• Carnival.gif

  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    N.A.F.
    Livorno avrebbe meritato una situazione diversa, avrebbe meritato una gestione oltre che un appoggio di tipo governativo  di ben altro spessore: in quella città, l’ippica e il galoppo profumavano di salmastro e di tamerici, di frittura di pesce e crema abbronzante.
    Il suo era un ippodromo di provincia solo perché la sua pista era un piccolo smeraldo incastonato tra l’immenso zaffiro del mare e il rubino rosseggiante dei tetti. Se qualche nobile della Normandia o della Provenza avesse messo piede a Livorno negli anni Venti, si sarebbe battuto per creare una nuova Deauville facendo scorrere un’infinita dirittura fianco a fianco alle onde, perché a quel tempo a sud dell’ippodromo si stendevano soltanto dei campi e qualche tenuta padronale.
     
    A Livorno la passione si rinnovava con le generazioni, coi costumi Sundek e le gonne corte delle ragazzine, con lo sciame di scooter davanti all’ingresso e i crocchi di matrone imbellettate che cercavano la svolta della settimana dopo aver dilapidato la pensione a suon di pesce, torta di ceci e ponci fumanti. A Livorno nessuno era del mestiere, ma tutti erano esperti; nessuno aveva mai fasciato un garretto, ma tutti avevano un amico del cugino che faceva l’artiere e che poteva dare qualche dritta al tondino.
    Non c’era bottega di artigiano nella quale non si radunassero pensionati a pronosticare la corsa tris del venerdì, o lettori de “Il Tirreno” che non gettassero uno sguardo più che interessato ai pronostici della serata.
    L’avvento della tris quotidiana, del totalizzatore nazionale e di mille altri giochi acchiappasogni aveva steso un velo di qualunquismo su quello che era speciale a Livorno. Tuttavia, il livornese non si era perso d’animo: aveva iniziato a fantasticare e a sperperare col Win for Life ma, quando si arrivava all’estate, il Caprilli non conosceva flessioni.
    Dovevo aver meditato queste cose non solo mentalmente, perché mi accorsi che Emanuele mi stava guardando divertito.
    «Essere protagonisti a Livorno durante l’estate significa conquistarsi un pezzetto di memoria della città, un briciolo di gratitudine e di cittadinanza onoraria» cercai di spiegargli.
    Il ragazzo sorrise scuotendo appena il capo e mi rispose deciso:
    «Ma voi siete già cittadini livornesi!»
    «Noi sì, ma tu no e Amarylli neppure. Lei è una bastarda italofrancese che nella sua terra natia avrebbe guadagnato a malapena qualche trafiletto in ventesima pagina su “L’Equipe”. Se tra quindici giorni Amarylli fa un numero come ieri sera, qui le intitolano una piazza cittadina.»
    Il suo abbraccio mi portò sull’orlo dell’abisso, oltre i confini della mia amata isola. Sapevo che sarei scomparsa, come una piccola molecola d’idrogeno che si addensa nel corpo di una stella. Eppure ogni cosa mi spingeva verso quel centro, dentro di lui.
    Simile a materia inerme, vittima di una legge universale, mi concentravo in quel piccolo spazio della sua vita che mi era stato concesso. Solo qualche minuto da soli, poi la sua stretta ad avvolgermi.
    La mia dimensione diminuiva e la temperatura aumentava: ero dentro la nebulosa, con tutto il potenziale dell’esplosione.
    Marco manteneva gli occhi chiusi e il suo viso era fermo nell’espressione dolce e rilassata di un bambino appena assopito. Era meraviglioso.
     
    Ti amo.
     
    Le sirene, accorse sugli speroni rocciosi dell’abisso, cantavano e la nave era in bilico, sospesa sopra il vuoto. Il vento frantumava l’acqua e la paura del capitano in nebbia sottile. Allora presi a ripetere mentalmente quella frase tanto profonda e buffa, nella speranza che Marco potesse sentirla.
    Lottavo con tutte le forze contro l’energia che mi attirava a lui, alle sue labbra. Lo odiavo per avermi chiesto di stare tanto vicini, sapeva che non ci era permesso, ma non riuscivo a negargli niente. Combattevo contro me stessa restando immobile e intanto qualcosa si espandeva, partendo dai nostri corpi. Il divano bianco sul quale eravamo sdraiati, piano, perdeva consistenza. Le tazzine di ceramica posate sul tavolino di mogano sfumavano nel grigio antracite del pavimento. Tutto procedeva lentamente: i miei pensieri e le mie resistenze indugiavano ancora, come sassolini in cima a un precipizio un secondo prima di rotolare giù.
    Il tempo si era fermato e io stavo per deflagrare. Le tende rosse si fondevano con il vetro delle finestre e i muri rustici della stanza sparivano. Tutto si proiettava verso l’esterno, vittima di un’onda d’urto che partiva da noi. Non c’era più separazione, eravamo un’unica cosa.
    Forse è davvero così che nasce una stella: tutto si comprime in un minuscolo spazio e poi esplode improvvisamente.
    Restavo dentro il vuoto che si era creato, nella piccola porzione del cuore in cui stavamo fermi insieme – l’orlo dell’abisso.
    Il capitano fissava l’oceano e l’orizzonte, ma l’equili-brio era precario poiché i canti delle sirene lo ammaliavano. Una parte di me desiderava saltare giù.
    Cadendo sarei diventata io stessa quell’abisso, mi sarei persa e ritrovata, sarei morta e poi rinata. Marco, immobile, aspettava il mio bacio, oltre la teca di vetro come nelle fiabe. Dio, quanto avrei voluto distruggere quel vetro, saltare e perdermi!
    Tuttavia, così come ogni sogno viene spezzato dal metallico suono della sveglia, Carlo rientrò in casa rompendo l’incanto, un attimo prima che io cadessi a picco nel vuoto.
    Il capitano della mia nave approfittò di quella distrazione per vincere la gravità e i canti delle sirene: virò con forza a tribordo e tornò indietro, verso l’isola. Le lancette del tempo ripartirono mentre ero a un palmo dal volto di Marco, col cuore pronto a esplodere.

    [estratto]
    All'alba la wight acquatica era scomparsa.
    Una traccia d'acqua e di fiorellini bianchi e verdi conduceva verso una polla poco profonda, dove alcuni cipressi si rispecchiavano.
    Dall'acqua sporgevano numerosi ramoscelli, punteggiati da foglie a forma di freccia; i fiori erano tripetali, con uno stame purpureo e lunghi pistilli culminanti con sferette bianche.
    «I tuberi delle punte-di-freccia sono commestibili; contengono amido.» spiegò la ragazza, dopo aver studiato attentamente quelle piante.
    «Penso che la gruagach abbia voluto ringraziarci per la nostra alquanto inutile ospitalità.» aggiunse, rivolgendosi più a se stessa che al ragazzo.
    «In questo caso noi ne approfitteremo, giusto per non offenderla.» decise Robert, togliendosi il cappello, la tunica blu, la camicia e gli stivali.
    Entrò nell'acqua gelida fino alla cintola, addentrandosi tra i verdi piatti galleggianti delle ninfee.
    La muscolatura delle braccia e delle spalle era così liscia e perfetta da dare l'impressione che lui non fosse fatto di carne, bensì intagliato in un blocco di legno del colore del latte, con una striscia obliqua che gli percorreva la schiena partendo dalla spalla sinistra fino alla cintola del lato destro; era una vecchia cicatrice, fatta da un vigliacco.
    Visto di schiena appariva come un'incarnazione di un essere soprannaturale emersa dalle acque per intrappolare le fanciulle con la sua bellezza e annegarle tra le lunghe alghe infide.
    La mente di Ashley cominciò a vagare, ponendosi alcune domande sull'identità del ragazzo, ma scacciò quei pensieri quando vide i capelli corti e castani; per natura i Fatati non si coloravano i capelli e tanto meno li tagliavano, e questo lei lo sapeva bene.
    Al Palazzo di Magia ogni momento libero lo dedicava allo studio e alla scoperta dei segreti sui Fatati, divertendosi a immaginare di essere tra loro nelle loro rade nei boschi, a ballare nel Bosco dei Fatati senza stancarsi mai oppure che un giovane Fatato s'innamorasse di lei e la portasse in quel magico Regno, proprio com'era successo secoli passati ad una giovane ragazza di una terra ormai dimenticata.
    «Attenta a ciò che desideri Ashley, potrebbe avverarsi.» era solita ammonirla la bibliotecaria, quando la vedeva con la testa tra le nuvole.
    Ed automaticamente tutti i suoi sogni andavano in pezzi, come un vetro rotto da un vaso.
    Quando Robert riemerse aveva tra le braccia bulbi di ninfee e punta-di-freccia, ed il fuoco che aveva preparato la Maga era ormai attecchito da un pezzo.
    «Bisogna farli arrostire sotto i carboni ardenti eh.» immaginò Robert, consegnandole i bulbi.
    Lei annuì con un mesto sorriso e li sistemò sotto le braci, mentre Tempestoso la guardava incuriosito avvicinando il grosso muso appuntito alla sua spalla per osservare meglio cosa stava facendo.
    «Non sono ancora pronte, dovrai aspettare un po'.» disse, allungando una mano per accarezzargli il muso.
    Quando fu a poche dita dalla pelle scagliosa si bloccò.
    Lui aveva girato gli occhi dorati verso di lei, e la stava scrutando intensamente, come se volesse leggerle nei pensieri; l'immagine di lei si era rispecchiata in quelle grandi iridi color dell'oro, e tutto aveva cominciato a rallentare.
    «Non ti farà nulla. Non so spiegare il motivo, ma tu sei una di quelle poche persone che gli piaci.» le confidò Robert, infilandosi la camicia dopo essersi asciugato al focolare.
    Distratta dalle parole del Letter Storm, la viaggiatrice allungò la mano che aveva bloccato a mezz'aria e l'appoggiò tra l'occhio e la narice scagliosa del rettile, rilassandosi di colpo.
    Se non l'avesse visto - e fatto - con i suoi occhi, non ci avrebbe mai creduto; in genere si raccontava che i Draghi adulti fossero creature schive, poco socievoli ed alcune volte anche infidi, ma venivano trattati con rispetto e cure assai meticolose dai Casati dei Letter Storm, mentre altri di loro potevano diventare molto pericolosi durante la crescita ed era necessario abbatterli se non si riusciva a domarli.
    Un crepitio distolse la ragazza dalla sua nube di pensieri e, ricordatasi dei bulbi, si avvicinò al fuoco con un bastone; con abili mosse li estrasse e poggiò sulle foglie di alcune ninfee, dopo di che furono mangiati dai tre viaggiatori.
    Finito l'ultimo anche bulbo rimasto, raccolsero i loro effetti e si rimisero in viaggio sopra le porose e spesse nubi del Bronchos.
    Ormai abituata alle grandi altezze, la ragazza guardava ovunque intorno a sé, tranne che di sotto, e d'un tratto due figure inconfondibili comparvero sotto il suo sguardo.
    «Sono loro! Robert, sono loro! Scendi presto!» strillò, indicando dieci gradi a sinistra.
    Il ragazzo eseguì e il Drago cominciò la discesa in grande stile, atterrando a poca distanza da una pantera nera e un ragazzo con un enorme cappello nero sormontato da piume di rapace, che si coprì il viso con un braccio dalla polvere che il rettile aveva sollevato atterrando.
    Con un balzo la Maga scese dalla sella e corse verso i due, stentando a trattenere la felicità.
    «Ragazzi! Vi ho trovato! »
    «Ash? Sei davvero tu?»
    Nails stentò a riconoscerla per via delle nebbia.
    La ragazza gli volò tra le braccia, ridendo di gioia, e solo più tardi si accorse di quello che aveva fatto e, ricomponendosi, si staccò dal pirata per poi abbracciare il possente collo della pantera, che le leccò una guancia.
    «Ma dov'eri finita? Ti ho cercato a lungo tra questa dannatissima nebbia e ti ritrovo scendere dal cielo i groppa a un Drago! Sto cominciando ad impazzire o sei tu che ti diverti a farmi preoccupare?» la rimproverò, nascondendo la sua felicità di vederla sotto uno sguardo severo.
    «Mi dispiace davvero tanto di avervi fatto preoccupare, ma siete stati voi ad allontanarvi senza accorgervene!» gli ricordò lei, puntando i pugni sui fianchi.
    Nails aprì la bocca per ribattere ma ci ripensò e la chiuse, limitandosi a scrollare la testa accentuando un lieve sorriso.
    «Sono felice di vedere che stai bene.» mormorò.
    Lei gli sorrise, poi sentì dei passi provenire dalle sue spalle e si girò, ricordandosi in quel momento che non era da sola.
    «Voglio presentarti i miei salvatori.» disse a Nails e James, voltandosi per far avanzare il Letter Storm.
    «Lui è Robert, mentre il Drago si chiama Tempestoso. Mi hanno aiutato a trovarvi.» spiegò dopo.
    Quando Nails alzò lo sguardo sul ragazzo un lampo saettò nei suoi occhi e con uno scatto gli andò contro sguainando la spada che aveva al fianco, mentre Robert impugnò l'arco e incoccò una freccia fermando così a metà strada il pirata; il tutto accadde in pochi secondi e Ashley assistette a quella scena senza poter intervenire.
    «E così ci rincontriamo eh.» sibilò, tenendolo sotto tiro.
    «Hai ancora i riflessi di una vecchia decrepita, un attimo più tardi e ti avrei infilzato.» ribatté Nails, con un ghigno in faccia.
    «Davvero credi di essere migliorato solo tu? Di anni ne sono passati dall'ultima volta che ci siamo sfidati.» gli ricordò Robert calmo ed impassibile.
    La tensione sembrò crescere, e la ragazza era sempre immobile di fianco a James, che non accennava a muoversi o irritarsi, creando dei sospetti nei pensieri di lei.
    Un secondo più tardi e i due ragazzi si misero a ridere, rinfoderarono le armi e si strinsero le braccia come due commilitoni che non si vedevano da anni e che si conoscevano come fratelli.
    Ashley rimase sconcertata.
    «Potete spiegarmi che c'è di così divertente?» domandò.
    «Credo che tu abbia ragione. Io e Robert eravamo amici d'infanzia e compagni d'armi nell'Esercito Imperiale, poi abbiamo scelto strade diverse.» le spiegò Nails, ruotando gli occhi su di lei.
    «Io sono diventato un Letter Storm, e lui un Black Arrow a pieno titolo per merito di Sua Altezza illustrissima che ha visto i nostri potenziali nonostante non fossimo di sangue nobile.» aggiunse orgogliosamente Robert, sistemandosi il balteo della faretra.
    A quella rivelazione Ashley sgranò gli occhi e poi girò la testa verso Nails, che si passò una mano dietro la testa imbarazzato.
    «Tu sei una guardia personale del Re-Imperatore e non me l'hai detto!» esclamò incredula.
    «Se per questo anche tu non mi hai detto chi fossi in realtà.» ribatté lui, senza scomporsi.
    La Maga si ammutolì, concedendogli di avere ragione.
    I Black Arrow erano una confraternita di guerrieri scelti, qualcosa di più di semplici guardie del corpo del Re, in quanto il loro ruolo era mantenere l'ordine in tempo di pace, ma in guerra erano anche soldati.
    La maggior parte dei giovani aspirava a entrare nelle file dei Black Arrow, ma chi desiderava farlo davvero doveva sottoporsi a prove estenuanti.
    Il primo requisito era la conoscenza delle saghe storiche e della poesia di Meris, ma quella era cosa da poco, se paragonata alle prove di coraggio, di abilità nel combattimento e di rapidità e scioltezza nei movimenti cui venivano sottoposti gli aspiranti; soltanto i migliori venivano accettati e quando non si trovavano a Corte, i Black Arrow vagavano ovunque, d'estate vivendo all'aperto e cercando talvolta alloggio presso popolazioni durante l'inverno.
    «Comunque, noto che non hai perso il vizio di perdere le fanciulle che ti vengono affidate.» commentò Robert, dando una pacca sulla spalla dell'amico.
    «Che ci posso fare. Si fanno desiderare.» alzò le spalle lui.
    «Non è vero! Io non mi faccio desiderare!» ribadì Ashley, irrigidendosi.
    «Beh, ora che finalmente ho adempiuto al mio dovere, credo che sia ora di tornare nel cielo.» intervenì in quel momento Robert, sistemandosi il cappello in testa.
    La Maga tornò a rilassarsi e girò la testa verso di lui.
    «Hai ragione. Ti ringrazio. Mi ha fatto piacere vederti ancora una volta, con tutte le missioni che ci danno è un'occasione più rara che unica.» lo salutò Nails, dandogli una pacca sulle spalle.
    Lui annuì, poi si avvicinò alla ragazza, si piegò e le prese la mano, posandoci sopra le labbra morbide e fredde.
    «E' stato un piacere incontrarvi e fare la vostra conoscenza Lady Ash. Spero che in futuro ci siano altre occasioni.»
    «Vi ringrazio per il vostro tempo, Sir Robert.»
    Il sangue le defluì al cervello e le guance divennero di fuoco; dire addio ad una persona non le era mai piaciuto, ma separarsi da Robert sembrava più facile di quanto pensasse, forse perché sperava - o sentiva - di rivederlo un'altra volta.
    Il ragazzo le sorrise, salutò un'ultima volta il B-Arrow e poi salì in sella a Tempestoso, che spiegò le ali e spiccò il volo oltre la coltre di nebbia, sparendo alla loro vista.
    «Il solito damerino...» sussurrò Nails, quando non lo vide più.
    «Hai detto qualcosa?» gli domandò Ashley, che non aveva capito.
    «Nulla. Vogliamo proseguire?» le rispose il ragazzo.
    Lei annuì e lo seguì senza fiatare, mentre James era occupato a rincorrere una libellula verde e una rossa che sfrecciarono sulla pista di terra per poi andare a nascondersi negli alti e fitti canneti che si estendevano sulla destra.
    «E così in realtà sei un B-Arrow eh.» riprese Ashley, tormentata da quella scoperta.
    «Così pare.» rispose enigmaticamente lui.
    «Cosa ci facevi su una nave pirata?» s'incuriosì, stringendosi le mani dietro la schiena e osservando la schiena del ragazzo.
    «Sono in missione per conto di Sua Altezza Reale. Ha voluto che esplorassi in incognito le Terre di Meris e quale modo migliore di farlo se non imbarcarsi su una nave pirata.» sospirò Nails, camminandole davanti.
    «Ah-ah. Molto astuto. E hai avuto successo, nella tua missione intendo.»
    «In parte sì, prima che tu arrivassi a bordo.» le rispose, abbozzando un sorriso e tirandosi il cappello davanti agli occhi.
    «Mi stai forse accusando?» s'informò la Maga, bloccandosi.
    «Assolutamente, non potrei mai incolpare una ragazza. E' contro l'etica morale dei Black Arrow.» si difese lui, senza fermarsi.
    «E' solo perché sono solo una ragazza!» s'inviperì lei.
    «No, perché sei una Maga, e nutro grande rispetto per chi usa la magia.» la elogiò.
    «Smettila di lusingarmi, sento che c'è dell'altro sotto a questa tua galanteria!» lo ammonì.
    Nails non rispose e proseguirono in silenzio per un po'.
    «Dovrò tornare a Xalbas prima o poi per stendere il mio rapporto a Sua Altezza.» disse il ragazzo, più a se stesso che alla Maga.
    Si era fermato e stava osservando la sua immagine riflessa sulle calme acque di un fiume che fiancheggiava la stradina di terra, con la ragazza a qualche passo di distanza che si morse il labbro inferiore e abbassò lo sguardo sui suoi stivali: erano un po' impolverati, ma ancora intatti.
    «Mi ha sempre aiutata fino a questo momento, senza mai richiedere nulla in cambio; credo che sia giunto il momento di restituirgli il favore.» si disse, stringendo i pugni lungo i fianchi.
    «La mia ricerca mi porta anche nella Città Reale. Se riusciamo a trovare un modo per andarcene da qui sarà la nostra prossima meta.» gli promise con determinazione.
    Nails alzò la testa e la girò verso la sua protetta, celando un velo misto di gratitudine e stupore.
    «Ne sei sicura?» le domandò, dimostrandosi un po' scettico a quella proposta.
    «Io non scherzo su cose simili!» s'indispettì lei, puntando i pugni sui fianchi.
    «Ti devo un paio di favori e dovrò pur cominciare a sdebitarmi in qualche modo.» aggiunse un po' più calma ed abbassando lo sguardo.
    Il ragazzo si voltò, calò il cappello sugli occhi e riprese a camminare; una folata di vento gli alzò il giustacuore di lato, conferendogli un aspetto misterioso e intrigante allo stesso tempo che paralizzarono la Maga.
    James strusciò la grande testa vellutata contro il fianco di lei, incitandola a proseguire e la ragazza - dopo avergli sorriso - scattò in avanti e si fermò al fianco del Black Arrow, incrociando le mani dietro la schiena e alzando lo sguardo al cielo.
    «Nel periodo in cui ci siamo persi, io e James abbiamo trovato un piccolo porto con una scialuppa legata alla banchina, alle fine delle Terre de Bronchos. Pensiamo che fosse quello il "passaggio" che intendeva tuo fratello.» l'aggiornò Nails.
    «Davvero? E quanto dista?» si affrettò a domandargli lei.
    «Non molto, forse riusciremo a raggiungerlo entro stasera.» le rispose.
    Ashley sentì le labbra tirare verso le guance, mostrando un grande sorriso: era felice, felice di aver cavalcato su un Drago e aver conosciuto l'intrigante Robert, felice di aver ritrovato James e Nails, ed era felice perché finalmente cominciava a sentire la distanza che la separava da suo fratello accorciarsi.
    L'acqua di una polla vicino al sentiero che stavano percorrendo si mosse, lasciando delle increspature a mostrare che qualcosa si era inabissato nelle sue profondità.
    «Non siamo soli.» pensò osservando con la coda nell'occhio i cerchi d'acqua allargarsi e sparire.
    Camminarono senza soste e senza incontrare wight finché una magnifica aurora astrale si stagliò nel firmamento accompagnata dalle stelle, e si riversò nelle acque del Bronchos; sullo sfondo una piccola capanna irradiava una flebile luce di una candela proveniente da una finestrella aperta sul sentiero che accostava il piccolo molo sospeso nel vuoto, con attraccata ad una cima una scialuppa con tanto di funi, un piccolo albero di maestra con vele piegate e un timone al centro.
    «Siamo arrivati.» proclamò Nails fermandosi a pochi passi dalla porta di sorbo.
    «Qui?» domandò lei, col cappuccio calato sugli occhi.
    «Sì. Qui.» annuì James, volandole sulla spalla.
    «Lascia parlare me. Il Traghettatore è un tipetto poco socievole.» aggiunse il ragazzo.
    Ashley annuì e si avvicinarono alla soglia della porta; il Black Arrow alzò il braccio con il pugno chiuso e batté tre poderosi colpi, ma nessuno rispose.
    «Sarà sordo?» ipotizzò la Maga, facendo spallucce quando il ragazzo si voltò a guardarla.
    Stava per battere un altro colpo quando la porta si spalancò all'improvviso, facendo uscire un uomo sulla mezza età, alto la metà del ragazzo che si reggeva con un lungo bastone di nocciolo inciso di rune e simboli strani: un Mago.
    Aveva una lunga barba grigia - con incrostate delle briciole e residui di birra - che gli arrivava ai piedi, un enorme cappello a punta color seppia e una tunica del medesimo colore che mostrava appena la punta delle scarpe, legata in vita da una cintura di cuoio piena di piccole cassette chiuse; gli occhi erano piccoli e acuti, e il viso era coperto da rughe e nei di varie dimensioni.
    «Vogliamo un passaggio per l'Isola più vicina.» chiese Nails con cipiglio.
    «Volete un paggio per l'Isola più piccina?» ripeté stralunato il vecchio con voce gracchiante.
    «No, Isola vicina. Non Isola piccina.» lo corresse pazientemente il ragazzo, dopo una fugace occhiata alla Maga che nel frattempo si era tolta il cappuccio.
    «Davvero?» domandò l'uomo sbavando dalla bocca.
    Il Black Arrow spostò lo sguardo sulla ragazza, notando che anche lei era spiazzata e turbata dal comportamento del Mago.
    «Ma lo fa apposta?» si domandarono in silenzio.
    Intanto anche il vecchio aveva girato lo sguardo sulla ragazza e improvvisamente si era fatto più cupo e allarmato.
    «Sei ancora qui? Ti avevo detto di andartene! Non ho alcuna intenzione di portarti laggiù!» latrò dimenando per aria il bastone per cercare di colpirla.
    «Ci deve essere un errore, io non vi conosco! Cercate di calmarvi signore!» esclamò la Maga, evitando i suoi colpi.
    Dopo aver dimenato ancora due fendenti, il Mago fu disarmato da Nails, che lo fissò al muro con l'ausilio di due daghe senza però ferirlo.
    «C'è sicuramente un equivoco, nobile Mago, è la prima volta che vi vedo in tutta la mia vita.» si giustificò Ashley, riprendendo fiato.
    Il vecchio si calmò e la scrutò meglio; un velo di dispiacere e vergogna gli dipinse il volto rugoso e abbassò la testa.
    «Vi domando scusa, vi avevo scambiata per un altro.» ammise dopo lunga riflessione.
    «Era per caso un ragazzo dai capelli neri e gli occhi color malva?» si allarmò lei.
    Il vecchio annuì.
    «E' passato di qui circa una quindicina di mesi fa.»
    «Dov'è andato?»
    «Se ha remato? No, ma ci è mancato poco che mi rubasse la scialuppa. Quell'idiota voleva che lo portassi all'Isola di Kermeor; come se fosse una passeggiata!»
    La ragazza girò la testa verso Nails - che non aveva ancora liberato il vecchio dal muro della capanna e lo teneva sotto controllo -, facendogli capire le sue intenzioni.
    «Vogliamo andare là.» ordinò il ragazzo, allontanandosi di un passo.
    L'uomo sgranò nuovamente gli occhi e aprì la bocca in un'espressione di sconcerto.
    «Voi siete matti! E' l'Isola più lontana di tutte e volete che navighi fin là? No mai, preferisco rimanere appeso qui a vita!» si rifiutò.
    «Questo è fattibile.» lo minacciò Nails.
    «Kermeor non è lontana come Airha.» osservò la Maga, cercando di dissuaderlo.
    «Ho detto no!» s'impuntò l'uomo, scuotendo energicamente la testa.
    «Insomma! Ci deve essere un modo per convincerlo a collaborare!» si spazientì improvvisamente James, che era rimasto nascosto per tutto quel tempo.
    «Chi ha parlato?» abbaiò il Mago, osservandosi intorno.
    «Ve lo diremo non appena accetterete la nostra richiesta!» contrattò Ashley, cominciando a perdere la pazienza.
    Il vecchio le puntò contro gli occhi, mostrò un ghigno malefico e sputò per terra.
    «State cercando di contrattare ragazzina? Beh, dovrete fare di meglio.» sibilò.
    Ashley si trovò con le spalle al muro; se per un attimo aveva creduto di aver superato se stessa con le contrattazioni, d'un tratto dovette ricredersi: non era facile come pensava trattare con la gente.
    «Diciamo che possiamo fare di meglio.» intervenì in quel momento Nails, scatenando lo stupore dei lei e la curiosità del Traghettatore.
    «Possiamo?» si chiese sgranando gli occhi.
    «Spiegatemi come, sono tutt'orecchie!» incalzò il Mago.
    Il ragazzo si passò le mani sotto il colletto del giustacuore e della camicia, afferrando qualcosa di piccolo e fragile, e sfilò fuori con orgoglio un medaglione a forma di freccia nera con delle edere smeraldine incise al suo interno, che sventolò sotto gli occhi del vecchio.
    «Un Black Arrow, che rarità...» commentò poco interessato.
    «Per caso conoscete le conseguenze per chi intralcia il dovere di un B-Arrow, Sir Traghettatore?» lo punzecchiò serio.
    L'uomo divenne improvvisamente paonazzo mentre Ashley non poté trattene un sorriso di vittoria e incrociare le braccia al petto.
    «Sei frustate più impiccagione, ma questo è poco rispetto a quello che possono realmente fare i boia o noi della Confraternita.» gli disse.
    «Sei frustate, più impiccagione...» balbettò il Mago, tremando.
    «Esatto. Allora, collaborerete o no?» lo incalzò il ragazzo, cominciando a perdere la pazienza.
    «Nobile Black Arrow, posso portarvi solo fino a Capo di Bonafortuna se accettate. Purtroppo la mia umile scialuppa non può fare tanta strada e io sono vecchio come vedete.» cercò di contrattare il vecchio, assumendo un atteggiamento riverenziale.
    Nails rimise sotto la camicia il medaglione e poi si voltò a vedere la sua protetta.
    «Per noi va bene.» rispose Ashley, dopo aver incrociato il suo sguardo magnetico.
    Il vecchio s'inchinò rispettoso e il ragazzo lo liberò dalle daghe; appena toccò piede a terra sgattaiolò lungo il muro e fece cenno ai due di seguirlo lungo il molo sospeso.
    Una volta imbarcati il vecchio Mago slegò le cime che tenevano ferma la scialuppa e spiegò le vele, imboccando una corrente d'aria ascensionale che li allontanò dai confini di Rustling Island; appena il vento cominciò a mancare di spinta, il vecchio Traghettatore batté due colpi sullo scafo con il bastone e animò le vele maestre che si rigonfiarono e ripresero a solcare il cielo notturno.
    «Ma davvero è così dura la pena per chi vi intralcia?» domandò sottovoce Ashley al ragazzo.
    «Ho solo ingrandito un po' la verità.» ammise Nails, facendole segno di mantenere il segreto.
    Ashley soffocò una risata e poi alzò lo sguardo nel cielo stellato.
    «Durerà tanto il viaggio?» domandò poi al Traghettatore.
    «Se tutto va bene saremo al porto della Torre di Bonafortuna entro mezzogiorno.» le rispose asciutto.
    «Ti conviene riposare allora, ti sveglierò quando saremo arrivati.» le suggerì in quel momento Nails, andandosi a sedere a prua.
    «Non riuscirei a dormire neanche se lo volessi, sono successe tante di quelle cose che fatico ancora a crederci.» gli rispose lei emozionata e posando gli occhi su di lui.
    «Pensavo che avessi già compiuto viaggi simili in passato.»
    «No, non proprio. Diciamo che me li potevo sognare mentre cavalcavo nel bosco con mia zia oppure mentre passeggiavo nel mio giardino; un'avventura così non me la sarei mai aspettata.» confessò lei, stringendosi nelle spalle.
    «Sapevo che ritrovare mio fratello non sarebbe stato facile, ma non avevo proprio preso in considerazione di conoscere un Black Arrow, un Letter Storm con il suo Drago e tutte le avventure che mi sono capitate.» aggiunse fremendo di gioia.
    Nails si portò un braccio sul ginocchio piegato, abbozzandole un dolce sorriso di comprensione, poi alzò lo sguardo al cielo lasciando che le stelle si riflettessero nei suoi occhi azzurri mentre il vento gli sollevava i capelli come dita invisibili, e gli accarezzava le guance sotto il cappello enorme.
    Rapita da quella visione soprannaturale la Maga si soffermò ad osservargli la mascella mascolina e segnata appena dalla barba - che sembrava non crescergli mai -, le labbra rosee e dolci e i lineamenti aggraziati e possenti che gli formavano il viso.
    «Perché mi fa quest'effetto? Anche con Robert avevo una sensazione simile. Che cosa significa tutto questo?»
    «Lo stomaco mi si chiude, i pensieri mi bloccano la mente e nessuna parola sembra essere adatta.» pensò confusa e stringendo le mani in grembo.
    Sentendosi osservato il Black Arrow girò la testa sulla ragazza, e lei fu costretta ad abbassare lo sguardo per non incrociare quegli occhi magnetici.
    «Non può essere amore... Non me lo posso permettere.» aggiunse severa con se stessa e immaginandosi di scuotere la testa.
    «Mi stavi osservando per caso?»
    La voce di Nails danzò nel vento e raggiunse i suoi timpani come una dolce melodia.
    Lei avvampò e scosse energeticamente la testa, mentre conficcava le unghie sotto il palmo delle mani e si mordeva il labbro inferiore.
    Quella fu tutta la conversazione con il ragazzo, poi un dolce silenzio avvolse la barca.

    Doctor Who?

    By Ospite, in Letteratura Rosa,

    22 gennaio 2011
    Ospedale psichiatrico St. Joseph, Oregon, Stati Uniti d'America
     
    -Avanti, entra dentro senza fare storie.- l'uomo prese di forza la ragazza spingendola all'interno di quella che sarebbe diventata la sua stanza. -Non so se ti hanno spiegato come funziona qui, perciò ci penserò io.- un sorriso maligno comparve sul suo viso. -Mangerai solo e soltanto quando ti sarà concesso farlo, farai la doccia una volta al giorno e quando sarà il tuo turno, non potrai uscire dalla stanza senza essere sorvegliata, a meno che non sia, così come mi piace chiamarlo, l'orario dello "svago". Potrai ricevere visite ma non potranno durare più di mezz'ora, dovrai prendere tutte le pillole che ti verranno prescritte e se dovessi mai beccarti a nasconderle, passerai dei guai. Non farti trovare fuori dalla stanza quando non dovresti far altro che rimanervici dentro, credimi se ti dico che ti farò rimpiangere la tua vecchia e lurida cella di prigione. Se hai pensato anche solo per un attimo che qui avresti ricevuto un trattamento diverso, hai sbagliato del tutto. Ti converrà comportarti bene con me, non sono quel tipo di persona a cui piace scherzare.- Ethan Fisher era uno degli infermieri più bastardi che potessero trovarsi in quell'ospedale psichiatrico, anzi, il peggiore. Un uomo burbero, bugiardo, manipolatore e violento. Un metro e settanta di pura e meschina cattiveria. I suoi occhi erano neri come il petrolio e solo a guardarli, potevi sentire un brivido che percorreva tutta la schiena. -Spero di essere stato ben chiaro con te. Sta attenta ragazzina, qui dentro non sarà dei matti che dovrai avere paura.- il rumore della porta che veniva chiusa con violenza, fece trasalire Grace. 
    La ragazza, che aveva trattenuto le lacrime dal momento in cui aveva varcato la soglia dell'inferno, si accasciò sul pavimento gelido della stanza e coprì il volto con le mani, scoppiando in un pianto carico di disperazione. I capelli biondi le ricaddero davanti al viso ormai rigato dalle lacrime. I suoi occhi, una volta di un azzurro intenso, adesso erano spenti, privi della luce che li aveva sempre resi meravigliosi. 
    -Avanti Grace, smettila, non piangere. Non puoi dargliela vinta, non ancora. Tu sei forte, tu puoi farcela. E' solo questione di tempo e tutto tornerà come prima. Devi essere coraggiosa.- asciugandosi gli occhi con la manica della maglietta, si alzò dal pavimento e si diresse verso la piccola finestrella della stanza. Vi si affacciò, ma tutto quello che vide, fu una recinzione e al di là, solo il mare. Rimase a guardarlo per un po', sognando di potervisi tuffare dentro ancora una volta, come i vecchi tempi, quando la sua più grande preoccupazione era la verifica in classe su un argomento in cui era un frana. Ricordare quei momenti la fece ricadere in una profonda tristezza e decise così di aprire la finestra per inspirare la brezza marina. Passò una mano sull'inferriata che le impediva di fuggire da quel maledetto ospedale e al tatto risultò talmente gelida da farle venire la pelle d'oca, ma questo non le importava. Il vento che entrava nella stanza era freddo, ma poterlo sentire sulla pelle, sapere che anche le persone che amava potevano essere toccate da quella stessa brezza, la fece sentire meno sola e distante dal mondo esterno. Ma nonostante continuasse a ripetere a sé stessa che ce l'avrebbe fatta, che quell'incubo sarebbe finito e che era una ragazza forte, sapeva bene che nulla sarebbe stato facile come una volta.
    Grace non avrebbe mai potuto immaginare che quel patto le sarebbe costato così caro, che avrebbe fatto sì che la sua vita precipitasse dritta in un burrone. 
    Tutto quello che stava vivendo era troppo difficile da sopportare per una ragazza di appena diciotto anni. Aveva perso la sua dignità, la sua integrità morale, l'identità, la famiglia, gli amici e persino l'amore. Tutto quello che le rimaneva da fare era aspettare e sperare in qualcosa che avrebbe cambiato del tutto le regole del gioco.
     
    ------
    NB: Tutti i nomi e i luoghi descritti in questa storia sono inventati o si avvicinano leggermente alla realtà.
     

    Doctor Who?

    By Ospite, in Letteratura Rosa,

    TRAMA
     
    Nella cittadina di Bend, c'era un piccolo bar per i giovani e ogni weekend, finita la scuola, i ragazzi si riunivano lì per svagarsi un po'. 
    Il parcheggio dietro il bar era vuoto quella sera. C'erano solo due macchine posteggiate e sui parabrezza si rifletteva la luce della luna e di tutte le stelle che splendevano meravigliose nel cielo. 
    Il vento soffiava sulla chioma bionda della ragazza che, immobile, teneva la stretta ben salda sulla pistola. 
    -Grace, non farlo. Ti prego, ascoltami, metti giù la pistola.- il ragazzo la pregava quasi con le lacrime agli occhi, mentre lei non distoglieva lo sguardo dalla figura davanti a se. -Perchè vuoi farmi questo? Abbassa la pistola e parliamone.- nonostante tutti i tentativi di dissuaderla, Grace teneva il dito fermo sul grilletto, pronta a sparare una pallottola dritta nel cuore del ragazzo. Un solo colpo, ne bastava solo uno e lui sarebbe morto. 
    La ragazza non sapeva esattamente cosa stesse facendo e perché, ma sentiva di doverlo fare. Era ciò che le aveva chiesto il suo grande amore e non poteva rifiutarsi, non dopo che lui le aveva promesso una nuova vita insieme. 
    Molti si sarebbero tirati indietro, l'amore, quello vero, non dovrebbe spingerti a tanto, eppure Grace non ci aveva pensato, perché quella notte lei lo fece. Niente rimorsi, nessun rimpianto, o almeno così credeva di potersi sentire, così le aveva fatto credere il suo ragazzo. Ma quando ami fino a questo punto è come se una parte di te impazzisse. Grace non poteva immaginare che amare così tanto le avrebbe rovinato la vita.
    Tiepido mattino invernale
    di brina e rugiada ghiacciata
    attendendo lo svegliarsi del giorno
    Un treno colmo di vuoto e di sonno
    in arrivo sibilando ritarda
    Pochi minuti in realtà che paiono ore
    per occhi stanchi di viaggi, 
    attese infinite su sedie scomode
    Quanto correre e camminare
    per giungere sino a te
    per vedere i tuoi occhi brillare
    Ogni attimo, ogni ora
    passata su ciondolanti carrozze
    mi faceva principe di un destino 
    scritto nelle stelle
    Per nessuno se non per te
    per i tuoi occhi, le tue labbra,
    mi sarei incamminato 
    su questo eterno sentiero di viaggi infiniti.
    Si voltò di scatto; aveva sentito un rumore alle sue spalle ma quando si era girata non aveva visto nessuno.
    Verso il pomeriggio il sole aveva varcato lo spesso strato di nebbia e l'aveva diradata, rendendo visibile il percorso e il paesaggio che la circondava, misterioso e irreale; i raggi del sole si andavano a posare sull'acqua - creando piccole sfere di luce - mentre un artista svogliato mutava i percorsi terrestri disegnando rompicapi e ragnatele che s'incavallavano tra di loro in quell'enorme massa di fiumi, polle, laghi e pozze.
    Dopo aver fatto due brevi soste per magiare i frutti presi dalla Gola dei Cespugli e per studiare il terreno intorno a lei, uno strano odore proveniente da nord attirò la sua attenzione; alzando lo sguardo vide in lontananza una casetta di legno costruita in mezzo a tre salici piangenti, dalla quale usciva un filo di fumo dal comignolo.
    «Che le Potenze mi salvino! Una casetta di boscaioli!» pensò alzandosi di scatto da sotto le fronde di una betulla e dirigendosi in quella direzione.
    Mentre si stava avvicinando alla capanna si accorse che il clima era cambiato improvvisamente, diventando più freddo e pungente, e la costrinse a stringersi nel mantello color felce e a calarsi il cappuccio davanti agli occhi.
    Una volta in sua prossimità - il sole ormai aveva raggiunto l'orizzonte del mondo- esaminò la struttura al chiarore di una fiammella che le fluttuava sulla mano sinistra, scoprendo che era fatta con legno di sorbo, cosicché nessuna creatura eldritch potesse entrarvi; all'interno, un fuoco ardeva vivace, fiancheggiato da grosse pietre grigie.
    «Non c'è nessuno. Beh, non credo che farò torto a qualcuno se entro a scaldarmi un po'.» si disse.
    Massaggiandosi le braccia infreddolite entrò e si mise a sedere su una pietra, allungò le mani al fuoco e batté i piedi al suolo per riattivare la circolazione; si scrutò intorno e vide davanti a sé un mucchio di esca e, sul lato opposto del fuoco, erano posati due grossi ceppi.
    «Però è curioso che qualcuno abbia costruito una casetta in questo posto...» rifletté, sentendo il calore penetrarle nelle ossa.
    Poco più tardi si assopì, seduta sulla pietra.
    Si svegliò con un sussulto quando la porta si spalancò e una strana figura entrò a grandi passi nella stanza: si trattava di un nano dalla pelle scura che arrivava a stento alle sue ginocchia, però sembrava forte e massiccio.
    Una giacca di pelle d'agnello gli copriva la schiena, mentre i pantaloni e le scarpe erano di pelle di talpa; sulla testa portava un cappello fatto di felci e muschio, decorato con una piuma di pernice.
    «Un druegar!» pensò, mentre la porta si richiudeva rumorosamente.
    Il silenzio calò sulla capanna come un artiglio di metallo.
    La creatura fissò la visitatrice con occhi infuocati, ma non proferì parola e si sedette sull'altra pietra che stava oltre il fuoco.
    La ragazza sapeva che i druegar erano una razza di nani neri che odiavano gli umani, aveva sentito tanto parlare della loro crudeltà nei libri del Palazzo di Magia e durante le lezioni e, pur tremando interiormente, decise si affrontare con coraggio quella situazione; da quello che sapeva, scappare o mostrare paura serviva solo a scatenare un attacco.
    E così i due rimasero a fissarsi quando la porta si aprì una seconda volta, ed entrò un giovane vestito di blu, con una saetta incorniciata da uno scudo sul lato sinistro della blusa, una lunga sciarpa bianca e una borsa a tracolla - gonfia di missive, lettere e piccoli pacchetti -, in più aveva una faretra con tanto di arco dietro la schiena: un Letter Storm.
    Stupore e incredulità si mischiarono nell'animo della ragazza quando il ragazzo si andò a sedere sulla pietra accanto alla sua per scaldarsi; non sapeva se considerarsi fortunata, oppure valutare attentamente che quel ragazzo non fosse una mera illusione del druegar per indurla a parlare dato che nessuno sano di mente si sarebbe avvicinato ad un covo di un unseelie.
    «Però questa capanna potrà aver tratto in inganno lui, come ha tratto in inganno me. No, non è possibile, lui è un Letter Storm! Sarà stato pur addestrato a non cascare nei tranelli degli unseelie!» rifletté sospettosa.
    Dopo qualche tempo, le fiamme cominciarono a spegnersi e un gelo intollerabile pervase la stanza; dimostrando una notevole audacia, il Letter Storm si protese in avanti e depose sul fuoco quanto restava dell'esca.
    A quel punto, il druegar si chinò a sua volta e sollevò uno dei due ceppi posati a sinistra del fuoco, un pezzo di legno lungo il doppio di lui e con una circonferenza superiore a quella della sua vita; la creatura lo spezzò su un ginocchio come se fosse stato un ramoscello e lo scagliò sul fuoco.
    Fissando con disprezzo l'umano, il druegar piegò quindi il capo con un sogghigno, quasi a sfidarlo a fare lo stesso con l'altro ceppo e, pur ricambiando con fermezza il suo sguardo, il ragazzo non accennò a muoversi, e la ragazza capì che non era un'illusione dell'unseelie, dato che intuì dai suoi movimenti che egli sospettava di un inganno.
    Per qualche tempo, il fuoco riprese vigore, emanando un calore intenso, poi tornò ad affievolirsi; il druegar fissò l'umano con aria beffarda, invitandolo a prendere l'ultimo tronco, tuttavia il ragazzo non si fece tentare, neppure quando il fuoco perse d'intensità a tal punto che i due mortali si sentirono gelare e avvolgere dall'oscurità.
    In silenzio, i tre rimasero quindi seduti come statue nella penombra.
    Finalmente giunsero le prime luci dell'alba, e in lontananza il canto di una gazza si levò a salutare il sorgere del sole; a quel suono il druegar scomparve e, con esso, svanirono anche la capanna e il fuoco.
    I due viandanti si ritrovarono così seduti sulla pietra, ma il chiarore del giorno mostrò loro che essa si trovava sulla sommità di un lago; alla loro sinistra c'era una profonda polla scura e torbida: se avesse colto la sfida del nano e si fosse proteso a raccogliere il ceppo, il Letter Storm ci sarebbe precipitato dentro, finendo magari tra le grinfie di una asrai, di una merrow o magari di qualche fuath.
    «Sono tre giorni che viaggio senza sosta in queste Terre e vengo calorosamente accolto da un druegar e una fanciulla. La cosa si fa interessante...» borbottò il ragazzo, drizzando la schiena ed osservando le fronde dei salici che si muovevano al vento.
    Voltò lo sguardo verso la ragazza, si tolse il cappello e si piegò in avanti senza toglierle gli occhi di dosso; aveva due splendidi occhi grigi e profondi che sapevano leggerti l'anima, capelli castani leggermente ondulati e lunghi a fino coprirgli le orecchie e il volto di un angelo scolpito su spalle larghe e possenti.
    «Milady, mi chiamo Robert, al vostro servizio.» si presentò con un sussurro.
    «Ash, una semplice viandante che ha perso i suoi compagni di viaggio.» ricambiò lei, in imbarazzo.
    «Non è che per caso li avete visti?» aggiunse poi, tormentandosi le mani.
    Robert si rigirò il capello tra le mani e assunse un'aria pensosa.
    «Ora che ci penso, verso nord-est mi è parso di scorgere due figure che si muovevano nella nebbia. Ma non credo che siano due umani.» disse, sistemandosi il grosso cappello in testa.
    Un velo di gioia dipinse il volto della ragazza mentre un sospiro di sollievo le sgonfiò i polmoni; senza indugiare si alzò dalla pietra, si guardò intorno in cerca del nord-est e una volta individuato s'incamminò in quella direzione.
    «Dove state andando se posso chiedervi?» le domandò Robert, osservandola allontanarsi.
    «A trovare i miei compagni; sono giorni che vago nella speranza di poterli ritrovare.» gli rispose voltandosi con un'agile mezza piroetta.
    «Con il dovuto rispetto signorina, ma non credo che avventurarvi da sola in queste terre sia una saggia idea, soprattutto se indifesa.» si permise di dirle.
    «Non ho scelta messere. Vi ringrazio per il vostro aiuto e vorrei potermi sdebitare il prima possibile, se ciò rientra nelle mie possibilità.» mormorò gentilmente lei.
    «In questo caso permettetemi di scortarvi alla ricerca dei vostri compagni. Conosco il Bronchos a menadito, e ho anche un amico che potrebbe facilitarci il compito.» si offrì galantemente lui, alzandosi e sistemandosi il balteo che reggeva la faretra sulla spalla.
    «Non potrei mai chiedervi di venire a meno ai vostri doveri di Letter Storm!» esclamò lei, vedendolo avvicinarsi.
    «Insisto... Dopotutto non ho compiti da sbrigare che richiedono la mia persona.» s'impuntò.
    Non potendo più ribattere, Ashley accettò l'aiuto del giovane Letter Storm e si lasciò guidare tra le polle che formavano una stradina larga cinque piedi che sbucava su una piazzola di erba secca, dove un'enorme rettile blu era accovacciato con il sinuoso e robusto collo piegato verso il suolo; le possenti ali erano rigorosamente richiuse ai lati, nascondendo le grosse zampe con artigli affilati e uncinati mentre la coda era piegata all'interno delle ali.
    Una lunga fila di creste gli percorreva la grossa testa scagliosa e finiva alla coda.
    «Un Drago...» sussurrò attonita.
    «Si chiama Tempestoso, ed è il mio miglior compagno di viaggio oltre che il migliore Drago di Meris.» lo presentò orgogliosamente Robert.
    «Posso, posso avvicinarmi?» gli domandò timorosa.
    Robert le prese una mano e la condusse vicino al rettile, che aprì gli occhi e mostrò due pupille dorate tagliate in metà dall'iride nera.
    «Ciao amico mio.» lo salutò il ragazzo, aggirando l'ala sinistra e avvicinandosi alla sella contenente due panieri laterali senza mai lasciare la mano della Maga.
    La cavalcatura era alta due uomini e mezzo e lungo una decina, senza contare la coda.
    «Toccatelo pure, vi garantisco che non vi farà nulla.» l'incitò il Letter Storm.
    La ragazza allungò una mano verso il collo scaglioso e ci appoggiò il palmo, facendolo scorrere poi sulle scaglie color cobalto con riflessi azzurri: era una sensazione da brivido e piacevole allo stesso tempo.
    «Allora, poggiate un piede sulla spalla, aggrappatevi alla staffa con le mani e cercate di fare forza, poi cercate di issarvi sulla sella.» le spiegò il ragazzo, dopo che la Maga ebbe preso confidenza con il grosso rettile.
    Intimorita di sbagliare, la Maga eseguì alla lettere le istruzioni del ragazzo e in poco tempo si trovò seduta a cavalcioni sulla sella di cuoio mentre Robert si sistemava dietro di lei e prendeva le redini che aveva legato al pomo della sella.
    «Molto bene, credo che sia ora di solcare i Cieli dell'Infinito amico mio!» esclamò con enfasi il ragazzo dando delle pacche sulla spalla del Drago.
    Il grosso rettile sbuffò dalle narici e spiegò le grandi ali, mostrando la membrana azzurra e quasi invisibile.
    «Tu reggiti alla sella e non fare nessun movimento.» mormorò dopo nell'orecchio della ragazza, che annuì e strinse la sella tra le mani.
    Il Drago si alzò sulle possenti zampe e prese a sbattere le forti ali, staccandosi lentamente da terra e, facendo uno scatto improvviso verso l'alto, prese quota sopra la coltre di nebbia, imbattendosi in una corrente d'aria favorevole che gli fece prendere la rotta su quelle terre.
    Volare in sella ad un eotauro o ad un Drago era sempre stato il suo sogno fin da bambina, e ora che lo stava vivendo sulla pelle aveva paura, non tanto per la velocità dei movimenti, ma quanto per l'altezza che la separava dal suolo; con le unghie attaccate alla sella, e le gambe schiacciate contro i fianchi, teneva gli occhi serrati e pregava di ritrovare il prima possibile Nails e James.
    «Permettete una domanda, signorina Ash?»
    La voce di Robert sfiorò le sue orecchie come una farfalla sfiora la corolla di un fiore delicato, impercettibile ma dolce.
    Lei annuì mentre sentiva il sangue andarle al cervello per l'emozione.
    «Avete mai cavalcato un Destriero del Cielo?»
    Il sangue le si pietrificò nelle vene; era davvero così evidente?
    Mortificata, scosse la testa.
    «Lo sospettavo. Prima di tutto le gambe non bisogna tenerle ancorate alla sella, altrimenti trasferite il nervoso al Drago - che è molto sensibile al riguardo - e potreste irritarlo.» le spiegò, spostando le redini in una mano e accarezzandole una spalla con quella libera per calmarla.
    «Fai un respiro profondo e non pensare a nulla. Concentrati solo sulla mia mano e al soffio del vento. Ascolta i battiti del tuo cuore...» le sussurrò poi in un orecchio.
    La Maga deglutì e provò a fare come il Letter Storm le aveva consigliato e per un breve attimo si sentì staccare dal mondo e diventare parte dell'aria, ma c'era la mano del ragazzo che in qualche modo le metteva agitazione, e il fatto che le avesse dato del tu la lasciò perplessa.
    Improvvisamente la mano di lui cominciò a risalire lungo il braccio, sfiorarle il collo e accarezzarle la mascella fino a fermarsi sotto il mento e con delicatezza le alzò la testa verso l'alto.
    «Ora, apri gli occhi.»
    Un bellissimo panorama le si parò davanti: un disco dorato stava emergendo dalle fredde nebbie del Bronchos, irradiando raggi gialli da ogni parte mentre sopra di esso un limpido cielo rosa-arancione si stava trasformando in azzurro; le parole le morirono in gola.
    «Il lato positivo di essere un Letter Storm è osservare i mutamenti del mondo al di sopra di ogni altro essere vivente. Essere un Letter Storm a volte può rivelarsi appagante come dovere verso i cittadini delle Terre di Meris.» disse Robert con lo sguardo puntato oltre la testa cornuta di Tempestoso.
    «Il vostro è un lavoro che ammiro più di ogni altro; siete le fondamenta sulla quale le Isole di Meris si basano per sopravvivere. E non sono l'unica che lo pensa.» confessò Ashley, osservando un candido cirro giallo-rosato allungarsi a punta verso il sole rosso.
    «Sei molto gentile, ma credo che siano i Maghi, gli Stregoni, le Guaritrici e le Maghe a doversi prendere i tuoi elogi. E' grazie ai loro poteri se le Navi del Cielo solcano le correnti aeree ed esistono tanti rimedi per i malati e gli sfortunati.» ribatté prontamente il ragazzo, virando di venti gradi a nord-ovest.
    Seguì un lungo silenzio, mentre il Destriero del Cielo remigava con le possenti ali, tagliando in due le nuvole e cavalcando le correnti ascensionali che accarezzavano il volto dei due passeggeri - e muoveva i loro capelli - poi un ruggito semi soffocato gli uscì dalla gola, attirando l'attenzione del suo cavaliere.
    «Forse ha trovato i tuoi amici.» l'informò, sporgendosi lievemente per guardare il suolo nebbioso.
    Con un movimento delle redini il Drago compì due ampi giri ascensionali, poi cominciò a planare a velocità sempre più elevata - andando a chiudere le ali lungo i fianchi per evitare che gli si strappassero - finché agli ultimi centoquaranta piedi spalancò le ali di colpo ed atterrò lievemente al suolo, alzando appena uno sbuffo di polvere; per tutto l'atterraggio Ashley si era dimenticata dei consigli di Robert e, affondando le unghie della sella, si era stretta ad essa pregando di non cadere e schiantarsi al suolo.
    Con un balzo da manuale il ragazzo scese dalla sella e diede delle pacche sulle scapole possenti del Drago, congratulandosi per l'ottimo volo.
    «Vi sentite bene?» domandò Robert ad Ashley, tornando ad essere formale e notando il suo pallore in volto.
    La Maga non gli rispose e - muovendosi come se avesse mangiato dei sassi - strisciò lungo il fianco scaglioso del rettile fino a trovarsi in ginocchio sul suolo erboso e secco; un conato di vomito le prese la gola, ma lo cacciò indietro mentre la testa le girava vertiginosamente.
    «Dovrebbero essere qui vicino.» l'avvertì il Letter Storm, guardandosi intorno.
    Tornando faticosamente in sé, la ragazza drizzò la schiena e si alzò da terra, scrutando con occhi chiusi a fessura nello strato di nebbia in cerca di due figure scure; le vide, ma una strana sensazione la mise in guardia.
    Anche il ragazzo diventò improvvisamente rigido e, con movimenti lenti, prese una freccia dalla faretra che aveva dietro la schiena e la incoccò nell'arco.
    «Venite avanti in amicizia.» incitò con voce solerte.
    Nessuno rispose, nessuno si mosse.
    «Ombryon... Creature senza forma che vivano nella nebbia, si divertono ad assumere le forme di persone che incontrano nei loro percorsi e così facendo inducono gli uomini a credere che ci sia qualcuno. Sono innocui...» spiegò la ragazza, capendo il suo stato di allerta.
    «Abbiamo fatto un buco nell'acqua eh.» ipotizzò il Letter Storm, voltandosi verso di lei e rilassandosi.
    Lei annuì mogiamente e si morse il labbro inferiore.
    «A questo punto suggerirei di proseguire.» sospirò Robert, rimettendo a posto la freccia e tornando verso la sella del Drago.
    Ashley esitò per qualche istante; l'idea di tornare sul dorso di Tempestoso la terrorizzava ed affascinava allo stesso tempo, ma anche l'illusione di aver creduto per un istante di aver ritrovato Nails e James le faceva male.
    «Spero solo che siano ancora vivi...» si augurò, fissando un punto imprecisato nella nebbia.
    «Ash.»
    La voce di Robert la distrasse dai suoi pensieri e, come animata da fili invisibili, si avvicinò al Drago e gli montò in sella - seguita a ruota dal ragazzo -, e ripresero il volo fino a sera.
    Accesero un fuocherello usando dell'esca e si cibarono di bacche, pane e di alcune trote pescate da una polla lì vicino - con l'ausilio di una canna di bambù e una corda simile a quella che c'era sull'arco - ricavata dall'interno di un paniere attaccato alla sella del Drago, dal quale Robert aveva prelevato, misurato e tagliato il filo di una matassa grande come un pugno.
    «Posso farvi una domanda?» chiese il ragazzo, osservando l'ultima trota impalata arrostire sul fuoco.
    «Solo se smetti di darmi del voi. E' una cosa che non amo molto sentire da chi mi ha salvato la vita e mi aiuta.» accordò Ashley, seduta di fronte al fuoco.
    «Cos'ha spinto una fanciulla come te ad avventurarsi in questi posto infestati, lontana da una comoda casa dove magari la tua famiglia ti trattava bene? E per di più con dei compagni che non sanno neppure proteggerti.» mormorò curioso e girando il bastoncino sul quale c'era il pesce.
    Quella domanda scatenò in lei un senso di piacere ed irritazione contrastanti.
    «Prima di tutto loro sanno proteggermi, ci siamo solo persi di vista per una stupida discussione!» volle specificare, cercando di controllare il tono della voce.
    «E il motivo di questa mia "avventura" è mio fratello. Quattro anni fa è partito da casa con la promessa che un giorno ci saremmo ritrovati; sono qui per mantenere fede a quella promessa.» aggiunse con un tono di voce più dolce.
    «Scusa, non volevo essere offensivo...» si giustificò Robert, improvvisamente mogio e gettando il pesce a Tempestoso, che lo azzannò al volo e inghiottì senza nemmeno masticare.
    Improvvisamente il ragazzo scattò in piedi e si voltò in un punto buio nella nebbia, verso due cespugli di bacche rosse, imitato a ruota dal Drago e dalla Maga; qualcosa che sembrava un'efflorescenza verde, alta e sottile apparve tra di essi.
    La cosa era vagamente luminosa, come una delle strane piante notturne del Bosco di Grim; Ashley sbarrò gli occhi nel vederla muoversi e trattenne il fiato.
    La figura vestita di verde si fece avanti, i capelli erano biondi come i narcisi, con sfumature d'oro pallido e la veste in cui era drappeggiata sembrava fatta di foglie satinate, stretta in cintura con una fascia di gigli d'acqua; piccoli fiori verdi erano fissati - o piuttosto radicati - nei suoi capelli.
    Benché molto attraente, il viso non era umano: la luce del fuoco le costruiva addosso strani riflessi liquidi che la percorrevano da capo a piedi e non appena fu più vicina, si poté vedere che grondava d'acqua.
    Quando si fermò, intorno ai suoi piedi si allargò subito una piccola pozzanghera.
    A differenza dei fuath e dei capelli delle creature del mare, i gruagach non potevano asciugarsi mai, e conoscendo bene quel tipo di wight, Ashley fece un lieve cenno a Robert di posare l'arco.
    La gruagach aprì i petali della sua bocca di rosa fluviale.
    «Posso asciugarmi al vostro fuoco?»
    La sua voce aveva un tono un po' roco, ricco di sfumature in qualche modo verdeggianti, vegetali.
    «Sei la benvenuta.» rispose amichevolmente Ashley.
    La wight allungò le mani dalle dita lunghe verso il fuoco mentre l'acqua le scivolava lungo le braccia e colava giù dai polsi sottili.
    «Il latte di mucca è dolce.» dichiarò improvvisamente e con gentilezza.
    «Se avessimo del latte saremmo lieti di dividerlo con voi.» si scusò Robert, che nel frattempo era tornato a sedersi sul suo masso.
    «Purtroppo non ne abbiamo.» aggiunse, posando l'arco nella faretra e incrociando le mani.
    Dalla parte del gruagach il terreno era lievemente inclinato; se così non fosse stato i due ragazzi e il Drago si sarebbero trovati a sedere nella pozzanghera sempre più larga sulla quale galleggiavano minuscoli fiorellini banchi e verdi.
    Rinfrancata dal calore, Ashley non poté far altro che restare vigile con Robert, mentre Tempestoso era tornato a dormire con la testa piegata vicino all'ala.
    Quando la Maga tornò a voltarsi verso la femmina di gruagach, vide invece una vecchia rugosa e macilenta che protendeva le dita ossute verso il fuoco; l'acqua scorreva lungo le sue braccia magre e sgocciolava dai polsi ossuti.
    Perplessa e stupita di quella strana metamorfosi la ragazza alla fine si appisolò vicino al fuoco e il suo ultimo pensiero fu rivolto verso i due amici e al fratello.
    «Non importa dove siete. Vi ritroverò.»
    Inizia a scrivere la tua storia...Ogni notte sogno di poter sparire da quest'incubo. Solo quando lo incontro il mio cuore inizia a sciogliersi trasformando la tristezza e la disperazione accumulate nel giorno, in felicità e pace. Lui mi fa star bene, c'è solo un problema: non esiste. Esatto, Ryuuji non esiste. Non si trova in un manga né in un'anime. Non è una persona reale. Sono innamorata di un ragazzo immaginario. Ogni volta che lo sogno spero di rimanere intrappolata nel sogno per l'eternità in modo da poter stare con lui per sempre. Eppure ogni volta che mi sveglio incomincio a piangere sapendo di non poterlo rivedere. 
    Questa volta è diverso. 
    Mi svegliai con le lacrime agli occhi. Mi asciugai con la manica del pigiama e mi guardai intorno: una stanza vuota con al centro un tavolino e davanti alla finestra si scorgeva, sotto una pila di vestiti sparpagliati, il legno della scrivania. 
    In casa nessun rumore. Aprii uno spiraglio della porta per guardare fuori. Non intravidi nessuno. Guardai in basso e vidi un vassoio con il pranzo per terra, lo presi e portandolo in camera richiusi la porta.
    Buttai per terra i vestiti sulla scrivania che si mischiarono agli altri già sul parquet. Finalmente riuscii a far spazio per la colazione quindi come consuetudine accesi il Pc. 
    Era da quasi due anni che non andavo a scuola; per la precisione da quasi due anni che non uscivo dalla mia stanza. Non mi sentivo bene in nessun posto se non qui, ad Eron, un mondo immaginario creato dalla tecnologia. Anche lì non parlavo con nessuno perché temevo di essere giudicata.
    Se avessi avuto degli amici, loro avrebbero di sicuro notato che giocavo anche dodici ore consecutive, e si sarebbero posti delle domande finendo con l'insultarmi: online le persone possono essere veramente crudeli. 
    La sera stessa mi addormentai sulla scrivania, dimenticandomi di cenare. 
    Una casetta in mezzo al bosco fu la prima immagine che vidi. Il mio cuore si riempì di felicità. Mi inoltrai nella foresta per cercarlo al solito posto finché non vidi un'enorme quercia che rendeva insignificanti gli alberi attorno. 
    Notai una gamba penzolare dal ramo più alto <<Ryuuji!>>. Sentii un fruscio e poi un ragazzo precipitare. Si sedette massaggiandosi la testa dolorante, poi aprì un'occhio è appena mi vide mostrò un'ampio sorriso <<Ai! Da quanto tempo>>. Gli porsi una mano e lui afferrandola mi fece cadere << Ora siamo pari>>. I suoi capelli ramati si confondevano fra le foglie rosse. << come mai non sei venuta a trovarmi?>> Il mio viso si fece scuro <<non decido io quando venire, lo sai>>. Il sorriso gli scomparve dal volto <<Scusa a volte mi dimentico che non esisto>>. Non riuscii neanche a guardarlo negli occhi, solo a mormorare un "mi dispiace". << non ti preoccupare. Non è colpa tua. Ora tirati su. Abbiamo poco tempo e se lo passiamo così mi rovinerai la giornata.>> I suoi occhi verdi erano dolci. Si alzò e mi porse una mano, aiutandomi ad alzare. Camminammo mano nella mano fra gli aceri rossi dimenticandoci del tempo e dello spazio. Per noi c'eravamo solo noi e nessun altro. 
    Vidi in lontananza una luce. <<è quasi ora>> gli dissi. Lui mi lasciò la mano e corse via. Tornò quasi subito con due coccinelle in mano. <<le avevo viste prima. Dicono che se voleranno via , faranno avverare un sogno>>. Me ne fece salire una sul palmo. Entrambi gli insetti camminarono fino alla punta dell'indice, chiusi gli occhi per esprimere il mio desiderio. Aprii gli occhi e soffiando leggermente feci volare via la coccinella. <<cosa hai chiesto?>> mi chiese <<non te lo dirò mai altrimenti non si avvererà>>. Mi guardò offeso <<allora per punizione…>> ci pensò un attimo poi felice del suo lampo di genio si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia. Si allontanò lasciandomi rossa come un pomodoro. <<…ti ho rubato il primo bacio sulla guancia>>.  Non ebbi tempo di ribattere. La luce divenne accecante. Aprii gli occhi e mi ritrovai seduta con la testa sulla scrivania. 
     
    “…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo
    Un sogno in un sogno soltanto?”
    (E.A.Poe)
     
     
     
     
    “Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.
    Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”
     
     
    Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.
    Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato.
    Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.
    Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere.
    Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.
    All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti: faceva parte del servizio.
    In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.
    Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. Lo strumento che usavo erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.
    Fino a che, giorno dopo giorno, il mio nome è diventato una garanzia.
     
    Bussano alla porta.

    Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte.
    Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.
     
    - Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… - senza neanche guardarmi.
    - Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.
    - La renda viva. Un’ultima volta.- non sono quì per questo?
    - Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego.-. Il silenzio ci è complice.
     
    Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra: sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito.
    Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.
    Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.
    Ora sono solo. Io e la ragazza.
    Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.
    Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.
    Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre.
    Cosparse le mani di olio, percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.
    Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. - Devi fare quel che è ti è più congeniale – mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! –. Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta -. Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.
    Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.
    Non so se gradì il regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore.
    Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.
    Questo fino ad oggi.
    Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa. Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore.
    Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo.
    Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.
    Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.
    Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino.
    D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno. Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le  mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti.
    Mi lascio fumare da una sigaretta e cerco di osservare meglio, ma è un rumore di passi in salotto a risvegliarmi  dal torpore dei pensieri: non sono solo. Neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. Ed é lo specchio ad indicarmi la via da seguire.
    Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto: é la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:
     
    - Mi manca il peso degli anni; ne conosco solo il riflesso.
    - Signora Elpis? - nascondo le mani incredulo.
    - Si, mi scusi: pensavo a voce alta. - girandosi verso di me.
    - Come ha fatto ad entrare?
    - La porta era aperta.-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.
    - E’ ancora presto Signora.
    - …dipende dai punti di vista.
    - Prego.?
    - Posso vederla? - mi attraversa con lo sguardo.
     
    Senza neanche aspettare una risposta o un gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione la casa.  Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.
     
    - E’ bellissima,non trova?- di fronte al corpo della ragazza.
     
    Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.
     
    - Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.
    - Molti, ho perso il conto…
    - Non le sembrano ormai tutti uguali?
    - Ricordo il viso di ognuno di loro.
    - Proprio di tutti?
    - Si: per ogni volto, un’anima.
    - Lei è fortunato.
     
    Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.
     
    - Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…
    - Non crede in Dio signora?
    - Credo in ciò che vedo.
    - E pensa tutto finisca con la morte?
    - Si.
    - In un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio?
    - Polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta? Non è eterno il suo Dio? 
    - Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo, uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio.
    - e aspetta il tuono?
    - Il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.
    - …e se non dovesse arrivare? - d’un tratto - Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?
     
    Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza.
    Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.
     
    - E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere.
    - Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina. Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia,anche solo per un momento. Poi magari tornerò della mia idea. ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta ancora.
     
    Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via.
    La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa.
    Devo finire il lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.
    Così massaggio, massaggio, Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.
     
    Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.
    Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.
    Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.
    Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi. 
    Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.
    Per quel che serviva…
    E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.
    Per sempre.
    E loro con lei.
     
    [...] I quattro uomini si divisero. Tutto fu rapido, silenzioso e letale. Due torrette furono neutralizzate, le guardie uccise sul colpo prima che potessero emettere un solo grido. Il più anziano dei quattro fu il primo a entrare, seguito dal suo secondo, il più giovane del gruppo. Percorsero cinquanta metri e si addossarono alla parete di un vecchio hangar, al riparo di alcuni fusti di carburante. Trentacinque secondi dopo furono raggiunti dagli altri due membri del commando. Erano passate esattamente 3 ore e 22 minuti da quando l’elicottero li aveva lasciati. Tutto secondo i piani.
    Ad un cenno del più anziano, due di loro si mossero in direzione della costruzione vicina, adibita a dormitorio. All’interno cinque agenti dei servizi di sicurezza libici smisero di vivere esattamente quaranta secondi dopo. Nell’hangar erano parcheggiati tre camion di fabbricazione russa che saltarono in aria quattro minuti più tardi. Dalla piccola caserma del campo uscirono un gruppo di soldati ancora intontiti dal sonno ma, prima che potessero capire cosa stesse accadendo, una violenta esplosione polverizzò il piccolo deposito di carburanti e munizioni. Il comandante della base non poteva coordinare la reazione dei suoi uomini, non con una pallottola conficcata nel cervello. Anche la guardia della piccola prigione giaceva a terra, la gola recisa.
    Erano passati otto minuti da quando il gruppo aveva varcato la prima recinzione. Ora cinque uomini si stavano allontanando nella notte del deserto. Uno di essi zoppicava vistosamente, ma era di nuovo libero.
    [...]
    Tratto da SENZA NOME E SENZA GLORIA
    Il sole stava sorgendo ad occidente, infiammando il cielo, percorso da candidi cirri che sembravano voler fermare l'avanzata focosa mentre a oriente la luna sembrava non voler cedere tanto facilmente il suo posto nell'astro, e risplendeva avvolta da un alone giallino con ancora qualche stella a farle compagnia; in mezzo a quei due contrasti il cielo era neutrale, un misto tra l'arancione, il blu e l'azzurro.
    In una macchia di larici una volpe passò furtivamente vicino a un cespuglio di more selvatiche per poi sparire in un buco scavato nel terreno dal quale si sentivano dei deboli latrati mentre una civetta sorvolava un'ultima volta la sua zona di caccia alla ricerca di un topolino di campagna che era riuscito a sfuggire ai suoi artigli.
    Un Cavallo delle Nuvole sorvolò quella zona silenzioso, con in groppa il suo cavaliere, dirigendosi a est sfruttando una corrente d'aria favorevole.
     
     
     
    Dopo aver lasciato due monete d'argento nella scodella pulita, i tre viandanti si rimisero in marcia per le Terre del Bronchos contando di raggiungerle in dieci giorni circa; il sole quel giorno era coperto di nuvole e tirava un forte vento da nord.
    I tre stavano camminando tra verdeggianti colline e praterie senza che nessuno li disturbasse e di buon passo quando Nails si separò dalla Maga e dall'Hotis, lasciandolo a proteggerla.
    «Chissà cosa gli sarà preso tutto d'un tratto.» si chiese James, osservando accucciato una coccinella prendere il volo da uno stelo d'erba.
    «Pensavo lo sapessi, dopotutto siete amici da più tempo di me.» ribatté la ragazza, osservando il punto in cui il pirata era scomparso.
    «A volte sa dimostrarsi imprevedibile.» si giustificò James, alzandosi e mettendosi le mani in tasca.
    «L'ho notato...» espirò la Maga, pensando ai suoi modi di fare.
    In quel momento lo vide in lontananza agitare una mano per incitarli ad avvicinarsi e i due si misero a correre giù per il pendio senza però riuscire a raggiungerlo; intanto Nails si era voltato e aveva cominciato a camminare senza aspettarli.
    Uno strano dubbio avvolse la ragazza.
    «Fermi! E' una trappola!» gridò una voce alle loro spalle.
    Ashley inchiodò di colpo, imitata dall'Hotis che l'aveva preceduta di poche falcate, e si voltarono ad osservare chi li aveva bloccati: dritto sulla collina Nails li stava scrutando con aria rimproverante e contrariata mentre l'altro Nails si dissolse nel nulla seguito da una risata simile al nitrito di un cavallo.
    «Trathley Kow... Sapevo che c'era il suo zampino!» invenì Ashley a denti stretti.
    «Se lo sapevi perché non ti sei fermata?» l'interrogò acidamente Nails, che si era avvicinato.
    «Non usare quel tono arrogante! Non è facile intuire le illusioni del Kow, e dovresti saperlo!» scattò Ashley infuriata.
    «Tu non hai nulla da dire, James?» grugnì il ragazzo all'Hotis.
    Lui abbassò la testa e le orecchie, e la scosse mogiamente.
    «Non rimproverarlo. Anche lui non lo sapeva!» lo difese Ashley.
    «Il suo compito era proteggerti, non lasciarsi abbindolare da una stupida illusione e seguirti a ruota!» abbaiò il ragazzo, indicandolo.
    Ashely sentì la rabbia montarle dentro ma ciò nonostante decise di ragionare lucidamente anche se non poté fare a meno di scambiare degli sguardi minacciosi con il pirata, poi il ragazzo le diede le spalle e s'incamminò su per il pendio, seguito a ruota da James che aveva le orecchie basse per la vergogna.
    La Maga rimase ferma ad osservarli allontanarsi, infine decise di seguirli a debita distanza; non capiva perché Nails se la fosse presa così tanto, dopotutto era risaputo che le illusioni e gli scherzi del Trathley Kow erano innocui, e quindi non le sarebbe accaduto nulla di male, al massimo sarebbe finita dentro una pozza di fango, un fiume o magari dentro qualche buca; presa com'era da quei pensieri non si era accorta di averli persi di vista e ora si ritrovò a vagare da sola in quella landa verdeggiante coperta da nuvoloni grigi.
    Si maledisse e cominciò a guardarsi intorno alla loro ricerca, senza trovarli; erano letteralmente scomparsi nel nulla e il panico cominciò ad impossessarsi di lei: voleva chiamarli ma un nodo alla gola impediva alle parole di uscire, senza contare che se nei dintorni ci fosse stato un wight sarebbe stata la fine per i due ragazzi; avrebbe potuto segnalare la posizione di dove si trovava, ma la cosa le si sarebbe potuta ritorcere contro.
    Senza più alcuna idea di come intercettare i due amici decise di proseguire da sola, sperando solamente di poterli trovare durante il percorso.
    Proseguì dritto fino a trovarsi accanto a un faggio dove si sedette a riposare, poi lo scalò e una volta in cima scrutò il paesaggio intorno a sè per vedere se trovava i due ragazzi, senza successo.
    Intorno a lei c'era solo il verde dei prati, il fruscio delle foglie degli alberi che spuntavano come fiori rari, e il grigio del cielo che diventata via via più minaccioso mentre in lontananza si vedevano dei fili elettrici che sparivano in un battito di ciglia seguiti da fragorosi clangori; era in arrivo una tempesta.
    Con rapidità scese dall'albero e cominciò a cercare un rifugio senza avere idea di dove fosse e dove stesse andando - sembrava una pecorella smarrita che bramava un riparo prima che il lupo potesse intercettarla e divorarla-; sentì un picchiettio sulla testa, poi due sulla spalla e un paio che correvano lungo la schiena e in fine uno scroscio d'acqua si riversò su di lei come un secchiello svuotato da una terrazza.
    Ferma sotto quel grigiore e quell'acqua, la ragazza si chinò per terra, posò le mani tra i fili d'erba umidi e creò intorno a sè una cupola di terra, radici e fango che le offrirono riparo, costandole un equo dispendio di energie.
    «Non ci voleva. Se continuerà a piovere non riuscirò mai a trovarli.» pensò, stringendosi nelle spalle sotto la mantella.
    Stanca per via della cupola eretta come riparo, e un po' affamata, decise di approfittare del temporale per riposare e studiare un modo per trovare Nails, James e anche suo fratello.
     
     
     
    Tre giorni fa si era lasciata alle spalle l'immensa prateria verdeggiante per inoltrarsi in una gola larga una trentina di gambe, piena i cespugli di ogni tipo che creavano sentieri naturali e si contendevano il terreno erboso coperto da una sottile nebbiolina che si diramava come serpentelli tra le radici e i fili d'erba; il tutto era chiuso da due imponenti pareti di roccia sulla quale timidi licheni, erbacce spinose e piantine di acero osavano crescere tra le crepe che si formavano dall'erosione dovuta alla pioggia o a strani fenomeni naturali.
    More, lamponi, mirtilli, fichi selvatici, panico - cespugli erbosi dai quali crescono semi che, se fregati tra le mani per eliminare la gluma esterna, tritati e cotti su pietra con l'aggiunta di un po' d'acqua creavano una pasta densa simile al pane - si estendevano a perdita d'occhio, tra rari meli, peri, ciliegi e quandion - un albero dal quale si ricavano frutti e buccia rossi commestibili; l'infuso di radici invece serviva a contrarre la stanchezza da viaggio; il decotto del legno esterno per combattere le malattie del petto mentre l'infusione di strisce di corteccia forniva un liquido che leniva il prurito e l'impasto dei semi era spalmabile sulle ferite -.
    Circondata da quella varietà di cespugli e piante mediche Ashley si stava divertendo a catalogare ogni singolo arbusto che vedeva, imitando scherzosamente i suoi insegnati di Palazzo di Magia e nutrendosi di ciò che le capitava a tiro, senza mai fermarsi più del dovuto per riposarsi e riacquistare le forze.
    Vagò in quella gola - che lei ribattezzò Gola dei Cespugli - per due giorni, accompagnata soltanto dall'incessante nebbia che fluiva dalla parte opposta, e dal cinguettio dei fringuelli che solcavano quel cielo finché la terza notte ebbe un'inaspettata sorpresa.
    Appollaiata su un robusto ramo di melo, intenta ad osservare pezzi di cielo stellato intrappolati tra le foglie e le radici dell'albero, un istinto indefinibile l'indusse a rimanere immobile, facendole spostare solo di lato lo sguardo, rendendosi conto che ad attirare la sua attenzione era stato un acuto lamento, fievole e ininterrotto.
    Quel suono, simile a un cavo sottile teso nell'oscurità, non lasciava presagire nulla di buono; era un gemito cupo e spietato che faceva stridere i denti.
    La fonte di quel suono, che all'inizio lei non era in grado di determinare, era una snella forma alata, che stava avanzando con estrema lentezza tra il fogliame, quasi alla ricerca di qualcosa.
    La luce delle stelle illuminava le membrane diafane, prive di colore, evidenziava le delicate antenne, la vita quasi femminea, il volto caratterizzato da sporgenti occhi sfaccettati e da una corta lingua, e gli arti, lunghi e sottili in modo incredibile, che splendevano come se fossero rivestiti di minuscole scaglie.
    Il gemito crebbe di volume.
    Sebbene la creatura non potesse girare molto la testa, sembrava non aver bisogno degli occhi per cacciare, almeno a giudicare dal tremolio delle antenne.
    Elegante, fragile, essa si fece sempre più vicina.
    «Ma certo! Come ho fatto a non riconoscerla prima! E' una Vettore!» la riconobbe.
    Quelle creature seguivano la traccia del respiro degli esseri viventi e puntavano verso il calore della loro carne come zanzare.
    L'unico modo per salvarsi era nascondersi sotto il fogliame oppure coprirsi con del terreno per nascondere l'odore, ma Ashley rimase immobile dov'era e chiamò a sè una lieve bufera che allontanò di qualche chilometro e forse più la cucilide.
    «Se qui c'è una cucilide, ciò significa che sono vicina alle Terre de Bronchos!» esultò la Maga, prima che un velo di tristezza le spegnesse la gioia.
    «Chissà se James e Nails sono già laggiù, o se sono riusciti a trovare una traccia su mio fratello.» pensò dopo, avvolgendosi nella mantella color felce che le aveva comprato il ragazzo.
    Sfiorando il tithal con le dita, assicurandosi che fosse ancora allacciato al suo collo, e protetta dalla barriera che aveva innalzato intorno a sé, la ragazza si addormentò al chiaro delle stelle.
    Si svegliò il mattino seguente, accarezzata dai raggi del sole che penetravano tra le foglie verdi del melo, e dal fastidioso ciangottio di alcuni fringuelli che si erano momentaneamente appollaiati su alcuni rami lì vicino e, dopo aver mangiato alcune grosse mele rosse, un pugno di more e aver bevuto la poca acqua che le rimaneva nella borraccia si mise in cammino di buona lena, canticchiando a bocca chiusa una melodia improvvisata, finché non vide davanti a sè l'uscita di quel posto.
    Se prima una nota di felicità l'aveva avvolta, ora sentì una strana sensazione di disagio prendere forma nel suo animo fino a diventare preoccupazione; la zona che portava fuori da quella gola brulicava di cose insalubri e maleodoranti.
    I cespugli intorno a lei presero ad animarsi di un'attività sempre maggiore.
    Come vespe rabbiose, strali invisibili sibilarono nell'aria, toccando il suolo con sbuffi di polvere e nebbia che si divideva, per poi appaiarsi in un soffio; tra le piante fecero capolino le facce astute e feroci di quei piccoli arcieri, sormontate da berretti rossi a forma di fungo.
    Sgomenta Ashley cominciò a correre, bersagliata da una pioggia di proiettili appuntiti che colpivano lo spesso mantello e le sfioravano gli arti esposti.
    Il terreno cominciava a farsi irregolare, disconnesso e fangoso, rendendole difficile l'uscita da quella strada e cominciò a temere di non riuscire ad uscire.
    Poco più avanti, però, i cespugli si diradarono, lasciando spazio ad un cumulo di nebbia più denso di quello che l'aveva accompagnata per tutto il tragitto e accolse la Maga in un freddo abbraccio, proteggendola dai proiettili dei berretti rossi che, non avendo più visuale cominciarono a tirare a caso fino a cessare l'attacco.
    Assicuratasi che gli eldritch non la potessero più infastidire si voltò, e scoprì di essere finita in un'insolita palude dove i prati erano grandi polle, fiumi o laghi d'acqua e i fiumi invece erano strisce di terra che reggevano a malapena mangrovie, salici piangenti e giunchi che affiancavano canneti di bambù d'acqua e ninfee, il tutto coperto da quella strana nebbia che sembrava non dovesse andarsene mai.
    «Le Terre del Bronchos.»
    Un brivido le accapponò la pelle e si strinse sotto la mantella.
    «Cos'era venuto a fare qui mio fratello?» si chiese vedendo l'ombra di alcuni salici sfilarsi nella nebbia sul lato sinistro.
    Schioccò le dita e creò sul palmo della mano una fiammella che si rifletté su quello strato di foschia, per poi rispecchiarsi in un fiumiciattolo lì vicino che si andava a nascondere sotto terra; facendo un respiro profondo col naso s'incamminò, tastando bene con il piede il terreno scivoloso e umido, avventurandosi in quelle terre selvagge e popolate da wight acquatici, sia seelie che unseelie.
    La nebbia si chiudeva dietro di lei, fruscii silenziosi si celavano tra i cespugli di erbacce e occhi la scrutavano in continuazione, maligni e curiosi.
    All'entrata erano stati fermati da due sentinelle che stazionavano sopra le torri in legno dell'ingresso, ponendoli ad un breve e assillante interrogatorio per verificare che non fossero eldritch e non avessero losche intenzioni.
    Nails rispose a tutte le domande senza smuovere un ciglio; erano una coppia di viaggiatori scampati per miracolo ad un assalto di pirati che avevano saccheggiato, depredato e ucciso l'equipaggio della loro imbarcazione per poi lasciarla al suo destino tra le montagne.
    «E quella pantera?» aveva domandato una delle sentinelle, indicando James.
    «James? E' addomesticato, non farà del male a nessuno.» aveva assicurato Nails, dando delle amichevoli pacche sulla schiena lucida dell'Hotis.
    Con scetticismo riguardo la docilità dell'animale i due decisero di farli passare, ma non prima di aver pagato il pedaggio per avere accesso a quel piccolo villaggio di pescatori.
    Con assoluta calma Nails si sfilò un borsellino da sotto il giustacuore color crema e aveva pagato sotto lo sguardo sgranato di Ashley - che cominciava ad avere alcuni sospetti riguardo le risorse di cui il ragazzo disponeva - e quelli stupiti delle due guardie che, dopo aver controllato l'autenticità delle monete, li lasciarono passare.
    «Dovremmo cercare una locanda dove passare la notte.» disse il ragazzo alla Maga, che annuì con aria distratta.
    «Hai notato che le porte sono in legno di sorbo e su alcune di esse sono inchiodati tithal di ogni sorta.»
    «Non mi sorprende; dopotutto sono stanziati su un lago, dove di wight d'acqua ce ne saranno a flotte.» le rispose, osservandosi intorno.
    Le palafitte si andavano ad incavallare le une sulle altre creando così grossi centri abitativi ed erano collegate tramite ponti, passerelle e piccoli moli, e su ogni banchina era attraccata una scialuppa o piccola imbarcazione; le reti da pesca erano stese lungo i moli, oppure ammassate per terra mentre ovunque si sentiva il puzzo di pesce - messo ad essiccare al sole, in salamoia oppure esposto su traballanti tavoli di legno - e il salmastro che saliva dalle profondità del lago.
    Nails, Ashley e James vagarono in quell'intrico di legno marcio e in stato di abbandono finché non videro un'insegna cigolante con intagliata una carpa che dondolava impercettibilmente davanti ai loro occhi.
    «"La Carpa che Piange". Un nome molto allegro per un posto molto allegro.» enfatizzò Ashley a bassa voce.
    «Sembra che sia l'unica locanda del villaggio. Entriamo.» decise Nails, spingendo la porta di frassino con una finestrella al centro.
    Il salone era enorme, vuoto e sporco, con sedie rotte a terra tra i resti di bottiglie e lische di pesce mentre al bancone un uomo russava beatamente con gli scarponi all'aria, le mani sulla pancia e la testa all'indietro.
    «Vogliamo prenotare due camere con cena e pranzo inclusi!» esclamò il ragazzo, sbattendo pesantemente una mano sul tavolo.
    A quel colpo l'uomo balzò giù dalla sedia come un sacco di patate e lanciò una serie di imprecazioni mentre si rialzava appoggiandosi al bancone e massaggiandosi il didietro; era alto il doppio di Nails, con un grembiule lurido che gli stringeva l'enorme pancia e aveva le mani di un vecchio falegname.
    Due baffi enormi ed arricciati gli coprivano la bocca e sulla testa pelata esibita un tatuaggio di uccelli-rettile.
    «Avete denaro?» ringhiò.
    Nails tolse la mano dal bancone e mostrò tre monete d'argento che il locandiere si affrettò a nascondere con fare furtivo, controllò l'autenticità con sguardo compiaciuto e poi se le lasciò scivolare nella tasca dei pantaloni.
    «Ovviamente desidererete che accolga anche questo sacco di pulci eh.» osservò con malignità.
    «Proprio così.» annuì Nails, allungandogli un'altra moneta.
    «Salite le scale, primo corridoio a destra, terza e quarta porta.» li istruì, indicando il lato sinistro del bancone.
    Il ragazzo fece un cenno di ringraziamento col capo poi seguì le indicazioni dell'uomo, portandosi dietro la ragazza, e si ritrovarono in uno stretto corridoio illuminato da fiaccole appese al muro intervallate da porte ammuffite, scardinate oppure completamente distrutte, assi cigolanti del pavimento e la tappezzeria che si scollava lasciando vedere la calce.
    «Che luogo orribile. Avrei preferito dormire in quel fienile pieno di insetti piuttosto che qui. Non mi stupisco che non ci sia anima viva.» mormorò Ashley con la pelle d'oca.
    «Non è il massimo, ma almeno dormiremo su dei materassi.» concesse Nails, guidandoli nel corridoio e passando vicino ad una ragnatela dove un ragno era intento ad avvolgere un moscerino nella sua bava.
    «Terza e quarta porta, siamo arrivati.» annunciò d'un tratto il pirata, fermandosi.
    Aprirono contemporaneamente le due porte e si trovarono davanti a due piccoli stanzini, con materassi mangiati dai tarmi, vasi da notte rotti infondo alla pedana e tavolini di legno gamulati.
    «Stavi dicendo?» ironizzò Ashley, voltando la testa verso di lui con fare disgustato.
    «Tra dieci minuti ci vediamo nel salone.» l'informò, chiudendo la porta alle spalle.
    Lasciata da sola nel corridoio, la Maga si fece coraggio ed entrò in quello stanzino.
    Si avvicinò all'unica finestra esistente e l'aprì con qualche difficoltà, poi si avvicinò al letto e tastò la resistenza della rete, ritrovandosi dopo pochi secondi col sedere per terra tra una nuvola di polvere.
    «Che postaccio maledetto! Spero solo che Nails non voglia fermarsi qui anche la prossima notte se no lo trasformo in un girino!» si augurò la Maga, alzandosi con uno scatto e ripulendosi gli abiti.
    «Guarda tu se doveva capitarmi proprio questo letamaio! Scommetto che in giro ce ne saranno di migliori!» aggiunse dopo, tossendo per via degli acari respirati involontariamente.
    Fortunatamente i dieci minuti erano passati abbastanza in fretta e quando s'incontrò col pirata - notando che anche lui aveva avuto qualche problema con la sua camera -, si accorse dell'assenza di James.
    «Dov'è?» gli chiese curiosa.
    «E' andato a fare una commissione per me, ci troverà in paese.» le rispose asciutto.
    «Perché volevi vedermi? Mi stavo divertendo tanto a scoprire cos'altro c'era di rotto nella mia cameretta.» si incuriosì con sarcasmo, dopo un attimo di silenzio.
    «Dobbiamo fare un po' di spese, e poi volevo parlarti...» disse, lasciando volontariamente la frase in sospeso.
    Ad Ashley non restò che seguirlo lungo le puzzolenti vie legnose di quel posto, restando in silenzio finché non si fermarono davanti a una bottega di vestiti.
    «Sarebbe meglio che ti cambiassi d'abito prima di incontrare tuo fratello. Non sai quante minacce dovrai superare per trovarlo, inoltre sarebbe meglio se prendessi qualcosa di comodo.» le disse, leggendo il suo sguardo perplesso.
    «Ma non ce n'è bisogno, davvero.» si apprestò a ribattere con imbarazzo.
    «Ma davvero? Così conciata ti ritroverai nuda prima di quanto pensi. Hai il giubbotto che sta perdendo pezzi, la gonna è stracciata ai lembi e i guanti si stanno sfaldando, anche se devo ammettere che la seta di ragno è dura da strappare.» le fece notare alzando un sopracciglio.
    Con una rapida occhiata Ashley si guardò e dovette ammettere che Nails aveva ragione.
    Il ragazzo le aprì la porta invitandola ad entrare con un trillo di un campanello attaccato all'angolo sopra di essa; lei, sospirando, si accomodò.
    «Benvenuti giovani signori, come posso esservi utile?» li accolse la voce untuosa di una donna sulla sessantina d'anni che apparì da dietro una tenda infondo al negozio.
    «Vorremmo acquistare dei capi d'abito per favore.» le rispose Ashley d'impulso, dopo aver dato un'occhiata in giro.
    «Certo certo signorina, date pure uno sguardo intorno e prendete e provate quello che più vi aggrada mentre io vedo di trovare qualcosa per il vostro fidanzato.» disse puntando gli occhi su Nails, che nel frattempo si era appoggiato al bancone degli incassi.
    La presa mancò per qualche istante sotto il gomito del ragazzo, che sbatté il mento sul tavolo, mentre la ragazza si mise a frugare tra gli abiti avvampando per l'imbarazzante malinteso.
    «Vi sbagliate signora, noi non siamo fidanzati. Siamo solo compagni di viaggio.» la corresse il ragazzo, calandosi il cappello sugli occhi.
    Anche se Ashley non lo vide, lo sentì che stava sorridendo sotto il cappello e non poté fare a meno di sorridere anche lei, mentre i suoi occhi scorrevano tra i tessuti colorati finché non si fermarono su una mantella color felce scura con tanto di cappuccio e una gonna turchese che le arrivava al ginocchio, che andò a provare dietro una tendina indicatale dalla negoziante.
    La gonna era di una manifattura leggera e teneva caldo - e descrisse un ampio cerchio quando lei girò su se stessa - e s'intonava con il corpetto blu; la mantella le arrivava ai gomiti senza intralciarle i movimenti e il cappuccio era largo e comodo; si guardò allo specchio e notò che la treccia che le aveva tenuto fermi i capelli si era ormai disfatta e decise così di scioglierseli, raccogliendoli in due codini alti che legò con i resti dei guanti - che aveva tagliato in striscioline - che sua nonna le aveva regalato alla sua partenza.
    Una volta assicuratasi di essersi sistemata, di aver controllato che la cintura con tutte le sue pozioni in miniatura chiuse dentro le cellette fossero a posto, uscì da dietro la tenda e vide Nails farle un cenno d'assenso, dopo di che pagò il conto mentre lei non smetteva di osservarsi soddisfatta; uscirono dal negozio e si diressero in un'altra bottega.
    «Tu non hai comprato nulla però.» osservò lei.
    «Non c'era nulla là dentro che m'interessasse.» ribadì Nails, camminandole accanto.
    «Non è che hai speso tutto per me, vero?» s'incuriosì Ashley con quel presentimento che le legava la gola.
    Il ragazzo non rispose.
    «Ti rimborserò prima o poi, è una promessa.» decise lei in colpa.
    «Non è necessario Ash, ho ancora qualcosa che mi servirà per il prossimo acquisto e poi non sono così mal ridotto come pensi.» le confidò un po' infastidito.
    L'aveva chiamata per nome; era la prima volta che succedeva da quando erano scesi dalla Lofty Mountains e uno nodo di felicità le strinse lo stomaco.
    «Quindi dove stiamo andando?» tornò alla domanda che l'assillava, scacciando ogni pensiero scrollando la testa.
    «A prendere qualche provvista per il viaggio, che domande! Come credi che sopravvivremmo se no?» le rispose indispettito.
    «Tu verrai con me?» si sorprese.
    «Dopo il pasticcio che hai combinato mi sembra il minimo!» esclamò spazientito.
    «Grazie.» farfugliò dopo un breve silenzio.
    Nails abbozzò un sorriso e annuì.
    Si fermarono prima in una bottega di un fabbro ad acquistare delle daghe, dei coltelli da lancio, delle frecce e un arco che il ragazzo si allacciò alla cintura e fissò dietro la schiena, poi andarono ad acquistare una bisaccia per contenere la frutta e delle provviste facilmente trasportabili che acquistarono in seguito.
    «Direi che non manca più nulla. Partiremo domani mattina al levar del sole.» decise Nails, mentre facevano ritorno alla locanda mentre il sole scendeva dietro le montagne.
    «Davvero? Non potevi darmi notizia migliore!» esclamò entusiasta lei, tenendo la bisaccia a tracolla ed osservando la sua ombra allungarsi sulla strada di legno e arrampicarsi sulla porta della locanda.
    Quando l'aprirono trovarono il salone ghermito di gente che proveniva da ogni parte del villaggio accalcarsi al bancone, circondare i tavoli e alzare i calici per urlare altro sidro, birra, vino o liquori forti da sgolare per dimenticare le preoccupazioni, per festeggiare il pescato o semplicemente per bere mentre una strana nebbiolina alleggiava sopra le teste dei presenti; in un angolo del salone due marinai stavano disputando una cospicua somma a braccio di ferro incitati dai loro compagni.
    «Penso che se vuoi trovare tuo fratello ti conviene chiedere a qualcuno di queste brave persone. Sembra che alcuni di essi provengano fuori da questo villaggio e forse hanno qualche notizia che ti può interessare.» le suggerì Nails, dando una rapida occhiata alla gente.
    «Cosa? No no. C'è troppa gente e non mi fido di nessuno di loro; farebbero di tutto pur di avere due soldi nelle loro marce tasche!» scattò lei irrigidendosi.
    Nails la guardò stupito.
    «Non avrai paura spero...»
    Lei non rispose e abbassò la testa.
    «Fammi capire, non hai esitato a chiedere a me, un pirata della peggior specie, e hai paura a fare una domanda a tutte queste persone?»
    «Non sfottere Nails. Queste persone che tu hai definito "normali" non mi piacciono e non mi avvicinerei a loro per tutto l'oro del mondo!» sibilò lei stringendo i pugni.
    Il ragazzo scoppiò a ridere e lei gli assestò un pugno sul braccio, poi si andò a sedere al tavolo che stava all'angolo opposto del salone mentre il pirata si accomodò di fronte a lei, girandosi verso la sala per godersi lo spettacolo inscenato da due barcaioli ubriachi; il motivo della discussione riguardava le reti da usare nel centro del lago per prendere il pesce migliore e i due avevano cominciato prima a urlare, poi ad insultarsi e per finire cominciarono a darsele di santa ragione - incitati dalle urla dei loro compagni - finché non intervenne il locandiere che li buttò nelle acque stagnati che passavano sotto la finestra del lato destro del salone per farli smettere.
    «Che fine ha fatto James? E' tutto il giorno che non l'abbiamo visto, eppure avevi detto che ci avrebbe raggiunto in paese...» rifletté dopo un lungo silenzio la Maga, giocherellando con una ciocca di capelli.
    Il pirata non le rispose, ma lei capì che anche lui cominciava a preoccuparsi del ritardo dell'Hotis, visto che aveva cominciato a tamburellare impazientemente le dita sul tavolo scheggiato mentre il locandiere gli serviva la cena.
    «Beh, almeno il cibo sembra buono. Pensavo di vedere galleggiare un occhio di qualche animale.» scherzò lei, tentando di distrarre il ragazzo senza molto successo.
    Non smetteva di osservare la porta e questo fatto cominciò a rendere nervosa la ragazza, che non sapeva cosa fare per attirare la sua attenzione.
    D'un tratto il pianto disperato di una donna s'insinuò nella locanda, facendo calare il silenzio tra i marinai; l'urlo angosciato si trasformava in un lungo lamento, sempre più acuto, per poi cedere il posto a disperati singhiozzi, suoni inarticolati che esprimevano un dolore indescrivibile.
    Quel grido annunciava sventura ai mortali.
    Nella locanda nessuno osava fiatare o muoversi mentre gli uomini si sentivano opprimere da uno strano, gelido senso di pesantezza che rallentava ogni movimento, persino respirare.
    «Una Piangente.» pensò Ashley, intercettando lo sguardo allibito di Nails.
    Il lamento riecheggiò tre volte, poi scese un silenzio quasi innaturale.
    Ben presto qualcuno sarebbe morto.
     
     
     
    Dopo aver consumato il pasto Nails e Ashley si diressero nelle rispettive stanze, mentre gli occhi dei marinai gli si puntavano contro con fare minaccioso e colpevole al loro passaggio verso le scale che portavano ai piani superiori, e una volta svoltato l'angolo videro James che fluttuava agitatamente nel corridoio.
    «Finalmente! Si può sapere dove ti eri cacciato?» sbuffò il pirata non appena lo vide andargli incontro.
    «Dobbiamo andarcene subito! Stanno arrivando dei wight unseelie da ovest!» strillò in ansia l'Hotis.
    «Sei sicuro? Non saranno magari delle illusioni di un Trathley Kow?» si assicurò il ragazzo.
    James scosse energeticamente la testa.
    Nails e Ashley si scambiarono uno sguardo d'intesa.
    «Prima abbiamo sentito una Piangente.» lo informò la Maga.
    «Un motivo in più per andarcene, non credete!» pestò l'Hotis, diventando sempre più nervoso e agitato.
    Per mutuo accordo i due ragazzi entrarono nelle loro mal ridotte camere, presero la bisaccia e la faretra con arco e frecce mentre uno strano odore gli riempì improvvisamente le narici, poi si precipitarono nel corridoio e fecero per scendere lungo le scale quando davanti a loro si parò uno spettacolo orribile: il villaggio prendeva silenziosamente fuoco mentre urla di donne, uomini, bambini e animali in preda dal panico scappavano da tutte le parti inseguiti dagli unseelie; l'attacco era cominciato.
    Scesero nel salone - deserto e con la porta mezza rotta che si puntava su un cardine arrugginito - scorgendo dell'acqua sul pavimento e che scendeva dai muri frantumati mentre le fiamme stavano bruciando le case davanti ai loro occhi, poi un cavallo nero sfrecciò davanti a quella pericolosa luce che mise in risalto i lineamenti perfetti ed affusolati del torso, le zampe lunghe e snelle e i crini che si sfaldavano nel vento in una chioma perfetta, rendendolo un campione nella corsa e nel fiore degli anni.
    «Che meraviglia...» s'incantò Nails, seguendolo con lo sguardo finché non sparì in un vicolo cieco.
    «Non c'è tempo Nails, andiamo!» lo incalzò Ashley, strattonandolo per una manica e infilandosi il cappuccio in testa.
    Guardò in basso, verso la gonna; la cintura era saldamente allacciata intorno ai fianchi.
    Il ragazzo si riscosse e li guidò fuori dalla locanda che aveva cominciato a bruciare anch'essa, dirigendosi nella parte opposta dalla quale era passato il cavallo e si nascosero tra le ombre delle case senza mai fermarsi o voltarsi indietro.
    Il vento portava le urla di donne disperate che tentavano di proteggere i loro bambini dagli assalti, le strilla dei neonati stretti tra le braccia delle loro mamme e gli ordini degli uomini che tentavano di proteggere la loro famiglia organizzando truppe poco disciplinate e organizzate, mentre il villaggio sull'acqua prendeva inesorabilmente fuoco senza che nessuno sapesse più fermarlo.
    Lei, Nails e James svoltarono una decina di angoli prima di trovarsi la strada sbarrata da un gruppetto di spriggan, che stavano pestando a morte un vecchio senza una gamba; impugnavano mazze spinose, lance e archi di piccola fattura.
    Erano alti tre piedi e mezzo, con le orecchie appuntite, le bocce grandi che mostravano gengive gialle e denti cariati, coperti da grandi nasi aquilini o a patata e avevano lunghe code spinose che agitavano con frenesia.
    «Spriggan!» latrò Nails, facendo da scudo alla Maga.
    «Siamo spacciati! Se fossero stati solo uno o due li avremmo potuti abbattere, ma qui sono almeno una ventina!» si disperò James, fluttuando sopra la spalla del ragazzo.
    «No, se io li fermo.» intervenì tranquillamente Ashley, avanzando lentamente verso la metà della strada.
    Gli unseelie presero a saltellare sul posto, pestandosi a vicenda, e sarebbero partiti all'attacco se Ashley non avesse spostato il fuoco che stava divorando un fienile lì vicino tra le due fazioni, impedendo così l'avanzata nemica per dare loro il tempo di scappare e imboccare un'altra via.
    Quando ormai riuscirono ad uscire dal villaggio, esso era completamente avvolto dalle fiamme mentre i suoi abitanti si erano rifugiati nella foresta con i loro pochi averi, i tithal e le loro famiglie, abbandonandolo a se stesso: una grande fiaccola vivente che si rispecchiava su uno specchio d'acqua scuro, immobile.
    «Vorrei sapere che cos'ha scatenato quell'attacco...» biascicò d'un tratto Nails, appoggiando una mano su una daga.
    «Vorrei saperlo anch'io... Non era un attacco della Caccia Selvaggia.» osservò James, con le sembianze di un ragazzino.
    «Forse non c'era un motivo particolare; gli spriggan a volte attaccano gli umani e scatenano su di essi il loro odio. A causa dei problemi che si stanno rivolgendo nell'Isola delle Terre di Alhba gli unseelie sono diventati incontrollabili...» ribatté Ashey, stringendo le spalle con le mani.
    Le fiamme le si rispecchiavano negli occhi color malva.
    «Comunque sia, ci siamo giocati il nostro unico passaggio verso un'altra Isola.» sbuffò amareggiato il ragazzo, calandosi il cappello sugli occhi.
    In quel momento qualcosa fendette l'aria e rischiò di colpire la Maga se lui non avesse intercettato e fermato il colpo con la daga, poi ne seguirono altri finché non cominciarono a piovere rami, sassi e ciottoli di vasi rotti seguiti da imprecazioni e preghiere di scongiuro provenienti dalla macchia di alberi che c'era alle spalle dei tre ragazzi.
    «Sono stati loro!» strillò una donna anziana.
    «Hanno attirato qui gli unseelie!» invenì un'altra più giovane.
    «La malasorte ci ha colpiti!» gridò un vecchio.
    «Devono andarsene!» finì un uomo.
    Impaurita dalla cattiveria della gente Ashley non seppe come difendersi, quando un poderoso ruggito fece tacere gli uomini.
    «Noi non abbiamo colpe!» si difese giustamente Nails, una volta che tutti si zittirono.
    «E' accaduto lo stesso fatto quattordici mesi fa quando un altro straniero ha varcato la soglia di Laketown, attirando l'Each Uisge e i cavalli d'acqua unseelie!» imprecò il locandiere della Carpa che Piange.
    «Andatevene!» gracchiò la negoziante di abiti.
    E ricominciarono a piovere sassi e rami.
    Non avendo alternative i tre si allontanarono, protetti dal campo magico della Maga, e si diressero a est del sentiero.
    Avrebbe voluto chiedere chi fosse stato quello straniero, ma la reazione di quelle persone non le diede il tempo e la voglia, temendo una reazione ancora più aggressiva nei loro confronti; avrebbe potuto usare i suoi poteri, ma questo forse avrebbe peggiorato solo la situazione.
    Camminarono per tutta la notte lungo il sentiero illuminato dalla luna piena finché non trovarono una baracca sul lato sinistro della strada - con le finestre che irradiavano la luce di una candela -, affiancata da un muretto di ciottoli e da uno steccato di legna sul lato destro.
    «Potremmo chiedere ospitalità.» suggerì James, tornato con le sembianze di un ragazzino di quindici inverni e con il cappuccio calato in testa.
    «Tentar non nuoce.» lo appoggiò Nails.
    Titubante la Maga accettò e bussò alla porta adorna di ferri di cavallo; venne ad aprirgli un vecchio esile e barbuto con una lunga veste da notte gialla, che reggeva una lanterna con una mano e si teneva alla porta con l'altra, scrutandoli con occhi stanchi.
    Ashley lo riconobbe subito: era il vecchietto che avevano incrociato quella mattina sul sentiero che portava a Laketown.
    «Perdonate il disturbo buon uomo, vorremmo chiedervi alloggio per questa notte soltanto.» disse gentilmente il ragazzo.
    «Non ho posto per voi, mi dispiace.» rispose prontamente lui, scuotendo la testa.
    «Perdonate, ho visto un vecchio fienile, per noi è più che sufficiente. La nostra amica sta male.» insistette Nails.
    Ashley improvvisò un colpo di tosse e si strinse nella mantella, fingendo di avere freddo e rendendo credibile la frottola del pirata mentre James le passò una mano sulla schiena e fece finta di reggerla.
    «E sia, non ho nulla in contrario.» cedette il vecchio, chiudendosi la porta di casa alle spalle e guidandoli lungo il sentiero che portava al fienile.
    Passarono vicino allo steccato ed entrarono nella seconda baracca, più grande della prima.
    Trovarono sotto un soppalco in legno un cumulo di fieno fresco - vicino al carretto che i ragazzi avevano visto quel pomeriggio -, con accanto sei stalli con altrettante mucche legate e affianco uno stallo più grande che conteneva il mulo, mentre una scala di legno reggeva una decina di polli e galline ruspanti che dormivano beatamente su ogni piolo.
    «Spero solo che gli animali non vi disturbino.» rise il vecchio, lasciando la lanterna appesa al muro prima di chiudere il portone in legno.
    Dopo una rapida occhiata alla stalla la ragazza si avvicinò al cumulo di fieno e ci si tuffò dentro, imitata subito dopo da James e Nails.
    «Ottima frottola.» lo elogiò lei.
    «Interpretazione perfetta, per un momento ho creduto davvero che stessi male.» ricambiò lui, incrociando le mani dietro la testa.
    «Forse mio fratello è passato di qui.» cambiò discorso lei, ricordandosi le parole del locandiere.
    «Ho sentito anch'io quello che ha detto quel tizio, e l'ho sospettato...» le confidò il pirata fissando un buchino nel soppalco.
    «Allora c'è una speranza!» si animò Ashley, fiduciosa.
    Nails scrollò le spalle e in quel momento il portone si riaprì nuovamente, lasciando entrare il vecchio che portava una grossa ciotola con tre cucchiai di legno.
    «Ho pensato che avreste gradito un po' di zuppa.» si giustificò.
    James si alzò dal pagliericcio e gli prese gentilmente la scodella dalle mani nodose, rivolgendogli un grazie, poi tornò da Ashley e gliela consegnò.
    «Se non c'è altro, io tornerei a dormire.» li salutò il vecchio voltandosi ed avviandosi alla porta.
    «Scusate se vi fermo, ma avrei una domanda da farvi.» lo bloccò Ashley.
    «Se posso rispondere.» sottolineò l'uomo, fermandosi e ruotando di poco la testa.
    «Negli ultimi quattro anni non è che è passato di qui un ragazzo con i capelli neri e gli occhi come i miei? E' molto importante!» gli chiede tutto d'un fiato e dimenticandosi di essere malata.
    Il vecchietto, momentaneamente stupito dell'improvviso benessere della ragazza, si portò una mano alla barba e cominciò a lisciarsela, riflettendo.
    «Ora che me lo fai notare, non è la prima volta che sento questa descrizione e penso di aver visto qualcuno che ti somiglia, forse quattordici mesi fa. Un ragazzo simile alla tua descrizione mi ha chiesto ospitalità come avete fatto voi questa sera.» si ricordò l'uomo, indicandola e voltandosi verso di loro con movimenti lenti.
    «Sapete dov'era diretto?» si affrettò a chiedergli lei, balzando in piedi.
    «Non me l'ha detto, e francamente a me non interessava. So solo che il mattino seguente si è diretto nelle Terre del Bronchos, a sud di Rustling Island. Diceva che là qualcuno gli avrebbe dato un passaggio.» le rispose il vecchio, grattando la testa.
    «Le Terre del Bronchos? Ne siete sicuro?» si allarmò Nails, alzando la testa.
    L'uomo fece un vago cenno e il ragazzo si rabbuiò.
    «Perché? Cosa c'è laggiù?» s'incuriosì la ragazza, girando la testa verso il pirata.
    «Ogni singolo eldritch che ama l'acqua, sia seelie che unseelie.» le rispose James, leggendo i pensieri del ragazzo.
    Come se una freccia le avesse colpito il petto, la ragazza barcollò appena e si appoggiò allo stipite che reggeva il soppalco: finalmente si stava avvicinando a suo fratello, ma sapere che si trovava in una terra di wight le dava una brutta sensazione.
    «Vi sentite bene?» si preoccupò il vecchio, vedendola impallidire.
    «Grazie per l'informazione, vi auguro buon riposo.» gli rispose lei, congedandolo con un gesto della mano.
    L'uomo fece un cenno con la testa e tornò nella sua baracca, senza toccare le due monete che Nails gli aveva allungato per ringraziarlo delle informazioni e per avergli offerto un tetto sulla testa.
    «Dobbiamo dirigerci là il prima possibile per favore.» decise Ashley, riscuotendosi dai suoi pensieri.
    «Prima però è meglio riposare un po'.» ribatté James dandole la scodella ancora calda che la ragazza aveva appoggiato per terra.
    «Partiremo domani sul tardi, giusto il tempo di riposarci e riacquistare le forze.» promise Nails, trattenendo uno sbadiglio.
    La Maga fissò la zuppa di cereali, ne mangiò una parte e lasciò il resto ai due amici, che si divisero, poi si rannicchiò nel fieno e lasciò che il sonno le chiudesse gli occhi.
    Un uomo al di sopra di ogni sospetto, un magistrato integerrimo tradito dal cuore e dalle medicine che avrebbero dovuto salvargli la vita. Chi ha sostituito le pillole per l'angina del dottor Fidenziano Calabrò con un placebo? Per scoprirlo, il maresciallo maggiore dei carabinieri, Delma Pugliese, dovrà risolvere dei veri e propri enigmi, scavando appena sotto la patina di perbenismo, tra vizi e gelosie, della Lecco che conta. 
    Dopo “Un delitto al dente” e “Un delitto lacustre”, non perdetevi il nuovo e intricato caso dell'affascinante Delma Pugliese.
     
    Deodato le osservò il profilo sottile, la fronte spaziosa, i capelli neri come le ciglia lunghe, gli occhi grandi, profondi, vividi, che quando ti davano un ordine lo eseguivi in un lampo. Aveva abbassato l’aletta parasole e, osservandosi nel piccolo specchio, si era passata un filo di rossetto sulle labbra. Quell’operazione tanto femminile, riscosse in Deodato un che di voluttuoso, era come se la divisa fosse sparita. 
    «Guarda che ti vedo Deodato. È meglio che tieni d’occhio la strada».
     
     
     
    UN DELITTO PLACEBO
     
    Un nuovo e intricato caso per il maresciallo maggiore Delma Pugliese
     
    un racconto di
     
    Riccardo Alberto Quattrini
     
    Copyright 2017
     
    Smashwords Edition
     
     
    Licenza d'uso
     
    Questo ebook è concesso in uso per l’intrattenimento personale. Questo ebook non può essere rivenduto o ceduto ad altre persone.
    Se si desidera condividere questo ebook con un’altra persona, acquista una copia aggiuntiva per ogni destinatario. Se state leggendo questo ebook e non lo avete acquistato per il vostro unico utilizzo, si prega di tornare a Smashwords.com e acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto al duro lavoro di questo autore.
     
    INDICE
     
    Incipit
     
    Un delitto placebo
     
    Nota dell'autore
     
     
    “L’ipocrita lo riconosci subito. Ha una maschera sull’anima.”
     
    (Vinkweb, Twitter)
     
     
     
     
    L’Alfa 155 era ferma sul piazzale antistante la procura. L’appuntato Luca Cigolani era alla guida e faceva scivolare le mani sul volante, quando li vide scendere gli ampi gradini smise. Avevano i volti tirati di chi ha ricevuto qualche brutta notizia. Il maresciallo maggiore Delma Pugliese era qualche gradino avanti al sostituto dottor Bruno Canepa. Cigolani scese dall’auto e aprì la portiera posteriore al sostituto facendo seguire un saluto alla visiera.
    «Cigolani andiamo dal patologo», disse il maresciallo sedendoglisi accanto.
    L’Alfa partì con una sgommata.
    Durante il viaggio non si scambiarono nessuna parola. Dapprincipio la giornata pareva essere positiva per il maresciallo Pugliese, visto l’esito del caso “odontoiatra”, che lei aveva battezzato un delitto al dente, indirizzando immediatamente le indagini verso la pista sentimentale. Mentre il sostituto aveva propugnato che si trattasse di un semplice infarto. Il dottor Bruno Canepa aveva da qualche giorno sostituito il dottor Fidenziano Calabrò, morto nello studio di casa sua per un infarto. Una bravissima e degna persona, con la quale il maresciallo si era trovata sempre in perfetta armonia. Diversamente con il dottor Canepa, giudicato senza indugio come presuntuoso, arrogante e borioso quando puntualizzò, muovendo a scatti la mano, come un direttore d’orchestra, che amava l’osservanza delle leggi, non disgiunte, qualora ce ne fosse la necessità, da una tempestiva repressione dei reati nel rispetto delle misure di sicurezza... E poi quei capelli lunghi e quel perenne ciuffo che gli scendeva sulla fronte butterata, come il viso, che ricordava un poco Fabrizio De André, anche lui genovese come il cantautore.
     
    La distanza dalla procura all’Istituto di Medicina legale era assai breve. L'edificio, ricavato nel lato nord dell’ospedale Luini Confalonieri, era bigio e cupo, come ciò che quel luogo rappresentava. La facciata ospitava, su un lato ad angolo retto, tre finestre dotate di telai di ferro e vetri smerigliati, che davano una fievole luce interna alle scale. Cigolani entrò nel piccolo cortile, dove vi era parcheggiato un furgone nero, da cui due necrofori tirarono fuori un sacco, nero, di plastica che adagiarono su una lettiga. Ritto, accanto alla porta, stava Georg Brandhauer, l’assistente del dottor Bonafè. Con ampi gesti collaudati Brandhauer fece scattare i ferma-porte ed aprì i battenti. I due uomini spinsero il carrello all’interno del corridoio.
    «Siamo attesi dal dottor Bonafè», disse Pugliese.
    L'assistente fece un mezzo inchino, «Il dottore vi aspetta in laboratorio», disse e fece seguire la frase da un gesto con il braccio, ad indicare la via.
    I due necrofori spinsero la lettiga, che cigolava per via di una ruota sgrassata, nel lungo corridoio di linoleum blu. Li seguivano Brandhauer, Pugliese e Canepa. L’odore nel locale sapeva di muffa e disinfettante, mosso da un enorme ventola che girava lenta sul soffitto ingiallito. Tutte le pareti erano piastrellate di un colore indefinito, sulla parete di destra alloggiavano le celle frigorifere mortuarie lucide, in acciaio cromato. Poco discosta una scrivania in metallo con due sedie bianche da ospedale. Dal soffitto pendevano due grosse lampade al neon che diffondevano, oltre al tipico ronzio dei condensatori, una luce innaturale. Il tavolo di dissezione rettangolare, con lavandino, in acciaio, dominava il centro della stanza.
    «Dottor Canepa», disse il dottor Bonafè, fasciato in un camice di due taglie più grandi, che metteva in risalto ancora di più la sua magrezza. «Mi dispiace fare la sua conoscenza in una simile circostanza», seguitò porgendogli la piccola mano. Il sostituto alzò le spalle.
    «Fa parte del nostro lavoro», disse e gliela strinse.
    «Maresciallo», si rivolse a Pugliese stringendo anche a lei la mano. «Voi due potete andare. Anche tu», disse ai portantini e al suo aiutante, che mestamente si incamminò dietro di loro per poi richiudere alle sue spalle la porta di metallo.
    «Chi è?», domandò curiosa Pugliese.
    «Un incidente automobilistico. Sapete come sono le assicurazioni», proseguì: «Vi ho convocati con urgenza, in quanto devo riferirvi di un importante e drammatico fatto». Il sostituto fece correre lo sguardo per il locale, come a domandarsi se non ci fosse stato altro posto per parlare. «Capisco dal suo sguardo che vi state chiedendo perché vi abbia fatti convocare qua, anziché nel mio studio di sopra», disse come se gli avesse letto nel pensiero. «Ma prego, accomodiamoci», disse e indicò le due sedie di metallo. Si sedettero, il dottor Bonafè su uno sgabello che fece scivolare da sotto la scrivania. «Quando vi avrò messo al corrente , capirete perché ho ritenuto necessario tutto questo riserbo».
    «Siamo tutto orecchie», disse Canepa.
    «Si tratta del dottor Fidenziano».
    «Il dottor Calabrò?», chiese il maresciallo levandosi il cappello e mostrando i capelli neri raccolti dietro la nuca da un paio di pettinini.
    «Sì. Siamo molto amici, per questo l’ho chiamato con il suo nome di battesimo. Ma intendevo proprio lui, il dottor Calabrò».
    «Ebbene», soggiunse Canepa accavallando le lunghe gambe.
    «Ebbene, non è morto come si credeva per un infarto».
    «No?», chiese Pugliese.
    «No… È stato ucciso».
    «Ucciso?», chiese il sostituto scavallando le gambe e raddrizzando la schiena.
    «Ma è sicuro?», chiese Pugliese allungandosi sulla scrivania.
    «Ascoltate, vi prego», disse Bonafè rivelando un moto di afflizione. «È stato per puro caso che sono giunto ad una simile scoperta. Quando Fidenziano, quella sera cominciò a stare male, sua moglie mi chiamò. Io accorsi subito, cioè non prima di averle consigliato di fargli assumere della trinitrina. Fidenziano, come anch’io del resto, soffriva di angina. Così, quando arrivai a casa sua e dovetti salire i tre piani di scale, vuoi per l’agitazione, vuoi per lo sforzo, anch’io sentii quei dolori caratteristici che accompagnano chi ne soffre. Ma come sempre, di portarmi la trinitrina non me lo ricordavo mai...».
    «E dunque?» chiese impaziente Canepa. Il dottor Bonafè si soffiò il naso prima di proseguire: «Quando Eleonora mi accompagnò nello studio, trovai Fidenziano disteso a terra e non potei fare altro che diagnosticarne la morte per infarto. La scatoletta della trinitrina era sul tavolo della scrivania, così per precauzione ne presi un paio che feci sciogliere sotto la lingua. Ecco, fu in quel momento che mi sorse un dubbio».
    «Cioè?», lo incalzò il sostituto.
    «Il sapore. Il sapore di quella pillola era troppo dolce, e poi il mal di testa. Non sopraggiungeva».
    «Mi faccia capire dottore», intervenne Pugliese «a lei, quando assume la trinitrina, le viene male alla testa. Ho capito bene?»
    «Già. Sempre. Mentre quella sera non sopraggiunse. E poi, come dicevo, quel gusto dolce. Così mi sono infilato in tasca la scatoletta e l’ho analizzata».
    «E…», fece lei incuriosita.
    «Zucchero. Una semplice pillola di zucchero. Un placebo, insomma. Capite? Lui, al bisogno, assumeva dello zucchero». Per un attimo calò il silenzio. Si udivano solamente il ventilatore e i condensatori che sfrigolavano.
    «E a chi poteva interessare che assumesse dello zucchero anziché una medicina vera?», chiese il sostituto, che aveva nuovamente accavallato le gambe.
    «A chi voleva che gli venisse un infarto».
    «Dunque, siamo in presenza di un omicidio», disse il maresciallo sistemandosi un pettinino dispettoso, che non voleva saperne di restare tra i capelli. Bonafè annuì.
    «Ci sarà bisogno di una nuova perizia, allora. Dovremo riesumare la salma», disse Canepa.
    «Certamente. Lei mi faccia avere l’autorizzazione. Penserò io ad avvertire la moglie. Povera donna, chissà come prenderà la notizia», disse Bonafè.
    «No. Se permette dottore, quel compito spetta a me. Il dottor Calabrò l’ho conosciuto quando, due anni fa, assunsi il comando della compagnia. Ho avuto perciò modo di conoscerlo e apprezzarne il suo operato sempre teso al rigore e all’inflessibilità. Sua moglie Eleonora, invece, la conobbi a novembre dello scorso anno, in occasione della Virgo Fidelis, Patrona dell’Arma. Credo ne convenga anche il dottor Canepa, sia giusto che mi incarichi io di questa indagine», disse Pugliese con un piglio deciso che non ammetteva repliche. Bonafè approvò con un movimento contenuto della testa. Canepa, viceversa, in maniera più ostentata, muovendo ripetutamente la testa, con una chiara espressione di assenso riflessa nei suoi occhi scuri.
    Si salutarono.
     
    ***
     
    Appena rientrata al Comando, Delma Pugliese convocò nel suo ufficio i due collaboratori più fidati per metterli al corrente degli sviluppi e dare loro disposizioni:
    «Allora, tu Catelli fai una piccola e discreta indagine sul dottor Fidenziano Calabrò. Cerca i luoghi che maggiormente frequentava. Ristoranti, bar, il giornalaio, il parrucchiere».
    «Il parrucchiere?», chiese stupito il vice brigadiere.
    «Sì, Catelli. In quelle botteghe si parla molto, ci si confida. Non solo noi donne, credimi. Ma Catelli…», riprese il maresciallo posando un gomito sul piano della scrivania colma di faldoni e carte, guardandolo dritto negli occhi chiari, «discrezione. La massima discrezione. Ci siamo capiti?».
    «Maresciallo, mi scusi, come posso essere discreto, se sto indagando su un assassinio?».
    «Catelli, mica devi dire che lo hanno assassinato, no? E poi la discrezione la intendo anche con i colleghi, con gli amici, con la fidanzata. Tu è a me che devi relazionare. Sono stata chiara?».
    «Moglie. Sono sposato maresciallo», disse puntiglioso.
    «Moglie Catelli. Va bene, moglie». Il vicebrigadiere stirò le labbra in un sorriso compiaciuto e si avviò alla porta. Il maresciallo lo richiamò:
    «Un ultima cosa. Naturalmente ci vai in borghese».
    «Naturalmente maresciallo», e infilò la porta.
    Poi si rivolse al brigadiere, che fino a quel momento se n’era restato con un taccuino per gli appunti posato sulle ginocchia e una matita in mano.
    «Tu Deodato, invece, mi fai un elenco di chi ha mandato a processo, diciamo negli ultimi due anni. Io vado a casa sua a dare questa altra brutta notizia alla moglie. Via, al lavoro», disse e si alzò dalla scrivania, indossò il cappello e uscì seguita dal brigadiere e dal suo taccuino, che era rimasto immacolato.
     
    ***
     
    L’edificio del dottor Fidenziano Calabrò era al terzo piano di uno stabile che si affacciava sul lago. Il maresciallo aveva fatto precedere la visita da una telefonata, per predisporre la signora Calabrò a quel singolare appuntamento.
    Si accomodarono in soggiorno. Era arredato con gusto: solidi mobili di legno e morbidi divani su un parquet verniciato Vi erano numerosi quadri di genere, ritratti, paesaggi e nature morte. Una grande biblioteca occupava tutta una parete.
    «Si accomodi», disse la signora. «Mi ricordo di lei, fu lo scorso anno per la festa della patrona dell’Arma. Non le nascondo la mia apprensione dopo la sua telefonata. Un maresciallo dei carabinieri che si presenta in casa lascia presagire sempre, mi permetta, qualcosa di spiacevole.» Pugliese guardò quel viso che non dimostrava gli anni che lei conosceva, un ovale discreto, leggermente abbronzato da passeggiate sul lungo lago.
    «Ha perfettamente ragione signora Calabrò. Non le porto buone notizie. Ma deve convenire che è il mio dovere a impormi certi spiacevoli compiti», disse e posò il cappello rovesciato sul divano al cui interno depose i guanti.
    «Le posso offrire qualcosa?», chiese la signora lisciandosi la gonna nera con le due mani. Il maresciallo scosse la testa, stirò appena le labbra in un sorriso di circostanza. «Allora mi dica», ed emise un lungo sospiro.
    «Non faccio giri di parole per non angosciarla maggiormente. Quello che le dirò, la esorto, dovrà rimanere circoscritto a queste mura». La signora si portò una mano sul petto e fece un altro lungo sospiro. «Dunque, suo marito non è morto, come tutti credevano, per un infarto. No. Qualcuno lo ha deliberatamente ucciso». La signora si coprì il viso con le mani. Nel soggiorno scese un silenzio temperato solo dalla grande pendola che, incurante, batteva il tempo.
    «E chi lo avrebbe ucciso?», domandò con una voce incrinata dalla commozione.
    «Sono qui per questo. Per cercare di capire chi avesse questo interesse. Vorrei, quindi, farle delle domande, se se la sente».
    «Mi dica cosa vuole sapere», disse asciugandosi appena gli occhi con un fazzoletto.
    «Per prima cosa vorrei che mi raccontasse tutto di quella sera quando suo marito si è sentito male».
    «Sì. Dunque, saranno state le dieci, dieci e trenta. Dopo cena, io ero qua che stavo leggendo un libro, mio marito era, come quasi ogni sera, nel suo studio. Quando l’ho sentito chiamare, sono andata di là e ho visto che boccheggiava. Come se gli mancasse l’aria. Mio marito soffriva di pressione alta e crisi di angina. Così ho preso un paio di pastiglie dalla confezione che teneva sempre sulla scrivania e gliele ho messe sotto la lingua. Ma non è servito a nulla. Nel giro di qualche minuto ha smesso di respirare e si è accasciato a terra», disse e si soffiò con delicatezza il naso.
    «Eravate soli quella sera?»
    «Sì. Noi non abbiamo figli. Del resto mio marito non ha mai insistito perché mi sottoponessi a qualche cura, mi ha lasciato scegliere liberamente. E io non me la sono sentita, o venivano spontaneamente, altrimenti era segno che mi dovevo rassegnare a non averne».
    «E poi che ha fatto?».
    «Ho telefonato perché mandassero un’ambulanza. Ma quando sono arrivati hanno confermato che era morto».
    «E ha fatto altre telefonate quella sera?».
    «Sì, al dottor Bonafè. Renato è un vecchio amico di mio marito. Che anche lei conoscerà».
    «Certamente. E quando è arrivato?».
    «È arrivato pochi minuti dopo l’ambulanza. Renato abita poco distante da noi».
    «Quindi ha potuto solo constatarne l’avvenuto decesso».
    «È rimasto molto scosso per la perdita del suo amico. Come del resto anch’io. Quando si perde una persona cara in un attimo si rimane davvero colpiti. Terribile, mi creda».
    «Immagino. Poi cosa ha fatto il dottor Bonafè?».
    La signora Calabrò indugiò qualche momento prima di rispondere.
    «Beh, Renato respirava a fatica. Era diventato smorto».
    «Come mai?».
    «Per via dell’ascensore che quella sera si era rotto. È dovuto salire a piedi. Così mi ha chiesto la trinitrina, che anche lui usa nei momenti di bisogno, anche se la scorda sempre nello studio».
    «Così ha preso quella di suo marito», disse Pugliese. «Ecco, è proprio per quelle pastiglie che il dottor Bonafè ha capito che suo marito era stato assassinato».
    «Cosa significa?».
    «Che qualcuno le ha sostituite con un semplice placebo. Erano semplicemente degli zuccherini».
    «E come se ne accorto Renato, sì, il dottor Bonafè?».
    «Quando assume la trinitrina, gli viene un forte mal di testa. Sempre. Mentre quella volta lì, non successe. Al momento non ci fece caso. Ma, quando giunse a casa, si accorse di avere la confezione di quelle pillole, che distrattamente si era messo in tasca. Così si ricordò di quel mal di testa che non era sopraggiunto. Le analizzò e fu allora che scoprì trattarsi di un placebo». La signora Eleonora scosse la testa domandandosi chi volesse mai la morte del marito.
    «Suo marito aveva nemici, che lei sappia?», chiese Pugliese guardandole il viso che si era fatto rosso.
    «No, almeno non credo. Lui era semplicemente un magistrato».
    «Già. La funzione del magistrato è quella di assicurare alla giustizia chi commette reati. E suo marito, nel corso della sua carriera, qualcuno dietro le sbarre ce lo ha mandato. Non è così?».
    «Non l’avevo mai considerato. Se uno commette un reato, ho sempre pensato che si aspetti, prima o poi, di pagare il suo crimine».
    «Eh no. Non è sempre così. Chi commette un crimine, non solo pensa di farla franca, ma, se preso, non accetterà mai di essere stato condannato. Per lui, delinquere, è la norma, la vera giustizia. Molti sono convinti che sia colpa della società che li ha resi dei criminali. Per questo tutto il fondamento giuridico è basato, quindi, sul recupero e reinserimento del reo. Suo marito non l’ha mai messa a parte di qualche preoccupazione?».
    «Assolutamente no. Anche se, del suo lavoro non mi parlava mai. Diceva che non mi voleva preoccupare con certe vicende assai dolorose».
    «Mi diceva che suo marito soffre di pressione alta. Che medicine assumeva. Lei se lo ricorda?».
    «Certamente, ero io che gliele preparavo. Aspetti un momento», disse e uscì dalla sala. Dopo qualche minuto tornò con in mano un foglietto e un piccolo contenitore giallo di plastica. «Ecco», disse, «questa è la scatoletta porta pillole settimanale che gli preparavo e questi sono i medicinali che doveva assumere giornalmente. Qui ci sono scritte le ore della giornata in cui doveva assumerle».
    «Molto bene. Posso tenerla?», chiese il maresciallo mentre deponeva la scatoletta sul tavolino di cristallo accanto a delle riviste.
    «Certamente, a che mi serve ora», rispose la Calabrò con un'alzata di spalle.
    «Suo marito aveva certamente un medico che lo seguiva. È così?».
    «Sì. Si chiama Poggiolini. Dottor Poggiolini Marco è un cardiologo e ha lo studio in centro a Lecco. Vuole l’indirizzo?».
    «Non è necessario», disse il maresciallo posando lo sguardo su un ritratto di donna.«È lei quella?» chiese.
    «Sì. Me lo fece un pittore amico di mio marito. Anche le due marine ad acquarello sono sue e ritraggono i dintorni di Camogli. Si chiamava Domenico Diegoli».
    «Molto belle. Non ho potuto non notare che la sua casa è grande e molto pulita e ordinata. Ha una persona che se ne occupa?».
    «Sì. Viene tre giorni la settimana. Pulisce, lava, ordina e stira. Qualche volta, se le resta del tempo, è capace di prepara qualcosa di buono per la cena. Qualche volta si ferma anche a dormire, capita quando fa tardi e non ci sono più pullman per ritornare a casa».
    «Dove abita?».
    «A Valmadrera. Divide la casa con una sua amica».
    «Una domestica eccezionale, dunque. In questo momento è in casa?».
    «No, è uscita per delle commissioni».
    «È da molto che è a servizio da lei?».
    «Oh, sì, Diletta. Si chiama Diletta, e si occupa della casa da molto tempo. Da quando mio marito si è trasferito da Bergamo. Beh, non proprio subito. Prima ne avevamo avuta un’altra».
    «Questa Diletta, fa di cognome?».
    «Pasotti. Perché vuole saperlo?», domandò curiosa la signora.
    «Non dobbiamo tralasciare nulla».
    «Capisco».
    «E ora mi dica. Dove vi fornivate per l’acquisto dei medicinali».
    «A mio marito non piaceva far sapere che era malato. Malato, insomma che soffriva di pressione alta. Così ci si serviva da una farmacia a Erba».
    «Si ricorda il nome della farmacia?».
    «No. Ma era vicina alla stazione. Mi dica maresciallo, che idea s’è fatta, dopo aver saputo che qualcuno gli ha sostituito il medicinale».
    «In questa prima fase dell’indagine, posso solo cercare di non trascurare e supporre nulla. Una volta acquisite tutte le prove circostanziali, sarò in grado di esprimere un giudizio. Ora le devo comunicare, sapendo quanto le sarà di afflizione, che sarà opportuno riesumare suo marito».
    «Ma è necessario?», chiese Eleonora Calabrò portandosi il fazzoletto davanti alle labbra.
    «Indubbiamente. Dobbiamo capire se è come ha pensato il dottor Bonafè. Se quelle pastiglie erano solo un placebo. Ma soprattutto da quanto tempo le assumeva», Delma Pugliese si era già alzata dal divano quando le domandò se suo marito possedeva un cellulare.
    «Certamente», disse strofinandosi le mani.
    «E potrei averlo per controllare le ultime telefonate. Sempre se lei è d’accordo».
    «Gliel'ho detto. Mio marito era un uomo schivo e riservato. Non mi parlava del suo lavoro, ma riguardo al resto, credo non avesse da nascondere nulla».
    «Mi servirebbero anche le ricette che suo marito usava per l’acquisto dei medicinali. Questa lista è molto poco pertinente», disse e sventolò il foglietto che poco prima le aveva dato la signora Calabrò.
    «Non c’è nessun problema», così dicendo la signora si avviò verso lo studio per far ritorno poco dopo con un telefonino e alcune altre ricette, che consegnò al maresciallo.
    Delma Pugliese si accomiatò complimentandosi per il magnifico ficus che svettava da un angolo del salotto.
     
    ***
     
    Una volta in macchina prese il telefono e chiamò il centralino.
    «Sono Pugliese», disse, «passami Deodato».
    «Comandi maresciallo», disse la voce del brigadiere.
    «Mi devi fare una ricerca su una certa Diletta Pasotti che è a servizio dai Calabrò. Hai preso nota?».
    «Sì maresciallo».
    «Poi mi controlli i tabulati delle telefonate del cellulare del dottor Calabrò. Ora ti do il numero», e glielo comunicò. Si rivolse infine a Cigolani che era alla guida dell’Alfa, e senza sosta accarezzava il volante. «Noi invece andiamo a Erba», disse guardandogli il profilo regolare.
    L’appuntato Luca Cigolani, fin dal primo giorno che prese servizio alla Stazione Carabinieri di Lecco, era rimasto colpito dal fascino che il maresciallo maggiore emanava. Non gli era mai capitato di avere un superiore donna, si era abituato, nel suo pur breve tirocinio, a marescialli baffuti. Era per questo motivo che si sentiva sempre a disagio quando conduceva la Gazzella e a bordo c’era lei.
     
    «Ecco fermati qua», gli disse Pugliese una volta giunti nella piazza della stazione di Erba. L’insegna verde della farmacia, che indicava data, ora e temperatura, lampeggiava sull’angolo.
    Entrò.
    «Sono il maresciallo maggiore Delma Pugliese, vorrei parlare con il titolare», disse rivolgendosi a una donna con una gran massa di capelli rossi come il fuoco, che incorniciavano un viso spruzzato di lentiggini, non più giovane, ma ancora molto piacevole. Indossava il camice bianco e il distintivo dell’Ordine.
    «Ce l’ha davanti», le disse stirando appena le labbra sottili. «In che cosa posso esserle utile maresciallo». Pugliese si guardò un attimo attorno. C’erano due persone al banco che stavano servendo.
    «C’è un posto un poco più discreto?».
    «Venga, andiamo di là», disse la donna e si avviò verso una piccola stanza dove effettuavano la misurazione della pressione. «Qui può andare bene?», chiese.
    «Sì. Dunque. Vorrei sapere se conosce il dottor Fidenziano Calabrò».
    La farmacista deglutì, poi rispose:
    «Certo, me lo ricordo», disse schiarendosi la gola, «non lo si può dimenticare un tipo come lui. Un chiacchierone che levati», disse schiaffeggiando l’aria con una mano. «Ma che gli è successo?», domandò poi seria.
    «È morto».
    «O poveretto. Mi dispiace. Era così simpatico, un poco importuno con le mie farmaciste».
    «Che vuole dire?».
    «Che era un uomo a cui piacevano le donne». Su questo non ebbi mai dubbi, pensò Delma Pugliese e le venne in mente quando lo conobbe per la prima volta. Lui era scivolato dalla sua ampia poltrona di pelle e le aveva stretto la mano in modo militaresco, come a dimostrarle che era lui che dava gli ordini lì. Aveva un riportino che gli copriva il cranio rossiccio, come la faccia puntellata di lentiggini, le sopracciglia rosse e cespugliose si muovevano a ogni frase.
    «Ma a me faceva ridere, con quella sua voce nasale», proseguì la farmacista «e quella lisca che lo faceva biascicare quando pronunciava le esse. Come si fa a non ricordarlo. Poveretto».
    «Guardi queste ricette», riprese il maresciallo.
    «Sì, sono le medicine che periodicamente veniva a prendere. Soffriva di pressione alta e angina. Ma se è un maresciallo che mi chiede queste cose, penso che non sia morto di morte naturale. Non è così?».
    Pugliese aggrottò le sopracciglia e scosse appena la testa.
    «Arguta».
    «Sono una accanita lettrice di gialli. Jeffery Deaver è uno dei miei preferiti, anche i suoi personaggi, Lincoln Rhyme, Diletta Sachs e Lon Sellitto. Inoltre Poe, Doyle, Ellery…».
    Pugliese alzò le braccia.
    «Va bene, va bene, smetto. Dunque, come posso esserle utile».
    «Veniva sempre il dottor Calabrò, a prendere i medicinali?».
    «Sì… Beh, non posso dirlo con certezza, io non sono sempre presente in farmacia. Mi capisce?».
    «Ricorda quando è stata l’ultima volta che lo ha visto?».
    «Non ne sono molto sicura. Ma penso che sarà stato poco più di un mese fa. Sì, un mese. Giorno più giorno meno».
    «Un ultima cosa. Ricorda se quell’ultimo giorno lo aveva visto diverso. Meno loquace». La farmacista scosse la testa. «Non ricordo bene, mi deve scusare.»
     
    ***
     
    Pugliese era ritornata da poco nel suo ufficio quando il vicebrigadiere bussò all’uscio.
    «Mi porti novità?», domandò.
    «Ho fatto un giro nei negozi dove ci andava il dottor Calabrò. A parte bar e tabaccherie, dove consumava caffè e sigarette, era un accanito fumatore, quello che più ha riscosso un certo interesse è stato il negozio da barbiere».
    «Che ti avevo detto».
    «Dunque», disse il vice cavandosi dalla tasca della giacca, due taglie più piccola del dovuto, un taccuino che cominciò a leggere, «il titolare, certo Pappi Corsicato, ha confermato che il dottore si recava spesso da lui. Non tanto per farsi tagliare i capelli, ma per sfogliare le riviste, quelle riviste», e fece una faccia eloquente, «lei mi ha capito. Ecco, riviste che il Pappi ne era un gran collezionista».
    «I barbieri hanno una grande predilezione per queste riviste».
    «Già. Mi ricordo anche di quei calendarietti profumati che donavano all’approssimarsi delle festività natalizie, ovviamente per ottenere qualche lauta mancia».
    «E come fai a ricordarteli?».
    «Nonno Alfonso aveva un negozio di barbiere».
    «Ah! E non sapevi delle chiacchiere che si fanno in quelle botteghe».
    «Non ci avevo pensato... Ad ogni modo, oltre a sfogliare riviste, il Pappi mi ha confidato che il dottor Calabrò aveva certe frequentazioni».
    «Frequentazioni? Che intendi dire».
    «Che gli aveva raccontato delle sue scappatelle».
    «Vuoi dire che il dottor Calabrò aveva una relazione?».
    «Una? Più di una. Da quello che raccontava al Pappi».
    «Hai capito?» disse più a se stessa che a Catelli. «Ora bisognerà capire chi erano queste donne». Delma alzò la cornetta: «Deodato, lascia perdere i processi, concentrati sui tabulati telefonici. A che punto sei? Bene. Appena finisci, vieni subito», e riattaccò.
     
    ***
     
    Il giorno seguente Delma Pugliese era attesa dal dottor Canepa.
    «Venga. Si accomodi», disse il sostituto quando si palesò nel riquadro della porta. Il maresciallo percorse i pochi passi che la separavano dalle due poltroncine e vi ci sedette. Si levò il cappello e lo posò sull’altra poltroncina. Aveva, come prescriveva l’ordinamento, i capelli raccolti in una treccia e un trucco leggero, che le evidenziavano gli occhi grandi, neri e profondi. «Allora, maresciallo, a che punto siamo con le indagini?», chiese Canepa, posando gli avambracci sulla grande scrivania che li divideva. Delma notò che il suo volto aveva un’espressione meno dura della volta precedente, tutta incentrata a dimostrare che lui era il magistrato. Che mi voglia blandire? pensò. «Siamo alle pregiudiziali dottore. Quello che abbiamo appurato, però, fa intravedere un percorso diverso da quello iniziale».
    «Cioè?», chiese lui accomodandosi contro la spalliera della poltrona.
    «Mi spiego. Se dapprincipio avevo pensato ad una vendetta di qualcuno rinviato a giudizio, ora sono propensa a credere che siamo di fronte a una vendetta passionale».
    «Ah», disse Canepa sorridendo. E sì, le vicende passionali lo elettrizzavano più di ogni altra indagine. «E da cosa l’avrebbe supposto?», chiese protendendosi sulla scrivania.
    «Dalla confidenza di un barbiere».
    «Un barbiere?».
    «Già. Lei non sa quanto si parla dai parrucchieri. Dico in senso lato», si affrettò a precisare Delma, non volendo insinuare che anche gli uomini sono chiacchieroni.
    «E cosa ha saputo da questo…», il sostituto gesticolò con il braccio, fingendo di insaponarsi il viso, «barbiere».
    «Che il dottor Calabrò aveva più di una spasimante».
    «Ne è sicura?».
    «Avevo comandato il vicebrigadiere Catelli di svolgere, discretamente, delle indagini. Quando mi ha relazionato, anch’io sono rimasta un poco in dubbio. Per questa ragione mi sono recata personalmente dal suddetto Pappi Corsicato, il barbiere per l’appunto. Ed egli ha confermato ciò che già mi aveva riferito Catelli».
    «E quindi?».
    «Quindi, ora ci si deve muovere nell’ambito di queste frequentazioni. Il barbiere non è stato in grado di dirmi i nomi di queste signore. Anche il telefonino che la signora Calabrò mi ha consegnato, e con quel gesto ho compreso che forse è all’oscuro della eventuale doppia vita del marito, non conteneva traccia alcuna. Solo telefonate inerenti l’ambito lavorativo».
    «Potrebbe averne un altro. Ci ha pensato?».
    «Certamente. Ora che ci penso non sappiamo nulla di tutti gli effetti personali che abbiamo consegnato alla signora. Consegnati quando non sapevamo della doppia vita del dottor Calabrò», ci tenne a precisare. «Certamente quelle cose giacciono ancora dentro gli scatoloni che la procura le ha consegnato».
    «Ha ragione. Se nascondeva delle cose è qui che le teneva. Nel suo ufficio. Come farà, dunque, a rovistare in quegli scatoloni, se ancora non sono stati svuotati?».
    «Con la scusa di parlare alla governante. E poi non credo che li abbia già liberati. È ancora troppo fresco il lutto».
    «Va bene. Poi mi farà sapere. Intanto ho dato l’autorizzazione per l’esumazione della salma. Mi faranno sapere il giorno e l’ora. Data che le comunicherò. Vedremo cosa scoprirà il dottor Bonafè. Se non c’è altro la congedo», disse il sostituto. Pugliese prese il cappello, si alzò, ma rimase a mezzo dell’azione. Il cellulare le squillo nella tasca. Si scusò, guardò il display ma non accettò la chiamata.
     
    ***
     
    «Mi sembra di ricordare che tra noi due ci sono stati dei dissapori», disse Delma fermandosi accanto alla Gazzella e parlando al cellulare.
    «Sono a Lecco per un rally».
    «A sì? E io che c’entro?».
    «Niente, mi sono detto: visto che sono nella stessa città, magari ci potevamo rivedere per passare una bella serata insieme». Era Marco Fabbricatore, un suo ex, conosciuto mentre era vicecomandante del Comando Stazione di Borgo Lingotto, a Torino. Lo conobbe durante il ventottesimo rally città di Torino. Lei era comandata con alcuni carabinieri per l’ordine pubblico. Si trovava proprio nelle vicinanze del podio mentre Marco, classificatosi terzo, riceveva coppa e medaglia. Come al solito, il primo arrivato stappava una bottiglia gigante di champagne e lui ebbe la dabbenaggine di rivolgerla verso il pubblico annaffiando di bollicine anche la divisa del maresciallo. Per scusarsi della scempiaggine la invitò a cena, dicendole che avrebbe provveduto a farle lavare a sue spese la divisa.
    «Certo che tu non cambi mai. La mia divisa non ti ha mai suscitato un minimo di riguardo e di considerazione».
    «Io ho sempre guardato oltre. Oltre la tua divisa. E ho visto una donna bella e decisa. Una donna che desiderava essere stimata, non per la divisa che indossava, ma per ciò che diceva e pensava». Delma sorrise. Non si ricordava fosse stato sempre così ruffiano.
    «Te le sei scritte queste cose?», gli chiese afferrando la maniglia della portiera.
    «Perché?».
    «Sanno tanto di copione. Comunque, Marco, non ho proprio tempo di uscire. Ma anche se l’avessi, non desidero più incontrarti. Ti voglio ricordare che sei sul filo del rasoio riguardo i tuoi precedenti penali, che ti sono stati momentaneamente sospesi».
    «Accidenti Delma, mi minacci? E poi sono sbagli di gioventù».
    «Sì sì. Ma voglio solo che non lo dimentichi. Ora ti saluto», e riattaccò.
     
    ***
     
    «Mi ha fatto chiamare?», disse Didimo Deodato entrando nell’ufficio del maresciallo e cercandola con lo sguardo per la stanza.
    «Sì. Volevo sapere se ci sono delle novità», rispose Pugliese mentre appendeva cinturone e cappello a un attaccapanni dietro la porta.
    «Per i tabulati telefonici non ci sono altre novità di quelle che già le avevo detto. Risultano tutte legate nell’ambito del suo lavoro. Invece per la signora Diletta Pasotti posso dirle molte cose». Pugliese gli fece segno che si poteva accomodare. «Allora la signorina Diletta Pasotti di anni trentacinque è la figlia di Amelia Pasotti, nata nel 1957 a Mozzo, un paese poco distante da Bergamo. Nel ‘78 nasce appunto sua figlia Diletta avuta da una relazione con un certo Filippo Sodano, un agente di commercio che poco dopo le abbandona al loro destino. Nel ‘94 trova lavoro presso il bar del tribunale di Bergamo come cameriera. Ed è qui che conosce il dottor Calabrò. Tra i due nasce una storia che dura qualche anno tra alti e bassi. Come abbiamo capito al dottore piacevano le donne e…».
    «Attieniti ai fatti ed evita commenti», disse il maresciallo.
    «Mi scusi», disse Deodato con una punta di afflizione. «Quando il dottor Calabrò nel ‘95 viene promosso a sostituto aggiunto e si trasferisce a Lecco, si perdono le sue tracce. Ma compare sulla scena Diletta, che nel ‘96 lascia la madre, giudicata troppo propensa a relazioni veloci, e si reca con un'amica più grande, certa Annina o Annetta Grigioni, a Lecco. Qui dopo poco trova lavoro come commessa presso la Rinascente. Nel 2000 perde il lavoro e si adatta a fare così lavori domestici. È dopo aver frequentato qualche famiglia che viene assunta in casa Calabrò».
    «Il dottor Calabrò, dunque, non associò quel cognome, Pasotti, quando assunse Diletta, a quello di Amelia, o finse volutamente, felice di trovarsi per casa una giovane governante?». Deodato si astenne dal fare commenti. «No no, ora ti puoi esprimere, ora il tuo parere è pertinente», disse Pugliese lasciando che un sorriso le illuminasse il volto.
    «Allora se mi posso permettere», seguitò, «propendo per la seconda ipotesi. Sapeva, ma gli faceva piacere trovarsi per casa una giovane donna, forse sperando fosse come la madre, in quanto a relazioni...».
    «Va bene Deodato, ora però non ci allarghiamo con delle congetture che al momento non sappiamo se corrispondono al vero. Piuttosto, queste notizie come le hai avute».
    «Al bar. Dal barista del bar poco distante dal tribunale di Bergamo e che il dottor Calabrò frequentava, dove conobbe la Pasotti».
    «Sì sì. Ora sappiamo che anche nei bar si spettegola», disse sorridendo, e così fece anche Didimo. «Ora noi andiamo dalla signora Calabrò e vediamo cosa c’è in quegli scatoloni che le hanno portato a casa», aggiunse. Poi sollevò il telefono e chiamò Catelli e gli ordinò di trovare e convocare la signora Amelia Pasotti al più presto.
     
    ***
     
    Ad aprire a casa Calabrò fu Diletta. Aveva i capelli lunghi e neri che le arrivano quasi sulle spalle, indossava un abitino dalle maniche corte, chiuso in vita, di colore marrone rigato; quello che lo faceva sembrare un abito da lavoro era il grembiulino bianco avvolto in vita. Pugliese le spiegò che aveva un appuntamento con la signora.
    «Accomodatevi, prego», disse lasciandoli entrare. «La signora si scusa ma è dovuta uscire per una commissione urgente. Mi ha detto quello che devo farvi vedere. Vi prego di seguirmi», così dicendo si diresse verso un lungo corridoio sul quale si affacciavano diverse porte, un lungo tappeto rosso attenuava i loro passi. Alle pareti molti quadri con riproduzioni di marine e paesaggi lacustri. Giunta davanti ad una porta, la donna si fermò con la mano sulla maniglia per quel tanto che fece pensare al maresciallo si trattasse dello studio dove il dottore era stato trovato morto.
    «Ecco, prego», disse una volta apertala. Lo studio era ampio, rettangolare, con una grande finestra oscurata da tende pesanti, la scrivania che vi stava davanti era ampia e massiccia, come le due grandi librerie che occupavano le due pareti, i volumi tutti perfettamente sistemati con le coste in evidenza. Un divano di cuoio nero era sistemato di traverso in un angolo, dietro vi era posta una piantana accesa.
    «È qui che lo hanno trovato?», chiese Pugliese. Diletta per un attimo indugiò. Poi girò lo sguardo verso la scrivania e la indicò con il braccio teso.
    «È lì, che la signora lo ha…», non terminò la frase. Cavò un fazzoletto dalla tasca del grembiule e ci si soffiò il naso.
    «Era molto legata al dottor Calabrò?». La donna annuì e tirò su col naso. Pugliese, avendo scorto due scatoloni accanto al divano, chiese se erano quelli che stavano cercando. «Bene Diletta, se ora permette noi vorremmo dare un occhiata».
    «Va bene. Volete che vi porti qualcosa?», chiese. Ricevendo un rifiuto uscì e li lasciò soli.
    «Allora, forza Deodato, diamo un’occhiata e vediamo quali sono gli effetti personali del dottor Calabrò. Ma quello che più ci interessa è trovare il secondo cellulare, se esiste», disse e cominciarono ad aprire le due scatole di cartone. Tutto ciò che trovarono lo sistemarono sulla scrivania. Vi erano libri di giurisprudenza, alcune buste gialle contenenti fotografie pornografiche molto esplicite, riviste per soli uomini, alcune scatole di preservativi. Poi due portapenne d’argento. Un'agenda sulla quale Pugliese si soffermò con molta attenzione.
    «Hai visto», disse mostrandola aperta a Deodato, «ci sono segnati degli appuntamenti e dei nomi sicuramente in codice. Guarda qua», e la sfogliò dal mese di gennaio, «c’è una certa Rossa per due martedì sempre alle ore 15. Febbraio solo un venerdì con una Rossa alle ore 19. Marzo c’è un Cespuglio con la quale si vede per ben tre volte sempre di giovedì alle 14,30. Aprile niente. Maggio ricompare Rossa, ma al lunedì. Una sola volta in quel mese. Giugno niente. Luglio niente. E siamo a Settembre. Ed ecco nuovamente Cespuglio questa volta solo due volte. Poi più niente perché il povero Calabrò se ne è andato».
    «E guardi qua maresciallo cosa ho trovato», disse Deodato mostrandole una busta arancione, all’interno vi era un libretto degli assegni del Banco di Lecco e un cellulare.
    «Bingo!», disse Pugliese prendendo il cellulare. «È scarico. Vedi se trovi l’alimentatore. Vediamo invece le ricevute degli assegni», e li sfogliò. «Guarda guarda, hanno tutti uno stesso importo e la data di ogni inizio mese».
    «Chi è il beneficiario?».
    «C’è scritto solo gioia».
    «Una donna che si chiama Gioia allora».
    Pugliese corrugò le sopracciglia.
    «Umh, non ne sono certa. La g è scritta in minuscolo. Non è un nome proprio».
    «Eccolo», disse Deodato mostrando l’alimentatore.
    «Forza, ricaricalo subito. Guarda lì che c’è una presa. Le date risalgono dall’aprile dello scorso anno».
    «E qual era l’importo?», chiese Deodato mentre cercava di accendere il cellulare.
    «Cinquecento euro».
    «Tutti i mesi?».
    Pugliese annuì.
    «Qua c’è una password maresciallo», disse Deodato mostrandole il cellulare con il display acceso.
    «Qui ci vuole Cigolani. Lui è bravo con queste cose. Guardiamo nei cassetti. Poi portiamo via solo quello che ci interessa».
    Un profumo intenso invase la stanza, anticipando la signora Calabrò che domandò come procedeva.
    «Bene», disse Pugliese bloccata nel mezzo di un gesto, con un cassetto della scrivania tra le mani.
    «Avete trovato ciò che cercavate?».
    «Cercavamo dei riscontri per capire chi poteva avercela con il dottor Calabrò».
    «E avete capito chi lo poteva odiare al punto di ucciderlo?». Il maresciallo guardò Deodato, che fece una faccia imbarazzata.
    «Ecco, vede signora siamo ancora nel pieno delle indagini, pertanto non posso aggiungere altro», e infilò il cassetto nella scrivania.
     
    ***
     
    Avevano riempito un paio di buste ed erano rientrati in caserma. Cigolani appena ricevuto il cellulare si era messo a cercare di identificare la password. Delma Pugliese con Didimo Deodato si era chiusa nel suo ufficio e aveva fatto il punto dell’indagine.
    «Ti confesso che sono ancora incredula per ciò che abbiamo scoperto sulla doppia vita del dottor Calabrò. Le persone nascondono segreti che nessuno si immagina. Tu hai segreti, Didimo?». Il brigadiere guardò Delma non sapendo se doveva o non doveva risponderle. Vedendolo così impacciato, lei gli sorrise e scosse la testa.
    «Ah», sospirò Deodato avendo capito che la sua domanda era solo un motteggio. «Anch’io maresciallo sono rimasto smarrito. Ma voi credete che la signora Calabrò non sapesse nulla di questa doppia vita?».
    «Non so cosa dirti Deodato. Evidentemente era un abile commediante. Ma a noi questo punto di vista, per ora, non ci interessa ai fini dell’indagine. Vorrei sapere che significano e a chi si riferiscono questi soprannomi: Rossa, Cespuglio, Capinera.» Il brigadiere sorrise. «Che c’è Deodato hai forse capito qualcosa?».
    «Se mi permette, secondo me, quei soprannomi corrispondo al…», disse ma non proseguì.
    «Corrispondono?».
    «Sono un poco imbarazzato».
    «Dai Deodato che non abbiamo tempo da perdere», disse spazientita battendo un paio di volte la mano sulla scrivania.
    «Insomma, per me corrispondono al vello delle donne».
    «Ti riferisci alla peluria?». Lui annuì. «Quindi Rossa, Cespuglio e Capinera corrisponderebbero… Può essere. Ma siamo daccapo se non sappiamo a chi si riferiscono».
    «Già. Non ci resta che il cellulare», non fece in tempo a finire la frase che bussarono. Si palesò Cigolani:
    «Non ci sono ancora riuscito maresciallo. Mi deve concedere ancora un po’ di tempo».
    «È la password che non ti riesce di trovare, vero?». Lui annuì. «Mi è venuto in mente un particolare mentre ero a casa del dottor Calabrò. Ho visto sulla sua scrivania un libro di Franz Kafka, La Metamorfosi, ma scritto in tedesco e all’interno il titolo era stato sottolineato con un evidenziatore. Allora mi sono domandata il perché. Forse è la password che cerchiamo». Si alzò e andò a un mobile che aveva alle sue spalle. Aprì un’antina e prese un dizionario di tedesco. «Ora vediamo come si traduce la parola metamorfosi», e la cercò. «Ecco, prova a scrivere metamorphose», e gliela compitò. Cigolani scosse la testa. «Vediamo», e alzò la testa al soffitto come a ricercare quella parola che non ricordava. «Qual è un altro sinonimo di metamorfosi», chiese più a se stessa che agli altri due. «Aspettate», e guardò sul computer cercando tra i sinonimi. «Ecco, trovata, mutamento», e cercò ancora sul dizionario. «Prova quest’altra, verwandlung», nuovamente la compitò. Il cellulare emise un suono breve.
    «Trovata, maresciallo», esclamò Cigolani sfregandosi le mani. «Ecco», disse facendo scorrere la rubrica, «qua c’è un nome…», e rimase un attimo concentrato sul display per assicurarsi di aver letto bene, «Rossa».
    «Sì. Dimmi il numero».
    «Eccolo: 3427865652», dettò mentre Pugliese trascriveva.
    «Prosegui».
    «Ecco un altro nome, Cespuglio, ed ecco il numero: 3499032869. Poi c’è una gioia con questo numero: 3305647138. E infine Capinera 3306567689».
    «Non ce ne sono altri?».Cigolani scosse la testa. «Bene. Ora siamo in grado di scoprire a chi appartengono questi appellativi. Tu Cigolani puoi andare. Bravo. Invece tu Deodato li chiamerai».
     
    Dopo qualche minuto, mentre il maresciallo sfogliava l’agenda del dottor Calabrò, il pensiero corse alla moglie che si era mostrata preoccupata, addirittura disperata, per la perdita del marito. È stato davvero così bravo a nascondere questa doppia vita?
    Suonò il telefono.
    «Sì, dimmi Cigolani. Ah, passamelo. Dottor Bonafè buongiorno. Allora ha delle novità?».
    «L’esame autoptico ha dato l’esito che immaginavo. Nel sangue non ho trovato tracce di trinitrina. Pertanto assumeva solo del placebo. E in quelle circostanze è fondamentale l’assunzione di quel farmaco. Inoltre c’erano evidenti residui di fosfodiesterasi».
    «Si spieghi meglio dottore», lo sollecitò Pugliese.
    «Sono farmaci per il trattamento della disfunzione erettile. Il fosfodiesterasi incrementa il flusso sanguigno, facilitando l’immediatezza di risposta allo stimolo sessuale. Insomma, permettono una pronta erezione».
    «Ho capito», disse ritrovando in quelle parole tutta l’ambiguità del dottor Calabrò. «Poi che altro ha scoperto».
    Il dottor Bonafè si schiarì la gola prima di continuare:
    «Quella sera non ha mangiato. Ho trovato del cibo indigesto nello stomaco. Ora, lo svuotamento gastrico avviene dopo 4-6 ore, se il pasto è a base di carne e vegetali, 6-7 ore nel caso di farinacei. In generale, il tempo di svuotamento può protrarsi fino alle 7-8 ore dopo l’ingestione. Nel nostro caso lo stomaco conteneva abbondante materiale, di colore marrone, nel quale erano riconoscibili ancora residui di alimenti indigesti. Pertanto, sulla base dei dati circostanziali il dottor Calabrò ha pranzato per l’ultima volta intorno alle ore 13-13 e 30. Tale indicazione non può tuttavia che essere considerata generica».
    «Ho capito dottore. Allora attendo la sua relazione», lo salutò e riagganciò la cornetta emettendo un lungo sospiro.
    «Novità?», chiese il brigadiere.
    «Non ha cenato. Quella sera non ha cenato».
    «Quindi?».
    «Ha mentito».
    «Chi?».
    «La signora Calabrò ha mentito. Suo marito quella sera non ha cenato».
    «Mentre lei…», non le pareva ancora vero della doppia vita del dottor Calabrò. Le venne in mente quando aveva risolto il caso del delitto sul battello, loro due seduti di fronte al pontile mentre il battellotto scioglieva le cime e le gettava oltre la murata. I due marinai le legavano alle bitte. Tre colpi di sirena annunciavano la partenza. La Plinio IV si allontanava lenta, diffondendo una scia rosseggiante, complice il sole che, lentamente, tramontava alle spalle dei monti di Groma e Bregnano.
     
    ***
     
    Delma Pugliese era uscita per mangiare qualcosa, ma anche per mettere a fuoco il caso. Si era seduta a un tavolino un poco appartato del Bar Frigerio in Piazza Venti Settembre.
    «Oh, maresciallo buongiorno. È un po' che non la si vede. Che le porto?», chiese Danilo Frigerio.
    «Non ho molta fame. Mi porti qualcosa che me la stuzzichi».
    «Ci penso io», le assicurò Frigerio e scivolò tra i tavoli, che a quell’ora erano quasi tutti occupati. Si stava nuovamente concentrando su degli appunti, quando una voce a lei nota la salutò.
    «Buongiorno Delma». Lei alzò la testa e si trovò davanti Adelfo Negri. Accidenti, pensò, oggi non è proprio giornata per incontrarlo. Adelfo Negri, trentacinquenne, bancario, da qualche tempo le faceva una corte discreta, iniziata allo sportello della banca dove lui lavorava e Delma aveva il conto corrente. Aveva accettato, l’estate scorsa, di uscire con lui una sera per cenare al ristorante Orsa Maggiore. Poi, la serata si era conclusa frettolosamente per un improvviso temporale che li aveva sorpresi seduti a uno dei tavoli all’aperto.
    «Sembrerà destino, ma noi ci incontriamo sempre nei ristoranti», disse Adelfo facendole segno se si poteva accomodare.
    «Ho appena ordinato», disse Delma. Lui alzò un braccio a richiamare una cameriera.
    «Mi faccia portare lo stesso piatto che ha ordinato il maresciallo», disse.
    «Non ti ho più vista in banca».
    «Non avevo bisogno di nulla».
    «Sei impegnata in qualche nuovo caso? Te lo chiedo perché ti vedo molto seria. Se ti do fastidio me ne vado», disse facendo la mossa di alzarsi.
    «Ma no. Non esagerare», lo trattenne per un braccio, «è che ho veramente un caso spinoso. Un caso che si sta rivelando piuttosto complicato e che richiede molta attenzione per non commettere errori».
    «Dunque, ti sei portata il lavoro a casa», disse lui sorridendo.
    «Ecco», la ragazza depositò i due piatti davanti a loro, che mangiarono per un po’ in silenzio ascoltando il vociare proveniente dagli altri tavoli.
    «Allora, Delma ti ricordi cosa ti dissi quando ci vedemmo l’ultima volta?».
    «Veramente l’ultima volta, mi ricordo che prendemmo un grande acquazzone».
    «Ah, be', se ricordi solo quello», disse alzando le spalle e infilzando una fetta di formaggio.
    «Ma no. Ricordo quello che mi dicesti. Ma quello che ti risposi io, lo ricordi?».
    «Ma non puoi dirmi sempre che il tuo lavoro ti impegna ventiquattro ore al giorno. Diamine», sbottò, tanto che Delma lo dovette richiamare a moderare il tono della voce.
    «Scusami. Mi sembrava d’aver capito che ti facesse piacere uscire con me. Non è così?».
    «Ma sì. Ma tu sai cosa ti dissi riguardo la mia vita privata. E poi io, forse esagero, ma indossare una divisa. Questa», e la indicò con una mano, «vuole significare onorabilità, rispettabilità, dignità. Ogni divisa da ammiraglio o da carabiniere che sia, non è solo per il materiale di cui è fatta, feltri, alamari, fregi, ma soprattutto porta con sé le impronte indelebili del suo passato, diventa emblema della Storia. E poi oltre a tutto quello che devo fare, devo anche studiare».
    «Studiare?».
    «Sì. La Stazione di Lecco ha bisogno di un ufficiale. È per questo che mi sto preparando per gli esami da capitano, che si svolgeranno a Roma a gennaio. Altrimenti che mi sarei laureata a fare in giurisprudenza, se non posso metterli a frutto gli studi».
    «Ah... Allora ti faccio tanti auguri».
    Si salutarono poco dopo, lui con la mano tesa sulla fronte, lei che scuoteva la testa, procedendo in direzioni opposte.
     
    ***
     
    Delma Pugliese era da poco rientrata, stava percorrendo il corridoio che la separava dal suo ufficio, quando Deodato ne uscì all’improvviso con un foglio in una mano, facendola trasalire:
    «Deodato! Accidenti, che modi», disse e guardò il foglio che teneva nella mano. «Cos’è?».
    «Sono i nomi e i telefoni di tutti i soprannomi di cui avevo preso nota».
    «Bene. Vieni», e si avviò verso il suo ufficio. «Vediamo», disse una volta che si fu seduta, guardando il foglio che il brigadiere le aveva porto.
    «Ah, guarda guarda, Rossa è la farmacista di Erba, certa Elena Terzaghi», e guardò sorridendo Didimo. «Avevi proprio ragione, questi nomignoli corrispondono proprio al pelo del pube». Il brigadiere fece ciondolare la testa e sorrise. «E poi c’è Cespuglio, che corrisponde a Leda Lacorte, residente a Morello, una frazione di Mandello del Lario. E poi...», si fermò tenendo l’indice sul foglio a segnare il punto. «Come avevo pensato, gioia non si riferiva a un nome, ma voleva descrivere uno stato di letizia. Hai capito, la gioia ce l’aveva in casa. Ecco perché quando siamo andati a vedere cosa c’era negli scatoloni, lei, prima di farci entrare nello studio, ha esitato. E poi c’è questa Ippolita Busi, in arte Capinera, che abita a Canzo. Molto bene», disse posando il foglio sulla scrivania e lasciandosi andare contro la spalliera. «Ora tu le chiami e le convochiamo. Naturalmente non tutte insieme, una alla volta, con discrezione. Vai».
    Delma Pugliese si stiracchiò come una gatta prima di prendere una nuova telefonata. «Dimmi Catelli», disse. «Chi? E allora falla passare». Il vicebrigadiere bussò, aprì la porta e fece accomodare la donna. Amelia Pasotti entrò con discrezione. Indossava un cappottino grigio che le copriva appena le ginocchia, scarpe e pantaloni neri e una borsa a tracolla. Aveva l’aria un po’ smarrita e lo sguardo basso.
    «Si accomodi», disse il maresciallo indicandole una sedia di fronte alla scrivania.
    «Allora lei è Amelia Pasotti». La donna annuì e si strinse la borsa contro il ventre. «Lei conosce il dottor Fidenziano Calabrò?». Amelia deglutì.
    «Ho saputo che è morto», disse.
    «Sì. Ma lo conosceva?».
    La donna indugiò un attimo prima di rispondere. «Lo conosceva sì o no?», la sollecitò Pugliese. Lei annuì. «Bene. Come ha saputo che è morto?».
    «L’ho letto sul giornale».
    «Lei legge abitualmente i quotidiani?».
    Amelia scosse la testa. «No, non li legge. E allora in che modo lo ha saputo».
    «Il giornale era nel bar dove lavoro. È lì che l’ho letto».
    «E cosa ha provato?».
    «Mi è dispiaciuto».
    «Lei ha avuto una relazione con il dottor Calabrò?».
    Amelia aprì la borsetta e ne trasse un fazzoletto che si passò sul naso. «Devo intendere il suo silenzio come un sì?».
    Amelia assentì. «Dunque ha avuto una relazione. E quanto durò?».
    «Perché mi sta facendo tutte queste domande. Non capisco. Che c’entra la mia vita privata con la morte di Fidenziano… Del dottor Calabrò?».
    «Vede, il dottor Calabrò non è morto per un infarto, come si era creduto».
    «No?».
    «No. È stato ucciso».
    «Ucciso? O mio Dio!», fece e si portò nuovamente il fazzoletto al naso, «Ma io che c’entro?».
    «Lei, con il dottor Calabrò, ha avuto una relazione. Si ricorda quanto è durata?».
    Amelia alzò la testa e guardò il maresciallo che teneva i gomiti sulla scrivania e le mani intrecciate sotto il mento.
    «Qualche anno».
    «Lei sapeva che era sposato?».
    Lei assentì.
    «Come era il vostro rapporto».
    Amelia rilasciò un mugugno.
    «Mi tradiva. Litigavamo spesso per questa storia. Lui ci provava con tutte. Bastava si trattasse di donne e lui ci provava. Sempre. Anche quando eravamo insieme».
    «Come finì la vostra relazione».
    «Lui venne trasferito a Lecco. Così la storia finì».
    «E da allora non lo ha più visto ne cercato?».
    «No».
    «Mi parli di sua figlia Diletta».
    «Diletta è nata nel ’78 quando avevo una storia con un certo Filippo».
    «Filippo Sodano, un agente di commercio?».
    «Sì. Quando seppe che aspettavo un bambino, quel mascalzone non si fece più vedere».
    «E prima di conoscere il dottor Calabrò non ha avuto altre relazioni?». Amelia si sfregò con il fazzoletto le mani sudate, alzò le spalle e disse:
    «Alcune».
    «Mi parli ancora di sua figlia».
    «Che vuole sapere ancora», chiese con un espressione meravigliata.
    «Voglio sapere che rapporto ha con lei. Vi vedete?».
    Lei scosse la testa.
    «Se ne è andata una volta compiuti diciotto anni. Poi ci siamo sentite raramente».
    «E non ne seppe più nulla?».
    Amelia scosse nuovamente la testa.
    «Vuole dirmi che lei non sa che sua figlia lavora come governante, da molti anni, in casa Calabrò?».
    «No. Quello l’ho saputo. Sa, le solite lingue lunghe che non si fanno mai gli affari loro».
    «E non ha pensato di andarla a trovare, magari con la scusa della figlia avrebbe potuto incontrare di nuovo il dottore».
    «Era tutto finito da tanti anni. Gliel’ho detto».
    «Conoscendo il dottor Calabrò, non ha mai pensato che avrebbe potuto insidiare anche sua figlia?».
    Amelia scattò sulla sedia con tanto impeto che la borsetta finì a terra. Pugliese le fece segno di calmarsi.
    «Quel maiale! Ci avrà magari anche provato. Ma io che mai potevo fare? Diletta è grande, e poi è lei che se ne è voluta andare», disse e raccolse la borsetta.
    «Visto che lo ha chiamato maiale, posso chiederle, dunque, se la sua morte le ha fatto piacere.»
    «La morte non la si augura mai a nessuno. Io sono molto devota», disse e si segnò con la mano, «ma dire che mi è dispiaciuto. No, non posso dirlo. Ecco».
    «Quando vi frequentavate, come si comportava. Voglio dire, dove vi vedevate».
    «A casa mia».
    «E con sua figlia, come faceva?».
    «Beh, la mandavo da una vicina».
    «Ma da quanto ne so», disse e cercò un foglio nel cumulo di carte sparse sulla scrivania, «la vostra relazione è cominciata nel ’93, quando sua figlia aveva tredici anni. Non era più una bambina, che la si poteva mandare con una scusa banale dalla vicina».
    Amalia si schiarì la voce.
    «Beh, a volte rimaneva con noi», disse strofinandosi le mani.
    «Vuole dire che assisteva alle vostre effusioni?».
    Amalia avvampò. «Lo sa sì, che ci sono gli estremi per mandarla a giudizio. Vero?».
    «Erano solo carezze».
    «Mi faccia capire: carezze che faceva a lei o a sua figlia?».
    La donna scoppiò a piangere e tra singhiozzi attenuati dal fazzoletto che si era portata sulla bocca disse:
    «Che potevo fare, io da sola con una figlia da mandare a scuola, e tutto quello che serve in una casa. Che potevo fare, eh?», e pianse disperata. Pugliese le porse la scatola dei fazzoletti di carta.
    «Quindi il dottor Calabrò toccava sua figlia?». Tirò su col naso un paio di volte prima di rispondere.
    «Le faceva delle carezze come le farebbe un padre».
    «Già. Solo che lui non era il padre. E lei, come madre, avrebbe dovuto evitarle. Quindi, da quello che ho capito, il dottor Calabrò l’aiutava».
    «Un poco. Non che fosse quel gran generoso».
    «Le ha mai parlato di sua moglie, o ha avuto modo di conoscerla?».
    «No, mai. Non l’ho mai conosciuta».
    «Secondo lei, sua moglie, sapeva dell’infedeltà del dottore?».
    Amelia fece un espressione dubbiosa.
    «Se fossi stata io sua moglie, certamente mi sarei domandata perché aveva sempre un gran numero di pratiche da sbrigare, la sera, nel suo ufficio».
    «Era questa la scusa che le diceva?».
    «Sì. E fu l’unica volta che gli chiesi che scusa trovava per uscire. Poi non ne parlammo più».
    «Un ultima domanda. C’era qualcuno, secondo lei, che poteva augurarsi la morte del dottor Calabrò?».
    «Credo tutti i mariti delle sue amanti», rispose sorridendo per la prima volta.
    Il maresciallo la congedò intimandole di rimanere a disposizione.
     
    ***
     
    Il giorno dopo iniziò la processione di tutte quelle convocate da Deodato. Separatamente, con riservatezza, erano riusciti a farle passare senza che si incontrassero. L’imbarazzo fu generale. Pregarono il maresciallo affinché la loro storia restasse confinata in quella stanza. Il dottor Calabrò era davvero bravo a tenere ben nascoste le sue amanti, Delma dovette convenirne, anche se pensò che avrebbero potuto fingere di non sapere delle altre. Cespuglio era una parrucchiera. Capinera faceva la commessa in un negozio da uomo. Diletta pianse molte volte, rispetto alle altre che, invece, non versarono una lacrima nel raccontare la loro storia, ma tremarono all’idea che potesse giungere alle orecchie dei loro mariti o fidanzati. Una aveva pure dei figli.
    «Mi ha come stregata», disse Diletta, «non smetteva mai di importunarmi. Era un vero assedio».
    «Poteva dirlo alla signora Calabrò».
    «Mi ha minacciato un paio di volte se glielo avessi detto».
    «Ma la signora non hai mai sospettato nulla?».
    «La signora è molto presa dalle sue cose. Fa tanta beneficenza. Si occupa di persone povere. Era sempre fuori quando lui si attardava in casa alla mattina».
    «Ma lei lo aveva conosciuto quando frequentava la casa di sua madre. Se lo ricorderà, credo».
    «Certo che me lo ricordo. Aveva l’abitudine di prendermi in braccio e accarezzarmi le gambe».
    «E come diavolo è potuta andare a lavorare nella sua casa. Me lo spieghi», disse Pugliese, battendo sulla scrivania il righello che teneva in una mano.
    «Beh, pensavo che da grande e con la moglie in casa, non ci avrebbe provato».
    «Ma andiamo, non posso credere che sia stata tanto ingenua. Cosa mi vuole nascondere?».
    «Non capisco. Non le nascondo niente».
    Il maresciallo schiaffeggiò l'aria con una mano. «Ah» disse,
    « Passiamo ad altro... Lei sapeva delle altre?».
    «Le altre?», chiese la ragazza con un viso stupito.
    «Sì le altre, le altre. Non mi dica che non sapeva che il dottor Calabrò le donne le collezionava come un entomologo colleziona le farfalle. Avanti Diletta». Lei scosse la testa e pianse nel fazzoletto. «Va bene, va bene, basta che non pianga più. Le faccio un ultima domanda. Lei ha mai visto le medicine che prendeva il dottore».
    «Che vuole dire?», chiese tirando su col naso.
    «Se ha mai avuto modo di vederlo quando le assumeva. O chi gliele preparava».
    «Lui, il dottor Calabrò, aveva sempre nella tasca una scatoletta con diversi scomparti. Ecco, lì c’erano le sue pastiglie».
    «Le assumeva davanti a lei?».
    «Capitò un paio di volte mentre…», si bloccò e si soffiò il naso.
    «Mentre?».
    «Sì, insomma, mentre facevamo…».
    «Sì, ho capito. Vada avanti».
    «Ecco in quelle occasioni ne prendeva qualcuna».
    «Vuole dire che si sentì male mentre facevate del sesso?».
    «Sì».
    «E questo quando. Ultimamente?».
    «Sì. Non era mai capitato prima. Ma ultimamente aveva il fiato corto. Respirava male a volte».
    «Ho capito. E lui non le disse mai di sentirsi poco bene?».
    Diletta scosse la testa.
    «Chi gli riempiva la scatoletta che teneva nella tasca. La moglie o lo faceva lui».
    «La signora. Lo faceva la signora alla sera».
    «Un ultima cosa. Abbiamo trovato un libretto degli assegni con un nome scritto sulle ricevute, questo si ripeteva ogni inizio del mese. Ci sono le date», disse e lo mise sulla scrivania. Il nome è gioia, che come abbiamo capito fa riferimento a lei. Quindi il dottor Calabrò le passava regolarmente una cifra tutti i mesi. È così?». Un’altra crisi di pianto.
    «Va bene Diletta. Questo può bastare», le disse e la congedò. Attese il tempo necessario affinché Diletta fosse uscita dalla Stazione, poi ordinò al telefono: «Deodato, fai passare la Terzaghi ora».
    «Maresciallo non si è presentata».
    «Ah. Allora andiamo noi a trovarla. Così mi troverà più incazzata». Prese il cappello uscì dall’ufficio e percorse il corridoio, giunta davanti alla porta del brigadiere gridò:
    «Deodato! Andiamo».
     
    ***
     
    Delma Pugliese entrò nella farmacia con passo deciso. «Cerco la dottoressa Elena Terzaghi», disse a una signora che stava sistemando dei medicinali dentro gli scaffali a scorrimento. Una signora, che indossava un camice bianco, uscì dal retrobottega e non appena vide il maresciallo arrossì.
    «Ah, dunque è lei la dottoressa Terzaghi. Già, la volta scorsa non le ho chiesto le generalità». La dottoressa sempre più rossa in viso, si guardò attorno e fece segno alle due farmaciste di allontanarsi.
    «Andiamo nel retrobottega. La prego», disse e si avviò seguita dal maresciallo.
    «Dunque, lei non solo conosceva bene il dottor Calabrò, ma aveva pure una storia con lui. È cosi?».
    «Io sono sposata. Perciò le chiedo di essere molto discreta», rispose fermandosi i capelli che le erano scivolati via dalle mollette.
    «C’è di mezzo un morto. La riservatezza passa in secondo piano. Comunque non si preoccupi. Mi dica, invece, da quanto tempo lei e il dottor Calabrò avevate una relazione».
    «Non era una vera e propria relazione. Sì, ci si vedeva. Si usciva a cena. Tutto qui.»
    «Vuole dire che non ha avuto rapporti?». Non rispose subito. Era come se cercasse la parola giusta per esprimere quel concetto.
    «Non è che non c’è stato… È stato qualcosa che non definirei sesso».
    «Che vuole dire. Si spieghi meglio».
    «Ecco il dottor Calabrò, come posso dire, non era un uomo a tutti gli effetti».
    «Era impotente. Questo vuole dire?».
    «Nemmeno», e cominciò a sorridere. «Aveva una patologia chiamata Peyronie. La conosce?».
    Pugliese scosse la testa.
    «Ma da come me lo chiede, deve essere una patologia grottesca».
    «Sì. Praticamente…».
    «Praticamente?».
    «Praticamente è quando il pene è curvo e non permette una corretta penetrazione. Pensi a un rubinetto, ecco era così. Guardava in giù», seguì una risata tonante. Anche il maresciallo al pensiero di un pene curvo non resistette e sorrise a sua volta.
    «Incredibile. E con una simile patologia come mai era così attivo in fatto di avventure?».
    «O no. Se pensa così si sbaglia. Il dottor Calabrò della sua patologia se ne vantava. Era quella la sua forza. Diciamocelo. Noi donne siamo curiose. Quando mi disse della suo problema, che per lui non lo era, beh, la curiosità fu forte».
    «Ora le posso dire che la sua non è stata l’unica relazione che ha avuto. Durante gli interrogatori le altre donne non hanno accennato a questo problema».
    «Forse se ne vergognavano. A me lo confidò prima. Alle altre non lo avrà detto e le avrà così sorprese. Il dottor Calabrò non era certo carente in fatto di buon umore. Ne aveva da vendere. Scherzava anche sulla sua malattia. Il suo cardiologo lo aveva avvertito che certe intemperanze erano pericolose per lui».
    «Lei conosce il cardiologo del dottor Calabrò?».
    Terzaghi scosse la testa.
    «Un ultima cosa. È sempre venuto il dottor Calabrò a prendere le medicine?»
    «Beh, non posso essere certa al cento per cento. Io non è che sono sempre qui. E poi quelle medicine sono abbastanza comuni, c’è tanta gente che le assume. Mi capisce? Voglio dire che poteva aver mandato un altro a prenderle».
    «Capisco. Ascolti…».
    «Non ha detto che era l’ultima domanda», disse la dottoressa guardando l’orologio.
    «Sì, ha ragione. Ma questa è importante. Sarebbe semplice preparare delle pillole placebo?».
    «Beh, non mi è mai capitato. Non penso sia così semplice. Perché me lo chiede?».
    «Perché al posto della trinitrina gli somministravano del placebo».
    «Ah. Ed è morto per questo motivo?».
    «Certo. Dunque è facile?».
    «Ora le faccio vedere. Venga», così dicendo uscì dal retrobottega e andò a uno scaffale, lo tirò ed estrasse una scatola rettangolare. «Ecco, questa è la confezione di trinitrina. Come vede sono già blisterate. Si potrebbero però tranquillamente sostituire con del placebo di lattosio, ma poi andrebbero confezionate», e scosse nell’aria il blister. E allora come diavolo hanno fatto?, pensò Delma.
    «Mi sta dicendo che solamente un’industria farmaceutica è in grado di produrle».
    «È così. Almeno non mi viene in mente nient’altro».
    Si salutarono.
    Pugliese era giunta alla porta quando la farmacista la richiamò.
    «Maresciallo», disse posandole una mano su un braccio, «le raccomando la discrezione», e il suo viso si fece supplichevole.
    «Non si preoccupi».
     
    Didimo Deodato la vide arrivare sorridente. Forse il viaggio di ritorno sarà un po’ meno noioso, pensò e accese l’Alfa.
    Durante il tragitto lo aveva reso partecipe di quello che aveva detto la farmacista. Non proprio tutto tutto. La patologia l’aveva cassata.
    «Maresciallo non ci sono solo le case farmaceutiche che confezionano i medicinali che producono. Ci sono anche quelle terziste. Delle piccole aziende che fanno questo». Pugliese si girò di scatto a guardarlo.
    «E tu come lo sai?», Didimo sorrise.
    «Io sono un patito dei cruciverba. L’altro giorno mi è capitato una definizione che diceva: si dicono subfornitrici. E io sono andato a vedere di cosa si trattava e ho scoperto di queste aziende subfornitrici o terziste per l’appunto».
    «Bravo Deodato», disse con entusiasmo il maresciallo, «questa è un ottima informazione. Quando arriviamo tu mi fai subito una ricerca sulle aziende che a Lecco e provincia confezionano per le ditte farmaceutiche. Se non le trovi estendi la ricerca alle altre province. Como, Bergamo… Va bene?». Didimo annuì orgoglioso e diede una forte accelerata.
     
    ***
     
    Giunta in ufficio ricevette una telefonata del dottor Canepa che voleva essere aggiornato riguardo l’indagine. Non gli disse proprio tutto. La patologia di cui soffriva Calabrò gliela risparmiò. Troppo intima, segreta.
    «Mi raccomando Pugliese, sia più sollecita che può», disse quando la conversazione era giunta alla fine, «il procuratore mi sta facendo una certa pressione. Mi ha capito, no?».
    «Sì. Mi dia ancora qualche giorno».
    «Bene Pugliese», e riagganciò.
    Non fece a tempo a posare il ricevitore che squillò nuovamente.
    «Sì», disse asciutta, «ah, Deodato. Hai fatto? Bravo. Vieni, vieni pure ho finito con Canepa».
    Deodato entrò. In una mano teneva un foglio, ritto come un moschetto. Guardò la sedia. Pugliese gli fece un cenno con la punta del mento, allora si sedette e parlò:
    «Ci sono due società che confezionano pasticche per aziende farmaceutiche. La farmaceutici Craber a Lurago D’Erba. Il titolare è un certo Gaetano Soldazzi. E poi c’è la Daynacren Laboratorio farmaceutico. Producono specialità medicinali: granulati in polveri e compresse. Producono anche per conto terzi. Il direttore di produzione è un certo Angelo Vitali».
    «Ubicato?», chiese il maresciallo appoggiando un gomito sulla scrivania e stando di tre quarti.
    «Asso», disse Deodato ripiegando il foglio.
    «Perfetto. Allora andiamoci. Così vediamo chi potrebbe aver manomesso i medicinali».
    Viaggiarono lungo la sponda Occidentale fino a Onno. Delma guardò verso il lago e intravide, tra le frasche, la spiaggetta e si ricordò di quando Marco fermò la macchina e volle scendere per fare un bagno. Era lì per il Rally Day Valsassina. La sua auto non passava certo inosservata. Così a poco a poco si formò un gruppetto di persone che, curiose, volevano conoscere il pilota. E loro laggiù, in quella spiaggetta deserta, rilassati al sole, dopo una nuotata, si videro circondare da una schiera di giovanotti. Dapprincipio Delma pensò male, tanto che scattò in piedi e mise la mano nella borsetta, pronta a mostrare loro il tesserino di riconoscimento. Ma poi dimostrarono le loro vere intenzioni. Fu un tributo di pacche sulle spalle e strette di mano.
    La mano di Deodato le sfiorò appena la spalla.
    «Mi scusi maresciallo, ma siamo arrivati», disse. Delma aprì gli occhi e i ricordi svanirono.
    «È quella?», chiese indicando un fabbricato bianco con delle strisce blu oblique che ricoprivano tutti i muri perimetrali. Su uno dei due piedritti del cancello spiccava una targa d’ottone con la scritta: Daynacren S.r.l. Laboratorio farmaceutico.
    Suonarono al citofono. Si qualificarono. Il cancelletto scattò ed entrarono. Una donna li ricevette all’ingresso.
    «Sono Delma Pugliese maresciallo maggiore della stazione carabinieri di Lecco. Vorrei parlare con il signor Angelo Vitali».
    «Il dottor Vitali è in riunione in questo momento».
    «Bene. Gli dica che ci sono i carabinieri. Vedrà che un momento riuscirà a trovarlo. Vada», e fece seguire un gesto della mano.
    Passarono pochi minuti prima che sentissero dei passi pesanti giungere dal fondo del corridoi.
    «Deve essere lui», disse Pugliese mentre stava guardando fuori dalla grande vetrata che dava sui boschi circostanti. Un uomo corpulento con una nuvola di capelli bianchi e un paio di baffi folti, gli si fece davanti.
    «Sono il dottor Vitali. Cosa posso fare per voi?», disse allungando la mano grassa e spessa.
    «Sono il maresciallo maggiore Delma Pugliese. Il brigadiere Deodato», sentì la mano umidiccia tanto da desiderare di asciugarsela al più presto. «C’è un posto dove poter parlare?».
    «Nel mio ufficio», fece strada Vitali. «Eccoci. Accomodatevi», e indicò due poltroncine di fronte alla spaziosa scrivania ordinata come un giardino zen, al di sopra un fermacarte di agata, un porta timbri di ottone, un computer e una cornice d’argento che custodiva la figura di una donna sorridente. Le pareti erano verdi, e nella stanza c’era odore di deodorante al pino.
    «Mi dica maresciallo», la esortò Vitali, posando le braccia sul piano di legno lucido.
    «Volevo sapere che tipi di medicinali producete».
    «Produciamo granulati in polvere e compresse. Medicinali e medicinali a denominazione generica. Gocce orali, gocce nasali, sciroppi, collutori, clismi e microclimi…».
    «Va bene, va bene», disse Pugliese agitando le mani. «Mi dica se blisterate medicinali».
    «Certamente. Siamo decisamente all’avanguardia in questo settore. Lo facciamo anche conto terzi».
    «Benissimo. Era quello che più mi interessava».
    «E posso sapere il perché».
    Pugliese scosse la testa.
    «Ah. E cosa c’entra la mia società, quindi?».
    «Ancora non glielo posso dire. Ma sia gentile, risponda ancora a qualche domanda», disse Pugliese assumendo un espressione indulgente. «Quanti dipendenti ha?»
    «Trentacinque».
    «E quelli che si dedicano al blisteraggio, quanti sono?».
    «Non sono fissi. Ho praticato una rotazione per non alienarli troppo. Il blisteraggio è tutto automatico. Vi è una macchina riempitiva del principio attivo, la sigillatrice e infine la confezionatrice. Il tutto avviene in una camera sterile. Basta quindi una sola persona che controlli il normale funzionamento».
    «Ho capito», il maresciallo stava formulando un altra domanda quando il dottor Vitali la fermò con un gesto della mano.
    «Se lo desidera, le posso mostrare il procedimento de visu. Vuole?».
    «Andiamo», disse Pugliese e scattò in piedi.
     
    ***
     
    «Abbiamo i nomi di tutti coloro che hanno accesso alla catena di blisteraggio. E, cosa importante, i numeri dei cellulari. Tu mi controllerai chi sono. Una volta che ci saremo fatti il quadro, potremo fare degli incroci e vedere chi ha telefonato a chi», disse e si levò il cappello che pose sul cruscotto. Deodato le osservò il profilo sottile, la fronte spaziosa, i capelli neri come le ciglia lunghe, gli occhi grandi, profondi, vividi, che quando ti davano un ordine lo eseguivi in un lampo. Decisamente Delma era una bella donna, e tutti ne subirono il fascino quando, per la prima volta, prese il comando della stazione carabinieri di Lecco. Aveva abbassato l’aletta parasole e, osservandosi nel piccolo specchio, si era passata un filo di rossetto sulle labbra, che poi mosse un paio di volte per distribuirlo uniformemente. Si accertò che i denti non si fossero macchiati, richiuse il rossetto e lo mise in una piccola trousse. Quell’operazione tanto femminile, riscosse in Deodato un che di voluttuoso, era come se la divisa fosse sparita.
    «Guarda che ti vedo Deodato. È meglio che tieni d’occhio la strada», disse facendolo arrossire come il semaforo che lo obbligò a fermarsi. Poi, Pugliese si concentrò su quei nomi che le aveva dato il dottor Vitali, come se volesse estrarne il colpevole.
     
    ***
     
    Si era chiusa nel suo ufficio e aveva telefonato al patologo.
    «Dottor Bonafè buona sera», disse quando udì la sua voce, «volevo chiederle una cosa riguardo l’esame autoptico del dottor Calabrò».
    «Mi dica maresciallo», rispose lui pronto.
    «Dunque volevo sapere se aveva notato una strana patologia, a me totalmente sconosciuta, chiamata peyronie», spiegò Delma, quasi compitando.
    «Certamente. È stato un medico francese che descrisse per primo, nel 1743, la cosiddetta induratio penis plastica, che da lui prende il nome di malattia di La Peyronie. Da François Gigot de La Peyronie. Consiste dunque nell’indurimento dei tessuti del pene».
    «Va bene dottore, basta così. Gliel’ho domandato perché mi è stato riferito da una delle sue amanti».
    «Ah! Amanti?», chiese stupito.
    «Eh, ora non ho tempo per spiegarle tutto».
    «Sempre ermetica lei, vero? Comunque no, non me ne ero accorto. È così importante ai fini dell’indagine?».
    «Non so ancora se potrebbe essere utile. Un'ultima cosa dottore. Se si dovesse scoprire, che non soltanto la trinitrina gli era stata sostituita con un placebo, ma anche le medicine che assumeva, ciò avrebbe comportato un maggiore pericolo di infarto per un uomo che soffriva di pressione alta?».
    «Certamente. Oh povero amico mio, ti volevano ben male per giungere a questo. Lo sa maresciallo che mi ha scombussolato la serata. E ora se non ha altro, la vorrei congedare perché ho molto da fare», disse il dottore con un tono sconsolato.
    Bussarono.
    Era Didimo con il solito foglio in una mano.
    «Ecco maresciallo è stato più facile di quanto pensassi. Posso?», chiese guardando la sedia.
    «Siedi e dimmi tutto».
    «Dei trentacinque nominativi che il dottor Vitali ci ha dato, ho fatto un controllo delle utenze telefoniche e le ho abbinate a quelle delle…».
    «Delle…?», lo sollecitò il maresciallo.
    «Non so come chiamarle maresciallo».
    «Chiamale amanti. Che diamine! Dunque li hai abbinati alle amanti e ne è uscito?».
    «Che chi ha chiamato le amanti è stato il Brutti Adalberto».
    «Ah, bene. E questo era quello che volevamo sapere. Quindi questo Brutti non ha chiamato solo un'utenza, da quello che ho capito».
    «No. Ha chiamato spesso due utenze. Più frequentemente nel mese scorso e ultimamente è stata l’utenza di Ippolita Busi, ad essere chiamata e a chiamare».
    «’Spetta un po'», disse Pugliese guardando un punto lontano, «Ippolita Busi, Ippolita Busi… La Capinera, giusto?».
    «Sì, maresciallo. E ora arriva il bello. Questa Busi è la ex moglie del Brutti».
    «Ah. Separati da quanto?».
    «Da tre anni. Un figlio, Mauro, di otto anni, che tiene lei».
    «Bene. E l’altra?».
    «L’altra è stata la Elena Terzaghi, chiamata anche lei sia il mese scorso che nelle ultime settimane. Poi ci sono delle chiamate tra le amanti, con meno regolarità. Ma c’è un altra sorpresa».
    «Ah, Didimo! Che mi fai la suspense?», disse il maresciallo gettandosi contro la spalliera della poltrona.
    «Mi scusi. Dicevo della sorpresa. Ecco, c’è stata anche un'utenza sul numero della signora Calabrò».
    Delma scattò dalla poltrona e posò i gomiti sulla scrivania.
    «Vuoi dire che la signora ha chiamato il Brutti?».
    «Il contrario. È lui che l’ha chiamata diverse volte».
    Delma si passò una mano sui capelli e fermò una forcina che stava scivolando via.
    «Aspetta un momento. Quindi se il Brutti ha avuto la possibilità di manomettere il principio attivo con un placebo e ha chiamato tutte le donnine del Calabrò…».
    «L’ho pensato anch’io maresciallo. Sono tutte complici».
    «No, non tutte. Diletta Pasotti tu non l’hai menzionata a proposito o te ne sei dimenticato?».
    «Lei non è stata mai chiamata dal Brutti».
    «Ecco, vedi. Tutte coinvolte tranne Diletta. Quella che il dottor Calabrò chiamava gioia. Deve essere l’ultima amante del suo carnet. Quella che gli ha dato più gioia, appunto. Forse dopo anni che le faceva la corte, finalmente aveva ceduto, e poi lui se ne era innamorato perdutamente. Capisci?».
    Didimo scosse la testa.
    «È stata la gelosia verso Diletta che le ha coalizzate. Sono state tutte le sue amanti, ma alla fine una è risultata la preferita dell’harem».
    «Ma c’è anche la moglie».
    «Lei come una Penelope ha sopportato tutti questi anni le scorribande del marito. Quando ha visto che si era innamorato perdutamente di Diletta, sentendosi tradita proprio nella sua casa, si è evidentemente lasciata compromettere dalle altre. Hai capito la bacchetta ricurva».
    «Bacchetta ricurva?», chiese curioso Didimo.
    «Ah, lascia perdere. Ora non resta da capire chi ha ordito tutta questa trama. Chi è il vero artefice. Chi desiderava per primo la morte del dottor Calabrò. Lasciami qua quel foglio», e tese la mano.
     
    Delma guardò il foglio e si concentrò sulle date e sulle telefonate verso e per le varie utenze.
    Più tardi era riuscita a stabilire chi era stato il primo che aveva contattato il Brutti, ma non le era ancora ben chiara da chi era nata l’idea di sostituire i medicinali. Alzò la cornetta e chiamò il dottor Canepa. Lo mise al corrente delle nuove circostanze, poi gli chiese di poter mettere sotto controllo le utenze telefoniche dei sospetti.
    «Certo Pugliese con quell’analisi dei tabulati ci facciamo pochino. Mi mandi l’elenco in suo possesso e le farò avere i mandati».
    «Me ne servirebbe anche uno in particolare, con relativa perquisizione domiciliare, presso l’abitazione della signora Calabrò». Il maresciallo si aspettava la reazione che immediatamente si scatenò nel dottor Canepa.
    «La vedova?» disse sorpreso. Evidentemente non mi ascolta quando parlo, pensò Pugliese.
    «Le ho appena detto che anche lei riceveva le telefonate da questo Brutti, quindi ho pensato che non soltanto la trinitrina poteva essere stata sostituita con del placebo, ma anche le altre medicine che assumeva. Mi ha capito?» la locuzione l’aveva pronunciata con un certo risalto, e subito se ne pentì. Ma evidentemente il dottor Canepa non ci fece caso anche in questa circostanza.
    «Ho capito Pugliese. Gliela farò avere al più presto».
    Agganciarono.
     
    ***
     
    Quando la signora Calabrò se la vide nel riquadro della porta con alle spalle due carabinieri capì che erano venuti per arrestarla.
    «Dobbiamo perquisire la sua casa», disse il maresciallo mostrandole il mandato. La donna sbiancò in volto. Si fece da parte e li fece entrare. «Ma per renderle meno doloroso questo momento, le metterebbero a soqquadro tutta la casa, ci dica dove tiene i medicinali di suo marito».
    «I medicinali di mio marito?» ripeté la signora Calabrò. Poi scosse la testa. «Non li ho più. Li ho gettati. Che me ne facevo dopo la sua morte, me lo dice».
    «Va bene. Le volevo risparmiare questo. Procedete», disse Pugliese rivolgendosi a Deodato e Catelli, «sapete cosa cerchiamo». I due si diressero presso le camere. Pugliese chiese dove era la cucina.
    «Di là, in fondo», disse la signora e tese il braccio a indicare il corridoio. Pugliese guardò nei cassetti, nella credenza. Era convinta che non le avesse ancora gettate via.
    «Ma che cerca. Le ho già detto che le ho gettate via», disse la signora mentre la guardava rovistare in giro.
    «Vede signora Calabrò. Se lei ha gettato, come dice, i medicinali di suo marito. Due sono le cose: o le facevano ricordare suo marito in vita, oppure erano stati sostituiti con del placebo, e questo le faceva ricordare la sua complicità nella morte di suo marito».
    «Cosa?», chiese la signora stupita, «Io avrei ucciso mio marito? Ma lei… Lei è pazza!».
    «Lo vedremo signora. Anche se ora non troveremo i medicinali, abbiamo le conversazioni che la inchiodano», disse e la guardò dritta negli occhi scuri che le si fecero sempre più acquosi per via delle lacrime. Deodato entrò in cucina e scosse la testa prima di aggiungere di non aver trovato nessun medicinale, « Se non questi».
    «Quelli servono a me!», disse la vedova con tono arrogante. Pugliese li volle controllare. Erano dei sonniferi, qualche bustina di aspirina e una tubetto di Saridon.
    «Va bene, tenga», disse e glieli restituì.
    «Ha fatto un viaggio per niente, maresciallo», ci tenne a sottolineare la signora mentre li riaccompagnava alla porta. Aprì la porta e la trattenne con una mano, la mossa le fece cadere il tubetto a terra. Quel suono risvegliò in Pugliese un ricordo.
    «Aspetti un attimo», disse alla donna e si precipitò nel salone. Guardò il tavolino di cristallo sul cui piano vi erano sparse delle riviste. Vi guardò sotto e la trovò. Trovò ciò che ricordava di aver avuto tra le mani qualche giorno addietro. Il contenitore di medicinali giallo. La signora Calabrò seguita dai due carabinieri era nel riquadro della porta a vetri, aveva il viso pallido e tirato, le labbra tremanti.
    «Se qui dentro ci sono ancora le medicine che penso io», disse Pugliese agitando rapidamente la confezione di plastica gialla, «il viaggio non l’ho fatto a vuoto», e se la infilò in una tasca.
     
    ***
     
    Il giorno seguente nell’ufficio del dottor Bruno Canepa, Delma Pugliese entrò con un sorriso compiaciuto sul viso. Lo salutò con una forte stretta di mano, si levò il cappello e lo tenne davanti con le due mani assieme alla cartella di pelle nera.
    «Si accomodi», disse il magistrato indicandole la poltroncina. «La vedo raggiante», disse e si passò una mano sui capelli lunghi e lisci. Delma stirò ulteriormente le labbra in un sorriso ancora più significativo.
    «Sì, sono contenta d’aver risolto il caso che era alquanto complicato per cause e metodo».
    «Bene. Mi renda partecipe, dunque».
    «Gelosia. Tutto ruota attorno a questa parola enormemente usata», disse mentre apriva la cartella e ne estraeva una cartelletta con la dicitura Delitto Calabrò. «Ma andiamo per ordine. Tutto ha avuto inizio per puro caso. Se non fosse stato per il dottor Bonafè e la sua angina, lo scambio delle pillole sarebbe passata inosservata».
    «Già», fece il magistrato, ma non l’ascoltava con la dovuta attenzione. Guardava piuttosto le sue labbra carnose che si muovevano nell’articolare le parole. Che sensazione doneranno si domandò. Poi scacciò quel pensiero.
    «Ma ci vuole anche un movente».
    Pugliese mostrò il palmo di una mano. «Un momento, e ci arrivo», disse. «La dottoressa Terzaghi è stata una delle tante amanti del dottor Calabrò. Non mi chieda in quale graduatoria stava, perché non glielo saprei dire. Quello che so è che è stata lei l’antesignana del complotto. Lei, grande lettrice di gialli, quando ha letto La morte ha freddo di Minette Walters, una scrittrice inglese, ha capito che poteva tentare anche lei di compiere il delitto perfetto. Bastava sostituire le compresse con del semplice placebo, come faceva la protagonista del giallo. Romanzo che ho trovato in biblioteca dopo una breve ricerca. Ma c’era un ostacolo. Non conosceva nessuno capace di sostituire il preparato. È quando ha conosciuto Ippolita Busi che ha potuto mettere in essere il suo piano».
    «Chi è questa Ippolita Busi», chiese Canepa stirando le lunghe gambe sotto la scrivania.
    «È la ex moglie di un certo Brutti Adalberto che lavora presso la Daynacren, un laboratorio farmaceutico dove fanno anche blisteraggio. Ippolita, è stata un’amante del dottor Calabrò, anch’essa amareggiata per come l’aveva abbandonata».
    «Ma quante amanti ha avuto quest’uomo, si può sapere?», Canepa posò i gomiti sulla scrivania, intrecciò le mani e vi adagiò sopra il mento, in attesa di conoscere la risposta.
    «I nomi sono presto detti: Diletta, Amelia, Eleonora, Elena, Leda, Ippolita».
    «Uh! Un vero collezionista. Se non fosse perché è la vittima, penserei a un Landru post litteram».
    «Ma è stata Diletta a sconvolgere la sua vita».
    «Diletta è la servetta di casa Calabrò, giusto?.»
    «Esatto. È lei che ha dato un senso diverso alle avventure fino ad allora attuate. Ed è lei che ha creato i presupposti per decidere di fargliela pagare. Così la farmacista, dopo aver letto il romanzo e aver trovato chi poteva attuare quel piano, ha coalizzato e fomentato le altre».
    «Sono anni che faccio questo mestiere, ma a volte non riesco ad abituarmi a quanta malvagità c’è in giro».
    «Dottor Canepa, posso chiederle perché è entrato in magistratura. Immagino che quando ha scelto di diventare magistrato ci siano state motivazioni profonde e importanti. Di solito le scelte di vita avvengono nell’adolescenza».
    «Come mai le interessa?».
    «Per via di quella frase: la malvagità che c’è in giro. Mi ha colpita. Anch’io sono costretta a vederne tanta».
    «Mi definirei, come la stragrande maggioranza dei miei colleghi, essenzialmente un uomo d’ordine. È difficile che si possa fare il magistrato, così com’è difficile che si possa fare il carabiniere se non si crede nel binomio legge e ordine. Non è così maresciallo?», chiese guardandola negli occhi scuri, dove c’era tutta la sua sicilianità. Delma annuì.
    «Ci sono alcuni punti in comune tra il magistrato e il militare, l’uno e l’altro sono al servizio dello Stato, e l’uno e l’altro impiegano la forza», disse Pugliese.
    «Ottima riflessione», disse Canepa ciondolando un poco la testa. «Ricordo, parlando di forza, che una volta mandai in crisi un giovane uditore, che aveva scelto con convinzione l’obiezione di coscienza. Gli lessi la formula di spedizione in forma esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti. Dice più o meno così: “Comandiamo a tutti gli ufficiali giudiziari che ne siano richiesti e a chiunque spetti di mettere a esecuzione il presente titolo, al pubblico ministero di darvi assistenza, e a tutti gli ufficiali della forza pubblica di concorrervi, quando ne siano legalmente richiesti”. Avevo dunque chiesto al giovane uditore che differenza ci fosse secondo lui tra l’usare la forza e ordinare di usarla. Se non hai voluto portare le armi durante il servizio militare perché lo ritenevi contrario alla tua coscienza, insistei, come puoi pensare di fare il magistrato? Dove ordinerai l’uso della forza. Non solo lo farai da pubblico ministero, o da giudice istruttore o da giudice penale, ma anche soltanto se ordinerai uno sfratto per finita locazione. Non ti sembra un po’ ipocrita rifiutarti di usare la forza e ordinare ad altri di usarla?».
    Delma era rimasta colpita da quelle parole, ma soprattutto dal tono che quel giudice usava. Non sembrava più l’arrogante, presuntuoso e ambizioso uomo di legge, come l’aveva giudicato la prima volta che lo aveva conosciuto.
    «Bene Pugliese dopo aver un poco divagato, e avermi estorto confessioni che mai mi sarei aspettato di farle, vada avanti con la sua relazione».
    «Sì, dicevo dunque della farmacista. Una volta che tutte si trovarono d’accordo, fu facile per Ippolita convincere il suo ex marito a scambiare il principio attivo con un placebo. Anche perché il marito seppe della relazione quando ancora vivevano more uxorio. Indubbiamente, anche lui, un certo desiderio di vendetta lo covava».
    «Ma quanti medicinali gli hanno sostituito alla fine».
    «Oltre alla trinitrina, tutti quelli che gli servivano per tenere sotto controllo la pressione. Ma ciò non sarebbe stato ancora possibile senza la complicità della farmacista, la quale interrogata una prima volta disse che non era sempre lei a consegnare le medicine al dottor Calabrò. Questo era vero, ma se doveva assentarsi, lasciava un sacchettino con i medicinali appositamente per il dottor Calabrò. Non poteva mettere i medicinali placebo dentro gli scaffali. Doveva essere sicura che quelli li avrebbe presi Calabrò».
    «Quindi era sempre lei a prepararli. Insomma, lo hanno condannato a morte».
    «Esatto. Una condanna certa che aveva solo bisogno di un po’ di tempo, ma sarebbe arrivata».
    «Dunque si può ipotizzare un delitto in correo».
    «Sì. Anche se le vere responsabili sono la dottoressa Elena Terzaghi e la signora Calabrò. Vede», disse e cavò dalla borsa una scatoletta gialla che depose sulla scrivania, «questa è la prova schiacciante della sua colpevolezza. Quello che vede è un contenitore settimanale dove lei metteva tutti i medicinali che servivano al marito».
    «Comoda», disse Canepa dopo essersi rigirato tra le mani la scatoletta, «e come ha fatto a trovarla?».
    «La signora me la mostrò un giorno, e io, non so per quale motivo, decisi di nasconderla sotto delle riviste. Ma lo feci così, senza pensarci. Ora, credo, che quell’impulso mi fu dettato da un dubbio che allora non seppi spiegarmi, per quello la nascosi».
    «Una bella fortuna».
    «Già. Quando capii come era stato possibile ucciderlo, non ci potevo credere. Una donna tanto a modo, borghese, schiva, fiera del lavoro svolto dal marito. E invece…».
    «E invece la gelosia», proseguì il magistrato, come se stesse declamando, «la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un'angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest'angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc gli scenari, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. L’ho letto di recente in un articolo che trattava psichiatria clinica. Si parlava di un paziente anziano, un vero caso clinico, ricoverato presso il Servizio Psichiatrico perché presentava un disturbo caratterizzato da delirio di gelosia accompagnato da un episodio maniacale. Dagli esami era risultato che nei mesi precedenti avesse fatto largo uso di bevande alcoliche, contemporaneo allo sviluppo del delirio di gelosia. Capisce? Una gelosia che non ha confini né età. Ma torniamo a noi. Allora, si profila un correo di tutte le donne del dottor Calabrò».
    «Certo. Mi viene in mente Clitennestra, donna forte e di grande temperamento, incarna il rancore femminile dovuto alla gelosia e il sentimento materno, che in questo caso potrebbe essere stato proiettato sul marito. Ti uccido per proteggerti».
    «Bene. Mi sembra sia tutto. Ora non mi resta che istruire la pratica», disse e si alzò. Pugliese ripose la cartelletta nella borsa. «Maresciallo, le faccio i miei complimenti. Ha saputo risolvere il caso senza che questo apparisse sui giornali, tanto pettegoli per queste vicende», e le allungò la mano.
    Era giunta alla porta quando squillò il telefono del magistrato. Sollevò la cornetta e contemporaneamente il braccio sinistro per un ultimo saluto al maresciallo che era giunto alla porta.
    «Aspetti!» disse imperioso. Pugliese si arrestò con la mano sulla maniglia. «C’è stato un delitto a Villa del Balbianello», disse deponendo il ricevitore, «è Simonetta Lucrezia Ferrante la vittima, moglie dell’industriale tessile Mariano Ferrante».
     
    Quale nuovo mistero si celava dietro quel delitto, Delma Pugliese non ne sapeva ancora nulla, ma di una cosa era certa, sarà un caso che richiederà discrezione, prudenza, garbo. L’intuito e la pazienza di Delma Pugliese stavano per essere, ancora una volta, messe alla prova.
     
     
     
     
    NOTA DELL'AUTORE
     
    "Un delitto Placebo" è il terzo episodio della serie che ha come protagonista il maresciallo maggiore Delma Pugliese. Potete trovare “Un delitto al dente” e “Un delitto lacustre” sulla mia pagina, Riccardo Alberto Quattrini.
    Se questo racconto vi è piaciuto, fatemelo sapere lasciando un commento o una valutazione sul sito da cui lo avete scaricato.
    Altri miei romanzi (“Il Copista” e “Ombre Nere sulla Laguna”) e racconti ‒ “Angoscia”, “Corda Tesa”, “HAL 9000”, “Il gatto Cambise”, “Il labirinto di Chartres”, “Il moscone – Lucilia Caesar”, “La donna di latta”, “L’occasione della signora Daniela Crociani”, “La signora di Montegridolfo”, “Transumanza: Tramudas”, “Un biglietto di sola andata”, “Fobie - vespa crabro”, “Fenomenologia del lato B”, “Corda tesa”  ‒ sono disponibili su tutti i principali store on-line.
    Riccardo Alberto Quattrini

    Un Maestro Zen durante una lezione pose ai suoi quattro discepoli il seguente problema:
     <<Se pesaste i vostri zaini, con i libri, le penne, i quaderni e tutto quello che c’è dentro, all’inizio e al termine della lezione, cioè prima e dopo aver preso appunti fino a riempire tutti i quaderni e consumare tutte le penne, secondo voi gli zaini peserebbero di più o di meno?>>
    Al termine del tempo loro assegnato, il Maestro chiese ai discepoli di rispondere al quesito che aveva loro posto.
    Il primo discepolo rispose che gli zaini peserebbero allo stesso modo, giacché l’inchiostro delle penne si trasferirebbe sulle pagine dei quaderni, e il peso dello zaino rimarrebbe invariato.
    Il secondo, invece, disse che peserebbero di più, poiché la carta impregnata d’inchiostro si seccherebbe tramite un complicato processo chimico, di cui spiegò la formula, che porterebbe i fogli di carta a pesare di più, e di conseguenza anche lo zaino.
    Il terzo disse esattamente il contrario, e cioè che lo stesso processo chimico che aveva appena illustrato il suo condiscepolo, farebbe in modo che i fogli di carta pesino né più né meno che all’inizio, da cui però andrebbe sottratto il peso dell’inchiostro consumato, del quale le penne si svuoterebbero.
    Toccava ora all’ultimo discepolo, Satoshi (che significa Saggio), dare la propria risposta.
    Il Maestro gli chiese di proporre la sua soluzione al problema.
    Satoshi non fece nessun calcolo, e non diede nessuna spiegazione chimica al quesito, ma disse semplicemente:
    <<Io credo che la soluzione sia un’altra, Maestro. Io credo che il peso dello zaino dipenda dal peso che si dà alla cultura. Se per qualcuno di noi apprendere è un peso, allora il peso dello zaino sarà assai maggiore al termine della lezione che non all’inizio; se invece apprendere gli è indifferente, il peso sarà il medesimo tanto all’inizio quanto alla fine; ma se, come è per me, Maestro, l’apprendere non è compito gravoso, ma anzi arricchimento dello spirito tramite la conoscenza che porta alla saggezza, allora il peso dello zaino sarà infinitamente minore alla fine della lezione che non all’inizio; e sarà come non sentirlo.>>
    <<Dunque qual è la tua risposta?>> gli chiese il Maestro.
    Satoshi rispose:
    <<Apprendere non mi è di nessun peso, Maestro. Dunque per me pesare o non pesare lo zaino è un falso problema: non è lo zaino a pesare, ma la nostra ignoranza.>>
    Il Maestro si rallegrò con lui per aver dato la risposta corretta al problema che aveva loro posto, e da quel giorno lo nominò suo discepolo prediletto, e lo instradò sulla via della conoscenza che porta alla saggezza.
     
    – I –
    Missione Comboniana di Socotà, Abissinia, maggio 1938
    Il dottor Fumagalli, un brianzolo taciturno e incline al pessimismo, responsabile dell’ambulatorio della missione, mi diede del pazzo per aver affrontato il viaggio in simili condizioni: avevo rischiato la cecità. Secondo lui la suppurazione agli occhi era dovuta all’uso eccessivo di chinino. Mi disse che appena possibile sarei stato trasferito a Makallè o Addis Abeba, dove mi avrebbero prestato cure più adeguate. Ero in viaggio da Axum a Lalibela, inviato dal mio giornale, La Nuova Eritrea, ad indagare sui misteri dell’Arca dell’Alleanza che si riteneva custodita in una delle chiese ipogee della “Gerusalemme d’Etiopia”. Non scrissi mai quell’articolo. Rimasi alla missione tre giorni. Tutto il tempo disteso a letto con gli occhi bendati, senza mai poterli aprire. Un traballante ventilatore a pale ronzava appeso al soffitto ed era l’unico rumore che proveniva dal villaggio, oltre ai colpi di tosse e agli scatacchi dei miei compagni di degenza, tutti abissini. Calcolavo lo scorrere del tempo ascoltando i rintocchi della campana della missione. Accanto a me c’erano alcuni lungodegenti, di cui un paio con gli arti inferiori amputati, ammirevoli per la rassegnazione con la quale accettavano la propria sorte. Potevo solo fumare e ascoltare musica. C’era un fonografo nella stanza adiacente. In seguito scoprii che era lo studio medico. Il repertorio lasciava a desiderare: marcette militari, canzoni popolari e l’aria di qualche opera lirica come l’Aida, che gli altri gradivano come lo stridere del gesso sulla lavagna. Quando non ne potevo più delle marcette mi alzavo e, brancolando, entravo
    nell’ufficio del dottore per cambiare disco. Mi ritrovai a suonare Faccetta nera. La conoscevano tutti. Quando la canzone terminò mi chiesero il bis. Nessuno di loro aveva il coraggio di entrare nello studio medico. Dopo qualche secondo la musica cessò bruscamente. “Chi l’ha autorizzata?” Mi rimproverò il dottor Fumagalli. “Quello è il mio fonografo personale.” “Mi scusi, credevo che...” “Non mi sembra il caso di eccitare gli animi,” bofonchiò. “Per un po’ di musica!... io credo invece che li rassereni. Guardi come sono tutti euforici. Ho fatto qualcosa di messianico, ho ridato la voce ai muti, anche se ancora non riesco a restituire la vista ai ciechi.” Il dottore, tutto di un pezzo, non apprezzava il mio umorismo. Non so perché fossi di così buon umore, a pensarci bene, ma tendevo a prendere le cose alla leggera. Ero nel fiore degli anni, non ci pensavo nemmeno a restare cieco. “Vuole metterci nei guai?” riprese a lagnarsi il Fumagalli. “Non lo sa che è proibito suonare Faccetta nera? Non attiri l’attenzione, o li avremo tutti intorno. La musica li attrae come il piffero di Hamelin.” Di che piffero stava parlando? Degli informatori del Sim? O dei ratti? Che i ratti africani fossero melomani era una novità. Quella sì che era una notizia! Avrei dovuto telegrafarla immediatamente a quella gran testa di Stazzi (Minugi) del mio direttore. “Non mi risulta che ci siano distaccamenti militari alla missione, dottore,” dissi annaspando verso il letto. Vedendomi brancolare si impietosì. “Parlerò con il falegname della missione che le costruirà un bastone per deambulare, per un po’ dovrà abituarcisi.” “Non vedo l’ora!” Niente, imperturbabile! Se avessi fatto il gesto di guardare l’orologio forse avrebbe afferrato. Subito riprese a lagnarsi. “Il paese è pieno di delatori, se lo vuol sapere.” “Davvero!... non le sembra di esagerare? L’Abissinia è grande tre volte l’Italia. Vorrebbe farmi credere che c’è un delatore a ogni crocicchio?” “Socotà ha 18.000 abitanti, altro che crocicchio. Ora cerchi di riposare.” “Non faccio altro.”
    “E allora cerchi di stare zitto.”
    Uscì sbattendo la porta.
    Due buste della spesa, uno zaino ed un cappello troppo grande.
    Anche quella sera cominciava così per Sophie.
    Tutte le sere, tornando dall’università, Sophie guardava il supermercato sulla sinistra, il cane legato davanti all’ingresso,il mendicante che chiedeva l’elemosina sul marciapiede difronte, la signora che usciva dal supermercato con la busta stracolma.
    La busta si sarebbe rotta all’altezza dell’incrocio e la signora sarebbe ritornata al supermercato reclamandone un’altra. L’aveva pagata dieci centesimi, dopotutto.
    Anche quella sera cominciava così per Sophie.
    Uno sguardo al carrello, uno al cestino e poi la mano sul cestino, come sempre.
    Era un’abitudinaria Sophie, anche se non le piaceva ammetterlo.
    << Prendi solo quel che ti serve, paga ed esci>> pensava mentre attraversava le sbarre all’ingresso, continuando a interrogarsi sulla loro utilità.
    minuti dopo era in fila alla cassa, con almeno tre o quattro prodotti che non pensava di acquistare, ancora intenta a chiedersi se fosse il caso di riporli negli scaffali ; ma le mani della cassiera battevano veloci sullo scanner-si, adesso “è tutto touch”- ed il suo turno arrivava, la cassiera la guardava con occhi interrogativi e lei posava tutto sul nastro facendo spallucce.
    Anche quella sera era andata più o meno così.
    Nulla di diverso, una sera come tutte le altre.
    Stessi clacson, stessi semafori rossi, stessi motorini parcheggiati sui marciapiedi.
    Anche quella sera Milano sapeva di Milano.
    Mentre Sophie era intenta a bilanciare i pesi delle buste, il suono di un campanello dietro di lei la costrinse a voltarsi.
    Vide una bici superare il semaforo e svoltare a destra.
    Sorrise.
    Il suono del campanello le aveva riportato alla mente l’immagine di un tandem, una bicicletta ed una mountain bike che sfrecciavano tra i viottoli di una campagna in fiore.
    << Amore devi pedalare anche tu, però, altrimenti le more non le portiamo a pranzo>>
    << Chi credi che stia muovendo questa carcassa? Piuttosto cerca di essere più veloce>>
    << Ecco cosa succede quando acquisti un tandem con tua moglie>>
    Sophie, rigorosamente al seguito dei genitori ,ma dinanzi a sua sorella, rideva.
    Ogni volta borbottavano sull’utilità di quel tandem ma poi non lo vendevano mai. 
    << E’ un pezzo d’epoca>>dicevano<< Non se ne vedono più in giro di questi tempi>>
    A Sophie non piacevano le more, ma la famiglia  felice si, per questo si ostinava a partecipare alle biciclettate della domenica, anche se rallentava il gruppo!
    Forse fu quel ricordo, forse il fatto che per la prima volta non fosse sudata sotto il giaccone, ma Sophie, quella sera, pensò che nonostante fosse il primo Febbraio, l’aria profumava di primavera.
     
    «Dio è morto: ma considerando lo stato in cui si trova la specie umana, forse ancora per un millennio ci saranno grotte in cui si mostrerà la sua ombra.»
    Friedrich Nietzsche
     
    A Torino, l’aristocratica signora d’Italia che lo fece sentire gentiluomo rispettato, cullato dalla sobria ospitalità della sua gente, la follia scese su Nietzsche gradualmente come una lunga notte estiva, sollevandolo in uno stato di esaltazione, prima di silenziarlo in una demenza lunga dieci anni.
    Sostanzialmente Nietzsche è un uomo in fuga, un uomo che adduce di continuo le ragioni della sua strana malattia per eclissarsi e scomparire, affidando alle sue lettere straordinarie ogni sfogo, ogni recriminazione e le implorazioni di un cuore troppo sensibile e vulnerabile. E raramente, invero, egli scorge nella sua malattia qualcosa di connesso a un male più profondo, a un male dell’anima.
    Di tutto ciò ne risentì per vari anni la sua filosofia, poiché si formarono due tesi: la prima, in cui si riteneva che il suo pensiero fosse il risultato della malattia, la seconda che sosteneva l’idea secondo cui la malattia fosse il risultato del proprio pensiero. In questo modo, se da una parte al suo filosofare non veniva concessa fiducia, poiché ritenuto malato, essendo il risultato di una malattia, e quindi insostenibile; dall’altra si esaltava, poiché la malattia venne considerata come una condizione creativa del suo filosofare.
    Della città sabauda ama l’ordine, i grandi viali ortogonali, il cielo uniformemente grigio, l’innata amabilità delle persone, dal cameriere della trattoria “La Pace”, che lo allieta con maccheroni, ossobuco con broccoli e gelato, alla fruttivendola che sceglie per lui i grappoli d’uva più dolci.
    Ha un sarto personale e per l’incipiente rigore invernale provvede di munirsi di un nuovo modello di stufa a carbone, poi rivelatasi insalubre e presto restituita al fabbricante di Dresda.
    La vita culturale è quella prediletta dal Nietzsche nauseato dalla pesantezza wagneriana: all’opera preferisce l’operetta e le zarzuelas (l’operetta spagnola) più volgari, i cui protagonisti recitano ruoli da “canaglie”, e sembra profondamente commosso dai funerali di eminenti personalità pubbliche, come il conte Robilant o il principe Eugenio di Savoia, tanto da riferirne ai suoi numerosi corrispondenti con la solennità di un militare in carriera.
    Il 21 settembre 1888 prende alloggio in via Carlo Alberto 6 al quarto piano in una camera dell’edicolante David Fino. “stanzetta da studenti”, come scrive nell’ultima lettera di quel periodo estremo, indirizzata al celebre studioso del Rinascimento Jacob Burckhardt.(1)
    In quel periodo è stato scritto un aneddoto che non si sa se corrisponda al vero. Il filosofo abbracciò pare un cavallo all’uscita del Teatro Carignano di Torino, il 3 gennaio del 1889, e in quel periodo stava in effetti per detonare una follia a lungo incubata, filosofica e clinica. Ma il suo gesto fatale fu tutt’altro che folle. Il cavallo fustigato come emblema di crudeltà era intanto un topos animalista e morale dell’epoca. Infatti la leggenda vuole che dopo l’abbraccio Nietzsche abbia pianto e si sia gettato a terra tra spasmi di dolore. Abbracciare un cavallo non è segno di follia, ma di amore. È, per chi ama questo misterioso e magnifico animale comportamento tra i più normali, direi obbligato.
    Tutte le lettere che scrisse in quel periodo, dunque, che va dal 27 settembre 1888 al 6 gennaio 1889 sono un documento importante per penetrare nella mente misteriosamente deragliante di Nietzsche. Esse fanno da contrappunto alla stagione della “grande vendemmia” quando, prima di sprofondare nella pazzia, Nietzsche scrive gli ultimi capolavori. Nessuna maschera lo nasconde quando, dal giorno del suo compleanno, il 15 ottobre, in poco più di un mese scrive “Ecce homo”. Ma nei due lunghi soggiorni torinesi, tra il maggio 1888 e il gennaio 1889, dalla sua penna escono anche “Il caso Wagner”, “Crepuscolo degli idoli”, “L’anticristo”, “Nietzsche contra Wagner”, i “Ditirambi di Dioniso”. E’ un fiume in piena, è come se la sua forza esplodesse prima di spegnersi per sempre. Dalle lettere traspare dapprima questa dirompente vitalità: scrive come se sentisse di non avere più tempo. Ha piena coscienza di essersi guadagnato la posterità con la sua filosofia di rottura e, forse per la prima volta, rileggendo se stesso si accorge e si compiace di aver fatto “tutto molto bene”. Così scriverà all’amico Carl Fuchs: «Nei prossimi anni il mondo sarà sottosopra: dopo che è stato licenziato il vecchio Dio, sarò io d’ora in poi a regnare sul mondo». Siamo a dicembre, e in lui si mostrano inequivocabili i segni avanzati di un delirio di onnipotenza. La pazzia aumenta con il crescere dei giorni in queste lettere, nelle quali dapprima si riflettono la cura meticolosa con la quale segue i manoscritti, i contatti non sempre idilliaci con gli editori, la ricca corrispondenza con Taine(2) e Strindberg,(3) e infine l’inabissarsi del genio nelle tenebre.
    Dunque in quel breve lasso temporale, si svolge, nei fotogrammi catturati dal corposo epistolario, (Nietzsche scriveva quasi ogni giorno due o tre lettere, e a volte più lettere lo stesso giorno per lo stesso destinatario) il dramma di uno spirito visibilmente teso allo stremo delle possibilità umane, e che tuttavia continua a recitare con i suoi corrispondenti il ruolo del dionisiaco sovrano del mondo, vantando ammiratori influenti tra le corti europee e altrove, dalla russa ai circoli culturali parigini, dalle redazioni delle riviste culturali inglesi agli iperborei salotti del nichilismo scandinavo, in una messinscena di se stesso che prosegue ostinata fino all’impatto finale con la disgregazione psichica del 9 gennaio. Disagiato dice: «Non sono un uomo, sono un destino», e poi, nella celebre lettera a  Burckhardt, professore e maestro di Nietzsche a Basilea, dopo aver sragionato che «domani arriva mio figlio Umberto (re d’Italia) con la graziosa Margherita, ma anche qui li riceverò solo in maniche di camicia», e ancora: «Ho fatto mettere Caifa (il sommo sacerdote ebreo dei vangeli) in catene; e l’anno scorso sono stato crocefisso a lungo dai medici tedeschi: Bismarck e tutti gli antisemiti eliminati», consumate alla goccia le ultime risorse di raziocinio, quasi puerilmente implora  Burckhardt: «Di questa lettera potrà farne qualsiasi uso, purché non mi screditi nelle considerazione dei basilesi».
    Alla luce di queste agghiaccianti freddure, è difficile non cadere nella tentazione di interpretare la follia di Nietzsche come l’ultimo tragico, dionisiaco scherzo del filosofo del superuomo e della volontà di potenza,  tirato alla putrescente civiltà politica e culturale del suo tempo, avvinghiata a nazionalismi che nel secolo successivo fomenteranno massacri senza precedenti nella storia, e incubatrice di espressioni artistiche, l’amato-odiato Wagner in testa e il suo decadentismo, che vedranno tra i loro rappresentanti i corifei delle marce in scarponi chiodati.
    Carichi di sinistra fama, nel corpo delle lettere, spiccano i cosiddetti fulminanti “biglietti della follia”, concentrati tra il 31 dicembre e il 4 gennaio, spesso poche righe firmate con gli pseudonimi più disparati: l’Anticristo, il Crocefisso, Dioniso.
    Come dunque non struggersi di fronte allo scambio delle ultime lettere con Strindberg, nel biglietto in cui Nietzsche gli scrive: «Ho indetto una riunione di principi a Roma, voglio far fucilare il giovane Imperatore », e il drammaturgo svedese, anche lui non estraneo agli squilibri della mente, allarmato, gli risponde il giorno stesso con un celebre passo dal secondo libro delle odi di Orazio: «Vivrai meglio, o Licinio, non spingendoti sempre in alto mare  né rasentando troppo la costa insidiosa mentre prudente temi le tempeste».
    Sapere se il Fascismo di Mussolini o il Rock psichedelico di Jim Morrison sono nati nel segno del filosofo tedesco, è coerentemente un altro discorso.
    Nietzsche coglie, esprime e anzitutto incarna una caratteristica essenziale della modernità, l’aspirazione collettiva a essere straordinari. Aveva ragione, dunque, sua sorella Elisabeth(4), «Fritz (come lei lo chiamava N.d.A.) voleva diventare famoso, e lo desiderava con la stessa mancanza di decoro di un ammalato di celebrità». In una lettera a Paul Deussen(5) dell’11 dicembre 1888 egli scrive che si sentiva «come se il destino dell’umanità fosse nelle (sue) mani». In un certo senso ci aveva preso. Considerato che oggi siamo ancora qui a parlare di lui, se avesse pensato e agito diversamente forse in questo momento ragioneremmo altrettanto diversamente.
    La secolarizzazione ha rimosso il problema dando corso e dignità al nichilismo: anche il «Dio è morto» di Nietzsche è diventato un «Dio superfluo». Il suo pensiero è caratterizzato dalla messa in discussione della civiltà e della filosofia occidentale, ovvero in una distruzione delle certezze del passato che sorgerà in una nuova epoca, quella del super-uomo, con dei nuovi valori.
    Riccardo Alberto Quattrini
     
    NOTE
    (1) Jacob Burckhardt. Il rapporto Nietzsche – Burckhardt è complesso non solo per quanto concerne l’ aspetto culturale – filosofico, ma anche per la dimensione umana, per l’ esperienza di due grandi uomini della cultura che nutriranno e vedranno nell’ altro rispettivamente (nel caso di Nietzsche) il proprio io proiettato sotto l’occhio della temporalità (Nietzsche vedrà in Burckhardt una sorta di se stesso più anziano) o addirittura una conoscenza inizialmente formale ed infine scomoda, per non dire fastidiosa.
    La storia tra Burckhardt e Nietzsche è la storia di un amore non corrisposto, per tutto il corso della sua vita Nietzsche cercherà di entrare nelle grazie del grande studioso svizzero senza raggiungere mai risultati positivi, o addirittura incontrando cocenti delusioni.
    (2) Hippolyte Adolphe Taine filosofo, storico e critico letterario francese. È stato il principale teorico del naturalismo francese, uno dei principali fautori del positivismo sociologico, e uno dei primi operatori di Critica storicistica.
    « si può considerare l’uomo come un animale di specie superiore che produce filosofie e poemi press’a poco come i bachi da seta
    fanno i loro bozzoli e le api i loro alveari »
    (Hippolyte Taine)
    (3) Johan August Strindberg drammaturgo, scrittore e poeta svedese.
    (4)Elisabeth Förster-Nietzsche. E’ un dato di fatto, comunque, che la svolta in senso filo-nazista non si ebbe con Nietzsche, ma con sua sorella, Elisabeth Förster-Nietzsche, che aveva sposato Bernhard Förster, un ex insegnante di scuola superiore divenuto un agitatore antisemita, il quale progettava di creare un insediamento ariano in Paraguay. I due convinsero quindici famiglie tedesche a fondare una colonia che sarebbe stata battezzata Nueva Germania (la colonia esiste ancor oggi) e partirono per il Sudamerica il 15 febbraio 1887. Quando, indebitato fino al collo, Förster si avvelenò, il 3 giugno 1889, Elisabeth rimase in Paraguay ancora per quattro anni, poi fece ritorno in Germania. Al suo ritorno Nietzsche era ormai un malato di mente, del tutto incapace di prendere parte al vivo dibattito che si svolgeva intorno ai suoi scritti. Elisabeth si diede da fare per diffondere la fama del fratello e fondò nel 1893 a Naumburg il Nietzsche-Archiv; inoltre, dopo la morte di Friedrich, avvenuta nel 1900, provvide anche alla pubblicazione dei frammenti che vanno sotto il nome di La volontà di potenza; però, non si sa se per calcolo o per incapacità di comprenderne il pensiero, diede un’interpretazione tendenziosa e distorta delle sue teorie, in linea con l’antisemitismo che aveva condiviso col marito. Nel 1930 Elisabeth iniziò a sostenere apertamente il Partito Nazionalsocialista Tedesco del Lavoro (ovvero nazista), guadagnandosi l’appoggio economico di Hitler per il Nietzsche-Archiv quando, nel 1933, questi prese il potere.
    Elisabeth, dal canto suo, ricambiò il favore avallando il regime hitleriano con le teorie di Nietzsche, che da quel momento vennero inscindibilmente legate al nazismo.
    Quanto delle teorie nietzscheane è dovuto al pensiero di Friedrich, e quanto all’indebito intervento di sua sorella?
    Difficile stabilirlo.
    Quel che è certo è che Nietzsche lascia intendere che l’avvento dell’Oltreuomo non si può considerare da nessun punto di vista un fatto meccanico ed automatico: bisogna prima creare le condizioni psico-fisiche interne e quelle esterne adatte perché l’Oltreuomo possa apparire, da un lato prendendo a modello il grandioso splendore, culturale e politico, prodotto dalla secolare selezione psico-fisica della nostra passata aristocrazia iniziato nel Rinascimento italiano e culminato nel ‘700 francese, dall’altro rifacendosi all’antica Grecia ed in particolare alla Repubblica di Platone, il cui scopo finale era la creazione del guerriero-filosofo.
    Quanto tutto questo possa apparire teorico e velleitario è evidente a tutti.
    (5) Paul. Deussen – Storico della filosofia e indianista tedesco.
     
    BIBLIOGRAFIA
    “LETTERE DA TORINO”
    Giuliano Campioni
    Traduzione Vivetta Vivarelli
    Adelphi (pp.269)
     
    «Spettri di Nietzsche»
    (Un’avventura umana e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento)
    Maurizio Ferraris
    Editore: Guanda
    Collana: Biblioteca della Fenice
    Anno edizione: 2014
    Pagine: 266 p. , Brossura
    Attenzione: questo è il prologo del secondo volume di una trilogia, dunque la sua lettura è spoiler per chi non abbia letto il volume precedente.
     
     
    Prologo
     
    Il paesaggio desolato che gli si apriva davanti sembrava essere il puro riflesso del suo animo, ancora proteso indietro verso i campi e il castello che aveva lasciato. Tuttavia non aveva il coraggio di voltarsi, sapeva che se lo avesse fatto sarebbe tornato indietro e avrebbe vanificato tutto.
    Così Anter mantenne lo sguardo dritto davanti a sé, sul sentiero di terra battuta e la roccia bruna della montagna sulla quale si stava inerpicando, l’unico posto abbastanza vicino dove nascondersi. Era ancora molto scosso e il fianco ferito gli faceva male. Di certo non era in condizione di cavalcare.
    In realtà, a pensarci bene, era stata una fortuna che gli avessero concesso un cavallo.
    “Ma quale fortuna? Amos mi vuole il più lontano possibile da Ally e Layra. Ecco perché il cavallo.” pensò stizzito il ragazzo, riflettendo che nemmeno un’ora prima aveva lasciato nel castello, una volta roccaforte degli Elfi della Luce e ora sotto il controllo di Amos, re degli Elfi Oscuri, sia sua sorella, sia Layra, la sua principessa.
    La principessa che Amos gli aveva rubato.
    “Devo cercare di fermarlo, fosse anche l’ultima cosa che faccio!”
    Il ragazzo stava tentando di riflettere e formulare un piano che gli permettesse, da solo, di battere un esercito e un re dai poteri spaventosi, quando il cavallo iniziò a imbizzarrirsi.
    «Ma cosa?» si chiese Anter, tirando le redini e cercando disperatamente di domare il proprio destriero, intuendo il pericolo che correva su quel versante: se il cavallo si fosse impennato, l’avrebbe scaraventato nel vuoto.
    Improvvisamente le zampe del povero animale cedettero e si piegarono, spezzandosi con uno schiocco tremendo. Il cavallo si piegò su un fianco e Anter rotolò nel burrone a gran velocità.
    Provò ad aggrapparsi al bordo, ma lo mancò, e dopo aver colpito più volte la parete, riuscì ad afferrare uno sperone di roccia, rimanendo attaccato per miracolo.
    La ferita al fianco, che si era procurato in uno scontro praticamente suicida a duello con Amos, si aprì e iniziò a sanguinare, mentre il suo corpo urlava di dolore.
    “Peggio di così non può proprio andare.” pensò irritato il ragazzo. In quel momento il cavallo volò giù dal burrone, rischiando di trascinarlo sul fondo con sé. 
    “O forse sì.” considerò cupamente Anter, guardando in basso per alcuni secondi, poi si obbligò a distogliere lo sguardo dal baratro. Respirò a fondo e tentò di tirarsi su, ma scoprì che l’unico appiglio era quello cui si era aggrappato. «Fantastico!» borbottò lui di malumore: quella giornata era iniziata male e, a quanto sembrava, doveva finire anche peggio.
    «C’è qualcuno?» chiese improvvisamente una voce infantile, facendolo sussultare.
    “Se Amos mi volesse morto, cosa di cui non dubito, manderebbe un bambino a uccidermi?” si chiese Anter, sospettando che il cavallo non si fosse azzoppato da solo e che, soggiogato, si fosse buttato nel dirupo.
    «Qua giù! Nel burrone!» chiamò, decidendo che se fosse rimasto attaccato lì sarebbe morto comunque, a quel punto meglio rischiare.
    Dalla cima dello strapiombo si affacciò un bambino biondo con la pelle chiara. «Chi sei?»
    «Anter, mi chiamo Anter Syrel.»
    «Syrel?» chiese una voce maschile e anche un uomo si affacciò dal burrone, poi appena lo vide, sussultò. «Resisti!» gli urlò, poi si rivolse al bambino: «Rowan, trova una corda. Svelto!»
    Anter non dovette aspettare molto che il bambino tornò e la fune fu calata. Il ragazzo si sforzò di stringerla e s’issò su per lo strapiombo.
    L’uomo che teneva la corda lo aiutò a tirarsi fuori dal burrone e, preoccupato, constatò: «Stai sanguinando.»
    Anter si toccò il fianco e rispose con una smorfia: «Lo so.» Squadrò l’uomo biondo dai capelli lunghi, come se non li tagliasse da tempo, e il volto provato. In quel periodo per gli Elfi della Luce non era insolito essere tanto malconci, ma vederli andarsene in giro liberamente era una novità. Poi un dubbio lo colse: perché volevano sapere il suo nome? E se fossero stati dei traditori? «Mi avreste tirato su anche se non mi fossi chiamato Syrel?» chiese Anter, forzando un tono ironico.
    L’uomo accennò un sorriso stanco. «Dovevamo assicurarci che non fossi una spia degli Elfi Oscuri, ma tu sei un Syrel, ci metterei la mano sul fuoco.» Poi si corrucciò. «Vieni con noi. Ti medicheranno e potrai raccontarci cosa ti è successo.»
    Anter decise di fidarsi: non l’avrebbero tirato fuori se avessero voluto ucciderlo e quindi non potevano lavorare per Amos. Si adombrò, comprendendo quanto fosse diventato paranoico nell’ultimo periodo, ma tutto ciò che aveva vissuto lo aveva cambiato. Quel poco che era sopravvissuto del suo essere ragazzino era ormai morto.
    Lo guidarono dentro una spelonca poco distante, illuminata da globi luminosi che fluttuavano a mezz’aria, e nascosta da un incantesimo così lieve e difficilmente identificabile che fungeva da velo protettivo.
    Appena lo fecero entrare alcuni alzarono lo sguardo, prima su di lui, poi sull’uomo che lo accompagnava, quindi tornarono a dedicarsi ognuno alle proprie attività, quali che fossero, come cucire, affilare lame, intrecciare corde, cucinare e tutto ciò che potesse servire al gruppo.
    «Straordinario!» sussurrò il ragazzo colpito alla vista di una tale organizzazione, quindi un ricordo gli solleticò la memoria. «Aspettate un secondo… è qui che si stanno radunando i ribelli?»
    L’uomo sorrise compiaciuto. «Che te ne pare?»
    A prima vista potevano sembrare solo donne, bambini e anziani deperiti, ma guardandoli negli occhi Anter vi lesse la determinazione. La stessa che provava lui se pensava ai suoi propositi di salvare Ally e Layra.
    «Può funzionare.»
    Il piccolo Rowan, nome che Anter aveva già sentito, saltellò di gioia. «Certo che può funzionare!»
    Anter riconobbe in quel bambino l’entusiasmo della propria sorellina e si sentì di nuovo spossato al pensiero di dove lei fosse.
    L’uomo se ne accorse e lo condusse verso una brandina, poi gli sollevò la maglietta scoprendo la ferita. «È un bel taglio. Sei stato fortunato a sopravvivere.»
    «Non credo proprio.» replicò con amarezza Anter, ben consapevole che la fortuna c’entrava poco: era stato risparmiato e usato.
    Arrivò una ragazza che silenziosamente gli pulì la ferita e la coprì con un impacco di erbe, mentre l’uomo gli chiedeva: «Perché dici così, ragazzo? Da quello che ho sentito, sei incredibilmente abile con la spada.»
    Anter non rispose.
    Sentì che il fianco gli veniva fasciato, quindi l’uomo disse: «Ecco fatto. Starai bene, non preoccuparti.»
    Anter si tirò su con prudenza e sorrise con riconoscenza quando la ferita non riprese a sanguinare. «Posso indovinare? Era stata medicata in modo che si riaprisse.»
    «È così, ti vogliono morto a ogni costo! Abbiamo visto tutto: sono stati due Elfi Oscuri ad azzoppare il cavallo e a spingerlo giù dal dirupo.» disse Rowan, apparendo al suo fianco, poi gli sorrise con ammirazione. «Tu però sei più forte di loro!»
    Anter non riuscì a sorridere, si sentiva colpevole. Nonostante avessero provato a ucciderlo, si sentiva in colpa per aver lasciato Ally e Layra nelle mani di Amos.
    «Forza, ragazzo, sorridi. So che può sembrare difficile di questi tempi, ma almeno sei ancora vivo.» L’uomo gli diede una lieve pacca sulla spalla.
    Anter sapeva che tormentarsi in quel modo non l’avrebbe aiutato, dunque decise di concentrarsi sulla sua attuale situazione, così chiese: «Tu chi sei?»
    L’uomo sorrise, poi fece un inchino ironico. «Il mio nome è Artis…»
    Anter spalancò gli occhi, conosceva quel nome, tutti lo conoscevano, e continuò per lui: «Il capitano delle guardie degli Elays? Ma… scusa, non eri nelle segrete? Layra aveva detto che eri prigioniero insieme agli altri!»
    Artis si fece serio e guardò Anter negli occhi. «Ascoltami Anter, quello che non ho detto a Layra è che posso proiettarmi fuori dal castello. Il mio corpo è nelle segrete, ma io sono qui. Posso usare i miei poteri solo perché alcuni Elfi della Luce hanno trovato delle erbe per eliminare l’incantesimo d’inibizione utilizzato sulla mia cella.»
    Anter sbiancò in volto, poi strinse i pugni per la rabbia. «Potresti far fuggire tutti dalle segrete! Perché non li liberi? Potresti…»
    «Ascoltami!» pretese Artis, tentando di calmarlo. «Vorrei farlo. Avrei voluto far fuggire Layra dal primo momento che l’ho vista! Ma non posso! Non sono fuggito nemmeno io! A parte che così posso avere anche informazioni dall’interno, non posso permettere che Amos lo scopra! L’Opposizione ha fallito per questo, si esponeva troppo!»
    Anter era furioso, forse non solo con Artis, ma quella fu la goccia che fa traboccare il vaso. «Hai visto Layra, anche solo un’ora fa? È distrutta! Amos la sta distruggendo! Sai cosa l’ha costretta a fare? Lo sai?»
    Artis non alzò la voce ma comunque riuscì a sovrastare Anter: «Non parliamo solo di Layra! Parliamo di tutti gli Elfi della Luce!»
    «Se stai dicendo che dobbiamo sacrificare lei per il bene di tutti gli altri, me ne vado in questo istante!»
    «No! Certo che no! Tutti qui tenteranno di nuocere a meno Elfi della Luce possibile. Per questo non possiamo attaccare adesso, sarebbe un totale massacro.»
    «Se togliessimo di mezzo Amos, avremmo la vittoria in pugno! È potente, ma forse insieme potremmo…» iniziò a dire Anter, mentre il suo cuore accelerava i battiti al solo pensiero di un attacco vero e proprio.
    Il capitano delle guardie gli rivolse uno sguardo triste e lo interruppe: «Non possiamo, Anter, ormai non possiamo più.»
    «Perché?»
    «I nostri poteri sono vincolati da un Giuramento di Lealtà nei confronti della famiglia reale. Ora che lui ha celebrato un rito di unione con Layra ne è incluso: i nostri poteri contro di lui sarebbero nulli e sai bene che non riusciremmo a ucciderlo con altri mezzi.»
    Anter restò paralizzato nell’apprendere la verità, mentre un fischio acuto gli riempiva le orecchie e la paura lo investiva. Ora capiva. Aveva voluto credere che le azioni di Amos fossero dettate da un meschino bisogno di infierire ancora di più su di loro. Quanto si era sbagliato!
    Tutto ciò che era accaduto aveva avuto l’unico scopo di rendere Amos invincibile e, Anter ormai ne era convinto, la colpa era anche sua.
    Poi un altro pensiero, peggiore e più spaventoso, lo colpì in pieno: se Layra fosse morta, il rito sarebbe stato spezzato. Gli Elfi della Luce amavano gli Elays, ma in quell’oscuro periodo di crisi quanti sarebbero stati disposti a sacrificare un’innocente?
    Sollevando lo sguardo su Artis, affermò con determinazione: «Non voglio perdere Layra. Non posso!»
    Artis iniziò a dire: «Anch’io la conosco e credimi non vorrei mai che le accadesse qualcosa…» Poi però s’interruppe, capendo ciò che intendeva il ragazzo, e mormorò: «Tu la ami.»
    Anter tenne lo sguardo incollato al suolo, mentre il rimorso lo assaliva. Amava Layra certo, la amava moltissimo, eppure non era stato in grado di proteggerla.
    «Per salvarla ti unirai a noi, Anter Syrel, ex Guida dell’Opposizione… e nostro futuro re?» gli domandò Artis divertito, ignaro delle cupe elucubrazioni del ragazzo.
    Lui socchiuse le labbra, sorpreso: non aveva mai pensato al futuro. Non tanto lontano comunque, sinceramente non credeva che sarebbe sopravvissuto tanto a lungo.
    «Sì, vi aiuterò.» affermò lui, più rivolto a se stesso che ad Artis, quindi aggiunse deciso: «Certo, tanto mi credono morto e per ora immagino vada benissimo così!»
    Artis s’incupì. «Sai che non potrò far dire a Layra che sei vivo e che invece Amos le dirà il contrario.»
    Anter si morse il labbro inferiore, poi però s’illuminò. «Ally! Mia sorella è una veggente, per questo Amos la tiene prigioniera. Lei sa che non sono morto, ne sono sicuro!»
    Artis ebbe un attimo di esitazione, poi accennò un sorriso rassicurante e mormorò: «Conoscere il futuro è un grande potere.»
    «Anche mia sorella è tenuta lì.» si lamentò contemporaneamente Rowan, poi strinse i pugni e ammise: «Mi ha aiutato a fuggire, ma lei non è potuta venire.»
    «Coline? Tu sei il fratello di Coline?» chiese Anter incredulo, iniziando a ricomporre i ricordi.
    Il ragazzino sobbalzò e i suoi occhi si velarono di lacrime, che lui represse coraggiosamente. «L’hai vista? La conosci? Come sta?»
    Anter ricordò la ragazzina spossata, con i capelli neri e la pelle pallida piena di lividi, che gli aveva parlato con affetto del fratello che lei aveva aiutato a fuggire.
    «Sta bene, non preoccuparti. Sono sicuro che lei ti stia aspettando.»
    Rowan si tranquillizzò e quando raggiunse gli altri bambini che stavano imparando a tirare con l’arco e duellavano con spade di legno, Artis disse: «Gli hai mentito.»
    «Ho una sorella quasi della sua età e so che, certe volte, delle piccole bugie non possono che far bene. Solo che il confine tra bugie piccole e grandi è troppo sottile.» rispose Anter, guardando tristemente i bambini. Avrebbero dovuto giocare, non imparare a combattere.
    Artis fece un cenno di approvazione. «Molto saggio per la tua età. Quanti anni hai?»
    «Sedici.» iniziò a dire lui, poi si zittì e si corrucciò. «No, credo di averne compiuti diciassette. Che giorno è oggi?»
    Durante la prigionia il tempo non esisteva. Non c’era giorno e non c’era notte, era inevitabile perdere la cognizione del tempo. Potevano essere passati giorni, come anche mesi o anni.
    Artis sorrise con aria comprensiva. «Oggi siamo entrati nel secondo mese di primavera.»
    Anter fece una smorfia di disappunto. «Ah no, ne ho ancora sedici. Mi manca poco più di un mese.» Poi s’incupì. «E a Layra due mesi precisi. Non ce la facciamo a essere pronti tra due mesi, vero?»
    Artis scosse la testa e lo guardò negli occhi. «Ragazzo, mi prometti che non farai follie?»
    Anter sorrise cupo. «Intendo far fuori Amos con le mie mani, per questo non farò follie, adesso.»
    Il capitano annuì lentamente, quindi estrasse una spada e Anter, per riflesso, fece per estrarre la propria, ricordandosi in ritardo di non averla più con sé. Si buttò in terra e, rotolando, rifilò un calcio negli stinchi di Artis, o almeno nel punto in cui avrebbero dovuto essere, ma il capitano si era spostato agilmente, tentando di nuovo di colpirlo.
    Anter sgusciò via, poi individuò alcune spade, poste vicino alla bottega di un fabbro, e ne attirò una col pensiero.
    Iniziarono a duellare e quando si ritrovarono entrambi con una lama puntata contro, uno sul cuore e l’altro alla gola, si fermarono.
    «Non male, per un ragazzo con un buco nel fianco.» commentò Artis, ammirato.
    «Non male, per la proiezione di qualcuno in una cella.» replicò Anter incerto, poi si rese conto che tutti lo fissavano sgomenti.
    «Hai del potenziale, ragazzo. Ora capisco perché ti vogliono morto.» commentò un uomo moro e possente, sovrastava tutti i presenti, arrivato con altri: portavano cacciagione e sacchi di cereali, probabilmente di contrabbando.
    «Certo, Rock!» disse Artis, ammiccando verso Anter. «È un Syrel.»
    «Ah!» Rock sorrise. «Ma tu guarda! E quindi Amos adesso si ritrova contro i figli degli Elays e dei Syrel?»
    Artis ridacchiò. «Oh, credimi. Sono entrambi degni dei genitori! Forse anche di più!»
    «Li conoscevate?» chiese Anter, sorpreso.
    I bambini, che gironzolavano lì intorno, li accerchiarono. «Sì, sì! Raccontate, raccontate.»
    «Forza Artis, a te l’onore! Io ho da fare.» Rock sogghignò.
    «Codardo!» gli gridò dietro Artis, quindi si rivolse ai bambini: «D’accordo. Quale volete sentire?»
    «Quella che hai raccontato ieri!» disse una bimbetta di cinque o sei anni, agitando un arco troppo grande per lei.
    «Sì! Quella Anter deve proprio sentirla!» affermò Rowan, accostando il ragazzo con un sorriso d’ammirazione.
    «Va bene! Va bene!» Artis mise le mani avanti in segno di resa, poi iniziò a raccontare: «Aramil Elays, il nostro re, e Xenaviel Syrel erano amici inseparabili sin da bambini, avrebbero dato la vita l’uno per l’altro. Quando avevano circa diciassette anni, durante una delle loro fughe dalla città e dal Palazzo Reale, si avventurarono troppo lontano. Sconfinarono nel regno degli Elfi Oscuri.»
    Anter ascoltava rapito, forse più di tutti i bambini lì riuniti.
    Artis fece una leggera pausa poi continuò con enfasi: «Sarebbero dovuti tornare subito indietro… ma erano giovani e cercavano solo l’avventura. Nessuno è immune da errori. S’inoltrarono nella foresta oltre il confine, sperando di scoprire qualcosa sugli Elfi Oscuri e sui loro piani.»
    «Poi cosa accadde?» chiesero i bambini, appena Artis si fermò per riprendere fiato e conferire drammaticità al racconto.
    Artis guardò Anter negli occhi quando riprese: «Non si accorsero di essere osservati e quando furono abbastanza lontani dal confine, gli Elfi Oscuri uscirono allo scoperto, capitanati da Amos in persona. Aramil era l’erede al trono e, in quanto tale, era preda ambita per loro. Per questo motivo propose a Xenaviel di dividersi, sicuro che l’amico si sarebbe salvato. Ovviamente Xenaviel rifiutò.» Artis rivolse ai propri ascoltatori un sorriso sghembo. «Fuggirono alla cieca, non conoscevano quei luoghi, ma riuscirono a distanziare la maggior parte degli Elfi Oscuri, però Amos li raggiunse. Si batterono utilizzando la magia e Xenaviel e Aramil si salvarono solo perché cooperarono. Il loro fu un lavoro di squadra, cosa cui Amos non era abituato.» Il capitano delle guardie sorrise sornione e aggiunse: «Cosa che dovrete imparare a fare anche voi se vorrete combattere, quindi ora andate!»
    I bambini si defilarono, ridendo e schiamazzando. Il loro entusiasmo era sconvolgente.
    Anter stava ancora assimilando tutta quella storia quando Artis gli chiese: «Allora, che te ne pare?»
    «È tutto vero? Cioè… è andata sul serio così?» chiese il ragazzo.
    Artis si rabbuiò. «Non proprio. Ho tralasciato che quando tornarono a palazzo erano più che malconci e che il padre di Aramil gli proibì di rivedere Xenaviel. Divieto che Aramil infranse finché suo padre non minacciò di esiliare la famiglia di tuo padre. Fu allora che Aramil se ne andò con Xenaviel, si allontanarono entrambi dal regno per più di un anno.»
    Anter era sbigottito, poi sorrise. «Layra somiglia a suo padre.»
    «E tu somigli al tuo. Io l’ho conosciuto. Non posso dire di essere stato suo amico come Aramil, ma ricordo il suo altruismo e il suo coraggio. Perciò t’impedirò di rischiare ancora la vita, come hai già fatto.»
    Anter si scoprì a ridere. «Sarà difficile, penso sia qualcosa di genetico.»
    Artis borbottò qualcosa poi cambiò argomento: «Vieni, ti mostro dove dormirai. Non è una casa, ma nemmeno una cella.»
    Anter annuì: in quel momento sarebbe andata bene qualunque cosa.
    La grotta alla fine si rivelò enorme e il ragazzo avrebbe scommesso che si estendeva per quasi tutti i monti a ovest del palazzo.
    Artis lo guidò fino a delle modeste costruzioni in pietra, ogni apertura coperta da un pesante drappo.
    Lo fece entrare in una di quelle case improvvisate e aprì le tende alle “finestre”, dei semplici buchi nei muri.
    «Lo svantaggio è che non possiamo stare a cielo aperto e creare un’altra dimensione, come fece l’Opposizione, sarebbe troppo rischioso.»
    Anter annuì, poi chiese: «Mi togli una curiosità? Come fa tutta questa gente a stare qui? Non c’è pericolo che gli Elfi Oscuri se ne accorgano?»
    Artis sorrise tristemente. «Amos non controlla quanti Elfi della Luce muoiono. Molte delle persone qui, hanno finto la propria morte e sono arrivate nelle bare, altre sono fuggite direttamente dalle fosse comuni.»
    Anter fischiò sommessamente, ammirato. «Forse può davvero…» Sbadigliò esausto. «Funzionare.»
    Il capitano fece un mezzo sorriso. «Sì, ma ora riposati. Se ti servisse qualcosa chiedi in giro o, se preferisci, rivolgiti a Rock. Oppure a Rowan, già che ci sei.» Rise. «Quel ragazzino è incredibile. E sapessi cosa riesce a fare con i suoi poteri!»
    «Artis, dimmi che non li farai combattere. Sono solo dei bambini!» protestò Anter, pensando ad Ally che voleva combattere con tutta se stessa.
    «Io non li costringerò. Devi capire però che non siamo in molti. Amos si è premurato di non darci la possibilità di creare un esercito.» spiegò Artis che poi abbassò il capo. «Non credere che sia una scelta facile. Avevo una figlia…»
    «Avevi?» sussurrò Anter, pentendosi di aver solo pensato che Artis potesse essere senza cuore nei confronti di quei bambini.
    «Devo andare. Non posso rimanere incosciente per troppo tempo.» si congedò il capitano, poi scomparve nel nulla, tornando alla sua cella.
    Anter sospirò e si stese sul letto con le mani intrecciate dietro la testa, affollata di pensieri.
    “Ally e Layra staranno bene. Amos non farà loro nulla di male, gli servono vive. Sì, è così, deve esserlo. Loro sono molto forti, resisteranno ed io le salverò presto. Prestissimo.” 
    Il tempo rallentò ancora.
    I suoi arti si agitarono, nella vaga ricerca di un appiglio solido, il sangue le salì alla testa in una marea oscura mentre il vento minacciava di strapparle la carne dalle ossa; la cosa che poco prima l'aveva scagliata fuori bordo ora stava precipitando con lei.
    In qualche modo le si era agganciata alla vita per poi avvolgerla come una coperta, proteggendola, e lei gli si aggrappò stringendo i pugni e serrando gli occhi, per evitare che il vento glieli strappasse dalle orbite o l'aria sferzante glieli ferisse, abbandonandosi al più assoluto terrore: avrebbe urlato se il vento non le avesse impedito di aprire la bocca.
    «Usa i tuoi poteri! Usa i tuoi poteri!»
    Riscuotendosi da quello stato di paralisi finalmente l'incantesimo per la levitazione le tornò alla mente e, senza usare le mani, creò una specie di spinta che rallentò la caduta, finendo tra le foglie - fredde e sottili come aghi - e i rami che pungevano nel cedere, spezzandosi e crepitando.
    Improvvisamente quella specie di robusto mantello si staccò solo per metà da lei, lasciandole intravedere solo una marea di aghi di pino e cortecce, e senza mai lasciarla del tutto si incastrò ad un ramo, penzolando come pesci presi all'amo.
    Purtroppo la presa durò pochi secondi perché il ramo di spezzò e i due ripresero a cadere, atterrando su un altro ramo - più solido e grosso - al quale la ragazza si aggrappò con determinazione, mentre sotto di lei gli aghi di pino cadevano al suolo in una pioggia verde.
    Si era fermata.
    Il mantello che fino ad un attimo fa l'aveva protetta dalla caduta, ora giaceva accanto a lei, nella parte più interna verso tronco, mentre la ragazza non si mosse di un millimetro: terrorizzata, con gli occhi ancora chiusi, il fiato corto e il cuore che rischiava di uscirle dal petto per la paura, non osava muovere un solo muscolo.
    «Che bel volo!» esclamò una voce, che all'inizio lei non identificò.
    «Da qui non ci possono raggiungere, forse ci crederanno per morti, e la cosa andrebbe a nostro vantaggio.» aggiunse.
    «Nails!» strillò lei, riconoscendo finalmente la sua voce.
    «Allora è stato lui a buttarmi fuori bordo!» pensò con un tuffo al cuore.
    «Puoi anche aprire gli occhi, ora sei al sicuro.» le disse, mentre si ripuliva da alcuni aghi di pino che si erano insinuati tra le pieghe del giustacuore, lungo fino al ginocchio.
    Lei lo fece e si trovò davanti un rametto di aghi di pino scuri, sottili e con lievi tracce di resina.
    «Siete stato un pazzo a fare un salto da quell'altezza!» inveì in quel momento una vocina che si avvicinava da un punto imprecisato.
    «James, ci sei anche tu?»
    «Certo, non potevo lasciarti da sola con questo individuo avventato!» esclamò l'Hotis, spuntando da dietro il tronco.
    Un velo di stupore dipinse il volto della ragazza: era la prima volta che sentiva James usare quel tono confidenziale con Nails, e questo creò qualche sospetto riguardo la relazione che c'era tra i due personaggi.
    «Forza, dobbiamo scendere da qui. Temo che questo ramo non ci reggerà ancora per molto.» suggerì in quel momento Nails, valutando i rami intorno a loro.
    Tremante come una foglia Ashley strisciò lungo il ramo resinoso e prima che riuscisse ad arrivare al tronco qualcosa la sbilanciò e cadde nuovamente, atterrando questa volta su un morbido tappeto di vecchi aghi di pino e cascate di lilla profumati color malva, bianco e rosa scuro che crescevano tutt'intorno; davanti a lei, eretto su una radice del pino e con una mano appoggiata al tronco resinoso, Nails stava scrutando il territorio circostante con aria pensosa.
    «Oh. Ce l'hai fatta a scendere.» disse, mostrando una reazione sorpresa.
    «Se per caso ti stessi chiedendo se sto bene, la risposta è sì!» ribatté lei, alzandosi dal suolo e spolverandosi dall'abito i residui degli aghi di pino.
    «Bene, perché dovremmo camminare parecchio.» l'informò sistemandosi il balteo sulla spalla destra e l'enorme cappello in testa.
    «Cafone, arrogante e altezzoso.» pensò Ashley sbuffando.
    James le fluttuò accanto, e dopo una fugace occhiata per controllare chissà cosa, Nails si avviò con passo deciso e sicuro tallonato dalla ragazza.
    Là non c'erano sentieri o, se c'erano, non sembravano affidabili - stretti e tortuosi com'erano - soprattutto non sembravano dirigersi da nessuna parte.
    Gli insetti ronzavano nell'aria umida e profumata e la luce filtrava attraverso i sottili aghi della pineta, creando fili di luce che si ramificavano nel morbido terreno.
    «Mentre stavamo scendendo dalla Lofty Mountains ho dato un'occhiata nei d'intorni. Dovremmo camminare verso nord-ovest, tenendo le alture sulla destra.»
    Nails stava procedendo con innata sicurezza, spostando i rami che gli sbarravano la strada e aggirando i pini, come se stesse cercando una pista che solo lui poteva vedere, distanziando di dieci passi la Maga; non un ramo secco o una foglia si spezzavano al suo passare, come se levitasse a pochi centimetri dal suolo e per quanto anche lei cercasse di evitare di pestare i rami secchi, c'era sempre qualcosa che le finiva sotto gli stivali producendo spiacevoli scricchiolii che la irritavano.
    James, d'altro canto, era occupato ad inseguire farfalle, batuffoli di piume che sfrecciavano come siluri da un ramo all'altro ed alcune grosse mosche, senza mai allontanarsi del tutto dai due ragazzi.
    Camminarono in silenzio per un mutuo accordo e per un tempo indefinito; accompagnati soltanto dal rumore del bosco i tre viandanti superarono minuscoli ruscelli che scendevano a valle, felci nane e strati di muschio che si contendevano il suolo con ammassi di vecchi tronchi caduti, rendendo difficile avanzare.
    «Fermiamoci qui, tra poco farà buio e non voglio fare spiacevoli incontri.» decise infine Nails, fermandosi vicino ad un ruscello per scrutarsi intorno con fare circospetto.
    Da dietro il tronco di una abete sbucò Ashley, trafelata.
    «Era ora, sono esausta! Ehi, Gran Passo, non potresti andare un po' più piano per favore?» ansimò la ragazza, appoggiandosi al tronco dell'abete.
    «Se vogliamo rimanere interi suggerirei però di arrampicarci lassù.» proseguì il pirata, analizzando il tronco e i rami di un vecchio pino silvestre.
    «Sai arrampicarti?» domandò dopo, posando lo sguardo sulla ragazza.
    Combattuta tra la voglia di prenderlo a pugni e quella di fargli un dispetto, la ragazza si avvicinò alla pianta, si slacciò la cintura con al suo interno tutto il necessario per medicare le ferite e la passò intorno all'albero usandola come punto di forza per poi iniziare la scalata fino al primo ramo; una volta seduta sopra si voltò verso il basso e lanciò uno sguardo orgoglioso al ragazzo, che aveva cominciato pure lui l'arrampicata guardando dove appoggiarsi.
    «Ti consiglio di salire ancora un po' se vuoi proseguire domani.» le suggerì, continuando a salire.
    Gonfiando le guance in uno sbuffo di impazienza, Ashley prese a seguirlo fino ad arrivare più o meno alla metà dell'albero dove finalmente si fermarono: non si era accorta di quanto in alto fossero, né sapeva dire di quanto avesse scalato, sapeva soltanto che aveva le braccia a pezzi e le dolevano le mani.
    «Non sapevo che amassi tanto gli alberi.» commentò sarcasticamente il pirata, osservandola abbracciata al tronco.
    «Smettila!» strillò lei con voce tremante.
    «Soffro un po' di altitudine, e allora?» aggiunse, girando la testa verso di lui.
    Nails si lasciò sfuggire un sorriso derisorio e scosse il capo; era a metà del ramo, manifestando una perfetta sicurezza stando con le gambe a penzoloni da un lato, e muovendosi come un acrobata quando si drizzò in piedi, facendolo oscillare leggermente il loro sostegno per poi risedersi con una gamba a penzoloni.
    Si mise a frugare nella bisaccia - che aveva tenuto per tutto quel tempo dietro la schiena - prelevando del pane duro, alcuni frutti secchi e dell'uva passa.
    «Avrai fame...»
    E le lanciò un pezzo di pane che lei afferrò con una mano, mentre con l'altra si teneva ancorata al tronco.
    Grandi stormi di uccelli tornavano ai loro nidi, scatenando un fragoroso ciangottare nella pineta, ma nessuno di essi si andò a posare sull'abete.
    «Sta per scendere la notte, è questione di un'ora, massimo due.» osservò James, di ritorno dopo un piumoso spuntino.
    «Ci conviene riposare. All'alba riprenderemo il cammino.» decise Nails, sistemandosi alla bell'e meglio sul grosso ramo.
    Ashley non ribatté; la stanchezza e l'adrenalina accumulatasi in quella lunga giornata l'avevano spossata e ancorata alla ruvida corteccia cercò di prendere sonno, sentendo James che si andava ad accoccolare in grembo facendo le fusa come se fosse stato un gatto vero.
     
     
     
    Le note argentine del verso di una gazza trapassarono l'aria come una campana mentre l'alba, come un alchimista, trasformava il colore delle foglie da un azzurro grigiastro a un verde dorato.
    I tre erano in marcia da un paio d'ore, lasciandosi alle spalle la pineta per entrare in una foresta di aceri, betulle, frassini, querce e castagne dove piccoli animali sbucavano dai cespugli per darsi subito alla fuga, stridendo; ovunque erano visibili grossi funghi arancioni, minuscoli uccelli dagli occhi scintillanti che litigavano tra i cespugli e un riccio che stava scavando tra le radici fibrose di un frassino di montagna.
    Guardandosi intorno Ashley cercò di capire da che parte dell'Isola di Airha si trovasse, senza avere alcun successo, poi un lampo l'illuminò; il suolo con fiori di lillà, felci e muschio, e quella strana presenza che la circondava da quando erano caduti dalla Lofty Mountains erano originarie di una sola Isola di Meris, quella che si trovava più a sud-est: la Rustling Island.
    «Eh già, siamo finiti nel territorio preferito dei wight. Me ne sono accorto anch'io mentre studiavo il percorso da seguire.» sussurrò discretamente Nails, guardandosi intorno attentamente.
    «Abbiamo viaggiato a sud-est di Meris in dieci giorni circa? E' incredibile.» commentò tra sé la ragazza, seguendo la guida.
    «Se non vado errato però ci dovrebbe essere un villaggio di uomini da qualche parte... Forse oltre le alture.» proseguì il pirata, fermandosi accanto a una quercia.
    Improvvisamente sentirono come lo zoccolio di un daino percorrere di corsa un punto lontano sulla destra e non appena quel martellio di zoccoli li raggiunse e oltrepassò, perdendosi in lontananza, i tre non furono in grado di scorgere la fonte di quel rumore; d'impulso Ashley accelerò il passo, così facendo si scontrò con la schiena di Nails che si voltò di scatto estraendo una daga da sotto il giustacuore.
    «Scusa...» riuscì a mormorare, alzando lo sguardo pallido sul ragazzo.
    Lui si rilassò, ripose l'arma nell'apposita fodera, e si voltò per proseguire.
    «Qualsiasi cosa accada, non mostrare mai paura; se un wight coglie questo punto debole, in qualche modo sei in suo potere.» le sussurrò.
    «Lo so, ce l'hanno insegnato al Palazzo di Magia, con chi credi di avere a che fare?» esordì la Maga, mostrando una spavalderia che nascose momentaneamente il tuo irrigidimento.
    Nails si fermò e inarcò un sopracciglio, serafico.
    «Va bene, forse ho qualche problema a gestire le mie emozioni...» concesse, tenendo gli occhi puntati al suolo e tenendogli dietro.
    «Solo qualche?» la punzecchiò il ragazzo.
    «Mi appello al diritto di non rispondere.» sentenziò lei, prima che il pirata scoppiasse a ridere.
    Poteva sembrare strano, ma in un certo senso cominciava a piacerle; vedeva il lato positivo in ogni situazione, sapeva togliersi dai guai con naturalezza, e inoltre le aveva salvato la vita dai suoi compagni, rinunciando alla sua vita da pirata per lei.
    Con un risolino gli passò davanti, mentre un passero le tagliò la strada a sua volta - andandosi ad appollaiare su un faggio alla sua sinistra - quando improvvisamente gli stivali di Nails si sollevarono da terra e un suono rantolante uscì dalla sua bocca, ma fu stroncato sul nascere: un ramo di agrifoglio gli si era avvolto intorno al collo e lo stava soffocando.
    In preda al panico Ashley schivò un altro ramo spinoso che le si stava avvicinando, poi concentrò le sue energie e con un gesto della mano destra obliquo - da sinistra verso destra - tagliò il ramo che stava uccidendo il ragazzo.
    «Via!» strillò James che stava fluttuando alla rinfusa sopra le loro teste.
    Dopo aver preso il braccio del pirata ed averselo fatto passare dietro il collo, lo sollevò da terra e si allontanarono a passo spedito da quella macchia di piante assassine.
    «Piante strangolatrici... Non avrei mai creduto di incontrarne così tante in un punto solo.» sussurrò lei, assicurandosi di essersi distanziata a sufficienza.
    «Dimentichi che siamo a Rustling Island, il luogo preferito degli eldritch.» rantolò Nails, tenendosi il collo sanguinante con la mano libera.
    Si allontanarono ancora di qualche chilometro per poi fermarsi a riposare sotto un vecchio frassino, con le radici che correvano in superficie creando delle nicchie alla base del tronco, e mentre James - trasformatosi in pantera senza che nessuno lo vedesse - faceva la guardia da eventuali pericoli, Ashley curò l'escoriazione sul collo del ragazzo con un unguento oleoso che profumava di lavanda.
    «Ci conviene riposare un po' e mangiare qualcosa prima di rimettersi in marcia.» suggerì, fasciandogli delicatamente il collo.
    «Solo il tempo di mandare giù un boccone; non possiamo stare troppo a lungo in un posto. Non è prudente.» acconsentì Nails, con la schiena contro il tronco.
    Mangiarono gli ultimi acini di uva passa accompagnati con del pane duro e una zuppa a base di funghi, raccolti precedentemente, bevvero un po' d'acqua e scrutarono di tanto in tanto il territorio intorno a loro.
    Nulla sembrava disturbare quella quiete innaturale, eccetto il ciangottare dei passeracei e il fruscio causato da qualche animale del sottosuolo.
    «Dunque saresti una Maga.» disse Nails, dando l'impressione di riprendere un discorso interrotto, anche se non era così.
    «Sei deluso? Ti aspettavi forse una vecchia rachitica, con la fronte cinta da un nastro di cuoio raffigurante una pietra preziosa, e con in spalla un corvo? Oppure un'affascinante donna con un cappello a punta e che reggeva una fluttuante sfera di cristallo?» lo punzecchiò lei, osservando la punta dei suoi stivali seduta sopra la radice del frassino.
    «No. Io non conosco bene Stregoni, Maghe, Guaritrici e via dicendo. A dire il vero non sapevo cos'aspettarmi da te; credevo fossi solo una normale ragazza fatta schiava a Gilvaris Tarv, non una pianta grane.» rispose lui, allungando le gambe.
    «Non sei per niente carino! Ti ho allontanato da una strada orribile che ti avrebbe portato all'impiccagione!» scattò lei, offesa.
    Nails la fulminò per qualche istante, poi alzò la testa verso la chioma verdeggiante del frassino.
    «Avevo i miei motivi per stare su quella via.» mormorò.
    «Ma voi Maghe non dovreste usare bastoni, bacchette o sfere di cristallo per far affluire i vostri poteri?» intervenì in quel momento James, ciondolando su un rametto alla loro destra.
    «In verità sì, ma solo io sono l'eccezione e nessuno sa spiegarsi il motivo. Alcuni hanno persino creduto che fossi una Fatata, ma hanno scacciato subito quell'idiozia.» spiegò loro la ragazza, appoggiandosi sui gomiti.
    «E perché?» volle sapere l'Hotis.
    Ashley sorrise e scrollò le spalle.
    «Beh, i miei genitori sono comuni umani. Non possiedo la Loro bellezza, e poi c'è un altro motivo.» disse un po' imbarazzata.
    «Quale? Quale?»
    James non riusciva più a stare tranquillo da quando venne a conoscenza del segreto della Maga.
    «Quando uso i miei poteri mi indebolisco, a seconda del tipo di incantesimo che voglio usare.» svelò rabbuiandosi.
    «Spiegati meglio.» l'incalzò Nails.
    «Gli incantesimi base - come richiamare l'acqua nelle mani, il vento, o accendere un fuoco - sono incantesimi facili che richiedono poco potere, dato che l'aria contiene piccole particelle che si trasformano in acqua e il fuoco si crea con la vibrazione di piccole particelle che stanno nell'aria.» spiegò, sorprendendosi lei stessa di ciò che stava dicendo.
    «Far crescere un germoglio o una pianta richiede una quantità mezzana di potere; mentre creare una sfera di luce, moltiplicare gli oggetti o il cibo, fluttuare nel cielo richiedono molta più energia.» aggiunse.
    «Molto interessante. Direi sorprendente.» mormorò Nails rapito da quella spiegazione.
    «E quella sfera d'aria che hai creato sul ponte per difenderti quindi non ha risucchiato tutte le tue energie.» si ricordò l'Hotis, scendendo verso il suolo.
    «Solo un po'.» ammise lei, sgranchendo le braccia verso l'alto.
    Ci fu un attimo di silenzio, nel quale ognuno perse i proprio pensieri, poi Nails decise che la pausa era finita e si rimisero in marcia fino al calar del sole, seguendo un percorso che s'inerpicava su una via ripida dove un improvviso mutamento del clima li accolse in una pioggerellina primaverile che s'insinuò sotto i loro vestiti e gli bagnava il volto.
    «Non possiamo procedere con questa pioggia. E' meglio trovare un riparo.» suggerì James, nascosto tra le pieghe del mantello del pirata.
    «Se ci fermiamo potremmo avere sorprese poco piacevoli.» ribatté il ragazzo, procedendo con una mano davanti al volto.
    «Così facendo però non risolveremo nulla!» ribadì Ashley cercando di stargli dietro.
    Nails si fermò un attimo, poi fece cenno alla Maga di seguirlo e si ritrovarono di fronte ad un vecchio fienile abbandonato.
    Con un calcio secco aprì la vecchia porta in legno marcio - sollevando una nuvola di polvere che li fece starnutire - e si rifugiarono al suo interno; per terra si potevano scorgere residui di fieno e paglia, un vecchio sgabello a tre gambe rovesciato e una botola chiusa con i chiodi.
    «Beh, non è granché ma è pur sempre meglio che là fuori.» commentò Ashley massaggiandosi le braccia, infreddolita.
    Le ragnatele formavano delle tende naturali tra gli angoli, e dal soffitto scendevano verso terra mentre piccoli insetti di ogni sorta si andarono a nascondere tra i buchi del pavimento, infastiditi dall'intrusione dei tre ragazzi; a quella vista Ashley avrebbe preferito un luogo con un'amaca appesa tra le pareti, un letto un po' malandato o almeno un tavolo su cui appoggiarsi ma ormai la pioggia fuori era aumentata e sembrava non smettere.
    «Forza dormiamo.» li incoraggiò Nails, trovandosi un angolo sul pavimento freddo e sdraiandosi con naturalezza.
    Dopo aver dato un'altra occhiata intorno a sé, la ragazza si arrese all'evidenza e si sedette sul pavimento polveroso, coprendo la casa con una barriera protettiva.
     
     
     
    Incapace di prendere sonno, la Maga sentiva intorno a sé il ticchettio delle zampe di millepiedi e insetti col carapace - immaginandoseli che si arrampicavano lungo le gambe e le braccia per infilarsi sotto i suoi vestiti e mordicchiarla -, poi occhi che la scrutavano continuamente e temeva lo strisciare di rettili che sarebbero potuti entrare dalla porta aperta.
    Mettendosi a sedere decise di accendere un fuoco usando lo sgabello rotto e qualche pezzo di legno che era caduto dal soffitto quando qualcuno da fuori attirò la sua attenzione.
    Girando rigidamente la testa verso la porta scorse nella penombra della pioggia un bellissimo cavallo nero a poche falcate dall'ingresso, che la osservava incuriosito con occhi profondi e simili a polle d'acqua e la criniera che si sollevava al fruscio del vento; i lineamenti erano forti e affusolati, donandogli un aspetto regale.
    «Non sembra un Glastyn, e neppure l'Each Uisge. Forse è un nygel...» pensò, restando immobile.
    Insicura di che eldritch si trovasse davanti decise di non abbassare la barriera e sperò che né Nails né James si svegliassero; alla fine, dopo lunghi attimi interminabili, dove l'animale e lei si osservavano incessantemente, lui se ne andò trotterellando via e lei tornò a rilassare i muscoli che le stavano dolendo per lo sforzo di non muoversi.
    Forse la barriera protettiva aveva funzionato e il cavallo d'acqua non si sarebbe potuto avvicinare neanche se l'avesse voluto, o forse non l'aveva vista, oppure il suo tithal di pietra bucata - regalo di sua zia - l'aveva protetta.
    «No, gli eldritch vedono bene di notte.» si ricordò, scuotendo la testa.
    Un lampo di genio la colse: gli eldritch wight non potevano varcare le soglie di case, o in questo caso di un vecchio fienile, se non invitati a farlo.
    Rassicurata da quell'illuminazione si cinse le gambe con le braccia, schioccò le dita e fissò il fuoco che aveva acceso mentre la pioggia tamburellava incessantemente sul tetto di paglia e fango, sulle foglie degli alberi e sul terreno erboso.
    Distrattamente voltò lo sguardo dove Nails riposava e incrociò il suo volto: dormiva beatamente, come se nulla lo disturbasse, e la luce del fuoco creava delle ombre su di esso, rendendolo affascinante.
    Con un flebile sorriso osservò i lineamenti del viso del suo salvatore: quelle strane ciocche rosse nei capelli biondi che sembravano papaveri in un campo di grano, le labbra fini e rosee e gli zigomi dolci tra cui la cicatrice sulla guancia sinistra lo rendevano rassicurante.
     
     
     
    Un ramo le frustò il viso.
    Con un movimento secco e irritato se lo spostò di dosso, proseguendo alle spalle di Nails e la pantera James che giocava con delle mosche e farfalle che gli passavano davanti.
    «Dovremmo essere molto vicini.» l'informò il pirata, superando dei cespugli di rovi.
    «Perché questa frase non mi è nuova? Forse perché è esattamente la stessa che hai detto tre ore fa, eppure non arriviamo mai, guarda un po'.» osservò sarcasticamente lei con il fiato corto.
    Erano quattro giorni che camminavano sotto quell'intrico di rami, foglie e radici, cespugli e sassi, sussultando a ogni minimo rumore e cercando dei rifugi asciutti per quando pioveva, senza mai tuttavia scorgere o raggiungere il famoso villaggio che Nails sembrava conoscere.
    «Beh, questa volta è vero.» assicurò il ragazzo, uscendo dal bosco.
    Imitandolo la ragazza si trovò davanti a una strada che sbarrava loro il cammino e più in là, oltre una vallata verdeggiante e uno strapiombo, scorreva un fiume alimentato da un lago più a ovest; su esso di ergeva un villaggio costruito su delle palafitte.
    Dopo aver scoccato un'occhiata compiaciuta alla ragazza, si mise in testa e la guidò verso il villaggio mentre un malandato carretto trainato da un mulo, veniva loro incontro; in cassetta c'era un vecchio, magro, barbuto e con un grosso cappello di paglia che gli copriva il volto.
    Si incrociarono senza proferir parola o scambiarsi un saluto.
    Forse il vecchio non li aveva visti, o forse non li voleva salutare, oppure temeva la grossa pantera che li affiancava.
    «Non è molto solidare...» mormorò Ashley.
    «A quanto pare. Meglio stare attenti, non so perché ma tira una brutta aria.» disse lui guardingo.
    «Certo che ne hanno di coraggio per costruire delle palafitte in una terra preferita dai wight.» osservò la Maga, tornando a guardare il villaggio.
    Nails non rispose e proseguì lungo la strada che affiancava il lago finché non si trovarono davanti ad una biforcazione con al centro una stele di pietra che incideva due frecce indicanti le due strade; per tacito accordo presero quella di destra.
    Più si avvicinavano al villaggio, più la Maga si accorgeva di com'era spoglio, povero e sinistro quel posto, come se fosse avvolto da un'aura oscura; piccole imbarcazioni erano attraccate ad ammuffite banchine di bambù, che si diramavano come le vie di una strada di terra vicino alle capanne fatte di legno, paglia e fango.
    «Che posto desolato.»
    Il ragazzo sembrò leggerle nel pensiero e - senza fermarsi o rallentare - le posò una mano sulla spalla come per confortarla, abbozzando un lieve sorriso quando lei alzò lo sguardo su di lui.
    Anche James le fu di conforto, strofinando la testa contro il suo fianco e facendo le fusa.
    Non sapeva dire quanto avesse dormito, né che ore fossero, sapeva soltanto che ora si sentiva meglio e doveva escogitare al più presto un modo per andarsene da quel brigantino e lasciarsi alle spalle quella gentaglia.
    «Ben svegliata. Il Vice Capitano mi ha ordinato di servirti la colazione.» cantilenò allegramente una voce giovane, proveniente da chissà quale lato della cabina.
    Aprì gli occhi dopo esserseli strofinati un paio di volte con le nocche delle dita si trovò davanti ad un ragazzino di circa quindici primavere, con un paio di orecchie da gatto che spuntavano dalla nuca e una coda nera che scodinzolava al vento.
    Indossava una camicia azzurra con un giacchino col cappuccio di stoffa riciclato e un paio di vecchi logori pantaloni color seppia.
    «James?» farfugliò intontita.
    «Proprio io, chi credevi che fossi?» annuì il ragazzino voltandosi verso un comodino.
    «Ma per caso sei un muta forma?» esclamò scattando a sedersi.
    «Muta forma? No, io sono un Hotis.» la corresse con sguardo perplesso.
    «Hotis..?» ripeté lei, ancora più confusa di prima.
    James annuì un paio di volte poi si voltò verso di lei e le porse una scodella di legno e un pezzo di pane; nel vedere la poltiglia verde color muffa dentro la scodella dove galleggiavano dei pezzi indefiniti di verdure marce Ashley storse la bocca in un espressione di disgusto e rifiutò di mangiare il contenuto, preferendo invece di assaggiare il pane nero, trovandolo duro e con qualche segno di degradamento.
    «Come vorrei riavere la mia bisaccia.» sospirò affranta, ripensando alle delizie che c'erano custodite dentro.
    Posò lo sguardo oltre l'oblò e vide che stavano navigando su una zona montuosa dove bianchi cirri tagliavano le cime della montagne e gli stambecchi saltavano di roccia in roccia.
    «James, gradirei riavere i miei vestiti.» gli chiese dopo un lungo attimo di silenzio.
    «Ciò che la signorina ordina, la signorina avrà.» disse l'Hotis con un inchino e uscendo dalla stanza lasciando la porta aperta.
    Vedendo quell'opportunità la Maga si alzò dal letto e si diresse verso la soglia; dal corridoio biforcato si potevano udire le cantilene, gli ordini e le imprecazioni dell'equipaggio impegnato a manovrare il brigantino, guidati dagli ordini di Rask e Nails, mentre altri uomini scatenarono qualche rissa per smorzare quella rigidità e disciplina che di solito regnava nelle Navi del Cielo della marina.
    Cercando di non farsi scoprire da qualche membro del veliero la ragazza si spinse oltre il corridoio di legno - agendo con prudenza e i nervi tesi per la tranquillità di quel posto -, temendo l'arrivo improvviso di qualcuno, e quando fu in procinto di uscire dal corridoio qualcosa artigliò la gonna del suo abito e le impedì di proseguire.
    Si girò di scatto e vide una creaturina dolce e tenera trattenerla puntando i piedi per terra.
    «Non puoi salire!» strillò la voce di James alle sue spalle.
    «Lasciami James.» gli ordinò lei, strattonando la gonna per liberarla dalla presa dell'Hotis.
    «Se vai lassù il Vice Capitano non potrà difenderti. Per favore, torna nella cabina...» la supplicò lui, fluttuando a qualche metro da terra e senza mollare la presa.
    «So difendermi benissimo da sola da quegli zotici.» ribadì lei con arroganza.
    «Davvero? Allora come mai sei qui se sai difenderti benissimo da questi zotici?» domandò una voce alle sue spalle.
    Ashley si girò lentamente e vide Nails fermo davanti alla soglia, con le mani incrociate sul petto, con una spalla appoggiata alla cornice della porta e uno sguardo di rimprovero puntando contro; improvvisamente la sua audacia si dissipò e il cuore prese a martellarle nel costato, colorandole le guance di un rosso acceso: se non fosse stato un brigante, se l'avesse conosciuto in altre circostanze, le sarebbe persino piaciuto; inoltre quella cicatrice sul volto gli dava un aspetto intrigante.
    «Ti avevo detto di non muoverti dalla stanza.» sibilò con voce bassa e avvicinandosi a lei.
    «Volevo solo uscire a prendere un po' d'aria fresca.» cercò di giustificarsi, con lo sguardo girato su una spalla per evitare di incrociare il suo.
    Nails rimase fermo a osservarla per qualche secondo, poi l'afferrò per un braccio e la riportò in cabina mentre James li seguiva a debita distanza.
    «Uscirai quando te lo dirò io se ci tieni alla pelle.» le ripeté chiudendo la porta alle spalle.
    La Maga rimase immobile come una pietra tra il ragazzo e il letto; avrebbe voluto rispondergli per le rime ma qualcosa la tratteneva: forse la sua gentilezza, il suo fascino oppure i suoi modi di fare audaci, impetuosi e sicuri le tenevano la lingua frenata tra i denti così da non offenderlo o non destare la sua ira.
    «Vedi di non farti beccare una seconda volta. Non sarò così clemente.» l'ammonì.
    «Mi spieghi perché ti ostini a fare così? Non ho nulla da darti in cambio e anche se lo volessi non lo farei!» sottolineò lei per la seconda volta stringendosi la gonna tra le mani per il nervoso e l'imbarazzo.
    «Smettila di essere così presuntuosa. Te l'ho già spiegato il motivo e detesto ripetere le cose due volte.» rispose tranquillamente lui.
    «Bene, allora lasciami andare.» gli ordinò lei con fervore.
    «Accomodati pure, se vuoi precipitare a duecentocinquanta piedi dal suolo di un bosco di rocce acuminate e pini fai pure, non sarò di certo io a fermarti.» ribatté lui con tono sarcastico.
    Senza sapere come ribattere Ashley serrò le labbra e si voltò di spalle incrociando le braccia al petto; quella situazione le stava sfuggendo di mano e sentiva che a breve gli avrebbe dato un pungo in pieno viso.
    «Mi sono stancata, devo trovare il modo di scappare da qui il più presto possibile prima che impazzisca!» pensò, guardando il mondo fuori dall'oblò scorrere veloce al suo sguardo.
    «James, occupati di lei; a breve sarò di ritorno e voglio vederla esattamente dov'è ora.» disse all'Hotis, che annuì con rispettoso timore.
    Non appena fu da sola la ragazza ebbe l'impeto di prendere a calci la gamba del letto ma s'immaginò solo di farlo - farsi del male non le sarebbe servito a nulla - poi cadde a sedere sul materasso morbido e si prese il viso con le mani.
    «Ho il vestito che mi hai chiesto.» le disse James, porgendoglielo.
    «Ti sono obbligata.» annuì lei, con un sorriso e prendendoglielo
    Lo fissò per qualche istante, mentre dentro di lei prendeva forma una domanda sconveniente, che non sapeva come formulare.
    «Senti, posso chiederti a che tipo di eldritch wight sei James?» si lanciò, osservando la sua gonna e il corpetto del suo abito.
    «Io non sono un eldritch wight. Sono una mutazione di un folle Mago: un Hotis.» le ripeté calmo l'esserino, fissando il pavimento.
    «Ho notato come mi trattavi: pensavi che fossi una creatura unlorally magica che se la si ringrazia direttamente si può offendere, ma per me le regole degli eldritch non valgono, sono un caso a parte.» aggiunse con un sorriso.
    Ashley alzò la testa e fissò quella creaturina con stupore e perplessità: non credeva che esistessero esseri così insoliti.
    James lesse quello sguardo e con movimenti leggiadri si andò a sedere sul comodino che stava accanto alla porta.
    «Una volta dovevo essere un cucciolo di pantera dei Colli Ferrosi, forse. La mia vita doveva essere felice quando un giorno un gruppo di persone spietate ha cominciato ad abbattere ogni albero della foresta finché non scovò la tana dove io e i miei fratelli ci rifugiavamo. Uccisero senza pietà nostra madre per la pelliccia e ingabbiarono me e i mie fratelli in minuscole gabbie di ferro per poi venderci al mercato dopo giorni di marcia senza cibo né acqua. Quando venni acquistato da un Mago dalla barba bianca e un camice grigio pensai di essere al sicuro - dato che mi aveva offerto cibo, acqua e una morbida cuccia - ma ben presto mi accorsi che avevo sbagliato a giudicarlo come il mio salvatore. Mi legò a catene di ferro in una lugubre sala dove altri animali erano imprigionati e agonizzanti e cominciò a torturarmi per soddisfare le sue ricerche da pazzo scatenato finché un giorno non mi ritrovai ad avere questo aspetto.» le raccontò, tornando con la mente a quei tristi ricordi.
    «Basta, smettila! Non dire altro per favore!» scattò in quel momento Ashley, presa dal rimorso e vedendo una lacrima rigare il volto di quella creaturina.
    «Non voglio sentire altro... E' troppo doloroso per te e poi non mi piace sentire queste storie macabre.» si affrettò ad aggiungere con la pelle d'oca.
    Quando frequentava il Palazzo di Magia aveva sentito in più occasioni le crudeltà di alcuni Maghi e Stregoni, che si erano fatti accecare dalla pazzia e sete di potere, ma non avrebbe mai creduto che si sarebbero spinti a tanto per soddisfare le loro follie.
    Seguì un lungo silenzio nel quale la Maga si andò a vestire dietro un sipario di stoffa pieghevole, rinfilandosi con una smorfia di sollievo il suo corpetto violaceo, la gonna verdolina lunga fino la ginocchio, il giubbottino turchese con le mezze maniche arricciate, i guanti di seta di ragno lilla - che le aveva regalato sua nonna - e i suoi stivali; dopo essersi data un'occhiata allo specchio si passò una mano dove un tempo c'era la sua cintura con il minimo indispensabile e lasciò che un sospiro di rammarico le uscisse dalle labbra: chissà dov'era finita quella cintura?
    «E' bellissimo il tramonto non trovi?» sospirò in quel momento James, affacciato all'oblò a fissare il panorama.
    «Tutto il Mondo di Meris è stupendo James.» sottolineò lei, sistemando i guanti lungo le braccia.
    Il rosso disco del sole che si andava a spegnere oltre l'orizzonte montuoso, lasciando posto al blu della notte era uno spettacolo che sapeva incantare chiunque si fermasse ad osservarlo.
    Uno stormo di anatre passò davanti all'oblò e per un attimo la cosa sembrò eccitare il piccolo James, che prese a dimenare la coda con l'aspettativa che uno di quei pennuti gli finisse tra i denti; evidentemente il suo istinto da predatore non si era del tutto assopito con quella tremenda trasformazione.
    Ancora incredula che quel tenero Hotis dal musetto dolce fosse il frutto di terribili esperimenti di un folle Mago, Ashley sentiva la pelle d'oca salirle lungo la schiena tutte le volte che si soffermava a pensarci.
    «Chissà quanto dolore ha dovuto patire...»
    «Ehi, James, per caso odi le Maghe?» mormorò mentre si guardava le mani guantate.
    L'Hotis ponderò bene quelle parole, a cui sembrava non voler dare una risposta, poi un sorriso gli increspò le labbra.
    «Io odio solo un Mago.» le rispose alla fine.
    Come alleggerita di un peso sulla coscienza la Maga annuì, notando solo dopo lo sguardo indagatore di quel ragazzino.
    «Vado a prenderti da mangiare, sarai di certo affamata.» disse, dirigendosi verso la porta.
    Fece per aprirla ma si bloccò con la mano ferma vicino alla maniglia e ruotò il busto verso la ragazza.
    «Non muoverti per favore, sarò presto di ritorno.» le chiese.
    Lei annuì nuovamente e l'Hotis uscì fluttuando a destra e sinistra del corridoio lasciandola di nuovo sola.
     
     
     
    Dalla pallida luce che precedeva il tramonto emerse il confine del mondo, dipinto con sbrigative pennellate di nubi poi, improvvisamente, prima di scomparire, fu attraversato dall'alta prua.
    Un momento più tardi però la Nave del Cielo incontrò una sacca d'aria, perse quota in modo repentino ed esso riapparve.
    I primi raggi della luna illuminavano d'argento un infinito panorama di vegetazione oscillante di alberi scossi al vento per poi specchiarsi in una prospera regione di fattorie e piccoli villaggi, dove al mattino le pecore di sparpagliavano come fiocchi di lana al sopraggiungere dell'ombra dei Signori del Cielo.
    Tutti i pirati erano a dormire nelle loro amache o in letti improvvisati, e sul ponte era rimasto solo più Nails a manovrare il timone mentre sotto il suo sguardo la ragazza correva da una parte all'altra nella nave per ammirare il paesaggio notturno, affiancata da una pantera nera dal mantello lucido e dagli occhi argentei.
    Avendo ricevuto l'ordine di fare il turno di guardia dal Capitano Rask, Nails aveva deciso di far salire sopraccoperta la Maga, che aveva passato tre giorni di prigionia nella sua cabina e - concentrato sulle manovre da fare - si concedeva solo pochi attimi per osservare Ashley che guardava il mondo sotto di loro, con impeti di gioia e meraviglia.
    «E' bellissimo!» strillava sotto voce la Maga, salendo la scaletta che portava sul ponte di comando.
    «Ti ringrazio di avermi fatto uscire dalla cabina.» aggiunse sistemandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
    Nails annuì senza distogliere lo sguardo da oltre la polena, poi fissò il timone nella giusta direzione e si voltò verso la ragazza, porgendole una mano e togliendosi l'ampio cappello con l'altra, eseguendo un inchino degno di un cortigiano.
    «Mi concederesti l'onore di un ballo?» le domandò.
    La ragazza avvampò e fu in procinto di rifiutare, ma la mano di lui aveva già afferrato la sua e la stava trascinando nel centro del ponte di comando, cingendole la vita con l'altro braccio.
    «Ehm, non sono molto brava.» cercò di guadagnare tempo.
    «Meglio così, perché anch'io non sono un bravo ballerino.» ammise lui con un sorriso in volto.
    Senza musica ad accompagnarli, e senza capire come iniziare, i due giovani presero a volteggiare sotto la luna e le stelle - gli unici spettatori, oltre alla pantera - stando attenti a non intralciarsi a vicenda e senza pestarsi i piedi.
    I capelli biondi di lui con delle ciocche rosse - tenuti fermi dietro la testa tramite un codino - si muovevano leggermente davanti agli occhi limpidi come fiumi cristallini, ma Ashley non lo notò dato che era concentrata a non pestare i piedi del suo partner, e soprattutto per non mostragli l'imbarazzo che aveva dipinto di rosso carmino il suo volto.
    Dopo aver fatto una decina di piroette e scambi di posto un rumore improvviso spezzò quell'armonia che si era creata e Nails spinse la ragazza dietro il timone, facendole da scudo con il proprio corpo, mentre la pantera si affrettò a raggiungerlo drizzando il pelo brillante sulla schiena e a mostrare i canini bianchi come la luna; il cuore di Ashley prese a martellarle nel petto mentre avvertiva la tensione avvolgere come un involucro i due personaggi.
    Timidamente, dalla polena a forma di corvo, spuntò una testa scura grossa come due pugni, con un becco arancione e una coroncina di rubini rosso cremisi seguita da un lungo ed aggraziato collo e un paio di forti ed eleganti ali: un cigno nero.
    «Un wight...» sbottò Nails, tornando a rilassarsi.
    Il grosso cigno nero non si era accorto di volare nella stessa rotta della nave e, senza essere riuscito ad evitare in anticipo lo scontro, ci era andato a sbattere contro; fortunatamente stava bene e riprese il suo viaggio stagliandosi contro la luna, come se non fosse successo nulla.
    «Per un attimo ho pensato che un membro della ciurma si fosse svegliato.» sospirò James, dopo essersi trasformato in un esserino grande come una mano senza che i due umani se ne fossero accorti.
    «Anch'io. Puoi tornare in cabina James, tra poco scenderemo anche noi.» disse Nails, alzandosi insieme alla ragazza.
    L'Hotis annuì e fluttuò verso la porta che conduceva alle cabine del Capitano, del Vice e della Sala Nautica.
    «Ti ho visto turbata questa sera. C'è forse qualcosa che non va?» domandò poi alla Maga, tornando a manovrare il timone come se non fosse successo nulla.
    La ragazza rimase un po' delusa di quell'improvviso atteggiamento distaccato, ma non ci diede peso e fece finta di nulla anche lei.
    «In effetti sì. Riguarda la storia di James... Me l'ha raccontata...» gli rispose, passandosi una mano su una spalla.
    «Non credevo che nella Terre di Meris esistessero persone così crudeli.» aggiunse con una punta di delusione e sedendosi sulla balaustra davanti al timone.
    «E così James ti ha confidato la sua più grande paura e segreto eh?» ripeté il Vice Capitano, con disinteresse.
    «Quindi sai anche che io l'ho preso sotto la mia protezione...» aggiunse con una nota di soddisfazione.
    Alzò lo sguardo verso il pirata e mostrò un espressione sconcertata e sorpresa.
    «Protezione? Chiuderlo in una stanza di abbigliamento e incatenarlo per te è protezione?!» inveì la Maga balzando giù dalla balaustra e stringendo i pugni lungo i fianchi.
    «Quello è per colpa di Rask. Io non c'entro nulla.» si difese Nails senza scomporsi.
    Ashley fece per aprire la bocca e ribattere apertamente ciò che pensava di lui e del Capitano, ma la serrò quasi subito convincendosi che non sarebbe servito a nulla.
    «Grazie per la serata Vice Capitano, buona notte.» si congedò acidamente, voltandosi verso la porta e allontanandosi.
    «Ah! Ash, prima che mi dimentichi.» la chiamò lanciandole un oggetto che lei afferrò al volo.
    Non appena lo scrutò al chiaro di luna notò che era una cintura: la sua cintura con tutto quello che le serviva per il viaggio.
    Alzò lo sguardo sul Vice Capitano e gli accennò un grazie con il capo, poi sparì dietro la porta e s'incamminò lungo il corridoio - che portava alle due camere - mentre si allacciava fieramente la cintura alla vita.
    Stava passando vicino alla porta del Capitano quando una mano uscì da essa e, afferrandole il braccio, la trascinò dentro la stanza con uno strattone.
    La porta si richiuse e lei si trovò davanti due occhi smeraldi che la fissavano, semicoperti da una frangia dorata; le maniche arrotolate della camicia mostravano gli avambracci lisci e gonfi di muscoli ondulati che le sbarravano ogni via di fuga e tenevano ferma la porta mentre l'alito del Capitano - che sapeva di rum - le sfiorava il viso, dandole la nausea.
    «Capitano Rask, esigo una spiegazione!» esclamò, cercando di usare il tono più autorevole che potesse avere.
    Gli occhi di lui erano lucidi e lo sguardo perso lo rendevano semplicemente irresistibile, e allo stesso tempo pericoloso.
    «Così giovane... Così fragile ed effimera...» blaterò drizzandosi con la schiena.
    L'altra sera aveva esibito un atteggiamento altezzoso, rozzo e arrogante ma ora sembrava patetico, fragile e insignificante tanto che la Maga si sentì stringere il cuore.
    «Non state bene.» disse, allungando una mano per sentire se aveva la fronte calda, ma lui gliela bloccò a mezz'aria per poi strattonare a sé la ragazza e trascinarla fino al materasso e gettarsi sopra, alzando le lenzuola in una nuvoletta che poi si appiattì.
    «Lasciatemi per favore...» mormorò, cercando di staccarselo di dosso.
    «Così insignificante, eppure incline a destare curiosità, soprattutto in un Principe. Che cosa nasconderete mai?» farfugliò Rask, rigirandosi sul materasso con la ragazza e sedendosi sopra le sue gambe.
    Interdetta da quella rivelazione Ashley non capì se le aveva detto la verità oppure l'effetto del rum bevuto gli avesse dato alla testa, ma le parole di James le tornarono alla mente, e intuì.
    «Vi avverto che non sarò responsabile delle mie azioni!» pensò di dirgli, ma non ci riuscì.
    Rask aveva cominciato a sondarle il corpo, facendo scorrere le dita sulla sua pelle, e la paura l'attanagliò come un artiglio mentre un desiderio perverso cominciava a formarsi dentro di lei: avrebbe voluto che non si fermasse, ma andare troppo oltre significava perdere troppo; traumatizzata da quei pensieri contrastanti non si accorse che Rask aveva cominciato a slacciare i lacci del corsetto e con una contrazione involontaria del braccio gli diede uno schiaffo, colpendolo in pieno viso.
    «Smettetela, non siete in voi!» sibilò rigida di terrore.
    Dopo un attimo di sorpresa, dove si passò una mano dalla parte schiaffeggiata, il Capitano sorrise malevolo per poi alzare una mano; fece per calarla sulla ragazza - che nel frattempo aveva chiuso gli occhi in attesa del colpo - ma quest'ultima rimase ferma a metà.
    «Adesso basta, Capitano.» disse Nails, impassibile.
    Rask non si mosse.
    «Avete fatto anche troppo torto a questa ragazza.» aggiunse, non vedendo alcuna reazione.
    Il Capitano esitò ancora, lasciando in allerta e tesa l'ostaggio, finché non si scostò di lato e la lasciò andare.
    «Portala via...» mormorò, posando il braccio sugli occhi.
    Il Vice s'inchinò e uscì scortando la ragazza, che si era andata a rifugiare tra le sue braccia, fino alla sua cabina.
    «Questa volta non c'entro nulla, è stato il Capitano a farmi questo!» si difese, notando lo sguardo corrucciato di Nails.
    «Lo immaginavo. Il Capitano non ragiona quando beve.» confessò Nails, passandosi una mano tra i capelli.
    «Nessuno di voi ragiona quando beve!» incalzò Ashley, incrociando le braccia sul petto.
    Il Vice Capitano sorrise e annuì, concedendole di avere ragione, poi si andò a sedere sul suo letto ed incavallò le gambe appoggiando le mani sul lenzuolo dietro la schiena.
    «E' vero ciò che ha detto? Che è... Che era un Principe?» gli domandò dopo un po', affacciandosi all'oblò.
    «Sì, ma ha deciso di lasciare quella strada tempo addietro, e nessuno ne conosce il motivo.» si limitò a dirle.
    «Avanti, è ora di dormire Ash; è stata una notte molto entusiasmante, forse anche troppo.» esclamò dopo un lungo silenzio, andandosi a stendere sul tappeto sottostante al letto.
    «Cosa stai facendo?» gli domandò Ashley, sporgendo lo sguardo oltre il letto.
    «Ti cedo il posto, che domande.» rispose lui, appoggiando la testa dietro le mani incrociate e fissandola.
    «No, ora è il mio turno di dormire sul pavimento! Tu hai già fatto troppo.» ribadì lei contrariata.
    «Smettetela di scherzare, e andate a dormire.» sbadigliò Nails, girandosi dall'altra parte.
    Ma invece di dormire sul materasso la ragazza si andò a sdraiare dall'altro lato del letto.
    «Penso che tu sia più nobile di Rask, quindi meriti di dormire sul letto.» sussurrò chiudendo gli occhi ancora prima di sentire il ragazzo ribattere.
     
     
     
    I giorni sulla Lofty Mountains passarono monotoni e a volte interminabili - eccetto quando Nails era di vedetta alla sera, e solo in quei momenti Ashley e James potevano salire sul ponte a prendere un po' d'aria fresca - ma fortunatamente la compagnia dell'Hotis e del Vice Capitano smorzava quella noia, distraendo la Maga dalla voglia di scappare e di essere una prigioniera.
    Con incredibile facilità infatti tutti e due avevano cominciato a stringere amicizia con lei - anche se la trattavano in modi differenti -, ma ben presto quella pace e monotonia sarebbero finiti.
    Uno sfortunato mattino - non sapeva dire se il quarto giorno o il decimo dalla sua imbarcazione sulla Lofty Mountains -Ashley era come sempre rinchiusa nella cabina di Nails a giocare a carte con l'Hotis sul tavolino sistemato vicino all'oblò quando la porta si aprì con un cigolio di cardini posti sotto sforzo e fece entrare Swinc, Crocker e un altro pirata mai visto dalla ragazza.
    «Eccoti qui, sgualdrina! »ululò Swinc indicandola.
    «Cosa significa questa impudenza?» scattò d'impeto la Maga, scendendo dal letto e puntandosi i pugni sui fianchi.
    «Abbiamo l'ordine di portarti fuori.» sibilò il pirata che affiancava Crocker.
    Non sapendo cosa rispondere, e non avendone neanche il tempo, la ragazza fu trascinata fuori dalla cabina dai tre pirati e condotta sul ponte mentre James - che si era trasformato e nascosto - li stava seguendo a distanza, nascondendosi tra le travi e le ombre del corridoio.
    L'aria là fuori era pura, simile a un vino azzurro contenuto in una coppa di cristallo che risuonasse del canto degli uccelli.
    Maestose pieghe del terreno rivestite di verde scuro scendevano verso valli ammantate di nebbia; la Lofty Mountains stava navigando dritta e sicura su un oceano di nubi lanuginose, tra isole fatte di picchi montani, ma in quel momento la ragazza non riuscì a vedere tutta quella bellezza.
    Una volta fuori si trovò dinnanzi a Rask, che si teneva saldamente in piedi sul ponte di comando, impegnato a manovrare il timone.
    «Capitano, abbiamo l'ordine richiesto!» annunciò fieramente Swinc, gettando in avanti la ragazza.
    Rask girò la testa di lato, lasciò il posto a un pirata e si parò davanti a lei, tenendo la mano sinistra posata sull'elaborata elsa della spada legata al fianco; il vento gli scompigliava i capelli sotto al tricorno e alzava il giustacuore di velluto color felce, rendendolo quasi un'apparizione eldritch.
    «Allora, avete finito di abusare del nostro soggiorno gratuitamente; credo che sia giunto il momento di restituire il favore.» mormorò, prendendole il mento con l'indice e il pollice e fissandola negli occhi.
    «Andate all'inferno...» osò sussurrare lei, tra la paura e il disgusto.
    Rask abbozzò un sorriso serafico, poi le lasciò il mento con un movimento brusco e tornò a voltarsi verso prua incrociando le mani dietro la schiena.
    Cercando freneticamente Nails con lo sguardo, Ashley lo individuò vicino alla murata del ponte di comando; se ne stava assolutamente immobile, con il cappello calato sugli occhi, e le braccia incrociate sul petto.
    «Era ora! Finalmente ci si diverte un po'!» ululò un pirata, senza che Ashley capisse chi fosse.
    «Piano piano, ce n'è per tutti!» esclamò un altro.
    «Lasciatemi passare!» tuonò un altro ancora, spintonando con i gomiti.
    «Slacciati il corsetto sgualdrina!» le ordinò in quel momento Swinc, sbavando come un cane rabbioso.
    Il terrore e l'umiliazione di quelle minacce raggiunsero il culmine e, pervasa da un odio incontenibile, Ashley alla fine usò una sfera d'aria, spazzando via i suoi assalitori e creandosi un varco; alcuni si afflosciarono sul pavimento della Nave del Cielo, perdendo conoscenza, mentre altri andarono a sbattere da qualche parte del brigantino.
    «Una Maga... Interessante.» mormorò Rask alle sue spalle, applaudendola con sarcasmo.
    Finalmente libera da quella massa di sporchi cani affamati, la ragazza corse verso il lato del ponte opposto a quello in cui si trovava il Vice Capitano poi si arrampicò sul parapetto, afferrando una cima per mantenere l'equilibrio.
    Duecentocinquanta piedi più in basso, le pieghe arruffate della foresta oscillavano vertiginosamente, attraversate da uccelli candidi.
    Montagne simili a balene color malva nuotavano lungo l'orizzonte: volare sarebbe stato bellissimo.
    Il tempo sembrò rallentare.
    Swinc rialzandosi da terra aprì la bocca in un lungo ruggito di rabbia mentre gli altri compagni sghignazzavano e gridavano come animali da cortile, avanzarono in massa, e lei si preparò a saltare nel vuoto; forse un incantesimo del volo l'avrebbe aiutata, se si fosse ricordata la formula.
    In quello stesso momento, qualcosa di agile e scattante la colpì, scagliandola fuori bordo.
    Non stava volando, stava precipitando.
    Un uomo cammina su un sentiero desolato. È un giorno piovoso, ma per lui no, esistono giorni piovosi e giorni di sole solo quando sai qual è la differenza e lui, suo malgrado, non la conosce.
    Sono anni che cammina. Era partito ritto e coraggioso sotto quella pioggerellina e ora, guardatelo, cammina gobbo, con lo sguardo pieno di nulla; fissa il terreno umido e non guarda più davanti a sé, sa che non c’è arrivo e non vuole vedere se c’è un baratro.
    La pioggia; l’uomo amava la pioggia, quel rumore lo rasserenava, diceva che la pioggia portava calma e restituiva quiete al paesaggio, la pioggia era la consapevolezza che si chiudeva un capitolo e stava per aprirsene uno nuovo. Sentire la pioggia, coi suoi rumori,  coi suoi battiti, voleva dire essere pronti a rinascere: come l’acqua porta vita alle piante, così la pioggia è una fonte di nuova vita per il cuore che si sta spegnendo, perché porta con sé il messaggio di un sole che tornerà, a riscaldare, a guarire, a sorridere.
    L’uomo credeva nella pioggia, era convinto che ci sarebbe stato quel nuovo inizio, ma ora, ora guardatelo. Cammina senza una speranza e la pioggia che prima lo toccava leggera come un abbraccio dal cielo, ora è come proiettili che gli bucano la pelle, trapassando la carne, arrivando al cuore, al Centro, allo spirito. 
    Non sa cosa cerca, ma un tempo lo sapeva bene, poi ha scoperto che era impossibile, l’ha scoperto prima di essere solo; si esatto, l’uomo, che ora cammina senza compagnia e senza meta, non era l’unico a camminare sotto quella pioggia. Durante il suo cammino l’uomo ha incontrato molti simili a lui, vestiti meglio e con meno speranza di quanta ne avesse lui inizialmente. Non andava molto d’accordo con queste persone, perché camminavano sotto la pioggia trascinando con loro, allo stesso ritmo dei loro passi, uno strano aggeggio che evitava che le loro eleganti vesti si bagnassero. Consideravano la pioggia un nemico e chissà, forse ora darebbe loro ragione.
    Questi suoi simili, questi uomini o signori, come loro preferivano essere chiamati, gli raccontavano ogni giorno storie che lui reputava noiose, gli parlavano di numeri e di schemi e solo poche volte riuscivano a catturare la sua attenzione parlando della vita. Presto però, si era stufato anche di sentirli parlare riguardo alla vita, perché non gli piaceva come la descrivevano, non era d’accordo. I signori gli parlavano di come ognuno cercasse la propria strada e di come nessuno potesse trovarla, gli dicevano che ad un certo punto, dopo un po’ che cammini sotto la pioggia impari a temerla, poi a domarla. Ma come poteva l’uomo credere ad una simile affermazione? L'uomo credeva che in realtà, poiché erano stati costretti ad usare quegli aggeggi di protezione, poiché li avevano creati per paura, nonostante ora la pioggia non potesse toccarli fossero loro quelli ad essere stati domati.
    Così giorno dopo giorno questi signori davano all’uomo, che era partito così convinto, una spintarella di qua, una di là, facendolo barcollare e mettevano nella sua testa regole, numeri, schemi e la parola “impossibile”.
    L’uomo però, ogni tanto ci ride su, con una smorfia che in realtà porta la stessa amarezza che avrebbero espresso le lacrime, ma lui preferiva ridere perché un sorriso, a differenza delle lacrime, si distingue bene dalla pioggia; dicevo, ci ride su, pensando a come tutti gli dicessero che non c’era modo per diventare grandi e a come tutti in realtà lo ingannassero perché ognuno se ne andava, trovava una strada diversa e proseguiva, mentre lui no, lui rimaneva lì ed ora era solo.
    In realtà, non è che tutti prendessero una strada diversa, tutti invece, prendevano la stessa strada. Era uno stradone grande e ben delineato, era fatto di un materiale strano, scuro e colorato soltanto da una lunga serie di regole, solo che l’uomo avendolo incontrato aveva scelto di non andarci perché quel colore era del colore delle tenebre e lui cercava il sole, cercava una via che lo portasse fuori da quelle nuvole scure. La sua amica pioggia gli diceva di cercare il cielo e uscire da quei monsoni e lui si era domandato come, una via del colore della notte, l’avrebbe potuto condurre verso un nuovo giorno di luce.  Non era solo questo però, c’era dell’altro, se anche avesse voluto entrarci probabilmente non avrebbe potuto, perché i signori gli avevano detto che per entrare era necessario conoscere dei codici, bisognava essere capaci di guardare delle immagini poste lungo quella strada e di riconoscerle, di vederle proprio come tutti le vedevano e lui non era capace, fin da bambino non aveva mai saputo vedere il mondo come lo vedevano tutti.
    Così lui aveva scelto di continuare su quel sentiero che quando era partito aveva il colore del giorno, anche se da qualche tempo si mostra più cupo. Ancora adesso cammina e cammina per quella stessa via, ma si è accorto che il terreno è ora zuppo e assomiglia sempre di più a quella strada color notte che aveva incontrato e si chiede allora se forse non ha preso accidentalmente la strada sbagliata; potrebbe essere che senza accorgersene, a furia di sentire ogni giorno ripetersi quei numeri e quegli schemi abbia imparato a riconoscere quelle immagini piene di regole e sia finito accidentalmente sulla strada dei nuvoloni scuri.
    Ha le spalle martoriate come se trasportasse da lungo un giogo, gli occhi stanchi e le gambe indurite, le mani gelide come di un morto, ma screpolate a tal punto da sanguinare, dando prova di vita.
    Ogni giorno cammina e non si è mai fermato, ma non sono solo i suoi piedi a non aver mai cessato di muoversi, anche la sua mente ha giocato per tutto tempo, ha giocato al gioco del filosofo che si fa molte domande senza mai avere qualcuno che sia in grado di rispondere. Ancora si chiede ogni giorno, tra un sospiro rassegnato e un tentativo di riprendere fiato, se quei signori in fondo non avessero ragione, se la sua strada conosca il sole, se la pioggia sia mai davvero stata sua amica o gli avesse mentito e poi, al culmine di ogni ragionamento ritorna sempre la stessa domanda, si chiede perché i signori gli abbiano detto che non si può diventare grandi se poi lo hanno fatto, lo hanno fatto tutti.
    La risposta sta nella differenza tra le due strade, si è detto un giorno; forse quel signore intendeva dirgli che non è possibile diventare grandi senza rimanere bambini, non è possibile diventare grandi senza imparare quei codici e senza imparare a vedere con gli stessi occhi; tutti quanti con gli stessi occhi. Purtroppo però, non avrà mai la risposta certa perché quel signore aveva lasciato la frase in sospeso, ma d’altronde la cosa non lo sorprendeva, era una caratteristica dei signori, i signori erano sempre di fretta.
     
    L’uomo ogni tanto si guarda il polso, cerca l’orologio per scoprire da quanto tempo sia in viaggio, da quanto duri la sua sofferenza, da quanto abbia smesso di sperare, ma non può scoprirlo perché è molto ormai che ha perso l’orologio, o più che perso l’ha donato. Lo aveva ceduto ad un signore che aveva deciso di andare sul sentiero dei monsoni e che gli aveva implorato quell’orologio. Senza di esso infatti si era perduto su quella via, era un requisito indispensabile, d’obbligo ad ogni passo. L’uomo non si era fatto molti problemi a donarglielo, anche perché diceva che quel ticchettio lo annoiava, era sempre uguale sempre monotono; lui infatti, aveva un’altra particolarità che lo faceva sembrare folle a tutti: lui contava il tempo cantando, alternando i ritmi, variando tonalità e genere. Aveva cantato per così tanto che ormai la sua voce era secca, eppure ancora cantava, ancora contava; che poi a cosa servisse contare così. Tutti gli dicevano che era un modo stupido di contare, era poco preciso, rischiava di non andare allo stesso ritmo degli altri, era l’ennesima volta in cui gli davano dell’incapace, perché non sapeva contare, contare come tutti. Lui però non si arrabbiava, rimaneva tranquillo e diceva loro che a lui non serviva mantenere lo stesso ritmo e che quello era l’unico adatto a lui, perché se doveva arrivare alla fine del suo cammino non c’era altro modo che usare il suo ritmo, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di contare male i passi e ritrovarsi in un sentiero sbagliato, in un sentiero che non era suo.
    Povero uomo però, lui ha sempre parlato a tutti in un modo così calmo e pacato, non si è mai scomposto, mentre tutti appena accennava a questi suoi discorsi su immagini, ritmi o che so io, mostravano un’espressione di disapprovazione, lo prendevano in giro o peggio se ne andavano arrabbiati. D’altronde però, si diceva, li poteva anche capire, è normale che si diventi scorbutici o di cattivo umore a sentire tutto il giorno quel fastidioso e assillante ticchettio nelle orecchie.
     
    Mi sono però scostato troppo dal presente, mi sono perso in descrizioni passate e in ricordi, chiedo perdono, ma è che del presente non c’è molto da raccontare, mentre il passato è così ricco di avvenimenti significativi per la vita di quell'uomo.
    Nel presente c’è solo un passo, un passo e ora vedi un altro ancora, certo ogni tanto scivola in qualche pozzanghera e qualche volta trova una piccola salita o una piccola discesa, qualche volta sospira; qualche volta sorride con lo sguardo che guarda ai passi avanti ma vede i passi indietro, ma non c’è molto altro. Il suo presente è un vagare su un sentiero fradicio cantando il tempo, il tempo che ora sembra assomigliare sempre più al rumore di quell’orologio che donò, perché la voce è stanca, la gola secca e i suoni scuri variano di nota con fatica; certamente infatti, dopo anni di improvvisazione solitaria anche le idee come la speranza vengono a mancare.
    Ho guardato molto al futuro perché pioveva senza piovere, mentre ora piove e basta. Ho guardato indietro perché anche se non c’erano prati senza nuvole, c’era la fiducia che sarebbero arrivati, c’era la gioia nell’immaginarli; anche se non c’erano, c’erano. Ora è molto che non immagina, ora è perso per davvero; la strada non l’ha mai saputa, ma solo da un po’ è perso.
    L’uomo cammina su un sentiero desolato e mi chiedo se si domandi dove stia dirigendo il prossimo passo. Il suo cuore è sempre stato come una bussola e mi chiedo se il suo ago punti ancora verso il sole e verso quel posto dove potrà diventare grande senza smettere di essere bambino, dove potrà guardare le immagini in modo diverso dagli altri, dove la vita è musica e ognuno è direttore d’orchestra perché tutti cantano il proprio tempo.
    Me lo chiedo davvero, ma non so se avrò mai una risposta o se il suo cuore smetterà di battere prima che le sue labbra secche possano chiarirmi questo mistero, perché l’uomo è uno che si prende il suo tempo per rispondere, ci riflette bene, lui non è come i signori, lui non ha fretta, non ha fretta di vivere la vita.
    E forse questa è la mia risposta.
    Inizia a scrivere la tua storia...
    È un caldo pomeriggio di mezza estate. Uno di quelli che appaiono interminabili. Sono sdraiato all’ombra di un salice, nella disperata attesa che una brezza fresca mi scompigli il pelo ingrigito dal tempo. Ho più  di settant’ anni, anche se sarebbe corretto dire che ne ho solo undici. Non ho mai capito per quale assurdo motivo il mio anno deve valerne sette, il mio tempo non scorre più veloce di nessun altro essere vivente. Diciamo solo che ne ho meno a disposizione. Anche se come affermava  il caro vecchio Jack Russell, cane-scienziato che viveva con un brillante studioso tedesco, il tempo è relativo. Se adesso mi metto una tuta spaziale, riesco in qualche modo ad infilarmi nella prossima missione della N.A.S.A, poi con un eccellente spinta gravitazionale mi addentro nel lontano spazio e tiro fuori il mio magico binocolo, vedrei ancora l’era preistorica! Vedrei i dinosauri, migliaia di vulcani eruttare lava, rigogliose e immense foreste piene di fauna e persino quelle povere specie estinte che con il passare delle stagioni non si sono evolute ed adattate all’ambiente. Ma noi non siamo sparpagliati per tutto l’universo, viviamo tutti sullo stesso pianeta, sulla bellissima e sottovalutata terra dove il tempo scorre allo stesso modo da sempre. 
    Questo contorto sproloquio è per farvi capire che sono assolutamente sfavorevole nel paragonare la vita canina a quella umana. Ma come si permettono questi umani di paragonare una specie intelligente come la nostra alla loro? È un’assurdità. Sono loro che vivono troppo per i miei gusti. Ci mettono la bellezza di nove mesi solo per nascere, vengono allattati per anni e impiegano decenni a lasciare la cuccia. Un odissea senza fine.
    Per qualche misterioso motivo mi sembra di avere le zampe inzuppate. No, non è una sanzione, mi devo essere sbavato addosso per colpa di questo fantastico, inebriante e invitante odore di salsiccia. È molto più buono di una salsiccia, è un wurstel racchiuso in un fragrante panino al latte condito con del checkup. Non posso farmelo scappare, devo andare da quel bambino che lo ha comprato almeno cinque secondi fa e lo sta ancora guardando come se dovesse evolversi in un Pokémon. Devo tirare fuori la mia performance da elemosina migliore. Occhi spalancati e languidi, pupille dilatate, sguardo fisso, tremore da debolezza alle zampe e papille gustative pronte per ricevere il premio tanto ambito.
    Vi starete chiedendo come mai una razza tanto nobile e intelligente come il barbone nano si ritrovi ad elemosinare del cibo nella parte più isolata di Hyde Park. Una volta era tutto diverso, non ero così cinico e acido. Il bambino con gli occhiali spessi e i grossi denti da coniglio si sta facendo desiderare un po’ troppo per i miei gusti. Infondo è solo un pezzo di succulento hot-dog fumante. Il padre gli sta facendo la romanzina perché  “non si dà il cibo ai randagi”. Mi potrei offendere, ma visto che sono in fase di recitazione faccio finta di non aver sentito. Inaspettatamente il bambino fa cadere il suo grasso spuntino nell’erba con un gesto molto goffo, come se lo avesse fatto intenzionalmente. Sono allibito e incredulo al tempo stesso. Mi spazzolo il cibo condito con formiche rosse dal sapore agrodolce e dal retrogusto piccante. Il bambino mi sta sussurrando all’orecchio, con quella sua vocina dolce, che sono “la cosa più bella che abbia mai visto”. Mi promette inoltre che tornerà domani alla stessa ora. Il paparino lo afferra per il braccio e lo trascina via indispettito pulendogli le mani con del disinfettante. Cosa saranno mai un po’ di pulci…denigrate e odiate da tutti per quella storia della lebbra. Saranno almeno cinque anni che non vedo un circo in città. La prima volta che i Black mi hanno portato a spasso ci siamo fermati ad ammirarle su una cassetta di legno di un artista di strada a Candem Town . Per sbaglio devo averne mangiate anche un po’, ancora non controllavo bene la lingua. Il bambino continua a girarsi e sorridermi come se mi volesse convincere che la sua è una promessa sincera.
    Qualcosa mi ha colpito alla testa. Deve essere quel fastidioso scoiattolo di nome Spencer. Tira ghiande con una forza che non assoceresti mai ad un animale alto poco più di un barattolo e pesante poco meno di un caco. Per di più è logorroico. Se ti attacca bottone è capace di parlarti senza nemmeno fare un respiro tra una parola e l’altra per tutto il giorno. Ovviamente io lo ignoro perché  fa troppo caldo per dar corda ad inutili fandonie. Mi rimetto sotto il salice a fare una pennichella, a stomaco pieno si dorme decisamente meglio.
    Dopo qualche ora mi sveglio, qualcosa di umido mi sta sfregando il naso. Apro gli occhi e un enorme gatto rosso, che non mi sembra facesse parte dell’arredamento prima di addormentarmi, mi sta leccando la faccia senza timore che io lo possa mangiare in un sol boccone. I gatti mi disgustano, non lo mangerei nemmeno se fosse l’ultima cosa commestibile sulla terra. Lo conosco bene Fufy o come si fa chiamare adesso Solange. Ha sempre affermato di essere nato nel corpo sbagliato, una gatta dentro un apparato maschile. All’età dello sviluppo è riuscito a ipnotizzare la sua padrona e a convincerla che aveva bisogno della sterilizzazione, ovvero di cominciare quello che lui chiama l’inizio della transizione da maschio a femmina. Penso stia ancora prendendo gli ormoni per modificare i maow e le fusa. Io lo appoggio pienamente nella sua scelta, se la propria anima non coincide con il corpo si vive in uno stato di scomodità perenne. È come cercare di aprire la propria  porta di casa con la chiave del tuo migliore amico, non funziona.
    Solange mi parla a proposito della notte scorsa passata nella pattumiera più in voga nel quartiere di Soho: Le poissons. Mi dice inoltre di aver passato interminabili ore a fare la fila per entrare al  “Lisca Night”. Tutto per colpa di un gatto con la coda arruffata che bloccava il passaggio, insomma roba da non credere.
    Finalmente inizia a piovere, era da quasi un giorno che non cambiava il tempo e mi stavo preoccupando. Solange scatta come una saetta sopra l’albero a ripararsi perché la pioggia le arruffa il pelo. Io corro a ripararmi sotto una panchina del parco. Vedo Noemi la tartaruga che come al solito è capottata sulla schiena e non riesce a girarsi. Sarà in quella posizione da giorni, così le do una mano a riposizionarsi. Mi fa lentamente un occhiolino per ringraziarmi, dopo una decina di minuti capisco che si è addormentata. 
    La pioggia mi fa riflettere, ripenso a quanto la mia vita sia cambiata nel corso degli anni. Sono nato fortunato, ma poi la fortuna a smesso di scodinzolarmi.
    Una volta avevo un nome, ora sono solo il barbone di Londra.
    Paralizzata dalla paura Ashley non riusciva ancora a capacitarsi di quella situazione e cominciò a rimpiangere di non essere rimasta a casa; ma come poteva?
    Anni fa aveva fatto una promessa e non era nel suo stile infrangerla; quando aveva messo piede fuori da casa sapeva a cosa sarebbe andata incontro e nonostante tutto aveva deciso ugualmente di varcare la soglia del suo amato giardino senza che nessuno l'avesse costretta.
    Stringendosi le mani in grembo cercò dentro di sé la forza per poter scappare, tuttavia le poderose braccia di Nails la tenevano stretta al suo petto e le pareti delle case sembravano non volerle mostrare una via di fuga o un vicolo dal quale potesse trovare una scappatoia; con la coda nell'occhio la ragazza osservò il suo carceriere e non seppe spiegarsi come i suoi occhi non avessero scorto un viso così giovane e bello come quello, malgrado una cicatrice gli percorresse la guancia sinistra dallo zigomo morbido al lato del labbro.
    Aveva due splendidi occhi azzurri come il cielo, i capelli biondo chiaro con qualche ciocca rossa, labbra rosee finissime e lineamenti morbidi e marcati che gli davano circa ventiquattro primavere.
    La gola di Ashley diventò improvvisamente secca, le guance si stavano riscaldando e il cuore le martellava contro le costole come un pestello.
    «Quando avrai finito di tremare mi avviseresti per favore? Mi sembra di portare un vulcano in eruzione e non una ragazza.» mormorò, tenendo lo sguardo dritto sulle schiene dei compagni.
    «Ho sentito bene? Ha appena usato la parola per favore o me la sono immaginata?» pensò lei, stupita di tale galanteria.
    Il respiro di Nails le sfiorava il naso e il suo cuore pulsava contro la spalla destra della ragazza, provocandole un fremito appena percettibile nelle vene; solo in quel momento si era accorta della breve distanza che la separava dal viso di quel misterioso ragazzo e si sentì esplodere.
    «Non farti distrarre, non farti distrarre, non farti distrarre.» pensava guardando le finestre chiuse o aperte, le porte con i tithal appesi e i balconi pieni di fiori delle case che sfrecciavano al loro passaggio.
     
     
     
    Non sapeva dire quanti vicoli avessero superato, né quante curve avessero girato, sapeva soltanto che tutto d'un tratto si era ritrovata dinnanzi ad un brigantino nero, snello e aerodinamico, con una bandiera romboidale che raffigurava uno scorpione cremisi, ancorato a dieci chilometri dal suolo su delle rocce fuori da Gilvaris Tarv.
    Le vele, nere anch'esse, erano cazzate contro i pennoni, e le sarti ondeggiavano lievemente al soffio del vento mentre sul ponte si sentiva qualcuno agognare e singhiozzare.
    «Ehi Sbronzo! Tira giù la scala!» urlò Sputacchioso, tirando indietro la testa e alzando gli occhi sul brigantino.
    Non si udì risposta.
    «Cosa sarà successo?» brontolò impazientemente Piedi Tatuati, picchiettando un piede la suolo ed incrociando le braccia al petto.
    In quel momento una testa fece capolino oltre la balaustra e del liquido rosso cadde in testa a Crocker, scatenando la sua ira e l'ilarità dei compagni.
    «Chi è là? Amici o nemici?» domandò l'uomo gracchiando.
    «Siamo noi testa di rapa di un ubriacone!» sbraitò Sputacchioso dimenando i pugni per aria.
    «La parola d'ordine?» domandò ancora la testa, ciondolando come un pendolo.
    «Se vengo lì ti spacco la testa! Tira giù la scala!» gridò Crocker, fuori di sé.
    E si alzò un gran fracasso di insulti e prediche rivolte all'anziano che, dopo attimi di esitazione, alla fine decise di far rotolare lungo lo scafo del brigantino una scala di corde e pioli, facendo così salire i suoi compagni.
    Ashley fece per seguire l'ultimo dei suoi rapitori quando la mano di Nails la trattenne per una spalla.
    «Tu salirai con noi.» si limitò a dirle l'Incappucciato.
    Tremante come una foglia la ragazza annuì leggermente col capo e poco dopo capì il motivo per cui sarebbe salita insieme ai due rapitori e alla pantera; dal ponte si alzò un quadrato di legno che si andò a posare a due dita dal suolo a poca distanza dai tre ragazzi e all'animale.
    «Sali.» le ordinò Nails, spingendola dalle spalle.
    Lei si lasciò guidare e quando furono tutti sistemati sulla piattaforma questa prese a levigare fino a posarsi in un buco sul ponte, dove pochi attimi prima era incastrata.
    Il ponte era un fermento di uomini e giovani che andavano e venivano da una parte all'altra del brigantino, salivano sul sartiame per sciogliere le gomene e liberare così le grosse vele nere che si gonfiarono al contatto con una corrente di vento favorevole mentre altri si misero a manovrare l'argano per issare a bordo l'ancora fissata al suolo roccioso; dopo qualche manovra alla fine la Lofty Mountains prese a navigare tra le correnti aeree, ondeggiando come se solcasse le acque del Lago Salato come le sue cugine di terra.
    Non abituata al dondolio della Nave del Cielo Ashley ebbe qualche difficoltà a rimanere in equilibrio, ma ciò non dissipò la meraviglia di poter viaggiare su una Nave del Cielo dopo averlo sognato per anni; ondeggiando sul ponte si avvicinò alla balaustra e spinse lo sguardo oltre la polena nera che raffigurava un corvo dal becco aperto, dimenticandosi di essere una prigioniera e fissò un lago boschivo, molto più in basso.
    Le acque sembravano aver intrappolato il riflesso della nave.
    Con gli occhi pieni di meraviglia si sporse ancora più in là, tenendo le mani ben strette alla ringhiera ma rischiando ugualmente di cadere di sotto, quando una mano l'afferrò per il colletto del giacchino e la strattonò indietro, strozzandola.
    «Cosa credevi di fare, eh?» sbraitò una voce rauca, tenendola sollevata da terra.
    «Finirete per strozzarmi! Mettetemi giù per favore!» lo supplicò lei, tenendosi il colletto con le mani per non soffocare.
    Per tutta risposta l'uomo la lanciò per terra, facendola rotolare per il pavimento fino a scontrarsi contro l'albero maestro del brigantino, e scoppiò a ridere imitato dai suoi compagni che avevano smesso di svolgere i loro doveri per assistere alla scena con sogghigni divertiti e malefici dipinti sui volti; un po' indolenzita e ammaccata Ashley si alzò aiutandosi con le mani e si mise in piedi, lanciando uno sguardo d'odio e d'ira all'uomo per poi mostrare uno sguardo disperato.
    Avrebbe voluto usare i suoi poteri per vendicarsi, ma la cosa si sarebbe poi ritorta contro; non sapeva cosa passasse per la mente di quei loschi tipi, e mettere i suoi poteri a loro disposizione non era esattamente ciò che voleva.
    «Smettetela di importunare quella ragazza e tornate alle vostre faccende razza di mangia letame!» tuonò in quel momento Sputacchioso dal timone di comando.
    «Volete muovervi? Oppure preferite parlarne con la frusta o la pantera del Capitano Rask?» li intimò dopo, non vedendo alcuna reazione.
    Animati improvvisamente da quella minaccia gli uomini della Lofty Mountains tornarono a svolgere i loro compiti con la disattenzione ed esplosioni di violenza di un equipaggio indisciplinato.
    Ashley girò gli occhi sul suo aggressore, che si girò a sua volta verso la prua con aria impettita e per nulla risentita.
    «Ringrazia Crocker di averti salvata, sgualdrina.» sibilò con un sorriso sfottente.
    La Maga avrebbe voluto incenerirlo all'istante se la voce di Sputacchioso-Crocker non avesse attirato la sua attenzione e, con i polsi ancora legati dalle manette di ferro, salì i gradini che portavano la ponte di comando; una volta lì l'uomo le indicò la porta alle sue spalle e lei si limitò ad avvicinarsi per poi bussare due volte: dopotutto il buonsenso era il suo principio di vita.
    Le venne ad aprire Nails che la scortò lungo il corridoio biforcato, prendendo quello di sinistra e superando una porta di seconda importanza entrarono nella porta che interrompeva il corridoio; con un gesto Nails l'aprì e si accomodarono nella cabina per aspettare l'arrivo di qualcuno.
    Era una stanza molto piccola, con un letto di noce di fronte ad uno scrittoio di quercia appoggiato al muro di legno, cosparso di mappe e strumenti di navigazione e una lampada ad olio penzolava dal soffitto a travi.
    Vicino allo scrittoio si trovava un'immensa mappa usurata dal tempo che mostrava le Isole di Meris e accanto ad essa un oblò che dava la vista sul panorama.
    «Domando venia per i modi sgarbati e barbari di Swinc. Non è abituato a trattare a modo le giovani signore.» si scusò Nails, facendola accomodare sul bordo del letto e toglierle le catene dai polsi.
    «E voi signore?» domandò mogiamente Ashley, massaggiandosi i polsi indolenziti.
    Il ragazzo le sorrise e poi andò a bussare due volte alla mappa, che suonò vuota, poi si andò a sistemare vicino allo scrittoio e incrociò le braccia appoggiandosi al muro di legno, senza notare lo sguardo perplesso sul volto della ragazza.
    Si sentì un toc poi la cartina prese a muoversi dimostrandosi una porta segreta e mostrò un uomo sulla trentina d'inverni dai capelli dorati, gli occhi che sembravano due smeraldi e lineamenti quasi fanciulleschi che tuttavia non nascondevano perfettamente il viso d'adulto.
    «Più che un pirata sembra un principe delle favole...» penstò Ashley, fissandolo per brevi attimi prima di abbassare lo sguardo.
    «Benvenuta sulla Lofy Mountains. Io sono il Capitano, Rask.» la salutò facendo un lieve inchino e porgendole una mano con il palmo aperto rivolto verso di lei.
    «Cosa volete da me? Perché mi avete portato qui?» domandò lei, stringendo le mani sulle gambe.
    «Vedo che andiamo subito al sodo eh.» osservò Rask con un sospiro e voltando la testa verso Nails, che alzò le spalle con gesto vago.
    «Avrai tutte le risposte questa sera a cena.» le disse dopo, tornando a fissarla.
    «No! Le voglio subito! Per favore...» ribatté lei, usando una determinazione che non credeva di avere.
    «Come siamo animosi. Chiedetemelo con gentilezza.» la sfidò Rask, socchiudendo gli occhi e inarcando le labbra in un sorriso compiaciuto.
    Ashley serrò la bocca e abbassò lo sguardo: non si sarebbe mai abbassata a fare lo sporco gioco di uno sconosciuto, anche se quest'ultimo fosse stato l'uomo più affascinante di Meris.
    «Come sospettavo... Alloggerete nella mia cabina per evitare incontri spiacevoli.» l'informò Rask, dirigendosi con Nails verso la porta.
    «Al mio ritorno voglio vedervi indossare l'abito che ho liberamente scelto per voi.» aggiunse prima di chiudere la porta con un scattare di serrature.
    La ragazza si guardò intorno e non vide alcun abito che avesse potuto indossare prima che un cigolio attirasse la sua attenzione e la facesse balzare in piedi; i nervi le si tesero e le mani le sudavano, e usare i suoi poteri questa volta sarebbe risultato inevitabile, ma anche rischioso, quando un paio di orecchie da gatto nere e una testolina umanoide sbucassero dalla fessura che si era creata dietro la mappa nautica di Meris destando così la sua curiosità.
    «Ciao, e tu chi sei?» chiese, per nulla intimorita e calmandosi improvvisamente.
    Quell'esserino le dava un senso di tenerezza e affidabilità, anche se era la prima volta che ne vedeva uno.
    «Sono... James...» bisbigliò la creaturina, stando nascosto dietro la porta.
    «Io Ash.» si presentò la ragazza, pentendosene subito.
    Non sapeva se era un eldritch wight, e se lo era, rivelare il suo nome era stata una follia: le creature unlorally potevano essere spietate se conoscevano il nome delle persone.
    «Siete anche voi un pirata?» le domandò la creatura, distraendola dai suoi pensieri.
    «No, sono una prigioniera...» gli rispose, cercando di stare più attenta a ciò che diceva.
    «Come me.» piagnucolò l'esserino.
    Ashley si sentì stringere il cuore e allungò una mano verso di lui, cosicché potesse appoggiarsi sul suo palmo, intanto avanzò di qualche passo verso di lui.
    «Il Capitano mi ha dato un abito che devi indossare Ash.» disse ad un tratto, sparendo dietro la porta.
    Traducendolo come un incitamento a seguirlo, la Maga si avvicinò e aprì di più quella porticina scoprendo un'altra camera dove abiti lussuosi, cappelli, stivali, giubbe, casacche e camicie di ogni tipo sfilavano ordinatamente appese agli appendini o sistemati sopra ripiani di legno situati dentro nicchie create dalla parete, intervallati da candelabri a muro e un enorme specchio a tre ante che si trovava infondo alla sala; per la sorpresa Ashley avanzò sul morbido tappeto persiano e si guardò intorno incredula, avanzando lentamente tra quello sfarzo degno di un principe.
    «Il Capitano una volta era un nobile...» le spiegò James, fluttuando senza il supporto di ali da una parte all'altra della stanza, con una catenina che gli cingeva la vita e si andava a legare al soffitto dove una piccola carrucola gli permetteva di muoversi a piacimento in quel grande spazio.
    «E tu come lo sai?» mormorò Ashley, senza smettere di fissarlo.
    Oltre alle orecchie da gatto e i capelli blu, scoprì che possedeva persino una coda e occhi grigi da felino, un visino tenero e spensierato di un bambino e a malapena era alto come il palmo di una mano aperta; vestiva di un abitino semplice azzurro, forse appartenuto un tempo a una giubba che era stata strappata per fare quell'abito alla creaturina.
    «Una volta l'ho sentito parlare col Vice Capitano Nails, e per aver origliato sono stato incatenato dentro questo postaccio!» le rispose con un impeto di rabbia, mentre saltava da un appendino all'altro alla frenetica ricerca di qualcosa.
    «Interessante, così il Capitano non vuole far sapere la sua identità agli altri. Mi domando il perché di tanto mistero...» pensò Ashley, annotando quel particolare nella memoria.
    «Devi stare attenta al Capitano e al Vice. Sono molto pericolosi!» l'ammonì con fare confidenziale, piombandole davanti al viso e spaventandola.
    «C-Certo, lo terrò a mente.» lo ringraziò, con giri di parole così da non cascare nella trappola eldritch wight.
    Lui la scrutò con i suoi occhi da felino e poi tornò a fluttuare in mezzo agli abiti finché non trovò quello che cercava cacciando uno strillo acuto e agitando freneticamente la coda e le orecchie.
    «Questo è per te. Ti starà d'incanto!» esclamò afferrando un appendino con un abito di taffettà turchese con dei ricami floreali brillanti lillà.
     
     
     
    La sera ormai incombeva, con il suo mantello scuro pieno di brillanti e un disco bianco che illuminavano un panorama nero dove le chiome degli alberi sembrano le onde del Lago Salato al soffio della brezza serale e le montagne gli scogli rocciosi, con le loro insenature e trappole.
    La Lofty Mountains veleggiava tranquillamente sulla corrente aerea, spinta dal vento del nord che gonfiava le poche vele rimaste a sostenere l'imbarcazione oltre alla magia di un Mago o Stregone che non accennava a rivelarsi.
    Per qualche strano ordine del Capitano quella nave non si fermava mai in un posto troppo a lungo - a meno che la ciurma non dovesse scendere a terra per saccheggiare, depredare o uccidere - ed era destinata a sorvolare le Terre di Meris come l'elindor, un uccello marino che non posava mai piede a terra se non un giorno dopo sette anni di volo.
    La ciurma che la componeva del resto era abituata a vivere in cielo e non era interessata a scendere al suolo; indisciplinati, violenti e orribili quegli uomini senza legge erano stati reclutati nei bassifondi di città o paesi, ma c'erano anche soldati delusi dall'esercito, ragazzi di campagna che si erano fatti abbindolare dalle chiacchere di taverna - e non potevano più tornare indietro - uomini che arrembavano le navi alla ricerca di un ricco bottino o individui che volevano solcare il cielo per motivi personali.
     
     
     
    Nella Sala della Navigazione - una piccola stanza situata a destra del corridoio biforcato - era arredata di carte nautiche, comodi divani di seta color porpora situati dentro nicchie laterali nel muro legnoso, lampade ad olio che pendevano dal soffitto a travi, tappeti che traevano scene di battaglie nel cielo su Navi del Cielo e Navi d'Acqua, scaffali pieni di libri e mappe e in mezzo a tutto quel trambusto si trovavano due tavoli - uno dei quali coperto di altri strumenti di navigazione e carte ingiallite - che stagliavano davanti ad un enorme finestra suddivisa in finestrelle cesellate.
    Ashley, il Capitano Rask e il Vice Capitano Nails stavano cenando in silenzio sul tavolo più vicino alla finestra, circondati da un buon profumo di cose antiche e preziose e una pressante aria d'attesa, che si faceva via via più insopportabile.
    La Maga indossava l'abito di taffettà turchese con i ricami floreali brillanti lillà che James le aveva dato un'ora fa, trovandolo troppo osé e contestando animatamente con la creaturina, che si limitò a scuotere la testa e alzare le spalle.
    Lui non ne poteva niente se il Capitano le aveva ordinato di mettere quell'abito e la ragazza non ebbe scelta che indossarlo: aveva un corpetto a cuore con una spaccatura a V dietro la schiena - tenuta ferma da dei lacci di seta bianchi che terminava più o meno dietro alle costole - delineandole le curve dei fianchi e del petto per poi aprirsi in un ampia gonna che finiva con un piccolo strascico; le braccia erano coperte da lunghe maniche di seta turchese che iniziavano dall'avambraccio e finivano sul dorso della mano.
    Quando Rask e Nails la videro nei loro occhi balenò lo sguardo di un lupo affamato, mettendo a disagio la ragazza che cercò di darsi un po' una sistemata ma l'abito le calzava a pennello; nonostante quel disagio però i due ragazzi non l'avevano ancora infastidita.
    «Allora, avevate delle domande da farmi o sbaglio?» s'informò Rask, rompendo il silenzio e prendendo in mano il calice con dentro il vino.
    «Sì, voglio sapere perché sono qui! Io non vi ho fatto alcun torto e pretendo che mi lasciate andare, per favore.» gli rispose Ashley, posando le mani sulla gonna.
    Rask bevve un sorso del liquido, posò il bicchiere davanti al piatto e poi scoppiò in una breve risata.
    «Vedo che non sapete contrattare con la gente come noi. Noi non facciamo nulla se non ci viene dato qualcosa in cambio.» intervenne Nails, mescendo il vino nel suo calice e osservandolo con attenzione.
    Ashley si morse il labbro inferiore e abbassò lo sguardo sui pugni.
    «Sfortunatamente io non ho nulla che possa offrivi, né gioielli né denaro.» disse, osservando le pieghe del suo abito.
    «Questo sì che è sconveniente... E cosa ci offrite in cambio della vostra liberazione?» le domandò Rask, con aria divertita.
    «Evidentemente è una domanda trabocchetto perché non ho nulla da dargli. Ha qualcos'altro in mente o mi sta prendendo in giro?» pensò lei, giocherellando nervosamente con le maniche dell'abito.
    «E cosa desiderano lor signori?» mormorò nervosamente, temendo la risposta.
    Nails e Rask si scambiarono un ambiguo sguardo, appesantendo sempre più quell'aria di attesa che non aveva smesso di riempire la Sala, rendendo la Maga sempre più nervosa e a disagio.
    «Beh, se proprio non avete nulla da darci potreste offrire voi stessa come risarcimento...» propose d'un tratto Rask, girando gli occhi su lei.
    «Mai!» ribadì eroicamente Ashley, senza esitare.
    «Allora sarete data alle cure della ciurma e, fidatevi, non sono molto più carini di noi con le belle ragazze.» ingiunse, appoggiandosi allo schienale e posando i gomiti sui braccioli mentre incrociava le mani.
    «Siete un...» ma non trovò le parole.
    Strinse le mascelle e i pugni mentre le cresceva il desiderio di incenerirli, poi la risata di Nails interruppe i suoi piani di vendetta e sul volto della ragazza si creò un velo di sorpresa irritazione.
    «Cos'hai da ridere Nails?» lo apostrofò Rask.
    «Io non la sprecherei alla ciurma, Capitano. E' solo tesa, presto cambierà idea.» assicurò il Vice, appoggiando i gomiti sul tavolo e incrociando le mani davanti al viso.
    «E cosa ve lo fa credere che presto o tardi cederò ai vostri sporchi desideri?» sibilò Ashley, diventando più rigida di un pezzo di legno.
    «Per il semplice fatto che tu, come le altre prima di te, prima o poi cedete sotto il fascino del Capitano.» le rispose inarcando le labbra in un sorriso malizioso.
    «Allora siete proprio degli illusi.» sbottò la Maga, cercando di rendere credibile quella frase.
    Stavolta fu Rask a scoppiare in un impeto di ilarità, lasciando ancora più perplessa la ragazza.
    «Ho capito Nails. Se vuoi te la puoi prendere; non ho bisogno di questa impudente perché i miei desideri si realizzino, in giro ce ne sono che faranno la fila per stare con me.» disse, alzandosi da tavola e voltandosi verso la finestra.
    «Siete proprio uno schifoso essere: orgoglioso e pieno di sé.» biascicò a bassa voce la ragazza, lanciando sguardi minacciosi alla schiena dell'uomo.
    «Abbiamo finito. Spero che la cena sia stata di vostro gradimento e che presto o tardi apprezzerete anche la vostra nuova casa.» la congedò Rask, senza voltarsi a salutarla.
    Ashley fece per imprecare contro di lui, ma Nails l'afferrò per il braccio e glielo strinse, zittendola.
    «Buona notte Capitano. E' stato molto gentile ad invitarci a cena con voi.» lo salutò il ragazzo, facendo un inchino e uscendo dalla Sala di Navigazione trascinandosi dietro Ashley.
    «Toglietemi le mani di dosso villano!» sibilò lei, cercando di opporre resistenza.
    «Sta zitta e seguimi.» le ordinò Nails, superando la porta che portava al ponte di comando e avviandosi a passo svelto nel corridoio di legno fino a raggiungere la porta laterale, che quel pomeriggio le era sembrata di poca importanza.
    «Sei stata fortunata. Non tutte le ragazze hanno avuto la grazia che hai avuto tu, e non tutte sono cascate ai piedi del Capitano.» le disse, entrando e chiudendo la porta.
    «Non mi interessa! Voglio solo uscire da questa gabbia di maniaci!» esplose lei, stanca di essere sballottata a destra e manca come un pupazzo di pezza.
    «Ora ascoltami, starai qui buona e tranquilla finché non raggiungiamo un luogo sicuro, chiaro?» la zittì nuovamente il Vice, senza averla ascoltata.
    La Maga rimase ferma e zitta a pochi passi dal ragazzo, come intontita: non sapeva se Nails la stesse aiutando oppure aveva un secondo fine.
    «Perché fate questo?» gli domandò, con voce pacata.
    «Perché mi chiedete?» ripeté lui avvicinandosi a lei fino a trovarsi a due mani di distanza, rispecchiandosi negli occhi color malva della ragazza.
    «Non lo so, forse mi ricordate qualcuno che ho conosciuto tempo fa...» le rispose ambiguamente e alzando le spalle.
    Improvvisamente Ashley sentì il cuore scalpitare come un puledro impazzito nel suo costato e una fioca luce di speranza le illuminò il viso.
    «Avete incontrato mio fratello?» gli domandò di getto.
    Nails la guardò perplesso.
    «Fratello?... Mia cara ragazza, ho viaggiato a lungo e in posti diversi, ne ho vista di gente e se dovessi ricordarmi il volto di ognuno di essi impazzirei.» le rispose ridendo e andandosi a sedere sul letto.
    «Il ragazzo che cerco risale a circa quattro anni fa; è alto più o meno così, ha i capelli neri e gli occhi come i miei!» lo descrisse, alzando le mano sopra la sua testa per mostragli l'altezza.
    «Come ti ho già detto non ricordo delle persone che ho incontrato.» le ripeté Nails, scuotendo mogiamente la testa.
    Delusa di aver fatto un altro buco nell'acqua Ashley si limitò ad annuire, cingersi le braccia con le mani e poi voltarsi verso l'oblò e perdere il suo sguardo oltre le stelle: le sfuggiva come sabbia dalle dita e più cercava di avvicinarsi a suo fratello, più le sembrava impossibile raggiungerlo.
    Un mantello caldo le si posò sulle spalle e un braccio forte e gentile le si posò sopra, dandole un certo conforto e tristezza.
    La collera e la delusione le sparirono dall'animo, lasciandole un momentaneo senso di vuoto.
    «Siete gentile Vice Capitano Nails...» mormorò con un leggero sorriso.
    «Chiamami solo Nails; qual è invece il tuo nome?» le disse con una dolcezza intrigante.
    «Sono Ash.» gli rispose, evitando di dirgli il nome completo.
    Nails la studiò per qualche attimo e il suo sguardo di soffermò qualche secondo in più sul petto, poi le fissò gli occhi.
    «Cerca di stare attenta d'ora in poi... Anche se ora sei al sicuro, sono pur sempre un ragazzo e potrò superare i limiti in qualsiasi momento.» l'avvisò dopo, tornando ad essere arrogante.
    Ashley non seppe se rispondergli per le rime o lasciarlo perdere, anche perché Nails prese la porta e fece per uscire quando si fermò a metà della soglia.
    «Dormi sul mio letto stasera, io sarò di guardia sul ponte e non verrò a infastidirti.» disse, uscendo e chiudendo la porta a chiave.
    Non appena si fu assicurata che il Vice Capitano si fosse allontanato, Ashley sentì la stanchezza accumularsi sulle palpebre, impedendole di tenere gli occhi aperti e, trascinando i piedi per terra, si andò a coricare sul morbido materasso che profumava di salsedine, dove il sonno finalmente s'impadronì di lei.
    Al canto di alcune gazze i due viaggiatori si destarono tra uno sbadiglio e un borbottio di buon giorno, stiracchiandosi le braccia e massaggiandosi gli arti dolenti - dovuti a una postura scorretta durante il sonno - poi fecero colazione mentre un disco arancione si alzava nel cielo grigio-azzurro e lunghe distese di candide nuvole si espandevano nell'aria.
    Dopo aver raccolto tutte le loro sacche, e dopo averle disposte sul carretto, il boscaiolo si preparò ad attaccare i cavalli ai finimenti.
    «Siamo quasi arrivati a Gilvaris Tarv, superate quelle colline saremo di fronte alla città e allora lì...» si bloccò, visto che non sapeva cosa realmente quella ragazza stesse cercando.
    «A proposito, si può sapere cosa stai cercando laggiù?» le domandò, corrugando la fronte in un espressione indagatoria.
    «Non vorrei sembrare inopportuna ma, beh, ecco... Sto cercando mio fratello» gli rispose, dopo attimi di esitazione.
    «Non è che per caso l'hai visto Liam?» gli domandò dopo, con uno sguardo speranzoso.
    Liam finì di legare i cavalli ai finimenti e scosse la testa alzando le spalle.
    Ashley s'incurvò sotto le spalle ed annuì delusa, ma dopotutto se l'aspettava una risposta negativa; erano passati quattro anni dalla scomparsa del fratello, e ciò significava che la sua impresa era tutt'altro che facile.
    Una volta seduti in cassetta Liam fece partire i cavalli e con uno scossone il carretto riprese a marciare tra le curve delle verdeggianti colline fino ad intravedere delle nuvolette di fumo alzarsi dal suolo verso il cielo e in sottofondo echi di grida portate dal vento primaverile.
    Arrivati in cima alla millesima collina i due compagni videro una cittadella che si affacciava su uno dei tanti affluenti del River, il Gilvaris Tarv - dal quale la città aveva preso il nome - ma la cosa più sorprendente era che davanti a loro, sospesa nel vuoto, si affacciava un isola dalla quale si poteva vedere una vallata con un bosco a fare da recinzione, alte montagne coperte da nuvole candide, fiumi, laghi prati e altre abitazioni invisibili ad un primo sguardo da cinquecento e forse più chilometri di distanza: l'Isola di Terre di Alhba.
    Dopo quel breve attimo di contemplazione, i due tornarono a guardare la cittadella e videro attraccate al porto delle Navi del Cielo, animate da marinai che salivano e scendevano con l'ausilio di piattaforme manovrate da alcuni Maghi, pronte a far rotta tra le Terre di Meris mentre altre stavano salpando spinte dalle correnti aeree; con gli occhi pieni di meraviglia i due si fermarono a contemplare quello spettacolo per brevi attimi, e da quello che Ashley sapeva di quel posto non era molto confortante.
    Tarv era una movimentata città fluviale in cui briganti e malintenzionati si aggiravano per le strade mescolandosi ai cittadini e ai pochi nobili che abitavano nel centro; era una città priva di mura, senza porte sorvegliate e coprifuoco, dove fortune venivano accumulate e poi perse in un ribollente centro di commerci.
    I più ricchi vivevano in città mentre i poverissimi vivevano all'estrema periferia e talvolta ne venivano persino scacciati.
    «Ed eccoci qui... Talvolta dei mercanti di pellicce scendono lungo il fiume e concludono alcuni dei loro sporchi affari in questo posto.» le spiegò Liam, mentre scendevano dalla collina.
    «Sono dei selvaggi tagliagole della peggior specie pronti a rischiare la vita degli altri e la propria in luoghi infestati pur di trarne un guadagno; se vuoi vivere abbastanza è meglio che ti guardi da loro.» aggiunse con tono burbero.
    «Lo so. Ho sentito alcune storie a riguardo.» mormorò Ashley, senza staccare gli occhi da quell'ammasso di tetti e camini.
    «Sei sicura di non voler cambiare idea?» le domandò ancora una volta il boscaiolo, posando i gomiti sulle gambe.
    «Non tornerò più indietro.» affermò lei con risolutezza.
    Il boscaiolo non fece altre domande e mosse i cavalli lungo il sentiero, facendo scricchiolare le ruote sulla strada segnata da vecchi passaggi di altri carri e carrozze; dondolando lungo la via Ashley percepì delle grida provenienti dal centro della città ma non capiva che cosa stavano dicendo: forse stavano trattando stoffe preziose, gioielli di inestimabile valore o fasulli, cibi e spezie provenienti dalle varie regioni di Meris o magari schiavi di Oltrecielo.
    Quest'ultima idea fece rabbrividire la giovane Maga che si cinse le braccia con le mani e sentì un brivido freddo percorrerle la schiena, ciò nonostante scosse la testa e scacciò quel pensiero: finire come una schiava in qualche residenza di ricchi nobili a pulire argenteria, tappetti, maniglie d'ottone e saloni interi era l'ultima cosa che voleva fare!
    Una volta entrati in città i due amici s'imbatterono in un mercato di piccole fatture dove nobili dame - seguite a ruota da servi vestiti di stracci - si fermavano davanti alle bancherelle per ammirare gli oggetti esposti, pensando a come s'intonerebbero agli abiti custoditi nei guardaroba o in che occasioni usarli scatenando così la gelosia delle altre nobili e destando l'attenzione dei lord mentre questi ultimi si soffermavano ad osservare le bancherelle che esponevano armi di ogni tipo: dalle piccole daghe da cerimonia - intarsiate con brillanti sfarzosi di graziosa fattura - alle alabarde, archi di legni pregiati e fatti su misura oppure spade e balestre da caccia, ai destrieri fatti esibire su piccoli palchi di legno.
    Ashley fissava attorno con fare circospetto, come se non fosse normale tutta quella farsa, nonostante anche lei tempo addietro imitava alla perfezione quegli illustri personaggi, e qualcosa le diceva che c'era dell'altro nascosto tra i vicoli bui e senza uscita.
    Infatti era proprio in quei postacci dove nessuno osava guardare per paura di vedere topi o gente mal ridotta, che loschi individui mettevano in atti affari poco puliti con gente corrotta oppure alla ricerca di forti emozioni, comprando schiavi di ogni genere o amuleti che donavano potere a prezzi competitivi.
    Cercando di non guardare cosa si passavano per le mani quelle persone, la ragazza si limitava a fissare dove stava andando per ricordare la via per uscire da quel posto nel caso si fosse persa, e per guardare i festoni che sventolavano da una finestra all'altra al tocco del vento con fare gioioso.
    «Io sono arrivato a destinazione.» disse ad un tratto Liam, fermando il carretto vicino ad una bottega semi interrata nel sottosuolo.
    L'accesso era dato da una scala di otto gradini che si fermava davanti ad una porta in legno, sopra la quale sventolava cigolando un'insegna con un martello e un pezzo di legno intagliati a formare una X.
    «Grazie, ora posso proseguire da sola.» mormorò Ashley, scendendo dalla parte opposta a quella dell'amico.
    «Stai molto attenta Ash, come avrai notato qui è pieno di gente pericolosa che non fa eccezione per nessuno, soprattutto in questi giorni.» l'ammonì Liam, fissandola dal sedile del carretto.
    «Non devi preoccuparti, so badare a me stessa.» lo rassicurò, parlando più per lei che per lui.
    «Come preferisci... Addio e buona fortuna, spero solo di poteri rivedere un giorno.» la salutò, allungandole una mano.
    «Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me, ti auguro ogni bene.» ricambiò lei, stringendogli la rugosa mano e sorridendo.
    Dopo un altro cenno di saluto alla fine Ashley si allontanò da Liam, avventurandosi in un vicolo illuminato dal sole che sfociava in una piazzetta senza vie d'uscita, vuota e silenziosa; da una fontana in pietra ricavata dal muro di una casa zampillava dell'acqua da un anfora inclinata verso il basso, rompendo il silenzio spettrale che alleggiava come miele invisibile.
    Non c'erano altri vicoli che le indirizzassero un'altra via da prendere e questo le fece supporre che avesse sbagliato strada nuovamente.
    «Per tutte le Stelle! Possibile che il mio orientamento sia così scarso?» imprecò, voltandosi verso la via dalla quale era entrata pochi attimi fa e trovandola sbarrata da un enorme individuo dall'aspetto poco amichevole.
    Aveva capelli arruffati, simili a rigidi cavi metallici, e un disco d'oro che pendeva scintillante dall'orecchio sinistro.
    Due occhi azzurri spiccavano al di sopra dei baffi rossicci che, per quanto cespugliosi, erano tagliati corti; il collo taurino era cinto da un collare di rame al quale era appeso un tithal d'ambra.
    Il petto massiccio era coperto da una lacera camicia che un tempo era stata bianca, sovrastata da un giustacuore di pelo d'orso nero; i calzoni erano verde oliva, sorretti da una cintura di cuoio porpora decorata in oro, cui era appeso uno skian infilato nel fodero.
    «Cosa vedono i miei occhi e cosa odono le mie orecchie. Una dolce fanciulla che si è persa!» mormorò l'uomo, con una nota derisoria nella voce cavernosa e mostrando dei buchi nella dentatura giallastra.
    Ashley si irrigidì e sentì il sangue gelarsi nelle vene scorrendo lentamente verso i piedi, che erano diventati improvvisamente due pezzi di ghiaccio: quello che si trovava davanti doveva essere un mercante di loschi affari oppure un tagliagole dell'Est, in cerca di qualche buon affare da concludere o qualcuno da ammazzare per poi derubarlo.
    «Non mi bastava essermi persa in una cittadella di delinquenti! Ora ci si mette pure quest'orco!» pensò, guardandosi intorno con la coda nell'occhio.
    «Cavoli, se fosse stato un unseelie minore me la sarei cavata con qualche stratagemma; ma con questo ammasso di muscoli dovrò usare i miei poteri se voglio rendere cara la pelle!» aggiunse dopo, stringendo le mascelle.
    «Cosa succede? Ti faccio paura forse, ragazza?» la punzecchiò, scoppiando in una fragorosa e fastidiosa risata.
    «Sbruffone e pallone gonfiato!» lo insultò Ashley, più rigida di un pezzo di legno.
    «Credo di potermi guadagnare un bel gruzzoletto se ti vendo al mercato delle schiave, dopotutto sei una bella ragazza anche se di viso lasci un po' a desiderare...» rifletté dopo il colosso, massaggiandosi il mento ruvido.
    «Desolata, ma credo che dovrete cambiare persona. Io ho ben altri progetti.» li informò lei, acquisendo una sicurezza che non sapeva di avere.
    Era come se un'aura di magia l'avesse racchiusa in un bozzolo di sicurezza e sfacciataggine, che le regalava una forza positiva.
    Il mercante scoppiò in un secondo impeto di ilarità e poi le si avvicinò con passo spedito per prenderla e portarla con sè ma Ashley non si fece cogliere impreparata e, unendo i pollici e gli indici con i palmi aperti rivolti verso l'aggressore, sprigionò una sfera di luce che si andò ad espandere fino ad avvolgere l'uomo in una sfera abbagliante che le diede il tempo di scappare.
    Dopo aver scansato il mercante, che dimenava i pugni per aria e urlava per il dolore agli occhi cercando un appoggio a cui aggrapparsi, Ashley si gettò di lato e cominciò a correre per salvarsi la vita quando una rugosa mano l'afferrò per il giubbottino verde e la strattonò contro la parete di una casa, facendole perdere i sensi per brevi secondi.
    «Tu non te ne andrai da qui senza che io ti abbia messo le catene ai polsi!» latrò l'uomo, acquistando poco a poco la vista.
    Stordita dalla botta presa al contatto con la parete fredda di mattoni e argilla, la Maga faticò ad alzarsi da terra e non appena strisciò su per il muro drizzandosi sulle gambe si ritrovò addosso il mercante, che le legò le mani dietro la schiena con delle manette di ferro per poi caricarsela sulla spalla come se fosse stata un sacco di farina, sgattaiolando dentro una casa buia e in decadenza; un impeto di nausea avvolse la ragazza, le doleva la testa per via del breve scontro avvenuti pochi attimi fa, ma la cosa più fastidiosa era il continuo dondolio causato dai rozzi movimenti del suo rapitore, poi tutto divenne buio.
     
     
     
    Non sapeva dire di quanto si fosse allontanata da quella piazzetta però una cosa era certa, il luogo dove si trovava non faceva presagire nulla di buono.
    Un odore di muffa saliva dai muri spugnosi di pietre granitiche, misto a quello di decomposizione e sporcizie varie, mentre dalle pareti si poteva sentire l'umidità filtrare e alleggiare in quell'angusto spazio scuro, che rendeva l'ambiente buio e poco ospitale.
    Intontita e nauseata da quegli odori la Maga si mise a sedere su un giaciglio di stoffe logore e pagliericcio marcio, massaggiandosi le braccia per avere un po' di calore e poi la testa, scoprendo una crosta che le percorreva la nuca fino a dietro l'orecchio destro; combattuta tra la sorpresa e l'orrore scoprì di essere stata ferita alla testa.
    «Oh cavoli... Questa non ci voleva!» pensò, sentendosi le dita appiccicose.
    «Quel bastardo me la pagherà molto cara per avermi fatto questo!» si ripromise cercando a tentoni la sua cintura senza trovarla.
    «Va bene, ora mi sto arrabbiando sul serio!» grugnì, stringendo le mascelle e i pugni.
    In quel momento sentì una chiave entrare in una serratura arrugginita e farla scattare due volte prima di aprire la porta con un tremendo cigolio di cardini metallici ammuffiti e far entrare un fascio di luce di una torcia appesa al muro, che corse per il pavimento fino ad illuminare la esile figura di Ashley - ferendole gli occhi abituati al buio - prima che una figura tagliasse quel breve attimo di luminosità e zoppicasse nella sua direzione.
    «Se non vuoi fare una brutta fine resta immobile.» le ordinò con voce gracidante mentre si piegava verso di lei con una cassetta di legno tra le mani.
    La ragazza non si mosse e l'uomo cominciò a tamponarle rozzamente la ferita che aveva sulla testa con un panno imbevuto di una qualche essenza medica dall'odore acre che rimarginò la ferita, poi si dedicò a riporre gli oggetti nella cassetta ed uscì così com'era entrato, richiudendosi accuratamente la porta dietro le spalle con uno stridio di metallo contro metallo.
    La Maga avrebbe voluto chiedere a quello strano tipo dove fosse, ma le si era formato un nodo alla gola che impedì alle parole di uscire, che si intensificò quando l'odore acre dell'unguento invase le narici della prigioniera costringendola a tapparsi il naso.
    Non appena tornò nuovamente sola aprì il palmo della mano e creò un pulviscolo luminoso che le diede sollievo e le mostrò le nere pareti della sua prigione e la porta in ferro massiccio, il tutto in un quadrato dove stavano a malapena otto persone schiacciate; alzò lo sguardo e solo in quel momento notò una piccola finestrella ad arco con delle sbarre che si affacciava sulla strada.
    «Anche se la raggiungessi non passerò mai da quel buco!» si disse, stringendosi le gambe al petto.
    Stanca ed affamata si accoccolò nuovamente nel suo sporco giaciglio e cercò di dormire - ripensando al suo letto, alla sua famiglia e a suo fratello -, ma proprio quando stava per chiudere gli occhi la porta di ferro si aprì per la seconda volta con quel fastidioso cigolio metallico, lasciando entrare un uomo ben piazzato e pieno di cicatrici che l'afferrò rozzamente per un braccio e la trascinò fuori da quel postaccio per poi ammanettarla e condurla lungo il corridoio di nicchie e porte, illuminato a sprazzi da torce appese alle pareti; se non fosse stata così debole per il sonno e la fame gli avrebbe volentieri assestato un calcio agli stinchi, per così scappare nuovamente verso l'esterno, però si limitò a stargli dietro strisciando i piedi sul pavimento cubettato fino a raggiungere una scala a chiocciola che si arrampicava lungo un palo di legno.
    Senza proferire parole inutili l'uomo bendò la prigioniera e la condusse lungo quel tornante ripido di scalini alla cieca.
    Anche se aveva gli occhi bendati Ashley intuì subito che si stavano lasciando dietro l'odore fetido della prigione per finire in un posto più luminoso e profumato, tra corridoi dove lussuosi tappeti attutivano i pesanti passi del carceriere e stanze dove vecchie carte, mappe e libri venivano ammassati ordinatamente su scaffali di legno intagliato.
    «Siamo arrivati.» sbottò ad un tratto l'Uomo Cicatrice, fermandosi bruscamente e togliendole la benda.
    Il contatto la luce del sole che filtrava dalle finestre e si andava a posare come raggi di miele sul pavimento - creando delle polle di luce - infastidì momentaneamente gli occhi della ragazza, che se li dovette sfregare per abituarli alla luce.
    Era in un corridoio di cartongesso da una parte, dove quadri senza senso oppure cornici vuote erano appese tramite dei chiodi arrugginiti, e dall'altra si estendeva una schiera di finestrelle in legno che mostravano i tetti e i camini del centro della cittadella.
    «Vedi di darti un contegno, stai per essere ricevuta dal Sommo.» le ordinò dopo l'uomo accertandosi che non si fosse ferita e fosse presentabile.
    «Sommo di cosa? Dove mi trovo e chi siete voi?» domandò confusamente la ragazza con un nodo alla gola.
    «Fai silenzio! Non hai il diritto di parlare se non sei interpellata!» l'aggredì prima di bussare alla porta.
    «Avanti.» ordinò una voce dall'altra parte.
    L'Uomo Cicatrice aprì la porta con una mano e con l'altra spinse la ragazza oltre la soglia, per poi richiudere la porta con un tic.
    Smarrita e con il solito nodo che le legava la gola - e lo stomaco - si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio su dove potesse trovarsi.
    Era in una stanza illuminata da due enormi finestre ad arco che davano la visuale su una piazzetta sottostante e si trovavano dietro una scrivania con le gambe intagliate a zampa di leone e che salivano con un motivo araldico fin sopra al piano d'appoggio - ingombro di fogli e carte, dove si vedeva a malapena una penna d'oca intinta in un calamaio di vetro scuro -; le due pareti laterali della stanza erano coperte da mobili e librerie, e un caminetto sporgente era davanti ad un tappeto con sopra due poltrone di velluto porpora e un tavolino in vetro che dava bella mostra ad una scacchiera di alabastro e ossidiana.
    «Allora, cosa ci fa una nobildonna come voi in un postaccio come Tarv?» domandò una voce, proveniente da dietro il cumulo di fogli che infestavano la scrivania.
    Era una voce morbida e calda, che nascondeva un velo tagliente e freddo che penetrò nelle orecchie della ragazza come una pioggia d'aghi.
    «Sono in viaggio.» rispose la Maga, cercando di stare calma e guardandosi intorno.
    «Certo, lo vedo, ma senza una scorta e nessuna indicazione è molto pericoloso mia cara.» annuì la voce con tono pacato.
    «Non vorrei sembrare brusca ma non è affar vostro ciò che faccio. Cosa volete da me?» tagliò corto Ashley, cominciando a sentire una strana sensazione che non lasciava presagire nulla di buono.
    Da dietro le pile di fogli e carte si alzò lentamente una testa di capelli castani leggermente mossi e poi il volto avvenente di un giovane uomo con una benda sull'occhio destro, che si alzò da una sedia di velluto e zoppicò - con l'aiuto di un bastone dalla testa di corvo - da un lato della scrivania; aveva una camicia larga, tenuta ferma ai polsi da due file di bottoni d'alabastro che metteva in risalto il petto semiscoperto e muscoloso, tenuta ferma in vita da una cintura di cuoio largo e pantaloni di pelle nera aderenti infilati dentro un paio di stivali con il risvolto, che arrivavano la ginocchio.
    A quella vista Ashley dovette abbassare lo sguardo, sentendosi improvvisamente avvampare da un getto di calore che proveniva da sotto la pelle e che le bruciava le guance di un acceso rosso mentre il giovane uomo zoppicava lentamente verso di lei fino a trovarsi a pochi passi di distanza.
    «Quelle manette devono essere molto dolore, ve le devo togliere per caso?» le domandò, chinandosi verso di lei per cercare il suo sguardo.
    «Voglio solo uscire di qui e tornare sui miei passi.» rispose Ashley, tormentandosi le mani con fare nervoso.
    Lui scoppiò in un impeto di ilarità per poi voltarsi e tornare alla scrivania dove si appoggiò e incrociò le braccia al petto, lasciando il bastone a poca distanza.
    «E' un peccato, siete una ragazza carina e mi avreste fatto comodo...» sospirò Zoppicante con rammarico.
    «Non ne dubito...» pensò la Maga, scoprendo tutto d'un tratto la vera natura di quella persona.
    «Dovrei sbattervi nuovamente in cella, ma noto che la fortuna è dalla vostra parte.» disse Zoppicante, voltando la testa sulla spalla e guardando oltre le finestre.
    «Cosa intendete dire?» gli domandò Ashley, arretrando di un passo.
    «Oggi c'è mercato.» le rispose semplicemente il ragazzo, tornando a guardarla.
    «Siete un mercante di schiavi!» biascicò lei, amareggiata e sorpresa.
    «Non mi insultate, non è carino da parte vostra. Preferirei essere chiamato Commerciante di Belle Ragazze.» sottolineò lui inarcando le labbra in un sorriso agghiacciante.
    «Sia quello che sia, voi siete spregevole e pagherete per questo.» sibilò Ashley seguendo con lo sguardo il ragazzo, che tornava a sedersi dietro la scrivania.
    «Non è la prima volta che vengo minacciato, e non sarà nemmeno l'ultima. Siete una ragazza deliziosa e di sicuro qualcuno vi comprerà ad un prezzo elevato.» ribatté il mercante di schiavi, appoggiando i piedi sul piano di legno e schioccando le dita.
    In quel momento fecero irruzione due loschi individui che presero di peso la ragazza e la portarono fuori da quella stanza, ribendandole gli occhi e conducendola in chissà quale luogo.
    Da quello che Ashley poté capire dai suoni che si stavano ammassando intorno alle sue orecchie, come una fastidiosa cacofonia, era che la stavano portando in una piazza ghermita di gente che si stavano battendo furiosamente per ottenere qualcosa sparando prezzi assurdi ed esorbitanti, seguito da un martellio di legno contro legno; odori acri che si mischiavano a dolci profumi, urla, gemiti e suppliche animavano quel posto creando un nodo allo stomaco della giovane donna che cercava disperatamente di capire dov'era finita finché non fu portata su qualcosa di legnoso e più in alto rispetto a dov'era prima.
    Milioni di occhi si posarono su di lei e non appena la luce tornò ai suoi occhi scoprì di essere finita su una piazzola d'aste.
    Era diventata una schiava.
     
     
     
    Accanto a lei c'era un tizio gobbo vestito di broccato rosso con rifiniture in rame che cingevano i polsi e il colletto alto della giubba; reggeva tra le mani dei fogli gialli rilegati da uno spago mezzo rovinato e leggeva senza che Ashley potesse capire cosa stava dicendo, intanto camminava intorno alla ragazza indicandola più e più volte, come se fosse stato un oggetto raro ed inestimabile.
    Ad ogni parola letta o indicazione fatta da quello strano e viscido tizio gli occhi della prigioniera vedevano mani di nobili lord o ventagli di eleganti lady alzarsi dalla folla, bocche che urlavano oppure che spettegolavano nascoste da mani o ventagli aperti, e gente che la osservava con poche buone intenzioni.
    Era uno spettacolo orribile a tal punto che le ginocchia cominciarono a tremare sotto il suo peso e il sangue le scorreva sempre più lento verso il cervello, tuttavia persisteva a rimanere in piedi - come un ramoscello sotto una terribile tempesta - imperterrita a non cedere malgrado la voglia di cadere su quel pezzo di legno scheggiato le sembrasse una buona opportunità ed occasione per escogitare un modo per scappare.
    Ci furono altri prezzi esclamati, altre alzate di mano e contro prezzi, ma lei continuava a non sentire nulla da com'era terrorizzata quando qualcosa in mezzo al pubblico fece cessare quello stato di sordità e zittì la platea; un'enorme pantera nera, tenuta a freno da una catena tintinnante, si fece largo tra la folla lasciando passare dietro di sé un gruppo di sei persone dall'aria minacciosa, vestiti di abiti logori e armati.
    «C'è un mercato e noi non ne sapevamo nulla?» sibilò una di quelle persone - la più elegante tra i sei e forse più giovane - guardandosi intorno con aria mesta.
    Aveva un enorme cappello nocciola che gli copriva il viso e metteva in mostra da un lato un set di piume di rapaci, un giustacuore nero senza maniche aperto sul petto con rifiniture argentee sopra ad una camicia a maniche larghe color crema, e pantaloni color seppia infilati dentro gli stivali lucidi; portava una spada dall'elsa riccamente elaborata sul lato sinistro, tenuta in un fodero di pelle di cavallo e indossava una cintura di pelle di rettile.
    «Questo sì che è sconveniente.» mormorò un altro sulla cinquantina d'inverni, schioccando la lingua tra i denti e giocherellando con uno stiletto appuntito dall'elsa dorata.
    Aveva solo un giustacuore di pelo di coniglio su una corporatura robusta e muscolosa, pantaloni neri stracciati e i piedi nudi con tatuati strani volatili; la testa era pelata, però dalla barba lunga si poteva capire che il suo colore fosse il rosso.
    «Il Capitano non sarà affatto contento.» aggiunse un'altra di quelle losche figure sputacchiando dai denti bucati.
    «I Ladroni della Lofty Mountains...» mormorò Broccato Rosso, deglutendo a fatica.
    La folla si era zittita e pietrificata al loro ingresso, ma Ashley notò che c'era dell'altro: quelli là non erano semplici ladroni, ma qualcosa di più pericoloso e temuto.
    Dopo qualche breve attimo di esitazione, dove forse cercava le parole adatte per parlare, Broccato Rosso si riscosse da quello stato di catalessi e cominciò a strofinarsi le mani mentre avanzava verso il bordo del palco improvvisato.
    «Miei Signori, non ci permetteremmo mai di escludervi dai nostri umili affari. Dopotutto siete i nostri migliori clienti...» cominciò, con voce untuosa e piena di timore.
    «Non ne dubitiamo, ecco perché siamo qui.» assicurò Cappello Grande, con voce ironica.
    «C'è forse qualcosa che posso fare per voi?» si affrettò a domandargli Broccato Rosso.
    «Sì. L'ultimo acquisto che abbiamo fatto si è rivelato molto deludente!» sbraitò Sputacchioso.
    «Non si è affatto rivelato utile e resistente come avevi decantato due giorni fa!» lo seguì Piedi Tatuati.
    «Vogliamo subito un risarcimento!» urlò un altro componente agitando i pugni per aria.
    E dal gruppo si alzò un brusio di minacce e accuse rivolte al venditore di schiavi, facendolo trovare con le spalle al muro.
    «Certo certo signori, avete pienamente ragione e avrete quanto chiederete se è in mio potere farlo...» cercò di calmarli Broccato Rosso, conoscendo l'indole di quei tizi e cominciando a sudare freddo.
    «Un momento.» ordinò d'un tratto Cappello Grande, alzando una mano per richiedere silenzio dai suoi compagni.
    «Vedo che sei all'ultimo pezzo dell'asta di oggi, e deduco che sia quello che vale di più...» osservò, posando una mano sull'elsa della spada.
    Broccato Rosso girò la testa verso Ashley e poi verso il gruppo di ladroni, e fece così per altre venti volte fino a farsi venire il torcicollo.
    «Miei rispettosi Signori, sono desolato ma non...» balbettò, dopo aver capito dove Cappello Grande voleva andare a parare.
    «Fa silenzio, sei diventato di troppo!» sibilò il ragazzo dal cappello di piume di rapace spazientito.
    A quelle parole qualcosa di metallico e brillante ruotò per aria e si andò a conficcare tra le costole del venditore, che alzò lo sguardo sul gruppo e mostrò un espressione stupita e piena d'orrore prima di cadere al suolo con un tonfo, seguito da urla isteriche e di terrore delle dame che erano presenti.
    «Tiro perfetto, Crocker.» elogiò Sputacchioso al compagno.
    «Una cosetta da nulla.» si schernì Piedi Tatuati alzando le spalle.
    «Così hai saldato il debito col Capitano...» mormorò il ragazzo, sistemandosi il cappello davanti agli occhi.
    Più terrorizzata di prima la Maga si coprì la bocca con le mani tremanti, facendo cigolare le catene che le stringevano i polsi, e cadde in ginocchio sulla piattaforma percorsa da brividi di terrore.
    «La festa è finita gente... Tornatevene a casa!» latrò Sputacchioso alla folla.
    Come un branco di scarafaggi infastiditi dal sole, la platea di disperse tra i cunicoli e le case in decadenza che circondavano la piazza, svuotandola in pochi attimi e lasciando solo il gruppo di sei persone, la pantera e la prigioniera.
    «Bene... Così va meglio.» sussurrò in quel momento la sesta figura che teneva la pantera per la catena, che era rimasta in silenzio e in disparte per tutto il tempo.
    Il gruppo si separò in due file, formando un corridoio umano, e lasciò passare la figura incappucciata.
    «Nails, prendi quella ragazza.» ordinò a Cappello Grande, dopo averlo affiancato.
    Lui annuì e si avvicinò alla piattaforma.
    «No, state lontani da me!» strillò Ashley, con la poca voce che aveva.
    «Stai calma, se no vuoi farti del male per davvero.» l'ammonì il ragazzo, appoggiando le mani sul legno e facendo leva per poi trovarsi in piedi sul palco.
    A quelle parole un lampo di genio colse la ragazza.
    «Siete stato voi a curarmi in quella cella?» domandò con un filo di voce.
    «Non parlare.» le intimò lui, chinandosi verso di lei.
    «No no no, statemi lontano. Non toccatemi!» ripeté lei, cercando di allontanarlo.
    Il ragazzo la scrutò accigliato, poi si voltò verso il gruppo in cerca di qualche suggerimento o ordine, ottenendo un cenno d'assenso dall'Incappucciato.
    «Sono desolato, ma voi verrete con noi che vi piaccia oppure no.» l'informò dopo, prendendola per un braccio e tirandola su dal pavimento, senza ottenere risultati.
    «Non-non mi sento più le gambe...» balbettò Ashley, guardandosi le gambe con aria terrorizzata.
    «Non ho tempo per giocare ragazza.» sibilò freddamente Nails, guardandola di sottecchi.
    «Non sto scherzando! Non me le sento più!» si difese lei, cercando di farsi forza per alzarsi.
    «Se non si alza con le buone lo faremo con le cattive!» scattò Crocker, lanciando uno stiletto in direzione della ragazza e facendolo conficcare a due dita dal suo piede sinistro.
    «No!» strillò lei, con lo sguardo che chiedeva clemenza.
    «Nessuno toccherà quella ragazza senza prima aver parlato con James!» tuonò in quel momento l'Incappucciato, lasciando che la pantera girasse lo sguardo verso Crocker, mostrando i denti aguzzi e bianchi.
    A quella reazione Piedi Tatuati arretrò di due passi e abbassò la testa in segno di scuse e rispetto.
    «Allora, c'è qualcuno che vuole giocare un po' con la nostra mascotte?» domandò ironicamente dopo, scrutando da sotto l'ampio cappuccio i quattro uomini.
    Nessuno osò controbattere.
    «Prendi in braccio quella ragazza e andiamocene, ci siamo attardati troppo Nails.» ordinò poi al ragazzo, girandosi sui tacchi.
    Cappello Grande fece come gli era stato detto e, senza farsi troppi complimenti, prese tra le braccia la ragazza e seguì i suoi compagni a breve distanza.
    Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale.
    Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra.
    Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano.
    Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia.
    Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro.
    Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini.
    In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio.
    Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve.
    Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile.
    Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita.
    Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno, solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un piccolo caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti.
    La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio.
    “Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”.
    “Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata.
    La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere.
    “Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”.
    Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro.
    La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone.
    Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù.
    Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano.
    Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze.
    Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio.
    Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo.
    Alessio venne a parlarmi.
    “Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”.
    “Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”.
    “Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”.
    Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
    Il mattino seguente un timido passerotto entrò dalle imposte aperte e si appoggiò al davanzale, guardandosi intorno come se cercasse qualcosa, arruffando poi le piume con aria compiaciuta e alzando una nuvoletta di granelli di pulviscolo che si andarono a riflettere alla luce del sole, poi uscì in volo con un decollo da manuale, descrivendo un ampio giro della stanza.
    Era piccola stanza color crema con un soffitto e un pavimento di legno, un letto enorme con una testiera di faggio intagliato e le lenzuola profumate di lilla che occupava la maggior parte della camera; l'unica finestra dalla quale entrava l'aria era sul lato sinistro, con un piccolo davanzale in legno di noce e di fianco un tavolino sul quale erano appoggiati una brocca e una bacinella spaiate.
    Ashley, dopo essersi stiracchiata le braccia e aver osservato le quattro pareti della stanza, si mise a sedere sul materasso e si strofinò il viso con le mani per svegliarsi e ricordare cos'era successo la sera precedente.
     
     
     
    Lei, Ethlinn e Liam si erano seduti a tavola, gustando un caldo pasto frugale a base di stufato, mentre il boscaiolo raccontava con entusiasmo ciò che aveva fatto quel mattino, di come aveva incontrato la Maga ed elogiando sua nipote per gli ottimi manicaretti che sapeva fare come se fosse stata una storia degna di leggenda, agitando le mani per aria e parlando per più di una volta con la bocca piena.
    Dal canto suo Ethlinn annuiva agli elogi dello zio, abbozzando ogni tanto qualche frase modesta, ma Ashley non poté fare a meno di notare che la donna lanciava fugaci sguardi alla porta immobile per poi lasciarsi scappare un sospiro malinconico e carico di apprensione; la ragazza capì subito che la padrona di casa stava aspettando con impazienza il rientro di suo marito e dei loro figli, e un dolce sorriso di compassione le sfiorò il volto ricordando come tempo addietro anche sua madre aspettasse il ritorno di suo marito e del loro figlio stanziando la porta come una sentinella vigile e attenta e, a ogni minimo rumore, alzare di scatto la testa verso l'entrata scoprendo poi che era solo il vento che andava a bussare alla loro porta.
    Lei la osservava camminare con aria impettita su e giù dalle sale, mordicchiandosi nervosamente le unghie e fissando ogni minuto fuori dalle ampie finestre ad arco finché dopo ore di nervoso alla fine la grande porta d'ingresso non si decideva ad aprirsi, facendo entrare i due uomini; al loro ingresso la donna si gettava ad abbracciarli e a riempirgli di baci fino allo sfinimento.
    Trattenne a stento anche lei un sospiro di malinconia e fu proprio in quel momento che la porta si aprì con un piccolo scricchiolio di assi e fece entrare un uomo alto quanto Liam, dai capelli biondi e gli occhi nocciola che reggeva tra le possenti braccia un bambino di circa cinque estati dai capelli neri e accanto una ragazzina di sedici inverni, che si reggeva al giustacuore in cuoio di mucca del padre con una mano e teneva l'altra vicino alla bocca, mordicchiandosi il pollice.
    Aveva i capelli biondi legati in due codini e gli occhi di cerbiatto, con delle lentiggini che le coprivano il nasino all'insù e un abitino color polvere tenuto fermo in vita da una cintura di corde e fili di paglia intrecciati.
    In un attimo ci furono abbracci, baci, sguardi e carezze dolci mentre la Maga osservava tutto dal suo posto vicino alla tavola con un dolce sorriso dipinto in volto finché non fu accompagnata al piano superiore da Ethlinn passando per la rampa di scale di legno che fiancheggiavano la sala, passarono per un balconcino che dava la vista sulle due sale e alla terza porta la donna si fermò, indicandole di entrare.
    Non appena la ragazza posò la testa sul cuscino il sonno si impadronì di lei, come un ladro nella notte.
     
     
     
    Dopo quel breve attimo in cui si schiarì le idee, si avvicinò al tavolino che reggeva la brocca piena d'acqua, l'afferrò per il manico arcuato e versò il contenuto dentro la bacinella per poi sciacquarsi il viso e asciugarsi su un morbido panno che profumava di rosa selvatica, piegato vicino ai due oggetti.
    Era solo il terzo giorno che era lontana da casa, eppure stentava ancora a credere di aver trovato tanta fortuna incontrando un semplice boscaiolo che le aveva offerto vitto e alloggio per una notte in casa sua; credeva che non avrebbe più rivisto un letto fino alla fine del suo viaggio e che cercare cibo e acqua per sopravvivere diventasse un pensiero preoccupante, compreso poi quello di doversi proteggere dagli unseelie e dalle creature lorally che infestavano i boschi e le praterie, invece si era dimostrato tutto il contrario.
    «Non devo però dimenticare che sono solo all'inizio, potrò non essere più così fortunata in futuro...» si disse, mentre si pettinava i capelli davanti ad uno piccolo specchio appeso al muro da un chiodo arrugginito.
    Appena finì di legarsi la treccia dietro la nuca e di aver indossato il suo vestito da viaggiatrice, lasciò tre monete d'oro sul tavolino vicino alla brocca e uscì dalla camera proprio mentre due figure minute le sfrecciarono davanti, scivolando poi lungo la scala ridendo e strillando; erano i figli di Ethlinn, Rosin e Ariades, che stavano giocando a rincorrersi per la casa, girando intorno al tavolo e poi uscendo dalla porta per disperdersi in giardino mentre la madre era intenta a impastare un composto che emanava un dolce aroma di uvetta secca e mele cotogne.
    Scuotendo la testa da tanta vivacità, Ashley scese le scale facendo scivolare la mano sinistra contro il muro e raggiunse la padrona di casa in cucina; quando oltrepassò l'ultimo gradino vide Liam varcare la soglia della cucina con un pezzo di legno in mano.
    «Buon giorno, dormito bene?» la salutò, raggiungendo il tavolo e sedendosi.
    «Sì grazie, siete stati davvero gentili a imprestarmi il vostro letto per la notte.» annuì Ashley, scaldandosi il latte che Ethlinn le aveva precedentemente preparato accanto al caminetto acceso.
    «Quando avrai finito di fare colazione vorrei chiederti un favore.» le disse Liam, studiando con attenzione il pezzo di legno che aveva in mano.
    «Certo, se posso lo farò con piacere.» accettò Ashley, senza ponderare bene quella risposta affrettata e versandosi il latte nella scodella.
    «Bene... Ieri sera, mentre tu dormivi, io e i ragazzi abbiamo discusso e mi hanno fatto notare un particolare che mi era sfuggito, il che è raro per intenderci... Tu sei una Maga per caso?» cominciò a spiegarle, senza smettere di osservare il legno fino all'ultimo minuto.
    Ashley ingoiò il latte, puntò gli occhi sul boscaiolo e annuì con rigidità, notando uno strano bagliore accendersi negli occhi di lui che la irrigidì ulteriormente, ma cercò di mantenere la calma; nel frattempo Ethlinn si era fermata dall'impastare il composto e si era bloccata, come in attesa di qualcosa.
    Era una domanda innocua e piena di curiosità o un modo per metterla alla prova e poi scacciarla da quella casa oppure entrambe le cose?
    Qualunque fosse stata la risposta Ashley era pronta ad affrontarne le conseguenze a testa alta; aveva un obbiettivo da raggiungere e nulla le avrebbe impedito di portarlo a termine.
    «Prima di portarti in città avrei un favore da chiederti, e vorrei che tu lo risolvessi.» la supplicò ad un tratto Liam, appoggiando il pezzo di legno sulla tavola e stringendolo in mano.
    «Dimmi pure ciò che ti turba e se è in mio potere sarò più che lieta di aiutarti.» lo incoraggiò la ragazza, notando la disperazione dipingere il volto del boscaiolo.
    «Un ragazzo del villaggio è stato vittima di uno strano malessere a noi sconosciuto, e non ci sono Stregoni, Maghi o medici in grado di guarirlo e il poveretto giace nel letto da due settimane contorcendosi dal dolore e delirando come un matto.» cominciò a spiegarle Liam, cercando di stare calmo.
    «Ho capito, non c'è tempo da perdere... Mi potrai raccontare il resto mentre andremo da lui.» gli disse accigliata Ashley, prendendo la mela che aveva lasciato da parte e alzandosi dal tavolo.
    «Ti ringrazio!» esultò Liam, dirigendosi verso la porta.
    «Aspetta a ringraziarmi, non ho ancora visto il paziente.» lo ammonì lei, tallonandolo.
    Una volta raggiunto il carretto pieno di legna e con i cavalli attaccati, i due amici salirono in cassetta e con un colpo di redini e delle parole di incoraggiamento Liam fece partire di due equini, dirigendosi al villaggio lasciandosi dietro una nuvola di polvere alzata dagli zoccoli e dalle ruote di legno.
    «Nersepheore è un villaggio di minatori e contadini, viviamo grazie alle ricchezze del terreno e agli knocher; tu sai chi sono?» le raccontò, mentre scendevano lungo la stradina serpeggiante.
    «Sono dei minatori seelie che scavano nel sottosuolo ed estraggono minerali che esso nasconde in grosse e ricche vene, aiutati dai berretti azzurri che poi lo portano in superficie. Sono dei lavoratori onesti e generosi se non li si truffa.»
    «Esattamente. Vedo che sei ben istruita.» annuì Liam, con la mente da un'altra parte.
    «Credevo che tutte le creature eldritch odiassero essere spiate da noi umani.»
    «Infatti è così; i minatori di Nersepheore badano bene a dove scavano e così facendo mantengono stabile quel delicato equilibrio che può essere spezzato da un momento all'altro.» le disse il boscaiolo, svoltando all'ottava curva.
    Ashley fissò il sentiero che si andava a snodare da una all'altra parte, notando che il carretto stava viaggiando a una velocità sostenuta quando d'un tratto scorse con la coda nell'occhio qualcosa che si andò a nascondere dietro una roccia che faceva angolo alla decima curva: era un urisk.
    Liam parve non accorgersene e girò all'undicesima curva raggiungendo così la stradina che portava al centro di quel villaggio di case sparse, con recinti e steccati accanto ad ognuna di esse, e tithal e amuleti magici di frassino e ferro appesi alle porte.
    «Siamo quasi arrivati.» l'avvertì Liam, superando una ventina di quelle piccole abitazioni semplici e di grande effetto ottico.
    Ashley annuì ed espirò.
    Stava per mettere alla prova se stessa e le sue doti magiche, che le erano costati anni di duri allenamenti e studi per arrivare ad ottenere il tanto ambito diploma, e anche per valutare se era pronta ad affrontare quel viaggio che aveva scelto di percorrere.
    Tormentandosi le mani e mordendosi il labbro inferiore entrarono nel villaggio e arrivati più o meno al centro il boscaiolo tirò le redini e fermò i due destrieri, facendo segno alla ragazza di scendere e seguirlo.
    Dopo attimi di esitazione Ashley richiamò a sé tutte le sue forze e seguì l'uomo verso una casetta che stanziava verso la valle, affiancata da due staccionate che contenevano le pecore e una decina di mucche pezzate; arrivati alla porta, protetta da tre ferri di cavallo arrugginiti, Liam bussò con non troppa energia e poco dopo venne ad aprire una vecchietta che si reggeva su un bastone intagliato nel legno.
    «Liam, che piacere vederti, a cosa devo la tua visita?» lo salutò, socchiudendo gli occhi per metterlo bene a fuoco.
    «Domando scusa per il disturbo, ma ho portato con me una Maga che forse potrà guarire vostro nipote.» le rispose educatamente Liam, indicando Ashley alle sue spalle.
    La donna spostò lo sguardo sulla ragazza, e lei non poté fare a meno di notare la stanchezza che le opacizzava gli occhi e le grandi occhiaie dovute a ore di insonnia e pianti disperati; a quella vista dovette spostare lo sguardo in basso per non far notare il suo sconforto: non le era mai piaciuto vedere la misera e la disperazione delle persone perché le si stringeva il cuore.
    «Non penso che qualcuno sia in grado di curare mio nipote, ormai ho perso la speranza; però tentare non nuoce...» sospirò con la voce rotta.
    «Signora, la prego di non smettere mai di sperare! La speranza è l'ultima ad abbandonarci e voi che siete più saggia di me dovreste saperlo!» la pregò Ashley, facendosi avanti.
    «Siete molto ardita e saggia per essere tanto giovane mia cara.» osservò acutamente la donna, alzando lo sguardo su di lei.
    Ashely non rispose, perché non sapeva cosa dire.
    Con movimenti lenti e affaticati la donna si spostò di lato aprendo la porta e così facendo diede il permesso ai due ospiti di entrare, poi la richiuse con un clic e li condusse in uno stanzino dove, sdraiato su un giaciglio di paglia e coperte, si trovava un ragazzo delirante e coperto di perle di sudore.
    Un'improvvisa fitta allo stomaco bloccò Ashley in mezzo alla stanza - dato che non era abituata a vedere certe scene - ma cercò di non farlo notare; si avvicinò al giovane che aveva più o meno la sua età e notò che il lavoro in miniera l'aveva reso più adulto e quindi ingannevole ad una prima occhiata.
    Chinatasi sul corpo percorso da spasmi, Ashley capì subito cos'aveva colpito quel povero sventurato.
    «Non avrà per caso percorso una Porta Proibita?» domandò sbrigativamente alla donna, mettendosi a frugare nella sua bisaccia.
    «Non saprei dire... E' due settimane che si contorce dal dolore e suda come se stesse sotto al sole.» le rispose la donna, con un nodo alla gola.
    «Cosa c'è? Cos'hai visto?» le domandò Liam allarmato.
    «Questo ragazzo è stato colpito da un Beithir, un serpente del fulmine; dimora nel sottosuolo e questo è il suo marchio!» gli rispose la ragazza, mostrando una ferita a forma di saetta sul palmo delle mani e sulla fronte e cercando con lo sguardo un contenitore.
    A quella rivelazione la donna esplose in un pianto disperato mentre a Liam cadde al mascella per la sorpresa: erano anni che la loro gente dimorava su quella collina e non sapevano che il Beithir abitasse in quella zona.
    «Fortunatamente questo ragazzo ha la forza per combattere la febbre, ma il colpo del Beithir è stato più violento di quanto credessi; avrà bisogno di una cura efficace per potersi riprendere del tutto.» rifletté Ashley, mettendosi a pestare in un mastello delle foglie con una polverina violacea per farne un impasto che andò a sciogliere nell'acqua calda per poi travasarlo in un botticino di vetro che si assicurò di scuotere bene prima di consegnarlo alla vecchietta.
    Quando il liquido violaceo diventò trasparente Ashley lo scrutò con attenzione, per poi stapparlo e annusare il contenuto con aria soddisfatta, ritapparlo e porgerlo all'anziana.
    «Versategli tre gocce di questo infuso nella minestra prima di andare a dormire e tutte le mattine quando fa colazione, in tre giorni dovrebbe riprendere le forze e ristabilirsi.» la istruì.
    «Vi ringrazio, cosa posso offrirvi per il disturbo e la cura?» le domandò la vecchietta, stringendo al petto il botticino.
    «Pregate che vostro nipote si rimetta presto e abbiate fede, io ho solo fatto il mio dovere e vi auguro ogni bene.» le rispose Ashley, osservando il ragazzo.
    «Siete di buon animo ragazza, questo vi aiuterà parecchio...» le disse la donna, accarezzandole le mani.
    «Addio signora.» la salutò lei con un inchino e allontanandosi verso la porta.
    Una volta all'aria aperta la Maga trasse un bel respiro profondo, saturando i polmoni di quell'aria fresca e osservando dei nuvoloni carichi di pioggia addensarsi a ovest, mentre sopra di lei il sole splendeva radioso come se nulla posse turbare il suo lavoro giornaliero.
    «Ti ringrazio per aver salvato quel ragazzo.» la ringraziò Liam, comparendole da dietro le spalle.
    «Non ho fatto nulla di granché... Adesso tutto dipende dalla forze di volontà del giovane.» si schernì lei.
    «Se non sbaglio ti devo un passaggio per la città.» si ricordò Liam, passandole davanti.
    «Sì, è vero...» annuì lei, tirando un lato del labbro in un sorriso.
    «Allora siete pregata di salire in carrozza vostra signoria, tra poco partiamo!» esclamò Liam, facendo un rozzo inchino e scoppiando poi una rumorosa risata.
    Ashley ricambiò quell'ilarità e fece come le era stato detto.
    «Se siamo fortunati entro domani mattina saremo alla città fluviale di Gilvaris Tarv.» calcolò Liam, prendendo in mano le redini.
    «Spero che tu abbia scorte a sufficienza e un potere abbastanza forte, perché non saranno pochi i pericoli da qui a Tarv.» disse dopo, facendo partire il carretto con uno scossone.
    «Non c'è da temere... Arriveremo a Gilvaris Tarv sani e salvi.» lo rassicurò lei.
     
     
     
    Durante il viaggio che li stava portando fuori da Nersepheore, Liam non perse tempo e cominciò a raccontare storie incredibili sulle sue avventure vissute da ragazzo con alcuni amici e bambini del paese in mezzo alla campagna, le bravate a discapito degli anziani del villaggio - soprattutto di un vecchio brontolone che abitava in pieno centro del paese - e gli incontri con esseri unseelie e seelie che si vedevano per le strade.
    Ashley lo stava a sentire tra una risata e l'altra mentre il carretto continuava la sua tranquilla marcia tra le curve delle colline e le distese di erba delle valli, rese arancioni dal tramontare del sole oltre lo zenit e al canto degli stornelli che esibivano danze confusionarie nel cielo ambrato sopra le teste dei due viaggiatori.
    «Ci dovremmo accampare, tra poco farà buio e non è consigliabile proseguire di notte.» disse dopo un po' Liam, fermando il carretto su un lato della strada, ai piedi di un piccolo promontorio verdeggiante.
    «Accendo il fuoco!» si prenotò subito la Maga, balzando giù dal carretto.
    Il boscaiolo non obbiettò e staccò i cavalli dai finimenti per farli pascolare impastoiati accanto al veicolo, poi si mise a frugare in mezzo ai rami secchi di frassini, querce, abeti e larici alla ricerca di un fagotto che tirò trionfalmente fuori con un sorriso vittorioso e che lanciò alla ragazza.
    «Ti aiuterà ad attizzare la legna.» le spiegò, notando il suo sguardo celare un punto interrogativo.
    «Grazie Liam, ma pensò che servirà a te per il tuo prossimo viaggio.» gli rispose lei, riponendo il fagotto vicino al sasso su cui si era seduta e schioccando le dita.
    A quel gesto dal centro dei rametti secchi - raccolti dal carretto perché inutili a fruttare dei soldi al boscaiolo - si sprigionò una fiamma flebile che andò a bruciare la legna, rilasciando una striscia di fumo che si alzò in alto e si disperse a una trentina di piedi dal suolo.
    «Incredibile... Ho sempre ammirato il potere dei Maghi e delle Guaritrici.» sussurrò l'uomo, mentre il fuoco si rifletteva nei suoi occhi.
    Ashley arrossì lievemente e si preoccupò di aggiungere dei rametti più consistenti per non far morire la loro fonte di calore, mentre Liam si andò a sedere di fronte a lei e al fuoco per poi scaldarsi le mani sfregandole e porgendole vicino alla fonte di calore.
    Il sole ormai si era quasi spento oltre l'orizzonte e nel cielo erano apparse le prime stelle e una luminosa falce di luna, che andarono a illuminare con il loro debole fascio i due amici; intanto da qualche buchino nascosto dai fili d'erba scuri erano sbucati fuori dei grilli e delle cicale, che si misero a danzare lì intorno intonando dolci melodie che andarono ad accompagnare qualche altro strumento naturale che veniva trasportato dal flebile vento serale.
    «Sarà una notte piuttosto fresca questa sera... Ringraziando l'oro di Meris ho una Maga con me!» esclamò dopo un po' Liam, spezzando il silenzio.
    «Non sarei così ottimista, sono appena uscita dal Palazzo di Magia, e non ho alcuna esperienza sui pericoli che incontreremo.» lo ammonì la ragazza, mettendosi a frugare nella sua bisaccia.
    «Suvvia, avere qualche conoscenza di arti magiche fa sempre comodo in ogni caso, e se si è o meno esperti!» ribatté Liam, piuttosto ottimista.
    «Sarà...» sbottò lei, alzando le spalle e tirando fuori dalla bisaccia una mela e alcune bacche che le erano state donate da Ethlinn prima che partissero per Nersepheore.
    «Che cos'è quella roba!» ruggì ad un tratto Liam indicando la ragazza, o meglio, quello che la Maga teneva tra le mani.
    «Una mela e delle bacche.» gli rispose, piuttosto riluttante a quella domanda.
    «E quella la chiameresti cena?» sbraitò il boscaiolo con un improvvisa ira nella voce.
    «Cos'ha che non va?» gli domandò Ashely, osservando la mela e le bacche che aveva posato sulle gambe.
    «Se devi fare un lungo viaggio devi mangiare carne per rimanere in forze dannazione! Con mele, bacche e cose simili non dureresti nemmeno mezza giornata!» le spiegò accigliato e mettendosi a frugare nella sua bisaccia per poi mostrare orgogliosamente una lepre morta.
    «Da quanto tempo hai quella lepre in borsa?» non poté fare a meno di chiedergli la ragazza, sorpresa e disgustata.
    «Da questa mattina, non ti preoccupare.» la rassicurò Liam, posando per terra quella povera creatura e prendendo uno stiletto dalla bisaccia.
    «Che... Che cosa vuoi fare?» balbettò in quel momento la Maga, intuendo le intenzioni dell'uomo.
    «Non è ovvio? Non possiamo mica mangiarla con tutta questa peluria!» le rispose seccamente Liam, avvicinando lo stiletto al ventre dell'animale.
    Non appena cominciò a togliere via la pelle dalla carcassa Ashley avvertì un conato di vomito salirle in gola, poi il terreno assunse una posizione verticale e tutto intorno a lei si creò l'oscurità.
    Non sapeva dire se erano passate minuti o ore, ma non appena riuscì ad aprire gli occhi vide la figura sfocata di Liam accanto a lei che le sventolava un pezzo di stoffa sul viso e le inumidiva la fronte con dell'acqua.
    «Santi numi ragazza! Sei proprio debole di stomaco!... Mi domando come farai a tirare avanti in questo modo!» brontolò l'uomo, scuotendo la testa.
    «Che cos'è successo?» mormorò lei, con voce rauca.
    «Lascia perdere...» sbottò Liam, allontanandosi e andandosi a sedere al suo posto.
    Con la testa che girava, la Maga si puntellò su un gomito e si girò verso il fuoco scoppiettante, notando su esso una piccola carcassa infilzata alle due estremità rosolare su due legnetti posti lontani dal fuoco, e in quel momento si ricordò cos'era successo.
    «Ma non hai mai visto un uomo scuoiare un animale per tutte le Potenze?» le domandò Liam, rodendo di conoscere la risposta e controllando che la lepre non bruciasse.
    «No, e a dire il vero terrei a cambiare argomento; non sopporto queste cose!» gli rispose lei con un certo nervoso nella voce e sedendosi sul suo sasso.
    «Non è il caso che ti scaldi, era solo una domanda la mia.» si mise sulle difensive il boscaiolo, alzando le mani con i palmi aperti.
    La ragazza accettò le sue scuse e perdendo l'appetito ripose la mela intatta nella bisaccia con le bacche.
    La notte era tiepida e calma e i due personaggi si stavano intrattenendo raccontandosi delle storie riguardanti il Mondo di Meris e le avventure dei suoi abitanti.
    «Quali sono le storie che ti piacciono di più?» le aveva chiesto Liam, staccando di netto una coscia della lepre.
    «Non ne ho una in particolare... Diciamo che ogni racconto ha dei punti che scatenano curiosità così come disinteresse. Ma credo soprattutto che dipenda da chi vengono raccontate; una persona deve pur saper intrattenere i suoi ascoltatori no?» gli aveva risposto lei, con tono romantico e sognatore.
    «In questo caso permettimi di raccontarti una storia che credo troverai di tuo gradimento...» si propose Liam prendendo la palla al balzo.
    Ashley ne fu subito interessata e fissò l'amico, facendogli intuire che aveva colto nel segno; una volta che ebbe ottenuto la sua attenzione Liam si gonfiò il petto d'orgoglio e si schiarì la voce, pensando bene a come cominciare la sua storia.
    «Un pomeriggio di un giorno di festa due giovani di un villaggio si erano accordati per incontrarsi con le loro fidanzate presso un pascolo del loro villaggio ma, quando sono arrivati i due hanno visto le ragazze che si allontanavano dalla parte opposta. Le hanno chiamate, però le due sembravano non udirli, allora si sono messi a correre per raggiungerle. La corsa si è protratta per due o tre miglia, ma, per quanto veloci, i due giovani non sono riusciti a raggiungere le ragazze. Inoltre non hanno badato a dove stavano andando e, con sgomento, si sono ritrovati immersi fino alle ginocchia in una pozza di fango. In quel momento, le fidanzate sono svanite, con l'accompagnamento di una sonora risata, e al loro posto è apparso invece il Trathley Kow. Come puoi immaginare, i due ragazzi si sono liberati dal fango in un momento e si sono dati alla fuga. Quella creatura burlona li ha inseguiti per colline e valli, ridendo e beffandosi di loro. Alla fine, hanno dovuto attraversare un fiume per tornare a casa, ma erano entrambi così spaventati che sono caduti in acqua. Sono riemersi coperti di alghe e di fango, e naturalmente ciascuno dei due, non appena ha dato un'occhiata all'altro, lo ha scambiato per il Trathley Kow!»
    Ashley faticò a controllare l'ilarità.
    «Continua, continua ti prego!» lo implorò, con le lacrime agli occhi.
    «Urlando di terrore, ognuno dei due ha allontanato da sé l'altro, poi entrambi si sono precipitati fino alle rispettive case, dove hanno raccontato di essere stati inseguiti dal Trathley Kow e quasi annegati nel fiume.»
    Ashley si era premuta le mani contro la bocca, cercando di soffocare una risata promettente quanto un getto di vapore, imitata da Liam che aveva persino le lacrime agli occhi.
    «Questa era davvero una bella storia!» aveva esclamato, piegata in due dal ridere.
    «Sei davvero un ottimo racconta storie Liam.» lo aveva elogiato dopo aver ripreso il controllo di sé ed essersi asciugata una lacrima.
    «Ti ringrazio; modestamente il tuo non è il primo complimento che ricevo.» si era pavoneggiato lui, attizzando il fuoco con un pezzo di legno.
    «Lo credo bene. Persino il Bardo Reale sbiancherebbe alle tue storie.» esagerò la Maga, pentendosi quasi subito.
    «Su questo devo dissentire. Il Bardo Reale è e resterà sempre il migliore tra noi racconta storie; solo un idiota pieno di sé oserebbe scontrarsi con lui.» aveva mormorato lui, abbassando lo sguardo sul fuoco.
    Subito dopo i due viaggiatori si erano addormentati sotto un campo energetico protettivo contro gli eldritch wight, al tepore delle braci.
    Il mattino successivo, al canto del gallo, Ashley si stava già preparando a partire.
    I raggi del sole entrarono come miele dalle finestre, creando polle di luce sul pavimento coperto da tappeti araldici con raffigurati minuziosamente dei Letter Storm e piccoli motivetti floreali, accarezzando ogni oggetto con il loro debole e dolce fascio di luce.
    La giovane Maga era davanti al suo letto, intenta ad allacciarsi le cinghie del corsetto e successivamente quelle del fagotto, nel quale aveva riposto tutto lo stretto necessario per il viaggio: piccole boccette contenenti cure mediche, fasce per coprire le ferite, un piccolo pettine, un panetto di sapone, un bicchiere di legno per bere dalle pozze d'acqua e provviste di cibo.
    «Credo di aver preso tutto.» si disse, guardando per l'ultima volta intorno a sé.
    Un velo di nostalgia cominciò a impossessarsi di lei, ma lo scacciò subito scuotendo energicamente la testa, poi si caricò il fagotto a tracolla ed uscì in silenzio e con passo veloce.
    A testa bassa scese la rampa di scale ma a metà di essa dovette alzarla, sentendosi osservata; quando lo fece si trovò davanti a due schiere laterali di tutti i domestici che lavoravano nella villa, che partivano dalla fine della scalinata fino alla porta d'uscita del salone d'ingresso, con le mani congiunte dietro o davanti la schiena e i cappelli in mano; sui loro volti Ashley vide la tristezza, nonostante il notevole distacco che la separava da loro dal rango in cui era, e che ora non le apparteneva più.
    «E' proprio decisa a partire, milady?» le domandò il siniscalco, davanti a tutti e con la schiena dritta come un palo.
    «Sì Glaskow, non torno più indietro.» gli rispose lei, reggendo il suo sguardo malinconico e serio.
    «Allora le auguriamo tutte le fortune possibili, e addio.» annunciò, eseguendo un profondo inchino, pieno di ammirazione e rispetto.
    Ashley fissò una a una tutte le persone che erano venute a salutarla e trattenne a stento le lacrime; non credeva di meritarsi tutte quelle cerimonie e, scendendo gli ultimi gradini, li ringraziò, senza mai voltarsi indietro.
    Una volta uscita dalla dimora, si fermò un attimo sulla soglia della casa a guardare il cielo arancione coperto da qualche cirro candido, fece un respiro profondo e poi s'incamminò verso l'uscita del giardino, lasciandosi alle spalle tutto ciò che le apparteneva di diritto.
    «Buona fortuna milady!» la salutarono in coro le serve e Viviana, agitando i fazzoletti laceri al vento.
    «Grazie a tutti.» pensò lei, senza voltarsi mai, nonostante avesse voluto farlo.
    Camminò spedita fino a valle, superò il piccolo affluente del River e solo in quel momento si concesse il capriccio di fermarsi e voltarsi per salutare un'ultima volta la casa in cui era cresciuta, poi diresse il suo sguardo verso la cittadella.
    Era silenziosa, avvolta da una flebile cortina di nebbia che si alzava dal terreno umido e si espandeva tra le vie ciottolate e saliva alle pendici delle colline mentre il cielo alle loro spalle mostrava il giallo, l'arancione, il rosa e il rosso dell'aurora seguite da un disco solare scarlatto, in contrasto con il blu della notte che ancora non voleva sapere di andarsene e cedere il cielo al nuovo giorno; l'aria era fresca e profumava di erba tagliata, fiori e rugiada, portando con sé il cinguettio dei primi passeracei svegli e di alcune gazze mentre una Nave del Cielo solcava le correnti, portando merce di ogni sorta al Palazzo di Magia, e passò sopra la testa della giovane Maga, proiettando la sua ombra sul terreno verdeggiante.
    Ashley fissò quello spettacolo e intanto pensava su dove potesse trovarsi suo fratello, e come l'avrebbe raggiunto.
    Facendo un altro bel respiro profondo decise di intraprendere il sentiero che portava verso il Bosco di Grim, una macchia di scuri alberi che si estendeva a sud-ovest di Hellenhill.
    «Se mi affretto potrei raggiungere il bosco entro fine giornata.» pensò, guardando le chiome scure degli alberi muoversi flebilmente.
    «Coraggio!» si disse, incamminandosi lungo il pendio erboso.
    Dopo essere scesa a valle seguì la strada ghiaiosa che a destra portava a Hellenhill, e a sinistra verso il Bosco di Grim, incontrando alcune carovane di viandanti, commercianti o nomadi, scortate da pattuglie di soldati e qualche Stregone; sui carri erano appesi tithal, campanelli, oggetti metallici e i cavalli erano adorni di quegli strani oggetti, che producevano un dolce tintinnio, che intimavano gli unseelie minori dall'attaccare le carovane ma, malgrado le numerosi precauzioni, quella carovana era stata oggetto di un attacco ben organizzato da alcuni unseelie, che avevano graffiato e danneggiato il più delle vetture, senza lasciare quasi nessuno indenne.
    Ultimamente il pericolo di venire attaccati da quegli esseri unlorraly era aumentato, e ogni persona che intendeva viaggiare si premuniva con bastoni di sorbo, sassofrassino, galletti scolpiti nei ciondoli, oppure chiedeva aiuto ai Maghi e Stregoni, pagandoli per aumentare i poteri dei tithal o per acquistarne di nuovi; tuttavia quegli amuleti erano inutili se si imbatteva in eldritch wight superiori.
    Senza farsi scoraggiare da quei pensieri, Ashley continuò per la sua strada e, come aveva ipotizzato, verso il calare della notte si trovò all'ingresso del Bosco di Grim; gli alberi formavano un'entrata ad arco, costruendo una volta naturale dalla quale non lasciavano penetrare alcun raggio di sole, e il sentiero serpeggiava tra essi, scomparendo e ricomparendo alcuni chilometri più lontano, in dolci curve mascherate da cespugli e piante di felce che si contendevano il terreno boschivo.
    Tuttavia, quell'oscurità, celava un dolce fascino mistico creato dal fluttuare di dolci creaturine dalle ali diafane, i corpi avvolti da un tenue alone di luce limpida che variava di colori e intensità; i capelli, lunghi e fluttuanti, erano adorni di fiorellini dietro le orecchie a punta e gli occhi sembravano polle d'acqua limpida; svolgevano il loro lavoro silenziosi, senza disturbare nessuno e con accurata indifferenza.
    Ashley entrò con qualche timore, temendo che un solo ramoscello spezzato potesse far sparire quella vista meravigliosa e consapevole che ormai era troppo tardi per cambiare idea, e camminò ancora per qualche chilometro, illuminata dalla flebile luce di quegli esserini tanto fragili quanto laboriosi e da una fiammella che le fluttuava sulla mano destra senza che le scottasse il palmo della mano.
    Dopo aver percorso una decina di curve decise di sedersi sotto i rami di un sorbo per riposarsi e mangiare qualche provvista che si era portata da casa, ascoltando l'orchestra di alcuni grilli e l'ululato lontano e triste di un lupo, seduto su qualche sporgenza di roccia con la luna che si stagliava dietro di esso; nonostante la presenza di quegli esseri però Ashley non si sentiva affatto tranquilla e sentiva i nervi sotto la sua pelle irrigidirsi a ogni minimo rumore estraneo, per poi rilassarsi alla rivelazione di qualche lepre del bosco o magari qualche rettile innocuo che andavano nelle loro tane.
    Il fuocherello che aveva acceso davanti ai piedi schioppettava allegramente e la riscaldava dal fresco della sera, regalandole immagini di Draghi e fiori di fuoco che si allungavano verso il cielo per poi sparire nel nulla; si strofinò le mani e poi le spalle, rannicchiandosi contro il tronco del sorbo e sperò che quella sera passasse in fretta e indenne, quando un fruscio di rami e foglie la mise in allerta per l'ennesima volta e, scattando in piedi, prelevò dal fuoco alcune fiamme che allungò davanti al viso per schiarire la visuale davanti a lei.
    «Chi è là?» domandò, cercando di essere il più dura possibile.
    Nessuno rispose e da dietro alcuni tronchi di querce e castagni si presentò una giovane cerbiatta smarrita, che la fissò intensamente con i suoi grandi e dolci occhi neri.
    «Accidenti a te...» borbottò la Maga, chiudendo il palmo della mano e soffocando così il fuoco che aleggiava sopra di essa.
    Dopo quel breve attimo l'animale se ne andò in tutta tranquillità e Ashley si lasciò cadere al suolo, confortata; afferrò un ramo e attizzò il fuocherello.
    In quell'attimo un gufo rientrò nel suo nido, passando vicino alla ragazza e planando sul ramo di un faggio, portando con sé un piccolo topolino di campagna.
    Il Bosco di Grim si zittì di colpo.
    «Sarà meglio che mi metta a dormire; domani sarà una lunga giornata!» pensò la ragazza, stiracchiandosi le braccia e poi sistemandosi dietro la testa il fagotto semivuoto.
    Prima di addormentarsi però creò una barriera che la proteggesse da eventuali attacchi o visite di unseelie.
     
     
     
    Il sole quella mattina faticò parecchio per aprirsi un varco nel fitto fogliame, e regalare così un po' di calore e luce in quella zona fredda e buia, creando raggi di luce che andavano a posarsi sul terreno e sulla Maga, svegliandola con una tenera e calda carezza.
    Socchiudendo gli occhi malva e stiracchiandosi la schiena Ashley si guardò velocemente intorno, poi si mise a sedere e si massaggiò la schiena dolorante; non avrebbe creduto che dormire all'aperto fosse così scomodo, ma cercò di non rimuginarci troppo e, afferrato il fagotto, prese a frugarci dentro, prelevando una focaccina ripiena e alcuni biscotti quasi sgretolati che gustò con aria deliziata.
    Dopo essersi pulita dalle briciole, si assicurò di coprire le ceneri del fuocherello ormai spento con della terra, raccolse tutto quello che aveva sparso lì intorno e riprese a marciare tra gli imponenti alberi, cercando il sentiero tra le foglie e le felci che sembravano averlo nascosto in una sola notte.
    Ogni tanto intravedeva delle polle d'acqua protette dalle radici visibili di qualche albero del bosco e sulla quale si rispecchiavano le chiome ricurve di qualche salice piangente dove rospi alati, ranocchietti lorraly, anatre o pesciolini, si rifugiavano nel sentila arrivare.
    Passando vicino a quelle pozze Ashley temette che da un momento all'altro sarebbe spuntato fuori qualche cavallo d'acqua unseelie, che l'avrebbe presa di forza e trascinata in quelle fredde acque per annegarla, oppure che qualche esserino dispettoso aspettasse il momento buono per farle uno scherzo; accelerò il passo fino a lasciarsi alle spalle quelle polle e si addentrò in una zona più luminosa del Bosco, dove una dolce melodia la raggiunse, trasportata dal vento.
    Attratta ed incuriosita la seguì, trovandosi in una macchia di tronchi popolata da Rami d'Arpa, alberi imbevuti di proprietà magiche che, toccando i rami lunghi fino quasi il terreno, creavano dolci sinfonie armoniose.
    Non riuscendo a trattenersi, la ragazza passò vicino ad uno di essi e con le dita sfiorò i rami, producendo un suono dolce che ricordava quello di un'arpa e il tintinnio di alcuni campanelli argentati; era solo all'inizio del viaggio e già cominciava a gustarsi le meraviglie che avrebbe trovato lungo il sentiero che la separava da suo fratello.
    Dopo aver superato quell'orchestra vegetale d'arpe e campanelli, dove la luce del sole scaldava maggiormente quel luogo, una lepre bianca tagliò improvvisamente la strada alla Maga che, oltrepassato qualche albero, essa prese le sembianze di una giovane donna con un abito bianco e gli occhi neri come l'ossidiana.
    «Un mutaforma...» pensò, sorpresa e senza fermarsi a osservarla più del dovuto.
    Era raro vedere un mutaforma cambiare aspetto in presenza di esseri che non fossero suoi simili, tanto che era conosciuto il loro sdegno se un essere umano avesse osato spiarli, ma non era la prima volta che Ashley assisteva volontariamente ad un evento così raro e bello.
     
     
     
    Nonostante avesse camminato di buona lena e per tanto tempo, facendo brevi soste per ammirare la vegetazione e la fauna del Bosco, o per cibarsi di qualche frutto che cresceva sui cespugli di more, ribes e mirtilli, Ashley si rese conto che non riusciva a trovare più la via principale e procedette a tentoni in quel groviglio vegetale che sembrava impedirle di trovare l'uscita.
    Stanca e abbattuta si fermò lungo l'argine di un fiumiciattolo che percorreva una zona abitata da abeti per riempire la borraccia e intanto analizzare il terreno che la circondava con sconforto; la via che aveva seguito con tanta determinazione e fiducia la scorsa notte si era rivelata un trucco magico di qualche eldritch wight, che non avevano niente di meglio da fare se non indispettire i viandanti che gli capitavano a tiro.
    «Sapevo che avrei dovuto portarmi una bussola dannazione!» imprecò, guardandosi intorno per l'ennesima volta.
    «Sembrava troppo facile!» esclamò dopo, alzandosi e fissando la volta di aghi e rami che crescevano sulla sua testa.
    In quel momento un idea prese forma nella sua mente.
    «Se non posso vederlo dal basso, dovrò per forza farlo dall'alto...» pensò con un sorrisetto malizioso dipinto sul volto.
    Servendosi della cintura che portava sopra il gonnellino, Ashley si avvicinò al tronco di un abete e prese a scalarlo con non poche difficoltà fino a raggiungere i rami più alti e resistenti al suo peso; dopo essersi riallacciata la cintura in vita, prese ad arrampicarsi zigzagando tra i vari rami che le sembravano i più forti fino a raggiungere la cima, dove fu investita da un tiepido vento che smosse a mo' di marea un tetto di foglie verdeggianti che si estendeva verso la catena montuosa e lungo una vallata percorsa a metà dal River e da alcuni dei suoi affluenti, che tendevano a nascondersi e riapparire tra le inclinazioni del terreno.
    Sopra di lei enormi cirri candidi si dirigevano lentamente verso ovest, su un cielo color lavanda e sul quale si incominciavano a veder splendere le prime stelle serali, alcune più nitide e altre più splendenti, che vennero momentaneamente coperte dal passaggio di uno stormo di oche selvatiche, in disposizione a V, dirette verso sud-ovest.
    Con il vento che le accarezzava i capelli Ashley si riempì gli occhi di quello spettacolo, poi scosse la testa e tornò a concentrarsi su quello che doveva fare, ossia trovare la strada per poter uscire da Grim; scrutò con attenzione il mare di foglie verdi che ondulavano e poi socchiuse gli occhi per mettere a fuoco la vallata che si estendeva oltre il Bosco, la quale veniva attraversata da una lingua marroncina e polverosa che usciva - o entrava a seconda da dove si arrivava - dal bosco.
    «Eccola finalmente!» esclamò, mentre gli occhi le si accendevano di felicità.
    Valutò che in circa tre ore sarebbe riuscita ad intravedere i confini di Grim, dopo di che cominciò la discesa dal pino saltando di ramo in ramo come un'agile scoiattolo finché non toccò il suolo con un agile e perfetto salto d'acrobata.
    Motivata più di prima s'incamminò verso oriente e quando credette di essersi nuovamente persa un rumore familiare attirò la sua attenzione: era un allegro fischiettio di un uomo e il cigolio di un carretto che percorrevano una strada accidentata e si fece guidare da quel suono finché non incappò nel sentiero giusto, sul quale stava giungendo il carretto pieno di legna trainato da un vecchio cavallo da tiro e un allegro boscaiolo alle redini, che guardava fisso davanti a sé.
    Sollevata sbucò dalla boscaglia e cominciò ad agitare le braccia per farsi notare, ma l'uomo alla guida del carretto sembrò non notarla e quindi si piazzò in mezzo, allungando in avanti le braccia e piantando saldamente i piedi a terra: se non si fosse fermato con le buone, l'avrebbe bloccato con le cattive.
    «Ma per tutti i Draghi di Meris! Levati dalla strada ragazza!» urlò l'uomo, tirando con uno strattone le redini e fermando a pochi passi il cavallo dalla Maga.
    «Non ho cattive intenzioni signore, vorrei solo un passaggio per la prossima città.» gli spiegò Ashley, con voce tremante.
    Visto da vicino quell'uomo aveva un'aria tutt'altro che rassicurante: pelosi muscoli uscivano dalle maniche arrotolate di una camicia logora e trappata in alcuni punti, che copriva un corpo massiccio e muscoloso; la barba copriva la bocca e le poderose mascelle mentre i capelli castani erano arruffati e spettinati, a mo' di cespuglio; il viso duro, marcato da cinquanta inverni trascorsi a raccogliere legna, gli conferivano un aspetto minaccioso e poco in linea a parlare amichevolmente.
    Suggestionata da quella vista minacciosa e indagatrice Ashley si sentì tremare dalla testa alla punta dei piedi.
    «Avvicinatevi, così vi potrò vedere meglio.» le ordinò, sporgendosi dalla cassetta.
    Ashley gli obbedì senza contestare e avanzò fiancheggiando il destriero fino a trovarsi a pochi passi dal carretto di legno di sorbo.
    «Ditemi, siete un essere unseelie o seelie?» le domandò scrutandola con occhi gelidi.
    «Sono solo una ragazza che cerca un passaggio per la prossima città, e ricompenserà chiunque glielo conceda.» gli rispose con un nodo alla gola e mostrando due monete d'oro.
    L'uomo fissò per qualche istante i due dischi dorati, poi si rimise in posizione eretta e fissò davanti a sé.
    «Metti via quei soldi ragazza... La prossima città si trova oltre il mio paese, e poi sarebbe scortese negare un passaggio a una graziosa fanciulla come te.» le disse, facendole intendere di andare a sedersi vicino a lui.
    «Vi ringrazio signore.» esclamò felice e andandosi ad accomodare vicino al boscaiolo.
    «Ma quale signore? Mi chiamo Liam e dammi del tu!» le disse, schioccando le redini e incitando così lo stallone a proseguire il suo cammino.
    Mentre percorrevano la strada per l'uscita di Grim, Ashley scoprì che Liam era un gran chiacchierone e un attento osservatore, nonché amate delle compagnie di ogni genere e un uomo buono di cuore, nonostante la sua apparenza fosse tutto muscoli e niente cervello.
    «Qual buon vento ti ha portato a Grim, Ash?» le domandò, con il suo vocione da orso.
    «Avventure, principalmente...» si limitò a rispondergli lei, con un dolce sorriso dipinto in volto.
    «Capisco... Ultimamente molti giovani decidono di lasciare casa per cercare avventure, alla ricerca di oggetti preziosi oppure per il semplice fatto di incontrare esseri wight o pericoli; oppure per raggiungere l'Esercito Reale e arruolarsi contro le orde di Maghi malvagi e unseelie, ma tu non sembri voler fare nessuna delle due cose. Io sono contrario a quest'ultima affermazione, poiché preferisco una buona birra schiumosa e una bella rissa piuttosto che una guerra a campo aperto e contro nemici imbattibili!» esclamò lui, scoppiando poi in una breve e sguaiata risata.
    «Senza offesa, ma non posso dire ciò che ho deciso di non tradire.» mormorò Ashley, osservando gli alberi passare accanto al carretto.
    «Senza dubbio la guerra è orribile, e anch'io come te la odio... Ma il motivo della mia avventura non centra nulla con le tue ipotesi; forse solo in parte...» aggiunse dopo, guardandolo di sfuggita.
    «Non voglio sapere cosa ti ha portata lontana da casa, e non mi interessa dopotutto.» la rassicurò Liam, dandole una pacca sulla spalla come ad un vecchio amico di bevute.
    Ashley rispose con un cenno del capo, come ringraziamento.
    «Vorrei però sapere cosa frulla per la testa di quegli unseelie! Radunarsi così all'improvviso alle Terre di Alhba è un fatto assai strano e misterioso!» brontolò dopo il boscaiolo, puntando i gomiti sulle gambe.
    «Da quello che so, girano voci su una Chiamata di Magia, una cosa a cui gli eldritch wight non posso astenersi dal rispondere, ma so per certo che non è opera di un Mago. Neppure quello del Re-Imperatore è così potente.» l'informò, cominciando ad intravedere la fine di quel tunnel di vegetali.
    «Il Re-Imperatore! Che quell'uomo sia graziato da tutti per sempre!» esclamò d'un tratto Liam, come colto da un colpo di genio improvviso.
    «E' un uomo ammirevole, davvero degno del ruolo che ricopre!» aggiunse dopo, con un certo orgoglio.
    «Vero, è grazie a lui se ora i popoli di Meris vivono in pace e armonia; è uno di quei pochi che si trovano raramente nel Mondo.» disse Ashley, ricordando le lunghe ore della sua insegnante privata sulle conquiste del Re-Imperatore e i lunghi discorsi elogiavi in suo onore.
    «Dal tuo commento deduco che nessun baldo giovanotto ti ha mai fatto la corte.» osservò con un cipiglio investigativo.
    Ashley si limitò a sospirare amaramente e scuotere la testa.
    «Ma infondo è meglio così...» mormorò, con le spalle ricurve e la testa bassa.
    «Suvvia! Sei ancora giovane per queste cose, goditi di più la vita!» esclamò Liam, dopo una rumorosa risata.
    La ragazza gli accennò un sorriso e poi si mise a sedere con la schiena dritta e le mani in grembo, fissando oltre la testa del baio stallone; cominciava a piacerle quell'uomo, anche se lo conosceva appena e non sapeva esattamente cosa pensasse.
     
     
     
    Anche dopo essere usciti dal fitto Bosco di Grim, Liam e Ashley continuarono a parlare molto, saltando da un argomento all'altro - dal pane più buono del forno di Aihra al commercio illegale che aleggiava ultimamente a Meris - mentre il carretto proseguiva con un dolce cullare lungo la valle all'imbrunire del sole, che ormai aveva oltrepassato quasi buona parte delle montagne; passarono vicino alle sponde alte del River e salirono poi sul pendio di una collinetta che si riversava su un villaggio, costruito alle sue pendici e che saliva fino a metà.
    «Quello è il mio villaggio, Nersepheore... La prossima città si trova a mezza giornata di marcia; se non hai fretta ti posso portare io domani mattina, ho alcune cosette da fare laggiù.» le propose, fermando il carretto sulla cima della collina.
    «Ti ringrazio molto, sarai ricompensato come meglio posso.» esclamò Ashley con gli occhi che brillavano.
    «Smettila, non lo faccio per soldi!» le disse strizzandole l'occhio con aria complice.
    La Maga annuì felice e insieme si diressero verso una fattoria che stanziava all'inizio della discesa, lungo una stradina secondaria che si staccava da quella principale, passando vicino ad uno steccato di legno che racchiudeva al suo interno una mandria di mucche, intente a brucare rumorosamente l'erbetta fresca; una volta superato quello steccato la stradina si apriva su un piccolo cortile dove le galline era intente a picchiettare il terreno polveroso e le oche a passeggiare goffamente davanti alla casa.
    Era a forma di ferro di cavallo, dove da un lato stanziavano il fienile con la conigliera e il pollaio, dall'altro le stalle per le mucche e i cavalli; al centro invece, dalle finestre illuminate da candelabri ad olio, c'era il centro abitativo di Liam e della sua famiglia, suddiviso in salotto e cucina al piano terra e camere da letto a quello superiore; una volta fermato il carretto al centro del cortile illuminato, l'uomo si assicurò di portare il cavallo nel suo stallo per poi uscire e trovarsi davanti una donna dai capelli raccolti sopra uno scialle, un abito color seppia circondato in vita da un grembiule di lino ricamato ai bordi in pizzo.
    «Eth! Mia dolce pupilla! Che piacere vederti!» esclamò, allargando le braccia e andandole incontro.
    La donna non si mosse e tenne i pugni contro i fianchi.
    «Cos'hai di nuovo combinato?» lo fulminò, guardandolo storto.
    «Perché mi fai questa domanda? Non ho fatto proprio nulla!» si difese Liam, abbassando le braccia e fissandola con occhi sgranati.
    «Davvero? L'altro giorno sono arrivati qui due tipi piuttosto ben piazzati e mi hanno detto che hai un debito da pagare se non vuoi ritrovarti sotto terra!» gli svelò con aria dura.
    «Possa il cielo cadermi in testa se ho fatto qualcosa di sbagliato!» esclamò allora l'uomo, intento a non cedere.
    La donna lo fissò per un lungo tempo, poi sul suo volto apparve un dolce sorriso e si fiondò ad abbracciarlo, riempiendolo di baci sulle guance.
    «Ciao vecchio zio!» lo salutò ridendo.
    Liam scoppiò a ridere, contagiato da quella ilarità, poi passò alle presentazioni.
    «Mia cara, lei è Ash, una ragazza che si era persa a Grim; Ash, lei è mia nipote di primo grado, Ethilinn, la proprietaria della fattoria con suo marito e i ragazzi.» le presentò, prendendo la nipote sottobraccio.
    «Molto piacere.» disse Ashley, allungando un braccio verso di lei e tenendo la mano aperta.
    «Sei la benvenuta.» le rispose Ethlinn, stringendole delicatamente la mano.
    Era un tocco dolce, ma allo stesso tempo deciso e ruvido, degno di una contadina.
    «Stasera sarà nostra ospite, domani dobbiamo dirigerci in città.» annunciò allegramente Liam.
    «Se non sono di troppo disturbo.» si affrettò ad aggiungere Ashley.
    «Gli ospiti di mio zio sono i miei.» la tranquillizzò Ehtlinn, con un caldo sorriso.
    «Anche se a dire il vero anche tu sei un mio ospite.» ricordò dopo la donna, guardando il boscaiolo dal basso verso l'alto.
    Come risposta Liam si mise a ridere e diede della pacche sulle spalle di lei, poi fece entrare tutti in casa.
     
     
     
    Era un grande salone color crema pallido, diviso in due da un muretto basso, che percorreva il muro opposto all'entrata fino a metà e poi riprendeva a pochi metri di distanza dal centro della sala, creando così un passaggio verso una calda ed accogliente cucina dove il camino dominava incontrastato, abbellito da una mensolina sulla quale erano posate mazzette di lavanda secca e statuine di legno intagliato - raffiguranti aquile, stambecchi e Draghi - e dentro la sua bocca era appeso un gancio sul quale era disposta una pentola dalla quale giungeva il gorgoglio dell'acqua che bolliva.
    Le altre poche pentole appese al muro tramite dei gancetti prendevano il posto dei quadri; due credenze con scodelle e piatti di legno erano disposte ordinatamente lungo il lato sinistro della cucina, mentre sotto alla mensola che divideva in due il salone si trovava un ripiano in legno che fungeva da tavolo per sorreggere ceste piene di frutta e posate dalle lame smussate.
    Dall'altro lato del salone invece c'era un lungo tavolo di legno, accerchiato da otto sedie intagliate da un artigiano improvvisato, e illuminato da due finestre laterali affiancate da mensole di pietra che reggevano oggetti curiosi e bizzarri.
    Il tutto profumava di zenzero e pane appena sfornato.
    «Che luogo carino.» commentò Ashley, non appena superò l'entrata.
    «Ti ringrazio, è frutto di duri anni di lavoro mio, di mio marito e dello zio.» le spiegò Ehtlinn, chiudendo la porta alle loro spalle.
    «Siediti pure, posso offrirti qualcosa bere?» le chiese, indicandole il tavolo e le sedie.
    «No, sono a posto così.» le rispose educatamente la Maga, prendendo posto di fronte a una delle due finestre.
    «Io un bel bicchierino di quel buon liquore che mi fa impazzire!» si offrì Liam, stravaccandosi sulla sedia che c'era a capotavola e incavallando le gambe.
    Ashley vide con la coda nell'occhio la donna alzare gli occhi la cielo e sospirare con aria felice mentre scompariva dietro una tendina nascosta da un imponente credenza di legno di tasso, per poi tornare in salotto con in mano un fiaschetto ricoperto di paglia che posò sul tavolo, seguito da un bicchiere sfaccettato.
    Dopo aver ringraziato la nipote, il boscaiolo stappò con un tonfo il fiaschetto, dal quale uscì un intenso aroma che tappò il naso alla Maga e le fece venire il mal di testa, per poi versare il liquore di un denso color ambrato nel bicchiere e berselo tutto d'un fiato, come se fosse stata acqua.
    «Davvero ottimo!» esclamò soddisfatto e posando un con tonfo il bicchiere sulla tavola.
    «Non vuoi davvero assaggiare, ragazza?» domandò poi ad Ashley.
    Lei scosse la testa e tornò a guardarsi intorno con fare curioso e ammiratore.
    Il sole, ormai sceso dietro le montagne, aveva lasciato posto alla notte stellata e alla luna, che creavano ombre oscure lungo il terreno color inchiostro, mentre fugaci figure indefinite si nascondevano all'ombra di alberi o cespugli.
     
    Piccolo angolo autrice.
    Ehilà lettori, mi scuso se aggiornerò poco ma il mio lavoro purtroppo mi tiene molto impegnata.
    Come vi sembra per ora la storia? Vi sta piacendo almeno un pochino? Trovate i capitoli troppo lunghi?
    Sappiate che da qui in poi i capitoli avranno un numero, in modo che siano più ordinati...
    Mi scuso per il disagio dei primi due, ma sono nuova e devo capire bene come funziona questo aggeggio;)
    Beh, detto questo buon proseguimento;)