpatica, fa amicizia subito e non puoi non volerle bene" le dico, dolcemente.
    "Bè Drew caro, pensa a quello che la zia Kate ti ha detto. Tanto adesso vivendoci insieme avrete l'opportunità di passare parecchio tempo insieme e se son rose fioriranno!" mi dice Kate.
    "Certo cara, grazie del consiglio. Ben è un uomo fortunato!" le dico prendendola in giro.
     
    CAPITOLO 18 CHLOE
     
    Sono le 6, il mio primo giorno di lavoro è terminato.
    E' stato fantastico.
    I miei nuovi colleghi mi hanno già dato i loro numeri di cellulare, nel caso avessi bisogno.
    Sono entrami 2 ragazzi carini, e mi ha fatto molto piacere che vogliano instaurare un rapporto con me.
    Vado verso casa di Drew e passeggiando chiamo Trixie.
    "Amore ciao allora ?" mi chiede rispondendo subito al telefono.
    "Oh Trixie, è meraviglioso, mi sono innamorata già del mio nuovo posto di lavoro!" le dico affascinata.
    Le racconto della mia giornata.
    "Sono contenta per te piccola" mi dice dolcemente.
    "Grazie Trixie, ora vado a casa a fare una doccia e volevo preparare un dolce per stasera" le dico.
    "Programmi per la serata ?" mi chiede Trixie.
    "Drew ha detto che lavora fino alle 8 e che poi passava dal cinese a prendere qualcosa per cena. E allora volevo fare dei dolcetti, abbiamo fatto la spesa ieri e dovrei avere gli ingredienti giusti" le dico.
    "Avete fatto la spesa insieme ??" mi chiede Trixie incuriosita.
    "Si e abbiamo anche cucinato insieme" le dico, con aria sognante.
    "Qui gatta ci cova tesoro. C'è niente che mi devi dire ?" mi chiede maliziosa.
    "Non pensare male! Drew è come un fratello per me e lo sai, anche se, devo ammettere che quando sono vicina a lui mi batte forte il cuore. Poi con me è diverso. Si comporta molto più dolcemente che con le altre ragazze. E poi mi prende sempre in giro e questa cosa mi piace un sacco" le dico.
    "Ok, abbiamo appurato che hai una cotta per lui! Ora dobbiamo appurare se anche lui ha una cotta per te! E soprattutto amore direi per ora di tenere questa piccola considerazione per noi. Non diciamo niente a Rob" mi dice prendendomi in giro.
    "Hai detto tutto te!" le dico ridendo.
    "Mi raccomando fai la brava stasera e se ci sono sviluppi voglio essere la prima a saperlo!" mi dice e mi saluta.
    Io una cotta per Drew? Non lo so proprio. Forse mi fanno solo piacere le attenzioni che ha per me.
    Non saprei.
    Dovrei osare e fargli capire che mi piace ?
    Ma io sono solo una ragazzina di 22 anni, lui è un uomo di 30 anni; con tutte le donne che può avere, starebbe con me ?
     
    CAPITOLO 19 ANDREW
     
    Sono già le 20.30 devo assolutamente andare a casa, Chloe mi starà aspettando o si sarà già addormentata ?
    Non ci fosse stata lei sarei rimasto qui ancora a lavorare, ma stasera non posso.
    Esco e passo dal cinese a prendere la cena.
    Alle 21 apro la porta di casa e la trovo ai fornelli.
    "Ciao piccola Chloe" la saluto.
    "Drew ciao" si volta e mi fa un sorrisone.
    "Scusa il ritardo, non mi sono reso conto dell'ora" mi scuso e vado in cucina.
    "Oh tranquillo, sono stata impegnata a fare una torta; sono passata a prendere un po' di frutta fresca e sto facendo una crostata. Dovrebbe essere pronta tra poco, giusto per il dopo cena" mi dice.
    "Wow io adoro le crostate!!" le dico.
    "Lo so, è per questo che ho scelto questo tipo di torta" mi dice, sorridendo.
    Mi ha lasciato senza parole e non so cosa dire.
    "Faccio una doccia velocissimo e arrivo ok ?" le dico e corro a lavarmi.
    E' stata davvero una bella sorpresa, si è ricordata del mio dolce preferito.
    Mi metto un paio di pantaloncini e una t-shirt e scendo al piano di sotto.
    Ha apparecchiato la tavola e ha messo a centro tavola dei fiori.
    "Sono passata anche dal fioraio, ho visto che è proprio di fronte a dove lavori tu e ho preso questi fiori colorati bellissimi, ti piacciono ?" mi chiede, sedendosi a tavola.
    "Sono splendidi, rallegrano la casa" le rispondo e mi siedo.
    Saranno anni che non ceno con qualcuno nella mia cucina, rilassandomi.
    Chloe praticamente parla per un'ora del lavoro, dei suoi colleghi, del suo capo e di tutto.
    "Questa torta è buonissima!" le dico, con la bocca piena, mentre finisco la seconda fetta.
    "Sono contenta ti piaccia. Mi piace cucinare e mi sento portata. Se non fossi diventata una ricercatrice, probabilmente, avrei fatto la cuoca" mi dice.
    Insieme sistemiamo i piatti e la tavola e all'alba delle 22 ci possiamo mettere sul divano.
     
    CAPITOLO 20 CHLOE
    Sono contenta che la torta sia venuta buona.
    Devo dire che la cucina mi ha sempre aiutato a "sedurre" un po' i ragazzi.
    Ma ho fatto la torta non per sedurre Drew, ma semplicemente per essere carina con lui, come lui lo era stato con me.
    "Sai Drew che Paige mi ha chiesto se sabato pomeriggio vado a fare shopping con lei per il matrimonio ? Walter ha un impegno di lavoro e allora io e Kate l'accompagniamo" gli dico, sedendomi attaccata a lui.
    "Mi fa piacere che vai d'accordo con le mie amiche" mi dice, guardandomi.
    "Sono state molto carine e gentili, pensa che entrambe stamattina mi hanno mandato un messaggio per augurarmi buona giornata per il mio primo giorno di lavoro" gli dico entusiasta.
    "Loro sono due brave ragazze. Le conosco da tanto tempo e posso affermare che loro sono le classiche belle ragazze con un cervello" mi dice.
    "Si, vero. E pensa che Paige mi ha anche invitata al matrimonio!" gli dico entusiasta.
    "E' una notizia fantastica, posso essere il tuo accompagnatore ?" mi dice prendendomi in giro.
    "Bè è ovvio Drew, con chi altri dovrei andarci ?" gli dico, dandogli una gomitata.
    Ridiamo e chiacchieriamo mentre guardiamo una stupida sit-com.
    Sento che sto per addormentarmi, così saluto Drew e vado a letto.
    Non voglio che tutte le sere si spacchi la schiena per portarmi a letto in braccio.
    "Buonanotte piccola" mi dice e mi sfiora la guancia con un bacio.
     
    CAPITOLO 21 ANDREW
     
    Ormai sono 2 mesi che Chloe vive con me.
    Abbiamo trovato il nostro ritmo.
    Ceniamo insieme, esce con i miei amici ed è diventata molto amica di Paige e Kate, le vede quasi più lei di me.
    La domenica andiamo a pranzo dai suoi e il sabato mi aiuta a pulire casa e facciamo la spesa insieme.
    Andiamo al cinema, a fare passeggiate, praticamente è come se fosse la mia fidanzata ma senza andarci a letto.
    "Chloe vado a giocare a tennis con Walter, ci vediamo per cena ok ? Va bene alle 20 ?" le dico prendendo il borsone.
    "Si certo, Paige dovrebbe arrivare verso le 19 così spettegoliamo un po' prima del vostro arrivo" mi dice dandomi un bacio sulla guancia.
    Esco e mi dirigo verso la macchina.
    In questi mesi di "convivenza" non sono più uscito con nessuna ed è una cosa davvero strana, non è da me.
    Però tra il lavoro, il matrimonio di Paige e Walter e Chloe per casa non ne ho proprio avuto tempo e a dire la verità non ne ho nemmeno avuta voglia.
    Arrivo al campo e trovo Walter.
    "Ciao Walt, pronto ad essere schiacciato ?" gli dico dandogli una pacca sulla spalla.
    "Illuso che sei!" mi dice, ridendo.
    Alla fine della partita vinco io, come sempre.
    "Mi devi spiegare perché dopo 5 anni di sconfitte, insisto a voler continuare a giocare con te!" mi dice Walter.
    "Perché mi vuoi bene, semplice!" gli dico prendendolo in giro.
    "Non vedo l'ora di venire a cena da voi! Chloe fa dei dolci da paura!" mi dice, entrando in doccia.
    "Si è bravissima. Quasi ogni sera, quando non fa tardi a lavoro, mi cucina qualcosa di diverso. E poi fa una crostata di frutta che è meglio del sesso!" gli dico ridendo.
    "A proposito di questo, tutte le tue donne che fine hanno fatto ?" mi domanda.
    "Sinceramente non le sento e non mi mancano. Sembra strano, mi devo preoccupare ?" gli dico.
    "Amico, Paige pensa che tu abbia una cotta per Chloe e lo penso anch'io e sono convinto che anche lei abbia un debole per te. Ma forse siete troppo amici o avete paura a lasciarvi andare" mi dice Walter.
    "Non lo so. E' tutto più bello da quando è a casa mia. Prima ero sempre da solo, adesso ho un'altra persona accanto e la cosa mi piace. Non l'avevo mai sperimentata prima d'ora e devo dire che potrei abituarmici" gli dico.
    "E poi Andrew, oltre a essere intelligente, divertente e affettuosa, ha un sedere da paura! L'altro giorno aveva su un paio di pantaloni bianchi che..." mi dice Walt ma lo interrompo.
    "Si si lo so che ha un sedere da paura, gliel'ho anche detto! Ma tu pensa a Paige e al fatto che ti stia per sposare amico!" gli dico prendendolo in giro.
    "Che fai il geloso adesso ?" mi dice dandomi un piccolo pugno sul petto.
    "Di Chloe un po' si, lo ammetto" gli dico e ci vestiamo.
     
    CAPITOLO 22 CHLOE
     
    "Dio Chloe, questa crema pasticcera è buonissima, ma come fai a farla così buona ?" mi dice Paige assaggiando un cucchiaino della mia crema.
    Mi metto a ridere e le spiego il procedimento.
    "Io sono una frana in cucina" mi dice Paige, sorridendo.
    "Tesoro, basta solo un po' di pratica e vedrai che poi diventerai bravissima anche tu. Walt è fortunato ad aver trovato una ragazza come te" le dico, preparando la tavola.
    "Sai che tu sei proprio una persona stupenda ? Io ti ho voluto bene subito la prima volta che ti ho vista al brunch, a pelle è scattato qualcosa" mi dice.
    "Paige io ti adoro lo sai vero ?" le dico e l'abbraccio.
    Lei ricambia il mio abbraccio.
    In quel momento entrano in casa Drew e Walt e ci vedono abbracciate.
    "MMM ci siamo persi qualcosa ?" mi dice Walt, ridendo.
    "Scemo!" gli dico.
    "Pervertito!" le dice la futura moglie e poi va a dargli un bacio.
    "Che profumino! Cosa si mangia di buono ?" mi domanda Walter.
    "Allora lasagne al forno, vitello tonnato e crostata di frutta" gli dico.
    Quasi sviene.
    Lui adora la mia cucina.
    Spesso la sera fa finta di essere in zona e passa per cena.
    "Tu mi vuoi far ingrassare per il matrimonio, dimmi la verità!" mi dice Walter, scherzando.
    "Si esatto, mi hai scoperta! Smettila di fare lo spiritoso, hai un fisico pazzesco, anche se prendi qualche chiletto Paige ti accetta lo stesso" gli rispondo e gli do un bacio sulla guancia.
    Io sono affettuosa con tutti.
    Inizialmente Ben e Walter rimanevano spiazzati, ma poi hanno capito che sono una ragazza che esterna tantissimo i sentimenti, soprattutto quando mi affeziono alle persone.
    La serata passa tranquilla e alle 2 di notte Paige a Walter vanno via.
    Paige è stata davvero gentilissima che mi ha aiutato a mettere a posto in cucina, mentre Drew e Walt guardavano una partita in tv.
    Metto via la tovaglia e raggiungo Drew sul divano.
    Mi butto praticamente su di lui, che ride divertito.
    "Ben arrivata piccola Chloe!" mi dice, prendendomi in giro.
    "Ma io non sono piccola!" gli dico, facendogli la linguaccia.
    "Oggi era tutto squisito lo sai ? Walt mi ha detto se settimana prossima gli fai il risotto coi funghi" mi dice abbracciandomi.
    "Certo, non posso certo dire di no a Walt, io adoro quel ragazzo lo sai vero ?" gli dico, sdraiandomi su di lui.
    "Si lo so e lui adora te. Stravede proprio!" mi dice.
    Appoggio la testa sulla sua spalla e guardo un attimo il cellulare.
    "Devi rispondere a tutti i tuoi fidanzati ?" mi prende in giro Drew sbirciando da dietro.
    "Seee ma quali fidanzati! E' mio fratello che mi ricorda che domani è il compleanno di mia mamma e io me n'ero completamente scordata!" realizzo.
    "Lo so, ed è per questo che le ho preso io il regalo" mi dice tranquillamente cambiando canale.
    Mi volto e lo guardo.
    "Questi giorni eri stra incasinata a lavoro, così l'altro giorno sono passato nel negozio e le ho preso uno smart box, una cena in un locale carino che può andare con tuo papà" mi dice scegliendo un programma sportivo da vedere.
    Lo guardo e realizzo che davvero ho una cotta per questo ragazzo che fa il duro, ma è che tenerissimo.
     
    CAPITOLO 23 ANDREW
     
    Mi osserva e non dice nulla, l'ho spiazzata.
    "Sei stupendo Drew" mi dice dolcemente.
    "Grazie tesoro, anche tu" mi dice tirandomi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
    Le sfioro le labbra con le mie e le do un bacio stampo sulla bocca.
    Ma che mi è preso ??
    Non mi sono nemmeno reso conto, era così vicino a me, così vulnerabile, così dolce che non ho resistito.
    "Chloe, scusa io..mi è venuto spontaneo" cerco di scusarmi.
    Mi guarda con aria sognante.
    "Mi chiedi scusa per un bacio stampo ?" mi dice, avvicinandosi pericolosamente.
    "Chloe, tu mi piaci tanto lo sai vero ? Però penso che non dovremmo..." cerco di dire.
    "Non dovremmo cosa ?" mi dice, maliziosa, dandomi un bacio all'angolo della bocca.
    "Non dovremmo farci le coccole, poi sai da cosa nasce cosa e..." faccio per dire ma provo un brivido di piacere mentre mi da un bacio sul collo.
    "Sai Drew, tu mi sei sempre piaciuto. Indipendentemente dall'aspetto fisico, sei dolce e gentile con me. Magari con gli altri ti chiudi a riccio, sei riservato e anche un po' rude, ma con me no. Io mi sento protetta quando sono con te. Penso di aver preso una cotta per te la prima sera che sono entrata in questa casa, ma non volevo ammettere la cosa. Me l'hanno fatto notare tutti, Paige, Kate e addirittura Trixie, ma non gli ho voluto dare ascolto. A dire la verità avevo paura, paura di non essere ricambiata o che tutto potesse cambiare tra di noi. Tu mi hai detto più volte che non ti sei mai impegnato, non hai mai avuto una relazione seria. Io invece non sono una ragazza da una botta e via, io voglio la relazione seria, voglio avere sempre la stessa persona accanto. Però ho riflettuto e sono giunta alla conclusione che a volte bisogna ammettere le proprie debolezze e bisogna rischiare nella vita" mi dice tutto d'un fiato guardandomi negli occhi.
    I suoi occhi verdi penetrano i miei.
    "Chloe Bennet, penso di essermi innamorato di te la prima volta che ti ho portato su in braccio a letto" le dico, abbracciandola.
    "Innamorato ?" mi guarda ed è stupita.
    "Sai Walt e Ben sono 2 mesi che mi ripetono le stesso cose che Paige e Kate dicono a te; che stiamo bene insieme, di provare, di fare il primo passo, ma ho sempre avuto paura. Tu mi fai sentire diverso, io mi sento migliore con te Chloe" le dico.
    "E tutte le tue donne sparse per la città ?" mi dice giusto per sdrammatizzare.
    "Tutte le mie donne come dici tu sono sparite 2 mesi fa" le dico e ora ho davvero voglia di baciarla.
    "Vieni qui cucciolo" mi dice e mi fa avvicinare a lei.
    Si sdraia sul divano e mi fa venire sopra.
    Avvicina le labbra alle mie.
    E io non resisto più e la bacio.
    Le faccio aprire piano le labbra e le do un lungo bacio dolce.
    Lei mi accarezza la schiena e le braccia.
    Mi stacco da lei dopo 10 minuti e siamo senza fiato.
    "Chloe facciamo le cose con calma ok ? Non voglio bruciare le tappe" le dico facendola sedere.
    "Certo Drew, non abbiamo fretta" mi dice e mi abbraccia.
    "Ah Chloe, il tuo pearcing alla lingua è favoloso, approvato!" le dico accarezzandole le guance.
    "Me lo dicono tutti!" mi dice prendendomi in giro.
    "Oh tutti chi ? Sono geloso io!" le dico facendole il solletico.
    Si mette a ridere e la bacio ancora, un bacio lungo, dolce e passionale allo stesso tempo.
    "Tesoro è ora di andare a letto, è tardissimo! Se no domani dai tuoi arriviamo con 2 facce da paura!" le dico.
    "Hai ragione Drew, tanta nanna" mi dice e si avvinghia a me dandomi tanti bacini sul viso.
    Andiamo in camera, chiacchierando.
    "Notte piccola Chloe" le dico, dandole un bacio sulle labbra ed entro nella mia camera.
    "Notte cucciolo" mi risponde ed entra nella sua.
     
    CAPITOLO 24 CHLOE
    E chi riesce a dormire ??
    Io e Drew ci siamo baciati. Bacia benissimo!! Io non avrei staccato le mie labbra dalle sue, ma bisognava pur dormire qualche ora.
    Innamorato di me...Drew è innamorato di me...e io sono follemente innamorata di lui.
    Ma adesso come mi devo comportare ?
    Con questi pensieri mi abbandono al sonno.
    "Sveglia pigrona! Sono le 10, ti devi alzare!" mi urla Drew, saltando sul mio letto.
    Apro piano gli occhi e lo metto a fuoco.
    "Lo sai che sono terribili per la mia psiche questi risvegli ?" gli dico stiracchiandomi.
    "E' troppo divertente per non farlo, mi dispiace" mi dice, ridendo.
    "Vorrei essere svegliata con dolcezza" gli dico abbracciandolo.
    "Cucciola lei" mi dice e mi fa i grattini sulla schiena.
    "Cosi va decisamente meglio" gli dico, chiudendo gli occhi.
    "Scendi che facciamo colazione ?" mi dice dolcemente.
    Faccio segno di si con la testa.
    Drew è molto paziente con me la mattina e io lo adoro per questo.
    Mi siedo in braccio a lui a fare colazione.
    "Dormito bene Chloe ?" mi chiede rubandomi un biscotto.
    "Si e tu ?" gli chiedo.
    "Si, come un angioletto" mi risponde.
    "Avevo solo alcuni pensieri" gli dico.
    "Tipo?" mi chiede.
    "Bè, ieri è stato fantastico baciarti, davvero. E adesso noi cosa siamo ?" gli domando guardandolo.
    "Si ieri baciarti è stato emozionante. Poi con il pearcing!" mi dice prendendomi in giro.
    "Scemo! Sono seria io!" gli dico, fingendo di arrabbiarmi.
    "Si si scusa, hai ragione. Bè, io ti ho confessato i miei sentimenti, penso di essere stato abbastanza chiaro. Sono innamorato di te. Lo so perché per me è una cosa nuova, non lo sono mai stato. E da quanto ho capito anche tu sei innamorata di me. Quindi direi che siamo due persone che si amano giusto signorina Bennet ?" mi dice serio.
    "Direi che il tuo discorso non fa una piega" annuisco mangiando un biscotto.
    Mi alzo dalle sue gambe.
    "Vado a farmi una doccia Drew" dico stiracchiandomi.
    "Signorina Bennet vorrebbe essere la mia ragazza ?" mi chiede, mentre sto salendo le scale.
    "Oh signor Darcy è una proposta ?" gli chiedo tornando indietro.
    Ecco, io mi chiamo Bennet di cognome e Andrew Darcy ; sembra fatto apposta, ma è davvero così!!
    Mi tira verso di lui e mi da un bacio sulle labbra.
    "Si, io ci voglio provare. Non so se ne sarò capace, è la prima volta per me, però vorrei correre questo rischio con te" mi dice, accarezzandomi la mano.
    "Ci sto Drew, sarei onorata di essere la tua ragazza. Tra l'altro sarei la prima giusto ?" gli chiedo in estasi.
    "Eh si, ragazza ufficiale si! Le altre erano solo scopate!" mi dice, sorridendo.
    Lo fulmino con lo sguardo.
    "Tutto questo era prima di ospitarti ovviamente Chloe!" mi dice abbracciandomi.
    "MMM sarà meglio!" gli dico facendo la finta imbronciata.
    Faccio la doccia, mi vesto, prendo il regalo per mamma e andiamo verso l'auto.
    "Walt pensa che questi pantaloni bianchi ti facciano un sedere da paura!" mi dice guardandomi il sedere.
    "Mi fa piacere che abbiate tanti argomenti di conversazione tu e Walt. Ma ti pare che dovete parlare del mio sedere ?" gli dico, dandogli un buffetto sulla guancia.
    "Chloe tu non immagini che sedere ti fanno questi pantaloni" mi dice con aria sognante.
    Mi avvicino al suo orecchio.
    "In effetti sono molto attillati. Stasera vuoi provare a togliermeli ?" gli dico provocandolo e subito scoppio a ridere.
    "Ah ah sempre che mi provochi!" mi dice dandomi un leggero bacio sulla guancia.
    "Glielo diciamo ai miei, di noi insomma voglio dire" gli chiedo titubante.
    "Certamente, ci sono anche Robert e Trixie, così in un solo colpo lo sanno tutti!" mi risponde.
    Appena arriviamo facciamo gli auguri a mamma e le diamo il regalo che apprezza moltissimo.
    Saluto con slancio mio fratello e Trixie e mentre gli uomini vanno fuori al barbecue, io prendo Trixie per un braccio e la porto nella mia ex camera.
    "Eih che succede amore ?" mi dice incuriosita.
    "Io e Drew ci siamo baciati ieri" le dico sottovoce.
    "Wow! Allora ? Voglio tutti i particolari, me lo devi!" mi dice, sedendosi sul mio ex letto.
    Le racconto di ieri sera e di stamattina.
    "Sono così felice per te Chloe, te lo meriti. E se lo merita anche Andrew di trovare una brava ragazza" mi dice abbracciandomi.
    "Si, dopo, durante il pranzo Drew lo vuole dire davanti a tutti che sono la sua ragazza" le dico.
    "Allora fa proprio sul serio!" mi dice Trixie.
    "Si, è molto emozionato. Lo sai meglio di me che lui non ha mai avuto una relazione, ma ci vuole provare con me. Chissà Robby! Dici che gli tirerà un pugno ?" le chiedo preoccupata.
    "Oh non credo dai dopotutto il suo migliore amico si sistema con la sua sorellina, dovrebbe essere felicissimo" mi risponde mia cognata.
    "Lo spero!" le dico, mentre andiamo a tavola.
    Mangiamo e parliamo del più e del meno.
    A un certo punto Drew prende la parola.
    "Lo sapete che tutti voi siete la mia famiglia. Vi voglio bene come se foste i miei genitori. Rob tu sei per me il mio migliore amico e quasi fratello. E Trixie, lo sai che ti adoro vero ? Ecco io volevo avere il vostro appoggio e la vostra fiducia per poter essere il ragazzo di Chloe. Vivendo insieme, ci siamo innamorati" dice Drew, poche parole, ma toccanti.
    Vedo che è emozionato ed imbarazzato.
    "Finalmente! Aspettavo questo momento da 2 mesi tesoro, sapevo che prima o poi vi sareste innamorati!" dice mia mamma entusiasta.
    Trixie mi abbraccia e poi abbraccia Drew.
    "Figliolo hai il mio appoggio per Chloe, basta che me la tratti bene!" gli dice papà.
    "Certamente, come potrei fare altrimenti ?" gli risponde Drew.
    Mi volto verso Robby che è il più sorpreso di tutti.
    "Amico mio, anch'io ti considero come un fratello e lo sai. Sai che ti voglio un bene infinito e amo mia sorella. Appoggio la vostra relazione, a patto che tu non la faccia soffrire, altrimenti ti ammazzo!" dice mio fratello, scherzando.
    Mi alzo e vado a sedermi in braccio a Drew.
    "Siamo stati approvati all'unanimità!" gli dico dolcemente nell'orecchio.
    Annuisce con la testa e mi stringe.
     
    CAPITOLO 25 ANDREW
    Tanta ansia, ma alla fine tutto è andato bene.
    Ora posso vivermi la storia con Chloe alla luce del sole.
    Nel tardo pomeriggio torniamo a casa, siamo ancora pieni della super grigliata a pranzo.
    Ci mettiamo sul divano e come sempre Chloe è sdraiata su di me.
    "Che bello averti addosso!" le dico dolcemente.
    Mi bacia dolcemente mentre mi accarezza le spalle.
    "Sai oggi mi sono emozionato al parlare di noi. Ancora non realizzo. Non ho mai provato nulla di simile e mai avrei creduto di poter stare con qualcuno come te" le dico.
    Le sto aprendo il mio cuore, sto abbassando qualsiasi tipo di barriera.
    Lei mi guarda coi suoi occhioni verdi.
    "Signor Darcy, non vorrei niente di diverso in questo momento. Voglio solo te Drew" mi dice, sussurrando.
    La stringo forte a me, mentre le bacio i capelli.
    "Forse mi hai stregato con qualche magia piccola Chloe ? " le dico prendendola in giro.
    "Scemo!" mi dice e mi accarezza i capelli.
    La bacio dolcemente in bocca.
    Ci facciamo un po' di coccole.
    "Hai già detto di noi a Kate e Paige ?" le chiedo prendendola tra le braccia.
    "Ancora no, glielo vorrei dire insieme a te" mi risponde accucciandosi contro il mio petto.
    "Che dolce, quante carie!" la prendo in giro.
    "Ho proposto un aperitivo per domani sera e hanno accettato entrambe, così ci siamo tutti e 6 e diamo la lieta notizia!" mi dice accarezzandomi il petto.
     
    CAPITOLO 26 CHLOE
     
    Siamo tutti all'aperitivo.
    Sono emozionata e Drew lo è più di me.
    Ci sediamo al nostro tavolo e cominciamo a chiacchierare del più e del meno.
    "Ragazzi, ora che siamo tutti qui, avrei una cosa da dirvi. O meglio io e Drew avremmo una cosa da dirvi. Ci siamo innamorati e da ieri sono la sua ragazza" dico dolcemente.
    "Finalmente!" esclama Paige abbracciandomi calorosamente.
    "Sono così contenta per voi!" aggiunge Kate unendosi all'abbraccio.
    Anche Walt e Ben si congratulano.
    "Eih Chloe sei l'unica che è riuscita a scalfire questa roccia!" mi dice Walt dando una pacca sulla schiena a Drew.
    Drew si avvicina a me e appoggia dolcemente le sue labbra sulle mie.
    I miei amici cominciano a fischiare.
    "Che scemi che siete!" dice Drew, prendendoli in giro.
    "Sai io ci avrei scommesso tutto su di voi Chloe, state troppo bene insieme!" mi dice Paige, entusiasta.
    "Io non so cosa dire! Lo amo così tanto che sembra impossibile che un tipo come lui voglia stare con me" le dico, emozionata.
    "Chloe scherzi vero ? Tu sei fantastica! E sei perfetta per lui, come lui è perfetto per te!" si aggiunge Kate.
    In questo clima di assoluta festa, non posso far altro che osservare Drew coi suoi amici.
    E' così felice che ha quasi le lacrime agli occhi.
    Sorrido a questa scenetta.
    Poi mi viene vicino e mi abbraccia da dietro.
    "Amore, ne voglio almeno 3" mi sussurra all'orecchio.
    "Di cosa ?" chiedo, facendo la finta tonta.
    "Hai capito benissimo. Voglio 3 bimbi, ora è presto ovviamente, ma volevo che tu lo sapessi, così ti prepari" mi dice, dandomi un bacio dietro l'orecchio.
    "E' un tipo impegnativo signor Darcy" lo prendo in giro.
    "Anche lei, terribilmente signorina Bennet" mi dice di rimando.
    Non so come andranno le cose.
    Se io e Drew staremo insieme per sempre, se avremo davvero 3 figli, se ci sposeremo oppure no.
    Quello che so è che adesso voglio lui e lui vuole me.
    Questa è l'unica cosa che conta.
     
     
     
     
     
     
     
    Cammino. Lo faccio da giorni, da settimane. Lo faccio in silenzio. Dormo nelle grotte, bevo ai ruscelli, mangio frutta. Per la gran parte del tempo evito i paesi. Possono vedermi, e la gente parla. Qualche volta però devo entrarci per mangiare, perché non si vive di frutta: svuota l’intestino e lascia il mal di pancia.
    Cammino e cerco di dimenticare la fame, la paura, il freddo. Cammino e basta. Scivolo di notte nei vicoli, dove il buio è più profondo. Sono come un’ombra, la mia, che si muove sotto i lampioni. Alla fine l’ombra è l’unica cosa che mi è rimasta, a parte naturalmente questo saio sporco rubato a un monaco. Quella è stata una buona idea: qualcuno mi dà da mangiare senza che chieda nulla, per mettersi a posto con i doveri di carità.
    Stanotte ho sentito parlare in una bettola, uno di quei buchi popolati di contadini, mercanti e puttane. Dicevano che mi stanno cercando, che sono pericoloso e se uno mi incontra mi deve segnalare alle autorità. Le quali stanno spargendo la voce e intanto annusano l’aria, come i cani. Si avvicinano, lo so.
    Ho camminato tutto il giorno, adesso cala lo scuro e mi struscio lungo i muri delle vie più strette, fra le pietre umide. L’aria sa di pelle conciata, zuppa di cipolla e vino rancido. Tutto questo buio mi si stringe addosso. Le rare torce appese ai muri di sassi colano una luce svirgolante e rattrappita, che non trova riflesso ed esaurisce presto il suo compito.
    Scendo e salgo gradini mentre lo stomaco si contrae per la fame. Ho la sensazione di essere in una strada chiusa, come se il mondo morisse in questo borgo buio senza un intorno o un panorama, un mondo immerso nel niente. Magari finisce qui, tutto  qui, di colpo. Ho la bocca secca e mi gira la testa.
     
    Quasi la travolgo senza vederla, è così piccola. Una figura di stracci, che mi prende per un braccio e mi trascina dentro una stanza. C’è un camino acceso, un tavolo, due sedie. Poco d’altro. Mi mette davanti una zuppa fumante. La sua faccia ne ha passate tante. Dietro un muro di anni indefinito ancora si mascherano due occhi azzurri e intelligenti mortificati dal naso spiaccicato, chiaramente a furia di botte.
    “Mangia.”
    Mi fa sedere di spalle alla porta. Io mangio, zitto. Dopo neanche un minuto i passi metallici degli armigeri squassano il silenzio dei vicoli. Bussano. Il cuore mi spacca il petto.
    “Ciao, Armina. Hai visto nessuno? Chi è quello?” Fanno per entrare.
    “Cosa credete. È un mio nipote, me lo ha mandato suo padre per farlo riposare un po’. Va al lazzaretto, povero ragazzo, e chissà se ne uscirà mai.”
    Silenzio.
    “Dov’è la campanella?” dice l’uomo, la voce resa stentorea dal bisogno di darsi importanza.
    “Eccola”.
    Armina tira fuori un affaretto di bronzo. Tutta la truppa arretra impercettibilmente, compreso il capo.
    “Va bene. Stai attenta, però, c’è in giro un assassino...”
    “Lo so, ne ho sentito parlare. Non vi preoccupate. Se vedo o sento qualcosa di strano vi avverto. Sono sola e vecchia, che devo rischiare a fare?”
    Non parliamo finché il rumore dell’audace pattuglia non si sfuma fra le fusa dei gatti della notte. Armina ride, coi suoi denti sgangherati.
    “Ce l’ho da una vita, quella campanella. Mio padre vendeva elisir di zampe di puzzola, menta e olio di castoro contro i reumatismi e la gotta. Giravamo per i paesi con un carretto e quando si arrivava in piazza lui si attaccava alla campanella per chiamare i clienti. Dovevi vedere quanti ne arrivavano. Adesso farà il contrario, li farà scappare. Tu ne hai più bisogno di me.”
    Il calore del fuoco e del cibo mi annientano mentre guardo i suoi occhi azzurri gioiosi abbandonarsi alla malizia della bimba dentro di lei.
    Mi sveglio alle quattro. Lei dorme su una vecchia sedia lunga, davanti al camino spento. Le lascio tre soldi raccolti dalle questue, ed esco nel buio del mattino. Ho ancora molta strada da fare.
     
     
    Ieri ho visto un'onda. Sedevo sul molo e la guardavo.
    "Chi sei?" le ho detto.
    "Bah, non lo vedi? Sono un'onda."
    "Sei piccola. Vieni da lontano?"
    Ha cambiato direzione con una svirgolata e ha cominciato a correre in orizzontale.
    "Si - mi ha detto con una voce più sommessa - e ho visto tante cose. Ho visto tempeste talmente furiose da spaventare anche me, ho visto navi affondare nel fragore degli alberi che si spezzano e degli uomini che bestemmiano, ho visto le orche tendere agguati alle balene e fulmini precipitare a capofitto fra le onde. Ho fatto migliaia di chilometri e giocato a nascondino coi gabbiani."
    "Come hai fatto tanta strada tu, così piccola?"
    "Mi sono appoggiata alle grandi ondate oceaniche e fatta trasportare, a volte sono precipitata da decine di metri, mi sono fatta spingere dalle correnti e tirare dal vento. Si può fare tanta strada, con gli alleati giusti. Anch' io, che non conto niente."
    "Certo, rispetto alle onde di certe tempeste...quelle sì, che fanno la storia del mare:"
    "E' vero, ma scompaiono prima di me. Sfogano l'urlo che hanno dentro e arrivederci. Io invece sono qui da tanto tempo."
    "Bè, intanto adesso sei vicino a questo molo, e fra un po' ti perderai fra la sabbia. Adesso che stai per scomparire, che effetto ti fa, dopo una vita così lunga e avventurosa?"
    La piccola onda stava cominciando a sfilacciarsi, mentre si avvicinava alla riva.
    "Ho fatto la mia vita. Quello che dovevo fare."
    "Non ti sei mai chiesta perché c'eri, a che servivi?"
    La sua voce era ormai talmente esile che assomigliava ad un lontano ricordo.
    "Queste - ha detto mentre veniva spinta verso il baratro della sabbia che l'avrebbe assorbita - sono cose che vi chiedete voi uomini. A me non serve. Io appartengo al mare. Sono qui per essere parte di questo tutto."
    Tacque, ormai diventata un po' di umidità sull'arenile.
    Chissà se in quel momento il mare si sentiva come me: appena un po' più solo.
    Quando Noele Lewis, giovane barista di Hilo venne difesa per la prima volta da Cade Evans, sexy vigile del fuoco coordinatore, si accorge di aver perso il controllo dei suoi occhi fissi sul suo scultoreo fisico e la parola. Arrivata a casa si convince che non sia il ragazzo adatto a lei ma durante un uscita con le sue due migliori amiche, incontra Cade che la invita a uscire con lui. Noele con il passare del tempo si accorge che Cade è tormentato dal passato e questo lo porterà a mantenere le distanze da lei ma ben presto il giovane vigile del fuoco si accorgerà che Noele è una ragazza diversa da tutte, provando sensazioni che non percepiva da tempo. Nello scoprire il vero Cade, Noele arriverà a testare per la prima volta i limiti del piacere erotico . Questo è il primo volume della trilogia Hawaii, a seguire Forse Mr. Evans.

    By Ospite, in Letteratura Rosa,


    Il Ritorno

    Marco reagì alla sconfitta regalandosi una moto e siccome faceva ancora caldo, un pomeriggio  la invitò a fare un giro per i colli bolognesi.
    Iniziarono così  a vedersi anche fuori dal lavoro e la cosa non le dispiaceva affatto, anzi stava incominciando a capire che quella  complicità  mentre erano ancora amici, si stava trasformando in qualcosa d'altro, almeno per lei.
    Arrivò di nuovo l'inverno e con l'inverno arrivò anche il primo invito a casa di lui.
    L'aveva  invitata a casa sua per prendere un tè. Laura si mise a sedere  sul divano del salotto e inaspettatamente, mentre parlavano, lui le tolse la tazza dalla mano e la baciò.
    Era confusa ed emozionata, non sapeva cosa sarebbe successo di lì a dopo.
    Mentre la baciava, in televisione una nuova cantante Americana stava emergendo e quel lungo bacio  fu  accompagnato dalle note di  "How will I know" di Whitney Houston.
    Cosa stava succedendo a quei due amici che fino ad allora avevano usato solo le parole per confidarsi e per consolarsi a vicenda?
    Si stavamo innamorando o quel bacio era solo uno sfogo che nascondeva bene le loro recenti delusioni?
    Trascorsero l'inverno tra le sale cinematografiche e i tè, seduti sul divano del salotto, davanti alla televisione che trasmetteva musica a profusione  e  iniziarono pian piano  anche a fare l'amore.
    Non erano ancora innamorati, il peso delle loro ultime delusioni, se lo portavano ancora addosso.
     Erano come due ombre scolorite dal dispiacere di avere  fallito ancora, ma che ancora ci credevano all'amore e lo aspettavano.
    E per lui arrivò. Laura non  fece in tempo a capire realmente cosa provava per quel ragazzo, quando il postino gli consegnò  una lettera che avrebbe cambiato per sempre la  loro vita, i loro destini.
    Quella missiva aveva come mittente il nome di Julie.
    Era tornata da lui, dopo un anno di fastidioso silenzio e Laura ora stava tremando.
    Non sapeva se essere felice per il suo ex amico o maledire quella ragazza che le stava per portar via un sogno che doveva ancora  nascere e vestirsi con i colori dell'amore.
    Non ci mise molto ad arrivare in città, perché il viaggio di sola andata glielo pagò lui.
    Si sposarono presto e dopo nove mesi esatti nacque una bambina.
    Alcuni anni dopo,  si trasferirono in America nella città dove lei aveva sempre vissuto, San Francisco e di lui, le rimase il ricordo di quei baci lunghi e di quelle notte d'amore che rimasero per sempre senza colore e senza parole.


     

    By Ospite, in Storia,

    Ma perché è colpa nostra? Io mi sento impotente quando vado a votare, perché so che le speranze veranno disattese e se ci promettono poi non mantengono, non è  colpa nostra perché l'unico potere che è  stato dato al popolo, è  mettere una croce su questo o quel partito.
    Non mi sento in colpa quando il parlamento europeo decide di chiudere le frontiere agli stranieri, lasciando praticamente l'Italia, che ormai è  diventato un paese ingovernabile, da sola ad affrontare flotte di povera gente e, o di brutta gente.
    Non mi sento in colpa se gli inglesi non si sentono più  Europei e non mi sento in colpa se in nome di un Dio cattivo, i terroristi ammazzano uomini, donne e bambini.
    Ci fanno credere che noi siamo il potere, ma non lo siamo. Siamo solo una croce dentro una cabina elettorare per cui non mi sento in colpa.
    A tutti i morti e alle loro famiglie rivolgo le mie preghiere unico conforto rimasto per chi ha perduto i suoi cari.
    L' egoismo del singolo  non ha niente a che fare con la cattiveria degli uomini organizzati, che tolgono la speranza e molte volte anche la vita.
    Peace and love❤

    By Ospite, in Biografie, diari, memorie,

    IniziaHo un'isola tutta mia e ci vorrei andare. Prendo l'aereo e parto. Chiamo mia figlia e le dico che andremo sulla nostra isola, lontano dai pensieri e lontano dai malumori. Si spendono tanti soldi inutilmente, ma questi sono spesi bene.
    Si perché volare a Londra, per noi, è  come ritrovare una seconda casa. All'angolo della fermata della metro, c'è il nostro amico Andrea, pronto a sfornarci una pizza napoletana verace. I tavolini sono un po stretti, ma lì si mangia bene.
    Londra è  la città dei consumi, dello shopping sfrenato senza vergogna, dei pub con la loro birra, "lagar", ma si pronuncia laga, la erre non bisogna farla sentire, dei mercati pittoreschi, ognuno dei quali possiede il suo colore e il suo odore. Dei cibi mischiati dalle tante culture, perché Londra è multietnica e trovare un vero Londinese, è  come trovare un ago in un pagliaio.
    Londra è  volare in alto, sopra le nubi e sopra il cielo. Quando l'aereo si prepara alla rincorsa per buttarsi a capofitto nel cielo, io rido, perché la rincorsa è l'attimo di sospensione del respiro, dove tutti tacciono e dove attendono una parola di rassicurazione dal comandante.
    Londra è  anche l'atterraggio e tutti i suoi aeroporti che assomigliano a città da viverci, perché c'è tutto, dal cibo, alle prese per attaccare i computer o i telefoni da ricaricare.
    Londra è  il tè. Nero, forte e senza limone.
    Londra è  il fish and chips, è musica e spettacolo.
    Londra è, le passeggiate con mia figlia sulla rive del Tamigi, a fotografarci insieme, mentre qualcuno  le sta già  commentando sui social.
    Londra è  il silenzio del mattino appena sveglie. Tutto tace, nessuno fa ancora  rumore, mentre il cameriere al piano di sotto,  ci aspetta con i suoi toasts e le sue marmellate.
    Londra è magica e i suoi artisti da strada, occupano i marciapiedi e le metropolitane per sottolinearci che tutto ciò è  vero.
    Londra è  mia figlia, perché  senza di lei, Londra, per me, non sarebbe un'isola e non avrebbe nessun  senso.
    a scrivere la tua storia...
    Persi il mio dente canino sinistro il 13 novembre 1989. Ricordo bene la data perchè insieme al dente in quelle ore salutai un'altra cosa che aveva in me delle radici, a quanto pare non proprio salde: il giorno prima, alla Bolognina, era stato sepolto il Partito Comunista Italiano. Adieu, finito, andate in pace compagni. La cosa meritava una mezza giornata di oblìo, e così mi ritrovai nell'androne di un palazzo antico, seduto su uno scalone curvo e polveroso. Pesavano gli anni sopra quel lusso disfatto e decadente, con la polvere nera accumulata sul corrimano tondo, in marmo, incassato nel muro. E il tempo mio? Non era passato, era passito, come un vin dolce sulla pasticceria secca. Sorrisi. Che pensiero del cazzo. Cercai di concentrarmi su ciò che dovevo fare. Fu allora che il dente mi abbandonò. Senza dolore, una foglia secca che si stacca dal ramo. Stava lì sulla lingua quasi fosse un nocciolo di oliva. Delicatamente lo afferrai tra indice e pollice e lo posai nel cavo della mano. Oh dente, mio dente, potresti raccontare una fetta importante di me, della mia esistenza: morsi delicati su pelli bianche ed elastiche, lampi riflessi di flash in cerca di un sorriso, affondi pragmatici in saporiti controfiletti. In quel momento ebbi l'impressione che il canino mi guardasse con una certa aria di benevolo rimprovero: "hai masticato la vita come fosse un panino col salame, altro che pasticceria secca; avresti fatto meglio a sorseggiarla delicatamente come un brodino". 'Fanculo dente, quel pensiero non mi trovava proprio in accordo: in un modo o nell'altro, alla fine era solo una questione digestiva. Infilai quella piccola parte di me in tasca. Mi alzai lentamente, scossi la polvere dai pantaloni. Raccolsi la siringa, la fialetta dell'acqua distillata, il cucchiaino rubato al bar. Sono sempre stato un amante dell'ordine.
    CAPITOLO 1
     la profezia e la nebbia di mytene
    Nel tranquillo borgo malfamato di venia,composto per lo piu da paludi, e dove la 
    popolazione soffriva la fame ,e i sopprusi di lord hendrick lord del posto, sta accadendo 
    qualcosa che accade all incirca tutti i giorni.
    «prendete quella donna stavolta non ci deve scappare» 
    « si signore la faremo decapitare
    «siete i soliti sciocchi ripete sempre le stesse frasi da anni ma non mi avete mai presa 
    ahahahaha"
    mentre l inseguimento imperversa gli abitanti del borgo in modo non molto evidente 
    aiutano sempre la donna misteriosa a fuggire e anche questa volta sembra che la fuga 
    della donna misteriosa sia andata a buon fine fino a quando nella corsa verso il suo 
    rifugio nel pieno della zona abbandonata del borgo, la donna trova la sua casa 
    circondata dalle guardie, inequivocabilmente la donna cade intrappolata dalle guardie, 
    la sua casa viene bruciata e tutti i suoi averi vanno al lord del posto ovvero lord 
    hendrick, lord hendrick è un tiranno che ha trasformato la sua decorosa città in un 
    borgo malfamato dove chi ha bisogno di cure anche immediate deve disporre di denaro 
    altrimenti non puo essere curato,la maggior parte dei proventi agricoli va alla sua 
    dimora per sontuosi banchetti e feste sfarzose mentre la sua popolazione muore di fame.fame,la donna misteriosa viene portata all interno della sala del ricevimento, dalle 
    guardie del comandante per un confronto diretto con lord hendrick.
    «finalmente ho l onore di incontrarti tu sei la famigerata donna comandante della 
    armata che tenta un colpo di stato nei miei confronti, come osano, cercano di cacciare 
    me, da questa città dopo tutto quello che ho fatto per loro, non sono nient altro che degli
    ingrati!!!!!, e tu sei peggio di loro tu che architetti tutto dalle retrovie!!,e pensare che sei 
    una donna cosi bella, un corpo sontuoso degli occhi color diamante un viso angelico»,
    «non esattamente, angelico questa donna è un demonio!!!!! lord hendrick non si faccia 
    ammaliare anche lei da questa donna ignobile, non è null altro che una zingara io 
    propongo una decapitazione stasera a mezzanotte».
    «non andare cosi di fretta evans"
    « il mio nome è myia"
    «uhm myia mettela in prigione stanotte le farò visita io stesso e domani si deiderà il da 
    farsi"
    «ma come lord hendrick lascia vivere una donna cosi pericolosa non dica che io non l ho
    avvertita poiche non me ne assumo nessuna responsabilità"
    «SILENZIO!!! non osare mai piu discutere un mio ordine ne mai piu riproverarmi 
    altrimenti ti mando alla ghigliottina e lo sai che lo farò evans».
    « ............»
    in seguito a questa visita alla sala del ricevimento di lord hendrick myia sta per essere 
    portata in prigione,i suoi occhi mai prima d ora sembravano avere un espressione di 
    paura anche se con fare coraggioso lasciava che i soldati del lord la portassero nei 
    sotterranei della prigione,il castello di lord hendrick era una fortezza all avanguardia 
    fornita di mura cosi alte che le sentinelle potevano scorgere tutto il borgo di venia,il che 
    suscitava il malcontento degli abitanti che vivendo, in condizioni disagiate non potevano
    tollerare che lord hendrick vivesse nel lusso e nel aggiatezza,lord hendrick un uomo alto
    all incirca sui 180 cm,parzialmente in sovrappeso, dai colori castani e una barba molto 
    curata,seppure fosse un lord, aveva modi di fare villani,in effetti cio rispecchiava quel 
    che la gente penssasse di lui,la la popolazione di venia viveva oramai tra la vita e la 
    morte ogni giorno tra condizioni igieniche pessime, e nessuna assistenza da parte di 
    quello che per loro era il loro signore,o almeno cosi pensavano,ma con il lento 
    decadimento delle loro condizioni di vita gli abitanti di venia si resero conto che l 
    avvento di lord hendrick nel loro piccolo borgo, non aveva portato niente altro che 
    disgrazie,per quanto riguarda myia,era una ragazza molto avvenente corteggiata e 
    ammirata da molti sui compaesani, poichè era l unica capace di sfuggire alle grinfie 
    delle guardie di hendrick che spesso provocavano disordini, ai quali myia si opponeva 
    senza mai essere stata catturata,infatti la notizia della cattura di myia lasciò il popolo in 
    un totale stato d ansia poichè myia godeva delle simpatie di molti compaesani adulti e 
    bambini,cosi mentre myia veniva trasportata negli umidi e poco iginieci sotterranei 
    della prigione,nutriva un senso di disgusto in quello che era il fare dei soldati di 
    hendrick,che non proveniva dal fatto che l avessero catturata ma bensi dal fatto che 
    anche loro fossero abitanti che provenivano dalla vecchia venia, e che adesso per i loro 
    bisogni avevano voltato le spalle ai loro compaesani, e talvolta si comportavano da 
    sciacalli nei loro confronti pretendendo cose che non gli spettavano, il forte dissenso di 
    myia proveniva proprio dal fatto che lei non, capiva come i soldati fossero cambiati in 
    modo cosi radicale visto che anche loro erano passati tra le atroci sofferenze che 
    hendrick procurava al suo popolo,alchè durante il percorso per arrivare alle prigioni 
    myia guardo con sguardo fuoriibondo i due soldati,ma oltre alla rabbia che percuoteva 
    il suo animo, c 'era anche un forte odio che provava per loro,i due soldati notarono lo 
    sguardo minaccioso di myia nei loro confronti,cosi dissero all unanimità«non ci sopporti vero»?
    da queste parole sembrava trapelasse un senso di scherno nei confronti di myia quasi 
    come se stessero per prenderla in giro,myia con le mani che sudavano e un furore che 
    divampava rispose
    «voi,come potete voi non capire il dolore che state provocando alle persone che vivono 
    nel borgo,voi stessi eravate abitanti del borgo prima che hendrick vi addestrasse e vi 
    facesse diventare sue guardie».
    le guardie replicarono con un ghigno sul viso e un evidente tranquillità che 
    accompagnava le loro parole:
    «le nostre esigenze vengono prima del nostro popolo è una lezione che lord hendrick ci 
    ha inseganto».
    «esatto non c è giustizia che ci faccia vivere nelle condizioni in cui siamo adesso,pertanto
    noi diamo solo conto a quella che è la nostra giustizia personale».
    myia era chiaramente disgustata dalle parole dei soldati e dalla loro convinzione nel 
    esprimerlo, e colse un egoismo profondo nelle loro parole non cercò di fargli cambiare 
    idea, cosi le due guardie la tenevano per le braccia rispettivamente una a destra ed un 
    altra a sinistra,e la trascinavano giu dalle scale a chiocciola fatte di pietra,piu in giu si 
    scendeva piu il tanfo dei cadaveri si manifestava, in modo incessante, myia per la prima 
    volta era pervasa da un amarezza mai provata prima, nel costatare l' ipocrisia di quegli 
    uomini nella gestione del proprio paese,seppure le scale per arrivare alla prigione non 
    fossero molte i soldati prolungavano la camminata al fine di mortificare myia durante il
    tragitto,myia però in preda al disgusto e al poco rispetto che nutriva per quelle persone 
    subi senza rispondere le loro malefatte, fino a quando i soldati con ghigno di 
    soddisfazione raggiusero le prigioni, un luogo umido costellato di topi, c' erano persino 
    cadaveri nelle celle lasciati a marcire,myia rabbrividi di fronte a tanta crudeltà non 
    immaginava che la crudeltà di hendrick andasse cosi lontanto almeno fino ad allora, fu 
    cosi che i soldati a passo lento accompagnarono myia verso la sua cella erano due tipi 
    grossi e parlavano con una voce forte quasi come se fossero due vichinghi, arrivati 
    davanti alla cella uno dei soldati apri la cella e l altro con fare estremamente brusco 
    lanciò myia nella sua cella e con voce forte e minacciosa esclamò
    Soldato: resta qui zingara e non fare rumore altrimenti ti taglio la gola prima ancora di 
    vederti sul patibolo
    myia che finora era in un evidente stato di frustrazione replicò enrgicamente
    Myia: non credo proprio che tu possa farlo sei soltanto un inutile soldato, e non puoi 
    certo disobbedire agli ordini di hendrick
    questa risposta provoca una sorta di ira,cio lo si evinceva dal suo volto che divenne 
    quasi quello di un maniaco, era quasi come se l unica cosa che lo fermasse dal fare fuori 
    myia fosse l ordine di hendrick e la paura di tornare in quel borgo malfamato,entro il 
    quale lui stesso commetteva ingiustizie continue e immotivate contro persone che non 
    avevano modo di difendersi,cosi con questo scambio di sguardi il soldato sbattè la porta 
    della cella e se ne andò sbattendo i piedi per terra con furore come se la cosa l avesse 
    turbato piu di avesse dovuto farlo, in quel momento sul volto di myia si stampo un 
    espressione di soddisfazione per aver inferto a quel soldato solo quello che era l 10% che
    la gente del borgo doveva sopportare per colpa delle condizoni disagiate e delle loro 
    malfatte, dopo la risposta di myia al soldato una voce con tono entusiasta si rivolse a 
    myia, la voce proveniva da dietro di lei cosi myia voltò la testa e scorse un gracile 
    ragazzo dai capell biondi, aveva uno sguardo deperito, le borse sotto ogli occhi ed aveva 
    le mani tutte nere, ed il viso pieno di segni come se l avessero picchiato piu volte,inoltre 
    vestiva di stracci che non emanavano il benchè minimo calore, il che risultava essere 
    tremendo visto che la prigone era un luogo prettamente umido.Ragazzo: wow ragazza hai un coraggio nel rispondere cosi ad una guardia carceraria io 
    non avrei mai potuto farlo.
    myia alzò gli occhi sul ragazzo si alzo dal centro della stanza dove era stata scaraventata
    dal bruto soldato e si sedette accanto al ragazzo, e con sguardo fiero e voce sicura 
    pronunciò le seguenti parole.
    Myia: se l ho fatto è perche sono sicura che lord hendrick stanotte verrà qui e non verrà
    solo per farmi visita ma sicuramente verrà per usufruire delle mie doti, ed allora io 
    scapperò ed informerò il mio gruppo dell organizzazione interna del palazzo
    myia nel esclamare tali parole si sentiva sicura di sè, capace di affrontare ogni pericolo 
    in nome di quella gente che soffriva, e non certo per colpa loro,il ragazzo guardava myia
    con gli occhi che gli brillavano dall ammirazione che provava per myia,nonostante fosse
    una donna aveva coraggio da vendere,oltre a questo c era un altro partiolare, nei suoi 
    occhi si leggeva la sua attrazione per myia,il ragazzo che finora aveva sempre avuto un 
    viso cupo era come rinato dalla presenza di myia e cosi con parole speranzose si rivolse 
    a myia con entusiasmo guardandola direttamnete negli occhi ammalliato dalla sua 
    bellezza.
    Ragazzo: io non sono nemmeno di questo borgo vengo dalla capitale sono stato portato 
    qui per allontanarmi da mio padre poichè lui non è d accordo sulle politiche interne 
    della capitale di lèga
    myia provava pena per un povero ragazzo giovane rinchiuso in una cella in quelle 
    condizioni, cosi con un sorriso gli domandò
    Myia: e dimmi come si chiama tuo padre?
    il ragazzo sempre ammaliato dalla bellezza di myia, dai suoi capelli color argento dai 
    suoi occhi color diamante, dalle sue forme sinuose, che si addicevano alla sua altezza all 
    incirca sul 1m 70cm,myia indossava un vestito blu fatto di cotone e degli stivali fatti di 
    pelle con borchie arancioni sui lati.Il ragazzo esclamò con convinzione e ammirazione le 
    seguenti parole
    Ragazzo: mio padre si chiama mikail ed un fabbro di grande rispetto e qualità nella 
    capitale di Lèga mio padre fa parte di una famiglia di fabbri che serve il rè da 
    generazioni ma ora il nuovo rè ha abolito tutto il vecchio regime cosi mio padre ha 
    deciso di ribbelarsi ma senza successo lui è stato catturato e preso in custodia dal rè al 
    solo scopo di fabbricare armi, comunque mi presento il mio nome è george.
    Myia sempre con sguardo dispiaciuto nei confronti del ragazzo e consapevole della sua 
    sorte,provava dentro di sè un senso di disperazione, poichè non poteva fare nulla per 
    una persona che aveva bisogno del suo aiuto, myia non solo era una ragazza molto 
    avvenente ma essendo cresciuta nella povertà e nei sopprusi era anche una ragazza 
    molto sensibile quanto giusta.
    Myia: tuo padre è un uomo coraggioso spero di incontrarlo uno di questi giorni.
    esclamò myia con cercando di non far trapelare sul suo viso il senso di frustrazione che 
    stava provando.
    George: spero anchio di rivederlo presto.
    esclamò il ragazzo con convinzione,myia percepi in quelle parole piu che convinzione 
    speranza affinchè il padre si ribellasse e venisse a liberarlo,myia provata dall intensa 
    giornata passata tra il fuggire dalle guardie all udienza con hendrick,chiuse gli occhi un 
    attimo e senza nemmeno accorgersi calò in un sonno profondo.
    nel frattempo cala la notte e con passi lenti ma rumorosi lord hendrick si appresta a 
    raggiungere la prigione di myia,cosi aprendo lentamente la porta della prigione lord 
    hendrick esclamò 
    Lord hendrick: ciao myia sono venuto per te.
    le sue parole piene di gioia per quello che stava per fare,ma si accorse ben presto di nonessere solo con myia,cosi con sguardo folle lord hendrick guardò george e comandò le 
    sue guardie
    Lord hendrick:Guardie sgozzate quel ragazzino qui ho bisogno di un pò di privacy 
    il soldato col volto impietrito,anchè essendo dei vili i soldati di hendrick prima di 
    divenire soldati erano persone comuni con una coscienza che li dominava,quindi per 
    quanto fossero diventati degli uomini senza cuore c erano limiti oltre il quale non 
    potevano andare.
    Soldato:Ma signore gli ordini del rè di lèga sono chiari dobbiamo solo tenere qui questo 
    ragazzo per intimidire il padre.
    lord hendrick era un folle, e se c era qualcosa che lo infastidisse molto era l 
    insubbordinazione dei suoi soldati,cosi hendrick con voce grossa rispose
    Lord hendrick: osi declinare un mio ordine!!!!!! eseguilo subito non mi importa cosa 
    dicono gli altri questa e la mia città ed io e solo io decido cosa fare con chi è qui
    il soldato intimidito e deciso a mantere la sua posizione eseguette l ordine senza 
    discutere
    Soldato;ssiggnore.......
    george scoppiò in lacrime e il suo volto era chiaramente afflito dalla disperazione piu 
    totale
    George: nooooo non fatelo vi prego cosa ho fatto di male vi pregooo noooo
    il soldato amareggiato da cio che stava per fare borbottò qualcosa sotto voce quasi 
    come se cercasse il perdono di quel ragazzo
    Soldato: mi dispiace ragazzo...
    George: Ough
    Myia: no; la pagherai hendrick la pagherai molto cara.
    myia si sentiva corrosa dentro dall odio che stava provando in quel momento non 
    desiderava altro che uccidere hendrick e quei soldati per ciò che avevano fatto,il tutto 
    era mitigato da una solida sensazione di vuoto,come se qualcosa di brutto stesse per 
    accaderle
    Lord hendrick: e ora a noi myia coraggio spogliati!!! ih ih ih
    Myia: mai mi concederei ad un uomo subdolo come te preferirei crepare piuttosto.
    fu cosi che mentre myia parlava fu colpita alla testa e perse i sensi al suo risveglio myia 
    scoppio in lacrime sentendo che mentre lei aveva perso i sensi e lord hendrick aveva 
    abbusato di lei, e in piu come se non bastasse il corpo di george giaceva al suo fianco 
    senza vita, ma myia vide un biglietto, sul corpo inerme senza vita di george lo 
    raccolse,ed incominciò a leggerlo 
    Myia:Farai la stessa fine di quel ragazzo di fianco a te se non ti concederai a me in sposa
    ti do 24 ore per decidere firmato Lord hendrick; P:S. mi sono divertito molto mentre 
    dormivi ih ih ih.
    myia cosi in preda alla collera ridusse in mille pezzi la lettera e cadde in preda alla 
    disperazione fino a quando, dall oscurità apparve una losca figura tutta coperta da un 
    lungo abito verde,che si avvicina alla porta della prigione di myia con passo leggero 
    risoluto.
    Losca figura: ciao myia ho visto che sei nei guai sai che io ho la soluzione per te?
    disse la figura con voce sommessa quasi come un anziano signore
    Myia: chi sei tu?
    replicò myia con voce sorpresa
    Losca figura:solamente una persona che ti sta offrendo il suo aiuto per uscire da questa 
    situazione
    Myia: ottimo allora comincia col farmi uscire da qui
    Losca figura:non è questo il tipo di aiuto che volevo darti ih ih ihMyia: e allora perchè sei qui dici di volermi aiutare ma non vuoi liberarmi da qui io ho 
    solo bisogno di uscire di qui 
    Losca figura: non credo tu abbia solo bisogno di uscire di qui,da quegli ochhi che ho 
    visto prima sul tuo volto si evinceva un forte odio e una forte disperazione
    Myia:si hai ragione devo liberare la mia gente da questa tirrannia e avvisare il padre di 
    george 
    Losca figura: orc!,bene allora direi che dovresti seguirmi sentire cosa ho da proporti
    Myia: come faccio a sapere che non mi stai traendo in inganno io non ti conosco potresti
    aver intenti pericolosi.
    Losca figura: non mi sembra che tu abbia molta scelta,io ti sto solamente offrendo una 
    via d uscita da tutto quello,che stai vivendo una possibilità di eliminare i soprusi dalla 
    tua terra e siccome sono certo che tu non sposerai mai hendrick moriresti sicuramente.
    Myia: e va bene in fondo cosa ho da perdere.
    in quel momento myia afferra la mano della losca figura che gli suggerisce di chiudere 
    gli occhi myia prova un profondo senso di angoscia, che la pervade,poichè sa che una 
    persona che non ha scelte è una persona facilmente manovrabile,nell istante in cui 
    chiude gli occhi myia sente un fortissimo vuoto allo stomaco e quando li riapre si trova 
    nella sala di un castello, davanti ad un tavolo di legno tutto intagliato con dei ricami d 
    oro, delle gentili signore che la spogliano dai suoi vestiti luridi e le fanno fare un bagno 
    caldo,myia si lasia trasportare poichè non gli è ancora chiaro,cosa gli stia 
    succedendo,anche se in lo stato di rabbia profonda che provava per cio che aveva fatto 
    hendrick non accennava a passare,myia ora trovandosi in luogo mai visto prima e non 
    avendo mai visto posti all infuori del borgo di venia, aveva perso il senso dell 
    orientamento,e per lo piu aveva cosi tante domande da fare, cosi tanti dubbi da 
    dissolvere che al solo pensiero, si sentiva girare la testa,myia dopo essersi goduta,quel 
    bel bagno caldo vidè delle belle ragazze che avevano all incirca la sua età avvicinarsi a 
    lei e la tirarono entusiaste verso l altra stanza dove la fecero sedere davanti ad un grosso
    specchio dove lei poteva guardarsi mentre le ragazze la vestivano e gli aggiustavano i 
    capelli,myia oramai scalpitante di sapere chi fossero quelle donne ma ancor piu dove si 
    trovasse si rivolse alle ragazze con voce felice,poichè si leggeva nel suo volto che queste 
    sensazioni di benessere non le provava oramai da tempi immemori,oltretutto era molto 
    felice della bellissima atmosfera che rallegrava quella stanza e dalla allegria che 
    trasudava dalle ragazze mentre si divertivano a vestirla e prepararla.
    Myia:mi chiedo dove mi trovo e chi siete voi non capisco
    Ragazza:noi siamo le tue damigelle myia e tu ti trovi a forte bianco che si trova a nord 
    rispetto al tuo piccolo borgo di venia, ti stiamo preparando per l incontro con il nostro 
    padrone.
    myia rimase in silenzio perplessa sul da farsi ma soprattutto stupita di essere cosi a nord
    in un posto che non aveva mai sentito nominare, ma seppure fu investita da tutte quelle 
    sorprese provava sopratutto un grande sensazione di sollievo ora che era salva e lontana
    da hendrick,le ragazze finirono di preparare myia e la accompagnorono fuori da quella 
    bellissima stanza che lei tanto aprezzava, myia usci dalla stanza con lieve senso di 
    stupore non appena usci si trovò in un corridoio,pieno di maggiordomi che si 
    inchinavano al suo passaggio , dei muri fatti con mattoni bianchi quasi come se fossero 
    pieni di neve ed un sontuoso tappeto rosso che la accompagnava,e con leggeri passi myia
    veniva portata in una stanza alla fine del corridoio,myia era inebriata da tutto quel 
    lusso ammaliata da tutte quelle che per lei erano nuove sensazioni.arrivati davanti alla 
    porta, una porta di acciaio spesso con sopra il simbolo di un uomo che blocca un 
    meteorite che sta cadendo dal cielo,myia col fiato sospeso e un forte senso di ansia,si 
    vede aprire la porta davanti agli occhi ed un servo,all interno di questa stanza myianotò subito tutte le pergamene appese ai muri rossi, che coloravano la stanza al centro 
    della stanza c era un piccolo tavolino di legno con un mazzo di carte e due sedie e sulla 
    destra della stanza una grande balconata,dove un vecchio signore era seduto su una 
    sedia a dondolo,myia con passi leggeri si avvicina all anziano signore e si inchina con 
    fare regale quasi come se non si notasse che non aveva nobili origini,nel momento in cui 
    myia sta per pronunciare qualcosa l anziano signore pronunciò le seguenti parole.
    «dove regnano sopprusi e crudeltà,dove il confine tra uomo e animale diventa 
    sottile,dove la pace si spezza il male regnerà,e qui dove gli esseri che abitano la nebbia di
    mytene si manifesteranno e la fine del mondo sarà decisa» 
    Richtar:richtar è il mio nome sacerdote e custode delle parole della profezia da tempo 
    immemori ormai
    myia si chiedeva cosa significassero quelle parole,non avendo mai visto nulla al di fuori 
    del borgo di venia non conosceva nulla di quello che ci fosse all esterno.
    Richtar:myai leggo nei tuoi occhi l ignoranza completa di tutto cio che ti circonda lascia 
    che ti spieghi,come sai nel mondo esiste un equilibrio che non puo essere spezzato, al 
    mondo esistono creature buone e esseri malvagi,devi sapere che la regione in cui 
    viviamo non è niente altro che una piccola porzione del nostro stesso mondo,il resto del 
    mondo è completamente ricoperto da folta nebbia, dove antichi libri dei nostri avi 
    raccontano di strane e feroci creature insidiate al suo interno,un grande stregone 
    tantissimo tempo fa riuni le forze piu innaturali epotenti di tutta mytene, che ora sono 
    distribuite ai 4 punti cardinali di tutta mytene,uno è questo il forte bianco,sede dei 
    maghi e gli stregoni, il secondo è il bosco runico dove le creature chiamate nashar 
    custodivano l energia delle rune,il terzo è le antiche rovine della morte nera,e l ultimo 
    ma non meno importante è il tempio degli idilli,tutte e quattro questi posti erano 
    sorvegliat da esseri talmente potenti da essere considerati delle divinità questi esseri 
    sancirono un patto secondo il quale nessuno di loro avrebbe mai interaggito sugli 
    uomini per manovrare il loro volere,ma se cio fosse accaduto la nebbia che circonda 
    mytene si sarebbe dissolta nel nulla e la nostra amata regione sarebbe stata facile preda 
    delle creature che abitano la nebbia stessa,ebbene myia siccome ho da sempre saputo 
    che tu avevi un cuore puro ho deciso che succederai a me nel padroneggiare l arte della 
    stregoneria e difenderai il forte bianco da tutte le minacce che l apocalisse sta per 
    scatenare.
    myia rimase a bocca aperta mentre ascoltava tutte e le parole del vecchio richtar,ma 
    allo stesso tempo sentiva dentro di lei come un richiamo, come se le cose che il vecchio 
    richtar stava dicendo lei gia le sapesse, come se le avesse vissute in un altra vita, fu 
    perciò che nonostante il cuore le batteva velocemente per l ansia che stava provando, 
    non sapeva se fosse mai stata all altezza di mantenere l equilibirio dell intera regione un 
    indifesa zingara che non conosceva il mondo.richtar tossiva molto forte come se una 
    malattia nesfasta la vesse contagiato, cio nonostante guardo myia direttamente negli 
    occhi e gli disse con voce seria.
    RIchtar: myia sei pronta ti insegnero tutto quello che so sulla nostra regione sulle 
    antiche tradizioni e sulla stregoneria, lo so che per te è una grande responsabilità ma 
    non ti avrei scelta se non ti avessi reputata all altezza
    myia era lusingata da tale privilegio e anche se non aveva molte idee cchiare era pronta 
    ad affrontare questo nuovo capitolo della sua vita.
    CAPITOLO 1
     la profezia e la nebbia di mytene
    Nel tranquillo borgo malfamato di venia,composto per lo piu da paludi, e dove la 
    popolazione soffriva la fame ,e i sopprusi di lord hendrick lord del posto, sta accadendo 
    qualcosa che accade all incirca tutti i giorni.
    «prendete quella donna stavolta non ci deve scappare» 
    « si signore la faremo decapitare
    «siete i soliti sciocchi ripete sempre le stesse frasi da anni ma non mi avete mai presa 
    ahahahaha"
    mentre l inseguimento imperversa gli abitanti del borgo in modo non molto evidente 
    aiutano sempre la donna misteriosa a fuggire e anche questa volta sembra che la fuga 
    della donna misteriosa sia andata a buon fine fino a quando nella corsa verso il suo 
    rifugio nel pieno della zona abbandonata del borgo, la donna trova la sua casa 
    circondata dalle guardie, inequivocabilmente la donna cade intrappolata dalle guardie, 
    la sua casa viene bruciata e tutti i suoi averi vanno al lord del posto ovvero lord 
    hendrick, lord hendrick è un tiranno che ha trasformato la sua decorosa città in un 
    borgo malfamato dove chi ha bisogno di cure anche immediate deve disporre di denaro 
    altrimenti non puo essere curato,la maggior parte dei proventi agricoli va alla sua 
    dimora per sontuosi banchetti e feste sfarzose mentre la sua popolazione muore di fame.fame,la donna misteriosa viene portata all interno della sala del ricevimento, dalle 
    guardie del comandante per un confronto diretto con lord hendrick.
    «finalmente ho l onore di incontrarti tu sei la famigerata donna comandante della 
    armata che tenta un colpo di stato nei miei confronti, come osano, cercano di cacciare 
    me, da questa città dopo tutto quello che ho fatto per loro, non sono nient altro che degli
    ingrati!!!!!, e tu sei peggio di loro tu che architetti tutto dalle retrovie!!,e pensare che sei 
    una donna cosi bella, un corpo sontuoso degli occhi color diamante un viso angelico»,
    «non esattamente, angelico questa donna è un demonio!!!!! lord hendrick non si faccia 
    ammaliare anche lei da questa donna ignobile, non è null altro che una zingara io 
    propongo una decapitazione stasera a mezzanotte».
    «non andare cosi di fretta evans"
    « il mio nome è myia"
    «uhm myia mettela in prigione stanotte le farò visita io stesso e domani si deiderà il da 
    farsi"
    «ma come lord hendrick lascia vivere una donna cosi pericolosa non dica che io non l ho
    avvertita poiche non me ne assumo nessuna responsabilità"
    «SILENZIO!!! non osare mai piu discutere un mio ordine ne mai piu riproverarmi 
    altrimenti ti mando alla ghigliottina e lo sai che lo farò evans».
    « ............»
    in seguito a questa visita alla sala del ricevimento di lord hendrick myia sta per essere 
    portata in prigione,i suoi occhi mai prima d ora sembravano avere un espressione di 
    paura anche se con fare coraggioso lasciava che i soldati del lord la portassero nei 
    sotterranei della prigione,il castello di lord hendrick era una fortezza all avanguardia 
    fornita di mura cosi alte che le sentinelle potevano scorgere tutto il borgo di venia,il che 
    suscitava il malcontento degli abitanti che vivendo, in condizioni disagiate non potevano
    tollerare che lord hendrick vivesse nel lusso e nel aggiatezza,lord hendrick un uomo alto
    all incirca sui 180 cm,parzialmente in sovrappeso, dai colori castani e una barba molto 
    curata,seppure fosse un lord, aveva modi di fare villani,in effetti cio rispecchiava quel 
    che la gente penssasse di lui,la la popolazione di venia viveva oramai tra la vita e la 
    morte ogni giorno tra condizioni igieniche pessime, e nessuna assistenza da parte di 
    quello che per loro era il loro signore,o almeno cosi pensavano,ma con il lento 
    decadimento delle loro condizioni di vita gli abitanti di venia si resero conto che l 
    avvento di lord hendrick nel loro piccolo borgo, non aveva portato niente altro che 
    disgrazie,per quanto riguarda myia,era una ragazza molto avvenente corteggiata e 
    ammirata da molti sui compaesani, poichè era l unica capace di sfuggire alle grinfie 
    delle guardie di hendrick che spesso provocavano disordini, ai quali myia si opponeva 
    senza mai essere stata catturata,infatti la notizia della cattura di myia lasciò il popolo in 
    un totale stato d ansia poichè myia godeva delle simpatie di molti compaesani adulti e 
    bambini,cosi mentre myia veniva trasportata negli umidi e poco iginieci sotterranei 
    della prigione,nutriva un senso di disgusto in quello che era il fare dei soldati di 
    hendrick,che non proveniva dal fatto che l avessero catturata ma bensi dal fatto che 
    anche loro fossero abitanti che provenivano dalla vecchia venia, e che adesso per i loro 
    bisogni avevano voltato le spalle ai loro compaesani, e talvolta si comportavano da 
    sciacalli nei loro confronti pretendendo cose che non gli spettavano, il forte dissenso di 
    myia proveniva proprio dal fatto che lei non, capiva come i soldati fossero cambiati in 
    modo cosi radicale visto che anche loro erano passati tra le atroci sofferenze che 
    hendrick procurava al suo popolo,alchè durante il percorso per arrivare alle prigioni 
    myia guardo con sguardo fuoriibondo i due soldati,ma oltre alla rabbia che percuoteva 
    il suo animo, c 'era anche un forte odio che provava per loro,i due soldati notarono lo 
    sguardo minaccioso di myia nei loro confronti,cosi dissero all unanimità«non ci sopporti vero»?
    da queste parole sembrava trapelasse un senso di scherno nei confronti di myia quasi 
    come se stessero per prenderla in giro,myia con le mani che sudavano e un furore che 
    divampava rispose
    «voi,come potete voi non capire il dolore che state provocando alle persone che vivono 
    nel borgo,voi stessi eravate abitanti del borgo prima che hendrick vi addestrasse e vi 
    facesse diventare sue guardie».
    le guardie replicarono con un ghigno sul viso e un evidente tranquillità che 
    accompagnava le loro parole:
    «le nostre esigenze vengono prima del nostro popolo è una lezione che lord hendrick ci 
    ha inseganto».
    «esatto non c è giustizia che ci faccia vivere nelle condizioni in cui siamo adesso,pertanto
    noi diamo solo conto a quella che è la nostra giustizia personale».
    myia era chiaramente disgustata dalle parole dei soldati e dalla loro convinzione nel 
    esprimerlo, e colse un egoismo profondo nelle loro parole non cercò di fargli cambiare 
    idea, cosi le due guardie la tenevano per le braccia rispettivamente una a destra ed un 
    altra a sinistra,e la trascinavano giu dalle scale a chiocciola fatte di pietra,piu in giu si 
    scendeva piu il tanfo dei cadaveri si manifestava, in modo incessante, myia per la prima 
    volta era pervasa da un amarezza mai provata prima, nel costatare l' ipocrisia di quegli 
    uomini nella gestione del proprio paese,seppure le scale per arrivare alla prigione non 
    fossero molte i soldati prolungavano la camminata al fine di mortificare myia durante il
    tragitto,myia però in preda al disgusto e al poco rispetto che nutriva per quelle persone 
    subi senza rispondere le loro malefatte, fino a quando i soldati con ghigno di 
    soddisfazione raggiusero le prigioni, un luogo umido costellato di topi, c' erano persino 
    cadaveri nelle celle lasciati a marcire,myia rabbrividi di fronte a tanta crudeltà non 
    immaginava che la crudeltà di hendrick andasse cosi lontanto almeno fino ad allora, fu 
    cosi che i soldati a passo lento accompagnarono myia verso la sua cella erano due tipi 
    grossi e parlavano con una voce forte quasi come se fossero due vichinghi, arrivati 
    davanti alla cella uno dei soldati apri la cella e l altro con fare estremamente brusco 
    lanciò myia nella sua cella e con voce forte e minacciosa esclamò
    Soldato: resta qui zingara e non fare rumore altrimenti ti taglio la gola prima ancora di 
    vederti sul patibolo
    myia che finora era in un evidente stato di frustrazione replicò enrgicamente
    Myia: non credo proprio che tu possa farlo sei soltanto un inutile soldato, e non puoi 
    certo disobbedire agli ordini di hendrick
    questa risposta provoca una sorta di ira,cio lo si evinceva dal suo volto che divenne 
    quasi quello di un maniaco, era quasi come se l unica cosa che lo fermasse dal fare fuori 
    myia fosse l ordine di hendrick e la paura di tornare in quel borgo malfamato,entro il 
    quale lui stesso commetteva ingiustizie continue e immotivate contro persone che non 
    avevano modo di difendersi,cosi con questo scambio di sguardi il soldato sbattè la porta 
    della cella e se ne andò sbattendo i piedi per terra con furore come se la cosa l avesse 
    turbato piu di avesse dovuto farlo, in quel momento sul volto di myia si stampo un 
    espressione di soddisfazione per aver inferto a quel soldato solo quello che era l 10% che
    la gente del borgo doveva sopportare per colpa delle condizoni disagiate e delle loro 
    malfatte, dopo la risposta di myia al soldato una voce con tono entusiasta si rivolse a 
    myia, la voce proveniva da dietro di lei cosi myia voltò la testa e scorse un gracile 
    ragazzo dai capell biondi, aveva uno sguardo deperito, le borse sotto ogli occhi ed aveva 
    le mani tutte nere, ed il viso pieno di segni come se l avessero picchiato piu volte,inoltre 
    vestiva di stracci che non emanavano il benchè minimo calore, il che risultava essere 
    tremendo visto che la prigone era un luogo prettamente umido.Ragazzo: wow ragazza hai un coraggio nel rispondere cosi ad una guardia carceraria io 
    non avrei mai potuto farlo.
    myia alzò gli occhi sul ragazzo si alzo dal centro della stanza dove era stata scaraventata
    dal bruto soldato e si sedette accanto al ragazzo, e con sguardo fiero e voce sicura 
    pronunciò le seguenti parole.
    Myia: se l ho fatto è perche sono sicura che lord hendrick stanotte verrà qui e non verrà
    solo per farmi visita ma sicuramente verrà per usufruire delle mie doti, ed allora io 
    scapperò ed informerò il mio gruppo dell organizzazione interna del palazzo
    myia nel esclamare tali parole si sentiva sicura di sè, capace di affrontare ogni pericolo 
    in nome di quella gente che soffriva, e non certo per colpa loro,il ragazzo guardava myia
    con gli occhi che gli brillavano dall ammirazione che provava per myia,nonostante fosse
    una donna aveva coraggio da vendere,oltre a questo c era un altro partiolare, nei suoi 
    occhi si leggeva la sua attrazione per myia,il ragazzo che finora aveva sempre avuto un 
    viso cupo era come rinato dalla presenza di myia e cosi con parole speranzose si rivolse 
    a myia con entusiasmo guardandola direttamnete negli occhi ammalliato dalla sua 
    bellezza.
    Ragazzo: io non sono nemmeno di questo borgo vengo dalla capitale sono stato portato 
    qui per allontanarmi da mio padre poichè lui non è d accordo sulle politiche interne 
    della capitale di lèga
    myia provava pena per un povero ragazzo giovane rinchiuso in una cella in quelle 
    condizioni, cosi con un sorriso gli domandò
    Myia: e dimmi come si chiama tuo padre?
    il ragazzo sempre ammaliato dalla bellezza di myia, dai suoi capelli color argento dai 
    suoi occhi color diamante, dalle sue forme sinuose, che si addicevano alla sua altezza all 
    incirca sul 1m 70cm,myia indossava un vestito blu fatto di cotone e degli stivali fatti di 
    pelle con borchie arancioni sui lati.Il ragazzo esclamò con convinzione e ammirazione le 
    seguenti parole
    Ragazzo: mio padre si chiama mikail ed un fabbro di grande rispetto e qualità nella 
    capitale di Lèga mio padre fa parte di una famiglia di fabbri che serve il rè da 
    generazioni ma ora il nuovo rè ha abolito tutto il vecchio regime cosi mio padre ha 
    deciso di ribbelarsi ma senza successo lui è stato catturato e preso in custodia dal rè al 
    solo scopo di fabbricare armi, comunque mi presento il mio nome è george.
    Myia sempre con sguardo dispiaciuto nei confronti del ragazzo e consapevole della sua 
    sorte,provava dentro di sè un senso di disperazione, poichè non poteva fare nulla per 
    una persona che aveva bisogno del suo aiuto, myia non solo era una ragazza molto 
    avvenente ma essendo cresciuta nella povertà e nei sopprusi era anche una ragazza 
    molto sensibile quanto giusta.
    Myia: tuo padre è un uomo coraggioso spero di incontrarlo uno di questi giorni.
    esclamò myia con cercando di non far trapelare sul suo viso il senso di frustrazione che 
    stava provando.
    George: spero anchio di rivederlo presto.
    esclamò il ragazzo con convinzione,myia percepi in quelle parole piu che convinzione 
    speranza affinchè il padre si ribellasse e venisse a liberarlo,myia provata dall intensa 
    giornata passata tra il fuggire dalle guardie all udienza con hendrick,chiuse gli occhi un 
    attimo e senza nemmeno accorgersi calò in un sonno profondo.
    nel frattempo cala la notte e con passi lenti ma rumorosi lord hendrick si appresta a 
    raggiungere la prigione di myia,cosi aprendo lentamente la porta della prigione lord 
    hendrick esclamò 
    Lord hendrick: ciao myia sono venuto per te.
    le sue parole piene di gioia per quello che stava per fare,ma si accorse ben presto di nonessere solo con myia,cosi con sguardo folle lord hendrick guardò george e comandò le 
    sue guardie
    Lord hendrick:Guardie sgozzate quel ragazzino qui ho bisogno di un pò di privacy 
    il soldato col volto impietrito,anchè essendo dei vili i soldati di hendrick prima di 
    divenire soldati erano persone comuni con una coscienza che li dominava,quindi per 
    quanto fossero diventati degli uomini senza cuore c erano limiti oltre il quale non 
    potevano andare.
    Soldato:Ma signore gli ordini del rè di lèga sono chiari dobbiamo solo tenere qui questo 
    ragazzo per intimidire il padre.
    lord hendrick era un folle, e se c era qualcosa che lo infastidisse molto era l 
    insubbordinazione dei suoi soldati,cosi hendrick con voce grossa rispose
    Lord hendrick: osi declinare un mio ordine!!!!!! eseguilo subito non mi importa cosa 
    dicono gli altri questa e la mia città ed io e solo io decido cosa fare con chi è qui
    il soldato intimidito e deciso a mantere la sua posizione eseguette l ordine senza 
    discutere
    Soldato;ssiggnore.......
    george scoppiò in lacrime e il suo volto era chiaramente afflito dalla disperazione piu 
    totale
    George: nooooo non fatelo vi prego cosa ho fatto di male vi pregooo noooo
    il soldato amareggiato da cio che stava per fare borbottò qualcosa sotto voce quasi 
    come se cercasse il perdono di quel ragazzo
    Soldato: mi dispiace ragazzo...
    George: Ough
    Myia: no; la pagherai hendrick la pagherai molto cara.
    myia si sentiva corrosa dentro dall odio che stava provando in quel momento non 
    desiderava altro che uccidere hendrick e quei soldati per ciò che avevano fatto,il tutto 
    era mitigato da una solida sensazione di vuoto,come se qualcosa di brutto stesse per 
    accaderle
    Lord hendrick: e ora a noi myia coraggio spogliati!!! ih ih ih
    Myia: mai mi concederei ad un uomo subdolo come te preferirei crepare piuttosto.
    fu cosi che mentre myia parlava fu colpita alla testa e perse i sensi al suo risveglio myia 
    scoppio in lacrime sentendo che mentre lei aveva perso i sensi e lord hendrick aveva 
    abbusato di lei, e in piu come se non bastasse il corpo di george giaceva al suo fianco 
    senza vita, ma myia vide un biglietto, sul corpo inerme senza vita di george lo 
    raccolse,ed incominciò a leggerlo 
    Myia:Farai la stessa fine di quel ragazzo di fianco a te se non ti concederai a me in sposa
    ti do 24 ore per decidere firmato Lord hendrick; P:S. mi sono divertito molto mentre 
    dormivi ih ih ih.
    myia cosi in preda alla collera ridusse in mille pezzi la lettera e cadde in preda alla 
    disperazione fino a quando, dall oscurità apparve una losca figura tutta coperta da un 
    lungo abito verde,che si avvicina alla porta della prigione di myia con passo leggero 
    risoluto.
    Losca figura: ciao myia ho visto che sei nei guai sai che io ho la soluzione per te?
    disse la figura con voce sommessa quasi come un anziano signore
    Myia: chi sei tu?
    replicò myia con voce sorpresa
    Losca figura:solamente una persona che ti sta offrendo il suo aiuto per uscire da questa 
    situazione
    Myia: ottimo allora comincia col farmi uscire da qui
    Losca figura:non è questo il tipo di aiuto che volevo darti ih ih ihMyia: e allora perchè sei qui dici di volermi aiutare ma non vuoi liberarmi da qui io ho 
    solo bisogno di uscire di qui 
    Losca figura: non credo tu abbia solo bisogno di uscire di qui,da quegli ochhi che ho 
    visto prima sul tuo volto si evinceva un forte odio e una forte disperazione
    Myia:si hai ragione devo liberare la mia gente da questa tirrannia e avvisare il padre di 
    george 
    Losca figura: orc!,bene allora direi che dovresti seguirmi sentire cosa ho da proporti
    Myia: come faccio a sapere che non mi stai traendo in inganno io non ti conosco potresti
    aver intenti pericolosi.
    Losca figura: non mi sembra che tu abbia molta scelta,io ti sto solamente offrendo una 
    via d uscita da tutto quello,che stai vivendo una possibilità di eliminare i soprusi dalla 
    tua terra e siccome sono certo che tu non sposerai mai hendrick moriresti sicuramente.
    Myia: e va bene in fondo cosa ho da perdere.
    in quel momento myia afferra la mano della losca figura che gli suggerisce di chiudere 
    gli occhi myia prova un profondo senso di angoscia, che la pervade,poichè sa che una 
    persona che non ha scelte è una persona facilmente manovrabile,nell istante in cui 
    chiude gli occhi myia sente un fortissimo vuoto allo stomaco e quando li riapre si trova 
    nella sala di un castello, davanti ad un tavolo di legno tutto intagliato con dei ricami d 
    oro, delle gentili signore che la spogliano dai suoi vestiti luridi e le fanno fare un bagno 
    caldo,myia si lasia trasportare poichè non gli è ancora chiaro,cosa gli stia 
    succedendo,anche se in lo stato di rabbia profonda che provava per cio che aveva fatto 
    hendrick non accennava a passare,myia ora trovandosi in luogo mai visto prima e non 
    avendo mai visto posti all infuori del borgo di venia, aveva perso il senso dell 
    orientamento,e per lo piu aveva cosi tante domande da fare, cosi tanti dubbi da 
    dissolvere che al solo pensiero, si sentiva girare la testa,myia dopo essersi goduta,quel 
    bel bagno caldo vidè delle belle ragazze che avevano all incirca la sua età avvicinarsi a 
    lei e la tirarono entusiaste verso l altra stanza dove la fecero sedere davanti ad un grosso
    specchio dove lei poteva guardarsi mentre le ragazze la vestivano e gli aggiustavano i 
    capelli,myia oramai scalpitante di sapere chi fossero quelle donne ma ancor piu dove si 
    trovasse si rivolse alle ragazze con voce felice,poichè si leggeva nel suo volto che queste 
    sensazioni di benessere non le provava oramai da tempi immemori,oltretutto era molto 
    felice della bellissima atmosfera che rallegrava quella stanza e dalla allegria che 
    trasudava dalle ragazze mentre si divertivano a vestirla e prepararla.
    Myia:mi chiedo dove mi trovo e chi siete voi non capisco
    Ragazza:noi siamo le tue damigelle myia e tu ti trovi a forte bianco che si trova a nord 
    rispetto al tuo piccolo borgo di venia, ti stiamo preparando per l incontro con il nostro 
    padrone.
    myia rimase in silenzio perplessa sul da farsi ma soprattutto stupita di essere cosi a nord
    in un posto che non aveva mai sentito nominare, ma seppure fu investita da tutte quelle 
    sorprese provava sopratutto un grande sensazione di sollievo ora che era salva e lontana
    da hendrick,le ragazze finirono di preparare myia e la accompagnorono fuori da quella 
    bellissima stanza che lei tanto aprezzava, myia usci dalla stanza con lieve senso di 
    stupore non appena usci si trovò in un corridoio,pieno di maggiordomi che si 
    inchinavano al suo passaggio , dei muri fatti con mattoni bianchi quasi come se fossero 
    pieni di neve ed un sontuoso tappeto rosso che la accompagnava,e con leggeri passi myia
    veniva portata in una stanza alla fine del corridoio,myia era inebriata da tutto quel 
    lusso ammaliata da tutte quelle che per lei erano nuove sensazioni.arrivati davanti alla 
    porta, una porta di acciaio spesso con sopra il simbolo di un uomo che blocca un 
    meteorite che sta cadendo dal cielo,myia col fiato sospeso e un forte senso di ansia,si 
    vede aprire la porta davanti agli occhi ed un servo,all interno di questa stanza myianotò subito tutte le pergamene appese ai muri rossi, che coloravano la stanza al centro 
    della stanza c era un piccolo tavolino di legno con un mazzo di carte e due sedie e sulla 
    destra della stanza una grande balconata,dove un vecchio signore era seduto su una 
    sedia a dondolo,myia con passi leggeri si avvicina all anziano signore e si inchina con 
    fare regale quasi come se non si notasse che non aveva nobili origini,nel momento in cui 
    myia sta per pronunciare qualcosa l anziano signore pronunciò le seguenti parole.
    «dove regnano sopprusi e crudeltà,dove il confine tra uomo e animale diventa 
    sottile,dove la pace si spezza il male regnerà,e qui dove gli esseri che abitano la nebbia di
    mytene si manifesteranno e la fine del mondo sarà decisa» 
    Richtar:richtar è il mio nome sacerdote e custode delle parole della profezia da tempo 
    immemori ormai
    myia si chiedeva cosa significassero quelle parole,non avendo mai visto nulla al di fuori 
    del borgo di venia non conosceva nulla di quello che ci fosse all esterno.
    Richtar:myai leggo nei tuoi occhi l ignoranza completa di tutto cio che ti circonda lascia 
    che ti spieghi,come sai nel mondo esiste un equilibrio che non puo essere spezzato, al 
    mondo esistono creature buone e esseri malvagi,devi sapere che la regione in cui 
    viviamo non è niente altro che una piccola porzione del nostro stesso mondo,il resto del 
    mondo è completamente ricoperto da folta nebbia, dove antichi libri dei nostri avi 
    raccontano di strane e feroci creature insidiate al suo interno,un grande stregone 
    tantissimo tempo fa riuni le forze piu innaturali epotenti di tutta mytene, che ora sono 
    distribuite ai 4 punti cardinali di tutta mytene,uno è questo il forte bianco,sede dei 
    maghi e gli stregoni, il secondo è il bosco runico dove le creature chiamate nashar 
    custodivano l energia delle rune,il terzo è le antiche rovine della morte nera,e l ultimo 
    ma non meno importante è il tempio degli idilli,tutte e quattro questi posti erano 
    sorvegliat da esseri talmente potenti da essere considerati delle divinità questi esseri 
    sancirono un patto secondo il quale nessuno di loro avrebbe mai interaggito sugli 
    uomini per manovrare il loro volere,ma se cio fosse accaduto la nebbia che circonda 
    mytene si sarebbe dissolta nel nulla e la nostra amata regione sarebbe stata facile preda 
    delle creature che abitano la nebbia stessa,ebbene myia siccome ho da sempre saputo 
    che tu avevi un cuore puro ho deciso che succederai a me nel padroneggiare l arte della 
    stregoneria e difenderai il forte bianco da tutte le minacce che l apocalisse sta per 
    scatenare.
    myia rimase a bocca aperta mentre ascoltava tutte e le parole del vecchio richtar,ma 
    allo stesso tempo sentiva dentro di lei come un richiamo, come se le cose che il vecchio 
    richtar stava dicendo lei gia le sapesse, come se le avesse vissute in un altra vita, fu 
    perciò che nonostante il cuore le batteva velocemente per l ansia che stava provando, 
    non sapeva se fosse mai stata all altezza di mantenere l equilibirio dell intera regione un 
    indifesa zingara che non conosceva il mondo.richtar tossiva molto forte come se una 
    malattia nesfasta la vesse contagiato, cio nonostante guardo myia direttamente negli 
    occhi e gli disse con voce seria.
    RIchtar: myia sei pronta ti insegnero tutto quello che so sulla nostra regione sulle 
    antiche tradizioni e sulla stregoneria, lo so che per te è una grande responsabilità ma 
    non ti avrei scelta se non ti avessi reputata all altezza
    myia era lusingata da tale privilegio e anche se non aveva molte idee cchiare era pronta 
    ad affrontare questo nuovo capitolo della sua vita.
    L'ultimo bacio te l'ho rubato in sogno. Qui su questo letto d'ospedale. Ti passavo accanto e ti ho sorpreso con uno scatto, che si è posato, leggero, sul tuo viso. È stato reale, quanto quelli della nostra vita insieme!... Arriverai fra qualche ora, col tuo sorriso un po' forzato, felice di vedermi ancora una volta. Ancora un giorno insieme... Ma io sto già pensando che non ti dirò di quell'ultimo bacio.
    E non è stato per cattiveria che nessuno se n’è accorto…
    Se soltanto ci fosse il tempo di soffermarsi sulle cose, di prestare loro attenzione, anche quei mille pezzetti di carta sparsi sul marciapiede di fronte alla scuola elementare potrebbero raccontare la loro vicenda triste:
    “Non siamo nati come pezzetti piccoli piccoli; fino a ieri sera eravamo un bel foglio unico di carta da lettere profumata, e se ci guardavi in controluce ti saresti stupito per l’eleganza della nostra filigrana. Guardaci adesso, invece! Non sappiamo più quanti piedi, quante zampe ci abbiano calpestato. Che maleducazione, che indecenza! Mai un foglio come quello che siamo stati fu accolto con pari sufficienza e trattato con pari perfidia, diamine!
     
    Permettici di raccontarti la nostra breve storia dall’inizio, sii gentile; così, almeno, il nostro sacrificio non sarà stato interamente vano.
    Ieri sera ce ne stavamo comodi, tutti riuniti in un solo foglio, insieme agli altri compagni e alle signorine buste, nel cassetto dello scrittoio della mamma. All’improvviso dei passi si sono avvicinati, qualcuno ha acceso la lampada da lettura sul ripiano e aperto il cassetto. Per un attimo la luce ci ha infastiditi.
    Subito, la mano grassoccia di Simone si è infilata nel nostro nascondiglio per prendere due o tre di noi, insieme a una signorina busta. Ci ha avvicinati al naso per annusare il nostro profumo ed è parso fermarsi un attimo a pensare, chissà a cosa, poi. Insomma, per farla breve, ci ha portati via, tutto soddisfatto. Con fare guardingo, scivolando lungo i muri senza far rumore, è riuscito a raggiungere la sua cameretta e chiudervisi.
    Forse era tardi, ricordo che pensammo, e a quell’ora avrebbe dovuto dormire invece di girellare per casa con intenzioni strambe. Comunque, ci ha posati con gentilezza – Simone è un bambino gentile – sul suo banco e ha impiegato qualche minuto a scegliere la penna adatta. Tirava su col naso e si asciugava il moccio con la manica del pigiama. Questo, alla mamma, non sarebbe piaciuto per nulla.
    Finalmente ha trovato la penna che cercava. Spostata con delicatezza la sedia per prendervi posto, ha cominciato a scrivere. Era più insicuro del solito, si tormentava un sopracciglio pizzicandolo e non si decideva a cominciare. A un certo punto è sembrato pronto, ha posato la punta della penna sul foglio, ma dopo una leggera pressione si è fermato esclamando: «No!» ed è rimasto ancora un momento a pensare. A chi mai dovrà scrivere? Ce lo chiedevamo tutti, ma cosa può fare un foglio di carta in questi casi, se non pazientare? E noi pazientavamo. Simone, allora, ha tirato un sospiro e si è piegato su di noi, apparentemente fermo nel suo intento. Infatti:
     
    Carissima Giada,
    ti scrivo questa lettera perché volevo dirti che per me tu sei la bambina più bella della classe seconda  A, e perché vorrei chiederti se vuoi essere la mia fidanzata e se vuoi fare ginnastica insieme a me giovedì alla terza ora. In cambio io posso aiutarti in matematica, ché ho capito che non sei tanto brava.
    Con amore, Simone.
     
    Ci credi se ti diciamo che eravamo tutti commossi? Certo, se avessimo lacrimato addio inchiostro! E quindi abbiamo trattenuto l’emozione e ci siamo piegati docili sotto le dita di Simone. Siamo stati riposti in una signorina busta un po’ stupidina, dobbiamo dire con rammarico. Voglio intendere che non c’è alcun bisogno di agitarsi ed emettere risolini nervosi soltanto perché qualcuno ti scrive sopra un indirizzo! E cosa dovremmo dire noi fogli, allora?
     
    Simone ci ha infilati nella sua cartella ed è andato finalmente a coricarsi. A giudicare dal suo girarsi e rigirarsi, non credo abbia dormito molto!
    Il giorno dopo, cioè questa mattina, è arrivato a scuola come sempre in orario, con i capelli pettinati ordinatamente e il viso pulito. Noi siamo rimasti nascosti fino al momento della ricreazione, quando la sua mano sudaticcia ci ha tirati fuori dalla cartella. Chissà se il nostro profumo avrebbe resistito a questo!
    Correndo come un pazzo, Simone si è diretto verso il cortile, urtando un paio di bambine che hanno urlato neanche le avesse gettate per terra. Uscendo si è fatto schermo dal sole con la mano libera, mentre si guardava in giro in cerca di Giada.
    Ed eccola lì.
    Non era da sola, però: due compagne stavano dividendo la merenda con lei. Simone era indeciso, si sentiva, ma ormai il tempo stringeva e doveva assolutamente consegnarci. Ha messo le ali ai piedi, allora, spuntando davanti al gruppetto all’improvviso. Deve anche averle spaventate. Ha farfugliato qualcosa di incomprensibile e ci ha lasciati nelle mani di una bimba proprio bella. Per somma sfortuna, la campanella ha richiamato tutti in classe proprio in quell’istante e ci siamo dovuti accontentare, per il momento, semplicemente di cambiare zaino. Devo essere sincero, non stavamo più nelle fibre! Sì, in fin dei conti siamo nati per questo!
    È già emozionante raccogliere le confidenze di chi ci scrive addosso, ma, sul serio, guardare in faccia il loro destinatario è un’esperienza che ha del memorabile!
    Non ci crederete, ma ci sono alcuni di noi che restano custoditi come tesori per anni e anni! Un mio conoscente mi ha raccontato di lettere scritte talmente tanti anni fa, e da gente talmente importante, che oggi sono protette da lastre di vetro ed esibite nei musei! Vi pare poco? E noi stavamo ad aspettare che finisse l’orario di scuola per goderci la reazione di Giada.
    Alla fine la benedetta campanella ha dato il suo trillo allegro e tutti i bambini sono corsi fuori rumorosi.
    Simone ha perso un po’ di tempo a sistemare i libri, evidentemente, perché ci ha messo di più a uscire. Noi abbiamo attraversato la strada insieme a Giada e le sue amichette e siamo stati letti esattamente alle ore 13,34. Non potevamo credere a ciò che abbiamo visto! La bambina ha aperto la signorina busta senza neanche annusarla, e lasciamo perdere l’espressione offesa di quest’ultima. Poi, con una smorfia che sembrava dire “Ma tutte a me devono capitare?”  ha tirato fuori il superbo foglio che eravamo e ha letto il pensiero delicato di Simone.
    A questo punto, incredibile!, è scoppiata a ridere e ha riletto tutto ad alta voce, cosicché anche le sue amichette potessero partecipare alla sua ilarità. Quante linguacce hanno fatto, quelle tre stupidine, mentre ci stracciavano in mille pezzi!
    Quante volte hanno cantilenato “Simone ciccione, Simone grassone!” mentre ci spargevano sul selciato per correre via ridendo in modo davvero sguaiato.
    Io ho fatto in tempo a vedere Simone dall’altra parte della strada, prima di essere calpestato dal primo piede della giornata, e ho capito che non eravamo stati gli unici a esser stati fatti in mille pezzi.”
    La notte del 7 maggio 1943 faceva troppo caldo per riuscire a dormire.
    Miranda scostò il lenzuolo, pesante come la più fitta delle coperte, si alzò per spalancare la finestra, insensatamente dimentica della situazione, e richiuderla subito dopo, rassegnandosi a trascorrere le ore che la separavano dall’alba senza il beneficio di un filo d’aria.
    Aveva fame, il suo stomaco non smetteva di ricordarle quale meraviglia sarebbe stata un abbondante piatto di pasta al pomodoro, di semplice pasta al pomodoro, magari con una fogliolina di basilico profumato.
    — Siano maledetti!— masticò tra i denti, tornando verso il letto.
    Si aggrappò all’egoista sollievo di non doverlo dividere con Francesco: in due, la tortura del caldo si sarebbe rivelata davvero eccessiva.
    Mentre si doleva di non poter neanche consolarsi con la lettura di un buon libro - accendere una luce nell’oscurità era proibito da tempo ormai immemore - le parve di sentire dei rumori provenienti dal piano di sotto.
    Tra sé e sé, pregò che non fosse Flavia in cerca di qualcosa da mangiare; fino a quando i morsi della fame tormentavano lei, pazienza, ma il pensiero che la sua bambina avesse a soffrirne le faceva perdere i lumi della ragione. Rapida, fu in piedi, afferrò la vestaglia e uscì dalla camera per controllare che tutto fosse a posto.
    Non era Flavia, la piccola dormiva tranquilla nel suo letto. Miranda scese lo scalone con i sensi all’erta. Possibile che qualcuno si fosse introdotto in casa? E da dove?
    Per sicurezza, prese la rivoltella dal cassetto della scrivania nello studio di Francesco, e, fingendo con se stessa di non avere paura, si avviò verso le cucine. Soltanto da lì, dalla porta sul retro, avrebbero potuto violare lo spazio sacro della casa.
    “Non ho mai sparato, ma non importa. Non ho mai sparato, ma non importa”. Come una formula magica evocatrice di coraggio, Miranda ripeteva quelle parole nella sua mente, avanzando. Nel buio assoluto, mise la mano sul pomello della porta e lo fece ruotare. Un frastuono di sedie accompagnò piccole esclamazioni di spavento e lei alzò l’arma tremando.
    — Zitta, sono io!—
    Nel sussurro, Miranda riconobbe la voce di sua madre.
    — Santo Cielo, mamma, stavo per sparare!
    — Abbassa la voce, ti dico.
    — Ma cosa fate? Non state bene?
    — Appoggia sulla credenza ciò che hai in mano e avvicinati.
    Miranda, gli occhi ormai abituati al buio, distinse la sagoma del grande mobile e vi lasciò sopra la pistola. In pochi passi fu davanti alla Contessa. Questa le intimò ancora una volta il silenzio, con un dito sulla bocca, e si guardò indietro annuendo.
    Due minuscole figure si palesarono, allora, come generate dal nulla. La più piccola singhiozzava in silenzio, stringendo forte la mano dell’altra. Miranda non le aveva più viste dallo scoppio della guerra e impiegò qualche secondo a riconoscerle: due mucchietti d’ossa, tristissime, i capelli impastati di sporcizia e gli occhi troppo grandi.
    Come uno schiaffo in piena faccia, Miranda accolse il senso di colpa quasi insopportabile: non avrebbe potuto contare le volte in cui aveva pregato Francesco di ottenere informazioni sui suoi amici, sul loro destino. Lui si era sempre rifiutato di farlo,
    “Comprendi anche tu che non posso, non posso proprio chiedere! Sono ebrei, e mostrare che ho a cuore la loro sorte getterebbe un’ombra di sospetto anche su noi. Cerca di capire almeno questo, in nome del Cielo, Miranda!”
    E lei aveva lasciato perdere, vigliaccamente, pur indovinando la drammaticità della tragedia nella tragedia.
    Ora, però, le parole spazientite dell’esimio dottore le tornarono su come l’acido di un pasto mal digerito e le gambe non la ressero più.
    Cadde in ginocchio davanti alle bambine e le strinse in un abbraccio senza respiro, mentre il mare di lacrime che sentiva agitarsi dentro trovava la sua strada per sfogarsi.
    Esther e Anna piansero di rimando, spaventate, non sapendo bene che altro fare. Quando si separarono, la vista della contessa Paola che metteva in tavola due fette di pane e un piattino con dentro qualcosa di morbido, forse gelatinoso, ma che profumava di frutta fece credere alle piccole di avere le traveggole.
    Esther aiutò Anna a sedersi, con un atteggiamento da grande che commosse Miranda nel profondo, poi prese posto anche lei e insieme si avventarono sul cibo.
    — Avevano questi, in tasca—
    Paola porse a sua figlia due foglietti di carta scura, spiegazzati.
    — Mi serve una candela!— e, rivolgendosi alle nuove ospiti, aggiunse:
    — Care, vi lascio un attimo.
    Da un cassetto prese un lumino di sego ed entrò nello stanzino delle scope.
    Alla luce della fiammella, spiegò il foglio e lesse:
    Amica mia, se leggi queste parole è segno che le mie bambine, o almeno una di loro, sono giunte fino a te. So di chiederti molto, in questo momento di sofferenza profonda per tutti, ma ti prego, ti prego, salvale! La situazione è precipitata, non abbiamo più niente per nutrirle. Sei la loro unica speranza. Possa Dio farci incontrare di nuovo, in questa vita o nell’altra. Grazie, dal profondo del mio cuore.
     
     
    Eccomi qui; rovinato, mi vedo ancora una volta rovinato, spalle al muro, non ho scampo.
    Ma fino a quando una nota di punk o meglio di hardcore punk mi procurerà un solo brivido lungo la schiena, ecco, allora capirò che sono ancora vivo e con un minimo di generica speranza.
    Proprio questa mi serviva, anzi mi era indispensabile mentre con la mia vecchia auto, mi stavo recando a sostenere un colloquio di lavoro. Era un ennesimo colloquio di lavoro, l’ultimo cronologicamente di tanti precedentemente non superati, quindi non mi sosteneva nessun tipo di aspettativa. L’auto dicevo, il mio nido viaggiante, un rottame marciante con più di 450.000 km alle spalle percorsi con onore, purtroppo era quella che era, ma l’impianto audio, pur modesto, era perfetto, lucidissimo e comunque funzionale alle mie esigenze.
    Fondamentale per la mia esistenza visto anche tutto il tempo che trascorrevo in auto; quanto ne trascorrevo ? circa tre ore al giorno, tutti i giorni per recarmi al lavoro; che tristezza, che strazio, e non potevo neppure definirlo inutile perché lo stipendio che ne derivava mi era assolutamente necessario.
    Questo era una fonte primaria di malessere interiore, la necessità economica a fronte di un qualcosa definito lavoro che in realtà vedevo come una gelatina, un pudding, incolore, informe ma soprattutto insapore e incapace di qualunque stimolo, per cui appiattente cerebralmente e psichicamente e per soprammercato organizzato e gestito dall’alto da persone inadeguate e incapaci, per usare degli eufemismi.
    Ora, vorrei dire senza polemica ma in realtà facendola pesantemente, se un soggetto o peggio due, appunto, che per comodità indicherò con i veri acronimi, M.F. e F.R., si inventano posizioni professionali molto alte e importanti ma sono degli stupidi incapaci e arroganti, il mix è esplosivo e il risultato del loro operare è, nella migliore delle ipotesi, deletereo.
    Posso arrivare, non certo a giustificare ma a capire e forse anche in qualche modo apprezzare le eleganti e disinvolte nuotate nelle immense acque aperte dei mercati dei veri squali d’azienda, personaggi cinici ma validi, capaci di operazioni spesso impopolari ma fruttevoli e funzionali, derivanti da visioni lucide, lungimiranti e operativamente nonché organizzativamente realizzabili.
    Purtroppo nel mio caso parliamo di tutt’altro; di due piccoli pesci ottusi ed egoisti abituati a sguazzare in pozzanghere loro congeniali, melmose e maleodoranti, per cui avvezzi a fetore e lordura ma soprattutto destinati a contaminare chi controvoglia si trovasse ad avvicinarli.
    Dunque andavo e viaggiavo e ascoltavo e pensavo anche se non mi riesce bene nessuna cosa mentre ascolto della musica, sono troppo avvolto e concentrato su di lei; pensavo alla mia pessima situazione lavorativa, quella sentimentale per il momento volevo risparmiarmela giusto perché trattavo mentalmente con me stesso e in un certo qual modo volevo autoproteggermi.
    Questa seconda parte di pensieri me la sarei riservata per il ritorno, chissà che se unita a un’ennesima delusione lavorativa, mi avrebbe risolto finalmente ad agire in qualche senso.
    Per il momento pensavo e cercavo per la milionesima volta di tirare una riga ed eseguire quindi, la somma delle situazioni negative legate alla mia professione.
    Al di là di questa somma, che come diceva quel grande uomo di Totò fa il totale, era proprio questa che inevitabilmente sapevo corrispondere a un giro di boa netto, a una inversione a U, ma non per ritornare indietro e ripercorrere certe strade, sarebbe stato quantomeno stupido, bensì per cambiare decisamente e sicuramente lavoro; anzi molto meglio e più saggiamente, vita.
    Paroloni pensati e ripetuti infinite volte, infinite volte interrotti e infinite volte procrastinati tanto da non aver quasi più nemmeno io la voglia e il coraggio di crederci, figuriamoci di provarci.
    Forse il vero motivo di questo ristagno mentale e vitale, era dovuto a una specie di timore più conscio che inconscio di non riuscire, di non farcela, non tanto di sputtanarmi, quanto di perdere anche quel poco che comunque di fatto, mi permetteva di vivere o di sopravvivere, insomma di “tirare avanti”.
    Terribile e meschina espressione, antipatica a dirsi, soprattutto di se stessi, ma per quanto mi desse un fastidio indicibile e un senso di miseria interna devastante, non potevo evitare di pensare alla mia situazione in quei termini.
    Odiavo sentirmi di fatto, in uno stato siffatto, nella condizione psicologica di trascinarmi sterilmente, verso dove ? fino a quando ?
    No dream no future, accidenti !!
    Se non c’è un sogno, non c’è un futuro; quanto era vero, e allora ? la soluzione ? la volontà, l’orgoglio generico di fare, ma di fare qualche cosa di valido, di interessante e perché no, anche di divertente e ben retribuito c’era, ma evidentemente non era così forte, così lucido da farmi trovare la famosa “soluzione” o quanto meno una via per raggiungerla.
    Insomma mi trascino mentalmente e fisicamente  fino all’indirizzo convenuto, zona tristissima in semi periferia, solo strutture grigie con uffici in sintonia, palazzi con architetture a volte anche leggere ma fondamentalmente tutti uguali, monotoni e squadrati, poca creatività, poco gusto e per di più pochi parcheggi !
    Giro nei dintorni alla ricerca di un posto per 25 minuti poi decido di parcheggiare in divieto di sosta, sicuramente verrò multato ma sono al limite del ritardo per cui rischio.
    Lascio sul cruscotto un foglietto con la scritta a mano:” VADO VIA SUBITO”, nella speranza che l’eventuale vigile di turno in zona mi grazi.
    Non ci spero molto ma schizzo all’appuntamento, passo molto veloce, quasi di corsa; sudo per questo oltre che per il nervosismo, spero di non arrivare puzzolente come un dromedario dopo un mese di viaggio nel deserto senza incontrare un’oasi con il suo bel laghetto.
    Le persone che incrocio, per il momento non sembra che si accorgano del mio passaggio e della sua eventuale scia mefitica, meglio; sarebbe imbarazzante disturbare questi damerini in giacca e cravatta o queste signore rigorosamente in tailleur scuro, tutti grigi e indistinguibili come le costruzioni che frequentano.
    Raggiungo il posto, devo salire al 5° piano, l’ascensore si è appena guastato, naturalmente !
    Prendo le scale di corsa aumentando in modo esponenziale il rischio svenimento dei miei prossimi interlocutori.
    Arrivo alla porta d’ingresso praticamente fradicio di sudore, busso, nulla di fatto, poi leggo su un cartellino di plasticaccia: “suonare a sinistra”, suono a sinistra, attendo e ottengo un “avanti” rauco e sgraziato, scatta la serratura, apro ed entro.
    Tremate tremate le streghe son tornate, non so, può essere, sicuramente una si e me la sono trovata di fronte seduta dietro una piccola scrivania piuttosto grezza; tutto rendeva l’essere femminile sinistramente abominevole, scura, racchia e grinzosa con un naso aquilino sul quale troneggiava un orrendo porro rosso e peloso.
    Sembrava una maschera africana rugosa e terrorizzante, fonte, la notte, di rari incubi.
    La voce l’ho già descritta; mentre mi guarda di sbieco con i suoi piccoli occhi ravvicinati e scuri dei quali uno completamente strabico, si alza per aggiustarsi goffamente una specie di gonna dozzinale nel taglio e nel tessuto, di colore verde con righe rosse (forse per fare pendant con il porro), per cui la vedo in piedi.
    Fisicamente è simile a un punto interrogativo, sulla testa, come se fossero appiccicati, si ritrova radi, lunghi e sporchi capelli nerissimi che cadendo in modo disordinato su di una altrettanto dozzinale camicetta azzurrina, formano strane e unte figure simili a corte code di drago.
    La saluto e mi presento, non mi risponde, mi dice solo di aspettare e si risiede; a questo punto comincia uno spettacolino inatteso: mentre si mette a scrivere con un computer antidiluviano, emette dei versi gutturali simili a parole, ma incomprensibili e dai toni acuti, in più si produce in smorfie atroci tipo gurning. La mimica facciale che ne deriva, spazia dal raccapricciante al ridicolo, probabilmente se fosse conscia di questa sua naturale abilità, si darebbe con successo allo spettacolo, magari circense.
    Sono piuttosto imbarazzato, non so come distrarre l’attenzione anche perché sono totalmente ipnotizzato dal personaggio; trascorro fermo e in piedi interminabili minuti, alla fine dopo 14 d’orologio e quando cominciavano a farmi male le ginocchia sento provenire da dietro una porta situata alla destra della megera, un secco imperativo: “ fallo entrare ! ”.
    Senza proferire parola vengo introdotto nell’ufficietto del possibile nuovo datore di lavoro; altra visione ! si tratta di un ex butterato pieno di rivoltanti croste giallastre sparse sulla faccia e sul collo, apparentemente pseudo alternativo freak con camicione psichedelico, lunghi capelli brizzolati raccolti in una coda sulla nuca e un orecchino per lobo; mentre lo fisso e sto per salutarlo, questo banale stereotipo praticamente stravaccato sulla sua scrivania, senza nessun benchè minimo accenno di saluto, comincia lentamente a vomitarmi addosso una dopo l’altra domande di ogni genere senza nessuna logica apparente o celata.
    Si spazia dalle previsioni del tempo alle aspettative di vita, dalle sue attività professionali alla velenosità di certi funghi; un’accozzaglia di insulse domande cui spesso si dava automaticamente una risposta, a volte serissima altre tragicamente spiritosa e in questo caso rideva sguaiatamente compiaciuto del suo scipito umorismo. Talvolta si accalorava nel darsi le risposte, per cui si agitava e urtava violentemente alcuni oggetti disposti sulla scrivania, tipo mozziconi di sigaro, resti di cibo oppure fogli appallottolati che quindi cadevano a terra raggiungendo altri “colleghi” precedentemente rovesciati e non risollevati.
    Avvertivo la netta sensazione che il mio interlocutore, forse sentiva ma sicuramente non ascoltava neppure il mio accenno di tentativo di seguirlo nei suoi deliri verbali.
    Ogni tanto, quando riuscivo ovvero quando me lo permetteva, tentavo di chiedergli precisazioni sul lavoro proposto dall’annuncio “grazie” al quale ero finito lì, oppure cercavo di dargli informazioni su di me e sulle mie esperienze professionali.
    Il suo disinteresse nei miei confronti, sembrava totale mentre invece la sua attenzione era completamente rivolta ad esempio, alla minuziosa spiegazione di come sverniciare vecchie tapparelle di legno.
    Dopo circa ¾ d’ora di questo ridicolo teatrino non eravamo riusciti a combinare nulla di buono per quanto riguardava l’eventuale collaborazione professionale.
    A un certo punto, improvvisamente il personaggio munito di coda mi liquida frettolosamente e piuttosto bruscamente, dicendomi che si sarebbe fatto sentire telefonicamente anche se nutriva qualche dubbio sulla mia reale esperienza specifica in un certo settore non meglio precisato ma, dice, assolutamente fondamentale per l’attività. Ma quale settore, che attività ? Perfetto, direi che non ci ho capito nulla, ma credo neanche lui; sono rintronato dalle chiacchiere e mi sembra di essere all’interno di una bolla di gomma piena di aria poco ossigenata.
    Rotolo fuori dagli uffici salutando e naturalmente non ricevendo nulla in cambio; mi ritrovo sul pianerottolo ma prima di affrontare le scale, per fortuna ora in discesa, razionalizzo di aver incrociato lungo la mia pista altri due pazzi.
    Razionalizzo inoltre che è andata evidentemente buca ma probabilmente è meglio così, come avrei potuto avere a che fare con soggetti di quel tipo ? cosa mi avrebbero potuto offrire di così interessante ? probabilmente assolutamente nulla.
    Mi sento meno amareggiato, anzi addirittura quasi sollevato e immediatamente mi ricordo dell’auto in divieto. Vorrei veramente essere sollevato e volare verso di lei, temo la rimozione forzata con tutte le scocciature del caso e la multa conseguente.
    Mi avvicino e la vedo, bene, almeno è ancora al suo posto; vedo però anche un vigile che le si sta avvicinando minacciosamente, lo raggiungo mentre, tutto impettito ed evidentemente orgoglioso del potere derivante dalla sua divisa, ha cominciato a scrivere sul blocchetto, credo il numero di targa.
    Comincio a prodigarmi in giustificazioni serissime, inattaccabili e soprattutto non verificabili, condite da aneddoti brevi e spero esilaranti atti a rafforzare e garantire il raggiungimento dell’obiettivo: evitare la salatissima multa prospettatami.
    Il vigile, anche lui poco incline al saluto, dopo avermi esposto l’entità in Euro mi fissa, immagino ascoltandomi, assumendo uno sguardo perso assolutamente privo d’espressione.
    Continuo a parlargli cercando di convincerlo, ma lui fra un grugnito e l’altro insiste nel ripetere che ha già scritto metà del numero di targa e non può più cancellarlo ne tanto meno strappare il foglietto.
    Mi accorgo che veramente, qualunque cosa gli dica o gli chieda le sue risposte sono sempre le stesse, per di più sgrammaticate ed elementari. Credo che bandiscano dei concorsi speciali per personaggi di questo tipo, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per il quale sulle strade ci siano operatori di questo valore.
    Ora non mi riferisco tanto alla situazione multa quanto, avendolo riconosciuto, alla gestione del traffico nella quotidianità. La sua presenza era automaticamente collegata ad una congestione più o meno grave del traffico e questo era la norma.
    Spesso in questa gestione era brillantemente coadiuvato da uno o più suoi colleghi, accomunati dalla medesima abilità e professionalità, il tutto sostenuto da un dinamismo e da una evidentissima voglia di fare, veramente degna di nota.
    Comunque anche per questo problema sociale non potevo farci nulla, per cui mi sono rassegnato alla contravvenzione e dopo aver ripiegato il foglietto maledetto, malamente compilato in tutte le sue parti, sono risalito in auto e ho preso la strada verso casa.
    Nasceva impellente a questo punto la necessità di fare un ragionamento concreto e globale; mentre guidavo la testa mi si riempiva di piccoli e grandi dubbi e mi accorgevo che stavo per soccombere sotto uno tsunami di quesiti senza peraltro esserci una risacca di risposte.
    Va bene, dovevo rimorchiare via la mente, escludermi per un po’; uguale musica.
    Frontalino autoradio, inserisco una cassetta, strumento audio vetusto ma caldo, comunque amando e avendo il vinile, il trasferimento su cassetta è d’obbligo per l’auto.
    Non ho inserito un nastro a caso, mi ci voleva qualcosa dal vivo, in quel momento Iggy Pop era quanto mi occorreva. Concerto al Bookie’s di Detroit il 26 settembre 1980. Il Prof. Pop dopo aver tirato in ballo un super eroe e mezzo, Batman e Robin, con la theme dei mitici telefilm, mi regala una versione acida e cirrotica di “Louie Louie”, un classico assoluto.
    Adrenalina a 1000, pelle d’oca spessa alcuni centimetri. L’unica cosa cui riuscissi a pensare in quei momenti era che a quel concerto mi sarebbe proprio piaciuto assistere, anche perché oltre a “Lui” c’erano personaggi del calibro di Rob Duprey alla chitarra e Michael Page al basso, mica pinzillacchere.
    A risvegliarmi dall’oblio ci pensano 2 colpi secchi e traumatizzanti di cicalino del cellulare, che mi segnalano l’arrivo di un messaggio; si tratta della segretaria di un certo Direttore Commerciale con il quale ho già sostenuto due colloqui per un lavoro veramente interessante, persone intelligenti e simpatiche e la possibilità di sviluppi professionali importanti in un futuro molto prossimo, ho paura di leggere l’msg.
    Appunto, come immaginavo: “La ringraziamo per l’interesse dimostrato per la nostra azienda ma la sua figura professionale non corrisponde alle nostre attuali esigenze”.
    Accidenti ero lì lì per crederci, sicuramente ci speravo, ma quanto ingenuo e illuso sono ? come potevo confidare in una risposta diversa ? solamente mi sarei aspettato una telefonata e non un freddo messaggino ma va da sé, anche questo fa parte del pacco; grosso, pesante e ben confezionato.
    Improvvisamente mi sono sentito avviluppato da una gelatinosa sensazione di sfaldamento generale come se i vari organi interni si disgregassero provocando dolori più o meno acuti e costanti ma paradossalmente a volte piacevoli. Disturbi questi, che sembrava portassero a una liberazione, a un venir meno definitivo e inconsciamente auspicato.
    Alla fine nulla di importante, solo una sensazione intensissima, ma solo una intenzione.
    La violenta necessità di fare un ragionamento concreto e globale diventava a questo punto anche fisica e ancora più urgente, praticamente una emergenza ormai non più procrastinabile.
    Sapevo che non ci sarei riuscito da solo, la mia capacità di concentrazione si era molto ridotta, per cui avevo assolutamente bisogno di aiuto, anzi di supporti, sia alcolici che zuccherini.
    Mi avvicinavo a casa dove avrei trovato non moltissimo, ma avrei potuto scegliere fra alcuni liquori per me fondamentali; ma mi servivano gli zuccheri altrettanto fondamentali, dei quali però, ero assolutamente sprovvisto.
    Decido in un secondo di fermarmi da un take away turco per comprare un paio di baklava o di kadayif, la situazione era pesante e richiedeva dei prodotti altrettanto grevi.
    Inchiodo l’auto, scendo, mi ritrovo avvolto da un vomitevole olezzo dovuto a un mix di fritti sia di dolci che di salati, tutto ok ! perfetto ! fa al caso mio; il turco di dice qualche cosa, non capisco niente tranne la parola pizza, ma ti pare ? non è il caso ! sicuramente non il momento !!
    Non so esattamente perché ma sento il bisogno di dolci, ma che lo siano veramente e di qualità.
    Decido per i kadayif, c’era il 3x2 così potrò aggiungere risparmiando, anche la quantità.
    Soddisfattissimo per l’acquisto, entro in casa, appoggio sul tavolo della cucina, il mio ambiente d’elezione e di raccoglimento, i dolci.
    Cerco di ingannarmi tentando di ragionare sulla situazione ma sono in anticipo, mi servono gli alcolici, solo dopo potrò sedermi, bere, mangiare e decidere spero definitivamente.
    Ora, vorrei buttarmi sullo Sheridan’s un liquore al caffè raffinato che apprezzo tantissimo ma ha solo 18,5 gradi, troppo pochi per favorire i processi mentali, per cui preferisco rivolgermi al Tia Maria, sempre liquore al caffè ma con ben 26,5 gradi, molto meglio, la situazione li richiede, tutti.
    Mi siedo e mi preoccupo, non mi sembra di possedere una lucidità tale da mettermi in grado di partorire la decisione, assaggio il primo dolce, il più piccolo, a partire da un angolo, lentamente lo mastico, una miriade di sapori esageratamente caramellosi mi riempie la bocca non avvezza a questo eccesso di zuccheri.
    Le papille gustative stanno ribellandosi, i pensieri si rincorrono e si scontrano, cerco di attutire i loro colpi e di rendere tutto più fluido con il Tia; risultato zero, monta l’auto collera che non deve trasformarsi in depressione, ma il rischio è presente, comincio ad arrabbiarmi seriamente.
    Secondo kadayif e terzo bicchierino di Tia Maria; lo stomaco comincia a dare segnali di grave disturbo, il più evidente è un tondo e duro rigonfiamento improvviso e in più inizia a dolermi, mentre brontolii interni, tipici di una fase di disfacimento, si fanno sempre più frequenti e fragorosi.
    Temo lo sgonfiamento violento. Comincio a essere veramente a disagio sulla sedia.
    Intanto non arriva nessuna decisione piccola o grande, ma neanche media; non riesco a quagliare nessuna soluzione, ho solo la testa piena di un unico generico rifiuto verso un altrettanto generico “tutto ciò che mi circonda”.
    Tento il tutto per tutto, ingollo voracemente l’ultimo dolcino triturandolo con tutti i denti, alzo il gomito altre due volte ingurgitando notevoli quantità di liquore, sono praticamente un pallone nauseato ma relativamente soddisfatto, però di prese di posizione non se ne parla,                 nada de nada !
    Sento lo stomaco sempre più lievitato e appesantito come se un enorme macigno si fosse messo di traverso, immobile.
    Decido di alzarmi e camminare per la cucina nella speranza che la situazione si sblocchi o che almeno migliori.
    Quando praticamente si stavano formando i solchi nel pavimento, senza che nulla cambiasse a livello viscerale e mentale, una specie di oblio simile a uno stato artificiale indotto cominciò a stringermi completamente come le spire di un serpente.
    Sempre più forte, sempre più violento, cominciavo a sudare e tremare e una spossatezza fisica e mentale cominciava a farmi prigioniero.
    Improvvisamente e inaspettatamente un lampo di lucidità seguito da un tuono intestinale mi fecero correre in una certa stanza deputata a primari bisogni, nonostante crampi dolorosissimi mi attanagliassero anche le gambe.
    Temevo il peggio, un disastro in corridoio, per fortuna era breve e questa sua caratteristica, unita a una vergognosa disperazione, fece sì che riuscissi a raggiungere la stanza agognata e soprattutto il suo elemento principale.
    In un secondo, ma che dico, in un pico secondo, nacque la sofferta e lungamente attesa produzione del risultato, anzi di due risultati, uno lo tralascio, l’altro fu un nome, Marrakech, o meglio un progetto tanto semplice quanto intrigante: mollo tutto e me ne vado in quella città a fare l’ambulante.
    Finalmente un attimo di tregua, anzi di beatitudine, eccheccavolo, ero svuotatissimo e radiosissimo; eccolo il giro di boa, nuovo lavoro, nuova città, addirittura nuovo continente per non parlare della cultura, l’inversione a U era completa e totale ma avvertivo di potercela fare.
    Mi sentivo attraversato da una rigenerante scarica elettrica, adrenalina ? colpo di coda del mix Tia Maria/kadayif ? nessuna importanza rivestiva la causa, decisivo era che ci fosse questo effetto, questo moto di vitalità, questa volontà di reazione e di metamorfosi.
    Perfetto, il progetto c’era, ora si trattava di renderlo operativo nel minor tempo possibile risolvendo quelli che consideravo dettagli più o meno importanti.
    Dapprima l’idea fu quella di vendere tutto il vendibile e realizzare, per dedicarmi e dedicare tutto al Marocco; fondamentalmente la volontà era quella ma poi decisi di tenermi la casa e qualche soldo nell’ottica del: “non si sa mai”, se avessi deciso di ritornare almeno non avrei sfruttato ponti e cassonetti dei rifiuti.
    Quindi decisione presa, la casa sarebbe restata e avrei aperto un piccolo deposito presso le Poste in quanto sono un grande e audace investitore.
    Presi informazioni, lessi e studiai il posto ma al di là di tutto quello che scoprii, decisi di andare molto alla ventura, così volevo fare, evitando il più possibile limiti e vincoli di ogni genere e infischiandomene di incertezze e presunti rischi; insomma finalmente un po’ di sano coraggio e fatalismo condito con dell’altrettanta sana incoscienza, accidenti ce la stavo facendo, mi stavo lanciando.
    Feci due conti, fra vendite, recuperi, liquidazione e qualche risparmio, potevo permettermi una certa cifretta sufficiente al finanziamento del progetto a 360°.
    A questo punto dovevo solo acquistare un biglietto aereo di sola andata ( WOW ) e decidere di quale commercio occuparmi.
    Cominciarono a passarmi nella testa varie possibilità: centrini di pizzo, vasellame, carni, pesci, no che schifo ! e in più mi sarei dovuto organizzare con indigeni; no, assolutamente no, doveva partire tutto da me, però non sapevo produrre manualmente un tubazzo di niente, per cui che faccio ? accidenti l’idea non viene.
    Mi avvicino meccanicamente all’impianto Hi-Fi mentre il vuoto mi ingombra la testa; senza esitazioni prendo un vinile, sono i Motorhead, dal vivo, fondamentali, chissà che la voce roca e trascinata di Lemmy non mi aiuti. Speed metal, padre di certo hardcore, devastante.
    Sono al terzo brano ma non succede nulla, cervello sempre più annacquato ma qualche cosa deve gocciolare; sta per partire R.A.M.O.N.E.S. con il classico 1, 2, 3, 4, in stile Dee Dee Ramone e sta per partire pure l’emozione per il brano. Mi sembra che questa si materializzi, si raggrumi, note velocissime e pesantissime, i grumi si raggruppano, si fondono in uno solo, Oddio mi sa ci siamo ! il grumo si ingrandisce e si indurisce, sta per scoppiare, lo sento,
    BOOM !! Lapis, ecco cosa esce dall’esplosione, a seguire gomme, temperini e altri prodottini analoghi, insomma in due parole, cancelleria minuta ecco cosa avrei fatto, avrei venduto cancelleria minuta.
    Questa non era un’idea, era l’ideona, avrei riempito due valigie enormi con ogni sorta di prodottini leggeri, piccoli e coloratissimi per attivare l’impresa.
    L’investimento iniziale doveva essere ridotto al minimo, per cui decisi di fare il rifornimento presso i negozi peggiori e meno cari della brulicante China town sita nel centro della città nella quale lavoravo.
    Ero estasiato, orgoglioso di me stesso come non mai, in realtà era probabilmente la prima volta; avrei venduto quei prodotti a bambini e adulti marocchini che sicuramente li desideravano da tempo, forse sarei riuscito a piazzarne anche a qualche turista coglione.
    Bene, tutto organizzato, tutto comprato, tutto imbarcato, allaccio la cintura, si parte.
    Trenta secondi di accelerazione violenta e sono per aria, fra circa tre ore leggerò: Aeroporto Marrakech-Menara e sentirò gli islamici parlare in arabo e ragionare in dirham; da quel momento sarò da loro, fra loro e il vero viaggio comincerà.
    Taxi, entro nella “città rossa”, la respiro di spezie, la cammino di acciottolato, la vedo di tutti i colori, la sento di voci, la vivo di vita; immediatamente.
    Sono eccitato ma mi sento tranquillo, sono sereno, mi faccio portare nei souk dei bijoutiers mi affascinano i loro argenti, per cui decido di sistemarmi là.
    Il taxista supergentilissimo per fortuna mi aiuta a caricare i miei pesantissimi bagagli, ma soprattutto, come se avesse capito le mie intenzioni, non mi chiede il nome dell’hotel ma mi indica, senza spingerli, alcuni riad.
    Opto per il più semplice ed economico, frutto di una contrattazione breve, secca e corretta.
    Due stanze di media grandezza e un bagno. Le pareti ingentilite da angoli a volte resi tondeggianti, sono gialle e rosse con piastrelle color ghiaccio che partendo dal pavimento arrivano fino a metà altezza. Sembrano salubri.
    Il pavimento è praticamente un grande zellij, un mosaico composto da pietre rettangolari e romboidali di colore giallo scuro e verde intenso che formano un disegno astratto, solo alcune sono rotte; l’arredamento è in legno, solido ed essenziale; dappertutto si sente un leggero profumo di zafferano; mi sento a casa, sono a casa; finalmente.
    Con il secondo aiuto di Driss il taxista, sistemo i bagagli in una stanza, lo pago, lo ringrazio, lo saluto, mi sciacquo, chiudo ed esco; non riesco e comunque non voglio trattenere il desiderio fortissimo, incontenibile e ingenuo di perdermi nella città senza i soliti problemi di orari, rientri e costrizioni varie. La difficoltà più grossa sta proprio qui, nell’affrancarmi dai mille vincoli comportamentali costruiti e subiti negli anni, da anni.
    Imposizioni psicologiche che apertamente o subdolamente modificano, piegano, violentano la mente e trasmettono false certezze, alterano atteggiamenti naturali spacciandoli per scorretti e inaccettabili o, quanto meno, riprovevoli.
    Una tenaglia per il cervello e una rete resistentissima per il corpo, insomma una prigione invisibile modellata su me stesso.
    Da tempo non sono me stesso, non so più bene che significhi esserlo, sono solo un attore che recita a tema quello che gli dicono deve, quello che gli richiedono, quello che gli conviene, quello che non può farne a meno, quello per il quieto vivere (vivere ?) e neanche in questo teatro quello che gli pare.
    Tutto ciò dura da così tanto tempo che mi sono trasformato in un bravo attore, tanto bravo da non individuare più il limite fra la recitazione e la spontaneità, che forse non c’è più.
    Ma la città ha una propria forza magica tale che sta riuscendo a sbriciolare queste difficoltà e queste costrizioni riducendole in sabbia finissima da disperdere con una folata di secco e caldo Arif.
    Cammino e più cammino e più i sensi diventano ebbri di tutto ciò che mi circonda, quasi mi vengono le vertigini tanto il tutto attorno a me è dolcemente violento, stimolante e aggressivo, coinvolgente e appagante.
    Bordate di ricordi da letture specifiche sulla città, la dolce tensione e l’emozione quasi non mi fanno accorgere che di fronte a me c’è la Koutoubia con quel capolavoro di minareto in pietra e mattoni,…ma accidenti…questo significa che a pochi passi c’è piazza Jemaa El-Fna; cuore mio rallenta, eccomi ci sono, sono sul palcoscenico del mondo.
    Un palcoscenico a cielo aperto dove un tempo venivano eseguite le decapitazioni pubbliche, per ciò veniva chiamato “il ritrovo dei morti” o “luogo del nulla”; ora è un grande contenitore culturale in cui la creatività fatta persone si manifesta con saltimbanchi e maghi, domatori di scimmie e incantatori di serpenti, cantastorie e musicisti. E’ un cuore pulsante rumoroso e sorridente che mi fa vacillare, mi sembra di essere partito per un viaggio lisergico, non me lo voglio permettere, non mi posso perdere nulla.
    Voglio solo guardare, vedere, sentire e respirare; mi piazzo sulla terrazza panoramica di un Cafè e mentre bevo un tè alla menta superlativo, capace di farmi riappacificare con parte del mondo occidentale, capisco che sono a posto, ci sto dentro.
    Questo stato di grazia viene amplificato da un improvviso sottofondo musicale di gnawas e li vedo anche i maalem con i loro crotali e guembri che suonano con una tecnica che sembra un rituale antico e magico.
    Praticamente mi sento completamente amalgamato nella città, in uno stato analgesico, ovattato come se mi fossi fatto di oppio o di un suo derivato semisintetico.
    Sono in questo stato e chissà perché, mi viene di pensare con lucida serenità, che un mio grosso cruccio è quello di non essere diventato il bassista di un gruppo inglese di hardcore punk tipo GBH, Varukers o Exploited, o anche di hardcore americano, sarebbe stato fantastico suonare con i Black Flag, i Bad Brains, i Misfits o più recentemente con i Casualties.
    Un secondo tè verde annega questo pensiero e ne fa emergere moltissimi altri, molto più brevi, molto più veloci, altrettanto colorati; ho come una strana ma piacevole sensazione di auto pulizia, perfetto, ci sono, sono arrivato quindi posso ripartire.
    A questo punto sono veramente annebbiato e in una specie di trance; per stasera meglio darci un taglio.
    Mi sento come un bambino che sta crollando dal sonno ma non vuole staccare gli occhi dal televisore, troppe immagini, troppe luci, troppi colori, troppi suoni, io ci aggiungo profumi e una leggera brezza tiepida.
    Basta così, decido di darmi una mossa e me ne vado a letto, nel mio nuovo letto, nella mia nuova casa; si, è proprio così.
    Mi sveglio, ho dormito, quanto ? non so, non ha importanza, come ? benissimo, senza interruzioni come avvolto da una bolla di serenità leggermente profumata.
    La luce che penetra in casa è forte ma non invadente, non mi disturba, anzi mi facilita e mi guida alla ricerca dell’occorrente per la colazione, senza dubbio il mio pasto più gradito; latte macchiato incandescente, più cereali, più dolce, più salato, wow ! chi mi ammazza ?
    Perfetto, tutto fatto, tutto a posto, tutto tranquillo nonostante i neuroni mi si muovano lungo le sinapsi a una velocità folle, così come le immagini, i suoni, i timori, gli slanci, le voglie di tutti i generi, le ansie e le aspettative; il tutto in un cervello di dimensioni normali che quindi sento vicino allo spappolamento.
    Situazione imbarazzante da evitare, per cui mi preparo un tè alla menta, mi siedo e mi godo il regalo ben augurante che mi sono fatto: una djellaba nuova di pacca, stupendamente blu, stupendamente comoda e stupendamente adatta, i serwal me li comprerò, per ora indosso pantaloni precedentemente miei e una camicia.
    Vorrei parlare con tutti e con nessuno, ma soprattutto desidero, anzi voglio, prima di tutto usare e pensare con termini più decisi e poi immergermi nella vita dei souk per farne attivamente parte, immediatamente.
    Bene, sono d’accordo con me stesso sull’immediatamente, però appunto, immediatamente dopo la parentesi moda e l’essermi sorbito il tè con sottofondo dei Gun Club e delle loro lancinanti coltellate sonore che aprono ferite nelle quali immettono lentamente decenni di vari stili musicali filtrati dalla loro sensibilità creativa.
    Non potevo certo farmi mancare la musica, perciò ho sistemato in posizione funzionalmente strategica casse e impianto Hi-Fi, un compatto pesante, completo ed efficientissimo, forse un po’ fuori luogo visto il contesto abitativo, ma chi se ne importa, per me era fondamentale e soprattutto non dovevo rendere conto a nessuno di nulla; mi pareva strano anche pensarlo ma mi sentivo moderatamente in una situazione di privilegio; novità eccitante.
    A questo punto ero pronto per affrontare la strada, lascio alle spalle il mio ingresso e mi inoltro, senza una meta precisa, nelle zone della medina.
    L’obiettivo è semplice e importante, trovare un posto idoneo; uguale: trafficato, di passaggio ma non troppo caotico, dove sistemare il mio banchetto da cartolaio.
    Cammino per ore, guardo, scruto, osservo, ascolto, annuso, memorizzo alcuni angoli interessanti; io che non sono certo una bussola, riesco a ritrovare in questa intricata città vecchia, i punti papabili per rifletterci e valutarli ulteriormente.
    Sono un po’ stanco, mi fermo a pensare bevendo e mangiando qualcosa, come sto per rilassarmi, mi rendo conto che me la sto menando troppo, ancora una volta, perciò decido sui due piedi per un angolo molto interessante sotto tanti punti di vista e soprattutto a due passi da casa, i ricordi dei viaggi per andare e tornare dal lavoro devono rimanere tali.
    Dunque decisione presa, punto scelto e tattica, anzi, strategia operativa definita: me ne ritorno da un certo negozio/magazzino dove ho individuato un banchetto pieghevole che per dimensioni, peso e costo fa al caso mio, c’ha pure due cassetti, uno piuttosto grande e uno più piccolo, me lo pulisco e me lo sistemo in loco, me lo carico in spalla tipo sherpa e me ne torno a casa a farmi gli strafattacci miei compresi alcuni esercizi addominali, altri di stiramento e una zuppetta leggera di verdure; domani devo essere in splendida forma, apro l’azienda.
    Ed eccolo il nuovo piccolo imprenditore di Marrakech, il mio banchetto è uno spettacolo di solida praticità e colorata varietà; sono raggiante.
     
    Un tiepido raggio di sole ci colpisce dolcemente riscaldandoci, ma soprattutto, illuminando la merce, la rende ancora più brillante e invitante e io mi sento due volte raggiante perché, addirittura, mi sembra di essere in vacanza.
    Se il quotidiano potesse avvolgersi di quel “sabor” tipico vacanziero, probabilmente l’umanità ne acquisterebbe in serenità, saremmo più bendisposti e meno cinici verso noi stessi.
    Fatta questa profonda pensata buonista al rosolio, mi sento esausto e decido di sedermi sul mio splendido, solido e leggero sgabello di legno, regalatomi dal venditore del banchetto come segno di amicizia e di buona fortuna.
    Mi siedo sul comodo, ho provveduto a sistemare anche un cuscino sullo sgabello e un altro l’ho praticamente agganciato al muro dove appoggio la schiena; questo non è un muro qualsiasi, ma è una parete di una piccolissima quanto antica e caratteristica moschea.
    Mi trovo in questa comodissima posizione da poco più di cinque minuti, quando decido di migliorare il relax e ingannare l’attesa circa l’arrivo dei clienti, concedendomi mezzo sigaro Toscano; me ne sono portata una buona scorta.
    Ho appena finito di compiere il rituale dell’accensione grazie a meravigliosi fiammiferi svedesi, quando un gruppo di sei ragazze, credo provenienti dall’Arabia Saudita perché indossavano tutte il niqab, circondano il banchetto e cominciano a guardare, toccare discretamente, chiedere, chiedere e chiedere ancora e parlare e commentare fra di loro con risolini irresistibili.
    Si sono comprate di tutto, ma soprattutto il prodotto che le ha conquistate sono state le matite fosforescenti con gommina nera.
    Pagano senza fiatare, applico un piccolo sconto, ringraziano, salutano molto calorosamente e se ne vanno, praticamente saltellando, felici.
    Fatti pochi passi, una delle sei, quella con due occhi azzurri che sembravano due laghetti limpidissimi nei quali mi sarei tuffato e rituffato all’infinito, ritorna verso di me.
    Quando mi è vicina, al punto che riesco a intuire attraverso l’espressione e la brillantezza di quegli occhioni che sta sorridendo sotto il velo, mi porge qualcosa che subito non riconosco ma due secondi dopo si; era una khamsa, l’esoterica mano di Fatima, portafortuna ed efficace come protezione dagli influssi negativi.
    Penso da buon cinico occidentale che voglia barattare quel magico amuleto in argento con qualche mio prodotto; ne indico uno, poi un altro per farle capire quello che credevo di aver capito.
    In quel momento tutto di lei diventa dolce, comprensivo ma fermo e mi fa capire che era solamente, semplicemente e null’altro che un regalino; me lo lascia cadere delicatamente sul palmo della mano che poi mi chiude sensualmente con la sua; sono lì lì per svenire quando lei con un gesto della stessa mano filiforme mi saluta e girandosi raggiunge le sue amiche che discretamente l’aspettavano più avanti.
    Rapide raggiungono un vicino crocevia che è anche un angolo della piccola moschea, due passi/saltelli e lo superano sparendo dalla mia vista; addio occhioni azzurri mi hai segnato la giornata e probabilmente non ti vedrò mai più.
    A questo punto potrei ritornare a casa a bere e ascoltare qualcosa, a ricordare quegli occhi, a sognare cosa si sarebbe potuto sviluppare, che pacchi certamente mi sarebbero stati confezionati a fronte di qualche gradevolezza probabilmente immediata e superficiale.
    No, basta anche con tutto ciò.
    Meglio ragionare sul concreto presente sistemando il banchetto in parte svuotato dalle sei, ordinando un tè con il passa parola al baretto vicino e continuare l’attesa di nuovi clienti; questo mi sta bene, mi calza, infilato comodamente in questa situazione faunistica variegata in movimento perenne.
    “Domani è un altro giorno” faceva dire il regista a una attricetta in un filmetto di qualche decennio fa, appunto rieccomi qua a continuare l’attività forte della ricollocazione in posizione più visibile, di splendidi temperamatite con doppio inserimento in plastica coloratissima, addirittura ve ne sono alcuni striati, semplicemente favolosi.
    Il solito raggio di sole li sfiora prima e li colpisce dopo pochi minuti rendendoli ancora più preziosi; non riesco a capire quali preferisco, probabilmente quelli a pois avranno la meglio anche se i tigrati gli faranno una grossa concorrenza.
    Comunque sia, il mercato stesso stabilirà la vittoria e direi che in particolare per questi, saranno i bambini i veri giudici.
    La mattina volge al termine e ho già praticamente venduto tutto, di quei temperamatite ne è rimasto solo uno fosforescente, ma così fosforescente che semplicemente mettendolo pur in un punto d’ombra, brilla di suo incredibilmente attirando su di sè l’attenzione.
    Appunto, vedo un bambino sui dieci anni che con gli occhi fuori dalle orbite lo punta pesantemente, si avvicina al banchetto e ora riesce a toccarlo con estrema delicatezza, lo gira e lo rigira per vederlo meglio ma lentamente come se temesse di danneggiarlo, o peggio, di fargli del male, come se fosse vivo.
    Improvvisamente tutte quelle attenzioni si trasformano in uno sguardo acutamente timoroso, ma scaltro e deciso e in una presa altrettanto decisa e rapidissima; dopodichè lo scatto e la fuga.
    Me l’ha rubato! mi inalbero, non tanto per il furto in sé ma per la trasformazione criminale del piccolo.
    Lo inseguo ma la tunica non mi facilita certo la corsa, lui invece indossa comodi pantaloncini corti è magrissimo, agile, veloce e conosce meglio di me i mille vicoli della zona.
    Ovvio risultato: lo perdo di vista ma credo di intuire la direzione che ha imboccato, rallento un po’ la corsa e mi butto in un minuscolo vicoletto a fondo chiuso lungo il quale si aprono alcune porte, o meglio, vi sono degli ingressi che potrebbero portare ad abitazioni più interne.
    Le mie babouches con la suola in cuoio e tacco in legno, fanno un baccano terribile amplificato dalle ridottissime dimensioni del vicolo le cui pareti agiscono come casse di risonanza.
    Questo significa che posso essere subito individuato e schivato.
    Mi fermo e mi metto a camminare per raggiungere uno di quegli ingressi, sicuro, non so perché, a pancia, che il piccolo ladro proprio quello ha infilato.
    Cercando di fare il minor rumore possibile, mi inoltro anche con un po’ di timore, in quel labirinto di stanze piccole e grandi e corridoi pure piccoli e grandi; vedo ogni tanto delle persone, sedute a terra con strumenti antichi fra le mani svolgenti varie attività artigianali, che mi ignorano e io decido di fare altrettanto cercando di scovare il ladruncolo da solo.
    Cammino guardingo e attento addentrandomi sempre più in questa Medina nella Medina, quando a un tratto mi sembra di vederlo sbucare da una stanza, tagliare un corridoietto ed entrare in un’altra stanza.
    Mi avvicino ma non vedo nessuno, meno che meno il tipino, non sono nemmeno sicuro che fosse lui; comunque decido di fermarmi, sedermi a terra, coprirmi la testa con il cappuccio per rendermi meno riconoscibile e aspettare di vederlo passare sicuramente proprio di lì.
    Passa del tempo e non succede nulla, cioè non passa proprio nessuno, in compenso sento dei rumori di vita domestica provenire, credo, da una stanza posta alla fine di un corridoio.
    Realizzo che: mi sono stufato di aspettare inutilmente, mi sembra di essere un pirla, mi si sono anchilosate le gambe per la posizione e che, curioso come una scimmia, voglio vedere l’origine di quei rumori e di quei profumi che da alcuni istanti ho cominciato a sentire.
    Mi avvicino lentamente, dando anche qualche colpetto di finta tosse come per avvisare del mio arrivo ed evitare l’imbarazzo della sorpresa.
    Sono veramente a pochi passi dalla stanza, rumori e profumi si fanno decisamente più precisi e definiti; sto per entrare, per vedere, per annusare, per salutare, per controllare, quando lo vedo e lo riconosco, è lui, il piccolo ladro, ma anch’egli mi vede e mi riconosce, quindi rapido come un fulmine scosta una tenda e se ne scappa in un corridoio buio sotto gli occhi incuriositi ma soprattutto infastiditi di un adulto.
    Questo, un uomo all’incirca della mia età, osserva con lo sguardo fisso e un po’ ebete, la tenda che si muove, fino a quando anche l’ultimo quasi impercettibile ondulamento si esaurisce;
    a quel punto si gira verso di me, mi guarda, anzi mi squadra e poi lancia un’occhiata al mio temperamatite che si trova appoggiato su di un tavolo, non dice una parola ma quegli sguardi sono tacite frasi complete.
    Mi avvicino lentamente e silenziosamente al prodottino, lo prendo in mano, mi viene il dubbio e poi la tentazione di riappoggiarlo, lasciarglielo e andarmene.
    Il dubbio svanisce immediatamente a causa o grazie ad un altro sguardo del tipo che mi fa capire che lo devo riprendere e togliere il disturbo, Grazie; Prego, così faccio.
    Dopo un’ora circa di tentativi riesco ad uscire dal labirinto e raggiungere la mia postazione; tutto intatto, rimetto al suo posto il fosforescente e ripensando a quanto successo, mi accorgo di non aver capito, ne tanto meno di aver indagato, su chi stesse cucinando e che cosa.
    Altro giorno, stesso posto, stesso sole, si ricomincia.
    Sono disturbato ma anche divertito da un diverbio molto movimentato, polveroso e chiassoso fra un enorme gallo e una gallina piuttosto in carne e completamente bianca.
    Tutto questo schiamazzo comincia improvvisamente a un passo dal mio banchetto e finisce proprio sotto di lui, evidentemente la mia presenza ha fatto da paciere, non mi spiego come e/o perché ma credo sia così, comunque ne sono orgoglioso, soprattutto vedendo i due pennuti che se ne vanno tranquilli “parlandosi” e guardandosi in fare d’amore; pulcini in arrivo.
    Li osservo mentre se ne vanno muovendo i loro sederi piumati con moto sussultorio, fino a quando li perdo fra la gente; mi giro quasi automaticamente dalla parte opposta e chi ti vedo: il piccolo ladro marocchino che senza dubbi ed esitazioni apparenti, mi sta raggiungendo con passo deciso e rapido. Pochi secondi ed è da me, unica interferenza vicino al suo piede destro un sasso molto tondo, non molto grande, che non poteva non calciare; purtroppo la fine della corsa è risultata essere un vaso di terracotta che in un istante si è praticamente sbriciolato sotto gli occhi di parecchie persone dotate di un certo senso di complicità e omertà, tali da coprire il piccolo al venditore di terraglie che incredulo e sbraitante non riesce a rendersi bene conto dell’accaduto ne, soprattutto, a individuare il colpevole.
    Mi viene da ridere ma riesco a trattenermi visto anche il piglio del bimbo che ormai mi è di fronte, si ferma, mi guarda dritto negli occhi, respira, poi in apnea tutto in un fiato, mi dice che ieri è stato lui a rubarmi quel magnifico temperamatite, che i suoi genitori l’avevano sgridato inaspettatamente tantissimo, che se non l’avessi recuperato io me l’avrebbe riportato lui, pentito e scusandosi mille volte, dopodichè vuole assolutamente invitarmi a casa sua per cena, il giorno seguente e che non se ne sarebbe andato se non dopo aver ricevuto da me un assenso e un perdono,  anche in ordine inverso, purchè il ricevesse entrambi.
    Per fortuna ha finito di dire tutto, perché stava diventando paonazzo per quanto la sua pelle un po’ scura permettesse di vedere, inoltre gli occhi lucidi stavano per saltargli fuori dalle orbite.
    Gli dico di stare tranquillo che è tutto a posto e che accetto volentieri l’invito, sperando di ricordarmi il tragitto per raggiungere la sua abitazione o quanto meno quella zona.
    Ride, ringrazia e schizza via come una sassata; non faccio in tempo a dirgli e chiedergli nient’altro, tutto rimandato al giorno dopo.
    Accidenti, come immaginavo mi sono perso in questo dedalo di corridoi, stanze, tende, slarghi tutti uguali; sono allo stremo della pazienza e del sangue freddo, completamente disorientato e assolutamente privo di punti di riferimento.
    In tutto ciò non c’è anima viva cui eventualmente chiedere aiuto, se si fa eccezione per due gatti fra i più male in arnese mai visti, pieni di croste, magri come chiodi, uno senza un occhio, l’altro con la coda piegata e monca, dal colore indefinibile a causa della sporcizia che li ricopre completamente, sguardi equivoci e atteggiamento da bulli convinti, a ragione, della loro posizione di superiorità in quell’ambiente.
    Comunque se ne vanno lentamente, ignorandomi, cammino, anzi vago, ancora un po’, mi riduco all’esaurimento di tutto ma immediatamente prima della inevitabile crisi di nervi, realizzo che ho solo due possibilità di soluzione della situazione: mi metto a urlare a squarciagola sperando di attirare l’attenzione di qualcuno che mi salvi, oppure mi siedo a terra appoggiato a una parete liscia e accogliente e mi metto a mangiare tutte le frittelle di semolino, le harcha che mi sono portato da offrire a fine cena; questo in attesa che passi qualche essere umano cui chiedere informazioni e direzioni, spero funzioni perchè non potrò che essere molto, molto generico sulle descrizione di persone e casa.
    Faccio ancora due passi, deciso comunque a fermarmi perché mi sento le gambe sempre più simili a protesi di legno e a mangiare in quanto lo stomaco emette suoni sinistri e incontrollabili, quando la vedo e la riconosco! una crepa piuttosto grande e tondeggiante colorata di un verde chiarissimo sull’angolo di una parete tutta coperta di un intonaco giallino, proprio di fronte all’ingresso di quella famosa stanza, ricordo di averla notata la volta precedente perché mi ricordava un fossile.
    Faccio tre passi velocissimi e sono di fronte all’ingresso della stanza, lo riconosco, solo che ora è parzialmente coperto da una tenda di iuta di colore marrone scuro.
    Sento dei rumori all’interno ma non riesco a vedere nessuno, in compenso respiro dei profumi deliziosi di cibo; non so come manifestare la mia presenza, potrei bussare alla parete, scostare lentamente la tenda e salutare, oppure…non saprei, ma a levarmi il dubbio sono poche parole indirizzate ad un certo Ahmed.
    La tenda si sposta rapidamente e appare il bambino che con un sorrisone mi fa entrare, mi invita a sedermi, capisce il perché e il percome di quella scatola di cartone che tengo in mano, me la sfila abilmente, ringrazia e vola a portarla in un’altra stanza.
    Levo lo sguardo da quella situazione e vedo quel uomo che mi aveva fatto riprendere possesso del temperamatite, contemporaneamente mi saluta e si presenta, si chiama Farid ed è il padre di Ahmed, il bimbo.
    Anch’egli mi fa cenno di avvicinarmi e sedermi su un’ottomana, attraverso la stanza camminando su colorati Kilim berberi, mi accomodo; improvvisamente una mano filiforme delicatamente sposta un’altra tenda che nascondeva l’ingresso della cucina, ed esce una signora con un volto dolce ma fiero, con lineamenti perfetti e marcati ma non volgari, occhi marroni chiari vivaci e penetranti, pelle lievemente scura, insomma uno splendido viso impreziosito da un raffinato hijab.
    La signora mi offre del tè alla menta in segno di ospitalità e amicizia, Farid la ringrazia e me la presenta, si chiama Shanika, è sua moglie.
    Appoggia il vassoio sul basso tavolino di fronte a noi, questo gesto mi induce a notare un altro bellissimo tappeto beige, però a pelo folto, sicuramente proveniente da Rabat, rialzo lo sguardo e Shanika sta già rientrando in cucina, mi spiace.
    Farid toglie immediatamente qualunque altro eventuale imbarazzo scusandosi per il comportamento del figlio, dicendomi in maniera schietta e senza particolari giustificazioni, che la sua è una famiglia piuttosto povera e che quel temperamatite così strano, così diverso e soprattutto così irraggiungibile aveva colpito così forte di desiderio il bambino da indurlo a compiere quel piccolo reato. Tranquillizzandolo, blocco il suo monologo e gli mostro il prodottino fosforescente dicendogli che se fosse stato d’accordo, avremmo potuto regalarlo ad Ahmed e io ne sarei stato felice.
    In quel momento mi è parso come di vedere un sole splendente aprirsi sul volto dell’uomo, nonostante quello sguardo, diciamo fisso.
    Due ringraziamenti secchissimi e sincerissimi e il temperamatite ebbe un nuovo proprietario.
    Chiamiamo il bimbo, gli diciamo e gli diamo; rimane per una frazione di secondo incredulo, poi ringraziando, anzi urlando il ringraziamento corre a prendere un imbarazzante mozzicone di matita.
    Durante questa azione, scivola e urta violentemente un ginocchio contro un piccolo mobiletto che immediatamente si mette a ondulare scricchiolando e mettendo in movimento anche un soprammobile di ceramica, orrendo, che oscillando batte sinistramente come un metronomo sulla parte superiore del mobiletto stesso.
    Restiamo incantati e come affascinati a vedere quei movimenti aspettandoci il peggio, che naturalmente arriva un secondo dopo con grosso fragore; la ceramica cade a terra e si sbriciola, peccato ci siamo persi per sempre un prodotto singolare, una sfinge dai bordi dorati con accanto un cervo sproporzionato, però con le corna argentate che trattengono un orologio digitale tondo con numeri rossi luminosi ed enormi.
    In tutto questo, il piccolo opera senza essere minimamente distratto, anzi è concentratissimo a temperare con una attenzione particolare, tutta speciale; in quel momento capisco quale sarà il mio prossimo regalino ad Ahmed, anche perché il collaudo della perfettissima punta, eseguito su foglio di giornale, fu alquanto difficoltoso vista l’ormai ridottissima lunghezza del lapis.
    Tutto quel trambusto richiamò l’attenzione della signora che uscì dalla cucina, capì immediatamente e perfettamente quanto fosse accaduto, mi ringraziò anche lei per il dono con un sorriso smagliante e si apprestò a rimuovere i piccolissimi cocci, al che Farid le disse di continuare pure a occuparsi della cena e che ai resti egiziani avrebbe pensato lui.
    Shanica molto gentilmente insiste nel voler pulire ma il marito, più insistente, conferma la sua intenzione e si avvia alla raccolta abbassandosi.
    Aveva una mano già piena di pezzetti quando l’ebete, non si sa bene come, scivola sul posto e nel tentativo di aiutarsi si appoggia malamente al solito mobiletto facendolo cadere e rompere; contemporaneamente rovina con le ginocchia sui pezzetti rimasti a terra procurandosi un male evidentemente fortissimo che lo fa ululare e non gli permette, nella dinamica dell’incidente, di trattenere in mano i cocci raccolti che quindi lancia con violenza contro un grosso vaso di vetro verde rompendolo in qualche milione di pezzi.
    A quel punto Shanica, nonostante tutto, rimane serena e gli lancia un’occhiata nella quale ravviso senza dubbio, tutta la millenaria rassegnazione delle donne di tutto il mondo per aver a che fare con gli uomini e le loro maldestre azioni.
    L’uomo è imbarazzato, io sono imbarazzato, entrambi ci muoviamo per cercare di porre rimedio ma la donna ci fulmina teneramente con uno sguardo immobilizzante e un gesto del dito indice destro che rappresentano dei concetti: state fermi, sedetevi, chiacchierate, bevete il tè, non fate altro per favore, grazie.
    Così facciamo mentre il bambino continua a temperare, a scrivere e a disegnare fino a quando non riesce praticamente più a tenere in mano la matita tanto si è ridotta.
    Intravediamo sul volto di Ahmed il formarsi di un’espressione di rabbia, di nervosismo e di reazione, temiamo il peggio ma per fortuna ancora una volta Shanica risolve la situazione avvertendoci che è tutto pronto e possiamo cenare, siamo salvi.
    I piatti sono esattamente quelli che mi aspettavo e speravo, tipici e speziati; un cous cous fantastico che accompagna una tajine di carne m’qualli, in salsa gialla allo zafferano, zenzero e olio d’oliva, mi spiegano che avrebbero voluto metterci anche il cumino ma temevano di esagerare con le spezie.
    Mangiamo molto lentamente e parliamo di tutto, ma soprattutto di me e dell’Italia; le domande sono di varia natura, dalle più stupide e banali alle più intelligenti e acute che provengono praticamente quasi tutte dalla signora.
    Sono molto interessati alla nostra vita sociale e quotidiana, non riescono a capire certe nostre abitudini mentre altre le apprezzano appieno e vorrebbero adottarle.
    Evitiamo i discorsi sulla politica, sarebbero troppo complicati e soprattutto molto imbarazzanti e fonti di vergogna per me.
    Dopo l’ultimo discorso sulle nostre cosche malavitose più famose, mafia, n’drangheta e camorra che i signori hanno voluto conoscere e capire meglio, finalmente con un italiano praticamente a loro disposizione e con l’ingresso di una spettacolare tajine mezgueldi, finalmente parliamo di Marrakech, del Marocco e di loro, mentre il bimbo, orgoglioso, ci porta il pane khobz irregolarmente circolare, fatto da lui.
    Vengo così a scoprire una cultura ancora più affascinante di quanto non sapessi, di leggende che sembrano fiabe e di tradizioni radicate e mantenute vive anche nella quotidianità attuale.
    Mi dicono di loro, dell’origine per metà indiana di Shanica, del suo adattamento al Marocco e anche di come si sono conosciuti, grazie al cugino di lui, Fathallah, che tra l’altro ci avrebbe raggiunti più tardi, se la cosa non mi avesse dato fastidio, ci tengono a precisare.
    Tempo mezz’ora e il tipo arriva; è praticamente una mezza montagna di grasso e peli con un fez sdrucito e unto in testa, calcato su capelli ancora più unti e nerissimi, baffoni dello stesso colore non curati, una tunica lercia e lacera sotto la quale si intravedevano delle scarpe, forse un tempo bianche, completamente sfondate.
    L’essere mi si avvicina e noto che ha un anello per ogni dito delle mani; le fattezze come lo sguardo sono bovine e come un bovino rumina lentamente.
    Farid mi parla un pò del cugino, mi dice che ha viaggiato parecchio per il suo lavoro, non specificato, che è stato spesso e anche di recente, in Yemen e nel Corno D’Africa; mi spiego quindi quel masticare qualcosa che con regolarità estrae da una tasca e si infila in bocca, è erba, è qat, acquistata in quelle zone.
    Improvvisamente Fathallah inizia a parlare di sé e delle sue esperienze di vita come se io fossi ansioso di conoscerle, in più, ormai preso dalla cosa, infarcisce questo suo fiume in piena di parole con aneddoti secondo lui esilaranti.
    Sono al limite della sopportazione, non so se fuggire, spaccargli la bocca con un pugno ben assestato o continuare ad ascoltarlo fingendo interesse, in realtà violentandomi per riguardo nei confronti dei miei ospitanti.
    Per fortuna Santa Shanica interviene e lo blocca offrendo a tutti le mie harcha e i suoi ghoriba, uno con le mandorle e un altro con gli amaretti.
    Fra un dolce e un sorso di tè alla menta, il tipo continua a sparare scemenze senza ritegno su qualunque argomento si cercasse di trattare.
    Non pago dello sfinimento che ci sta procurando, si lancia nel racconto sconclusionato e per di più ricchissimo di particolari, della sua esperienza in Afghanistan.
    Laggiù conobbe una donna appartenente all’etnia Azara, la più discriminata e di come, quasi fosse un nobile cavaliere medioevale, l’avesse difesa e protetta contro due bulli Pashtun, una popolazione dominante.
    Ci confidò inoltre, con grande enfasi, come se ci onorasse del renderci partecipi di un suo inconfessabile segreto, che anche insieme a quella donzella, “inseguì il drago” quotidianamente per un lungo periodo.
    Capito tutto, si è bruciato narici e cervello con l’eroina marrone.
    Questo spiegherebbe anche perché mi ha raccontato almeno quattro volte, come ha fatto incontrare e conoscere i genitori di Ahmed e la storia era sempre diversa sia per modalità che per tempistica.
    Il bue stolidissimo ha iniziato una nuova filippica relativa la sua abilità nel rammendo della parte inferiore della tunica che essendo lunga, striscia per terra e si sfilaccia e io, assolutamente interessato alla cosa, di nuovo non riesco a dare un taglio a questa ennesima rottura di scatole.
    Evidentemente anche le persone che normalmente non sono logorroiche ed hanno un sillogismo stringato e spessissimo maltrattano chi non si comporta verbalmente come loro, quando si tratta di parlare di sé o di cose che veramente le interessano, ecco che improvvisamente diventano peggio dei loro maltrattati, assolutamente insopportabili e molesti.
    Era questo il caso del cugino, come gentilmente mi spiegava Shanica, mentre il marito lo distraeva sfruttando una vecchia foto di famiglia. Esauriti  tutti i più banali commenti possibili su quell’immagine rovinata e ingiallita dal tempo e con una discreta spinta di Farid, Fathallah decide di togliere il disturbo.
    Il grassissimo, in onore della mia occidentalità decide di salutarmi stringendomi la mano, così mi ritrovo a contatto con la sua schifosamente flaccida, sudata e appiccicosa, il tutto mentre continua a masticare, interrompendosi solo un poco per esprimersi con un rutto fragoroso, pieno, liberatorio e puzzolentissimo. Trattengo il voltastomaco con difficoltà e lo ringrazio, con grandi cordialissimi sorrisoni, della conoscenza e della compagnia, scoprendomi più bugiardo di quanto non immaginassi.
    Dopo poco tempo e dopo un ultimo tè caldissimo che, nelle mie intenzioni, avrebbe dovuto placarmi il maremoto interno appena scoppiato, ringrazio sinceramente tutti per tutto, saluto e me ne vado a casa a coricarmi deciso a non mangiare ne bere per almeno i prossimi due giorni.
    Sono a letto, con scarsa lucidità e un perforante mal di testa; ripenso alla serata, saette di ricordi mi bersagliano l’area della memoria e dopo l’ultimo luminosissimo, anzi abbagliante, fulmine che come un frame mi blocca l’immagine dello sguardo impassibile di Farid mentre stava cadendo, mi viene di pensare che mi merito una gita, o meglio una vacanzina  e anche se non me la meritassi, me la concedo ugualmente.
    Il collegamento fra maremoto intestinale, fulmini e gita/vacanza non mi è chiarissimo ma tant’è, ho deciso.
    Naturalmente nasce immediatamente un dilemma che inspiegabilmente risolvo brillantemente e immantinente: mare o montagna ?
    Meglio il primo, anche perché si tratta di oceano, infatti sempre stupendomi, in un istante decido di recarmi a Essaouira.
    Dunque, posso scegliere: autobus, quattro ore di viaggio, comfort pari a zero, costo in dirhams ridicolo, oppure taxi, tre ore di viaggio, comfort maggiore decisamente, costo in dirhams superiore nettamente.
    Opto per il taxi e mi metto alla ricerca di Driss per la città, per prenotargli la corsa.
    Giro, vago, controllo, aspetto, chiedo; nulla, nessuna traccia, in più nessun suo collega lo ricorda o l’ha visto di recente.
    A questo punto decido di ingaggiare il primo che mi capita, per cui mi avvicino a un piccolo slargo che funge da deposito taxi per parlare con l’unico presente.
    Forse non è stata un’ideona perché il conducente ha volto e movenze delle mani sul volante, da serial killer psicopatico, per di più con una cicatrice visivamente recente, che partendo da metà naso, gli solca tutta la guancia sinistra.
    La barba di due giorni e i capelli corvini rendono il suo volto ancora più truce e sinistro.
    Gli parlo e non mi guarda, come se non mi sentisse, come se non esistessi, improvvisamente si gira di scatto verso di me e mi fissa con due occhi gialli scavati e feroci che mi fanno girare bruscamente la faccia per lo spavento.
    Incredibile coincidenza, questo movimento mi permette di vedere una figura che gira dietro un angolo dello slargo e sparisce, mi sembra il mio taxista; schizzo verso l’angolo nella speranza di rivedere Driss, lo giro e vedo la figura da dietro, mi sembra di riconoscerlo, lo chiamo a gran voce nella speranza che sia lui e che si giri ma contemporaneamente ho il terrore che questo non avvenga. Invece no, si gira, è lui, gli corro incontro, mi sorride e ci salutiamo con una cordialissima e forte stretta di mano.
    Tutto d’un fiato gli spiego del perché lo cercavo e gli chiedo se conosce quel suo collega spaventoso, del quale gli fornisco una descrizione il più possibile dettagliata.
    Driss mi ascolta senza fiatare assumendo un’aria parecchio rigida, quando ho finito mi dice seccamente che non ha mai visto un tipo così e che non gli sembrava nemmeno che ci fosse un taxi posteggiato nel deposito.
    Dopodichè, assumendo tutt’altro tono di voce e sguardo mi dice che Essaouira è splendida e che mi divertirò o semplicemente mi rilasserò, tantissimo.
    Ovvie banalità ma tant’è, va bene così, mi accontento dell’accordo preso per il giorno dopo.
    Mattina presto, sole dolce, aria fresca, ombre oblique, pochi bagagli per pochi giorni, due o tre al massimo, si parte, parliamo del più uscendo dalla città e del meno tagliando il deserto e poi ancora villaggi uguali, tutti uguali e deserto, sempre più deserto e inospitale e splendido, terrorizzante e infinito e poi ancora infinito, affascinante e surreale.
    Il tempo trascorre comunicando poco, ma osservando e riempiendomi gli occhi di quel nulla stupendamente creativo.
    Caldo tanto, sobbalzi tantissimi; grazie a questi e ai loro ondeggiamenti indotti, posso apprezzare meglio i cinque rosari di cinque colori diversi appesi nell’auto insieme ad altre immaginette religiose e spille che somigliano a ex voto.
    Vi sono anche altre immaginette non propriamente religiose, ma sono tutte concentrate nella parte posteriore dove c’è pure un cestino di vimini con un quotidiano del mese scorso e tre riviste vecchie di sei anni, ma non importa, i temi trattati fotograficamente sono sempre di attualità.
    Ben appoggiato sul fondo dietro la poltroncina dell’autista, trova spazio un narghilé pronto per l’uso, completano l’arredamento un posacenere di legno con dentro delle carte da gioco e alcuni tappetini, uno dei quali veramente originale e particolarmente trendy, rettangolare, che copre quasi interamente il divano posteriore, è di una fantasia leopardata nera e arancione che fa pendant con il coprivolante identico, solamente con il pelo meno folto.
    Ci muoviamo abbastanza regolarmente, guardo l’ora, sono trascorse circa tre ore, dovremmo esserci e infatti quasi improvvisamente…l’Atlantico, ed eccola là l’antica Mogador portoghese con le sue case bianche decorate di motivi blu.
    Driss mi lascia proprio davanti a una di esse, solo un po’ più grande delle altre, è una specie di pensione carinissima e mi vien di dire splendente, praticamente di fronte a una spiaggia da urlo. Ringrazio e saluto il mio taxista, arrivederci fra tre giorni, stesso posto stessa ora.
    Entro, mi presento, ci salutiamo, mi ritirano i documenti, mi conducono alla camera, tutto a posto, tutto in ordine, bevo una bibita gigante alla frutta, mollo sul letto i bagagli, me ne occuperò più tardi.
    Maglietta arancione, bermuda neri, occhiali da sole neri, telo mare pluricolore sui toni del sole, zoccoli in legno, giornali, sono perfetto, anzi, perfettissimo, chiudo la stanza e sono già praticamente in riva all’oceano.
    Non conosco la zona per cui un posto vale l’altro, mi fermo e mi accomodo praticamente subito sotto una piccola liscissima duna.
    Sono sereno, rilassato, anestetizzato dai colori e dai profumi dell’acqua e della spiaggia; onde e riflessi di sole rendono alternativamente più distinte o quasi mimetizzate le barche verdi e blu dei pescatori.
    Ho gli occhi estasiati, purtroppo tutto crolla alla vista degli uomini; questi al mare mostrano la loro massima bruttezza, prima solo fisica ora con gli annessi che alla fine sono fondamentalmente il cellulare e il portacellulare con cintura.
    Questi moderni cow boys del mobile coltivano un gusto per il ridicolo assolutamente involontario, al punto tale da renderli così folcloristici da attirare tenerezza.
    Come se questo non bastasse, riescono ad inventarsi altri mille modi, tutti validissimi, per rendersi buffi e grotteschi.
    Mi pervade una perversa piacevolezza nel vedere una siffatta lordura umana, tanto da farmi pensare che ci sia in me un qualche cosa di malato, una specie di tumore metastizzato o come mi viene meglio di vederlo e descriverlo, marcio e in decomposizione.
    Beandomi con questi rassicuranti pensieri, mi addormento dolcemente quando arrivo alle considerazioni per massimi sistemi sulle bellezze e sulle brutture universali assolute.
    Sogno, oppure no, comunque non ricordo, meglio così, credo.
    Il giorno seguente, dopo aver diligentemente eseguito i compiti obbligatori del bravo vacanziere di mare, decido di recarmi alla quotidiana asta di tappeti, verso le ore 17.
    Tutto abbastanza turistico, tutto abbastanza originale, non rimango particolarmente deluso perché, bene o male, me l’aspettavo così.
    Diciamo che mi sto divertendo a guardare, ascoltare e valutare la piccola folla che da vita a questo spettacolino colorato. Improvvisamente mentre stava per essere battuto uno splendido, veramente, tappetino quadrato in seta, eccolo! Lo sento arrivare, un branco di energumeni italiani, volgari nelle espressioni, distruttori della lingua italiana, chiassosi e molestissimi; praticamente il loro arrivo riesce a far interrompere l’asta per qualche minuto; solo loro potevano riuscirci.
    Il concetto di nazionalità mi fa vergognare e mi scivola contemporaneamente, ma sono totalmente disturbato e talmente irritato dalla loro presenza, che il primo impulso è quello di reagire come un mio eroe dei fumetti, il coatto sintetico Ranxerox, cioè fare una macellazione di quei tipi lasciando sangue e frattaglie sparse un po’ dappertutto.
    I sogni a volte si avverano, purtroppo non in questo caso, quindi preferisco ritirarmi lasciandomi alle spalle quei campioni del mondo di cafoneria; una notte mi sarà appena sufficiente per allontanarli dalla mia mente e considerarli semplicemente una piccola triste parentesi.
    Acqua e sabbia e sole e profumi, non desidero altro, mi sento pulito, corroborato e asciugato, forse rinforzato.
    Oggi però gli alisei tirano troppo forte per me, non li sopporto, me ne vado in paese.
    Mangio qualche cosa, non importa cosa, bevo qualche cosa, non importa cosa, tanto sono in piazza Moulay El-Hassan e ogni cosa assume un sapore speciale; tutta la cornice di cose e persone è affascinante e amalgamante.
    I ciotoli e un giovane suonatore di crotali, sacchi di tè e donne che camminano parlando, spezie e venditori di kif arrivati da Ketama dopo un viaggio sulla catena montuosa del Rif, mi dicono; tutto contribuisce a creare una caotica organizzazione sociale funzionante e dinamica.
    Ne voglio fare parte, quindi decido di comprarmi una scatola in preziosa e rara radica di Thuya; praticamente seguendone il profumo raggiungo l’atelier di un ebanista, da quel momento comincia lo spettacolino personale e privato inizialmente, successivamente con qualche spettatore più o meno interessato alla scelta ma soprattutto all’acquisto del prodotto.
    Siparietto N°1; mi aggiro lentamente nel negozio facendo attenzione a non urtare niente, mostrando un grande interesse per buona parte dei prodotti che tocco, accarezzo, annuso, ispeziono, controllo, batto e poi rimetto al loro posto, il tutto con il massimo della delicatezza di cui la natura mi ha dotato.
    Siparietto N°2; ogni tanto faccio qualche domanda breve e precisa a un commesso, che insieme a un altro soggetto mi sembra gestisca il negozio, credo che solo quest’ultimo produca fisicamente i lavorati.
    Naturalmente ho già individuato l’oggetto che farà bella mostra di sé su di una stretta mensola nella mia camera, una piccola scatola intarsiata con l’apertura a combinazione gestita da tasselli.
    Siparietto N°3; comincio a dimostrare meno interesse per i prodotti, fingo un inizio di noia e mi avvicino molto lentamente all’uscita mentre sbircio con rapide e invisibili occhiate il comportamento dei due.
    A questo punto  partono all’attacco, mi sono già praticamente addosso decantandomi le qualità e insistendo sull’acquisto di alcuni oggetti dei quali mi dicono il prezzo; al che io sorrido intendendo con ciò che non sono interessato e che comunque il prezzo sarebbe esagerato.
    Siparietto N°4; prima di simulare l’intenzione concreta di voler uscire prendo in mano la scatola desiderata e mostro un velatissimo interesse chiedendone il prezzo, anche se l’atteggiamento e il tono di voce vorrebbero sostenere solo un minimo di curiosità.
    Siparietto N°5; i due capiscono l’antifona forse, comunque sparano un prezzo altissimo. Fingendo spudoratamente assumo un atteggiamento irritato, rispondo che sono pazzi e che mi stanno prendendo in giro, quindi guadagno l’uscita convinto che mi avrebbero trattenuto con mille chiacchiere e che avrebbero poi abbassato il prezzo.
    Siparietto N°6; non succede nulla di tutto ciò, un po’ deluso esco dal souk e mi avvicino alla vetrina di quello di fronte, mi metto a guardare una piccola sella da cavallo, carina, pensando a quanto appena avvenuto, quando mi sento battere delicatamente sulla spalla destra.
    E’ il commesso di prima con in mano la scatola, che mi propone alla metà del prezzo richiesto alcuni secondi precedentemente.
    Ribasso ulteriormente e clamorosamente, lui rialza, io ribasso di nuovo, facciamo questo giochetto tre o quattro volte muovendoci e parlandoci come giocatori di morra; al mio ultimo tentativo di sconto il mio “avversario” si indigna, dice alcune parole in arabo che probabilmente, fortunatamente non capisco e se ne và.
    Siparietto N°7; intuisco la situazione, il penultimo prezzo mi sembrava corretto, in effetti volevo solo continuare un po’ il gioco, gli lascio fare pochi passi sperando ci ripensi, non si gira, gli grido che d’accordo, va bene; praticamente la scatola è già avvolta in una doppia pagina del quotidiano locale. La metto nel mio zaino mentre gli do i dirham convenuti, ci salutiamo e ce ne andiamo soddisfatti per le nostre strade.
    Mattina, presto, prestissimo, un sole caldo ma ancora gentile mi sfiora e mi sveglia; Wow ! sono tonicissimo e con una fame da suonatore ambulante. Tempo un secondo sono pronto per la spiaggia ma prima mi fermo al bar affianco e mi faccio tre, dico tre, kaab el-ghzal; fantastici, forse un po’ grevi, ma comunque fantastici e con il giusto gusto di acqua di fiordarancio.
    Sento la necessità, prima di sparapanzarmi sulla sabbia, di qualcosa di liquido per far scendere immediatamente i dolci; automatico pensare a un atay, un caldo e sano tè alla menta, ma anche un bukha, in quanto liquore potrebbe funzionare; ho deciso, me li bevo entrambi, prima l’alcolico e poi il caldo.
    Saranno i fichi con cui producono il primo o la temperatura del secondo, fatto sta che l’effetto è dirompente; lascio il bar e torno di corsa in camera ma senza troppi scossoni pericolosi; temo la scia che potrei lasciare.
    Più che dirompente, l’effetto è stato devastante per cui avverto il bisogno di coricarmi e rilassarmi per recuperare le forze sciolte poco prima.
    Dal letto con lenzuolino alla sabbia con telo mare, il passo è brevissimo per cui ora che tutto è ritornato normale, voglio dedicarmi all’attività preferita dalle lucertole per un tempo che non voglio definire.
    E ora ? che succede ? del tempo è passato, appunto non so quanto ma mi sento a pezzi, tutto dolorante e invece che rilassato sono teso e irritato.
    Praticamente scappo dal sole, dal mare e dalla sabbia e anche da quella beduina che sta facendo il bagno tutta vestita.
    Cammino con una certa difficoltà e non trovo di meglio che rifugiarmi nei vicoli stretti e ombrosi della città vecchia.
    Improvvisamente come fosse un miraggio, vedo il magnifico portone in legno d’ingresso di un hammam, non faccio neanche in tempo a pensarci per decidere il da farsi, sono più veloce del mio pensiero, infatti sono già entrato.
    In uno stato come il Marocco in cui la cura della persona è un pilastro della cultura, questa spa è tutto quanto posso desiderare in questo momento.
    Un ragazzo gentilissimo mi porge delle babouches gialle, sono un maschietto, le calzo, sono comodissime e altrettanto morbide, devono essere fatte a mano a Tafraoute; vedo in un angolo, ben disposte, alcune paia rosse, intuisco quindi che il posto accetta anche le signore.
    Comincia la “remise en forme” attraverso un percorso sapientemente studiato, le tradizioni non si inventano e come se fossi in un magico e vaporoso altro mondo, provo tutto; mi lascio smanacciare e apprezzo un contatto fisico diretto e continuo che non avrei mai immaginato neanche di pensare.
    Sapone nero, olii di argan e di rosa, e per finire, trattamento con la ghassoul, un’argilla purificante fantastica; insomma non mi sono fatto mancare niente e il risultato è evidente, sono nuovo, rafforzato, tonificato, rinnovato, purificato e finalmente rilassato.
    Decido, non so perché, di premiarmi con un qualche cosa, ma non so cosa, in realtà non desidero nulla in particolare o meglio quello che desidero non me lo posso permettere e quello che mi posso permettere non mi interessa.
    Un tè, chissà, forse un tè potrebbe aiutarmi a capire, a realizzare.
    Ma capire o realizzare cosa ? forse che farò da grande ? quanto tempo ho sprecato fino a ora ? cosa deve succedere perché qualche cosa succeda ?
    Cresce la confusione e l’irrequietezza mi sembra di avere l’energia per spaccare il mondo, ma sono a corto di mondi da spaccare.
    Mi avvio un poco mesto alla mia pensioncina, berrò qualche cosa là e sistemerò i pochi bagagli, domani lascerò le case bianche con i portoni azzurri di Essaouira per ritornare a Marrakech; la prossima volta, se ci sarà, sceglierò Agadir decisamente più riparata dai venti, perchè comunque alla fine mi infastidiscono.
    Saluto la città, il vento, appunto e Driss che mi aiuta a caricare la mia valigiotta.
    Soliti discorsi superficiali, banali e stupidi ma sembra dovuti; non ho più voglia di parlare e capisco che neanche il taxista ne ha, per cui come per un tacito accordo, taciamo e ognuno pensa ai suoi guai, ai suoi timori, alle sue solitudini.
    Lascio Essaouira per ritornare a Marrakech, bene ! ma si ritorna dove, perché ? per una ricerca di radici ? per un qualche cosa di conosciuto e quindi rassicurante ? si ritorna perché non si ha il coraggio di scappare seriamente, decisamente ? si vuole forse sempre avere la possibilità, senza sforzi eccessivi, di riprendere il noto, di adeguarsi nuovamente accontentandosi, esprimendosi a metà o peggio castrandosi per ottenere cosa, la tranquillità, la tranquillità della mediocrità e della stabilità ?
    Il tutto sorretto e accerchiato da un’aureola di doveroso senso di colpa nei confronti della rivoluzione, magari piccola, inespressa ma desiderata che resterà quindi per sempre irrealizzata.
    Che tristezza, che amarezza, che vuoto, che ora vedo amplificato dallo spazio infinito del deserto; spazio che ora mi crea angoscia e smarrimento, mi perdo, non lo delimito, non lo gestisco; panico.
    Credo che leggerò qualcosa ma come per una sorta di sindrome di Norimberga non riesco a togliere gli occhi comunque estasiati, da quello spettacolo per me ora pauroso.
    Ma allora non mi appartiene più quella massa sconfinata di sabbia ? non fa parte di me, non più, neanche un poco ? perché ho paura di sprofondare in quell’oceano di granellini ?
    Vorrei già essere nella mia casetta a Marrakech, la immagino come se fosse un rifugio protettivo, ma mi accorgo che l’idea non mi mette al sicuro dal panico; panico al quadrato dunque.
    Che succede, che mi sta succedendo ? tutto vacilla, quel minimo di serenità interiore si sta sgretolando, sbriciolando; mi vedo trasformato in polvere fagocitata dalla sabbia.
    Non mi piace, non mi ci trovo, la sabbia rappresentava un concetto generale di luogo e vita diverso e diversa, tali da rigenerare prima di tutto psichicamente e ora questa che fa ? mi avvinghia, mi attanaglia, mi comprime, mi schiaccia e mi affonda, perché ?
    Non mi vuole più ? mi percepisce come estraneo ? e io che provo ? cosa mi sembra stia realizzando e razionalizzando con la mia momentanea minima lucidità ?
    Ho paura a confessarlo anche a me stesso; delusione, fallimento; di nuovo !
    Il risultato di questi pensieri è che la paura mi attanaglia il cuore e il cervello, lo stomaco è totalmente in subbuglio provocandomi un gonfiore sinistro, temo la catastrofe da meteorismo, reggerà l’auto vecchia e malconcia ?
    Del naso e dei polmoni di Driss non mi do pena, spero solo che riesca a gestire la guida.
    Non posso, non riesco, non trattengo, non posso scoppiare, non mi tarpo, non mi preoccupo, non mi posso preoccupare e quasi “dolcemente” ciò che deve avvenire avviene.
    Il risultato è deflagrante, sconcertante, credo che anche un grosso scorpione appena superato si sia spaventato; sicuramente una specie di topo grande come un gatto di medie dimensioni si è nascosto in un pico secondo nella sabbia.
    Tremo tutto, il sisma intestinale è stato di una violenza inaudita, lo stomaco mi ribolle e i timpani, molto lentamente, si stanno riavendo dal trauma sonoro.
    Nonostante l’importanza di questi effetti fisici, il lato più impressionante dell’accaduto risiede nello sguardo e nell’espressione di Driss che ho visualizzato e memorizzato in modo perenne, nel momento stesso in cui si è girato a guardarmi.
    Occhio fisso e pallato con il bulbo percorso da numerose piccolissime e rossissime venuzze, la bocca contorta in un ghigno ridicolo che esprimeva spavento e incredulità.
    Le labbra scomposte lasciavano, per fortuna, solo intravedere due dentoni gialli, schifosamente cariati e separati da un vuoto dal quale fuoriuscì un suono gutturale di stupore misto a terrore.
    Probabilmente si aspettava di vedermi cadavere con l’addome sconquassato, invece il mio stato molto provato ma vitale, evidentemente lo rassicurò e senza dire una parola continuò a guidare.
    Continuò a farlo fino all’arrivo sotto casa a Marrakech, ogni tanto si girava, come per controllare che continuassi a respirare e ogni volta sembrava stupito del mio stato di vita.
    Salutoni, abbraccioni, niente bacioni con Driss, bene, alla prox, Saludos !
    Rieccomi in città e a casa, mi affaccio a pensare appoggiato sul davanzale della finestra della cucina che, come le altre, si apre sul cortile interno e non sulla via perché gli interni delle case per nessun motivo devono essere esposti alle offese della strada.
    Pensare ? parolona ! in realtà ho il cervello che sembra un buio temporale estivo, ogni fulmine è una domanda senza risposta e ogni tuono un’incertezza.
    Spero che la famosa quiete dopo la tempesta produca delle risposte che mi portino a delle successive azioni.
    Per ora solo un disagio generale e totale.
    Cammino per la casa, mi distendo, mi giro e mi rigiro, mi rialzo, niente di niente solo inquietudine e smarrimento.
    Improvvisamente e inspiegabilmente mi compare una leggera appetenza ?!
    Boh, senza pensarci sono uscito e mi dirigo verso il banchetto di Mustafà, il suo cous cous è il migliore della città e serve il montone, non la solita pecora, cucinato con un ras el-hanout, una miscela di almeno trenta spezie, di qualità superiore.
    Sarà il cous cous, sarà l’aria dolcissima della sera, sarà il profumo della frutta secca e delle spezie che proviene dai banchetti vicini, sarà il “tranquillo” viavai delle persone, sarà…non lo so, ma capisco che sono in contrasto con me stesso e con questo ambiente, capisco di trovarmi in una situazione forzata e innaturale, capisco che non può continuare, capisco che me ne devo andare.
    Terribile, mi sento a disagio in questa città che mi ha accolto e protetto, aiutato e amalgamato.
    Accidenti, ma questa ansia esagerata, questa angoscia intollerabile, questo malessere totale e improvviso, inaspettato e irrazionale da dove deriva, e perché ?
    La dimensione fisico/spirituale eccezionale ottenuta è già svanita ?
    Non lo capisco, non lo sento, non lo realizzo ma forse inconsciamente una forza mi costringe a lasciare per ritornare, è tutto assolutamente intangibile e indecifrabile ma è, paradossalmente, urgente.
    Lo giuro, non avrei mai immaginato di riuscire a prendere una decisione così importante e radicale in così breve tempo e con questa assoluta lucida determinazione.
    Direi che mi fu sufficiente un atay piacevolmente caldo, sorbito lentamente nel più scalcinato bar della mellah, posizionato di fronte al suk degli argenti, con una menorah splendidamente luccicante, anzi sette volte luccicante, che faceva bella mostra della sua affascinante semplicità al centro di una polverosa e caotica vetrina.
    L’osservazione insistente del prezioso oggetto fu interrotta per pochi secondi, a favore di una ragazza araba con due occhi ipnotizzatori resi anche misteriosamente indagatori dal khol; pochi secondi, ma da urlo.
    Tutto ciò avrebbe dovuto o potuto indurmi, forse, a ben altri comportamenti e invece sono qui a ripensarci seduto su una scomoda e stretta poltroncina d’aereo.
    Destinazione: l’aeroporto a nord-ovest di Milano, Italia.
    Sincerità per sincerità, non sono convintissimo di andarmene per ritornare nella mia città, anzi cittadina di provincia, forse la più di provincia dell’intero universo siderale, quindi con pochissimi vantaggi e tantissimi minus, compresa una sciocca spocchia dovuta, nonostante tutto, a una certa ricchezza di base messa in evidenza tanto spesso quanto a sproposito.
    Ma tant’è, il muso dell’aereo prima e il mio naso dopo erano rivolti verso di lei.
    Sto atterrando; ultime indicazioni dalla biondissima hostess, cintura, carrello, piccolo boom, applausi scroscianti e soddisfatti uniti a sorrisoni rilassati e ora distesi, ok sono in Italia !
    Solite attese per ritirare i bagagli…non arrivano, temo la perdita…e invece no ! li vedo e riconosco.
    Il viaggio sarà anche stato confortevole per loro, immagino/spero, però sicuramente l’alloggiamento e la sistemazione no, ammaccamenti più o meno profondi e strisciate di varie lunghezze confermano.
    Con un bus-navetta raggiungo la mia cittadina e a quel punto, per raggiungere casa mia, opto per un taxi, con taxista antipaticissimo e fastidiosamente logorroico.
    In pochi minuti, quattro o cinque al massimo, mi racconta di lui, della moglie, della suocera che spera muoia presto, in modo da poter ereditare una casetta in riva al fiume e riuscire così finalmente, a disporre di una discreta, sicura e gratuita sistemazione da sfruttare con la prostituta di turno; inoltre potrà anche tenerla come base per il suo hobby preferito, la pesca che esercita abusivamente da molti anni, facendosene vanto praticamente tutti i giorni al bar, con i suoi degni amici.
    Inoltre credendo fossi un turista, mi propone un percorso a suo dire strategico e breve, in realtà lungo almeno tre volte l’accettabile.
    Lo sputtano indicandogli il percorso più breve, a quel punto il tipo si inalbera, urla e cerca di convincermi a seguire il suo consiglio dandomi del bugiardo e anche un po’ dello sciocco.
    Obbligatoriamente non ho che due alternative:
    1)            con una stupida, quindi adeguata a lui, bugia farlo girare verso di me e tirargli un secco pugno in piena faccia devastandogli completamente il naso e parte della bocca.
    Soluzione non percorribile ancorché liberatoria e gratificante, perché la sola idea del contatto fisico con il tipo, mi provoca una forma di patologia orticante agli arti nelle
         parti estreme.
    2)           Sfruttare tutto l’autocontrollo di cui dispongo e violentandomi sorridendo, chiedergli di accostare, pagare, scendere e allontanarmi il più in fretta possibile al fine di evitare che l’autocontrollo risultato insufficiente, lasci spazio a una scarica fisica violentissima ai danni della sua banalissima autovettura.
    Vabbè, opto quindi per l’alternativa due e in pochi minuti raggiungo a piedi la mia casetta.
    Si si, che bello che bello, sono ritornato alle “cose” conosciute, protettive, rassicuranti, si si, che bello che bello, evidentemente ne sentivo a livello inconscio, molto inconscio, il desiderio; un’attrazione riposta e nascosta, latente ma sconvolgente e immediatamente dirompente.
    D’accordo, la forza delle radici, il gusto complice di ascoltare, capire e parlare il mio dialetto, accidenti tutto fantastico però ora che faccio ?
    Sentimenti opposti, contrastanti, in conflitto, altri in accordo, accomodanti, seducenti; tutti mi bersagliano la testa, tutti mi strizzano il cervello; il risultato ? nebbia, nebbia in Valpadana, come da tradizione.
    Questo significa che non mi oriento, non vedo a un passo da me e soprattutto non vedo strade, in realtà mi basterebbe intravvederne una sola ma…nada, in questo momento nada de nada.
    Le situazioni anche lavorative passate, sono assolutamente improponibili e ad ogni modo impossibili da ripristinare pure nel caso in cui decidessi di rendermi quanto meno ridicolo e/o vergognoso e riprovare ciò da cui mi ero allontanato con sdegno e sofferenza.
    Va bene, ok, allora viviamo alla giornata, possibilmente con un numero di stress sopportabile o comunque gestibile.
    Però, mentre mi impegno per riuscire a galleggiare, mi impegno anche per cercare e trovare l’occupazione ottimale della mia vita.
    Naturalmente senza rinunciare ai diversivi diversificati e funzionali al galleggiamento.
    Mi muovo, mi sposto, mi sbatto, mi annoio.
    Cerco e non trovo, ricerco e trovicchio un lavoretto, o meglio un tampone professionale tale da permettermi almeno di girare verso la metropoli due o tre volte la settimana.
    Poco di tutto: soddisfazioni, contatti con i colleghi, superficiali, banali, concettualmente sotto zero, operativamente più tremila, un lavoro esattamente adatto all’atrofizzazione cerebrale, però grazie a questo, i concerti sono assicurati così come qualche ristorante etnico, qualche libretto e qualche CD più, naturalmente, il vinile.
    Senza contare che questi viaggi settimanali mi permettono, molto spesso, di beccare al casello dell’autostrada una casellante proprietaria di un viso splendido, lineamenti leggermente accentuati sempre perfettamente truccati e contornati da una pettinatura a caschetto modello Valentina.
    Rimango ammaliato quando mi guarda, rimango estasiato quando mi porge il resto e mi saluta, rimango stordito quando a volte mi sorride, rimango abbattuto quando ingrano la prima e con una lentezza esasperante me ne vado continuando a guardarla il più possibile grazie allo specchietto retrovisore abilmente posizionato.
    Per ben due volte ho avuto modo di vederla in piedi e camminare verso gli uffici.
    Ignorando gli strombazzamenti degli automobilisti rallentati dietro di me, mi sono praticamente bloccato per osservarla meglio; quale visione, quale soddisfazione per gli occhi, un fisico tipicamente mediterraneo: vitino di vespa e sedere da elefantessa, direi almeno quattro chili in più per chiappa, ma quale armonia d’insieme, quale tondeggiante perfezione, quale delicata attrazione tutto ciò mi procurava.
    Rimarrò per sempre, fino alla morte, con il desiderio irrealizzato di parlarle e ascoltarla.
    Che tormento, che grande tormento.
    Mi muovo nella cittadina senza che nulla riesca anche minimamente a distrarmi, mi obbligo a un finto stato di serenità, pena l’esaurimento nervoso causa lentezze e stupidità generali.
    Ne vedo di ogni, dalle signorine e dai signorini che vanno al lavoro portandosi la bottiglietta d’acqua tenendola in evidenza come se fosse un oggetto di distinzione, ai vestiti appesi all’interno delle auto, dai ragazzini ordinari nell’aspetto e nell’intelletto che prendono, in modo sguaiato e cafone, il pullman che li riporta alle loro case di paese, alle signore e ai signori che se la tirano al punto da risultare folkloristici, tanto da indurre tenerezza se non prevalesse un istinto sarcasticamente violento nei loro confronti.
    Orde di ragazzine che espongono una striscia lombare grassa e flaccida fra un pantalone a vita bassa con uno slip ridicolmente ristretto e un maglione di infima qualità, più stretto di quanto logicamente accettabile ma astutamente idoneo a evidenziare i rotoli di ciccia sui fianchi.
    Non mancano certo, anzi abbondano in maniera intollerabile, gli automobilisti impediti nella guida tali da provocarmi sudorazioni repentine e crampi addominali, nonché pensieri omicidi per tutta la durata del contatto indesiderato ma inevitabile, con loro.
    A questo proposito e soprattutto in certe specifiche situazioni di ridicola circolazione urbana, rivendico il mio diritto assoluto al giudizio pesante, affrettato e superficiale su chi voglio, eventualmente condito con parolacce varie che perfettamente aiutano a disegnare la mia totale insofferenza verso un prossimo così tragicamente insipiente.
    Il tempo trascorre trascinandosi, facendolo quindi sembrare infinito e monotono, nulla mi attira, nulla mi stuzzica o incuriosisce, tutto mi pesa, tutto mi indispone, tutto mi indispettisce o, al limite, mi annoia.
    Anche l’impegno lavorativo è venuto meno, non mi sento di esprimere nessun commento, ancora una volta la stolida mediocrità ha vinto; insomma la tragica commedia si sta nuovamente presentando e rappresentando.
    Quelle che banalmente voglio chiamare generiche sfighe generali, non sono certo migliorate, anzi si sono aggravate e amplificate per colpa del loro inesorabile ripetersi.
    Mi sento abbattuto e soffocato, schiacciato e stanco, tanto stanco, troppo stanco e rassegnato, non ho più voglia neanche di riprovarci.
    Su tutto, la mesta accettazione della consapevolezza che comunque rimarrò deluso, ferito e mortificato.
    Quindi che soluzione ? quella estrema ? si ? forse per curiosità, forse per quella impotenza che genera una rabbia cieca, devastante e debordante che ti fa bestemmiare e sperare che esista davvero, anche se non ci credi, per trovartelo di fronte a giudicarti e tu ad anticiparlo vomitandogli addosso tutto il tuo livore, tutto il tuo rancore, dopodichè passi alla violenza fisica su di lui, decongestionante, ammesso che abbia un senso.
    Se superi il livello di guardia massimo e arrivi a questo stadio di aberrazione mentale, ecco allora forse lo stato è così compromesso che risulti impermeabile a tutto e tutti, forse.
    Paradossalmente una situazione tanto deviata, quanto tristemente protettiva.
    Mentre mi aggiro a piedi senza meta fra grigi e anonimi palazzi, fra giardini spelacchiati impreziositi da rifiuti di ogni genere, con questo fardello insostenibile e insopportabile, mi casca letteralmente l’occhio, su di una affissione ingenuotta e volgarotta; la coppia creativa che l’ha ideata non si è certo sforzata, ma l’ha resa decisamente d’impatto per l’utente mediocre.
    Il copy invitava a raggiungere il Madagascar e l’art lo visualizzava con alcuni scatti banalissimi ma funzionali, vagamente affascinanti, rappresentanti i tipici baobab e gli ancora più tipici e scontati lemuri, visto che solo laggiù si possono trovare quei primati.
    Quasi quasi…a parte il viaggio da salasso, spese molto contenute, tanta natura, anche se so già  che dopo non molto tempo  mi verrà in odio, però potrei fare l’agricoltore e coltivare vaniglia, manioca e verdure varie.
    Una produzione prima ad uso personale ma successivamente potrei venderne una parte e vivere con il ricavato, senza contare che potrei diventare finalmente vegetariano, non mangiare più animali uccisi e ricavarne un indubbio vantaggio sul controllo del colesterolo.
    Quasi quasi…Madagascar, la quarta isola più grande del mondo, spiaggie sabbiose, barriera di madrepore, chiamata l’isola rossa grazie alla laterite che colora il terreno; evidentemente con il rosso c’ho un feeling.
    Ancora ? un’altra fuga verso qualche cosa di nuovo, di diverso, di stimolante, ma non come un sottrarsi alle responsabilità; ma quali responsabilità ? verso chi o cosa ? di cosa sto parlando ?
    Una nuova scossa di dinamismo, breve ma intensa, sembra di reazione, un istinto di sopravvivenza, una piccola molla per andare avanti e crederci ancora un po’, forse.
    Quasi quasi…ma fino a quando una nota di punk o meglio di hardcore punk mi procurerà un solo brivido lungo la schiena, ecco, allora capirò che sono ancora vivo e con un minimo di generica speranza.
    BALLATA  DELLA CALDA ESTATE
     
    La vita corre dentro la nostra estate , corre dentro un sogno ,per strade sempre più sporche tra mostri e turisti che si moltiplicano cercando di aggredirti. Oltre questo muro, dove vivono tutte le paure del mondo,  dove il vento  porta il suo lugubre canto ,  vento che  ci porta via , verso un altra dimensione , verso sere estive,  tra baci ed effusioni .  Manganandosi nù  tarallo nzogna e pepe , abbascio mergellina,  sentenne l a voce delle onde del mare  , sentenne mille voce ,vecchi e piccirillo, tutta nata storia che all'intrasatte te piglia per mane  te porta lontano addò  la voce delle creature si fa doce come lo suonno , come ò  cielo messo dietro la  cape come cuscino  e cammino insieme all’ate inizino ad una maledizione,  una disoccupazione che continua a rendere un inferno chesta vita  che ti travolge  in mille domande,  senza alcune risposte .
     
    Ricordo ogni cosa,  ricordo la guerra,  quando la fame si faceva amare  ,   tanti sacrifici ,  tante  domande , domani, ricordi e sembra tutto pazzesco , scivolare in una indifferenza  sociale, sembra  pazzesco,  vivere insieme a te ,  ed il mare ci porterà dove abbiamo incominciato ad amarci,  dove  il sole cadeva  all’orizzonte,  nei i tuoi grandi occhi blù , nel il tuo sorriso , ogni cosa svanisce , scema dentro una costante ricerca filosofica che forse  ci renderà liberi  uomini e donne del proprio tempo . Ignudi come Adamo ed Eva noi danziamo  in questo paradiso con tutti gli animali di questa terra , noi danziamo nelle città infocate,  nelle cattedrali dipinte,  nell'aria  silente poi per mano voliamo lontani dove il giorno nasce dove la notte finisce,  dove la vita ha preso inizio , dove i nostri occhi si sono incontrati per caso nel buio del caos.
     
    Disoccupazione ,  disperazione , madre di tante  maledizioni ed io ho preso il tram delle sette,  solo nei miei stracciati calzoni ho trascorso il mio tempo,  il mio morire lento come un figlio ribelle,  seduto,   guardo  dal  finestrino fuggire la vita tra le dita  dell’aurora , vedo  fuggire  mille immagini , giorni oscuri,  lievi , veloci come un pensiero che fa capolino dentro la mia coscienza. Lassù vedo Palloncini colorati , portano in cielo tanti bigliettini, tanti omini, tante donnine,  tante domande senza alcune risposta che si confondono con il dovere in  un ordine disordinato che detiene un potere millenario. Ed odo il grido di dolore di immigrati e poveretti,  seduti per terra di fronte al mare di fronte a se stessi ogni cosa si schiude ,nella meraviglia nella voce di un blues suburbano che dice in faccia chelle ca pensa. E ci stà chi  nun tene paura di nisciuno  , qualcuno importante , chiù di te e di me ,  guappo con le  lente scura  fa due passi miezzo a chiazza insieme al cane con tutto chelle  rabbia cuorpo   sputa  faccia a chilli quattro carognoni assetato fuori ò  bar dello rione.
     
    Maledizioni,  tutte in fila uno dopo l'altre,  incomprensibili belle,  fredde come stelle del jazz che s'arrangiano a cantare abbascio i locali del centro .  Siente nun te  nascondere viene annaze strunzo che dimane si muorto ,  si muorto miezzie i libri,  mezzi i debiti , dentro a questo inferno  che ti brucia la pelle che ti tiene prigioniero  dentro una prigione e nu te lamenta nu parla chesta e la vita chesto  ò blues chesta  a  sciorta  di chi nu fa niente dalla mattina alla sera. Assistete pigliati una birra , penza  si fosse felice,  si fosse assieme a chiu bella dello quartiere penza  e nun torna dietro a cheste sbarre ,penza  a cosa eravamo , figli di una terra sporca di sangue innocente , sporca , ignuda,  figlia dell'arte,  di una cultura millenaria, di una voce negra,  di una voce sincera .
     
    Ed il mondo si è dimenticato di noi, ed andato avanti fregandosi di noi delle nostre difficoltà dei nostri  errori dei nostri figli , di chi eravamo,  di  quando si giocava a carte in cantina con una bottiglia di vino ed eravamo fratelli  , figli della stessa terra,   senza denti con tanti debiti,  noi felici in  una  realtà che non  ci impediva di vivere  per davvero  dentro questa logica fenomenologica che sfocia  in conclusioni,  assiomi, finzioni , epigrammi, ascite purulenti , tutto scorre ,tutto và, dove deve andare nell'incomprensibile atto fenomenico che rende la nostra vita un gioco ,  un amore travolgente , in mezzo alla gente cercando l'altra metà di noi , cercando un anima gemella , gementi,  piangenti, raccontiamo i nostri dolori,  fritti , impaginati,  messi a bollire in pentole di rame. Porzioni amorose ,ricette  che tramuteranno il rospo in un principe. A piedi si va , insieme a te che sei cosi bella , cosi bella che il mio cuore palpita forte cosi forte che lo sento cantare le laudi  al signore del cielo e della terra,  ed il volo degli uccelli sopra i tetti grigi della città  , impauriti , cinguettano narrano le morti stagioni , il caldo orrido che infonde amori d'un tempo immemore , di un essere  in cui eravamo un solo corpo,  un solo spirito in questa  calda  estate italiana.

    By Ospite, in Fantascienza, Horror, Fantasy,

    Erano le 8 di mattina. Passeggiavo nella totale allegria, disoccupato, ma momentaneamente felice. La squadra del cuore aveva vinto la coppa nazionale a 25 anni di distanza dall’ultima. Fino a quel momento le soddisfazioni personali si erano rivelate ben poche, trovando quindi motivi di gioia e gaudio nei pochi interessi coltivati. Senza alcuna meta o obiettivi particolari camminavo lungo il ponte che con perfetto parallelismo seguiva il fiume Giakko. L’imponente struttura era concepita per consentire agli abitanti e ai turisti di ammirare il largo corso d’acqua, orgoglio del paese. Amavo ascoltare lo scrosciare di quelle acque che unito ai rari momenti di relax mentale era un vero piacere per i sensi. Quel piacere tuttavia non era destinato a durare. Un urlo improvviso aveva completamente sconnesso la mente dall’oasi di pace creata. Un uomo si dimenava nelle acque, sbattendo in maniera sgraziata le braccia. Il signore presentava dimensioni tutt’altro che modeste. Sembrava un grosso maiale, con le braccia grasse e tozze. Senz’altro non era un mio problema e niente avrebbe rovinato quell’inizio di giornata, pensavo. “Aiuto! Per Dio!” continuava a gridare. Nei paraggi non vi era nessun altro a parte me. Avevo pensato male. Era diventato un mio problema. Non so quale divinità mi avesse dato in quel momento la voglia di aiutare quell’uomo. In tutta sincerità non ero solito fregarmene del prossimo. Per quanto mi riguardava ognuno poteva perdere la vita come meglio credeva, ma non fu quello il caso. Scesi le scale di metallo che congiungevano la sommità del ponte con la riva del fiume. Sfilai i panni con comodità (ci mancava che dovessi avere delle ansie) rimanendo successivamente in mutande. L’impatto con l’acqua fu ovviamente drammatico. Il freddo improvviso penetrò violentemente nelle ossa. “Non agitarti coglione, sto arrivando!” gli gridavo avvicinandomi a lui. Il fiume si muoveva lento e questo permetteva al grosso omuncolo di rimanere fermo nello stesso punto. Trascinandolo per un braccio lo avvicinai alla riva, dalla quale, per mia fortuna, non era particolarmente distante.

    Conte Artaris Ludvik II, così si era presentato. Mi invitò nella sua umile dimora. Era il minimo, a suo dire, offrirmi un soggiorno contornato dai più prelibati manicaretti. Una squadra dei più rinomati chef avrebbe soddisfatto ogni mio più recondito desiderio culinario. Accettai di buon grado il premio che mi spettava per l’ammirevole gesto eroico. Come fosse caduto in quelle acque non mi interessava. Abbozzò qualcosa riguardo dei malviventi che l’avevano derubato e poi gettato in acqua, ma riuscii ad interromperlo prima che completasse il suo travagliato racconto. Infine fummo lì, di fronte al maestoso cancello della ricca villa. Gargoyles di pietra, posti alle estremità dell’ingresso, ci scrutavano apparentemente incazzati. Una volta entrati, percorremmo una serie di pietre piane allineate che facevano strada verso la struttura. Le stesse dividevano in due parti uguali un maestoso giardino, con fiori di ogni genere e forma. Alcuni alberi di piccole dimensioni presentavano le chiome con un aspetto umanoide. Il giardiniere, raccontava Ludvik II, si dilettava a donare particolari forme alle entità verdi, piantate o seminate dal giardiniere stesso. Entrati nell’androne della villa ci vennero incontro la moglie e la figlia del conte. Due balene. Sarei riuscito a sentire l’odore di sugna, impregnato nelle loro vesti, ad un chilometro di distanza. “Vi presento la Contessa Gelsomina di Purchiania, mia moglie” recitò il goffo padrone di casa, mentre mi apprestavo per un baciamano tutt’altro che spontaneo. “Questa invece…” continuando le presentazioni, “…è la mia adorabile figlia, la Contessina Ermelinda”.  Le donne erano praticamente identiche, non fosse stato per qualche ruga in più che segnava il viso flaccido della moglie del conte. Erano entrambe bionde, con una capigliatura riccia. Ermelinda presentava dei piccoli fiocchetti rosa che le raccoglievano i capelli in due ciuffi simili a corna. Quest’ultima poteva avere ad occhio e croce la mia età, una trentina d’anni. Vestiva un abito pomposo di colore fucsia che terminava con una vaporosa gonna ricamata con merletti vari. Il conte mi invitò a raggiungere quella che sarebbe stata la camera in cui avrei pernottato, assegnandomi al maggiordomo. La stanza  continuava l’arredamento dell’intera villa. Le pareti interne della struttura erano coperte da una carta da parati bianca con strisce dorate. Mobili antichi in legno quercia ornavano gli interni, insieme ai quadri inquietanti, di diversa dimensione e forma, raffiguranti la figlia, la moglie, ed individui che data la stazza potevano essere loro antenati o comunque parenti. Sul letto erano posati gli indumenti che a malincuore avrei dovuto indossare per sedermi a tavola con la nobile famiglia. Una doccia fu d’obbligo e per mio immenso piacere avevo il bagno in camera. Una volta lavato, profumato (avevo a disposizione una vasta gamma di profumi ed erbe aromatizzate), imbellettato e vestito come un nobile d’altri tempi, mi apprestai a raggiungere l’allegra famiglia in sala da pranzo.

    Eravamo in quattro, disposti ai lati di un massiccio tavolo di legno lungo probabilmente un paio di metri. Conte e contessa erano seduti alle estremità, mentre la contessina l’avevo praticamente davanti. Ermelinda mi guardava e sorrideva. Preso dall’imbarazzo (o dal ribrezzo), ad ogni suo sguardo tendevo ad abbassare gli occhi verso il piatto che avevo davanti. Il cameriere entrò con la prima portata. Alla mia destra, sul tovagliolo, erano distribuiti quattro forchette e quattro coltelli. I cucchiai, a quanto pare, non erano contemplati. Quattro era anche il numero dei bicchieri, dal più piccolo al più grande. La tovaglia su cui poggiava l’antiquariato (si trattava senz’altro di costosissimi piatti e bicchieri antichi) era in un tessuto simile alla seta, di un rosso particolarmente accesso, ma troppo spessa per essere costituita da tale materiale. Il primo ad essere servito fui io. Il cameriere posò sul mio piatto tre cubetti di carne che presentava come spezzatino, versando su ognuno di essi una salsina dalle sembianze sanguigne. Quando ogni membro del tavolo ebbe la propria porzione, un secondo cameriere si apprestò a versare del vino nei rispettivi calici. Al centro della tavola erano presenti una brocca con l’acqua e contenitori riempiti da succhi dalla dubbia provenienza. Il conte aprì le danze ringraziandomi ancora una volta per aver salvato la sua nobile e grassa vita con conseguente applauso offertomi da moglie e figlia. Calò il silenzio e ci apprestammo ad assaporare e godere delle prelibatezze che Ludvik II aveva proposto al sottoscritto come lauta ricompensa. La carne aveva una non comune consistenza ed uno strano sapore dolciastro. A primo impatto credevo di riconoscere del cinghiale in quel cubetto venoso, ma il retrogusto che questo lasciava in bocca ad ogni boccone sembrava suggerire qualcosa di completamente diverso. In ogni caso era un sapore non gradevolissimo. Rimasi a contemplare quella pietanza senza accorgermi dei tentativi di Ermelinda relativi alla conquista della mia attenzione. Era da almeno cinque minuti, dall’inizio del pranzo, che menava con dei piccoli calcetti il mio stinco onde attirarmi al suo sguardo. Ad ogni calcetto la guardavo perplesso e lei di risposta mi sorrideva. Calavo nuovamente lo sguardo sul piatto. Ancora calcetti, la guardavo e lei mi sorrideva. Potevo chiederle cosa volesse da me o semplicemente dirle di smetterla, invece di istinto tornavo a guardare il piatto fingendo che nulla stesse accadendo. La prima portata terminò con un calcione di Ermelinda, così forte, che la spontanea bestemmia uscente dalla mia bocca ruppe il silenzio. Seguì un momento di imbarazzo generale. Poi, il conte scoppiò in una fragorosa risata. “Devi aver conquistato il cuore di mia figlia!” disse divertito Ludvik II. 

    Stavo disteso sul letto quando notai, con una certa inquietudine,  i due fori nel muro posti dinanzi a me. Erano distanti quanto due occhi rispetto al naso. L’idea che potessero servire per spiare l’ospite di turno faceva accapponare la pelle. Il pranzo si era rivelato piuttosto impegnativo. Una pesantezza colossale premeva il mio corpo contro il materasso. Alzarmi in quel momento sembrava un’impresa biblica. Le portate successive erano state a loro volta a base di carne. Rossa carne. Tutta con lo stesso sapore. Tra spiedini, cotolette e roast-beef non ci sarebbe stato spazio per i cultori dell’insalata. Le grigliate con gli amici non erano mai venute a mancare, così come le sbronze nelle migliori steak-house del quartiere. Eppure, mi sentivo violentato. Successivamente mi sarebbe toccata la cena in quanto il premio si estendeva fino alla mattina del giorno dopo, ma non ero più così convinto di volerlo riscuotere per intero. Come se non bastasse, la presenza di Ermelinda si dimostrava un incentivo in più per abbandonare quella villa. Decisi di alzarmi dal letto, vincendo la gravità che mi opprimeva e di salutare conte, contessa e contessina, delegando i più sinceri saluti a tutto il personale della dimora. Aperta la porta della camera, mi ritrovai la figura di Ludvik II dinanzi a me.
    Mi fu fatta un’offerta, a detta del conte, a cui non potevo rifiutare (sembrava una voluta citazione tratta dal capolavoro di Mario Puzo, Il Padrino). La cotta che Ermelinda si era presa per il sottoscritto non era certo un mistero. Il colpo di fulmine in lei era stato devastante, quanto il pensiero di essere desiderato da quell’obbrobrio informe. La proposta di Ludvik II consisteva nel fidanzamento ufficiale con la figlia. Questo avrebbe garantito un’entrata fissa nelle mie tasche e l’eredità dell’intera struttura. Insomma, una ricchezza enorme a patto che mi fossi prostituito a tempo indeterminato per accontentare il sangue del suo stesso sangue. Non ero propriamente l’eticità fatta a persona. In quel momento, senza prendere reali impegni, proposi un periodo di prova. Il conte non fece problemi in quanto per lui l’importante era estendere la mia permanenza con la famiglia.

    Erano oramai le 8 di sera. Mi sarebbe toccato il secondo round culinario. I miei intestini sembravano non aver digerito completamente il pranzo, per tanto decisi di rimanere nelle mie stanze. Una seconda doccia servì per riflettere ulteriormente sulla inaspettata proposta. Gli aspetti positivi erano apparentemente superiori a quelli negativi. Probabilmente avrei cambiato gusti sessuali ed alimentari, ma al contempo sarei diventato ricco come poche persone al mondo. Asciugati i gioielli di famiglia e rivestito a dovere scegliendo una delle opzioni presenti nel guardaroba, decisi di fare un giro nella villa. Il conte e chi per lui si erano limitati a mostrarmi la via per la sala da pranzo e quella che conduceva alla camera in cui avrei trascorso la notte, ma senza illustrare il resto della costosa abitazione. La famiglia era intenta a stuprare la propria cena, per cui sarebbe stata una buona occasione per girovagare lontano da occhi indiscreti. La villa si divideva in tre livelli, a cui andava aggiunto il piano terra, dedicato alla servitù. La camera in cui pernottavo era posta nel secondo, mentre nell’ultimo avrei trovato probabilmente la camera da letto dei coniugi e quella della contessina. 

    Il corridoio dell’ultimo piano cambiava drasticamente l’arredamento dell’abitazione. La carta da parati bianca con le strisce dorate era sostituita da una tappezzeria rossastra a tinta unica. Non vi erano quadri, non vi erano mensole. Lo spazio era vuoto. Solo le porte interrompevano la continuità delle pareti. Il pavimento, che fino a quel momento era caratterizzato da mattonelle in marmo, era ora in legno. Parquet inzozzato. La superficie su cui camminavo era appiccicosa. Ogni passo veniva preannunciato dal rumore che la suola emetteva staccandosi dalla mattonella. Una delle porte era solo socchiusa e sembrava aperta con l’unico intento di rivelare il contenuto della stanza che avrebbe dovuto custodire. Si trattava di una sorta di ripostiglio. Coppe, medaglie e riconoscenze di vario genere portavano inciso il nome del conte. Erano premi dedicati all’abilità di Ludvik II come nuotatore. Si era distinto sia nella pallanuoto che nello stile libero relativo ai cento metri. Si trattava di competizioni locali, tuttavia, fu inevitabile il turbinio di sospetti e perplessità riguardo un uomo che dodici ore prima si dimenava come una scrofa in calore nel fiume. Con una buona dose di punti interrogativi non volli esplorare altro in quella serata. Avevo raggiunto nuovamente il corridoio che portava alla mia stanza quando a quattro metri di distanza scopro Ermelinda, immobile e con gli occhi sbarrati rivolti verso di me. “Tutto bene?” mi chiese avvicinandosi al sottoscritto. Nella maniera più fredda possibile le diedi una risposta affermativa. Auguratele la buona notte rientrai in camera. Erano oramai le 9 di sera ed il crepuscolo aveva terminato la sua diffusione. Mi sentivo particolarmente provato. Una volta tappati i due buchi con della carta igienica, mi arresi al sonno. Con la stessa accortezza avevo chiuso anche la serratura della porta, dopo aver girato la chiave con più mandate. 

    Un forte rumore metallico, uno stridio, mi svegliò nel cuore della notte. La lancetta delle ore copriva il numero tre del piccolo vecchio orologio posto sul comodino. Il rumorio era continuo, intervallato da pochi secondi di pausa. Mi dava l’idea di una grossa lama che graffiava una superficie metallica. Allo stridio si aggiungevano dei deboli versi che iniziavo a notare una volta ripresomi dal brusco risveglio. I versi diventavano gemiti, addirittura pianti. Qualunque cosa stesse accadendo aveva luogo nella stanza sopra la mia. Il tutto durò una ventina di minuti, poi calò il silenzio. Una lotta interiore era contesa tra la curiosità di indagare sull’accaduto e la volontà di rimanere sotto le lenzuola. Alla fine vinse la seconda. Con una profonda inquietudine rimasi sveglio nelle ore successive. Ormai il sole era fuori dalla finestra a preannunciare il nuovo giorno. L’essermi addormentato alle 9 di sera o su di lì mi aiutò a combattere la sonnolenza che una notte insonne avrebbe comportato. Ero abbastanza lucido da capire che la permanenza in quella casa fosse giunta al termine. Non avevo borse e valigie con me. Mi sarebbe bastato salutare Ludvik II e famiglia, ringraziarli per l’ospitalità e declinare l’offerta fattami. Avrei detto senza scrupolo alcuno che la figlia non rientrava nei miei piani di donna ideale e che sarebbe stato crudele prenderla in giro. Non volevo rimanere un minuto di più nella villa.

    “Non mi aspettavo un tuo rifiuto” disse il conte mostrandomi uno sguardo non particolarmente sorpreso. Mi dava del tu. Ormai ero un parente acquisito. “In qualità di mio salvatore ti avrei dato tutto, ma sei convinto della decisione che hai preso”. Ermelinda aveva le lacrime agli occhi e si nascondeva dietro la madre. Eravamo nell’androne ed il maggiordomo mi invitava a seguirlo verso l’uscita. Il rigoglioso giardino era ora davanti a me. La calda luce del sole regalò una calma improvvisa. Pregustavo l’idea di tornare alle passeggiate mattutine lungo il fiume Giakko, lasciando morire chiunque decidesse di annegare in quelle limpide acque. Ero stato trattato come un re, ma troppi erano gli elementi inquietanti. Il pranzo, le coppe del conte, lo stridio notturno ed Ermelinda. La contessina valeva da sola la fuga da quella famiglia. Via. Volevo volare lontano da lì. “Sono stato benissimo qui con voi. Ancora grazie!” dissi loro prima di mettere piede fuori dall’uscio del portone. “Arrivederci!”. Ero fuori, ma improvvisamente la luce diventò buio. 

    Avevo recuperato i sensi e lo capivo dal forte bruciore che si espandeva nella mia cervicale. In ritardo era tornata anche la vista. La sagoma che al risveglio non riuscivo ad identificare era quella del giardiniere. Stava seduto immobile dinanzi a me. Teneva stretta una pala, la stessa che con grande probabilità aveva usato per farmi crollare a terra. Un agguato in piena regola. Mi aveva atteso fuori in giardino, di lato al portone della villa. Ora, fottuto di paura, ero nudo, completamente. Muovermi era impossibile in quanto le caviglie e i polsi stavano tra loro strettamente legati. Un pezzo di stoffa, annodato dietro la nuca, mi teneva stretta la bocca. Stavo seduto su una sedia e ciò che mi circondava rasentava i limiti del possibile. Sangue e viscere erano sparse all’interno di una grossa sala. Mi venne spontaneo calare il cranio per assicurarmi che nulla di quello che vedevo fosse uscito dal mio corpo. Su piccoli binari, collegati tra mura parallele, erano ancorati dei ganci da macellaio. Alcuni cadaveri pendevano ed oscillavano lievemente da quest’ultimi. In pochi secondi riuscivo a fare il resoconto degli elementi li presenti. Su un grosso tavolo di metallo, posto al centro, c’era un busto privo di arti ed un quadricipite mozzato. Un’accetta era conficcata in quest’ultimo. Ceste e contenitori si distribuivano lungo le pareti. Il contenuto di questi non mi era chiaro, ma di sicuro non diverso da ciò che era sparso in giro. Un enorme frigorifero era posto in un angolo. “Pessima scelta ragazzo” esordì il giardiniere. “Ti saresti salvato se avessi ereditato i beni del conte”. Si alzò di scatto dalla sedia, per poi avvicinarsi ad una fila di ganci. Afferrandone uno, aveva allontanato gli altri da quest’ultimo. “Nulla di personale. Anzi, ti dirò. Non approvo il cannibalismo della famiglia. Sono vegetariano”. Era ora vicino al grande tavolo. Afferrò il busto e lo portò verso il frigorifero. “Il conte soffre di gravi scompensi cardiaci. Non vuole perdere quanto ha ottenuto in una vita intera. Vuole assicurarsi che qualcuno possa prendersi cura delle sue donne. Il matrimonio con la figlia è l’unico modo per giungere a tale scopo” terminò la frase sedendosi nuovamente di fronte a me. “Rifiutando l’offerta, saresti stato poco utile lontano dalla villa. Ora, assicurerai il pasto di una settimana”. Si rialzò nuovamente, piazzandosi dietro di me. Afferrò l’estremità della corda che legava i miei polsi e con un forte strattone fece gravare il mio corpo rovinosamente per terra. Le fredde mattonelle del pavimento furono in grado di anestetizzare gli effetti del repentino impatto. Mi trascinò verso il tavolo centrale, facendomi urtare con i fianchi i resti umani che ostacolavano lo spostamento. Non so quale miracolo divino mi diede in quel momento la forza per non vomitare (e con la bocca serrata gli scenari che si aprivano nella mente erano molteplici). Il giardiniere aveva una forza non indifferente nonostante la sua apparente magrezza. Mi sollevò da terra e mi stese sul tavolo centrale che fino a pochi secondi fa sosteneva il busto insanguinato. Il quadricipite era caduto per terra, con conseguente rumore metallico dovuto all’impatto dell’accetta conficcata in quel pezzo di coscia umana. “Ti saluto ragazzo. Il mio compito qui è finito”. Ormai vicino alla porta, aveva alluso all’imminente arrivo del macellaio.

    La nuova ondata di freddo preannunciò il mio ritorno sul pavimento. Ruzzolai dal tavolo lasciandomi cadere nel lato in cui giaceva l’accetta. L’adrenalina fu una valida, validissima compagna. Afferrai con entrambe le mani quella che sarebbe diventata una potenziale arma di difesa. In meno di un minuto riuscii a liberare i piedi, poi, con gli stessi, bloccai la lama per sottrarre i polsi dalla prigionia. Qualcuno stava per avvicinarsi all’ingresso. Il rumore dei passi cresceva progressivamente. Mi spostai rapido verso uno degli angoli ciechi della stanza, piazzandomi successivamente al lato sinistro della porta. Un grosso individuo era appena entrato quando con la forza della disperazione mi avventai sul retro della sua nuca. La lama affondò nel cranio con inaspettata semplicità. Si rivelò più complesso rimuoverla dal neo cadavere. Il macellaio era un uomo grasso come il conte. Non persi troppo tempo a scrutare la sua carcassa. Cercai nella sala un ulteriore strumento ausiliario che potesse fare compagnia all’accetta. Fu così che una piccola motosega entrò a far parte dell’improvvisato equipaggiamento. La paura era stata sostituita dall’eccitazione. Uscito dalla sala, mi ritrovai nel corridoio appiccicoso dell’ultimo piano della villa. Avevo superato il piccolo scantinato che custodiva le coppe di Ludvik II, diretto verso le scale che conducevano alla parte intermedia della struttura. Non vi erano ostacoli durante la corsa. Dalle finestre i raggi solari filtravano con lieve potenza. Doveva essere l’ora di pranzo. Non c’era traccia del personale e della famiglia che con alta probabilità mangiava nella sala da pranzo.

    Fuori. Ero in giardino di fronte l’ingresso della villa. Questa volta mi ero assicurato dell’eventuale presenza del giardiniere o di altro membro dello staff. La fila di mattonelle piane accompagnavano ora verso l’uscita, tra alberi umanoidi ed altre entità verdi dalla strana forma. Era tutto fin troppo bello e facile. Premevo più volte il tasto che azionava la piccola motosega per avere, come se non bastasse, una certezza in più sul suo corretto funzionamento. Ed eccolo lì, il giardiniere in tutto il suo splendore. Quel bastardo era uscito dalla casupola posta nella parte centrale dell’area, impugnando un fucile. “Cosa ne hai fatto del macellaio?”  mi gridava avvicinandosi. Sparò un paio di proiettili nella mia direzione senza neanche sfiorarmi. Nel panico totale mi tuffai dietro la prima fila di piante dalla folta chioma. In quel momento realizzai un dettaglio tanto importante quanto banale. “Come avrei aperto il cancello?” mi chiedevo mentalmente. Il cancello era automatizzato e con alta probabilità solo una chiave avrebbe potuto aprirlo manualmente. Con il giardiniere alle calcagna e con l’unica via d’uscita sbarrata, iniziavo a rassegnarmi all’idea di una morte certa. Un proiettile penetrò nel polpaccio che tenevo maggiormente esposto. Il dolore fu tale da tenermi ancorato all’erba. Altri due colpi spappolarono entrambe le mie ginocchia. Il buio mi avvolse nuovamente. 

    Ripresi i sensi, ma meno lucido della prima volta. Agonizzante non distinguevo forme e colori. Il giardiniere si era avvicinato al sottoscritto nel tentativo di mostrarmi un oggetto non identificato. “La riesci a vedere questa?” disse il giardiniere con fare beffardo. “E’ la tua gamba!”. Il figlio di una buona donna mi aveva amputato la gamba destra all’altezza del ginocchio. “Vediamo, cosa stacco ora?”. Un dolore allucinante si aggiunse all’altezza dell’alluce del piede rimasto. Le urla che emettevo raggiunsero le orecchie della famiglia, passando attraverso il giardino. Ero nella casupola del giardiniere. “La prima gamba l’ho asportata di netto. La seconda te la tolgo pezzo per pezzo”. Non mi accorsi della terza sottrazione riperdendo nuovamente i sensi.

    La giornalista era impallidita, ma ebbe la forza di pormi la domanda più immediata che potesse farmi. “Mi scusi, ma come è riuscito a sopravvivere? Voglio dire, è noto il nome della salvatrice, ma dopo un tale supplizio mi chiedo come lei abbia fatto a non morire dissanguato. Perdoni la franchezza”. Le risposi che Ermelinda aveva cauterizzato i moncherini con una lastra incandescente. Questa fu la versione che gli agenti di polizia ebbero l’accortezza di darmi. Quando riaprii gli occhi erano passati due giorni dall’eroico intervento con cui la contessina mi aveva salvato la vita. Chiamò l’ambulanza consentendo a chi di dovere di completare le mie disperate cure. Ora era in carcere insieme alla madre con l’accusa di omicidio plurimo. La stessa sorte sarebbe toccata a tutto il personale, complice degli orrori che avevano avuto luogo in quell’inferno terrestre. Le vittime erano state almeno cento e andavano sommate a quelle scomparse. Le ossa di alcuni erano state seppellite in giardino, sotto gli alberi dall’aspetto umanoide. Quella forma era stata pensata per ricordare i punti in cui i diversi cadaveri venivano sotterrati. Il conte Ludvik II era stato trovato morto davanti la casupola in giardino. Infarto, mi avevano riferito. Crepacuore, evidentemente. La ribellione della figlia l’aveva, probabilmente, afflitto al punto da lasciarci le penne. “E il giardiniere? Che fine aveva fatto?” chiedeva la giornalista preda della curiosità e dell’eccitazione. “Colpito a tradimento da Ermelinda. Un paio di cesoie gli erano state impiantate dietro la nuca. Le lame gli uscivano dalla bocca” le risposi. Ovviamente quelle erano informazioni che la polizia locale si era sentita in obbligo di darmi e che prossimamente avrei riascoltato a ripetizione sui canali nazionali e in tutte le stazioni radio. Sulle mie testimonianze la giornalista avrebbe probabilmente colto l’occasione per scrivere un nuovo libro. “Tratto da una storia vera”. Mi sarei ritrovato a leggere quella frase che fa tanto “Best Seller”. “L’uomo che accalappiava i potenziali mariti della figlia fingendosi in balia del fiume Giakko”. No, forse un titolo del genere sarebbe stato troppo lungo. Magari più sintetico e ad effetto poteva essere “Maison”, la casa, alludendo alla villa degli orrori.

    La disabilità assicurò un’occupazione al sottoscritto. Lavoro a tempo indeterminato come bibliotecario presso l’università locale. Mi avvalsi in pratica di un diritto che spettava ai portatori di handicap. Non rinunciai alle passeggiate, grazie alla protesi che i compaesani avevano gentilmente donato. La gamba rimasta aveva perso qualche dito, ma la pianta del piede riusciva a reggere gran parte del corpo, mentre il ginocchio, seppur con qualche acciacco, si era miracolosamente ripreso dopo alcuni mesi. Mai come in quei giorni avevo saputo dare importanza alla vita. Sarebbe stato tutto perfetto, se il rumore metallico non avesse continuato a svegliarmi ogni santa notte.
    Un vento di fine settembre si divertiva roteando il fumo di una sigaretta appesa tra indice e medio ad un centimetro dal posacenere in vetro con scritta verdone FORST, di quelli che trovi in tutti i bar se il puntino IO della tua mappa e di conseguenza il puntino BAR del bar in cui ti trovi, si sovrappongono nella frazione di meridiani e paralleli denominata Europa occidentale. Anche la mentuccia, piantata in vasi finta terracotta usati a guisa di separazione dell’ambiente esterno del bar, o dehor, dalla strada poco frequentata che si snodava davanti in parata, sembrava essere soggetto attivo del gioco del roteare, ma lo faceva in maniera più garbata e tranquilla a causa del peso relazionato alla gravità, accennando soltanto piccoli movimenti con i fragili rametti, mentre il fumo azzurro dell’ennesima Benson blu era libero di creare arabeschi e volti tra le foglie, prese da una danza epilettica o da un ballet blanche a seconda dell’intensità della soffiata del vento, che variava ad un ritmo abbastanza regolare gli pareva. Non aveva notato il contrasto tra il profumo fresco della mentuccia scossa e il puzzo stantio della sigaretta abituato com’era a fumare molto. Se avesse dovuto dire immediatamente a qualcuno al telefono dove si trovava non avrebbe mai usato la parola dehor, primo perché non voleva passare per fighetto, secondo perché a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamare in quel modo quattro tavolini in alluminio e due botti da vino con relativi sgabelli, sovrastate da segnali stradali rotondi blu con la freccia bianca usati come appoggio per bicchieri e panini e tutto quello che si può appoggiare su un tavolo alto di un bar, coperti da un grande ombrellone bordeaux sempre aperto, a schermare quel poco che riusciva degli agenti atmosferici. Era comunque un bel posto. Nella sua personale scala di gradimento bar-dove-farsi-una-birra occupava sempre le prime posizioni e ci andava spesso. Ci andava perché era poco frequentato e molto tranquillo. Il jazz che beboppava dalle piccole casse appese agli angoli della struttura interna era la scelta musicale preponderante e non gli dispiaceva, anche se non amava particolarmente il genere. L’interno era ridotto ma confortevole a livello psichico, con tutto quel legno scuro che ricopriva le pareti e un grosso bancone a ferro di cavallo troppo grosso rispetto alla stanza in cui era stato messo, tanto da dovercisi divincolare tra schiene di gente appoggiata sui gomiti e scusi permesso per raggiungere la porta della toilette in fondo alla stanzina. La forma a ferro di cavallo del bancone obbligava quelli del lato destro a scambiare sguardi fugaci con quelli del lato sinistro, soprattutto se quella sera l’unica loro compagnia era una bionda media e un social network sullo schermo del cellulare. Tutta questa vicinanza fisica obbligata rendeva l’atmosfera pericolosamente intima, ma quando due uomini si guardano nello strano specchio creato da un’architettura interna di quel tipo e vedono se stessi dall'altra parte con qualche anno in più o in meno, qualche capello o chilo in più o in meno ma con più o meno gli stessi bicchieri di birra o scotch e più o meno gli stessi problemi, difficilmente tendono a dar vita a conversazioni più lunghe di un cenno del capo a significare salute! quando il barista versa loro da bere separatamente. Anche il barista piaceva a Paolo. Per gioco provò a contare le parole uscite dalla sua bocca e arrivò a qualcosa come sei nelle due ore di gomiti a bancone che si era concesso prima dell’appuntamento. Era una sera d’autunno o quasi, era settembre, verso la fine. Un attimo fatto soltanto di un pomeriggio piovoso aveva fatto dimenticare di colpo l’estate appena passata, che era stata uguale alle altre, non si era scordata di portare con sé il suo bagaglio di docce gelate in riva al mare, di passioni effimere divorate da pelli inebriate dal sole.
     
    Le crisalidi umane abbronzate avevano danzato, anelando unite alla celebrazione di un simulacro di libertà in forma di idolo vaporoso e sfuggente. Seme orgiastico edulcorato, morte nel pomeriggio.
     
    Ferrara è la città con la più alta incidenza tumorale di tutta l’Emilia Romagna. Non sfigura nemmeno quando la si compara con il resto delle città italiane. Gli sbuffi che il polo chimico esala a cadenza regolare nei perennemente instagrammati tramonti padani le hanno permesso di superare in questa gioiosa classifica persino Taranto, martoriata dall’Ilva. A Ferrara per ogni anno dal 2004 al 2008, 1.628 maschi e 1.352 femmine in media hanno contratto una forma tumorale. Vuol dire tremila creature all’anno, in una città che ne conta centotrentamila. Ogni volta che Paolo arrivava al terzo scotch liscio, la sua mente annaffiata dai rudimenti di matematica statistica poco seguita al liceo finiva per concentrarsi sulla macabra proporzione tra incidenza tumorale ed effettive morti a causa dei tumori. Sapeva a memoria persino le statistiche riguardanti gli organi colpiti più spesso, anno per anno. Primo posto assoluto in Italia per tumori al colon, al retto e all’ano con 967 casi ogni centomila abitanti. Primo posto assoluto per tumori ai polmoni, 216 casi ogni centomila abitanti, e al tessuto connettivo, 53 casi. Le donne ferraresi sono le più colpite d’Italia da neoplasie all’endometrio, 474 casi ogni centomila. Vagina e vulva, 51 casi. Si difendono bene il cancro ai reni e quello alla tiroide. 
    Il 2008 era il suo forte, nessuno avrebbe potuto batterlo vincendo qualche scommessa sperando in una sua esitazione riguardante un dato a caso nel campo tumori/Ferrara. Il 32% dei decessi di quell’anno era collegato a forme tumorali. Il 67% se si considera la fascia di età dai 50 ai 70. Di questi il 33% per cancro all’apparato digerente, 31% trachea- bronchi-polmoni. 
    Il 2008 è stato anche l’anno di un’estate rivelatasi diversa dalle altre. Non c’erano pelli o danze o rive del mare, c’erano solo quindici cm di massa metastatica piantata nel polmone sx di suo padre. Un abnorme massa di morte. Quindici centimetri. Questione di prospettiva. Pochi, se si considera che suo padre era un metro e ottanta di uomo, alla vigilia del mezzo secolo vissuto su questo pianeta; a quanto pare abbastanza per portarselo via dopo un paio di mesi pieni nell’iter della tribolazione che accompagna la malattia, in una sera quasi d’autunno, di fine settembre. All’inizio Paolo non aveva sentito che una profonda tristezza, profonda quanto il senso di vuoto che sembrava riempire ogni particella del suo essere. Avevano avuto e fatto tutte quelle cose che si fanno tra padre e figlio. I ricordi più nitidi fino ai dieci anni erano legati a Lui. Lui che gli insegnava a giocare a scacchi, Lui che tornava dal lavoro carico di bustine di figurine pronte da strappare e appiccicare nell’album Calciatori Panini 95/96 che Lui gli aveva regalato. Lui che un bel giorno si palesò con uno strano aggeggio rosso con due ruote grandi e due ruotine attaccate dietro, sul quale Paolo a quanto pare sarebbe dovuto salire, per imparare a farlo correre lungo chilometri e chilometri, via, seguendo il vialetto costeggiato dai pioppi ed i canali vicino alla casa di campagna dove abitavano all’epoca. Lui che non era nemmeno suo padre. Non gameticamente parlando, almeno. La madre di Paolo si era accorta dopo circa due anni dalla sua nascita che il padre naturale di Paolo, che egli denominò 'cromosoma y' non appena ebbe accesso ai primi manuali di biologia scolastica, non ce l’aveva proprio fatta a smetterla con la roba, e cominciava ad essere una variabile di instabilità per lei e per suo figlio.
     
    Aveva provato a smettere, almeno così diceva.
     
    La madre sperava che la venuta al mondo del figlio agisse su di lui allo stesso modo in cui aveva agito su di lei, colmandone i crateri interiori, responsabilizzandolo nell’orgoglio. Ma si sbagliava. Giorno dopo giorno avvertiva che il suo amore, puntellato dalla cosmogonia sentimentale che lo caratterizzava fatta di fiducia e rispetto e condivisione ed affetto, declinava inesorabile in affluenti rabbiosi di impotenza, fino al disgusto.
     
    Non riusciva a smettere, si faceva di nascosto.
     
    Non voleva dover insegnare l’alfabeto al suo primogenito collegandolo con le forme di epatite che entrambi avrebbero potuto contrarre a causa di quel bastardo. Si sentiva abbastanza forte per affrontare le onde anomale che la vita avrebbe rinsaccato sulle sue spiagge da giovane madre single di provincia?
     
    Non avrebbe mai smesso, sarebbe morto come iniziavano a morire i suoi amici.
     
    Cromosoma y d’altro canto era giovane quando la fine degli anni Ottanta venne a chiedere il conto. Inaspettatamente, al pari della nascita di Paolo. La controcultura di cui era intriso ridicolizzava la responsabilizzazione. Non puoi leggere Huxley ed avere un figlio. Non può essere così stretta la forbice temporale che separa quel concerto dei Clash in piazza Maggiore da una epistemologia di passeggini pappette pannolini. L’eroina che dilagava nelle sue vene a cadenza quasi quotidiana anestetizzava il sensibile, estraendo la sua coscienza per trasportarla in un infinito, soffice, deserto californiano. L’eroina prendeva le sembianze di Borroughs che con un revolver sparava a Shakespeare, mentre su una duna poco distante De Quincey litigava con Baudelaire, accusandolo di essere un frocio mantenuto poco creativo. In cerchio intorno al fuoco erano seduti lui, Marylin Monroe, William Blake ed Allen Ginsberg, tutti completamente nudi. Bevevano scotch, ma il sapore era quello celestiale dell’ambrosia, mentre Jim Morrison declinava la sua voce roca sulle pagine di The Waste Land, con piglio drammatico. Felicità liquida ovattata. Shantih Shantih Shantih.
    La carovana oppiacea svaniva poi puntualmente in un cumulo di immagini infrante, lasciandolo solo con i pianti del neonato, i pianti di sua moglie, la fine degli Ottanta e l’ombra di un futuro dove non ci sarebbero più stati concerti dei Clash, ma solo una merdosissima vita standard borghese, inevitabile quanto deprecabile secondo il suo personale weltanschauung, abbeverato ironicamente da una propaganda ossimorica che idolatrava i ribelli, ma che in realtà stava conformando almeno due generazioni a venire, condizionandone la precarietà psichica. Lode a Mishima e a Majakovskij, ma con il ciuffo alla James Dean.
     
    Voi cosa avreste fatto?
     
    La fine degli Ottanta si offrì come palcoscenico per l’ennesima notte in cui cromosoma y tornò a casa devastato, talmente in botta che l’unico modo che aveva la madre di Paolo per intuire i suoi pensieri e quindi comunicare, erano le diverse tonalità dei suoi mugugni accompagnati da una leggera bava salivare che gorgogliava dagli angoli della bocca. Quella fu l’ultima. Cinque anni dopo quella notte, Paolo aveva una sorellina. Questa sorellina chiamava, disarticolando leggermente la bisillaba, papà, una persona che la sera tornava dal lavoro e si sedeva a tavola per cenare con lei, Paolo e sua madre. Fumava Benson Blu. Era rigoroso e pulito, persino bello. Questa persona portava con sé le figurine dei calciatori ed era sempre gentile. Una sera, al tavolo della cena, Paolo gli chiese se anche lui come la sorellina avesse potuto chiamarlo papà. All’epoca Paolo non capì perché tutti si misero a singhiozzare, fatto sta che da quel giorno Lui fu a tutti gli effetti suo padre. Passarono vent’anni in fraterno convitto, poi, ad un certo punto, non fu più.
     
    Dopo il senso di vuoto arrivò la rabbia muta, nella forma di un fragore interno insostenibile. Paolo sentiva la necessità di trovare una spiegazione, un colpevole per la Sua mancanza, ma quando gli pareva di avvicinarsi ad una qualsiasi sorta di consolazione metafisica, questa non faceva che trasportarlo in una dimensione di impotenza ed ineluttabilità. Il dolore cova, nidifica e sembra entrare in letargo, in realtà non aspetta che un’increspatura della quotidianità, un’immagine potente che possa tramutarsi in ricordo per poi esplodere.
     
    Agli occhi di Paolo, Ferrara divenne un cimitero. I posti in cui era stato almeno una volta con Lui, le vie per le quali avevano passeggiato quando tutto era splendente e vivo, risuonavano ora come macabri diapason. Le note vibravano basse ed ottenebranti, gelidi sussurri che trascinavano il suo animo lacerato in vallate di nulla assordante. Paradossalmente, i luoghi che parevano consolarlo erano i cimiteri veri e propri, primo fra tutti la Certosa, dove Lui riposava da un paio di settimane ormai. Leggeva Keats o Yeats steso nei giardini vicino al cancello principale, nello spaventoso sole dei primi pomeriggi di quell’autunno, che beffardo non mancò di rincorrere la scomposta e cadaverica estate 2008. La brezza che giocosa voltava la pagina che stava leggendo, addolciva temporaneamente le sue ferite come un balsamo, esentandolo per un attimo dalla gravità della propria presenza fisica e mentale in quello spazio, in quel tempo. Scriveva biglietti e poesie colme di acredine, pestilenziali. Lasciava scivolare i fogli sulla tomba del padre, incurante, alla mercé della pioggia e del vento. Sentiva la sua anima disgregarsi al pari di quei fogli, rabbiosi, che tuttavia non avevano la forza di resistere. Tornava a sedersi vicino al cancello. Il buio arriva presto, d’autunno arriva prima. Doveva rialzarsi, per trascinarsi lungo quelle vie che l’avrebbero ricondotto a casa. Era costretto ad incontrare persone, persone che conosceva, che conoscevano Lui e che lo riconoscevano, e che talvolta cercavano persino di comunicare, chi spinto da un sincero affetto disinteressato per la sua famiglia, chi semplicemente inebriato ed attratto dall’umana morbosità che si sprigiona in ambito decessi. Comunicare però risulta difficile dal momento in cui tutto perde senso. I significanti si sganciano dai rispettivi significati, il triangolo semiotico trasfigura in un frattale che fluttua a mezz’aria, i suoni perdono ogni collegamento con la realtà concreta e si liquefanno in un indistinto rumore di fondo epilettico, lo stesso bzzz di un televisore scollegato dall’antenna.
     
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    Paolo ripercorreva a ritroso il vialone della Certosa, verso il centro, silenzioso e assente. Era richiuso dentro se stesso, in una soffice bolla d’apatia che filtrava e attenuava ogni stimolo esterno, isolandolo. Sapeva di essere ancora vivo, incrociava persone che sapeva vive, ma non era in grado di interagirvi. Si limitava ad immaginare le loro viscere molli traballare ad ogni passo verso gli obiettivi che si erano poste, e che al momento consideravano la cosa più importante del mondo. Immaginava il loro circuito sinaptico, scattante ed impegnato nel calcolare istintivamente il supremo moto causa-effetto a cui erano sottoposte ogni giorno, in ogni azione compiuta, persino la più insignificante. Immaginava i motivi che le spingevano a muoversi per le vie della città così veloci e sicure di sé, soggette ad una forza di gravità orizzontale che le attirava verso i luoghi che avrebbero raggiunto. Si muovevano come un unico corpo vivente, un fluido sanguigno che dilagava uniformemente in tutte le cavità che la città metteva a disposizione, alimentandola. Lui doveva essere esattamente come un tumore, una cellula impazzita che aveva smarrito le informazioni necessarie per il corretto proseguo del suo cammino, e se ne stava ad osservare l’ostentata decisione degli altri, così distante dal suo vagare incerto, protraendosi nelle vie principali dove la differenza si notava di più e facendosi del male.
     
    Due anni di Lorazepam e Xanax possono anche essere divertenti se innaffiati con la giusta dose di etanolo. Tranne che per le crisi di vomito. E per la sensazione di soffocamento. E per le crisi d’astinenza quando decidi che basta, non ingoierai più una pasticca in vita tua. I nervi ti si tendono così forte da deformarti il volto, lasciandoti due fessure al posto degli occhi che fissano vitrei quelle che prima erano le tue mani ma che adesso a causa delle contrazioni ti sembrano due uncini. Sensazione di morte imminente, tiranti d’acciaio paiono squartarti il petto dall’interno. Un miliardo di formiche velenose ti esplodono sul viso deformato. Ti guardi allo specchio, non sei tu. Sei un incrocio tra un Picasso e un Bosch. Speri che l’imminenza sia puntuale. Ti pieghi in due. Svieni. Riapri gli occhi. La porzione di reale acquisibile dalle tue retine viene celebrata dalla funerea luce pallida dei neon a cadenza ritmata e regolare. Tu, steso su una barella lanciata in un corridoio di un pronto soccorso. Ritmata e regolare, come le tue crisi, quando decidi che le benzodiazepine non possono più fare parte del tuo schema, che devi essere libero. All’inizio è un rock&roll, ne hai due o tre a settimana. Quando stai per abituarti calano, diventano un lento che speri di non dover ballare, ma ogni tanto l’orchestra parte e devi raggiungere il centro del salone. Dopo un paio di mesi senti solo qualche violino isolato e lontano spegnersi nella tua acquisizione di consapevolezza, nella tenacia di un corpo giovane che elimina le scorie. Un leggero acufene ti accompagnerà malinconico per il resto della tua vita.    
     
    Una sera, guidando lungo via Padova notò, a lui sembrò per la prima volta, le esalazioni delle ciminiere del polo chimico. Leviatano, mulino a vento. Immagine potente. Quei fumi bianchi statici e perfetti, le persone che permettevano che essi si librassero per aria, per poi ricadere in forma di polveri sottili nella conformazione concava di Ferrara, la cui nebbia perenne sedimentava e tratteneva per le strade della città, d’un tratto divennero i soli responsabili del suo dolore. Esseri che non esitavano ad avvelenare un’intera provincia se questo era necessario ad un sostanziale guadagno pecuniario. La rabbia prese di nuovo il sopravvento sull’apatia, ora che aveva trovato un obbiettivo sensibile, un bersaglio. La rabbia gli fece ritrovare la lucidità che aveva perduto tra le pareti cortisoniche in cui si era rinchiuso. La rabbia trasformò quell’acufene benzodiazepinico in un grido di lotta. Iniziò una personalissima guerriglia fatta di volantini sparsi per tutto il castrum. Aveva sentito parlare anche di un sito chiamato Facebook, vi si iscrisse e notò con piacere che un sacco di gente che conosceva lo aveva anticipato. Poteva utilizzarlo al pari di un broadcast o di un blog, e così fece. Scriveva accorati j’accuse contro il petrolchimico e la peste silenziosa che stava diffondendo, passava ore online a setacciare articoli inerenti per poi ripostarli sulla sua pagina, che piano piano divenne un polo di attrazione per quelli che come lui erano direttamente interessati al problema. Inviò mail agli uffici comunali, ai sindacati, alla federazione dei consumatori. Contattò anche diversi studi di avvocati, con l’idea di intentare una causa civile, ma tutti sembravano fare spallucce e ridicolizzare i suoi intenti. Lotta impari, causa persa in partenza.  Decise di creare un gruppo su quel Facebook, a cui gradualmente si iscrissero più di cento persone. Sembrava funzionare, virtualmente. Dentro di sé Paolo comprendeva che quello che stava facendo era del tutto superfluo. Non avrebbe scalfito di un millimetro il nemico che si era scelto. Ma aveva bisogno di una lotta per rimanere vivo. Più passavano i mesi e più il suo lutto personale si rielaborava. Aveva ricominciato a parlare con le persone, passavano anche intere giornate senza che pensasse a Lui e si stupiva di questo. L’impegno cerebrale che metteva nella sua piccola guerriglia mediatica lo distraeva dalla causa prima che lo aveva portato ad iniziarla. Il fervore dei suoi j’accuse andava via via spegnendosi per concedere spazio ad una maturità d’intenti che tendeva a discostarsi dalle proprie ragioni strettamente personali, per abbracciare e ricongiungersi alle correnti di pensiero più ampie e condivise dell’ambientalismo tout court. Tutto questo era inutile, tutto questo lo faceva stare meglio, sintesi perfetta della sua condizione umana. Il gruppo Facebook diede i natali ad una ristretta cerchia di intimi che tendeva ad incontrarsi settimanalmente, fuori dalle linee adsl. Fuori anche, gradualmente, dalla motivazione che li aveva connessi, ovvero la lotta ambientalista. Rimaneva il cardine dei loro discorsi più sentiti, ma sfumava sempre di più per lasciare spazio a legami che andavano costruendosi su coordinate di condivisione ed amicizia disinteressata. Paolo riscoprì sentimenti che credeva perduti, si ritrovò quasi felice.
     
    DRRRRR   DRRRRR
     
    ciao.. sono iscritta al tuo gruppo fb da un po (sic)
     
    ……  sta scrivendo…...
     
    devo parlarti di una roba.. possiamo vederci stasera? Tipo.. alle 9?
     
     ciao..ok. mmm cambusa? può andare?
     
    ……  sta scrivendo…...
     
     ok
     
    Un vento di fine settembre si divertiva roteando il fumo di una sigaretta appesa tra indice e medio ad un centimetro dal posacenere in vetro con scritta verdone FORST, di quelli che trovi in tutti i bar se il puntino IO della tua mappa e di conseguenza il puntino BAR del bar in cui ti trovi, si trovano nella frazione di meridiani e paralleli denominata Europa occidentale. Il terzo scotch liscio finì, a venti metri poteva già scorgere la sagoma di lei ancheggiare verso di lui.
     
    Anche se il vetro era uno di quelli grossi, moderni, e gli infissi erano robusti, il forte vociare del marciapiede davanti all’appartamento lo svegliò, catapultando simultaneamente tutto il suo essere dal vacuo vagare dei sonni profondi, alla concreta realtà dei muri bianchi chiazzati di muffa e delle sedie e del tavolo in laminato effetto legno, e del posacenere stracolmo che puzzava di marcio. Doveva essere mattina tardi tipo le undici e mezzo, doveva essere che contando le quattro bottiglie di Ichnusa e la duequinti bottiglia di Glenmorangie sul tavolo doveva essersi preso una sbronza la notte prima. Forse doveva anche essere che avrebbe dovuto mandarla via prima di caderci addormentato insieme, ma forse non ne aveva avuto la forza o la voglia. Fatto sta che lei era lì, stesa di lato, la schiena bianca come il latte, i capelli come grano di luglio. Si sforzò di ricordare, di mettere assieme il mosaico della notte prima, ma i tasselli che lo componevano erano pezzi di vetro sottile, ed ogni volta che cercava di farli combaciare scricchiolavano emettendo uno stridio insopportabile.
     
    Ieri.. ok…che cazzo ho fatto ieri?? ah si... i tre scotch. poi ci siamo fatti una birra poi siamo andati in duomo!? poi altre birre forse un paio di shot di pessimo bourbon un barbone che rimesta tra i cestini dei rifiuti la chiave che fatica ad entrare nella serratura la porta di casa che si chiude troppo forte e potrebbe svegliare i vicini altre birre altro whiskey… la sua camicetta che timida si sfila come un sipario che si alza su una prima… la mia lingua sul suo ombelico… buon sesso può darsi. poi buio.
     
    Adesso lei, girata di spalle, che ancora dorme come un angelo, la luce del giorno che oltrepassa i grossi vetri delle finestre e riflette sul bianco dei muri, ferendogli le retine.
     
    che diritto hai di dormire a casa mia?
     
    In realtà, se fosse stata sveglia ed in grado di azzeccare i suoi pensieri avrebbe potuto obbiettare che tecnicamente lei stava di certo dormendo, ma non nel letto, bensì sul divano. È universalmente stabilito e noto che dormire sul divano di qualcuno di cui non si gode ancora di una conoscenza sufficiente, risulta più accettabile socialmente rispetto al dormire nel letto di quel qualcuno, almeno negli universi in cui esistono divani. Paolo non avrebbe avuto quindi nessuna ragione nell’accusarla di aver violato alcuna regola di netiquette erotica postmillennio, visto che lei stava rispettando ed esercitando appieno uno dei suoi diritti in quanto godente dello stato di semi-sconosciuta, ovvero dormire sul divano; in egual modo, dopo che il coito si fosse compiuto annullando di fatto diritti e doveri reciproci di questo codice non scritto degli incontri occasionali, se fosse uscita da casa sua svincolandosi nella notte con o senza il suo assenso verbale, Paolo non avrebbe avuto di che lamentarsi con nessuna supposta autorità regolatrice di questi rapporti, che per sfortuna comunque non esiste nemmeno. Rispettava le regole insomma. Paolo pensò di aver avuto almeno la fortuna di addormentarsi nella parte esterna del divano, quella non delimitata dalla spalliera, e per un istante ebbe un incredibile voglia di scattare in piedi e correre via, anche così, anche completamente nudo, scattare come una molla in piedi, strisciare velocemente verso la porta, aprirla lentamente ma con decisione e correre via nudo per le strade e poi per le campagne, fino a riposare corpo e spirito in una qualche brughiera circondata da boschi di teneri noccioli, dietro il velo di un mite e verde pomeriggio . Avrebbe goduto per qualche ora di quella strana pace che un problema evitato o posticipato può dare, di una tregua della mente. Poi quando fosse sceso il sole, placido sarebbe tornato a casa, sempre nudo, approfittando del buio di una notte vereconda, evitando i coni di luce dei lampioni, forse fischiettando. Sarebbe rientrato in casa e non l’avrebbe ritrovata stesa di taglio su quel divano, se ne sarebbe andata, così come era venuta, forse senza lasciargli nemmeno un biglietto. Ma quell’istante così pregno di estasi di fuga fu seguito e rotto immediatamente dall’istante in cui tutto il peso di tutta la responsabilità del mondo viene a reclamare il proprio solido posto nella coscienza. Non sarebbe mai potuto sgattaiolare via così, anche se avesse avuto la fortuna di avere il tempo di vestirsi prima che lei si svegliasse. Dopotutto quella era casa sua, la sua cazzo di tana e il suo rifugio. (Superata apparentemente la crisi che lo aveva attanagliato dopo la Sua scomparsa, dopo le benzodiazepine, Paolo osservò con piacere che riprendere a comunicare con il resto della specie funzionò bene anche per trovarsi un lavoro come cameriere. Quattro pranzi e quattro sere a settimana in una trattoria di terz’ordine del centro storico. Pagamento a voucher, nessuna tutela, ma almeno aveva potuto permettersi l’affitto di un bilocale abbastanza centrale, lontano dai fantasmi). Aveva commesso una sciocchezza la notte prima nel permetterle di rimanere, forse era stato ubriaco e spavaldo, sicuramente ubriaco. Adesso doveva rimediare, doveva affrontare il problema di petto, senza mezzucci e trucchetti. Il fatto di essersi trovato nella parte esterna del divano era comunque una fortuna, aveva il tempo di racimolare i pensieri e prepararsi alla battaglia. Gli diede anche quello strano brivido da posticipo, anche se per pochi minuti. Pensò che se fosse stato al patibolo e per un qualche motivo la corda non fosse stata immediatamente utilizzabile, non so, un nodo fatto di fretta e male, oppure la botola di legno sotto ai suoi piedi di condannato non si fosse aperta del tutto; insomma se per un qualche motivo tecnico o meno si fosse dovuta procrastinare l’esecuzione, sarebbe stata una grossa fortuna. Avrebbe goduto di un qualche minuto extra di vita e libertà, se ne sarebbe riempito i polmoni come mai prima e forse avrebbe anche scorto nella disperazione della fine una febbrile estasi di senso. Oppure sarebbe scoppiato in lacrime ed avrebbe avuto una forte crisi, morendo di fatto nell’istante in cui il boia gli avesse comunicato il problema tecnico o meno, e che sarebbero serviti una decina di minuti. Quei minuti sarebbero sembrate ore dense di paranoia ed ineluttabilità e di destino buio, una stanza bianca insonorizzata senza porte o finestre in cui i suoi pensieri sempre più vorticosi avrebbero sbattuto, rimbalzato, e si sarebbero ingarbugliati l’un l’altro in un groviglio più stretto della corda che avrebbe dovuto impiccarlo, ma che ancora non funzionava.
     
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    La direttrice dei suoi pensieri era tesa tra queste due emozioni contrastanti quando si alzò in punta di piedi e lentamente, per non svegliarla subito. Il corpo si buttò nel groviglio dei pensieri e decise di volerli vivere tutti quei dieci minuti di problema tecnico, di mandare a farsi fottere ogni tipo di elucubrazione. La prima azione che il corpo volle compiere fu quella di muoversi verso il tavolo in laminato effetto legno del salotto. Il posacenere sembrava un cranio aperto tartassato da un agopuntore troppo zelante, ma non fu troppo difficile riconoscere quel quarto di canna lasciata lì a riposare dalla notte prima. Tirò due, tre grosse boccate di fumo mentre pisciava, con l’intenzione di estendere sempre di più il controllo di se stesso al corpo, meno che alla mente. Nelle situazioni in cui bisogna decidere in fretta spesso ci si lascia guidare dal pilota automatico, e se avesse dovuto fare una media delle volte in cui era scampato a situazioni di merda, l’istinto s’era rubato parecchie basi rispetto al ragionamento nudo e crudo, pensò. Fu questo pensiero che gliela fece riaccendere ancora, per tirare un’altra boccata; tossì leggermente. Quando dal bagno ritornò verso il patibolo lei, il boia, era in piedi davanti al tavolo dandogli le spalle. Lo smalto cremisi frusciava tra le setole del tappeto morbido grigio a pelo lungo IKEA ALHEDE, 2.59 m², lo stesso dove il boia la notte prima aveva gemuto e si era contorto respirando forte. La chioma bionda da cherubino scendeva lungo le spalle in grossi boccoli, il pulviscolo illuminato dalla luce della finestra vi danzava intorno e vi si mescolava diventando dello stesso colore. Forse i suoi passi troppo pesanti, forse la consapevolezza del predatore, si accorse di lui. Paolo lo intuì dal fremito che dal fondoschiena ripercorse come un fulmine tutto il corpo di lei, per andare a scaricarsi oltre la chioma, nella zona della danza luminosa del pulviscolo vicino alla testa, modificandone il ritmo impercettibile. Si accorse di lui ma non si girò di scatto. Forse anche lei si sentiva preda, e non boia. Se Paolo avesse avuto la prontezza di spirito di pronunciare qualcosa di maschile e testosteronico, oppure di dolce e femmineo, forse avrebbe potuto ribaltare la situazione. Ma non disse niente, continuava semplicemente ad avanzare verso quel corpo così estraneo, così equilibrato e canonicamente bello. Paziente, pronto a reagire al minimo sussulto con i muscoli facciali sull’attenti, per sfoderare l’espressione più consona alla prima reazione che lei avesse potuto avere. Voleva giocare di rimessa e nel minor tempo possibile, la sentiva come una partita a scacchi e pregò di essere i neri. E in effetti lo era. Il boia-angelo-preda attese altri due suoi passi pesanti e si voltò piano, assaporando il momento. Due occhi blu come il mare quando c’è tempesta, piantati sui suoi, più sotto un sorriso sincero, quasi benevolo. Sorrise anche Paolo, di riflesso, in meno di un millesimo di secondo. Stava per pensare “bravo corpo, lo sapevo che potevo fidarmi di te” quando quel sorriso così statico e neoclassico si tramutò velocemente in movimento, in azione. Stava parlando.
     
    - ti sta per bruciare le dita
    - cos?
    - quella canna dico, sei a filtro
     
    Ci siamo pensò, ecce homo.
     
    Sofia era più giovane di lui, di qualche anno. Le sofferenze che lo avevano afflitto sembravano però aver dilatato il tempo terreno che aveva vissuto fino a quel momento, fino alla colazione coercitiva a cui lo aveva costretto al bar sotto casa. Si sentiva infinitamente più vecchio di lei, della pelle alabastrina degli zigomi appena sporgenti, degli occhi mare in tempesta dai quali vibrava una radiazione di intelligenza bambina, euristica, apparentemente immune alla sovrastruttura. Sofia era iscritta al gruppo Facebook ambientalista da qualche mese. La sua storia era diversa. Non aveva ancora subito perdite segnanti. Era figlia unica. Viveva, o credeva di farlo, appieno il suo tempo. Era degna rappresentante di una generazione vaporosa, abituata all’instabilità di una navigazione senza bussola, incline al cambiamento di rotta repentino. Dai genitori aveva ereditato una certa predisposizione ad un conformismo anfibio, sfumato da punte di snobismo tipicamente salottiero. Bisogna essere assolutamente moderni. I tempi dell’ansia postnovecentesca, del lavoro a scatti e delle insoddisfazioni latenti che avevano pervaso questa parte di globo, avevano fatto scattare in lei un meccanismo di difesa darwiniano. Società. Socialità. Condivisione. Questo era il mantra che recitava. L’ecologia nel suo significato più ampio e nobile non le interessava granché a dire il vero, ma andava tremendamente di moda. Sapeva che quello era il campo in cui si giocava buona parte del futuro della specie, ne condivideva tutto sommato i valori, ma vi si costringeva nello studio e nell’applicazione soprattutto per i vantaggi sociali immediati che questa attività poteva conferirle. Per l’immagine di sé che avrebbe dato ai suoi simili, perché fosse più semplice amarla. D’altronde non era poi così faticoso postare qualche link ogni tanto sui profili social. Quando in altre città si organizzavano raduni o flash mob a sfondo ambientalista, la considerava sempre una buona scusa per una gitarella dove conoscere persone interessanti, allargare il cerchio delle proprie amicizie, sentirsi meno sola al mondo. La quasi laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, voluta e pagata interamente e dal padre, rientrava perfettamente nella Gestalt di Sofia, che sperava in un giorno non troppo lontano di poter esercitare sulla tutela e protezione del verde, ossia diventare un eco-avvocato. La paga sarebbe stata buona, il fatto di occuparsi di natura avrebbe dato un tocco romantico e chic a tutta la questione, spianandole la strada di una vita comoda, sociale e moderna. Era al corrente dell’esistenza di Paolo per sentito dire, sapeva che il gruppo su Facebook era stato creato da lui e conosceva a grandi linee la sua storia, filtrandola da quello che pubblicava online. L’aveva colpita in particolare un’infografica sulle città italiane dove il flagello neoplastico sembrava essere più presente. Aveva deciso di fare una piccola ricerca, il tempo di un pomeriggio, per comunicarne i risultati a lui personalmente. Non risultò difficile reperire il suo numero di telefono. Dalla foto profilo sembrava carino.
    Il vapore emesso da due tazze di caffè americano bollente fungeva da trincea fisica tra loro, schermandone vicendevolmente gli sguardi attraverso un diafano moto escheriano. Entrambi sentivano che la trincea mentale che li separava era più consistente e concreta, alimentatasi del silenzio che ricopriva come una nebbia quel tavolino. Avalon post coitale. Sofia prese l’ardita decisione di buttarsi a gomiti bassi nella terra di nessuno.
     
    -come stai?
    -…..
    - ok… capito.. sei in hangover totale. ti ricordi almeno la cosa importante che ti ho detto ieri sera? quella percui (sic) volevo vederti?
     
    Sofia intuì dallo sguardo vuoto e leggermente imbarazzato di Paolo che no, non se la ricordava. Un leggero fastidio tutto narcisistico le percorse i nervi, scaricandosi in un impercettibile tremolio del labbro inferiore. Non ricordava nulla nemmeno del dopo?
    Avevano bevuto, ok, ma come cazzo era possibile avesse scordato tutto?
     
    - cosa.. cos'è che volevi dirmi?
     
    La noncuranza cosmica di Paolo aveva innescato in lei la necessità di conquistarne la pienezza dei pensieri, di catturarlo. La postura a gambe accavallate che teneva seduto su quella sedia, la maniera in cui reggeva la Benson blu, erano quelle di uno che sembrava fottersene di tutto e di tutti, persino di lei. Doveva per forza amarla e doveva per forza ricordarla. La sua lingua non le dispiaceva. Poi l’avrebbe lasciato andare, era troppo incasinato.
     
    - senti… adesso sei un pochino scombussolato. ho organizzato un aperitivo per domani sera..
    - …..
    - no guarda una roba tranquilla. vado un tre settimane a berlino, è una sorta di despedida. ci sarà un sacco di gente interessante.
    - …..
    - per un corso di food design... no figurati, mio padre. tipo un regalo di natale anticipato.
     
    Stava per chiederle cosa cazzo fosse il food design ma si accorse in tempo di non nutrire un minimo interesse per la risposta. Si accorse di non nutrire un minimo interesse nemmeno per quella cosa tanto importante che lei avrebbe dovuto dirgli la sera prima, che pensava avrebbe potuto dirgli ora in quel rendez-vous mattutino, ma che stranamente posticipava alla sera successiva, come se questa potesse rivelarsi un’esca abbastanza potente per incagliarlo. 
    Paolo annusò la trappola. Ma domani sera era venerdì, di solito non lavorava, e i programmi che aveva non differivano molto da quelli degli altri venerdì: cannabinoidi, junk food e maratona di Dexter. Una serata in compagnia non gli avrebbe fatto male. Il suo culo non gli dispiaceva. Poi non si sarebbe più fatto sentire, era troppo fighetta.
     
    La soirée era stata programmata in un bistrot aperto da poco, in piazzetta della Luna, gettonatissimo a sentire la gioventù produttrice ferrarese. Paolo scese in strada quando ormai il sole velato di quel giorno era già caduto verso l’altro emisfero. Dalle cuffiette la voce dopaminica di Christa Päffgen irradiava attraverso i meccanorecettori, fino allo stimolo neuronale. Cantava una canzone non sua, dal disco di un altro. Arrivando a piedi a pochi metri dal locale notò un gruppetto di persone, a prevalenza maschile, intorno a Sofia, raggiante in un lungo vestito nero che le spuntava da un pellicciotto smanicato fulvo, naturalmente eco. Le Dr. Martens, nere anch’esse, erano portate ironicamente. She’s goooing to plaaaay youu for a foooool… yes it’s tr Paolo tolse gli auricolari, aggrovigliandoseli in tasca. Una lieve ipoacusia temporanea fu il prezzo che dovette pagare per aver tenuto il volume al massimo durante tutta la camminata. Comprese di essere in ritardo, e questo contribuì ad aumentarne l’imbarazzo, già ampiamente sostenuto dalla consapevolezza di dover incontrare perfetti sconosciuti, con l’obbligo morale di instaurare con loro una relazione cordiale. Sofia eseguì immediatamente tutte le dovute presentazioni, invitando Paolo a stringere sei o sette mani; lo osservò mentre tirava le labbra cercando di simulare il sorriso più veritiero che poteva. Tra tutte le strette di mano che scambiò nessuna lo colpì positivamente. Faceva sempre molta attenzione alle strette di mano. Il padre una volta gli disse che un vero uomo stringe la mano come se dovesse farti schizzare via le unghie. Uno che non stringe non può essere che una mammoletta, oppure uno di cui non ci si può fidare. Nel corso degli anni Paolo notò come questa teorizzazione della genuinità, francamente provincial-generalista, avesse tutto sommato un fondo di verità. Ripensando a quella sera qualche tempo dopo, si accorse di non ricordare nemmeno i volti delle persone a cui strinse la mano, per non parlare dei nomi. Il suo ippocampo registrò quel gruppetto come un unico essere dai tratti somatici indefiniti, un collettivo: il giovane laureato pseudointellettuale ferrarese di nascita, che collabora con uffici fichissimi, spesso di altre città più grandi e quotate, dove fa il web designer o il sound engineer o il social media someshit. Nasconde la sua superficialità ironizzando su tutto, porta una barba che vuole sembrare incolta ma che in realtà è curatissima, ascolta musica e guarda film e legge libri che probabilmente gli fanno schifo o non capisce, ma di cui può discutere per ore con i suoi amichetti, perché quella è l’avanguardia: se tu parli di Pink Floyd, Mulholland Drive o Melville, ti lancia uno sguardo di profonda superiorità e disprezzo, annuendo, per poi girarsi a parlare con un suo simile per non considerarti più.
    Maschere semoventi di cardigan troppo larghi, t-shirt celebranti un qualche tipo di hype e pantaloni troppo stretti abbinati a scarpe troppo scomode. Come previsto la serata risultò di una noia mortale: il collettivo parlava soltanto dell’ultimo concerto a cui aveva presenziato, quello di un dj berlinese nome d’arte Apparat al teatro Dal Verme a Milano. Paolo cercò delucidazioni sul come cazzo era possibile ascoltare musica elettronica da discoteca, la cui funzione dovrebbe essere quella di farti ballare, bevendo succhi di frutta seduti su comode poltroncine di raso. Come risposta non ottenne che risatine sarcastiche, corredate da un paio di sguardi pieni di compassione ed una vocina stridula che riempitasi di orgoglio 
     
    – beh primo perché tecnicamente non è musica da disco..ma glitch. Secondo.. beh perché è figo.
     
    Notata la reazione che suscitò con quella contestazione, compresa la risposta assiomatica, si decise a non aprir bocca per il resto della serata, sperando che l’ipoacusia potesse in qualche modo palesarsi di nuovo, rinvigorita. Si limitava a brevi cenni con la testa quando intuiva che un argomento x era condiviso dalla maggior parte dei presenti, concentrando l’interesse su Sofia e sul modo che aveva di relazionarsi con il suo ambiente. Filmava una sorta di documentario antropologico cerebrale. Sofia aveva proprio un bel paio di occhioni blu, non mostrava paura nel fissarti dritto nelle pupille anche oltre i sette secondi canonici, passati i quali solitamente l’aria si carica di imbarazzo o di desiderio. I suoi occhi non esprimevano nessuna di queste sensazioni quando si trovava in situazioni sociali; ti guardavano semplicemente, facendoti credere di essere davvero interessati anche alla più stupida frase di circostanza che le tue pliche vocali potessero fare uscire, fintanto che eravate reciprocamente impegnati in una conversazione. Finita questa, essi svanivano completamente, e non c’era modo di incrociarli ancora, se non rivolgendole di nuovo la parola. Sofia faceva davvero buon uso dei suoi occhi blu. Erano solo le otto di sera ma quando al tavolo arrivò il cameriere Paolo ordinò uno scotch&soda, per aiutare il tempo a scivolare via più velocemente mentre osservava l’arredamento interno del locale, che nonostante fosse scontato e per nulla originale, trovava più interessante della discussione sui progetti lavorativi di ognuno dei commensali. Sentì nello stomaco la stessa sensazione di quando si trovava in strada tra la gente, appena dopo la Sua dipartita. Si sentiva estraneo, totalmente alieno a quell’assemblamento di intelligenze votate alla disamina di un universo sensibile e meccanico; cervelli pratici, che rifiutavano qualsiasi idea che non fosse parte di una concatenazione di utilità mondana: lavoro, carriera e divertimento alternativo. Era impossibile trovare al loro interno l’idea pura, liberata dalla pesantezza della mortalità. Paolo li osservava, tutti presi dai loro discorsi vuoti, scambiarsi ammiccamenti e sorrisi finti come automi programmati da uno scienziato con poca fantasia, fino a quando la nausea non prendeva il sopravvento e lo spingeva ad ordinare un altro scotch&soda. Li guardava e si chiedeva quanti di loro avessero letto Proust. O se qualcuno di loro l’avesse mai letto. Una volta tutti i froci leggevano Proust. Lì in mezzo ce n’erano sicuramente almeno un paio, forse latenti, ma era certo che non lo avessero letto. Pensò che non c’erano più nemmeno i froci di una volta. Faceva di tutto per non farsi notare dal collettivo, ma non fu più possibile quando fermò con un gesto una cameriera carina per ordinare il quarto drink.
     
    - abbiamo sete stasera eh?
     
    Il resto della tavolata era fermo a metà del primo Moscow Mule.
     
    - eeeeh già!
     
    Abbozzò un lieve sorriso senza mostrare nemmeno un dente. Ad indicarlo era stato un tizio vestito completamente in nero, compreso un copricapo simil kippah, naturalmente ironico, che lasciava intravedere una rasatura vagamente hipster dallo sfenoide alla sutura lambdoidea. Poteva essere benissimo un architetto appena laureato, che invece di trasferirsi ad Helsinki per conoscere i Lokka Ripka di persona, aveva deciso di intraprendere la carriera da assistente universitario nella sua città natale. Oppure un mimo, chissà.
     
    - non ci hai ancora detto che lavoro fai! di cosa ti occupi?
     
    La domanda partì repentina e terribile come una freccia scagliata in una prateria vuota e silenziosa. Sofia si accorse subito del sottile fruscio prodotto da quelle parole e gli lanciò furtivamente uno sguardo carico di pena nascosta; sapeva che faceva il cameriere in una trattoria da quattro soldi, a lei l’aveva tranquillamente detto due sere prima, anche se forse non lo ricordava. Sofia era abbastanza intelligente per capire che confessarlo ad una donna tra le lenzuola ancora umide dello schiudersi dei loro corpi fosse piuttosto semplice, fosse persino un motivo d’orgoglio in quanto dava l’idea di un giovane indipendente ad ogni costo, abituato a badare a se stesso. Ammetterlo ad un’assemblea come quella invece, dove tutti sembravano aver dato una direzione precisa, proficua ed a modo loro interessante alla propria esistenza materiale, era una prova di difficoltà maggiore, che effettivamente Paolo non superò. Sentiva che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata, era gestualmente quasi preparato e il calore che sentiva diffondersi sulle guance gli pareva di intensità minima, impercettibile.
    Dopo aver preso una sorsata drammatica dal suo quarto scotch&soda
     
    - Scrivo, più che altro. gestisco un gruppo facebook che si occupa di ecologia, collaboro con riviste e alcuni giornali. stavo giusto pensando di aprire un blog. niente di serio comunque. diciamo che mi paga l’affitto.
     
    Accompagnò quest’ultima frase con un sogghigno tratteggiato ed un'altra sorsata di scotch, che stavolta gli serviva davvero per agghindare la storia. Per non tradirsi nel bel mezzo di una bugia bella e buona evitò di incrociare gli occhi di Sofia, la quale sapeva benissimo che stava mentendo. Un suo sguardo avrebbe potuto riportarlo alla dura realtà, strappandolo improvvisamente dall’ottovolante di alcool e fantasia che stava contribuendo a costruirne la maschera perfetta per quel tavolo. Il collettivo reagì tutto sommato bene, gli sguardi di approvazione e la cinestetica annuente dei loro capi testimoniavano che aveva scelto la bugia giusta, adesso però ne volevano di più di quella bugia. Stavano già per chiedergli i link per leggere gli articoli che gli avevano pubblicato quando Sofia, annusata l’aria, tese una mano amica per bloccare la scure che stava per decapitare la fandonia.
     
    - rega chi mi accompagna per una paglia?
     
    Solo tre persone del gruppo fumavano, e c’erano state dieci minuti prima. Paolo allungò immediatamente la mano verso la sua, l’unico appiglio che aveva per non cadere in un burrone di vergogna, e uscii con lei a riveder il ciotolato di piazzetta della Luna.
     
    - non sapevo pubblicassi, complimenti!
     
    Paolo sbuffò e accese una Benson.
     
    - pensi che non googleranno il tuo nome?
     
    Non ci aveva pensato e probabilmente lo stavano già facendo in quel preciso istante.
     
    - ma poi che motivo c’era di raccontare tutte ste cazzate?
    - ....
    -  senti.. per quella cosa che dovevo dirti… tieni.
     
    Sofia gli allungò un A4 piegato equatorialmente.
     
    - leggitelo dopo, a casa.
    - vado subito, buona Berlino.
     
    Sofia fece per controbattere, ma si ritrovò muta ad osservarlo in una camminata dinoccolata e calma fino agli archi di piazza Savonarola. Stringeva tra le mani un pezzo da cinquanta che lui le aveva lasciato per la propria cospicua parte di conto. Capì di averlo perso. Il tremebondo fastidio narcisistico che la pervase fu attenuato temporaneamente dall’architetto in simil kippah, quella notte stessa.
     
    Paolo sprofondò nella Voltaire di seconda mano che aveva trovato ad un buon prezzo su Ebay. Lo schermo del portatile aperto e puntato su Daniel Barenboim che guidava la Chicago Simphony Orchestra tra le limpide note della quinta di Mahler. Una bottiglia di Morellino aperta e puntata verso il calice che si stava servendo. L’A4 tornò alla sua forma originale estesa.
     
     
    “Tumori a Ferrara, conta più il fumo che gli inquinanti ambientali”.
     
    Quando si parla di tumori Ferrara è peggio di Taranto, ma attenzione a giungere troppo rapidamente alle conclusioni nell’individuare le cause.
    Possiamo riassumere così la ‘precisazione’ del direttore del Registro Tumori Area Vasta Emilia Centrale inviata al nostro giornale.
    Quando si parla di cancro ci si riferisce in realtà a un consistente numero di lesioni molto eterogenee, con fattori di rischio molto diversi e frequenza nella popolazione dipendente da cause molteplici (rischi biologici, presenza di screening organizzati e spontanei, età media della popolazione e così via). E’ perciò fuorviante utilizzare, nei confronti geografici, la frequenza di “tutti i tumori”, in relazione ai rischi derivanti da inquinamento ambientale.
    Il carcinoma polmonare ha strettissimi rapporti con quello che si respira e può essere invece un buon indicatore (insieme a molti altri anche non riguardanti i tumori) di una certa esposizione a determinati rischi.
    C’è però un’altra considerazione da fare che evidenzia quanto sia difficile trovare una ‘pistola fumante’: “Va evidenziato che i dati presentati, riferiti dai rispettivi Registri tumori, sono dati relativi a due intere province (e non alle sole città di Ferrara e Taranto) e rappresentano perciò realtà eterogenee anche al loro interno. Ciò detto è noto da tempo: esistono dati pubblicati fin dai primi anni ’90 che segnalano, per la provincia di Ferrara, uno dei più alti tassi di incidenza per carcinoma del polmone a livello internazionale. Ed è altrettanto noto in Italia un gradiente nord-sud che vede appunto una maggiore concentrazione di tumori nelle aree settentrionali. Non è peraltro possibile ricondurre questi valori ad un’unica fonte inquinante, nemmeno in territori limitrofi. Pur con l’ormai tristemente noto carico di inquinamento prodotto dall’Ilva, Taranto vede, ad esempio, un rischio di tumori polmonari notevolmente inferiore a quello registrato in provincia di Lecce.
    Esiste però un fattore costante, che vale per Ferrara e vale anche per Taranto (dato che nella città pugliese portò anche a varie polemiche): “Tutta la letteratura internazionale ha da decenni sancito in maniera inconfutabile il rapporto tra fumo di sigaretta e cancro (non solo polmonare) – spiega il direttore Avec -: circa il 90% dei tumori polmonari sono riconducibili a questo fattore di rischio e oltre il 33% del totale dei tumori è ascrivibile al fumo, contro un valore medio del 4-5% di altri fattori ambientali e occupazionali. Queste ultime e alcune malattie infiammatorie croniche producono peraltro una moltiplicazione del rischio nei fumatori. Tenendo conto che un tumore ha una genesi biologica che precede di almeno 10-15 anni la diagnosi clinica, sappiamo ad esempio, dalle indagini multiscopo Istat degli scorsi decenni, che in provincia di Ferrara il tasso di fumatori è stato per lungo tempo superiore alla media nazionale. Una recentissima indagine dell’Azienda Usl di Ferrara sulle scuole di secondo grado della nostra provincia rivela che, pur con medie di fumatori ‘abituali’ lievemente inferiori a quelle dell’Emilia-Romagna, il numero di ragazzi ferraresi che hanno consumato tabacco almeno una volta è superiore ai valori regionali e nazionali, che le ragazze fumano più dei ragazzi e che hanno una più ridotta percezione del rischio.
    Insomma, oltre a considerare l’inquinamento dell’aria, è utile guardare anche ai propri comportamenti individuali: “Per limitare fortemente il rischio nei confronti di questo tumore esistono strategie estremamente efficaci e di breve periodo: non iniziando a fumare o smettendo di fumare il rischio si riduce drammaticamente e in breve tempo (per gli ex fumatori). Le strategie più complesse e di più lungo periodo, da non considerare naturalmente in concorrenza con le prime, riguardano naturalmente una diversa cultura di uso delle risorse dell’ambiente, da un punto di vista personale, sociale, economico e altro ancora. La pubblicazione da parte dei Registri tumori dei dati correnti assolve ad un diritto informativo della cittadinanza e delle istituzioni sicuramente molto importante.E’ essenziale che la conoscenza venga approfondita criticamente, alla luce delle evidenze scientifiche, e possa promuovere atteggiamenti di prevenzione che, a cominciare dal livello personale (fumo, alimentazione, adesione ai programmi di screening) presentano al momento margini migliorabili anche per la popolazione ferrarese.
     
    Paolo accese una delle Sue Benson Blu.
     
    Le fumava avidamente.
     
    Non sapeva se interpretare l’articolo che aveva appena letto come un tentativo dell’establishment di difendersi dalle accuse di avvelenamento sistematico, o come un sincero appello al condurre una vita considerata occidentalmente salubre. Non gli importava nemmeno più.
     
    Aveva provato a smettere, almeno così diceva.
     
    Non pubblicava un post da settimane, non si informava, si era lentamente affievolito nella presa di coscienza della banalità della morte. Quella del padre, quella di qualche centinaia di immigrati vicini alle coste italiane, quella di un bimbo siriano, quella che sarebbe stata la sua.
     
    Quindici centimetri.
     
    Tutto era stato, è, e sarà vano. Non esiste nessun nemico da combattere. Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas regumque turres, e così sia.
     
    Era un autunno o quasi, era settembre. Paolo alzò il bavero del cappotto. Adagiò un foglietto sul piccolo monumento che custodiva l’involucro svuotato di un’anima che gli era stata affine. Il vento pareva divertirsi nel farlo roteare a mezz’aria. 
     
    Poi caddi, come una goccia di pioggia che non essendo attaccata a nulla di abbastanza concreto, disegna la sua traiettoria perfetta verso il suolo. Forse un sasso, non ricordo, forse semplicemente la paura di non essere in grado di farcela fece sobbalzare la piccola bicicletta rossa che stavo cavalcando per la prima volta, facendomi finire faccia in giù sul terreno aspro. In bocca polvere e sassi, il profumo dei pioppi che costeggiavano quel vialetto si confondeva con il ferroso sapore del sangue che cominciava a colarmi dal naso. Non piansi. Cercai tutte le forze che avevo per rialzarmi, nonostante tutto, nonostante fossi caduto. Ma non ci riuscii, la vergogna di non avercela fatta proprio davanti ai tuoi occhi era più forte di qualsiasi slancio del mio animo e mi opprimeva come una forza di gravità cinque volte al di sopra della mia abitudine. Restai immobile, cercando di rallentare il respiro e il battito cardiaco che spingeva verso il basso, verso la terra di quella strada di campagna; osservando il sentiero che prolungava fino ad un ponticello e le chiome degli alberi così folte in quella primavera e il vento che le scuoteva con arroganza, cercavo di calmarmi. Poi la tua mano arrivò, come un’ancora robusta, e mi prese e mi rimise in piedi. Mi chiedesti se mi ero fatto male. Io risposi di no. Mi dissi che ero stato bravo ma io pensavo che non era vero, che avrò fatto al massimo dieci metri pedalando in maniera sgraziata e poi ero caduto. Tu mi capisti, mi leggesti dentro come facevi sempre e senza che avessi il tempo di aprir bocca mi dissi che era vero che alla fine ero caduto, ma quei dieci metri qualcuno li aveva pedalati, e non era un altro ad averlo fatto, ma io. E che poi domani sarebbero diventati venti quei metri e poi sarei caduto ancora. Poi trenta il giorno successivo e sarei caduto, poi cinquanta.. fino al giorno in cui le cadute sarebbero diventate così rare da rendere impossibile il conteggio dei metri percorsi da una caduta all’altra. Ti chiesi quanti giorni e quante cadute sarebbero servite per arrivarci e mi rispondesti che nessuno poteva saperlo, non tu, non io, nessuno al mondo. Ma se mi fossi impegnato e ci avessi creduto quel momento sarebbe arrivato inaspettatamente, e la sorpresa iniziale di riuscire a continuare senza cadere avrebbe lasciato immediatamente il posto alla consapevolezza di potercela fare, e forse non sarei caduto mai più, perché il pedalare in equilibrio su di un trabiccolo mi sarebbe venuto naturale come respirare. E mi sarei goduto la corsa.
    Buongiorno a tutti
    Di seguito parte dell'excipit dell'ultimo romanzo che ho pubblicato. Il testo si occupa di un fenomeno molto diffuso, del quale nessuno parla: il disturbo di personalità al femminile, che può essere borderline e/o bipolare. L'excipit è scritto sotto forma di lettera.
     
    “Amarti è come vivere sulle montagne russe. Tu sei una creatura che nel giro di un’ora può passare dall’essere una donna felice ad una donna morta. Senza preavviso.
    Quando ci siamo messi insieme ho avuto paura. Paura di un mondo che non conoscevo, di fronte al quale mi sono sentito inerme, impotente: il disagio mentale, la psichiatria, la rianimazione. I tentativi di suicidio. 
    All’inizio costante era il terrore di tornare a casa e trovarti agonizzante, o morta. Poi alla paura lentamente mi sono abituato. Mi sono documentato, mi sono confrontato. Vivere con te mi ha permesso di raggiungere un traguardo che ritenevo impossibile: capirti. 
    Ho capito che bisogna dare dignità alla tua sofferenza, che bisogna validare ogni tuo repentino cambiamento d’umore. Ho capito che sei dentro a un pozzo profondo, che c’è una forza che talvolta ti impedisce di alzarti, di fare qualsiasi cosa, persino pensare. 
    Ho dato un senso al tuo essere spaventata, delusa, furibonda, piena di vergogna; al tuo sentirti bambina fragile senza corazza, in balia degli eventi esterni. 
    Il nostro quotidiano è fatto di scatti d’ira incontrollati, di pianti disperati, di periodi di profonda depressione. Un quotidiano di amore che va avanti nonostante l’immenso male che tu hai dovuto subire nel corso della tua esistenza. 
    Ed è forse questo il punto. 
    Tu non sei nata borderline: tu sei stata maltrattata ed abbandonata oltre ogni limite umano, soprattutto da tua madre. Francesca, tu non hai colpe. Hai cercato invano di fuggire dal buio della tua vita. Con le tue effimere forze hai tentato di ribellarti, ma l’unica forma di ribellione della quale hai potuto è stata tentare di rivolgere l’arma verso te stessa, estremo urlo di dolore di fronte all’amore che di continuo ti è stato negato.
    Non è stato facile Francesca, però voglio che tu sappia che ogni qualvolta ne avrai bisogno ti prenderò sempre in braccio. 
    Senza paura”.