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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    patrizio.ag
     
      L’avventura è in base al suo stesso mito l’esperienza più sublime ed eccitante mai pensata e provata dall’essere umano. Celebrata sin dagli esordi della storia letteraria grazie ai racconti sulle divinità e sugli eroi – i quali spesso venivano confusi le une con gli altri – se vogliamo restare e soffermarci a parlare di «Avventura» in sé, appare molto facile individuare che cosa intendiamo siano le caratteristiche tipiche e pure, e non appare un caso banale osservare come sin dalle prime manifestazioni dell’avventura nell’immaginario umano, le sue caratteristiche fondamentali sembrano essere state fissate presto, e così “bene” da rimanere immutate, senza mai andare “fuori moda” nonostante l’enorme passaggio dei millenni sulle sue spalle.
    oria...
    ALDILA’ DEL  VERO  Aldilà del vero  traditi da un verbo   che induce a  pregare nel male , nel bene , nella sorte che avversa appare,  sulla porta come ombre raminghe , chete guardinghe ,cretine nella scena che scivola angusta per mostre e riviste per giorni difficili che ti portano lontano , oltre ogni intendimenti , oltre questo giardino di rose sanguinanti , oltre il metro e la misura delle cose,   un muro  che  si sgretola  nel tempo che tiene  l'immagine in tanti deliri, colori che viscerali , scivolano via tra l'acqua sporca ove saltano i ranocchi,  dove pinocchio canta  la sua canzoncina.  In questo delirio vedo e provo tanto rancore , tra i sensi  ,tra le dune del deserto  ove il vento modella la sabbia  ed i ricordi d’un tempo trascorso .
     
    Tradito dal progresso , da un amico ,  da una donna grassa , tradito dal dire che corre dentro un discorso che si anima  lungo un rosario, sopra un fiore , dentro questa morte senza senso .  Povero uomo da un anno che piange , che taglia e ritaglia, che cuce e  finge di non credere, di ridere ,di bere, oltre ogni dire , errando  in groppa a  impavidi  idiomi , frasi sottili , oscure parole  dove si cela il destino d’ognuno.
     
    Tradito da noi se stessi , dalla volontà di capire d' andare avanti oltre questo giorno che si spegne  e riaccende passioni in  meretrice sostanza,  bizzarra  ragione , figlia dell'intelletto,  della speranza  che tutto assolve .
     
    In questo dilemma senza domani , giustificando le colpe altrui  , giustificando  la sorte ,si  parla  , si teme l’incapacità altrui   . E se avanza  d’un passo l’ardire  ,ognuno può dire d'essere modello,  figlio dei suoi tempi , figlio del vento . Cent'anni trascorsi , viaggio   ai confini fisici , uomini  che reclamano la propria dignità , la propria vita spesa nel fare del bene al prossimo ,   abbandonato in  strada, lodando  la donna cannone , rincorrendo il  bimbo malandrino  , ascoltando il  vecchio suonatore  d’armonica  che nella sera  ti delizia con una sua canzone , ti rende vivo tra i morti , ti rende santo tra i santi .
     
    Un tempo  comune  , un domani  rubato ai tanti anni trascorsi in silenzio , un placido  dormire  ed oltre ogni dire nel fare che pena questo dolore  che  bussa alla mia porta .   Io  solo  in questo mondo , che bramo  la  bellezza ,  che desidero d'essere compreso , uomo ,forse uno dei tanti , dei molti di chi  non  ha nulla  da perdere. Signorina ,  dolce donzella  che vegli il  mio sonno ,  accarezzo il tuo corpo , bramo  il  tuo  corpo ,  temo  il tuo rifiuto   , creo  difronte alla realtà  , difronte  a mille difficoltà   io non arreco .
     
    Tutto ciò che provo è  forse , soltanto  un ostacolo  , papocchio , capocchie , pennacchi ,  peccati incompresi ,  astruse frasi  congiunte  con  lingue  galeotte  che tramando ,  attendono il definitivo decesso.
     
    Non porgere orecchio , non dire  ciò che non vorresti
    Non urlare dentro l’orecchio
    Non porgere l’altra guancia
    Perché mi tratti cosi?
    Cosa vuoi che ti dica ?
    Non so,  vorrei essere salvo
    Prego accomodati,
    No rimango qui Su quella linea ?
    Si , su questo confine Sei folle
    No sono il vento
    Sei in divieto di sosta
    Accidenti perché non m’aiuti ?
    Non posso ,sono un  rinnegato Io ho pagato un biglietto per entrare
    Potrai essere rimborsato
    Bello, vivo d’aria e speranza Io di morte e accidenti
    Cosa sono questi segni ?
    Io non disegno
    io vorrei essere te
    io la tua felicità
    io la tua morte
    Mi prendi in giro , ancora non ho finito di pagare il funerale
    Non posso venire all’esequie   ,oggi sono impegnato.
    l’appuntamento e difronte all’ostello della gioventù ed il morto lo portano in macchina più tardi.
    Sai che allegria lo puoi dire forte ci sarà un gran ricevimento
    Grande Direi  assai lugubre, poco originale.
     
     Elevati carmi migranti , per  mondi gentili ,  verso mondi sovrumani , paradisi metafisici  ove vivono  uomini e bestie , dove la legge genera la meraviglia , l’attimo , un solo attimo,  un solo amore che si muove per strade bagnate con il capello in testa , per mondi metafisici , escrementi di idee , di un volere che volge alla fine.  Ippogrifi  giorni di pace,  logiche eremite , noi decidiamo la sorte di codesto uomo , di codesto cane. Noi chi siamo ?  
    Noi , figli del verbo , inseguiti da balde  battone , ammiccanti ai lati  delle   strada deserte , sotto una luna che parla di te,  di me , confusi  in questa vita che passa e soddisfa  la speme , il genio  d’un migrante  rinchiuso dentro mille ingranaggi.
    Un parlare che nasconde in se , tanti dilemmi , lemmi ,enigmi. Gerusalemme celeste  , estremismi che generano un malessere che gela il cuore ed il vivere  . Sospesi  sulla linea di un dialogo millenario , cupole dorate , minareti colorati ,scivola  la sabbia  dentro la  clessidra , si tramuta in serpente , in oca , in volpe , sbalordito dello scorrere del tempo , impaurito  a piedi fin sopra il colle , dove tramonta il sole , dove la morte errando si riposa , discutendo  con il becchino  del suo compenso. Non aver paura di sbagliare,  vai avanti figliolo , fino al termine di questo viaggio , fino al domani che adduce a nuovi tradimenti  ad ingrate conclusioni  che tramutano il nostro canto in un sordo dialogo tra popoli e culture.
    Canto  inutilmente e non mi do coraggio
    Non farti del male ,vivi Io cado dalle nuvole
    Prenditi un passaggio con un angelo
    Non vedo nessun angelo
    Siamo qui alla fermata del tram.
    Dove siete?
    Qui tra il rosso  ed il nero.
    oh siete matti a portare appresso una pistola
    Non sparare cazzate Io non sparo  la luna
    Neppure noi spariamo ai cretini
    Morte  che ama l’amore  che nel suo piccolo crea  speranze , dolci canzoni  cosi ben vestita  sembra una donna prosperosa che balla il tuca ,tuca fuori il bar mostrando l’ardire della sua era , nell’eco delle vittorie , nell’eco dei canti , dei morti , dei rinnegati , degli incapaci dei giovani che salgono il monte ,  salgono nella ragione con l’ira con la forza del leone  mentre  indifferente la massa  assiste al massacro , nessun si domanda perché  siamo qui a protestare a lottare a chiedere i nostri diritti , tutti in fila,  tutti ritti , tutti morti,  tutti vivi , che cosa noi siamo ,  nella storia  , afflitti , vecchi  in questo  povero d'amore  che nasce  e risorge  , lascia  e spergiura , si rende odioso,  poi rinasce  consuma questa sua passione  in un campo  di calcio, fuori i palazzi del potere  , il pianto nell’aria , nell’eco d’un incontro ,  un lavoro  , che muto sta,  una mano che  affonda il coltello , spara   poi fugge , noi prede  di tanta ferocia ,  ingannati dal fato , dal fasto , noi indietro nel tempo,  vittime ignare  d’un folle e dei suoi  adepti , nel nome di un dio che non perdona  nessuno , neppure se sei malato  o innocente ,  se sei bimbo o vecchio,  prigioniero  tra le pagine di  questo libro  ingiallito , che narra di te e di me , del tempo che fummo,  nel nome del padre e del suo popolo , disperso in questo universo  , aldilà  del mondo che noi credemmo, d’amare di credere , d’essere salvi nel canto che s’eleva a sera dopo aver fatto ritorno  a casa.
    Luisa vive a Borgo San Dalmazzo, una piccola cittadina ai piedi della valle Stura, in provincia di Cuneo. Ci vive da una vita, da quando è nata. E’ cresciuta nell’abitazione dei suoi genitori sino all’età di trent’anni poi, acquisita una certa stabilità lavorativa ed economica, si è trasferita in un appartamento poco distante. Un bilocale che rispecchia esattamente la sua personalità: essenziale e un po’ caotica. La parola “ordine” non rientra esattamente nel suo vocabolario quotidiano. La sua casa, infatti, è più che altro un deposito di tante cose, accatastate alla bell’e meglio, un po’ dove capita. Solo la cucina è perfettamente in ordine e linda, in quanto Luisa, vuoi per deformazione professionale, è maniaca dell’igiene e in cucina nulla può essere lasciato al caso. All’ingresso vi è un mobiletto con un contenitore per le chiavi e poi vi sono adagiate riviste, bollette, giornali, libri. Il bilocale prevede ancora un bagno piccolo ma comodo, la camera da letto arredata con stile e semplicità e un accogliente salotto, con una importante libreria che occupa tutta la parete, stracolma di libri: testi medici, romanzi, soprattutto gialli e thriller, la sua passione. I libri fanno parte della sua vita. Quando era bambina la madre le leggeva una favola ogni sera prima di addormentarsi e lei chiudeva gli occhi immaginandosi i personaggi, le loro imprese, i loro amori. La lettura per lei ha sempre rappresentato un momento tutto suo, per estraniarsi dal mondo, per viaggiare con la mente e per dimenticare le storie tristi, non sempre a lieto fine, di cui è spettatrice ogni giorno. Già… perché Luisa è infermiera all’ospedale Santa Croce di Cuneo e, in 27 anni di lavoro, ha visto moltissimi volti, ha aiutato e curato tante persone. Lei, così sensibile e pronta a regalare sorrisi ai più deboli, ha fatto della sua professione una vera e propria missione. Da ragazzina, durante l’estate, faceva volontariato nella casa di riposo del suo paese. Partiva il mattino con un sorriso stampato sulle labbra e tornava a metà pomeriggio con un sorriso ancora più grande e la gioia impressa nel suo sguardo dolce e fiera di essere riuscita, con la sua presenza e le sue parole, a far trascorrere qualche ora di serenità a quegli anziani quasi sempre soli e tristi. Ed è in quegli anni che è maturata in lei la voglia di fare qualcosa per gli altri. Così, senza dubbio alcuno, terminate le superiori, si è iscritta alla facoltà di Infermieristica e, dopo intense ore di studio e di tirocinio, dove ha sempre dato il massimo, è approdata dove lavora tutt’ora. Prima ha fatto la spola tra i vari reparti e da un paio d’anni presta il suo servizio al Pronto Soccorso. Ogni giorno è un via vai incredibile di gente. Molti, troppi con “codici verdi” che intasano la macchina organizzativa, creando attese interminabili. Luisa ha imparato a conoscere i pazienti e si è resa conto che la maggior parte di coloro che si presentano al Pronto Soccorso senza averne realmente bisogno, sono le persone anziane o sole, spaventate dalle notizie – troppo spesso false -  di epidemie o di mali inesistenti che circolano alla velocità della luce su giornali e televisioni. I turni di lavoro, con i tagli alla sanità, sono massacranti e ora che Luisa ha 52 anni, la fatica inizia a farsi sentire. In ogni caso ogni persona che le si presenta davanti, viene accolta sempre con un sorriso capace di trasmettere serenità e rassicurazione. Il più delle volte la “parte” più difficile del suo lavoro è quella di infondere coraggio agli accompagnatori dei pazienti, soprattutto dei più gravi che ti guardano con occhi imploranti di belle notizie che, non sempre, si possono fornire. Quasi ogni giorno Luisa trova un po’ di tempo per cercare di tranquillizzare genitori di figli incidentati, figli di genitori che hanno accusato un grave malore, parenti di persone anziane appese con un filo alla vita. Eppure ha capito che il sorriso e la vicinanza anche solo con lo sguardo, sono l’arma vincente pure nelle situazioni più drammatiche.  Nonostante i molti anni di esperienza alle spalle, però, non si è ancora abituata al senso di impotenza che si prova di fronte ai casi più gravi. Quando una vita se ne va verso un mondo ignoto e sconosciuto, dopo aver subito cure invasive, dopo aver combattuto, dopo aver pregato e scongiurato di farcela, Luisa si sente responsabile di non essere riuscita a fare di più, anche solo per alleviare il dolore e le paure dei pazienti. Durante gli studi i docenti ripetevano in continuazione che, per svolgere al meglio il lavoro di medico e/o infermiere, occorreva riuscire in ogni situazione a indossare una maschera e a svolgere il proprio compito senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Non doveva mancare il lato umano, quello mai, ma una grande dose di autocontrollo e freddezza era assolutamente necessaria, altrimenti si sarebbe rischiato di crollare psicologicamente. Luisa, sin dal primo giorno che ha fatto il suo ingresso in ospedale, ha cercato di far proprio quell’insegnamento. Di fronte ai casi più disperati e, soprattutto, di fronte ai bambini sfoderava la sua verve di donna forte e coraggiosa, esplicitando un mix di dolcezza e autorevolezza, ma una volta terminato il turno, si imponeva di cancellare dalla mente i volti dei pazienti e i loro problemi e, ogni qual volta i pensieri la portavano ai “suoi” malati, faceva un lungo respiro e immaginava di essere seduta su una spiaggia e di lasciarsi cullare da una piacevole brezza e dal rilassante rumore delle onde che, leggiadre, si infrangevano sugli scogli. Il mare ha sempre sortito in lei un effetto distensivo, rasserenante e in tantissime occasioni è venuto in suo aiuto. Un paio di casi, però, l’hanno lasciata piuttosto turbata. In particolare nei momenti di maggiore stanchezza e solitudine, le torna ancora in mente il piccolo Robert, un bambino di appena tre anni affetto dalla sindrome di Down, a cui era stata diagnosticata la leucemia. I genitori, già poco propensi a prendersi cura del proprio figlio, una volta conosciuta la diagnosi lo avevano praticamente abbandonato in ospedale. Facevano un salto il mattino, per poi tornare solo la sera, sempre di corsa e come infastiditi da questo “intoppo” che non permetteva loro di vivere una vita completamente normale. In quel periodo Luisa prestava servizio proprio nel reparto di Pediatria. La prima volta che lo vide, Robert le parve un piccolo cucciolo triste e indifeso, impaurito e solo. Appena aveva un momento libero si recava nella sua stanza e lo faceva giocare, gli leggeva tante favole, lo intratteneva con della musica e Robert era felice. Vederlo sorridere le riempiva il cuore di gioia. In quei momenti pensava a quanto le sarebbe piaciuto essere chiamata “mamma”, ma il destino pareva remarle contro e, ogni giorno che passava, si radicava in lei l’idea che il suo ventre sarebbe sempre rimasto piatto, che non avrebbe mai provato l’emozione di una nuova vita dentro di lei. Per fare un figlio bisognava compiere un primo passo: trovare l’amore, quello vero, quello del “per sempre” e lei non lo aveva ancora incontrato. Erano parecchi i ragazzi che le ronzavano intorno, ma nessuno era finora riuscito a farle battere forte il cuore, a farle provare sensazioni uniche. Per non lasciarsi sopraffare troppo dai brutti pensieri, si concentrava sulla sua missione di vita: far stare meglio gli altri e il sorriso splendeva nuovamente sul suo dolce viso. Da subito Robert si dimostrò un bambino forte e coraggioso, ma piuttosto indebolito dalla malattia. Sottoposto alle cure del caso, ne usciva sempre molto provato e per un paio di giorni praticamente non si alzava dal letto, rimanendo quasi sempre in uno stato di dormiveglia. Quando poi le forze tornavano, lentamente, Robert si “riaccendeva” sfoderando la sua vivacità e allegria. Luisa si era affezionata davvero tanto a lui e cercava di trascorrere ogni minuto libero accanto. A casa sua non c’era nessuno ad aspettarla per cui, parecchie volte, terminato il turno, si fermava al suo capezzale, intrattenendolo in vari modi. Ci sapeva fare con i bambini! Provava una rabbia indiscussa nei confronti di quei genitori senza cuore. Come potevano abbandonare un figlio malato, così piccolo, in ospedale? Con che coraggio lo guardavano negli occhi? Come può una madre trattare il proprio cucciolo con indifferenza? In un paio di occasioni Luisa aveva provato ad affrontarli, chiedendo loro una maggiore presenza, almeno quando Robert veniva sottoposto alle cure. Lui sentiva la loro mancanza. Troppo spesso le chiedeva come mai la sua mamma e il suo papà non venivano a trovarlo. Entrambe le volte le risposero di non impicciarsi in cose che non la riguardavano e di limitarsi a svolgere il proprio lavoro.
    Era trascorso quasi un mese dal ricovero e Robert appariva sempre più affaticato e passivo. Luisa cercava di spronarlo, non smetteva di leggergli le sue favole preferite, anche quando aveva gli occhi chiusi. Lo teneva in braccio il più possibile per farlo sentire meno solo e amato e, ogni volta, la sensazione che fosse più leggero era palpabile. Ormai mangiava pochissimo ed era sotto effetto di calmanti per non sentire dolore. La sua testolina priva di capelli, per effetto della chemioterapia, lo faceva apparire fragilissimo. Quella mattina Luisa aveva un brutto presentimento. Entrata nella stanza lo sentì respirare affannosamente. Il dottore di turno lo visitò e bastò il suo sguardo addolorato per farle capire che la sua breve vita stava giungendo al capolinea. Chiamò immediatamente i genitori per avvertirli di quanto sarebbe successo di lì a poco, ma quando arrivarono al suo capezzale trovarono Luisa in lacrime, che stava accarezzando dolcemente il volto di Robert, ormai esanime. In quell’occasione li vide piangere, ma non rivolse loro una sola parola. Li lasciò soli con il loro bambino e, uscendo dalla stanza, li guardò con disprezzo e rabbia. Seguirono giorni terribili in cui svolgeva le sue mansioni come un automa, cercando di tenersi occupata il più possibile per non pensare. Quel bambino, così solo e indifeso, le era entrato nel cuore e, per un breve periodo, le aveva regalato la gioia immensa di sentirsi anche un po’ mamma. Ora se lo immaginava sereno insieme ad altri angeli speciali come lui, in un luogo magico e incantato, pieno di colori.
    L’altro caso che la segnò nel profondo fu quello di Marzia, la sua migliore amica. Se la ritrovò in codice rosso al Pronto Soccorso dopo un grave incidente in auto. Seppe, in seguito, che la sua macchina sbandò finendo in un grande corso d’acqua, per aver tentato di non investire un cinghiale che era sbucato all’improvviso sulla carreggiata. La portarono in rianimazione dove “visse” grazie ai macchinari per una settimana, durante la quale Luisa andò spesso a trovarla, pregandola di non lasciarla sola. A quanto pare, però, non fu ascoltata. Era un lunedì mattina quando si spense. Durante il funerale a Luisa passarono in mente tutti gli istanti più importanti vissuti con Marzia da bambine, da adolescenti, le loro prime cotte, le loro vacanze insieme, le loro uscite nei fine settimana. Fu un duro colpo. Ancora adesso, a distanza di anni, non riesce a pensare alla sua cara amica senza lasciarsi scivolare sul viso una lacrima.  I giorni seguenti al funerale si interrogò spesso sul significato della parola “destino”. Marzia aveva ancora così tante cose da fare, così tanti progetti da realizzare, ma in un attimo la sua luce si era spenta per sempre. Perché proprio lei? Se non avesse cercato di evitare quel dannatissimo cinghiale, forse, se la sarebbe cavata con qualche escoriazione e nulla di più. Poi si rese conto che interrogarsi sui misteri della vita, non l’avrebbe portata da nessuna parte, se non a stare peggio, perciò decise di concentrarsi sul presente, sulla sua missione di vita.
    Luisa è orgogliosa di sé stessa, felice di donare le sue competenze a chi ne ha bisogno, aggiungendo quel pizzico di amore che sempre aiuta, ma ciò che le manca, ora, è trovare qualcuno che la aspetti a casa dopo i suoi turni estenuanti, qualcuno con cui condividere i suoi sorrisi, i suoi interessi. Qualcuno da amare che pensi anche un po’ a lei, alle sue esigenze. Ha trascorso gran parte della sua vita prendendosi cura degli altri, adesso sente più che mai la necessità di avere accanto qualcuno che la coccoli e che la vizi. Luisa sa che, sebbene la giovinezza stia scivolando via giorno dopo giorno, nulla è perduto e chissà… qualcuno che le faccia battere forte il cuore, presto o tardi, arriverà!
    Sarà bello
    raccontarti un sogno
     
    Immaginarti così
     
    Quando mi guardi
     
    Come sei adesso
     
    Aprire gli occhi
    vedere te
     
    Dirti all'infinito
     
    Tu
    cosa sei per me
     
    Dirlo alle nuvole
     
    Dirlo a te
    soltanto
     
    E al cielo
     
    Cosa sei per me
    Giuseppe Wochicevick
     

    By Ina, in Poesia,

    Nel buio la rosa danza
    così docile e aggraziata.
    Un soffio è un sospiro
    di chi cimentato in amore
    deluso s'è trovato.
     
    La rosa prosegue la sua danza
    ormai straziata.
    In un terreno di catrame, con un dolore lancinante
     sta terminando la sua danza,
    verrà essa ricordata?
     
    1967
    Da un po' di tempo
    in giro
    non si fa che parlare d'altro
    Tutti credono alla voce
    che tra qualche anno
    l'uomo sia davvero in grado
    di passeggiare sulla luna
    Non ricordo nulla
    Mi è stato raccontato
     
    1973
    Imparo a leggere e scrivere
    Inizio a contare
    All'epoca
    i ladroni
    erano in quaranta
    Poi c'erano tre porcellini
    un lupo
    una fatina buona
    qualche strega cattiva
    Le bugie
    le raccontava
    un burattino di legno
    Il re
    era buono
    come castelli di marzapane
    I suoi sudditi
    gli auguravano lunga vita
    Tutti vivevano
    felici e contenti
     
    1983
    Esco di casa
    inizio a capire
    sulla mia pelle
    Vedo confini e barriere
    conosco
    chi afferma convinto
    urlando ai quattro venti
    "di essere disposto a tutto"
    "e non avere paura di niente"
     
    1990
    I maiali sono moltiplicati
    e cresciuti
    a dismisura
    Ladri ovunque
    Il lupo si è fatto pecora
    cane
    Amico fedele
    bela
    e scodinzola al suo padrone
    abbaia ringhia
    e morde il più debole
    Orde di bugiardi vestiti bene
    bande di lestofanti
    in carne e ossa
    camminano tranquillamente
    tra la gente
    e continuano a rubare
    al povero
     
    2011
    E' passato tanto tempo
    Scrivo sulla sabbia
    scaglio una pietra
    Urlo
    Nessuno mi ascolta
     
    2012
    Mezzogiorno
    buio totale
    eclissi di sole
    crisi mondiale
    Mi guardo attorno
    il tempo si è fermato
    nessuno ride
    sembra tutto finito
    non c'è più nulla
    da spartire
    In cima allo scoglio
    separato dal mare
    ascolto l'infrangersi delle onde
    urla lontane
    Aggrappato a una speranza
    il mio cuore
    batte ancora
     
    2014
    Oggi
    sono tornato
    a parlare
    a me stesso
    Ho parlato per ore
    senza dirmi nulla
    Un giorno
    forse
    sarò in grado
    di rispondermi
     
    Inside the single image
    Giuseppe Wochicevick
    (Da "Ali colorate)
    Eccoci di nuovo qui, io e Lebowski, gli ultimi due terrestri su questo pianeta. L’altra volta c’era anche Pritchard, il caro, benché tormentato e petulante Edward. Tecnicamente c’è ancora, ma un metro sotto terra. Abbiamo scavato la fossa io e Lebowski. Più io, che Lebowski; lui, come al solito, si è stancato in fretta. Solo di girare attorno ai fiori di auraubà e di annusare ogni cespuglio di auroginko non si stancherebbe mai, neanche fosse il botanico della spedizione. In ogni caso non avrebbe più senso, ci hanno richiamati, fine dell’impresa, ora si tratta solo di chiudere la base e tornare indietro per sempre; la storia umana sul pianeta Auripise si conclude qui. Mi stiracchio schiena e braccia facendo scrocchiare le spalle e rivolto al mio amico, questa volta ad alta voce, esterno il mio pensiero, Eccoci di nuovo qui, Lebowski, gli ultimi terresti su questo perfido pianeta.
        Lui alza il capo di scatto, lo fa sempre quando sente il suo nome, e mi fissa attonito. Allora pazientemente aggiungo, Tranquillo Lebowski, dicevo soltanto che siamo rimasti solo io e te, in superficie, gli altri, dal tosto Malinowski al tenero Evans-Pritchard, ormai ci fanno compagnia dal sottosuolo. È la vita, continuo e concludo, visto che il mio compagno di avventura rimane a fissarmi senza battere ciglio, in attesa. Quando fa così mi mette sempre un po’ a disagio, mi ricorda Buster Keaton, un manichino pallido e inespressivo; neanche farlo apposta Lebowski è bianco come un cadavere. Accidenti, non devo esprimere pensieri con parole potenzialmente negative, altrimenti l’immaginazione si fa prendere da una spirale di pessimismo, e se non è negativa la parola “cadavere”… Lebowski deve aver colto la mia ansia, perché si riscuote dal torpore e riprende a passeggiare lungo il filare di aurustro che stava osservando curioso quando gli ho rivolto la parola. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di sguincio, come per tenermi d’occhio. 
        Lo conosco a memoria, so cosa sta pensando, pensa che sono un sentimentale, caratteristica che secondo lui non si addice a un esploratore, dovrei essere più freddo, distaccato, riporre i sentimenti in un cassetto e dedicarmi alla missione seguendo il protocollo. Sentimenti: altra parola insidiosa. Meccanicamente cerco il posto dove abbiamo seppellito Margaret, eccolo lì, sotto l’albero di aurustro, l’unica pianta capace di crescere oltre i cento centimetri su questo tirchio pianeta. Ah, dott.ssa Mead, quanto mi manchi… Lebowski segue il mio sguardo fino a incorniciare con il suo il discreto rilievo della tomba. Lui non amava Margaret, non la detestava nemmeno: gli era indifferente. Invece aveva un debole per Lévi-Strauss, si erano sempre capiti al volo, però certo non lo amava come lo amavo io, e in ogni caso anche l’altro nostro compagno se ne è andato per sempre, dalla vita, non dal pianeta, solo che per lui non c’è tomba: abbiamo solo visto il puntino del suo Rover sullo schermo del monitor venire schiacciato da quello sempre più grande dell’asteroide Auropimpio_X69 nel settore E11. L’impatto ha modificato la superficie di quell’area, facendo fuoriuscire un lago di lava. Del resto, non sarebbe servita a nulla una tomba, i resti di Lévi-Strauss si sono fusi per sempre con la superficie di Auripise, o polverizzati nella sua blanda atmosfera. Pace all’anima tua, riflessivo compagno di viaggio.
        Sto diventando malinconico, e non va bene, la malinconia è pericolosa, perché alterna stati di tristezza al bizzarro conforto di ricordare cose che ci feriscono. Ecco, la parola “alternanza” mi ricorda quella del pendolo, e poi dell’altalena, “altalena” no, cazzo, devo mantenere il controllo, impedire di guastare tutto un’altra volta ancora, ma è troppo tardi, lo sento, una vertigine piega le mie ginocchia, allungo istintivamente la mano sullo stipite dell’ingresso del modulo di atterraggio mentre mi sento ondeggiare come un elastico, se solo potessi impedirmi di perdere il controllo visuale…  Invece la scena davanti a me si scompone in una nebbia granulosa e quando si dissipa inquadro un palazzo, quello dove io e Margaret abitavamo subito dopo la nascita di Clementine, eccole lì, la loro sagoma spunta da sotto, dietro la finestra, mentre l’elastico a cui mi sento appeso si allunga, dandomi modo di scorgerle di profilo sulla poltrona a dondolo, mia moglie che culla mia figlia, allattandola. Come sono belle, ho il tempo di pensare, sentendomi pervadere da tenerezza e nostalgia mentre continuo a scendere, trascinato dalla forza di gravità. Lotto per non perderle di vista, ma ora inquadro solo il davanzale, che sfugge verso l’alto, i miei occhi fissano la porzione di intonaco grigio fra il nostro piano e quello di sotto. Il desiderio di guardarle ancora una volta è così grande che sottilmente la forza di gravità viene contrastata dalla tensione dell’elastico, e salgo di nuovo. Riappare il salotto incorniciato dagli infissi della finestra, ma questa volta Margaret è sola, e invecchiata, con la mano sinistra aperta appoggia tutto il suo peso sul mobiletto del telefono, l’altra stringe la cornetta che tiene all’orecchio. Piange, in silenzio. Ascolta Piero che la informa dell’incidente, poi riaggancia e mentre si volta per dirmi, Clementine non c’è più, la forza dell’elastico me la porta di nuovo via, questa volta verso l’alto, allora oppongo resistenza con tutte le mie forze nel tentativo disperato di invertire la spinta, e di nuovo scendo. Dietro i vetri, scorrendo ancora una volta verso il basso, si srotola la visione di me, lì in piedi, che fisso il vuoto, mentre gli amici mi si fanno attorno per consolarmi della morte di Margaret. 
        Devo riprendere il controllo, non posso continuare a vagare in questi pensieri. Ripeto nella mia mente l’obiettivo della missione, Recuperare Lebowski, recuperare Lebowski, ma continuo a cercare di non perdere l’immagine di Marcus e Gigliola che mi mettono una mano sulla spalla, stringendola appena, li guardo scivolare verso l’alto, loro due e me, lì in mezzo a loro. Capisco che devo interrompere il flusso dei ricordi, Ora! grido ad alta voce, e di nuovo la nebbia, rapida, appanna tutto, per poi aprirsi su Lebowski che mi guarda da Auripise, forse allarmato, forse disilluso, quindi con un gesto consumato alza la zampa posteriore e libera un lungo getto di urina proprio sopra il cespuglio di aurustro che veglia il sonno eterno di Margaret. Stupido cane, penso, e allora la luce dell’ambulatorio mi acceca.
        Sono percorso dal brivido involontario che tutti proviamo quando ci viene sfilata la copia di backup dalla presa Usb nella nuca, e sento la pressione di un palmo della mano che mi invita a stendermi di nuovo sullo schienale della poltrona. È la dottoressa, lo so, e subito dopo i miei occhi si abituano alla luce della lampada a led, così la distinguo.
        Mi dia ancora cinque minuti, la imploro, ma lei con voce seria mi dice di no, che so che è impossibile, ed è vero, lo so. Il protocollo sull’uso della copia di backup è molto rigido, almeno quello fruibile dal Servizio Sanitario Nazionale, chi invece può permettersi una clinica privata gode di molte più possibilità. È un pensiero che mi riempie di rabbia, ma so che la vita funziona così, chi ha di più può permettersi di vivere meglio. L’amarezza di questo pensiero mi impedisce di controllarmi, e per dare sfogo alla frustrazione mi sento dire, Lebowski ha fatto la pipì su Margaret. Quasi un piagnucolio. La dottoressa mi guarda con quella che dev’essere l’ombra della commiserazione. Lei sa chi è Margaret, chi è Lebowski, e sa anche di Clementine. Soprattutto conosce il paesaggio mentale in cui viaggio, perché nel S.S.N. le sedute di immaginazione sono monitorate dal personale medico. Mi vergogno di essermi lasciato andare. Mi vergogno che un paio di estranei, la dottoressa e l’infermiere di questa Unità sanitaria, conoscano le mie ricostruzioni possibili della realtà, e quando lei dice, con la voce che un adulto riserva ai bambini, È stato proprio birichino Lebowski, arrossisco dall’imbarazzo. E dalla rabbia.
        Allora scendo di scatto dalla poltrona, strappando quasi dalla mano della dottoressa la mia copia di backup, e esco. Sulla porta mi imbatto nell’infermiere e senza volere gli do una spallata. Tentenno un attimo poi imbocco il corridoio senza dire nulla, subito pentito di essere stato scortese, bambino birichino fa la pipì nell’ambulatorio, sento cantilenare nella mia testa, così mi fermo e timidamente torno sui miei passi per chiedere scusa. Avrei detto a tutti e due, Perdonatemi, non volevo essere brusco e villano, ma prima di arrivare all’uscio sento la voce della dottoressa che dice, E il mese scorso gli è pure morto il cane. Poveraccio, commenta l’infermiere. Rimango per due secondi lì impalato, senza più voglia di affacciarmi. Poi mi volto per andarmene ma non riesco a inquadrare l’uscita. Questi corridoi sono tutti uguali, penso, sembra di essere in un labirinto.
    Accidenti, e adesso come esco da una parola così?
     
    Carlotta ha passato la mattina a ciondolare per casa. Un fantasma. La tv l’ha spenta quasi subito. Troppo noiosa. Nemmeno la stimolante percezione di star contravvenendo a un ordine di sua madre è riuscita a rendere la visione più interessante. Un paio di ore fa, uscita in giardino, è stata tentata di riempire d’acqua la piscina gonfiabile abbandonata in un angolo, nei pressi del gazebo arrugginito.
    Dopo aver lavorato di pompa a mano, resasi conto delle dimensioni risibili di quella tinozza di gomma, ha desistito. Non la ricordava tanto piccola. Quando aveva cinque anni le sembrava così grande… l’ha presa a calci fino a bucarla. Ridotta a uno straccio colorato, l’ha guardata, astiosa e madida di sudore. In quel momento non è riuscita a fare a meno di immaginarsi sulla spiaggia, intenta a giocare con le onde. Un pensiero che le ha fatto male. Gli occhi pieni di lacrime.
    Poco dopo mezzogiorno, sua madre le ha inviato un sms: “Prepara il pranzo. Arrivo tra mezz’ora. Bacioni”. Non è la prima volta che Carlotta riceve un messaggio del genere. Sa cosa deve fare, è una donna, ormai, come dice ultimamente. Le piace fantasticare sull’argomento, fare finta che tra non molto la porta d’ingresso verrà spalancata da suo marito, un ragazzo con il viso perfettamente sovrapponibile a quello di Justin Bieber, affamato e ansioso di divorare i suoi squisiti manicaretti. In realtà, al momento non è in grado di fare molto più di quel che le ha insegnato quella ineccepibile donna di casa della sua mamma: scaldare una pentola piena di acqua salata, portarla a ebollizione, buttarci dentro una confezione di ravioli ripieni, aspettare cinque minuti, e quindi condirli con qualche sugo pronto. È certa che a Justin non dispiacerebbe… Si gingilla coi propri sogni ancora un po’, pensando a quando questi si materializzeranno in forma di una hit da primo posto in classifica dedicata a lei.
    “Cos’ha Selena Gomez che io non ho?” si domanda, pavoneggiandosi con pose maliarde e altezzose, come una novella Lady Gaga, di fronte allo specchio sopra la credenza nei pressi dell’ingresso. Sì, potrebbe chiamarla semplicemente con il suo nome. Perché no? Carlotta. Anche Charlotte, in fondo, le andrebbe bene. È una bambina, ma già comprende a quali compromessi debba scendere una pop star del calibro della sua futura dolce metà per compiacere un pubblico in gran parte anglofono. Ancora perduta nella nebbia color porpora della sua fantasia, si muove lentamente, quasi danzando sulle note di una canzone mai scritta. Come in trance, apre la finestra e sporge fuori la testa. Uno schiaffo d’aria bollente la colpisce alla gola e la costringe a cacciare via il sorriso che le è spuntato in faccia. Le toglie il respiro. Poi torna in sé.
    “È lunedì” pensa, sgomenta. Una consapevolezza che ha il sapore di una condanna. Ancora quattro mattine come questa. Giunta a sabato, forse, potrà finalmente fare quello che tutti i bambini della sua età è convinta stiano facendo nello stesso momento in cui lei accende il gas: rincorrersi spruzzandosi d’acqua in riva a quel maledetto mare di cui, in chiusura del tg delle tredici, durante uno di quei grotteschi servizi para-giornalistici in cui si discute del caldo nemmeno si trattasse di un evento eccezionale, sente parlare come di un luogo leggendario. Immagini di repertorio scorrono davanti ai suoi occhi sgranati di accaldata aspirante groupie, ora bimba cuoca, sola in casa. Hanno tutti un’aria piuttosto felice.
    «Bastardi» borbotta, sperando che almeno stavolta sua madre mantenga la promessa e le permetta di godersi un po’ quelle vacanze estive che, fino a qualche tempo fa, quando suo padre non si era stato ancora trasferito a Milano, erano motivo di vanto. Viaggiavano in lungo in largo. Bei tempi quelli. Non le occorreva nemmeno lavorare di fantasia per far crepare d’invidia quelle sciacquette anoressiche di Jessica e Tiziana. Ora, oltre ai compiti a casa, deve sobbarcarsi anche l’impegno imprevisto d’inventarsi una vita che si è limitata a osservare da un televisore. Non può farsi trovare impreparata dall’immancabile tema di benvenuto che l’aspetta una volta tornata tra i banchi di scuola: “Cosa hai fatto durante l’estate?”. La verità è troppo brutale, quasi infamante.
    “Mi prenderanno in giro” si ripete, terrorizzata. È ancora troppo giovane per apprezzare il piacere sottile e perverso che può derivare da una sana emarginazione, quella condizione spesso masochisticamente auto imposta a cui ci si costringe quando si scopre che, tutto sommato, l’accettazione degli altri non è poi così importante, e che, anzi, mostrarsi sprezzanti, individualisti e antisociali, tutto ciò che fino a ieri reputavi roba da sfigati, adesso è… è la cosa più figa che c’è! Sì insomma, c’è tempo per cadere, ridendo, in una spirale di decadentismo adolescenziale.
    La mamma non ha idea di cosa l’aspetta, e nemmeno lei, se è per questo.
    L’acqua sta per bollire. Carlotta guarda l’orologio appeso sopra il tavolo della cucina. La padrona di casa tarda ad arrivare. Spegne il gas proprio nel momento in cui avverte il familiare scoppiettio del motore dell’auto di sua madre. Sbuffando, torna a far andare la fiamma sotto la pentola e si appresta a buttare la pasta.
    «Ciao tesorooo!» la sente gridare. Il rumore delle chiavi gettate dentro il posacenere di vetro blu poggiato sulla credenza. «Sono a casa!».
    “Una precisazione superflua” pensa Carlotta, corrucciando le sopracciglia. Scuote la testa e sorride. Ha l’età in cui si comincia seriamente a dubitare delle facoltà mentali dei propri genitori.
    «Come sei stata?» le chiede.
    «Male» le risponde con voce affettata. Ha l’età in cui la diplomazia non è contemplata tra i modi di porsi nei confronti dei propri genitori – tra l’altro, come abbiamo avuto modo di appurare, dei novelli mentecatti. Silvia, dapprima sembra non aver nemmeno sentito, poi i suoi movimenti frenetici rallentano di colpo. Pare che qualcuno abbia premuto il tasto “slow” sul telecomando che regola le sue azioni. Sente il cuore accelerare, seppur in maniera poco significativa. La temperatura del sangue sale di un grado. Almeno crede. Le guance infuocate.
    «Perché?» le domanda, chiedendosi se il suo tono contrito comunichi in maniera adeguata quanto si sente mortificata.
    «Voglio andare al mare!» le risponde senza mezzi termini sua figlia. «È possibile che papà lavori anche ad agosto? Quando torna a casa?».
    Prima o poi dovrà decidersi a farle presente che suo padre non si trova a Milano. Se Carlotta avesse l’ardire di recarsi nella solita banca in via dei Gracchi lo troverebbe al proprio posto, quello che occupa da quasi dodici anni. La patetica scusa di un lavoro fuori città è soltanto il goffo tentativo di evitarle un dolore che, Silvia ne è certa, non è ancora in grado di metabolizzare. Questo è l’unico punto su cui lei e Tommaso sono sulla stessa lunghezza d’onda. Quando, sei mesi fa, ha deciso di tornare a vivere da solo – per un po’ di tempo… vediamo come va – erano rimasti d’accordo di inscenare la squallida pantomima di un importante incarico dirigenziale che lo avrebbe costretto a trasferirsi nel capoluogo lombardo.
    Carlotta sta aspettando una risposta che tarda ad arrivare. Silvia la guarda. Non sa che dire.
    «Sabato ti ci porto io» borbotta a mezza bocca, togliendosi la camicetta bianca fradicia di sudore. La getta in bagno, ai piedi del water, in cima a una montagna di panni sporchi piuttosto impervia da scalare. Si sciacqua il viso, poi lo stropiccia per bene con l’asciugamano. Rimane a fissare la sua immagine stravolta nello specchio sopra il lavabo. La fase “pausa di riflessione” è passata da un pezzo. Si sono già detti tutto. È ora di far parlare gli avvocati, di scrivere la parola “fine” in calce a una favola nemmeno troppo bella. Un giorno le racconterà dei tradimenti – i suoi – e delle truffe ai danni di ignari investitori finanziari – quelli perpetrati da suo marito. Una storia da cui ancora non capisce come abbia fatto ad uscire fuori con la fedina penale pulita. Nemmeno suo cognato ne sa niente. Perché renderlo partecipe di quel fallimento matrimoniale? Coinvolgerlo nella loro diatriba sentimentale non ha senso. In fondo lui e Tommaso si parlano così di rado che più che consanguinei è lecito considerarli poco più che conoscenti il cui grado di confidenza si attesta al livello “amico di Facebook a cui mandi gli auguri nel giorno del suo compleanno”. Non hanno mai avuto molto da condividere. Diversi come il giorno e la notte, era solita definirli la loro mamma, sin dalla più tenera età. Pragmatico, materialista e determinato uno, quanto l’altro era sognatore, sensibile e inconcludente. Una caratteristica, quest’ultima, che il parentado, nel corso degli anni, aveva fatto pesare parecchio all’ormai non più piccolo Massimo. Che poi il figlio prediletto di casa Meridiano fosse stato più di una volta sul punto di varcare i cancelli di Rebibbia è un dettaglio su cui, per eleganza e amor del quieto vivere – nonché per evitare di costringere il cuore malconcio della sua vecchia a un inutile e doloroso superlavoro – aveva più volte sorvolato con grazia olimpica.
    “Forse potrebbe portarcela lui al mare” sta considerando Silvia, mentre la guarda apparecchiare. È pur sempre suo zio. Peccato che una delle poche cose che condivide con il quasi ex marito sia la scarsa affezione e l’assoluta mancanza di dialogo con quel tipo barbuto che abita nell’appartamento di fianco.
    Il rumore di una porta che si apre e poi si chiude di schianto. Deve essere rincasato, pensa.
    «Carlotta?» dice, chiamandola ad alta voce. È tentata di chiederle se ha voglia di invitare lo zio a pranzo. «Sì?» urla la bimba. Attraverso le mura sottili già s’insinuano le note moleste di una band death metal. «Ehmm! Niente, cara, niente».
    “Che idea stupida” si dice, scolando la pasta, mentre cerca invano il modo giusto per comunicare a sua figlia che il padre ha ottenuto la promozione che aspettava da una vita, e che non può allontanarsi da Milano, almeno per il momento.
    L’aria pesante, calda e umida. Gli pneumatici delle innumerevoli auto di passaggio sfrigolavano sulla statale che tagliava malamente l’anonimo paesaggio periferico in cui si inscriveva la bifamiliare da cui stava per uscire. Asfalto sconnesso quanto rovente, malgrado l’orologio segnasse le ore nove del mattino. Il canto esausto di un uccello a cui non preoccupavano affatto i quaranta gradi che, di lì a qualche ora, avrebbero messo a ferro e fuoco la città.
    “Cosa abbiamo qui?”, si era detto, chiudendosi la porta alle spalle, desideroso di trovare un senso alle proprie azioni, qualcosa che non fosse troppo deprimente da costringerlo a tossire nelle orecchie di Tiziana, la responsabile delle risorse umane dell’innominabile esercizio commerciale in cui ricopriva l’ingrato ruolo di addetto vendite, fingendo un'improvviso enfisema che: «Mi spiace, non riesco a venire al lavoro».
    Un giorno d’estate appiccicoso e stanco che non prometteva nulla di buono, a quanto pareva, niente che si potesse rubricare alla voce: novità. D’altra parte, a trentotto anni, con un impiego di brutte speranze in un grande negozio di articoli per il bricolage, all’interno di un ancor più colossale e bigio centro commerciale adagiato sul fianco scosceso di una collina, ad aspettarlo a quindici chilometri dalla porta d’ingresso del suo bilocale, non era lecito aspettarsi alcunché.
    Dall’appartamento di fianco provenivano voci indistinte, forse un televisore acceso. A quell’ora, in casa c’era soltanto sua nipote.Carlotta, la figlia di suo fratello, una bambina di undici anni. Capelli ricci, castano chiaro, grandi occhi azzurri, il naso all’insù, e un sorrisetto impertinente perennemente stampato in faccia, che se avesse avuto vent’anni si sarebbe potuto definire “malizioso". “Tra i suoi coetanei” aveva considerato Massimo, “deve far furore”.
    Nel corso di una delle loro sporadiche e rapidissime chiacchierate da pianerottolo, poco più di un paio di battute di circostanza buone per riempire il tempo morto che separava l’inserimento della chiave nella serratura della porta del suo appartamento dall’apertura della stessa, gli aveva confidato di aver avuto tre fidanzati nel giro di un mese. Una rivelazione che Massimo aveva salutato con una sonora risata. Lei non si era presa la briga di replicare, ma l’aveva fissato con una certa intensità. Non stava scherzando. D’altra parte, aveva pensato, restituendogli lo sguardo indagatore, se avesse avuto la sua età molto probabilmente se ne sarebbe infatuato.
    «Sei una bimba birichina» le aveva detto, con una specie di groppo in gola. Si sentiva il viso in fiamme. Se avesse avuto la sua età l’avrebbe odiata. Era la tipica ragazzina capace di spezzargli il cuore. Intrigante, volubile, dispotica, con un carattere forte e indipendente, e, va da sé, un viso strappato a un angelo. A ben vedere, non era poi molto diversa da Simona. Ne era stato innamorato per anni, quando ancora non era certo di come fosse fatta una donna. Una considerazione che lo aveva messo a disagio.
    «Fa’ la brava» aveva detto, scompigliandole i capelli, prima di scomparire nel buio freddo e assai poco accogliente dell’ingresso, sperando di riuscire a zavorrare le immagini che cominciavano a riaffiorare dal fondo del lago della memoria con un buon bicchiere di whisky. Si trattava di roba troppo lontana nel tempo per impensierirlo davvero, ma qualcosa pareva non quadrare perfettamente. Era come se il ricordo delle sue disastrose avventure preadolescenziali contenesse un cromosoma impazzito in grado di resistere all’impetuoso scorrere degli anni. Seduto sul divano, mentre si rigirava nella bocca l’ottimo single malt, ne rinveniva delle tracce per niente rassicuranti persino nella storia con Aurora. Il virus responsabile della sua fine aveva un nome. Poteva essere studiato. Magari isolato, chissà? “Cazzate” si era detto, infine, vuotando il bicchiere. Aveva digrignato i denti e chiuso gli occhi. Il suo respiro profondo.
    Forse avrebbe semplicemente dovuto invaghirsi di donne diverse. Femmine dolci e remissive, affascinanti come un documentario sui bachi da seta, d’accordo, ma pure incapaci di fare del male a una mosca; creature prive di malizia, più adatte a collezionare francobolli che amanti.
    «Tre fidanzati in un mese» aveva borbottato ridendo. «Devo fare quattro chiacchiere con mio fratello, o, se proprio fosse troppo occupato, con quella stronza di sua moglie. È pur sempre mia nipote, non voglio mica che venga su come una specie di Mata Hari».
    Con Aurora aveva creduto che le cose potessero andare in maniera diversa. L’aveva scambiata per una “speciale”… forse perché lo era. Delle altre era più sensibile e curiosa, anche se di certo meno perspicace. Nessuna, prima di lei, aveva scorto nulla di affascinante nella sua persona. Un dato di una certa rilevanza, che avrebbe dovuto farlo riflettere, ma il secondo bicchiere di whisky stava facendo il suo sporco lavoro. I sensi intorpiditi, la testa leggera.
    “Altro che cromosoma impazzito! Dannazione” si era detto, in un’abbagliante quanto sconveniente lampo di consapevolezza alcolica. “Perché non le ho dato il figlio che voleva?”. Un cerchio gli si era chiuso intorno.
    «Un figlio» aveva mormorato, visualizzando Carlotta. Il bicchiere gli era caduto di mano, rotolando sul pavimento senza rompersi. Il sonno lo aveva colto senza dargli il tempo di sentirsi in colpa come avrebbe voluto.
     
    Non era il momento di concedersi noiose rimembranze. La lancetta dei minuti avanzava maestosamente sul quadrante. La chiave era girata nella toppa. Massimo aveva sospirato. Esalato un sospiro grave, si era voltato alla sua sinistra. La porta dell’appartamento di fianco era aperta. In fondo al lungo corridoio, sua nipote sedeva sul divano. Sul viso, il suo stesso sguardo spento. Davanti agli occhi cerulei e innocenti di bimba, l’impietosa messa in scena di qualche talk show del mattino. Roba buona per casalinghe lobotomizzate o per ottuagenari in perenne lotta con un rigor mortis mentale niente affatto passeggero. Qualunque cosa fosse, aveva dedotto Massimo, non aveva l’aria di essere molto coinvolgente. Si erano fissati per un secondo. Un sorriso lieve e poco gioioso si era fatto largo sulle loro facce. La noia. Avrebbe potuto essere sua figlia. Se dieci anni prima Aurora non l’avesse lasciato – per aver espresso, ironia della sorte, l’assoluta volontà di non avere figli – magari adesso… Si era specchiato in quegli enormi laghi blu, e non aveva provato invidia per la sua apparentemente spensierata condizione prepuberale. Nemmeno per un’istante aveva ceduto alla tentazione molto adulta di scuotere la testa e bofonchiare qualcosa del tipo: «I giovani d’oggi! Così privi di nerbo e vitalità! Io, ai miei tempi, con una bella giornata del genere non sarei certo rimasto a rincoglionirmi davanti alla televisione!».
    Aveva provato un sentimento senza nome, la voglia di abbracciarla, e quella di restare a casa, naturalmente. Poi un cenno assertivo del capo da ambo le parti, identico per intenzioni e finalità. Un saluto muto con la mano a sventolare nell’aria immobile del pianerottolo. Ciao
     
    Toni entrò nella sala d'aspetto. Davanti a lui Mary.
    Mary era la segretaria del signor Treford.
    John Treford.
    Si raccontavano strane leggende su di lui. Qualcuno diceva che avesse portato un'intera famiglia al suicidio.
    Vero o falso che fosse Treford incuteva una certa paura.
    Mary era rossa. Aveva un cespuglio vermiglio, la scollatura sempre in primo piano. Metteva tailleur attillati e tacchi altissimi. Sembrava un obelisco dalle forme tondeggianti. Dalla scrivania si divertiva a torturare gli ospiti con le sue gambe: ora accavallate ora appaiate. Le sue cosce sembravano involtini.
    Avevano tutto i dirigenti della Stelth!
    Stipendi da favola, segretarie abbondanti e disponibili e il Potere dei Forti!
    Il mondo era ingiusto. Quello degli operai particolarmente attento alla disparità. La fatica e l'insoddisfazione. Ai profumi di marca l'odore dell'olio refrigerante, ai tailleur le tute portate male. Sbiadite al punto che il blu delle tute blu, appariva come un cielo incerto di un azzurro pallido.
    Aspettò qualche minuto nella sala d'attesa poi Mary fece entrare Tony.
    Treford era seduto di spalle. Si girò e fissò Tony.
    Aveva una pancia gonfia e tonda, la testa come un cocomero. Le braccia grasse, le mani grasse,
    e un alone perenne di sudore sotto le ascelle. Sembrava una specie di Panda umano.
    -Caro Tony. Finalmente. Accomodati, ti prego.
    -Grazie signor Treford.
    Tony si accomodò su una sedia di velluto rosso. Ebbe la sensazione di sedersi sulla chioma di Mary.
    Treford si trovava con la sua scrivania, la pancia grassa e le ascelle sudate, su un gradino più alto a definire il ruolo di rilievo che occupava. Al muro alcune copie false di Klimt e De Chirico. Una pianta grassa. Un divano di pelle (grassa) e la moquette.
    -Brutta storia questa Tony. Sai che potrei licenziarvi tutti vero?
    Lì fuori c'è un sacco di gente che ha voglia di lavorare. Con tutti questi immigrati non avrei problemi. Lo capisci? Ma io sono magnanimo e ho pensato: forse si può aggiustare senza spargimenti di sangue.
    -Capisco signor Treford e ne sono certo. La sua fama la precede. Sicuramente troveremo la soluzione.
    -Bene Tony. Se sei comodo e ci capiamo allora rilassati.
    -Grazie.
    -Dimmi Tony, tu credi?
    -Direi di si signore. Credo in un sacco di cose. Credo nei valori comuni. La giustizia, l'uguaglianza, la libertà.
    -Bene Tony siamo già molto vicini allora. Ci capiremo ne sono convinto. Siamo persone ragionevoli.
    -Cos'è per te la Giustizia allora?
    -Non ci ho mai pensato esattamente. Ma ieri ero al bar e c'era una tipa. Ed io la guardavo e lei mi guardava. E allora ho pensato come sarebbe stato stare con lei in un letto.
    -Stai divagando ragazzo?
    -No signore. Credo che se nel mondo ci sia una donna che voglia scopare un uomo ed io ho voglia di scopare una donna nel mondo, allora noi due scopiamo. A casa sua.
    -Capisco calma. Rilassati. Sei teso?
    -No signore.
    -E cosa sarebbe per te allora l'uguaglianza?
    -Che quando scopiamo veniamo insieme. E libertà che io possa andarmene a bere una birra da solo dopo.
    -Capisco ti senti un duro? Un texano, toro, birra e libertà Tony? Quelli come te non possono amare l'umanità ti rendi conto vero? Dimmi credi in Dio?
    Treford cercava di trovare un punto debole. Era normale che cercassero sempre di metterti in difficoltà, di farti apparire un poco di buono.
    -Non saprei
    -Significa che non ci credi?
    -Non esattamente. So che mi sono sposato con lui, ho fatto la comunione. C'era un tipo con un vestito bianco e anch’io ero vestito di bianco. Ma quello al mio fianco era bianco e nero ed io solo bianco. Ma ero giovane. Credevo fosse una festa.
    -Capisco.
    Mentre parlava si guardava le unghie delle dita. Sembrava cercare qualcosa. Erano curate le sue unghie. Tutte le settimane l'estetista arrivava per le unghie del signor Treford.
    E lui ne approfittava per una palpatina qua e là. Diceva che erano le distrazioni del guerriero dalla fatica delle responsabilità.
    -Se hai fatto la comunione allora devi essere stato cristiano e credente qualche volta. Ricordi quando hai smesso?
    -Tempo fa signore, forse avevo undici anni.
    -Ricordi perché?
    -Forse. Non ne sono sicuro. Bevo molto.
    -Forse? Cosa significa. Cosa c'entra l'alcool?
    -Non so esattamente. A volte mi sveglio di notte e sono sudato. Credo significhi qualcosa.
    -Non ne sono certo. E' che forse hai ragione. Bevi troppo ragazzo. Prova a fare uno sforzo. Sono certo che puoi ricordare. La memoria del passato Tony è il senso del presente.
    -Be signore forse ricordo qualcosa. Si ricordo, in effetti, la stanza buia e una mano. La mano del prete. Saliva sul ginocchio e mi guardava. E aveva la bavetta alla bocca e aveva il vestito nero, le scarpe nere e anche la sua anima credo fosse nera.
    -Rilassati Tony tranquillo. Vuoi dirmi che hai smesso per questo?
    -Non proprio.
    -In che senso?
    -Forse ho smesso perché quando lo chiamavo, non rispondeva.
    -Vedi Tony? Troppi forse nella tua vita. Così non troverai mai la giusta strada. Vai a tentoni. Ti arrampichi. Cerchi certezze ma non ti sforzi.
    -No signor Treford. Sono sicuro. Il prete mi toccava e Dio non rispondeva.
    -Smise di guardarsi le unghie. Si spostò con la sua sedia con le rotelle, rivestita di pelle. Aprì il cassetto.
    -Lo vedi questo?
    E mostrò una cornice con sopra inciso un punto esclamativo. Se non fosse stato nella stanza di Treford, l'avrebbe scambiato per un'opera di Fontana.
    -Questo è il mio Angelo! Si chiama certezza. Per questo io sono qui e tu sei lì.
    Lo ripose e ricominciò a guardarsi le unghie.
    Lo odiava Tony. Odiava tutte le sue stupide teorie e il suo modo di stare seduto. La sua stupida visione del mondo che era un'estensione del suo potere perverso. Velleità di un uomo inutile.
    -Tu sei una mela marcia Tony.
    -Non credo signore.
    -E invece si! Ma come puoi saperlo? Tu hai troppi forse per la testa.
    Si alzò dalla sedia di pelle. Si portò alla finestra. Guardò tutta quella pelle imbottita di corpi muscoli e nervi, sangue e ossa, che se ne stava all'aperto, in quell'enorme vuoto.
    -La vedi tutta quella gente?
    -No signore. Non la vedo.
    -Mi prendi per il culo? Credi di essere spiritoso?
    -No! E' che da qui non posso vederla.
    -Sono due giorni che la produzione è ferma. Ti rendi conto del danno?
    -Certo, ma la mensa fa schifo e la paga è scarsa e alcuni stanno male. C'è dell'aria cattiva.
    -E allora? Credi che due giorni in meno di paga li aiuti? Tu sei sposato Tony?
    -No signor Treford, non lo sono.
    -Come mai?
    -Non credo nella famiglia.
    -Sei un vigliacco.
    -Probabilmente lo sono signore.
    -Be questa gente ha famiglia, ha casa. Hanno dei figli che la sera aspettano, con gli occhi grandi e il naso che cola.
    -Capisco ma hanno anche dei diritti.
    -Queste sono stronzate! Certa gente nasce solo con doveri. E' il mondo che va così. Io non c'entro. Il mondo va con il carburante. Quello delle macchine è il petrolio. Quello del mondo i soldi.
    -Credevo fossero i valori, le emozioni.
    -Quelle sono follie. L'ideale è follia. Alla tua età dovresti essere più realista. Questa gente ha rate, bollette, scadenze e un casino di problemi.
    -Capisco il suo punto di vista signore Treford ma la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...
    -Ok, Ok! Ho capito. Rilassati. Sei comodo?
    -Lo sono.
    -Bene. Cosa pensi che facessero se gli servissi a tavola le tue emozioni? Come si nutrirebbero, con gli ideali?
    Tu li svii. Li confondi. Io gli offro un ruolo nel quale realizzarsi. Loro stanno bene e si sentono parte della società. Non vogliono grilli per la testa. Tu hai troppi grilli per la testa.
    -Non mi piacciono i grilli signore. Saltano troppo tra una cosa e l'altra.
    Mi fissò un attimo.
    -Rilassati, stai vibrando. Ti senti bene?
    -Non so è come se avessi uno spillo nel culo.
    -E' la tua coscienza Tony. Dovresti ascoltarla. Con questa fissazione di aiutare il prossimo stai diventando isterico.
    -Può darsi signore.
    -Ogni tanto scopi? Hai una ragazza?
    -No signor Treford.
    -Non scopi allora ecco il problema.
    -Certo che scopo signore. Tutti bene o male ogni tanto lo fanno.
    -Mi prendi per il culo?
    -Mi scusi signor Treford volevo dire: no, non ho la ragazza, non una ragazza nel senso comune del termine. Frequento una persona e ho scopato con lei. Credo almeno.
    -Come è stato?
    -Niente male ha un bel culo.
    -E ci sei entrato?
    -Quanto basta.
    -Cosa vuol dire?
    -Che è durato poco, ero ubriaco.
    -Deve rientrare Tony.
    -Sono qui con lei signore come potrei?
    -Intendo la gente Tony. Deve rientrare!
    -Non posso signore la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...
    -Va bene, va bene, ho capito! Dimmi un po', sei qui da quanti anni? Cinque, dieci?
    Abbiamo sempre versato la paga e tu hai potuto ubriacarti e mettere il tuo uccello dove volevi e tirare a campare. Giusto?
    -Si, insomma anch’io vi ho dato le ore del giorno, che avrei dovuto vivere e credo valga molto di più.
    -Vuoi ancora lavorare qui Tony? Vuoi continuare ancora a fare la tua vita di dubbi e ombre?
    -Credo di sì ma...
    -Niente ma. Sii ragionevole e dì a quelle persone di rientrare. Siete qui a sprecare il vostro tempo da due giorni. Tornatevene a casa a riposare. Non cambierete il mondo. Sembri magro ragazzo. Da quanto tempo non mangi?
    -Due giorni signore.
    Treford lo fissò di nuovo con i suoi occhi curiosi.
    Allungò la mano e spinse un tasto che s’illuminò.
    -Mary?
    -Si signor Treford, mi dica.
    -Mary! Ordina una bistecca, con patate abbondanti, salsa barbecue e... ti piace il vino?
    Chiese
    -Ogni volta che sono solo.
    -E aggiungi una bottiglia di vino. Mary, prendilo dalla mia riserva personale.
    -Vedi Tony? E' facile. Volere è potere.
    -Credevo fosse il contrario.
    -Cazzate. Sono tutte scuse. La gente crede che i soldi possano comprare tutto. Si sbagliano. E' difficile avere soldi e restare sano di mente.
    Sono bambini. Vanno coccolati, cresciuti, protetti.
    Bisogna amarli. Non tutti ne sono capaci. E la ricchezza in mani sbagliate può essere un viaggio verso l'inferno.
    -Immagino signore.
    -Tony credi almeno nell'amore?
    -Non lo so signor Treford.
    -Non lo sai? Che diavolo vuol dire non lo sai?
    -Vuol dire che quando vedo la mia attuale ragazza sto bene, mi piace passeggiarci insieme mangiarci insieme e altre cose, ma non so se sia esattamente amore.
    -Cosa credi sia l'amore?
    -Un viaggio che per un certo periodo si fa in coppia e ti permette di far l'amore senza pagare e senza pregare.
    -Il sesso ti piace allora?
    -Molto signore. E' una terapia efficace quando non hai da bere e da mangiare.
    -E lo fai spesso?
    - Ogni sera.
    -E lei lo vuole sempre?
    -Lei chi?
    -La tua ragazza.
    -Non saprei signor Treford.
    -Che diavolo vuol dire. La scopi tutte le sere e non lo sai?
    -Non ho detto che la scopo tutte le sere signore. A volte mi masturbo. E' in quei momenti che puoi permetterti di fare sesso pensando a tutto ciò che credi ti aiuti.
    -Capisco. E con quale mano?
    -La destra.
    -Ti piace?
    -Mi rilassa. Non devi preoccuparti di chi ti sta di fronte. E soprattutto non devo guardarla negli occhi.
    -Capisco. Stai vibrando di nuovo.
    -Sento ancora pungere.
    -Rilassati Tony. Ti faccio una proposta.
    -Vuole scoparmi anche lei signore?
    -Ho capito. Sei un eroe, vero?
    -Sono un vigliacco signore.
    -Ho sentito che scrivi della roba.
    -Già! Ogni tanto. Butto delle cose sulla carta.
    -E di cosa scrivi?
    -Non lo so! Non ci penso.
    -Scrivi senza pensare?
    -No, scrivo guardando il mondo che mi circonda. Qualche volta mi piace, qualche volta no.
    -Hai bisogno di un ruolo.
    -Ho bisogno di vivere.
    -Sai Tony io ho tanti amici importanti, gente di classe e tra questi conosco qualche editore.
    Mentre parlava, ebbe una contrazione, poi con uno scatto, spinse di nuovo il pulsante.
    -Questa cazzo di bistecca arriva o no?
    Mary dall'altra parte.
    -Signor Treford sono spiacente, ma il ragazzo ha avuto un incidente ed è finito in ospedale.
    Vuole che vada io?
    -No, diavolo lasci stare Mary. Mi porti invece un contratto, di quelli che Fischer usa per il lancio dei nuovi autori.
    Qui abbiamo un artista.
    Ci fu un attimo di pausa.
    -Certo signore.
    Si girò verso Tony.
    -Vedi Tony tu sei fortunato.
    -Già signor Treford forse lo sono.
    -Chiamami John ragazzo.
    -Ok signor John... mi scusi volevo dire John...
    Treford lo fissò in silenzio per un attimo.
    -Cosa sono queste confidenze?
    -Ma l'ha detto lei signore.
    Lo fissò ancora!
    -Stavo scherzando.
     
    Disse.
     
    -Non hai il senso dell'ironia. Dovresti ridere di più di te. Prendi tutto fottutamente sul serio.
    -Si è vero a volte lo faccio. Colpa della gente. A volte li guardo e sorrido.
    -Cosa vuol dire? Che il tuo prossimo ti fa divertire? Ridi della gente?
    -No signore la gente ride di me.
    -Capisco. Devi farti degli ideali.
    -Non posso signore.
    -Ti aiuto io.
    -Sono occupato.
    -I cessi lo sono. Mi chiedo se uno come te ha mai avuto degli ideali nella vita.
    -Quando ero piccolo forse. Colpa del piccolo principe. Poi ho conosciuto Nietzsche. Lui non crede negli ideali.
    -Be questo tizio non sa quel che dice. Lasciala stare questa gente strana.
    -Non posso signore.
     
    -Certo che puoi.
     
    -Lavora con noi?
     
    -No.
    -E allora dove sta?
    -Non c'è signore. Non esattamente in carne e ossa.
    -E' un amico immaginario allora?
    -No è morto.
    -Be mi dispiace. Ma tutti dobbiamo morire.
    Intanto la porta si era aperta e Mary era entrata in scena. Aveva un pezzo di carta tra le mani, le scarpe rosse, un tubino rosso, l'orologio rosso e una camicia bianca. Si intravedevano i seni abbondanti. I fianchi stretti e camminava con le gambe strette. Anche la sua fica doveva essere stretta. Mi passò accanto portandosi alla scrivania. Si piegò come se non ci fossi. Pose il foglio a Treford e il suo culo si aprì agli occhi come le acque al popolo ebraico.
    E Tony ci entrò. Diretto verso una nuova terra.
    Posò il foglio sulla scrivania. Sorrise a Treford. Si voltò, guardò Tony con superiorità e sculettando a passi stretti, svanì nella fessura che separava il muro dell'anticamera.
    -Allora Tony. Qui abbiamo il tuo sogno. Questo è un contratto editoriale, ventimila subito per te e quella gente rientra.
    Tony rimase un attimo fermo.
    -Non saprei signore vorrei pensarci.
    - Non c'è tempo Tony.
    Il mondo corre veloce e se vuoi stare al passo, devi fare delle scelte, senza pensarci troppo.
    -Capisco signore.
    Gli passò il foglio. E dopo qualche istante Tony firmò. Lesse solo ventimila.
    -Ok Tony. Credo tu abbia fatto una cosa ragionevole. E' la scelta giusta per tutti.
    Incominciò di nuovo a guardarsi le dita con aria soddisfatta.
    Sfilò il foglio e lo ripose nel cassetto.
    -Ora vai Tony. Ci sentiamo presto.
    -Grazie signore, in fondo ha ragione.
    -Rilassati, va tutto bene. A volte le cose si inceppano come un ingranaggio rotto. E bisogna sacrificare qualche dente per continuare e far ripartire il tutto. Certe scelte sono necessarie per ristabilire gli equilibri.
    Non capì perché dicesse questo. Non ci badò.
    -Vai ora.
    -Grazie signor Treford.
    Tony si alzò e uscì dalla stanza.
    Quando Tony uscì. Treford si alzò anche lui, andò verso la sedia, allungò la mano, prese la puntina che aveva messo e sorrise.
    Il telefono squillò.
    -Allora?
    -Signor Kenneth. Tutto ok!
    -Ha firmato?
    -Si ha firmato. Senza neanche pensarci. Non si è accorto di nulla.
    -Bene John. E la puntina?
    -Anche quella signore. Tutto come aveva previsto.
    -Ora fai entrare quella gente. E taglia gli stipendi.
    -Ancora?
    -John ricordati che abbiamo una responsabilità. Bisogna risarcire i danni. Gli azionisti credono in noi. Ci mettono i soldi. Noi la testa. Qualcuno deve pur metterci il culo. A proposito ricordati di cancellare Tony.
    -Ok signore.
    Treford Prese il tagliacarte, una tavoletta d'ebano con dei nomi incisi e fece un segno a croce.
    -Fatto signore.
    -Bene. Ottimo lavoro.
    Domani passa nel mio ufficio. C'è un premio per te.
    -Grazie signor Kenneth.
    Riattaccò. Si portò alla finestra e vide gli operai che stavano rientrando.
    Si sentiva fiero John. Si portò alla scrivania. Spinse il pulsante che s’illuminò.
    Dall’altra parte.
    -Pronto?
    -Pronto amore?
    -Si John che sorpresa. Dimmi. Stavo per andare a lezione.
    -Siediti. Niente lezione. Ricordi quella vacanza che ti avevo promesso in Polinesia? Preparati.
    -O mio dio... John non dirmelo.
    -Sì amore ho avuto un...
    -No no non dirmelo ti prego... sono troppo emozionata.
    Devo correre subito. Costumi e vestitini e ...
    -Ma cara. Hai armadi di costumi e vestiti e foulard.
    -John! E' la mia prima volta in Polinesia. Vuoi che la moglie di John Treford se ne vada in giro con vestiti riciclati?
    -Hai ragione. Sei un amore, allora vai. Ci sentiamo stasera.
    Riattaccò. Il giorno dopo Tony tornò al lavoro. Mentre stava per entrare, la guardia all'ingresso lo fermò.
    -Ehi Tony dove vai?
    -A farmi inculare dal tuo padrone.
    -Non puoi Tony, rilassati.
    -Ehi ti si dev'essere inceppato qualcosa tu non sei fatto per pensare. Che ne sai del mio culo?
    -Ne so di certo più di te. Sei già stato inculato ieri.
    Con un sorriso di scherno guardò Tony dalla testa ai piedi.
    -Ti sei licenziato da solo idiota.
    Tony non disse nulla. Poi capì. Era stato stupido. Come aveva potuto credere a John. Il contratto, Mary, la bistecca.
    Non disse nulla. Si girò e si avvio all'uscita. La guardia infierì.
    -Addio scrittore di merda.
    Tony si fermò. Si voltò per un’ultima volta. Guardò la guardia blu, con il cappello blu, la tuta blu e le scarpe nere.
    Aveva la faccia seria, dello scemo che fa la parte del duro.
    -Sai cosa ti dico?
    Disse Tony guardando il piazzale vuoto.
    -Dimmi scrittore... Rise
    -Credo sia stato un peccato che non sia andata al cesso.
    -Di che cazzo parli? Ti sei bevuto il cervello?
    -Di tua madre. Se avesse scorreggiato quella sera avremmo avuto uno stronzo di meno vestito di blu.
    -Sei un pezzo di merda, fallito.
    Prima di andarsene Tony alzò lo sguardo verso il grattacielo, gli sembrò di vedere Treford in piedi dietro l'immensa parete di specchi dell'ufficio.
    E difatti, Treford lo guardava dall'alto della sua consolle di comando. Era in alto. Era un vincente. Mentiva e sapeva farlo.
    Poi andò via.
    Treford si era gustato lo spettacolo con la calma e l'orgoglio di chi si sente un numero uno.
    Poi il telefono squillò era Kenneth.
    -Pronto John?
    -Signor Kenneth. Tutto ok. Ora lo sa anche lui.
    -Bene John! Molto bene. Puoi raggiungermi in ufficio?
    -Certo signor Treford, arrivo subito.
    -Bene bene. A proposito John. Stanotte ho fatto un sogno strano.
    Dimmi una cosa, tu credi?
    -Si signore. Credo nella giustizia, nell' uguaglianza, nella libertà. Ne sono certo.
    -Capisco. Sai penso che nel nostro lavoro, bisognerebbe sempre dubitare di tutto, tu hai troppe certezze.
    Dovresti smettere
     
     
    Cammino sulla spiaggia, nella luce livida di quest’alba corrotta.
    Mi sono alzato presto:  tanto stare lì con gli occhi aperti a immaginarmi il soffitto, il lampadario di plastica e le ragnatele che non ho voglia di pulire non fa che deprimermi. Allora ciabatto fino alla minuscola cucina e mi preparo un caffè,  denso e amaro.
    Poi via, alla spiaggia. Devo ammortizzare al mare lo sbiadirsi del mio cervello e, naturalmente, la presenza di Cora. Se ne è andata lasciandomi dentro un seme velenoso: l’ incapacità di arginare la sua fame di tutto. E mentre lei si nutriva di gente, oggetti, storie, bambini, luoghi, mentre diffondeva sorrisi ed entusiasmo, proprio in quei momenti risucchiava la mia energia, giorno dopo giorno.
    Alla fine mi ha detto:
    “Non vuoi niente, non sono neanche sicura che tu ci sia veramente, che non sia una proiezione della mia mente.”
    Poi mi ha guardato critica e ha aggiunto:
    “No, in effetti se ti avessi proiettato io saresti un po’ più vivo.”
    Così adesso sono qui, dopo una settimana, ancora intento a smaltire i suoi schiaffi. Cammino sulla spiaggia tutti i giorni all’alba, poi torno a casa e mi metto al tavolo da disegno. Per vivere creo maghi perversi, muscolose ragazze guerriere, elfi gialli e verdi e giovani garzoni che diventano principi con le pozioni di antiche streghe. A una di queste, particolarmente odiosa, ho dato la faccia di Cora. Prevedibile e patetico.
    Di solito sulla spiaggia a quell’ora c’è solo l’acqua, la sabbia, il colore del cielo che scivola in mare. A volte qualche solitario cercatore di conchiglie e altri ritrovamenti.
    Stavolta c’è un uomo. Lo vedo da lontano, accucciato fra le sue ginocchia, come fanno gli indiani. Si staglia scuro sullo sfondo della sabbia, che oggi sembra fatta di granelli di madreperla. Mi avvicino, ma lui sembra non accorgersene. Lo circonda la sua vita: il sacco a pelo, un pentolino, una padella, i resti di un piccolo falò.
    Non so se passargli dietro e fingere di ignorarlo o trovare una scusa per curiosare. Una cosa del genere a me sembra indiscreta, Cora non esiterebbe un momento. Lui mi previene. Si alza rapido come un gatto:
    “Ce l’hai una sigaretta.”
    Cerco di capirne l’età, ma è veramente difficile. Scuro di pelle con occhi chiarissimi, verde acqua. Cinici e indagatori. Una rete di solchi in faccia, due denti di metallo, una vecchia frattura al naso. Il suo corpo non lo opprime, come accade a molti di noi: lo usa per quello che gli serve, non lo ostenta, non lo nasconde. E’ sostenuto da muscoli duri, incordonati per qualche mestiere faticoso.
    “Non fumo.”
    Lui annuisce e torna ad accucciarsi. Traffica con un legno, ne taglia via schegge con il coltello.
    “Che fai?”
    “Un cucchiaio.”
    Vorrei chiedergli perché tutta quella fatica, perché non se lo compra. Non costa una fortuna, un cucchiaio. Ma mi sembra che, rivolta a lui, una domanda così suonerebbe assurda. Non so perché.
    Lui capisce lo stesso.
    “Il legno ha un sapore, e quello di mare rilascia sale e iodio nella minestra, bave di molluschi e sostanza gastrica delle stelle marine. E’ un mangiare sontuoso. “
    Già, come ho fatto a non pensarci.
    “Come vanno le tue ferite? Guariscono?”
    Inspiegabilmente,  non mi stupisco.
    “Così così.”
    “Mmmm, lascia fare al mare. E non farti prosciugare.”
    Comincio a sentirmi a disagio, questo sa tutto. Il silenzio passa fra di noi come uno sconosciuto, che finge di non vederci.
    “Che fai qui?”
    “Ho un appuntamento.”
    “Allora me ne vado.”
    “Ma no, stai qui. Non sai mai cosa puoi scoprire.”  Mi sembra di sentir parlare Cora.
    “Non sembri un tipo da appuntamenti.”
    “Cioè?” Ride.
    Mi imbarazzo.
    “Voglio dire, sembri uno libero, fuori dalle convenzioni. Non so…”
    “Sono libero, più di quello che immagini. Ma non completamente. Nessuno di noi lo è, le leggi fisiche ci inchiodano qui, o altrove.  E poi c’è l’amore (mi guarda), l’odio, il disprezzo, la paura. Tutti legacci.”
    “Si, questa l’ho già sentita: sei libero solo senza passioni.”
    “Non credi che sia vero?”
    Il sole si affaccia col suo melone in fondo all’orizzonte. Più si alza più la luce è intollerabile. Il mare diventa una lamiera.
    Faccio spallucce. Mi guarda con quei suoi occhi dritti, che bucano.
    “Forse si, ma mi sembra un prezzo troppo alto per la libertà.”
    “Perché non la conosci. Tu vedi solo questo pianeta.”
    Ecco, ho trovato lo psicolabile della domenica.
    “Tu invece cosa vedi?”
    “Quello che c’è, che è molto di più. C’è questo mondo e ce ne sono altri, c’è questo universo e ce ne sono altri.”
    “Ve bene. Scusa, adesso devo proprio andare.”
    Ride. Ha finito il cucchiaio e lo annusa come uno che assapora il bouquet prima di centellinare un rosso francese.
    “Sai che ha ragione lei? Sei chiuso come un’ostrica.”
    Mi giro lentamente. Che diav…
    “Sei talmente abituato a riversarti tutto nei tuoi disegni che ti sei dimenticato come si fa ad avvicinarsi alla realtà”.
    Adesso comincio a sudare. Intorno a noi, in lontananza, si vedono i turisti del silenzio, soli o col cane. Di più non arriverà, siamo a marzo e fa un maledetto freddo.
    Mi offre una brodaglia, dal pentolino sul fuocherello che si sta spegnendo.
    “Non sembra, ma è caffè.”
    Lo annuso, poi lo assaggio con cautela. E’ squisito.
    Guarda l’orizzonte.
    “Si, questo pianeta è bello. Ma vivete in una piccola gabbia dorata, che fra l’altro state demolendo. Consolati: nessuno ne sentirà la mancanza.  Fuori ci sono soli e lune, galassie, torrioni di polveri cosmiche, reti neurali di particelle che ingabbiano lo spazio/tempo, rivolgimenti improvvisi di epoche e intere strutture portanti degli universi. Ci sono tunnel di caduta gravitazionale che collegano ammassi galattici, corridoi di buchi neri e le pulsazioni X che fanno da impalcatura a iperstrade elettromagnetiche. E’ un inferno caotico, ribollente di energia incontrollata, di colori violenti, di esplosioni convulse di stelle in un marasma giallo, rosso, viola. “
    Di nuovo mi guarda, di nuovo mi  sento sotto lo spillone. E che gli dico, a questo? Sembra una brutta copia di Guerre Stellari, fra un po’ tirerà fuori una spada luminosa dai pantaloni sformati. Mi guardo intorno, c’è qualcuno col cane, qualche ragazza con un libro, ma nessuno bada a noi. E adesso come mi libero di questo matto?
    “Dici ‘vivete’.  Tu non sei uno di noi? Chi sei per sapere queste cose?”
    Ecco, non ho saputo resistere.
    “Non ci pensare. Quel calderone che ti ho raccontato brulica di vita, come si può dubitarne?”
    “Tu sei fatto come un uomo, un esemplare basato sul carbonio.”
    Fa spallucce. Troppo complicata, ma che vado a chiedergli? Pretendo una teoria cosmologica, da questo qui? Sarà fatto: inconsciamente cerco con lo sguardo pillole o siringhe fra le sue poche cose. O magari solo una bottiglia, basterebbe. Non vedo niente. E lui sorride.
    “Adesso devo andare. Il mio appuntamento, ti ricordi…”
    Guarda il bagnasciuga, e io seguo il suo sguardo.
    La risacca si solleva in un modo strano, come se la sabbia del fondo si gonfiasse e spingesse vero l’alto il flusso ordinato della corrente. L’acqua si alza in un gruppo di onde morbide, diventa ingombrante alla vista, poi cola di lato e appare una cosa assurda.
    Il collo grosso e lungo e il muso proteso  di un animale che assomiglia molto a qualche sauro del cretaceo, di quelli che a volte uso nelle mie graphic novel. Testa (quattro volte la mia) e collo sono incoronati da una cresta arancione. Il mio interlocutore si avvicina all’animale e cominciano a comunicare, non so come. Lui parla, serio. La bestia no, ma annuisce spesso e si capiscono.
    Sto lì a guardare come un imbecille, quasi ipnotizzato dalla scena che ho davanti. Riesco a staccarmi il tempo di dare un’occhiata in giro. Un paio di ragazzi camminano mano nella mano, sono a dieci metri da noi ma non danno segno di aver visto quello che sta accadendo sull’arenile.
    Torna verso di me.
    “Scusa, adesso devo proprio andare. Non sono un mago: so le tue cose perché siamo telepati. Ti lascio solo una piccolo promemoria, se vorrai accettarlo: la tua mente è  aperta e può  contenere molte più cose di quelle che pensi, ma mentre esplori gli universi con la tua arte ricordati di vivere.”
    Spariscono in uno sbuffo, lui e l’animale, lasciando una risacca piatta e oleosa.
    “Ricordati di vivere”. Figurati, sembra di sentire Cora. La sua immagine si sfuma delicatamente e io comincio a scorgere la furia vitale di quegli universi ribollenti di un’energia inarrestabile. Cora ha ragione, e nel momento in cui mi accosto a una verità così semplice, mi allontano da lei e da quello che credevo amore.
    Forse per amare gli altri bisogna essere capaci di amare se stessi. Ci devo pensare, ma non adesso. Respiro il salso e mi riempio gli occhi con la superficie volubile dell’acqua.
    Poi mi caccio le mani in tasca e mi avvio verso casa. Per oggi ho vissuto abbastanza.
     
    Il sole sorgeva ed inondava le vaste pianure della terra di Blant. Il vento soffiava leggero e scompigliava i capelli blu mare di Mark, sdraiato, con lo sguardo rivolto al cielo, su una delle torri più alte della città di West Town. I suoi pensieri erano rivolti al perché il tiranno stesse cercando di conquistare l'intero mondo, e principalmente, al perché tutti i ragazzini del paese lo prendessero in giro. Cosa aveva mai fatto di così grave da esser odiato da tutti? Perché nessuno lo accettava? Era sempre stato isolato da tutti, sin da bambino, era cresciuto da solo. L'unica sua amica era la sua spada di legno, che portava ovunque lui andasse, con il quale si allenava giorno e notte in modo da poter diventare forte e sconfiggere il tiranno, solo allora forse poteva esser accettato da tutti. I suoi pensieri vennero interrotti da un rumore proveniente da dietro la porta della terrazza.
    ” Chi può esser mai? Non viene mai nessuno qui!”
    pensò Mark. Si alzò ed estrasse la sua spada dal fodero, che aveva legato dietro sul fianco , ed attese che, chiunque ci fosse dietro la porta, uscisse. La porta si aprì di botto. Uscirono una decina di ragazzi, tutti armati, o con un bastone, di legno, o con spade come quella sua. Lo guardarono con aria minacciosa, pronti ad aggredirlo.
    ” Perché sono qui? Che ho fatto stavolta?”
    pensò.
    -Per te è finita, lurido verme!-
    Gridò uno di loro, il quale fu il primo a correre verso di lui. Mark iniziò a correre verso il ragazzo, che era pronto a dargli un colpo di bastone sulla testa, ma Mark si abbassò all'ultimo secondo, bloccando l'arma nemica con la mano sinistra, e gli diede un colpo di spada sullo stomaco, facendolo cadere senza fiato. Guardò il resto dei ragazzi, avevano un'espressione terrorizzata. Si guardarono tra di loro ed uno urlò
    -Ha atterrato il nostro capo, non abbiamo possibilità contro di lui! Scappiamo!
    E così dicendo i ragazzini iniziarono a correre verso le scale . Iniziò a corrergli dietro. Scese le scale velocemente, arrivato all'ultimo scalino vide che era giunto al mercato della città, c'era gente ovunque, ma di quei ragazzini non c'era più traccia. Pensò di averli persi ma all'improvviso vide uno di loro correre fra la folla.
    -Fermati!
    Gridò Mark, ma il ragazzo continuava a correre, così decise di inseguirlo. Corse più veloce che poté, facendosi largo fra la confusione, fece cadere due casse di mele ed una signora, che gli urlò qualcosa contro, ma in testa aveva solo il pensiero di prendere quel ragazzino. Durante la corsa si accorse che il ragazzo si fermò, aspettò un attimo e si gettò da una delle finestre che racchiudono la città. arrivato alla finestra osservò cosa ci fosse al di sotto di essa. C'erano dei carri ed un mucchio di paglia, vide anche una stalla, con dei cavalli al suo interno, ed un bosco, in lontananza. Decise di saltare giù. L'atterraggio fu attutito dalla paglia, sentì un crack che però non capì da dove provenisse, si alzò e si guardò intorno, nessuna traccia del ragazzo. Controllò anche dentro la stalla, ma niente, non c'era. Pensò che si fosse rifugiato nel bosco. Durante la strada di ritorno a casa si accorse che la sua spada era spezzata.
    “Ecco cosa era stato quel rumore! Adesso come faccio a dirlo a mia madre?”
    Pensò. Se sua madre avesse scoperto dell'azzuffata si sarebbe infuriata con lui, era meglio che trovasse una scusa al più presto.
    Casa di Mark era molto ampia, appartenuta alla sua famiglia da vari decenni. Era formata da non più di tre stanze, due servivano per dormire ed una per poter pranzare. Sul fianco della casa si trovava la stalla, dove, sia Mark che la madre, la utilizzavano soltanto per allenarsi. Al rientro Mark trovò la madre nella stalla , allora senza far rumore entrò silenziosamente e si sedette su uno sgabello, di fianco la porta d'entrata, ad osservarla. Si muoveva in un modo straordinario, mentre volteggiava su se stessa sembrava che danzasse. La madre di Mark era l'unica Elfa ad esser diventata una guerriera dei draghi, grazie all'allenamento ricevuto dal marito, il guerriero dei draghi più forte al mondo. 
    Quando la madre si accorse di lui sussultò. Sorrise, aveva uno splendido sorriso, sembrava una dea, forse per i suoi splendidi e lunghissimi capelli castani oppure per i suoi occhi blu, per quanto profondi, sembrava si trovasse il mare. -Mark non mi aspettavo che fossi qui!
    Mark non disse nulla, una lacrima scese languida sul suo volto.
    -Perché piangi? Che è successo?
    Sua madre lo raggiunge sullo sgabello e si sedette accanto a lui e l'abbracciò.
    “ Come posso dirle che ogni volta tutti mi prendono in giro? Se glielo dicessi si infurierebbe ed andrebbe a cercarli. Ho paura!”
    -Puoi dirmi qualsiasi cosa figliolo, non aver paura!
    Mark restò in silenzio per alcuni minuti, pensò che fosse giunto il momento di dire la verità su quello che gli succedeva ogni volta che uscisse di casa, era stanco di doversi sempre nascondere e restare in silenzio.
    --Ogni volta che esco dei ragazzini mi inseguono e cercano di picchiarmi, ogni giorno, ed oggi mi si è spezzata la spada.
    Le lacrime sul suo viso aumentarono.
    -Perché non mi hai mai detto nulla?
    -Avevo paura che ti arrabbiassi e che li andassi a cercare per sgridarli, non voglio passare per il codardo. Non capisco perché tutti i ragazzi mi prendono in giro. Capisco che non sono della vostra stessa razza, per via delle mie corna, però perchè mi odiano così tanto? Che ho fatto di male?
    La madre sospirò e si mise in ginocchio davanti a lui.
    -Va bene figliolo, ti spiegherò un pò di cose che non sai. Iniziamo dal fatto, che come sai, nel mondo esistono numerose razze, tutte diverse fra loro. Elfi, Umani, Goblin, Angeli, Draghi e così via. Devi sapere che c'è una razza che ormai si sta estinguendo, i Dramani, mezzi umani e mezzi draghi, e tuo padre era uno di loro. Aveva l'aspetto di un semplice Umano con le corna di drago, ma con il diventare sempre più forte e dopo esser diventato un guerriero di drago gli spuntarono le ali.
     Penso che sia giunta l'ora di parlarti di lui. Non l'ho mai fatto solamente per proteggerti perché sapevo che se avessi saputo la verità saresti partito, ma adesso sei cresciuto e so che qualsiasi cosa ti dirò prenderai la scelta più saggia.
    Dopo quelle parole Mark restò immobile.
    -Ma mi avevi detto che era andato via senza lasciare neanche un lettera!
    Non capiva perché gli aveva sempre mentito su suo padre. Ma adesso avrebbe saputo la verità.
    -No, non è stato così. Una sera, mentre stavamo cenando, ai tempi tu eri soltanto un neonato, ci accorgemmo di un essere basso e gobbo entrare dalla cucina, aveva la pelle verdastra e puzzava. Tuo padre mi ordinò di prenderti e scappare il più lontano possibile mentre lui teneva a debita distanza il Goblin. Eseguì i suoi ordini, ti presi e scappai. Non sapevo dove andare, quindi l'unico posto sicuro che avevo era da mio fratello Artur, nella città di Codex. Arrivata lì aspettai il ritorno di tuo padre, ma dopo ben due settimane mi arrivò una lettera, tramite l'uccello viaggiatore, dove c'era scritto che il tiranno aveva fatto prigioniero tuo padre e che poi lo uccise. Ancora oggi non so chi sia stato a scrivermi quella lettera.
    Sul volto della madre scese una lacrima. Mark non sapeva più che dire. Non aveva mai sentito parlare di questa storia, era tutto nuovo per lui, adesso sapeva che ad uccidere suo padre fosse stato il tiranno e non che era scappato.
    -Come hai potuto tenermi all'oscuro di tutto questo! Ho sempre creduto che mio padre fosse stato un codardo, invece è morto per salvarci la vita!.
    Iniziò a piangere e corse via. Non sapeva dove andava, voleva solo continuare a correre. Quando rimase senza fiatò si ritrovò nella terrazza,dove aveva litigato con quei ragazzi. Si sdraiò, le lacrime scendevano ancora accarezzandogli il viso, e ripensò a tutto ciò che la madre gli aveva detto. Suo padre era morto per difenderli, aveva sacrificato la sua vita per loro, tutto per colpa di quel tiranno. Iniziò ad odiarlo ed infine decide di volerlo uccidere, voleva che il tiranno morisse per mano sua. Così prese la decisione di partire per diventare anch'esso un guerriero dei draghi e per poter vendicare suo padre.
    Restò lì tutta la giornata.
    Arrivata la sera tantissime stelle apparirono in cielo. Pensò come sarebbe avere un padre, avrebbe potuto giocare con lui, tirare di spada, avere consigli e tantissime altre cose. Invece si trovava lì, tutto solo.
    “Cosa devo fare adesso? Vorrei tanto diventare ancora più forte per sconfiggere il tiranno, ma per adesso sono debole. Mi sa che è giunta l'ora di partire. Sono sicuro che scoprirei nuovi metodi di lotta e nuovi poteri magici. Come faccio a dirlo a mia madre? Sicuramente non approverebbe.”
    Sentì un rumore e scattò in piedi. Era sua madre che si avvicinava molto lentamente e guardandolo con amore. Era sicura che l'avrebbe trovato su quella torre perché era il luogo dove Mark andava sempre quando era triste. Si sdraiarono ad osservare le stelle, per qualche minuto restarono in silenzio. Fu lui a rompere quel fastidioso silenzio.
    -Mamma ho pensato a tutto ciò che mi hai detto ed ho pensato a molte cose. Se resto qui non potrò diventare più forte di come sono ora, ed io voglio diventare un guerriero dei draghi forte come mio padre, quindi vorrei partire per scoprire nuovi luoghi, stili di combattimento, apprendere nuovi poteri magici.
    Gli scese una lacrima. Restarono in silenzio, si fissarono, lei aveva una aria, come sempre, dolce e tranquilla, lui invece aveva un'espressione decisa.
    -Ho paura! Il mondo intero ormai è in guerra. Solamente in pochissime città, per adesso, c'è la pace, ma prima o poi arriverà anche la morte e la distruzione. Non posso perdere anche te.
    -Ma non posso restare. Come faccio ad esser pronto se l'esercito del tiranno viene anche qui? I tuoi allenamenti, in tutti questi anni, mi hanno reso forte ma non al tal punto di avere la meglio contro un esercito del tiranno. Voglio diventare un guerriero di draghi! Solo allora sarò in grado di sconfiggere il tiranno e portare la pace in tutto il mondo.
    -Non lo so figliolo. Fammi pensare, non è una decisione facile da prendere. Nel frattempo fammi vedere quanto sei diventato forte, andiamo a casa.
    Appena arrivarono a casa sua madre disse a Mark di aspettarla nella stalla che lei doveva prendere una cosa. Tornò dopo una decina di minuti con in mano un oggetto lungo e sottile, avvolto in una coperta.
    -Cosa è?
    Domandò Mark, incuriosito dall'oggetto misterioso.
    -Ecco, è tua. Apparteneva a tuo padre, fanne buon uso.
    Prese l'oggetto, non capendo cosa fosse tolse la coperta. Era una spada ad una mano, la lama intrisa di sangue e l'elsa era a forma di drago. Era la leggendaria spada Mifrit. Com'era possibile che adesso fosse nelle sue mani? Da piccolo aveva sentito che solamente un guerriero di drago aveva questa spada, l'unica spada dove il sangue del nemico vi rimane per sempre, ma non avrebbe mai immaginato che fosse suo padre quel guerriero.
    -Questa è la leggendaria Mifrit. Tuo padre sconfisse numerosi nemici ed il loro sangue è rimasto sulla lama. Adesso è tutta tua. Tuo padre avrebbe voluto questo. Bene, adesso alleniamoci.
    Si misero uno di fronte all'altra,fu la madre ad iniziare. Mark non era dotato di una grande resistenza e la sua tecniche non era delle migliori ma sopperiva alle lacune con la velocità e la sua intelligenza. Parava e scartava ogni attacco e sceglieva i tempi giusti per attaccare. La madre era fiera di Mark e di come stava diventando un vero guerriero. Le scivolò la spada di mano andando a finire su un mucchio di paglia e Mark non si fece sfuggire l'occasione e le puntò la sua arma alla gola.
    -Che fai, ti fai battere in questo modo?
    -Sono fiera di te. Non ho più motivi per tenerti qui con me. E' giunto il momento che anche tu, come fece tuo padre alla tua età, parta per diventare un guerriero di drago.
    Mark restò lì fermo senza capire cosa stava succedendo. La madre aveva accettato l'idea che lui partisse, era al settimo cielo.
    - Domani invierò una lettera a tuo zio Artur per chiedergli se ti può addestrare lui per diventare guerriero di drago. Adesso andiamo a letto, domani è un altro giorno.amo a letto, domani è un altro giorno.

    L’AMORE , QUELLO VERO
     
    DI DINO FERRARO
     
     
    Stare alla finestra ad osservare i passanti per strada , i bar aperti illuminati di luci colorate, le coppie d’innamorati , ratti per vie solitari , là  tra i tanti palazzi,  fatti di pasta frolla , morbidi palazzi che ondeggiano nel vento come arbusti,  smilzi e sinistri , silenti , uniti nell’abbraccio, in una promessa vaga  nel viaggio che ci porterà tutti , verso un altro giorno , verso altre odissee . Palazzi simili , opachi , inclinati sotto il chiarore della luna pallida ,  tra le nuvole,  tra temporali ed altri tempi,  smarriti lungo il  percorso per giungere a casa . E cosi difficile , guardare  negli occhi della verità , vedere il  vero viso  dei propri figli , fino al termine di questa vita,  allibiti  in  un vento di note bizzarre,  saltellanti,  l’une sulle altre,  nell’alito che soffia,  sulla cappella ingrassata del pene gonfio di sperma , sbuffante , ridicolo,  mostruoso , sotto il mento della luna pallida che bacia il cielo,  la terra ed altri amori che rimangono nella memoria d’ognuno che si confondono con quel senso intimo chiamato pudico  . Dopo essersi lavato , epurati  dal male che  attaccato alla pelle  ti trascini dietro come una vecchia borsa , come questo sogno pallido ,assorto, bello ,tanto bello che non ha occhi per guardare  fino in  fondo a se stesso.
     
    Vivo di giorni futili,  forse sono bella , come lo era mia nonna , ho perso l’abitudine di conquistare  lo scettro per nulla  e maledire questa vita che mi ha costretto a vendermi per pochi spiccioli,  ad angoli di strade  oscure, strade che dormono nella mia mente che mi portano dove non voglio,  dove non credo , sia possibile giungere. Vorrei cambiare quartiere,  andarmene via da qui , far dimenticare a tanta gente il mio sesso nero ,rosa , dolce come un  bacio feroce . Vorrei piangere ma non posso , in tanti,  mi direbbero cambia vestito ,cambia aria, cerca di stare allegra al capo non piace vederti in questo stato. Ma io piango , piango sul mio destino su questa favola bella al gusto di lampone , dal sapore di marmellata fatta in casa .
     
    La strada è fatta di tante occasioni , di tanta gente che la vive d’incontri che non potrai mai capire,  mai catalogare in quello strano senso che induce gli uomini a sentirsi diversi ,complici , amanti per brevi momenti di una creatura che te la dà per pochi euro, che ti stringe,  ti sorride,  ti stravolge  in fretta come il vento che passa,  senza nome  ti porta via , verso un altra esistenza , un nuovo gioco di visi e nomi , amori mai partoriti che ti fanno stare , cosi bene che continui a ballare ,  ridere in quella strada,  piccola dove vendi il tuo corpo , la tua vita , con il senno di poi  , ragioni   ed altro non sai perché c’è tanta gente,  che gode a guardare e non parlare. Ma tutto ciò non ha senso , nulla è  certo come te , come  la tua vita  il tuo corpo in affitto  , tutto si risolve, nel vago  ago che  infila e cuce buco dopo buco che ridere , l’alba giungerà ad illuminare questa strada , dove hai partorito , dove tutto è nato , dove tutto è morto.
     
    Ed ho creduto di poter cambiare,  di essere qualcosa altro,  le mie lacrime nascoste , scendono leggere,  sono stelle cadenti , sono giorni oscuri,  legati a questo carro a questo essere se  stessi,   fatto ad immagine  sua,  di tanti , di nessuno e  continuo a vivere dei  miei ricordi  che cadono , goccia dopo goccia, sulla ruota,  nella corsa , verso qualcosa di bello , nell’abbraccio effimero  in ciò che provo e  non sò dire  chi mi ama in vero  o chi  mi chiama per nulla . Perché  la sera mi rende diversa  ed io sono sua,  mentre godo , mentre penso a tutto il male che mi hanno fatto ,  a tutto le cose che avrei voluto fossero state o  come io avevo creduto fossero. Ma adesso non ha più importanza,  sono quella  che sono e mi vendo per pochi denari ,  tutto qui ,  il perdono,  tutto qui ,  il mio ardire,  la mia voglia di vivere , tu mi dirai,  non è vero , ed il vento ritornerà e si prenderà anche me , questa volta. Dove sono,  chi sono , cosa sarò domani ? quanti amanti avrò?  quanti baci conserverò nella mia memoria,  dentro   me stessa.
     
    Le luci si fanno rade , ombre antiche , fuggono ratte , sotto la volta celeste , tra gli spetrali  palazzi , nei vicoli bui e fondi che  trasudano di ricordi e  dolori  ,  di  miseria  novelle dei suoi abitanti , che giorno dopo giorno, nota dopo nota , nell’aria tetra , raminga,  t’invita a comprendere a denudarti a metterti comodo,  a provare ad ascoltare , l’ennesima canzone  popolare  . Di chi  è quel cuore,  che batte forte?  sotto quell’arco antico,  brullo , purulento,  invecchiato insieme alla croce della  vecchia cattedrale che immane aspetta , attende ancora di udire  il tuo grido , di vedere la volontà di redenzione che trasuda dai pori della pelle,  evapora  nello spirito . Universi , storie cosi simile a questa donna di nome Carmela , venuta da un lontano paese in cerca di fortuna ,  finita a battere sotto l’arco del peccato , lottando contro i tanti mostri della citta,  nascosti  nell’oscurità della sera.
     
    Ciao come stai ?
    Bene
    Come ti chiami ?
    Ha importanza
    No
    Mi chiamo Carmela
    Mi piace hai un bel nome
    Grazie
    Vuoi venire con me
    No,  voglio parlare
    Parlare ,dopo paghi
    Si pago, non ho nulla da perdere
    Bene , perché io non so parlare, so solo fare  l’amore
    Bene,  io mi chiamo Giovanni
    Simpatico
    No , sono uno stronzo
    Perché
    Perché ho moglie , tre figli e sto qui a parlare all’una di notte con te  senza combinare nulla .
    Avevi detto solo parlare. Non ti disperare
    Non mi dispero, non voglio morire
    Morire , morire,  mi fai ridere
    Ti faccio ridere,  non credo . Io sono un cadavere che cammina
    Ma tu mi vuoi prendere proprio in giro
    No,  avevo detto che avremmo parlato
    Va bene continua
     Continuo a non capire perché sono morto
     Quando sei morto ?
     Credo  ieri sera  quando ho visto quel mio amico in ospedale con un proiettile conficcato dentro una gamba.
     Grande,  sei un killer , un ammazza sbirri
    No , te lo detto sono uno stronzo, meglio un cadavere che cammina
    Mi fai ridere,  mi fai piangere , basta con questa farsa ,
    Se vuoi fare,   pagami   prima  o vuoi che  chiamo il mio boy friend
    Ti pago in anticipo, non agitarti,  non voglio farti del male,
     non ho nisciuna intenzione di prendermi gioco di te ,
    sono troppo scalognato , più sfortunato di paperino.
    Basta con i doppi sensi ,  te faccio solo vedere , poi mi paghi
    Non voglio vedere nulla,  mi basta parlare
    Va bene mi seggo sulle tue gambe e ti canto una bella canzoncina
    Fallo , mi piace essere coccolato.
    Lo sapevo sei un bamboccione
    No,  sono uno sbirro,  travestito da stronzo
    Minchia,  me lo sentivo , mi vuoi arrestare
    No,  ti voglio parlare della mia vita
    Va bene farò  questo sforzo,  ti ascolterò
    Bene , farò  finta di non aver capito nulla
     
    La strada è un luogo di perdizione , oggi sei pazzo , domani sei libero di essere quello che vuoi,  la luna  sul mare,  rappresenta tutto il romanticismo di una frase , un onda  che segue a ruota libera i pesci dietro una nave , trainata da una balena   sulle onde del mare , come un tiro di sigaretta aspirata avidamente. Tutto si confonde, tutto diviene,  cosi simile alle tante vite  che lottano per sopravvivere per essere qualcosa altro che s’ incontrano  nelle parole mai udite,  gocce  di saggezza ,aspetti di questa folle esistenza che si consuma velocemente , cosi velocemente che la mente si sente preda di tante vessazioni,  di tanti stravolgimenti , eccessi che si fingono  forme amorfe , figure , punti di una storia che si ripete e non finisce mai di stupirti. E i due continuarono a parlare,  lei una contadinotta   dall’aspetto di cocotte,  lui uno sbirro che ha  dimenticato la strada di casa. Si sono incontrati , si continuano a parlare a dispetto del male che l’attende a dispetto dell’amore molesto , di quell’amore venduto e comprato,  mai rinnegato ,  reso schiavo del vizio e dalla corruzione.
     
    Ti va di venire con me?
    No , ho paura
    Hai paura di morire?
    Stai parlando con uno che è morto  già tante volte
    Beh tu sei morto,  ma io devo sopravvivere
    Accidente ti facevo più furba
    Mettitelo in testa,  io non sono una gallina
    Ed io non sono un gallo
    Ma quando mi baci ?
    Io non bacio  se non  ti pago prima
    Non voglio essere pagata
    Interviene il magnaccia
    Adesso voi due mi avete stancato
    Vai via è  il mio protettore
    Io sono uno sbirro , non ho paura
    Quello ti ammazza , scappa
    Io non scappo
    Sei morto
    Te l’avevo detto , che ero morto
    La finite voi due ,  tu , vattene via
    Se non vado via,  cosa mi fai ?
    Ehi ti ho detto vai via,  sè non vuoi finire male stasera
    Vattene , stupido
    No,  voglio rimanere
    Io ti sparo
    E spara , io t’arresto
    Brutto,  stronzo
     
    Uno sparo poi le grida , due , tre energumeni si buttano addosso allo sbirro che prova a scappare , senza distintivo  , senza riuscire ad afferrare la sua pistola , il suo destino . E il suo destino che si compie in pochi attimi , un divenire che volge ad un epilogo  mai scritto , ad una svolta radicale ,  ridicola in  una morte cercata,  dentro l’alcova  di una donna di malaffare,  dentro un amore malato , tutto si consuma nel breve sospiro , nella sorte che regala istintivamente un altra occasione , un momento interminabile  per poter cambiare,  essere qualcun altro. Ma il protettore,  non conosce la  legge e non sa leggere le carte,  nè tanto meno conosce la parola pieta o comprensione,  lui è  quello che lo mette nel buco,  quando vuole,  senza pagare e per questo lo sbirro deve abbuscare , deve imparare che non si scherza o si fà o si parla , e sé qualche volta si vive , forse si muore pure  a dispetto del male e del bene che accompagna ognuno fino alla fine della sua storia  , fino dove vogliamo,  giungere per essere finalmente , uomini o donne che amano , parlano a  dispetto di un destino diversodal proprio nome , da quell’amore nell’amore che a volte è vero a volte morto.
     
     
     
     

    Eppure lo aveva già fatto diverse volte e non era mai stato così complesso decidere. Da quando aveva scoperto il suo potere, uccidere con un solo intenso sguardo, l'Uomo se ne era servito in più di un'occasione. Certo, non lo faceva a casaccio, ad eccezione delle prime morti quando ancora non sapeva cosa era in grado di fare e un paio di malcapitati erano finiti stecchiti all'improvviso, tutte le altre erano uccisioni ben mirate: papponi, sfruttatori, manager senza scrupolo, corrotti, assassini, tutte quelle persone che a insindacabile giudizio dell'Uomo erano immorali.
    Ma quella mattina la storia era diversa: quella mattina l'Uomo si era alzato come tutte le mattine, si era preparato la colazione, si era lavato e vestito, aveva salutato moglie e figli augurando loro buona giornata, poi era uscito, aveva preso la macchina e iniziato a guidare verso il lavoro. Fino a quando non arrivò li, a quel semaforo e aveva dovuto fermarsi trovandolo rosso. Si guardò in giro ancora assonnato, distratto, e qualcosa attirò il suo sguardo: pochi metri dopo l'incrocio c'era una fermata dell'autobus e tra i vari pendolari che aspettavano stava un signore, un tizio qualunque che non aveva niente di particolare da farlo notare rispetto agli altri. Eppure l'Uomo sentiva che i suoi occhi erano attratti da quel Tizio. Cercò di guardare altrove, cominciò a giocare anche con il display del cruscotto pur di non vederlo, ma ogni volta gli occhi si andavano a posare sul signore, ignaro di essere oggetto di attenzione di qualcuno. L'Uomo sapeva che sarebbe bastato poco, un unico solo sguardo prolungato, concentrato in modo da cancellare tutto quello che non era Tizio e lo avrebbe ammazzato; ma cosa sapeva di questo Tizio? Niente! Le altre sue vittime erano persone che in qualche modo avevano dimostrato di meritarsela la morte, ma questo no, non lo aveva mai visto prima, non sapeva chi fosse, cosa stava facendo li esattamente.
    Appunto, pensò, magari sta andando a rapinare una banca o è un borseggiatore che ha puntato una vecchia e sta aspettando solo il momento propizio.
    Non poteva esserne sicuro, più probabilmente era solo uno che stava andando a lavorare come lui.
    Vero, ma se non fosse così?
    E se invece lo fosse?
    Ok, ammettiamo che stia andando a lavorare. Che lavoro fa? Magari è amministratore delegato di una ditta che causa tumori e morte altrui.
    Ma no, un amministratore delegato non si muoverebbe in autobus.
    Vero anche questo, ma forse è uno di quelli che è andato in pensione troppo presto sfruttando immeritatamente alcune leggi che avrebbero dovuto applicarsi su qualcuno che invece ora è gravemente malato per colpa sua.
    Non posso saperlo, in ogni caso non sembra così vecchio da poter essere già in pensione.
    O forse è un puttaniere, uno che di giorno veste elegante e fa il moralista, poi la notte va alla ricerca della prima donna a pagamento che trova per soddisfare tutti i suoi più bassi istinti.
    Ma poi, è così grave andare a troie?
    Certo che lo è, cosa pensi? Credi che sia bello approfittarsi di una donna sfruttata, venduta per soldi o abbindolata da gente senza scrupolo? E magari questo è pure sposato e la moglie non la guarda più.
    Ok, ma anche in questo caso non ho nessuna prova che questo qui sia un puttaniere, potrebbe esserlo come no.
    Certo, ma coi se non si fa la storia; tu stai qui a farti mille domande, tra poco riparti, perderai le tracce di Tizio e questo stasera stupra una ragazza o picchia la moglie o peggio ancora uccide qualcuno.
    Tutta questa riflessione stancò parecchio Uomo che del resto era pure stanco di avere un potere così pesante: togliere la vita ad un'altra persona e solo per un suo giudizio poi. Decise di farla finita e proprio mentre ormai il verde era già scattato e gli automobilisti cominciavano a suonare ed imprecare lui girò lo specchietto retrovisore in modo da vedersi bene gli occhi, poi guardò intensamente la sua immagine riflessa finché non fu pervaso da un forte dolore che lo uccise.
    Questo avrebbe fatto un uomo saggio, perché un uomo saggio sa che uccidere è un gesto che nessuno dovrebbe mai compiere, men che meno se fatto in base ad un giudizio. Ma Uomo era uomo di potere e l'uomo di potere ha come primo pensiero la salvaguardia dello stesso e dei propri interessi, ed è per questo che proprio mentre ormai il verde era già scattato e gli automobilisti cominciavano a suonare ed imprecare lui si voltò a guardare Tizio e lo guardò con un unico intenso sguardo, fino a che non lo vide accasciarsi per terra. Poi rivolto a chi lo seguiva fece un gesto di scusa con la mano e ripartì.
    Una sirena suona inclemente la sveglia. Apro gli occhi nella camerata illuminata dalle odiose luci ar­tificiali. Avrò dormito sì e no un paio d’ore e mi sento come se fossi ruzzolato dalle scale. Tuttavia sono morbosamente curioso, ansioso di scoprire in quale situazione mi sono cacciato.
    I lavoratori si destano solerti e io seguo a fatica il loro ritmo. In mensa si serve pane rinsecchito e uno strano tè nero dal vago sentore di tartufo. Che lusso! Sono entusiasta di mangiare finalmente qualcosa di diverso. Mi ingozzo avidamente, poi me ne pento perché mi sento gonfio come un pal­lone, abituato com’ero alla soia in latta. Viscida soia in latta. Mentre inzuppo il pane nel brodo mi accorgo che i miei compagni mi guardano di sot­tecchi e confabulano. A quanto pare non vado loro a genio, nonostante sia lampante che siamo sulla stessa barca.
    Soltanto un tipo alto, magro e pelato mi degna della sua compagnia. Mi stringe la mano sorridendo e dice di chiamarsi Feng. Mi presento, il mio nome lo fa ridere. Mima di seguirlo, si offre di farmi da guida. Lo ringrazio di cuore, finalmente una perso­na amica. Vorrei chiedere in cosa consiste il lavoro ma scopro di essere un mimo patetico. Non ci si capisce. Dopo vari tentativi mi rendo conto che il mio nuovo amico non fa che ridere, e a lui si è aggiunto un gruppetto di curiosi. Sto soltanto dando spettaco­lo, rinuncio. A ogni modo, tra non molto constaterò con i miei occhi cosa mi toccherà.
    Seguo Feng a passo svelto lungo un corridoio, poi ci ammassiamo tutti nell’ampio montacarichi custodito da guardie armate. Nonostante i lavora­tori siano ordinati e diligenti, ho notato che siamo costantemente sorvegliati a vista.
    Scendiamo in profondità a gran velocità, una lunga discesa nelle viscere della terra. La tempe­ratura si alza e comincio a sudare. Il montacarichi si arresta bruscamente, le porte si spalancano e usciamo.
    Pareti di roccia, una larga galleria illuminata da lampadine collegate da cavi scoperti. Sul pavimen­to corrono le rotaie.
    È una miniera. Siamo minatori.
    Le guardie urlano e impartiscono ordini che non comprendo; ma per fortuna ho Feng ad assistermi. Ci mettono in fila, ci spostano su un lato: da questa parte, da quell’altra. Vengono distribuiti gli attrezzi da lavoro: a ciascuno spettano una pala arrugginita e una specie di serbatoio di latta, oblungo, con una ruota all’estremità, da trasportare a mo’ di carrio­la. Trasciniamo il nostro equipaggiamento lungo i tunnel sotterranei, scortati dai militari. Io rimango appiccicato a Feng e ci troviamo assieme ad altri due uomini in una galleria torrida, illuminata da due file di lanterne. Mi accorgo che tutte le pareti sono perfettamente lisce, non frastagliate e irregolari come ci si aspetterebbe da un cunicolo sotterraneo. L’odore di benzina quaggiù è insopportabile e pre­sto ne individuo la provenienza.
    Sparpagliati qua e là come merde di vacca in un pascolo, ci sono dei cumuli di melma scura, di una sfumatura verdastra. È quella poltiglia nauseabonda a puzzare a quel modo, ed è anche l’oggetto del mio lavoro. Feng mi mostra cosa devo fare. Bisogna rac­coglierla con la pala e infilarla nell’apertura della marmitta. Tutto qui.
    Il mio amico mi parla ancora nella lingua dei ge­sti. Non ci giurerei, ma credo mi stia consigliando di scappare se dovessi vedere dei serpenti. Grossi serpenti.
    Grossi serpenti in una grotta a centinaia di metri sottoterra? Puoi giurarci che corro a gambe levate!
    C’è da dire che i cinesi hanno una gestualità piuttosto rigida, non quella teatrale di molti italiani, per cui non sono certo di aver afferrato il concetto. Inoltre il sorriso perennemente stampato sul viso di Feng non fa certo presagire un vero e proprio peri­colo, piuttosto uno scherzo. Sorrido e gli mostro il pollice alzato in segno di intesa.
    «Che cazzo ridi, imbecille...» dico, tanto non ca­pisce.
    Lavoriamo per ore senza tregua, spalando quel­la melma scura. Quando la marmitta è colma la carichiamo nei carri alla galleria principale e ne prendiamo un’altra vuota. Non vedo l’ombra di serpenti né il benché minimo segno di fauna sotter­ranea. Caldo e afa sono opprimenti. La nera tenebra in fondo al tunnel è inquietante. Feng nel frattem­po ride sempre e sfrega le dita a mimare il denaro. Lui mantiene alto il morale pensando alla paga. Io temo che un minatore cinese abbia un’idea di ‘sala­rio generoso’ molto, molto distante dalla mia. Non è affatto un pensiero incoraggiante.
    Di tanto in tanto la galleria rimbomba di impre­cisati echi lontani e di qualche grido delle guardie. I militari si vedono di rado, generalmente se ne stanno nel tunnel principale, dove una rotaia porta i carri con le marmitte al montacarichi. Sebbene non ci prendano a frustate, né interferiscano più di tanto con il lavoro, ho la netta sensazione di essere uno schiavo. So che il governo cinese non è celebre per tutelare particolarmente i diritti dei lavoratori, ma tutto ciò mi sembra davvero eccessivo.
    Mi invento qualcosa per chiedere a Feng in­formazioni riguardo i soldati: gli faccio il saluto militare, ma lui ride e fa lo scemo scambiandolo per uno scherzo. Anche gli altri due sghignazzano, an­cora di più quando li mando a fanculo. Quantomeno comincio a risultare simpatico.
    Il suono di una sirena echeggia nel reticolo di gallerie a sancire la fine del turno e pala in spalla rientriamo con le marmitte. Sono sfinito, mi dolgo­no spalle, schiena e gambe, ho vesciche sanguinanti sulle mani e sui piedi. Il sudore persistente mi ha irritato la pelle e tutto il corpo prude. Feng sorride, ma a questo punto credo sia una paresi facciale, per­ché non c’è proprio niente da ridere.
    Nel container comincio a battere i denti e la cosa mi preoccupa. All’inizio del viaggio si moriva di caldo, un caldo umido, che mi ha provocato vesciche e irritazioni sulla pelle. Era una vera e propria sauna ed è stato un sollievo quando ho sentito i primi spifferi di aria fresca insinuarsi tra le fessure del portellone. Ma ora la situazione si è ribaltata: fuori è un freddo cane, e le pareti di ferro di questo affare lo lasciano entrare senza opporre la minima resistenza. Rimpiango il caldo. Anche se ho sudato l’anima e mi sono seccato come un canovaccio al sole, dopotutto ho avuto la fortuna di avere a disposizione ettolitri d’acqua per reidratarmi. Il freddo invece mi spaventa: non ho nulla con cui coprirmi, eccetto la mia t-shirt macchiata di caffè. Già, questa maledetta t-shirt! È a causa sua se sono rinchiuso in un container a contendermi soia in latta con i topi.
    Nel nord più profondo, a pochi chilometri da dove i confini delimitano la fine dell’Italia, c'è un paese di nome Gentrano, un minuscolo villaggio con poche centinaia di abitanti attraversato da un’unica strada, dove il passatempo preferito è passare il pomeriggio nel circolo del paese. Alcuni documenti conservati nell’ufficio municipale attestano che in origine il nome di tale luogo era un altro, ma poi verso gli anni venti del secolo scorso la fame patita durante la guerra e il lavoro che scarseggiava spinsero gli abitanti a muoversi verso sud in cerca di migliori condizioni; fu solo durante il secondo dopo guerra che, ormai ridotto ad un cumulo di catapecchie abbandonate, questo paese venne riscoperto e diventò meta del desiderio di facoltosi signori che vedevano in esso un’enorme possibilità di guadagno: in poco tempo fu possibile notare fin da lontano i bracci delle ruspe e delle gru che si indaffaravano a ricostruire un luogo dimenticato da tutti e già solo dopo poche settimane i cumuli di macerie furono sostituiti da villette a schiera con giardino e box compreso. I ricchi più in vista non persero l’occasione di trasferirsi in questo nuovo monumento dello sfarzo, seguiti presto da altre persone meno note ma non meno facoltose, invitate dall’idea di allontanarsi dal volgar popolo. In breve tempo i nuovi abitanti di questo paese che prima non c’era costituirono tutti gli enti necessari, crearono alcuni partiti che seguivano più o meno l’andamento di quelli nazionali e indirono le elezioni che portarono ad un sindaco, il primo primo cittadino che come prima ordinanza emise la nuova nomenclatura di quel luogo: Gentrano.
     
    Né la cronaca locale, né tanto meno quella nazionale, riportano di fatti particolari accaduti in questo paesello e non si hanno notizie di nascite o morti celebri avvenute proprio lì; forse l’evento che maggiormente ha scosso i placidi e sonnacchiosi abitanti è stato quando uno dei pochi ragazzi che non erano fuggiti via appena maggiorenni ha inavvertitamente dato fuoco al cestino della spazzatura in piazza dopo averci buttato dentro una cicca di sigaretta mal spenta. Tuttavia in tempi più recenti accadde qualcosa che scosse l’intera comunità, un fatto che sicuramente passerà alla storia come la vicenda del “Brutto di Gentrano”: in un tranquillo giorno di primavera un vecchio, la persona più anziana del paese e quindi la più conosciuta, stava camminando con il giornale tra le mani intrecciate dietro la schiena guardandosi intorno come era solito fare. Arrivato nella piazza salutò col capo i frequentatori del circolo che stavano seduti a godersi un sole raro e fece qualche battuta facendo notare il suo bel cappello bianco nuovo che gli dava un’aria da intellettuale. Dopo aver disquisito per un po’ il vecchio si allontanò e girò attorno alla fontana per svoltare nella via che portava a casa sua, fece qualche passo, poi qualcosa di strano catturò la sua attenzione: proprio davanti a lui, a pochi metri di distanza un ragazzo camminava verso la sua direzione, apparentemente senza notarlo nemmeno. Il vecchio lo squadrò da capo a piedi e continuò a fissarlo fino a quando questo sconosciuto non passò oltre i portici che dalla piazza portavano verso la stazione; era certo di non averlo mai visto prima e di per se questo non era un problema, Gentrano era piena di quei Gabibbi che arrivavano la mattina con la scusa del lavoro e se ne andavano solo a pomeriggio quasi terminato, ma la cosa che preoccupò molto l’anziano fu che questo ragazzo era terribilmente brutto: faccia scura, occhi piccoli e sopracciglia enormi, un naso aguzzo e storto, il labbro alzato da un dente fuori posto che gli disegnava sul volto una smorfia spaventosa e come se non bastasse a completare l’opera c’era un enorme porro peloso proprio accanto al naso, sul lato destro. Era inammissibile che un essere di cotanta bruttezza potesse anche solo passare per le strade di un paese come Gentrano. Il vecchio cercò di dimenticare subito quell’orrenda visione e tornò a casa certo che l’immondo non si sarebbe più fatto vivo. Eppure, anche dopo parecchie ore da quell’incontro, non si sentiva tranquillo.
     
    Il giorno dopo si alzò di buon ora, si lavò e si vestì di tutto punto, quasi come se dovesse andare ad una festa, salutò la moglie che ancora dormiva e scese al circolo per fare colazione. In realtà quello che stava cercando non era tanto la compagnia di qualche paesano, ma lo stesso ragazzo del giorno prima, o meglio, sperava che, restando a sorvegliare il principale punto di passaggio del paese per tutto il giorno, potesse arrivare alla conclusione che quell’essere non aveva niente a che fare con il posto che lui stesso aveva contribuito con soddisfazione a ripopolare. Ma fu deluso perché dopo qualche ora, proprio tra un commento sui risultati della Juventus e una discussione che verteva sullo scandalo del ministro sorpreso a mangiare delle mutande commestibili indossate da una quasi certa prostituta, il ragazzo spuntò col suo passo un po’ claudicante ma veloce e si manifestò ai suoi occhi in tutta la sua porrezza
     
    - Moh, se l’è brutt- disse cercando consenso tra gli altri
    -E ti ghe raxón- disse qualcuno
    -Ostreghetta, l’è brutto assai-
    -Minchiassorreta-
     
    Tutti i presenti concordavano col vecchio saggio, quel ragazzo era davvero brutto: bisognava fare qualcosa per evitare che la sua bruttezza contagiasse i poveri abitanti di Gentrano, ma cosa? Fu proprio il vecchio a prendere iniziativa e scortato da un paio di pensionati preoccupati per il futuro delle loro nipotine si recò alla centrale dei carabinieri. Quando lo videro gli agenti si misero subito sull’attenti e lo salutarono
     
    -Buonasera signore-
    -Comodi, comodi. Piuttosto, fatemi sedere-
    -Certo, prego- e una sedia comparve sotto le natiche dell’anziano
    -Come possiamo aiutarla?- chiese un altro agente
    -Signori, credo che qui ci siano tutti i presupposti per un vostro pronto intervento-
    -Ci dica-
    -Non so se anche voialtri ve ne siate accorti, ma da qualche giorno la quiete di Gentrano è messa a repentaglio da un facinoroso proveniente da chissà dove-
    -Non abbiamo ricevuto nessuna segnalazione-
    -Bene, allora ve lo segnalo io-
    -E chi sarebbe questo facinoroso?-
    -È proprio questo il punto: non lo sappiamo-
    -Ma avrà ben fatto qualcosa per meritarsi l’appellativo di facinoroso-
    -Certo. Vede agente, è convinzione non solo mia che quel ragazzo sia particolarmente brutto, ma non brutto come ce ne sono tanti in giro, questo è di una bruttezza mai vista, che non si confà con l’immagine che noialtri cittadini gentranesi abbiamo sempre cercato di mantenere-
    -Capisco. Ma in questo noi come possiamo intervenire?-
    -Beh, ve lo devo dire io? Arrestatelo, espelletelo, fate quel che vi pare, ma mandatelo via da qui prima che la sua bruttezza ci infetti tutti -
    -Ma signore, lei capirà che noi non possiamo di certo arrestare un uomo solo perché è brutto-
    -E perché no? Dove sta scritto?-
    -Proprio perché non sta scritto da nessuna parte. Comprendiamo la sua più che giusta preoccupazione, ma non esiste nessuna legge che vieti alle persone brutte di girare per strada-
    -Beh, allora scrivetela voi, no? Non siete tutori della legge?-
    -Si, ma non è così facile: noi siamo solo semplici agenti, per emettere una legge ci vuole un giudice, la cassazione, l’ordine dei magistrati, il ministero…-
    -Si, si, ho capito. Come al solito non potete farci niente-
    -No, è che…-
    -Ma piantatela-
     
    Il vecchio si alzò con un gesto di stizza e si incamminò fuori dalla centrale seguito dai commenti dei suoi accompagnatori che continuavano a ribadire “È un’ingiustizia”, “È uno scandalo”. Scese in piazza visibilmente adirato continuando ad urlare come un forsennato; urlava così forte che tutti si affacciarono dalle finestre per vedere cosa stava succedendo al loro povero, stimatissimo, vecchio
     
    -Gente- disse il vecchio appena ebbe raggiunto la piazza -oggi è successo qualcosa che nei diversi anni di esistenza di questo paese non è mai accaduto e che spero non accada mai più . Come voi ben sapete la tranquillità della nostra bella Gentrano è messa in discussione da un essere la cui identità ci è ignota ma, soprattutto, il cui aspetto fisico è un’offesa all’immagine di casa nostra-
    Grida di assenso
    -La cosa grave è che i carabinieri, i cosiddetti tutori dell’ordine, se ne fregano-
    Grida di negazione
    -Dicono che non esiste una legge. Puah-
    Risa di disprezzo
    -E io dico allora, cari concittadini, che è giunto il momento che noi abitanti facciamo qualcosa per la nostra bella Gentrano-
    Urla di attesa
    -Cittadini, in quanto membro più anziano di questa comunità, io vi dico: caccia all’immondo-
    Urla di assenso
    -Ora!!-
    Urla di follia pura.
     
    In un attimo la piazza di Gentrano fu invasa da decine e decine di persone indemoniate, desiderose solo del sangue di quel povero ragazzo che non arrivava nemmeno a vent’anni. Venne improvvisato un corteo per le strade del paese, mentre i carabinieri, preoccupati che la scena sfociasse in tragedia, scesero in assetto anti sommossa anche se non sapevano che fare: fosse stato per loro si sarebbero uniti alla caccia al mostro, ma non potevano. Pochi minuti dopo arrivò anche il sindaco che riuscì a placare le grida.
     
    -Cosa sta succedendo qui?-
    -Signor sindaco, un giovane dall’aria veramente brutta si sta aggirando per queste vie che finora, grazie anche alla sua amministrazione, sono sempre state tranquille-
    -E dunque?-
    -Dunque bisogna intervenire, prima che anche noi, infettati da quell’essere, si diventi brutti-
    -E voi volete questo?-
    -Certo e siamo ben determinati ad averlo in qualunque modo. Ed essendo che i carabinieri non possono intervenire…-
    -Fermi, fermi, lasciatemi pensare. Dunque, effettivamente i carabinieri non possono farci nulla, mica si può arrestare un uomo solo perché è brutto-
    -E allora?-
    -Allora, allora...È anche vero che io sono il vostro sindaco e devo garantire, oltre alla vostra incolumità, anche il vostro benessere-
    -Esatto-
    -E allora provvedo: chiedo a tutti gli agenti qui presenti di intervenire e porre sotto arresto questo ragazzo dalla bruttezza infinita-
    -Ma con quale motivo?-
    -Un motivo lo si trova, chiedete al vostro superiore-
     
    Il corteo ripartì, più tranquillo e composto di prima che non si sa mai che qualcuno testimoni di aver visto una folla inferocita scagliarsi contro un ragazzo inerme, ma con tutti i cittadini di Gentrano presenti: dal vecchio al farmacista, dal sindaco al comandante dei carabinieri fino al panettiere. E non dovettero fare molta strada perché, svoltato l’angolo, proprio il sindaco andò a sbattere contro il giovane ignaro di essere l’oggetto di tanta attenzione.
     
    -Buonasera, lei è il giovane brutto, suppongo-
    -Oh, buonasera sindaco. Mi scusi, non ho avuto ancora il tempo di presentarmi a lei e ai miei concittadini-
    -Mi scusi, ha con lei il certificato di bruttezza? Il documento che attesta che lei può circolare per le nostre strade nonostante la sua immondità?-
    Il ragazzo fu frastornato, non si aspettava un’accoglienza del genere
    -Ma...ma certo signor sindaco. Me l’hanno data i suoi dipendenti appena sono arrivato, come vuole la legge-
    -Bene, può mostrarmelo ora?-
    -Beh...ora veramente non ce l’ho con me, dovrei passare un attimo a casa…-
    -Lei lo sa che Gentrano è un paese di alte tradizioni e che mai, dico mai, nella storia del nostro paese si è avuto un disguido come quello che lei ora ci sta creando?-
    -Mi dispiace, non volevo. Ma se volete seguirmi…-
    -Che fa, oppone resistenza?-
    -Chi, io? Ma no, io…-
    -Presto agenti, mettetelo in stato di fermo. L’uomo ha opposto resistenza e offeso un rappresentante dello stato-
    -Ma non ho detto nulla…-
     
    Il ragazzo non poteva credere a quello che gli stava succedendo: nel giro di pochi secondi venne circondato da alcuni agenti che lo bloccarono e gli misero le manette, poi lo caricarono di forza su una volante arrivata per l’occasione per portarlo in caserma, a pochi metri da li. Lui si dimenava, continuando ad urlare di non avere fatto niente.
     
    -Vedo che il soggetto continua a ribellarsi alle forze dell’ordine, dimostrando di essere un individuo altamente pericoloso per la società. Trattatelo in regime di TSO-
     
    Gli agenti trascinarono il ragazzo dentro la caserma, poi chiusero le porte per evitare che la folla entrasse dentro e cercasse di linciarlo.
    Non è dato sapere cosa abbiano realmente fatto a quel ragazzo, tutto quello che si sa e gli eventi di cronaca non smettono mai di ricordarcelo e che da quella caserma ne è uscito solo quarantotto ore dopo e da morto, il corpo pieno di ecchimosi, graffi e tracce di sangue. Incidente diranno, un carattere troppo difficile non gli ha permesso di restare calmo e in un tentativo di fuga è caduto dalle scale riportando ferite che gli sono state fatali. I fatti di cronaca ce lo ricordano sempre, appunto: qualcuno entra in una caserma vivo e sano e ne esce qualche giorno dopo stecchito senza che si sappia perché.
    Ma da quel giorno a Gentrano non si è mai più vista una persona brutta.
    Ovunque
    ti bacerà il sole
    ti accarezzerà il vento
     
    Mai morirà
    la parte di te
    che ho tenuto
    dentro
     
    Nel mio io
    nel mio profondo
    ovunque
     
    Non ti lascerò
    andare solo
    amico mio
     
    Ovunque
    un pezzo
    del mio cuore
    volerà con te
     
    Ovunque
    sarà ricordo
     
    Sarà gioia
    sarai sogno
     
    Sarà bellissimo
    lo stesso
     
    Ovunque
    sarai farfalla
    sarai fiore
    sarai luce
     
    Ovunque
    potrò rivederti
    sorridere
    in un arcobaleno
    in ogni suo colore
     
    Ovunque
    mi mancheranno
    i tuoi occhi
    la tua voce
     
    Sarà come
    non poter più
    avere il mare
     
    Ti bacerà il sole
    ti accarezzerà il vento
     
    Ovunque
    Giuseppe Wochicevick
     
     
     
    Una  fetta di luna spande il suo azzurro pallido nella stanza. Il vento sfiora le tende, che si muovono un po’.
    Dove sono? Che faccio?
    Mi gira la testa, anche stando sdraiato. Devo aver bevuto, e non poco. Ho la bocca impastata, sono sudato e mi tremano le mani. Cos’è successo, ieri sera? Adesso riconosco la lampada anni ’70, con le gocce d’olio colorato che navigano in un’acqua chiara e si mescolano al riscaldarsi dei liquidi.
    Sono a casa mia, in camera da letto.
    Ho qualcuna vicino. Oh no, la solita sorpresa del giorno dopo. Adesso non ho voglia di scoprire chi è, più tardi. Prima devo ricostruire. Dio che mal di testa.
    Guardo in aria, col tenue riflesso del neon del bar di Giorgio sul soffitto. Riconosco anche la crepa nell’angolo. Siamo andati a cena fuori, c’erano Thomas e Gianna e anche quello, come si chiama, Riccardo, con la sua nuova ragazza. Poi Bruno da solo perché è riuscito a farsi scaricare anche stavolta. E per la strada abbiamo anche raccolto quel matto di Giampiero che in compenso se ne andava a spasso con due sceme incollate, e non sapeva che farsene. Lui è bello, se lo può permettere. Tutti al Lounge di piazza Fiera, fanno dei cocktail fantastici.
    Io me ne stavo da solo e contavo di restarci. Con Chiara ho preso una scottatura come non mi capitava da tanto tempo, volevo solo bere e stordirmi. Giampiero ha anche tentato di affratellarmi con una delle sue svampite, ma gliel’ho rimandata al mittente. Non ero in palla, diciamo così.
    E poi? Siamo entrati al Lounge, e dopo?  Maledizione.
    Avrei bisogno di un whisky, quello mi snebbierebbe di sicuro, ma non mi sento la forza per alzarmi.  Chiunque sia la mia vicina di letto è girata contro il muro, ma quello che si intravede sotto il lenzuolo sembra un bel sedere. Bè, mi consolo, deve essermi andata bene. Se appena me lo ricordassi.
    Siamo rimasti lì un bel po’, poi è arrivata una ragazza, come si chiamava…Gloria, ecco sì, Gloria.  Una bellezza meridionale, ambrata con le labbra scure. Due occhi di brace. Si è avvicinata, mi si è seduta accanto scalzando una delle sceme di Giampiero.
    Mi sussurrava qualcosa e il calore del suo respiro nel mio orecchio, assieme alla frustrazione per Chiara che ancora mi rimbombava dentro, congiurava contro la mia solitudine depressiva. Dev’essere lei, qui sdraiata con me. Per forza. Però dopo il suo arrivo cala  la nebbia e non mi ricordo più niente. Detesto questa voragine in testa che ottunde il ricordo e il ragionamento, ma non posso farci niente.
    Si è alzato un vento feroce, e lampi guizzanti spaccano il cielo da lontano. Non riesco a muovermi, è come se avessi un masso sullo sterno che mi tiene giù. Anche spostare una mano è un processo lento. Sbatte un’imposta con violenza e allora la vedo: Gloria, la donna di ieri sera, crocifissa agli infissi della finestra. Le tende si muovono languide e a tratti velano a tratti scoprono i suoi occhi aperti e la bocca spalancata in un urlo che credo durerà per sempre. Indossa solo la camicia, strappata sul ventre e intrisa di sangue.
    Mi giro verso destra d’istinto. Adesso sì, voglio capire chi ho vicino. Lei sembra averlo capito e comincia a muoversi, piano. O forse sono io che vedo al rallentatore. Sento il calore del suo corpo. Si mette seduta; i capelli lunghi nascondono il viso, ma il braccio è rinsecchito e la mano che cerca la mia ha le vene in rilievo, le ossa che si spostano a ogni movimento, le dita contorte di artrite.
    Mi si è ingorgato in gola un urlo, cado dal letto e scendo frenetico le scale.
    La sbornia è passata, e qualcosa mi dice che non berrò più.
             
    Il dentista Tremarella per colpa di un cognome divertente non conquista mai un paziente
    per non morire di fame uno stratagemma deve trovare.
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Si procura una macchina fotografica. Che soddisfazione sarà offrire una foto per una otturazione.
    Va Tremarella a cercare un ippopotamo. Il pachiderma africano le zanne sbandiera.
    Va Tremarella a cercare un coccodrillo. Il rettile squamoso la coda gli schiocca.
    Va Tremarella a cercare una lepre. La timida lanosa venti palline di cacca gli mostra.  
    Va Tremarella a cercare un riccio. Il girovago notturno con gli aculei lo minaccia.                  
    Va Tremarella a cercare un facocero. Lo sgraziato suino gli da una imbeccata:
    -Se una foto di gruppo scatterai i nostri denti curare potrai-   
    Tremarella raduna tutti gli animali in spiaggia, li mette in posa ma, abituati a primeggiare,
    gli animali si accapigliano tra di loro.
    Il riccio punge la lepre, la lepre si scortica sulle squame del coccodrillo.
    Il coccodrillo trimbula nelle orecchie dell'ippopotamo. L'ippopotamo investe il tricheco che barcolla sul facocero.   
    Click click click....quanti bei dentoni che volano, sbattono e si scheggiano.
    Quanto lavoro per lui, ma la gioia finisce in fretta perché in macchina la pellicola non l’ha messa .                                                                                                                                               uella notte, Tremarella fa sonni agitati.
    Toc toc... Chi è? Sono del riccio i seimila aculei
    Toc toc... Chi è? Sono della lepre i ventotto denti
    Toc toc... Chi è? Sono del coccodrillo i sessanta denti
    Toc toc... Chi è? Sono dell'ippopotamo i trentotto denti
    Toc toc... Chi è? Sono del facocero le due lunghe zanne.
    Tremarella si eclissa nell'armadio, tira a se una anta, ma una enorme, minacciosa dentiera appare nella stanza.                                                                                                                        Zaz Zac i sessanta denti del coccodrillo puntano al suo naso come alle chiappe.
    Si risveglia in preda al panico -E adesso cosa faccio? -si domanda.
    Fa su i ferri del mestiere, esce in strada. In un bazar si procura rasoio e forbici,
    si fa i capelli a zig zag e la barba a pois. Poi, a gambe levate lontano se ne va
    verso un'altra altra nazione, dove praticare la sua amata professione.
     
                                                           2
     
     
    Tremarella approda in una città dalle luci senza fine dove barbe lunghe e folte si ammirano in fascinose vetrine.
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Forbici e rasoio li ha. Che soddisfazione sarà offrire una sbarbata per una otturazione.
    Prende in affitto un bugigattolo e lo trasforma in barberia.
    Appende una asta con un pomo e ci avvolge una spirale bianca e blu ma, nuovo del mestiere, non sa che …                                                        
    la barba del faraone d'Egitto è finta. I codardi di Sparta la portano da una sola parte.                                                                                                                                                              Gli imperatori colti di Roma la esibiscono con vanto. I beduini del deserto la radono appena sotto il mento.
    Quanti guai da rimediare se un mestiere non sai fare!                                                                                                                                                                                                                  Lo prendono di mira i falcetti dei faraoni, le lance dei codardi Spartani, le spade gladio degli imperatori, le sciabole ricurve dei beduini.                                           
    -E  adesso cosa faccio?-, si domanda.
    Fa su i ferri del mestiere, esce in strada. Entra di soppiatto in libreria, tra tomi                                                                                                          
    e volumetti, si camuffa in un giovane maestro.
    Poi, a gambe levate lontano se ne va, verso un'altra altra nazione, dove praticare la sua una amata professione.
     
                                                              3
     
     
    Tremarella approda in un villaggio con i monti che fan da cornice.
    Nel giardino di una scuola ci sono tanti fiori. 
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Libri e matite li ha. Che soddisfazione sarà offrire lezioni in cambio di otturazioni.
    Bussa al cancello, ma il luogo è silenzioso. Nessun disegno è appeso ai muri,                                                                                   
     solo ricordi colorati di sogni che riempiono tristi volti dai sorrisi molli. 
    Gli ospiti non sono bambini,  ma signori gentili con vecchie dentiere.
    -Ne vogliamo delle nuove,- reclamano.                                                                           
     -Prima ci sono io!-
    -No, c’ero prima io!-
    -Tocca a me, a me, fatevi da parte!-
    L’impazienza provoca una gran confusione.
    Le sedie si ribaltano, e le stampelle contro le finestre si scagliano.
    -E adesso cosa faccio?-, si domanda Tremarella.
    In tutta fretta fa su i ferri del mestiere.
    Esce in strada, ma i negozi sono chiusi.
    A  gambe levate lontano se ne va a cercare un'altra altra nazione, dove praticare la sua una amata professione.
                                                                                       
                                                                4
     
     
    Manca ormai poco a  Natale, il dentista Tremarella, dopo tanto camminare, si accovaccia sotto un albero. La neve spezza le fronde più deboli.
    Difficile più difficile di quel che sembra la soluzione si presenta. Per colpa di un cognome divertente si rassegna a non avere mai un paziente.
    Quale afflizione prova il suo cuore.
    Tutti quei bambini che non mangeranno più caramelle.
    Tutti quei ricci, ippopotami e lepri, coccodrilli e facoceri che masticare bene non potranno.
    Tutti quei faraoni, codardi, imperatori e beduini che senza il suo aiuto a un bel sorriso rinunceranno. 
    Poi…arriva una giovane rana con un buffo cappotto di lana.
    -Qualsiasi problema tu abbia guarda me e la tristezza ti passa.-
    In effetti, la rana nel cappotto di lana appare alquanto sgraziata
    -Che ti succede, amico?-, chiede Buffarana.
    Tremarella gli racconta dei suoi guai.
    -Bazzecole! Se il tuo problema è un cognome divertente basta che ci abbini un aggettivo convincente.-
    Buffarana conduce Tremarella alla corte del Regno Bianco dove da mesi aleggia uno fitto silenzio.
    Il Re del Regno bianco si è chiuso nella torre del maniero e per via di una guancia gonfia e sofferente,ha dato l’ordine di interrompere ogni attività.
    Nessuno deve muovere un dito fino a quando non sarà guarito.
    Buffarana e Tremarella bussano alla porta della stanza del Re.
    -Toc toc... Chi è?-
    -Sono del regno il portafortuna, maestà-, risponde Buffarana.
    -Vattene subito- tuona il Re.
    -Ho con me il dentista Superiore, maestà. Deve incontralo.-
    -Un cavadenti? Ma per carità!-
    -Non si tratta di un cavadenti maestà, ma di un curadenti, ed è :  S U P E R I O R E.
    Dopo dieci mandate la porta si spalanca e, finalmente, Tremarella viene invitato a fare quello che davvero bene dice di saper fare.
    Guarito dal mal di denti il Re è felice e la normalità nel Regno Bianco torna a regnare.
    Tutti, dalla corte del castello fino alla valle, dalle montagne alle città, dalle paludi alle savane, parlano del dentista SUPERIORE.
    Per incontrarlo si allineano in una lunghe file indiane.
    Così Tremarella, che, per colpa di un cognome divertente, non conquistava mai un paziente
    ora sa che facile più facile di quel che sembra, con un piccolo stratagemma, se fatto a fin di bene, la soluzione ad ogni problema sempre si presenta.
    Ma la fila diventa ogni giorno più lunga e a lui scoppia il mal testa.
    -Buffarana, se ti ricamo un camice, che ne dici di farmi da assistente?-
    Buffarana non ci pensa proprio, preferisce di gran lunga tenersi il suo cappotto e tutto il giorno fare niente.
                                                      
     
    FINE
    Patti Turetta
     
     
     
     
         
    Prima che il gallo canti
    avrai tradito i tuoi ideali
    avrai osato soggiogare
    i corpi invitti degli uomini
    vicini all’ultimo talamo.
    Volevi sognare, ma erri
    nel sostenere la causa
    sbagliata: il particolare,
    il necessario superfluo.
    Torna ad amare, sperare.
    Troverai solo allora
    i miti della collina,
    i sogni del futuro.
    Misurata la tua anima sarà
    nel cercare gli uliveti, le viti.
    E gli altri saranno
    i tuoi prossimi.
    Il verso del gallo ritorna
    per rinnovare ogni giorno i passi:
    gli attimi di continuo albeggiare.
    Inizia a scrivere la tua storia...
     
     
    Il topino color antrace
     
    C’era  una volta un topolino giocattolo che si muoveva a carica camminando e scodinzolando; era di un bel colore grigio antrace, con due occhietti furbi che guardavano ovunque mentre camminava impettito e con andamento sicuro.
    Abitava in una bella casa di periferia, molto elegante, con grandi stanze e un bel giardino dove spesso, però, veniva dimenticato dal piccolo “amico” (molto amico non era, e lo vedremo in seguito), rimanendo tremante in un angolo nel timore che qualche gatto si avvicinasse troppo e lo mangiasse scambiandolo per un gustoso piatto.
    E una volta poco ci mancò che il topino non finisse davvero nella bocca di un gatto! Come al solito era stato lasciato in un angolo del giardino; quel giorno era piuttosto fresco e il topino tremava in quell’angolo senza sole da dove non vedeva niente e non riusciva a muoversi perchè c’era un enorme gradino di fronte a lui che impediva ogni possibilità di spostamento, nonostante la sua carica non fosse terminata del tutto.
    A un certo punto, mentre i suoi occhietti cominciavano a chiudersi per la stanchezza e il freddo, sentì un  alito caldo e pesante sul collo. Mosse appena le palpebre e sussultò visibilmente nel vedere sopra il suo viso quello di un gatto bianco con due occhi cattivi iniettati di rosso e la bocca spalancata pronta  ad afferrarlo.
    Il topino, non potendo spostarsi, non respirava neppure mentre cercava di  mimetizzarsi il più possibile, quando… “Fifì, Fifì, vieni presto!”.
    Dall’altro lato del giardino la voce della mamma chiamava a squarciagola il gatto sgridandolo sonoramente. “Ma cosa fai? Vuoi romperti i denti afferrando quel coso di latta, senza sapore e senza vita? Vieni con me ti darò del latte caldo”.
    Il gatto, furbo, si strusciò teneramente alla padrona facendo le fusa e lanciando un’occhiataccia al topino ancora intontito, solo, nell’angolo.
    Un’enorme tristezza scese nel cuore del topolino: nessuno lo amava perché era soltanto un giocattolo, qualcosa di inanimato che prendeva vita se qualcuno lo caricava, mentre quel gatto….
    Eppure anche lui aveva un cuore che batteva, provava dei sentimenti per quelli che aveva intorno. E allora? Perché non era ricambiato? Perché veniva sempre lasciato da una parte, solo, negli angoli più bui della casa?
    Si sentì invadere da una profonda angoscia. Dov’era la sua mamma? E perché non poteva far sapere che anche lui aveva un cuore che gioiva e soffriva come quello degli altri?
    Era così triste che non si accorse del ragazzino che stava arrivando. Il bambino, un po’ maldestro, prese in mano il topino e cercò di caricarlo, ma fece tutto talmente in fretta e con rabbia che il giocattolo gli cadde di mano e la chiave si impigliò nello scalino, rompendosi.
    Il ragazzo ebbe un moto di stizza; il topo si era rotto e non avrebbe più camminato. Che farsene? Era abituato ad avere tutto ciò che voleva e  disfarsi velocemente di quanto non gli serviva più, per cui, senza pensarci troppo, prese il topino e lo gettò nel cassonetto.
    Il topino, intanto, non si era reso conto di niente: si era sentito afferrare, sballottare e poi sbatacchiare in terra. Il tutto in una frazione di tempo incredibilmente piccola. Poi si era ritrovato in quel cassonetto, in mezzo allo sporco, a un odore nauseabondo di verdura e frutta marce, di pesce andato a male e di carne avariata. Si era rannicchiato il più possibile per non farsi vedere e se ne stava lì con gli occhi pieni di lacrime e un cuore spezzato dal dolore. Sembrava che tutto fosse finito. Le ore dentro quel cassonetto erano giorni; al buio e al cattivo odore si aggiungeva la solitudine.
    Il povero topino non aveva neppure il coraggio di aprire gli occhi. Aspettava, tremando, che la grande mano di metallo afferrasse il cassonetto e lo rivoltasse nella macchina tritatutto. Tante volte aveva visto quella scena e, in un’occasione, aveva sentito urlare il ragazzino e lo aveva visto correre verso quella grande mano per fermarla.
    “Fermo, fermo” – aveva gridato allora il ragazzo all’uomo che manovrava – “lì dentro c’è un mio giocattolo e lo rivoglio. Non dovete gettarlo nel camion tritatutto”.
    La mano si era arrestata, come per magia, e il ragazzo, frugando nel cassonetto, aveva ritrovato il suo giocattolo. Il topino aveva capito che quella mano e quella macchina significavano morte certa e ora aspettava quel momento.
    All’improvviso il coperchio del cassonetto si aprì e filtrò una luce giallognola. Il topino non aveva il coraggio di guardare; il suo cuore batteva all’impazzata e teneva il fiato in sospeso.
    Una mano più piccola e non di metallo cominciò a frugare alla cieca, buttando più in là tutto quello che non le serviva. A un certo punto si imbattè nel topino.
    “Cosa c’è qui? Toh, guarda, un giocattolo, poverino è tutto sporco e rotto. Ha uno sguardo dolce e sembra soffrire. Mah, i giocattoli non soffrono, sono io che ho le traveggole. Comunque lo prendo, mi farà compagnia”.
    E la mano del barbone prese con delicatezza il topino e lo mise nella tasca di un cappottone nero e sdrucito, da cui il topino pensava sarebbe uscito di lì a poco visto il grande buco che conteneva. Invece il barbone, sapendo del buco, tenne ben stretto, vicino a sé, il topino e lo portò nella sua casa di cartone vicino a una grande discarica. Anche lì l’odore non era dei più gradevoli e faceva freddo in quelle mura di carta. Non si poteva certo dire che assomigliasse alla bella casa dove si trovava prima, ma c’era un calore diverso, si respirava qualcosa di particolare…
    Il barbone tirò fuori il topino dalla tasca, lo ripulì ben benino e gli cucì un vestitino di carta rosso e giallo per proteggerlo dal freddo. Poi lo riparò; armeggiò a lungo per cercare una chiave, o qualcosa di simile che lo rimettesse in moto e alla fine, non si sa come, il topino ripartì, e, strano a dirsi, non camminava più ma saltellava e, nel girare gli occhi di qua e di là, emetteva un suono gradevole come se parlasse cantilenando.
    Il barbone rise di cuore nel vedere i movimenti del topino e se lo strinse al petto, felice. Era solo da anni, conduceva una vita randagia, non aveva nessuno da amare e nessuno che lo amasse. Quel topino sarebbe divenuto il suo compagno, quel bambino che aveva tanto desiderato e non aveva potuto avere.
    Decise di portarlo in giro con sé, camminando fianco a fianco. La gente si fermava a guardare quella strana coppia così affiatata e felice. I loro occhi scintillavano e avevano sulle labbra un sorriso sornione che nascondeva segreti che solo loro due potevano conoscere.
    Il topino non si era mai sentito così felice; adorava quell’omone grande e un po’ sporco, che talvolta puzzava anche, ma era tanto dolce. In lui aveva trovato la mamma tanto desiderata e la sua vera casa.
    Un giorno, mentre camminavano in questo loro modo strano, incontrarono un signore di una certa età, ben vestito e gentile: era un regista televisivo.
    Nel vederli l’uomo ebbe un’idea improvvisa: sarebbero stati una coppia eccezionale per uno show televisivo. Non perse tempo. Li fermò, espose la sua idea al barbone che accettò pur di rimanere sempre col suo piccolo amico.
    Ebbero un grande successo. Lasciarono la loro casa di cartone per una assai più bella in muratura, calda e accogliente; il topino ebbe la sua stanza e il suo letto, ma ogni sera il suo amico, al momento di dormire, lo prendeva con la stessa delicatezza di sempre, lo portava nel suo lettone grande e caldo, accanto a sé. E dormivano insieme un sonno beato, pieno di sogni a colori.
    La vita premia sempre chi ha un cuore.
     
     
    C’era una volta,
    prima ancora che alcun essere vivente ebbe origine, un tempo in cui Vita e Morte si amavano follemente, dato che essendo totalmente diversi come lo yin e lo yang si completavano a vicenda.
    In seguito arrivó un giorno in cui dal loro immenso amore nacquero degli essere umani. Vita era la madre di tutti ed essendo molto premurosa illudeva tutti gli umani, pur di non vederli soffrire per cose che accadevano nella realtá, di cui era di competenza di suo padre: Destino. Ragion per cui lei diede ai suoi figli la capacitá di immaginare e sognare. Tutti erano felici e Vita continuava a dare luce ad altri esseri umani finché il mondo divenne sovrafollato e si rischiava di uccidere tutto quello che vi era nella Terra.  Morte capí la gravitá del problema, cosí mentre la moglie dormiva egli scese in terra e uccise un umano. Il dí seguente a causa del lutto furono tutti afflitti, tanto che alcuni morirono di crepacuore. Vita assieme a tutti gli essere viventi si arrabbió moltissimo con Morte tanto che tutti, compresa lei, lo iniziarono ad odiare.
    Quando il pianeta Terra concluse la sua evoluzione e tutto finì, Vita tornò da Morte e gli chiese: “Perchè quella volta avevi ucciso?” e lui, dopo aver preso un gran sospiro le rispose:” Perchè ti amo e non volevo farti soffrire!” Lei mezza seccata e certa che la sua risposta avrebbe vinto e che quella sua di Morte fosse solo una scusa patetica per farle brillare gli occhi da perfetta innamorata gli disse:” Ma alla fine hai preferito farmi deprimere, altro che rattristare!” Morte in quel momento capì che lei non aveva inteso la gravità del problema quella volta, quindi le prese le mani dolcemente e le rispose sempre con gentilezza e con voce soffice: ” La Terra era sovrapopolata e se continuavi a mettere al mondo persone sarebbe accaduta una catastrofe!” e lei subito di rigetto:” Beh catastrofe, su dai non farne una tragedia!” e lui:” Beh se tu non consideri tragedia il fatto che un’intera popolazione mondiale poteva morire tutto ad un tratto…” Lei realizzò solo in quel momento la gravità del problema così balbuziente e in lacrime si avvicino a lui e si scusò dicendo:” Adesso ho capito! Scusami amore, davvero scusa!” e lui:” un evento così ti avrebbe distrutta in maniera troppo brusca e non era quello il momento, di certo non durante la giovinezza del pianeta. Finalmente lo hai capito!” “inoltre tutti dovrebbero aver il diritto di vivere e godere della tua bellezza e luminosità che rifletti tutti i giorni per loro sulla Terra no? Quella era l’unica soluzione! L’unica! Ti amo ancora molto tesoro. Adesso ti prego stammi accanto, questo vuoto e questa immensa solutudine spaventa molto anche me.” Lei gli andò vicino e lo stinsse forte e lui perse tutto il vigore e la freddezza che fa parte di ogni uomo, e si perse  in un immenso pianto. Le lacrime che aveva reciso dentro di se per tutto quel tempo erano molte e pian pianino stavano cancellando tutto, anche loro stessi; perchè ormai era tutto finito: la terra era spoglia non vi erano più i mari, ne le praterie, ne le case, ne gli animali ne le persone. Il pianeta aveva terminato il suo percorso e pure Vita, Morte e Destino.
    C’era una volta una principessa che durante un ballo in maschera si invaghì di un baldo giovane ed intelligente principe. Molti erano i sovrani che lo chiamavano a corte per ricevere delle lezioni private da lui. Egli conosceva dalla matematica, all’astronomia, dalla storia alla letteratura e sapeva parlare perfettamente già cinque lingue. Era anche molto ambito da molte altre principesse.
    Lui però quella sera scelse lei e i due, durante vari incontri e conversazioni si conobbero sempre meglio. Lui scoprì che seppur lei avesse dei difetti come le mani molto piccole e un occhio cieco, era molto profonda ed empatica. Aspirava ed emanava emozioni e lui non aveva mai conosciuto nessuno di simile a lei. Così si fecero svariate promesse molto allettanti ed assieme iniziarono a programmare ed organizzare la loro vita futura.
    Un giorno però il principe mise la principessa in un bivio e le chiese di scegliere se scappare con lui, oppure rimanere con la sua famiglia ed attendere che arrivasse un altro pretendente a sposarla e prendersi le responsabilità della famiglia. Lei era indecisa, ma dato l’amore folle che aveva nei suoi confronti e il fatto che lui aveva la smania del viaggiare, alla fine scelse di scappare con lui.
    Così presero un calasse e a guidarlo vi misero a destra il giovane cavallo della principessa, e a sinistra quello vecchio del principe e partirono. Durante il viaggio parlarono molto di argomenti a cui serviva sia l’intelligenza che la sensibilità e la profondità, degli argomenti che la gente avrebbe ritenuto ambigui e troppo strani, ma a loro piaceva! Sapevano che non esisteva nessun’altro al mondo eccetto loro due con cui potevano parlarne.
    Però ad un certo punto, il giovane principe si buttò giù dal calesse, dato che sugli argini della strada aveva visto una ragazza ancora più bella.
    La principessa si ritrovò tutto ad un tratto a dover prendere in mano anche le redini del vecchio cavallo del principe, almeno fino a quando non sarebbe morto anche lui.
    Quando arrivò a destinazione, vide che in realtà il principe la voleva portare in un capanno in rovina, al cui interno vi era già pronto un letto.
    Osservò il suo corpo, e capì che al principe non gli era mai importata la sua essenza, ma sempre e solo la sua apparenza e lei a differenza di molte altri fanciulle, possedeva un busto abbastanza sporgente.
    Capito l’arcano, lei risalì al calesse e riprese in mano le briglie. Non are amareggiata e nemmeno triste. Con questa esperienza capì molte cose come per esempio che l’essere intelligenti non significa per forza essere profondi ed aperti mentalmente. In seguito  ritorno a casa a testa alta, dato che lei non era colpevole ne di infedeltà, ne di menzogna, alla fin fine lei fu sempre rimasta fedele al suo cuore e ai suoi valori. Infatti quando arrivò a palazzo e raccontò la sua esperienza, la stimava che la gente aveva nei suoi confronti aumentò.
    E lei visse felice e contenta