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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    Jaquiline
    C’era una volta in un freddissimo inverno un lupo e una lepre. La lepre che col freddo si era ammalata, era rimasta dentro la sua tana già da prima di quel gelo.
    Tutti gli animali della foresta accorrevano tutti i giorni da lei e le avevano portato di tutto nella speranza che ella guarisse… ma nulla; ogni giorno la povera lepre stava sempre peggio.
    L’unico animale che sapeva di possedere la medicina che l’avrebbe potuta curare era il lupo solitario della foresta. Però nessun animale osava avvicinarsi a lui per paura di essere mangiato vivo e infatti fu per questo che non gli permisero di aiutare la lepre ammalata: temevano che le avrebbe dato un veleno per ucciderla.
    Così il lupo, che sempre vedeva questi animali entrare, si sentì sempre più incolpa per la situazione precaria della povera bestiola. Alla morte delle lepre, egli non poté nemmeno andare al funerale sempre per lo stesso timore.
    Alla fine nello sconforto più totale e dai sensi di colpa che gli laceravano il cuore lo stomaco e il fegato, egli decise di lasciarsi congelare dal freddo e raggiungere la lepre là dove non vi era alcun pregiudizio.
    Un tempo esisteva una vetrata in cui al suo interno erano intrappolate delle persone che possedevano un fisico, un’anima e una intelligenza eccezionale e al contempo la peggiore la più orribile e più sciocca di tutte.
    Molta gente ogni giorno vi passava davanti e c’era chi vedeva riflessa una donna e chi un uomo il cui sesso non sempre corrispondeva alla persona che stava guardando.
    La gente all’interno della vetrata comunicava tra di loro, ma mai la persona imprigionata che il soggetto guardava, era più brutta di quella con cui parlava, anzi era molto più bella e talentuosa rispetto alle altre!
    All’interno della vetrata dentro i pensieri delle persone intrappolate avvenivano situazioni in cui vi erano baci proibiti e cose irrealizzabili all’esterno della vetrata.
    Ad ogni modo le persone imprigionate non erano egoiste e tra di loro si vedevano tutte uguali, come un riflesso; tanto che è indescrivibile riportare a parole quel che vedevano. Loro erano immortali e nulla di ciò che facevano potevano condurle alla morte. La gente all’esterno invece non sempre badava a quel che facevano le persone intrappolate ma quando le osservava provavano invidia verso di loro perchè erano migliori, ma a prescindere da ciò nessuno l’avrebbe mai ammesso; infatti le persone usavano la stessa ipocrisia che usavano tra di loro anche con le persone intrappolate.
    Proprio per questo motivo la gente all’esterno era mortale. Il destino avendo la giustizia suprema sapeva che una vita immersa di sentimenti ed emozioni negative non era degna di essere vissuta in eterno.
     
    Charlotte was a woman who while taking part to  a reconciliation party with all her city friends which she met in high school, at a certain point, looking out of the window left ajar she saw a flower whose perfume was lulling her thoughts where for an instance she was neither there listening to the conversation, nor thinking to something else. That perfume inhibited her mind making her understand that her origins were modest, yet more joyful compared to the contest where she was now; more snobbish and unsatisfying.
    Nevertheless now she is there. She finally arrived where she always wanted to be even though that demanded strain, sweat and tears. Since she was a child she always wished to make carrier and become economically richer and now that all her dreams had become true she was about to reconsider all the choices that she have made in life.
    Knowing that her parents were still working at the farm while she was there drinking champagne and living in luxury made her feel ashamed. However what gripped her more was that she could not talk about her past with those people so what she did all night was nodding her head.
    Once she finally got home meanwhile she was undressing her-self and putting away her fancy dress, from her wardrobe felt a box which contained old photos portraying her with her grandfather.  He was a man who always gave her all the love that she needed especially in her dark moments where her existential questions came afloat as lotus on a pond during the day.  She also remembered with nostalgia her happy day when she and her grandfather passed their evenings picking flowers from the field and looking for the hen new nest where probably there were also eggs.  Although this, that box had not been opened from ages because the only thing she wanted was to forget.  She couldn’t deal with the fact that once she had that accident which for many years destroyed her reputation. Her head broke in many pieces when she was just three years old and this bought her to be physically inappropriate for society standards of beauty. Just eventually after the death of her beloved grandfather her family finally had the money for paying medical and school rent.
    She wanted to forget her past forever. Making that old and waste away Charlotte Doom die and rewinding till the start for beginning a new life with a new person; the new Charlotte.
    However while looking to those photos she remember something that before of then was forgotten which were the words that her grandfather told her before of dying: “My sweet little granddaughter always once I’m gone please promise me to always remember what I’m about to tell you. Our family have always lived as a calycanthus: during our toughest times we knew how to survive and how to be eventually remember. Even you who now seem  to be so frail and weak, you will see how things in the future will change and you will become who everyone now don’t expect you to become. Don’t worry, you’ll make it right.”
    “Yes he was right” was thinking Charlotte a bit amazed of that strange memory which seemed distorted.
    Yet another memory of her grandfather came to her mind and that was when he told her to don’t worry about the other family members once she will achieve her dreams and will become richer, because everyone in the past have had the chance to change and it had been their choice if to try or not to fulfill their dream. Each one of us is the leader of their own life.
    Charlotte was crying. How could she have forgotten that promise that inside of it had also many advises?
    In the end she went to bed tired yet reliesed of having made peace with her past and from now on she will never forget of who she was and the difficulties that had to live for reaching her present.

    By mimolus, in Poesia,

    Prologo ed epilogo
    Queste 20 poesie sono state scritte in 2 settimane circa, fra la metà di luglio e i primi di agosto 2011. A Roma il caldo era già arrivato, ed è abbastanza comune svegliarsi di notte e alzarsi, bere un po’ d’acqua e rimettersi a dormire. Per me è stato così, mi sono svegliata una notte di luglio verso le due e sono andata in cucina con la testa confusa da versi  mulinanti.
    Mi sono preparata una tazza di decaffeinato, ho mangiato un paio di biscotti, ho aperto il computer portatile che stava sul tavolo e ho scritto la prima poesia, Dispèro di te.  Gli episodi di risveglio sono continuati un po’ a fasi alterne con due, tre notti consecutive di sveglie notturne e altrettante notti di sonni tranquilli.
    Le mattine seguenti mi ricordavo benissimo delle parentesi notturne ma, pur facendo uno sforzo di memoria, non ricordavo niente di quello che avevo scritto;  quando poi aprivo il computer e leggevo, mi trovavo di fronte a  poesie che per emozioni e vissuti non mi appartenevano. 
    I miei risvegli notturni sono cessati come erano iniziati. Una notte, sempre intorno alle 2-3,  ho avuto la certezza che quelle sarebbero state le ultime poesie. Le ultime tre sono state scritte una di seguito all’altra e tutte scritte di getto, come sotto dettatura.  Adesso si direbbe che sono poesie 'canalizzate'.
    E’ evidente che sono poesie scritte da un uomo avanti negli anni  e innamorato di una giovane donna forse straniera. Rileggendole, appare chiaro che seguono una logica sequenza e che quest'uomo incontra questa donna nello stesso momento in cui scopre di essere malato. Sono poesie struggenti ed ogni volta che le rileggo mi danno sempre una grande emozione. Davvero non le riconosco come mie.
    Perché lo pseudonimo di Oscar Dalì non lo so;  mi è piaciuta l’idea di illustrare le poesie con quadri di Dalì e Magritte, entrambi pittori del fantastico e dell’onirico.
    Sono poesie che si raccontano da sole. Spero solo che, magari,  riescano a raggiungere Oscar ovunque egli sia. 
     
    Oscar Dalì
     
    Dispéro di te
    Quando di notte,
    in silenzio giaccio
    e catrame fonde
    dietro palpebre pesanti
    Allora, io, dispéro di te
    2
    Non ti conoscevo,
    sapevo solo il tuo nome
    Ho una piccola macchina bianca, dicesti
    Mi lanciasti poi il tuo sguardo
    che mi trafisse e caddi
     ‘come corpo morto cade’
    E da allora è inferno
    3
    Sei un battito d’ali
    Inafferrabile
    Ieri mi hai detto:
     sposami, così avrai pace
    Non sai tu, chi l’ha persa
    è un’anima morta
    4
    Aspettando il tuo arrivo curo la mia anima
    Mi nutro di buoni pensieri, come tu volevi
    Mi lascio accarezzare dai ricordi di un passato
    che non abbiamo mai avuto
    Sogno un futuro, un breve futuro,
    non sono più giovane,
    con te che accarezzi la mia fronte
    e baci la mia fronte
    dove geroglifici alieni hanno scritto lettere d’amore
    Amore che non esisti se non nella mia illusione
    Riuscirò ad abbracciarti, mi regalerai la speranza di un ritorno?
    Una tua carezza sulla mia mano mentre mi guardi sorridendo e la tua voce……
    5
    La tua voce non è solo suono
    ma pesante materia che mi colma
    La tua voce mi sazia come cibo
    e mi ubriaca come il più buono dei vini
    Posso non vederti
    ma non farmi mancare
    pane per il cuore
     
    6
    La mia mente è troppo fervida
    Scappa da me e ha visioni
    La chiamo non mi ascolta
    La prendo e mi sfugge
    Mi rimanda, la tremenda
    Film di te che parli, cammini
    Ti spogli, ti vesti, sorridi
    Muovi le tue belle mani e scuoti i tuoi capelli
    E guardi altrove, altrove da me
     
    7
    Da quando ti conosco credo
    Credo in tutto ciò che dici
    ma credo che in un'altra vita ti ho avuto
     poi forse ti ho persa,
     ti ho forse fatto del male
    e non ho pagato e pago ora,
    questo credo
    Peccato non averne memoria
     
    8
    Ieri mi hai detto: 
    Ti amo perché mi hai fatta entrare
    nel tuo cuore
    calzando zoccoli di legno.
    Il mio cuore era di cristallo
    e ne hai fatto macerie
    Grazie
    non credevo neanche di averlo, un cuore
     
    9
    Averti avuta come figlia
    Averti potuta prendere in braccio
    certo di un amore totale
    e di un totale abbandono
    come solo i bambini sanno regalare
    Ti avrei covata fino al possibile
    ma poi, cresciuta,
    avrei dovuta allargare le dita
    e soffiarti via da me
     
    10
    Ti amo, nel mio paese, non è come nel tuo
    Ha un diverso peso, è un impegno
    Io sono all’antica, non si dice ti amo
    voltando la testa
    Si dice ti amo guardando negli occhi
    e restando accanto
    Troppo grande il tuo paese
    Vattene via
     
    11
    Tu giochi come una bambina
    Mi deridi, con affetto mi prendi in giro
     perché sai
    Non con me costruirai il nido
    Non fra pagliuzze da me raccolte
     deporrai le tue uova
    Non per me cinguetterai saltando
    da un ramo all’altro
    Falchi predatori ed io debole preda
    che non difende il suo nido
     
    12
    Sono un uomo ridicolo
                                                                                         come Fёdor
    Sono evaso
    dalla tua prigione
    La mia fuga è durata tre giorni
    Volevo separarmi da te
    Mi hai ritrovato
    Ma come è possibile strapparsi
    dalle proprie carni
     
    13
    Il passato si confonde con la mia idea di morte
    Penso ad amici scomparsi
    ed io sopravvissuto
    Dovrei essere grato
    Sopravvivere
    Senza più riferimenti
    Non ho più passato
    Non ho futuro
    Solo un inesorabile
    vuoto presente
     
    14
    Tu e lei siete entrate nella mia vita
     tenendovi per mano
    Tu portandomi vita disperata
    Lei annunciando che la stessa vita
     me l’avrebbe tolta
    goccia a goccia.
    Con te mi ricordo di avere un cuore
    Con lei sò che il mio cuore non batterà
    ancora per molto
    Chi fra le due è più leale?  
     
    15
    Dopo giorni ho di nuovo aperto al sole
    Si è introdotto come un venditore insistente
    fra le mie persiane
    Mi ha accecato
    Troppa luce, troppa vita
    là fuori.
    Perché non entra questo calore dentro di me
    Perché non asciuga e non brucia
    la mia carne lacerata?
    Una combustione improvvisa
    Sparire e lasciare solo fumo e polvere
    e nulla 
     
    16
    Oggi mi hai detto si, verrai al mare con me
    Oggi la vita rinasce dai miei piedi
    Sento la terra che vibra sotto di me
     linfa sale nel mio corpo
    I miracoli esistono
    Sono stato benedetto
    Avrò poche ore di te, di vita, di normalità
    Tutto dovrebbe essere così facile
    Tutto è sempre così impossibile
    Ma oggi è mio
    Oggi sei mia
    Domani non esiste
     
    17
    ‘Morire, dormire, forse sognare’
    Se potessi, avrei solo un
    desiderio da chiedere a Dio
    Passare dal sonno alla morte
    con te che mi stringi la mano
    Dopo essermi addormentato con te accanto
    mi consegnerei all’Eterno
    felice.
    Che altro chiedere
    Tu che mi rimetti direttamente a Dio
    quale raccomandazione migliore?
     
    18
    Quasi non muovo più la gamba.
    Ieri sei passata, veloce
    L’aria fuori era fredda, un turbinio di foulard
    profumi, capelli, braccialetti tintinnanti
    hai sconvolto la mia stanza
    la mia vita
    Ti sei chinata su di me e mi hai baciato rapida
    Ti serve niente? Tutto, ti ho risposto
    Hai sorriso, eri già svanita
    Forse le medicine portano visioni?
     
    19
    Ho sognato che ero su una spiaggia
    bianca e lucente e correvo con te
    Tu eri avanti a me e ti voltavi ridendo,
     ti afferravo
    per la lunga sciarpa
    Cadevamo e ci abbracciavamo
    “Non ti lascerò mai” mi dicevi.
    Devo consegnare all’eternità
    del virtuale questa promessa
    e non dimenticarla.
    Tutto mi sarà più facile!
     
    20
    Non sono più giovane
    ma non sono vecchio.
    Potrei ancora avere un figlio
    ma non lo vedrei crescere
    forse neanche nascere
    Ti invio il mio ultimo pensiero
    Nessuno può togliermi la tua promessa
    e il pensiero di te.
    Tutto è illusione.
    Forse accenderai una candela per me
    e sorriderai, pensandomi
    Mi basta. E’ già molto.
    Basta così.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    " Le strade della solitudine "
    Romanzo di ieri e di oggi ...
    La storia ambientata negli anni settanta e proiettata fino ai giorni nostri,
    racconta di due ragazzi in giovane età : Marco e Giulia che si frequenteranno
    per diversi anni giurandosi un eterno e puro amore.
    Ricco di ricordi, avvenimenti, usi e costumi di quegli anni.
    Il tutto condito con una piacevole suspence che lentamente ci porterà
    fino ai giorni nostri toccando gli argomenti come : il lavoro, la carriera, i rapporti sociali di allora e di oggi ma sopratutto il ricordo del " primo amore " con tutte le sue emozioni.
    Inizia a scriver
    NARDO E L’UNA
     
    C’era una volta un’isola aspra e lontana, circondata da un meraviglioso mare  tempestoso.
    Questo mare spesso agitato, costringeva gli abitanti, a lunghi periodi di isolamento. Quando il mare ruggiva impietoso, le barche non avevano modo di avvicinarsi al piccolo porto e attraccare con i rifornimenti.  Su quest’isola, piccolo punto sulla carta geografica, viveva un pastorello poeta di nome Nardo.
     
    Nardo era un bel bambino di 12 anni, scuro di pelle e ombroso di carattere. Rimasto orfano da piccolo, era stato cresciuto da una nonna analfabeta, dalla quale aveva ricevuto, come unici gesti affettuosi, rare carezze su capelli sempre arruffati.
    Nardo aveva, quali compagni inseparabili Bruto e Cesare, due cuccioli di cane regalatigli, tempo prima, da uno di quei forestieri che, a volte, capitavano sull’isola. Ogni tanto qualcuno, allettato dall’idea di  lucrosi investimenti, arrivava dal continente  richiamato dalla bellezza selvaggia dell’isola. Nessuno conludeva mai niente e tutti ripartivano; tutto troppo ostico dicevano, dagli abitanti al clima.
    Nardo non possedeva niente, se non i due cani, fedeli compagni che lo aiutavano nel raccogliere le pecore.
     Con Bruto e Cesare all’inizio dell’estate andava su quei monti dai fianchi brulli  ravvivati a tratti da piccoli boschi, per cercare un po’ di frescura per sè e un po’ di pascolo per il suo gregge.
    Da giugno a ottobre Nardo viveva in solitudine e, soprattutto, in silenzio.
    Anche negli altri mesi non parlava molto; bambini con i quali giocare, scherzare e fare la lotta non ce n’erano. Anche la scuola elementare aveva chiuso anni prima.
    Gli uomini erano tutti partiti da quel posto inospitale, partivano giovani e non tornavano.
     
    Tutti, sicuramente, si erano creati famiglie altrove. Qualche donna più coraggiosa aveva attraversato il mare per cercare lavoro e un’altra vita; altre, mancando d’animo o cullandosi nella speranza di un ritorno erano rimaste. Si aggiravano per il paese queste donne senza età, vestite di scuro, avvizzite nella loro sterilità. Immagini speculari di una terra sterile.
    Questa era la realtà che circondava Nardo, senza stimoli o modelli da seguire!  Per lui non c’era  un passato da ricordare, né un futuro da sognare. Così i giorni scorrevano uguali, solo il succedersi delle stagioni regalava una nota diversa a quel paesaggio. Colori che si accendevano fra i boschi e nei campi e, a volte, quelle cime spruzzate di bianco, quella neve così strana per lui e che durava così poco.
     
    Mai nessuno aveva visto il visetto di Nardo colorirsi di sorrisi e aprirsi in gaie risate infantili. La sua interiorità, la sua anima bella di poeta era racchiusa nel suo sguardo, traspariva dagli occhi, ma nessuno sapeva leggerla.
    Nessun adulto, nessun coetaneo e nessuna ragazza  si sarebbe mai fermato in quello sguardo trasognato, distante, vellutato come muschio. Quello sguardo perso in sogni antichi  e che a volte si accendeva di bagliori improvvisi; forse  memorie di altri tempi e di altri luoghi.
     
    Nardo era sempre immerso nella natura; quelle montagne e quei boschi erano stati padre e madre per lui e per lui non avevano segreti. Conosceva i cicli e i ritmi biologici degli animali e degli uccelli di cui sapeva tutto, dai diversi tipi di richiamo che si lanciavano, fino alle stagioni degli amori.
      
    Il pastorello attribuiva un potere magico alle manifestazioni della natura, come del resto tutti gli abitanti dell’isola.
     
    Circondati da un mare quasi sempre in tempesta, avevano come esclusivo riferimento la pioggia, la luna e le stelle, per le quali avevano un timore reverenziale  e alle quali attribuivano poteri magici.
    Il corpo di Nardo era un orologio che batteva all’unisono con il cuore di quella terra, ma il suo cuore batteva  per amore, per una passione nota solo a lui: L’una.
     
    Nardo aveva frequentato solo la prima elementare, sapeva solo scrivere il suo nome e  la luna per lui era L’una. Così la scriveva e la incideva ovunque, sul suo bastone da pastorello, sulla terra brulla, sui massi che disseminavano le sue valli, ovunque passasse scriveva L’una. 
     
    Nardo aspettava con ansia il giorno della luna piena. Da anni, da sempre, quello era un momento magico e irrinunciabile per lui, l’unico appuntamento d’amore che avesse mai avuto.
    Poco prima del tramonto, con qualsiasi tempo e clima Nardo si sdraiava sul prato, in un posto stabilito e sempre uguale e, con le braccia incrociate dietro la nuca, aspettava che L’una arrivasse.
     
    Lui, che a malapena sapeva scrivere il proprio nome, era invece gonfio di poesia e di lirismo per questa immagine di donna che gli appariva, incantevole, dai lunghi capelli argentati e dal bellissimo volto diafano.                       
          
    Quando l’ultimo lampo di sole scivolava dietro i monti, L’una saliva lenta nel cielo e lui la guardava e le parlava inventando frasi d’amore. Nardo la guardava fissa e lei fluttuando si avvicinava offrendosi al suo sguardo, silenziosa, quieta, con un’espressione comprensiva e accogliente.   Di questo sguardo il pastorello solitario si era innamorato.
    Immaginava, il piccolo poeta, di passeggiare con lei sui monti, inventando storie fantastiche; ma cosa poteva mai raccontare Nardo a L’una?
    Le parlava di sé, di quello che provava il suo cuore fino allora inascoltato, del suo rapporto con la natura che lo circondava e di come essa non avesse  misteri per lui. Le raccontava del tempo degli amori che, sapeva, essere fondamentale per gli animali e per gli uomini ma di come quel tempo, intuiva, per lui non sarebbe mai arrivato.
     
    Di questo parlava Nardo a L’una e lei lo ascoltava assorta e lo guardava, sempre in silenzio.
    Passarono gli anni e si susseguirono le stagioni con ritmi sempre uguali.
    Nel paese gli abitanti erano sempre meno, l’isola stava morendo e Nardo diventava sempre più ombroso e schivo; anche la nonna morì, lasciandolo indifferente e non più solo di quanto fosse mai stato. In quell’anno ci fu un clima particolare; a un lungo inverno  seguì una primavera piovosa, un’estate breve e un autunno precoce.
    A fine settembre la temperatura era scesa di diversi gradi, Nardo aveva deciso di anticipare il rientro con il gregge. Il mese prima era stato male, cosa insolita per lui. Aveva avuto una forte febbre che lo aveva lasciato spossato e indebolito.   
    Il plenilunio di settembre non lo aveva visto, per la prima volta nella sua vita, puntale all’appuntamento con L’una.  
     
    Nardo volle aspettare il plenilunio d’ottobre prima  di  rientrare a casa per l’inverno. Quella sera raggiunse presto il posto più alto, per vederla più vicina quando fosse apparsa. Un’aria immobile e pesante avvolgeva la montagna, nubi cariche di neve oscuravano il cielo impedendo alla luna di mostrarsi in tutto il suo splendore.
    Nardo soffriva per quel cielo coperto che gli impediva di vederla.
    Aveva tante cose da raccontarle, doveva dirle di come era stato male il mese prima, troppo debole per rispettare l’appuntamento, troppo stanco anche  per trascinarsi al solito posto e che aveva tanto freddo, un gelo gli saliva dal profondo del petto e dilagava in una solitudine mai provata prima. Sentiva una morsa sul cuore che lo stringeva e gli toglieva il fiato. La notte era strana e scura e lui temeva che L’una non sarebbe arrivata. Forse era dispiaciuta?  no, non era possibile, lei lo conosceva e sapeva bene quanto lui l’amasse.
    Il freddo si stava facendo più intenso ma Nardo non si rassegnava ad alzarsi per rientrare nel rifugio e ripararsi.
     
    L’umidità gli penetrava nelle ossa, non riusciva quasi più a muoversi mentre la notte stava lasciando il posto ad una fredda aurora.
    Era disperato, voleva e doveva parlarle anche se lei lo avrebbe soltanto guardato, muta come sempre. Ma quanto calore e quanto amore lui le leggeva negli occhi; solo quella consapevolezza lo aveva sorretto durante quegli anni di solitudine: sapere che L’una lo amava quanto lui amava lei.
    All’improvviso le nubi si aprirono svelando cime imbiancate e un cielo terso dove le stelle cominciavano già a scolorire.
     
    Un vago rosato chiarore stava fluttuando ancora indefinito quando  Nardo finalmente la vide ed il suo cuore conobbe  una dolorosa lama di gioia. Lei si stava avvicinando mentre  lui giaceva immobile, ormai completamente intirizzito.
     
    L'una stava sbiadendo ma ancora avanzava, avvolgendolo di un bianco candore.
    L’una avanzando mosse le labbra e, guardandolo sorridente si avvicinò, gli sfiorò la guancia e gli sussurrò Addio, poi si voltò e si allontanò. Nardo sentì, in quell’istante, che non l’avrebbe mai più rivista, mentre dal suo cuore scaturivano questi versi d’amore:
     
     
    Muschio il tuo volto,
    pallido livore,
    nell’alba appena innevata,
    e la tua voce,
     che mi dice Addio,
    e  dopo, di te, 
    non mi resta, che il silenzio.
     
    L’aveva avuta per un attimo e persa per sempre e la prima parola che gli aveva sussurrato era stato un addio. Ma Nardo era felice, per la prima volta il suo cuore si riempì di un calore e di una felicità che, per un attimo, sembrò soffocarlo di gioia
    Lo trovarono la notte successiva, con Cesare e Bruto che guaivano sdraiati accanto a lui.
     Raccontarono i vecchi, per molto tempo ancora, che finalmente il volto di Nardo sorrideva; sorrideva dicevano, come  avesse visto un angelo.
     
     
    Annalisa Lo Monaco
    (In Memoria di Nando Pasquarelli)
     
     
    e la tua storia...
     
    Prima di smettere di zappare l’orto sul retro e riporre l’attrezzo nel piccolo capanno lasciò suonare il campanello per la terza volta, quindi si lavò le mani alla fontanella. Non aveva bisogno di guardare dallo spioncino della porta d’ingresso per sapere chi lo stava cercando. Erano giorni che si aspettava una visita della donna e quella mattina, mentre con un gesto pacato del palmo della mano metteva a tacere la sveglia sul comodino, aveva avuto la certezza che lei sarebbe finalmente giunta da lui. Il campanello suonò ancora, questa volta, notò, con un intervallo più breve rispetto ai precedenti: si disse che la sua visitatrice stava perdendo la pazienza, segno che era determinata ad affrontare la cosa. D’altronde, lui sapeva pure questo. Continuò a camminare lentamente per il lungo corridoio asciungandosi le mani con uno strofinaccio e poco prima di raggiungere l’uscio il campanello mandò il quinto squillo.
        Quando la porta si aprì la donna vide un uomo molto meno vecchio di quanto si immaginava e ne rimase stupita, confusa quasi, perché oltre all’apparente incongruenza dell’età qualcos’altro la disturbava, ma non riusciva a capire cosa. Le certezze che l’avevano spinta a compiere quella visita stavano svanendo e lei si trovò ad annaspare sul pianerottolo nel tentativo di riprendere il controllo di se stessa, delle ragioni che l’avevano portata fin lì. Lo sguardo dell’uomo attirò la sua attenzione e si convinse che lui la stava aspettando, il che era impossibile, ed era normale sorprendersi, ma a maggior ragione quella stranezza non doveva distrarla dal suo scopo. Respirò velocemente, come un nuotatore prima del tuffo, decisa a presentarsi e dire cosa voleva, ma prima di aprire bocca con una parola lui la invitò ad entrare.
        Prego, disse l’uomo, allargando un braccio e ritraendo una parte del corpo. Osservò come l’indecisione della donna, una volta varcato l’uscio, con tre passi si trasformò in sicurezza crescente; il tempo di raggiungere il salotto. Si accomodi, le disse ancora, superandola per farle strada e indicando le due poltroncine fiorate ai lati del tavolino sotto la finestra. I vetri erano aperti, le tendine raccolte, e insieme alla luce calda della primavera a tratti si percepiva il garrire delle rondini. L’uomo si sedette per primo poi, appena la donna seguì il suo esempio, si accorse di stringere ancora lo strofinaccio fra le mani, allora si alzò per riporlo da qualche parte, in cucina magari, e gli venne in mente di doverle offrire qualcosa da bere, come si addice a un buon ospite, le va il mate? o forse una tisana, ma la donna scosse il capo e allora lui insisté, andiamo, avevamo giusto voglia di bere qualcosa in compagnia, se preferisce, aggiunse, possiamo mettere su un caffè... la donna allora disse che avrebbe preso volentieri il mate. Caa Cuy o Caa Miri, elencò l’uomo e lei, realizzando che si trattava di una domanda, ripeté Cuy; egli, strizzandole l’occhio, notò che era anche il loro preferito. No, non si disturbi a seguirmi, la prevenne quando vide che aveva puntato le mani sui braccioli, i gomiti sollevati. Le ripeté di mettersi comoda, quindi, rassicurandola che ci avrebbe impiegato solo pochi minuti, con un guizzo uscì dalla stanza.
        La donna rimase seduta nella piccola poltrona e si guardò intorno, nuovamente a disagio. Nulla stava andando come aveva previsto, si era immaginata la sorpresa che la sua visita avrebbe suscitato nell’uomo, e l’imbarazzo, lo stesso che avrebbe dovuto superare lei per esporre le sue ragioni. Si aspettava un moto di repulsa e fastidio, nessuno, si disse, vorrebbe essere coinvolto in una storia tanto scabrosa, farà resistenza, protesterà la sua estraneità ai fatti, e lei doveva impedirgli di tergiversare. Avrebbe affrontato subito la questione, prima che lui potesse erigere una qualsiasi difesa, come quella stupida formalità del mate. Si sarebbe alzata in piedi e si sarebbe presentata, specificando che, chiaramente, lui non poteva conoscerla, ma… La sua attenzione fu catturata dal riflesso del sole sul centro-tavola, una piccola zuppiera di ceramica, il cui coperchio dalla curiosa forma di formica scintillava per la luce che entrava dalla finestra. Non poté fare a meno di notare che un lembo delle tendine raccolte a tratti si muoveva, e nella sua mente formulò l’immagine di un onda piccola che si srotola sulla battigia. Scosse la testa per scacciare quel pensiero, doveva rimanere concentrata sul suo obiettivo, si disse che…
        Lei lo prende senza zucchero, asserì la voce del vecchio facendola sussultare. Stava entrando a passo rapido dentro la stanza, un vassoio di legno lucido fra le mani, e sul vassoio una teiera, due tazze sui piattini e una piccola pirofila con dei biscotti dalle strane forme, alcuni gialli, altri... anche noi lo prendiamo sempre senza zucchero, la informò il vecchio, poggiando il vassoio sul tavolino e spostando con il bordo il centro-tavola per fare spazio. La donna meccanicamente allungò le mani per aiutarlo ad allontanare la ceramica e non poté fare a meno di pensare che lui doveva vivere con qualcuno, probabilmente era sposato; si sorprese di esserselo immaginato solo. Mentre il vecchio, ancora in piedi e piegato sul tavolino, inclinava la teiera per riempire la tazza che le aveva sistemato davanti, lei si decise a parlare e disse, senta... ma un lucherino testa nera, dal petto giallo brillante, entrò dalla finestra aperta e con un curva aggraziata planò fra il vassoio e la zuppiera. Il vecchio senza sorprendersi prese un biscotto, rosso (ecco, pensò la donna, i biscotti sono alcuni gialli, altri color amaranto, come...) e lo sbriciolò sul tavolino, permettendo all’uccello di banchettare con le briciole. Non si lasci distrarre da lui, disse riprendendo in mano la teiera. Dunque ci stava dicendo che non la conosciamo e che la sua visita potrebbe sorprenderci molto, vero? oh, non si stupisca se tecnicamente questo pensiero lei non l’ha espresso ad alta voce, credo che risparmieremmo entrambi un sacco di tempo se affrontassimo subito la questione che le sta a cuore; non ne conviene, signorina Bruna Sampaio?
        La donna ammutolì, gli occhi fissi in quelli dell’uomo, che senza distrarre il suo sguardo alzò il becco della teiera nell’esatto momento in cui il liquido ambrato raggiunse mezzo centimetro dal bordo. Sempre continuando a scrutarla egli spostò la teiera sulla sua tazza e cominciò a servirsi. Bruna Sampaio rimase colpita dal colore amaranto degli occhi del vecchio, che la fece pensare a una parete appena dipinta, dove due macchie gialle in ogni pupilla le ricordavano le pennellate nervose di un pittore astratto. Mentre nella stanza si spandeva il gorgoglio del mate versato nella tazza, un refolo tiepido entrò dalla finestra e con la coda dell’occhio lei scorse il piccolo movimento delle tendine raccolte ai lati dei vetri. Fu allora che tornò a imporsi alla sua mente l’immagine dell’ondina che si srotola sulla battigia. Una sabbia scura, la trasparenza dell’acqua che amplifica come una lente quei granelli grandi come schegge di roccia, il bordo sottile della schiuma che si perde in essi. E una fetta di spiaggia color amaranto, un rettangolo di spugna, l’asciugamano dove una donna giace sdraiata, gli occhi aperti e fissi, il costume da bagno in due pezzi, giallo. Sono venuta per mia madre, disse Bruna riscuotendosi dal torpore in cui l’immagine l’aveva fatta sprofondare.
        Certo, Clara Onetti, disse il vecchio. Alzò il becco della teiera facendo cessare il gorgoglio del getto di mate. Ma come è arrivata fin qui? saremmo curiosi di saperlo. Il lucherino testa nera era volato sul dorso della mano destra dell’uomo e da lì sporgeva il collo sul bordo della tazza che il vecchio stringeva nel pugno, immergendo a scatti il becco nel mate. Non faccia caso a lui, disse poi, vedendo che Bruna fissava attenta l’uccellino. La donna si riscosse e guardando di nuovo il vecchio gli chiese, cosa? Come ha fatto ad arrivare qui? ripeté allora l’anziano ospite. Ho chiesto in giro, tutti a Santa Rosa quando ricordano il fatto di mia madre prima o poi fanno il suo nome. Oh, il nostro nome, ma lei saprà certamente che quando qualcuno non sa spiegare qualcosa chiama sempre in causa noi. Esclamò il vecchio riponendo la tazza sul piattino, e poi Santa Rosa è una città così pettegola! Mi dica, invece: le dispiace se al posto della bombilla le ho servito il mate in una tazza da tè? Bruna Sampaio rimase per un attimo interdetta dalla domanda insensata, quindi sbottò, basta con questa commedia, posando con decisione la sua tazza sul tavolo, non sono venuta fin qui per gustarmi il mate, ma per parlare dell’omicidio di mia madre, lo capisce? Il vecchio assunse un’aria seria e disse, ce ne rendiamo conto, e poi lo ripeté, ce ne rendiamo conto.
        Conosceva mia madre, disse Bruna Sampaio, e a quella che non era una domanda il vecchio annuì, poi aggiunse subito, però se ha letto i verbali di polizia saprà che noi non siamo minimamente coinvolti nella sua morte. L’aveva detto con un tono complice, piegandosi verso la donna e facendo il gesto di allungarle una mano, ma poi l’aveva ritratta a metà strada, piano, sfiorando con la punta dei polpastrelli il coperchio della zuppiera di ceramica. La donna allora tornò a vedere con gli occhi della mente la scena di sua madre stesa sul telo color amaranto, e per la prima volta in vita sua capì che il costume giallo non era in due pezzi, bensì intero, solo che il sangue sgorgato dal ventre (mani rattrappite e immobili e fredde per ricomporre lo squarcio delle coltellate) aveva confuso la testimone di quattro anni che allora Bruna Sampaio era. Il sangue, per lei bambina, gocciolante di oceano e con il secchiello in mano, era stato addomesticato dalla sua fantasia in un lembo del telo da spiaggia, color rosso vivo, amaranto, come le diceva sua madre chiamarsi quel colore. Ciò che le aveva fatto orrore erano state le formiche, grandi e nere, che camminavano sul corpo già freddo della madre, e qualcuna addirittura sulle pupille indifese.
        Bruna si riscosse con un brivido da quella immagine, e quando tornò a fissare il vecchio, i cui occhi ora, ci avrebbe giurato, erano blu e chiazzati di bianco come l’oceano, egli le ripeté: noi non siamo coinvolti nella morte di sua madre, spero che questo lei lo sappia. Sì, lo so, ma so che lei deve sapere qualcosa di più di quello che si racconta, perché… perché tutti, come le dicevo, a un certo punto la nominano. Ma come le ho già detto, disse il vecchio, questo non ha nessuna importanza. Perché conosceva mia madre? gli chiese allora la donna, voglio dire… in che rapporti eravate? aggiunse più esitante. Se sta pensando che noi fossimo suoi clienti, le assicuro che non è così, ribatté prontamente l’uomo. Diciamo che potremmo essere definiti persone informate sui fatti, dal punto di vista giuridico certamente non testimoni. Sappiamo che sua madre era una prostituta, disse il lucherino testa nera, guizzando dalle dita del vecchio sul pavimento, dove in un attimo si tramutò in un uomo maturo, magro e dal naso affilato come un becco, notò Bruna, stupendosi di non stupirsi di quanto stava accadendo e invece di soffermarsi a notare i capelli neri e il gilet giallo che l’uomo indossava.
        Sappiamo che aveva una figlia, lei, continuò sempre l’ex-lucherino, e che aveva quattro anni al momento dell’omicidio, aggiunse il vecchio, sappiamo che il sospettato principale era un cliente di sua madre, continuò l’uomo più giovane, tale Juan Maria Brausen, puntualizzò l’altro, ma la polizia  non ha mai raccolto prove sufficienti per incriminarlo, concluse il più giovane, né lui, né altro alcuno: gradisce un biscotto? Bruna Sampaio gettò un’occhiata distratta alla pirofila di biscotti che l’uomo in piedi le stava porgendo e dopo un lungo attimo, in cui cercò di dare un senso logico a quello che vedeva, si rese conto che i biscotti erano a forma di formica. Allora un pensiero si fece strada in lei e dopo un lungo silenzio, in cui continuò a fissare i biscotti, puntando il suo sguardo sui due uomini disse, io non ho mai parlato a nessuno delle formiche di quel giorno... se voi ne sapete qualcosa, vuol dire che eravate presenti. È vero, ammise velocemente il vecchio, c’eravamo, aggiunse l’uomo più giovane, poi rimasero entrambi a fissarla, impassibili, finché la donna non aggiunse, mi avete mentito, allora i due uomini scossero energicamente il capo, cominciando a ripetere la parola no. Sì, invece, avevate detto di essere solo persone informate sui fatti, e non testimoni... Ma non lo siamo, protestò il vecchio, ci pensi, testimone è solo colui che può rendere testimonianza, si intromise il più giovane, e noi non saremmo ammessi in nessun tribunale, continuò il vecchio, perché ha capito, alla fine, chi siamo, vero? chiese l’ex-uccello.
        Forse, disse la donna.
        Oh, sì che l’ha capito, disse il vecchio, non credi? chiese conferma all’amico, sì che ci credo, disse il più giovane, si vede che è sveglia, altrimenti non ci avrebbe trovato, puntualizzò il vecchio, già, disse l’uomo che era stato un lucherino testa nera, con il tono di chi nota una cosa per la prima volta, e come ha fatto? Gliel’ho chiesto ma non mi ha ancora risposto, sospirò il vecchio.
        Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio.
        Capirà, continuò a parlare l’uomo dal gilet giallo e il naso affilato come un becco, per un tempo che per gli umani è lungo un paio di milioni di anni, nessuno ci ha mai trovato, e sì che si sono sforzati di darci un nome, disse il vecchio, o un volto, puntualizzò il più giovane, ma comunque, dicevo, se adesso, all’improvviso qualcuno è stato capace di raggiungerci, potrà ben capire la nostra curiosità al riguardo. 
        Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio.
        Sì, disse il vecchio, è stato lui, Juan Maria Brausen.
        Bruna concentrò lo sguardo in un punto fra le sue scarpe.
        Scommetto, disse il più giovane rivolto al vecchio ma continuando a guardare la donna davanti a sé, che non è ancora soddisfatta. Cos’altro vuol sapere? ci dica.
        Nulla. Non mi serve sapere altro, voglio invece chiedervi una cosa. Un favore, disse Bruna Sampaio sollevando nuovamente lo sguardo sui due.
        Quale? chiesero all’unisono il vecchio e il più giovane.
        Voglio che muoia.
        Be’... noi non ne abbiamo il potere, disse il vecchio con una piccola mossa delle spalle.
        Ma se siete chi io credo che siate... com’è possibile che non ne abbiate il potere?
        Noi abbiamo immaginato tutto questo, disse allora il più giovane dei due indicando con un gesto appena accennato della mano la finestra alle spalle di Bruna Sampaio, che raccolse il movimento del suo interlocutore e lo prolungò volgendo il capo fino a inquadrare i vetri aperti, dove stelle ribollivano, lanciando lampi di luce nello spazio siderale e buio, e dinosauri si strofinavano e lottavano, mentre il tempo si spandeva in volute porose come le radici dell’ombù, fiori sbocciavano e poi appassivano, riducendosi in cenere da cui sorgevano animali striscianti e volanti, finché la donna si sentì oppressa dal senso dell’infinito che quelle immagini suscitavano in lei, allora fra il telaio della finestra si materializzò di nuovo un giardino ordinato, dove da qualche parte giungeva il suono dell’acqua che scorre. Noi abbiamo immaginato tutto questo, continuò il vecchio, ma non gli umani, siete sorti indipendentemente dalla nostra immaginazione, disse ancora il più giovane, in un primo tempo abbiamo pensato che foste un errore, un prodotto non previsto, come il precipitato di un sale in una reazione chimica, puntualizzò il vecchio, poi abbiamo supposto che forse noi stessi eravamo il prodotto secondario di un’immaginazione che ci eccedeva, disse l’ex-uccello, di qualcuno più grande di noi, fuori dalla nostra comprensione, concluse il vecchio.
        Ci avete affascinato, e allora siamo rimasti ad osservare le vostre vite, così diverse dalle nostre, riprese a parlare il più giovane, è per questo che siamo persone informate sui fatti, prese di nuovo la parola il vecchio, ma questo non significa che possiamo sempre interpretarli correttamente, disse il più giovane, né tanto meno interferire con essi.
        Rimasero tutti e tre in silenzio. Fuori si sentivano cantare gli uccelli. Il mate, nelle tazze, si era raffreddato.
        E adesso che abbiamo risposto, o non abbiamo risposto alle sue domande, riprese a parlare il vecchio, risponda lei alla nostra, signorina Sampaio, disse il più giovane, come ha fatto a trovarci?
        Io... vi ho immaginato.
        Le labbra dei due si stesero in un impercettibile sorriso.
        E ora che l’ha detto, chiese il vecchio, tutto questo le sembra meno vero?
     
    ARABELLA
     
     
     
    Chi sei, realmente?
     
    Arden correva.
    Correva con affanno, con la mano premuta sopra al petto squarciato e i piedi nudi e graffiati che scivolavano sulla neve. Aveva nevicato molto nell’ultima settimana, e i marciapiedi di Hanover altro non erano che lastre di ghiaccio, ora. Lastre che rallentavano la sua fuga.
    È un incubo, pensò. Solo un incubo.
    Ma le sue ferite pulsavano e il suo corpo ululava di dolore, dove era stato aperto come una bestia. Non dormiva, né sognava. Non giaceva nudo sul suo letto come ogni sera, nella sua stanza illuminata da vecchie luci natalizie, gli occhiali calati sulla punta del naso e un libro tra le mani, mentre le dita tamburellavano assenti sulla copertina malconcia. L’aria non era gravida dell’odore dolciastro della marijuana o di quello più aspro della birra, la stessa che Jonathan e Reeves versavano quasi ogni sera, ubriachi o fatti, sul suo tappeto consumato – i suoi migliori amici, adesso morti. Uccisi. Sì, ma da cosa?. No, l’unica cosa reale, adesso, era il sangue che gli ricopriva le mani, la spalla lussata e i tre profondi tagli che gli aprivano lo stomaco. 
    …ARDEN!
    Una voce.
    Il giovane si bloccò, piantandosi sull’asfalto congelato come un chiodo in un’asse di legno. Tremava, come tremano soltanto le foglie in autunno prima di staccarsi dal ramo e morire, trasportate dal vento.
    Si voltò.
    La strada era buia, come qualunque altra cosa a Hanover passate le sei del pomeriggio. Era il problema delle cittadine più piccole, sperdute tra le alte montagne del New Hampshire e al confine col verde selvaggio del Vermont. Non erano molto illuminate. E probabilmente, perché niente accadeva mai, lì. Niente di brutto, niente di pericoloso. Era un posto noioso e monotono, seppur pieno di giovani. L’università li attraeva per il prestigio, la promessa di un futuro lavorativo ricco e la bellezza del paesaggio quando l’autunno tingeva le foglie di un rosso così intenso. Non per altro. Però, in una sera di tardo inverno come quella, tutte le belle promesse sembravano non esistere nemmeno. Le luci della Liberty – la vecchia torre della biblioteca – brillavano deboli, non abbastanza forti da illuminare le dense ombre che circondavano Arden. Bones Gate era lontana, la festa un ricordo, la birra un sapore amaro in bocca. Era solo, lì, adesso.
    O forse no.
    «Cosa vuoi…», mormorò. La testa gli doleva, e gli occhi erano gonfi di pianto. Aveva visto troppe cose, in una sola sera. Troppe cose, per un ragazzo di appena venti anni «Cosa vuoi da me…».
    Un movimento.
    Arden sussultò.
    Un’ombra si staccò dall’oscurità della notte. Aveva fattezze umane, ma qualcosa nel modo in cui camminava, in cui muoveva il corpo, terrorizzò il ragazzo. Aveva lunghi arti scarni, e il rumore delle sue unghie sull’asfalto ogni qualvolta strusciava i piedi lo costrinse a fare un passo indietro. La paura gli incideva il corpo in profondità, come un pugnale conficcato sotto i muscoli, sotto la sua pelle smembrata da artigli affilati. Avrebbe voluto muoversi, o scappare. Andarsene, svanire nel nulla come uno spettro. Chiudere gli occhi e dimenticare dove fosse.
    Non ci riuscì.
    ARDEN.
    L’ombra era praticamente davanti a lui ora. Illuminata dal bagliore della luna riflesso sulla neve bianca, Arden ne riconobbe finalmente gli occhi. Erano scuri, adesso – pozzi profondi carichi di disperazione e odio. Eppure, seppur nascosti dietro lunghi capelli color petrolio, il giovane non aveva più dubbi. Tolse la mano dallo stomaco dilaniato e l’avvicinò al volto del mostro che aveva fatto strage dei suoi amici in una sola sera. Ne accarezzò la guancia, candida alla luce delle stelle, e sorrise appena, incerto. Sentiva il proprio cuore pulsare, un sistema in allarme bisognoso di soluzione. Lentamente scostò una ciocca nera, rivelando il lato destro di quel viso che conosceva così bene, ma lì non c’era più carne, solo ossa pallide e spezzate. E tanta rabbia.
    Arden scattò indietro.
    Troppo tardi.
    Il mostro si avventò su di lui.
     
     E perché chiami me, mostro?
     
    Disteso sul letto disfatto, si domandò perché avesse deciso di cominciare a bere così presto.
    «Ehi, Arden! Amico, svegliati!».
    Uno schizzo di vodka sulla faccia lo costrinse ad aprire gli occhi. Jonathan rise, gettando la testa indietro. Un altro fiotto di alcol si versò sul tappeto ai piedi del giovane, allargandosi in una pozza scura e affatto profumata. Arden si limitò a guardare il suo amico, scuotendo appena la testa. Non era una novità. Lentamente, borbottando per la stanchezza, si tirò su, a sedere sul letto, i piedi scalzi penzoloni sopra a un delirio di bottiglie vuote e bicchieri di plastica usati. Qualcuno, non ricordava quando, si era impossessato del suo portatile, e ora una musica acuta e martellante rimbombava per tutta la stanza. Non era a suo agio, si rese conto. Avrebbe voluto dormire, lasciare che la brutta sensazione che gli artigliava la bocca dello stomaco sin da sveglio si spegnesse tra la nebbia dei sogni. O incubi; ultimamente, ne aveva molti. Ma non poteva. Un gruppetto di almeno otto persone occupava la sua stanza, perlopiù sconosciuti.
    «Tutto bene?».
    Una ragazza si era seduta accanto a lui. Aveva lunghi capelli castani e grandi occhi verdi, quel tipo di verde che dovrebbe appartenere solo alle piccole foglie da poco germogliate in primavera e non a una giovane studentessa. Arden ne rimase incantato per alcuni secondi, prima di rendersi conto che non le aveva ancora risposto. Sorrise appena, annuendo piano, rallentato.
    «Sì», disse. «Solo un po’ stanco. E ubriaco».
    Lei rise.
    Aveva quel tipo di sguardo che sembrava sorridere sempre, anche quando c’era più dolore che gioia nel cuore. Arden si ritrovò a offrirle da bere. Aprì il mini-frigo ai piedi del letto e prese due birre fredde, affettò del limone e lo premette giù per il collo delle bottiglie. Lei lo fissò con occhi sognanti, sperando forse che la loro serata si concludesse in qualcosa di più intimo. Ma quando le loro dita si toccarono tutto ciò che Arden sentì fu un profondo senso di disagio. Un brivido gelido gli risalì lungo la schiena tesa e il suo stomaco si chiuse come un portellone in avaria. Rapido, tirò indietro la mano e si voltò. La giovane sembrò delusa; Arden percepì la sua confusione come una vibrazione sulla pelle. Ma non gl’importò. Altri pensieri lo stordivano adesso. Pensieri in cui un viso gentile gli sorrideva e dita morbide lo accarezzavano.
    Qualcuno si buttò a sedere accanto a lui, rimbalzando sul letto. «Non ci crederai mai», fece Reeves.
    Arden si voltò per guardarlo; la bottiglia di birra già vuota. Ne prese un’altra. Il suo amico era evidentemente fatto ma i suoi occhi tradivano ugualmente un misto di comprensione e tristezza. E forse, anche stupore.
    «A cosa?».
    Reeves gli mostrò il cellulare.
    «La madre di Arabella si è uccisa».
    Arden trasalì.
    Lo schermo del telefono mostrava un titolo a caratteri cubitali da prima pagina e una serie di immagini tanto raccapriccianti da chiedersi perché fossero lì, sotto al suo naso. Stordito, allontanò il cellulare di Reeves con una spinta e si alzò. Lasciò la stanza e corse a rifugiarsi in bagno. Un gruppo di ragazze ridacchiava davanti allo specchio e Arden le scacciò senza troppa gentilezza nella voce. Vivere in una confraternita, rammentò, aveva i suoi difetti. In trance, scivolò sul pavimento di bianche mattonelle, sporche e fredde, e chiuse gli occhi. Il whisky, la vodka e la birra si fecero sentire con prepotenza, sciaguattando nel suo stomaco come una zattera alla deriva. Si chiese perché gli era così difficile controllarsi e subito dopo scoppiò a piangere.
    Reeves bussò alla porta. «Ehi, amico», disse, sconsolato. «Mi dispiace. Non volevo turbarti così…».
    «Vattene», sussurrò Arden.
    Il ragazzo si zittì, e poco dopo si dileguò, senza aggiungere altro. Arden sentì il rumore dei suoi passi mentre tornava nella sua stanza. Respirò a fondo. I ricordi sono imprevedibili, si disse. Tornano per ucciderti quando meno te lo aspetti. Strinse i pugni e li premette contro le palpebre chiuse con forza, quasi cercasse di cacciare via le immagini che continuavano a tormentarlo. Fantasmi di momenti trascorsi, vivi e pieni di luce, che tutt’ora lo svegliavano nel cuore della notte, un promemoria di come la sua vita era stata e di ciò che aveva stretto tra le mani.
    Arabella.
    «Arabella».
    Un ragazzo ubriaco spalancò la porta del bagno con un calcio e Arden batté la testa contro lo spigolo del ripiano davanti a lui. Per pochi istanti il mondo si colorò di mille luci mentre una voce sbiascicata farfugliava scuse affatto convincenti. Il giovane si alzò barcollando, la testa dolente, e dopo un secondo di esitazione piazzò un pugno in faccia allo sconosciuto – Arden conosceva i volti e i nomi di tutti i confratelli di Bones Gate e lui non era uno di loro – che inciampò sul bidone della spazzatura alle sue spalle e cadde a terra come un sacco di patate.           
    «Coglione», mormorò Arden.
    Uscì dal bagno, massaggiandosi la fronte. Un rivolo di sangue gli sporcò i polpastrelli, che pulì distrattamente sui jeans. Si sentiva stordito, alterato, confuso dall’alcol che continuava a scorrergli sotto la pelle e dentro le vene. Era una sensazione piacevole in realtà. Ne aveva abusato spesso nell’ultimo periodo. Era la miglior medicina contro il veleno impetuoso dei ricordi.
    Nel frattempo, la festa si era spostata nel corridoio. La sua camera era vuota – le bottiglie e i bicchieri gli unici indizi di cos’era successo lì dentro. Jonathan gli posò un braccio intorno alle spalle, ridendo con sguaiatezza e spintonandolo verso le scale e il seminterrato, dove il festino sarebbe proseguito. Arden si lasciò trascinare, già più spaesato e leggero di quanto non fosse pochi secondi prima. La notizia della morte della madre di Arabella si rintanò in un angolo del sua mente, sotterrata sotto svariati strati di pensieri del tutto inutili o frivoli. La ragazza di poco prima lo affiancò, sorridendogli angelica. Si era legata i capelli ondulati e una lunga serie di immagini occupò la testa di Arden, risvegliando il suo istinto animale. Le sorrise, anche se non avrebbe dovuto, seppur un altro volto spingesse per farsi largo tra la confusione.
    «Cos’hai in mano?», gli domandò lei.
    «Come ti chiami?», replicò lui, guardandola.
    Lei sorrise. «Maria».
    Arden fece scorrere gli occhi lungo il suo collo e poi più giù, sfacciato come soltanto l’alcol riusciva a renderlo. «Maria», ripeté, provandolo sulle labbra e indugiando quando la M le chiudeva. «Mi piace».
    Lei arrossì. «Ma non hai ancora risposto».
    Allora, il giovane guardò in basso. Stringeva un cacciavite nella mano destra. Il manico era di plastica rossa e la punta a stella. Ricordava di averne visto uno uguale, nel bagno, sopra il ripiano del lavandino. Forse era lo stesso. Ma non ricordava perché mai avrebbe dovuto prenderlo. Scosse la testa e se lo infilò in tasca, commentando con una risata. Maria lo fissò con un sorriso incastrato tra le labbra piene, su cui gli occhi di Arden si soffermarono più a lungo di prima.
    Jon lo strinse con forza. «Si prospetta una serata entusiasmante», fece, l’accento inglese più marcato del solito.
    L’amico rise.
    Avevano raggiunto il seminterrato. I due amici corsero giù per le scale appiccicose di alcol e chissà che altro. Un attimo prima di aprire la porta però, ad Arden parve di scorgere una faccia familiare nel piccolo oblò di vetro, l’unica finestra sul quel mondo proibito e ridicolo che era il seminterrato di Bones Gate. Un volto cadaverico, dove due occhi scuri e profondi si incastonavano come pietre. Lo sguardo che gli rivolse era di puro odio. Distratto, Arden mancò l’ultimo gradino e scivolò verso la porta. Arrestò la caduta con entrambe le braccia, ma adesso i suoi occhi erano a un palmo dall’oblò. Il volto era sempre lì, i loro sguardi ora vicini, troppo vicini. Qualcosa in quelle iridi sconosciute e terrificanti gli provocò un senso di familiarità. Ma l’alcol scorreva ancora insolente nel suo sangue e l’istante in cui sbatté le palpebre, la pallida figura era scomparsa. Affatto gentile, Jonathan lo spinse via e spalancò la porta. Un fiume di almeno quindici persone gli passò accanto, sfociando nelle promesse alcoliche del seminterrato. La musica che rimbombava tra le pareti rivestite di scritte erano le stesse che avrebbero ascoltato in qualunque altra confraternita. Ma Bones Gate sapeva il fatto suo. Arden li guardò confuso, domandandosi cosa fosse appena successo. Stava forse impazzendo?
    Maria lo prese per mano. Stava ridendo, e aveva in mano una lattina di birra. Arden lasciò che lo conducesse oltre la porta ora aperta, immergendolo tra i corpi caldi e appiccicosi dei suoi compagni e il puzzo nauseabondo del seminterrato – un misto di sudore, birra, piscio e vomito. Gli passarono un bicchiere. Qualcuno gli sorrise. Apparentemente c’era qualcosa di buono, dentro. Arden buttò giù la bevanda in poche sorsate, quasi strozzandosi quando gli accarezzò la gola. Qualunque cosa fosse, era forte. D’un tratto, la stanza iniziò a girare e il suo corpo a scaldarsi come un ceppo sul fuoco. Si sfilò il maglione, lasciandolo cadere da qualche parte, e cominciò a ballare. Maria si strinse a lui, le mani audaci e maliziose che gli toccavano il petto nudo, infilandosi sotto la maglia, affatto intimorite dalla reputazione che macchiava il nome di Arden da un mese – il fidanzato di Arabella, la ragazza suicida; quello che non era riuscito a salvarla; il ragazzo che non le era stato accanto, il colpevole. Ma forse, pensò il giovane, in un istante di lucidità, Maria neanche sapeva chi avesse davanti. Forse, era una matricola arrivata al Dartmouth College di recente. Forse, solo il suo corpo l’aveva stregata.
    Nient’altro.
    Corpi sconosciuti lo spintonarono via da lei. In una confusione di luci e rumori, si ritrovò a un passo da Reeves. L’amico gli sorrise, sbronzo quanto chiunque altro attorno a loro. Con un cenno, gli offrì un sorso di vodka, che Arden buttò giù senza pensare. La serata avrebbe preso una piega rovinosa, già lo sapeva. Tre anni in confraternita insegnavano soprattutto questo.
    D’un tratto, un ricordo si fece largo nella sua mente, artigliandosi alle pareti per arrivare in superficie.
    «Ti diverti?»
    «Mai, senza di te».
    «Non senza alcol, vorrai dire».
    Sorrido. «Tu sei più importante».
    Lei arrossisce.
    «Arden».
    Perché l’hai fatto?, pensò. Nella sua testa, Arabella continuava a sorridergli, i tratti asiatici di sua madre ma gli occhi verdi di suo padre. Verdi, come quelli che aveva davanti adesso, distanti pochi centimetri. Si chiese se fosse lei, se stesse sognando disteso in camera sua. Se la serata non avesse mai avuto inizio e quella fosse semplicemente una delle tante notti che trascorrevano insieme, spesso abbracciati o soltanto accanto, vicini abbastanza da sfiorarsi ma senza toccarsi. Arabella sapeva essere delicata quanto il petalo di un fiore, dura come il tronco di un albero e il suo acume era graffiante come la punta di un ago. Arden la amava, e sperò che fossero sue, quelle iridi che lo fissavano. Ma no. Non c’era sagacia, in loro. Non era lei.
    Represse il ricordo.
    Maria lo baciò. Labbra calde sfiorarono le sue e non ci fu alcuna dolcezza in quello scontro, solo brama e istinto, una passione animale e primitiva, che si staccava da qualunque ideale di amore o intimità, di affinità o dovere. C’era soltanto il desiderio, elementare e forte, una mano che li avvicinava e stringeva entrambi, ma non al cuore. Decisamente più in basso, si disse Arden. Rise tra le sue labbra, esaltato da tutta la birra – e chissà cos’altro – che aveva ingurgitato. Altri corpi si muovevano attorno a loro, ombre sfocate che si perdevano in un mare di sensazioni. La pelle di Maria sotto le sue dita, lucida di sudore e morbida come un boccone delizioso, era l’unica cosa che il suo cervello riuscisse a concretizzare, insieme alla sua lingua e al sapore dolce che gli lasciava in bocca, un misto di ragazza e vodka. Il resto, era caos. Un’accozzaglia di luci e sagome fumose, rintanate ai bordi del suo campo visivo, troppo insignificanti per essere messe a fuoco. 
    Arden le accarezzò il collo, lasciando scivolare la mano oltre la nuca e tra i capelli di nuovo sciolti. Ma lì, le sue dita incontrarono altro. Qualcosa di freddo e ruvido, tagliente ai bordi, tanto da farlo scattare indietro. Spalancò gli occhi già aperti, nella speranza di ritrovare un residuo di lucidità, un aiuto contro la nebbia della sfrenatezza, e vide qualcuno, alle spalle di Maria. Una figura, dalla chioma scura, la cui mano sinistra si muoveva tra i capelli della giovane e la destra si avvicinava allo stomaco. Le dita erano lunghi artigli affilati, pronti a trinciare, squartare, tagliare…           
    Il giovane scattò avanti.
    Maria gridò.
    Gli artigli erano dentro la sua pelle, adesso. Premuti nella carne, la dilaniarono come carta e la ragazza cadde a terra, in una pozza di sangue, lo stomaco aperto e il vestito bianco ora rosso, sporco di liquidi e di interiora. Arden era ancora accanto a lei, stordito e paralizzato. La paura non impiegò molto tempo a trovare la sua strada nello sguardo dei presenti. Urla si levarono dovunque, cariche di panico e di terrore. Qualcuno venne calpestato. Qualcuno finì a terra e picchiò la testa contro un tavolo spaccandosi il cranio. Qualcuno inciampò sul corpo riverso a terra di un amico o scivolò su una pozza di birra o di sangue, impalandosi su una stecca da biliardo, la stessa che aveva utilizzato poco prima per dividere le squadre a birra pong. Altri trovarono la salvezza spalancando la porta e correndo via, fuori, oltre la strada che conduceva a Bones Gate. Qualcuno morì sulle scale, pestato. Qualcuno morì per mano del mostro.
    ARDEN.
    Lui era ancora lì. Premuto contro il muro, circondato da corpi, mentre il sistema d’allarme scattava, da qualche parte, dentro la confraternita. Il corpo immobile di Jonathan giaceva a pochi metri da lui, la faccia dilaniata e il petto squarciato; un’ombra di stupore, tuttora, nei suoi occhi chiari.
    GUARDA COSA HAI FATTO.
                                        GUARDA,
                                                 ARDEN
    Arden pianse.
    La musica continuava a rimbombare tra le pareti; nessuno si era preoccupato di spegnerla. I cadaveri dei suoi amici lo assediavano, un fossato di corpi e budella che lo divideva dalla salvezza, dalla porta che lo avrebbe condotto via da lì, lontano dal mostro. Nonostante ciò, però, cosa lo tormentava di più era il sangue e i resti stracciati delle vittime con cui l’essere si era divertito. Gambe, braccia e busti straziati, scomposti come pezzi di un puzzle buttati alla rinfusa.
    «Perché…», farfugliò.
    Il mostro lo guardava. Era acquattato, rannicchiato sopra uno dei tavoli, sporco di sangue, la testa appena inclinata e gli artigli tesi, pronti a tagliare. Era spaventoso e al tempo stesso affascinante. Una creatura surreale, un’idea impossibile, una figura che avrebbe dovuto far parte di un incubo. Non della realtà. Incredulo, Arden sperò che fosse un sogno, un cattivo scherzo della sua mente alterata dall’alcol. Ma il suo cuore continuava a palpitare frenetico pompando ossigeno, pulendogli il sangue e montando l’adrenalina, rendendolo più lucido di fronte a cos’era accaduto. E il mostro era ancora lì. Non tremava, come un’ombra pronta a svanire.
    Era lì.
    E lo fissava.
    «Cosa… sei?», azzardò il giovane.
    L’essere balzò giù dal tavolo.
    Arden sussultò, e solo allora si rese conto di avere nuovamente il cacciavite in mano. Si era sporcato di sangue, così come i jeans e la maglia. Si chiese quando lo avesse preso, e pensò poi di averlo fatto quando aveva visto la creatura dietro Maria. Aveva cercato di fermarla, di impedirle di attaccarla, di ucciderla, ma era stato lento. Ancora una volta, nella sua vita, era arrivato troppo tardi.
    ARDEN.
    Il mostro continuava a ripetere il suo nome. Adesso era più vicino. Strusciava lento disteso sul pavimento appiccicoso. Gli arti dinoccolati, lunghi e secchi come radici nodose, pronti a scattare.
    Arden alzò il cacciavite.
    E la creatura saltò.
     
    Non è forse vero
     
    «Smettila!».
    Arabella sorrideva. Le mani di Arden le solleticavano i fianchi e lei si dimenava, scalciava nel tentativo di fermarlo e liberarsi. Anche lui rideva. Un raggio di sole caldo filtrava dall’unica finestra della camera, illuminando le pareti bianche, tempestate di vinili, quadri e bandiere – due, una della California, una della Dartmouth. Nell’aria, ormai appiccicato alle pareti, aleggiava il classico odore di marijuana misto al profumo pungente della varichina. Il fine settimana era passato, era domenica pomeriggio e i ragazzi di Bones Gate avevano trascorso l’intera mattina a pulire bicchieri, vomito e birra. La festa era stata piacevole. Si erano divertiti.
    Arden era felice.
    Fissava Arabella mentre sorrideva pigra, distesa nuda sul suo letto, i vestiti sparsi per tutta la camera, gli occhi innamorati e le labbra gonfie per i baci che si erano dati. C’era solo una cosa, che stonava. Dolce, il giovane le accarezzò lo zigomo destro. Lì un piccolo livido nero le macchiava la pelle, altrimenti candida come neve. Lei sussultò appena, percependo una piccola fitta di dolore. Chiuse gli occhi e lasciò che Arden la toccasse con quella delicatezza struggente che era soltanto sua. La loro pelle a contatto era calda, morbida, liscia, un tocco, una sensazione che per entrambi voleva dire sicurezza. Voleva dire conoscersi, voleva dire amarsi.
    «Ti porterò via, un giorno», le sussurrò.           
    Non c’era bisogno di dire da chi.            
    Le voci che giravano sul padre di Arabella erano molte. Il vecchio professore universitario, il neuroscienziato denunciato da alcune giovani alunne per molestie sessuali. Licenziato in tronco, allontanato dalla cattedra e privato di qualunque opportunità di insegnare ancora, picchiava la figlia, si raccontava. E sua moglie. Era depresso, insoddisfatto. Affermava che ogni accusa mossa contro di lui era infondata. Non c’erano prove se non le parole deliranti di quelle ragazze, così convinte, così sicure di qualcosa che non era mai accaduto. Si erano approfittati di lui, diceva, ripeteva ogni giorno, piangendo infelice. Lo avevano ingannato. Ma nessuno gli credeva.
    Viveva agli arresti domiciliari, in una casa poco fuori Hanover, con la moglie. Arabella era costretta a visitarli ogni fine settimana, nonostante tutto. Quando Arden la pregava di non farlo, lei rispondeva che non doveva rivelare a nessuno, assolutamente a nessuno, che cosa le faceva, che cosa le aveva fatto. Dopotutto, era suo padre. E lo amava, a modo suo.  
    Il giovane poteva soltanto annuire.
    Arabella aprì gli occhi. «Lo so», disse.  
    Lo baciò. E baciarlo le ricordava il giorno in cui si erano conosciuti. Arden era affascinante agli occhi di molti. Era alto, era gentile, era carismatico, era bello. I suoi occhi erano azzurri come il cielo e il suo sorriso accogliente come un abbraccio caldo d’inverno. Sapeva ridere per mettere gli altri a loro agio e farsi serio quando qualcuno aveva bisogno di discorsi più rassicuranti. La giovane l’aveva amato dal primo istante. Da quando le sue dita l’avevano accarezzata la prima volta.         
    Lui sorrise.
    Le labbra di Arden erano sempre dolci e gentili contro le sue. Ma poi un fuoco bruciante si allargava dentro di loro, tra i loro corpi, e allora le mani scendevano più in basso e i baci si trasformavano in passione, in frenesia, in eccitazione. Quel pomeriggio, fecero l’amore per molte ore, fermandosi a volte soltanto per parlare, guardarsi negli occhi, mangiare. Arden la portò fuori per cena. C’era un piccolo ristorante, nel centro di Hanover. Ordinarono due hamburger, come al solito – lui adorava la carne – e chiacchierarono. Molti li guardavano e sorridevano. Erano meravigliosi, accanto. Come una coppia di stelle. Ognuna splendeva di luce propria, ma insieme avrebbero potuto illuminare una città intera o dare fuoco a tutta una foresta.  
    A sera, lei tornò al suo dormitorio e Arden passò la serata con i suoi amici, bevendo birra e ridendo.
    Arabella si uccise due giorni dopo.
    Era il 27 febbraio. Il giorno del suo ventesimo compleanno. Non ne trovarono mai il corpo, solo una lettera, lasciata sulla piccola scrivania di legno bianco su cui era solita studiare da quando si era iscritta alla Dartmouth. I manuali di Diritto e Politica ancora lì, lasciati in un angolo, lo zaino aperto, alcune penne raccolte in un cestello di plastica rossa, rossetti e una spazzola posati sul letto sempre sfatto, gli abiti immobili nell’armadio condiviso. Era stata Ronda, la sua compagna di stanza, a trovare la lettera. Era indirizzata a lei, infondo. In un primo momento non aveva riconosciuto la calligrafia della sua amica, sempre impeccabile, tra quelle parole scritte di fretta. Si era domandata se non fosse soltanto un brutto scherzo. Ma poi, un giorno era passato e a sera aveva chiamato Arden. Persino lui non la vedeva da un po’. Allora quel pezzo di carta aveva assunto tutt’altro peso. Aveva chiamato la polizia, i genitori e gli amici. Chiunque. I controlli erano cominciati, giornate di perlustrazioni e di ricerche disperate. Il suo nome era stato urlato tra i boschi che circondavano Hanover. Ma nessuna risposta era mai arrivata. Alla fine, dopo settimane, in molti si erano arresi. La sua scomparsa era stata compianta e il padre accusato della sua morte. L’uomo aveva negato e pregato che lui e la moglie fossero lasciati soli. La loro casa era stata circondata da giovani,  tutti in cerca di giustizia. Arden non si era mai fatto vedere. Molti raccontavano che avesse trovato conforto nell’alcol. Nessuno lo infastidiva. Tutti si chiedevano come una cosa tanto orribile fosse potuta accadere. Qualcuno iniziò ad accusarlo. Avrebbe dovuto starle vicino, aiutarla. 
    Non l’aveva fatto.
    Lento e pesante, un mese era trascorso. Silenzioso, Arden era tornato a farsi vedere. Ma la nuova reputazione che gravava sulle sue spalle riportava a galla i ricordi a ogni occasione. Piano, si era rialzato dalla nebbia dell’apatia e il suo corpo aveva ripreso a funzionare. Poi, il 30 marzo, aveva perso i     suoi amici.
    Perché, in qualche modo, Arabella era tornata.
     
    Che l’unica bestia
     
    Uno sparo.
    Arden sussultò, spaventato, e perse l’equilibrio. Scivolò sul sottile strato di ghiaccio che ricopriva la strada e cadde. Si premette le mani contro le orecchie. Fischiavano, adesso, con dolore. Il rumore era stato così acuto, così improvviso, così tagliente. Non se lo era aspettato. Il suo corpo ora tremava più di prima. Indifeso aspettò con paura che l’udito riprendesse a funzionare.
    Ci volle un po’.
    «Ragazzo».
    Una voce nuova.
    Non il mostro. Non più.
    Aprì gli occhi.
    C’era un poliziotto, davanti a lui. Le braccia tese, le dita rigide intorno al grilletto, la canna ancora fumante per il colpo sparato. Aveva le guance le rosse, ma non avrebbe saputo dire se per il freddo o il caldo. Pareva avesse corso molto o avesse semplicemente paura. Arden non lo sapeva.
    Si guardò attorno.
    Arabella – o qualunque cosa fosse diventata – non c’era più. Forse, l’agente l’aveva colpita. Ma se anche fosse stato così, non c’era alcun corpo, lì. Soltanto il buio della strada e il fumo bianco che usciva dalla sua bocca ogni volta che respirava. Nel silenzio, ricominciò piano a nevicare.
    «Ragazzo», ripeté il poliziotto. «Non ti muovere».
    Arden lo guardò.
    Era definitivamente angoscia quella che i suoi occhi tradivano, incapaci di mascherarsi. Un leggero tremore gli percuoteva le gambe, appena divaricate, tese, pronte a sparare un altro colpo se fosse stato necessario. Il giovane alzò una mano, innocente. L’altra era premuta di nuovo sopra il suo stomaco aperto. Faceva male, ma non così male come avrebbe creduto. Si chiese se non fosse tutta l’adrenalina che aveva in corpo, a renderlo tanto indifferente al dolore.
    «Anche l’altra», gli intimò il poliziotto.
    Arden lo fissò ancora, confuso. «Non p-posso», balbettò. Possibile non vedesse le ferite? «Il mostro…».
    «L’altra!», gridò lui.
    Il giovane sussultò. Alzò entrambe le braccia. Gli parve di sentire del liquido scorrergli giù per la pancia e le gambe, infilandosi sotto i jeans, rigidi per il sangue rappreso. Poi però, lo sentì anche lungo il braccio sinistro, mentre scorreva lento, gocce calde che rotolavano giù, rallentando all’altezza del gomito per poi cadere a picco nascondendosi sotto la maglia. Si domandò se fosse ferito anche a una mano, se avesse perso più sangue di quanto credesse.
    Quando guardò in alto s’irrigidì. Stringeva di nuovo il cacciavite, tra le dita. Allora guardò anche in basso e la confusione nei suoi occhi divenne bruciante. Non c’erano ferite, sul suo stomaco. Solo graffi. Piccole linee rosse, a gruppi di quattro, lasciate sulla sua pelle bianca, sotto la maglia strappata.
    Si costrinse a guardare a terra.
    Lì, ai suoi piedi, c’era un cadavere. Dilaniato. 
    Arden tremò.
    «Sei in arresto», sentenziò il poliziotto. «Per omicidio plurimo».
     
    L’unico assassino,
     
    Arabella era irrequieta. Le mani di Arden le solleticavano i fianchi e lei si dimenava, scalciava nel tentativo di fermarlo e liberarsi. Lui rideva di lei. Un pallido raggio di sole filtrava dall’unica finestra della camera, rischiarando appena le pareti bianche, tempestate di oggetti superflui, utilizzati al solo scopo di ingannare. Nell’aria, aleggiava il classico odore di sangue e carne, il puzzo che Arden trascinava con sé dovunque andasse, misto al sentore pungente della varichina. Il fine settimana era trascorso, era domenica, e i confratelli di Bones Gate avevano passato l’intera mattinata a pulire bicchieri e vomito. La festa era stata piacevole. Si erano divertiti.
    Arden era affamato.
    Scrutava Arabella mentre sorrideva tesa, distesa nuda sul suo letto, i vestiti sparsi per tutta la stanza, lo sguardo terrorizzato e le labbra gonfie per i morsi che le aveva dato. Nulla era fuori posto. Piano, il mostro le accarezzò lo zigomo destro. Un livido scuro le macchiava la pelle, altrimenti candida come neve. Lei sussultò appena, spaventata da quel tocco. Chiuse gli occhi e lasciò che Arden la toccasse. Il cuore le batteva forte, e pregava silenziosamente che non le facesse del male. La loro pelle a contatto era bollente, una sensazione che per lei era agonia. Per lui, eccitazione.
    «Ti porterò via, un giorno», le sussurrò.
    Non era necessario chiedere cosa significasse.
    Le voci che Arden aveva fatto girare per mascherare le sue reali intenzioni erano terribili. I suoi genitori avevano perso credibilità e ogni tipo di fiducia quando il sussurro demoniaco di quel mostro che si spacciava per il suo ragazzo aveva cominciato a muoversi attraverso le menti di chiunque incontrasse. Il brillante professore universitario, suo padre, un uomo buono, era stato denigrato, denunciato per atti che non aveva mai commesso. Licenziato in tronco, allontanato dalla cattedra e privato di qualunque opportunità di insegnare ancora, era caduto in depressione. Diceva che tutte le accuse erano infondate. Era stato ingannato.
    Ma nessuno gli credeva.
    I sussurri erano troppo potenti.
    Viveva agli arresti domiciliari in una casa poco fuori Hanover, con la madre di Arabella. Li poteva visitare solo poche volte. Quando pregava Arden di andare da loro, lui rispondeva che non doveva rivelare a nessuno il loro segreto. Dopotutto, era il suo ragazzo. La amava, follemente.          
    La giovane poteva solo annuire. 
    Arabella aprì gli occhi. «Lo so».
    Lui la baciò. E baciarlo, le ricordò quando lo aveva conosciuto, tra i corridoi di Carson Hall una mattina d’autunno. Arden era affascinante agli occhi di tanti. Era alto, era carismatico, era bello. I suoi occhi erano azzurri come i ghiacciai più freddi e il suo sorriso manipolatore come un burattinaio con bambole di carne. Sapeva ridere per spingere gli altri a fidarsi del suo sguardo e sussurrare quando qualcuno cominciava a sospettare. La giovane era caduta nella sua ragnatela dal primo istante. Da quando la sua voce le aveva mormorato parole la prima volta.         
    Il mostro ghignò.
    Le labbra di Arden erano sempre feroci e fredde contro le sue. E a quel fuoco bruciante che si allargava dentro di lui, nel suo corpo così umano ma infondo mostruoso, lei rispondeva con apatia, spengendosi svelta come una candela investita da un vento forte, lasciando che lui la penetrasse con violenza, come una bestia, permettendogli di prendere ciò che voleva. Le sue dita scendevano più in giù, e i baci si trasformavano in bramosia, aggressione. Quel pomeriggio la stuprò per infinite ore, fermandosi a volte solo per morderla, colpirla se non obbediva e mangiare. Mangiare, mangiare, mangiare. Sempre carne. Quando la portò fuori a cena, nel piccolo ristorante nel centro di Hanover, ordinarono due hamburger e di nuovo mangiarono carne, in silenzio. Molti li guardavano, ma non sorridevano. C’era qualcosa di orribile, in loro. La sera lui le concesse di tornare al dormitorio e il mostro passò del tempo con Jonathan.
    La uccise due giorni dopo.          
    Era il 27 febbraio. Il giorno del suo ventesimo compleanno. Non ne trovarono mai il corpo, poiché Arden ne mangiò ogni parte. Di lei, rimase solo una lettera, lasciata sulla minuscola scrivania di legno bianco su cui era solita studiare da quando era si iscritta alla Dartmouth. I manuali di Diritto e Politica ancora lì, lasciati in un angolo, lo zaino aperto, alcune penne raccolte in un cestello di plastica rossa, rossetti e una spazzola posati sopra al letto, gli abiti immobili dentro l’armadio condiviso. Era stata Ronda, la compagna di stanza, a trovare la lettera. Era indirizzata a lei. In un primo momento, non aveva riconosciuto la calligrafia della sua amica, sempre precisa, tra quelle parole scritte di fretta, poiché dopotutto non era davvero sua. Arden si era occupato di ogni dettaglio. Aveva soddisfatto la sua fame, e poi, come il migliore dei narratori, aveva costruito la migliore delle storie. Era stato così bravo, che Ronda si era domandata se non fosse soltanto un brutto scherzo. Ma poi, un giorno era trascorso e a sera aveva chiamato proprio lui, il mostro. E ovviamente il giovane, con la sua voce mortale e i suoi sussurri pericolosi, l’aveva convinta di non vedere Arabella già da un po’. Allora, il pezzo di carta aveva assunto altro peso. Ronda aveva chiamato i genitori, gli amici, la polizia. Chiunque. I sopralluoghi erano iniziati, ore di perlustrazioni e di ricerche. Il suo nome era stato gridato tra i boschi che circondavano Hanover. Ma non una risposta era mai arrivata, perché lei non esisteva più. Alla fine, dopo settimane, tanti si erano arresi. La sua morte era stata compatita e i sussurri del mostro avevano accusato il padre di tutto. L’uomo aveva negato e richiesto che lui e la moglie fossero lasciati in pace. La loro casa era stata circondata da giovani in cerca di giustizia. Arden era sparito. Molti raccontavano che avesse trovato conforto nell’alcol. Non era vero. Tutti si domandavano come una cosa così mostruosa fosse potuta accadere. Qualcuno accusò il fidanzato. Lui, avrebbe dovuto starle vicino. 
    Arden rideva.
    Come un animale con la pancia piena, il mostro dentro di lui si era assopito. Allora, lento e pesante, un mese era passato, e silenzioso, Arden o quello che di umano aveva, era tornato a farsi vedere. E la nuova reputazione che gravava sulle sue spalle, aveva riportato a galla quei sentimenti che il mostro era solito spegnere. Così aveva dimenticato cosa fosse. Come ogni volta, da secoli ormai. Piano però, si era rialzato dalla nebbia dell’apatia e il suo corpo aveva ripreso a funzionare. La fame era ricomparsa insidiosa, e il 30 marzo, aveva ucciso i suoi amici.      
    Finalmente, il mostro era sveglio.          
     
    Qui, sei tu
     
    Arden ricordò.
    Un Sussurratore. Ecco, cos’era.
    Rise.
    Odiava il momento in cui dimenticava. In cui la bestia dentro di lui si spegneva, appagata dal sangue bevuto, dalla carne assaggiata, da un’altra vita rubata. Allora, ciò che di umano anche era, trovava il suo spazio per uscire, senza blocchi o barriere. Cancellava ciò che era e aveva fatto. Lo spingeva a credere di aver amato, o poterlo fare. Lo rendeva convincente agli occhi di chi lo guardava. Agli occhi di chi sospettava non appena i sussurri si facevano più deboli.
    Rise ancora.
    Lui non amava. Non poteva farlo. Lui bramava.
    Sangue e dolore, carne e grida. Ma un corpo era più squisito, se prima lo aveva posseduto. Per questo, prediligeva le donne. Per questo, aveva attratto Arabella, tra le molte dentro la scuola. Lei era bella. Aveva acceso i suoi istinti animaleschi, l’aveva spinto a sussurrarle, a catturarla, a farla sua. L’aveva resa la preda perfetta, il boccone più ghiotto, il divertimento che preferiva, senza che lei potesse fare alcunché per fermarlo. I Sussurratori erano troppo forti.
    Anche quando dimenticavano.
    Abbassò la mano. Guardò il cacciavite. Non aveva bisogno d’armi per uccidere. Bastavano le sue mani, le sue fauci e la sua forza. Ma lo divertiva. Lo divertiva fingere e manipolare e poi attaccare.
    Ricordò cosa aveva fatto quella notte, mentre il mostro in lui si risvegliava lentamente, con brama, bisognoso di sangue. Umanità e alcol lo avevano confuso, come droghe potenti. Lo avevano accecato. Lo avevano spinto a vedere Arabella in una qualche forma che era tanto mostruosa quanto lui. Ma non era mai stata lei, a uccidere. Erano sempre state le sue mani. Prima il ragazzo in bagno. Poi, Maria. Poi tutti gli altri. Avevano provato colpirlo, a ferirlo. Ma erano impotenti a mani nude. E lui troppo bestiale. Cos’era umano dentro di lui aveva cercato di fermarlo, aveva proiettato un mostro che non esisteva, gli aveva fatto credere di essere ferito per rallentarlo. Ma il Sussurratore aveva trovato la sua strada lo stesso. Ed era fuggito, in cerca di altra carne, di altro sangue, di altro cibo. L’aveva trovato. Si era nutrito.
    Poi, il poliziotto.
    Adesso si fissavano.
    Quell’arma avrebbe potuto ferirlo, ma mai ucciderlo. Niente infondo, poteva farlo. Così, si inginocchiò, e lasciò che l’agente lo ammanettasse. Era sporco di sangue e sulla lingua e tra le labbra sentiva ancora il sapore caldo e dolce delle vittime che aveva divorato. Chissà che cosa avevano provato quando i suoi denti avevano perforato loro la pelle, si domandò. Era stato doloroso?
    «Non muoverti», gli intimò il poliziotto. Le mani gli tremavano, mentre chiudeva gli anelli d’acciaio. «O dovrò spararti».
    Era molto giovane, notò il mostro. Non aveva rughe sul viso e le sue braccia erano forti. Lo sguardo tradiva paura, seppur ai suoi occhi Arden appariva come un semplice ragazzo. Si chiese se fosse già stato nel seminterrato. Probabilmente sì. Qualcuno doveva averlo visto, mentre massacrava quei poveri studenti, e doveva essere corso a spifferarlo. Sospirò, i suoi sussurri avrebbero dovuto essere molto potenti questa volta, o tutti avrebbe ricordato e lui avrebbe dovuto lasciare la città. E non aveva voglia di farlo. Hanover gli piaceva. Era ricca di carne.
    L’agente lo tirò su, i polsi ammanettati, e lo spinse verso il fondo della strada, dove un solo lampione era acceso e illuminava una pattuglia della polizia, le sirene accese ma silenziose mentre la neve continuava a volteggiare fino a terra. Altri due uomini li aspettavano, lì. Le pistole puntate contro di lui, contro il mostro ormai di nuovo sveglio, chiedendosi di certo come avesse fatto, come fosse possibile. Ma loro non sapevano cos’era. Né mai lo avrebbero scoperto.
    Né mai avrebbero visto il giorno.           
     
    Arden?
    Torino, 25 aprile 1686
     
    Per essere uno che gli sbirri guardavano come un cane con la rogna, Gustìn pensava di essere stato trattato troppo bene.
    Nei suoi quattordici anni di vita aveva imparato a conoscere le carceri senatorie di Torino: stanzoni dal lezzo tremendo dov’erano stipati uomini, donne, bambini che dormivano per terra e si dividevano un unico grande vaso da notte. Cani e gatti randagi s’intrufolavano dalle minuscole finestre con le grate per contendere ai prigionieri il cibo raffermo e scambiarsi pulci e pidocchi.
    Poi c’erano gli sbirri del Vicario, più duri e bastardi di quelli cui davano la caccia: quando prendevano qualcuno, in due lo tenevano fermo e il terzo lo picchiava col bastone, mentre scommettevano quanto sarebbe durato senza svenire.
    Eppure c’erano posti ancora peggiori delle carceri del Senato. Nella prigione di Miolans le celle erano chiamate “inferno”, e non solo perché stavano sottoterra. A Miraboc i condannati tiravano le cuoia in due settimane, sepolti nelle cisterne, mentre a Bard venivano calati con la corda in un pozzo scavato nella roccia: niente luce né cibo, né acqua… a meno che non piovesse, e allora se andava bene facevano il bagno, altrimenti annegavano con i topi.
    Ma neppure nei suoi momenti migliori Gustìn poteva dire di aver  vissuto in un posto più pulito, caldo e confortevole della cella in cui si trovava rinchiuso in quel momento, in una torre del palazzo che i torinesi chiamavano “il Castello”. Senza guardare le grate alla finestra, avrebbe potuto immaginare di essere nella stanza di una locanda per la gente di rango, con il letto di piume, lo scrittoio, il catino e la brocca per lavarsi.
    Quel riguardo con cui era stato trattato, per la prima volta, lo riempiva di domande cui non riusciva a rispondere.
    Guardò la candela sullo scrittoio. La cera si consumava goccia dopo goccia, colava dallo stoppino, scendeva sullo stelo, circonfusa da un profilo di fiamma: insieme al suono delle campane di Torino quando chiamavano i fedeli alla Messa, era l’unico segno che il tempo continuava a scorrere.
    Una chiave scricchiolò nella serratura, la porta della cella si aprì e lasciò intravedere delle ombre dall’altra parte. Una era la guardia che portava il cibo: la sua puzza di sudore e vestiti non lavati era inconfondibile.
    Senza dire una parola, un uomo che Gustìn non aveva mai visto prima entrò nella cella e si mise a frugare nei cassetti dello scrittoio, sotto il cuscino, tra le coperte. Aveva la mole di un toro, ma le sue movenze avevano un qualcosa di felino, e i suoi passi sul pavimento di pietra non facevano il minimo rumore.
     «Siete il magistrato che mi deve interrogare?» gli chiese Gustìn.
    Vai contro il muro.
    L’uomo non aveva parlato, ma il gesto e lo sguardo erano eloquenti: aveva terminato l’ispezione senza trovare nulla, e non era ancora soddisfatto.
    Gustìn lo studiò con più attenzione. Capelli biondi, baffi curati, occhi di un celeste chiarissimo. Tutti i denti al loro posto. Camicia di seta. Le fibbie delle scarpe erano d’argento, non di comune ottone.
     «Monsieur?» insisté Gustìn.
    Muoviti.
    Ancora un gesto, brusco questa volta. L’uomo aveva smesso di sorridere, se mai quella smorfia fosse stata un sorriso: i suoi occhi erano furbi e calmi insieme. Occhi di un giocatore che ha in mano carte vincenti.
    Gustìn fece come gli era stato chiesto. Si sentì spingere contro la parete, tanto vicino da respirare la polvere d’intonaco, mentre una mano cominciava a tastargli con decisione la schiena e i fianchi.
    Gocce di sudore gli gelarono la fronte: una delle tante volte che era stato ospite delle carceri senatorie, un ragazzo della sua età era stato portato via dai secondini che l’avevano violentato e riempito di botte.
    S’inarcò all’indietro per usare il peso del corpo e sottrarsi alla presa. L’altro se lo aspettava e lo schiacciò di nuovo contro il muro. Gustìn chiuse gli occhi aspettandosi un pugno in testa o nelle reni, invece la mano che lo tastava scese lungo le gambe e fino alle caviglie, prima una poi l’altra.
     «Cercate un’arma? Non ne ho. Potevate chiedermelo con gentilezza e vi risparmiavo la fatica. A voi sbirri servirebbe un po’ di stile.»
     «Felice non è uno sbirro» rispose una voce dalla porta. «E non vi ha chiesto nulla perché non può. E’ sordomuto.»
    Gustìn si voltò ad affrontare un uomo dal cappello di feltro con il bordo consunto: aveva mani grosse, pelle abbronzata, occhi grigi e severi. Con quella parrucca ben pettinata ma anonima, la giacca di stoffa modesta, dava l’impressione di un artigiano con addosso gli abiti della festa. A vederlo accanto al sordomuto, si sarebbe detto il suo servitore.
     «Siediti» ordinò a Gustìn, indicando il letto. Aveva una voce che sembrava un ringhio, bassa e cupa. Prese la sedia accanto allo scrittoio e vi si sedette, poi aprì il fascicolo che teneva in mano e cominciò a leggere:
     «Augusto Graziadei, padre e madre ignoti, battezzato dai preti di Sant’Antonio il 16 maggio del 1670.»
    Da almeno cinque anni la gente lo chiamava Gustìn, “Augustino”, e quel nome gli piaceva perché storpiava quello che i preti avevano scelto per lui.
     «Sono io, monsieur.»
    Con la coda dell’occhio notò che il sordomuto si era spostato accanto alla porta, certo per scoraggiare idee di fuga.
     «Quattordici anni… eppure hai dato lavoro al Vicariato come una banda di briganti. Una lista di furti, truffe, imbrogli lunga da qui alla Porta Susina.»
    Gustìn si comandò di rimanere calmo. Aveva imparato che non bisogna mai voltare le spalle a un cane infuriato, perché altrimenti gli fai capire che hai paura. E sapeva che i cristiani non sono poi così diversi dalle bestie.
    Fece un sorriso e rispose:
     «Monsignore, uno fa quel che può per rimediare la pagnotta.»
     «Sapete, Felice? Cinque anni fa il giovanotto ha provato a spaccare la testa a un gesuita con un bastone.» L’uomo aveva parlato in direzione del sordomuto, per farsi leggere le labbra. Felice spalancò gli occhi in un’espressione di esagerato stupore, poi mimò un applauso.
    Era per questo che l’avevano rinchiuso? Per quella storia vecchia ormai di sei anni? Ma perché nel Castello e non nelle carceri del Senato?
     «Allora?» si sentì chiedere.
     «Allora cosa?»
     «Non hai nulla da dire a tua discolpa?»
     «Non ho colpito abbastanza forte.»
    L’uomo lo fissò con un’occhiata che gli fece passare la voglia di fare lo spiritoso. No, quello non era uno sbirro come gli altri che aveva conosciuto.
     «Forse invece non hai usato l’arma giusta.» Apparve una piega sul volto dallo sguardo gelido, ma Gustìn non era sicuro che fosse davvero un sorriso. «I gesuiti hanno la testa più dura del legno.»
    Poteva essere una battuta, eppure Gustìn non aveva il coraggio di ridere. Tornò ad arrovellarsi cercando di anticipare le conclusioni di quella strana conversazione. Ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a capire dove il suo interlocutore volesse arrivare: di certo voleva spaventarlo, però, e ci riusciva maledettamente bene.
     «Doveva averti fatto arrabbiare molto questo padre Olindo.»
     «V’importa davvero saperlo?»
     «No.»
    L’uomo chiuse il fascicolo e lo posò sullo scrittoio. Infilò la mano in tasca e ne tirò fuori un oggetto che brillò alla luce della candela: una tabacchiera d’oro che perfino a un artigiano benestante sarebbe costata anni di sacrifici.
     «Cosa ci facevi l’altra mattina nel palazzo di Rolando Boucheron?»
     «Cercavo i gioielli» rispose Gustìn.
     «I gioielli… davvero?»
     «Sì, certo.»
    Passò un lungo istante. L’uomo ricominciò a parlare: «I servi dicono che sei entrato nel palazzo con una cesta di pane e ti sei presentato come il nuovo garzone del fornaio.»
     «Era l’unico che entrava senza che nessuno gli facesse domande, ogni due giorni. Nessuno lo perquisiva.»
     «Allora hai preso il suo posto e gli hai offerto in cambio quattro lire. Quattro lire sono molti soldi per un garzone.» Nessun segno di stupore o curiosità, ma nemmeno di disappunto. Gustìn non sapeva se l’interrogatorio stava andando bene o male, ma si era aspettato sberle e minacce, frusta e bastone. Non certo una chiacchierata come in un’osteria, davanti a un bicchiere di rosso.
    L’uomo si servì di una manciata di tabacco e lo spinse nella narice.
     «Quattro lire sono molte anche per uno come te» osservò ancora.
     «Avevo dei risparmi da parte.»
     «E te li sei giocati tutti.»
     «Bisogna avere il coraggio di scommettere, se si vuole vincere, no?» Gustìn fu di nuovo trafitto da quello sguardo che gli faceva tremare le gambe.
     «Vai avanti, Augusto. Come pensavi di uscire, una volta presi i gioielli?»
     «Il retro del palazzo si affaccia su un cortile. C’è un olmo con un ramo vicino alla finestra del secondo piano: saltare giù sembrava uno scherzo.»
     «Invece?»
     «Non capisco.»
     «Dove hai sbagliato?»
    Nei giorni passati in cella, Gustìn aveva avuto abbastanza tempo da dare una risposta almeno a quella domanda: «Chi avrebbe mai immaginato che un vecchio fosse così vigile… e così veloce con la spada…»
    L’espressione dell’uomo s’indurì e Gustìn sentì il cuore mancare un colpo.
    “Ecco, adesso mi condanna.”
    Trattenne il fiato. Due anni? Cinque, dieci? Forse meno, e prima o poi ci sarebbe stata un’amnistia: ce n’erano di continuo, per i reati minori. Bastava aspettare la nascita del prossimo figlio del Duca, cosa che sarebbe dovuta arrivare prima o poi, dal momento che Sua Altezza Reale non aveva ancora eredi maschi.
     «Speravo di ricevere più collaborazione da parte tua.»
    Gustìn rabbrividì. Quella voce gli faceva accapponare la pelle. Gli avrebbe messo paura anche se gli avesse offerto di andarsene libero e con i complimenti del Duca. «Non chiedo che di collaborare, monsieur.»
     «Allora dimmi cosa cercavi in quel palazzo.»
     «Io… ve l’ho detto…»
     «Voglio la verità!»
    Gustìn dovette fare uno sforzo per non pisciarsi addosso. Si avvizzì come se le ossa fossero diventate di burro. Mai come in quel momento avrebbe voluto essere altrove: nelle carceri senatorie in mezzo alla feccia di Torino, in una cisterna di Miraboc o perfino nel pozzo di Bard.
     «Co-cos’altro potrei cercare nella casa di un gioielliere? Non certo i quadri o i mobili… da solo non avrei potuto portarli via.»
     «Mi stai dicendo che cercavi davvero i gioielli?»
     «Non capisco… i Boucheron sono famosi…»
     «Giuliano Boucheron è un orafo famoso, sì, e i suoi figli anche. Ma Rolando, cugino di Giuliano, non è un gioielliere. Davvero credi che ti terrei nel Palazzo della Madama per un semplice furto?»
    Gustìn era sconcertato. Nulla stava andando come aveva immaginato: «Di cosa mi state accusando, allora?»
     «Rolando intrattiene dei rapporti, alla corte del Re di Francia. Le informazioni di cui giunge in possesso interessano il Duca Vittorio Amedeo. Allo stesso modo, qualcuno fedele ai Borbone vorrebbe impedire che quelle informazioni giungessero al Duca.»
    Gustìn si morse il labbro mentre si sforzava di non mettersi a tremare.
    Per questo era stato isolato in una cella singola, senza avere contatti con nessuno: perché Boucheron era una spia dei Savoia, e lui, intrufolandosi nella sua abitazione, era accusato di essere una spia dei Borbone di Francia.
    Per una spia la condanna era la forca, niente grazie né amnistie.
    Quando riuscì a parlare, lo fece con un gemito: «Non lo sapevo… sono andato lì per i gioielli, ve lo giuro!»
     «Taci. E ascolta quello che ho da dirti, perché la tua vita dipende da quello che deciderò di fare con te.»
     «Sì, monsieur» ansimò Gustìn. «Grazie.»
    «Mi chiamo Giovanni Battista Gropello, sono al servizio di Sua Altezza Reale il Duca di Savoia. In questi ultimi giorni sono accaduti eventi da cui dipendono il futuro del Ducato, il mio futuro, e quindi il tuo.»
    Il nome di Gropello non diceva niente a Gustìn. Ascoltò come gli era stato ordinato, con il sangue diventato ghiaccio.
     «Forse saprai che il re di Francia condiziona le scelte politiche del Ducato, occupa le nostre piazzeforti militari, minaccia di farci diventare una sua provincia. Ma le cose stanno per cambiare…»
    Gustìn non s’interessava di politica. Sapeva che il governo era passato dalle mani della Madama Reale a quelle del figlio perché c’era stata una distribuzione di cibo gratuita. Sapeva che il Duca non gradiva la tutela di Luigi XIV, tanto cara invece a sua madre, perché lo aveva sentito dire per strada, tra i banchi del mercato, nelle taverne. I difficili rapporti di Vittorio Amedeo con Sua Maestà Cristianissima erano continua fonte di pettegolezzi, seconda solo a quelli che riguardavano gli insaziabili appetiti del Duca per il gentil sesso.
     «L’anno scorso» continuò Gropello, «Luigi ha revocato l’Editto di Nantes, mettendo fuori legge i “riformati”. Sai chi sono i riformati?»
     «I Valdesi, credo. Monsieur.»
     «Luigi ha obbligato il Duca a emanare un editto simile. I Valdesi devono convertirsi, demolire i templi, battezzare i bambini ed esiliare i predicatori.»
    Gustìn non aveva mai conosciuto di persona un valdese, ma ne aveva sentito parlare sin dai tempi in cui viveva della carità dei preti, in cambio del tentativo di educarlo ai precetti del cattolicesimo.
     «Non accetteranno mai» si azzardò a dire.
     «Non hanno accettato, infatti. Il Duca deve condurre il suo esercito in Val di Pellice insieme a quello di Francia per fare… pulizia.»
    Ecco quello che stava accadendo in Val di Pellice: battaglioni di Francia e Savoia contro contadini armati di falci, vecchi fucili e coraggio. Ai civili sarebbe andata peggio: case in fiamme, donne violate, bimbi uccisi, bestie portate via. Fatti troppo lontani per dargli pensiero. Ne aveva altri a preoccuparlo, e prendevano la forma di un tratto di corda appeso al patibolo fuori dalle mura, vicino alle concerie di Borgo Dora.
     «Avete detto che il mio futuro dipende da cosa deciderete di fare con me…»
    Gropello alzò lo sguardo dal fascicolo e mostrò un viso duro come l’acciaio.
     «Il Duca mi ha onorato della sua fiducia. Se non tradirai la mia, diventerai più ricco di quanto tu abbia mai sognato.»
    Gustìn comprese di essere con le spalle al muro: dopo che gli era stata mostrata la forca, ecco la speranza di una salvezza inattesa. Prendere o lasciare.
     «Farò quello che volete.»
    Gropello aspirò un’altra presa di tabacco, concedendosi tutto il tempo.
     «Sua Altezza Reale vuole partecipare al Carnevale di Venezia l’anno prossimo. Mi ha incaricato di precederlo e di assicurarmi che il soggiorno sia adeguato ai suoi desideri. Partirò tra una settimana.»
    Gustìn si accigliò, man mano che si avvicinava alla verità. Il suo primo, assurdo pensiero era stato che il Duca avesse bisogno di consigli su un travestimento.
     «Vuole incontrare gli imperiali… non è così?» Non era una mossa difficile da capire per uno come lui. I ladri e i contrabbandieri del Moschino lasciavano da parte le rivalità quando si trattava di affrontare gli sbirri o le bande di Borgo Dora. Così, per sfidare la Francia, il Duca di Savoia doveva cercare l’alleanza del più forte nemico del Re Sole: l’Austria degli Asburgo.
    Lo sguardo di Gropello mostrò un cedimento e si ammorbidì in un sorriso divertito: «Ho bisogno di gente capace di guardare, ascoltare… e che al momento giusto non si faccia remore a commettere qualche piccola scelleratezza. Gente insospettabile, con un po’ di faccia tosta.»
    Gustìn non era sicuro di aver capito: «Volete prendermi al vostro servizio?»
     «Se rifiuti, tra due giorni penzolerai dalla forca.»
    Gropello pronunciò quelle parole con la stessa indifferenza che avrebbe potuto dedicare alla scelta della salsa per il bollito, se quella rossa o quella al rafano.
    Dalla finestra della cella s’intravedeva il cielo, un mantello color blu cobalto in cui brillavano le stelle. Gustìn si lasciò accarezzare dall’aria fresca e il tumulto che si agitava in lui si placò lentamente. Si sorprese di sentirsi in pace.
    Gropello uscì dalla cella, con Felice che lo seguiva come un’ombra. Prima di far chiudere la porta, disse: «Tornerò domani per conoscere la tua decisione.»
    Gustìn lo inseguì con una domanda: «Perché proprio io?»
     «Perché bisogna avere il coraggio di scommettere, se si vuole vincere. Arrivederci, Augusto.»
     «Monsieur…?»
    Il Conte non si voltò a guardarlo, ma Gustìn era sicuro che non si sarebbe perso nemmeno una parola.
     «Mi chiamo Gustìn.»
    Marco camminava rasente i binari, a passi lenti, equilibrati, meditati. Prima il destro, poi il sinistro, destro, sinistro, destro. Giulia sedeva vicino al finestrino, in uno scompartimento completamente vuoto, da sola. Fumava, una sigaretta dopo l’altra, aspettando la partenza, e guardava insistentemente verso la stazione la gente passare, un libro di poesie aperto sulle ginocchia. Alfredo, alla fotocopiatrice, sfilava via fogli e fogli macchiati, li appallottolava e… canestro, nel cestino della cartastraccia. Guardava l’orologio, inquieto. Marina aiutava Andrea con i compiti. Matematica: che rovina per entrambi.
    Enrico è sotto una macchina. Dà una controllatina al serbatoio dell’olio. Eh sì, proprio un brutto incidente, quello di lunedì scorso, l’aveva scampata bella il conducente, ma il tizio in bici… eh, lui ci aveva rimesso la pellaccia.
     
    Marco aveva scelto un posto tranquillo, con un muretto di contenimento, in aperta campagna. I binari scorrevano dritti, perpendicolarmente al suo sguardo, per scomparire dentro una galleria, a duecento metri. Il treno di Giulia era partito, con venti minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Treno Napoli-Torino, dieci ore interminabili: il tu-tum sulle rotaie in sottofondo, un libro di Cesare Pavese sulle ginocchia e l’impazienza di rivedere Marco. Alfredo sapeva tutto, ma faceva finta di nulla, un modo come un altro per ingannare anche se stesso, un modo come un altro per obliterare la realtà. Un monitor, tabelle numeriche, cifre su cifre, prive di senso.  Marina sbagliava tutte le equazioni, i risultati non coincidevano mai, un po’ come quando fai una partita a dadi e non ci azzecchi con le previsioni.
     
    Enrico è assorto a guardare una piccola macchia di sangue depositata sul carburatore. Non riesce a staccarsene, avrebbe potuto esserci suo figlio al posto di quel povero disgraziato.
    Marco non sapeva più che vita fosse la sua. Non sapeva più il volto di Giulia, il colore dei suoi occhi, il profumo dei suoi capelli, il sapore della sua pelle. Non sapeva di aspettare Giulia, a un passo dai binari. Non sapeva nemmeno più che ore fossero. Non sapeva distinguere la verità dalle bugie, dette e ridette. Non sapeva, o non voleva più saperne, di voci, di parole, di poesia.
    Giulia continuava a fissare una pagina, sempre la stessa, senza leggere nulla, senza neanche vedere la pagina. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi… e poi? poi come continuava? quali altre cose diceva? verrà la morte e avrà i tuoi occhi… quali occhi, gli occhi di chi? Quanti occhi la fissavano quando usciva per andare a fare la spesa, lei, così bella, altera, così giovane e determinata, con la sigaretta, stretta, tra due labbra rosso rubino.
     
    Alfredo ingollava caramelle all’arancia e fissava il monitor, straripante di numeri. Quante cifre! Dunque… € 520 versati l’01/01/2004 al sig. Tanzi  Causale versamento: prestazione occasionale addetto vendite…dunque, addetto… addetto… Ha detto cosa? Non ha detto nulla, lo ha fatto e basta. E’ partita stamattina, dovrebbe arrivare a Torino per le nove. Mio fratello è puntuale, in genere, non ha mai perso un’occasione, lui… è sempre arrivato alla meta, meglio e prima di me… e poi, anche lei… la mia unica conquista, il mio trofeo.
    Marina staccava gli occhi dal foglio per fissare la finestra, la sua distanza da terra, dal cielo, dall’aria aperta. Pensava… alla distanza d’età, tra lei e Andrea, alla distanza tra gli occhi e le lenti, incollate al naso. Pensava alla distanza che intercorre tra i pensieri di due persone. Tra lei e Marco.
     
    Enrico smette di fissare la macchia, il motore, smette di vederla, la macchina, e ripercorre gli istanti di quello strano incidente. L’auto andava troppo piano per non riuscire a frenare in tempo. Era come se il ciclista si fosse schiantato volontariamente contro il veicolo in marcia. Come se l’avesse attesa.
    Marco sedeva sul muretto. I treni si rincorrevano sui lunghi binari dritti. Qualcuno salutava dal finestrino, qualcun altro buttava una bottiglia vuota. Frammenti bianchi e verdi, a brillare al sole. Come girano veloci le ruote, a contare tutti quei giri c’è da impazzire, e poi sono così tante.
    Giulia aveva acceso un’altra sigaretta e cercava di dissolvere i pensieri nel fumo. Giulia aveva amato, un tempo… era un volpino minuto a pelo lungo, lo aveva amato come un fratello, un amico, poi… era morto sotto una macchina. Non aveva voluto più averne altri.
     
    Alfredo si era diretto al distributore automatico. Un caffè lungo. Si era seduto al divanetto e aveva aperto una rivista, tra quelle sparse a caso sul tavolo… bricolage. Un qualcosa del tipo come realizzare un gazebo in giardino… vai a fare un gazebo, quando stai al quinto piano di un palazzone al centro di Napoli… al gazebo non ci pensi proprio… perché, invece, non ti insegnano il trucco per trovare un parcheggio sotto casa quando piove?
    Marina si era alzata, era tardi, doveva scappare se non voleva perdere anche l’ultimo tram per casa. Casa… una stanza tutta sua, dentro un appartamento con altre cinque persone, tre ragazze e due ragazzi. Avrebbe dovuto laurearsi a maggio, ma ormai non ci sperava più tanto… E poi c’era Marco, dove mettere Marco?
     
    Enrico ama i motori, le carrozzerie, ama l’odore della benzina e dell’olio bruciato. Ama quel fuoristrada che aveva deciso della vita di un uomo, lo ama come si ama una divinità, con quella sorta di timore reverenziale che si prova di fronte a quanto può stabilire della vita o della morte di un altro individuo. Con un po’ di fantasia riesce a sentire lo stridore dei freni, l’attrito delle ruote sull’asfalto, e, infine, il rantolo ultimo del motore. Una sottile inquietudine si impossessa di lui, lentamente… non avrebbe mai saputo perché quell’uomo era morto così.
    Marco si era alzato, ripercorreva la strada a ritroso, ma con lo stesso identico ritmo. Con passo modulato si allontanava dai binari, poi ci tornava vicino, ondeggiava, come un equilibrista scosso dal vento. Non sapeva che Giulia era in viaggio su uno di quei treni, ma forse neanche gli importava saperlo. L’unica cosa che gli importava, ora, era trovare un posto tranquillo dove fermarsi a riflettere. Aveva cavalcato la bici ed era partito in volata. Destinazione ignota.
     
    Giulia non amava più Alfredo, ne era certa. Anzi, forse non lo aveva mai amato… Lo aveva sposato, però… ma perché? Non lo sapeva più perché. Il fascino dell’uomo maturo, quei suoi modi galanti. Una truffa, una bella messa in scena, un castello dorato, fatto di bugie, tutto al solo scopo di intrappolarla. Bel tranello le avevano teso. Ma, adesso, che lo aveva capito, voleva liberarsene.
    Alfredo avrebbe voluto sollevarsi da quel divano, però aveva perso… aveva perso il senso dell’orientamento… una moglie, un fratello, il suo orgoglio. In piedi, barcollava, in preda a sudori freddi, beveva… acqua come fosse caffè e caffè come fosse acqua. Non aveva mangiato e non aveva fame, aveva voglia di fumare e non aveva mai fumato in vita sua. Aveva voglia di piangere, ma non aveva mai fatto neanche quello.
     
    Marina non aveva perso il tram, quello che avrebbe dovuto riportarla a casa. Aveva deciso di camminare per un po’, di guardare le vetrine, di perdersi tra la folla, al centro di Torino. Cielo plumbeo e minaccia di pioggia. La città l’aveva ingoiata in un istante. Poco a poco, i passi si erano fatti veloci, sempre più veloci, gli sguardi dei passanti sempre più cattivi.
    Enrico chiama Andrea. Tra un po’ arrivo, non preparare nulla per cena… prendo pizze, birra e coca-cola, va bene? Come? Come sarebbe a dire che esci anche stasera? Come cazzo pretendi di migliorare a scuola se esci tutte le sere? No! Stasera non se ne parla!
    Marco e la sua bici, Marco e la strada. La strada, la sua casa, tutti i suoi amici li aveva conosciuti così, per strada. Non aveva fatto grandi cose in vita sua, ma quel poco che aveva fatto lo aveva fatto bene. Provava un grande affetto per Alfredo, il suo fratellone, e Giulia… si era insinuata pian piano tra loro due, li aveva divisi. Alfredo lo odiava, ma lui, lui no, gli voleva bene.
     
    Marco e la sua bici finirono sotto una Subaru, nel tardo pomeriggio di un lunedì di marzo. L’uomo al volante aveva sentito soltanto il frastuono, di metallo e ossa, contro il paraurti. Aveva frenato, di botto.
    Il treno di Giulia corre veloce. Ancora poche ore e rivedrà Marco. Ancora poche ore e tante pietre sul suo passato. Stavolta non si arrenderà, non la imprigioneranno più dentro una vita che non vuole. Sì… ma… se Alfredo fosse andato a cercarla, se, impazzito per la gelosia, avesse deciso che era meglio ammazzarla piuttosto che perderla? E… sua madre… sua madre non l’avrebbe più guardata in faccia, non l’avrebbe più accolta a braccia aperte, non più… e la gente… ecco, tutti lo avrebbero saputo, quello che aveva fatto… lo sapevano già… ecco, ecco perché quel tipo, alla stazione, continuava a fissarla, ecco perché il controllore le aveva lanciato uno sguardo strano… e il barista, il tabaccaio… era finita… tutti sapevano ogni cosa… sapevano che lei era colpevole e sapevano anche quale fosse la colpa… era finita, finita davvero!
     
    Alfredo trova una sigaretta, si chiude in bagno, la fuma, piange, si asciuga le lacrime, esce dallo studio, compra una bottiglia di whisky e sale in macchina. Aspetterà la notte, poi andrà a puttane.
    Marina lascia il turbinio della folla, si infila in una libreria, va dritta alla cassa e chiede le poesie di Cesare Pavese. Esce, si siede su una panchina, apre il libro. Una per una ne strappa tutte le pagine, senza fretta. Un’operazione lenta e precisa. Ogni singola pagina deve essere ridotta in minuscoli frammenti, illeggibili. Una pioggia sottile bagna l’asfalto, la folla si disperde. L’aria sa di polvere e metallo.
    Enrico fa gli ultimi conti prima di chiudere l’officina. Guarda la Subaru col paraurti ammaccato, un fanale rotto. Pensa a Grazia, pensa ad una lapide bianca, ad una foto sbiadita. Pensa a quel figlio, che ormai sta perdendo. Pensa all’uomo morto il giorno prima mentre correva con la sua bici. Aveva trent’anni, quell’uomo. Lui, a trent’anni, aveva sposato Grazia…
    Fra mille possibili variabili
    ho scelto
    Potevo aspettare la vita
    ma io ho scelto
    Non avevo bisogno di te
    ma io ho scelto
    Ti ho scelto
    anche se mi è costata la vita
    Ti ho scelto
    Anche se hai spento i miei giorni
    Ti ho scelto
    Nonostante tutto
    Perché il mio cuore piangeva
    a vederti triste
    Perché il mo cuore soffriva 
    a saperti sofferente
    Ho seguito il cuore e non la ragione
    La mente mi portava altrove
    ma il cuore mi teneva qui.
    Ho scelto te
    per completare i miei giorni
    per giungere al fine di una vita
    per chiudere gli occhi
    su un'avventura
    finita ancora prima di iniziare.
     
    Ieri ti ho sognata...
    Ci trovavamo in fondo al bellissimo giardino della casa di campagna di cui ti raccontai. Sì, quella della mia infanzia. Sembrava di essere in un'epoca lontana, forse il '700,  epoca di costruzione della villa. Lì, anche nella realtà, c'era un'amaca sotto l'ombra di una semicupola formata da piante. Io ci ero sdraiata sopra, avevo i capelli molto lunghi, ero nuda e di spalle. Tu mi arrivavi da dietro ed eri vestita con gli abiti di una popolana dell'epoca, ma contrariamente all'uso avevi i capelli sciolti. Iniziavi ad accarezzarmi il collo, le spalle, la schiena. Era il primo pomeriggio, c'era un grande silenzio, eccetto che per il calmante fruscio delle piante, e l'atmosfera sembrava inspiegabilmente deserta. Non sembrava esserci alcun pericolo che qualcuno ci sorprendesse.
    Continuavi a toccarmi lungo tutto il corpo, e io mi godevo le sensazioni ad occhi chiusi. Poi giravo la testa verso la tua e ti baciavo con la lingua, accarezzandoti il viso e il collo. Poi mi mettevo seduta sull'amaca e ti aprivo la camicia per toccarti il seno, stringendo un po' i capezzoli e poi succhiandoli. Te la sfilavo, e ti invitavo a far cadere anche la gonna e toglierti il resto. Poi scendevo sul prato per venire in piedi davanti a te. Ti baciavo un po' e ci accarezzavamo a vicenda il corpo, poi attaccando i nostri corpi e strofinando insieme il pube per eccitarci.
    Poi ti prendevo la mano e ti invitavo a correre con me fino alla villa.
    Ti portavo al secondo piano, dove c'è una grande cucina con un lungo tavolo di legno grezzo e il pavimento di pietra.
    Ti invitavo a salire sul tavolo, sdraiandoti. Iniziavo a girarti intorno e accarezzarti e baciarti ovunque. A un certo punto mi prendevi la mano e mi guardavi a lungo. Ti accarezzavo i capelli e ti baciavo profondamente. Ti facevo sedere sul bordo del tavolo e andavo a prendere un utensile con un manico di legno levigato, per poi poggiarlo sul tavolo. Mi sedevo su una sedia di fronte alle tue gambe, le allargavo e iniziavo a leccarti con tutta la calma del mondo. Ti piaceva, sospiravi... Poi prendevo il manico di legno e lo strofinavo lungo le piccole labbra bagnate, per renderlo umido, poi lo facevo entrare lentamente e iniziavo a farlo scorrere e roteare piano, poi sempre più intensamente. continuavo con dei colpi secchi e profondi, per poi uscire ruotandolo per allargare bene le pareti della vagina e ricominciare. Poi ti spingevo il busto indietro, sul tavolo e continuavo a penetrarti con l'oggetto, ma leccandoti anche il clitoride. Godevi, mi sembrava che tremassi a volte, finché non ti sei risollevata e mi hai afferrato i capelli per farmi sentire come dovevo continuare a leccarti. Sei venuta.
    Mi sono alzata in piedi davanti a te e ci siamo baciate. Sei scesa dal tavolo e ti ho portato al piano superiore, in una bella camera con un letto matrimoniale, un armadio, un comò e un tavolino con uno specchio, un catino e una brocca piena d'acqua. Sul comò c'era un vasetto con dentro varie cose strane, tra cui una piuma. L'ho presa e te l'ho messa in mano. Mi sono sdraiata sul letto, di fianco e con una gamba alzata, e ti ho fatto cenno di usarla stimolarmi la vulva. Sedendoti sul bordo del letto, hai iniziato a solleticarmi in questo modo. La sensazione era strana ma eccitante, una sorta di tortura che mi dava i brividi. Poi restandomi seduta dietro mettevi da parte la piuma e iniziavi a masturbarmi all'interno, con due dita arcuate. Mi muovevo con te e mi piaceva moltissimo, mi sentivo riempita. Dondolando il bacino ti facevo capire che per darmi ancora più piacere dovevi spingere con le dita su tutti i lati della vagina, dilatarla e premere. Muoverti non solo fuori e dentro, ma anche verso i lati. Mi sentivo completamente soddisfatta e ti invitavo a uscire non potendone ormai più. 
    Ti facevo poi accomodare sulla sedia davanti allo specchio e, restando in piedi dietro di te, affondavo le mani nella brocca e portavo qualche goccia sul tuo collo, sul tuo petto e fino al seno, per rinfrescarti e stimolarti. Poi mi inginocchiavo e iniziavo a baciarti il collo in modo intenso e stringendoti il seno. Poi ci guardavamo insieme nello specchio e incrociavamo le nostre dita.
    Ci sdraiavamo insieme sul letto e, dopo aver riposato un po', ti invitavo a salire in ginocchio sopra il mio viso per poterti muovere secondo il tuo piacere, mentre ti leccavo e ti toccavo i fianchi. Riuscivo a farti venire e tu sembravi voler ricambiare. allora mi mettevo carponi sul letto e mi inarcavo perché volevo sentire bene la tua lingua, non sul clitoride ma dentro. Ti supplicavo di prendere l'oggetto che avevo usato con te e lo bagnavo con la mia bocca sentendo il tuo sapore, poi te lo porgevo ed iniziavi a penetrarmi a fondo ed io impazzivo. Poi, presa dall'urgenza, giravo il corpo verso di te e ti portavo lì la mano perché finissi il mio orgasmo. Mi facevi venire spingendo forte il pollice sotto il clitoride, sfregando su e giù fino a premere sulla sua punta quasi dolorante per l'eccitazione.
    Stanche, andavamo nella sala da bagno per versarci addosso dell'acqua fresca sul corpo. Era ormai il tramonto, e dall'armadio prendevamo delle vesti leggere di cotone bianco, che l'una metteva all'altra. 
    Andando in cucina, mangiavamo un pasto semplice e leggero.
    Uscendo, trovavamo ancora un po' di chiarore e andavamo a sederci sotto un albero di gelso enorme e maestoso, dove c'era una panca ricavata da un mezzo tronco. Eravamo serene e soddisfatte, parlavamo di non so cosa e ridevamo. Piano piano la notte scendeva, e l'aria fresca ci abbracciava, coi profumi di qualche fiore. La luna piena era sufficiente a illuminare qualche nostro passo. Passeggiavamo a braccetto, osservando le stelle e le bellissime colline in lontananza. Ma c'era ancora un po' di passione in noi. Ad un certo punto ti portavo in un punto estremo del giardino, di fronte al paesaggio più bello, e ti facevo salire in piedi su una grossa pietra piatta. Ti sollevavo la gonna leggera, mi abbassavo un po' e iniziavo a leccarti solo il clitoride ritmicamente. Tu ti godevi la sensazione davanti alla natura meravigliosa che ti circondava. Continuavo fino a farti venire. Poi andavamo insieme a riposare e dondolarci sull'amaca, guardandoci e accarezzandoci con dolcezza finché non è arrivato il momento di andare a letto e dormire insieme.
    La bambina osservava il suo gatto con espressione severa nei grandi occhi azzurro cielo.
     
    “Mio Dio, guardati, Fluffy. Un giorno dovrò decidermi a metterti a dieta”, dichiarò quindi con fare impertinente.
     
    Il micio non sembrava particolarmente toccato dalla considerazione, e si guardava intorno in cerca di qualcosa di commestibile.
     
    Era un primo pomeriggio d’estate, quando nessuno osa ancora popolare le strade e la canicola è tale che persino il sole sembra volersi rinfrescare tuffandosi flemmaticamente nell’oceano a sera, quando il giorno si dà vinto al caldo e alla noia.
     
    La ramanzina venne interrotta da un rumore assordante e da un odore di bruciaticcio proveniente dalla collina che sovrastava la villetta dove giocavano la bimba e il gatto: una grande astronave grigia e fumante si era appena appoggiata a terra su zampe lucide di metallo. Strane creature cineree e umanoidi scesero e si diressero verso la frugoletta.
     
    “Xampus, ci siamo: è arrivato il momento di agire. Accenda il traduttore chitammuonico.”
     
    “Operativo, Capo.”
     
    “Peccato che i terrestri non hanno il detto ‘rubare le caramelle ai bambini’, perché si adatterebbe perfettamente al momento.
     
    Salve, curiosa e giovane creatura terrestre: noi veniamo in pace, ma affamati. Sappi che siamo viaggiatori planetari e siamo lieti di fare la tua conoscenza. Per arrivare fin qui abbiamo attraversato le sbuffanti fonti di elio su Giove ed affrontato i Gioviali, socievoli indigeni dalla voce buffissima soliti ad importunare i visitatori con improbabili imitazioni. Abbiamo solcato i confini di Urano, un posto fatto di acqua, metano e ammoniaca – perfetto per sgrassare e candeggiare i nostri indumenti sporchi della polvere delle stelle e della cucina piuttosto grassa di Xampus. Abbiamo perfino acquistato un appartamento su Plutone, salvo poi vederlo tristemente declassato a pianeta nano con conseguente perdita del suo valore immobiliare. Ed ora siamo qui, al tuo cospetto, con una richiesta che spero accetterai.”
     
    “Chiamo la mamma?”
     
    “No, cara. La mamma non serve. Semplicemente vorremmo proporti uno scambio equo, qualcosa che ci renda soddisfatti entrambi. Xampus, proceda con l’offerta!”
    “Certo, capo! Ecco, vedi bambina, quello che vorremmo offrirti è questo nuovo ritrovato della tecnica in legno di forma panciuta ma affusolata alla base, che viene fatto ruotare velocemente sul suo asse verticale. Il tutto semplicemente in cambio del tuo appetitosissimo gatto.”
     
    “Una trottolina?” La bimba aveva un’aria perplessa.
     
    “Capo, non l’ha bevuta.”
     
    “Insista Xampus.”
     
    “Tenero virgulto, devi sapere che a noi i gatti piacciono. Tanto. Ma davvero tanto.”
     
    “Oh, come al nonno! Lui è italiano, sai? ci racconta sempre dei gatti e di quando era giovane al suo paese, Vicenza.”
     
    “Ecco, sì.”
     
    “Mamma dice che ora che non ragiona più tanto bene ed è meglio non lasciarlo da solo con il micio.”
     
    “Capitano, ha sentito?”
     
    “Dunque ci sono buongustai anche qui! E vogliono questo gatto! Meglio alzare la posta, Xampus.”
     
    “Certo, Capo! Boccoluto essere senziente, sei più furba di quello che sembrava, ti rispetto per questo! Vuoi alzare il prezzo, ci sto! Ti offro, ti offro… ecco! Un giro nella nostra astronave! Sarai il primo essere terrestre a visitarla senza essere cucin.. ehm, portato nello spazio. Che te ne pare?”
     
    “Avete i cartoni animati?”
     
    “No.”
     
    “Le giostre?”
     
    “No. Ogni tanto il Capo vuole salire a cavalluccio, ma non conta.”
     
    “Qualcosa di buono da mangiare?”
     
    “Sì! Abbiamo il gelato!”
     
    “Che gusti?”
     
    “Gatto, variegato al caffè, zinco, limone e tizio che abitava in fondo al viale.”
     
    “Non mi piace il limone.”
     
    “Dovresti provare il gelato al tizio, allora.”
     
    “Non mi va il gelato ora.”
     
    Fluffy (o, come lo chiamava a volte il nonno, Coniglio) non aveva perso d’occhio i due tizi appena arrivati. Con andamento pigro e piglio incerto portò pancia fin lì e iniziò a strusciarsi loro addosso. Certo, i due nuovi avevano un colorito grigiastro di chi non mangia abbastanza croccantini, ma non bisognava mai disperare, magari gli allungavano qualcosa comunque.
     
    “Capo, che buon odore che ha!”
     
    Il gatto ondeggiò la coda sotto il naso di Xampus.
     
    “Guarda come è panciuto! Starebbe benissimo con dei tuberi di Urano e una spolverata di pecorino sardo!”
     
    Distratto com’era, Xampus fece cadere il mentecomando dell’astronave, e Fluffy ci balzò sopra pensando fosse cibo.
     
    Il veivolo alieno spiccò un volo verticale da shuttle della NASA prima maniera, virò per qualche secondo in maniera obliqua e scostumata verso destra, quindi fermandosi su se stesso cominciò a ruotare vertiginosamente come un mastodontico fidget spinner.
    Il calore che sprigionava quel giocattolino era infernale – sufficiente a bruciare i cappelli di paglia dei pochi passanti che ebbero la sfortuna di ritrovarsi nei paraggi.
     
    “Xampus, il gatto sta telepaticamente manovrando l’astronave, evidenza palese del fatto che lei non ha inserito il bloccasterzo!”
     
    “Mi scusi Capo, credevo non fosse più necessario da quando nella polizza di assicurazione ha fatto inserire la clausola furto e incendio.”
     
    L’ammasso metallico e lucente sembrava ormai del tutto fuori controllo, tanto che alcune vecchine del paese smisero di spettegolare delle proprie nuore e cominciarono ad indicarne la sua curiosa traiettoria che, sbilenca, puntava dritta alla vicina contea di Chaves, un postaccio di allevatori e soldati della vicina base aerea.
    Lo schianto fu fragoroso: un tonfo da mandria di bufali sovrappeso che fa bungee jumping simultaneo e senza corda.
     
    “Capo, mi sa che è necessario andare a riprendersi il mezzo.”
     
    “Affermativo, Xampus. Lasciamo il manicaretto alla bimba e risolviamo prima l’inconveniente”. I due si diressero verso quello che da una certa distanza appariva essere un ranch, ora sparso di rottami,  lamine e asticelle.
     
    La bimba guardò con sguardo complice il micio: “quest’anno a Roswell gira davvero gente strana. Hai fatto bene Fluffy.”. Accennò un sorriso, poi si diresse dentro casa, alla ricerca della torta che la sua nonna qualche ora prima aveva amorevolmente infornato nella lavastoviglie (nemmeno la nonnina ci stava più tanto con la testa).
     
    Il gatto fu contento della ricerca di cibo, poi fu distratto dal rumore di tante sirene militari.
     
    La bambolotta e il suo socio felino non videro più quegli strani esseri, di cui si dimenticarono presto. Rimase però traccia di loro nel San Francisco Chronicle del 9 luglio 1947:
    «Le numerose voci riguardanti il disco volante sono diventate realtà ieri quando l’intelligence del 509º Bomb Group dell’Ottava Air Force, Roswell Army Air Field, ha avuto la fortuna di entrare in possesso di un disco volante con la collaborazione di uno degli allevatori locali e dello sceriffo della contea di Chaves. L’oggetto volante è atterrato in un ranch vicino a Roswell la scorsa settimana. Non avendo un telefono, l’allevatore ha tenuto il disco fino a quando non è stato in grado di contattare l’ufficio dello sceriffo, che a sua volta lo ha riferito al Maggiore Jesse A. Marcel del 509º Bomb Group Intelligence Office. Sono immediatamente scattate misure e il disco è stato subito prelevato a casa dell’allevatore. È stato perquisito dalla Roswell Army Air Field e successivamente trasportato dal maggiore Marcel al quartier generale più alto.»
     
    E quasi tutti vissero felici e contenti.
    PARTE PRIMA: INFANZIA
    CAPITOLO 1 VOI NON SIETE SOLI
    Cadevano i sogni in quella notte d’estate. Piccoli desideri, stagliati contro una volta nera dal sapore misterioso dell’infinito. Decidevano d’un tratto di andarsene, di realizzarsi o spegnersi, come lacrime della notte e non mi restava che ammirarli, irraggiungibili … ed amarli. E chissà … chissà dove sarebbero andati! Ero ancora bambino, un po’ ingenuo, un po’ curioso. Credevo che il tempo fosse tutto ciò che noi abbiamo davanti, il vento della vita che cambia le cose, che le volta e rivolta, le ricolora, le sposta … e che tutto vivesse nel futuro più inarrivabile, infinito. Ma c’era tanto più passato nel mio futuro, di quanto del futuro stesso avrei potuto immaginare. Ma il mio passato non avrebbe saputo di immenso, come quel nero freddo e profondo che mi si dispiegava davanti e che avvolgeva le stelle e quel futuro avvolto da un manto candido d’esse. Avevo nove anni, non lo conoscevo il mio passato, ma non ero solo, avevo una famiglia, un piccolo cane, la montagna, le stelle … Sentivo in me la vita, tutta la sua forza, tutto il suo splendore che odorava di mistero. Poi la gente, intorno a me, danze in maschera, feste di colori, ciascuno era un mondo da esplorare ed io volevo capire il mondo.
    I misteri, principalmente, sarei partito da quelli! Le faccende storiche, già spiegate, non brillavano di novità, sicuro! Io volevo ciò che stava oltre il limite, qualunque esso fosse … Io ero un finto razionale, un sognatore. Vivevo di ciò che serve e di ciò che serve immaginare per stare bene, nelle follie dell’uomo che viveva con me e nel mio stesso pianeta. L’immensità dell’inconosciuto disegnava orizzonti vuoti, sconfinati, intorno a me. Da grande avrei fatto l’esploratore o il programmatore. Ma per adesso vivevo ad Asiago, con nonna Amalia, mio padre Roberto e mia madre Serena.
    Quella notte guardavo le luci graffiare l’Universo intero, poi svanire … Luccicavano come misteri i satelliti, si libravano nell’aria gli aerei. Ed io, sul terrazzo, ammaliato dalle invitanti carezze di un soffice sonno, caddi nel suo morbido candore, sereno, come fra suoni teneri di piano che accompagnavano i miei ultimi ricordi ad un mondo fatto di luce e poi di niente …
    Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete?
    Una voce nelle orecchie, non sognavo, era vera! Mi staccai dal terrazzo con un sobbalzo e piombai sul letto, poi guardai la porta della stanza, chiusa, pronto a scappare. Poi la porta del terrazzo ancora aperta. Il mio respiro … gelido mi scaldava il petto, allarmato … dal sussulto. Ed il tremore, le orecchie tese, i muscoli pronti a scattare … ma niente … Poi un suono, il vento … Le foglie dell’albero vicino scrosciavano … Mi chiamavano. Andai con coraggio a scoprire l’inganno, qualcosa pur aveva parlato … o qualcosa mi aveva ingannato … Scorsi le ombre nere degli alberi sul cielo ancora scuro ma tenero, una luce selvaggia illuminava le cose, non era artificiale … pareva di stare ancora in un sogno, nell’incertezza, persi la prudenza e misi i piedi nelle scarpe. Avevo espresso un desiderio, quella sera, ammirando le stelle, un sogno per ogni stella ma sempre lo stesso … Io volevo vedere qualcosa di straordinario, qualcosa di più grande del tempo a me avverso. E se non era stato il vento a svegliarmi dal sonno, se non stavo ancora sognando … Qualcosa mi aveva parlato! Non poteva che essere amico, io stavo bene, ero intatto … Forse era quello il momento, sarei andato per il Bosco Nero, verso le sculture rupestri che gli ufologi della zona amavano! Lì si trovavano antiche forme che non avevo mai decifrato. Ero andato tante volte a vederle di giorno, ma me lo sentivo, era quella la notte dei misteri e dei desideri. Guardai ancora fuori nel terrazzo, in cerca di segni, fra gli alberi spaventosi ed il vuoto infinito del cielo, fra le stelle, ma niente. Nessuna voce nell’aria … E temevo così tanto di udirla ancora … Quanto la temevo! Temevo i miei ricordi … Temevo … persino il mio respiro! Rimasi immobile, travolto dal buio ... Raggiunsi il corridoio, poi la porta principale … guardai fuori indugiante, non era quella la notte dei desideri, era la notte dei terrori. La richiusi, posai le scarpe e affrontai il buio nuovamente, in ritirata, nel pieno del fallimento. Era quella … la notte dei fallimenti.
    E, arso dalla voglia di scoprire, dalla voglia di vedere la meraviglia, dalla consapevolezza che qualcosa di grande accadeva mentre io stavo nascosto avvolto nel mio letto, non potei dormire … E ogni suono fu per me un gran spavento mentre i minuti passavano lenti come le ore.
    Rassicuranti giochi di luci tinsero lentamente le cose d’un rosa materno, erano le luci del mattino e del mio gran sollievo. Se i veri misteri non avrebbero fatto per me, avrei fatto il programmatore. Avrei vissuto di logiche matematiche, di sistemi già fatti e pronti da assemblare. Avrei vissuto di cose conosciute da riscoprire in combinazioni diverse, le nuove invenzioni, ecco, forse anche di idee. Ma non avrei vissuto di grandi spaventi, era troppo per me l’infinito e le sue spaventose meraviglie.
    Ore infinite però le trascorsi anche dietro ai banchi delle scuole elementari, fra bambini che non capivo. Che litigavano, che giocavano, fra le pecorelle ed io ero una di quelle, o forse ci provavo e non ci riuscivo neanche tanto bene. Oggi ero già in castigo per una gomma appiccicata sulla sedia dell’insegnante e isolato dai compagni che ridevano delle mie pazzie, delle voci notturne di cui non avrei dovuto parlare. Ma il fascino dell’ignoto … era più grande di me.
    “Dove siete?”, chiedeva ancora quella voce nella mia mente, nei ricordi che mi tenevo stretti. “Dove siete?”. E rabbrividivo. Tutti quei brividi, lungo le braccia, lungo la schiena, fin nel mio cuore, tremante.
    << Ma c’era stata>>, assicurai Mattia, il mio buon amico.
    Rise, << Sei ridicolo, Thomas>>.
    << Mi sarei spaventato se non ci fosse stato niente?>>.
    << Mah sì, anch’io mi spavento! Tipo questo, mette i brividi! Fortuna che non è vero!>>.
    << Fai te! Io l’ho vissuto … è ancora sulla mia pelle!>>.
    << Ma hai visto niente?>>.
    << No, niente … la paura, quasi, avrei potuto vedere!>>.
    << Tu non hai sentito niente>>, parve dedurre.
    Lo spinsi, nel tentativo di svegliarlo dall’incanto dello scetticismo, << Io ti dico che è vero!>>. Ed era proprio possibile che niente potesse esprimermi meglio di quelle poche parole?
    << Tu cerchi sempre il grande nelle cose piccole! Non trovi mai niente!>>.
    << Io esploro, alla faccia di voi che … >>.
    << Piangi?>>.
    << Tu non devi dire niente!>>.
    << Non urlare!>>, tuonò lui. << Voglio capirti>>.
    << Penserò a un modo migliore … >>, gli risposi, sconsolato. Avrei trovato il modo di esprimermi, un modo migliore di dimostrare la realtà così com’era.
    << La realtà>>, mi spiegava la maestra di religione l’ora dopo. << È fatta di persone>>.
    Ma era fatta di persone materiali o dei mondi che le persone creano esistendo, pensando? La realtà? Non poteva che essere il fatto, ed era successo. Non era un’opinione, la mia. Era realtà. Era quella. Esistono persone che pensano troppo per cose inutili, io non ero fra quelle. Io sapevo cos’era vero, non mi restava che ammettere la chiarezza dei fatti …
    Andai a cena, quella sera ero in punizione pure a casa, i miei si vergognavano a dire ai parenti delle mie bambinate e quella sera li avevamo a cena! Parenti loro, io non ero imparentato con nessuno. Adottato, tutto qui …
    Ma il mistero … il mistero tornò a prendermi.
    E quella sera ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
    E io malinconico e scherzoso risposi:<< Dove siete? Voi che … non esistete?>>.
    Il mattino seguente raggiunsi subito Mattia, a scuola e gli dissi:<< E se tu non hai paura … vieni>>.
    << Dove?>>, domandò spaesato.
    << Calà! Di notte! Le vedrai belle … >>.
    << Di notte??>>.
    << Una sola notte!!>>, insistetti.
    << Non al Bosco Nero. Quella è zona chiusa ai visitatori non accompagnati!>>.
    << Calà!>>, gli proposi ancora. << Una sola prova! Non andiamo a vedere le rupestri … dai, una volta soltanto!>>.
    << Calà del sasso?? Ma col buio? È pericoloso … E poi non posso uscire di casa alla notte>>.
    << Certo che puoi se nessuno lo sa>>.
    << Calà del sasso? … Neanche morto>>.
    << Allora facciamo un patto! Tu vieni con me di notte e mi comporterò come vorrai tu per un mese>>.
    << Farai tutto ciò che ti dico?>>.
    << Tuttissimo>>.
    << Ma perché di notte?>>.
    << Perché nessuno saprà niente … Perché le verità segrete devi andare di persona a cercarle, nel loro habitat abituale, il nero del mistero!>>. E lui, comunque, già tremava. << Tu hai paura?>>.
    << A Calà ci sono andato tante volte … Ma questa volta è una vera bambineria>>.
    << Tu hai paura!>>.
    << No!>>.
    << Sai dire solo no? Anche io so parlare. E fare? Cosa sai fare?>>, lo intimai.
    << E allora vengo, ma per un mese la smetterai con queste cavolate!>>.
    << Affare fatto, se ti ritirerai … sarà sfortuna per una vita>>, e me la risi.
    << Eh! Così non vale!>>.
    << Ci credi?>>, lo tentai.
    << Tu sei pazzo!>>.
    << Ma io non sono superstizioso … io cerco, cerco … non credo!>>.
    Era l’ignoto stesso, il senso di quelle cose … Ma il mondo non capiva il mio animo afflitto dalla ricerca senza soddisfazione … da un vuoto più grande dei tempi che risucchiava la mia anima … E ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
    Ma nonostante quel suono rimanesse lo stesso, intorno a me le voci del mondo cambiavano … Si dicevano di me molte cose. All’inizio erano voci, ma ora erano torrenti e m’invasero, mi costrinsero a scegliere fra la ricerca ed il silenzio più sano, la normalità. Ma questa normalità, dov’era? Chi aveva il coraggio di cercare? Chi aveva il coraggio di non tacere? Chi di noi stava sbagliando?
    Gli zii vennero a cena ancora, si erano presi dei giorni di ferie ed erano lì, ad Asiago, a godersi un bell’angolo di Terra, fatto di verde domato e selvaggio.
    << Anch’io ero come te, da piccolo!>>, mi assicurava lo zio, seduto con me su una panchina. Ci prendevamo un gelato in centro, approfittandone per conoscerci meglio. Eravamo soli, sotto un manto grigio e caldo che oscurava le stelle e circondati da edifici vecchi che sembravano sempre giovani, come una volta, in un paese di montagna che non sentiva la sua età, come molti altri. Non riuscivo facilmente a sentirmi parte di quella famiglia, ma non potevo nemmeno disprezzare la compagnia di un caro amico che giocava ad essermi zio.
    << Ed hai smesso di seguire il mistero?>>, gli chiesi.
    << Uh, se ce ne sono di misteri! Dalla perdita di capelli … Alle etichette nei posti sbagliati … l’hai vista quest’etichetta?>>, e si indicò sotto la nuca. << Sembrerebbe una maglietta storta e invece non lo è. È un mistero, vedi?>>, e rise, da solo. << Poi ci sono le donne … poi i calzetti, ma questo centra con la lavatrice, tu non lavi ancora niente, vero?>>.
    Lo guardavo, silente. << Che cosa? No … io intendevo di più i … >>.
    << Il mostro dell’armadio>>, m’interruppe facendo poi una pausa incredibilmente lunga. << Era solo un maglione nell’armadio. Che tu lo abbia mai avuto o no … prendila metaforicamente>>.
    Profondamente rimasi scosso da un’insolita perplessità scaturita da così banali parole. Erano solo banali parole! E comunicavano molto più delle mie.
    Ma qual era il mio mostro dell’armadio?
    Tornato in camera aprii silenziosamente l’armadio, ancora immerso nel mondo metaforico e dissi:<< Tu non esisti>>, lo richiusi, feci le spallucce. Io non avevo terrificanti illusioni, avevo i fatti, puri, com’erano.
    O forse …
    << Quando Calà?>>, domandò Mattia, il mattino seguente.
    << Presto>>, risposi.
    << Cosa aspetti?>>.
    << Il … momento>>. Il momento … o la certezza, la sicurezza …
    Ma sarei andato. Non avrei rinunciato all’ultima esplorazione. Sarebbe stata l’ultima, nella notte più adatta … in caso di fallimento … mai più niente. La realtà avrebbe demolito la debole voglia bambina di scoprire la meraviglia dove non c’era niente … Avrei lasciato agli artisti il compito di dipingere meraviglie invisibili. Io … ero un ragazzo di tecnologia, sarei stato utile ad altro. Ma in caso di disfatta … non sarebbe finita così. Era una guerra quella, della realtà dei fatti.
    I nostri passi erano piccoli, su di un’immensa nera terra aliena, i gradini di pietra di Calà stavano nascosti nel bosco. Il freddo s’intrometteva nella nostra salita, spettro del terrore in una calda serata d’estate. Gli occhi attenti avrebbero voluto vedere tutto ma erano bendati dalla notte che si svegliava a ogni nostro rumore, spiandoci, cacciandoci … E sentendoci osservati a volte correvamo, fingendo fretta ma quello era solo chiaro terrore, più chiaro della notte. Le nostre timide pile disturbavano l’oscurità, avremmo dovuto andarcene, in ogni istante. Calà del sasso era una scalinata immensa e prima della fine … qualcosa sarebbe successo. Forse, speravo non accadesse ciò che cercavo, speravo che nessun telo cadesse, che nessuno spaventoso mistero mi si mostrasse.
    << Va bene>>, ammisi, con voce fragile. << Qui non c’è niente. Sei coraggioso … volevo … vedere questo! Andiamocene!>>.
    Mattia esultò piano piano e ci voltammo per la discesa, ma in fondo alla curva degli scalini in discesa fra la vegetazione, una luce azzurra mi colpì e mi s’aprì un taglio immenso fin dentro l’animo. Tremavo, la paura si diffondeva dal colpo al petto fin sui capelli e verso i piedi … Mattia già correva su per la scalinata, la sua pila oscillava come lampi di luce su di una salita senza fine. Il pericolo mi scosse ancora e mi fece salire le scale rapidamente, volevo guardarmi alle spalle, vedere se la luce c’era ancora ma non potevo distrarmi. Un riparo, una via … dov’era l’uscita da quell’incubo? C’era un posto sicuro? C’era la realtà dietro di me che giungeva a prendermi in risposta al richiamo? C’era il destino? Cos’era la luce da cui scappavo? La verità? Rallentai per guardare dietro, non c’era niente.
    << Mattia!>>, lo chiamai bruscamente, sottovoce. << Mattia fermati!>>.
    Mattia si nascose dietro un albero e spense la pila, i suoi occhi lucidi mi fissavano nel buio. Io, in piedi sulla scalinata, mi poggiai ad una parete rocciosa per non essere in vista e guardai il mio amico, facendo respiri rapidi e profondi. << Non c’è niente>>, lo assicurai. << Era lo spavento>>.
    << Era vero!>>, disse con voce di pianto. << Voglio tornare a casa! Era vero>>.
    Feci appello alla mia calma e tremante gli dissi, nascondendo la paura dietro al buio che ci divideva:<< Noi siamo qui, stiamo bene. Torniamo indietro … >>.
    << No>>, disse, terrorizzato. << Io rimarrò qui! Verranno a prendermi! Digli di venire a prendermi!>>.
    Ma la luce s’incuneò alle sue spalle scivolando nel cielo, dietro ai rami degli alberi e dietro alle loro vette.
    << Resta immobile>>, gli sussurrai temendo di essere allo scoperto ma temendo anche di muovermi, in cerca di riparo.
    La luce colpì la sua sicurezza e si gettò a terra, spaventato. Essa scivolò verso di lui, abbassandosi, come se qualcosa senza corpo, fatto d’azzurro luminoso e vibrante tagliasse l’aria e ogni ostacolo avanzando inesorabilmente verso il mio amico. Io corsi verso di lui dopo un attimo di esitazione ma la luce era troppo rapida e mi avrebbe preceduto. Così cambiai direzione, salii a gattoni, svelto, la scalinata e giunsi ad una grotta, mi ci tuffai dentro. Ero solo, col mio respiro. Non c’era più niente …
    Era un incubo. Era per forza un incubo.
    Tremavo, la paura mi congelava fin nell’anima. Guardai fuori, dove era più buio. Ascoltai il silenzio. Perché c’era silenzio? Perché il bosco era così indifferente al suono della confusione nelle mie orecchie? Mattia? Solo, nascosto, tremante? Era stato ingoiato dalla luce fredda della tenebra? Aliena o spirito infastidito della foresta?
    Trattenni il respiro per udire più lontano, poi sussultai, due piccole lucciole volavano zitte davanti alla grotta. Le osservai, immobile, poi ne giunse una terza e lì fermo sperai che non avvertissero il bosco della mia presenza. La grotta mi avvolgeva, abbraccio materno della Terra, mi avrebbe difeso nel buio dalla luce terrificante.
    Ma quelle piccole luci sembravano quasi organizzate.
    “Dove siete?”, era la voce raggelante che udivo, mentre delle luci poco più grandi invadevano la scena, illuminandosi a vicenda, tentacoli fluttuanti nella tempesta buia dei timori. Poi davanti alla grotta comparve la luce, grande, vincente, incorniciata da spaventosi tentacoli luccicanti nel buio. Aveva vinto, contro le sue prede d’ingenua imprudenza … Avevo la roccia attorno e alle spalle. La luce corse su di me.
    Mia madre mi svegliò, io ebbi un brutto risveglio. Ero a letto, facevo tardi a scuola … il mio cane per giocare mi tirava i pantaloni … confuso mi preparai ma non c’era alcuno zaino in casa … Mia mamma già mi rimproverava, non potevo che averlo lasciato a scuola … Ma giunto nel cortile, prima delle lezioni, nemmeno Mattia c’era e mi perforò la mente una terribile domanda. Se fosse stato vero?
    A scuola non c’era niente … non era lì lo zaino, non era lì il mio amico … I suoi genitori telefonarono la segreteria, non era nemmeno a casa … Era allarme, il mio amico era scomparso … Mattia non c’era più.
    Io sapevo? Ma questo? Sapevo cos’era vero in questo?
    Dopo scuola corsi a Calà con Sport, il mio cane, lì dove i gradini sapevano ancora di terrore ed era fresco … eravamo passati di lì, eravamo scappati, c’era stato qualcosa … io me lo sentivo, era troppo forte quella sensazione dentro di me.
    Trovai qualcosa di colorato contro una parete, andai a vedere. Sostai, davanti ad esso. Era uno zaino. Aveva il colore del mio. Era il mio. Lo aprii, guardai dentro, erano le mie cose. Potevo averlo lasciato cadere per correre via più velocemente … Potevo averlo lasciato contro la parete nel momento in cui …
    E guardai l’albero. L’albero dietro cui si nascondeva Mattia, nei miei ricordi … prima che la luce lo prendesse con sé. Lui era stato lì … ed io guardavo l’ultimo luogo in cui lui era stato davvero. Andai a vedere, indugiando. Non c’era niente … pareva che nessuno fosse mai passato di là, solo la mia memoria vi disegnava la presenza.
    Tentai di insistere affinché il mio cane potesse riconoscere da qualche parte l’odore di Mattia ma si ostinava a non voler annusare. Sembravo uno stupido.
    Poi qualcosa gracchiò lamentosamente nello spazio ricolmo di alberi che mi impedivano sempre di vedere oltre. Cercai la direzione giusta verso cui porre l’orecchio, mi feci coraggio, chiesi ad alta voce chi fosse.
    << Thomas!>>, tentò lui, sfinito. Era Mattia!
    Balzai verso la sua direzione, sorvolai ogni ostacolo, lo raggiunsi. Si stringeva una gamba al petto asciugandosi il volto, << Mi sono rotto una caviglia!>>.
    << Cosa ci fai qui?>>, domandai contento e ferito dal fatto mentre il mio cane gli infilava la lingua in tutti gli angoli, in festa.
    << Mi sono trovato qui … Ho paura>>.
    << Stai tranquillo, è giorno>>.
    << Ma i misteri non vivono solo di notte!>>.
    Lo guardai, profondamente colpito, confuso, << I … misteri? Qui non c’è stato niente>>.
    << Forse tu avevi ragione! Io … sono comparso qui! Qualcosa deve avermi attirato nel sonno! Chiama aiuto … La mia caviglia!>>.
    << Ma non posso lasciarti solo!>>.
    << Lo ero già! Corri!>>.
    << Corro>>, annuii, gli lasciai il cane, poggiai lo zaino vicino a lui e scattai via. Non doveva essere successo niente. Era successo qualcosa. Era niente. Era qualcosa ed era niente … doveva … doveva essere niente. Una realtà così profonda, terrificante, sfaccettata, non doveva essere vera! Non lo avrei mai permesso, non per me, non in me … non era vero. Non lo avrei permesso. Perché il buio si era permesso di ferirmi col suo grande mistero? Doveva allontanarlo, difendermi … io cercavo, ma non volevo davvero sapere … ero bambino, giocavo! Il buio avrebbe solo dovuto giocare con me e difendermi dalla verità. Perché questo? Chi voleva questo su di me? Chi lo voleva? Ma soprattutto … cos’era?
    Comparve sui giornali la notizia della sua misteriosa scomparsa, ma nessuno suppose niente, nessuno, dopo un po’, disse più niente … e tutto svanì, cancellato dal tempo. Mattia divenne paranoico, non poco … e la sua famiglia con lui. Loro supponevano tutto … Per loro Asiago era maledetta, una forza malvagia l’aveva scelta, la nostra terra. Si spaventavano per tutto, creavano leggende e se ne sottomettevano impietriti dalla paura. Non potevano più vivere lì, si trasferirono altrove e io il mio amico lo salutai con gran insicurezza. Qualcosa era accaduto … qualcosa che non avevo mai raccontato. Nemmeno a lui che la sapeva diversa … eppure come me l’aveva vissuta! Proprio con me … eravamo in due, ma chi la ricordava giusta? Io avevo le prove, lo zaino … il luogo … indubbiamente la mia versione non poteva che essere vera.
    La mia famiglia mi allontanò dalla sua, li credevano dei pazzi … e se non lo fossero stati, allora sarebbero stati pericolosi, semplicemente, inseguiti da forze negative più grandi di noi tutti.
    Sinceramente, non sapevo a quale versione pensare … Ma non potevo credere che una maledizione gravitasse intorno a loro. Erano rimasti un mese prima di andarsene, avevo visto le loro paure per le cose più semplici, loro non erano maledetti … Erano malati, forse di stress, forse di spavento … Ma maledizione era una parola troppo grande per star nelle bocche delle persone fra le inutili chiacchiere.
    Così la famiglia maledetta non venne ascoltata, chissà di cosa aveva bisogno per riemergere dal mare del terrore, ma io, confuso, non potevo fare … ancora niente. Non potevo fare nulla per me, non avrei fatto nulla per loro.
     
    CONTINUA...
    per maggiori info consulta il mio sito! 
    http://alessialorenzi.wixsite.com/alelartist/il-pianeta-dell-inganno
    Giorno 1. Si parte da Livorno
    Arriviamo a Livorno un po’ in anticipo quindi passeggiata d’obbligo a Terrazza Mascagni: un lungomare elegante e pulito, di solito. Oggi no: la tormenta che ieri ha bloccato in porto i traghetti, ha scaraventato sul lungo mare frotte di meduse blu, che oggi non sono esattamente profumate. I netturbini cercano a fatica di staccare questi invertebrati blu dall'elegante pavimento, mentre i loro concittandini fanno jogging o passeggiano incuranti dell'invasione. 

    Non sappiamo resistere alla Gelateria Caprilli (Via Dei Funaioli 2) e ci concediamo un gelato in orario insolito: sarà l’orario o la qualità dei prodotti naturali che ce lo fa trovare così buono? 

    L’occhio attento di Davide cerca parcheggi non a pagamento, ma tutti sono riservati ai residenti, decidiamo di lasciare l’auto al porto e pagare la sosta, piuttosto che lasciarla fuori e pagare la multa. Il parcheggio all’aperto è piuttosto piccolo, quindi meglio saper fare manovra e prenotare per tempo.
    L’arrivo sull’isola è previsto nel primo pomeriggio, il mio dolce compagno mi avvisa:
    - “Guarda che io non voglio perdere tempo, appena arriviamo facciamo subito una gita, non andiamo a posare lo zaino. Perché io porto  lo zaino grande, mica quelle borse scomode da portare a mano. Zaino in spalla e fila!”
     Ah, quanto ho aspettato qualche giorno di relax. Per fortuna Bruno della B&B ci dice che ci viene a prendere al porto, che tutti i sentieri partono da lì. Percorriamo dunque in auto l’unica strada dell’isola, e arriviamo al Poggiolo, la zona più alta del paese che si affaccia su un bel panorama. Il Giardino di Azzurra è un rustico ben ristrutturato, colorato, con tre o quattro camere. Qui le porte non si chiudono, o meglio si chiudono ma le chiavi si lasciano nella serratura. È un'isola, si conoscono tutti, e può sempre far comodo che una vicina entri a lasciarti una torta o magari a dipingerti una parete, come succede ad Azzurra.

    Visto che abbiamo solo mezza giornata, e che tutti gli itinerari partono dal nostro bel poggiolo, partiamo proprio di qui. 
    Dobbiamo tornare alla strada e poi svoltare sulla sterrata a destra. Qui, dove l’asfalto finisce ed inizia la sterrata c’è il Forte di San Giorgio, attualmente proprietà privata. Bello, imponente. Quando lo visitiamo? Mai, a giudicare dagli stringenti orari imposti dalla proprietà: orari che non riportiamo, augurandoci che nel frattempo li cambino.
     
    Randagia, che mentre vi riporta il primo capitolo, si accorge che voi sapreste migliorarlo, e di tanto...
    Isaac lasciò riaffiorare un ricordo.
    Assecondò il silenzio dei suoi pensieri. Anche l'ultima burrasca era passata. Aveva visto l'approssimarsi dei flutti ghermirlo fino a farlo inabissare, come a chiedergli pegno, a esigergli un pagamento. Quanto tormento aveva combattuto insieme a notti insonni. Aveva sentito la sua carne friggere, i suoi occhi liquefarsi fino a farsi umore denso a lenire la sua pelle. Così lontani erano quei marosi.
    C’era ancora una speranza per lui? Ma si sentiva come se fosse a un punto morto, sospeso a mezz'aria da fili invisibili. No, non poteva rimanere inchiodato a quel legno per riceverne le schegge che gli trapassavano la carne. Nelle vene non più sangue, ma tormento. Allucinazioni che lo facevano urlare al miraggio, e le sue orbite a contenere il nulla. Nelle sue orecchie un continuo e vibrante rumore sordo, nell’attesa che la luce fendesse e lacerasse il buio. Era lì ma, credetemi, non avrebbe voluto esserci. Era lo spettatore di quel sordido e nefasto scenario; gli rimaneva poco tempo, un interrogativo nella mente e uno sbiadito numero di telefono su un foglietto spiegazzato. Niente più lacrime ai suoi occhi, nè preghiere nel suo rosario. A chi poteva importare se era lui il più grande ammiratore di se stesso? Alzò la cornetta.
    “Ciao, ti chiamo da una cabina telefonica con gli ultimi cinquanta centesimi che ho trovato nelle mie tasche. Non so cosa mi è accaduto, devo aver vagato in città senza meta. Sono Isaac, mi hai riconosciuto?”
    “Deve aver sbagliato numero. Io non la conosco. Mi dispiace ma devo chiudere qui la telefonata.”
    “La prego, non lo faccia. Non potrei contattare nessuno altro. Come le dicevo non ho soldi in tasca e non so dove mi trovo. La prego, mi aiuti, e le sarò grato per questo. Non riagganci.”
    “Senta, signor come si chiama, io non la conosco e di questi tempi non è conveniente intrattenersi al telefono con persone sconosciute.”
    “Mi creda non ho brutte intenzioni ma solo un disperato bisogno di aiuto. Non le chiedo altro.”
    Dall’altro capo del filo ci fu silenzio, solo in maniera sommessa arrivavano le note di Dissolved Girl.
    Isaac era rimasto sgomento alla sua inascoltata richiesta d’aiuto e lasciò che la sua mente proiettasse immagini del passato.
    Si era voltato all'imboccatura del viottolo, tra mura di pietra e mattoni e le finestre dalle persiane socchiuse a fare da schermo al sole estivo. Aveva annusato l'aria che sapeva di preparativi per il pranzo imminente, aveva sostato per pochi minuti a osservare le ombre degli edifici che si erano adagiate, si erano sfiorate, si erano toccate sui muri, si erano rincorse fino alle finestre e poi fino ai tetti per ributtarsi sul selciato. Le aveva viste così animarsi, nascondersi per poi ricomparire, alcune di forti tinte grigie e altre di tenue trasparenze.
    Zuiko si era materializzata in quel luogo.
    "Ho scorto la lacrima che come folgore ha solcato il tuo viso, e quelle che hai trattenuto!".
    Isaac aveva risposto:
    "Pensavo a te, tesoro. Ti ho scritto una lettera che è poca cosa in confronto al silenzio. Quello fitto di parole che non ha confini, anche se mi ostino a riporre sassi in una scatola senza fondo. Questo è quello che ho, a te vorrei dare il meglio. Sei sicura di volermi tenere lontano da te?". Aveva riconosciuto in lei un fremito profondo che non avrebbe potuto controllare anche se avesse voluto. Quindi continuò:
    “Paura e speranza io provo, mi mancano i miei sogni. Ti ho pensata e trovo ingiusto che tu non viva con me. In una precedente vita abbiamo combattuto fianco a fianco su destrieri luminescenti e con spade di fuoco...".
    S'interruppe all’improvviso: di lei a quel punto gli rimaneva solo una sensazione olfattiva di rosmarino e anice stellato.
    Amava Zuiko e nessun’altra, un amore immenso che sarebbe durato in eterno; credeva in quell’amore e in passato avrebbe voluto che fossero andati a vivere insieme. Era così piccola, Zuiko, ma non gli aveva chiesto sostegno. Isaac si era esposto alle sue paure lasciandosi andare ma non era riuscito a cambiare il modo in cui lei lo percepiva. Mentre la stringeva a se tra le sue braccia si era sentito esposto, si era legato mani e piedi al piombo che lo avrebbe fatto scivolare tra i flutti.
    Era immerso in quei ricordi che, simili ad anelli di fumo, uscivano fuori dalle labbra e rimanevano sospesi nell’aria. Com’era piacevole quella sensazione, morbida come ovatta poggiata sulle montagne di cartapesta di un qualsiasi paesaggio di fantasia. Si trovava lì ignaro, ma sapeva di sicuro che non avrebbe potuto sottrarsi a quell’antico karma. Certo era che doveva essere lì proprio in quel momento, né un attimo prima, né un attimo dopo. Aveva netta la sensazione che in qualche modo avesse preso ignaro quell’appuntamento.
    Si affacciava alla sua mente un pensiero costante: Zuiko. Si sentiva sempre scosso quando rimanevano abbracciati in silenzio, e i loro corpi a vibrare d’amore. Capì che era venuta al mondo per donargli nuovi occhi, cosicché lui potesse vedere oltre il velo.
    In una vivida luce del mattino aveva osservato con gli occhi dell’immaginazione. Ora che era divenuto consapevole della voce che gli sgorgava dal cuore e che lo avrebbe guidato nei suoi passi, non disperò. Quel giorno non era soltanto un altro giorno.
    Rimase sveglio a pensare a lei: “Ti rincontrerò dove troverò scritto il suo nome”.
    Gli veniva da lontano alla memoria quel vuoto che aveva di lei, un misto di dolore e sgomento. Porte sbarrate che facevano da schermo a un suo ricordo lontano, fatto di volti, di vesti bianche e madri perse nel pianto. Non era quell’anello che adornava la sua mano a farlo sospirare, non gli bastava quello. Non sapeva se aveva peccato, ma gli dispiaceva di aver creduto che le parole sarebbero bastate: “Avrò ancora tempo di prendermi cura di te?”
    Partire o restare non contava più nulla, era il dolore di non poterla abbracciare ancora e levarle la polvere dal cuore.
     
    Isaac fu visto arrivare dalla radura nel bosco con i vestiti a brandelli, un maglione di colore verde liso sui gomiti da dove spuntava il quadrettato della camicia dai toni del blu. I calzoni di tela, che un tempo dovevano essere stati di colore azzurro, erano tenuti da una cintura che scagliava riflessi dai rivetti di metallo. Le scarpe non le teneva ai piedi, bensì appese sulla spalla dopo averne annodato i lacci. Aveva le sembianze di uno che avesse lottato con una belva, che si era rotolata con lui nel fango tra rovi di spine e sassi appuntiti. Si intravedevano i segni sul suo volto, un misto di sangue raggrumato a terriccio. Trascinava la gamba destra tentando di sorreggersi con un bastone che, nel muoverlo, dava l’impressione più di uno scettro che di un appoggio. All’improvviso il bastone si ruppe e Isaac cadde pesantemente al suolo, emettendo un lieve lamento più per la sorpresa della caduta che per la caduta in sé. In una folata di vento aleggiò un misto di odori e, nell'aria, rimase sospesa una fragranza di gelsomino e cardamomo.
     
    Un frusciare di acqua limpida e fresca seguiva l’incavo tra due collinette e rada natura, per poi perdersi nel folto dei cespugli. Isaac era lì e non avrebbe potuto fare altrimenti. Rincorreva qualcuno oppure veniva rincorso? Lui e l’altro erano la stessa persona?
    Era Zuiko la pena della sua anima, Isaac sapeva di non poterla più fisicamente sfiorare. Era quello l’amore che si erano scelti? Come poteva togliersi dal cuore questo desiderio?
    Non poteva seguirla, il suo compito non si era ancora concluso e non voleva restare chiuso in quell’impossibile destino.
     
    La portava nel suo cuore affinché lei potesse sentire e vedere ciò che lui sentiva e vedeva.
    Isaac lasciò riaffiorare un ricordo.
    Assecondò il silenzio dei suoi pensieri. Anche l'ultima burrasca era passata. Aveva visto l'approssimarsi dei flutti ghermirlo fino a farlo inabissare, come a chiedergli pegno, a esigergli un pagamento. Quanto tormento aveva combattuto insieme a notti insonni. Aveva sentito la sua carne friggere, i suoi occhi liquefarsi fino a farsi umore denso a lenire la sua pelle. Così lontani erano quei marosi.
    C’era ancora una speranza per lui? Ma si sentiva come se fosse a un punto morto, sospeso a mezz'aria da fili invisibili. No, non poteva rimanere inchiodato a quel legno per riceverne le schegge che gli trapassavano la carne. Nelle vene non più sangue, ma tormento. Allucinazioni che lo facevano urlare al miraggio, e le sue orbite a contenere il nulla. Nelle sue orecchie un continuo e vibrante rumore sordo, nell’attesa che la luce fendesse e lacerasse il buio. Era lì ma, credetemi, non avrebbe voluto esserci. Era lo spettatore di quel sordido e nefasto scenario; gli rimaneva poco tempo, un interrogativo nella mente e uno sbiadito numero di telefono su un foglietto spiegazzato. Niente più lacrime ai suoi occhi, nè preghiere nel suo rosario. A chi poteva importare se era lui il più grande ammiratore di se stesso? Alzò la cornetta.
    “Ciao, ti chiamo da una cabina telefonica con gli ultimi cinquanta centesimi che ho trovato nelle mie tasche. Non so cosa mi è accaduto, devo aver vagato in città senza meta. Sono Isaac, mi hai riconosciuto?”
    “Deve aver sbagliato numero. Io non la conosco. Mi dispiace ma devo chiudere qui la telefonata.”
    “La prego, non lo faccia. Non potrei contattare nessuno altro. Come le dicevo non ho soldi in tasca e non so dove mi trovo. La prego, mi aiuti, e le sarò grato per questo. Non riagganci.”
    “Senta, signor come si chiama, io non la conosco e di questi tempi non è conveniente intrattenersi al telefono con persone sconosciute.”
    “Mi creda non ho brutte intenzioni ma solo un disperato bisogno di aiuto. Non le chiedo altro.”
    Dall’altro capo del filo ci fu silenzio, solo in maniera sommessa arrivavano le note di Dissolved Girl.
    Isaac era rimasto sgomento alla sua inascoltata richiesta d’aiuto e lasciò che la sua mente proiettasse immagini del passato.
    Si era voltato all'imboccatura del viottolo, tra mura di pietra e mattoni e le finestre dalle persiane socchiuse a fare da schermo al sole estivo. Aveva annusato l'aria che sapeva di preparativi per il pranzo imminente, aveva sostato per pochi minuti a osservare le ombre degli edifici che si erano adagiate, si erano sfiorate, si erano toccate sui muri, si erano rincorse fino alle finestre e poi fino ai tetti per ributtarsi sul selciato. Le aveva viste così animarsi, nascondersi per poi ricomparire, alcune di forti tinte grigie e altre di tenue trasparenze.
    Zuiko si era materializzata in quel luogo.
    "Ho scorto la lacrima che come folgore ha solcato il tuo viso, e quelle che hai trattenuto!".
    Isaac aveva risposto:
    "Pensavo a te, tesoro. Ti ho scritto una lettera che è poca cosa in confronto al silenzio. Quello fitto di parole che non ha confini, anche se mi ostino a riporre sassi in una scatola senza fondo. Questo è quello che ho, a te vorrei dare il meglio. Sei sicura di volermi tenere lontano da te?". Aveva riconosciuto in lei un fremito profondo che non avrebbe potuto controllare anche se avesse voluto. Quindi continuò:
    “Paura e speranza io provo, mi mancano i miei sogni. Ti ho pensata e trovo ingiusto che tu non viva con me. In una precedente vita abbiamo combattuto fianco a fianco su destrieri luminescenti e con spade di fuoco...".
    S'interruppe all’improvviso: di lei a quel punto gli rimaneva solo una sensazione olfattiva di rosmarino e anice stellato.
    Amava Zuiko e nessun’altra, un amore immenso che sarebbe durato in eterno; credeva in quell’amore e in passato avrebbe voluto che fossero andati a vivere insieme. Era così piccola, Zuiko, ma non gli aveva chiesto sostegno. Isaac si era esposto alle sue paure lasciandosi andare ma non era riuscito a cambiare il modo in cui lei lo percepiva. Mentre la stringeva a se tra le sue braccia si era sentito esposto, si era legato mani e piedi al piombo che lo avrebbe fatto scivolare tra i flutti.
    Era immerso in quei ricordi che, simili ad anelli di fumo, uscivano fuori dalle labbra e rimanevano sospesi nell’aria. Com’era piacevole quella sensazione, morbida come ovatta poggiata sulle montagne di cartapesta di un qualsiasi paesaggio di fantasia. Si trovava lì ignaro, ma sapeva di sicuro che non avrebbe potuto sottrarsi a quell’antico karma. Certo era che doveva essere lì proprio in quel momento, né un attimo prima, né un attimo dopo. Aveva netta la sensazione che in qualche modo avesse preso ignaro quell’appuntamento.
    Si affacciava alla sua mente un pensiero costante: Zuiko. Si sentiva sempre scosso quando rimanevano abbracciati in silenzio, e i loro corpi a vibrare d’amore. Capì che era venuta al mondo per donargli nuovi occhi, cosicché lui potesse vedere oltre il velo.
    In una vivida luce del mattino aveva osservato con gli occhi dell’immaginazione. Ora che era divenuto consapevole della voce che gli sgorgava dal cuore e che lo avrebbe guidato nei suoi passi, non disperò. Quel giorno non era soltanto un altro giorno.
    Rimase sveglio a pensare a lei: “Ti rincontrerò dove troverò scritto il suo nome”.
    Gli veniva da lontano alla memoria quel vuoto che aveva di lei, un misto di dolore e sgomento. Porte sbarrate che facevano da schermo a un suo ricordo lontano, fatto di volti, di vesti bianche e madri perse nel pianto. Non era quell’anello che adornava la sua mano a farlo sospirare, non gli bastava quello. Non sapeva se aveva peccato, ma gli dispiaceva di aver creduto che le parole sarebbero bastate: “Avrò ancora tempo di prendermi cura di te?”
    Partire o restare non contava più nulla, era il dolore di non poterla abbracciare ancora e levarle la polvere dal cuore.
     
    Isaac fu visto arrivare dalla radura nel bosco con i vestiti a brandelli, un maglione di colore verde liso sui gomiti da dove spuntava il quadrettato della camicia dai toni del blu. I calzoni di tela, che un tempo dovevano essere stati di colore azzurro, erano tenuti da una cintura che scagliava riflessi dai rivetti di metallo. Le scarpe non le teneva ai piedi, bensì appese sulla spalla dopo averne annodato i lacci. Aveva le sembianze di uno che avesse lottato con una belva, che si era rotolata con lui nel fango tra rovi di spine e sassi appuntiti. Si intravedevano i segni sul suo volto, un misto di sangue raggrumato a terriccio. Trascinava la gamba destra tentando di sorreggersi con un bastone che, nel muoverlo, dava l’impressione più di uno scettro che di un appoggio. All’improvviso il bastone si ruppe e Isaac cadde pesantemente al suolo, emettendo un lieve lamento più per la sorpresa della caduta che per la caduta in sé. In una folata di vento aleggiò un misto di odori e, nell'aria, rimase sospesa una fragranza di gelsomino e cardamomo.
     
    Un frusciare di acqua limpida e fresca seguiva l’incavo tra due collinette e rada natura, per poi perdersi nel folto dei cespugli. Isaac era lì e non avrebbe potuto fare altrimenti. Rincorreva qualcuno oppure veniva rincorso? Lui e l’altro erano la stessa persona?
    Era Zuiko la pena della sua anima, Isaac sapeva di non poterla più fisicamente sfiorare. Era quello l’amore che si erano scelti? Come poteva togliersi dal cuore questo desiderio?
    Non poteva seguirla, il suo compito non si era ancora concluso e non voleva restare chiuso in quell’impossibile destino.
     
    La portava nel suo cuore affinché lei potesse sentire e vedere ciò che lui sentiva e vedeva.
    Pioggia di montagna.
    Non è quella che tutti conosciamo, che bagna la città, i negozi, lucida le vetrine.
    La pioggia di montagna si scaraventa fra i rami degli alberi, scorre a rivoli fra le zolle di terra, si ammonticchia nelle pozze, ingorga i ruscelli e li fa diventare torrenti, gonfia i torrenti che rotolano nei fiumi e una volta in pianura esondano, allagano, travolgono.
    Lava la pietra, si incunea in fioche canalette, raccoglie tutti liquidi che trova nel terreno fino alla singola goccia d’acqua, fino all’umidità, poi esplode dalla roccia sulla strada. Invade la carreggiata, quando va bene si incanala disciplinata negli scolatoi, altrimenti si butta giù per i dislivelli in cascate soffici o brutali, singole o collegate, accapigliate, scomposte.
    Si distribuisce nei terreni porosi e li ammorbidisce, sempre di più, fino a che il suolo si affastella e alla fine si scioglie in frane fangose e fradice.
    Scrolla dai rami degli alberi, dalle rive, nei letti di vecchi corsi d’acqua abbandonati. Bagna gli animali, rende scivolosi i crinali, invade vecchie grondaie di rame e si raccoglie nei secchi.
    Tutto gocciola, l’umidità si insinua sotto la pelle, tutta la montagna, il pianeta, l’universo sembra bagnarsi e cedere sotto l’onda di uno scroscio costante e piatto, un sipario grigio che suona musiche acquatiche.
    Non c’è che guardare dalla finestra e sentirsi diventare una goccia lungo il vetro.
    Il diavolo sulle colline aveva la faccia scura. E gli occhi gialli e rossi. E i denti lunghi, dai quali si affacciava una guizzante lingua nera. Almeno, così lo immaginava Pinino, da quando aveva sentito l’Adelaide raccontare la storia a sua sorella maggiore Tonia. A otto anni quella era la sua idea di orrore.
    Era una bella giornata in cui il sole diradava quasi di colpo le nebbie grigie del mattino di una primavera precoce. Adelaide, la contadina che veniva ad aiutare la mamma con le confetture, bolliva le ultime pere con lo zucchero e la cannella, e mentre mestava raccontava di Beka, il diavolo che si aggirava nei boschi e fra i campi.
    “Era un uomo, sai, mica un diavolo. Un ragazzo bellissimo, innamorato di una donna elegante, di quelle che il cuore degli uomini se lo mangiano in salsa.”
    Pinino stava nascosto dietro il cassettone delle pentole. Di solito gli piacevano le storie dell’Adelaide, ma questa aveva qualcosa di brutto, se lo sentiva prima ancora di ascoltare il seguito. Purtroppo ormai non poteva andarsene e stava lì, in una posizione obbligata e scomoda che gravava il suo peso sul ginocchio destro, e taceva.
    “Lui le moriva appresso e quella niente, un sorriso, una moina, ma tutto finiva lì. Si faceva accompagnare nei posti da ricchi, al teatro, poi però se la faceva con gli altri. E lui ci diventava sempre più pallido e magro. Poteva mandarlo via, dico io. Si fa così: uno non ti piace, glielo dici e lo liberi, ecché devi farlo crepare, un povero ragazzo?”
    Si scaldava, l’Adelaide, quasi quello fosse un suo nipote.
    “Insomma, che è successo? Si è trasformato di colpo in un diavolo? Così?” Tonia, che non credeva a niente di più soprannaturale del suo cellulare nuovo, la guardava fra il rassegnato e l’annoiato. Tutte le sue amiche erano in vacanza e lei non aveva trovato niente di meglio da fare che farsi raccontare un po’ di scemenze dall’Adelaide. La divertiva stuzzicarla.
    “E’ morto, povero ragazzo, poco tempo dopo. A quei tempi si diceva di consunzione. E come poteva finire, con tutta quell’angoscia?”
    “Vabbè – disse Tonia, mentre puliva col dito il mestolo della marmellata – ma che c’entra il diavolo?”
    “Dopo un po’ di tempo cominciarono a trovare tanti morti. Più del solito, mi capisci?”
    “Ammazzati?”
    “Boh, non si capiva. Infarti, roba di cuore, che ne so. Però avevano tutti un segno sul polso, un fiore rosso. Così cominciarono a dire che era stato il Diavolo. Che era lui che tornava a vendicarsi su quelli che non avevano sentimenti, che se ne fregavano degli altri.”
    “Anche la sua bella?”
    “Quella fu la prima.”
    Mentre Tonia guardava scettica Adelaide che finiva di chiudere i vasi ermeticamente, sentì un tramestio dietro il cassettone. Si precipitò e trovò Pinino.
    “Sei rimasto qui, ad ascoltare, eh? Hai sentito? Il diavolo verrà a prenderti la notte, ti tirerà per i piedi e ti porterà all’inferno. Poi ti ucciderà.” Rideva, sotto gli occhi terrorizzati di Pinino, che lottava per non  scoppiare a piangere.
    “Dove scappi- gli disse – lo sai che per te non c’è scampo. Adesso hai sentito e lui lo sa. Non potrai nasconderti. Dove vai? Lui ti vede dovunque, non serve correre.”
    Le ultime parole le avete dette urlando, perché il Pinino cercava di mettere più distanza possibile fra di loro. Non l’aveva mai detto a nessuno, ma detestava la Tonia. Scherzava sempre, lo prendeva in giro, e quando i suoi non c’erano, giocava a spaventarlo. Questa storia del diavolo Beka non sarebbe più finita, se lo sentiva.
    Due notti dopo Pinino sentì un suono strano provenire dal vecchio saliscendi incassato nel muro. Non lo usava più nessuno da secoli, probabilmente non si poteva neanche più aprire. Però era certo di aver sentito dei suoni venire da là dentro. Da quel momento aveva cominciato a passarvi davanti solo se necessario, strisciando contro l’altro lato del corridoio. Ma ogni tanto risentiva quegli strani rumori.
    Ovviamente Tonia si accorse dei suoi armeggi. Aveva un talento particolare per intercettare le sue paure.
    “Che fai, eviti il saliscendi? Cosa c’è, là dentro?” Lo guardava insospettita. Annusava il panico di Pinino, e ci si divertiva.
    “Ah, ho capito, c’è il diavolo. Adesso andiamo a vedere, e tu vieni con me.”
    Pinino sudava, voleva fuggire, ma lei lo teneva forte per il polso.
    “Lasciami, lasciami. Non voglio!”
    Era complicata, tenere il fratello per un polso e armeggiare per aprire lo sportello del saliscendi. Alla fine, dopo uno strattone più violento, lo sportello si aprì.
    Tonia divenne bianca di colpo, lasciò il polso che teneva stretto e cadde a terra sulla schiena. Non si mosse più. Aveva la bocca e gli occhi aperti, un sottile filo di sangue colava da un orecchio. Pinino si mise a urlare.
     
     
    I due medici si guardarono in faccia, senza parole. Stavano lì, chini sul tavolo di metallo che ospitava il cadavere. Il fiore rosso sul polso quasi brillava.
    “Ti ho chiamato perché non ho mai visto una cosa del genere.”
    “Neanch’io.”
    Di fronte a loro il torace aperto di Tonia. Tutto regolare, a parte il fatto che non c’era il cuore. Non era stato tolto o strappato, non c’era e basta. Al suo posto un incomprensibile groviglio di vasi sanguigni. Nient’altro.
    “Mi vengono in mente un milione di domande, ma la prima è: come ha fatto a vivere fino ai sedici anni?”
    La sera buttava sulle colline una coltre spessa di nubi nere, dura come un brivido.
     
     
    ..È quasi mezzanotte quando il ristorante chiuse le luci e abbassò la cler! Da dietro uscì una ragazza mora,fisico minuto che si asciugava le lacrime dopo la nesima litigata con il capo.
    “ che mondo falso!”disse lei.
    E mentre pensava a tutte le sue sofferenze,dando un calcio alla scatola di cartone davanti al locale...bum! Un piccolo gattino nero uscì con lo squardo confuso,ma nello  momento tenero e triste.
    “Oh,Dio! Un gattino!”
    E senza pensare due volte prende in braccio la piccola creatura.Vi dico solo che da questo momento le vite dei nostri personaggi cambiano a 180 gradi. Ogni uno imparerà ad amare ed ad apprezzare una vita condivisa accanto a qualcuno che ami,ma nello stesso tempo che ti ama e che metterà la tua vita prima dell sua!
    È così ,in una grigia notte inizia  una vita COLORATA di un piccolo gattino nero!
     
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    La città era piena di questi volantini da un mese.
    La pubblicità era ovunque. Sui muri della metropolitana. Appesi alle vetrine dei negozi. La televisione e i giornali erano un martello quotidiano e la gente per strada, a casa, in ufficio, ne parlava prima ancora che l'EM25 venisse commercializzato.
    A scuola, tra i ragazzi, era l’oggetto di discussione e vanto per chi ce l'aveva. Io non ero tra i fortunati. I miei genitori erano contrari perché pensavano che il nuovo smartphone potesse distrarmi dallo studio. Maledizione lo studio! Era il loro cruccio! Studio, studio, e ancora studio! Non ne potevo più di loro... studiare mi annoiava a morte.

    Quella mattina Zachary, il mio migliore amico, l'aveva portato a scuola. I suoi genitori (non erano paranoici come i miei) glielo avevano comprato il giorno stesso dell'uscita. Anzi, ogni settimana, aveva qualcosa di nuovo da esibire in classe. Lo invidiavo abbastanza perché dovevo sudare sette camicie per ottenere qualcosa dai miei genitori. Per questo ero sempre in trincea con loro! “È per il tuo bene”, mi ripetevano ogni volta che mi presentavo con delle richieste che ritenevano “incompatibili con il loro portafoglio”. Ero l’unico della mia classe a non avere ancora comprato l’EM25. Rabbia e invidia!
    Al peggio non c'era mai fine... anche quel poveraccio di Albert aveva comprato l'EM25 e in classe con gli occhi lucidi lo mostrava orgoglioso come fosse un trofeo: non avevo provato così tanta vergogna come quel giorno! Come era possibile? Suo padre era da poco stato licenziato e sua madre era una casalinga disperata. Ero avvilito.
    Nel pomeriggio mi dovevo incontrare con la mia ragazza, Julia che al telefono mi accennò di una sorpresa. Ero curioso, Julia era solita essere un libro aperto ma quel giorno non fece trapelare nulla. I suoi genitori, due tipi all’antica, non volevano che facesse tardi. L’appuntamento era fissato per le 17.00, all’ingresso del Parco dei Tulipani.
    Come al solito, ero in perfetto orario. C’era un via vai di gente all’ingresso del parco ma di Julia nemmeno l’ombra. Inviperito, guardavo l'orologio del campanile della Congregazione dei Frati Cappuccini: erano ormai le sette del pomeriggio. Il vento incominciava a soffiare più forte mentre il cielo diventava plumbeo. Strinsi le spalle per l'aria gelida mentre all’orizzonte, lampi e tuoni squarciavano il cielo a metà. Ormai tremavo per il freddo (il giaccone non mi scaldava abbastanza) e temevo che potesse piovere da un momento all’altro. Alla radio, l'esperto parlava dell’imminente arrivo di una tromba d’aria che avrebbe provocato disordini in città e il sindaco Miller consigliava di rientrare a casa il prima possibile e di non uscire fino al mattino dopo, causa disordini e incolumità. Speravo che Julia arrivasse il prima possibile per poterci riparare in qualche bar dalla tempesta in arrivo e stare un pò al caldo.
    Intanto, l’oscurità calante avvolgeva come un mantello i palazzi intorno al parco. Il semaforo all’incrocio era fuori servizio.
    Il traffico era in tilt. L’addetto alla sicurezza, un uomo alto e grosso, invitava gli automobilisti alla calma. Quella che io stavo per perdere perché Julia era in ritardo ma quando la vidi arrivare con la sua solita camminata sdolcinata e lo sguardo spensierato, l'abbracciai e la baciai senza dirle nulla al riguardo: non ero mai stato così felice di vederla!
    “Ciao, e scusa il ritardo.” Arrossì, nonostante il freddo.
    “Ciao, Julia”, le risposi stizzoso, “Perché eri così euforica al telefono? Cosa volevi mostrarmi di così tanto importante da sfidare la bufera?” le domandai corrucciato.
    “Andiamo in un bar, al caldo. Ti devo mostrare una cosa” mi rispose accarezzandomi il viso.
    Entrammo nel bar di Nick, un amico di scuola di mio padre e ordinammo qualcosa da bere e sgranocchiare. Julia aprì la sua borsa mostrandomi il suo trofeo: l’EM25 Enterprise.
    “È una congiura contro di me! Gli astri e le forze dell'Universo si sono rivoltate contro di me! Anche tu l’hai comprato, Julia? È ufficiale: sono uno sfigato...”. Un velo di tristezza calò sul mio viso.
    “Non è vero”, Julia mi afferrò la mano e l’accarezzò, “È come se fosse tuo...”, mi disse tutta raggiante. Poi mi mostrò L’EM25 ancora nella sua confezione originale.
    “È uno smartphone fantastico!”.
    “Non l’ho ancora provato, volevo farlo insieme a te” mi disse per tirarmi su di morale.
    Lo scartai dalla sua confezione sgranando gli occhi: aveva una cover bianca che lo rendevano davvero chic. Poi era sottile e leggero come una piuma e le rifiniture erano perfette.
    Prima novità: era stato costruito nella nuova lega, la X10, estratta dalle miniere di Prometeo, un satellite di Saturno. Era la nuova fonte di ricchezza della New Metal Corporation la società fondata e guidata dal Dr. Martinez, il padre di Zachary. Grazie alla sua scoperta e alle sue proprietà metalliche, per le quali la dr.ssa Gabrielle Singer, nonché madre di Zachary, venne insignita del premio Nobel per la chimica, la lega X10 era così leggera e indistruttibile da essere utilizzata anche in campo militare per la fabbricazione di tute protettive: grazie alla sua grande plasticità aderiva perfettamente al corpo come fosse una seconda pelle.
    Lo accesi immediatamente e non vedevo l'ora di provarlo.
    La seconda novità: al posto del PIN veniva richiesto il riconoscimento dell’impronta oculare e per poter proseguire dovevo provvedere immediatamente.
    “Fantastico!” esclamai sbigottito. Poi puntai lo smartphone verso Julia per visualizzare l'immagine del suo volto sul display. “Ok!” esclamai euforico.
    Poi, cliccai sull’icona a forma di astronave. Era la terza novità: il teletrasporto. Già, l’EM25 Enterprise ti permetteva di teletrasportati da un posto all’altro semplicemente accedendo all’applicazione Enterprise versione 1.0 scaricabile dal sito della compagnia telefonica Enterprise 3000. L’applicazione richiedeva le coordinate del luogo di destinazione.

    Mentre Julia e io, leggevamo il manuale delle istruzioni, qualcuno che ci osservava in silenzio mi diede una pacca sulle spalle. Mi voltai e con grande stupore mi accorsi che era il mio amico Zachary.
    “Che fate ragazzi?”
    “Cerchiamo di capire il funzionamento dell’EM25...”, gli risposi indaffarato, “tu l’hai già provato?”
    “Non ancora. Possiamo farlo insieme...”
    “Si...”
    Eravamo curiosi di provare la funzione del teletrasporto ma anche impauriti. Come quando ci si trova di fronte all’ignoto e non sai come comportarti perché ti trovi in una situazione che non conosci.
    “Hai in mente un luogo preciso dove testarlo, Zachary?”
    “Seguitemi…”
    Pagammo il conto e lasciammo il bar in tutta fretta.
    Raggiungemmo la metropolitana di corsa per non bagnarci: destinazione la periferia della città al riparo da occhi indiscreti.
    Al termine della corsa uscimmo dalla metropolitana e ci dirigemmo verso un luogo poco frequentato dalla gente. Le serrande dei negozi erano abbassate. La strada era disastrata. L’insegna della tabaccheria sull'isolato di fronte lampeggiava a intermittenza.
    Nonostante, avesse smesso di piovere, la serata, ancora gelida, non prometteva niente di buono. Prendemmo una stradina secondaria piena di buche e dopo circa due chilometri ci condusse in un vicolo cieco. La luce fioca del lampione lasciava il vicolo in penombra. Mi voltai verso Julia e Zachary: i loro sguardi brillavano nell'oscurità.
    “Allora, chi vuole provare il teletrasporto?” domandai eccitato. Volevo essere il primo a farlo ma Zachary non me l’avrebbe permesso. Alla fine, tirammo a sorte.
    “Tocca a me Kyle...”, disse Zachary sorridente. Poi mi strappò lo smartphone dalle mani.
    “Il solito fortunato…”, risposi rammaricato.
    “Calma, ragazzi. Non litigate”, ci interruppe Julia cercando di fare da paciere tra i due.
    Zachary inserì le coordinate di casa sua e prima di scomparire davanti ai nostri occhi increduli ci salutò: “Ciao ragazzi, ci vediamo a casa dai miei. E... non fate tardi” disse strizzandomi l'occhio.
    Rimanemmo in silenzio e inebetiti per un po' di tempo prima che una goccia di pioggia mi scivolasse lungo il viso e il rumore delle campane di una vecchia chiesa nelle vicinanze ci riportò alla realtà.
    “Andiamo Kyle, è tardi, i miei saranno in pensiero.” Julia era scura in volto perché aveva sforato il suo coprifuoco. I genitori, severi, l’avrebbero messa in punizione.
    Pioveva e tuonava, non c’era campo, rinunciammo al teletrasporto dirigendoci a passo svelto verso la fermata degli autobus più vicina.
    Il giorno dopo scoprimmo, sconcertati, che Zachary non era rientrato a casa. Rimanemmo basiti quando scoprimmo che L’EM25 aveva dei difetti di fabbricazione. E il software richiedeva un aggiornamento per il corretto funzionamento del teletrasporto, rilasciato solo alcuni giorni più tardi.
    Due giorni dopo quella sera, la polizia locale aveva fatto una scoperta raccapricciante. Grazie alla segnalazione di un passante, gli agenti di polizia avevano ritrovato il corpo di un ragazzo nel vicolo laterale vicino casa di Zachary. Il passante era uscito di casa per buttare la spazzatura nel cassonetto posto dai netturbini nel vicolo e si era accorto che c’era qualcosa di grosso e immobile vicino al cassonetto. In un primo momento aveva pensato a un cane randagio che stava rovistando tra i rifiuti in cerca di qualcosa da mangiare. Avvicinatosi, si era accorto che erano i resti, quasi irriconoscibili, di un uomo. Era completamente carbonizzato e il suo volto era tumefatto. La pelle era fusa con la carne e i vestiti. In mano stringeva un oggetto metallico scampato al rogo che brillava alla luce del sole. L’analisi dell’impronta dentale aveva rivelato l’identità della vittima: si trattava di Zachary. Ancora adesso ho i brividi al solo pensiero che potevo esserci io al suo posto. Mi duole ammetterlo, per una volta nella vita, la fortuna non mi aveva voltato le spalle. Anzi era stata così generosa con me!
    Il giorno dopo assistevo con lo sguardo cinereo al funerale di Zachary. Sedevo nell’ultima fila, in disparte, lontano dagli sguardi dei suoi genitori. Loro erano visibilmente provati per la morte del figlio. Non mi hanno mai accettato e dai loro sguardi capivo che mi odiavano fino a detestarmi perché non approvavano la nostra amicizia: appartenevo alla classe operaia, gli ultimi nella scala gerarchica.
    Grazie alle loro conoscenze, fu indetto il lutto cittadino per tutta la settimana anche se i riflettori sulla vicenda si spensero nel giro di qualche giorno e la vita, nella mia piccola città, ritornò alla normalità.
    Parigi.

    Come una pazza, corro avanti e indietro per la stanza.
    Dove mi trovo?
    Urlo a squarciagola per farmi sentire ma la mia voce si perde nel vuoto.
    La stanza è spoglia. Ci sono solo degli scatoloni impolverati e impilati uno sull'altro. Altri, sono ammassati su di una parete. Sono imprigionata: non ci sono porte e finestre, solo una piccola presa d'aria mi collega con il mondo esterno.
    Qualcuno mi ha narcotizzata e imprigionata. Morirò qui!
    Furiosa, prendo a calci e pugni le pareti ma a parte del calcinaccio che cade, non ottengo nulla. Riprendo a battere contro le pareti, a urlare, a correre per la stanza: percepisco solo un senso di disagio e solitudine.
    La stanza è sporca e fredda.
    Lo stomaco brontola. Ho le labbra secche.
    Mi siedo sul pavimento, incrocio le gambe. Aspetto con ansia che qualcuno mi liberi.
    Si saranno accorti della mia scomparsa? Scrollo le spalle.
    Nel frattempo, guardo la parete di fronte, qualcosa brilla tra gli scatoloni: forse è la luce di un neon che tarda a spegnersi.
    Mi alzo senza pensarci, corro verso la luce ma... vacillo. Cado per terra sfinita. Ho il fiato corto, il cuore pulsa a mille. Distesa sul pavimento, nel pieno caos ormonale, ripenso alla mia vita.

    Fa così freddo adesso, ho i brividi.

    È mattina? È sera?
    Mi sembra di essere qui da un'eternità. Fisso il soffitto. L'ansia mi toglie il respiro: dov'è il mio inalatore? Lo cerco nella borsa, ma dove l'ho messa? Maledizione! Sono prigioniera del tempo: è volato via come una rondine portandosi con sé anche i miei sogni. Stupido inalatore! Ahimè! Presto mi mancherà il respiro e morirò qui... sola... affamata... assetata... come un cane randagio che brancola nel buio in cerca di cibo e acqua.
    Ancora, grido a squarciagola finché non ne ho più, ma le mie urla si infrangono contro le pareti. Non c'è nessuno che possa ascoltarmi. Scrollo le spalle.
    Accarezzo il bracciale che mi ha regalato mio padre per trovare conforto.
    Chino il capo... un nodo in gola... vomito mentre le lacrime mi rigano il volto.

    Il tempo è fermo. Dentro e fuori la stanza.
    Stringo le spalle per farmi coraggio e accovacciata sul pavimento il mio pensiero ritorna a quella maledetta luce nascosta tra gli scatoloni. Quasi me ne dimenticavo.
    Se fosse la mia unica via di fuga?
    Cammino a fatica, claudicante, ma dopo pochi passi perdo l'equilibrio: cerco di sorreggermi agli scatoloni ma cadendo li trascino via con me. Da brava scout, resisto al dolore e mi rialzo. Coraggio Anaëlle! Il mio unico pensiero è raggiugere la luce.

    Sposto gli scatoloni ammassati sulla parete con il cuore in gola... mi fermo. Curiosa, decido di guardare cosa c'è dentro e li apro. Alcuni sono vuoti, altri contengono cartelle degli studenti immatricolati all'Università a partire dal 1985. Rimango in silenzio per pochi istanti, poi mi sembra di impazzire. I ricordi emergono in superficie e come schegge di vetro mi feriscono: fanno a brandelli la mia anima. Il passato non dimentica, vuole quello che gli spetta. Forse è colpa delle pillole che assumo per combattere la depressione se ho le allucinazioni. Maledizione! E adesso? Eccomi, intrappolata in una stanza mentre il bastardo se la ride. Sepolto... dimenticato... ma no! Quel sogno è rimasto chiuso nel cassetto per troppi anni... avverto una fitta al cuore... sprofondo nell'abisso.
    Le lacrime cadono, si posano per terra come pioggia. Mentre mi asciugo gli occhi sento qualcosa sulla mia pelle, le rughe mi solcano il volto come cicatrici indelebili.
    Sposto gli ultimi scatoloni che mi separano dalla realtà: la luce mi acceca. Chiudo gli occhi, trattengo il respiro, salto.

    Quando li riapro, capisco che sono alla fine di un viaggio.
    Mi trovo in una landa desolata mentre cammino a piedi nudi.
    Mi volto verso la strada, l'auto è sul lato della carreggiata, distrutta. Il sangue sgorga a fiotti dal mio ventre: non ci sarà mai una seconda possibilità. Guardo l'orizzonte.

    Il cielo è cinereo: incomincia a piovere a dirotto.
    L'avventura inizia così:
    .         
              E adesso?? Ho tanta fame! E sette! Ho paura!
    E come non bastasse un forte tuono colpi il cielo, seguito da un fulmine spaventoso!!!! Il piccolo gattino nero ,col cuore a mille cominciò a correre e correre finché non trovo al bordo di una strada una scatola umida di cartone.
    Che musino dolce!
              Magari il mondo non è così triste,penso. Magari la mia mammina mi sta cercando e mi verrà a prendere! Magari un bambino mi trova e mi porterà a casa sua,su una caldissima poltrona con tantissime coccole! O magari questa notte morirò in questa scatola di fame e di freddo!
    Ma era così stanco che mentre pensava a tutto ciò un lungo sonno li trasformò le paure nei sogni sereni!
    Cari bambini,

    Dovrei iniziare con…” C'era una volta...in un paese lontano…”
    Ma no! La mia storia è vera ed il mio piccolo gattino nero è qua accanto a me,mentre scrivo!!che amore!che gioia!
    Ma ritorniamo nel mondo delle favole! 
    Avete mai visto quelle giornate grigie e triste? Avete mai visto quel cielo pieno di nuvole strane che ti sembrano delle faccia brute?Avete mai sentito quel vento freddo che vi fa venire pelle d'oca???ok! 
    Alle 7 del mattino ultimo gattino nato della cucciolata era nero...nero,lucido,splendente.Ma nero!
    È come in tre settimane tutti i suoi 5 fratellini hanno trovato una casa calda ( mi sono dimenticata di dirvi che era nato il fine di ottobre) ,l'unico rimasto era lui...il piccolo gattino nero!
    E anche sua mamma lo abbandonò dopo qualche giorno!
    Beh, potete pensare che nn è una tragedia,ma questo gattino era un universo in se,pieno di vita,dolcezza e fantasia
    Piccoli miei bambini,iniziamo una bella avventura quidati da un gattino curioso che ci farà ridere,piangere ,ma soprattutto amare la vita,ridere,cantare,essere felici,amare gli animali,divertirsi….in poche parole..VIVERE!
           Questo  è veramente l'inizio di una lunga storia!
    Ciao, 
    Si tu, proprio tu. Non mi sbaglio, non far finta di niente. Tu che hai preso in mano questo libro solo per vedere se poteva piacerti, non mentire. Sei pronto? Vuoi che ti racconto una storia? Se dici si, prendimi, altrimenti riponimi dove mi hai trovato, ma se hai il coraggio di leggermi sappi che il mio non è un racconto felice, tutt'altro. 
     
    Vedo che ti sei deciso, allora preparati, perché sarà faticoso. Prima di partire però ricordati il consiglio che mi dava sempre il mio prof di matematica :"dovevi andare a zappare la terra, altro che studiare." L'avessi ascoltato...
     
    Mi presento, sono Adelmo Palazzi, e questa è la storia della mia vita... e allora dirai? L'ennesima storia triste di un povero ragazzo, cosa c'è di nuovo? E ti darei anche ragione, ma la mia è diversa, la mia storia è diversa. È come tutte le altre, cambia solo una cosa, ma lo scoprirai.
     
    Partiamo forte ok? Non amo le storielle che iniziano con allusioni all'amore e alla bella vita per dopo cadere in scadenti finali dalla lacrima facile. Farei carte false per cambiarla ma una serie di sfortunati eventi mi hanno portato a questo.
     
    Se stai leggendo questo piccolo racconto è perché, molto probabilmente, sono già morto e le mie ultime volontà sono state rispettate. Ti sto scrivendo da una bianca e senza sentimenti camera da letto di un ospedale, sai quelle che vedi nei film? Identica. Cambia solo il medico... divertente no? Il primario che mi segue non farà miracoli in stile Dottor House, nessuno potrà farli. Due settimane fa, era il il 12 dicembre, mi diagnosticarono la più classica delle malattie: la leucemia. Il solito no? Vi piacerebbe eh? E invece... la mia amica Bianca (non so il perché ma l'ho chiamata così, mi da l'idea del candido di un lenzuolo appena lavato) è impazzita, polverizzando in pochi giorni le mie difese e, allegramente, mi ha concesso gli ultimi 12 giorni di vita. 
     
    Mi piango addosso? Posso farlo? Forse si, forse no. Non credevo in Dio ma adesso lo incontrerò e gli porterò il conto, quindi sono libero di fare quel cazzo che voglio. Una cosa devo dirvi però, non vi darò mai l'opportunità di compiangermi, di compatirmi o di provare pena... non sono un agnellino, non faccio parte di quei ragazzi che "oh poveretto, era un bravo ragazzo, non se lo meritava proprio!", come se ci fosse qualcuno al mondo che lo meriterebbe davvero. Amo definirmi un bastardo egocentrico, egoista come pochi, arrogante, presuntuoso e un grandissimo figlio di... no quello no.
     
                                                                                                           1
    <il paziente è pronto?>
    <si Dottoressa. Le ultime analisi sono complete. Ha risposto bene agli stimoli e tutt’ora è vigile. Quando vuole possiamo procedere con il test, dovrebbe essere in grado di resistere.>
    <bene, sedatelo e attendiamo il Dottor. Ossx.>
    L’infermiere addetto infilò un lungo ago nel braccio ossuto del paziente, iniettandoli una soluzione chimica verdastra. Gli occhi si chiusero dopo pochi secondi.
    <l’anestesia è entrata in circolo. I parametri vitali sono stabili. I nervi rispondono alle sollecitazioni. L’encefalo è vivo e attivo. Il cuore batte ancora.>
    <i dotti neurali sono stati sistemati?>
    <si Dottoressa e funzionano alla perfezione. È da qualche minuto che riceviamo segnali… ecco guardi.>
    L’infermiere accese lo schermo della sala operatoria. Poche immagini confuse sgranavano nell’immagine. L’unica cosa che riconobbe fu un albero, circondato da acqua, tanta acqua.
    <perfetto. Tutto procede come previsto.>
    La porta si spalancò e un uomo sulla quarantina entrò nella stanza. Indossava un camice bianco, degli occhiali neri e rotondi e quel profumo di anice stellato che tanto le piaceva. Aveva un espressione seria, era concentrato sull’esperimento. In mano portava una cartellina marrone e un caschetto neuronale.
    <Dat sei sicura? Dopo averlo fatto non possiamo più tornare indietro.>
    La Dottoressa Datice scese dalla sedia e gli diede un colpetto sulla spalla. Era piccola e minuta, ma testarda come un mulo. Non avrebbe mai cambiato idea.
    <Ossx lo sai anche te che lui è l’unica alternativa che abbiamo. Non può durare ancora a lungo questa pace.>
    <spero che tu abbia ragione, altrimenti…>
    <altrimenti moriremo in ogni caso.>
    Un ultimo sguardo cupo e il Dottor Ossx diede l’ordine all’infermiere di procedere con l’esperimento. Da dietro il vetro i tre, vestiti di bianco, indossarono uno strano caschetto neuronale. Diverso dal resto in commercio. Quel nuovo modello si collegava direttamente con le sinapsi elettriche del cervello, trasportando il soggetto all’interno del corpo indagato. Era la prima volta che veniva provato. La sala operatoria era bianca, immacolata. Una decina di luci asettiche illuminavano lo scarno lettino dove era legato il paziente. Un corpo bianco. Arti lunghi, corpo esile, occhi grandi e vitrei. La testa era pelata e grigia, sproporzionata rispetto al resto del corpo. L’avevano trovato nudo all’interno di una strana sfera metallica, piovuta dal cielo. Nessun vestito con se, nessun oggetto, nemmeno armi. Solo quel corpo vivo e dei segni indecifrabili. Un linguaggio simile al codice binario mischiato con il mors che non erano riusciti a tradurre. Era forse la loro unica speranza di rinascita.
    <Dottor Ossx il trasferimento è carico e pronto. Quando vuole.>
    <Rimias sai che non sei costretto ad assistere all’esperimento. Non devi rischiare anche te, il casco potrebbe fondere le sinapsi. La morte arriverebbe lentamente e nessuno potrebbe aiutarti. Prima che premo il pulsante può ancora cambiare idea.>
    L’infermiere Rimias era piccolo, un nano in confronto al Dottor Ossx. Il faccione tondo e pelato. Un naso minuscolo come gli occhi. Non si era mai tirato indietro in nessuna sfida e non l’avrebbe fatto nemmeno quella volta. La Dottoressa Datice era impaziente di cominciare, aveva indosso il caschetto e alle parole di Ossx seguì uno sguardo accusatorio. Rimias era fermo sulle sue posizioni.
    <Dottor Ossx, Dottoressa Datice. Da anni vi seguo nei vostri esperimenti e auspico un giorno di arrivare al vostro livello di conoscenza, quindi non posso fuggire proprio adesso. Procediamo.>
    <come vuoi Rimias.>
    <Ossx premi quel dannato pulsante.>
    Datice non stava più nella pelle. Una luce rossa cominciò a lampeggiare, le sirene delle porte blindate suonavano impazzite. La camera divenne stagna e isolata dal mondo esterno. Il paziente subì una scossa e le convulsioni scossero il corpo. I lacci reggevano la forza dell’alieno.  Ossx girò una chiave e Datice fece lo stesso. Rimias pregava con gli occhi chiusi.
    <prema quel maledetto pulsante Rimias, il paziente non potrà resistere ancora per molto.>
    L’alieno era scosso da tremiti. Rimias si mise il casco e inserì la sua chiave, premendo contemporaneamente il bottone. Un lampo di luce bianca invase le loro menti, il mondo come l’avevano conosciuto non era più lo stesso.”
     
    L’osservatorio era stato costruito sulla cima più alta della regione. Un isolato pinnacolo innevato che fungeva anche da rifugio anti atomico. La vista da quell’altezza era impagabile. Dominava la vallata sottostante e la piccola città di scienziati e soldati che vi vivevano. L’aria fresca frizzava in gola, il forte vento che frustava ogni giorno gli alberi non permetteva passeggiate troppo lunghe al di fuori della struttura. Giusto il tragitto per arrivare alla funivia. La neve fresca imbiancava i sentieri e il ghiaccio s’infiltrava tra le fessure del cemento andando molto spesso a minare la solidità dell’edificio. Un astronave solitaria e ormai ridotta in rottami giaceva nello spiazzo in mezzo alla foresta. Era un vecchio modello dell’età della Pace, in grado di passare attraverso i buchi spaziotemporali ma senza scudi energetici adatti a resistere alle forti turbolenze magnetiche delle scorciatoie. Si era distrutta durante l’ultimo atterraggio. Il motore non generava più materia oscura e i pezzi di ricambio erano introvabili. I cuscinetti elettromagnetici si erano dissolti a causa dell’impatto con l’atmosfera e i propulsori a ioni erano dispersi nelle lande selvagge. Ma per loro fortuna nessun componente dell’equipaggio riportò traumi gravi. Hatak, la piccola colonia, era stata costruita in funzione dell’osservatorio. Una cinta muraria alta poco più di venti metri difendeva il perimetro dal mondo esterno. Gli scienziati vivevano arroccati alla montagna. I laboratori erano stati scavati nella roccia, mentre i soldati avevano sistemato le caserme sul fondovalle, assieme alle case. Era una regione ostica e nemica agli intrusi ma la popolazione si sentiva protetta e al a sicuro. Grazie anche allo squadrone che difendeva la colonia. Gli Eagle Eyes, sei soldati scelti tra le forze speciali. Potenziati attraverso la manipolazione del DNA e aggiornati con sistemi robotici. Macchine da guerra viventi. Nessun componente dello squadrone era morto, nessuno aveva mai riportato ferite gravi e annoveravano diverse missioni compiute e una quantità di uccisioni confermate che non aveva eguali nella storia del genere umano. I campi coltivati con le fattorie per il bestiame erano a sud della colonia. Squadre di contadini specializzati curavano minuziosamente i viveri, aiutati anche dal cibo sintetico fornito dalle poche fabbriche funzionati. Erano stabilimenti costruiti con i pezzi della nave. Posizionati a nord, schiacciati contro la cinta muraria. Sintetizzavano gli elementi base per la sopravvivenza dalle piante circostanti, producendo barrette energetiche e una sostanza psicotica che dava energia ma creava dipendenza. L’osservatorio era il punto focale della colonia, l’unico baluardo da difendere, la speranza per il futuro. Era un vecchia struttura conica. L’edificio era costituito da mattoni cotti smaltati, e dunque colorati. Era visibile da molto distante quando la luce del freddo sole rimbalzava sulle pareti. Aveva una pianta di forma quadrata, la cui misura dei lati corrispondeva probabilmente alla stessa altezza; sulla sommità della torre si trovava un vecchio santuario, consacrato ad un qualche dio caduto. Sul tetto era stato posizionato il telescopio interstellare. Una macchina imponente che poteva scrutare lo spazio, alla ricerca di pianeti abitabili. Era collegato all’unico satellite rimasto in orbita che fungeva da grande lente d’ingrandimento. Sempre nell'edificio centrale era conservato anche il simulacro del dio, lo stanzone era di due metri di lato per poco più del doppio. L’altezza complessiva dell’osservatorio era di circa novanta metri, costituita da sette gradoni con misure decrescenti; vi era anche un rampa elicoidale per l'accesso, innevata e con lastroni di ghiaccio che rendevano impossibile l’accesso. Per accedere alla struttura si passava dalla montagna. Un lungo tunnel scavato nella roccia conduceva al telescopio. Ogni porta era blindata e forgiate con i rottami della nave. Dieci torri difensive, alte poco più della muraglia, scrutavano i boschi tetri che circondavano la colonia. I generatori di energia plasmatica permettevano poche ore di luce durante la notte perché l’energia veniva convogliata quasi esclusivamente alla barriera. La torre, i laboratori e il telescopio si servivano di vecchi pannelli solari ad alta efficienza. L’intera torre era stata adibita a casa/laboratorio per i due pionieri che cercavano di salvare il genere umano, il loro popolo, dalla morte. La dottoressa Datice e il Dottor Ossx non erano sposati ma convivevano ormai da anni assieme. Lei si era laureata nella scienza dell’Immortalità specializzandosi nella manipolazione genetica applicata. Grazie a lei e ai suoi risultati l’aspettativa della vita si allungò di molto, trasformando il DNA e generando umanoidi quasi immortali. Il Dottor Ossx era un ingegnere della materia con una specializzazione in astronomia interstellare. Tutte le apparecchiature della colonia erano i frutti dei suoi lunghi anni di lavoro. La notte calava velocemente su Hatak. Un’altra notte di ricerca e speranza. Il telescopio era già al lavoro. Il satellite trasmetteva i dati da analizzare alla ricerca quasi disperata di un pianeta abitabile. Dat era in camera del figlio a rimboccargli le coperte. Oberat non era figlio naturale ne di Datice ne di Ossx. Era un esperimento di manipolazione genetica riuscito male e che Datice non ebbe il coraggio di cancellare. Se ne affezionò e lo prese sotto le sue ali, lo considerava suo figlio biologico. Ossx fu sempre contrario a quel tipo di legame ma alla fine cedette difronte alla creaturina che cresceva velocemente. Non c’era un termine per definirlo. Ne maschio ne femmina, sprovvisto di organi riproduttivi. Non aveva sviluppato i classici lineamenti dei suoi coetanei. Era esile, la faccia aveva sempre un espressione gentile. Capelli marroni in tinta con gli occhi. Un naso aquilino e due orecchie a sventola. Aveva la pelle scura, quasi tendente al grigio. Datice creò quel tipo di DNA perché era convinta che soldati senza sesso e quindi senza pulsioni emotive destabilizzanti potessero combattere molto più efficientemente. Macchine da guerra biologiche con un cervello in grado di prendere anche drastiche decisioni. Non provavano emozioni, indifferenti alla morte, al dolore, alla perdita di un compagno di battagliane.  Anche il povero Oberat provava pochissime emozioni, solo le più antiche e collegate al suo subconscio. Le emozioni cognitive non erano presenti nell’ibrido. Ma Datice lo amava lo stesso. Un lumino rosso appeso sopra al letto gettava un’ombra scura a forma di sistema solare sulle pareti bianche. Oberat era disteso a letto, sotto le coperte. Dat gli stava sistemando i vestiti per il giorno dopo. La scuola non gli piaceva, come a tutti i ragazzi, ma era obbligato a frequentarla. Aveva una vocina stridula ma calma. Raramente Datice l’aveva visto arrabbiarsi per qualcosa o contro qualcuno. Lo zainetto era già stato fatto. I compiti svolti. Datice armeggiava con un felpa arancione con serigrafata sopra una saetta gialla. Oberat giocherellava con le sue coperte preferite, aspettando il bacio della buona notte dalla madre. Dat chiuse l’armadio, facendo attenzione a non pizzicare i vestiti tra le porte. Oberat la stava guardando. Due occhietti vispi e curiosi, il classico sguardo interrogativo, quando doveva per forza fare una domanda. Dat se ne accorse.
    <falla pure tesoro.>
    <grazie mamma ma non ho niente da chiedere.>
    <cos’è che ti turba allora? Hai un espressione da cane bastonato.>
    Datice aveva scorto una vena di malinconia nei suoi occhi. Una tristezza che non doveva albergare in lui. Solo due sentimenti erano presenti e nessuno generava quel tipo d’emozione.
    <oggi a scuola mi hanno di nuovo preso in giro.>
    <e perché mai dovrebbero prendere in giro un soldato coraggioso e forte come te?>
    <perché sono diverso. Mi chiamano “mostro”, “senza sesso”, “aberrazione”. E… e… io…>
    Datice lo prese tra le sue braccia. Lo strinse forte al seno. Era consapevole di quello che gli altri bambini e genitori pensavano di Oberat. Uno dei tanti motivi per i quali dovette porre fine agli esperimenti genetici. Le persone avevano paura di quello che non comprendevano, di quello che non capivano o che era troppo diverso da loro. Il male albergava in quelle donne e quei uomini che si rifiutavano di accogliere il diverso, come se il colore della pelle fosse una colpa mortale.
    <non farci caso piccolo mio. Sai che tu sei molto speciale e loro sono solo invidiosi. Tu sei il futuro della nostra specie, colui che ci guiderà verso la salvezza, non dimenticartelo mai.>
    <ma loro dicono che…>
    <non importa quello che dicono, difenditi e vedrai che non parleranno più.>
    <lo so ma…>
    <niente ma! Oberat. Guarda.>
    Datice indicò il muro. Appeso c’era un dipinto non tanto grande. Chiuso in una cornice dorata. Il ritratto mostrava una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra, ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani erano dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apriva un vasto paesaggio fluviale. Indossava una pesante veste scollata, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossava un velo trasparente che teneva fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trovava appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa. Era uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del paesaggio era che non era uniforme. La parte di sinistra era evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. La donna dipinta si trovava in una specie di loggia panoramica, come dimostravano le basi di due colonne laterali sul parapetto. In lontananza si notava un piccolo ponte sul fiume. La donna aveva uno sguardo magmatico. Due occhi che ti seguivano ovunque ti spostassi. Oberat amava il quadro, passione trasmessa da Datice che l’aveva salvato dalle fiamme. Lo usava ogni volta che doveva stimolare suo figlio.
    <lo so. Lo so. Devo prendere come esempio quella donna che è rimasta per ore ferma immobile per il ritratto. Ma…>
    <no Oberat, questa volta voglio parlarti del genio che dipinse il quadro.>
    Datice prese lo sgabello e si sedette, rimboccando le coperte al figlio. Dalla tasca estrasse una foto ingiallita e rovinata. C’era immortalato un uomo vecchio. Aveva la barba lunga e bianca. Uno strano capello in testa e due occhi meravigliosi.
    <lo conosci?>
    <si, ma cosa c’entra con me.>
    <quest’uomo qua era un genio. È vissuto in un periodo molto difficile. Abitato da persone con menti chiuse e con poca fiducia verso la scienza. Dovette sperimentare di nascosto. Sezionando i cadaveri dei condannati per studiare il nostro corpo. Dipinse opere magnifiche. Progettò macchine che avrebbero potuto salvare migliaia di umani dalle guerre ma non venne mai ascoltato. Le sue profezie ancora riecheggiano tra le rovine delle città. Subì molti torti ma non si tirò mai indietro, mai! Nemmeno una volta. Ha sempre lottato e protetto quello in cui credeva. Fuggì dalla sua terra natale per cercare fortuna e menti aperte in altre regioni. È grazie a lui che noi oggi possiamo ammirare quel quadro e tante altre cose che purtroppo sono andate perdute. Quindi Oberat, lotta e difenditi. La tua voce conta come quella degli altri, non lasciarti sopraffare da persone più deboli di te. Hai capito piccolo mio?>
    Oberat aveva in mano la foto. Guardava quell’uomo con ammirazione. La malinconia scomparve dai suoi occhi. Dat era contenta nel vederlo sereno e felice.
    <certo mamma. Posso tenerla?>
    <certo amore mio. Buonanotte, tuo padre mi sta aspettando.>
    Lo cacciò un’altra volta sotto le coperte e spense la lucina rossa. La camera piombò nella più totale oscurità. Datice si chiuse la porta alle spalle e prese le scale per l’ultimo piano della torre. La sala astronomica dove era sicura che Ossx fosse già al lavoro.
    Un vento caldo soffiava tranquillo tra le fronde degli alberi, gli alti pini danzavano all'ombra della luna, cullati dai picchi innevati dei monti. Un usignolo scandiva cinguettando il ritmico rullare del ruscello, calmo e constante, verso la valle. Una luce, una candela accesa nella penombra del bosco, fluttuava come sospesa nell'aria, rischiarando quel poco di vita che non riusciva a prendere sonno. Una terrazza, baciata da un ramo di abete troppo curioso per farsi da parte, vegliava sulla piccola radura, dove un cervo con il suo piccolo pascolavano quieti, ignari del mondo. Due sedie erano occupate da due ombre, due pallide memorie notturne.
    <ti ricordi quando abbiamo bevuto quella bottiglia di vino?>.
    <il rosso, quello forte che mi ha dato subito alla testa?>.
    <si proprio quello. E ti ricordi quanto buono era?>
    <oh sì, me lo ricordo.>
    E sorrise, come l’abbagliante bellezza della luna.
    <e ti ricordi anche cosa mi chiedesti?>
    Ci pensò, ma faticava a ricordarselo.
    <mi chiedesti perché ci comportiamo così, perché odiamo tanto la nostra casa…>.
    Versò altri due calici, ombre scure di poesie liquide.
    <e tu però non mi rispondesti, o sbaglio?>.
    <no, hai ragione, e nemmeno adesso posso farlo ma c’è un motivo.>
    Allora lei lo esortò.
    <dimmelo.>
    <mi guardo attorno e vedo solo bellezza. La natura che ci circonda è un simposio di colori e di vita, gli animali, nella loro semplice esistenza, gioiscono ogni giorno ringraziando…>.
    <dio?>
    <no, solo l’uomo è stato tanto cieco da crearsi un dio, tre lettere che portano false speranze dove la voglia di lottare è morta, no. Gli animali ringraziano la Madre Terra, la vita. Invece l’uomo, come il peggiore degli ospiti, preferisce scavare la terra, inquinare i mari, saturare l’aria di morte, disboscare foreste e distruggere l’ecosistema, in cui noi stessi viviamo. Follia. La Terra è un malato terminale e noi siamo la malattia, ma la cura non ci piacerà. Troppi morti ho visto per ritrovare la fede nell’umanità, troppi. Orsi e delfini uccisi per la becera intelligenza che ci ritroviamo. La nostra arroganza non ha limiti…>
    Lei lo guardò seria, incupita.
    <sei sempre così catastrofico?>
    <no, ma so cosa stiamo perdendo.>
    E si versò un altro calice di vino, guardando la sedia vuota che aveva di fianco, brindando alla sua memoria. Il ruscello ebbe un sussulto e una piccola onda andò a schiantarsi tra le rocce della riva. Mentre una nuvola solitaria offuscò per secondi lo splendore della luna, attimi che gli parvero infiniti nella solitudine che lo attanagliava. E la notte si spense nel colpo che squassò la valle.