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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    • Rebecca Lena
      Preferisco stare in silenzio, immobile, ad ascoltare il rumore di persone lontane, i suoni brillanti degli uccelli, il lieve sospirare dei rami morti.
      Se dovessi farmi fiore, con questa pelle, e con queste viscere delicate, forse sarei papavero.
      Il mio cuore al centro è sottile e sempre teso; come un timpano. Poi vado a correre un po’ quando il cielo si fa umido e scopro che sulle punte fini dei rami fioriscono già alcune gemme di pioggia. Pare un messaggio segreto; ma che vuol dire? Non saprei, io catturo l’ovunque dentro il mio diaframma cardiaco e lo celebro come opera mia. Poi immergo le dita nel grumo di quei fiori cotonati (quelli coi granelli che paiono spiriti). Sono morbidi e ruvidi allo stesso tempo, come piccoli animali freddi. Prima ho messo i piedi al centro di un tronco tagliato. Ho sentito subito un certo formicolio che vi saliva su. Forse l’essenza – l’energia vitale di tutti gli esseri viventi – rimane ben radicata alla propria dimensione, oltre la falsa linea orizzontale del tempo. E poi gli alberi sono gli esseri viventi che preferisco. Paiono così pacati e imperturbabili. Ma se invece fossero consumati dall’odio e dall’ira? Se quell’essenza vitale, la stessa che porta loro a ramificare verso la terra e verso il cielo, fosse sorretta solamente da un autentico e assurdo furore? D’altronde l’odio e l’amore vibrano alla stessa frequenza.
      Vorrei dormire sotto un albero, ma dentro la terra, ingabbiata fra le sue radici. Vorrei essere il suo seme e il suo più grande segreto. Ma è probabile che debba aspettare ancora un po’, un gradino sopra. Certo che, distesi sull’erba, si respira molto bene l’infinito.
      L’infinito è quella pacifica malinconia che rende pesante il petto e che rivela la sua vera natura estranea, attaccata ad una gravità ben più leggera, perché si addice all’universo (di cui ne conserva ancora un bagliore originario) e non all’asfalto. Siamo solo animali, col senso del sublime. È più importante il nostro apparire o il nostro essere? Eppure il nostro essere probabilmente non lo conosciamo, non lo conosceremo mai, oppure non esiste. Allora forse è meglio l’apparire. E visto che ci sono mi scatto una foto col foro stenopeico di una foglia. Stampo la mia immagine sopra un sasso e, inaspettatamente, una manciata di nuvole mi suggerisce qualcosa all’orecchio: l’identità umana – intendono quella cerebrale, genetica, caratteriale – è solo la cornice di un pezzetto di nulla cosmico.
      L’altro giorno ho sognato di pescare molti pesci piccoli. All’improvviso ho deciso di usare un’esca bella grossa e ho catturato un pesce enorme. Un pesce tutto nero, dalle squame lucide e sfumate come le piume dei corvi. L’ho sbudellato come avevo fatto con tutti gli altri; dentro era come un fungo porcino pieno di piccoli vermi. Era vivo e nel frattempo che tagliavo abbiamo iniziato a parlare. Ci siamo innamorati. Così mi sono convinta ad immergerlo in una vasca piena d’acqua, anche se oramai di organi ne aveva ben pochi. Del suo corpo era rimasto solo un lieve involucro vuoto. Aveva anche i capelli riccioli. Lo baciavo, lui parlava ed io lo baciavo, ma non avevo il coraggio di rivelargli che non sarebbe sopravvissuto a lungo. Nessun amore fra due esseri viventi dovrebbe essere chiamato amore. Ieri invece ho sognato l’eclissi, aveva uno strano effetto sul mio corpo. Mi rendeva una bestia ardita capace di volare.
      Qui dentro, nel mio covo di terra e di sesso, di sensi, di carte, d’educazione, di vestiti, d’infatuazioni, di fumo e di rumori – proprio qui dentro – sono una creatura. Magnifica.
      Ma lassù, oltre questa gravità, forse potrei essere molto di più.

    • Ero ancora rifugiato nel mio lungo silenzio quando mi dicesti che no, non ci saremmo potuti vedere il giorno successivo.
      Nella quiete della domenica pomeriggio ti ricordo ancora bella ed assente, i tuoi pochi anni fin troppo evidenti dietro l’espressione corrucciata. Non è mai facile mostrarsi sereni dopo una serata di questo tipo, ma con te non ho mai voluto fingere. Gettarti in faccia la mia delusione di adolescente è sempre stato importante per me, e già allora mi dava la sensazione di poter costruire qualcosa.
      Il problema è che i progetti certe volte sono troppo grandi, e le possibilità troppo esigue, e allora può capitare che uno ci provi fino al terzo, cadenzato fischio, ma che rimanga comunque con la faccia in mezzo all’erba. Alla fine di tutto, poco importa chi o cosa sia stato a rovinarti i piani - un momento poco propizio o un Giampaolo Pazzini qualunque - ti trovi a dover semplicemente cercare di ripartire.
      Nei momenti più duri, in quelli di maggiore sconforto, tornano in mente degli attimi che credevi perduti per sempre, che magari sarebbe stato più comodo lasciare nel dimenticatoio. L’odore di pelle del divano del mio salotto, dove tenevo affondata la faccia per nascondere le umide lacrime che mi irroravano le guance; gli occhi severi di mio padre, filtrati da due spesse lenti che non potevano celare la delusione, lo sbalordimento; la tua chioma castana che danzava nel tiepido vento di un fine aprile; un tocco di esterno destro a cercare il palo più lontano, una delizia che avrebbe dovuto rappresentare il principio di qualcosa, ed invece rivelò la fine di molte altre. Come sono confusi tutti questi ricordi ora, che è passato tanto tempo e ormai la barba devo farmela ogni due giorni. Non ci penso quasi mai eppure sono ancora lì, e magari non aspettano altro che un banale pareggio in trasferta per riaffiorare.  
      Ho guardato indietro molte volte in questi anni, anche solo per ritrovare il conforto di un contesto a me familiare; com’è distante oggi quel vessillo, e come sono lontani i tuoi libri di scuola e le tue fantasie. È vero, domani non ci possiamo vedere, che hai quella visita dal dentista. Che devi ancora ripassare per il compito di Italiano. Che forse il tempo è ormai scaduto, che magari quelle pretese sono troppo alte per chi non sa ancora ben declinare la terza in greco; che a maggio certi campionati sono già decisi.
      Ci sono dei giocatori che non ami mai - neanche quando diventano emblema di una stagione – eppure come ci commuovemmo tutti nel vederlo lacrimare in panchina. Così dissimili - eppure del tutto identiche - erano le lacrime mie, a bagnare la pelle del divano del mio salotto, ad irrugginire la panchina in cui alla fine rimasi solo. Una serata iniziata in maniera entusiasmante, ma conclusasi mestamente soltanto il pomeriggio seguente. Un’illusione durata un campionato intero, passata tra nuovi idoli e dischi dei Pixies, troncata in maniera troppo inaspettata per non essere ricordata come disfatta. Ma ci ho provato fino all’ultimo anche io, immaginandomi dodicesimo uomo a lottare per un traguardo che si allontana. Per un sogno che ad una certa età è forse solo una candida illusione. Per due occhi che rinfrescavano le mattinate, raccontavano di crederci almeno quanto te.
      Il problema è che certe volte i progetti sono troppo grandi, e le possibilità troppo esigue. Ed io non porto nemmeno il numero dieci sulle spalle.
       

    • L’ALBERO DI  NATALE
      DI DINO FERRARO
       
      In prossimità delle feste  natalizie come ogni anno il signor  Antonio Natale   incominciò a girare negozi  e mercatini , infaticabile si gettò tra vicoli e stradine addobbate a feste , colme di ninnoli in vendita ed altre meraviglie di natale da appendere sul proprio albero , la sua infaticabile ricerca per qualcosa di prezioso e bello ,  avrebbe fatto invidia a sol vederlo   lo condusse  a  trovar  i tanti  oggetti caratteristici fin in Russia ed in Lapponia      oggetti  cosi rari per  addobbare  il suo albero natalizio  che avrebbe dovuto far morire d’ invidia  tutti il   vicinato. Quell’anno si continuava a dire tra se avrebbe fatto  un albero  cosi grande come non sé ne era mai visto ,  un albero dai rami  lunghissimi  che sarebbero usciti fuori  dalle   finestre di casa sua ,  rami   ricolmi di palline e stelline , ninnoli e campanelli con tanti piccoli gnomi ballerini che si muovevano per ogni dove su quell’albero fatato . Avrebbe fatto un  grande albero ma non avrebbe  fatto  mai e poi mai il presepe.  
       
      Il presepe non lo voglio fare  non m’interessa, voglio fare solo l’albero poiché rappresenta meglio il mio spirito la mia concezione del natale credo ci sia del giusto nel fare solo l’albero senza rappresentare nascita ,passione e morte di un uomo che assai patito lungo la sua breve esistenza. Sproloqui e ragionamenti che   andava ripetendo a chiunque incontrasse o si trovasse a parlare nell’approssimarsi dei giorni  dell’avvento .  
       
      Un albero  enorme voglio addobbare  tanto bello,  con tante luci , un abete meraviglioso pieno di fili dorati e argenti ,  l’albero più bello di questo mondo, tutti dovranno vederlo  rilucere  da  ogni luogo  del globo dal polo nord al polo sud.   Di presepi in vita mia ne ho fatti più di mille,  per quest’anno  basta,  faccio solo l’albero , alto cosi  alto  che dovrà toccare il cielo  così  ognuno  si  potrà arrampicarsi, scendere ,salire   portare doni a chi lo  desidera . Il mio albero unirà   il cielo alla terra   simile ad un ponte  paradisiaco congiungerà  la  morte alla vita     così magari si potrà andare  nell’ aldilà  a  vedere come  sé la passano chi non può più festeggiare in questa vita il santo natale  , aver la possibilità di salutare qualche  pia anima , un amico defunto ,una persona cara.   Lo farò pieno di luci intermittenti con tanti  giochi di luci, dai svariati  multipli colori .  
       
      I giorni che passarono Antonio di notte  nei suoi sogni  incominciò ad avere strane visioni , ora un pastore  con una pecora sulle spalle veniva a bussare alla  porta del suo dormiveglia a dirgli in ginocchio:  la prego signor Antonio faccia il presepe  come faranno le mie pecorelle   a vivere  non potranno più brucare la deliziosa erbetta di marzapane  sopra i monti di pan di Spagna , le carette non potranno più mangiare  il dolce trifoglio  di millefoglie  , se non fa il presepe  come potrò  mungerle  ,come farò a   guarire la mia pecorella zoppa. Mi aiuti signor Antonio sii buono siamo a Natale.
       
      Antonio a quei sogni  si svegliava di colpo  correva a farsi  una camomilla e continuava a ripetersi : no non farò  mai e poi mai il presepe, quest’anno farò solo  l’albero ho deciso e ritornava  a dormire, sotto tre coperte imbottite.  
       
      Durante una notte dopo che lui aveva passato tutto il giorno a decorare  l’albero  di  miniluci  nel bel mezzo della notte  venne un fornaio  orsù gli disse :  fate il bravo Antonio fate anche questo presepe  in molti han voglia di stare sul suo presepe come ha fatto per tanti anni addietro ora non si ricorda come era bello come in tanti erano felici d’andare e venire  i pellegrini  debbo mangiare,  son stanchi del viaggio sé lei non fa  la grotta del panettiere dove io cuocio il pane ,cosa mangeranno i pellegrini ed i viandanti, infreddoliti. Di li a poco  sbucò anche la vecchina delle caldarroste.  Guardate quante belle castagne   ho raccolto, chiuse in  questo sacco  con le mie mani trovate sopra un monte aspro per la gioia  dei passanti che amano scaldarsi le mani in saccoccia con le mie belle e buone castagne cotte , in poco tempo si fecero avanti  anche  vari venditori ambulanti che iniziarono a  lamentarsi ad innalzare cartelli di protesta ad invocare sindacati e cherubini per intercedere  nella costruzione di quell’ameno presepe tutti a gridare e discutere   nel sogno d’Antonio che intontito ,sudaticcio si faceva sempre più piccolo sotto le coperte.
       
      Lei toglie il pane dalla bocca a nostri figli  sé non fa il presepe come vivremo noi . Antonio a queste lamentele nel suo dormiveglia si svegliava di colpo , correva in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Vogliono costringermi a fare il presepe , no , mai e poi mai quest’anno,  faccio solo l’albero  sono irremovibile . Fermo nella sua decisione durante  un pomeriggio freddo si trovava vicino al caminetto mentre  leggeva un libro nel suo salotto  sentì bussare alla porta . S’alzo ed andò ad aprire  con sua somma meraviglia  vide davanti a sé i tre magi senza cammelli .
       
      Buongiorno gli dissero i tre magi . Buongiorno rispose Antonio ,cosa posso far per loro disse Antonio. Vede caro disse il più vecchio dei tre . Ho mi scusi mi presento mi chiamo Baldassarre , lei permette ,possiamo entrare , vorremmo parlare con lei d’una annosa questione.   Prego s’accomodino entrate  desiderate una tazza di the . Si grazie rispose  Melchiorre,  con tanto zucchero ed una fettina di limone  . A me piace molto dolce . Prego accomodatevi come posso esservi utili. Vede  disse Baldassarre riprendendo la parole noi siamo  ambasciatori di pace , veniamo da tanto lontano  vorremmo dirle a nome  dell’associazione amici del presepe  di fare come ha sempre fatto ogni anno il presepe  per il bene di tutti , lo sappiamo lei non ha più fiducia del prossimo ed odia un tantino il suo datore di lavoro il governo e qualche riccone pieno di soldi .  Sappiamo che lei vorrebbe fare solo l’albero ma   ci pensa alle conseguenze del suo rifiuto ,del suo atto scellerato  quante persone  ne soffriranno ,   per non parlare di  quella pia madre  e di quel santo padre non vedere  nascere  anche in questa sua casa  il loro divino  bambino concepito con tanta fatica ,tra tante  peripezie e sacrifici . Dopo essere  sfuggiti  al male che condanna gli innocenti  mi creda è dura. Un bambino luce, speranza per ogni uomo di buona volontà  salvezza   nel periglioso cammino  dell’esistenza,   vita che scaccia l’ombre della morte,   poverino nasce povero  in quella notte fredda per essere così figlio di  tutti .  Ritorni ad essere bambino , come lui ,innocente senza alcun peccato  non crede  signor Antonio .
       
      Non so che dirle  mi prende di contropiede , non pensavo di far tanto  male  all’umanità intera non facendo  il presepe.
       
      Guardi quanta strada  ancora a noi ci tocca fare abbiamo dovuto  deviare  allungare  la marcia di tre giorni e tre notti per venire a casa sua  dopo aver saputo la notizia del suo rinnego. Abbiamo con noi i regali   a chi mai li daremo  questo nostri umili doni , oro, incenso e mirra  ma  ci faccia lei  quest’anno forse il  più bel regalo a noi mai fatto, dimentichi il disprezzo e l’invidia e si mette all’opera. Vedrà cosi felici tre poveri vecchietti ,prepari  anche  lei il presepe  c’ ascolti  vedrà ne rimarrà contento   e quando giungerà l’epifania  ci potremo rivedere, salutare ,scambiarci qualche regalino non trova?  
       
      Non so vedremo , non sono molto convinto  vedrò cosa posso fare adesso non prometto nulla dovrò pensarci su . Gaspare si fece avanti ed abbracciò  Antonio e disse : Il presepe  è  lo specchio della vita,  caro amico mio. Sia buono gli sussurrò nell’orecchio prima d’andarsene . Arrivederci caro e ci pensi  su non faccia passare molto tempo  che  Natale e alle porte, disse Baldassarre. Non passò molto tempo che senti bussare di nuovo  alla sua porta  s’alzò ed andò ad aprire. Cosi vide sull’uscio di casa sua  era un signore dalla lunga barba bianca con un grosso  rosso cappello in testa. Buongiorno  fece il venerabile vecchio . Cercate  qualcuno in proposito disse Antonio confuso. Si disse il vecchio, cerco il signor Antonio . Sono  io  come  possa essere utile? Ma prego s’accomodi non rimanga sull’uscio  una tazza di  the? No,  grazie preferisco  un buon caffè,  un espresso  napoletano. Dunque caro Antonio vengo subito al sodo sono qui per capire perchè quest’anno  ti ostini a non voler fare il presepe ,qualcuno ti ha fatto un torto,   ti  ha mancato di rispetto  ? dimmi  provvederò  a risolvere ogni cosa.
       
      Mi sento imbarazzato   , da poco  sono andati via I tre Magi ho provato a spiegare le mie  personali  ragioni. Guardi  non che io non voglio fare il presepe perché ho subito un torto mi creda e  per  voler cambiare, sentire queste feste in modo diverso   l’albero è bello  ,germoglia dà alla fine i suoi frutti ,origine della vita vederlo ornato di palline colorate di  regalini appesi m’intenerisce assai, io solo questo voglio fare, nient’altro.
       
      Comprendo  ma questo tuo stato d’animo  purtroppo  ha causato un sacco di problemi ed io ho dovuto scendere  fin qua giù dalle cime dei monti innevati , mettermi il cappotto pesante e venir a parlar con te di questa storia a quattrocchi dopo che  sono  venuti  a lamentarsi  tutti i pastori del presepe , il vinaio, i soldati perfino erode che è un superbo di natura quando ha saputo   che tu non volevi fare il presepe  sé messo a piangere. Per non parlare poi di Giuseppe che mi ha tanto commosso. Ha detto che era colpa sua   che  non  ispirava  più quell’amor paterno ,  rappresentava poco  l’esempio del buon padre  di famiglia. Antonio per favore non arrechiamo dispiacere a nessuno fai il presepe t’aiuto io  se hai pochi soldi  domani  te li mando   tramite Gabriele, d’accordo ? Va beh   come posso rifiutare ,  ma ditemi voi chi siete ? Antonio mio  non mi  hai riconosciuto io sono  Babbo Natale. Perdonatemi  sé non vi ho riconosciuto  , vi ricordavo più grasso. Ho dovuto fare un po’ di dieta,  invecchio anch’io ,cosa vuoi fare   me la consigliato  il mio medico  causa  il soprappeso  le preoccupazioni etiche   e politiche,  lo stress  dei preparativi un po’ anche a dire il vero e che  son vecchio e debbo  riguardarmi  la salute.   Mi deve scusare sé  per caso vi ho mancato di rispetto .   No ci mancherebbe cosa dici ti   perdono non aver paura   in questi giorni dobbiamo  essere tutti più buoni.  Allora  caro Antonio mi raccomando passiamo queste feste  di fine d’anno  in  santa pace facciamo l’albero ed il presepe  mettiamolo quest’ultimo sotto l’albero insieme ai nostri  regali desideri  e speranze   per un domani migliore ,  per un bene  che congiunge il cielo e la terra  noi tutti attendiamo aldilà di ogni  fede ,seguendo la natura del  nostro essere   diritti verso la fine di quest’anno  in quella  notte fredda  piena di stelle il naturale evento   che   nasce  in una misera grotta  e continua a crescere nel nostro spirito   il senso  di ciò che noi tutti chiamiamo e definiamo  amore.  

    • Mentre camminava nel bosco, quella mattina, il Natale era lì, a prenderlo in giro. Va bene, era un bambino maturo, glielo diceva sempre il nonno, ma anche lui avrebbe voluto un regalo. Un paio di scarponcini nuovi per esempio, visto che al momento portava quelli di Tonino, che aveva tre anni più di lui. I suoi genitori erano i più ricchi del paese, e distribuivano in giro i suoi abiti smessi.
      “Magari sono contenti – pensava Gigi – così si liberano la casa dagli impicci. Loro li chiamano così. Potessi averli io così tanti impicci.”
      Non che Gigi fosse un bambino avido, ma insomma, camminava con un paio di scarpe di tre numeri più grandi, e l’ovatta che la mamma metteva dentro la punta per riempirli gli dava fastidio. Alla fine se la trova appallottolata in un bolo duro e tormentoso, e per camminare doveva levarla e srotolarla, per ricominciare mezz'ora dopo.
      Il terreno scricchiolava sotto i suoi piedi per il ghiaccio scintillante che si annidava sotto rami e foglie. Era bello, a guardarlo controluce. I ghiaccioli pendevano dagli alberi, e quando una poiana si appoggiava su un ramo qualche pezzo cadeva per terra e sembrava un diamante. Almeno, quello che Gigi immaginava fosse un diamante, considerando che non ne aveva mai visto uno.
      Per arrivare a scuola aveva preso una scorciatoia che conoscevano in pochi, arrotolata fra i larici. Gli scapparono davanti al naso una volpe e due tassi. Gli piacevano in modo particolare, i tassi, così buffi e tondi. Poi dietro una curva che conosceva a memoria vide apparire una piccola casa, come quelle che fanno i ricchi ai cani. Bè, magari un po’ più grande, ma non molto. Sembrava fatta con pezzi di ovatta bianca e strisce di luce. Una cosa strana.
      Gigi era un bambino ligio, la mamma gli diceva sempre di non uscire dal sentiero,  ma quella volta non ce la fece proprio a resistere. Era così bella la piccola casa,  luccicava. Rimase un po’ lì a guardarla, poi entrò, molto cauto, dalla porta. C’era un grande pacco con la carta colorata, coi nastri e la frutta di bosco a fare da fiocco. Gigi non aveva mai visto una cosa simile dal vero. Solo nei film.
      Sentì una voce simile alla sua.
      “E’ per te.”
      Fece un tale salto che quasi bucava il tetto. Si girò di scatto e vide un ragazzino. Bruno, piccolo. Gli somigliava, un po’.
      “Chi sei?”
      “Non è importante chi sono io. C’è qui un regalo per te.”
      “Perché mi fai un regalo?”
      “Mi sei simpatico, e poi non pensi  sempre di essere il più furbo di tutti. E’ già tanto, sai?”
      “E cosa devo fare?”
      La mamma gli diceva sempre che niente piove dal cielo. Le cose bisogna guadagnarsele.
      “Prima aprilo, poi te lo dico.”
      Dalla bellissima scatola, che Gigi cercò di non rovinare, emersero un paio di scarponcini nuovi, di daino e col carrarmato. Quelli che lui sognava da tanto tempo.
      Gli brillavano gli occhi.
      “Allora, che devo fare?”
      “Niente di complicato. Vai a casa e prendi qualcosa di tuo,  a cui tieni, e regalalo a qualcuno che sai che lo vorrebbe.”
      Gigi pensava. Non era difficile. Lui aveva l’aquilone che gli aveva fatto il nonno. Gli dispiaceva un po’, ma magari avrebbe potuto provare a farsene uno da solo. Piaceva tanto a Ennio, quell’aquilone. Gliel’avrebbe dato.
      “Tutto qui?”
      “No, c’è un’altra cosa. Dovrai farlo sempre.”
      “Cosa?”
      “Ogni volta che ti arriverà qualcosa di bello tu dovrai regalare una tua cosa, a cui tieni. “
      “Perché?”
      “Perché i regali si onorano. Tu ricevi un regalo e ne fai uno, capito?”
      “Anche se per avere quella cosa ho faticato tanto? Se me la sono guadagnata?”
      “Anche in quel caso. Vedi, a volte non si ottiene niente, nonostante uno si sia impegnato tanto. Allora quando alla fine ce la fai è comunque un po’ anche un regalo.”
      Gigi ci pensava su. Questa storia non l’aveva mai sentita, però gli sembrava che ci fosse qualcosa di sensato. Assunse un’aria da grande. Si sentiva più grande in quel momento, in effetti.
      “Come se avessi un debito, e dovessi ripagarlo?”
      Il ragazzino sorrise.
      “Bravo, hai capito tutto.”
      Nel dire questo scomparve, di colpo, sotto lo sguardo attonito di Gigi.
      Lui non perse tempo, si mise subito gli scarponcini nuovi e, per la paura che il regalo scomparisse, si precipitò a casa a prendere l’aquilone in regalo per Ennio. Sarebbe arrivato in ritardo a scuola, ma pazienza. Si sarebbe inventato qualcosa per giustificarsi con la maestra.
       
      Il bosco scintillava di ghiaccio e di sussurri, e sul sentiero che tutti i giorni Ennio faceva per andare a scuola un ragazzino costruiva una piccola casa di luce.
       
       
       
       

    • Ti ricordi, la sera prima c’era stato un temporale, dalla finestra della camera abbiamo visto il mare farsi viola, il cielo nero, poi la pioggia ha cominciato a picchiare sui vetri come schiaffi, allora ti ho cinta la vita da dietro e al tuo orecchio ho sussurrato, andiamo a letto, e tu hai inarcato la schiena contro di me, era già la terza volta quel giorno che facevamo l’amore, o forse la quarta, adesso è impossibile saperlo di preciso, ma non importa, quello che importa è che ci siamo ritrovati nudi, di nuovo ascoltando quel CD che amavamo, L’ha inciso in uno stato di grazia, dicevi parlando del musicista, musica e parole perfette, la colonna sonora della nostra vacanza fuori stagione a picco sul mare, sul comodino il libro in prosa di un poeta portoghese morto sessant’anni prima, che dividevamo come un pensiero, una confidenza, un sorriso, ci sembrava di essere un’unica cosa, ti ricordi? Ma sì che te lo ricordi, come ti ricordi quando la mattina dopo siamo entrati nel solito bar per fare colazione, quasi correndo, che poi... “solito”... c’eravamo semplicemente andati il giorno prima, appena giunti in paese, e ci saremmo tornati ancora nei due giorni successivi, ma comunque, cosa dicevo? ah, sì, che la mattina dopo la sera di tempesta siamo entrati ridendo e quasi di corsa nel bar, così ci siamo schiantati contro un muro di silenzio.
          Erano tutti fermi, il barista piegato in avanti, il peso del corpo che gravava con un braccio sul bancone, di fronte a lui la donna anziana, il cappello di paglia e fiori in testa, anzi c’era un solo fiore, giallo, forse, e davanti a lei la tazza di un cappuccino, al suo fianco probabilmente il marito, l’aria grave come tutti, come la cameriera lì in piedi, di lato, le braccia lungo i fianchi e le mani strette a reggere il vassoio steso lungo le gambe, alle spalle della coppia anziana una più giovane, sicuramente il genero e la figlia, o la nuora con il figlio. Seduta a un tavolino una bambina, che guardava fissamente la bambola stretta nella destra, l’altra mano adagiata sulla coscia. Forse era la nipote, o forse no, perché fuori, sul marciapiede che dava sull’ingresso opposto, si stagliava un’altra donna che noi vedevamo di spalle, il gomito piegato e alzato sopra la spalla, si capiva che teneva la mano a visiera per riparare gli occhi dal riverbero della luce limpida che segue i temporali, e forse era lei la madre della bambina, e non la donna della coppia matura in piedi dietro gli anziani, perché lei pure, al pari della bambina e degli altri lì nel bar, era come congelata in una bolla di immobilità e silenzio. Poi la vecchia al banco, rivolta al barista, ha detto, Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Così e poi nulla, finché l’ultima eco delle risate appassite sulle nostre labbra si è spenta, e nel momento in cui ci è apparso chiaro che le parole della vecchia erano il suggello di un discorso già pronunciato, tutti si sono voltati a guardarci, anche la donna sul marciapiede, che ora aveva gli occhi azzurri.
          C’era stato un momento di imbarazzo, il nostro, non degli altri, rotto dopo un attimo dal barista che sorridendo e staccando il braccio dal balcone ci ha salutato, così noi abbiamo risposto e il nostro buongiorno è stato come il segnale di un regista al resto della troupe, che si è mossa secondo un copione collaudato, ognuno ha fatto un movimento idoneo al contesto e il bar è divenuto nuovamente un luogo temporaneo di ritrovo e ristoro, però in noi è rimasta come un’eco di quell’atmosfera tesa che si era respirata fino a un attimo prima, perché la tensione era troppo densa per potersi dissipare in breve tempo. Chi era la bambina? ci siamo chiesti una volta fuori, forse quella seduta con la bambola in mano? ma no, era evidente che non si trattava di lei, perché... be’, perché altrimenti gli altri l’avrebbero guardata, lei stessa non se ne sarebbe rimasta lì in disparte a fissare la bambola, comunque sia in quel bar, fino a un attimo prima della nostra comparsa, era aleggiata l’idea di qualcosa di drammatico, una disgrazia, forse, e allora un’ombra era scesa sulla nostra vacanza, ma eravamo giovani, ti ricordi? lo scudo del nostro amore era tornato velocemente ad avvolgerci, così siamo scesi in spiaggia, la “nostra” spiaggia, il tempo di percorrere la stradina tortuosa e l’ombra si era dissolta. Più tardi, mentre entrambi eravamo rivolti verso il mare e io ti abbracciavo di spalle, altre ombre erano sorte all’orizzonte scurendo di nuovo il cielo. Velocemente ‑ appena il tempo di camminare con le mie labbra sul tuo collo, tre passi, dalla nuca all’orecchio ‑ una nuova tempesta si annunciava, più feroce di quella della sera prima, e ci ha fatto rientrare.
          Era stato nel negozio di frutta e verdura che siamo venuti a sapere la notizia, prima ancora che ne parlassero i giornali, perché in paese si era già sparsa la voce della scomparsa del bambino. Aveva sette anni ed era in auto con il padre quando questi si era fermato al distributore sulla statale. Per caso si era incontrato con un cliente, attardandosi a parlare con lui nel bar della stazione di rifornimento, e una volta tornato alla macchina il figlio non c’era più. Anche dal tabaccaio dove ci siamo fermati perché volevi comprare un pacchetto di sigarette ‑ che poi, noi non fumavamo, ma quella sera ne avevi voglia e allora anch’io ho detto, Sì dài… ‑ anche dal tabaccaio, dicevo, si parlava della scomparsa del bambino. Siamo rientrati nell’appartamento con un peso sul cuore, e questa volta non si è dissolto, abbiamo cercato di attenuarlo leggendo insieme, stretti sul divano, alcune pagine del libro, le braci delle sigarette che punteggiavano la penombra della stanza, rischiarata a tratti da un lampo. Ma poi siamo finiti a parlare della scena del bar, l’abbiamo scomposta come il fotogramma di un film, il fermo immagine sul presagio di una tragedia, non riuscivamo a toglierci dalla mente che se nel pomeriggio era successo qualcosa di tremendo a metterlo in moto era stata la sensazione di immobile silenzio che avevamo percepito di sfuggita lì nel bar, quando la vecchia ha pronunciato quelle parole, quasi un incantesimo, Noi non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Quell’immagine ci sembrava un rebus, e risolverlo magari avrebbe sciolto il sortilegio, o la maledizione.
          La vecchia stava in piedi davanti alla tazza del cappuccino sul banco, il braccio teso come se l’avesse appena riposta sul piattino, e con quello del barista, su cui egli poggiava tutto il suo peso, formava un angolo ottuso, come se fossero i due cateti di un triangolo scaleno; il vecchio era al suo fianco, anche lui davanti a qualcosa, forse un bicchiere, un calice! ecco cos’era, un calice con un dito di vino bianco, e la cameriera, seria come tutti, occupava uno spazio intermedio fra i due vecchi e la coppia matura alle loro spalle. Più indietro ancora la bambina, seduta al tavolino presso la porta-finestra spalancata, dove si stagliava quella che doveva essere la madre. E cosa guardava, quella donna, mentre tentava di ripararsi con una mano a visiera gli occhi? Che cosa c’era in quella direzione? Non lo sapevamo, non conoscevamo per nulla quel bar, che con la voracità di una coppia innamorata in vacanza avevamo battezzato “il nostro”. Tu dicevi che dall’altra parte c’era un palazzo, io dicevo che il palazzo c’era, sì, ma da dove si trovava la donna si doveva vedere uno squarcio del belvedere dall’altro lato della piazza. Forse, ho azzardato, guardava il profilo del mare. Alla fine ci siamo tranquillizzati dicendoci che non dovevamo per forza pensare al peggio, magari l’indomani mattina saremmo venuti a sapere che si era aggiustato tutto, il bambino era tornato a casa e insomma tanto magone per nulla. Ci siamo addormentati lì sul divano, abbracciati, mentre fuori si sentiva ruggire il vento, e lo scrosciare aggressivo della pioggia contro il vetro, e i tuoni.
          La mattina dopo non c’erano novità, anzi, c’era ancora più preoccupazione in giro. Siamo tornati al bar, tu avresti voluto chiedere al barista della vecchia, per sapere di cosa stavano parlando poco prima che arrivassimo noi, ma c’era molta gente, e tutti discutevano del bambino. Lo conoscevano, conoscevano il padre e la madre, una donna aveva la figlia in classe con lui, faceva la seconda, disse anche il nome della sezione, e negli anni a venire non ce la saremmo più scordata, era la 2A. La tempesta era finita ma continuava a piovere, così abbiamo passato la mattina passeggiando sotto i portici e senza sapere come siamo finiti in un museo di bottoni. Non ci potevamo credere che esistesse un museo del genere, anche se dopo averlo visitato e aver prestato attenzione alle spiegazioni appassionate della custode ci sembrava strano che musei come quello non fossero più diffusi. Solo al momento di salutarla lei scuotendo la testa ci aveva detto, Avete sentito di Mino? Noi abbiamo annuito, ma è finita lì, non voleva dirci altro, solo dare sfogo a un peso che l’opprimeva, allora abbiamo detto arrivederci e ce ne siamo andati, con il suo stesso peso sul cuore.
          Si chiamava Giacomo, per gli amici e la famiglia Mino, e l’hanno trovato il giorno dopo in un fosso. Gli era successo tutto quello che tutti avevano temuto fin dal primo istante. Tutti, anche noi. Eppure dopo il museo dei bottoni avevamo fatto la spesa, e poi eravamo tornati a casa, dove io avevo cucinato gli spaghetti con il pesto fresco preparato da me, avevamo comprato anche un mortaio apposta per i pinoli, e un coltello largo per battere il basilico, perché la cucina, la “nostra” cucina, non ce l’aveva. E poi c’eravamo amati di nuovo, e poi ci eravamo addormentati. Il telegiornale della sera aveva detto all’intero Paese che del piccolo Giacomo ancora non si erano trovate tracce. Altre ventiquattr’ore e sarebbe arrivata la notizia finale. Era la nostra ultima sera, che abbiamo passata stretti sul divano, senza leggere, quasi senza parlare. Eppure… eppure siamo stati felici. Quella, ancora quarant’anni dopo, quando iniziò la mia malattia, per noi era stata la nostra vacanza felice, il culmine della vita a due, prima che arrivassero Martina e Francesco. La vacanza felice di quando eravamo ragazzi.
          Forse è per questo che sei voluta tornare nel nostro bar, magari per vedere se c’era ancora. C’è, vedi? E tu sei seduta proprio dov’era la bambina con la sua bambola in mano, al tavolo più in là ora è accomodata una giovane coppia con una bambina forse un po’ più piccola della “nostra”, questa avrà sette, otto anni, l’altra ne avrà avuti… nove? E ci sono anch’io, pure se adesso, da come la bambina di oggi ti ha guardato, ti sei ricordata di essere sola. Ma nonostante tutto, anche ora che sono solo un pensiero sottile nella tua testa, e guardo i tuoi capelli grigi, le mani rugose, io sento di essere ancora qui con te, e mi sembra così facile passeggiare con le mie labbra sul tuo collo, solo tre passi leggeri, dalla nuca all’orecchio. Che buffa, la mia assenza, vero? Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per lo sguardo di questa bambina.

    • ALBERI SENZA RADICI
       
      Il mio andare per giorni fragili legati ad un senso simile ad un scarafaggio che gioca a pallavolo con uno stronzo di cane che abbaia in continuazione che grida a Nando vedi di muoverti. La sera è tenera l’amore un pezzo di pane sfornato da poco ,fragrante profumato che inebria il pensiero ed i sensi. La sera nasconde le colpe di ognuno li tiene segregarti dentro una palla di cristallo ove tanti spettri sgambettano, s’abbracciano fanno finta d’essere vivi. Vieni anche tu?  No , non mi sento bene.  Ti volevo dire che qui si stà bene.  Forse hai ragione ,forse sono proprio fuori di senno   fino a non capire più ciò che bello ciò che vero.  Quanti piagnistei.  Una goccia  nel mare.  Una mano che  m’accarezza  Un uomo  senza cappello.  Siamo morti nell’ottanta , sulle barricate.  Noi da poco ,ci hanno portati al camposanto.  Credevo al macello.  Siamo giocatori incalliti.  Noi fantasmi  ,qualcuno  dice anime morte.  A noi non ci fa paura  , però , vorremo entrare anche noi nel sis-tema, una cosa è essere orribili  una cosa capire come e dove. Mi dispiace debbo andare ,questa palla di cristallo mi rende folle. Vada non torni indietro. Perchè dovrei tornare ,in questo inferno ?  Lei crede d’essere un giusto?  No mi ritengo un imbecille ,poco riflessivo con un grave prob-lema psichico Oh cielo dove siamo capitati, chiamati le guardie Chi  gridi in tal modo da far sorridere gli sciocchi Ballano continuano a muoversi in quella palla di cristallo tanti piccoli esseri si muovono strisciano bisbigliano nell’orecchio di un dio il loro dolore, il loro mondo dimenticato quella loro storia senza senso che continua a ripetersi a creare nuove storie nuove intendimenti. Qualcuno cammina nudo dentro la palla di cristallo che illuminata da mille piccole luci che splendono su quell’albero di abete tagliato sradicato da una terra fertile ed infinita figlia di una quercia ed un pino selvatico con una nonna che era un abete gigantesco forse nata nel giardino dell’Eden dove Abele amava giocare con Caino intorno a quell’albero del bene e del male. Un albero una storia una piccola pallina di cristallo splendida dipinta a mano dove tanti esseri i si fanno la guerra copulano giocano a fare i grandi mentre alcuni muoiono lentamente poi risorgono all’improvviso. Venite salite fin su in cima. Salire ,salire quanta fatica. Andiamo non perdere tempo. Chi ha tempo non perdi tempo. Chi e là? Chi vien qua? Stiamo arrivando. Che piacere averla affianco. Io trovo tanto faticoso salire ramo dopo ramo. Ma via non perda tempo. Lei si ritiene una persona normale. Signore mi punzecchia ? No ,ma per favore non mi faccia le pizzette sul viso. Oh mi scusi il mio deretano e proprio maleducato. Che serata. Ragazzi qui sopra si sta benissimo. Sono già giunti fin là sopra ,che prodigi. Vedo i tre Magi in lontananza. Io vedo la stella cometa . Noi ,ci sediamo ed ascoltiamo il canto di questi angioletti. Le luci s’accedono si spengono ti portano lontano oltre l’immaginario che ti ha condotto fin lassù in cima a quell’albero, un abete quasi spoglio che dai lunghi rami copre le nudità degli angeli, permettendo che tutti possano salire fin lassù, in cima verso il cielo dove vivono i santi.                                  
       
      ATTO    II                          
      L’albero con le sue palle colorate, piccole ,grandi , pelose, dipinte a mano dalle strane forme che sfuggono ad ogni logica , ad ogni male che anima la vita di ognuno, che procrea ,crea un senso nuovo , forse nuovi discorsi surreali che hanno ali per volare lontani verso altri mondi verso altre terre misteriose oscure belle e gelide dove risiedono tanti capannoni miseri sgangherati ove sono stipati dentro tutti quelli che non credono nella buona novella .qualcuno passeggia sopra un terrazzo sembra un soldato con una frusta in mano picchia un povero prigioniero picchia una donna  condonata a subire ad essere sottomessa ad essere schiava del suo credo. Cose da non credere la stanza grigia dove e stato messo quell’abete sradicato del bosco fatato ove vi regnavano gli gnomi dai nasi a peperoncino dove le renne volavano e trainavano la slitta di babbo natale. In quella piccola stanza buia con tante porte che s’aprono si chiudono rimangono mute difronte al dolore dei prigionieri.   Vorrei essere a Parigi   Ma no io a Napoli, meglio a Sant’Anastasia.   Sei fuori , hai una sigaretta ?   Non fumo  e se c’è l’avrei me la fumerei io.   Ma cosa hai da guardarmi , mica sono matto.   Eppure ti ho visto chiuso dentro una palla.  Ti sbagli quello era mio nonno io ero quello che guardava la palla colorata sull’albero addobbato. La verità chi può dirla ,chi siamo noi per condannare chi non co-nosce la verità.  Il dialogo  , quella potrebbe essere un valido aiuto.  Forse siamo tutti condannati ad essere vittime poi a nostra volta carnefici.   Che ignobile ignominia, l’ignoranza non ha limite,   di certo la maleducazione  non salverà il mondo.  Chi siamo noi a dire che questa è la strada giusta da fare.   La palla è l’insieme delle nostre follie terrene.   Su quell’albero io ci sono nato.   Io ci sono salito che avevo dieci anni.   E duro vivere in pace.  Forse siamo folli spiriti che danzano dentro la palla anche noi   Fermi ci osservano.   E un bambino ?   Che bello!!!!   Che occhi . Queste feste appartengono alle anime innocenti appartengono  ai sognatori a chi vuole continuare a lottare contro le tante ingiusti-zie i tanti soprusi che legano l’illusione alla questione ebraica de-scritta da Marx . Noi siamo il frutto di una strana storia il fine di una bella favola siamo le radici di questo albero senza piu casa che brilla pieno di luci dentro una triste stanza. Avremmo potuto vivere felici Non c’è stato l’occasione, ci hanno fatto prigionieri, reclusi in un sistema spietato. Uccisi dentro un carcere. Dentro delle camere a gas. Dentro un incubo che sembra mai finire. Eppure eravamo forti ,salivamo ramo dopo ramo verso la cima verso il cielo con la volontà di riscatto. Noi fanciulli . Noi figli di questo mondo. Ora  m’ubriaco e non so perchè continuo a piangere forse dovresti ripartire per andare dove? Dove credi sia giusto vivere. Sono stanco, rimango qui su questo albero ad aspettare che vecchi e giovani venghino ad ammirare  luccicare l’albero colmo di luci . Io non capisco perché mi hanno imprigionato dentro questo in-cubo,  rinchiuso dentro questa palla colorata , con la mia faccia dipinta,  segnata dal tempo trascorso dall’amore provato.                                          
       
      ATTO  III                              
       
       Le luci s’accedono in molti luoghi dentro i cuori che dormono , che sognano che viaggiano vanno verso mondi incantati c’è tan-ta gente per strada,  chi ride,  chi si stringe a se il suo essere , chi ha molto amato scagli la prima pietra , verso il cielo,  verso questo vecchio albero finto quasi spoglio,  ammuffito che per lunghe stagioni ha atteso di ritornare a splendere . Le luci  seguono il pensiero di ritornare a vivere a raccogliere sopra i propri rami le tante palle,  le tante speranze,  le tante virtù di un popolo che pollo comanda ed ingordo diviene nell’andare zoppicando contro il perbenismo contro la maldicenza di un era . E si rimani per-plessi quasi come se fossimo caduti da una nuvola a bocca aperta apriamo lo scatola dove è conservato l’albero della nostra infanzia.  Vieni anche tu ?  No lasciami solo  lontano da  un mondo migliore.  Sei matto ?  No sono un gatto.  Un gatto ,non sei saggio amico di questi tempi e meglio essere topi.  Caro mio chi la fa l’aspetta.  Avevo uno zio che era un grande uomo , sapeva parlare tante lingue, sapeva parlare con i pesci con chi non ha pazienza.  Che bello ,avere tanta intelligenza da vendere.  Non era uno studioso  ,era un saggio.  Vorresti farmi credere che aveva il cervello di una gallina?  No gallina , gallo.  Sapeva cantare ?  Si molto bene tanto bene ch’era chiamato il Dylan di….  oh perbacco uno zio simile a bob che bello.  Io non c’è la faro mai a salire lassù fino alle stelle.  Vieni con me.  Lei mi comprende.  Non aver paura prima o poi arriveremo.  Che bello essere a natale e pensare di poter essere buoni anche per un solo attimo.  Ehi da li sopra dalla cima , tu che ci sei stato cosa si vede ? Amico è uno spettacolo fantastico, si vede l’incredibile il meraviglioso.  Oh che bello sarebbe arrivarci ,ma sono troppo vecchio.  Vai avanti tu che a me mi viene da ridere.  Questa te la potevi risparmiare.  Domani usciamo da Rebibbia.  Forse siamo liberi d’andare dove ci pare.  Non lo dire in giro , che ci prendono in giro.  Che cattivi che sono, li vedo  soli sopra questo albero con tanta roba buona da mangiare.  Vedo qualche migrante con turbante.  Fallo salire avrà  molta fame.  Gia non sta per nulla bene.  Gli  manca il coraggio ?  No e  scosso  dal  formaggio che puzza un po.’  Accidenti , accedete questa stufa elettrica , facciamo di meglio accendiamo un bel fuoco nel caminetto.  Povero babbo natale. Poveri noi rimarremo senza doni e il perdono che cerchiamo che vogliamo avere  per essere chiamati uomini liberi , per volare lontani per ragionare con il giudice  eccelso di tutte le ingiustizie su-bite dei torti e dei tanti soprusi . questa nostra storia e insipida senza sale senza amore e noi continuiamo ad essere prigionieri dei nostri ideali di ciò che si ritiene giusto o ingiusto dire ed è un proselitismo di forme univoche che si moltiplicano all’infinito si replicano si formano tonde belle rosse gialle grigie azzurre nei tanti colori simile all’ira all’ingiustizia al dolore che si prova a sta-re appesi a testa in giù sopra un albero senza più radici . La storia crea mostri , demoni ed angeli , uomini con il dolore e con poche parole vorrebbero risolvere ogni problema , parole dette tra i denti senza tempo che si susseguono si fanno belle che volano nel vento tra i vicoli  stretti e cupi di questa vecchia  città, illuminata in modo psichedelico dalle piccole luci di un albero buono con tanti rami che vengono chiamati amorini pargoli ed angioletti diavoletti l’oste sorride mentre la sera diviene sempre più fredda.

    • Sesso a distanza

      By Alex89, in Poesia,

      Inizia a scrivere la tua storia...
      Corteggiavo gli oscuri
      pensieri che in lei
      speravo esser giacenti
      tra i buoni propositi.
      Lontani, i nostri corpi
      fremevano di piacere,
      tra le parole e le foto
      volate nei messaggi.
      Si illumina lo schermo
      e pare eccitarsi anch'esso
      all'arrivo del tuo seno
      impallato dall'obiettivo.
      La chat si dilunga
      e anche là sotto,
      io sento battente scuotere
      le costrizioni degli elastici
      delle mutande contro
      la pelle ormai umida.
      Piacere e godere,
      endorfine entrano 
      senza bussare
      tra le fantasie che
      sgomitano tra una
      foto e un tuo audio.
      Sesso telefonico,
      sesso senza corpi
      che si sfiorano.
      Senza lamenti che si innalzano
      dalle onde delle coperte.
      Sesso spregevole,
      sesso vuoto
      che non finisce
      con un bacio, ma
      con una conferma
      di spegnimento. 

    • Sorrisi si levano dalla 
      bocca di colei che il fato
      ha voluto negare alla
      brama di desiderio celato.
       
      Rinascono dentro di me
      dei pensieri assai arditi,
      su colei che inspira in me
      sentimenti a lungo sopiti.
       
      Sento il profumo di lei
      annebbiarmi i sensi,
      come vino scuotitore dei
      desideri più intensi.
       
      Sogno come ogni perdente,
      di aver la donna che non si può 
      conquistare se non nella mente,
      perchè lei ignora tutto ciò.

    • Ho attraversato i corridoi di un ospedale per giorni, perfino per ore. Sono inciampata in un groviglio di storie così strettamente annodato da risultare inestricabile. Difficile camminare, parlare con chiunque senza incorrere in un racconto, qualcosa di vissuto e perduto in un attimo.
      Non c’è pudore, qui. Tutto è sotto gli occhi di tutti, e questo induce a condividere dolori e riflessioni come mai si farebbe senza questa coatta promiscuità di corpi e di anime. Cambiano i rapporti sociali, cadono le convenzioni, si viola continuamente l’altrui intimità e si entra, in qualche modo, a farne parte. Pure, nel momento in cui si rinuncia alla privacy per obbligo, si scopre la solidarietà. Niente illusioni: durerà un attimo, il tempo di portarsi via il proprio caro e dimenticare quel luogo unico e irripetibile. Ciò non toglie che in quel particolare momento le persone si confortino, si abbraccino, si scambino speranze e partecipazione. Qualche volta gli auguri a qualcuno per una soluzione che ambedue le parti sanno non esserci. E ci si sente ipocriti.
      Si vive nel breve termine. Non c’è un futuro remoto: siamo qui e ora. Il paziente oggi sta così. Forse anche domani, forse no, forse peggiorerà. Allora guardiamolo adesso, perché adesso si può fare qualcosa per lui. E in questo tempo contratto, fatto solo di questo attimo, di questa giornata senza un rimando alla successiva, l’Ospedale erge a difesa dell’Ordine Medico Planetario le sue routine. Mentre le vite si rianimano o cessano, mentre il dolore fisico e psicologico devasta i pazienti, a volte per giorni e senza tregua, mentre i destini subiscono svolte improvvise e impreviste, l’Ospedale celebra i suoi riti.
      La colazione, i pasti, la distribuzione dei farmaci e la misurazione della pressione, l’igiene mattutina. Tutto questo, e altro ancora, scandito con regolarità nel corso della giornata conferisce un senso di normalità. Si, il paziente del letto 6 sta morendo, il figlio lo veglia in attesa dell’inevitabile, ma gli altri pazienti devono mangiare, prendere le medicine, salvarsi. E allora si ammorbidisce, si smussa; riparato con un paravento il letto del moribondo si continua a vivere. Con gli altri e per gli altri.
      Una permanenza di più di una settimana in un ospedale è un normalizzatore esistenziale, una risposta a quello che non sappiamo di essere: una molecola il cui destino è irrilevante.
      Da un certo punto di vista rassicura. Ci restituisce chi siamo.

    •  Hillsfar uscì nel 1989 a ridosso, forse a distanza di pochi mesi o settimane, dei titoli dei videogiochi per D&D che l’avevano preceduto e che su questo blog formano quattro distinti “Diari d’Avventura”. Era quindi parte di un progetto di editoria elettronica a cui si può perlomeno attribuire un “investimento intenso” per quell’anno, coinvolgeva cinque diverse aziende:  la TSR, la SSI, la U.S. Gold, la Pony Canyon e la FCI (Fujisankei). Non stupisce ora evadere in modo breve i formati di pubblicazione del Videogame, rispondenti a quasi tutti quelli già usati in precedenza; arrivati a quel punto, per le aziende coinvolte non si trattava più di un esperimento, ma di un processo di produzione ormai messo a regime, e nel quale sembrano essere state scartate le edizioni per alcune macchine che non avevano dato risultati soddisfacenti, oppure il loro mercato in generale stava giungendo già al capolinea. 
        Hillsfar venne prodotto per gli Home Computer 8 bit Amiga, Atari ST e Commodore 64; in versione DOS per i Personal Computer a 16 bit – tutti usciti nel 1989 – a queste si aggiunsero nel 1990 la versione per la Console Nintendo NES e nel 1991 per una macchina sempre a tecnologia x8086, chiamata PC-98, diffusa per lo più in Giappone e in America.
        A parte questo, oggigiorno è abbastanza complicato trovare degli esemplari originali di questo videogioco disponibili per la vendita, e anche le foto documentarie disponibili sulla Rete si riducono a quelle riferite a due sole versioni, ma credo che dati i tempi ristretti di pubblicazione, queste possono rappresentare validamente tutte le versioni commercializzate all’epoca.
       
      http://paoloaugusto.blogspot.it/2017/09/hillsfar-come-trovarlo-e-come-giocarlo.html

    • Roger, sollevi lo sguardo al cielo.
      Dritto, rovescio: il servizio è ace.
      Affronti la partita come la vita:
      atto per affermare la propria identità
      davanti alla rete, la palla in bilico
      tra due mondi, due filosofie,
      due storie di due esseri umani,
      dialogo a forza di scambi
      in un confronto di stile.
      Torni al quinto set
      a vincere, ad essere vincente.
      L'Australia ti premia con 
      il diciottesimo Slam.
      Una carriera che non finirà mai.
      Campione indiscusso, ti guardo
      alzarti di nuovo e conquistare
      il campo da tennis.
      Non semplice panegirico, 
      ma poesia di stima
      per chi ha fatto dello sport
      arte, con la racchetta.
      La bellezza: un lungolinea implacabile.

    • La storia non è ancora
      riuscita a insegnarci.
      Ne siamo debitori,
      eppure la tristezza
      di quelle madri che
      hanno perso figli
      in guerra non ci spiega
      niente del dolore umano.
       
      Un attimo.
      Solo un breve attimo.
       
      La morte si avvicina
      veloce, rapida rapina
      le anime dei coraggiosi
      morti per chissà quale patria
      e per il concetto di essa
      vittime del falso sentire.
       
      Il terrorismo brutale,
      i genocidi e
      l’odio razziale,
      il lager e le torture.
       
      Ancora dobbiamo imparare
      da quel passato che è
      già presente negli occhi
      di chi soffre.
      Un delirio attacca la ragione
      umana, ne contrae la mente,
      rattrappisce la memoria,
      dischiude l’intolleranza.
       
      I diritti umani:
      salviamoli dall’abominio
      della sventura umana,
      ora non è ancora tardi.

    • "Mi sveglio di soprassalto, sono sudato e non sono capace di capire se l'incubo era prima quando sognavo o lo vivo adesso da sveglio.
      Sto piangendo, è ancora buio e non c'è la faccio più. Accendo il lume accanto al letto,  sul comodino è poggiata la pistola, la vedo e di riflesso la prendo. Basta, la faccio finita, pongo fine agli  incubi. La guardo e punto la canna verso di me, il dito è sul grilletto, tutto questo per colpa di quei bastardi assassini senza rispetto per la vita umana."
       
      Ho scritto il romanzo che avrei voluto leggere.... così ho tracciato la linea conduttrice del racconto.
      La trama mi è stata chiara fin dall'inizio, il racconto parla di avventura, d'azione, di lotta per la sopravvivenza ma descrive anche la crudeltà umana, la violenza, il delirio, la morte.
      E' senz'altro una storia avvincente ma cupa, dove il protagonista vive un conflitto interiore con i sentimenti di affetto e amore par la sua famiglia e con l'indurimento della personalità causato dal vortice degli avvenimenti che lo investono fino a portarlo verso una lucida follia.....

    • Avevo ventitré anni, mi sentivo male, tornavo da lavoro a casa. Appoggiai una mano contro il muro, l’altra invece la compressi sulla pancia, vomitai una poltiglia giallastra nel cortile interno del palazzo in cui abitavo durante gli anni della guerra: 60 Andrássy ût - VII° distretto di Budapest.
      Credevo di svenire, sentivo la febbre, sudavo. Pulì gli angoli della bocca con il fazzoletto di cotone che portavo sempre nella tasca del soprabito e sollevai lo sguardo alle finestre che si affacciavano su di me, nessuno pareva spiarmi. Non mi crucciai di pulire a terra. Salì le scale che correvano tutt’intorno ai quattro piani del palazzo come fossero le spire di un serpente avviluppate a una preda ben più grande di lui, a un tratto barcollai a causa di un capogiro, così dovetti fermarmi ad afferrare il passante in ferro della balaustra mal ferma. La gola bruciava, volevo un bicchiere d’acqua, distendermi per riposare.
      Entrai in casa ma la trovai vuota, non c’era nessuno ad aspettarmi. Non me ne meravigliai, Gemma era andata a casa dei suoi genitori. Mi disfai del soprabito, che gettai sul divano in soggiorno, e del cappello in feltro grigio, che appoggiai sul tavolo da pranzo accanto alla menorah, al talmud e al tallit da preghiera di Gemma. Andai dritto in camera da letto, dove mi sfilai le scarpe e mi distesi con la camicia ancora abbottonata. Non ricordo con precisione quando in soggiorno squillò il telefono, non badai a rispondere. Sentivo la testa pesante, le tempie pulsare, muovere gli occhi mi provocava del fastidio.
      Mi svegliai invece quando sentì bussare alla porta di casa. Mi diressi in soggiorno pensando al motivo per cui Gemma non avesse suonato il campanello né portato le chiavi con sé. Ero certo fosse lei. Girai la chiave nella toppa pregustando i suoi begli occhi corvini incastonati nel viso leggermente ovale che mi avrebbero confessato ciò che un attimo dopo avrebbero fatto le sue parole. Eravamo sposati da tre anni, fidanzati da cinque, ormai conoscevo i particolari segni esteriori che ne rivelavano lo stato d’animo: incrociava le caviglie se contrariata, solleva un sopracciglio quando mentiva, chiudeva la mano a pungo se arrabbiata, giocava con la fede quando pensava, faceva dondolare una scarpa quasi sfilata dal piede se voleva fare l’amore. Eravamo giovani, felici di vivere insieme, nonostante la nostra fosse una casa dalla stella gialla.
      Aprì la porta ma sulla soglia non c’era Gemma. Imre era terribilmente magro, il soprabito marrone che indossava gli cadeva addosso come un sacco di patate facendolo apparire ancora più magro di quello che fosse in realtà. La stella gialla di David, con al centro la scritta Juden (ebreo) cucita sul lembo di stoffa, era l’unico colore superstite in lui. Poco più alto di me, non ancora trentenne, spalle flosce e un ginocchio che non funzionava a dovere a causa di una ferita di guerra, Imre non mi concesse il tempo di salutarlo che subito strisciò tra me e la porta come un’anguilla, fiondandosi in casa.

    • Si sfregò via le lacrime dalle guance. Non poteva permettersi di piangere, non era il momento. Se le si fosse offuscata di nuovo la vista, sarebbe inciampata e i Cani l’avrebbero raggiunta. Solo che, stavolta, non avrebbero avuto pietà di lei: non puoi essere così fortunata per due volte di seguito nella stessa sera. Frenò l’istinto di portare la mano alla bocca e soffocare i singulti, sapeva che piegare il gomito l’avrebbe sbilanciata. Avvertì il pianto premerle contro lo sterno, come se fosse sul punto di esploderle in mezzo al cuore e renderla una bomba umana nella nebbia ocra. Immaginò pezzetti di carne e stracci malconci disseminarsi sull’asfalto in una macabra pioggia. Che cosa ne avrebbero fatto i Cani?
      Si arrampicò con un salto su un container di modeste dimensioni e si appiattì sulla superficie per riprendere fiato. Premette la guancia sul metallo tiepido e ascoltò il rombo affannato del cuore martellarle nelle orecchie. Il dolore che avvertiva sulle labbra le riportava alla mente la parola “amaro”. Come quando per cena c’è la brodaglia, pensò, e tu sei lo sfigato a cui tocca il cucchiaio ossidato. In lontananza, cinque coni di luce fendettero la nebbia.
      Cåmila strisciò sul container alternando movimenti repentini dei gomiti alle lunghe spinte delle gambe. “Sono una rana,” si disse, “cresciuta nelle fogne, alle fogne destinata.” Mentre le dita si allungavano sul metallo e stringevano saldamente il bordo del container, si concesse di chiudere per un istante gli occhi. Sperò di trovarvi Svēn, acquattato sotto le palpebre con quel sorriso furbo e lo sguardo troppo dolce per la sua stazza da Orso dei Canali Neri. Il suo desiderio fu esaudito da un genio dal senso dell’umorismo discutibile. Rivide i Cani avventarsi su quegli occhi troppo dolci, la manona che per anni aveva posato impacciati buffetti sui suoi capelli biondo cenere affogare in un lago di sangue. Come un pesce che boccheggia, pensò Cåmila. Come un pesce che soffoca, muore e si spegne.
      Lo stormo di voci alle sue spalle la riportò alla realtà. Riaprì gli occhi e frugò nervosamente nella borsa alla ricerca dell’aeroforo. Se lo infilò in bocca, assicurandosi che aderisse perfettamente ai denti, e fece scattare l’interruttore sul palato. L’asticella d’acciaio si allungò istantaneamente, raggiunse l’epiglottide e cominciò la sua fastidiosa scalata lungo la faringe, dove si diradò in due rami che percorsero il naso fino a tapparle le narici. Ci fu il solito attimo di soffocamento, il solito senso di spaesamento. Stavolta, però, fu accompagnato da quell’amaro sapore metallico che non accennava a sparire, e dalla sensazione di avere le labbra bloccate, come se un collezionista di farfalle si fosse divertito ad infilzarle la bocca con degli spilli per appuntarla alla pelle in una smorfia di profondo, indicibile dolore. Cåmila contò quietamente.
      Uno.
      Due.
      Tre.
      L’aeroforo le spruzzò l’ossigeno puro nella trachea proprio quando le gambe si slanciarono nella nebbia. Spiccò il volo come un angelo e per qualche breve istante s’ingannò di poterlo essere davvero: un angelo della superficie, a cui fosse concesso nuotare nell’aria. Precipitò nell’acqua verde petrolio, invece, e si ritrovò a sguazzare nella melma, l’elemento a cui apparteneva. La membrana nittitante le ricoprì gli occhi ed emanò tutt’intorno una sommessa aura color ciano. Si portò le mani davanti al volto per cominciare la discesa nei Canali Neri. “Uno a zero per me, bastardi!” pensò, spalancando le dita palmate per sfruttare a pieno il vantaggio in velocità. In fondo, anche la mutazione aveva il suo lato positivo.
      Quando riaffiorò in superficie, la nebbia ocra si era dissolta in un più distinto spiccare di colori. Il neon viola della taverna di Tøbias quasi le ferì gli occhi. Non lo nascose e si coprì apertamente con l’avambraccio mentre risaliva il pontile e raggiungeva il crocchio di amici che la stava aspettando. Non appena scorse il viso rugoso di Mama Tyy, sentì il cuore stringersi nella morsa di gelide dita. Gelide dita morte, per la precisione.
      “Papa?” chiese la vecchia, la voce strozzata in un dignitoso, spaventato sussurro. Cåmila si costrinse ad affrontare quegli occhi lucidi di pena, biglie color mercurio dentro cui scorse, incisi, i colori antichi dell’amore che l’aveva legata a suo padre. Il sapore amaro nella bocca si fece penetrante, come se un enorme spillone le avesse infilzato anche la lingua. Abbassò lo sguardo, scosse la testa. La vecchia capì e non chiese altro.
      “Ci sei riuscita, Cåmila?” domandò Kurt, posandole una mano sulla spalla. La ragazza sobbalzò, lo guardò negli occhi, lo mise a fuoco lentamente. Poi annuì ed estrasse dalla borsa una scatolina minuscola. L’aprì con cura mentre venti cuori sembravano fondersi in un unico organismo, un unico grande polmone che tratteneva il respiro. Cåmila allungò la mano verso il centro del gruppo e dischiuse le dita rivelando i cinque semi che aveva rubato, per cui aveva lottato, per cui aveva perso un padre. I cinque piccoli semi che, germogliando in alberi rigogliosi, avrebbero riportato la vita nelle fogne, e l’aria.
      Certo, non era molto.
      Ma per un nuovo inizio, si disse, poteva bastare.

    •  
        L’avventura è in base al suo stesso mito l’esperienza più sublime ed eccitante mai pensata e provata dall’essere umano. Celebrata sin dagli esordi della storia letteraria grazie ai racconti sulle divinità e sugli eroi – i quali spesso venivano confusi le une con gli altri – se vogliamo restare e soffermarci a parlare di «Avventura» in sé, appare molto facile individuare che cosa intendiamo siano le caratteristiche tipiche e pure, e non appare un caso banale osservare come sin dalle prime manifestazioni dell’avventura nell’immaginario umano, le sue caratteristiche fondamentali sembrano essere state fissate presto, e così “bene” da rimanere immutate, senza mai andare “fuori moda” nonostante l’enorme passaggio dei millenni sulle sue spalle.
      oria...

    • ALDILA’ DEL  VERO  Aldilà del vero  traditi da un verbo   che induce a  pregare nel male , nel bene , nella sorte che avversa appare,  sulla porta come ombre raminghe , chete guardinghe ,cretine nella scena che scivola angusta per mostre e riviste per giorni difficili che ti portano lontano , oltre ogni intendimenti , oltre questo giardino di rose sanguinanti , oltre il metro e la misura delle cose,   un muro  che  si sgretola  nel tempo che tiene  l'immagine in tanti deliri, colori che viscerali , scivolano via tra l'acqua sporca ove saltano i ranocchi,  dove pinocchio canta  la sua canzoncina.  In questo delirio vedo e provo tanto rancore , tra i sensi  ,tra le dune del deserto  ove il vento modella la sabbia  ed i ricordi d’un tempo trascorso .
       
      Tradito dal progresso , da un amico ,  da una donna grassa , tradito dal dire che corre dentro un discorso che si anima  lungo un rosario, sopra un fiore , dentro questa morte senza senso .  Povero uomo da un anno che piange , che taglia e ritaglia, che cuce e  finge di non credere, di ridere ,di bere, oltre ogni dire , errando  in groppa a  impavidi  idiomi , frasi sottili , oscure parole  dove si cela il destino d’ognuno.
       
      Tradito da noi se stessi , dalla volontà di capire d' andare avanti oltre questo giorno che si spegne  e riaccende passioni in  meretrice sostanza,  bizzarra  ragione , figlia dell'intelletto,  della speranza  che tutto assolve .
       
      In questo dilemma senza domani , giustificando le colpe altrui  , giustificando  la sorte ,si  parla  , si teme l’incapacità altrui   . E se avanza  d’un passo l’ardire  ,ognuno può dire d'essere modello,  figlio dei suoi tempi , figlio del vento . Cent'anni trascorsi , viaggio   ai confini fisici , uomini  che reclamano la propria dignità , la propria vita spesa nel fare del bene al prossimo ,   abbandonato in  strada, lodando  la donna cannone , rincorrendo il  bimbo malandrino  , ascoltando il  vecchio suonatore  d’armonica  che nella sera  ti delizia con una sua canzone , ti rende vivo tra i morti , ti rende santo tra i santi .
       
      Un tempo  comune  , un domani  rubato ai tanti anni trascorsi in silenzio , un placido  dormire  ed oltre ogni dire nel fare che pena questo dolore  che  bussa alla mia porta .   Io  solo  in questo mondo , che bramo  la  bellezza ,  che desidero d'essere compreso , uomo ,forse uno dei tanti , dei molti di chi  non  ha nulla  da perdere. Signorina ,  dolce donzella  che vegli il  mio sonno ,  accarezzo il tuo corpo , bramo  il  tuo  corpo ,  temo  il tuo rifiuto   , creo  difronte alla realtà  , difronte  a mille difficoltà   io non arreco .
       
      Tutto ciò che provo è  forse , soltanto  un ostacolo  , papocchio , capocchie , pennacchi ,  peccati incompresi ,  astruse frasi  congiunte  con  lingue  galeotte  che tramando ,  attendono il definitivo decesso.
       
      Non porgere orecchio , non dire  ciò che non vorresti
      Non urlare dentro l’orecchio
      Non porgere l’altra guancia
      Perché mi tratti cosi?
      Cosa vuoi che ti dica ?
      Non so,  vorrei essere salvo
      Prego accomodati,
      No rimango qui Su quella linea ?
      Si , su questo confine Sei folle
      No sono il vento
      Sei in divieto di sosta
      Accidenti perché non m’aiuti ?
      Non posso ,sono un  rinnegato Io ho pagato un biglietto per entrare
      Potrai essere rimborsato
      Bello, vivo d’aria e speranza Io di morte e accidenti
      Cosa sono questi segni ?
      Io non disegno
      io vorrei essere te
      io la tua felicità
      io la tua morte
      Mi prendi in giro , ancora non ho finito di pagare il funerale
      Non posso venire all’esequie   ,oggi sono impegnato.
      l’appuntamento e difronte all’ostello della gioventù ed il morto lo portano in macchina più tardi.
      Sai che allegria lo puoi dire forte ci sarà un gran ricevimento
      Grande Direi  assai lugubre, poco originale.
       
       Elevati carmi migranti , per  mondi gentili ,  verso mondi sovrumani , paradisi metafisici  ove vivono  uomini e bestie , dove la legge genera la meraviglia , l’attimo , un solo attimo,  un solo amore che si muove per strade bagnate con il capello in testa , per mondi metafisici , escrementi di idee , di un volere che volge alla fine.  Ippogrifi  giorni di pace,  logiche eremite , noi decidiamo la sorte di codesto uomo , di codesto cane. Noi chi siamo ?  
      Noi , figli del verbo , inseguiti da balde  battone , ammiccanti ai lati  delle   strada deserte , sotto una luna che parla di te,  di me , confusi  in questa vita che passa e soddisfa  la speme , il genio  d’un migrante  rinchiuso dentro mille ingranaggi.
      Un parlare che nasconde in se , tanti dilemmi , lemmi ,enigmi. Gerusalemme celeste  , estremismi che generano un malessere che gela il cuore ed il vivere  . Sospesi  sulla linea di un dialogo millenario , cupole dorate , minareti colorati ,scivola  la sabbia  dentro la  clessidra , si tramuta in serpente , in oca , in volpe , sbalordito dello scorrere del tempo , impaurito  a piedi fin sopra il colle , dove tramonta il sole , dove la morte errando si riposa , discutendo  con il becchino  del suo compenso. Non aver paura di sbagliare,  vai avanti figliolo , fino al termine di questo viaggio , fino al domani che adduce a nuovi tradimenti  ad ingrate conclusioni  che tramutano il nostro canto in un sordo dialogo tra popoli e culture.
      Canto  inutilmente e non mi do coraggio
      Non farti del male ,vivi Io cado dalle nuvole
      Prenditi un passaggio con un angelo
      Non vedo nessun angelo
      Siamo qui alla fermata del tram.
      Dove siete?
      Qui tra il rosso  ed il nero.
      oh siete matti a portare appresso una pistola
      Non sparare cazzate Io non sparo  la luna
      Neppure noi spariamo ai cretini
      Morte  che ama l’amore  che nel suo piccolo crea  speranze , dolci canzoni  cosi ben vestita  sembra una donna prosperosa che balla il tuca ,tuca fuori il bar mostrando l’ardire della sua era , nell’eco delle vittorie , nell’eco dei canti , dei morti , dei rinnegati , degli incapaci dei giovani che salgono il monte ,  salgono nella ragione con l’ira con la forza del leone  mentre  indifferente la massa  assiste al massacro , nessun si domanda perché  siamo qui a protestare a lottare a chiedere i nostri diritti , tutti in fila,  tutti ritti , tutti morti,  tutti vivi , che cosa noi siamo ,  nella storia  , afflitti , vecchi  in questo  povero d'amore  che nasce  e risorge  , lascia  e spergiura , si rende odioso,  poi rinasce  consuma questa sua passione  in un campo  di calcio, fuori i palazzi del potere  , il pianto nell’aria , nell’eco d’un incontro ,  un lavoro  , che muto sta,  una mano che  affonda il coltello , spara   poi fugge , noi prede  di tanta ferocia ,  ingannati dal fato , dal fasto , noi indietro nel tempo,  vittime ignare  d’un folle e dei suoi  adepti , nel nome di un dio che non perdona  nessuno , neppure se sei malato  o innocente ,  se sei bimbo o vecchio,  prigioniero  tra le pagine di  questo libro  ingiallito , che narra di te e di me , del tempo che fummo,  nel nome del padre e del suo popolo , disperso in questo universo  , aldilà  del mondo che noi credemmo, d’amare di credere , d’essere salvi nel canto che s’eleva a sera dopo aver fatto ritorno  a casa.

    • Luisa vive a Borgo San Dalmazzo, una piccola cittadina ai piedi della valle Stura, in provincia di Cuneo. Ci vive da una vita, da quando è nata. E’ cresciuta nell’abitazione dei suoi genitori sino all’età di trent’anni poi, acquisita una certa stabilità lavorativa ed economica, si è trasferita in un appartamento poco distante. Un bilocale che rispecchia esattamente la sua personalità: essenziale e un po’ caotica. La parola “ordine” non rientra esattamente nel suo vocabolario quotidiano. La sua casa, infatti, è più che altro un deposito di tante cose, accatastate alla bell’e meglio, un po’ dove capita. Solo la cucina è perfettamente in ordine e linda, in quanto Luisa, vuoi per deformazione professionale, è maniaca dell’igiene e in cucina nulla può essere lasciato al caso. All’ingresso vi è un mobiletto con un contenitore per le chiavi e poi vi sono adagiate riviste, bollette, giornali, libri. Il bilocale prevede ancora un bagno piccolo ma comodo, la camera da letto arredata con stile e semplicità e un accogliente salotto, con una importante libreria che occupa tutta la parete, stracolma di libri: testi medici, romanzi, soprattutto gialli e thriller, la sua passione. I libri fanno parte della sua vita. Quando era bambina la madre le leggeva una favola ogni sera prima di addormentarsi e lei chiudeva gli occhi immaginandosi i personaggi, le loro imprese, i loro amori. La lettura per lei ha sempre rappresentato un momento tutto suo, per estraniarsi dal mondo, per viaggiare con la mente e per dimenticare le storie tristi, non sempre a lieto fine, di cui è spettatrice ogni giorno. Già… perché Luisa è infermiera all’ospedale Santa Croce di Cuneo e, in 27 anni di lavoro, ha visto moltissimi volti, ha aiutato e curato tante persone. Lei, così sensibile e pronta a regalare sorrisi ai più deboli, ha fatto della sua professione una vera e propria missione. Da ragazzina, durante l’estate, faceva volontariato nella casa di riposo del suo paese. Partiva il mattino con un sorriso stampato sulle labbra e tornava a metà pomeriggio con un sorriso ancora più grande e la gioia impressa nel suo sguardo dolce e fiera di essere riuscita, con la sua presenza e le sue parole, a far trascorrere qualche ora di serenità a quegli anziani quasi sempre soli e tristi. Ed è in quegli anni che è maturata in lei la voglia di fare qualcosa per gli altri. Così, senza dubbio alcuno, terminate le superiori, si è iscritta alla facoltà di Infermieristica e, dopo intense ore di studio e di tirocinio, dove ha sempre dato il massimo, è approdata dove lavora tutt’ora. Prima ha fatto la spola tra i vari reparti e da un paio d’anni presta il suo servizio al Pronto Soccorso. Ogni giorno è un via vai incredibile di gente. Molti, troppi con “codici verdi” che intasano la macchina organizzativa, creando attese interminabili. Luisa ha imparato a conoscere i pazienti e si è resa conto che la maggior parte di coloro che si presentano al Pronto Soccorso senza averne realmente bisogno, sono le persone anziane o sole, spaventate dalle notizie – troppo spesso false -  di epidemie o di mali inesistenti che circolano alla velocità della luce su giornali e televisioni. I turni di lavoro, con i tagli alla sanità, sono massacranti e ora che Luisa ha 52 anni, la fatica inizia a farsi sentire. In ogni caso ogni persona che le si presenta davanti, viene accolta sempre con un sorriso capace di trasmettere serenità e rassicurazione. Il più delle volte la “parte” più difficile del suo lavoro è quella di infondere coraggio agli accompagnatori dei pazienti, soprattutto dei più gravi che ti guardano con occhi imploranti di belle notizie che, non sempre, si possono fornire. Quasi ogni giorno Luisa trova un po’ di tempo per cercare di tranquillizzare genitori di figli incidentati, figli di genitori che hanno accusato un grave malore, parenti di persone anziane appese con un filo alla vita. Eppure ha capito che il sorriso e la vicinanza anche solo con lo sguardo, sono l’arma vincente pure nelle situazioni più drammatiche.  Nonostante i molti anni di esperienza alle spalle, però, non si è ancora abituata al senso di impotenza che si prova di fronte ai casi più gravi. Quando una vita se ne va verso un mondo ignoto e sconosciuto, dopo aver subito cure invasive, dopo aver combattuto, dopo aver pregato e scongiurato di farcela, Luisa si sente responsabile di non essere riuscita a fare di più, anche solo per alleviare il dolore e le paure dei pazienti. Durante gli studi i docenti ripetevano in continuazione che, per svolgere al meglio il lavoro di medico e/o infermiere, occorreva riuscire in ogni situazione a indossare una maschera e a svolgere il proprio compito senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Non doveva mancare il lato umano, quello mai, ma una grande dose di autocontrollo e freddezza era assolutamente necessaria, altrimenti si sarebbe rischiato di crollare psicologicamente. Luisa, sin dal primo giorno che ha fatto il suo ingresso in ospedale, ha cercato di far proprio quell’insegnamento. Di fronte ai casi più disperati e, soprattutto, di fronte ai bambini sfoderava la sua verve di donna forte e coraggiosa, esplicitando un mix di dolcezza e autorevolezza, ma una volta terminato il turno, si imponeva di cancellare dalla mente i volti dei pazienti e i loro problemi e, ogni qual volta i pensieri la portavano ai “suoi” malati, faceva un lungo respiro e immaginava di essere seduta su una spiaggia e di lasciarsi cullare da una piacevole brezza e dal rilassante rumore delle onde che, leggiadre, si infrangevano sugli scogli. Il mare ha sempre sortito in lei un effetto distensivo, rasserenante e in tantissime occasioni è venuto in suo aiuto. Un paio di casi, però, l’hanno lasciata piuttosto turbata. In particolare nei momenti di maggiore stanchezza e solitudine, le torna ancora in mente il piccolo Robert, un bambino di appena tre anni affetto dalla sindrome di Down, a cui era stata diagnosticata la leucemia. I genitori, già poco propensi a prendersi cura del proprio figlio, una volta conosciuta la diagnosi lo avevano praticamente abbandonato in ospedale. Facevano un salto il mattino, per poi tornare solo la sera, sempre di corsa e come infastiditi da questo “intoppo” che non permetteva loro di vivere una vita completamente normale. In quel periodo Luisa prestava servizio proprio nel reparto di Pediatria. La prima volta che lo vide, Robert le parve un piccolo cucciolo triste e indifeso, impaurito e solo. Appena aveva un momento libero si recava nella sua stanza e lo faceva giocare, gli leggeva tante favole, lo intratteneva con della musica e Robert era felice. Vederlo sorridere le riempiva il cuore di gioia. In quei momenti pensava a quanto le sarebbe piaciuto essere chiamata “mamma”, ma il destino pareva remarle contro e, ogni giorno che passava, si radicava in lei l’idea che il suo ventre sarebbe sempre rimasto piatto, che non avrebbe mai provato l’emozione di una nuova vita dentro di lei. Per fare un figlio bisognava compiere un primo passo: trovare l’amore, quello vero, quello del “per sempre” e lei non lo aveva ancora incontrato. Erano parecchi i ragazzi che le ronzavano intorno, ma nessuno era finora riuscito a farle battere forte il cuore, a farle provare sensazioni uniche. Per non lasciarsi sopraffare troppo dai brutti pensieri, si concentrava sulla sua missione di vita: far stare meglio gli altri e il sorriso splendeva nuovamente sul suo dolce viso. Da subito Robert si dimostrò un bambino forte e coraggioso, ma piuttosto indebolito dalla malattia. Sottoposto alle cure del caso, ne usciva sempre molto provato e per un paio di giorni praticamente non si alzava dal letto, rimanendo quasi sempre in uno stato di dormiveglia. Quando poi le forze tornavano, lentamente, Robert si “riaccendeva” sfoderando la sua vivacità e allegria. Luisa si era affezionata davvero tanto a lui e cercava di trascorrere ogni minuto libero accanto. A casa sua non c’era nessuno ad aspettarla per cui, parecchie volte, terminato il turno, si fermava al suo capezzale, intrattenendolo in vari modi. Ci sapeva fare con i bambini! Provava una rabbia indiscussa nei confronti di quei genitori senza cuore. Come potevano abbandonare un figlio malato, così piccolo, in ospedale? Con che coraggio lo guardavano negli occhi? Come può una madre trattare il proprio cucciolo con indifferenza? In un paio di occasioni Luisa aveva provato ad affrontarli, chiedendo loro una maggiore presenza, almeno quando Robert veniva sottoposto alle cure. Lui sentiva la loro mancanza. Troppo spesso le chiedeva come mai la sua mamma e il suo papà non venivano a trovarlo. Entrambe le volte le risposero di non impicciarsi in cose che non la riguardavano e di limitarsi a svolgere il proprio lavoro.
      Era trascorso quasi un mese dal ricovero e Robert appariva sempre più affaticato e passivo. Luisa cercava di spronarlo, non smetteva di leggergli le sue favole preferite, anche quando aveva gli occhi chiusi. Lo teneva in braccio il più possibile per farlo sentire meno solo e amato e, ogni volta, la sensazione che fosse più leggero era palpabile. Ormai mangiava pochissimo ed era sotto effetto di calmanti per non sentire dolore. La sua testolina priva di capelli, per effetto della chemioterapia, lo faceva apparire fragilissimo. Quella mattina Luisa aveva un brutto presentimento. Entrata nella stanza lo sentì respirare affannosamente. Il dottore di turno lo visitò e bastò il suo sguardo addolorato per farle capire che la sua breve vita stava giungendo al capolinea. Chiamò immediatamente i genitori per avvertirli di quanto sarebbe successo di lì a poco, ma quando arrivarono al suo capezzale trovarono Luisa in lacrime, che stava accarezzando dolcemente il volto di Robert, ormai esanime. In quell’occasione li vide piangere, ma non rivolse loro una sola parola. Li lasciò soli con il loro bambino e, uscendo dalla stanza, li guardò con disprezzo e rabbia. Seguirono giorni terribili in cui svolgeva le sue mansioni come un automa, cercando di tenersi occupata il più possibile per non pensare. Quel bambino, così solo e indifeso, le era entrato nel cuore e, per un breve periodo, le aveva regalato la gioia immensa di sentirsi anche un po’ mamma. Ora se lo immaginava sereno insieme ad altri angeli speciali come lui, in un luogo magico e incantato, pieno di colori.
      L’altro caso che la segnò nel profondo fu quello di Marzia, la sua migliore amica. Se la ritrovò in codice rosso al Pronto Soccorso dopo un grave incidente in auto. Seppe, in seguito, che la sua macchina sbandò finendo in un grande corso d’acqua, per aver tentato di non investire un cinghiale che era sbucato all’improvviso sulla carreggiata. La portarono in rianimazione dove “visse” grazie ai macchinari per una settimana, durante la quale Luisa andò spesso a trovarla, pregandola di non lasciarla sola. A quanto pare, però, non fu ascoltata. Era un lunedì mattina quando si spense. Durante il funerale a Luisa passarono in mente tutti gli istanti più importanti vissuti con Marzia da bambine, da adolescenti, le loro prime cotte, le loro vacanze insieme, le loro uscite nei fine settimana. Fu un duro colpo. Ancora adesso, a distanza di anni, non riesce a pensare alla sua cara amica senza lasciarsi scivolare sul viso una lacrima.  I giorni seguenti al funerale si interrogò spesso sul significato della parola “destino”. Marzia aveva ancora così tante cose da fare, così tanti progetti da realizzare, ma in un attimo la sua luce si era spenta per sempre. Perché proprio lei? Se non avesse cercato di evitare quel dannatissimo cinghiale, forse, se la sarebbe cavata con qualche escoriazione e nulla di più. Poi si rese conto che interrogarsi sui misteri della vita, non l’avrebbe portata da nessuna parte, se non a stare peggio, perciò decise di concentrarsi sul presente, sulla sua missione di vita.
      Luisa è orgogliosa di sé stessa, felice di donare le sue competenze a chi ne ha bisogno, aggiungendo quel pizzico di amore che sempre aiuta, ma ciò che le manca, ora, è trovare qualcuno che la aspetti a casa dopo i suoi turni estenuanti, qualcuno con cui condividere i suoi sorrisi, i suoi interessi. Qualcuno da amare che pensi anche un po’ a lei, alle sue esigenze. Ha trascorso gran parte della sua vita prendendosi cura degli altri, adesso sente più che mai la necessità di avere accanto qualcuno che la coccoli e che la vizi. Luisa sa che, sebbene la giovinezza stia scivolando via giorno dopo giorno, nulla è perduto e chissà… qualcuno che le faccia battere forte il cuore, presto o tardi, arriverà!

    • Sarà bello
      raccontarti un sogno
       
      Immaginarti così
       
      Quando mi guardi
       
      Come sei adesso
       
      Aprire gli occhi
      vedere te
       
      Dirti all'infinito
       
      Tu
      cosa sei per me
       
      Dirlo alle nuvole
       
      Dirlo a te
      soltanto
       
      E al cielo
       
      Cosa sei per me
      Giuseppe Wochicevick
       

    • L'ultima danza

      By Ina, in Poesia,

      Nel buio la rosa danza
      così docile e aggraziata.
      Un soffio è un sospiro
      di chi cimentato in amore
      deluso s'è trovato.
       
      La rosa prosegue la sua danza
      ormai straziata.
      In un terreno di catrame, con un dolore lancinante
       sta terminando la sua danza,
      verrà essa ricordata?

    •  
      1967
      Da un po' di tempo
      in giro
      non si fa che parlare d'altro
      Tutti credono alla voce
      che tra qualche anno
      l'uomo sia davvero in grado
      di passeggiare sulla luna
      Non ricordo nulla
      Mi è stato raccontato
       
      1973
      Imparo a leggere e scrivere
      Inizio a contare
      All'epoca
      i ladroni
      erano in quaranta
      Poi c'erano tre porcellini
      un lupo
      una fatina buona
      qualche strega cattiva
      Le bugie
      le raccontava
      un burattino di legno
      Il re
      era buono
      come castelli di marzapane
      I suoi sudditi
      gli auguravano lunga vita
      Tutti vivevano
      felici e contenti
       
      1983
      Esco di casa
      inizio a capire
      sulla mia pelle
      Vedo confini e barriere
      conosco
      chi afferma convinto
      urlando ai quattro venti
      "di essere disposto a tutto"
      "e non avere paura di niente"
       
      1990
      I maiali sono moltiplicati
      e cresciuti
      a dismisura
      Ladri ovunque
      Il lupo si è fatto pecora
      cane
      Amico fedele
      bela
      e scodinzola al suo padrone
      abbaia ringhia
      e morde il più debole
      Orde di bugiardi vestiti bene
      bande di lestofanti
      in carne e ossa
      camminano tranquillamente
      tra la gente
      e continuano a rubare
      al povero
       
      2011
      E' passato tanto tempo
      Scrivo sulla sabbia
      scaglio una pietra
      Urlo
      Nessuno mi ascolta
       
      2012
      Mezzogiorno
      buio totale
      eclissi di sole
      crisi mondiale
      Mi guardo attorno
      il tempo si è fermato
      nessuno ride
      sembra tutto finito
      non c'è più nulla
      da spartire
      In cima allo scoglio
      separato dal mare
      ascolto l'infrangersi delle onde
      urla lontane
      Aggrappato a una speranza
      il mio cuore
      batte ancora
       
      2014
      Oggi
      sono tornato
      a parlare
      a me stesso
      Ho parlato per ore
      senza dirmi nulla
      Un giorno
      forse
      sarò in grado
      di rispondermi
       
      Inside the single image
      Giuseppe Wochicevick
      (Da "Ali colorate)

    • Eccoci di nuovo qui, io e Lebowski, gli ultimi due terrestri su questo pianeta. L’altra volta c’era anche Pritchard, il caro, benché tormentato e petulante Edward. Tecnicamente c’è ancora, ma un metro sotto terra. Abbiamo scavato la fossa io e Lebowski. Più io, che Lebowski; lui, come al solito, si è stancato in fretta. Solo di girare attorno ai fiori di auraubà e di annusare ogni cespuglio di auroginko non si stancherebbe mai, neanche fosse il botanico della spedizione. In ogni caso non avrebbe più senso, ci hanno richiamati, fine dell’impresa, ora si tratta solo di chiudere la base e tornare indietro per sempre; la storia umana sul pianeta Auripise si conclude qui. Mi stiracchio schiena e braccia facendo scrocchiare le spalle e rivolto al mio amico, questa volta ad alta voce, esterno il mio pensiero, Eccoci di nuovo qui, Lebowski, gli ultimi terresti su questo perfido pianeta.
          Lui alza il capo di scatto, lo fa sempre quando sente il suo nome, e mi fissa attonito. Allora pazientemente aggiungo, Tranquillo Lebowski, dicevo soltanto che siamo rimasti solo io e te, in superficie, gli altri, dal tosto Malinowski al tenero Evans-Pritchard, ormai ci fanno compagnia dal sottosuolo. È la vita, continuo e concludo, visto che il mio compagno di avventura rimane a fissarmi senza battere ciglio, in attesa. Quando fa così mi mette sempre un po’ a disagio, mi ricorda Buster Keaton, un manichino pallido e inespressivo; neanche farlo apposta Lebowski è bianco come un cadavere. Accidenti, non devo esprimere pensieri con parole potenzialmente negative, altrimenti l’immaginazione si fa prendere da una spirale di pessimismo, e se non è negativa la parola “cadavere”… Lebowski deve aver colto la mia ansia, perché si riscuote dal torpore e riprende a passeggiare lungo il filare di aurustro che stava osservando curioso quando gli ho rivolto la parola. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di sguincio, come per tenermi d’occhio. 
          Lo conosco a memoria, so cosa sta pensando, pensa che sono un sentimentale, caratteristica che secondo lui non si addice a un esploratore, dovrei essere più freddo, distaccato, riporre i sentimenti in un cassetto e dedicarmi alla missione seguendo il protocollo. Sentimenti: altra parola insidiosa. Meccanicamente cerco il posto dove abbiamo seppellito Margaret, eccolo lì, sotto l’albero di aurustro, l’unica pianta capace di crescere oltre i cento centimetri su questo tirchio pianeta. Ah, dott.ssa Mead, quanto mi manchi… Lebowski segue il mio sguardo fino a incorniciare con il suo il discreto rilievo della tomba. Lui non amava Margaret, non la detestava nemmeno: gli era indifferente. Invece aveva un debole per Lévi-Strauss, si erano sempre capiti al volo, però certo non lo amava come lo amavo io, e in ogni caso anche l’altro nostro compagno se ne è andato per sempre, dalla vita, non dal pianeta, solo che per lui non c’è tomba: abbiamo solo visto il puntino del suo Rover sullo schermo del monitor venire schiacciato da quello sempre più grande dell’asteroide Auropimpio_X69 nel settore E11. L’impatto ha modificato la superficie di quell’area, facendo fuoriuscire un lago di lava. Del resto, non sarebbe servita a nulla una tomba, i resti di Lévi-Strauss si sono fusi per sempre con la superficie di Auripise, o polverizzati nella sua blanda atmosfera. Pace all’anima tua, riflessivo compagno di viaggio.
          Sto diventando malinconico, e non va bene, la malinconia è pericolosa, perché alterna stati di tristezza al bizzarro conforto di ricordare cose che ci feriscono. Ecco, la parola “alternanza” mi ricorda quella del pendolo, e poi dell’altalena, “altalena” no, cazzo, devo mantenere il controllo, impedire di guastare tutto un’altra volta ancora, ma è troppo tardi, lo sento, una vertigine piega le mie ginocchia, allungo istintivamente la mano sullo stipite dell’ingresso del modulo di atterraggio mentre mi sento ondeggiare come un elastico, se solo potessi impedirmi di perdere il controllo visuale…  Invece la scena davanti a me si scompone in una nebbia granulosa e quando si dissipa inquadro un palazzo, quello dove io e Margaret abitavamo subito dopo la nascita di Clementine, eccole lì, la loro sagoma spunta da sotto, dietro la finestra, mentre l’elastico a cui mi sento appeso si allunga, dandomi modo di scorgerle di profilo sulla poltrona a dondolo, mia moglie che culla mia figlia, allattandola. Come sono belle, ho il tempo di pensare, sentendomi pervadere da tenerezza e nostalgia mentre continuo a scendere, trascinato dalla forza di gravità. Lotto per non perderle di vista, ma ora inquadro solo il davanzale, che sfugge verso l’alto, i miei occhi fissano la porzione di intonaco grigio fra il nostro piano e quello di sotto. Il desiderio di guardarle ancora una volta è così grande che sottilmente la forza di gravità viene contrastata dalla tensione dell’elastico, e salgo di nuovo. Riappare il salotto incorniciato dagli infissi della finestra, ma questa volta Margaret è sola, e invecchiata, con la mano sinistra aperta appoggia tutto il suo peso sul mobiletto del telefono, l’altra stringe la cornetta che tiene all’orecchio. Piange, in silenzio. Ascolta Piero che la informa dell’incidente, poi riaggancia e mentre si volta per dirmi, Clementine non c’è più, la forza dell’elastico me la porta di nuovo via, questa volta verso l’alto, allora oppongo resistenza con tutte le mie forze nel tentativo disperato di invertire la spinta, e di nuovo scendo. Dietro i vetri, scorrendo ancora una volta verso il basso, si srotola la visione di me, lì in piedi, che fisso il vuoto, mentre gli amici mi si fanno attorno per consolarmi della morte di Margaret. 
          Devo riprendere il controllo, non posso continuare a vagare in questi pensieri. Ripeto nella mia mente l’obiettivo della missione, Recuperare Lebowski, recuperare Lebowski, ma continuo a cercare di non perdere l’immagine di Marcus e Gigliola che mi mettono una mano sulla spalla, stringendola appena, li guardo scivolare verso l’alto, loro due e me, lì in mezzo a loro. Capisco che devo interrompere il flusso dei ricordi, Ora! grido ad alta voce, e di nuovo la nebbia, rapida, appanna tutto, per poi aprirsi su Lebowski che mi guarda da Auripise, forse allarmato, forse disilluso, quindi con un gesto consumato alza la zampa posteriore e libera un lungo getto di urina proprio sopra il cespuglio di aurustro che veglia il sonno eterno di Margaret. Stupido cane, penso, e allora la luce dell’ambulatorio mi acceca.
          Sono percorso dal brivido involontario che tutti proviamo quando ci viene sfilata la copia di backup dalla presa Usb nella nuca, e sento la pressione di un palmo della mano che mi invita a stendermi di nuovo sullo schienale della poltrona. È la dottoressa, lo so, e subito dopo i miei occhi si abituano alla luce della lampada a led, così la distinguo.
          Mi dia ancora cinque minuti, la imploro, ma lei con voce seria mi dice di no, che so che è impossibile, ed è vero, lo so. Il protocollo sull’uso della copia di backup è molto rigido, almeno quello fruibile dal Servizio Sanitario Nazionale, chi invece può permettersi una clinica privata gode di molte più possibilità. È un pensiero che mi riempie di rabbia, ma so che la vita funziona così, chi ha di più può permettersi di vivere meglio. L’amarezza di questo pensiero mi impedisce di controllarmi, e per dare sfogo alla frustrazione mi sento dire, Lebowski ha fatto la pipì su Margaret. Quasi un piagnucolio. La dottoressa mi guarda con quella che dev’essere l’ombra della commiserazione. Lei sa chi è Margaret, chi è Lebowski, e sa anche di Clementine. Soprattutto conosce il paesaggio mentale in cui viaggio, perché nel S.S.N. le sedute di immaginazione sono monitorate dal personale medico. Mi vergogno di essermi lasciato andare. Mi vergogno che un paio di estranei, la dottoressa e l’infermiere di questa Unità sanitaria, conoscano le mie ricostruzioni possibili della realtà, e quando lei dice, con la voce che un adulto riserva ai bambini, È stato proprio birichino Lebowski, arrossisco dall’imbarazzo. E dalla rabbia.
          Allora scendo di scatto dalla poltrona, strappando quasi dalla mano della dottoressa la mia copia di backup, e esco. Sulla porta mi imbatto nell’infermiere e senza volere gli do una spallata. Tentenno un attimo poi imbocco il corridoio senza dire nulla, subito pentito di essere stato scortese, bambino birichino fa la pipì nell’ambulatorio, sento cantilenare nella mia testa, così mi fermo e timidamente torno sui miei passi per chiedere scusa. Avrei detto a tutti e due, Perdonatemi, non volevo essere brusco e villano, ma prima di arrivare all’uscio sento la voce della dottoressa che dice, E il mese scorso gli è pure morto il cane. Poveraccio, commenta l’infermiere. Rimango per due secondi lì impalato, senza più voglia di affacciarmi. Poi mi volto per andarmene ma non riesco a inquadrare l’uscita. Questi corridoi sono tutti uguali, penso, sembra di essere in un labirinto.
      Accidenti, e adesso come esco da una parola così?
       

    • Carlotta ha passato la mattina a ciondolare per casa. Un fantasma. La tv l’ha spenta quasi subito. Troppo noiosa. Nemmeno la stimolante percezione di star contravvenendo a un ordine di sua madre è riuscita a rendere la visione più interessante. Un paio di ore fa, uscita in giardino, è stata tentata di riempire d’acqua la piscina gonfiabile abbandonata in un angolo, nei pressi del gazebo arrugginito.
      Dopo aver lavorato di pompa a mano, resasi conto delle dimensioni risibili di quella tinozza di gomma, ha desistito. Non la ricordava tanto piccola. Quando aveva cinque anni le sembrava così grande… l’ha presa a calci fino a bucarla. Ridotta a uno straccio colorato, l’ha guardata, astiosa e madida di sudore. In quel momento non è riuscita a fare a meno di immaginarsi sulla spiaggia, intenta a giocare con le onde. Un pensiero che le ha fatto male. Gli occhi pieni di lacrime.
      Poco dopo mezzogiorno, sua madre le ha inviato un sms: “Prepara il pranzo. Arrivo tra mezz’ora. Bacioni”. Non è la prima volta che Carlotta riceve un messaggio del genere. Sa cosa deve fare, è una donna, ormai, come dice ultimamente. Le piace fantasticare sull’argomento, fare finta che tra non molto la porta d’ingresso verrà spalancata da suo marito, un ragazzo con il viso perfettamente sovrapponibile a quello di Justin Bieber, affamato e ansioso di divorare i suoi squisiti manicaretti. In realtà, al momento non è in grado di fare molto più di quel che le ha insegnato quella ineccepibile donna di casa della sua mamma: scaldare una pentola piena di acqua salata, portarla a ebollizione, buttarci dentro una confezione di ravioli ripieni, aspettare cinque minuti, e quindi condirli con qualche sugo pronto. È certa che a Justin non dispiacerebbe… Si gingilla coi propri sogni ancora un po’, pensando a quando questi si materializzeranno in forma di una hit da primo posto in classifica dedicata a lei.
      “Cos’ha Selena Gomez che io non ho?” si domanda, pavoneggiandosi con pose maliarde e altezzose, come una novella Lady Gaga, di fronte allo specchio sopra la credenza nei pressi dell’ingresso. Sì, potrebbe chiamarla semplicemente con il suo nome. Perché no? Carlotta. Anche Charlotte, in fondo, le andrebbe bene. È una bambina, ma già comprende a quali compromessi debba scendere una pop star del calibro della sua futura dolce metà per compiacere un pubblico in gran parte anglofono. Ancora perduta nella nebbia color porpora della sua fantasia, si muove lentamente, quasi danzando sulle note di una canzone mai scritta. Come in trance, apre la finestra e sporge fuori la testa. Uno schiaffo d’aria bollente la colpisce alla gola e la costringe a cacciare via il sorriso che le è spuntato in faccia. Le toglie il respiro. Poi torna in sé.
      “È lunedì” pensa, sgomenta. Una consapevolezza che ha il sapore di una condanna. Ancora quattro mattine come questa. Giunta a sabato, forse, potrà finalmente fare quello che tutti i bambini della sua età è convinta stiano facendo nello stesso momento in cui lei accende il gas: rincorrersi spruzzandosi d’acqua in riva a quel maledetto mare di cui, in chiusura del tg delle tredici, durante uno di quei grotteschi servizi para-giornalistici in cui si discute del caldo nemmeno si trattasse di un evento eccezionale, sente parlare come di un luogo leggendario. Immagini di repertorio scorrono davanti ai suoi occhi sgranati di accaldata aspirante groupie, ora bimba cuoca, sola in casa. Hanno tutti un’aria piuttosto felice.
      «Bastardi» borbotta, sperando che almeno stavolta sua madre mantenga la promessa e le permetta di godersi un po’ quelle vacanze estive che, fino a qualche tempo fa, quando suo padre non si era stato ancora trasferito a Milano, erano motivo di vanto. Viaggiavano in lungo in largo. Bei tempi quelli. Non le occorreva nemmeno lavorare di fantasia per far crepare d’invidia quelle sciacquette anoressiche di Jessica e Tiziana. Ora, oltre ai compiti a casa, deve sobbarcarsi anche l’impegno imprevisto d’inventarsi una vita che si è limitata a osservare da un televisore. Non può farsi trovare impreparata dall’immancabile tema di benvenuto che l’aspetta una volta tornata tra i banchi di scuola: “Cosa hai fatto durante l’estate?”. La verità è troppo brutale, quasi infamante.
      “Mi prenderanno in giro” si ripete, terrorizzata. È ancora troppo giovane per apprezzare il piacere sottile e perverso che può derivare da una sana emarginazione, quella condizione spesso masochisticamente auto imposta a cui ci si costringe quando si scopre che, tutto sommato, l’accettazione degli altri non è poi così importante, e che, anzi, mostrarsi sprezzanti, individualisti e antisociali, tutto ciò che fino a ieri reputavi roba da sfigati, adesso è… è la cosa più figa che c’è! Sì insomma, c’è tempo per cadere, ridendo, in una spirale di decadentismo adolescenziale.
      La mamma non ha idea di cosa l’aspetta, e nemmeno lei, se è per questo.
      L’acqua sta per bollire. Carlotta guarda l’orologio appeso sopra il tavolo della cucina. La padrona di casa tarda ad arrivare. Spegne il gas proprio nel momento in cui avverte il familiare scoppiettio del motore dell’auto di sua madre. Sbuffando, torna a far andare la fiamma sotto la pentola e si appresta a buttare la pasta.
      «Ciao tesorooo!» la sente gridare. Il rumore delle chiavi gettate dentro il posacenere di vetro blu poggiato sulla credenza. «Sono a casa!».
      “Una precisazione superflua” pensa Carlotta, corrucciando le sopracciglia. Scuote la testa e sorride. Ha l’età in cui si comincia seriamente a dubitare delle facoltà mentali dei propri genitori.
      «Come sei stata?» le chiede.
      «Male» le risponde con voce affettata. Ha l’età in cui la diplomazia non è contemplata tra i modi di porsi nei confronti dei propri genitori – tra l’altro, come abbiamo avuto modo di appurare, dei novelli mentecatti. Silvia, dapprima sembra non aver nemmeno sentito, poi i suoi movimenti frenetici rallentano di colpo. Pare che qualcuno abbia premuto il tasto “slow” sul telecomando che regola le sue azioni. Sente il cuore accelerare, seppur in maniera poco significativa. La temperatura del sangue sale di un grado. Almeno crede. Le guance infuocate.
      «Perché?» le domanda, chiedendosi se il suo tono contrito comunichi in maniera adeguata quanto si sente mortificata.
      «Voglio andare al mare!» le risponde senza mezzi termini sua figlia. «È possibile che papà lavori anche ad agosto? Quando torna a casa?».
      Prima o poi dovrà decidersi a farle presente che suo padre non si trova a Milano. Se Carlotta avesse l’ardire di recarsi nella solita banca in via dei Gracchi lo troverebbe al proprio posto, quello che occupa da quasi dodici anni. La patetica scusa di un lavoro fuori città è soltanto il goffo tentativo di evitarle un dolore che, Silvia ne è certa, non è ancora in grado di metabolizzare. Questo è l’unico punto su cui lei e Tommaso sono sulla stessa lunghezza d’onda. Quando, sei mesi fa, ha deciso di tornare a vivere da solo – per un po’ di tempo… vediamo come va – erano rimasti d’accordo di inscenare la squallida pantomima di un importante incarico dirigenziale che lo avrebbe costretto a trasferirsi nel capoluogo lombardo.
      Carlotta sta aspettando una risposta che tarda ad arrivare. Silvia la guarda. Non sa che dire.
      «Sabato ti ci porto io» borbotta a mezza bocca, togliendosi la camicetta bianca fradicia di sudore. La getta in bagno, ai piedi del water, in cima a una montagna di panni sporchi piuttosto impervia da scalare. Si sciacqua il viso, poi lo stropiccia per bene con l’asciugamano. Rimane a fissare la sua immagine stravolta nello specchio sopra il lavabo. La fase “pausa di riflessione” è passata da un pezzo. Si sono già detti tutto. È ora di far parlare gli avvocati, di scrivere la parola “fine” in calce a una favola nemmeno troppo bella. Un giorno le racconterà dei tradimenti – i suoi – e delle truffe ai danni di ignari investitori finanziari – quelli perpetrati da suo marito. Una storia da cui ancora non capisce come abbia fatto ad uscire fuori con la fedina penale pulita. Nemmeno suo cognato ne sa niente. Perché renderlo partecipe di quel fallimento matrimoniale? Coinvolgerlo nella loro diatriba sentimentale non ha senso. In fondo lui e Tommaso si parlano così di rado che più che consanguinei è lecito considerarli poco più che conoscenti il cui grado di confidenza si attesta al livello “amico di Facebook a cui mandi gli auguri nel giorno del suo compleanno”. Non hanno mai avuto molto da condividere. Diversi come il giorno e la notte, era solita definirli la loro mamma, sin dalla più tenera età. Pragmatico, materialista e determinato uno, quanto l’altro era sognatore, sensibile e inconcludente. Una caratteristica, quest’ultima, che il parentado, nel corso degli anni, aveva fatto pesare parecchio all’ormai non più piccolo Massimo. Che poi il figlio prediletto di casa Meridiano fosse stato più di una volta sul punto di varcare i cancelli di Rebibbia è un dettaglio su cui, per eleganza e amor del quieto vivere – nonché per evitare di costringere il cuore malconcio della sua vecchia a un inutile e doloroso superlavoro – aveva più volte sorvolato con grazia olimpica.
      “Forse potrebbe portarcela lui al mare” sta considerando Silvia, mentre la guarda apparecchiare. È pur sempre suo zio. Peccato che una delle poche cose che condivide con il quasi ex marito sia la scarsa affezione e l’assoluta mancanza di dialogo con quel tipo barbuto che abita nell’appartamento di fianco.
      Il rumore di una porta che si apre e poi si chiude di schianto. Deve essere rincasato, pensa.
      «Carlotta?» dice, chiamandola ad alta voce. È tentata di chiederle se ha voglia di invitare lo zio a pranzo. «Sì?» urla la bimba. Attraverso le mura sottili già s’insinuano le note moleste di una band death metal. «Ehmm! Niente, cara, niente».
      “Che idea stupida” si dice, scolando la pasta, mentre cerca invano il modo giusto per comunicare a sua figlia che il padre ha ottenuto la promozione che aspettava da una vita, e che non può allontanarsi da Milano, almeno per il momento.

    • L’aria pesante, calda e umida. Gli pneumatici delle innumerevoli auto di passaggio sfrigolavano sulla statale che tagliava malamente l’anonimo paesaggio periferico in cui si inscriveva la bifamiliare da cui stava per uscire. Asfalto sconnesso quanto rovente, malgrado l’orologio segnasse le ore nove del mattino. Il canto esausto di un uccello a cui non preoccupavano affatto i quaranta gradi che, di lì a qualche ora, avrebbero messo a ferro e fuoco la città.
      “Cosa abbiamo qui?”, si era detto, chiudendosi la porta alle spalle, desideroso di trovare un senso alle proprie azioni, qualcosa che non fosse troppo deprimente da costringerlo a tossire nelle orecchie di Tiziana, la responsabile delle risorse umane dell’innominabile esercizio commerciale in cui ricopriva l’ingrato ruolo di addetto vendite, fingendo un'improvviso enfisema che: «Mi spiace, non riesco a venire al lavoro».
      Un giorno d’estate appiccicoso e stanco che non prometteva nulla di buono, a quanto pareva, niente che si potesse rubricare alla voce: novità. D’altra parte, a trentotto anni, con un impiego di brutte speranze in un grande negozio di articoli per il bricolage, all’interno di un ancor più colossale e bigio centro commerciale adagiato sul fianco scosceso di una collina, ad aspettarlo a quindici chilometri dalla porta d’ingresso del suo bilocale, non era lecito aspettarsi alcunché.
      Dall’appartamento di fianco provenivano voci indistinte, forse un televisore acceso. A quell’ora, in casa c’era soltanto sua nipote.Carlotta, la figlia di suo fratello, una bambina di undici anni. Capelli ricci, castano chiaro, grandi occhi azzurri, il naso all’insù, e un sorrisetto impertinente perennemente stampato in faccia, che se avesse avuto vent’anni si sarebbe potuto definire “malizioso". “Tra i suoi coetanei” aveva considerato Massimo, “deve far furore”.
      Nel corso di una delle loro sporadiche e rapidissime chiacchierate da pianerottolo, poco più di un paio di battute di circostanza buone per riempire il tempo morto che separava l’inserimento della chiave nella serratura della porta del suo appartamento dall’apertura della stessa, gli aveva confidato di aver avuto tre fidanzati nel giro di un mese. Una rivelazione che Massimo aveva salutato con una sonora risata. Lei non si era presa la briga di replicare, ma l’aveva fissato con una certa intensità. Non stava scherzando. D’altra parte, aveva pensato, restituendogli lo sguardo indagatore, se avesse avuto la sua età molto probabilmente se ne sarebbe infatuato.
      «Sei una bimba birichina» le aveva detto, con una specie di groppo in gola. Si sentiva il viso in fiamme. Se avesse avuto la sua età l’avrebbe odiata. Era la tipica ragazzina capace di spezzargli il cuore. Intrigante, volubile, dispotica, con un carattere forte e indipendente, e, va da sé, un viso strappato a un angelo. A ben vedere, non era poi molto diversa da Simona. Ne era stato innamorato per anni, quando ancora non era certo di come fosse fatta una donna. Una considerazione che lo aveva messo a disagio.
      «Fa’ la brava» aveva detto, scompigliandole i capelli, prima di scomparire nel buio freddo e assai poco accogliente dell’ingresso, sperando di riuscire a zavorrare le immagini che cominciavano a riaffiorare dal fondo del lago della memoria con un buon bicchiere di whisky. Si trattava di roba troppo lontana nel tempo per impensierirlo davvero, ma qualcosa pareva non quadrare perfettamente. Era come se il ricordo delle sue disastrose avventure preadolescenziali contenesse un cromosoma impazzito in grado di resistere all’impetuoso scorrere degli anni. Seduto sul divano, mentre si rigirava nella bocca l’ottimo single malt, ne rinveniva delle tracce per niente rassicuranti persino nella storia con Aurora. Il virus responsabile della sua fine aveva un nome. Poteva essere studiato. Magari isolato, chissà? “Cazzate” si era detto, infine, vuotando il bicchiere. Aveva digrignato i denti e chiuso gli occhi. Il suo respiro profondo.
      Forse avrebbe semplicemente dovuto invaghirsi di donne diverse. Femmine dolci e remissive, affascinanti come un documentario sui bachi da seta, d’accordo, ma pure incapaci di fare del male a una mosca; creature prive di malizia, più adatte a collezionare francobolli che amanti.
      «Tre fidanzati in un mese» aveva borbottato ridendo. «Devo fare quattro chiacchiere con mio fratello, o, se proprio fosse troppo occupato, con quella stronza di sua moglie. È pur sempre mia nipote, non voglio mica che venga su come una specie di Mata Hari».
      Con Aurora aveva creduto che le cose potessero andare in maniera diversa. L’aveva scambiata per una “speciale”… forse perché lo era. Delle altre era più sensibile e curiosa, anche se di certo meno perspicace. Nessuna, prima di lei, aveva scorto nulla di affascinante nella sua persona. Un dato di una certa rilevanza, che avrebbe dovuto farlo riflettere, ma il secondo bicchiere di whisky stava facendo il suo sporco lavoro. I sensi intorpiditi, la testa leggera.
      “Altro che cromosoma impazzito! Dannazione” si era detto, in un’abbagliante quanto sconveniente lampo di consapevolezza alcolica. “Perché non le ho dato il figlio che voleva?”. Un cerchio gli si era chiuso intorno.
      «Un figlio» aveva mormorato, visualizzando Carlotta. Il bicchiere gli era caduto di mano, rotolando sul pavimento senza rompersi. Il sonno lo aveva colto senza dargli il tempo di sentirsi in colpa come avrebbe voluto.
       
      Non era il momento di concedersi noiose rimembranze. La lancetta dei minuti avanzava maestosamente sul quadrante. La chiave era girata nella toppa. Massimo aveva sospirato. Esalato un sospiro grave, si era voltato alla sua sinistra. La porta dell’appartamento di fianco era aperta. In fondo al lungo corridoio, sua nipote sedeva sul divano. Sul viso, il suo stesso sguardo spento. Davanti agli occhi cerulei e innocenti di bimba, l’impietosa messa in scena di qualche talk show del mattino. Roba buona per casalinghe lobotomizzate o per ottuagenari in perenne lotta con un rigor mortis mentale niente affatto passeggero. Qualunque cosa fosse, aveva dedotto Massimo, non aveva l’aria di essere molto coinvolgente. Si erano fissati per un secondo. Un sorriso lieve e poco gioioso si era fatto largo sulle loro facce. La noia. Avrebbe potuto essere sua figlia. Se dieci anni prima Aurora non l’avesse lasciato – per aver espresso, ironia della sorte, l’assoluta volontà di non avere figli – magari adesso… Si era specchiato in quegli enormi laghi blu, e non aveva provato invidia per la sua apparentemente spensierata condizione prepuberale. Nemmeno per un’istante aveva ceduto alla tentazione molto adulta di scuotere la testa e bofonchiare qualcosa del tipo: «I giovani d’oggi! Così privi di nerbo e vitalità! Io, ai miei tempi, con una bella giornata del genere non sarei certo rimasto a rincoglionirmi davanti alla televisione!».
      Aveva provato un sentimento senza nome, la voglia di abbracciarla, e quella di restare a casa, naturalmente. Poi un cenno assertivo del capo da ambo le parti, identico per intenzioni e finalità. Un saluto muto con la mano a sventolare nell’aria immobile del pianerottolo. Ciao
       

    • Toni entrò nella sala d'aspetto. Davanti a lui Mary.
      Mary era la segretaria del signor Treford.
      John Treford.
      Si raccontavano strane leggende su di lui. Qualcuno diceva che avesse portato un'intera famiglia al suicidio.
      Vero o falso che fosse Treford incuteva una certa paura.
      Mary era rossa. Aveva un cespuglio vermiglio, la scollatura sempre in primo piano. Metteva tailleur attillati e tacchi altissimi. Sembrava un obelisco dalle forme tondeggianti. Dalla scrivania si divertiva a torturare gli ospiti con le sue gambe: ora accavallate ora appaiate. Le sue cosce sembravano involtini.
      Avevano tutto i dirigenti della Stelth!
      Stipendi da favola, segretarie abbondanti e disponibili e il Potere dei Forti!
      Il mondo era ingiusto. Quello degli operai particolarmente attento alla disparità. La fatica e l'insoddisfazione. Ai profumi di marca l'odore dell'olio refrigerante, ai tailleur le tute portate male. Sbiadite al punto che il blu delle tute blu, appariva come un cielo incerto di un azzurro pallido.
      Aspettò qualche minuto nella sala d'attesa poi Mary fece entrare Tony.
      Treford era seduto di spalle. Si girò e fissò Tony.
      Aveva una pancia gonfia e tonda, la testa come un cocomero. Le braccia grasse, le mani grasse,
      e un alone perenne di sudore sotto le ascelle. Sembrava una specie di Panda umano.
      -Caro Tony. Finalmente. Accomodati, ti prego.
      -Grazie signor Treford.
      Tony si accomodò su una sedia di velluto rosso. Ebbe la sensazione di sedersi sulla chioma di Mary.
      Treford si trovava con la sua scrivania, la pancia grassa e le ascelle sudate, su un gradino più alto a definire il ruolo di rilievo che occupava. Al muro alcune copie false di Klimt e De Chirico. Una pianta grassa. Un divano di pelle (grassa) e la moquette.
      -Brutta storia questa Tony. Sai che potrei licenziarvi tutti vero?
      Lì fuori c'è un sacco di gente che ha voglia di lavorare. Con tutti questi immigrati non avrei problemi. Lo capisci? Ma io sono magnanimo e ho pensato: forse si può aggiustare senza spargimenti di sangue.
      -Capisco signor Treford e ne sono certo. La sua fama la precede. Sicuramente troveremo la soluzione.
      -Bene Tony. Se sei comodo e ci capiamo allora rilassati.
      -Grazie.
      -Dimmi Tony, tu credi?
      -Direi di si signore. Credo in un sacco di cose. Credo nei valori comuni. La giustizia, l'uguaglianza, la libertà.
      -Bene Tony siamo già molto vicini allora. Ci capiremo ne sono convinto. Siamo persone ragionevoli.
      -Cos'è per te la Giustizia allora?
      -Non ci ho mai pensato esattamente. Ma ieri ero al bar e c'era una tipa. Ed io la guardavo e lei mi guardava. E allora ho pensato come sarebbe stato stare con lei in un letto.
      -Stai divagando ragazzo?
      -No signore. Credo che se nel mondo ci sia una donna che voglia scopare un uomo ed io ho voglia di scopare una donna nel mondo, allora noi due scopiamo. A casa sua.
      -Capisco calma. Rilassati. Sei teso?
      -No signore.
      -E cosa sarebbe per te allora l'uguaglianza?
      -Che quando scopiamo veniamo insieme. E libertà che io possa andarmene a bere una birra da solo dopo.
      -Capisco ti senti un duro? Un texano, toro, birra e libertà Tony? Quelli come te non possono amare l'umanità ti rendi conto vero? Dimmi credi in Dio?
      Treford cercava di trovare un punto debole. Era normale che cercassero sempre di metterti in difficoltà, di farti apparire un poco di buono.
      -Non saprei
      -Significa che non ci credi?
      -Non esattamente. So che mi sono sposato con lui, ho fatto la comunione. C'era un tipo con un vestito bianco e anch’io ero vestito di bianco. Ma quello al mio fianco era bianco e nero ed io solo bianco. Ma ero giovane. Credevo fosse una festa.
      -Capisco.
      Mentre parlava si guardava le unghie delle dita. Sembrava cercare qualcosa. Erano curate le sue unghie. Tutte le settimane l'estetista arrivava per le unghie del signor Treford.
      E lui ne approfittava per una palpatina qua e là. Diceva che erano le distrazioni del guerriero dalla fatica delle responsabilità.
      -Se hai fatto la comunione allora devi essere stato cristiano e credente qualche volta. Ricordi quando hai smesso?
      -Tempo fa signore, forse avevo undici anni.
      -Ricordi perché?
      -Forse. Non ne sono sicuro. Bevo molto.
      -Forse? Cosa significa. Cosa c'entra l'alcool?
      -Non so esattamente. A volte mi sveglio di notte e sono sudato. Credo significhi qualcosa.
      -Non ne sono certo. E' che forse hai ragione. Bevi troppo ragazzo. Prova a fare uno sforzo. Sono certo che puoi ricordare. La memoria del passato Tony è il senso del presente.
      -Be signore forse ricordo qualcosa. Si ricordo, in effetti, la stanza buia e una mano. La mano del prete. Saliva sul ginocchio e mi guardava. E aveva la bavetta alla bocca e aveva il vestito nero, le scarpe nere e anche la sua anima credo fosse nera.
      -Rilassati Tony tranquillo. Vuoi dirmi che hai smesso per questo?
      -Non proprio.
      -In che senso?
      -Forse ho smesso perché quando lo chiamavo, non rispondeva.
      -Vedi Tony? Troppi forse nella tua vita. Così non troverai mai la giusta strada. Vai a tentoni. Ti arrampichi. Cerchi certezze ma non ti sforzi.
      -No signor Treford. Sono sicuro. Il prete mi toccava e Dio non rispondeva.
      -Smise di guardarsi le unghie. Si spostò con la sua sedia con le rotelle, rivestita di pelle. Aprì il cassetto.
      -Lo vedi questo?
      E mostrò una cornice con sopra inciso un punto esclamativo. Se non fosse stato nella stanza di Treford, l'avrebbe scambiato per un'opera di Fontana.
      -Questo è il mio Angelo! Si chiama certezza. Per questo io sono qui e tu sei lì.
      Lo ripose e ricominciò a guardarsi le unghie.
      Lo odiava Tony. Odiava tutte le sue stupide teorie e il suo modo di stare seduto. La sua stupida visione del mondo che era un'estensione del suo potere perverso. Velleità di un uomo inutile.
      -Tu sei una mela marcia Tony.
      -Non credo signore.
      -E invece si! Ma come puoi saperlo? Tu hai troppi forse per la testa.
      Si alzò dalla sedia di pelle. Si portò alla finestra. Guardò tutta quella pelle imbottita di corpi muscoli e nervi, sangue e ossa, che se ne stava all'aperto, in quell'enorme vuoto.
      -La vedi tutta quella gente?
      -No signore. Non la vedo.
      -Mi prendi per il culo? Credi di essere spiritoso?
      -No! E' che da qui non posso vederla.
      -Sono due giorni che la produzione è ferma. Ti rendi conto del danno?
      -Certo, ma la mensa fa schifo e la paga è scarsa e alcuni stanno male. C'è dell'aria cattiva.
      -E allora? Credi che due giorni in meno di paga li aiuti? Tu sei sposato Tony?
      -No signor Treford, non lo sono.
      -Come mai?
      -Non credo nella famiglia.
      -Sei un vigliacco.
      -Probabilmente lo sono signore.
      -Be questa gente ha famiglia, ha casa. Hanno dei figli che la sera aspettano, con gli occhi grandi e il naso che cola.
      -Capisco ma hanno anche dei diritti.
      -Queste sono stronzate! Certa gente nasce solo con doveri. E' il mondo che va così. Io non c'entro. Il mondo va con il carburante. Quello delle macchine è il petrolio. Quello del mondo i soldi.
      -Credevo fossero i valori, le emozioni.
      -Quelle sono follie. L'ideale è follia. Alla tua età dovresti essere più realista. Questa gente ha rate, bollette, scadenze e un casino di problemi.
      -Capisco il suo punto di vista signore Treford ma la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...
      -Ok, Ok! Ho capito. Rilassati. Sei comodo?
      -Lo sono.
      -Bene. Cosa pensi che facessero se gli servissi a tavola le tue emozioni? Come si nutrirebbero, con gli ideali?
      Tu li svii. Li confondi. Io gli offro un ruolo nel quale realizzarsi. Loro stanno bene e si sentono parte della società. Non vogliono grilli per la testa. Tu hai troppi grilli per la testa.
      -Non mi piacciono i grilli signore. Saltano troppo tra una cosa e l'altra.
      Mi fissò un attimo.
      -Rilassati, stai vibrando. Ti senti bene?
      -Non so è come se avessi uno spillo nel culo.
      -E' la tua coscienza Tony. Dovresti ascoltarla. Con questa fissazione di aiutare il prossimo stai diventando isterico.
      -Può darsi signore.
      -Ogni tanto scopi? Hai una ragazza?
      -No signor Treford.
      -Non scopi allora ecco il problema.
      -Certo che scopo signore. Tutti bene o male ogni tanto lo fanno.
      -Mi prendi per il culo?
      -Mi scusi signor Treford volevo dire: no, non ho la ragazza, non una ragazza nel senso comune del termine. Frequento una persona e ho scopato con lei. Credo almeno.
      -Come è stato?
      -Niente male ha un bel culo.
      -E ci sei entrato?
      -Quanto basta.
      -Cosa vuol dire?
      -Che è durato poco, ero ubriaco.
      -Deve rientrare Tony.
      -Sono qui con lei signore come potrei?
      -Intendo la gente Tony. Deve rientrare!
      -Non posso signore la paga fa schifo e la mensa è scarsa e...
      -Va bene, va bene, ho capito! Dimmi un po', sei qui da quanti anni? Cinque, dieci?
      Abbiamo sempre versato la paga e tu hai potuto ubriacarti e mettere il tuo uccello dove volevi e tirare a campare. Giusto?
      -Si, insomma anch’io vi ho dato le ore del giorno, che avrei dovuto vivere e credo valga molto di più.
      -Vuoi ancora lavorare qui Tony? Vuoi continuare ancora a fare la tua vita di dubbi e ombre?
      -Credo di sì ma...
      -Niente ma. Sii ragionevole e dì a quelle persone di rientrare. Siete qui a sprecare il vostro tempo da due giorni. Tornatevene a casa a riposare. Non cambierete il mondo. Sembri magro ragazzo. Da quanto tempo non mangi?
      -Due giorni signore.
      Treford lo fissò di nuovo con i suoi occhi curiosi.
      Allungò la mano e spinse un tasto che s’illuminò.
      -Mary?
      -Si signor Treford, mi dica.
      -Mary! Ordina una bistecca, con patate abbondanti, salsa barbecue e... ti piace il vino?
      Chiese
      -Ogni volta che sono solo.
      -E aggiungi una bottiglia di vino. Mary, prendilo dalla mia riserva personale.
      -Vedi Tony? E' facile. Volere è potere.
      -Credevo fosse il contrario.
      -Cazzate. Sono tutte scuse. La gente crede che i soldi possano comprare tutto. Si sbagliano. E' difficile avere soldi e restare sano di mente.
      Sono bambini. Vanno coccolati, cresciuti, protetti.
      Bisogna amarli. Non tutti ne sono capaci. E la ricchezza in mani sbagliate può essere un viaggio verso l'inferno.
      -Immagino signore.
      -Tony credi almeno nell'amore?
      -Non lo so signor Treford.
      -Non lo sai? Che diavolo vuol dire non lo sai?
      -Vuol dire che quando vedo la mia attuale ragazza sto bene, mi piace passeggiarci insieme mangiarci insieme e altre cose, ma non so se sia esattamente amore.
      -Cosa credi sia l'amore?
      -Un viaggio che per un certo periodo si fa in coppia e ti permette di far l'amore senza pagare e senza pregare.
      -Il sesso ti piace allora?
      -Molto signore. E' una terapia efficace quando non hai da bere e da mangiare.
      -E lo fai spesso?
      - Ogni sera.
      -E lei lo vuole sempre?
      -Lei chi?
      -La tua ragazza.
      -Non saprei signor Treford.
      -Che diavolo vuol dire. La scopi tutte le sere e non lo sai?
      -Non ho detto che la scopo tutte le sere signore. A volte mi masturbo. E' in quei momenti che puoi permetterti di fare sesso pensando a tutto ciò che credi ti aiuti.
      -Capisco. E con quale mano?
      -La destra.
      -Ti piace?
      -Mi rilassa. Non devi preoccuparti di chi ti sta di fronte. E soprattutto non devo guardarla negli occhi.
      -Capisco. Stai vibrando di nuovo.
      -Sento ancora pungere.
      -Rilassati Tony. Ti faccio una proposta.
      -Vuole scoparmi anche lei signore?
      -Ho capito. Sei un eroe, vero?
      -Sono un vigliacco signore.
      -Ho sentito che scrivi della roba.
      -Già! Ogni tanto. Butto delle cose sulla carta.
      -E di cosa scrivi?
      -Non lo so! Non ci penso.
      -Scrivi senza pensare?
      -No, scrivo guardando il mondo che mi circonda. Qualche volta mi piace, qualche volta no.
      -Hai bisogno di un ruolo.
      -Ho bisogno di vivere.
      -Sai Tony io ho tanti amici importanti, gente di classe e tra questi conosco qualche editore.
      Mentre parlava, ebbe una contrazione, poi con uno scatto, spinse di nuovo il pulsante.
      -Questa cazzo di bistecca arriva o no?
      Mary dall'altra parte.
      -Signor Treford sono spiacente, ma il ragazzo ha avuto un incidente ed è finito in ospedale.
      Vuole che vada io?
      -No, diavolo lasci stare Mary. Mi porti invece un contratto, di quelli che Fischer usa per il lancio dei nuovi autori.
      Qui abbiamo un artista.
      Ci fu un attimo di pausa.
      -Certo signore.
      Si girò verso Tony.
      -Vedi Tony tu sei fortunato.
      -Già signor Treford forse lo sono.
      -Chiamami John ragazzo.
      -Ok signor John... mi scusi volevo dire John...
      Treford lo fissò in silenzio per un attimo.
      -Cosa sono queste confidenze?
      -Ma l'ha detto lei signore.
      Lo fissò ancora!
      -Stavo scherzando.
       
      Disse.
       
      -Non hai il senso dell'ironia. Dovresti ridere di più di te. Prendi tutto fottutamente sul serio.
      -Si è vero a volte lo faccio. Colpa della gente. A volte li guardo e sorrido.
      -Cosa vuol dire? Che il tuo prossimo ti fa divertire? Ridi della gente?
      -No signore la gente ride di me.
      -Capisco. Devi farti degli ideali.
      -Non posso signore.
      -Ti aiuto io.
      -Sono occupato.
      -I cessi lo sono. Mi chiedo se uno come te ha mai avuto degli ideali nella vita.
      -Quando ero piccolo forse. Colpa del piccolo principe. Poi ho conosciuto Nietzsche. Lui non crede negli ideali.
      -Be questo tizio non sa quel che dice. Lasciala stare questa gente strana.
      -Non posso signore.
       
      -Certo che puoi.
       
      -Lavora con noi?
       
      -No.
      -E allora dove sta?
      -Non c'è signore. Non esattamente in carne e ossa.
      -E' un amico immaginario allora?
      -No è morto.
      -Be mi dispiace. Ma tutti dobbiamo morire.
      Intanto la porta si era aperta e Mary era entrata in scena. Aveva un pezzo di carta tra le mani, le scarpe rosse, un tubino rosso, l'orologio rosso e una camicia bianca. Si intravedevano i seni abbondanti. I fianchi stretti e camminava con le gambe strette. Anche la sua fica doveva essere stretta. Mi passò accanto portandosi alla scrivania. Si piegò come se non ci fossi. Pose il foglio a Treford e il suo culo si aprì agli occhi come le acque al popolo ebraico.
      E Tony ci entrò. Diretto verso una nuova terra.
      Posò il foglio sulla scrivania. Sorrise a Treford. Si voltò, guardò Tony con superiorità e sculettando a passi stretti, svanì nella fessura che separava il muro dell'anticamera.
      -Allora Tony. Qui abbiamo il tuo sogno. Questo è un contratto editoriale, ventimila subito per te e quella gente rientra.
      Tony rimase un attimo fermo.
      -Non saprei signore vorrei pensarci.
      - Non c'è tempo Tony.
      Il mondo corre veloce e se vuoi stare al passo, devi fare delle scelte, senza pensarci troppo.
      -Capisco signore.
      Gli passò il foglio. E dopo qualche istante Tony firmò. Lesse solo ventimila.
      -Ok Tony. Credo tu abbia fatto una cosa ragionevole. E' la scelta giusta per tutti.
      Incominciò di nuovo a guardarsi le dita con aria soddisfatta.
      Sfilò il foglio e lo ripose nel cassetto.
      -Ora vai Tony. Ci sentiamo presto.
      -Grazie signore, in fondo ha ragione.
      -Rilassati, va tutto bene. A volte le cose si inceppano come un ingranaggio rotto. E bisogna sacrificare qualche dente per continuare e far ripartire il tutto. Certe scelte sono necessarie per ristabilire gli equilibri.
      Non capì perché dicesse questo. Non ci badò.
      -Vai ora.
      -Grazie signor Treford.
      Tony si alzò e uscì dalla stanza.
      Quando Tony uscì. Treford si alzò anche lui, andò verso la sedia, allungò la mano, prese la puntina che aveva messo e sorrise.
      Il telefono squillò.
      -Allora?
      -Signor Kenneth. Tutto ok!
      -Ha firmato?
      -Si ha firmato. Senza neanche pensarci. Non si è accorto di nulla.
      -Bene John. E la puntina?
      -Anche quella signore. Tutto come aveva previsto.
      -Ora fai entrare quella gente. E taglia gli stipendi.
      -Ancora?
      -John ricordati che abbiamo una responsabilità. Bisogna risarcire i danni. Gli azionisti credono in noi. Ci mettono i soldi. Noi la testa. Qualcuno deve pur metterci il culo. A proposito ricordati di cancellare Tony.
      -Ok signore.
      Treford Prese il tagliacarte, una tavoletta d'ebano con dei nomi incisi e fece un segno a croce.
      -Fatto signore.
      -Bene. Ottimo lavoro.
      Domani passa nel mio ufficio. C'è un premio per te.
      -Grazie signor Kenneth.
      Riattaccò. Si portò alla finestra e vide gli operai che stavano rientrando.
      Si sentiva fiero John. Si portò alla scrivania. Spinse il pulsante che s’illuminò.
      Dall’altra parte.
      -Pronto?
      -Pronto amore?
      -Si John che sorpresa. Dimmi. Stavo per andare a lezione.
      -Siediti. Niente lezione. Ricordi quella vacanza che ti avevo promesso in Polinesia? Preparati.
      -O mio dio... John non dirmelo.
      -Sì amore ho avuto un...
      -No no non dirmelo ti prego... sono troppo emozionata.
      Devo correre subito. Costumi e vestitini e ...
      -Ma cara. Hai armadi di costumi e vestiti e foulard.
      -John! E' la mia prima volta in Polinesia. Vuoi che la moglie di John Treford se ne vada in giro con vestiti riciclati?
      -Hai ragione. Sei un amore, allora vai. Ci sentiamo stasera.
      Riattaccò. Il giorno dopo Tony tornò al lavoro. Mentre stava per entrare, la guardia all'ingresso lo fermò.
      -Ehi Tony dove vai?
      -A farmi inculare dal tuo padrone.
      -Non puoi Tony, rilassati.
      -Ehi ti si dev'essere inceppato qualcosa tu non sei fatto per pensare. Che ne sai del mio culo?
      -Ne so di certo più di te. Sei già stato inculato ieri.
      Con un sorriso di scherno guardò Tony dalla testa ai piedi.
      -Ti sei licenziato da solo idiota.
      Tony non disse nulla. Poi capì. Era stato stupido. Come aveva potuto credere a John. Il contratto, Mary, la bistecca.
      Non disse nulla. Si girò e si avvio all'uscita. La guardia infierì.
      -Addio scrittore di merda.
      Tony si fermò. Si voltò per un’ultima volta. Guardò la guardia blu, con il cappello blu, la tuta blu e le scarpe nere.
      Aveva la faccia seria, dello scemo che fa la parte del duro.
      -Sai cosa ti dico?
      Disse Tony guardando il piazzale vuoto.
      -Dimmi scrittore... Rise
      -Credo sia stato un peccato che non sia andata al cesso.
      -Di che cazzo parli? Ti sei bevuto il cervello?
      -Di tua madre. Se avesse scorreggiato quella sera avremmo avuto uno stronzo di meno vestito di blu.
      -Sei un pezzo di merda, fallito.
      Prima di andarsene Tony alzò lo sguardo verso il grattacielo, gli sembrò di vedere Treford in piedi dietro l'immensa parete di specchi dell'ufficio.
      E difatti, Treford lo guardava dall'alto della sua consolle di comando. Era in alto. Era un vincente. Mentiva e sapeva farlo.
      Poi andò via.
      Treford si era gustato lo spettacolo con la calma e l'orgoglio di chi si sente un numero uno.
      Poi il telefono squillò era Kenneth.
      -Pronto John?
      -Signor Kenneth. Tutto ok. Ora lo sa anche lui.
      -Bene John! Molto bene. Puoi raggiungermi in ufficio?
      -Certo signor Treford, arrivo subito.
      -Bene bene. A proposito John. Stanotte ho fatto un sogno strano.
      Dimmi una cosa, tu credi?
      -Si signore. Credo nella giustizia, nell' uguaglianza, nella libertà. Ne sono certo.
      -Capisco. Sai penso che nel nostro lavoro, bisognerebbe sempre dubitare di tutto, tu hai troppe certezze.
      Dovresti smettere
       
       

    • Cammino sulla spiaggia, nella luce livida di quest’alba corrotta.
      Mi sono alzato presto:  tanto stare lì con gli occhi aperti a immaginarmi il soffitto, il lampadario di plastica e le ragnatele che non ho voglia di pulire non fa che deprimermi. Allora ciabatto fino alla minuscola cucina e mi preparo un caffè,  denso e amaro.
      Poi via, alla spiaggia. Devo ammortizzare al mare lo sbiadirsi del mio cervello e, naturalmente, la presenza di Cora. Se ne è andata lasciandomi dentro un seme velenoso: l’ incapacità di arginare la sua fame di tutto. E mentre lei si nutriva di gente, oggetti, storie, bambini, luoghi, mentre diffondeva sorrisi ed entusiasmo, proprio in quei momenti risucchiava la mia energia, giorno dopo giorno.
      Alla fine mi ha detto:
      “Non vuoi niente, non sono neanche sicura che tu ci sia veramente, che non sia una proiezione della mia mente.”
      Poi mi ha guardato critica e ha aggiunto:
      “No, in effetti se ti avessi proiettato io saresti un po’ più vivo.”
      Così adesso sono qui, dopo una settimana, ancora intento a smaltire i suoi schiaffi. Cammino sulla spiaggia tutti i giorni all’alba, poi torno a casa e mi metto al tavolo da disegno. Per vivere creo maghi perversi, muscolose ragazze guerriere, elfi gialli e verdi e giovani garzoni che diventano principi con le pozioni di antiche streghe. A una di queste, particolarmente odiosa, ho dato la faccia di Cora. Prevedibile e patetico.
      Di solito sulla spiaggia a quell’ora c’è solo l’acqua, la sabbia, il colore del cielo che scivola in mare. A volte qualche solitario cercatore di conchiglie e altri ritrovamenti.
      Stavolta c’è un uomo. Lo vedo da lontano, accucciato fra le sue ginocchia, come fanno gli indiani. Si staglia scuro sullo sfondo della sabbia, che oggi sembra fatta di granelli di madreperla. Mi avvicino, ma lui sembra non accorgersene. Lo circonda la sua vita: il sacco a pelo, un pentolino, una padella, i resti di un piccolo falò.
      Non so se passargli dietro e fingere di ignorarlo o trovare una scusa per curiosare. Una cosa del genere a me sembra indiscreta, Cora non esiterebbe un momento. Lui mi previene. Si alza rapido come un gatto:
      “Ce l’hai una sigaretta.”
      Cerco di capirne l’età, ma è veramente difficile. Scuro di pelle con occhi chiarissimi, verde acqua. Cinici e indagatori. Una rete di solchi in faccia, due denti di metallo, una vecchia frattura al naso. Il suo corpo non lo opprime, come accade a molti di noi: lo usa per quello che gli serve, non lo ostenta, non lo nasconde. E’ sostenuto da muscoli duri, incordonati per qualche mestiere faticoso.
      “Non fumo.”
      Lui annuisce e torna ad accucciarsi. Traffica con un legno, ne taglia via schegge con il coltello.
      “Che fai?”
      “Un cucchiaio.”
      Vorrei chiedergli perché tutta quella fatica, perché non se lo compra. Non costa una fortuna, un cucchiaio. Ma mi sembra che, rivolta a lui, una domanda così suonerebbe assurda. Non so perché.
      Lui capisce lo stesso.
      “Il legno ha un sapore, e quello di mare rilascia sale e iodio nella minestra, bave di molluschi e sostanza gastrica delle stelle marine. E’ un mangiare sontuoso. “
      Già, come ho fatto a non pensarci.
      “Come vanno le tue ferite? Guariscono?”
      Inspiegabilmente,  non mi stupisco.
      “Così così.”
      “Mmmm, lascia fare al mare. E non farti prosciugare.”
      Comincio a sentirmi a disagio, questo sa tutto. Il silenzio passa fra di noi come uno sconosciuto, che finge di non vederci.
      “Che fai qui?”
      “Ho un appuntamento.”
      “Allora me ne vado.”
      “Ma no, stai qui. Non sai mai cosa puoi scoprire.”  Mi sembra di sentir parlare Cora.
      “Non sembri un tipo da appuntamenti.”
      “Cioè?” Ride.
      Mi imbarazzo.
      “Voglio dire, sembri uno libero, fuori dalle convenzioni. Non so…”
      “Sono libero, più di quello che immagini. Ma non completamente. Nessuno di noi lo è, le leggi fisiche ci inchiodano qui, o altrove.  E poi c’è l’amore (mi guarda), l’odio, il disprezzo, la paura. Tutti legacci.”
      “Si, questa l’ho già sentita: sei libero solo senza passioni.”
      “Non credi che sia vero?”
      Il sole si affaccia col suo melone in fondo all’orizzonte. Più si alza più la luce è intollerabile. Il mare diventa una lamiera.
      Faccio spallucce. Mi guarda con quei suoi occhi dritti, che bucano.
      “Forse si, ma mi sembra un prezzo troppo alto per la libertà.”
      “Perché non la conosci. Tu vedi solo questo pianeta.”
      Ecco, ho trovato lo psicolabile della domenica.
      “Tu invece cosa vedi?”
      “Quello che c’è, che è molto di più. C’è questo mondo e ce ne sono altri, c’è questo universo e ce ne sono altri.”
      “Ve bene. Scusa, adesso devo proprio andare.”
      Ride. Ha finito il cucchiaio e lo annusa come uno che assapora il bouquet prima di centellinare un rosso francese.
      “Sai che ha ragione lei? Sei chiuso come un’ostrica.”
      Mi giro lentamente. Che diav…
      “Sei talmente abituato a riversarti tutto nei tuoi disegni che ti sei dimenticato come si fa ad avvicinarsi alla realtà”.
      Adesso comincio a sudare. Intorno a noi, in lontananza, si vedono i turisti del silenzio, soli o col cane. Di più non arriverà, siamo a marzo e fa un maledetto freddo.
      Mi offre una brodaglia, dal pentolino sul fuocherello che si sta spegnendo.
      “Non sembra, ma è caffè.”
      Lo annuso, poi lo assaggio con cautela. E’ squisito.
      Guarda l’orizzonte.
      “Si, questo pianeta è bello. Ma vivete in una piccola gabbia dorata, che fra l’altro state demolendo. Consolati: nessuno ne sentirà la mancanza.  Fuori ci sono soli e lune, galassie, torrioni di polveri cosmiche, reti neurali di particelle che ingabbiano lo spazio/tempo, rivolgimenti improvvisi di epoche e intere strutture portanti degli universi. Ci sono tunnel di caduta gravitazionale che collegano ammassi galattici, corridoi di buchi neri e le pulsazioni X che fanno da impalcatura a iperstrade elettromagnetiche. E’ un inferno caotico, ribollente di energia incontrollata, di colori violenti, di esplosioni convulse di stelle in un marasma giallo, rosso, viola. “
      Di nuovo mi guarda, di nuovo mi  sento sotto lo spillone. E che gli dico, a questo? Sembra una brutta copia di Guerre Stellari, fra un po’ tirerà fuori una spada luminosa dai pantaloni sformati. Mi guardo intorno, c’è qualcuno col cane, qualche ragazza con un libro, ma nessuno bada a noi. E adesso come mi libero di questo matto?
      “Dici ‘vivete’.  Tu non sei uno di noi? Chi sei per sapere queste cose?”
      Ecco, non ho saputo resistere.
      “Non ci pensare. Quel calderone che ti ho raccontato brulica di vita, come si può dubitarne?”
      “Tu sei fatto come un uomo, un esemplare basato sul carbonio.”
      Fa spallucce. Troppo complicata, ma che vado a chiedergli? Pretendo una teoria cosmologica, da questo qui? Sarà fatto: inconsciamente cerco con lo sguardo pillole o siringhe fra le sue poche cose. O magari solo una bottiglia, basterebbe. Non vedo niente. E lui sorride.
      “Adesso devo andare. Il mio appuntamento, ti ricordi…”
      Guarda il bagnasciuga, e io seguo il suo sguardo.
      La risacca si solleva in un modo strano, come se la sabbia del fondo si gonfiasse e spingesse vero l’alto il flusso ordinato della corrente. L’acqua si alza in un gruppo di onde morbide, diventa ingombrante alla vista, poi cola di lato e appare una cosa assurda.
      Il collo grosso e lungo e il muso proteso  di un animale che assomiglia molto a qualche sauro del cretaceo, di quelli che a volte uso nelle mie graphic novel. Testa (quattro volte la mia) e collo sono incoronati da una cresta arancione. Il mio interlocutore si avvicina all’animale e cominciano a comunicare, non so come. Lui parla, serio. La bestia no, ma annuisce spesso e si capiscono.
      Sto lì a guardare come un imbecille, quasi ipnotizzato dalla scena che ho davanti. Riesco a staccarmi il tempo di dare un’occhiata in giro. Un paio di ragazzi camminano mano nella mano, sono a dieci metri da noi ma non danno segno di aver visto quello che sta accadendo sull’arenile.
      Torna verso di me.
      “Scusa, adesso devo proprio andare. Non sono un mago: so le tue cose perché siamo telepati. Ti lascio solo una piccolo promemoria, se vorrai accettarlo: la tua mente è  aperta e può  contenere molte più cose di quelle che pensi, ma mentre esplori gli universi con la tua arte ricordati di vivere.”
      Spariscono in uno sbuffo, lui e l’animale, lasciando una risacca piatta e oleosa.
      “Ricordati di vivere”. Figurati, sembra di sentire Cora. La sua immagine si sfuma delicatamente e io comincio a scorgere la furia vitale di quegli universi ribollenti di un’energia inarrestabile. Cora ha ragione, e nel momento in cui mi accosto a una verità così semplice, mi allontano da lei e da quello che credevo amore.
      Forse per amare gli altri bisogna essere capaci di amare se stessi. Ci devo pensare, ma non adesso. Respiro il salso e mi riempio gli occhi con la superficie volubile dell’acqua.
      Poi mi caccio le mani in tasca e mi avvio verso casa. Per oggi ho vissuto abbastanza.
       

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