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    Promuovi qui le tue storie.

    Michele Profeta
    Poesia-Sceneggiatura
    Due figure stanno camminando in un viale in mezzo ad un prato. 
    Una è poco più alta dell'altra.
    Siamo a circa quaranta minuti dopo il tramonto, non è buio. Illuminati dai pali della luce.
    Più da vicino vediamo un ragazzo, e una ragazza.
    Lei è presa da lui e ride quasi sempre.
    Si fermano e lui si pone davanti a lei, lentamente.
    Lei abbassa timidamente lo sguardo, lui la guarda. Poi le prende le mani, esita qualche secondo e abbassa leggermente la testa.
    Si gira e vede un gatto randagio che sta correndo, e cerca di arrampicarsi su di un albero, ma casca.
    Altri gatti accorrono e corrono per i prati, sempre più lontano.
     
    Il ragazzo fissa i gatti in lontananza. Il suo volto è fisso verso di loro.
     
    Si rigira verso di lei, rimane con lo sguardo basso. Guarda lei, ancora con gli occhi chiusi.
    Sguardo perso.
     
    Stringe le mani. Poi le lascia.
     
    Corre verso il prato, lei apre gli occhi ed è spaventata, lui corre sul prato e si allontana, mentre corre non riesce a non cadere, e ridere
    .
     
    Fuori si gelava.
    Il termometro portava meno venti gradi. Il vento freddo sbatteva avanti e indietro le bandierine appese in circolo attorno al laghetto ghiacciato. Delle figure nere spiccavano sulla lastra lucente, muovendosi leggiadre e veloci sui pattini.
    Dall’ottavo piano del dormitorio, una ragazza guardava per l’ultima volta quei luoghi che le erano ormai diventati familiari. La neve ai lati di quella pista di pattinaggio improvvisata, la strada sterrata che si inoltrava tra case di legno in rovina, l’università dalle pareti bianche e blu che era una gioia cromatica per lo sguardo.
    Vestita di tutto punto, dal cappello al giubbotto, alla sciarpa, ai doposci, registrava ogni singolo particolare, sperando che la sua memoria non la ingannasse in futuro. Le grandi vetrate le permettevano di vedere tutto con estrema chiarezza. Accovacciata sui divanetti del bar deserto, a quell’ora della mattina, era sola con i suoi pensieri  O almeno così credeva.
    “ Sapevo che ti avrei trovata qui.”
    Si voltò. Un ragazzo alto e dai capelli scuri le sorrise e le si avvicinò. “Pronta a partire?”
    Lei lo guardò con i suoi lucenti occhi a mandorla e con un mezzo sorriso farfugliò un “Non proprio” prima di tornare a guardare oltre la finestra.
    “Non dirmi che ti mancherà il freddo.”
    Mi mancherai tu.
    “Non avrò mai più la sensazione di non poter più muovere le mani quando porto le buste della spesa senza guanti…”
    “Già, te li dimenticavi sempre in camera” rise lui.
    “Non ci sarà più nessuno sconosciuto che mi inseguirà perché ho perso il cappello o la sciarpa per strada…”
    “ Noi russi siamo delle balie eccellenti.”
    “ Non ci sarà più nessun uomo di Neanderthal con cui parlare in cucina.”
    Lui aggrottò per un attimo le sopracciglia e si mise una mano sul cuore. “Ma chi, io?”
    “ Diciamo che certe volte non sei proprio l’incarnazione della raffinatezza.” concluse lei, guardandolo in tralice con un sorriso.
    Lui per tutta risposta le mise una mano sulla spalla. Lei spostò i capelli e lo fissò, lo sguardo addolcito dalla tristezza. “ Dovrò chiamare Neanderthal il mio amico immaginario.”
    “Hai un amico immaginario?”
    “Ne avrò bisogno” quando non ci sarai più tu.
    “Andiamo, non è il tuo primo addio.” Le sue dita le accarezzarono il volto e la bocca le si schiuse, sopraffatta dai battiti del cuore.
    “Non vuol dire che non sia doloroso.”
    Lui annuì e capì. “Ricordi la prima volta che ci siamo conosciuti?”
    “Intendi la prima in cui mi sono imbarazzata da morire o quella quando volevo proprio sprofondare per la vergogna?”
    “Intendo,” e uno sbuffo di risata interruppe la frase “intendo la prima volta che ti ho incontrato davanti all’ascensore.”
    “Ah, certo. Quella per cui sarei dovuta direttamente espatriare.”
    Stavolta rise di gusto. “Stavi mangiando una crêpes in fretta e furia. E io ti ho detto buon appetito.”
    “E io ti ho risposto ‘grazie’ con almeno metà della mia mano in gola mentre cercavo di ingozzarmi in tempi record.”
    “E poi dici che sono io il Neanderthal.”
    “Lo ammetto, neanche io sono tutto questo bon ton, ma tu urli dalla cucina per chiamare le persone. Che stanno in camera. Chiuse a chiave. Il Padreterno ci ha dato le mani anche per bussare.”
    Lui rise e la guardò così intensamente che temette di ardere viva davanti a lui. Poi, avvicinandosi ancora di più a lei, la abbracciò.
    Le si paralizzò il respiro.
    Lui non era così, non abbracciava nessuno, non aveva mai fatto trasparire un’emozione che non fosse noia o cinismo.
    Le dita di lei scavarono nella sua schiena quando ricambiò l’abbraccio. La barba incolta le sfiorava il collo e lo sentiva respirare sul suo corpo.
    Al contrario di lei, che a parte un piccolo sussulto nel petto, non voleva muoversi in nessun modo, nemmeno impercettibile. “Non ce la faccio ad andarmene.”
    “Devi farlo.”
    “Non posso. Non voglio.” E al sussulto in petto seguì un singhiozzo.
    Lui le passò una mano tra i capelli e premette la sua fronte contro quella della ragazza. “Credi che io voglia?” sembrava ridesse, ma era stata solo colpa di un sorriso amaro.
    Lei gli fissò le labbra e non fece in tempo a rialzare lo sguardo che lui la baciò. Non credeva che sarebbe stato così bello e così sofferente e così intenso. Si abbracciarono ancora più forte, si divorarono finché non rimasero senza fiato. Lei fu la prima a separarsi dal quelle labbra, ma lui la teneva stretta e non la lasciava andare. Era proprio un Neanderthal, e per la prima volta le sembrò uno dei complimenti migliori che avrebbe mai potuto rivolgergli.
    “Non dirlo” gli sussurrò.
    “Cosa?”
    “Quella parola che inizia con la A.”
    “Arrivederci?”
    Lei sorrise e gli occhi le si inumidirono. Si sciolse dall’abbraccio, afferrò il manico del trolley, e mentre si diresse verso l’ascensore, poteva sentire gli occhi di lui vederla andarsene.
    Poteva sentire attraverso la pelle della nuca il dolore di quello sguardo che lei non riusciva a ricambiare.
    Per un attimo si chiese se anche lui le avesse mai dato un soprannome. Qualcosa che ha a che fare con il bon ton e le crepes, magari.
    Sorrise. Ne aveva in mente uno perfetto, ma lui non ci avrebbe mai pensato.
    Arrivederci, uomo di Neanderthal.
     
    Lui rimase a fissare le porte chiuse dell’ascensore, poi si avvicinò alla finestra così tanto che il suo respiro appannò una piccola parte del vetro. Aspettò che facesse capolino un puntino nero con una valigia e rimase a guardare mentre saliva sul taxi e spariva oltre la visuale.
    Addio, Maria Antonietta.
    Don Brunetto quella sera era triste.
    Era tornato dalla passeggiata con Dog ed il cane aveva annusato il riccio su un lato della strada, morto, schiacciato da qualche macchina di passaggio.
    Lo avevano incontrato in una precedente passeggiata serale, nel viottolo sterrato. Don Brunetto per non inciampare nelle sterpaglie, visto che il viottolo era completamente al buio, utilizzava una torcia elettrica: e questa aveva inquadrato il riccio immobile in mezzo al viottolo.
    Sicuramente aveva sentito la presenza di estranei, e si era fermato, immobile. Il cane lo aveva appena annusato, d'istinto non gli piacevano i ricci; invece il prete aveva continuato ad illuminarlo e se lo era guardato ammirato: a lui piacevano tutti gli animali eccetto i serpenti di cui aveva un terrore animalesco.
    Dicevamo che se lo continuava a guardare, anche perché si ricordò del primo riccio, incontrato la settimana prima e trovato morto anch'esso su un lato della strada, lo stesso lato della strada, dopo due giorni dall'avvistamento.
    Decise di proseguire oltre e continuò la solita passeggiata con Dog, faceva sempre la solita strada: il viottolo poi la strada asfaltata e poi il marciapiede, circa 400 m all'andata e altrettanti al ritorno.
    Dopo aver visto il riccio riverso sul selciato, si mise a riflettere sui ricci morti, quasi nello stesso punto, probabilmente cercavano di attraversare la strada per andare dall'altra parte dove c'erano terreni coltivati ed orti, con molto più da mangiare. Fece in automatico il collegamento con quei poveracci che si mettevano in viaggio per fuggire dalla fame e dalle guerre e cercavano di arrivare in Europa sopra barconi inverosimili o attraverso camminate di centinaia di km, ed ogni tanto qualcuno ci rimetteva la pelle.
    Pensò anche che lui, come la gente che seguiva i notiziari in tv, avevano fatto l'abitudine all'annuncio di quelle morti, sembravano morti finte, fatte di pixel di immagini in movimento oppure di punti colorati nelle fotografie.
    La gente veniva colpita al momento, magari si commuoveva, poi la notizia passava in secondo piano, e rimanevano i problemi della gente: la lavatrice rotta e da sostituire non si sapeva con quali soldi, la macchina per il caffè espresso che non faceva più il caffè ma solo acqua colorata, e cosi via, problemi banali che riempivano il quotidiano, e coprivano, nascondevano, lontani drammi cosmici. Erano i primi problemi che rimanevano ad attristare i cuori, non le morti a centinaia di km di distanza che erano come gli incubi che si dissolvono appena arrivava la luce del giorno.
    Terminata la passeggiata mise in custodia Dog nella sua cuccia e se ne andò a dormire senza pensare più ai ricci.
    Avvenne che qualche sera dopo, nella solita passeggiata serale, Dog annusò, morto, al lato della strada, un altro riccio ancora, in po più avanti dove erano stati travolti gli altri. Stavolta rimase veramente male per quella strage, tre ricci morti nel giro di una settimana e mezzo, e anche se per gli animali non valgono le preghiere perché non hanno un'anima pregò per i ricci morti, poi pensò a quello che gli era venuto in mente riguardo i migranti sui barconi e lungo le strade della salvezza, e pregò anche per i vivi e soprattutto per le anime di quelli morti nelle traversate.
    Gli venne in mente la fotografia di quel bambino trovato morto annegato sulla riva del mare in Turchia, e si mise a piangere. Si sbrigò a terminare la passeggiata per tornare nella sua stanzetta e pregare.
    Le sue preghiere di fronte a quelle stragi sembravano inascoltate. Infatti continuavano ad arrivare notizie di ulteriori naufragi con morti su quelle povere imbarcazioni, ci volevano più preghiere, allora approfittò della passeggiata con il cane per escogitare uno stratagemma.
    Il giorno dopo andò in sacrestia, mise 100 euro nel bussolotto delle messe ( si stava privando di quei soldi con malavoglia, li aveva messi da parte insieme ad altri soldi per poter poi fare una offerta alla casa di accoglienza per i poveri preti in pensione) ma la causa era giusta, e si mise a scrivere sull'agenda dove si riportavano i nominativi delle persone defunte di cui si voleva celebrare il ricordo durante le sante messe.
    Mise a tutte le messe, per circa un mese, i nomi di Riccio Compa, Riccio Pacca, Riccio Elve. Si era inventato questi nomi la mattina presto, gli era saltato davanti agli occhi il nome del suo vecchio desktop Compaq Hewlett Packard, e così aveva trovato i nomi per i tre ricci defunti.
    Poi se ne andò nel confessionale, e si mise a pregare ardentemente il Signore, gli disse che quei nomi rappresentavano tutti quei poveri cristi che erano morti per strada per arrivare ad una terra migliore per loro e per i loro cari, e che le preghiere che la comunità ed il sacerdote avrebbero elevato per Riccio Compa, Riccio Pacca e Riccio Elve dovevano servire per quelle povere anime dimenticate.
    In parrocchia le attività fervevano normalmente, la mattina dei giorni feriali veniva celebrata la messa alle ore 8 e la sera alle ore 18 ed i sacerdoti che a turno si succedevano nelle celebrazioni, quando si trattava di ricordare i defunti per cui la messa veniva offerta in suffragio, nominavano anche i nomi dei tre Riccio.
    Un giorno al parroco, durante il frugale pranzo insieme, gli venne da dire: "Scusa Brunetto ma hai raccolto tu i soldi per le messe di quei signori Riccio?". A don Brunetto andò quasi il boccone di traverso ed annuì con la testa.
    E il parroco riprese: "Ma perché hanno messo i tre nomi distinti e non hanno messo ad esempio "Famiglia Riccio"? ".
    Don Brunetto di rimando: " era uno di quei migranti che ogni tanto vengono all'Ufficio Caritas per rimediare qualche vestito e un poco da mangiare, si è presentato con cento euro e mi ha detto se si poteva dire la messa, tutte le messe per un mese, a ricordo di tre suoi amici. Io non ho trovato nulla da ridire, così mi ha fatto scrivere quei tre nomi per tutte le messe per un mese, ed ho messo i soldi nel bussolotto."
    Il parroco allora a quella notizia decise: "Visto che sono soldi di un migrante, quei cento euro li diamo all'Ufficio Caritas affinché li redistribuisca ai migranti, invece di prenderli per le spese della Parrocchia". E fortunatamente la storia finì li.
    Per un mese, a tutte le messe che riusciva a partecipare, in chiesa, oppure dietro l'abside oppure in una stanza accanto alla sacrestia, Don Brunetto al momento della preghiera per i defunti, si inginocchiava e pregava per Riccio Compa, Riccio Pacca e Riccio Elve, cercando di dilatare il cuore e la mente ed abbracciare tutti quei poveri cristi che non erano riusciti ad attraversare la strada.
     
    Era già il quarto bicchiere di brandy per Big Smoke, la più nera tra le voci nere del jazz dei nostri tempi.
    In realtà la pelle di Big Smoke tendeva più al color caramello che al nero vero e proprio, ma questo a noi non interessa. Big Smoke era un regolare cittadino americano, con tanto di tessera della NRA in tasca e pistola nel cassetto.
    Dicevo..
    Il noto cantante stava già versandosi il quinto bicchiere, chiuso nel suo camerino.
    "Sono nel più famoso locale di New Orleans e la mia band è sparita. Porca PENTATONICA!!"
     
    (Nota dell'autore: Non condividendo il linguaggio scurrile del mio personaggio, censurerò ogni parolaccia con "PENTATONICA" per mantenere una certa creanza e serietà).
     
    Louis, il manager del "Big Smoke Quintet", entrò trafelato nella stanza.
    "Non ti hanno insegnato a bussare? Testa di PENTATONICA"
    Alcool e nervosismo iniziavano ad alterare il carattere solitamente quieto e "swing" del cantante.
    "Non c'è tempo Smoke. Il pubblicò è già in sala! Dobbiamo subito trovare dei musicisti o ci salta la serata più importante della vita"
    "Quanti ne hai contati?"
    "Più di quanti se ne siano mai visti ad un jazz club negli ultimi anni, credimi"
    "Oh PENTATONICA! La faccenda è davvero PENTATONICAMENTE seria"
    Big Smoke si alzò in piedi con uno scatto. Afferrò il brandy e lo mandò giù senza neanche prender fiato, sbattendo poi il bicchiere sul tavolo.
    "Questa serata non può saltare Louis. Vai in sala e trovami dei musicisti! Iniziamo con un trombettista, corri!"
    Louis annuì ed uscì a perdifiato nel corridoio.
    Big Smoke non fece in tempo a sedersi, che Louis si presentò accompagnato da un biondo giovanotto, munito di tromba luccicante.
     
    "Buonasera. Il mio nome è Matthew e per me sarebbe un grande onore accompagnare la sua voce in questa serata!"
    "Tanto piacere Matthew" disse Smoke sbrigativo "Andate ora a cercarmi un PENTATONICO chitarrista! Presto!"
    I due annuirono. Uscirono e tornarono con un anziano ispanico, tale Carlos, pronto a sfoderare la sua Gibson su quell'ambito palco.
    "Eccellente ragazzi, siamo già un trio!" esclamò entusiasta. "Ce la possiamo fare, mannaggia alla PENTATONICA! Mancano solo contrabbasso e batteria!"
    Tutta la band seguì il manager Louis. Insieme avrebbero trovato gli ultimi membri in poco tempo, mentre Big Smoke rimaneva nel camerino a ripassare i pezzi.
     
    Una ragazzina dai capelli color ramato si presentò alla sua porta. Un secondo dopo arrivò anche il resto della combriccola.
    "Mi chiamo Anatoliya e suono contrabbasso" disse con marcato accento russo.
    "Sicura?? Credo che quello strumento ti superi di almeno due spanne in altezza".
    "Mi chiamo Anatoliya e suono contrabbasso" 
    "Ho capito, ma io intendevo sapere se..."
    "Mi chiamo Anatoliya e suono contrabbasso"
    Big Smoke si morse entrambe le mani per trattenere la sua ira.
    "Va bene, va bene! Mi fido! Louis, dov'è il batterista?"
    "Ci sta già aspettando sul palco, amico. Sarebbe ora che ci dessimo anche noi una mossa! Il concerto comincia tra due minuti esatti"
    Il cantante si sistemò la cravatta e attraversò a grandi falcate il lungo corridoio.
     
    Tutti quanti accordarono i propri strumenti e raggiunsero Andrew, il nuovo batterista, sul palco.
    Big Smoke sfoderò il suo più smagliante e carismatico sorriso ai presenti sotto il palco.
    Ad ammirarlo vi erano il barman, la donna delle pulizie ed un turista entrato per usare la toilette.
    "Louis, dov'è il pubblico? Avevi detto che c'erano tan-..." Si girò verso il manager, che gli indicò con un cenno il resto del quintetto.
    "Oh PENTATONICA!!"
     
     
    1)UN DIRIGENTE MOLTO IMPEGNATO
    Carrara, fine luglio 1999.
    «Basta con le chiacchiere» esclamò l'ingegner Tullio Colasanti con improvvisa insofferenza « Bisogna intervenire sui costi per l'elettricità, dottor Quadrelli! E-let-tri-ci-tà! Duiunnò? » aggiunse, facendo ruotare a destra e sinistra la mano vicino all'orecchio.
    Il Vice Direttore della Cementeria, seduto dall'altra parte della scrivania tacque, raggelato. Era da un quarto d'ora che si sforzava di argomentare, col suo eloquio pacato e puntiglioso, le difficoltà a raggiungere l'obiettivo di "ottimizzazione del 10% dei costi di produzione", imposto dalla Sede Centrale e prontamente trasferitogli dal Direttore in qualità di "capo progetto", un termine raffinato per indicare che, in caso di insuccesso, il capro espiatorio sarebbe stato lui.
    Silvio Quadrelli era un uomo magro, pelato e di bassa statura, che cercava di rimediare alla mancanza di "fisique du rol" vestendo con impeccabile eleganza manageriale: completi di ottimo taglio stirati con cura, camicie candide e cravatte sobrie ma di gusto. Era sempre preciso e controllato. Coi subordinati inflessibile e tagliente, tanto da farsi la nomea di carogna.
    Ma il suo complesso di inferiorità nei riguardi di Colasanti era palese. L'ingegnere era l'esempio di ciò che lui avrebbe voluto essere e soffriva di non riuscire a diventare. Non era solo una questione di aspetto. Che da questo punto di vista il Direttore lo sovrastasse, era indubbio. Colasanti era un quarantenne aitante, sempre abbronzato, vestito con abiti sportivi che portava con spontanea classe.
    Chi lo vedeva per la prima volta, tendeva a identificarlo, vista la vicinanza di quella mondana zona costiera, col tipico "cucador" versiliese.
    Sul fatto che a Colasanti piacessero le belle donne, e queste ricambiassero, non c'erano dubbi, ma pensare che il vizietto del "tombeur de femmes" offuscasse le sue capacità manageriali era un errore.
    Non per caso, pur così giovane, aveva già raggiunto da tempo il grado di Direttore di Cementeria, miraggio ancora lontano per Quadrelli nonostante i dieci anni di carriera in più.
    Colasanti sul lavoro era determinato e positivo. Non si limitava a dare ordini, ma dimostrava di averli attentamente e rapidamente soppesati. Se sbagliava, era pronto a riconoscerlo. Ma per la competenza acquisita, e l'innato colpo d'occhio, era raro che gli accadesse.
    Nel caso in questione, aveva capito al volo, nonostante le perplessità del Vice, l'area d'intervento più redditizia per l' "ottimizzazione dei costi di produzione", formula paludata tipica del linguaggio della Sede Centrale che, tradotta, significava: "avete margini per risparmiare: fatelo!".
    L'interfono fece sentire il suo inopportuno squillo. Colasanti lo accolse alzando gli occhi al cielo con impazienza. Premette il pulsante che lo metteva in viva voce con la segretaria e «Signorina Giampedroni!» la apostrofò brusco «Non le avevo detto che non volevo essere disturbato? Io e il dottor Quadrelli» aggiunse, non rinunciando a fare dell'ironia, altra sua caratteristica più o meno gradevole «siamo intenti a risollevare le sorti della Cementeria!»
    Quadrelli, prevenuto, non prese nemmeno in considerazione che bersaglio della frecciata fosse la direzione di Brescia con le sue direttive vessatorie. Era sicuro che Colasanti avesse voluto sfottere lui.
    La signorina Mara Giampedroni rispose con la sua solita voce gentile e sottomessa. «Mi scusi ingegnere, ma ho in linea sua moglie e...»
    Colasanti sbuffò, contrariato. «Vabbene... Me la passi»
    Quadrelli meditò sulla scena, trovandola assai indicativa. Di molte cose.
    Innanzitutto del sospetto rapporto tra Colasanti e la Giampedroni.
    Avevano assunto la giovane, venticinquenne, da circa un anno, subito dopo che l'ingegnere s'era insediato come Direttore della cementeria. Quadrelli aveva partecipato alla selezione, e mai e poi mai, se fosse dipeso da lui, avrebbe scelto la Giampedroni, quasi del tutto priva di referenze e chiaramente poco adatta al lavoro di segretaria di direzione, che richiedeva abbondanza di garbo, riservatezza ed efficienza.
    Di siffatte qualità la Giampedroni, a parte forse la riservatezza, che intendeva "ad personam", ovvero dovuta al capo e non all'azienda, non ne possedeva nemmeno l'ombra. Ne possedeva però altre due, quelle che avevano attirato il Direttore: era carina e, a giudicare dallo sguardo perso che aveva subito rivolto al futuro capo, sensibilissima al fascino degli uomini maturi di bell'aspetto e di successo. Quadrelli prove concrete non ne aveva, visto che i due in ufficio stavano attenti a non farsi scoprire, ma avrebbe messo la mano sul fuoco che tra di loro fosse in atto una liason. La quale si consumava, era sicuro anche di questo, non solo fuori dalla fabbrica, nel tempo libero di entrambi, ma anche, se capitava l'occasione, in quella stanza, trasformata in estemporaneo alcova...
    Il Vice Direttore sospettava, anzi, che quello fosse il prevalente nido d'amore dei piccioncini. Colasanti quell'estate godeva di parecchia libertà, visto che l'attuale moglie, la seconda, non abitava con lui nella villetta che avevano acquistato sul "Vialone di Marinella", ma aveva preferito trattenersi in villeggiatura in montagna col loro figlio piccolo.
    "Tuttavia Quadrelli aveva la sensazione che l'ingordo Colasanti non stesse accontentandosi di una amante, ma avesse preso nella sua rete anche un'altra preda, cui si dedicava fuori ufficio. Il suo capo, insomma, s'intendeva non solo di "ottimizzazione dei costi di produzione", ma anche di "ottimizzazione delle "fidanzate"...
    «Ciao Marzia!» disse Colasanti nella cornetta, sforzandosi di tenere un tono gioviale «Tutto bene?...Ah, sono contento...No, non stare a chiamare Massimiliano, lascialo giocare, gli parlerò un'altra volta... ammesso che ne abbia voglia, di poche parole com'è... ma no, non era una lamentela, sai che lo adoro...come?» l'ingegnere fece una buffa espressione tra l'offeso e l'incredulo «correre dietro alle gonnelle?...che dici mai!... non ho più l'età per fare il rubacuori! Eppoi è un periodaccio, fattelo dire anche da Quadrelli, che è qui davanti a me: non abbiamo un attimo di respiro, passiamo tutto il tempo a lavorare, fino a sera tarda, e dopo non vediamo l'ora di andare a letto!...da soli, sia chiaro» aggiunse, rimarcando con una punta di malignità che il suo Vice era scapolo. « Allora ok. » concluse « Riposatevi e divertitevi mi raccomando, interrompo perché devo proseguire la riunione. » Fece schioccare due baci prima di riattaccare il ricevitore.
    Allargò le braccia, malizioso: «Le mogli, caro Quadrelli... Una rottura che lei ha avuto la saggezza di schivare»
    Ancora!, pensò l'altro. Avrebbe avuto voglia di rispondere a quelle fastidiose punzecchiature, ma non poteva. Il capo si asseconda e non si contraddice: è la gerarchia aziendale, baby...
    Ma prima o poi, non aveva affatto perso le speranze, sarebbe diventato Direttore di Cementeria anche lui, magari proprio, chissà!, per sostituire il brillantissimo ingegner Colasanti. Che scivolasse su una buccia di banana gestionale era improbabile, lo sapeva, ma qualche bastone tra le ruote poteva venirgli dalla vita privata. Si sa che i donnaioli sono sempre a rischio di incorrere nelle ire di qualche cornuto privo di fair play... Ed anche la moglie, pur avendola vista di persona una sola volta, a giudicare dalle telefonate frequenti e sospettose, non sembrava un tipo docile...
    Continua, continua a fare il farfallone, caro ingegnere, e può essere che tra noi due ci sia una successione "mortis causa".
    Scacciò subito il macabro pensiero. Non perché gli dispiacesse che Colasanti si togliesse dai piedi (per onestà doveva ammettere che avrebbe accolto con favore quell'eventualità, comunque avvenisse) quanto per la consapevolezza che la defezione dell'attuale Direttore non significava di per sé che gli sarebbe subentrato. Capaci, i capoccioni della Sede Centrale, di mandare un altro giovane astro nascente.
    Risquillò l'interfono. Stavolta Colasanti si arrabbiò proprio, con prevedibile cruccio della Giampedroni «Signorina! Capisce o no il significato di "non disturbare?»
    «Mi scusi tanto ingegnere! Ho in linea suo figlio... è molto agitato...»
    Al Direttore la collera passò di colpo, sostituita da un amaro senso di sconforto. Il figlio adolescente di primo letto, Giovanni, era la sua croce. Il ragazzo viveva con lui nell'abitazione in Val di Magra, e definirlo "difficile" era un eufemismo. Diciamo pure che era viziato, ribelle e insolente. Essere un precoce orfano di madre non giustificava certo quei difetti. Il padre sapeva di avere molte responsabilità. Avrebbe dovuto stargli più vicino, seguendone con costanza l'educazione. Gli impegni lavorativi non scusavano la sua latitanza, visto che il tempo per dedicarsi allo "spulzellaggio" l'aveva trovato. L'ingegnere confidava che il nuovo matrimonio, con la presenza di un fratellino e di una donna forte come la seconda moglie, l'avrebbe aiutato a raddrizzare il ragazzo. In realtà le aspettative sembravano andate deluse, come dimostrava il fatto che la famiglia in quell'estate fosse divisa, padre e figlio grande da una parte, madre e figlio piccolo da un'altra. Una separazione che si era spesso verificata anche negli altri periodi dell'anno.
    «Che cosa c'è ancora, Giovanni?» esordì l'ingegnere, dopo essersi fatto passare il figlio «La colf??» l'uomo si alterò visibilmente «Che ti ha fatto la colf? Ti ho detto mille volte di lasciarla lavorare in pace. Chiuditi nella tua stanza o vatti a fare un giro. Che cosa?? Non dire scemenze!>>> Riattaccò di colpo.
    «Problemi?» chiese Quadrelli, malcelando il gusto di percepire il superiore in profondo disagio.
    Questi aveva troppo bisogno di uno sfogo per preoccuparsi di eludere la curiosità malevola del sottoposto. «Non so più come fare con Giovanni... mi sta facendo impazzire. Adesso s'è messo in testa che la nuova donna delle pulizie è una puttana che lo provoca con atteggiamenti lascivi...»
    Divertente! pensò il Vicedirettore, ed anche interessante...
    «Magari ha ragione.» la buttò là con la sua miglior aria ingenua, in realtà cercando conferma a una certa sua idea.
    «Ma neanche per sogno» smentì Colasanti con sospetta categoricità «La signora Bettelani è una donna per bene. Lo sporcaccione è mio figlio»
    Eccola trovata la fidanzata n°2!, si disse il Vice Direttore, trionfante.
    Chiunque fosse questa signora Bettelani, e conoscendo le preferenze del suo capo doveva essere un bel bocconcino, l'atteggiamento del figlio rendeva la faccenda alquanto torbida.
    Forse c'è luce in fondo al tunnel..., considerò, perfido, Quadrelli.
    2) LA SIGNORA IN GIALLO
    Sarzana, 17 agosto 1999, primo pomeriggio.
    <<Vieni un po' a vedere!>> Gianroberto Moruzzo accennò alla moglie Annalisa di raggiungerlo davanti agli scuri accostati. Attraverso le fessure il bagliore meridiano rischiarava la stanza più del lampadario nei pomeriggi d'inverno.
    Ristagnava un'afa appiccicosa. La signora Annalisa, distesa sul letto matrimoniale, non si preoccupava di mostrarsi sotto la vestaglia semitrasparente. I seni nudi, sformati, scappavano di lato, e il pancione ricadeva sul pube con un risvolto tremolante.
    Ma che importava?
    L'unico testimone del suo déshabillé aveva poco da stare allegro.
    La canottiera bianca stentava a fasciarne il ventre gonfio, e lasciava scoperte le spalle gracili con braccia smunte. Dalle braghe penzolanti spuntavano gambette di pollo.
    Che bella coppia di vecchiacci!, scherzava spesso la signora Annalisa, scoprendo la dentiera in un ghigno autoironico.
    Ma adesso aveva energia solo per tentar di smuovere l'aria davanti alla faccia con un ventaglio a paletta.
    Dove le aveva trovate, Gianroberto, le forze per raggiungere la finestra battuta dal sole di agosto?
    Per guardar cosa, poi? Lì sotto, all'incrocio tra via XX Settembre e via Garbusi, a parte la maledettissima cicala che che friniva a gola spiegata, potesse rimanere stecchita!, doveva esserci il deserto...
    Con l'asfalto e le mura delle case infuocati, minimo c'erano quaranta gradi.
    L'ingresso del Commissariato, sulla sinistra, forniva buoni spunti di pettegolezzo, ma non sembrava proprio il momento. Almeno, lei non aveva voglia di alzarsi.
    <<E vieni!>> Il marito adesso s'era messo a sbirciare con gli occhi appiccicati a una fessura <<Dai, sennò se ne va!>>
    L'interesse del consorte nell' occhieggiare convinse la signora Annalisa a levarsi, macchinosamente, dal letto. Con passi stanchi andò a mettersi a fianco al marito.
    Sul marciapiede di fronte al Commissariato una macchia giallo pastello brillava nella luce intensa. La vistosa tunica da mare di una donna pettoruta e abbronzatissima. Gliela stringeva alla vita un cinturone con borchia d'argento. Le gambe affusolate calzavano sandali col tacco dello stesso appariscente colore. Pure la borsetta era in tinta.
    Il morso dell'invidia spazzò via il torpore della signora Annalisa.
    Quella donna, di una trentina d'anni, era piacente. Volgare, certo, ma piacente.
    Gianroberto doveva essere rincitrullito dal caldo per mostrargli la carne fresca di femmina su cui stava sbavando.
    <<Bella manza eh?>>
    <<No: cavallona>>
    <<Come??>>
    Nell'espressione di lui non c'era lascivia, o perlomeno non era questa a prevalere, ma la meraviglia.
    <<È il soprannome di quella lì. Lo capirai appena la vedi camminare.>>
    <<Ecco cosa fai tutto il tempo al bar! Guardi le zoccole che passano!>>.
    <<Ma no! E' lei che fa di tutto per farsi notare! Si atteggia come se stesse sfilando sulla passerella, senza averne la classe. E' sulla bocca di tutti!>>
    <<Solo perché è vanitosa?>>
    <<No! E' sposata con uno dei proprietari del bar "La piccola nicchia", in centro e, approfittando che fa la donna di servizio in giro, lo riempie di corna.>>
    La moglie adesso era interessata. Si mise anche lei a sbirciare la "cavallona", ferma sul marciapiede incurante del calore da forno.
    <<Noti nient'altro?>> chiese Gianroberto.
    <<No>>
    <<Guarda là>> Il marito indicò una finestra del commissariato. Dietro le tende s'intraveva una figura alta e massiccia, in giacca e cravatta.
    <<Il Commissario Berricchillo!>> esclamò la signora Moruzzo.
    <<Proprio lui!>>
    La moglie si soffermò a guardare ora l'uno ora l'altra dei protagonisti della scena.
    L'insinuazione del marito (donna sposata infedele e desiderabile + prestante uomo celibe = tresca) non la convinceva.
    Troppo grossolano.
    Innanzitutto era imprudente che la fedifraga venisse a trovare il "ganzo" sul posto di lavoro. Ci voleva almeno una buona scusa.
    Gianroberto non se n'era accorto, ma il contegno di lei suggeriva che fosse giunta fin lì, con quel clima improbo, per un motivo serio.
    Se fingeva, era un'attrice nata. Il linguaggio del corpo esprimeva agitazione e, allo stesso tempo, titubanza. Come se avesse urgente necessità di un aiuto da parte della Polizia, ma non ne fosse convinta sino in fondo.
    Anche l'atteggiamento del Commissario non era quello del maschio che osserva compiaciuto la sua donna. Sembrava piuttosto incuriosito, ed anche un po' preoccupato, da quella visitatrice indecisa.
    Chissà cosa c'era sotto...
    Abbastanza per cavarne una storia poliziesca, più che boccaccesca. O tutte e due.
    3)SIRENE E SIRENETTE
    Marinella di Sarzana, 17 agosto 1999, primo pomeriggio.
     "Ma sta 'n po' zito ch'en t'sè manco duvi è r maro a Marinela!"
    Carlo Neri increspava il faccione in un sorrisetto furbo al pensiero di quel motto dialettale.
    Lo si usava per tappare la bocca a chi spropositava. Letteralmente : "Ma stai un po' zitto che non sai nemmeno dov'è il mare a Marinella!". Ovvero: "Ma che cazzo stai dicendo?"
    Appunto: anche il più imbecille dei sarzanesi sapeva trovare il mare a Marinella, la frazione balneare cittadina. Bastava arrivare in fondo a Viale XXV Aprile e, al primo cartello che indicava la località, l'azzurro dell'altro Tirreno, tra la linea dell'orizzonte e il promontorio di Punta Corvo, s'imponeva alla vista.
    Col suo arenile che si estendeva dal confine di Marina di Carrara fino alla foce del Magra, il litorale di Marinella era l'estremo lembo di Versilia prima del golfo di La Spezia.
    Malgrado in tutta Italia fosse comune mettere quel nome ai piccoli luoghi di mare, c'era sempre qualche forestiero cretino che lo supponeva  omaggio alla canzone di De André.
    Potenza nefasta dell'immaginario canzonettistico...
    Marinella aveva cancellato dal vocabolario dei sarzanesi il termine "ferie". A otto chilometri dalla città, le sue spiagge da giugno a settembre erano un comodo luogo di villeggiatura dietro l'angolo di casa.
    A parte la chiusura di Ferragosto, Neri continuava a tenere aperto per tutta l'estate l'ufficio di corrispondente locale del Bollettino Ligure. Al mare, se non aveva urgenze, usava andarci nella pausa pranzo. Mangiava qualcosa al bar del bagno "La Turbina", il più gettonato per il fondale che si abbassava dolcemente sino a una corona di scogli artificiali. Poi si trasferiva in spiaggia sotto l'ombrellone. Se ne trovava uno libero, ché "La Turbina" era sempre affollatissima... Ma i proprietari tolleravano che i bagnanti si sdraiassero sulla sabbia sopra l'asciugamano. A patto di scovare un posticino, ché nel momento clou di agosto c'era la densità di popolazione di Shangai.
    La moglie Giorgia rimaneva a casa, preferendo balneare col marito e il figlio decenne il fine settimana in posti meno frequentati. Da sempre deplorava l'abitudine di Carlo, chiedendosi che gusto ci provasse a infilarsi in un carnaio sotto il sole rovente del meriggio.
    <<A me piace.>> spiegava Carlo evasivamente, e la moglie non aveva mai approfondito, prendendosi il buono della situazione, ovvero non dover preparare il pranzo anche per lui. Carlo, inoltre, per darle il minor disturbo, portava in ufficio una borsa con l'abbigliamento da spiaggia, cambiandosi prima di uscire alle 13 e ricambiandosi al ritorno alle 15.
    A Neri il mare nelle ore più calde effettivamente piaceva, perché la sua pelle non soffriva scottature, e se non tirava brezza ci si poteva rinfrescare immergendosi in acqua. Ma soprattutto era un buongustaio del corpo femminile, pur non avendo mai "sostanzialmente" ( come amava dire "il problema non è che l'uomo è farfallone ma che di Maria Goretti c'è n'è una sola") mancato alla fedeltà coniugale. Nessun dubbio che la spiaggia de "La Turbina" fosse una concentrazione impareggiabile di bellezze al bagno.
    Lui, poi, tra la gente era a suo agio. Quel posto al Bollettino Ligure se l'era guadagnato, e ne andava fiero, non per le capacità di scrittura, invero modeste, ma per la tenacia , e sarebbe stato meglio dire la faccia tosta, con cui sapeva correre dietro alle notizie.
    Neri, insomma, era un socievolone invadente che aveva trasformato questo tratto del carattere in virtù professionale.
    Tutti gli indigeni lo conoscevano, a "La Turbina", ma anche se, come spesso accadeva, si trovava circondato da gente foresta, non faticava ad attaccar bottone, meglio se con qualche fanciulla in bikini adamitico...
    Il fisico tutt'altro che prestante per paradosso lo aiutava: l'occasionale conoscenza non si sentiva insidiata da un rubacuori da spiaggia, permettendogli di lavorare di simpatia, la sua dote migliore.
    Verso le 14 di quel pomeriggio d'agosto, stava appunto intrattenendosi con una tipa di Varese, Eleonora Gnutti, ventitré anni, un po' in carne ma con una ragguardevole quarta di di reggiseno.
    La giovane stava villeggiando a Marinella con un gruppo di amiche, entusiaste a tal punto degli scogli de "La Turbina" che erano sempre in acqua, mentre Eleonora preferiva curare l'abbronzatura.
    La ragazza, studentessa in lettere, era rimasta incuriosita dal lavoro di Neri che, sdraiato indolentemente di fianco sull'asciugamano verde e giallo, la guancia paffuta sorretta dalla mano puntellata sul gomito, ray-ban agli occhi e boxer fioriti stretti sui fianchi pingui, riusciva a farla pendere dalle proprie labbra sciorinando aneddoti sul giornalismo di provincia.
    All'improvviso, in sottofondo allo spigliato eloquio di Neri, sopra lo sciabordio molle della risacca e gli altri monotoni rumori della spiaggia, si stampò, in lontananza, verso Viale XXV Aprile, il suono bitonale di sirene in avvicinamento.
    Neri tacque di colpo e tese le orecchie, come gli altri bagnanti.
    Uno sgamato come lui ci mise un attimo a trarre le conclusioni.
    Loro, a Marinella, stavano avvertendo quel segnale sonoro, malgrado non vicinissimo, ad occhio e croce a metà del vialone, perché somma di numerose sirene spiegate, tre o quattro.
    Un simile treno di automezzi di soccorso ( lui avrebbe detto auto della polizia, ma anche se fossero state ambulanze, o autocisterne dei Vigili del Fuoco poco cambiava) era inusitato. Significava che era accaduto qualcosa di grosso.
    Il fiuto di reporter gl'imponeva di piantare in asso la formosa Eleonora e accorrere.
    4) OGGI NON SI PUO' LAVORARE
    Sarzana, viale XXV aprile, 17 agosto 1999, primo pomeriggio.
    Mancò poco che a Marzia Battistini, nome di battaglia "Marzia, rimborsato se non ti sazia", prendesse un colpo.
    Dietro il folto canneto giallastro che delimitava la carreggiata del vialone, aveva sentito un'auto proveniente da Sarzana rallentare. Tra poco avrebbe imboccato la stradina al cui bordo, in uno spiazzo erboso, sotto un boschetto di magri alberi di pero, era come al solito accomodata lei, a gambe accavallate su un sedile portatile, con in testa un ampio cappello di paglia.
    Per vezzo, s'era messa a leggere una rivista, anche se la minigonna da capogiro e la maglietta con generosa scollatatura toglievano ogni dubbio che stesse facendo una solitaria scampagnata. Del resto, a quell'ora canicolare e in posto fuori mano, anche se avesse indossato abiti meno sexy, chi ci avrebbe creduto?
    Si preparava ad accogliere uno dei suoi clienti affezionati o magari, perché no, uno nuovo, attirato dal passaparola lusinghiero su di lei.
    Invece era una Tipo della Polizia! Ossignur!, s'era detta, pensando a come sfangare il controllo. Ma non avevano niente di meglio che venire a rompere le scatole a lei?
    Per fortuna, l'andatura spedita dell'automobile, sobbalzante sul fondo sterrato della stradina, faceva ben sperare.
    Infatti la Tipo azzurro-bianca passò oltre sollevando un fastidioso polverio. Marzia, fingendosi immersa nella lettura, riuscì a sbirciare nell'abitacolo.
    Caspita. Alla guida c'era quel poliziotto grassone con l'accento toscano, come si chiamava più?, ma soprattutto era inconfondibile, accanto a lui, la figura alta e massiccia del Commissario di Sarzana, Berricchillo.
    Sul sedile posteriore aveva appena intravisto una sagoma femminile vestita di giallo acceso.
    Sembrava la tipa che veniva a fare le pulizie nella villetta a un paio di chilometri da lì, in mezzo alla campagna, appartenente a un pezzo grosso, ingegnere in una fabbrica a Carrara. A volte la vedeva passare sulla sua auto. Una bella donna, ma troppo vistosa nel vestire e nell'atteggiarsi. Avrebbe potuto farle concorrenza, se si fosse piazzata nei paraggi...Una cosa era certa: lei in quel modo lì nella vita di tutti i giorni con si sarebbe mai conciata...
    Comunque, pericolo scampato. Accompagnò con lo sguardo la Tipo allontanarsi, proprio verso la villetta dell'ingegnere di Carrara.
    Non era il caso di sbaraccare: i due della Polizia erano ormai ad una distanza sufficiente per non interferire con le marchette, almeno tre o quattro, su cui contava e, in ogni caso, sembravano in tutt'altre faccende affaccendati.
    Riprese l'attesa, mettendosi a leggere sul serio la rivista per ingannare il tempo.
    In estate, le piaceva battere di pomeriggio. Al contrario di quel che si poteva pensare, era un buon momento. Gli arrapati non erano distolti dalla calura, anzi!, e lì intorno c'erano comodi posti in cui infrattarsi. Al resto pensava lei e, non faceva per vantarsi, il soprannome se l'era guadagnato sul campo.
    Una ventina di minuti dopo, sbucò in bicicletta dal canneto un tipo anzianotto in canottiera da lei conosciuto come Beppe. Si presentava almeno tre volte alla settimana, tanto che aveva deciso di fargli uno sconticino. Dalle confidenze che gli aveva strappato, ché era uno di poche parole, faceva il contadino, da solo, in una casetta colonica nei pressi. Poco appetibile per aspetto ed età, i magri guadagni gli consentivano solo quello sfogo sessuale. Per di più, anche se lei non glielo aveva mai detto, veniva con la velocità dei conigli che allevava.
    Marzia ripose la rivista nella borsa, ne prese un preservativo e si alzò per accoglierlo con un bel sorriso: quale primo cliente del pomeriggio e fedele habitué, se lo meritava.
    L'uomo appoggiò la bici a terra e, senza aggiungere altro, si avviò insieme a lei verso il solito alcova, un fosso neppure troppo nascosto (ma tanto che importava in quel posto solitario?) dietro il boschetto di peri. Lì avrebbero consumato il rapporto all'impiedi, perché a lui, oramai uguale agli animali della campagna anche nei gusti copulatori, piaceva prenderla da dietro. In quattro o cinque colpi ansimanti, raggiungeva l'orgasmo. Per quindicimila lire, un vero affare. Per entrambi, ovviamente...
    Anche quella volta andò così, ma Beppe non aveva fatto in tempo a sfilarsi il goldone che sulla destra, verso Sarzana, s'accese un lacerante strepito di sirene che li fece sobbalzare entrambi.
    Gli bastò tendere le orecchie per capire che stava venendo di gran carriera nella loro direzione.
    Ossignur che giornata!, si disse Marzia, ricomponendomi in fretta.
    Ci voleva poco a collegare quelle sirene all'arrivo, poco prima, dell'auto col Commissario.
     
     
     

    I primi raggi dell’alba sbucarono dalla cima del promontorio, scacciando le ombre del sentiero che si era lasciato alle spalle. Nonostante l’aria fredda del mattino, Amos giunse sulla cima con la fronte imperlata di sudore, il fiato che si condensava in piccole volute davanti alla bocca. Aspettando che il respiro tornasse regolare dopo la salita, lasciò che il sole del mattino lo scaldasse, come se questo servisse anche a scacciare i sogni del sonno. Le notti non erano mai serene: le inquietudini e le tensioni della giornata si riflettevano durante il periodo del riposo, ombre di paure che non lo lasciavano un solo istante, risucchiandogli le energie.
    Un luccichio proveniente dalla sua sinistra gli punzecchiò gli occhi, attirando la sua attenzione. Seguì il percorso tra le rocce, attento che gli spuntoni sporgenti e taglienti non lacerassero gli abiti. Il dedalo lo portò in uno spiazzo di pochi metri, affacciato sulla pianura sottostante che si allargava fin dove arrivava l’orizzonte.
    Il luccichio si spense e Amos si lasciò cadere su un masso, coprendosi gli occhi con una mano; le spalle si afflosciarono, come se il peso della notte di guardia fosse giunto tutto in una volta a reclamare il proprio tributo.
    «Perché?» le parole uscirono in un sussurro stanco. «Perché l’hai fatto Arist?»
    Lentamente passò le dita sulle palpebre, sospirando in maniera ancora più lenta. Riaprì gli occhi, posandoli sui rivoli rossi che scendevano tra le rocce; un rosso così denso che ricordava quello di rubini preziosi ma che valeva molto di più.
    Le ultime gocce caddero dalle dita pallide, increspando per un breve istante la pozza tra le gambe di Arist.
    Quand’era stata l’ultima volta che aveva sentito un suo incoraggiamento?
    Avrebbe dovuto captare i segnali, capire che c’era qualcosa che non andava. Ma in un mondo abitato da gente più dura della pietra, non c’era né spazio né attenzione per qualcosa di fragile come una parola gentile: troppo concentrati sull’essenziale per apprezzare la delicatezza di un simile gesto.
    Posò lo sguardo sugli occhi vitrei dell’amico fissi sull’orizzonte. Che cosa avevano visto per spingerlo a compiere quel gesto? La piana era vuota, nessun segno di movimenti sulla sua superficie. Questo però non significava che non ci fosse nulla: di tutti, Arist era quello che era sempre riuscito a vedere più lontano, ad andare oltre quanto si scorgeva.
    Un senso di gelo lo colse alla bocca dello stomaco.
    “Loro.”
    Sapeva che li stavano braccando da tempo, ma credeva che fossero ancora lontani. “Si sono avvicinati così tanto? Tutti gli sforzi e i sacrifici di questi anni non sono serviti a nulla?”
    Si alzò in piedi, arrivando fino al bordo del dirupo. «Che cosa hai visto per arrivare a questo punto?» sussurrò mentre scrutava l’orizzonte in cerca di un indizio che sapeva non esserci. Stancamente si voltò, percorrendo i pochi passi che lo separavano da Arist, fermandosi a poche spanne dal coltello immerso nella pozza di sangue. I tagli sugli avambracci erano profondi, arrivavano fino all’osso, partendo dal polso e giungendo fino al gomito: Arist era andato sul sicuro perché non ci fosse possibilità di salvarsi.
    Appoggiato all’albero dello stesso colore delle rocce, l’amico se ne stava seduto con le braccia appoggiate sulle ginocchia, le spalle afflosciate, la linea della bocca socchiusa come se da un momento all’altro dovesse esalare un ultimo, flebile respiro.
    Amos s’inchinò per sollevare il corpo. “Sono stanco di seppellire persone. Sono stanco di perdere un amico dopo l’altro.”
     
    Quando scese dal promontorio, trovò gli altri intenti a finire la colazione; una colazione magra, fredda, fatta di cibo in scatola, che dava l’apporto nutritivo necessario, ma che era priva di sapore.
    Al rumore dei suoi passi, Linder si voltò a guardarlo, corrugando le sopracciglia. «Arist?» domandò poggiando la tazza con il poco che rimaneva del caffè solubile.
    Amos andò a prendere il proprio zaino. «Morto.»
    Felua si mise subito in piedi. «Come?»
    «Si è tagliato le vene» rispose Amos sistemandosi le cinghie sulle spalle.
    Linder fissò il fondo della tazza con una smorfia, le labbra serrate fino a farle sbiancare. «Anche lui alla fine ha ceduto. Proprio lui, che è sempre stato la nostra speranza, ha mollato il colpo. Che possibilità possiamo avere, ora?»
    «Dobbiamo averne una. Dobbiamo trovarne una, per quelli che stiamo proteggendo» rispose con fermezza Amos, anche se in cuor suo sapeva quanto fosse stata vitale la presenza di Arist: lui era stato davvero la loro speranza, lui aveva sempre trovato il modo di spingerli avanti, anche quando sembrava che non ci fosse nulla da fare, anche quando tutto sembrava essere soltanto disperazione. Senza di lui, come avrebbero fatto? Chi avrebbe trovato il coraggio quando loro non ci sarebbero riusciti?
    «Che cosa diremo ai bambini?» Felua gli si avvicinò, i lineamenti inespressivi. Ma i suoi occhi tremavano.
    Amos si voltò a guardare l’avvallamento dove il gruppo dei piccoli aveva trovato riposo per la notte. «La verità.»
    Linder sputò per terra. «Li spezzerai in un secondo. Non riusciranno a sopportarne il peso: sai quanto confidavano in lui. »
    “È vero” Amos trasse un lungo respiro. «Lasciate che parli io. Andiamo.»
    Raccolti i pochi effetti personali, si diressero al campo dove si trovavano i bambini.
    Le pietre crepitarono sotto le suole, mentre il flebile vagito di un neonato si alzava negli ultimi residui di bruma, svegliato dalla madre adolescente perché doveva allattarlo. Passarono in mezzo a bambini addormentati, avvolti in coperte che erano poco più che mucchi di stracci.
    «Voi svegliateli» ordinò Amos ai compagni. «Io vado a chiamare quelli là» indicò un gruppetto vicino a una macchia di cespugli spinosi.
    Attraversando le ombre che si facevano sempre più corte, superò la piccola conca usata come latrina, i passi lenti e pesanti per quello che doveva dire. I movimenti del gruppetto cominciarono a farsi più distinti: ora li vedeva ondeggiare, mettersi a sedere e alzarsi in piedi. Una nenia indistinta arrivò alle sue orecchie. “Che cosa stanno facendo?” Rallentò il passo, attento a non far rumore per poterli osservare senza essere notato. I loro capelli erano sporchi di polvere, come i loro vestiti. Pantaloni e giacche piene di pezze. Scarpe consumate e bucate. Ma erano soprattutto i loro volti a colpire: sguardi spenti, privi d’innocenza. Stavano insieme perché sapevano che in gruppo avevano le maggiori possibilità di sopravvivenza, ma non provavano il piacere della compagnia reciproca. Non c’era gioia nel loro stare vicini, non si abbracciavano, non si toccavano, come se avessero delle spine capaci di pungerli se si avvicinavano troppo.
     
    In cerchio attorno a una rosellina
    Un mazzolino di fiori
    Cenere, cenere
    Andiamo tutti giù
     
    Conosceva quella melodia, fin da quando era bambino…ma le parole…quelle erano diverse… quanto erano diverse…com’erano diversi i bambini, come li aveva trasformati il Crollo: così piccoli e già conoscevano l’ineluttabilità della vita.
    Cenere, cenere…Andiamo tutti giù
    Un groppo gli si fermò in gola ripensando ad Arist, all'infanzia trascorsa insieme.
    Giro giro tondo, Casca il mondo, Casca la Terra, Tutti giù per terra: anche loro facevano quel gioco…un gioco semplice, innocente, eppure…così profetico. Il mondo era davvero caduto e tutta l’umanità era andata per terra, senza più riuscire ad alzarsi. Solo pochi anni erano passati dai Giorni della Rovina, i giorni in cui la civiltà era definitivamente scomparsa dopo il Crollo, e loro erano cambiati così tanto, divenendo irriconoscibili perfino a se stessi. Della fiamma vitale che avevano posseduto un tempo, ora rimaneva solamente cenere. E come la cenere era divenuta la loro vita: grigia.
    «Bambini» la sua voce interruppe il gioco, portando su di sé l’attenzione. «Venite, dobbiamo raggiungere gli altri.»
    Seguendo la piccola fila indiana che lo precedeva, Amos diede uno sguardo alla zona in cerca di pericoli. Ma gli unici esseri viventi che vedeva erano i suoi compagni e il resto dei bambini che ora era in piedi, le palpebre cariche ancora di sonno, gli occhi appannati dal ricordo dei sogni notturni.
    «Avete preso tutta la vostra roba? Dobbiamo rimetterci in marcia» disse senza preamboli, sapendo quale domanda sarebbe giunta.
    «Arist dov’è?» chiese una ragazza dai capelli biondi tenuti a coda di cavallo. «Dobbiamo aspettarlo prima di ripartire.»
    «Arist non verrà con noi» posò lo sguardo sugli occhi puntati su di lui. «È morto» in fretta cercò di trovare le parole adatte, se mai potessero essercene. «È morto perché aveva subito troppe ferite… è andato avanti finché ha resistito, ma poi non ce l’ha fatta più ed è crollato. Lui non lo dava a vedere, ma gli ultimi scontri l’avevano segnato profondamente e hanno richiesto un prezzo molto alto.»
    «È morto per difenderci» disse atono uno dei ragazzi più grandi.
    «È morto per colpa nostra» aggiunse uno dei bambini più piccoli.
    “Quanta durezza. Quanta perdita.” «No. La colpa è solo dei Demoni. Sono loro gli unici responsabili.» “E noi stessi, perché gli abbiamo permesso di esistere, perché li abbiamo fatti nascere e li abbiamo alimentati.”
    Guardò i ragazzi uno a uno. “Questi sono il futuro dell’umanità, la possibilità di creare un mondo migliore, l’unica opportunità che la civiltà umana ha di risorgere, di rialzarsi dal Crollo, quando generazioni come le loro sono state le cause di quanto avvenuto? Viziati, superficiali, egocentrici, capricciosi, incapaci di apprezzare qualsiasi cosa: i giovani non erano una risorsa, ma una rimessa.” Le parole di Linder risuonavano lapidarie nella sua mente e non riuscì a reprimere un moto di disgusto pensando ad Arist che aveva creduto in loro, li aveva ritenuti davvero capaci di dare vita a un sistema migliore. Arist, che aveva sempre avuto speranza, che era stato uno dei suoi migliori amici e che ora non c’era più.
    Represse la rabbia. Se le giovani generazioni erano cresciute così, la colpa era anche dei padri che le avevano allevate: le loro colpe erano ricadute sui figli che avevano messo al mondo, gli avevano trasmesso la loro mentalità, il loro modo di vivere, i loro traumi.
    Questo però non toglieva che a rimetterci erano sempre altri. Lui, i suoi amici: non avevano fatto altro che continuare a perdere cose cui tenevano; un pezzo alla volta erano stati privati di tutto, fino a quando non era rimasto nulla, neppure le briciole.
    «È ora di andare» disse mettendosi in marcia. «Arist…avrebbe voluto che fossimo andati avanti.»
    Ma era davvero così? Dopo il gesto compiuto, le cose stavano davvero così? Che altro però gli rimaneva da fare? Dare un calcio a tutto e vagare solitario, senza una meta, senza uno scopo? Che sarebbe stato dei loro sforzi? Quello era l’ultimo scampolo d’umanità che gli rimaneva, il frammento di qualcosa per cui valeva ancora di lottare.
    “A che prezzo, però.”
     
    Il cammino si protrasse lento per tutta la giornata, un trascinare le gambe sulla piana desolata attorniata da montagne spoglie, una monotonia rotta solamente dal trovare riparo per una tempesta di sabbia. Quando si fermarono al tramonto erano stanchi e polverosi come sempre, come se il deserto stesse cercando di farli diventare una parte di sé. Nessun fuoco illuminò le ombre che si facevano tenebra per non rivelare la loro posizione.
    Amos volse il capo al cielo stellato, l’unica luce nell’oscurità. Quante notti aveva passato con gli amici davanti al fuoco di un camino, raccontandosi le avventure del vivere quotidiano, le arrabbiature del lavoro, le critiche ai governi, le risate fatte nel sentire una storia divertente…
    Le loro speranze, i loro ideali, i loro sogni…il mondo se li era presi e portati via.
    «Lo sai perché Arist si è suicidato?» la voce di Linder lo riportò bruscamente alla realtà. Il compagno stava tracciando dei segni sul terreno con un ramo.
    Amos rimase a fissarlo, aspettando che la risposta giungesse.
    «I Sette.»
    «I Sette» ripeté Amos: i Demoni Superni che avevano dato il via all’inferno sulla Terra.
    Linder sollevò davanti al volto il ramo, osservando il suo contorno. «È l’unica spiegazione. L’unica cosa capace di far perdere ogni speranza ad Arist. Se hanno cominciato a muoversi e si sono messi sulle nostre tracce, non abbiamo nessuna possibilità di sopravvivere.»
    «Possiamo eluderli, trovare un posto dove non possono trovarci.»
    Il compagno scosse il capo. «Non esiste nessun posto dove nascondersi da loro. Qualsiasi luogo noi sceglieremo, prima o poi ci troveranno e sarà la fine. Non c’è possibilità contro i Sette, sono oltre le capacità umane, anche per gente come noi che può usufruire dei Poteri.»
    «Possiamo continuare a spostarci: restando sempre in movimento possiamo sfuggirgli. Possiamo…»
    «…avere speranza» Linder prese il ramo con entrambe le mani e lo spezzò con un colpo secco. «Speranza? Non c’è nessuna speranza. Non abbiamo più niente per cui lottare. Abbiamo perso il mondo, che è divenuto un deserto. Abbiamo perso noi stessi, che siamo solo gusci vuoti» sputò sulle pietre. «Per cosa lottiamo? Per chi lottiamo? Non abbiamo più una casa e se anche l’avessimo ancora, non c’è nessuno ad aspettarci.»
    Amos lo osservò allontanarsi nel buio della notte, scendendo il sentiero tra le rocce per tornare al suo giaciglio. Un pezzo alla volta aveva visto sgretolare le convinzioni del compagno. Crepa dopo crepa, si erano aperte falle nel muro della sua saldezza. Giorno dopo giorno, lotta dopo lotta. Ma il vero cedimento era stato poco dopo i Giorni della Rovina, di ritorno da una lunga e pericolosa missione. Ciò che lo aveva fatto restare vivo e tornare indietro, era stato il pensiero che ci sarebbe stato qualcuno ad attendere il suo ritorno. Sentirsi aspettato lo aveva reso saldo, capace di sopportare ogni cosa.
    Ma quando era tornato, aveva trovato una casa con porte e finestre sprangate; c’erano solo camere vuote e buie ad attenderlo. Non c’era fuoco nel focolare, solo cenere. Sul pavimento, polvere. Sulle pareti, ragnatele.
    Niente distruzione. Niente rovina. Quelle sarebbero potute essere accettate: erano la loro realtà, la loro vita. Sapevano che potevano perdere tutto quello che avevano da un momento all’altro, che la tempesta poteva giungere e spazzare via ogni cosa. Un duro colpo, ma ai duri colpi erano abituati, sapevano pararli; erano i colpi bassi quelli più bastardi da schivare o incassare. Solo che alle volte l’armatura non riusciva a coprire tutte le parti deboli e ci si ritrovava scoperti e il colpo entrava in profondità. Troppo in profondità, fino a giungere all’osso, agli organi vitali.
    Dopo il ritorno, l’animo di Linder era divenuto come la casa cui era tornato: vuoto. Uno spazio dove il ricordo riecheggiava sordo d’abbandono, di una presenza che non aveva saputo aspettare, che non aveva saputo resistere quando lui invece era andato oltre i suoi limiti pur di tornare.
    Solo abbandono: ecco che cosa era rimasto di lei. Non avevano mai saputo che fine avesse fatto, dove si fosse diretta, se era morta o ancora viva: Linder non aveva mai provato a cercarla, né aveva mai tentato di parlare con qualcuno per provare a capire cosa l’aveva spinta a non aspettare. Nessuna spiegazione, nessun ragionamento lo avrebbe fatto stare meglio: niente sarebbe servito a farla tornare indietro. Ma anche se lo avesse fatto, la rottura non sarebbe potuta essere saldata: con la sua scomparsa, lei si era portata via qualcosa che non sarebbe più tornato.
    “Era quello che sorrideva più di tutti, sempre allegro, sempre gioviale. Dopo di allora il suo viso non ha manifestato più alcuna emozione; una roccia sarebbe più espressiva” Amos mandò giù lo sputo che stava per lanciare per terra. “Ci siamo spinti oltre i nostri limiti per salvare gli altri: è questo il modo in cui veniamo ripagati?” levò gli occhi alle stelle. “Lassù, ci sei rimasto almeno tu? Perché se ci sei, la tua presenza non si sente per niente, Dio.” Sarebbe bastato un semplice segno, un piccolo segnale che c’era qualcuno, qualcosa che li osservava, che li vegliava, che nel momento del massimo bisogno sarebbe accorso in loro aiuto, sostenendoli, guidandoli quando ormai sembrava che non ci fosse più nulla da fare. Un’apparizione come si leggeva nei testi sacri o magari una luce…
    All’orizzonte, nel cielo della notte, la volta celeste si colorò di sfumature dorate. Il respiro gli si bloccò in gola. Era troppo presto per l’alba, mancavano ancora diverse ore al sorgere del sole. Ma allora…
    Si alzò di scatto, correndo lungo il sentiero della collina, incurante delle rocce contro cui sbatteva. Arrivò trafelato all’accampamento, sgusciando tra i corpi addormentati, diretto verso un punto preciso. Felua era raggomitolata tra le radici di un nodoso albero essiccato, usate come protezione dal vento della notte. Il giaciglio di Linder era vuoto, c’era solo l’ammasso confuso della logora coperta arrotolata su se stessa.
    Oltre le basse colline, il cielo rosseggiò dei colori del tramonto: una battaglia dove sarebbe stata solo perdita, dove non ci sarebbe stata vittoria.
    Chiuse gli occhi. Sapeva che prima o poi sarebbe andata in quel modo. Sapeva che si sarebbe gettato in una battaglia che non lo avrebbe lasciato vivo.
    Un’altra notte. Un altro amico perso.
    Riaprì gli occhi, muovendosi a lunghi passi.
    «Felua. Felua» scosse la donna con forza. «In piedi.»
    La compagna si sollevò su un braccio bofonchiando.
    «Raduniamo i bambini» senza tante cerimonie la aiutò ad alzarsi. «Dobbiamo raggiungere le montagne.»
    «Perché?» il sonno era scomparso all’istante dalla voce di Felua.
    Amos portò lo sguardo sui bagliori oltre le colline.
    «Demoni» sussurrò Felua comprendendo quello che stava accadendo. «Allora Linder…»
    Amos fece un secco cenno d’assenso.
    «Perché?»
    C’era una sola risposta a quella domanda, ma non era quella da dare. «Ci sta dando tempo per fuggire, trovare un riparo: i Sette sono sulle nostre tracce.»
    «I Sette…» lo sgomento trapelò nelle parole di Felua.
    Amos serrò la mascella: prima o poi glielo avrebbe dovuto dire. «Loro non sono qui: devono aver mandato delle avanguardie a cercarci» la trascinò per un braccio. «Aiutami a svegliare i bambini: dobbiamo andarcene alla svelta.»
    Non ci furono pianti o proteste: solo muta e rassegnata obbedienza. Non ci furono domande su dove fosse Linder, perché tutti avevano visto i bagliori oltre le colline. Presero a marciare, lo sguardo rivolto sempre avanti.
    Il sole li trovò in mezzo alla piana spoglia, il passo spedito senza mai fare una sosta, nemmeno per mangiare: dovevano raggiungere le montagne prima che la notte tornasse a raggiungerli.
    Di retroguardia, Amos si trovò spesso a voltarsi per osservare l’orizzonte che si erano lasciati alle spalle. L’alba era giunta come ogni giorno, coprendo i bagliori dello scontro oltre la linea delle colline, anche se ormai si erano andati affievolendo sempre più prima del sorgere del sole. Per qualche istante aveva sperato di vedere la figura di Linder avvicinarsi attraverso la pianura, ma in cuor suo sapeva che aveva visto l’amico per l’ultima volta la notte appena trascorsa. La speranza in breve si era mutata in timore che gli inseguitori facessero capolino, cominciando a guadagnare terreno su di loro. Ma ogni volta che guardava, c’era solo il tremolio delle rocce arroventate.
    Sul finire del giorno trovarono i resti di una strada asfaltata, seguendola fino alle montagne e iniziando a salirla in mezzo alle ombre che si facevano sempre più dense. Il gruppo era sfinito, ma dovevano raggiungere il ponte che avevano visto dalla piana: una volta attraversato, lo avrebbero fatto crollare, mettendo tra loro e gli inseguitori un baratro invalicabile. Avrebbero guadagnato tempo e, con un poco di fortuna, magari sarebbero riusciti a far perdere di nuovo le loro tracce.
    La salita fu un continuo arrancare pieno di sbuffi e di ansiti. Tornante dopo tornante, l’ascesa proseguì nella notte che si faceva sempre più scura, le stelle che facevano capolino sopra le pareti della gola che costeggiavano l’asfalto.
    Dopo un cammino che parve non avere fine, sbucarono dinanzi all’imboccatura del ponte, le arcate di metallo che li osservavano come gigantesche ragnatele abbandonate e polverose. Poche decine di metri e sarebbero stati al sicuro: una volta crollato il ponte…
    Un raspare di artigli sull’asfalto giunse dai tornanti sottostanti: raschiante, stridente, aumentava d’intensità, facendosi sempre più vicino.
    Amos ritornò sui propri passi, avanzando al centro della discesa.
    «No» Felua lo fermò mettendogli una mano sulla spalla. «Li affronto io. Tu vai con i ragazzi.»
    Amos sentì il cuore sprofondare ancora più in basso. Fece per protestare, ma sapeva che in quel momento non poteva perdere tempo in discussioni. Incassando le spalle con rabbia, partì di corsa verso il gruppo che lo attendeva presso l’imboccatura del ponte.
    «Forza, muovetevi!» li esortò nel momento in cui l’incedere del nemico aveva raggiunto l’ultima curva.
    Un lampo brillò e le montagne vibrarono, trasmettendo il tremore alla struttura metallica. Un bambino scivolò a terra. Passandogli accanto di corsa, Amos lo sollevò tra le sue braccia, tenendogli il volto premuto contro la spalla perché non vedesse l’orrore che stava per scatenarsi.
    «Correte!» urlò mentre i rombi del combattimento si facevano sempre più sovrastanti. «Correte!»
    Superarono d’un balzo l’estremità opposta del ponte, inerpicandosi per il budello contorto della strada. Ultimo ad arrivare, Amos poggiò il bimbo a terra e si voltò verso lo scontro.
    I cavi di metallo stavano ondeggiando selvaggiamente, alcuni penzolavano spezzati sull’abisso come serpi impazzite. Il ponte era una massa brulicante di donne dal corpo squamoso che avanzavano su code pelose, di bambini dalla schiena irta d’aculei, uomini dalle braccia di gorilla che cavalcavano zebre dalla testa di lupi giganti.
    Chimere e Mutantropi. Vite create dagli uomini. Esperimenti della scienza fatti per superare la natura, evolvere oltre l’umana comprensione, divenire il nuovo stadio dell’esistenza. Una pazzia divenuta aberrazione dopo che era caduta tra le mani dei Demoni, trasfigurata in uno dei peggiori incubi.
    Zanne, artigli, pungiglioni: una marea che stava soverchiando il Potere scatenato da Felua, respingendola indietro passo dopo passo.
    Poi l’amica inciampò in una crepa e per un istante, un solo istante, perse l’equilibrio. Le furono tutti addosso, trascinandola al suolo, avvinghiandola con tentacoli, strappandole vestiti e carne con denti e artigli.
    In quell’attimo i loro sguardi s’incontrarono.
    Amos scattò in avanti, ma la mano di lei fu più veloce. Il Potere deflagrò sul cemento, mandandolo in pezzi. La struttura si staccò dalla montagna, precipitando nella voragine, trascinando con sé i mostri in una massa indistinta. Per un istante ancora vide Felua volteggiare nell’aria, prima che le tenebre la prendessero e la trascinassero al suolo.
    Lo sguardo perso nel vuoto, Amos fissò l’abisso.
    Un’altra notte. Un’altra perdita.
    Il prossimo sarebbe stato lui, poi il calvario sarebbe finito: non avrebbe più dovuto soffrire. Anzi, la fine della sofferenza poteva arrivare subito: sarebbe bastato un solo passo per farla finita. Un passo e si sarebbe ricongiunto con i suoi amici e tutto sarebbe andato bene, sarebbe tornato come qualche anno prima, quando quella pazzia doveva ancora scatenarsi...
    Le mani si strinsero a pugno facendo sbiancare le nocche, cominciando a tremare. Perché tutti decidevano di lasciarsi andare? Perché lasciavano su di lui il carico da portare avanti? Perché doveva farlo da solo? Poteva salvarla…perché non gliel’aveva permesso?
    Ma di nuovo, conosceva la risposta. Felua era sempre stata innamorata di Linder: pur sapendo che lui stava con un’altra, era rimasta ad aspettare. E quando lui era rimasto solo, aveva coltivato la speranza che per loro ci fosse un futuro insieme. Ma un germoglio, se cresce nel deserto e non viene annaffiato, è destinato ad appassire e seccarsi. Giorno dopo giorno Felua non era più stata una donna, ma la semplice ombra di Linder, accontentandosi di essere questo.
    Quando però il corpo cessa d’esistere, anche l’ombra segue il suo stesso destino.
    Sentì tirare una manica della giacca. Sotto di lui, un bambino che gli arrivava a malapena all’anca lo fissava con occhi sbarrati.
    «Che cosa facciamo adesso?» fu la domanda biascicata attraverso le labbra tremanti.
    Amos gli posò una mano sui capelli arruffati. «Andiamo avanti.»
    Fu una discesa stanca, dove i piedi venivano trascinati sull’asfalto e i volti tenuti chini, troppo stanchi, troppo avviliti per dire anche solo una parola. In retroguardia, Amos fissava le schiene curve dai ragazzi. Ragazzi di cui conosceva a malapena il nome, raccattati e portati in salvo dalle città in rovina, strappati dalle mani di bande di uomini selvaggi, di Mutantropi e Chimere affamate. Non sapeva nulla di loro, non conosceva le loro storie, né mai aveva provato a conoscerle; proprio lui che era stato quello che prestava più attenzione alle parole degli altri.
    “Che cosa sono diventato per essere arrivato a chiedermi che cosa sono questi bambini per me, se vale la pena che continuino a vivere?” osservò le teste chine, i passi strascicati. “Perché faccio questo? Sto portando avanti il sogno di altri, le aspettative che gli adulti hanno avuto su di me e sulla mia generazione. Siamo cresciuti con il senso della responsabilità, consci che avevamo un dovere da compiere, ma non credendo davvero che le nostre azioni sarebbero servite per l’umanità, tanto meno per la sua sopravvivenza. Abbiamo avuto un’esistenza serena, pensando solamente a vivere la nostra vita, almeno fino a quando non è avvenuto il Crollo: a quel punto è cambiato tutto” corrugò la fronte, dibattuto tra la voglia di libertà e il senso del dovere. “Ma io e la mia generazione abbiamo conosciuto pace e serenità e anche affetto e calore umano; lo stesso non possono dire questi bambini. Loro sono cresciuti in mezzo a un conflitto creato da altri, non hanno responsabilità per quanto è successo; non è giusto che vivano una vita del genere per colpe altrui, morendo senza aver conosciuto altro che dolore e privazione.”
    Il conflitto interiore cominciò a scemare mentre fissava quelle spalle chine. “Non sono semplici numeri, non dopo il sangue che i miei amici hanno versato, non dopo quello che è stato sacrificato. Speranza. Allegria. Amore” sentì un cambiamento avvenire in lui: il dolore della perdita c’era ancora, ma qualcosa si stava innalzando sopra di esso. Qualcosa di resistente, inamovibile, che non si sarebbe fatto schiacciare. “Per il sangue e i valori in cui hanno creduto i miei amici combatterò, perché nulla sia stato vano: il ricordo di quello che sono stati sarà ciò che mi sosterrà. Continueranno a esistere in me e saranno la forza che mi permetterà di far sì che anche questi bambini abbiano la possibilità di sognare. E niente e nessuno impedirà che questo avvenga.”
    L’uomo che era stato un tempo, che aveva cercato di risolvere tutto con il dialogo, pensando che si potessero cambiare le cose senza usare la forza, fu lasciato in mezzo alle svolte della gola che si stavano lasciando indietro: apparteneva a un’epoca che non c’era più ed era giusto che restasse assieme ai corpi degli amici. Levò un muro a separarlo dal passato lasciato alle spalle, facendolo crescere fino a divenire fortezza e cingendo il nuovo credo che aveva abbracciato. “Sarò il baluardo contro cui nessun Demone prevarrà.”
    Una dopo l’altra le Porte si aprirono, facendo confluire il Potere dentro di lui.
    Sorpassando il gruppo, prese da parte uno dei ragazzi più grandi.
    «Conducili fino alla fine della gola e aspettate il mio arrivo» disse a bassa voce.
    Il ragazzo lo scrutò con sospetto. «E se non arrivi?»
    «Arriverò» rispose Amos con decisione, facendogli cenno di andare. «Stanne certo.»
    Uno per volta li vide sparire dietro una curva, mentre all’orizzonte il cielo stava cominciando a rischiararsi. “Non sarà un’altra notte. Non sarà un altro calvario.”
    La luce nella gola si fece sempre più forte, rendendo distinti i contorni del mondo.
    Il Demone giunse lungo la strada con passo calmo, sicuro di sé, gli occhi che luccicavano della forza dell’Essenza traviata dal suo Vizio. Sorridendo sprezzante, levò una mano.
    Sabbia e rocce crearono un muro contro le falci di vento levatesi all’improvviso.
    Il Demone schizzò in aria, evitando la raffica di pietre giunta dalle pareti della gola. Levitando sopra la testa dell’uomo, creò un vortice nella propria mano e lo scagliò contro l’avversario.
    Amos lo schivò con un balzo di lato, venendo raggiunto dai detriti della voragine che si era creata dove si trovava solo un istante prima.
    «Vieni giù!» urlò sollevando a sua volta la mano.
    In risposta al gesto, dalla cima della gola un palmo con gigantesche dita di rocce si levò a oscurare il cielo, abbattendosi sul Demone e schiacciandolo al suolo come una mosca.
    Amos si avvicinò alla massa contorta e maciullata, scostando le rocce che la tenevano imprigionata e prendendo il volto sanguinante nella mano. Senza sforzo sollevò il Demone, tenendo le dita scostate perché potesse fissarlo negli occhi.
    «Noi umani non siamo semplice carne da macello per il vostro alimento» disse con voce dura. «Questo dovete mettervelo bene in testa» la presa delle dita aumentò la pressione, schiacciando il cranio con secchi scricchiolii. «Prima di tornartene all’inferno, avvisa i Sette che se proveranno ad avvinarsi a noi, aprirò le Porte del Paradiso, riducendoli a semplici ricordi.» La testa esplose in un fiotto di sangue e cervella.
    Gettato il corpo del Demone nella voragine da lui stesso creata, andò a raggiungere il gruppo di ragazzi che lo stavano aspettando. Li trovò sparpagliati all’imbocco della gola, alcuni addormentati in qualche anfratto all’ombra.
    Si fermò dove la strada cessava di esistere, inghiottita dal mare di sabbia, scrutando l’orizzonte.
    Lui, l’ultimo rimasto, orfano di un mondo perduto anni prima, sarebbe stato padre e guida di una nuova generazione, portandola oltre il deserto, cercando una terra dove avrebbero trovato la promessa di una vita migliore.

    By max occhiuzzo, in Poesia,

    Sempre
    Nella notte entreremo nella casa con i nostri passi silenziosi.
    Nella notte
    tenendoci per mano apriremo le porte alla luce.
    Nella notte
    e nell’ombra come fantasmi silenziosi apriremo le parole.
    E così la nostra primavera saprà riconoscere il dolore e saprà sconfiggerlo.
    E così la luce del sorriso aiuterà chi leggerà le nostre pagine.
    Noi siamo di quelli che vivono oltre
    dove il mare non tocca il cielo e le rocce si nascondono.
    Noi siamo di quelli che hanno più dimensioni per volare.
    Una città
    una strada
    e  parole semplici
    In quell’istante sono spariti i libri
    l’amicizia
    i tesori accumulati
    Tutto è sparito è rimasto solo il silenzio dei tuoi occhi.
    Non ti chiederò di amarmi.
    Non ti chiederò di odiarmi.
     
    Non ti  chiederò niente
    e in questo niente ci sarà il mondo.
    Amo ciò che non possiede nulla tranne i sogni.
    e amo la possibilità che tu un giorno mi offrirai
    come acqua fresca alla fonte di un assetato.
    Del resto mi sta aspettando la primavera in un lago di sogni
    Del resto la mia carezza sul tuo volto e i tuoi capelli è continua  non può non esserla
    e come un bambino che ha paura della propria ombra lascio sempre a te creatura l’ultima parola.
    Sempre. 
     
     
    2

    LA RIVELAZIONE
     
    Ore 9:45, Schwarz si reca nel suo appartamento dirigendosi direttamente nello studio. Accende il suo SW-TB con il quale normalmente scrive le sue relazioni. Si tratta di un sistema datato di riconoscimento vocale. Indossa l’auricolare in dotazione, si porta verso la parete dei documenti e inizia il suo lavoro.
     
    Punta gli occhi sull’estratto di una dichiarazione, mentre detta al sistema il comando per iniziare un nuovo documento.
     
    «L'uomo primitivo odia ciò di cui ha paura. In alcuni strati della sua anima, anche l'uomo colto è primitivo. Anche l'odio tra i popoli e razze non si basa sulla superiorità e sulla forza ma sull'insicurezza e sulla paura. L'odio contro gli ebrei è un complesso d’inferiorità mascherato. Rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei, certi strati meno saggi di un'altra razza sentono un'invidia che nasce dalla concorrenza e un'inferiorità umiliante. Più violentemente questa brutta sensazione si manifesta nella veste della superiorità, più è certo che dietro si nascondono paura e debolezza.», legge Schwarz riportando fedelmente quella citazione, poi continua senza guardare alcun documento, muovendosi avanti e in dietro lungo la parete.
     
    «Negli anni si è cercato di screditare il programma di eugenetica intrapreso dal Führer. Ancor prima del progetto Aktion T4, lo stesso Platone sosteneva l’importanza di uno Stato le cui guide fossero selezionate sulla base di caratteristiche fisiche, di salute e morali. Questo dimostra che il programma di eugenetica del 1939 non aveva nulla a che fare con il concetto di antisemitismo cui si è tentato di associarlo. Il principio del programma si fondava su valori ben più alti che non hanno un collegamento diretto con l’avversione nei confronti dell’ebraismo. Quest’ultima, infatti, si può semplicemente considerare un effetto di secondaria importanza rispetto al valore stesso del programma. Josef Mengele e il suo staff di medici erano perfettamente consapevoli che un tale progetto sarebbe stato avversato per la radicalità di quella politica biomedica. Hitler non ha mai emesso ordini che potessero essere configurati come un crimine di guerra nei confronti dell’umanità. Anche se il suo programma di eutanasia, proposto per migliorare la vita di creature in stato di sofferenza, fu considerato una semplice lotta contro la diversità.
     
    Cito esattamente, l’incarico ufficiale partito dalla cancelleria del Führer nel 30 aprile del 1939:
     
    “Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili, secondo l'umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia.”
     
    In questo mandato, stilato da Adolf Hitler, non vi era nulla di quanto, senza alcuna persecuzione, nei primi anni di questo secolo, era concesso di fare in paesi coma la Svizzera o il Belgio. Nella stessa Francia del 2013 il presidente François Hollande dichiarò il suo personale appoggio all’introduzione di norme che disciplinassero l’eutanasia. Cavallo di battaglia nella sua campagna elettorale era proprio “il diritto a morire con dignità!” »
     
    Per Schwarz tutto ciò dimostra che Adolf Hitler ha commesso solo l’errore di proporre un tale programma in tempi poco maturi.
     
    «Oggi a cento anni di distanza possiamo affermare che non era errato il principio ma solo immatura il popolo. Lo stesso popolo che nel 2008 ha visto approvato il diritto all’eutanasia per mano del parlamento lussemburghese. Lo stesso popolo che nei Paesi Bassi nel 1973 condanna un medico per aver favorito la morte della madre e ventinove anni dopo legalizza il suicidio assistito. Ora per quanti nomi possa avere avuto il programma siamo sempre di fronte allo stesso principio. Verhaftet!»
     
    Schwarz termina la dettatura e si guarda intorno, poi, si rende conto che non ha ancora visto l’altra stanza. Incuriosito si porta alla porta opposta a quella della camera da letto sulla sinistra a quella dello studio, la apre e vi trova un ambiente completamente vuoto appena più piccola del suo ufficio. Sulla lunga parete di sinistra un distributore di the e caffè, si avvicina incuriosito dalla presenza di un biglietto appeso con un adesivo di colore rosso.
     
    «Caro Schwarz, non ho volutamente attrezzato una cucina, perché penso sia più appropriato per te un comodo posto nel ristorante Neues Deutschland. Ho informato il titolare delle tue necessità alimentari. Vedrai sarà come se preparassi tu stesso. Ora goditi il tuo nuovo appartamento.».
    Al termine si rende conto che sono ben ventiquattro ore che non si concede un pasto.
     
    23 febbraio, ore 12:30
     
    Indossato il solito soprabito, un paio di guanti e la sciarpa a protezione della gola, prende il suo nuovo mazzo di chiavi e si avvia verso il ristorante suggerito da Richter. Schwarz ha sempre provveduto da sé alle sue necessità e non nega di provare un certo piacere per le attenzioni dell’amico. Non ha mai conosciuto i suoi genitori e, seppur nel rispetto dei ruoli, intende le attenzioni di Richter come le coccole di un fratello che non ha mai avuto.
     
    Il ristorante indicato da Richter è situato poco distante dal bar e rammenta di esserci stato in un paio di occasioni. Non ricorda molto del locale e del proprietario ma è certo che non sentirà la mancanza della sua cucina come assicurato da Richter.
    Arrivato davanti al ristorante, il suo sguardo si allunga fino al suo interno, attraversa ogni vetrata per poi fermarsi su di un uomo, robusto, dai folti baffi e dallo sguardo truce. In quel momento un impulso, partito dalla più profonda delle sue terminazioni nervose, ne ferma ogni movimento. E’ lì immobile, mentre, in una sequenza rallentata come il suo battito, una giovane coppia gli passa davanti, seguita a breve distanza da un anziano dall’aspetto distinto. Il suo cuore batte sempre più lento, quasi fino a fermarsi e anche i suoni non sono più tali. Allarga le braccia, volge lo sguardo al cielo e la pioggia gli offusca la vista.
     
    «Signor Schwarz!»
    Una voce gli riporta l’attenzione verso quel ristorante. Quell’uomo che pochi istanti prima vedeva attraverso la vetrata ora è lì con lui.
    «Signor Schwarz!», ancora quella voce, mentre sempre paralizzato, senza memoria di alcun movimento, dalla vetrata ora vede la strada dove prima era lì immobile il suo corpo.
    «Mi dia il suo soprabito, Signor Schwarz, lo metteremo ad asciugare, mentre mangerà un bel piatto caldo.», ancora quella voce.
     
    «Come osa! Con quelle sudice mani!», sbotta Schwarz allontanando violentemente quell’uomo con gli occhi rossi di sangue e le  vene gonfie che ne deformano il volto.
     
    Risvegliato da uno stato di trance, come se nulla fosse accaduto, con la sua solita gentilezza, si china per porgere una mano all’uomo, poi tutto ritorna normale.
     
    «Mi scusi Signor Schwarz! Non volevo essere invadente.», dice l’uomo rialzandosi e indietreggiando di un passo, come se si sentisse nello stesso tempo responsabile e intimorito da quella reazione.
    «Nulla, buon uomo. Non è accaduto nulla.», risponde Schwarz, mentre i clienti, ancora scossi, tornano con voce sommessa alla normalità.
     
    «Mi segua Signore, ho riservato un posto per lei.»
    Il medico si accomoda dove indicato mentre l’uomo gli porge il menù.
     
    «Mi porti semplicemente delle polpettine di soia...», dice Schwarz, « e aggiunga una bottiglia di acqua naturale.»
     
    Ritornato al garbo di sempre, nell’attesa di quel pasto, inizia ad osservarsi attorno. Accenna un sorriso ad una donna che, dal momento del suo ingresso, non ha smesso un solo istante di osservarlo. Pochi minuti dopo arriva l’uomo che gli serve la pietanza.
     
    «Potrei sapere il suo nome?»
    «Certo Signor Schwarz, mi chiamo Alois.»
    «Bene. Grazie, Alois.»
     
    Mangia lentamente il suo pasto e tra un boccone e l’altro continua a guardarsi attorno, come se avesse l’impressione che tutti in quella stanza stessero parlando di lui. Ad ogni tentativo di incrociare gli sguardi, questi gli sfuggono ritornando ad altre attenzioni. Al termine del pasto, dopo aver atteso non più di cinque minuti, richiama Alois con un cenno della mano.
    «Alois, ti ringrazio per il buon pasto.», dice Schwarz, mentre si presta a lasciare una lauta mancia sul tavolo.
     
    «No, Signor Schwarz, non posso accettare.», esorta Alois opponendosi con entrambe le mani. «E’ per me un piacere servirla.», aggiunge, mentre Schwarz incurante di quanto detto dall’uomo non esita a portare a termine il suo gesto.
    «Il piacere è mio, Alois.»
    Con un sorriso lo saluta mentre si avvia all’uscita.
     
    ore 14:15, Schwarz torna al suo lavoro, riprende la dettatura, ma il citofono lo richiama all’ingresso.
     
    «Signor Schwarz! Abbiamo un pacco per lei.», annunciano due uomini al citofono.
    «Solo un minuto e sarò da voi.», risponde. Pochi istanti dopo raggiunge l’ingresso.
     
    «Da parte del Dottor Richter.», dice uno dei due uomini, mentre l’altro gli porge il pacco.
     
    Il pacco è molto voluminoso e completo di sigilli che ne garantiscono l’integrità di ogni lato. Arrivato nel suo studio, lo pone sul tavolo centrale e lo osserva per pochi secondi, poi, lo apre e inizia a sfilare ogni singolo documento. Attratto da un diario, lo apre e inizia a sfogliarlo delicatamente. Dopo alcune pagine, scorge tra le righe il nome di Padre Agustín, avvicina una sedia poco lontana, siede e inizia una più attenta lettura.
     
    “14 Marzo 1959. Sono molto grato a Padre Agustín che oggi mi ha consentito di dare una svolta definitiva alla mia ricerca. La creatura selezionata, per questo decisivo esperimento, è perfettamente rispondente a quanto da me richiesto. In un territorio che non è il mio, con limitate possibilità di movimento, la sua azione è stata di fondamentale importanza per allestire il mio laboratorio e recuperare molta della documentazione che in anni di studio avevo già condotto.
     
    Ore 23:40, è iniziato il processo di prelievo delle cellule staminali dalla creatura NX-1023.
     
    Le cellule del sangue prodotte nel midollo osseo,  immesse in circolo, originano da cellule progenitrici dette staminali. Hanno la caratteristica di essere totipotenti, cioè di riprodursi a un ritmo estremamente intenso.
    Ore 2:45, ha inizio l’azione della molecola T4.”
     
    Schwarz ricerca tra i vari documenti il rapporto riguardante la molecola T4 e inizia a leggerla.
     
    “6 Aprile 1958. Determinazioni sulla sintesi della molecola T4. L’azione delle staminali, come da me già accertata da un anno, conferma che anche i neuroni, ritenuti erroneamente incapaci di riprodursi, sfruttano tale processo. Tra poche ore inizierà il trattamento MGL con il quale sarà possibile variare il livello di compatibilità tessutale."
     
    Schwarz è sempre più preso da quella lettura e, tra una tazza di the e lunghe passeggiate attorno al tavolo di centro, continua la sua lettura:
     
    "Ciascuno di noi possiede un patrimonio di geni ereditati dai genitori che, come le impronte digitali, ci caratterizzano in maniera univoca. Alcuni di questi controllano l'espressione di strutture (antigeni) presenti sulla superficie di tutte le cellule del nostro corpo. Grazie a tali antigeni, caratteristici di un singolo individuo, il sistema immunitario riconosce le proprie cellule normali e reagisce contro quelle estranee o contro le proprie, se modificate.
     
    La molecola T4, di cui riporto in questo documento la sua formula e i risultati ottenuti, consente di annullare gli effetti d’incompatibilità tessutale. Il risultato è ottenuto grazie alla sua capacità di duplicare dalla cellula ospite la struttura ereditaria e trasmetterla alla cellula staminale.
     
    Il processo, da condurre in vitro, prevede che, dopo aver prelevato la cellula ospite, questa sia messa a contatto con la cellula staminale trattata in precedenza con la molecola T4.
     
    Al termine della sua alterazione la cellula ottenuta è denominata Staminale di tipo HK (Host Kopie – Copia dell’ospite).
     
    Partendo da questa cellula è possibile procedere con i processi di riparazione o perfetta clonazione di organi. Presto sarà possibile la clonazione guidata d’interi individui. Sarà inoltre possibile determinare, con precisione matematica, i tratti ereditari essenziali scartando quelli indesiderati e introdurne di nuovi.
     
    Il vantaggio di condurre esperimenti, direttamente su cavie umane, mi ha consentito di precorrere i tempi e la loro osservazione ha reso possibile la sintesi di una molecola del tutto stabile.”
     
    Schwarz, appende il documento lungo la parete di legno usando una delle sue puntine rosse e ritorna al diario.
     
    “Ore 4:15, la staminale HK del soggetto NX-1023 è pronta per iniziare il processo di clonazione programmata. Il risultato cui miro in questo esperimento è la creazione di un individuo con la capacità di rigenerare i propri tessuti. Il gene Wnt è al centro del meccanismo rigenerativo tissutale tipico delle lucertole. Il gene in questione produce una proteina che innesca una reazione a catena che termina con la ricrescita della coda, nel caso del rettile.
    Lo stesso gene, presente anche nei mammiferi, sarebbe la chiave per la produzione di staminali umane. Il gene produce una proteina che consente all'animale di riprodurre, in maniera esponenziale, le cellule che vanno poi a formare il nuovo arto. La fecondazione avverrà generando una cellula uovo primitiva e non per enucleazione di una cellula prelevata da altro soggetto. L’embrione umano, così ottenuto, crescerà in una soluzione che riproduce le condizioni tipiche del liquido amniotico della cavità uterina.
     
    Il processo di fecondazione indotto artificialmente può essere controllato fino a determinare la velocità di sviluppo del futuro embrione. Ad oggi l’accelerazione massima è stata di circa il 73% rispetto al tempo richiesto in natura. Con un tale controllo abbiamo la completa formazione dell’individuo dopo solo settantuno giorni dalla fecondazione.
     
    I risultati di maggior successo sono da ricondurre alla determinazione dei caratteri somatici che oramai hanno raggiunto un livello di precisione del 100%. Mentre la predeterminazione delle capacità intellettive trova una rispondenza dell’89%. Ancora a un livello non del tutto soddisfacente è la capacità di essere immune alla totalità delle malattie degenerative dei tessuti.”
     
    Schwarz, sempre assorto nel suo lavoro, continua a spostarsi tra quei documenti e gli schedari dove custodisce le pubblicazioni scientifiche degli ultimi ottant’anni, per poi ritornare al suo computer dove riprende a dettare la sua relazione. Le ore scorrono come i suoi occhi su ogni singola riga tracciata dalla penna di Mengele. Tra le pagine di quel diario e di altri documenti la storia svela ogni cosa. Schwarz inizia a comprendere che la fitta rete tessuta dal Terzo Reich non ha mai cessato di lavorare dietro quell’ambizioso progetto. Ad eccezione dei traditori, già condannati dal partito, tutta la struttura ha retto per oltre cent’anni. Uomini, medici, scienziati e politici disseminati in tutto il mondo hanno continuato a lavorare con la consapevolezza che sarebbe arrivato il momento in cui il popolo non avrebbe avuto necessità di una guerra per capire. Le crisi economiche, le politiche energetiche, le riforme sui diritti delle persone, la paura della morte unite alla sempre più crescente mancanza di fede, sono gli elementi che hanno saputo plasmare i popoli per prepararli a ciò che in altri tempi non erano in grado di capire. Il valore di milioni di morti per motivi di potere non vale nulla rispetto a quello di una singola creatura sacrificata in nome della scienza. Migliaia di creature hanno reso possibile, aldilà di ogni tempo, un futuro certo per il genere umano. Così come un padre è pronto a dare la propria vita per un figlio, così le creature sacrificate in questi anni hanno reso possibile un futuro migliore per le successive generazioni. Un bambino di oggi, privato delle sofferenze di una vita imperfetta, ha reso migliore quella di molti uomini di domani.
     
    ore 1:47, Schwarz non è solito far della notte la sua vita, ma non riesce a staccare gli occhi da quei documenti e da tutta quella conoscenza. Sempre più chiaramente si delineano i meccanismi utilizzati dal potere per preparare l’umanità al compimento di questa grande opera. Le informazioni sul DNA, divulgate con molta parsimonia, le battaglie sull’eutanasia, quelle sull’uso delle cellule staminali, la questione morale, la fallimentare lotta contro i tumori, HIV e l’ebola hanno spinto le popolazioni a chiedere alla scienza una soluzione anche a scapito della morale.
     
    Al contrario di quanto accadde nel 1939 con l’arcivescovo di Münster, Monsignore Clements August, che più volte aveva tentato di condannare le politiche sociali del Führer, oggi, l’indebolimento della Chiesa con gli scandali sulla pedofilia, gli attacchi mediatici verso le figure dei Papi e dei sacerdoti hanno screditato definitivamente gli unici veri oppositori.
     
    24 febbraio, ore 10:30
     
    Schwarz dopo essersi concesso non più di tre ore di sonno, dalle sei del mattino è di nuovo  immerso in quei documenti. La stesura della sua relazione avanza incessantemente. Quel diario che molto ha svelato è giunto alla fine e grazie ad esso il giovane medico ha compreso bene gli avvenimenti di oltre trent’anni di storia dal 1939 al 1977. Le memorie di Mengele, infatti, terminano il 15 luglio di quell’anno con le ultime tre pagine di quegli scritti.
     
    “15 Luglio 1977. Dopo la morte di Padre Agustín, avvenuta oramai da cinque anni, anche il mio lavoro è giunto al termine. Sento che è arrivato il mio tempo. Il mio fedele compagno di viaggio, che tutto ha sacrificato della sua vita, ora riposa in gloria nella nostra Berlino. Ogni suo sforzo in nome del partito è stato premiato con il suo congiungimento al nostro amato Führer che prima di noi, in un momento difficile, come quello del 30 aprile 1945, ha saputo lasciar memoria di se per le generazioni future. Il mio unico rammarico è di non essere ancora riuscito a ridonare al nostro Reich il suo passato splendore. Vivo questi ultimi anni della mia vita nella certezza di aver creato le basi affinché il lavoro possa continuare per mano di una seconda generazione di uomini fedeli. Un giorno l’eredità del nostro Führer ritornerà, con ancor più vigore, a guidare un popolo che nel frattempo avrà capito che in quegli anni era stata intrapresa la giusta via per il bene di tutti.”
     
    Quest’ultima pagina terminava così senza aggiungere altro. Ma le ricerche di Richter, quelle no, infatti, tra i documenti ordinati da Schwarz, in ordine cronologico, due nuovi medici già citati più volte nelle relazioni di Mengele, scrivono di loro pugno nuovi rapporti annunciando di volta in volta successi e sconfitte. Tra tutti uno in particolare ora lo incuriosisce.
     
    “4 Settembre 1979. Progetto Memory Retrieval. La memoria della storia per i figli è ciò che consente di estrapolare quanto di buono e quanto di errato avevano i loro padri. La memoria di un individuo è il risultato diretto delle proprie esperienze e non si può ottenere solo attraverso la dottrina. Un individuo è il risultato del proprio vissuto. I nostri comportamenti e le nostre reazioni sono influenzati da eventi accaduti in passato che hanno riguardato i nostri antenati e che sono stati trasmessi a noi mediante una “memoria genetica”. I ricordi si possono trasmettere di genitore in figlio, imprimendosi nel Dna, influenzando lo sviluppo cerebrale e i comportamenti delle generazioni successive.
     
    La scoperta, benché sia stata condotta inizialmente su animali, potrebbe avere implicazioni sul fronte degli studi transgenerazionali. Potrebbe spiegare, ad esempio, perché un evento traumatico che ha coinvolto un antenato continua a influenzare la famiglia molte generazioni dopo. Lo studio fornisce un’evidenza della cosiddetta Eredità Epigenetica Transgenerazionale. Si tratta di una condizione in cui l’ambiente esterno influenza la genetica di un individuo, modificandone il Dna, rendendo l’esperienza ereditabile.
     
    Addestrando dei topolini ad evitare un certo odore si è potuto dimostrare che anche i nipoti di questi continuano ad evitare lo stesso odore, anche se nessuno li ha addestrati a farlo. L’addestramento dei nonni s’imprime sul Dna dello sperma, quindi il comportamento passa alle generazioni successive. Il problema principale risiede nella mancanza di consapevolezza da parte della progenie. Abbiamo dimostrato infatti, che l’essere eredita un’informazione, ma non ne ha consapevolezza fino a che non si attiva un fattore scatenante, e solo da quel momento nasce nell’individuo ha coscienza di quella memoria. Il Trigger Awareness o fattore di attivazione della coscienza può essere indotto con molteplici espedienti, ma tutti, in qualche modo, devono richiamare i momenti chiave dello sviluppo della memoria del progenitore.
     
    Nel caso dell’esperimento condotto sui topi, la progenie ignora di avere una determinata conoscenza fino a quando l’odore ne attiva il ricordo. Ma per un essere umano, la questione si complica a causa della complessità di eventi a cui è sottoposto e dalla sua elevata capacità di elaborarli. Individui diversi possono elaborare una determinata circostanza in svariati modi opponendo azioni diverse. Per replicare la conoscenza in modo efficace si rende quindi necessario determinare una sequenza di Trigger Awareness molto più elaborata. A tal proposito il software realizzato dalla nostra squadra di esperti può determinare i cosiddetti Key Trigger (Eventi chiave).
     
    Il complesso modello matematico sviluppato è in grado di simulare, con un buon livello di precisione, il livello evolutivo che la mente umana raggiungerà, se sottoposto ad una determinata sequenza di Eventi chiave.”

    By novemai, in Poesia,

    Mi hai smontata
    come un castello di mattoncini di legno.
    La coda, le zampe di ciò cui darà vità il cuore.
    Mi hai messa in piedi, sulle ginocchia fragili,
    ho visto la strada, un attimo, dalla pozza dello stagno
    un attimo e non so quanto durerà.
    Non so che forza rimane per rispondere alla tua eco, quanta forza rimane
    sulle coscie di canna.
    Ma ancora ricordo il tuo soffio, la tua mano inaspettata,
    gli occhi fermi, le parole robuste,
    il mio corpo immobilizzato si è scosso profondo, scosso con l'occhio,
    sotto lo sguardo di foglie e il tetto di vino.
    Ti voglio bene, bene come ora ho capito i misteri dei tuoi silenzi, pesanti, consapevoli, bolle della mia presenza.
     
    Come ora ho capito quello che mi serve
     
    Intanto, in piedi.
     

    Racconto vincitore del fantasy contest 2014 di Pennematte - Wired.it abbinato al Lucca Comics

    Non ricordo bene quando è iniziato, no.
    Gli uomini oltre lo specchio volevano l’oro. Minacciavano guerra, devastazioni e morte. Non che ci credessi troppo all’inizio. In fondo pensavamo tutti che una cultura senza magia non sarebbe mai stata un pericolo. Così mi offrii volontario per andare dall’altra parte, in missione per conto del Re e della Congregazione. Informazioni. Dati. Conoscenza. La conoscenza è potere. La conoscenza è tutto. Non puoi combattere un potenziale nemico se non lo conosci, non puoi trarre vantaggi da un potenziale alleato se non lo conosci: questa era la prima regola che ci avevano insegnato all’Accademia. Partii con il compito di rimanere lì qualche tempo, studiare i loro costumi e capire cosa di loro potesse interessarci. Ero uno dei Consiglieri della scuola di magia del Controllo della Mente, allora, e un abile diplomatico.
    Lo specchio si trovava nel bosco dell’est. In quella che gli Antichi chiamavano radura delle cento querce. Come ci fosse finito, e perché, nessuno lo sapeva. Era alto circa tre metri, con la struttura portante di legno scuro, intarsiato con simboli misteriosi, incomprensibili anche al più dotto degli studiosi. Fu subito chiaro che spostarlo non si poteva. Neanche con la magia. E presto fu chiaro anche che non era un semplice specchio, ma un portale magico. Bisognava capire dove conducesse, e, soprattutto, cosa ne sarebbe potuto uscire. I primi esploratori riferirono di un deserto. Sconfinato. Immenso. Sahara, avrei scoperto dopo, si chiamava quel deserto.
    Gli esploratori non si allontanavano mai troppo dallo specchio. Anche perché vedevano delle strane esplosioni e dei funghi di fumo nel cielo. E un vento infuocato alzava tempeste di sabbia che avevano effetti terrificanti: chi tornava, spesso ustionato, moriva dopo pochi giorni tra dolori atroci. Spossatezza, nausea, diarrea, febbri e allucinazioni erano i sintomi riconoscibili di quello che iniziammo a chiamare il “male del mondo oltre lo specchio”. Il nome tecnico, scoprii dopo, era “avvelenamento acuto da radiazioni”. Dopo due mesi pensavamo tutti che quel mondo fosse disabitato, inadatto alla vita. Del resto anche la magia non funzionava, oltre lo specchio. Il Re e il consiglio della Congregazione dei Maghi decisero di lasciare nel bosco una piccola guarnigione e di proibire il passaggio verso l’altro mondo. Qualcuno propose di utilizzare il portale per mandare a morire i condannati colpevoli dei reati peggiori. Ma fu ritenuta una punizione troppo dura. E così, semplicemente, ci dimenticammo dello specchio.
    Poi, un giorno, arrivarono. Dentro un carro di ferro.  Un carro senza cavalli. Arrivarono e parlarono, trattarono, minacciarono, promisero. Parlavano la nostra stessa lingua, scrivevano con la nostra stessa scrittura. E anche loro non avevano idea di come fosse finito lì quello specchio. Erano come noi nell’aspetto, eccetto che per gli occhi; avevano una luce diversa, negli occhi.  La nostra magia non funzionava nel loro mondo, come la loro scienza, o “tecnologia”, non funzionava nel nostro. Perché questo pianeta “era in orbita stretta attorno a una stella a brillamento”, ci dissero. Si accorsero presto che qui erano vulnerabili come bambini: non avevano resistenza alcuna alle nostre magie e le loro armi, per quanto terrificanti fossero, potevano essere contrastate in cento modi diversi. Potevamo leggere nelle loro menti, controllarli e ucciderli con relativa facilità. Per noi, dall’altra parte dello specchio, era anche peggio. La magia non funzionava, e i nostri guerrieri più forti potevano essere uccisi in un istante da una singola “arma da fuoco”. E poco importava chi la maneggiasse: poteva essere un vecchio, una donna, persino un bambino.
    Non rimanevano che i commerci. E così io partii volontario per esplorare quel mondo. Mi accolsero con mille onori. Oltre il deserto c’erano mari, montagne, boschi, prati. E città immense. Un mondo bellissimo, armonico. Non avevano bisogno di cupole magiche sulle terre abitate per i continui sbalzi di temperatura, no. Avevano tutto quello che gli uomini potrebbero desiderare. Ed erano riusciti a distruggerlo. Noi a loro avevamo molto da dare: sembravano non esser mai sazi di pietre preziose, oro e argento. Ma cosa potevano offrirci, in cambio? Il loro cibo era cattivo, insipido, strano. I loro vestiti orribili e scomodi. La loro “tecnologia” da noi non funzionava e tutto ciò che ci proponevano non era nulla che potesse interessarci o che non potessimo ottenere con le arti magiche. Le loro medicine erano potenti, è vero, ma ebbi modo di scoprire che erano spesso dannose. Effetti collaterali, a breve o a lungo termine, li definivano. La plastica poi. Chi potrebbe volere il proprio mondo invaso da oggetti di ogni forma e dimensione che non si deteriorano se non dopo centinaia o migliaia di anni? Ci offrirono armi. Ci offrirono droga. Ci dissero che queste erano tra le cose che più si commerciavano. Ma le loro armi non ci interessavano, che gloria c’è ad uccidere un nemico senza guardarlo negli occhi? La loro droga meno che mai: avevo visto come riduceva chi ne faceva uso.
    Viaggiai molto tra i due mondi in quegli anni, e riferii al Re e alla Congregazione dei Maghi più e più volte le mie impressioni. Oltre lo specchio vivevano uomini incomprensibili, che sembravano impegnare le loro risorse e la loro intelligenza, non inferiore alla nostra, per distruggere il mondo che abitavano. Soprattutto non capivo come potessero continuare a lanciare quelle bombe i cui effetti conoscevamo bene. Quel deserto che si trovava oltre lo specchio era uno dei tanti luoghi, scoprii, dove venivano fatti quelli che chiamavano “test nucleari”. Erano in grado di volare nel cielo, ma la loro terra era ormai velenosa. Avevano conquistato lo spazio, ma nei loro mari non c’erano più pesci da anni. Ammonii il Re e gli altri Consiglieri: c’è qualcosa di strano, di profondamente insano in quegli uomini, gli dissi. Ma nessuno dava troppo peso alle mie parole; erano così fragili, così deboli, così innocui quando passavano oltre lo specchio.
    Li sentivo parlare di “business plan”, di “colonizzazione”, di “marketing” e di “strategie d’assalto”. Volevano il nostro oro. E iniziarono a minacciarci. Li sentivo parlare di virus. Di guerra batteriologica che ci avrebbe spazzato via. Potevano mandare attraverso lo specchio malattie terribili che non lasciavano scampo. Malattie che, incredibile ma vero, avevano perfezionato e reso mortali essi stessi, nei loro laboratori. Sapevo che non avremmo potuto niente. Non ci rimaneva che commerciare con loro, ma non avevano nulla che ci interessasse davvero.
    Se non i libri. E così ho viaggiato con Dante nell’Inferno. Ho tenuto in mano il teschio di Yorick col principe Hamlet. Ho ucciso e poi sofferto per il mio delitto con Raskolnikov. E mille e più volte ho vissuto le vite di altri. Emozionandomi. Piangendo. Ridendo. Rabbrividendo. Noi non avevamo nulla del genere, oltre lo specchio avevano la Letteratura.
    Noi mandavamo oro. Loro ci mandavano libri. Poi, come era comparso, lo specchio improvvisamente svanì. Semplicemente, svanì. Niente più commerci, niente più oro da inviare, niente più libri da ricevere. Certo le nostre città ora avevano delle biblioteche, e giovani e anziani facevano ore e ore di fila per prendere un libro. Un libro a caso, un libro qualsiasi. Bastava ci fosse scritta una storia. E ora che ogni libro è stato letto e riletto, ora che sono passati anni e anni, ora che sono anziano e malato, ho raggiunto finalmente quello che, da allora, è stato lo scopo della mia vita: ho scritto un  romanzo. Il primo romanzo che sia mai stato scritto in questo mondo, il primo romanzo della nostra cultura. Il primo romanzo della storia.
    Ora che non c’è più nulla. Oltre lo specchio.
    Travis ha sedici anni, è un ragazzo a prima vista normale, con il volto pallido e i primi peli sul viso, e generalmente è vestito con felpa e tuta.
     Non è particolarmente attratto dalle ragazze , cosa molto importante nella sua scuola, e molti compagni lo prendono in giro definendolo 'frocio'; quando succede, Travis sorride timidamente e fa finta di niente.
     Possiamo definirlo il classico ragazzo con dei problemi a socializzare: non ha nessun rapporto con i compagni e anche in famiglia non si trova particolarmente a suo agio, anzi, si sente strano quando la madre lo obbliga ad andare con lei a casa delle amiche, quasi fosse una ragazza.
    L'unico spiraglio di felicità, dove crea il suo mondo, lo trova davanti al computer nella sua camera; il computer è il suo migliore e unico amico, dove passa la maggior parte del tempo, addirittura al buio. Quando il padre o la madre passano davanti alla sua camera completamente buia, vedono la luce abbaiante dello schermo che lo illumina, quasi fosse davanti ad una figura divina.
    Un giorno come gli altri, avendo finito di giocare all'ultima versione di un gioco in ascii, scrisse sulla barra di ricerca del computer: ' Un asociale speciale', in quel momento qualcosa lo spingeva a cercare quella dicitura dal nulla. Forse per noia, forse per caso. 
    Vorrei rendere noto che tutti i messaggi e le ricerche sono stati reperibili grazie ai tabulati informatici ottenuti dalla polizia postale.
    Migliaia di forum comparvero sull'argomento. Scorrendo tra i risultati venne colpito dal nome del forum 'Entra nella nostra dolce famiglia'. Interessato da questo strano nome, clicco, e si trovo davanti ad una chat pubblica, dove sei persone stavano discutendo sui problemi della loro vita, e in particolare, sulla deficienza dei loro compagni di classe. 
    Travis vedendo certe frasi si sentiva a suo agio, qualcuno che lo capiva. ' Imbecilli, faccio bene a non parlargli', 'Metti  le cuffiette, pensano che senti la musica e nemmeno si avvicinano'. Rimase ore a leggere quello che si scrivevano, estasiato dal fatto di non essere l'unico in quella situazione.
    Il giorno seguente, spinto dal desiderio di far parte di quella 'famiglia', prese coraggio, non essendo abituato a fare nuove amicizie o ad avere qualsiasi tipo di contatto con altre persone, e inserì un nickname. Gli venne subito in mente 'I_AM_ASOCIAL'. Scrisse 'Ciao fratelli, mi chiamo Travis, e sono il nuovo membro della famiglia'.
    Tutti diedero il benvenuto e lo accolsero, quasi adottandolo.
    Da quel momento la sua vita cambiò completamente. Passava cinque ore al giorno a parlare con i suoi fratelli e sorelle; poi divennero otto ore, che poi diventarono anche le ore notturne. Era ormai chiaro che avesse messo da parte i suoi genitori, che pensavano fosse solamente una fase dell'adolescenza lo stare chiusi in camera.
    I ruoli all'interno della sua famiglia speciale iniziarono piano piano ad essere distinti: l'utente Luke7861 era il padre, perché era quello che si imponeva sul quando connettersi e gestiva le eventuali discussioni; anna_love era la madre, perché assecondava sempre le idee di Luke, ed era evidente un certo feeling tra i due. Poi c'era Travis, anzi, I_AM_ASOCIAL, che era l'unico figlio rimasto, visto che gli utenti lasciarono la chat pensando che fossero giunti ad un punto di non ritorno. Le ultime parole di uno di loro furono: ' Voi siete matti, la vita non è questa, io me ne vado'. Erano quindi rimasti in tre, madre padre e figlio.
    I_AM_ASOCIAL si fece comprare uno smartphone, così da poter parlare con mamma e papà anche quando era a scuola, mentre pranzava, di notte, senza svegliare più nessuno per accendere il computer.
    Ci fu un periodo nel quale il nostro protagonista non parlava più. I genitori preoccupati, almeno per una volta, lo fecero vedere da uno psicologo, dove si decise di portarlo al CRGB, Centro di Recupero per Giovani Problematici. Qui gli venne assolutamente proibito l'uso di ogni tipo di mezzo tecnologico; possiamo immaginare la sua reazione.Appena saputa la notizia scoppiò in urla e andò in preda a crisi, ed ebbe cambiamenti della personalità. A tutto ciò si aggiunsero pianti isterici e scioperi sia della fame che del sonno per ottenere indietro telefono e computer.
    I genitori decisero così di riportarlo a casa. Quando tornò era come se fosse stato drogato e messo in gabbia. Continuava a ripetere frasi sconnesse, ' Papà, a scuola con le cuffie, facciamolo'.
     
    ...Travis venne trovato in mezzo alle sterpaglie sulle sponde di un fiume, morto, e con accanto il suo cellulare, con dei messaggi relativi ad una riunione familiare. Fu ritrovato senza vestiti. Gli stessi vestiti furono riconosciuti dai genitori quando andarono a parlare con uno dei suoi professori per avere delle notizie, due giorni dopo la scomparsa. I vestiti uscivano a malapena dalla sua valigetta, insieme ai compiti. Quando il professore, un ex giudice di cinquantacinque anni che insegnava diritto, disse dove abitava alla polizia per l'interrogatorio, disse di abitare al 7861 di Luke street...

     
     Chiara si buttò sul letto e saltò sul materasso ridendo, finché la raggiunse il nonno. La guardò con occhi severi e lei capì che doveva smettere. Si mise il pigiama anche se non aveva sonno. Entrò sotto le coperte e attese che Angelo le desse il bacio della buona notte.
     “Devo dormire anche se non ho sonno?” chiese seria.
     “Se prometti che dopo chiuderai gli occhi, allora ti racconto una storia.” le disse afferrando una sedia. Si spostò sul lato del letto e si mise seduto.
     “Lo prometto!” gli occhi di Chiara erano luccicanti di gioia per quanto le piacevano le storie del nonno. Riuscivano a catturarla, a incuriosirla, poi aveva quel tono di voce che lo avrebbe voluto ascoltare per sempre.
     “Va bene” disse Angelo sistemandosi comodo, “ti racconterò la storia di un Angelo e di un Diavolo, ma dopo chiuderai gli occhi e cercherai di dormire?”.
     Chiara assentì con la testa. Le coperte rimboccate fino al mento, gli occhi che esprimevano tutta l'aspettativa per la nuova storia.
     Angelo si schiarì la voce con un colpo di tosse: “Lo sai che nel mondo ci sono molte creature che non riusciamo a vedere?”.
     “Come gli angeli e i diavoli?” lo interruppe Chiara.
     Lui la fissò per un istante, con lo sguardo serio, infine le sorrise. “Esatto, proprio come loro. E questa storia sarà tenera come i dolci che ti prepara la mamma e dura come a volte può essere la vita.”.
     “Anche papà è duro” disse lei, poi aggiunse: “qualche volta.”
     “Si comporta così perché a volte è necessario. Ma posso continuare la storia?”
     Chiara fece scivolare le piccole mani sulle coperte, tirandole fin quasi agli occhi, il suo sguardo che scrutava il nonno.
     “Dicevamo degli angeli e dei diavoli, giusto? A volte succede che s'incontrino e rimangano affascinati l'uno dell'altra. Si forma una specie di equilibrio, a volte sboccia l'amore e succedono dei miracoli.”.
     “Continua, ti prego.” disse la bimba.
     Angelo si alzò dalla sedia e, lentamente, si mise seduto sul bordo del letto; le accarezzò i capelli biondi e le fece un largo sorriso.
     “Certo, la storia mica finisce qui.”.
     “Chi sono? Li conosco?” chiese la nipote.
     “Quanta fretta che hai.” Angelo attese un paio di secondi, alzò il dito indice e chiese: “Sai mantenere un segreto?”.
     Chiara si alzò sui gomiti, lo sguardo stupefatto. Amava i segreti perché pensava alla responsabilità che le veniva data, inoltre era molto curiosa. “Certo nonno! Dalla mia bocca non uscirà niente.”.
     “Quando vedrai una stella cadente, vuol dire che un angelo e un diavolo si sono incontrati, i loro sguardi si sono incrociati... si sono studiati.”.
     “Vuoi dire come è successo a mamma e papà?”.
     “Non ti sfugge niente, vedo.”.
     “Ma...” Chiara lo fissò perplessa, “Mamma e papà non sono come dovrebbero essere, non li ho mai visti come un angelo e un diavolo.”.
     Angelo sorrise vedendo l'espressione della nipote: stupita, interdetta. C'era qualcosa che non riusciva a comprendere.
     “E' vero” ammise l'anziano, “ ma sappi che, da quando si sono incontrati, è successo qualcosa fra tua madre e tuo padre, qualcosa che non doveva succedere. L'amore.”.
     “Anche io lo provo, sai?” disse Chiara afferrando l'orsacchiotto Emy. “E' la stessa cosa?”.
     Angelo sorrise: “Più o meno si!”.
     “Allora perché papà non è cattivo? Dopo tutto è un diavolo.”.
     “Tuo padre è cambiato. E' successo quando ha conosciuto la mamma, quando tutto ha raggiunto un equilibrio ed è avvenuto un miracolo!”.
     “Il miracolo è Chiara?” chiese la bambina.
     “Già!” le sussurrò a un orecchio.
     “Io sono buona o cattiva?” la domanda fece rimanere perplesso il nonno, che si mise una mano nella tasca per estrarre una moneta. La fissò per qualche attimo, dopo spostò lo sguardo su Chiara.
     “Se riesco a dimostrarti che sei l'equilibrio tra buono e cattivo, dopo ti metterai a dormire?”.
     “Promesso!” rispose la bambina con un sorriso fiammante.
     “Lancia a terra questa moneta: se esce testa sei buona, croce sei cattiva!”.
     Chiara accettò la sfida. Si mise seduta sul letto e afferrò la moneta. Aveva il viso acceso per l'emozione e per la paura, tutte sensazioni che, senza volerlo, dimostrava al nonno. Scrutò l'oggetto per diversi secondi, come se non fosse sicura di quello che stava per fare.
     Lanciò la moneta in aria, che cadde sul parquet. La bimba aveva portato le mani al viso, spostò indice e anulare per sbirciare e fece un respiro profondo per la sorpresa: la moneta era caduta in piedi, come se una forza invisibile la tenesse ferma in quella posizione. Né testa, né croce.
     “Hai visto? Sei l'equilibrio esatto fra buono e cattivo!”.
     Chiara guardò la moneta, ancora in quella posizione così innaturale. Sospirò e spostò lo sguardo sul nonno che le sorrideva compiaciuto: “Mamma e papà quando tornano?”.
     “Adesso hanno degli impegni molto importanti, ma presto torneranno da te, dal loro piccolo miracolo. Adesso mettiti giù e dormi.”.
     

    By Johnny P, in Poesia,

     
    Eurialo e Niso
     
    Ricordo
    i nostri palmi
    dalla vita uniti
    tenere un seme
    all’ombra del giorno.    
     
    Dimmi come
    uno schiocco d’anni
    e una ruga sul viso
    han reso quel fiore
    un fiore appassito.
     
     
    Sull'uscio della casa l'aria tremolò arroventata prima della comparsa dell'uomo. Dietro di lui, nella penombra del corridoio, regnava il silenzio. Con passi stanchi attraversò il portico; appoggiandosi a una colonna, osservò la lunga scia di sangue che aveva lasciato sul suo cammino.
    Corpi che avevano sfondato i parabrezza delle auto.
    Corpi impalati sui bianchi steccati dei giardini, gocciolanti come rubinetti che perdevano.
    Uomini e donne giacevano scomposti in mezzo alla carreggiata come tante cartacce.
    Nonostante l'odore di carne bruciata, alle sue narici continuava a pervenire profumo di mughetto: la città era talmente satura di quel profumo che ogni molecola del suo corpo ne era stata impregnata. Fece una smorfia di disgusto. “Chissà quanti bagni occorreranno per togliermelo di dosso” chiuse le mani a pugno. “Mi vien voglia di bruciare tutta la città” prese un respiro e cercò di rilassarsi. “Non è il caso di arrivare a tanto. Con l'arrivo delle piogge, l'odore sarà lavato via.”
    Scese gli scalini di marmo. Quanto doveva essere fatto era stato fatto e di quanto sarebbe accaduto nella città non era affar suo. Il tempo di preparare i bagagli e se ne sarebbe andato a nord, verso le montagne: avrebbe vissuto in un cottage sui pascoli più alti, lontano dalla palude melmosa che era divenuta la civiltà.
    L'erba si ritrasse quando mise piede nel giardino; perfino l'afa del giorno parve impallidire al suo passaggio.
    In prossimità del cancelletto, una voce acuta, con una nota squillante nelle corde vocali, lo bloccò.
    Incuriosito, tornò sui propri passi, girando l'angolo della casa e fermandosi dietro un alto ginepro. All'ombra della pianta fissò il bambino, poi il cane con il quale stava giocando: un animale dal pelo color caramello, gli occhi vivaci e le orecchie penzoloni, tipo cocker. Scodinzolava, un'espressione dolce sul muso.
    Il bambino lanciò la palla, ordinando all'animale di andare a prenderla. Il cane scodinzolò felice, saltandogli intorno e spingendolo con le zampe, gioioso di giocare con il suo cucciolo d'uomo.
    La maschera d'implacabilità vacillò mentre nell'aria risuonavano i bai del cane.
    Il bambino non si era accorto di niente. Ignorava che la sua vita era cambiata di colpo, che d'ora in poi sarebbe stato un orfano, senza più nessuno che lo seguisse. Aveva fatto a quel bambino la stessa cosa che era stata fatta a lui. Aveva ucciso i suoi genitori. Senza pietà, senza esitazione, agendo come una forza della natura, incurante delle conseguenze.
    Una fitta di rimorso lo invase.
    Aveva gettato un'ombra nell'esistenza di una giovane vita; un'ombra che lo avrebbe accompagnato e condizionato per sempre. Aveva perpetrato una catena di sofferenza e d'odio: accecato dalla furia, non si era ricordato che odio generava odio, dolore portava altro dolore. Reso cieco dalla rabbia, aveva cercato di porre fine al male che gli era stato fatto eliminando chi ne era stato causa.
    Follia. Pura e totale follia.
    Un guaito lo riscosse dalla morsa del rammarico.
    «Stupido cane!» strillò il bambino. «Ti ho detto che devi prendere la palla! Devi obbedire!»
    L'animale si raggomitolò, le orecchie abbassate, uno sguardo spaventato disegnato sul muso.
    «Vai a prenderla!» urlò isterico il bambino, battendo i piedi per terra con tigna.
    La bestia si ritrasse ancora di più.
    «Obbedisci!» il bambino afferrò la mazza da baseball appoggiata al tavolo di marmo e cominciò a colpire il compagno di giochi con tutta la forza che aveva. «Devi obbedire!»
    Ogni sentimento di compassione scomparve dal suo volto, diventando una maschera di pietra.
    Distaccato, non vide più un bambino, ma qualcosa che per capriccio si accaniva su un altro essere vivente.
    La dura verità del mondo lo raggiunse con forza.
    La pietà non esisteva.
    Ogni pentimento, ogni ripensamento svanì.
    Non c'era redenzione per l'umanità.
    Il sangue dei figli era lo stesso dei genitori. Non c'era speranza: solo il perpetrarsi dell'eredità dei propri padri.
    Con sguardo gelido fissò l'accanirsi del bambino sul cane. Ormai non si riusciva più a distinguere quale dei due fosse la bestia: il volto fanciullesco distorto in tratti animaleschi e il muso peloso simile a quello di un bimbo che implorava aiuto.
    “Il sangue dei genitori scorre nei figli” ripeté tra sé con freddo distacco. “Lo stesso, identico sangue.”
    Quando lasciò il giardino, gli strepiti e i guaiti erano cessati.
    Con passo deciso tornò a dirigersi verso la città, il cane che gli saltava accanto leccandogli le mani.
    “Aspettate, non è uno scherzo! Sto dicendo sul serio, dannazione!”. Lupo, il suo cane, si era girato alzando una zampa, urinando sull'albero e strattonando il guinzaglio, quasi facendolo cadere dal marciapiede. Donovan imprecò osservandolo mentre completava la sua pisciatina.
    “Ragazzo, ci stai facendo perdere tempo!” disse l'uomo, quasi incredulo.
    “Se salite su quella macchina e partite, voi morirete! In che lingua devo dirvelo?”. Il petto di Donovan si gonfiava e sgonfiava a ritmo serrato e si era accorto che gli mancava un po' di diplomazia per quello che stava tentando di fare.
    La moglie del tizio uscì dall'auto, mentre la bambina si era ammutolita. “Mamma forse dovremmo dargli retta...” aveva balbettato affacciandosi dal finestrino, una lacrima le rigava una guancia, gli occhi che fissavano quelli della madre.
    “Io non ci penso proprio a rinunciare alla nostra vacanza, per cosa poi? Un moccioso che ci dice di non partire altrimenti...” e poi soffocò una risata.
    “Mamma...” la bambina aprì lo sportello posteriore della station wagon appoggiando entrambi i piedi a terra, la mano sinistra sul tettino e...
    “Un incidente, ecco cosa vi capiterà se partirete!”. Donovan strattonò appena il guinzaglio e il cane gli si mise seduto di fianco.
    “Sparite, te e il tuo dannato cane. Abbiamo perso anche troppo tempo. E' agosto e non mi va di passare le ore in mezzo al traffico.” disse l'uomo avviandosi dalla parte del conducente.
    “Tanto non ti daranno mai retta!”. Donovan si raggelò, il suo sguardo si abbassò su Lupo, il Siberian Husky, che sembrò ricambiare il suo sguardo. “Tu parli!” disse di getto il ragazzo.
    “Certo che parlo, noi partiamo lo stesso e” disse l'uomo sbirciando il quadrante dell'orologio legato al polso, poi fece una smorfia prima di proseguire: “non me ne frega niente di quello che hai detto. E' assurdo quello che dici!”. Le portiere dell'auto sbatterono quasi all'unisono, il motore si accese in pochi istanti e Donovan si ritrovò a guardare il cofano posteriore che si allontanava. Vide la bambina in ginocchio sui sedili posteriori, le mani appoggiate al vetro, e l'auto scomparve appena voltata la curva.
    L'attenzione di Donovan, ora che la famiglia era partita, cadde su Lupo. Il ragazzo non disse nulla, forse quella voce se l'era solo immaginata. “Che stupido” disse il ragazzo a voce alta, il guinzaglio estendibile ricadeva in terra, “per un attimo avevo temuto che tu parlassi” disse rivolto al cane. Lupo alzò lo sguardo su di lui, la bocca si allargò come per sorridergli e qualcosa che non era un abbaio gli uscì di bocca: “E avevi sentito bene!”.
    “Mamma mi manderà da un psicologo” disse Donovan, serio. S'incamminò verso il parco in cerca di ombra, Lupo lo seguiva a un metro di distanza. “Ci mancava solo che sentissi il mio cane parlare” disse sedendosi alla prima panchina libera, “come se non bastassero i miei dannati incubi!”.
    L'aria di agosto era calda, caldissima. Era stata una pazzia uscire quel pomeriggio per tentare di avvisare quella famiglia...
    Donovan si voltò di scatto verso Lupo, sentiva intorno a sé l'aria quasi elettrizzata, qualcosa che era difficile da spiegare se non da provare. “Hai detto solo due frasi oggi” disse al cane, “ma forse è solo la mia immaginazione. Forse è solo questo cavolo di caldo, c'è da impazzire.”.
    “E lo dici tu a me? Io, che vivo con questa pelliccia tutti i giorni!”.
    Donovan non rispose, ma si alzò di scatto. “E adesso che cavolo succede?” fece per pulirsi i jeans come se stessero andando a fuoco. “Qualcosa mi ha toccato!” disse rivolgendosi al cane.
    Allora puoi sentirmi! disse una voce dal nulla.
    Donovan si portò le mani alle orecchie, Lupo annusò l'aria e un ringhio basso partì dalla sua bocca.
    Senti, mi chiamo Katy e forse sei l'unico che può sentirmi. Ti prego, rispondimi se mi senti.
    Donovan si girò lentamente verso la fonte della voce, nel suo sguardo traspariva smarrimento, paura. Fece si con la testa.
    Grazie al cielo qualcosa è cambiato! Ah, l'incidente è appena avvenuto.
    “Quale incidente?” balbettò Donovan, lo sguardo che vagava in cerca di Katy.
    Le persone che dovevi salvare, sai, sono andati a prenderli adesso.
    Hai un dono, ragazzo, dovresti esserne felice.
    “Una maledizione, ecco quello che ho, altro che dono...dovrei essere con i miei amici, chessò, giocare a pallone, leggere qualche fumetto, non sedere su una panchina e parlare con un cane e con...” Donovan si zittì valutando cosa fosse Katy, “...cosa saresti tu?”.
    “Mentre voi parlate, io vorrei fare un giro. Sento odore di cagnette, sapete com'è!”.
    Il ragazzo si fermò a fissare Lupo, facendo una smorfia di disappunto. “Come mai parli solo ora? In tutti questi anni eri muto come un pesce, e adesso...”.
    Sono gli incubi che fai. Si è rotto un meccanismo che ha stravolto la tua vita e Lupo, a modo suo, ha sempre parlato. Comunque io sono un'anima incastrata fra il tuo mondo e il mio, un'essenza impalpabile che interagisce con le due realtà.
    “Impal-cosa? Certe volte non ti seguo e credo che dallo psicologo ci andrò da solo!”.
    Avevo venticinque anni quando è successo, credo di essere morta in un incidente, insomma di morte violenta e impalpabile vuol dire che non si può toccare.
    Lupo iniziò a leccarsi le parti basse, poi annusò l'aria. “Se mi sleghi, prometto che parlerò pochissimo! Sento che sta arrivando Dorothy. Ti prego.” il cane fissò gli occhi del ragazzo, quasi facendo uno sguardo languido.
    “Ma Dorothy è una bassotta, che te ne fai?” gli chiese quasi schifato. 
    “Ma è in calore!” tentò di giustificarsi Lupo.
    “Va bene, ma non la importunare troppo” disse Donovan slegandolo.
    Ci fu un attimo di silenzio, mentre Lupo correva in direzione di Dorothy. Donovan appoggiò la schiena alla panchina di marmo, i piedi quasi sfioravano il terreno brullo e secco.
    Facciamo un patto, disse Katy interrompendo il silenzio che si era creato, io e Lupo ti daremo una mano per salvare quelle persone, forse è per questo che sono incastrata qui.
    “E se fosse tutto un errore? Se io non dovessi salvare quelle vite? Se tutto questo si dovesse ritorcere contro di me? Che faccio poi?”.
    Ci sono io a darti una mano, tentò di incoraggiarlo Katy, eppoi non vedo perché non dovresti aiutare quelle persone. Forse, attraverso te, hanno una seconda possibilità di vivere.
    “E se poi la morte dovesse prendere di mira me?”.
    Vuol dire che hai fatto un tentativo e che la tua vita doveva terminare così. Nessun rimpianto, ragazzino! Ma ammettiamo che tu non volessi più agire, riusciresti a dormire la notte senza alcun rimorso?
    Donovan ci pensò per qualche istante: “Lo sguardo di quella bambina, mentre la macchina si allontana, non mi lascerà per un pezzo.” disse rimuginando a quel ricordo.
    E' per questo che dobbiamo agire insieme, disse risoluta Katy. Ma ti avviso: la morte tenterà di portarsi via le sue vittime comunque, per questo, quando sognerai, dovrai stare attento ai più piccoli dettagli.
    “Va bene, accetto il tuo aiuto.”.
    “Non ci sono più le cagnette di una volta, Dorothy non mi ha quasi degnato di uno sguardo” s'intromise Lupo. Annusò l'aria cercando di captare la presenza di Katy, finché si accucciò vicino a Donovan: “Mi sono perso qualche cosa?”.
    “Nulla di importante, a parte che abbiamo formato un gruppo di salvataggio contro la Morte formato da: un ragazzo, un cane parlante e un'anima in pena!”.
    “Va bene” rispose Lupo, si grattò un orecchio con la zampa posteriore e sbadigliò, “però mi spetta razione doppia di pappa, passeggiate più lunghe e una cuccia più comoda. Ah! La coperta puzza, ne vorrei una nuova.”.
    Donovan alzò lo sguardo al cielo privo di nuvole e sospirò rumorosamente. “Spero di non dovermene pentire!”.
     
    Mi trovo in piazza Columbus, proprio sopra la rotatoria che sta in mezzo alla piazza. Calpesto l'erba alla faccia delle regole comunali, poi è buio e non ho visto nessuno qua intorno. Annuso l'aria che, nonostante sia notte, è calda e umida. Una leggera foschia aleggia per le vie della città e sembra volermi accompagnare. Sono solo, non so dove siano finiti Katy e Lupo.
    Comunque ora sono qui, e cosa faccio? C'è una finestra al quarto piano, l'unica accesa dell'unico sfigato che è rimasto in città ad agosto, le altre sono tutte chiuse. Il numero civico è il 13. Ma perché non sono a casa mia, nel mio letto? Che cavolo ci faccio qui a quest'ora?
    Entro nel palazzo con circospezione e salgo le rampe di scale fino al quarto piano. C'è un'etichetta con nome e cognome: John Duly, credo sia lo sfigato. Appoggio la mano sulla porta d'ingresso e noto la vernice marrone scura che è sfaldata dal tempo. Che faccio, suono? La porta non è chiusa, ma leggermente accostata, così la spingo piano verso l'interno.
    Mi trovo in un monolocale e c'è una puzza insopportabile, un paio di fioche lampadine illuminano la stanza. Fa quasi più luce il computer portatile acceso sul tavolo, davanti all'unica finestra. C'è qualcuno in bagno che canticchia, ed è pure stonato. Che schifo! Ora che ci penso, c'è puzza di marcio, come se ci fosse qualcosa andato a male. Di fronte all'ingresso, sulla parete opposta, c'è una specie di cucinotto: alcuni cartoncini buttati in un angolo attirano la mia curiosità. Cibo cinese andato a male.
    Sento l'acqua che scorre e il tizio che canticchia quella nenia insopportabile. Forse dovrei chiedergli di smetterla, così potrei capire perché sono finito qui dentro. Ho una brutta sensazione, come se qualcuno mi stia fissando alle spalle. Mi giro di scatto ma non vedo nessuno, a parte percepire uno strano vento, un'improvvisa folata di vento. Alcuni fogli, a fianco del portatile, si muovono all'improvviso. La porta d'ingresso sbatte e io quasi me la faccio sotto.
    “Chi è?” grida il tizio in bagno. Meno male che ha smesso di cantare! Lo sento uscire dalla vasca da bagno, ma fa un casino e ci mette parecchi secondi. Impreca contro sé stesso e sblatera qualcosa su una cura dimagrante.
    Me lo ritrovo davanti, munito di asciugamano che gli copre le parti basse. A occhio e croce deve pesare più di un centinaio di chili e potrebbe indossare il reggiseno di mia madre. Adesso capisco perché vive solo.
    Comunque si ferma davanti a me, ma guarda oltre. Indossa un paio di occhiali rotondi, che forse gli consentono di vedere oltre il suo naso.
    “Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” esclama serio, osservando ogni angolo della stanza.
    Adesso devo stare attento ai dettagli. Siamo in tre in questa stanza, ma John crede di essere solo.
    Mi sento la faccia bagnata, qualcosa di caldo e puzzolente non mi fa quasi respirare...
     
    “Donovan? E' ora della passeggiata!” disse Lupo seduto accanto al letto.
    “Porcaccia miseria!” esclamò il ragazzo, mettendosi seduto, “Lupo, mi hai svegliato troppo presto, non avevo finito di sognare.”. Fece un paio di respiri e focalizzò alcuni dettagli. “John Duly, piazza Columbus 13, quarto piano.” disse Donovan ad alta voce, “Cominceremo la ricerca di questo tizio.”.
    Donovan correva in bicicletta – una montain bike rossa e nuova di zecca – con Lupo che lo seguiva a poca distanza. Sulla parte destra del manubrio aveva fissato un piccolo congegno elettronico a cristalli liquidi, un navigatore satellitare di ultima generazione che gli indicava il luogo di destinazione.
    Sei proprio sicuro che l'indirizzo sia quello? La voce di Katy gli teneva compagnia, mentre Lupo evitava di parlare.
    “Oh cavolo, certo che ne sono sicuro!” disse quasi seccato. Fece una smorfia di disapprovazione, non voleva attirare su di sé troppa attenzione per non sembrare un pazzo che parlava da solo.
    Donovan si fermò ad un incrocio pedonale per attendere il semaforo verde, mentre una voce femminile lo avvisava che mancava mezzo chilometro alla destinazione.
    “Per tutti gli ossi di questo mondo, cosa darei per avere meno peli!”. Lupo si mise seduto sul cemento, solo il tempo per grattarsi un orecchio con la zampa posteriore, poi guardò Donovan: “Manca molto?”.
    Scattò il verde e il ragazzo continuò a pedalare dirigendosi verso la piazza, evitando di rispondere al suo cane: c'era molta gente che affollava quelle strade. Qualcuno si era fermato ad osservare Lupo, mentre muoveva in modo strano la bocca come se stesse masticando della mollica di pane.
    Il ragazzo tirò a sé il freno, le ruota posteriore si bloccò lasciando una scia scura fra l'asfalto e il brecciolino. Si trovava di fronte alla rotatoria di piazza Columbus, ma il sole non era ancora tramontato. Una voce femminile disse: “Siete arrivati a destinazione, grazie per aver scelto i servizi Game Plus!”.
    Succederà di notte?
    Donovan quasi cadde dalla bicicletta, Katy gli aveva sussurrato quella frase all'orecchio, spaventandolo.
    “Ma mi volete lasciare in pace? Sto pensando!”, Donovan si guardò intorno, sperando che nessuno lo stesse osservando. “Comunque si! Succederà di notte, questa notte!”.
    Si fermarono sul marciapiede e Donovan s'immaginò Katy, ferma a fianco a lui che fissava il palazzo che avevano di fronte mentre le macchine attraversavano la rotatoria, e le persone che camminavano vicino a loro senza sapere...
    Donovan sbuffò spazientito, la sola attesa gli corrodeva l'anima. Trovò il posteggio per le bici, così legò la sua inforcando la ruota nell'apposito spazio e si riprese il navigatore mettendoselo in tasca.
    C'era qualcosa che non andava osservando la facciata del palazzo, la finestra al quarto piano. Forse si trattava di una stupida sensazione, una paura che gli usciva dai più profondi recessi della sua anima. Ma tutta questa storia gli sembrava un'esagerazione della fantasia. Donovan, ora, provava ansia.
    Sei pronto per affrontare il tuo destino?
    Donovan si limitò ad annuire, Lupo si leccò il naso e si mise seduto al suo fianco. Attesero nella veranda di un bar che la notte avesse la meglio sul giorno, mentre Donovan sorseggiava una Coca Cola.
    Ricordati dei dettagli, memorizza la casa di John Duly. Non vedrai la Morte in faccia, come non puoi vedere me. Ricordalo. Ma devi cercare di capire i meccanismi con cui lavora.
    Un brivido attraversò la schiena di Donovan, come fosse uno strano presentimento. Ma lui non si sentiva ancora pronto, almeno non lo sapeva ancora. Distrattamente tirò fuori il navigatore, era ancora acceso ma sul video erano apparse delle linee di disturbo. Le immagini che trasmetteva la televisione del locale presero a sfarfallare, un fruscio copriva la voce di un giornalista che dava le ultime notizie.
    Lupo si girò a guardare Donovan, mentre lui avrebbe voluto risentire la voce di Katy.
    E' ora di muoversi!
    “Gli incidenti domestici sono la prima causa di morte!” si ripeteva Donovan salendo le scale. L'interno del palazzo era sudicio e trascurato, proprio come ricordava nel sogno. Le pareti di un verde patetico, con pezzi di intonaco che sporcavano scale e pianerottoli.
    Hai paura? Chiese Katy.
    “Si!” rispose Donovan, posando il piede sull'ultimo gradino prima di giungere alla meta.
    “Se può consolarti, anche io ho paura!” s'intromise Lupo appena dietro di lui.
    Tienitela stretta, la tua paura. Potrà esserti d'aiuto.
    “Credevo che fossi tu a dovermi aiutare” ribatté il ragazzo, poi si fermò ad osservare la porta che aveva di fronte e la scritta in piccolo a destra. La luna piena illuminava il cielo e quel bagliore penetrava attraverso l'unica finestra del quarto piano di quel palazzo. Una lampadina fioca era l'unica fonte di luce in quel posto, ma non era nulla al confronto di quella che emetteva la luna quella notte.
    La luce nel pianerottolo diminuì l'intensità un paio di volte, come se c'era stato uno sbalzo di tensione.
    “Non è un buon segno, vero?” chiese Lupo.
    Ci siamo!
    Donovan fece un respiro profondo e spinse la porta verso l'interno. Cigolò appena rivelando un ambiente piccolo, poco arredato e senza alcun tocco femminile. Un divano letto appoggiato alla parete di sinistra, un vecchio tavolo con sopra un portatile acceso, un'abatjour che illuminava una parte della stanza. Un odore di cibo avariato invase con prepotenza le narici di Donovan, provocandogli disgusto.
    Lupo avanzò fino al centro della stanza, un'altra luce proveniva dal bagno con la porta appena accostata.
    “John Duly si sta facendo il bagno” disse a voce bassa Donovan, osservandosi intorno.
    Cosa succederà? Chiese Katy, la voce sembrava provenire dalla zona del portatile, forse stava osservando attentamente ogni angolo del monolocale.
    “La porta si aprirà e questo farà uscire il ciccione!” bisbigliò il ragazzo.
    Potresti usare altri termini? Non è carino.
    “Parli così perché ancora non l'hai visto!” le rispose. Quello scambio di battute aveva allentato la tensione in lui, quasi facendolo sorridere.
    La porta d'ingresso si aprì verso l'interno e Donovan percepì quella stessa paura che aveva avuto nel sogno: una folata di vento aveva mosso i fogli a lato del portatile, ma le tende alla finestra non si erano affatto spostate.
    Lupo mostrò i denti e il pelo gli drizzò. I canini scintillarono alla luce dell'abatjour.
    “Chi è?” gridò John Duly dal bagno.
    Nascondetevi!
    C'era poco tempo, ma Donovan aveva già pensato a cosa fare: tirò in avanti il divano letto ricavandone un nascondiglio temporaneo, la luce fioca li avrebbe resi quasi invisibili.
    John Duly arrivò al centro della stanza munito di asciugamano fermato alla vita, convinto che in casa non ci fosse nessuno.
    “Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” disse osservandosi intorno. Richiuse la porta con una spinta e si girò verso il portatile.
    Donovan si affacciò quel tanto per vedere, mentre l'uomo gli dava le spalle. Qualcosa di sinistro era lì con loro, in quella stessa camera. Qualcosa che si poteva solo percepire, e non si trattava certo di Katy. Lupo era accucciato a terra, immobile, ma si vedeva che aveva paura.
    Il ragazzo non aveva idea di cosa fare perché il sogno non gli aveva mostrato altro, ma quasi se la faceva addosso. La camera era invasa da un'aria elettrizzante, una presenza che si muoveva senza toccare nulla, senza farsi vedere, ma era lì per reclamare un'altra vita come era successo per quella famiglia. E solo lui e Katy e Lupo sapevano, quasi un fardello che gli faceva sentire le gambe molli.
    “Come diavolo agirà?” si chiese Donovan, osservando John Duly che trafficava con il portatile. Nemmeno si era seduto, ma se ne stava in piedi con la mano sul mouse e a leggere alcuni appunti che aveva scritto.
    Donovan si fermò ad osservare il pavimento, le pozze d'acqua che aveva lasciato John che non portava nemmeno un paio di ciabatte. Il cavo del portatile scendeva fino a toccare terra, proseguendo fino alla prima presa utile e la luce si spense per un attimo, finché riprese la stessa intensità.
    John Duly bofonchiò qualche parola incomprensibile e si diresse di nuovo in bagno, Donovan sarebbe voluto uscire da dietro il divano per avvisarlo che sarebbe morto, ma in che modo? Prese coraggio e sentì la presenza di Lupo dietro di lui, le zampe che ticchettavano appena sul pavimento.
    Sbirciò facendo attenzione a non farsi vedere: il tizio era di fronte allo specchio e si stava radendo con una lametta, nulla di pericoloso ma vide un ripiano in vetro. John aveva acceso una piccola radio che vi era appoggiata sopra.
    Stava accadendo qualcosa, ora, nel bagno. Stava diventando freddo, come se qualcuno avesse aperto un grande frigo proprio nel bagno. Il vetro si crinò leggermente, provocando una piccola vena nella mensola. In pochi istanti questa si ruppe in due e la radio cadde nel lavabo mentre l'acqua ancora scorreva.
    John Duly fu attraversato da una scossa, il cuore si fermò facendolo cadere a terra.
    Coraggio, fagli il massaggio cardiaco!
    Donovan entrò in bagno e girò il corpo a pancia in su, praticandogli il massaggio e soffiando nella sua bocca. Il torace si gonfiava senza avere segni di ripresa, finché, come una specie di convulsione, il corpo di John Duly ebbe un sussulto. John Duly non era morto.
    Un'ambulanza arrivò a piazza Columbus a sirene spiegate, fermandosi al civico 13. Donovan, Katy e Lupo uscirono dal palazzo pochi minuti prima.
    Come ci si sente ad aver sconfitto la Morte nella tua prima battaglia? C'era una punta di soddisfazione nelle parole pronunciate da Katy, che Donovan era riuscito a percepire. Dopo tutto anche Katy era un'anima strappata alla vita, rimasta a vagare sulla terra senza un'apparente spiegazione. Ma forse una spiegazione c'era: quello che era accaduto a lui un paio di notti fa, il fatto di poter ascoltare sia Lupo sia la stessa Katy. Poter far sopravvivere qualcuno ad una morte certa. Donovan cominciava a sentirsi quasi importante.
    Era rientrato tardi quella notte, più tardi del previsto, ma per fortuna che sua madre non era rimasta sveglia ad aspettarlo. Le coperte leggere frusciavano sul suo pigiama, mentre era lì a trovare una comoda posizione: le braccia portate fra nuca e cuscino.
    La stanza era buia, solo i lampioni esterni emanavano luci e ombre su una parte del soffitto. Lupo era silenzioso, quella notte. Rovesciato su un fianco e occhi aperti che fissavano una zona della stanza: faceva troppo caldo per dormire nella cuccia. Lupo sospirò.
    “Abbiamo salvato una persona, oggi. Ancora non so se sia successo realmente.” disse Donovan a voce bassa.
    Si addormentò.
     
    Rimane un paio di minuti a fissare lo schermo dello smartphone. Il suo giovane corpo comincia a tremare. Sul suo viso, leggermente sporcato da una fine peluria alla base del mento e intorno alla bocca, si susseguono diverse espressioni.
    La prima è perplessità: non capisce bene cosa sta leggendo.
    Subito dopo è incertezza: forse ha capito male, forse le cose non stanno così.
    Poi sopracciglia e guance si curvano accompagnando la riflessione: il suo cervello inizia a figurarsi le differenti posizioni e soluzioni sulla questione, fino a produrre un pensiero sicuro.
    Poco più avanti si fa strada lo sconforto: è così purtroppo, ha capito perfettamente. 
    Segue una violenta scarica di rabbia: non ha alcuna intenzione di accettare una cosa simile senza farsi sentire, senza quantomeno cercare di capire e farsi capire.
    La rabbia si sbollenta leggermente. Lui si calma e comincia a pensare al da farsi. 
    Le dita si muovono veloci sulla tastiera virtuale: scrive e legge risposte, consulta gli amici.
    Poi si ferma nuovamente per un istante a pensare. Forse è tutto inutile. Tanto non lo ascoltaranno. Chi ha preso quella decisione forse non ha alcun interesse per ciò che lui ha da dire; se lo ha fatto, è di certo per un interesse. E si sa, l'interesse è più forte delle parole, anche se si basa su di esse.
    Poi improvvisamente scoppia a ridere. Gli è venuta in mente un'idea. Può sfruttare a suo vantaggio quella loro decisione.
    Scrive un breve testo. Ci mette pochi minuti; adesso può pubblicarlo senza perdita di tempo d'altronde.
    Pubblica il testo, senza pensar più di tanto a forma e correttezza. Tanto potrà modificarlo dopo.
    "In ogni caso nessuno più mi leggerà, da adesso", pensa.
    Una volta fatto, muove il pollice sul display, verso l'alto. Schiaccia un pulsante.
    Esci.
    Questa vuole essere l'anteprima del mio nuovo romanzo, ideale proseguimento di "Squarcio". Ho praticamente completato la prima stesura e pubblico questo capitolo sul WD perchè sono certo che con i vostri commenti e suggerimenti il "lavoro" possa essere notevolmente migliorato. Grazie
     
    La musica electro-house è assordante in tutti i 120 bpm che esplodono dalla cassa che si trova a pochi passi. La pista è affollata di personaggi variopinti che si muovono freneticamente cercando di seguirne il ritmo. I laser verdi e rossi bucano la densa coltre di fumo sospesa a metà tra pavimento e soffitto.
    Qualche amico è in pista a scatenarsi ma il grosso della compagnia attende di essere servita davanti al bancone del bar.
    Con la musica che rimbomba nelle orecchie continuo imperterrito a osservare la pista e a sorseggiare il mojito ghiacciato, appoggiato stancamente alla balaustra che separa l’area da ballo dagli innumerevoli tavolini che la circondano, la maggior parte dei quali è occupata da improbabili coppie.
    Sullo sfondo, la console del dj è come sempre attorniata da un nugolo di ragazze che avanzano le richieste più disparate. Molte di loro rimarranno inascoltate, ma a una, la più fortunata, il desiderio verrà esaudito e l’artista non solo la farà salire in console ma, molto probabilmente, riuscirà a portarsela a letto a fine serata.
    Un lieve tocco sulla spalla mi fa quasi sobbalzare. Istintivamente mi volto in direzione della presenza che sento al mio fianco.
    Una ragazzina mi sorride: «Ciao».
    La guardo attonito e le rispondo: «Ciao».
    «Cosa ci fa un bel ragazzo come te tutto solo?»
    Sento che chiede qualcosa ma il frastuono mi impedisce di capire. Le faccio cenno che non riesco a sentirla.
    La ragazza alza la voce ma è tutto inutile: «Ah ok. Andiamo in un posto più tranquillo?»
    «Mi spiace, non capisco.»
    Ora si aggrappa alla spalla e mi fa chinare il capo poi avvicina il suo viso al mio: «Dicevo: andiamo in un posto più tranquillo?»
    Alzo il pollice in segno di assenso e aggiungo quasi strillando: «Fai strada!»
    Con una disinvoltura sorprendente mi prende sottobraccio e, praticamente, mi trascina verso un tavolino.
    Durante i pochi secondi che ci separano da una zona meno rumorosa, ho l’occasione di osservarla. E’ vestita in modo appariscente: indossa stivali neri fin sotto il ginocchio, una minigonna rossa piuttosto aderente che fa risaltare le forme dei fianchi e del sedere, una magliettina a righe con scollatura ampia sulla schiena da cui si intravedono le spalline trasparenti del reggiseno.
    Quando arriviamo al primo tavolo libero, si gira verso di me e esclama: «Finalmente un po’ di calma».
    Rivolto verso il bancone, scorgo Luca che mi cerca mentre ci accomodiamo. Ha in mano due cocktail. Quando i nostri sguardi si incrociano riesco chiaramente a percepire la delusione che si dipinge sul suo volto illuminato dalle psichedeliche; un attimo dopo scuote il capo in segno di disappunto e torna sui suoi passi in direzione del resto della compagnia.
    Il volume della musica è decisamente meno assordante e ora posso sentire la ragazza senza alcuna difficoltà.
    «Ti stavo chiedendo: cosa fai tutto solo?»
    Mentre ci accomodiamo le osservo il viso: i lineamenti leggermente spigolosi contornati da una chioma bionda acconciata con due codini, forse un eccesso di trucco che la fa apparire più grande di quel che è realmente e infine due splendidi occhi che, con le luci soffuse della discoteca, mi pare scorgere castani.
    Tutto sommato una bella ragazzina… bella, ma pur sempre ragazzina.
    «Non sono solo. Gli amici sono in giro per il locale... e scusa ma non ho capito come ti chiami».
    «Non te l’ho detto, ma rimedio subito: piacere io sono Stefania ma puoi chiamarmi Stefy. E tu?»
    «Alberto… e ti rivolgo la stessa domanda: cosa ci fa una ragazza carina come te, sola in discoteca?»
    «Sono con una amica, ma deve essersi “imboscata” con qualche tipo… sai, siamo qui a “caccia”»
    Prendo un attimo di riflessione e poi, impacciato, provo a uscire dall’imbarazzo in cui mi ha gettato la sua ultima frase: «Stefy, sei molto disinvolta per la tua età.»
    «Disinvolta dici?» Fa spallucce: «E’ solo che ho voglia di divertirmi.»
    Con un sorriso pieno di intenzioni, aggiunge: «Non preoccuparti, sono maggiorenne… e penso che ti voglia divertire anche tu… o sbaglio?» E mi strizza l’occhio.
    Messo con le spalle al muro cerco di riprendere il controllo della situazione: «Sei bella, disinvolta e disinibita: potrei mai contraddirti?»
    Con una spudorata naturalezza controbatte: «E perché mai dovresti farlo?». Poi cambia completamente discorso manifestando apertamente di volere e avere lei il comando delle operazioni: «Cosa bevi?»
     «Moji…» non ho ancora finito la frase che si avventa sulla cannuccia e ne succhia un bel sorso.
    «Mhh, un po’ forte ma buono» dice.
    Poi mi sorprende ancora una volta. Mi prende per il colletto della camicia, mi attira a se e mi schiocca un bacio sulle labbra. Non percependo alcuna reazione da parte mia si stacca, mi guarda e, constatata la mia sorpresa, mi dà un altro bacio. La seconda volta la sua lingua calda si fa strada finché non incontra la mia che ricambia il tocco.
    Mentre sto cercando di stringerla a me, improvvisamente, il bacio si interrompe, Stefy riprende posto seduta al tavolino ed esclama: «La tua bocca ha il suo stesso sapore: un po’ forte, ma buono.»
    Come un adolescente alle prime armi, eccitato ed imbranato allo stesso tempo le chiedo: «Ne vuoi uno?»
    Lei prontamente risponde: «No, continuo a bere il tuo» e si fionda ancora una volta sulla cannuccia.
    Questa volta riesco a controbattere: «Ok, allora ne prendo un altro per me, aspettami qui.»
    Mentre mi sto alzando per andare al bar, la sua mano mi afferra il polso, la guardo e lei, con lo stesso sorriso disarmante di qualche minuto prima, mi lancia un’altra frecciata: «Vuoi bere ancora? Non credi che possiamo fare qualcosa di meglio… insieme?»
    Mi sento messo nel sacco. E’ possibile che una ragazzina poco più che maggiorenne riesca continuamente a mettere in imbarazzo un uomo di oltre dieci anni più grande? Anche se la situazione mi stuzzica parecchio le mie reazioni diventano sempre più impacciate. Mi riaccomodo, la guardo dritta negli occhi e le faccio la domanda più idiota che mi passa per la testa: «Cosa intendi?»
    Lei scoppia in una fragorosa risata, per nulla coperta dalla musica di bordopista che, nel frattempo, è aumentata di volume: «Mi piaci Alberto. Mi piacciono gli uomini come te: maturi, interessanti, padroni del mondo… ma appena qualcuna prende l’iniziativa e li aggredisce un po’ tirano fuori tutte le loro insicurezze…» poi scoppia un’altra risata.
    Cerco di giustificarmi in qualche modo ma lei riattacca: «No, no, non ti devi preoccupare… mi piaci così… sei tenero…». Si alza e si sporge verso di me, mi accarezza la guancia, poi attira il mio viso vicino al suo e mi bacia ancora, in modo più profondo, con più passione.
    In pochi secondi me la ritrovo in braccio, seduta sulle gambe. Mentre mi bacia continua ad accarezzarmi il volto, mentre l’altra mano prende la mia e se la poggia su una gamba nuda. Con un gesto quasi automatico inizio ad accarezzargli la coscia; lei si stacca dalla mia bocca e mi sussurra all’orecchio: «Visto che ci sai fare? Basta sciogliersi un po’». Poi riprende a baciarmi.
    I miei gesti si fanno più audaci. La mano risale la coscia finché il dorso tocca la stoffa della minigonna. Avanzo ancora. Ora le dita raggiungono l’orlo degli slip.
    «Ehi! Ti ricordo che siamo in un locale pubblico!»
    Istintivamente tento di ritrarre la mano, ma lei blocca il gesto sul nascere, poggiando la sua mano sulla mia e indirizzandola decisamente sulla sua intimità, coperta da quel sottile strato di cotone.
    Dura un istante. Un sospiro, poi riporta la mia mano qualche centimetro più in basso sulla gamba e sussurra: «Questo è il limite… o sei in macchina?»
    «Macchina… è parcheggiata qui fuori.»
    «E cosa aspettavi a dirmelo? Andiamo?»
    «Ok.»
    Ci alziamo. Lei si ricompone allisciando la mini con entrambe le mani, mi prende sottobraccio e ci avviamo verso il guardaroba.
    Giunti al bancone recupera una borsetta e un giubbotto leggero, io la giacca in fresco lana che mi riparerà dall’aria frizzante di questa notte di Ottobre.
    Raggiungiamo rapidamente l’uscita dove, finalmente, posso accendermi una sigaretta.
    Lei, ancora una volta irriverente, me la strappa dalle labbra, tira una lunga boccata ed esclama: «Ci voleva proprio.»
    «Certo che sei una bella tipa» quasi la rimprovero, ma lei imperterrita tira un’altra boccata e ribatte: «Ma ti piaccio così!» e mi fa l’occhiolino.
    Accendo un’altra sigaretta e rimaniamo indisturbati a fumare, illuminati dalla luce fioca di un lampione con il sottofondo della musica sorda proveniente dal locale.
     
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    Il romanzo "Cruore" è stato pubblicato il 2 Novembre 2016. Vi lascio il Capitolo 3 nella sua stesura finale. Ho seguito diversi consigli e la trasformazione è evidente. Questo è il mio ringraziamento per voi.
     
     
    La musica electro-house è assordante in tutti i 120 bpm che esplodono dalla cassa che si trova a pochi passi. La pista è affollata di personaggi variopinti che si muovono freneticamente cercando di seguirne il ritmo. I laser verdi e rossi bucano la densa coltre di fumo sospesa a metà tra pavimento e soffitto.
    Qualche amico è in pista a scatenarsi, ma il grosso della compagnia attende di essere servita davanti al bancone del bar.
    Con la musica che rimbomba nelle orecchie continuo a guardarmi intorno e a sorseggiare un mojito ghiacciato, appoggiato alla balaustra che separa l’area da ballo dagli innumerevoli tavolini che la circondano, occupati per lo più da improbabili coppie.
    Sullo sfondo, la console del dj è come sempre attorniata da un nugolo di ragazze che avanzano le richieste più disparate. Molte di loro rimarranno inascoltate, ma una, la più fortunata, vedrà il suo desiderio esaudito e l’artista non solo la farà salire in console ma, molto probabilmente, riuscirà a portarsela a letto a fine serata.
    Un lieve tocco sulla spalla mi fa sobbalzare. Istintivamente mi volto in direzione della presenza che sento al mio fianco.
    Una ragazzina mi sorride: «Ciao.»
    La guardo attonito e le rispondo: «Ciao.»
    «Cosa ci fa un bel ragazzo come te tutto solo?»
    Sento che chiede qualcosa, ma il frastuono mi impedisce di capire. Le faccio cenno che non riesco a sentirla.
    La ragazza alza la voce: «Ah ok. Andiamo in un posto più tranquillo?»
    È tutto inutile, il baccano è troppo forte.
    «Mi spiace» le rispondo. «Non capisco.»
    Ora si aggrappa alla spalla e mi fa chinare il capo, poi avvicina il suo viso al mio: «Dicevo: andiamo in un posto più tranquillo?»
    Alzo il pollice in segno di assenso e aggiungo strillando per farmi sentire: «Ti seguo!»
    Con una disinvoltura sorprendente mi prende sottobraccio e ci dirigiamo verso i tavolini.
    Durante i pochi secondi che ci separano da una zona meno rumorosa, ho l’occasione di osservarla. È vestita in modo appariscente: indossa stivali neri fin sotto il ginocchio, una minigonna rossa piuttosto aderente che fa risaltare le forme dei fianchi e del sedere, una magliettina a righe con scollatura ampia sulla schiena da cui si intravedono le spalline trasparenti del reggiseno.
    Quando arriviamo al primo tavolo libero, si gira verso di me ed esclama: «Finalmente un po’ di calma.»
    Mi volto verso il bancone e, mentre ci accomodiamo, scorgo Luca intento a cercarmi. Ha in mano due cocktail. Quando i nostri sguardi si incrociano, riesco chiaramente a percepire la delusione che si dipinge sul suo volto illuminato dalle psichedeliche; un attimo dopo scuote il capo in segno di disappunto e torna sui propri passi in direzione del resto della compagnia.
    Il volume della musica è decisamente meno assordante e ora posso sentire la ragazza senza alcuna difficoltà.
    «Ti stavo chiedendo: cosa fai tutto solo?»
    Le osservo il viso: i lineamenti leggermente spigolosi contornati da una chioma bionda acconciata con una frangia irriverente, forse un eccesso di trucco che la fa apparire più grande di quel che è realmente e infine due splendidi occhi che, con le luci soffuse della discoteca, mi pare scorgere castani.
    Tutto sommato una bella ragazzina… bella, ma pur sempre ragazzina.
    «Non sono solo. Gli amici sono in giro per il locale... e scusa, ma non ho capito come ti chiami.»
    «Non te l’ho detto, ma rimedio subito: piacere, io sono Stefania, ma puoi chiamarmi Stefy. E tu?»
    «Alberto… e ti rivolgo la stessa domanda: cosa ci fa una ragazza carina come te, sola in discoteca?»
    «Sono con un’amica, ma deve essersi “imboscata” con qualche tipo… sai, siamo qui a “caccia”.»
    La sua spontaneità mi mette in imbarazzo e provo a uscire dall’impaccio facendoglielo notare: «Stefy, sei molto disinvolta per la tua età.»
    «Disinvolta dici?» Fa spallucce: «È solo che ho voglia di divertirmi.»
    Con un sorriso pieno di intenzioni, aggiunge: «Riguardo all’età… non preoccuparti, sono maggiorenne… e penso che ti voglia divertire anche tu… o sbaglio?» Quindi ammicca sbarazzina.
    Messo con le spalle al muro cerco di riprendere il controllo della situazione: «Oltre che disinvolta sei anche molto carina: potrei mai contraddirti?»
    Con una spudorata naturalezza controbatte: «Perché mai dovresti farlo?» Poi cambia completamente discorso manifestando apertamente di volere e avere lei il comando delle operazioni: «Cosa bevi?»
    «Moji…» non ho ancora finito la frase che si avventa sulla cannuccia e ne succhia un bel sorso.
    «Mhh… un po’ forte, ma buono» dice.
    Poi mi sorprende ancora. Mi prende per il colletto della camicia, mi attira a sé e mi schiocca un bacio sulle labbra.
    Non percependo alcuna reazione da parte mia si stacca, mi guarda e, osservata la mia sorpresa, mi dà un altro bacio. La seconda volta la sua lingua calda si fa strada finché non incontra la mia che ricambia il tocco.
    Provo a stringerla tra le braccia, ma improvvisamente il bacio si interrompe, Stefy riprende posto seduta al tavolino ed esclama: «La tua bocca ha il suo stesso sapore: un po’ forte, ma buono.»
    Come un adolescente alle prime armi, eccitato e imbranato allo stesso tempo, le chiedo: «Ne vuoi uno?»
    Lei prontamente risponde: «No, continuo a bere il tuo» e si fionda ancora una volta sulla cannuccia.
    Questa volta riesco a controbattere: «Ok, allora ne prendo un altro per me, aspettami qui.»
    Mentre mi sto alzando per andare al bar, la sua mano mi afferra il polso, la guardo e lei, con lo stesso sorriso disarmante di qualche istante prima, mi lancia un’altra frecciata: «Vuoi bere ancora? Non credi che possiamo fare qualcosa di meglio… insieme?»
    Mi sento messo nel sacco. È possibile che una ragazzina poco più che maggiorenne riesca continuamente a mettere in imbarazzo un uomo di diversi anni più grande? Anche se la situazione mi stuzzica parecchio, ho la netta impressione che le mie reazioni diventino sempre più goffe. Mi riaccomodo, la guardo dritta negli occhi e le faccio la domanda più idiota che mi passa per la testa: «Cosa intendi?»
    Lei scoppia in una fragorosa risata, per nulla coperta dalla musica di bordopista che, nel frattempo, è aumentata di volume: «Mi piaci Alberto. Mi piacciono gli uomini come te: maturi, interessanti, padroni del mondo… ma appena qualcuna prende l’iniziativa e li aggredisce un po’, tirano fuori tutte le loro insicurezze…» poi scoppia in un’altra risata.
    Cerco di giustificarmi in qualche modo, ma lei riattacca: «No, no, non ti devi preoccupare… mi piaci così… sei tenero…» Si alza e si sporge verso di me, mi accarezza la guancia, poi attira il mio viso vicino al suo e mi bacia ancora, in modo più profondo, con più passione.
    «Andiamo a ballare!» esclama, lasciandomi appeso al bacio come un ebete. Mi prende la mano e, in men che non si dica, ci ritroviamo in mezzo alla pista.
    Il dj ha cambiato genere da qualche minuto: ora è decisamente passato a suonare revival anni novanta, la musica di quelli della mia età, il motivo per cui frequento ancora questi posti così chiassosi.
    Ci scateniamo su un paio di pezzi pop storici e su qualche digressione progressiva che parte dagli Snap e arriva fino ai Datura, finché il dj decide di sfoggiare uno dei pezzi più famosi di Robert Miles e, sull’attacco lento della canzone, appena le luci si abbassano, l’atmosfera che si respira in pista cambia completamente. Stefy si avvicina e mi abbraccia.
    Ricambio il gesto e lei, ancora una volta, mi tira verso di sé baciandomi appassionatamente.
    Un attimo prima che la velocità della canzone cambi e il ritmo progressivo inizi a martellare, Stefy mi sussurra all’orecchio: «Sarebbe il caso di spostarci da qui.»
    Senza attendere risposta, mi trascina letteralmente a bordopista e quindi a un tavolo.
    In pochi secondi me la ritrovo in braccio, seduta sulle gambe. Mi bacia e con una mano prende ad accarezzarmi il volto, mentre con l’altra prende la mia e se la poggia su una gamba nuda.
    Con un gesto quasi automatico inizio ad accarezzarle la coscia; lei si stacca dalla mia bocca e mi stuzzica sussurrando: «Visto che ci sai fare? Basta sciogliersi un po’.» Poi riprende a baciarmi.
    I miei gesti si fanno più audaci. La mano risale la coscia finché il dorso tocca la stoffa della minigonna. Avanzo ancora. Ora le dita raggiungono l’orlo degli slip.
    «Ehi! Ti ricordo che siamo in un locale pubblico!»
    Istintivamente tento di ritrarre la mano, ma lei blocca il gesto sul nascere, poggiando la sua mano sulla mia e indirizzandola decisamente verso la sua intimità, coperta da un sottile strato di cotone.
    Dura un istante. Un sospiro, poi riporta la mia mano qualche centimetro più in basso sulla gamba e mi dice: «Questo è il limite… o sei in macchina?»
    «Macchina… è parcheggiata qui fuori.»
    «E cosa aspettavi a dirmelo? Andiamo?»
    «Ok.»
    Ci alziamo. Lei si ricompone lisciando la mini con entrambe le mani, mi prende sottobraccio e ci avviamo verso il guardaroba.
    Lì prendiamo la borsetta e il suo giubbotto leggero, mentre io recupero la giacca in fresco lana che mi riparerà dall’aria frizzante di questa notte di ottobre.
    Raggiungiamo rapidamente l’uscita dove, finalmente, posso accendermi una sigaretta.
    Lei, sfacciata per l’ennesima volta, me la strappa dalle labbra, tira una lunga boccata ed esclama: «Ci voleva proprio.»
    «Certo che sei proprio un bel tipo» quasi la rimprovero. Lei, imperterrita, tira un’altra boccata e ribatte: «Ma ti piaccio così!» e ammicca un’altra volta, in modo simpatico e irriverente.
    Accendo un’altra sigaretta e rimaniamo indisturbati a fumare, illuminati dalla luce fioca di un lampione, con il sottofondo della musica sorda proveniente dal locale.
     
     
     
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    COME TUTTO EBBE INIZIO
     
    Berlino, 1 settembre 2059, Palazzo del Reichstag, un tempo sede della Bundestag (Parlamento Federale Tedesco).
     
    Alberich Richter, giovane segretario del ministro della giustizia del Länd, riceve l’incarico di riesaminare i documenti storici in possesso degli archivi di stato di Koblenz. Richter ha il difficile compito di valutare, in conformità a quei documenti, gli avvenimenti che portarono, il 30 aprile del 1945, alla scomparsa del Führer, Adolf Hitler.
     
    Nell’ambito del Rapporto Brandt, Alberich Richter inizia le sue ricerche che presto lo conducono presso la sede della Corte Suprema Tedesca, in passato IMT (Tribunale Militare Internazionale).
     
    Lo scopo d’indagare su quegli avvenimenti nasce dalla necessità di valutare l’eventuale presenza in vita di discendenti diretti del Führer.
     
    Richter è affiancato da un suo uomo fidato che, come da lui richiesto e con il sostegno del ministro, ottiene di avere al suo diretto comando. Adrian Schwarz, amico d’infanzia di Richter, ha il compito di esaminare la documentazione scientifica di carattere medico, mentre a Richter spetta la visione degli atti a carico dell’imputato Martin Bormann, condannato a morte per crimini di guerra. Bormann come il dottor Josef  Mengele, riuscì a scappare e il suo cadavere fu rinvenuto solo più tardi nel 1972.
     

    Martin Bormann, si unisce al Partito Nazionalsocialista nel 1922, diventa membro del personale del Comando Supremo del Reparto d’Assalto 1928-1930, responsabile del Fondo di aiuto del partito, diviene Reichsleiter dal 1933 al 1945. Dal 1933-1941 al comando del capo di stato Maggiore presso l'Ufficio del vice del Führer, ancora capo della cancelleria del partito, il 12 aprile 1943, ottiene un ruolo di fiducia come segretario del Führer.
     
     
    Bormann come segretario del Führer, insieme al dottor Mengele, è ritenuto il custode del vero destino di Adolf Hitler.
     
    Josef Mengele, medico e militare tedesco, si laurea in antropologia presso l’Università di Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e in medicina alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte. Noto per gli esperimenti medici e di eugenetica che svolse nel campo di concentramento di Auschwitz, usando i deportati, bambini compresi, come cavie umane.

    Richter e il suo amico Schwarz devono mettersi sulle tracce lasciate da Bormann e Mengele. Nel periodo della loro latitanza hanno avuto modo di custodire, con altri membri della cancelleria del Führer, le vere sorti di Adolf Hitler.
     
    I due giovani, dato il tempo trascorso, hanno ben chiaro l’arduo compito loro assegnato e sono altrettanto consapevoli che il buon esito di tali indagini sarà determinante per la loro carriera.
     
    Richter fisicamente ricorda molto Mengele, alto, fisico filiforme e ben strutturato, ma a differenza di quest’ultimo non ha competenze scientifiche, ma sa di poter contare sull’amico. I due giovani, che hanno vissuto lontani dalla guerra, hanno fatto entrambi studi approfonditi sull’argomento, ognuno per le proprie competenze.
     
    Il giovane Schwarz, pur avendo la stessa età di Richter, è di salute più cagionevole e passa molto del suo tempo nel suo appartamento. Non ha grandi doti investigative, al contrario di Richter, ma è molto metodico e meticoloso. Lui usa uno schema mentale ben preciso per approcciarsi allo studio. Il suo appartamento di Berlino gli è stato assegnato circa cinque mesi prima, direttamente dagli uffici del Ministro, come per Richter che vive poco lontano.
     
    Un piccolo appartamento che in breve tempo ha saputo organizzare secondo le sue necessità. Un modesto ingresso arredato con lo stretto necessario e un corridoio che conduce a sinistra alla piccola stanza da letto. La scelta di quella soluzione è strettamente legata all’esigenza di dedicare la stanza più grande, quella posta sulla destra, alla funzione di studio, dove passa gran parte del suo tempo quando non è alla ricerca di nuovi documenti.
    Proseguendo lungo il corridoio, arredato sempre con stile minimalista, si arriva, attraverso la prima porta immediatamente dopo la stanza da letto, a un piccolo bagno per arrivare infine alla cucina pensata in quella posizione ancor prima del suo arrivo.
     
    Il suo approccio allo studio gli impone la necessità di ampi spazi da dedicare al suo lavoro. Ha l’abitudine, infatti, di sfruttare lunghe pareti per appendere, secondo un suo ordine ben preciso, tutti quei documenti che lui ritiene decisivi per lo svolgimento del suo compito.
     
    A tale scopo ha chiesto e ottenuto di far rivestire quelle pareti da fogli di legno, questi gli consentono di fissare agevolmente qualsiasi documento con l’uso di puntine da disegno colorate. I colori, per il giovane medico, sono di notevole importanza per l’applicazione del suo metodo. Ha l’abitudine, infatti, di attribuire a ogni colore uno specifico significato.
     
    Detesta far uso del computer, se non per stilare i rapporti da sottoporre all’attenzione di Richter. A tale scopo utilizza uno SW-TB che gli è stato fornito dal Ministero. Si tratta di un modello datato e non rappresenta certo l’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia ma è esattamente quanto da lui richiesto dato che ne utilizzava uno simili durante i suoi studi universitari.
     
    22 febbraio, ore 9:30
     
    Driiin…Driiin! Squilla il telefono. Schwarz lo ignora, mentre continua nel lavoro di riordino. Driiin…Driiin! Ancora quel telefono. Finalmente dopo il quinto squillo decide di abbandonare lo studio per raggiungere l’ingresso, e preso il telefono: «Chi è? » Chiede con tono irritato.
    «Alla buonora! Chi vuoi che sia!»
    «Richter? Scusa, ma ero preso dal lavoro di riordino», risponde Schwarz che dopo una breve esitazione si ricompone.
    «Ok! Non importa! Senti ho un documento molto importante che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto», continua Richter.
    «Puoi portarmelo quando credi», risponde Schwarz, dando tutta la sua disponibilità.
    «Meglio di no, ci vediamo a casa mia diciamo tra mezzora», termina Richter riagganciando il telefono.
     
    Schwarz senza esitare afferra il suo vecchio soprabito appeso accanto alla porta d’ingresso ed esce mentre si avvolge la sciarpa che estrae dalla tasca. Si avvia a piedi percorrendo il viale alberato che conduce all’appartamento di Richter mentre inizia a pensare al motivo di quell’urgenza: “Perché Richter ha preferito incontrarmi nel suo appartamento? In fin dei conti il mio non dista che pochi minuti dal suo.”
     
    Schwarz ha la necessità di avere una risposta per ogni domanda che lo assilla e questo spesso diventa per lui motivo di turbamento.
     
    Dopo numerose domande, alle quali non riesce a dare alcuna risposta, affretta il passo per raggiungerlo prima possibile. Giunto sul posto guarda il suo vecchio orologio, antiquato come tutta la tecnologia di cui si circonda, e si rende conto di essere arrivato in largo anticipo.
     
    Per ripararsi dal forte vento che perversa sulla città, entra in un caffè proprio di fronte all’appartamento dell’amico, si guarda in torno come a cercare qualcuno, poi, dopo un attimo di attesa, volge lo sguardo verso i tavoli addossati alla vetrata e siede in posizione tale da potersi assicurare una completa visione dell’appartamento dell’amico.
     
    «Il signore prende qualcosa?», chiede un giovane cameriere, ma Schwarz è troppo assorto nei suoi pensieri per aver sentito.
    «Chiedo scusa, Signore! Vuole prendere un caffè?», insiste il giovane con modi garbati ma con voce più decisa.
     
    Schwarz, senza degnarlo di uno sguardo, alza la mano come a chiedere di attendere. Il ragazzo, confuso da quel gesto, resta ammutolito ed inizia ad osservare fuori dalla vetrata, nella stessa direzione, senza però capire esattamente cosa cercare.
     
    «Chiedo scusa, Signore! Ha deciso cosa prendere?», riprova il giovane.
    «Mi porti una tazza di the!», risponde finalmente Schwarz senza distogliere lo sguardo dall’appartamento.
     
    In quel momento arriva un’auto di colore nero, sembra un modello di altri tempi, ricorda vagamente una di quelle utilizzate in Germania nella metà degli anni cinquanta. Scorge dal finestrino oscurato la sagoma di un uomo che all’apparenza sembra proprio l’amico.
     
    Dopo pochi secondi quell’uomo scende dall’auto e Schwarz capisce che si tratta proprio di Richter. Si alza di scatto, si assicura la sciarpa attorno al collo e si avvia per raggiungerlo.
     
    «Mi scusi Signore, il suo the!», dice il cameriere con voce disfonica e tono sconcertato, mentre Schwarz, ormai di spalle, ha già guadagnato l’uscita.
     
    Prima con passi lunghi, poi accennando una corsa, si dirige verso l’amico cercando di anticipare il suo ingresso in casa.
     
    «Richter! Richter!», gli urla per attirare la sua attenzione, «Richter!» insiste, rendendosi conto che l’amico non ha ancora avvertito la sua presenza.
    Richter sta per chiudere la porta dietro di se, quando Schwarz con un ultimo slancio riesce a frapporre il piede tra la stessa e il battente.
     
    «Schwarz?», chiede Richter rivolgendosi all’amico, «Non pensavo che tu fossi già qui», aggiunge stupito, da quella veloce apparizione.
    «No… e che appena ricevuto la tua telefonata ho deciso di raggiungerti», cerca di spiegare, «Non importa! Comunque… ero al bar di fronte in attesa del tuo arrivo.»
    «Bene Schwarz. Molto bene! Entra ho tante cose da chiederti.»
     
    Mentre attraversano la hall, di quella che era stata l’ambasciata romena fino al 2028, Richter detta il ritmo spingendo Schwarz a compiere passi molto più ampi di quanto non facesse solitamente e raggiunto l’ascensore ne blocca la porta.
     
    «Su… dai Schwarz… ancora uno sforzo», gli dice accennando un sorriso come a volerlo sostenere in quella strana falcata.
    «Eccomi!», risponde Schwarz contraccambiando il sorriso, «Vedo che sei particolarmente eccitato!», aggiunge, mentre riprende fiato.
     
    Schwarz si accinge a selezionare il pulsante del terzo piano.
     
    «No Schwarz! Non il terzo», dice Richter mentre gli afferra la mano per guidarla verso il pulsante che conduce al quinto, «Il quinto Schwarz è lì che dobbiamo andare.», ancora con quel sorriso, «Un panorama mozzafiato! E’ fantastico! Molto più luminoso… ma non voglio toglierti la sorpresa vedrai che spettacolo», aggiunge, mentre Schwarz ascolta sorpreso e divertito per quello stravagante entusiasmo.
     
    «Ci siamo! Dimmi cosa ne pensi», annuncia, mentre la porta si apre. Un luminoso salone con ampie vetrate lasciano scorgere sulla destra la cupola della Bundestag e a sinistra il simbolo stesso della Germania, la quadriga trainata dai quattro cavalli della Porta di Brandeburgo, sempre viva nel suo splendore come dal restauro del 1958.
     
    «Una vista mozzafiato! Vero?», chiede Richter che ha già letto negli occhi dell’amico la risposta.
    «Aspetta di vedere il resto!», anticipa a Schwarz ancora ammutolito dalla visione di quello scorcio di storia.
     
    Vedendo l’amico ancora immobilizzato davanti a tanto spettacolo lo afferra per i fianchi e, quasi accennando un passo di danza, lo dirige verso una delle tante porte che circondano il salone, poi, con un altro movimento altrettanto leggiadro, si frappone tra l’amico e la porta per aprirla.
     
    «Wow!», finalmente Schwarz accenna il primo segno di ripresa. Una stanza immensa gli si apre davanti. I suoi occhi iniziano a luccicare come un bambino davanti alle caramelle. Sulla destra riesce a contare sette o forse otto schedari, mentre sulla parete opposta, interamente rivestita di legno, centinaia di puntine colorate già appese. Al centro un tavolo stretto e lungo, poi ancora una lavagna e in parte all’ampia finestra una scrivania con un computer dello stesso modello del suo. Solo a quel punto Schwarz, come risvegliato dalla percezione di una nota stonata, muta quello sguardo dal bambino esterrefatto nell’adulto perplesso e dubbioso qual era normalmente.
     
    «Richter… Tu con quel vecchio computer?»
    «Non vedo la tua poltrona!», aggiunge, mentre l’amico continua con un sorriso sempre più espansivo, «Come fai senza la tua poltrona quando hai bisogno di pensare?», insiste Schwarz, come a pretendere una spiegazione.
     
    «Possibile che tu non abbia ancora capito?», risponde Richter che con un’elegante rotazione del braccio guida lo sguardo dell’amico verso la parete ricoperta di puntine.
    In quel momento Schwarz, ritornato tra i ranghi e riacquistata la giusta lucidità, si accorge della disposizione non casuale delle puntine che in realtà compongono la parola: willkommen (Benvenuto).
     
    «Ok! Non dire nulla! Consideralo come un mio regalo personale!», aggiunge Richter, nel tentativo di indurgli una reazione.
     
    «Perché? Perché tutto questo. Non ho chiesto nulla di simile.», finalmente la prima frase di senso compiuto pronunciata da Schwarz.
    «Mi chiedi perché?», dice Richter. Rendendosi conto di aver risvegliato l’orgoglio dell’amico, aggiunge: «La risposta è molto semplice. Ho bisogno della tua massima efficienza su questo caso. Ho bisogno della tua presenza costante e questa perché sia chiaro non è una proposta ma un ordine mio caro amico.»
     
    «I miei documenti? Le mie cose?» chiede l’amico.
    «Schwarz mi deludi… potrei mai aver trascurato questo piccolo dettaglio? Mentre noi siamo qui a parlare due miei uomini sono già nel tuo appartamento per prenderti tutto il necessario. Non dovrai preoccuparti di nulla. Potrai concentrarti solo sul nostro lavoro e sulla nostra carriera.»
     
    Dopo quella lunga spiegazione, ricordando le parole di Richter, a Schwarz torna in mente il vero motivo della sua presenza in quell’appartamento:
     
    “…ho un documento, molto importante, che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto…”
     
    «Allora il documento che mi volevi sottoporre era solo un diversivo?», chiede l’amico sorridendo.
     
    «No mio caro amico quello esiste.», risponde Richter sfilando dalla sua valigetta un foglio ingiallito dai bordi frastagliati, «Volevo riservartelo come ciliegina sulla torta», aggiunge facendo l’occhiolino.
     
    E’ evidente che si tratta di un vecchio documento e questa non è una grande novità rispetto alla documentazione già in suo possesso.
     
    «Fai vedere!», dice Schwarz, sfilando il documento dalle mani dell’amico, che dopo una rapida occhiata, aggiunge:
    «Ma… questo è…»
    «Sì Schwarz, il referto medico legale. E’ proprio quello che stavamo cercando! Ora, se non ho capito male, il documento conferma, sulla base del calco dentale, che l’uomo rinvenuto nel 1972, tra le macerie di Berlino Sud, è sicuramente Martin Bormann.», aggiunge Richter.
     
    «Ma l’esame dello stato di decomposizione del cadavere non è compatibile con la presunta morte avvenuta nel 1945. Inoltre, il terriccio, di cui era ricoperto il cadavere, fu dichiarato incompatibile con il suolo berlinese ma perfettamente conciliabile con quello sud’americano.», completa Schwarz.
    «Quindi, se da un lato l’esame condotto nel 1998 sul DNA conferma la sua identità, questo documento dimostra che quel cadavere, pur essendo quello di Bormann, è stato collocato tra quelle macerie solo molti anni dopo.»
    «Esatto Richter, esatto!», conferma Schwarz.
    In quel momento però il giovane medico è assalito da un dubbio:
     
    “Questo è il documento che sembrava andato perduto per sempre! Il frammento custodito tra i miei incartamenti è quindi un falso! Eppure la datazione al carbonio 14 ne conferma la sua autenticità”, pensa Schwarz.
     
    «Ho l’atroce dubbio che il documento da te rinvenuto sia un falso dato che quello in mio possesso, se pur parziale, è riconducibile con certezza al periodo di quell’esame», dice esternando il suo dubbio all’amico.
     
    La risposta di Richter arriva con un semplice sorriso.
     
    “Perché quella smorfia?”, pensa Schwarz vedendo che l’amico non sembra per nulla sorpreso da quella considerazione.
     
    «Schwarz! Mio caro e fedele amico non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità. Ora non chiedermi come l’ho avuto ma ti prego di fidarti.»
     
    «Ma il frammento in nostro possesso è autentico», controbatte Schwarz.
     
    «Non ho mai detto che non lo sia ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo, mio caro amico», risponde Richter impugnando il referto per portarlo alla sua attenzione.
     
    «Ti chiedo solo di aver fiducia… Comunque ora è arrivato il momento di festeggiare per il tuo trasferimento», conclude cercando di deviare bruscamente il discorso. In quel momento arrivano i due uomini incaricati di prelevare i documenti e gli oggetti personali di Schwarz. Richter li invita a depositarli all’ingresso.
     
    «Fate attenzione! Maledizione!», sbotta Schwarz davanti ai due uomini, mentre con poca delicatezza lasciano cadere, incuranti del loro valore, i vari incartamenti.
     
    «Si tratta di documenti molto datati quanto delicati, signori!», ammonisce, ricomponendosi immediatamente dopo.
    «Bene Schwarz, forse è il caso di rinviare i festeggiamenti a dopo. Credo che tu abbia voglia di riordinare tutte le tu cose.», suggerisce Richter comprendendo le necessità del suo amico.
     
    «Credo sia il caso.», conferma Schwarz.
     
    «Ah… dimenticavo, lascerò a te il piacere di scoprire il resto della casa.», dice Richter congedandosi per lasciare tranquillo il suo amico.
    Schwarz è intento a mettere ordine e nel frattempo gli da le spalle, si volta e scorge la figura dell’amico dall’ultimo spiraglio della porta dell’ascensore quasi completamente chiusa. Senza dir nulla lo saluta con un solo gesto della mano. Rimasto solo nel suo nuovo appartamento inizia ad appendere con la solita precisione ogni documento.
     
    Centinaia di documenti: rapporti, lettere, ordini e referti, tutti scrupolosamente ordinati secondo un colore e nella giusta sequenza cronologica. Il rosso, per Schwarz, identifica la corrispondenza privata del Führer, l’arancio quella con le alte cariche dello stato e con il blu assicura tutti gli ordini impartiti durante le ultime fasi della guerra. Le ore passano e quelle ampie vetrate garantiscono ancora la luce sufficiente per proseguire il suo lavoro. Nonostante la stanchezza per quella giornata, così ricca di emozioni, il medico continua, continua, perché in realtà tra tutti i documenti che gli passano tra le mani ancora non ha trovato il frammento più importante, quello sul rinvenimento di Bormann. Ora che l’ultima puntina di colore verde è stata usata di quel suo frammento nessuna traccia. Con gli occhi rossi quasi fuori dalle orbite e con il battito del cuore che copre ogni altro rumore di fondo inizia a ribaltare tutte le scatole trasportate dai due uomini. Nulla! Quel documento sembra svanito. Solo dopo aver passato in rassegna ogni possibile angolo del salone e dello studio apre l’ascensore con la speranza di ritrovarlo. Nulla! Anche nell’ascensore nulla. Afferra le chiavi del suo vecchio appartamento e al pari di un segugio senza rendersene conto si ritrova per strada senza il soprabito e senza la sua sciarpa. Neanche il forte vento distoglie il suo sguardo che accompagna ogni suo passo alla ricerca di quel referto. Pochi minuti dopo si ritrova davanti alla porta del suo vecchio appartamento, la apre e sempre con lo sguardo rivolto a terra ne ripercorre tutto il perimetro con la speranza di vederlo spuntare fuori da un momento all’altro. Nulla! Niente di niente, non un solo documento, non una sola puntina.
     
    Esausto con la schiena poggiata al muro si lascia scivolare per terra e portate le mani tra i capelli chiude gli occhi e cerca di imporre al suo cuore un ritmo più tollerabile per la sua salute. Inizia a riflettere e si rende conto che in tutti quei minuti ha privato la sua mente di ogni spunto di razionalità necessaria per di ricostruire l’accaduto.
     
    Conclude che la scomparsa di quel documento può essere imputata solo ai due uomini incaricati da Richter per il trasloco. Si porta al telefono del suo piccolo ingresso e compone il numero dell’amico.
     
    «Schwarz?», risponde Richter, mentre lui e troppo esausto per riuscire a far sentire la sua voce.
    «Schwarz? Sei tu?», chiede Richter, «Dannazione Schwarz. Che ci fai nel tuo vecchio appartamento? Perché non rispondi?»
    «Richter… sì sono io», risponde finalmente Schwarz che è riuscito a domare il suo cuore.
    «Cos’hai amico? Parla dannazione!»
    «Il frammento... Il frammento è andato perduto.»
    «Ora fai un lungo respiro e rimani tranquillo. Quello stupido frammento non ha più alcun valore, ora abbiamo la versione completa di quel referto.»
    «Bene Richter farò come dici tu. E’ il caso che ritorni a casa. Ho proprio bisogno di una lunga dormita.»
    «Giusto Schwarz. Ora hai solo bisogno di riposo.»
     
    Dopo aver riagganciato il nostro medico si dirige verso casa ripercorrendo lo stesso viale che lo ha condotto lì. Ora però non c’è più il battito accelerato del suo cuore a stemperare il freddo di quel vento che gli penetra il corpo. Giunto al nuovo appartamento si accorge di non averne le chiavi e troppo infreddolito decide di recarsi al bar di fronte per prendere quel the che aveva dimenticato di bere al mattino. Entrato nel locale si guarda attorno poi si dirige verso un tavolo d’angolo, si siede e alza una mano come a indicare che vuole ordinare qualcosa. Gli si avvicina lo stesso cameriere del mattino, Schwarz lo guarda ma senza riconoscerlo.
     
    «Posso portarle un the Signore?»
    «Sì! Ben caldo per favore.»
    «Signor Schwarz?», chiede il ragazzo.
    «Come sa il mio nome?»
    «Il Dottor Richter mi ha anticipato che sarebbe arrivato per ordinare un the e mi ha pregato di lasciarle questo soprabito», spiega il ragazzo.
    Il nostro medico ormai ha imparato a non sorprendersi di nulla quando c’è di mezzo il suo amico e non prova neanche a voler comprendere come avesse fatto a capire che sarebbe passato da quel bar. Afferra il suo soprabito, ringraziando il ragazzo, poi nell’estrarre la sciarpa della tasca nota le chiavi del nuovo appartamento e un sorriso sfugge dal suo viso.
    Il ragazzo si allontana per preparare il the mentre Schwarz afferrato le chiavi si volta per osservare l’ingresso del suo nuovo appartamento e attraverso la vetrata nota nuovamente l’auto nera che aveva visto al mattino.
     
    «Signore il suo the.»
     
    Distolto dalla voce del ragazzo Schwarz si volta un istante per poi riportare la sua attenzione verso quell’auto che nel frattempo è già scomparsa. Stanco e infreddolito prende la tazza con entrambe le mani per scaldarle. Inizia a sorseggiare lentamente il suo the per godere di ogni singola goccia che, ad una a una, inizia a calmare il suo corpo.
     
    Alza nuovamente la mano per richiamare l’attenzione del ragazzo che in un istante gli si avvicina.
    «Desidera altro Signore?»
    «Solo il conto grazie e aggiunga il the che ho ordinato stamane.»
    «Ha già provveduto a tutto il dottor Richter.»
     
    Schwarz senza dire parola fa un cenno con la testa, si alza, impugna il mazzo di chiavi e si avvia verso l’appartamento. Attraversa la strada apre la porta, entra e si dirige verso l’ascensore che lo conduce al quinto piano. Arrivato si guarda attorno alla ricerca di una camera da letto, apre una delle porte rimaste ancore chiuse e la trova. E’ esattamente come aveva sperato che fosse, piccola, accogliente e con il giusto numero di mobili. Da quella stanza si accede direttamente al bagno anch’esso, seppur più ampio del previsto, arredato in stile moderno ma minimalista. Si reca nel salone decidendo che non era il caso in quel momento di guardare altro di quell’appartamento. Prende le sue valige, ritorna in camera, le poggia sullo scrittoio presente accanto all’armadio e inizia con lenti movimenti a riporre ogni indumento al suo posto. Come se conoscesse l’esatta posizione di ogni cosa si volta per raggiungere un armadietto più stretto in cui depone gli asciugamani, mentre, immediatamente accanto, in uno dei cassetti dispone in ordine i calzini, in un altro i boxer, poi ancora in un altro le cravatte e così per tutto il resto.
     
    In quel momento Schwarz ha come l’impressione di aver vissuto da sempre in quell’appartamento.
     
    Inizia a far scorre l’acqua della doccia in attesa che raggiunga la giusta temperatura. La doccia per Schwarz rappresenta uno dei pochi rituali che il giovane medico si concede durante la giornata per la cura del suo corpo. Entrato in doccia sosta immobile sotto il getto d’acqua bollente e solo quando i suoi capelli sono pregni d’acqua inizia a frizionarli con il solito shampoo che lui stesso prepara. Un composto a base di bicarbonato di sodio e aceto in parti uguali al quale aggiunge il doppio in acqua e alcune gocce di olio essenziale. Terminato con i capelli passa al resto del corpo per il quale utilizza un altro suo preparato a base di polvere di avena e glicerina. La necessita quasi maniacale di ripulire il suo corpo è come una sorta di purificazione che lui ritiene avere dei benefici anche per la mente. Al termine procede, completamente immobile, per altri due minuti con quella che lui definisce “doccia di contrasto” alternando getti di acqua calda e fredda. Quest’ultimo atto è per il nostro medico di fondamentale importanza per un’azione rinvigorente attraverso la quale, riattiva le sue difese immunitarie e la circolazione sanguigna, rinforza il sistema nervoso e tonifica la muscolatura. In sostanza si tratta di una sorta di palestra passiva con gli stessi benefici ma senza alcuno sforzo.
     
    Termina la sua doccia si asciuga frizionando molto bene i capelli per poi passare al resto del corpo. Al termine si avvia verso la stanza da letto lasciando cadere l’asciugamano in un cesto collocato esattamente lì dove doveva essere.
    Abbandonato tra quelle lenzuola, al caldo di un morbido piumino, inizia a pensare a quella lunga giornata ripercorrendone tutti i momenti fondamentali e come in un puzzle tenta di riordinare tutti quei tasselli che lasciano troppe domande in sospeso.
     
    Ora molti pensieri tornano alla sua mente le stesse frasi di Richter risuonano chiare in ordine sparso:
     
    “…non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità.”
     
    “Quello stupido frammento non ha più alcun valore…”
     
    “Non ti ho mai detto che lo stralcio di quel referto non sia autentico ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo…”, pensa cercando di scrutare nella sua mente l’immagine del volto di Richter.
    Il citofono suona ripetutamente e risvegliato da quel suono si accorge di essersi addormentato.
     
    Si alza e indossata la sua vestaglia si dirige nel salone già completamente illuminato dalle luci del giorno.
     
    «Dormito bene?», sente Schwarz mentre osserva il suo amico sul piccolo monitor.
    «Direi proprio di sì Richter. Ti aspetto su», risponde invitandolo a salire.
    «Fai con calma ti aspetto nel bar di fronte», dice Richter che sembra essere già sveglio da molto più tempo. «Immagino che ti sia appena svegliato», aggiunge.
    «Certo Richter dammi il tempo di rivestirmi e ti raggiungo.»
     
    Ore 8:15, Schwarz giunto al bar entra e si avvia verso Richter. Un individuo di fronte a se procede nella direzione opposta alla sua. L’uomo indossa un cappotto grigio e sul capo un borsalino dello stesso colore che mette in ombra il suo viso. Le scarpe di pelle nera, al ritmo dei suoi passi, emettono un suono come di suole rinforzate da metallo. Nel punto in cui quasi si affiancano ruotano leggermente la testa, ognuno nella direzione dell’altro, fino a incrociare gli sguardi. Dopo aver oltrepassato quel punto, Schwarz ritorna con la sua attenzione su Richter che è intento a bere un caffè mentre sfoglia un giornale.  
    «Novità, Richter?»
    «Ciao Schwarz. Siedi! Prendi qualcosa!»
    «Il mio solito the grazie.»
    «Sebastian!» Richter chiama il giovane cameriere, «un the, fette biscottate e marmellata di mirtilli, per il mio amico per favore», ordina al giovane.
    «Certo dottor Richter!», risponde Sebastian.
    «Novità? Mi chiedi se ho delle novità Schwarz?», dice all’amico che, senza attendere la risposta, aggiunge: «Abbiamo molte novità Schwarz ma in questo momento i miei pensieri sono rivolti all’incontro con il Ministro che si terrà tra dieci giorni.»
    «A tal proposito ho bisogno che tu metta in relazione la latitanza in Sud America di Bormann con quella di Mengele. Nel Pomeriggio ti farò pervenire i documenti riguardanti gli studi di eugenetica condotti da Mengele sotto il falso nome di Helmut Gregor. Tra i vari documenti troverai anche un estratto anagrafico del Comune di Termento, si tratta di un piccolo paese italiano del Trentino. Il Comune è noto per aver prodotto numerosi documenti d’identità falsi favorendo la fuga di molti nazisti», continua Richter, mentre Schwarz beve il suo the ascoltandolo.
    «E’ importante che tu riesca a tradurre in modo comprensibile i risultati di quegli studi e che tu metta in relazione questi con Bormann che nei vari documenti di Mengele è citato con il nome di Padre Agustín von Lembach. Avrebbe avuto un ruolo fondamentale negli esperimenti condotti, poiché, con la copertura della sua falsa identità aveva accesso agli archivi dei bambini orfani di madre e padre ospiti nella comunità redentorista con sede in Argentina a La Paz che è una città della provincia di Entre Ríos. I bambini prelevati erano usati negli esperimenti condotti da Mengele certo che nessuno li avrebbe mai reclamati.» Schwarz continua ad ascoltare l’amico affascinato, come sempre, dalla sua abilità investigativa.
     
    Richter richiama nuovamente Sebastian chiedendo un altro caffè.
    «Ricorda Schwarz che il Ministro è tanto interessato alla ricerca di un eventuale discendente del Führer quanto agli studi di eugenetica condotti dal dottor Mengele,» puntualizza Richter all’amico.
    «E’ ora che io vada. Sarò fuori Berlino per cinque giorni e non dimenticare che la relazione dovrà pervenirmi prima dell’incontro con il Ministro», conclude Richter impugnando la sua valigetta, mentre già in piedi termina, senza gustarlo, il suo caffè e salutato l’amico si porta rapidamente verso l’uscita.
     
    Richter, nella sua abile capacità espositiva, rivela sempre un alone di mistero e Schwarz sa che non deve chiedere più di ciò che gli è riferito. Ma non può fare a meno di domandarsi come faccia ad avere accesso a tutte quelle informazioni e come riesca a produrre quei documenti che in più di ottant’anni molti hanno cercato di ottenere.
     
    Ora il medico rimasto solo, seduto a quel tavolo, chiama il giovane Sebastian per chiedere il conto e scopre che l’amico l’ha preceduto, ma in fondo non se ne stupisce.
    Mi chiamo Carlo DeLorean e sono qui per raccontare cosa mi è accaduto nel ferragosto di due anni fa.
    Il quattordici ho ricevuto, via raccomandata espresso, una busta gialla spedita dal notaio Luigi Apolloni di Roccamaggiore. 
    Incuriosito, ho aperto il plico e ho scoperto che un mio lontano parente mi aveva lasciato in eredità un castello. Mi sono messo a ridere, ho pensato a una delle solite truffe, comunque ho contattato un amico avvocato per un parere e lui, fatte tutte le ricerche del caso, mi ha assicurato che il defunto era il legittimo proprietario del castello e il lascito assolutamente legale.
    In Google map  ho visto che si trattava di una piccola rocca situata alla sommità di un altipiano a picco sul Tirreno, a circa trecento chilometri da casa mia.
    La curiosità montava insieme all'odore persistente della presa per i fondelli.
     
    Prima di accettare l'improvvisa eredità, ho deciso di andare a vederla, così ho organizzato il viaggio e il navigatore mi ha condotto a destinazione senza problemi. 
    Mi sono ritrovato alla sommità di un dirupo battuto dal vento, accanto a un cumulo di macerie invaso da erbacce e con la sola compagnia di una nutrita colonia di gabbiani.
    C'era ancora luce, così decisi di esaminare i ruderi.

    A un primo esame non avevo trovato aperture, ma poi, spostando un grande cespuglio di ginepro fenicio sporto sulla falesia, ho scoperto un varco e con il coraggio degli incoscienti sono entrato. Un piccolo spazio conduceva a una galleria in lieve discesa. Senza esitazioni ho acceso la torcia e ho cominciato a scendere; procedevo come un automa, guidato da una forza che non sapevo di avere. Ad un tratto la discesa è diventata una scala con gradini di pietra bianca che mi ha condotto  in una grande sala rotonda. 
    La luce della luna pioveva da una feritoia e cadeva su un enorme leggio che sorreggeva un libro chiuso, rilegato in cuoio e trattenuto lungo la costola e agli angoli da un metallo lucidissimo sul quale erano incastonate pietre colorate. 
    Stavo vivendo dentro un miracolo. Ho spento la torcia e mi sono avvicinato al libro trattenendo il respiro.
    Le grandi pagine non avevano scritte, ma immagini vivide, in 3D. Mostravano avvenimenti passati, ambienti, persone ed eroi appartenenti alla nostra Storia. Sfogliavo incantato, tutto era molto più realistico dei nostri film, delle ricostruzioni storiche che a volte presentano errori imperdonabili.
     
    Ammiravo il cavallo appartenuto ad Alessandro Magno, il suo mantello lucidissimo, e mi è venuto  il desiderio di toccarlo. Subito la stanza si è riempita di grida, dello scalpiccio di zoccoli potenti:  la parete di fondo è scivolata via e si è aperta su Bucefalo, saldamente trattenuto dal suo splendido cavaliere. Accanto a loro, protetta dalle sue ancelle, la splendida Roxane, principessa di Babilonia, mi guardava seria.
    Ma li avevo evocati io? 
    Incredulo, ho girato alcune pagine e ho sfiorato un'antica, popolosa città cresciuta all'ombra del Vesuvio. Subito le strade si sono animate, le botteghe degli artigiani, i loro richiami attraversavano l'aria, mentre i ricchi si spostavano in comode portantine, trasportate da robusti servitori; le tendine si muovevano e mi permettevano di sbirciare all'interno l'occupante, adagiato su soffici cuscini. Agli angoli delle strade, crocchie di donne attingevano l'acqua alle fontane e chiacchieravano fitto. I bambini erano gli stessi di sempre, si rincorrevano e saltavano sui gradini di pietra che servivano per attraversare le strade.
    Spinto dall'entusiasmo, ho riprovato ancora e ancora. 
    Ho visto lucide bighe correre lungo il perimetro di un'arena che spesso si intrideva di sangue;
    ho visto bramini insegnare pratiche yoga per favorire la concentrazione dei fedeli durante la preghiera; ho incontrato Archimede, Annibale e Semiramide; ho ammirato il profilo imperfetto di Cleopatra e ho ascoltato la cetra di Nerone, l'imperatore folle.
    Ho seguito le battaglie di re Riccardo, le Crociate, il lavoro degli amanuensi chiusi nei loro "scriptoria", ho gridato - Terra! abbarbicato sull'albero di maestra di una caravella.
     
    Ero stremato e mai sazio. Durante le evocazioni  mi afferravo saldamente al legno del leggio, non osavo scendere dal gradino su cui poggiava per il timore di venir risucchiato da tutta quella folla che attraversava con me epoche e avvenimenti, mi mostrava eventi crudeli e sublimi, mi coinvolgeva fino alle lacrime.
    Una macchina del tempo!  Una splendida macchina del tempo che mi faceva volare attraverso lo spazio, le epoche e i misteri insondabili.
    Sapevo che nel nostro mondo ci sono tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità, sapevo che il tempo può essere considerato una quarta dimensione e che in essa si può viaggiare e ora io ne ero testimone, ne ero la prova lampante.
     
    La luce della luna si era più volte avvicendata con quella del sole, ma la curiosità, l'entusiasmo non scemavano...
    Poi, finalmente, chiuso religiosamente il libro, mi sono trascinato su per la scala, e sono uscito sul prato, accanto alla mia macchina. Sono sprofondato in un sonno profondo e nero, senza sogni; quando mi sono svegliato ero temprato, pieno di entusiasmo, con mille progetti in testa. Il più pressante e sensato era scendere in paese per le provviste e per procurarmi una cinepresa.

    Durante il tragitto mi venne in mente un quesito enorme e mi meravigliavo di non averci fatto caso quando ero stato a contatto con il libro: in quale data terminava? C'era un avvenimento conclusivo, certo. Era la fine del mondo? O cosa altro?
     
    Appena sceso nella stanza rotonda andai a controllare: l'ultima pagina mostrava l'immagine di Papa Francesco a colloquio con Obama. 
    Ci sono rimasto male, pensavo che avrei avuto a disposizione anche il futuro: magari sarei potuto diventare un profeta, salvare il mondo, fare un sacco di cose. In fin dei conti, tutti conoscevano la storia passata, tutti potevano documentarsi. Vuoi mettere avere il futuro? 
    Mi era passata anche un po' la voglia di evocare. Tanto per provare la cinepresa, cercai un fatto, uno qualunque, ad esempio l'assassinio di Kennedy. Sfogliai in fretta, poi più adagio, ma quel preciso accadimento non c'era. 
    -Allora va bene, cercherò la morte di Cesare. 
    Ma sfoglia, sfoglia, quel preciso episodio non c'era. 
    Mi colse un malumore, un risentimento contro quell'oggetto che mi aveva entusiasmato fino al parossismo e ora mi deludeva.
    -Va bene. Vengo a vedere la mia nascita. Questa è una cosa facile, c'è sicuramente.
    Invece non c'era.
    Il malcontento, la rabbia, montavano e mi impedivano di affidarmi al libro, di lasciare che fosse lui a mostrarmi i fatti, come era accaduto all'inizio. 
    La testardaggine mi faceva provare e riprovare, cercavo episodi specifici senza mai trovarli. 
    E accadde l'impensabile: con un atto di rabbia, spinsi il leggio; il libro cadde a terra e si dissolse in mille schegge minute che brillarono nell'aria, ammutolita per tanta idiozia. 
     
    Quando mi  resi conto dell'irreparabile, un sudore freddo mi avvolse, la vista si annebbiò.
    Fu in quel momento che percepii chiaramente il brontolio cupo del boato che precede una scossa di terremoto. Corsi trafelato su per la galleria mentre le pareti tremavano e saltai  in macchina nel preciso momento in cui iniziava la scossa più forte. Non so come, ma arrivai in paese. Credevo di trovare un fuggi fuggi, gente spaventata, invece nessuno aveva sentito niente. Seppi poi, consultando Internet, che soltanto quel preciso bastione di roccia si era sgretolato in mare come capita a volte per l'incuria dell'uomo o per eventi naturali.
     
    Diventai l'ombra di me stesso. Avevo raccontato tutta la storia al mio amico avvocato e lui l'aveva riferita incautamente a un tale Cecchi Paone che si piccava di essere uno scienziato. Il tizio mi cercò in FB e mi sommerse di improperi. Mi dava del somaro bugiardo e mi diffidava dal diffondere scempiaggini pena una denuncia. In cuor mio sapevo di essere molto peggio di un "somaro bugiardo". Tacqui.
     
     
     
     
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    Nessuno conosce nessuno, e neanche troppo bene. 
    (Fratelli Coen, registi)
     
    Rosa Hernandez aveva una certezza nella vita. A novantotto anni era sicura di aver fatto tutto quello che aveva da fare. Aveva allevato sei figli e li aveva aiutati ad allevare i suoi nipoti e perfino i pronipoti. Aveva accudito suo marito per tutti gli anni del loro matrimonio, finché lui non era morto, cinque anni prima. Aveva sempre pregato e perfino ora non scordava mai di accendere ogni mattina una candela davanti alla stampa di Nostra Signora di Gudalaupe che teneva in soggiorno. Era soddisfatta della sua vita e sapeva che un giorno, presto, l'Arcangelo Gabriele si sarebbe presentato per portarla via. Sapeva che sarebbe stato l'Arcangelo Gabriele perché da sempre si rivolgeva a lui nelle sue preghiere per farle arrivare a Dio, fin da bambina, quando un'anziana del paese le aveva regalato un santino dell'Arcangelo che lei teneva ancora con se.
    Non fu quindi troppo sorpresa quando un giorno sentì un lieve bussare alla porta della biblioteca di suo marito. Non era una vera biblioteca in realtà, ma era stata la stanza preferita di suo marito, con una comoda poltrona e due scaffali zeppi di libri, i suoi amati libri. Era stato un lettore accanito e quella era la sua stanza, dove si rifugiava tranquillo per dedicarsi alla sua passione. Da quando lui era morto la teneva chiusa a chiave, non voleva che qualcuno dei suoi pronipoti vi caracollasse dentro e mettesse tutto soqquadro.
    Certo non riusciva a immaginarsi il motivo per cui l'Arcangelo Gabriele dovesse arrivare da una stanza chiusa piuttosto che dalla porta principale o da una finestra, ma non bisogna mai mettere in discussione i disegni del Signore.
    Il bussare delicato si ripeté. Corse a prendere la chiave che teneva sopra la credenza della cucina, mormorando una preghiera. Le tremavano le mani quando finalmente riuscì a infilarla nella toppa. Girò la chiave e spinse piano, solo quel poco per far capire all'Arcangelo che la porta era aperta. Indietreggiò appoggiandosi con una mano alla parete, voleva sedersi sulla sua poltrona per accogliere l'Arcangelo. Sapeva che avrebbe dovuto stare in piedi, o magari in ginocchio, ma era vecchia e le gambe le facevano male, l'Arcangelo avrebbe capito senz'altro.
    Lunghe dita delicate si insinuarono nello spiraglio della porta. Le fecero venire in mente le antenne delle lumache. Che pensiero irrispettoso, se ne pentì subito, ma non riuscì a scacciare quell'idea. La porta si aprì del tutto e una grande massa di colore verde azzurro scivolò fuori senza far rumore.
    Rosa sapeva che le vie del signore sono infinite, ma era quasi altrettanto certa che quella cosa non fosse l'Arcangelo Gabriele.
    La cosa sulla porta sembrava non avere una forma definita, tranne per una casco che le copriva una specie di testa, tutto il resto era mutevole. L'essere si muoveva con lentezza, sfiorando appena le cose nonostante la massa, fluì sul divano dove assunse una forma più compatta. Pochi istanti dopo sulla porta comparve un secondo individuo. Era piccolo, alto meno di un metro, coperto da una bizzarra tuta arancione, anche lui indossava un casco. Era l'opposto del suo compagno, rigido come un blocco di legno camminava con piccoli passettini saltellanti. Raggiunse anche lui il divano e vi si appoggiò con la schiena, come una grossa bambola di cera.
    I due esseri fissavano affascinati la televisione accesa, distogliendo ogni tanto lo sguardo per guardare Rosa.
    “Voi,” provò a dire la signora Hernandez, ”non siete angeli, vero?” La voce le uscì appena, ma i due esseri dovevano averla udita perché prima si girarono l'uno verso l'altro e poi verso di lei. A dire il vero il piccoletto tutto rigido ruotò la testa poco poco, mentre l'altro sembrò fluire nella sua direzione.
    “Stiamo, imparando.” le parole scandite separatamente una dall'altra sembrarono provenire da quello verde azzurro. Non si vedeva una bocca vera e propria, ma qualcosa vibrava dentro il casco. La voce ricordava il ronzio di uno sciame di api o un coro lontano modulati in modo da assumere la forma e i toni delle parole.
    Rosa rimase tranquilla, non sapeva del resto che altro avrebbe potuto fare. Se avesse chiamato la polizia l'avrebbero presa per pazza e rinchiusa in qualche istituto e lo stesso avrebbero fatto i suoi figli e i suoi nipoti. E lei non voleva finire in quei posti, voleva essere a casa sua quando l'Arcangelo fosse arrivato a prenderla. E comunque i due esseri non facevano nulla di male, sedevano educatamente sul divano guardando la tv. Le erano cpaitati ospiti molto peggiori. Le scocciava però che stessero trasmettendo una stupida telenovela, non voleva fare brutta figura con loro. Prese il telecomando e cambiò ripetutamente canale finché non trovò un telegiornale. I due esseri osservarono il telecomando con interesse, poi quello fluido allungò un tentacolo, lo afferrò con le sue dita sottili e si mise a schiacciare i tasti.
    Rosa seguì per un po' i continui cambi di canale, ma presto si assopì, cullata dal mormorio della televisione. Si risvegliò sentendo un tocco leggero su una spalla. L'alieno fluido protendeva un lungo arto sottile verso di lei.
    “Ci scusi signora.” la strana voce ronzante riprese a parlare con maggior sicurezza. “Stavamo imparando la vostra lingua.” Un arto si protese a indicare la televisione. “Ora possiamo spiegare perché siamo qui.”
    Rosa impiegò un istante per risvegliarsi e comprendere di non aver sognato. Due esseri bizzarri erano realmente seduti sul divano di casa sua.
    “Siamo due scienziati. Stavamo facendo un esperimento per creare dei wormhole, dei portali per viaggiare nello spazio. Vede, noi siamo in grado di spostarci nell'universo attraverso delle specie di gallerie che accorciano le distanze. Ma dobbiamo muoverci con delle astronavi, attraverso le gallerie che troviamo già pronte. Capisce quello che stiamo dicendo?”
    Rosa annuì.
    Qualunque terreste si sarebbe stupito nel vederla annuire. L'idea che una vecchia signora, abitante della periferia di Monterrey, potesse comprendere ciò che gli alieni cercavano di spiegarle potrebbe sembrare strana a chiunque. Ma Rosa aveva una miriade di nipoti che quando erano bambini avevano trascorso lunghi pomeriggi a casa della nonna. E una cosa che facevano sempre era guardare la tv. Quello che preferivano erano i telefilm o i cartoni animati di fantascienza. Rosa amava i suoi nipoti, e le piaceva godere della loro presenza fisica. Sedeva in mezzo a loro, davanti alla televisione e li guardava affascinata mentre loro, quasi ignari della sua presenza, fissavano lo schermo e dopo un po' anche lei si lasciava attrarre da quelle storie incredibili. E così, nonostante l'età e nonostante avesse frequentato a mala pena le scuole medie i concetti di viaggi nel cosmo, wormhole e tunnel spazio-temporali li aveva assorbiti nei lunghi pomeriggi con i nipoti.
    “Bene,” riprese l'alieno, “noi stavamo cercando di creare un tunnel in laboratorio. E direi che ci siamo riusciti. Solo che non dovevamo sbucare qui. A dire il vero non sappiamo nemmeno dove siamo, avremmo dovuto trovarci in un laboratorio gemello del nostro, solo su un altro pianeta.”
    “Spero non vi dispiaccia di essere arrivati qui.” rispose Rosa. “Vorrei offrirvi qualcosa, ma non ho idea di cosa potreste gradire. Non siate qui per farci del male, vero?”
    “Assolutamente no. Non deve preoccuparsi di questo. Siamo scienziati, non vogliamo fare del male a nessuno. E non si preoccupi, non possiamo toglierci i nostri caschi, per cui non potremmo assaggiare nulla. Lei è molto gentile, sa avevamo un sacco di paura prima di incontrare lei.”
    “Paura? E di cosa?”
    “Vede quando ci siamo accorti di non essere nel laboratorio dei nostri colleghi non sapevamo cosa aspettarci. Non abbiamo armi con noi e non avevamo idea se avremmo incontrato esseri ostili o amichevoli.”
    “Beh siete stati fortunati, penso.” Rosa si mise bella dritta sulla poltrona. “Mi sono sempre vantata di aver accolto con gentilezza tutti coloro che sono arrivati alla mia porta, e non intendo cambiare ora. Certo non potete andarvene in giro. Non tutti sono come me sapete?”
    “Siamo fortunati, lo sappiamo. Abbiamo guardato la sua televisione e abbiamo imparato molto. Siete una razza violenta e pericolosa. Se non le spiace vorremmo imparare ancora qualcosa su questo pianeta prima di andarcene.”
    “Potete restare quanto volete.” rispose Rosa. “Ma ditemi, è faticoso viaggiare in quel tunnel?”
    “Niente affatto. È come passare una porta. Si entra in una stanza diversa, solo che è su un altro pianeta.”
    “E da dove venite voi non c'è aria, come quella che abbiamo qui?”
    “Abbiamo un'atmosfera diversa. Non possiamo respirare qui senza il casco e lei non potrebbe respirare da noi.”
    “Ma se...”
    Il suono del campanello li fece sobbalzare. “Mamma? Sono io, Maria.”
    “Mia figlia. Vi prego, cercate di non spaventarla, è molto emotiva.”
    “Arrivo, un momento.” aggiunse ad alta voce in direzione della porta.
    Rosa si appoggiò con le mani ai braccioli e fece forza per alzarsi dalla poltrona. Chiuse la porta del soggiorno prima di aprire quella di entrata.
    “Ciao mamma.” sua figlia le scoccò un bacio su una guancia.
    “Ciao tesoro.” Rosa prese la figlia sotto il braccio e la guidò in cucina. “Ti spiacerebbe prepararmi un tè?” aggiunse sedendosi al tavolo.
    “Perché non ti metti comoda in poltrona? Te lo porto appena pronto.”
    “No, no. Preferisco stare qui con te, così possiamo chiacchierare. State tutti bene?”
    “Si mamma. E tu come stai? Mi sembri stanca.”
    “No, sto benone.”
    Maria riempì d'acqua un pentolino e lo mise sul fuoco. “Ti prendo il tuo scialle.” disse avviandosi verso il soggiorno.
    “No, resta qui.” esclamò Rosa con enfasi.
    Maria la guardò sgranando gli occhi. “Che succede mamma? Non ti lascio sola.”
    Rosa sbuffò. “Lo so benissimo tesoro. Però c'è una cosa di cui dovrei parlarti. Adesso. Prima che tu vada in soggiorno.”
    Maria, sempre più stupita si sedette di fronte alla madre.
    “Ci sono due visitatori di la. Sono molto particolari. Prima te lo spiego, poi vai a vedere tu stessa.” Rosa raccontò l'accaduto a Maria che la fissava con aria sempre più preoccupata.
    “Oh mamma.” disse infine con gli occhi pieni di lacrime.
    “Non sono matta. Vai a vedere se non ci credi.”
    “Ti credo mamma, non devi preoccuparti, io ti crederò sempre.” rispose Maria con la voce rotta dal dolore.
    “Pianta di fare la cretina. Apri quella maledetta porta e guarda tu stessa.”
    Maria si alzò, per far contenta la madre aprì la porta del soggiorno, lanciò un grido e crollò svenuta.
    “Ecco, lo sapevo.” borbottò Rosa. Si alzò, bagnò un tovagliolo con dell'acqua fredda e si avvicinò a Maria.
    “Vi spiace aiutarmi?” chiese rivolgendosi agli alieni. “Faccio fatica a piegarmi, ma dovrei metterle questo sulla fronte.”
    I due alieni si avvicinarono per aiutarla. Presero il tovagliolo dalla sua mano e lo appoggiarono sulla fronte di Maria.
    Dopo un istante la donna riaprì gli occhi. Si ritrasse con un urlo quando vide gli alieni accanto a lei.
    “Stai tranquilla Maria.” la incoraggiò la madre. “Non vogliono far del male a nessuno.”
    “Ce ne andiamo subito.” disse l'alieno azzurro. “Abbiamo imparato parecchio sul vostro mondo e soprattutto abbiamo capito dove si trova. Ora saremo in grado di effettuare le necessarie correzioni al nostro esperimento. Chiuderemo il tunnel verso il vostro mondo.”
    “Aspettate un attimo.” disse Rosa. “Torno subito.”
    “Mamma. Non lasciarmi sola con loro.” piagnucolò la figlia.
    “Calmati dai, sono stai con me tutto il giorno e sto benone. Vengo subito. Non lasciarli andar via.”
    Rosa entrò in camera da letto, la si sentì armeggiare a lungo e finalmente emerse, vestita per uscire. In una borsa a tracolla aveva infilato la piccola bombola di ossigeno che il medico le aveva prescritto per le emergenze, ma che non aveva mai usato. Sul volto aveva sistemato la mascherina.
    “Sono pronta.” disse. “Vengo con voi, voglio dare un'occhiata al vostro mondo.”
    Maria svenne nuovamente.
    Rosa si diresse senza esitazioni verso la biblioteca e fece cenno ai due alieni di seguirla.
    “Vorrei poter essere di ritorno prima di mezzanotte se non vi spiace. Una signora della mia età non può stare alzata troppo a lungo.”
     

    New Life – Disconnettiti o muori
    Livello 1 – Babilonia
    Le 9 sfere (capitolo 1)
     
    “Entrate in un centro di connessione. Uno qualunque… il mondo ne è pieno. Create un personaggio e connettetevi a New Life. Ora siete pronti per fare il vostro ingresso nella megalopoli di Babilonia, il cuore del sistema. La vostra nuova vita inizia oggi. Una vita che, credeteci, non vorrete più lasciare.”  Unreal Corporation
    “Come sempre a Babilonia i sensi vengono assaliti. Il profumo di frittelle e di zuppa di pesce dei chioschi di street food. Il rombo delle macchine volanti che sfrecciano tra le torri d’avorio. Le vetrine colorate dei negozi con le pubblicità olografiche degli ultimi ritrovati tecnologici.” Deb Aser
     
    Cap 1
    New Life
    Notte di capodanno 2049-50
    Scenario: Babilonia - Livello 1
    Tipologia scenario: ---
    Sezione scenario: Goneka
    Abilitazione magia: Sì
    Abilitazione armi: Livello tecnologico 8/10
     
    Mi fermo a prendere fiato e alzo il viso al cielo. Una pioggia sottile mi si appiccica alla pelle. Chiudo gli occhi e continuo a vederla, come una ragnatela impressa sulla retina. Inspiro. Espiro. Riapro gli occhi e sgomito tra la folla, cercando di farmi strada.
    Babilonia è in festa. Miliardi di persone stanno brindando al capodanno.
    Passo davanti a un piccolo palco all’aperto e lancio un’occhiata al gruppo che sta improvvisando del jazz: non amo il genere, ma questi non devono essere male a giudicare da come il pubblico li apprezza. Appena esco dalla calca incrocio un mutante che mi dà una spallata, urlandomi contro: – Attento a dove metti i piedi, grigio. – con tutto il disprezzo del mondo.
    Rovino a terra, maledicendo l’anonima casacca che indosso. Il marchio del Visitatore. Ancora poche ore e cambierà tutto. Mi alzo e raccolgo la busta gialla che mi trascino dietro. Abbasso gli occhi e mi dirigo di buon passo verso il centro dei giardini pensili del Green Garden, il bar che sorge sull’enorme terrazza di questo grattacielo nel cuore del quartiere di Goneka. 
    Arizona è davanti al maxischermo olografico che trasmette le migliori azioni del campionato di Skullball appena concluso. Se ne sta seduto a terra a gambe incrociate, completamente rapito dal teschio d’avorio con gli occhi di smeraldo che sta volando tra le mani degli attaccanti veloci dei Babilonia Raptors, intenti a schivare con salti mortali acrobatici i taser e le mazze chiodate dei difensori inferociti dei New Life Skeletons.
    Ho iniziato a chiamarlo in quel modo la sera che ci siamo conosciuti. Avevo diciassette anni e i miei genitori erano morti da poco. La mia prima notte in quell’istituto per orfani mi hanno coinvolto in una partita a poker. Non ci stavamo giocando nulla, una partitella tanto per passare il tempo. Ce l’avevo seduto di fronte: era enorme, sembrava un gigante. Io a poker ero bravo: inespressivo, glaciale, freddo. E così ha iniziato a chiamarmi Alaska. A lui invece si leggeva in faccia ogni punto. Ogni cazzo di punto. Ricordo di avergli detto che se io ero l’Alaska be’… lui allora doveva essere l’Arizona. Siamo scoppiati a ridere come due matti. Lui si è tenuto quel soprannome. Gli piaceva. Io no, non l’ho tenuto. Non mi piaceva: che razza di soprannome è Alaska?
    Tiro fuori due lattine di birra e gliene passo una.  – Toh, bevi alla mia salute, Ari.
    Rimane a bocca aperta, come un bambino. – Cazzo hai fatto a trovare i crediti per le birre?
    – E questo è niente. Guarda qui. – Apro la busta e gli lascio sbirciare dentro: ci sono un paio di aerosurf di ultima generazione. Si alza e mi trascina in disparte.
    – Cristo… a chi l’hai fregati?
    – Cosa cambia? È la notte di capodanno… è pieno di gente ubriaca. Penseranno di averli persi. Sono le quattro passate. Ci rimane meno di un’ora, vieni a farti un giro o no?
    – Un giro? Te stai fuori.  Non lo sappiamo mica pilotare ‘sto coso…
    Sorrido. Assieme alle tavole ci sono anche un paio di byr: i dispositivi a forma di guanto che permettono a chi li indossa di acquisire l’abilità che vi è caricata a livello 3. Con questi che han su Pilotare aerosurf non saremo dei campioni, ma quantomeno non rischiamo di ammazzarci. 
      Arizona si guarda attorno, indeciso. – Non so… stanotte è pieno di fuochi artificiali. Ho sentito che c’è il divieto di circolazione in cielo… tipo che volano solo gli aerotaxi autorizzati…
    – E allora? Che ti frega? Se dobbiamo trasgredire facciamolo fino in fondo. È la nostra ultima notte con queste maledette casacche grigie. Divertiamoci. E poi saranno tutti impegnati a festeggiare. Chi vuoi che controlli? Arriviamo a River Park.
    Gli strizzo l’occhio. Se lo conosco, e lo conosco, ci metterà poco a convincersi. E infatti dopo tre secondi mi fa: – Al diavolo. Andiamo a River Park. Però gli aerosurf li lasciamo al banchetto degli oggetti smarriti delle giostre rotanti. 
     Ci dirigiamo verso il bordo della terrazza, scavalchiamo il muretto di recinzione e saliamo sul cornicione. Rimango senza fiato. Lo spettacolo che offre lo skyline di Babilonia stanotte è incredibile. Le due enormi lune piene, una azzurra e una verde, immobili come sentinelle. Gli aerotaxi che sfrecciano veloci evitando i fuochi artificiali di ogni colore e dimensione che si rincorrono nel cielo. I grattacieli sospesi che fluttuano nell’aria come sorretti da enormi mani invisibili. Sulle terrazze di quegli edifici si stanno consumando i party più esclusivi della megalopoli.
    Indosso il byr e accendo l’aerosurf, che si allarga fino alle dimensioni di un surf normale, illuminandosi di viola. – Sei pronto? – dico. Arizona fa lo stesso. Il suo diventa giallo. – Sono pronto.
    Ci lanciamo nel vuoto, lasciandoci alle spalle la terrazza. Scendiamo in picchiata seguendo una corrente d’aria, urlando di gioia e salutando gli aerotaxi che lampeggiano e suonano passandoci vicino. Poi risaliamo volteggiando nel cielo di Babilonia e improvvisiamo acrobazie e piroette tra i fuochi artificiali che ci esplodono attorno. Dopo una mezz’ora arriviamo alla periferia nord, di fronte all’imponente grattacielo oltre il quale, dabbasso, c’è l’ingresso principale di uno dei parchi più grandi di Babilonia: River Park.
    Arizona mi si avvicina. – Ci passiamo sopra e scendiamo in picchiata?
    Scuoto la testa. – Facciamo una sfida. Io passo a destra del grattacielo. Tu a sinistra. Chi arriva prima alle giostre rotanti vince! Ci stai?
    Mi guarda e indica qualcosa alle mie spalle. Mi volto, ma non vedo nulla. Mi accorgo che è partito e sta volando verso il lato sinistro del palazzo. – Bastardo… – sibilo, poi piego le ginocchia, apro le braccia e do un colpo col tallone alla tavola, che si muove verso l’altro lato. Girato l’angolo mi inclino per scendere verso il parco ed ecco qualcosa che non mi aspetto: a una cinquantina di metri dal grattacielo c’è una piccola costruzione che fluttua nel cielo, illuminata da centinaia di lampade che cambiano colore ogni due, tre secondi. Mi ricorda le pagode dei quartieri orientali. 
    Rallento. Al diavolo la gara, questa è da raccontare. Atterro davanti al porticato, spengo l’aerosurf e mi avvicino all’ingresso con circospezione, per sbirciare dentro. Quello che vedo mi sembra ancora più strano della pagoda volante: due maghi con lunghe tuniche colorate stanno levitando a mezz’aria. Da una parte un anziano dai lineamenti orientali. Dei lunghi baffi bianchi gli scendono fino al petto e indossa una tunica celeste col simbolo di una spada Claymore. Dall’altra una giovane con tratti nordici incredibilmente bella, dalla pelle bianca e i capelli rossi. La sua tunica è rossa e il simbolo che la orna raffigura una sciabola. L’oggetto del contendere sembra essere una pergamena arrotolata che fluttua sopra di loro e che si sposta ora verso le mani tese dell’uno, ora verso quelle dell’altra.
    Rimango a osservarli in silenzio, affascinato. In cinque anni non ho mai visto nulla del genere. A Babilonia, per quanto ne so, la magia è poco praticata, visto che le abilità relative non sono più di una dozzina. Metà delle quali illegali, per giunta. E le pene per chi viene sorpreso a praticare magie proibite sono severissime.
    Questi devono essere due sciroccati che hanno passato la sera a infarcirsi di alcool e droghe per poi organizzarsi il loro personale fight club di capodanno. Rimango a spiarli rannicchiato dietro la porta. Per uscire dalla situazione di stallo la maga con la tunica rossa lascia perdere la pergamena: unisce i palmi, li apre di scatto e lancia una palla di fuoco. Il suo avversario fa un rapido movimento col braccio destro e crea uno scudo di ghiaccio, poi dai suoi occhi parte un fulmine. La ragazza lo schiva gettandosi a terra, si rialza al volo e nella mano gli compare dal nulla una sciabola che brilla di rosso, come se sprigionasse energia. Tra le mani dell’anziano appare invece una Claymore che brilla di celeste. I due iniziano a duellare davanti ai miei occhi. Dire che sono incredulo è dir poco. Di magie di questo tipo non ho mai sentito parlare.
    La pergamena intanto è caduta a terra, vicino all’ingresso. La osservo meglio. È chiusa da un laccio, ed è vicinissima. Lancio un’occhiata ai maghi: se le stanno dando di santa ragione. Sono troppo impegnati a cercare di ammazzarsi a vicenda per accorgersi di me. La voce del buon senso mi sta urlando di andarmene. Il più velocemente possibile, magari. Non l’ascolto. Allungo la mano e prendo la pergamena. Me la stringo al petto e rimango per qualche secondo seduto a terra, con le spalle poggiate alla parete esterna della pagoda, trattenendo il respiro. I duellanti non si sono accorti di niente. Non ancora, almeno. Scivolo via e mi getto giù dal porticato con l’aerosurf ancora spento. Lo accendo solo quando sono a una settantina di metri dal suolo. Controllo l’ora: rimangono dieci minuti. Solo dieci minuti. Ragiono in fretta. Devo nascondere la pergamena vicino alle giostre rotanti. Dove? Penso al tronco cavo della vecchia quercia spezzata, sull’orlo della cascata, vicino alla rampa di lancio della pista di aerosurf. Ci arrivo a tutta velocità e mi guardo attorno. Non c’è anima viva. Prima di nasconderla la apro per darle una sbirciata.
    C’è scritto Sfere di apertura. Nient’altro. Passandoci il dito posso sfogliarla come se fosse uno schermo touch. Ci sono dieci pagine. Le sfoglio velocemente: sono tutte vuote a eccezione delle prime due. Torno alla prima e leggo con più attenzione.
     Livello 1 - Babilonia – Status: portale di raccolta attivo.
    E sotto vedo l’immagine di un enorme portone con al centro una sfera delle dimensioni di una palla da biliardo che cambia colore in continuazione. Attorno ci sono nove buchi vuoti delle dimensioni della sfera centrale. Se clicco sul portone mi appare la mappa di Babilonia con delle coordinate. Questo portale di raccolta, qualunque cosa sia, si trova a Babilonia alta. Il quartiere centrale, quello ricco. Ho ancora tre minuti. Passo alla seconda pagina. 
     Livello 2 - Serenity – Status: sfera non recuperata.
    Nient’altro. Nessuna immagine, nessuna mappa, nessuna coordinata. Non ho idea di cosa significhi. Forse la pergamena è una mappa per recuperare le sfere che poi vanno inserite in quello stano portone, ma il dove, il come e il perché rimangono misteri su cui ragionerò domani. La richiudo e la metto nel tronco, poi mi lancio per la rampa: le giostre rotanti sono proprio qui sotto.
    Arizona mi sta aspettando davanti al banchetto degli oggetti smarriti. – Cazzo eri finito?
    – Niente. Mi sono fatto un giro. – Gli rispondo. Poi spengo l’aerosurf, lo inserisco nello sportello di raccolta assieme al byr e sorrido. Dieci secondi alla disconnessione.
    Ore 14 di un sabato pomeriggio di fine estate. La signora Teresa stava comodamente seduta in poltrona a guardare la televisione. Ad un tratto un'ombra oscura le si avvicinò, e le si sedette accanto.
    "Ciao, ti aspettavo" furono le parole con cui Teresa accolse l'ospite.
    "Mi aspettavi? Sapevi sarebbe toccato a te?"
    "Quando si ha la mia età ogni secondo vissuto è una conquista"
    "Sappi che non è nulla di personale, è il mio lavoro"
    "Nessun rancore, tranquilla. Ma il forte odore di zolfo che sentivo in questi ultimi istanti era dovuto al tuo arrivo?"
    "Quando mi avvicino emano un odore di zolfo che diventa sempre più forte. L'olfatto umano lo percepisce pochi secondi prima del mio arrivo"
    "Sarà doloroso?"
    "Niente affatto, direi di sbrigarci"
    "Ok"
    Appena ottenuto il consenso l'ombra oscura si sporse sulla signora Teresa e le schioccò un bacio sulle labbra. Il corpo di Teresa restò esanime sul divano.
    Alla scena e al dialogo aveva assistito Alberto Pitagora scienziato noto a livello internazionale nonchè figlio di colei che un tempo era una pimpante donna ed ora giaceva priva di vita sul divano.
    E li ci restò perchè il figlio si rinchiuse nel suo studio subito dopo l'incredibile scena a cui aveva assistito. Lavorò incessantemente per giorni e giorni.
    Fino a quando un incredibile grido di esultanza segnò la fine dei lavori.
    Telefonò immediatamente alla sede della presidenza del Consiglio, aveva più volte risolto i problemi del capo del governo con le sue scoperte e invenzioni al punto che godeva di un canale preferenziale.
    Si mise d'accordo con la segretaria d'ufficio e ottenne un incontro immediato per il pomeriggio del giorno successivo.
     
    L'incontro era fissato per le 15 e Pitagora si presentò con abbondante anticipo.
    Stava nella sala d'aspetto del Viminale e una segretaria lo avvicinò.
    "Lei ha appuntamento con il premier?"
    "Si, per le 15"
    "E' in anticipo, manca più di un'ora. Il nostro premier è sempre molto impegnato. Vedrò se può riceverla". Strani gridolini e risate uscivano dall'ufficio del primo ministro ma la segretaria sembrava non dargli attenzione. Aprì la porta in modo che non si vedesse nulla dell'interno ed entrò.
    Un paio di minuti dopo uscirono tre ragazzine sorridenti ma della segretaria nessuna traccia. Solamente 15 minuti dopo la segretaria rifece capolino vistosamente spettinata e vestita alla benemeglio.
    "Il premier è pronto a riceverla".
    Alberto Pitagora avanzò con passo deciso, si fermò davanti alla porta, rivolse uno sguardo alla segretaria che gli fece cenno di entrare. Rassicurato dal nulla osta ricevuto trasse un profondo respiro e si accorse con sgomento che non sapeva come avrebbe cominciato il discorso. Ma ormai era in gioco. Aprì la porta e la figura minuta dell'onorevole Pier Fantoni lo accolse, dalla poltrona dietro la scrivania, con un fintissimo sorriso 50 denti. Dovete sapere che le manie di grandezza di Fantoni l'hanno portato a farsi fabbricare dal miglior dentista italiano una dentiera con più denti della comune dentatura umana.
    "Pitagora, che piacere rivederla. Dopo che mi ha risolto quel problemino ho sempre tempo per lei"
    "Bene onorevole, mi fa piacere sentirglielo dire perchè ho da proporle qualcosa di unico. Ho trovato un modo per fottere la morte"
    "In effetti la morte manca al mio appello, non ci ho mai fottuto. Mi dica, è brava?"
    "Non in quel senso! E’ possibile prevenire l'arrivo della morte"
    "Diventeremo eterni quindi?" chiese morbosamente l'onorevole.
    "Non proprio. Le spiego. In circostanze quasi paranormali, che non le racconto in quanto potrei perdere di credibilità, sono venuto a conoscenza di un segreto della nera signora. Il suo arrivo viene preceduto da un odore di zolfo. Purtroppo quando la vittima sente quest'odore è troppo tardi per ravvedersi ed evitarla. Ma se fosse possibile sentire con abbondante anticipo la Morte avvicinarsi lo scenario cambierebbe"
    "Ed è possibile?"
    "Ho creato questo dispositivo capace di captare l'odore dello zolfo anche se presente in piccolissima quantità nell'aria. Appena ne capta la presenza parte un allarme sonoro. Ovviamente prima o poi la vecchiaia ci consumerà e dovremo comunque gettarci tra le braccia della morte ma risolveremmo molti problemi. Basta morti giovanili ad esempio"
    "Molto ingegnoso ma non sono interessato, io sono anziano e non trovo utile quell'oggetto"
    "A breve ci son le nuove elezioni e la sponsorizzazione e autorizzazione alla produzione di questo apparecchietto le può portare voti utili alla rielezione".
    Gli occhi di Fantoni si illuminarono "Cosa fa ancora lì depositi il brevetto. Io mi occupo della produzione". Prese la cornetta ma un barlume di lucidità lo portò a riagganciare subito "ma lei l'ha testata la sua invenzione?"
    "Non ancora, non saprei come fare"
    "Io, un'idea ce l'avrei. Andiamo" e uscirono entrambi dall'ufficio.
     
    Qualche ora dopo tutti e due si trovavano a bordo di un elicottero. Fantoni era tutto un gesticolare e dialogare con entusiasmo.
    "Adesso il nostro volontario si butterà da quest'altezza senza paracadute e quando il suo oggettino segnalerà la presenza della morte noi faremo in modo che il nostro eroe abbia un atterraggio morbido" spiegò Fantoni
    "Io no essere volontarioso, lei detto me dare permesso di soggiorno se fare questo"
    "Certo, certo. Lo avrai. Pitagora consegni il rivelatore al nostro tester e lo azioni"
    Non appena l'apparecchio toccò le mani del "volontario" emise subito lunghi e acuti beep.
    "Incredibile, segnala già la presenza della morte prima ancora di effettuare il lancio. E' bastato che il nostro amico si mettesse davanti al portellone aperto. E' tarato a livelli altissimi, meglio di quanto pensassi" esclamò tutto eccitato Pitagora.
    "Quindi io non serve che saltare, evitare follia" ma lo straniero non fece in tempo ad esultare che ricevette un calcione da Fantoni che lo fece uscire dal portellone e precipitare nel vuoto.
    "Ma non era più necessario"
    "Lei è uno scienziato, non può capire. Era necessario ai fini della pubblicità".
     
    L'apparecchio fu subito prodotto in grandi quantità, presentato al pubblico con una gigantesca conferenza stampa tenuta da Fantoni e Pitagora e messo sul mercato con il nome di "Morimai". Il tutto in meno di tre settimane.
    Le vendite andarono a gonfie vele, moltissime persone giravano con in mano o in tasca un apparecchio sferico con le dimensioni di una pallina da ping pong e con fori che erano parte di un sistema di riconoscimento olfattivo.
    I dati ufficiali che venivano da Montecittorio segnalavano una diminuzione degli incidenti stradali del 150%, la percentuale può sembrare non corretta ma fu proprio quella resa pubblica. La forza dell'abitudine aveva portato a ritoccare anche questo dato che non ne necessitava.
    In effetti il "Morimai" funzionava magnificamente.
    Le stragi del sabato sera furono evitate perchè non appena il pericolo di morte era in agguato un beep riportava tutti alla prudenza. Stesso ragionamento valeva per le morti sul lavoro, gli infarti e anche la contrazione di malattie mortali era quasi ridotta a 0.
    Tutta Italia aveva ormai arricchito le casse dello stato acquistando questo prodotto. Anche il conto corrente di Pitagora non piangeva. L'obbiettivo era quella di esportare l'oggetto in tutto il mondo o parte di esso. Vennero contattati tutti i più grandi esponenti mondiali. I primi a rispondere furono i paesi africani che dopo un summit di un paio di giorni presero una decisione che fu spiegata in questo telegramma inviato al Quirinale
    "Non ce ne frega un cazzo stop". Secondo fonti ufficiali che riportarono la notizia la risposta era una commuovente lettera in cui il popolo africano ringraziava immensamente l'onorevole Fantoni per aver pensato anche a loro e lo ringraziavano anche per le missioni di pace violente mandate dallo stesso nei loro paesi. La verità, invece, stava nel fatto che gran parte dei popoli africani avevano ritenuto inopportuno importare un oggetto che potesse allontanare quel qualcosa che dai popoli più poveri era vista come una speranza.
    Ma fu uno dei pochi rifiuti che "Morimai" ricevette. Pian piano l'apparecchio si diffuse e la considerazione dell'Italia ebbe una vertiginosa impennata. Addirittura gli Stati Uniti, dall'alto del loro egocentrismo e della loro spocchia, riconobbero al Bel Paese il merito per aver creduto nell'invenzione che probabilmente cambierà la vita del pianeta.
    Ma furono proprio i nord americani ad avere problemi con "Morimai". In quel momento l'esercito era impegnato in 250 guerre ed in 1500 finte guerre queste ultime tenute in luoghi segretissimi. Troppi statunitensi volevano giocare alla guerra e quelli in esubero venivano mandati a sfogare la loro ira in scenari di cartapesta contro nemici presi fra criminali, malati di mente, anziani e afro americani.
    Con l'arrivo di "Morimai" nell'esercito le guerre ebbero uno stand by perchè appena si avvertiva il pericolo di morte si andava in ritirata. Le imprese di armi americane non vendevano, il petrolio restava ai paesi che l'avevano e l'economia statunitense crollò con ripercussioni sull'economia mondiale.
    "Morimai" fu così immediatamente bandito dall'esercito e non fu facile convincere i soldati a restituire il dispositivo in loro possesso, almeno questo secondo il Pentagono. Alcuni presenti ad una riunione di un commilitone riportano questo versione:
    Il generale si rivolse ai suoi sottoposti con tono perentorio "I militari sono pregati di mettere il loro "Morimai" nel cestino che faremo passare tra di voi"
    "Non lo faremo mai" risposero i valorosi combattenti
    "Rambo non aveva paura della morte. Lui il "Morimai" lo infilerebbe nel culo ai nemici" gridò con voce orgogliosa il generale.
    "Rambo è un dio, Rambo è l'america, Rambo son io, Rambo è tua moglie fica" risposero i soldati con una lacrima che scendeva dai loro occhi pensando al loro eroe e anche alla moglie del generale che il marito teneva da qualche tempo chiusa in casa. Subito tutti loro consegnarono il dispositivo.
     
    Il Vaticano non poteva stare zitto anche perchè non lo è stato mai. Non accettava che un apparecchio del calibro di "Morimai" spopolasse e durante l'angelus domenicale il Papa si rivolse ai fedeli "Fratelli, in questi giorni vediamo spopolare oggetti di satana, che vuole evitare a voi di raggiungere il nostro signore quando ci chiama. E' assolutamente vergognoso che anche voi, fedeli, vi siate fatti accecare dalla promessa di lunga vita" e con tono sempre più inferocito "Come potete pensare che Dio possa donarvi l'accesso in paradiso se voi l'avete respinto e rinviato..." una serie di beep interruppe il pontefice.
    "Sua santità il suo morimai segnala il pericolo, se non si calma è a rischio infarto" fece notare il segretario del Papa.
    Il pontefice sorrise e continuò il suo predicozzo con toni più pacati.
     
    Erano passati 3 mesi da quando Alberto Pitagora aveva lavorato al suo fortunato progetto e d'allora non era mai più tornato a casa. Sentiva che avrebbe dovuto farlo ma si era dimenticato il perchè. Ogni volta aveva una riunione, un meeting o una cena importante. Anche in quel momento si trovava alla guida della sua auto per incontrare un ricco industriale a cui "Morimai" aveva salvato la vita due volte e voleva firmare un testamento dove avrebbe lasciato tutto a Pitagora meritevole di avergli permesso di vivere più a lungo.
    Ad un tratto il suo Morimai prese a suonare, Alberto decellerò ma il beep continuava. Si fermò sul bordo della strada ma il pericolo continuava secondo la sua invenzione. Ad un tratto la Morte apparse sul sedile del passeggero.
    "Non temere, non è la tua ora. E' una visita di cortesia"
    "Cosa vuoi, complimentarti con me anche tu? Ti riduco il lavoro?"
    "Era un lavoro che facevo volentieri e che andava fatto"
    "Sei venuta a lamentarti quindi. Mi dispiace, ma il mondo apprezza. Se hai del tempo libero puoi cercarti un altro lavoro. Sei una bella donna, non pensavo. Ti metti in parte ad una strada e qualcuno può anche darsi ti raccolga. Si fanno affari"
    "Il mio lavoro me lo tengo. Ho due clienti potentissimi che si avvarranno sempre dei miei servizi"
    "Mia madre dov'è andata?"
    "Tua madre l'ho baciata sulla bocca, significa che il mandante era Dio. Se la sta spassando nel regno dei cieli. A proposito. Mi manda a dirti di darle una degna sepoltura visto che sono tre mesi che l'hai lasciata sul divano".
    Pitagora realizzò che in effetti se l'era completamente scordata ma non volle darle ragione e cambiò discorso "Quindi bacio sulla bocca il mandante è Dio. Belzebù invece?"
    "Se il mandante è Belzebù invece prendo la mia falce e la infilo nell'antro più oscuro e nascosto della persona e spingo fino a farle uscire l'anima della bocca"
    "E a me cosa mi tocca?"
    "Non posso dirtelo. Ora vado, ma sappi che ci rivedremo. Se fossi in te comunque mi procurerei della vaselina" e detto questo sparì.
                       
    Evitare la morte all'inizio fu vissuto con leggerezza ma poi divenne una vera e proprio ossessione. Bisogna costantemente trovare quell'equilibrio per continuare a camminare lungo il filo della vita. Un imprevisto ed era facile sbilanciarsi. Molti cominciarono a chiudersi in casa ma anche li si muovevano con circospezione. Un circolo vizioso prese il via. La domanda di lavoro aumentava, l'offerta calava perché ritenuto troppo pericoloso lavorare. Ma questo portava le famiglie a finire i loro risparmi e ad avere bisogno di fondi altrimenti si moriva di stenti. Ed allora i padri famiglia tornarono a lavorare pregando nessun altro membro della famiglia di imitarlo nell'atto eroico. L'industria dell'automobile subì un numeroso tracollo in quanto le vetture erano viste solo come armi per la gioia degli ambientalisti. Gli sportivi lasciarono l'attività agonistica per non provare il loro fisico e questo convinse gli ex automobilisti che ora si muovevano a piedi o in bicicletta che anche la fatica poteva uccidere. Allora si cercò un compromesso. Ci si spostava con meno automobili possibili e potevano passarne un massimo di tre alla volta sulla stessa strada. Per garantire questo vennero istallati caselli all'ingresso e all'uscita da ogni strada. In principio vi erano molti casellanti ma la paura di inquinare i polmoni con lo smog li fece sparire poco a poco. I caselli divennero così automatici. La criminalità organizzata si diede alla politica, mentre la politica continuò a dedicarsi alla criminalità organizzata ma questo circolo era già precedente alla nascita di "Morimai". Questi non furono gli unici problemi. Infatti molti studiosi avevano previsto che col trascorrere degli anni la popolazione aumenterà a vista d'occhio, meno di un secolo e il pianeta diventerà sovraffollato. Questo porterà a un’esaurirsi delle risorse necessarie alla sopravvivenza e tutti moriranno. Ma questi scenari futuri non vennero resi pubblici. Morimai continuò la sua ascesa.
     
    Dopo anni trascorsi nelle più grandi città mondiali ed in giro per l'Italia finalmente Pitagora tornò in pianta stabile a casa sua, era ormai consumato dall'età e non avrebbe più lavorato. Proprio in quel momento il suo "Morimai" prese a suonare, non sapeva come comportarsi per farlo smettere e decise di restare in attesa. La Morte gli parve di fronte.
    "Chi muore si rivede"
    "Non credo sia un'altra visita di piacere"
    "No, purtroppo no. Purtroppo per te. Il tempo ha lasciato non pochi segni sul tuo volto. 30 anni hanno infierito"
    "Sei venuta a farti beffe di me?"
    "No, volevo solo ringraziarti. Sei riuscito con la tua invenzione a far morire due volte le persone. La prima rifiutando di vivere per la paura di incontrarmi che infonde "Morimai" e la seconda quando effettivamente arrivo. Ma la cosa che un po’ mi dispiace è che non c'è più quel gusto di togliere la vita a chi in realtà non l'ha mai usata"
    "Immagino tu abbia ragione"
    "Purtroppo ho sempre ragione io. Pensavi di potermi battere ma sono l'unica che ha sempre la certezza di vincere alla fine dei conti. Ma ora chiudiamo questa nostra diatriba. Voltati per favore".
    Pitagora diede le spalle alla Morte. Lei prese la sua falce e, dopo aver ben caricato il braccio,  la ficcò nel meandro più indecente del corpo umano e spinse con forza. Alberto trasse l'ultimo respiro ed il suo corpo andò a giacere inerme sul divano.
    Poco distante lo scheletro di sua madre lo guardava con un'espressione che sembrava di beffarda rivincita.