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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    Antonellanbl
    Ma perché è colpa nostra? Io mi sento impotente quando vado a votare, perché so che le speranze veranno disattese e se ci promettono poi non mantengono, non è  colpa nostra perché l'unico potere che è  stato dato al popolo, è  mettere una croce su questo o quel partito.
    Non mi sento in colpa quando il parlamento europeo decide di chiudere le frontiere agli stranieri, lasciando praticamente l'Italia, che ormai è  diventato un paese ingovernabile, da sola ad affrontare flotte di povera gente e, o di brutta gente.
    Non mi sento in colpa se gli inglesi non si sentono più  Europei e non mi sento in colpa se in nome di un Dio cattivo, i terroristi ammazzano uomini, donne e bambini.
    Ci fanno credere che noi siamo il potere, ma non lo siamo. Siamo solo una croce dentro una cabina elettorare per cui non mi sento in colpa.
    A tutti i morti e alle loro famiglie rivolgo le mie preghiere unico conforto rimasto per chi ha perduto i suoi cari.
    L' egoismo del singolo  non ha niente a che fare con la cattiveria degli uomini organizzati, che tolgono la speranza e molte volte anche la vita.
    Peace and love❤
    IniziaHo un'isola tutta mia e ci vorrei andare. Prendo l'aereo e parto. Chiamo mia figlia e le dico che andremo sulla nostra isola, lontano dai pensieri e lontano dai malumori. Si spendono tanti soldi inutilmente, ma questi sono spesi bene.
    Si perché volare a Londra, per noi, è  come ritrovare una seconda casa. All'angolo della fermata della metro, c'è il nostro amico Andrea, pronto a sfornarci una pizza napoletana verace. I tavolini sono un po stretti, ma lì si mangia bene.
    Londra è  la città dei consumi, dello shopping sfrenato senza vergogna, dei pub con la loro birra, "lagar", ma si pronuncia laga, la erre non bisogna farla sentire, dei mercati pittoreschi, ognuno dei quali possiede il suo colore e il suo odore. Dei cibi mischiati dalle tante culture, perché Londra è multietnica e trovare un vero Londinese, è  come trovare un ago in un pagliaio.
    Londra è  volare in alto, sopra le nubi e sopra il cielo. Quando l'aereo si prepara alla rincorsa per buttarsi a capofitto nel cielo, io rido, perché la rincorsa è l'attimo di sospensione del respiro, dove tutti tacciono e dove attendono una parola di rassicurazione dal comandante.
    Londra è  anche l'atterraggio e tutti i suoi aeroporti che assomigliano a città da viverci, perché c'è tutto, dal cibo, alle prese per attaccare i computer o i telefoni da ricaricare.
    Londra è  il tè. Nero, forte e senza limone.
    Londra è  il fish and chips, è musica e spettacolo.
    Londra è, le passeggiate con mia figlia sulla rive del Tamigi, a fotografarci insieme, mentre qualcuno  le sta già  commentando sui social.
    Londra è  il silenzio del mattino appena sveglie. Tutto tace, nessuno fa ancora  rumore, mentre il cameriere al piano di sotto,  ci aspetta con i suoi toasts e le sue marmellate.
    Londra è magica e i suoi artisti da strada, occupano i marciapiedi e le metropolitane per sottolinearci che tutto ciò è  vero.
    Londra è  mia figlia, perché  senza di lei, Londra, per me, non sarebbe un'isola e non avrebbe nessun  senso.
    a scrivere la tua storia...
    Persi il mio dente canino sinistro il 13 novembre 1989. Ricordo bene la data perchè insieme al dente in quelle ore salutai un'altra cosa che aveva in me delle radici, a quanto pare non proprio salde: il giorno prima, alla Bolognina, era stato sepolto il Partito Comunista Italiano. Adieu, finito, andate in pace compagni. La cosa meritava una mezza giornata di oblìo, e così mi ritrovai nell'androne di un palazzo antico, seduto su uno scalone curvo e polveroso. Pesavano gli anni sopra quel lusso disfatto e decadente, con la polvere nera accumulata sul corrimano tondo, in marmo, incassato nel muro. E il tempo mio? Non era passato, era passito, come un vin dolce sulla pasticceria secca. Sorrisi. Che pensiero del cazzo. Cercai di concentrarmi su ciò che dovevo fare. Fu allora che il dente mi abbandonò. Senza dolore, una foglia secca che si stacca dal ramo. Stava lì sulla lingua quasi fosse un nocciolo di oliva. Delicatamente lo afferrai tra indice e pollice e lo posai nel cavo della mano. Oh dente, mio dente, potresti raccontare una fetta importante di me, della mia esistenza: morsi delicati su pelli bianche ed elastiche, lampi riflessi di flash in cerca di un sorriso, affondi pragmatici in saporiti controfiletti. In quel momento ebbi l'impressione che il canino mi guardasse con una certa aria di benevolo rimprovero: "hai masticato la vita come fosse un panino col salame, altro che pasticceria secca; avresti fatto meglio a sorseggiarla delicatamente come un brodino". 'Fanculo dente, quel pensiero non mi trovava proprio in accordo: in un modo o nell'altro, alla fine era solo una questione digestiva. Infilai quella piccola parte di me in tasca. Mi alzai lentamente, scossi la polvere dai pantaloni. Raccolsi la siringa, la fialetta dell'acqua distillata, il cucchiaino rubato al bar. Sono sempre stato un amante dell'ordine.
    CAPITOLO 1
     la profezia e la nebbia di mytene
    Nel tranquillo borgo malfamato di venia,composto per lo piu da paludi, e dove la 
    popolazione soffriva la fame ,e i sopprusi di lord hendrick lord del posto, sta accadendo 
    qualcosa che accade all incirca tutti i giorni.
    «prendete quella donna stavolta non ci deve scappare» 
    « si signore la faremo decapitare
    «siete i soliti sciocchi ripete sempre le stesse frasi da anni ma non mi avete mai presa 
    ahahahaha"
    mentre l inseguimento imperversa gli abitanti del borgo in modo non molto evidente 
    aiutano sempre la donna misteriosa a fuggire e anche questa volta sembra che la fuga 
    della donna misteriosa sia andata a buon fine fino a quando nella corsa verso il suo 
    rifugio nel pieno della zona abbandonata del borgo, la donna trova la sua casa 
    circondata dalle guardie, inequivocabilmente la donna cade intrappolata dalle guardie, 
    la sua casa viene bruciata e tutti i suoi averi vanno al lord del posto ovvero lord 
    hendrick, lord hendrick è un tiranno che ha trasformato la sua decorosa città in un 
    borgo malfamato dove chi ha bisogno di cure anche immediate deve disporre di denaro 
    altrimenti non puo essere curato,la maggior parte dei proventi agricoli va alla sua 
    dimora per sontuosi banchetti e feste sfarzose mentre la sua popolazione muore di fame.fame,la donna misteriosa viene portata all interno della sala del ricevimento, dalle 
    guardie del comandante per un confronto diretto con lord hendrick.
    «finalmente ho l onore di incontrarti tu sei la famigerata donna comandante della 
    armata che tenta un colpo di stato nei miei confronti, come osano, cercano di cacciare 
    me, da questa città dopo tutto quello che ho fatto per loro, non sono nient altro che degli
    ingrati!!!!!, e tu sei peggio di loro tu che architetti tutto dalle retrovie!!,e pensare che sei 
    una donna cosi bella, un corpo sontuoso degli occhi color diamante un viso angelico»,
    «non esattamente, angelico questa donna è un demonio!!!!! lord hendrick non si faccia 
    ammaliare anche lei da questa donna ignobile, non è null altro che una zingara io 
    propongo una decapitazione stasera a mezzanotte».
    «non andare cosi di fretta evans"
    « il mio nome è myia"
    «uhm myia mettela in prigione stanotte le farò visita io stesso e domani si deiderà il da 
    farsi"
    «ma come lord hendrick lascia vivere una donna cosi pericolosa non dica che io non l ho
    avvertita poiche non me ne assumo nessuna responsabilità"
    «SILENZIO!!! non osare mai piu discutere un mio ordine ne mai piu riproverarmi 
    altrimenti ti mando alla ghigliottina e lo sai che lo farò evans».
    « ............»
    in seguito a questa visita alla sala del ricevimento di lord hendrick myia sta per essere 
    portata in prigione,i suoi occhi mai prima d ora sembravano avere un espressione di 
    paura anche se con fare coraggioso lasciava che i soldati del lord la portassero nei 
    sotterranei della prigione,il castello di lord hendrick era una fortezza all avanguardia 
    fornita di mura cosi alte che le sentinelle potevano scorgere tutto il borgo di venia,il che 
    suscitava il malcontento degli abitanti che vivendo, in condizioni disagiate non potevano
    tollerare che lord hendrick vivesse nel lusso e nel aggiatezza,lord hendrick un uomo alto
    all incirca sui 180 cm,parzialmente in sovrappeso, dai colori castani e una barba molto 
    curata,seppure fosse un lord, aveva modi di fare villani,in effetti cio rispecchiava quel 
    che la gente penssasse di lui,la la popolazione di venia viveva oramai tra la vita e la 
    morte ogni giorno tra condizioni igieniche pessime, e nessuna assistenza da parte di 
    quello che per loro era il loro signore,o almeno cosi pensavano,ma con il lento 
    decadimento delle loro condizioni di vita gli abitanti di venia si resero conto che l 
    avvento di lord hendrick nel loro piccolo borgo, non aveva portato niente altro che 
    disgrazie,per quanto riguarda myia,era una ragazza molto avvenente corteggiata e 
    ammirata da molti sui compaesani, poichè era l unica capace di sfuggire alle grinfie 
    delle guardie di hendrick che spesso provocavano disordini, ai quali myia si opponeva 
    senza mai essere stata catturata,infatti la notizia della cattura di myia lasciò il popolo in 
    un totale stato d ansia poichè myia godeva delle simpatie di molti compaesani adulti e 
    bambini,cosi mentre myia veniva trasportata negli umidi e poco iginieci sotterranei 
    della prigione,nutriva un senso di disgusto in quello che era il fare dei soldati di 
    hendrick,che non proveniva dal fatto che l avessero catturata ma bensi dal fatto che 
    anche loro fossero abitanti che provenivano dalla vecchia venia, e che adesso per i loro 
    bisogni avevano voltato le spalle ai loro compaesani, e talvolta si comportavano da 
    sciacalli nei loro confronti pretendendo cose che non gli spettavano, il forte dissenso di 
    myia proveniva proprio dal fatto che lei non, capiva come i soldati fossero cambiati in 
    modo cosi radicale visto che anche loro erano passati tra le atroci sofferenze che 
    hendrick procurava al suo popolo,alchè durante il percorso per arrivare alle prigioni 
    myia guardo con sguardo fuoriibondo i due soldati,ma oltre alla rabbia che percuoteva 
    il suo animo, c 'era anche un forte odio che provava per loro,i due soldati notarono lo 
    sguardo minaccioso di myia nei loro confronti,cosi dissero all unanimità«non ci sopporti vero»?
    da queste parole sembrava trapelasse un senso di scherno nei confronti di myia quasi 
    come se stessero per prenderla in giro,myia con le mani che sudavano e un furore che 
    divampava rispose
    «voi,come potete voi non capire il dolore che state provocando alle persone che vivono 
    nel borgo,voi stessi eravate abitanti del borgo prima che hendrick vi addestrasse e vi 
    facesse diventare sue guardie».
    le guardie replicarono con un ghigno sul viso e un evidente tranquillità che 
    accompagnava le loro parole:
    «le nostre esigenze vengono prima del nostro popolo è una lezione che lord hendrick ci 
    ha inseganto».
    «esatto non c è giustizia che ci faccia vivere nelle condizioni in cui siamo adesso,pertanto
    noi diamo solo conto a quella che è la nostra giustizia personale».
    myia era chiaramente disgustata dalle parole dei soldati e dalla loro convinzione nel 
    esprimerlo, e colse un egoismo profondo nelle loro parole non cercò di fargli cambiare 
    idea, cosi le due guardie la tenevano per le braccia rispettivamente una a destra ed un 
    altra a sinistra,e la trascinavano giu dalle scale a chiocciola fatte di pietra,piu in giu si 
    scendeva piu il tanfo dei cadaveri si manifestava, in modo incessante, myia per la prima 
    volta era pervasa da un amarezza mai provata prima, nel costatare l' ipocrisia di quegli 
    uomini nella gestione del proprio paese,seppure le scale per arrivare alla prigione non 
    fossero molte i soldati prolungavano la camminata al fine di mortificare myia durante il
    tragitto,myia però in preda al disgusto e al poco rispetto che nutriva per quelle persone 
    subi senza rispondere le loro malefatte, fino a quando i soldati con ghigno di 
    soddisfazione raggiusero le prigioni, un luogo umido costellato di topi, c' erano persino 
    cadaveri nelle celle lasciati a marcire,myia rabbrividi di fronte a tanta crudeltà non 
    immaginava che la crudeltà di hendrick andasse cosi lontanto almeno fino ad allora, fu 
    cosi che i soldati a passo lento accompagnarono myia verso la sua cella erano due tipi 
    grossi e parlavano con una voce forte quasi come se fossero due vichinghi, arrivati 
    davanti alla cella uno dei soldati apri la cella e l altro con fare estremamente brusco 
    lanciò myia nella sua cella e con voce forte e minacciosa esclamò
    Soldato: resta qui zingara e non fare rumore altrimenti ti taglio la gola prima ancora di 
    vederti sul patibolo
    myia che finora era in un evidente stato di frustrazione replicò enrgicamente
    Myia: non credo proprio che tu possa farlo sei soltanto un inutile soldato, e non puoi 
    certo disobbedire agli ordini di hendrick
    questa risposta provoca una sorta di ira,cio lo si evinceva dal suo volto che divenne 
    quasi quello di un maniaco, era quasi come se l unica cosa che lo fermasse dal fare fuori 
    myia fosse l ordine di hendrick e la paura di tornare in quel borgo malfamato,entro il 
    quale lui stesso commetteva ingiustizie continue e immotivate contro persone che non 
    avevano modo di difendersi,cosi con questo scambio di sguardi il soldato sbattè la porta 
    della cella e se ne andò sbattendo i piedi per terra con furore come se la cosa l avesse 
    turbato piu di avesse dovuto farlo, in quel momento sul volto di myia si stampo un 
    espressione di soddisfazione per aver inferto a quel soldato solo quello che era l 10% che
    la gente del borgo doveva sopportare per colpa delle condizoni disagiate e delle loro 
    malfatte, dopo la risposta di myia al soldato una voce con tono entusiasta si rivolse a 
    myia, la voce proveniva da dietro di lei cosi myia voltò la testa e scorse un gracile 
    ragazzo dai capell biondi, aveva uno sguardo deperito, le borse sotto ogli occhi ed aveva 
    le mani tutte nere, ed il viso pieno di segni come se l avessero picchiato piu volte,inoltre 
    vestiva di stracci che non emanavano il benchè minimo calore, il che risultava essere 
    tremendo visto che la prigone era un luogo prettamente umido.Ragazzo: wow ragazza hai un coraggio nel rispondere cosi ad una guardia carceraria io 
    non avrei mai potuto farlo.
    myia alzò gli occhi sul ragazzo si alzo dal centro della stanza dove era stata scaraventata
    dal bruto soldato e si sedette accanto al ragazzo, e con sguardo fiero e voce sicura 
    pronunciò le seguenti parole.
    Myia: se l ho fatto è perche sono sicura che lord hendrick stanotte verrà qui e non verrà
    solo per farmi visita ma sicuramente verrà per usufruire delle mie doti, ed allora io 
    scapperò ed informerò il mio gruppo dell organizzazione interna del palazzo
    myia nel esclamare tali parole si sentiva sicura di sè, capace di affrontare ogni pericolo 
    in nome di quella gente che soffriva, e non certo per colpa loro,il ragazzo guardava myia
    con gli occhi che gli brillavano dall ammirazione che provava per myia,nonostante fosse
    una donna aveva coraggio da vendere,oltre a questo c era un altro partiolare, nei suoi 
    occhi si leggeva la sua attrazione per myia,il ragazzo che finora aveva sempre avuto un 
    viso cupo era come rinato dalla presenza di myia e cosi con parole speranzose si rivolse 
    a myia con entusiasmo guardandola direttamnete negli occhi ammalliato dalla sua 
    bellezza.
    Ragazzo: io non sono nemmeno di questo borgo vengo dalla capitale sono stato portato 
    qui per allontanarmi da mio padre poichè lui non è d accordo sulle politiche interne 
    della capitale di lèga
    myia provava pena per un povero ragazzo giovane rinchiuso in una cella in quelle 
    condizioni, cosi con un sorriso gli domandò
    Myia: e dimmi come si chiama tuo padre?
    il ragazzo sempre ammaliato dalla bellezza di myia, dai suoi capelli color argento dai 
    suoi occhi color diamante, dalle sue forme sinuose, che si addicevano alla sua altezza all 
    incirca sul 1m 70cm,myia indossava un vestito blu fatto di cotone e degli stivali fatti di 
    pelle con borchie arancioni sui lati.Il ragazzo esclamò con convinzione e ammirazione le 
    seguenti parole
    Ragazzo: mio padre si chiama mikail ed un fabbro di grande rispetto e qualità nella 
    capitale di Lèga mio padre fa parte di una famiglia di fabbri che serve il rè da 
    generazioni ma ora il nuovo rè ha abolito tutto il vecchio regime cosi mio padre ha 
    deciso di ribbelarsi ma senza successo lui è stato catturato e preso in custodia dal rè al 
    solo scopo di fabbricare armi, comunque mi presento il mio nome è george.
    Myia sempre con sguardo dispiaciuto nei confronti del ragazzo e consapevole della sua 
    sorte,provava dentro di sè un senso di disperazione, poichè non poteva fare nulla per 
    una persona che aveva bisogno del suo aiuto, myia non solo era una ragazza molto 
    avvenente ma essendo cresciuta nella povertà e nei sopprusi era anche una ragazza 
    molto sensibile quanto giusta.
    Myia: tuo padre è un uomo coraggioso spero di incontrarlo uno di questi giorni.
    esclamò myia con cercando di non far trapelare sul suo viso il senso di frustrazione che 
    stava provando.
    George: spero anchio di rivederlo presto.
    esclamò il ragazzo con convinzione,myia percepi in quelle parole piu che convinzione 
    speranza affinchè il padre si ribellasse e venisse a liberarlo,myia provata dall intensa 
    giornata passata tra il fuggire dalle guardie all udienza con hendrick,chiuse gli occhi un 
    attimo e senza nemmeno accorgersi calò in un sonno profondo.
    nel frattempo cala la notte e con passi lenti ma rumorosi lord hendrick si appresta a 
    raggiungere la prigione di myia,cosi aprendo lentamente la porta della prigione lord 
    hendrick esclamò 
    Lord hendrick: ciao myia sono venuto per te.
    le sue parole piene di gioia per quello che stava per fare,ma si accorse ben presto di nonessere solo con myia,cosi con sguardo folle lord hendrick guardò george e comandò le 
    sue guardie
    Lord hendrick:Guardie sgozzate quel ragazzino qui ho bisogno di un pò di privacy 
    il soldato col volto impietrito,anchè essendo dei vili i soldati di hendrick prima di 
    divenire soldati erano persone comuni con una coscienza che li dominava,quindi per 
    quanto fossero diventati degli uomini senza cuore c erano limiti oltre il quale non 
    potevano andare.
    Soldato:Ma signore gli ordini del rè di lèga sono chiari dobbiamo solo tenere qui questo 
    ragazzo per intimidire il padre.
    lord hendrick era un folle, e se c era qualcosa che lo infastidisse molto era l 
    insubbordinazione dei suoi soldati,cosi hendrick con voce grossa rispose
    Lord hendrick: osi declinare un mio ordine!!!!!! eseguilo subito non mi importa cosa 
    dicono gli altri questa e la mia città ed io e solo io decido cosa fare con chi è qui
    il soldato intimidito e deciso a mantere la sua posizione eseguette l ordine senza 
    discutere
    Soldato;ssiggnore.......
    george scoppiò in lacrime e il suo volto era chiaramente afflito dalla disperazione piu 
    totale
    George: nooooo non fatelo vi prego cosa ho fatto di male vi pregooo noooo
    il soldato amareggiato da cio che stava per fare borbottò qualcosa sotto voce quasi 
    come se cercasse il perdono di quel ragazzo
    Soldato: mi dispiace ragazzo...
    George: Ough
    Myia: no; la pagherai hendrick la pagherai molto cara.
    myia si sentiva corrosa dentro dall odio che stava provando in quel momento non 
    desiderava altro che uccidere hendrick e quei soldati per ciò che avevano fatto,il tutto 
    era mitigato da una solida sensazione di vuoto,come se qualcosa di brutto stesse per 
    accaderle
    Lord hendrick: e ora a noi myia coraggio spogliati!!! ih ih ih
    Myia: mai mi concederei ad un uomo subdolo come te preferirei crepare piuttosto.
    fu cosi che mentre myia parlava fu colpita alla testa e perse i sensi al suo risveglio myia 
    scoppio in lacrime sentendo che mentre lei aveva perso i sensi e lord hendrick aveva 
    abbusato di lei, e in piu come se non bastasse il corpo di george giaceva al suo fianco 
    senza vita, ma myia vide un biglietto, sul corpo inerme senza vita di george lo 
    raccolse,ed incominciò a leggerlo 
    Myia:Farai la stessa fine di quel ragazzo di fianco a te se non ti concederai a me in sposa
    ti do 24 ore per decidere firmato Lord hendrick; P:S. mi sono divertito molto mentre 
    dormivi ih ih ih.
    myia cosi in preda alla collera ridusse in mille pezzi la lettera e cadde in preda alla 
    disperazione fino a quando, dall oscurità apparve una losca figura tutta coperta da un 
    lungo abito verde,che si avvicina alla porta della prigione di myia con passo leggero 
    risoluto.
    Losca figura: ciao myia ho visto che sei nei guai sai che io ho la soluzione per te?
    disse la figura con voce sommessa quasi come un anziano signore
    Myia: chi sei tu?
    replicò myia con voce sorpresa
    Losca figura:solamente una persona che ti sta offrendo il suo aiuto per uscire da questa 
    situazione
    Myia: ottimo allora comincia col farmi uscire da qui
    Losca figura:non è questo il tipo di aiuto che volevo darti ih ih ihMyia: e allora perchè sei qui dici di volermi aiutare ma non vuoi liberarmi da qui io ho 
    solo bisogno di uscire di qui 
    Losca figura: non credo tu abbia solo bisogno di uscire di qui,da quegli ochhi che ho 
    visto prima sul tuo volto si evinceva un forte odio e una forte disperazione
    Myia:si hai ragione devo liberare la mia gente da questa tirrannia e avvisare il padre di 
    george 
    Losca figura: orc!,bene allora direi che dovresti seguirmi sentire cosa ho da proporti
    Myia: come faccio a sapere che non mi stai traendo in inganno io non ti conosco potresti
    aver intenti pericolosi.
    Losca figura: non mi sembra che tu abbia molta scelta,io ti sto solamente offrendo una 
    via d uscita da tutto quello,che stai vivendo una possibilità di eliminare i soprusi dalla 
    tua terra e siccome sono certo che tu non sposerai mai hendrick moriresti sicuramente.
    Myia: e va bene in fondo cosa ho da perdere.
    in quel momento myia afferra la mano della losca figura che gli suggerisce di chiudere 
    gli occhi myia prova un profondo senso di angoscia, che la pervade,poichè sa che una 
    persona che non ha scelte è una persona facilmente manovrabile,nell istante in cui 
    chiude gli occhi myia sente un fortissimo vuoto allo stomaco e quando li riapre si trova 
    nella sala di un castello, davanti ad un tavolo di legno tutto intagliato con dei ricami d 
    oro, delle gentili signore che la spogliano dai suoi vestiti luridi e le fanno fare un bagno 
    caldo,myia si lasia trasportare poichè non gli è ancora chiaro,cosa gli stia 
    succedendo,anche se in lo stato di rabbia profonda che provava per cio che aveva fatto 
    hendrick non accennava a passare,myia ora trovandosi in luogo mai visto prima e non 
    avendo mai visto posti all infuori del borgo di venia, aveva perso il senso dell 
    orientamento,e per lo piu aveva cosi tante domande da fare, cosi tanti dubbi da 
    dissolvere che al solo pensiero, si sentiva girare la testa,myia dopo essersi goduta,quel 
    bel bagno caldo vidè delle belle ragazze che avevano all incirca la sua età avvicinarsi a 
    lei e la tirarono entusiaste verso l altra stanza dove la fecero sedere davanti ad un grosso
    specchio dove lei poteva guardarsi mentre le ragazze la vestivano e gli aggiustavano i 
    capelli,myia oramai scalpitante di sapere chi fossero quelle donne ma ancor piu dove si 
    trovasse si rivolse alle ragazze con voce felice,poichè si leggeva nel suo volto che queste 
    sensazioni di benessere non le provava oramai da tempi immemori,oltretutto era molto 
    felice della bellissima atmosfera che rallegrava quella stanza e dalla allegria che 
    trasudava dalle ragazze mentre si divertivano a vestirla e prepararla.
    Myia:mi chiedo dove mi trovo e chi siete voi non capisco
    Ragazza:noi siamo le tue damigelle myia e tu ti trovi a forte bianco che si trova a nord 
    rispetto al tuo piccolo borgo di venia, ti stiamo preparando per l incontro con il nostro 
    padrone.
    myia rimase in silenzio perplessa sul da farsi ma soprattutto stupita di essere cosi a nord
    in un posto che non aveva mai sentito nominare, ma seppure fu investita da tutte quelle 
    sorprese provava sopratutto un grande sensazione di sollievo ora che era salva e lontana
    da hendrick,le ragazze finirono di preparare myia e la accompagnorono fuori da quella 
    bellissima stanza che lei tanto aprezzava, myia usci dalla stanza con lieve senso di 
    stupore non appena usci si trovò in un corridoio,pieno di maggiordomi che si 
    inchinavano al suo passaggio , dei muri fatti con mattoni bianchi quasi come se fossero 
    pieni di neve ed un sontuoso tappeto rosso che la accompagnava,e con leggeri passi myia
    veniva portata in una stanza alla fine del corridoio,myia era inebriata da tutto quel 
    lusso ammaliata da tutte quelle che per lei erano nuove sensazioni.arrivati davanti alla 
    porta, una porta di acciaio spesso con sopra il simbolo di un uomo che blocca un 
    meteorite che sta cadendo dal cielo,myia col fiato sospeso e un forte senso di ansia,si 
    vede aprire la porta davanti agli occhi ed un servo,all interno di questa stanza myianotò subito tutte le pergamene appese ai muri rossi, che coloravano la stanza al centro 
    della stanza c era un piccolo tavolino di legno con un mazzo di carte e due sedie e sulla 
    destra della stanza una grande balconata,dove un vecchio signore era seduto su una 
    sedia a dondolo,myia con passi leggeri si avvicina all anziano signore e si inchina con 
    fare regale quasi come se non si notasse che non aveva nobili origini,nel momento in cui 
    myia sta per pronunciare qualcosa l anziano signore pronunciò le seguenti parole.
    «dove regnano sopprusi e crudeltà,dove il confine tra uomo e animale diventa 
    sottile,dove la pace si spezza il male regnerà,e qui dove gli esseri che abitano la nebbia di
    mytene si manifesteranno e la fine del mondo sarà decisa» 
    Richtar:richtar è il mio nome sacerdote e custode delle parole della profezia da tempo 
    immemori ormai
    myia si chiedeva cosa significassero quelle parole,non avendo mai visto nulla al di fuori 
    del borgo di venia non conosceva nulla di quello che ci fosse all esterno.
    Richtar:myai leggo nei tuoi occhi l ignoranza completa di tutto cio che ti circonda lascia 
    che ti spieghi,come sai nel mondo esiste un equilibrio che non puo essere spezzato, al 
    mondo esistono creature buone e esseri malvagi,devi sapere che la regione in cui 
    viviamo non è niente altro che una piccola porzione del nostro stesso mondo,il resto del 
    mondo è completamente ricoperto da folta nebbia, dove antichi libri dei nostri avi 
    raccontano di strane e feroci creature insidiate al suo interno,un grande stregone 
    tantissimo tempo fa riuni le forze piu innaturali epotenti di tutta mytene, che ora sono 
    distribuite ai 4 punti cardinali di tutta mytene,uno è questo il forte bianco,sede dei 
    maghi e gli stregoni, il secondo è il bosco runico dove le creature chiamate nashar 
    custodivano l energia delle rune,il terzo è le antiche rovine della morte nera,e l ultimo 
    ma non meno importante è il tempio degli idilli,tutte e quattro questi posti erano 
    sorvegliat da esseri talmente potenti da essere considerati delle divinità questi esseri 
    sancirono un patto secondo il quale nessuno di loro avrebbe mai interaggito sugli 
    uomini per manovrare il loro volere,ma se cio fosse accaduto la nebbia che circonda 
    mytene si sarebbe dissolta nel nulla e la nostra amata regione sarebbe stata facile preda 
    delle creature che abitano la nebbia stessa,ebbene myia siccome ho da sempre saputo 
    che tu avevi un cuore puro ho deciso che succederai a me nel padroneggiare l arte della 
    stregoneria e difenderai il forte bianco da tutte le minacce che l apocalisse sta per 
    scatenare.
    myia rimase a bocca aperta mentre ascoltava tutte e le parole del vecchio richtar,ma 
    allo stesso tempo sentiva dentro di lei come un richiamo, come se le cose che il vecchio 
    richtar stava dicendo lei gia le sapesse, come se le avesse vissute in un altra vita, fu 
    perciò che nonostante il cuore le batteva velocemente per l ansia che stava provando, 
    non sapeva se fosse mai stata all altezza di mantenere l equilibirio dell intera regione un 
    indifesa zingara che non conosceva il mondo.richtar tossiva molto forte come se una 
    malattia nesfasta la vesse contagiato, cio nonostante guardo myia direttamente negli 
    occhi e gli disse con voce seria.
    RIchtar: myia sei pronta ti insegnero tutto quello che so sulla nostra regione sulle 
    antiche tradizioni e sulla stregoneria, lo so che per te è una grande responsabilità ma 
    non ti avrei scelta se non ti avessi reputata all altezza
    myia era lusingata da tale privilegio e anche se non aveva molte idee cchiare era pronta 
    ad affrontare questo nuovo capitolo della sua vita.
    CAPITOLO 1
     la profezia e la nebbia di mytene
    Nel tranquillo borgo malfamato di venia,composto per lo piu da paludi, e dove la 
    popolazione soffriva la fame ,e i sopprusi di lord hendrick lord del posto, sta accadendo 
    qualcosa che accade all incirca tutti i giorni.
    «prendete quella donna stavolta non ci deve scappare» 
    « si signore la faremo decapitare
    «siete i soliti sciocchi ripete sempre le stesse frasi da anni ma non mi avete mai presa 
    ahahahaha"
    mentre l inseguimento imperversa gli abitanti del borgo in modo non molto evidente 
    aiutano sempre la donna misteriosa a fuggire e anche questa volta sembra che la fuga 
    della donna misteriosa sia andata a buon fine fino a quando nella corsa verso il suo 
    rifugio nel pieno della zona abbandonata del borgo, la donna trova la sua casa 
    circondata dalle guardie, inequivocabilmente la donna cade intrappolata dalle guardie, 
    la sua casa viene bruciata e tutti i suoi averi vanno al lord del posto ovvero lord 
    hendrick, lord hendrick è un tiranno che ha trasformato la sua decorosa città in un 
    borgo malfamato dove chi ha bisogno di cure anche immediate deve disporre di denaro 
    altrimenti non puo essere curato,la maggior parte dei proventi agricoli va alla sua 
    dimora per sontuosi banchetti e feste sfarzose mentre la sua popolazione muore di fame.fame,la donna misteriosa viene portata all interno della sala del ricevimento, dalle 
    guardie del comandante per un confronto diretto con lord hendrick.
    «finalmente ho l onore di incontrarti tu sei la famigerata donna comandante della 
    armata che tenta un colpo di stato nei miei confronti, come osano, cercano di cacciare 
    me, da questa città dopo tutto quello che ho fatto per loro, non sono nient altro che degli
    ingrati!!!!!, e tu sei peggio di loro tu che architetti tutto dalle retrovie!!,e pensare che sei 
    una donna cosi bella, un corpo sontuoso degli occhi color diamante un viso angelico»,
    «non esattamente, angelico questa donna è un demonio!!!!! lord hendrick non si faccia 
    ammaliare anche lei da questa donna ignobile, non è null altro che una zingara io 
    propongo una decapitazione stasera a mezzanotte».
    «non andare cosi di fretta evans"
    « il mio nome è myia"
    «uhm myia mettela in prigione stanotte le farò visita io stesso e domani si deiderà il da 
    farsi"
    «ma come lord hendrick lascia vivere una donna cosi pericolosa non dica che io non l ho
    avvertita poiche non me ne assumo nessuna responsabilità"
    «SILENZIO!!! non osare mai piu discutere un mio ordine ne mai piu riproverarmi 
    altrimenti ti mando alla ghigliottina e lo sai che lo farò evans».
    « ............»
    in seguito a questa visita alla sala del ricevimento di lord hendrick myia sta per essere 
    portata in prigione,i suoi occhi mai prima d ora sembravano avere un espressione di 
    paura anche se con fare coraggioso lasciava che i soldati del lord la portassero nei 
    sotterranei della prigione,il castello di lord hendrick era una fortezza all avanguardia 
    fornita di mura cosi alte che le sentinelle potevano scorgere tutto il borgo di venia,il che 
    suscitava il malcontento degli abitanti che vivendo, in condizioni disagiate non potevano
    tollerare che lord hendrick vivesse nel lusso e nel aggiatezza,lord hendrick un uomo alto
    all incirca sui 180 cm,parzialmente in sovrappeso, dai colori castani e una barba molto 
    curata,seppure fosse un lord, aveva modi di fare villani,in effetti cio rispecchiava quel 
    che la gente penssasse di lui,la la popolazione di venia viveva oramai tra la vita e la 
    morte ogni giorno tra condizioni igieniche pessime, e nessuna assistenza da parte di 
    quello che per loro era il loro signore,o almeno cosi pensavano,ma con il lento 
    decadimento delle loro condizioni di vita gli abitanti di venia si resero conto che l 
    avvento di lord hendrick nel loro piccolo borgo, non aveva portato niente altro che 
    disgrazie,per quanto riguarda myia,era una ragazza molto avvenente corteggiata e 
    ammirata da molti sui compaesani, poichè era l unica capace di sfuggire alle grinfie 
    delle guardie di hendrick che spesso provocavano disordini, ai quali myia si opponeva 
    senza mai essere stata catturata,infatti la notizia della cattura di myia lasciò il popolo in 
    un totale stato d ansia poichè myia godeva delle simpatie di molti compaesani adulti e 
    bambini,cosi mentre myia veniva trasportata negli umidi e poco iginieci sotterranei 
    della prigione,nutriva un senso di disgusto in quello che era il fare dei soldati di 
    hendrick,che non proveniva dal fatto che l avessero catturata ma bensi dal fatto che 
    anche loro fossero abitanti che provenivano dalla vecchia venia, e che adesso per i loro 
    bisogni avevano voltato le spalle ai loro compaesani, e talvolta si comportavano da 
    sciacalli nei loro confronti pretendendo cose che non gli spettavano, il forte dissenso di 
    myia proveniva proprio dal fatto che lei non, capiva come i soldati fossero cambiati in 
    modo cosi radicale visto che anche loro erano passati tra le atroci sofferenze che 
    hendrick procurava al suo popolo,alchè durante il percorso per arrivare alle prigioni 
    myia guardo con sguardo fuoriibondo i due soldati,ma oltre alla rabbia che percuoteva 
    il suo animo, c 'era anche un forte odio che provava per loro,i due soldati notarono lo 
    sguardo minaccioso di myia nei loro confronti,cosi dissero all unanimità«non ci sopporti vero»?
    da queste parole sembrava trapelasse un senso di scherno nei confronti di myia quasi 
    come se stessero per prenderla in giro,myia con le mani che sudavano e un furore che 
    divampava rispose
    «voi,come potete voi non capire il dolore che state provocando alle persone che vivono 
    nel borgo,voi stessi eravate abitanti del borgo prima che hendrick vi addestrasse e vi 
    facesse diventare sue guardie».
    le guardie replicarono con un ghigno sul viso e un evidente tranquillità che 
    accompagnava le loro parole:
    «le nostre esigenze vengono prima del nostro popolo è una lezione che lord hendrick ci 
    ha inseganto».
    «esatto non c è giustizia che ci faccia vivere nelle condizioni in cui siamo adesso,pertanto
    noi diamo solo conto a quella che è la nostra giustizia personale».
    myia era chiaramente disgustata dalle parole dei soldati e dalla loro convinzione nel 
    esprimerlo, e colse un egoismo profondo nelle loro parole non cercò di fargli cambiare 
    idea, cosi le due guardie la tenevano per le braccia rispettivamente una a destra ed un 
    altra a sinistra,e la trascinavano giu dalle scale a chiocciola fatte di pietra,piu in giu si 
    scendeva piu il tanfo dei cadaveri si manifestava, in modo incessante, myia per la prima 
    volta era pervasa da un amarezza mai provata prima, nel costatare l' ipocrisia di quegli 
    uomini nella gestione del proprio paese,seppure le scale per arrivare alla prigione non 
    fossero molte i soldati prolungavano la camminata al fine di mortificare myia durante il
    tragitto,myia però in preda al disgusto e al poco rispetto che nutriva per quelle persone 
    subi senza rispondere le loro malefatte, fino a quando i soldati con ghigno di 
    soddisfazione raggiusero le prigioni, un luogo umido costellato di topi, c' erano persino 
    cadaveri nelle celle lasciati a marcire,myia rabbrividi di fronte a tanta crudeltà non 
    immaginava che la crudeltà di hendrick andasse cosi lontanto almeno fino ad allora, fu 
    cosi che i soldati a passo lento accompagnarono myia verso la sua cella erano due tipi 
    grossi e parlavano con una voce forte quasi come se fossero due vichinghi, arrivati 
    davanti alla cella uno dei soldati apri la cella e l altro con fare estremamente brusco 
    lanciò myia nella sua cella e con voce forte e minacciosa esclamò
    Soldato: resta qui zingara e non fare rumore altrimenti ti taglio la gola prima ancora di 
    vederti sul patibolo
    myia che finora era in un evidente stato di frustrazione replicò enrgicamente
    Myia: non credo proprio che tu possa farlo sei soltanto un inutile soldato, e non puoi 
    certo disobbedire agli ordini di hendrick
    questa risposta provoca una sorta di ira,cio lo si evinceva dal suo volto che divenne 
    quasi quello di un maniaco, era quasi come se l unica cosa che lo fermasse dal fare fuori 
    myia fosse l ordine di hendrick e la paura di tornare in quel borgo malfamato,entro il 
    quale lui stesso commetteva ingiustizie continue e immotivate contro persone che non 
    avevano modo di difendersi,cosi con questo scambio di sguardi il soldato sbattè la porta 
    della cella e se ne andò sbattendo i piedi per terra con furore come se la cosa l avesse 
    turbato piu di avesse dovuto farlo, in quel momento sul volto di myia si stampo un 
    espressione di soddisfazione per aver inferto a quel soldato solo quello che era l 10% che
    la gente del borgo doveva sopportare per colpa delle condizoni disagiate e delle loro 
    malfatte, dopo la risposta di myia al soldato una voce con tono entusiasta si rivolse a 
    myia, la voce proveniva da dietro di lei cosi myia voltò la testa e scorse un gracile 
    ragazzo dai capell biondi, aveva uno sguardo deperito, le borse sotto ogli occhi ed aveva 
    le mani tutte nere, ed il viso pieno di segni come se l avessero picchiato piu volte,inoltre 
    vestiva di stracci che non emanavano il benchè minimo calore, il che risultava essere 
    tremendo visto che la prigone era un luogo prettamente umido.Ragazzo: wow ragazza hai un coraggio nel rispondere cosi ad una guardia carceraria io 
    non avrei mai potuto farlo.
    myia alzò gli occhi sul ragazzo si alzo dal centro della stanza dove era stata scaraventata
    dal bruto soldato e si sedette accanto al ragazzo, e con sguardo fiero e voce sicura 
    pronunciò le seguenti parole.
    Myia: se l ho fatto è perche sono sicura che lord hendrick stanotte verrà qui e non verrà
    solo per farmi visita ma sicuramente verrà per usufruire delle mie doti, ed allora io 
    scapperò ed informerò il mio gruppo dell organizzazione interna del palazzo
    myia nel esclamare tali parole si sentiva sicura di sè, capace di affrontare ogni pericolo 
    in nome di quella gente che soffriva, e non certo per colpa loro,il ragazzo guardava myia
    con gli occhi che gli brillavano dall ammirazione che provava per myia,nonostante fosse
    una donna aveva coraggio da vendere,oltre a questo c era un altro partiolare, nei suoi 
    occhi si leggeva la sua attrazione per myia,il ragazzo che finora aveva sempre avuto un 
    viso cupo era come rinato dalla presenza di myia e cosi con parole speranzose si rivolse 
    a myia con entusiasmo guardandola direttamnete negli occhi ammalliato dalla sua 
    bellezza.
    Ragazzo: io non sono nemmeno di questo borgo vengo dalla capitale sono stato portato 
    qui per allontanarmi da mio padre poichè lui non è d accordo sulle politiche interne 
    della capitale di lèga
    myia provava pena per un povero ragazzo giovane rinchiuso in una cella in quelle 
    condizioni, cosi con un sorriso gli domandò
    Myia: e dimmi come si chiama tuo padre?
    il ragazzo sempre ammaliato dalla bellezza di myia, dai suoi capelli color argento dai 
    suoi occhi color diamante, dalle sue forme sinuose, che si addicevano alla sua altezza all 
    incirca sul 1m 70cm,myia indossava un vestito blu fatto di cotone e degli stivali fatti di 
    pelle con borchie arancioni sui lati.Il ragazzo esclamò con convinzione e ammirazione le 
    seguenti parole
    Ragazzo: mio padre si chiama mikail ed un fabbro di grande rispetto e qualità nella 
    capitale di Lèga mio padre fa parte di una famiglia di fabbri che serve il rè da 
    generazioni ma ora il nuovo rè ha abolito tutto il vecchio regime cosi mio padre ha 
    deciso di ribbelarsi ma senza successo lui è stato catturato e preso in custodia dal rè al 
    solo scopo di fabbricare armi, comunque mi presento il mio nome è george.
    Myia sempre con sguardo dispiaciuto nei confronti del ragazzo e consapevole della sua 
    sorte,provava dentro di sè un senso di disperazione, poichè non poteva fare nulla per 
    una persona che aveva bisogno del suo aiuto, myia non solo era una ragazza molto 
    avvenente ma essendo cresciuta nella povertà e nei sopprusi era anche una ragazza 
    molto sensibile quanto giusta.
    Myia: tuo padre è un uomo coraggioso spero di incontrarlo uno di questi giorni.
    esclamò myia con cercando di non far trapelare sul suo viso il senso di frustrazione che 
    stava provando.
    George: spero anchio di rivederlo presto.
    esclamò il ragazzo con convinzione,myia percepi in quelle parole piu che convinzione 
    speranza affinchè il padre si ribellasse e venisse a liberarlo,myia provata dall intensa 
    giornata passata tra il fuggire dalle guardie all udienza con hendrick,chiuse gli occhi un 
    attimo e senza nemmeno accorgersi calò in un sonno profondo.
    nel frattempo cala la notte e con passi lenti ma rumorosi lord hendrick si appresta a 
    raggiungere la prigione di myia,cosi aprendo lentamente la porta della prigione lord 
    hendrick esclamò 
    Lord hendrick: ciao myia sono venuto per te.
    le sue parole piene di gioia per quello che stava per fare,ma si accorse ben presto di nonessere solo con myia,cosi con sguardo folle lord hendrick guardò george e comandò le 
    sue guardie
    Lord hendrick:Guardie sgozzate quel ragazzino qui ho bisogno di un pò di privacy 
    il soldato col volto impietrito,anchè essendo dei vili i soldati di hendrick prima di 
    divenire soldati erano persone comuni con una coscienza che li dominava,quindi per 
    quanto fossero diventati degli uomini senza cuore c erano limiti oltre il quale non 
    potevano andare.
    Soldato:Ma signore gli ordini del rè di lèga sono chiari dobbiamo solo tenere qui questo 
    ragazzo per intimidire il padre.
    lord hendrick era un folle, e se c era qualcosa che lo infastidisse molto era l 
    insubbordinazione dei suoi soldati,cosi hendrick con voce grossa rispose
    Lord hendrick: osi declinare un mio ordine!!!!!! eseguilo subito non mi importa cosa 
    dicono gli altri questa e la mia città ed io e solo io decido cosa fare con chi è qui
    il soldato intimidito e deciso a mantere la sua posizione eseguette l ordine senza 
    discutere
    Soldato;ssiggnore.......
    george scoppiò in lacrime e il suo volto era chiaramente afflito dalla disperazione piu 
    totale
    George: nooooo non fatelo vi prego cosa ho fatto di male vi pregooo noooo
    il soldato amareggiato da cio che stava per fare borbottò qualcosa sotto voce quasi 
    come se cercasse il perdono di quel ragazzo
    Soldato: mi dispiace ragazzo...
    George: Ough
    Myia: no; la pagherai hendrick la pagherai molto cara.
    myia si sentiva corrosa dentro dall odio che stava provando in quel momento non 
    desiderava altro che uccidere hendrick e quei soldati per ciò che avevano fatto,il tutto 
    era mitigato da una solida sensazione di vuoto,come se qualcosa di brutto stesse per 
    accaderle
    Lord hendrick: e ora a noi myia coraggio spogliati!!! ih ih ih
    Myia: mai mi concederei ad un uomo subdolo come te preferirei crepare piuttosto.
    fu cosi che mentre myia parlava fu colpita alla testa e perse i sensi al suo risveglio myia 
    scoppio in lacrime sentendo che mentre lei aveva perso i sensi e lord hendrick aveva 
    abbusato di lei, e in piu come se non bastasse il corpo di george giaceva al suo fianco 
    senza vita, ma myia vide un biglietto, sul corpo inerme senza vita di george lo 
    raccolse,ed incominciò a leggerlo 
    Myia:Farai la stessa fine di quel ragazzo di fianco a te se non ti concederai a me in sposa
    ti do 24 ore per decidere firmato Lord hendrick; P:S. mi sono divertito molto mentre 
    dormivi ih ih ih.
    myia cosi in preda alla collera ridusse in mille pezzi la lettera e cadde in preda alla 
    disperazione fino a quando, dall oscurità apparve una losca figura tutta coperta da un 
    lungo abito verde,che si avvicina alla porta della prigione di myia con passo leggero 
    risoluto.
    Losca figura: ciao myia ho visto che sei nei guai sai che io ho la soluzione per te?
    disse la figura con voce sommessa quasi come un anziano signore
    Myia: chi sei tu?
    replicò myia con voce sorpresa
    Losca figura:solamente una persona che ti sta offrendo il suo aiuto per uscire da questa 
    situazione
    Myia: ottimo allora comincia col farmi uscire da qui
    Losca figura:non è questo il tipo di aiuto che volevo darti ih ih ihMyia: e allora perchè sei qui dici di volermi aiutare ma non vuoi liberarmi da qui io ho 
    solo bisogno di uscire di qui 
    Losca figura: non credo tu abbia solo bisogno di uscire di qui,da quegli ochhi che ho 
    visto prima sul tuo volto si evinceva un forte odio e una forte disperazione
    Myia:si hai ragione devo liberare la mia gente da questa tirrannia e avvisare il padre di 
    george 
    Losca figura: orc!,bene allora direi che dovresti seguirmi sentire cosa ho da proporti
    Myia: come faccio a sapere che non mi stai traendo in inganno io non ti conosco potresti
    aver intenti pericolosi.
    Losca figura: non mi sembra che tu abbia molta scelta,io ti sto solamente offrendo una 
    via d uscita da tutto quello,che stai vivendo una possibilità di eliminare i soprusi dalla 
    tua terra e siccome sono certo che tu non sposerai mai hendrick moriresti sicuramente.
    Myia: e va bene in fondo cosa ho da perdere.
    in quel momento myia afferra la mano della losca figura che gli suggerisce di chiudere 
    gli occhi myia prova un profondo senso di angoscia, che la pervade,poichè sa che una 
    persona che non ha scelte è una persona facilmente manovrabile,nell istante in cui 
    chiude gli occhi myia sente un fortissimo vuoto allo stomaco e quando li riapre si trova 
    nella sala di un castello, davanti ad un tavolo di legno tutto intagliato con dei ricami d 
    oro, delle gentili signore che la spogliano dai suoi vestiti luridi e le fanno fare un bagno 
    caldo,myia si lasia trasportare poichè non gli è ancora chiaro,cosa gli stia 
    succedendo,anche se in lo stato di rabbia profonda che provava per cio che aveva fatto 
    hendrick non accennava a passare,myia ora trovandosi in luogo mai visto prima e non 
    avendo mai visto posti all infuori del borgo di venia, aveva perso il senso dell 
    orientamento,e per lo piu aveva cosi tante domande da fare, cosi tanti dubbi da 
    dissolvere che al solo pensiero, si sentiva girare la testa,myia dopo essersi goduta,quel 
    bel bagno caldo vidè delle belle ragazze che avevano all incirca la sua età avvicinarsi a 
    lei e la tirarono entusiaste verso l altra stanza dove la fecero sedere davanti ad un grosso
    specchio dove lei poteva guardarsi mentre le ragazze la vestivano e gli aggiustavano i 
    capelli,myia oramai scalpitante di sapere chi fossero quelle donne ma ancor piu dove si 
    trovasse si rivolse alle ragazze con voce felice,poichè si leggeva nel suo volto che queste 
    sensazioni di benessere non le provava oramai da tempi immemori,oltretutto era molto 
    felice della bellissima atmosfera che rallegrava quella stanza e dalla allegria che 
    trasudava dalle ragazze mentre si divertivano a vestirla e prepararla.
    Myia:mi chiedo dove mi trovo e chi siete voi non capisco
    Ragazza:noi siamo le tue damigelle myia e tu ti trovi a forte bianco che si trova a nord 
    rispetto al tuo piccolo borgo di venia, ti stiamo preparando per l incontro con il nostro 
    padrone.
    myia rimase in silenzio perplessa sul da farsi ma soprattutto stupita di essere cosi a nord
    in un posto che non aveva mai sentito nominare, ma seppure fu investita da tutte quelle 
    sorprese provava sopratutto un grande sensazione di sollievo ora che era salva e lontana
    da hendrick,le ragazze finirono di preparare myia e la accompagnorono fuori da quella 
    bellissima stanza che lei tanto aprezzava, myia usci dalla stanza con lieve senso di 
    stupore non appena usci si trovò in un corridoio,pieno di maggiordomi che si 
    inchinavano al suo passaggio , dei muri fatti con mattoni bianchi quasi come se fossero 
    pieni di neve ed un sontuoso tappeto rosso che la accompagnava,e con leggeri passi myia
    veniva portata in una stanza alla fine del corridoio,myia era inebriata da tutto quel 
    lusso ammaliata da tutte quelle che per lei erano nuove sensazioni.arrivati davanti alla 
    porta, una porta di acciaio spesso con sopra il simbolo di un uomo che blocca un 
    meteorite che sta cadendo dal cielo,myia col fiato sospeso e un forte senso di ansia,si 
    vede aprire la porta davanti agli occhi ed un servo,all interno di questa stanza myianotò subito tutte le pergamene appese ai muri rossi, che coloravano la stanza al centro 
    della stanza c era un piccolo tavolino di legno con un mazzo di carte e due sedie e sulla 
    destra della stanza una grande balconata,dove un vecchio signore era seduto su una 
    sedia a dondolo,myia con passi leggeri si avvicina all anziano signore e si inchina con 
    fare regale quasi come se non si notasse che non aveva nobili origini,nel momento in cui 
    myia sta per pronunciare qualcosa l anziano signore pronunciò le seguenti parole.
    «dove regnano sopprusi e crudeltà,dove il confine tra uomo e animale diventa 
    sottile,dove la pace si spezza il male regnerà,e qui dove gli esseri che abitano la nebbia di
    mytene si manifesteranno e la fine del mondo sarà decisa» 
    Richtar:richtar è il mio nome sacerdote e custode delle parole della profezia da tempo 
    immemori ormai
    myia si chiedeva cosa significassero quelle parole,non avendo mai visto nulla al di fuori 
    del borgo di venia non conosceva nulla di quello che ci fosse all esterno.
    Richtar:myai leggo nei tuoi occhi l ignoranza completa di tutto cio che ti circonda lascia 
    che ti spieghi,come sai nel mondo esiste un equilibrio che non puo essere spezzato, al 
    mondo esistono creature buone e esseri malvagi,devi sapere che la regione in cui 
    viviamo non è niente altro che una piccola porzione del nostro stesso mondo,il resto del 
    mondo è completamente ricoperto da folta nebbia, dove antichi libri dei nostri avi 
    raccontano di strane e feroci creature insidiate al suo interno,un grande stregone 
    tantissimo tempo fa riuni le forze piu innaturali epotenti di tutta mytene, che ora sono 
    distribuite ai 4 punti cardinali di tutta mytene,uno è questo il forte bianco,sede dei 
    maghi e gli stregoni, il secondo è il bosco runico dove le creature chiamate nashar 
    custodivano l energia delle rune,il terzo è le antiche rovine della morte nera,e l ultimo 
    ma non meno importante è il tempio degli idilli,tutte e quattro questi posti erano 
    sorvegliat da esseri talmente potenti da essere considerati delle divinità questi esseri 
    sancirono un patto secondo il quale nessuno di loro avrebbe mai interaggito sugli 
    uomini per manovrare il loro volere,ma se cio fosse accaduto la nebbia che circonda 
    mytene si sarebbe dissolta nel nulla e la nostra amata regione sarebbe stata facile preda 
    delle creature che abitano la nebbia stessa,ebbene myia siccome ho da sempre saputo 
    che tu avevi un cuore puro ho deciso che succederai a me nel padroneggiare l arte della 
    stregoneria e difenderai il forte bianco da tutte le minacce che l apocalisse sta per 
    scatenare.
    myia rimase a bocca aperta mentre ascoltava tutte e le parole del vecchio richtar,ma 
    allo stesso tempo sentiva dentro di lei come un richiamo, come se le cose che il vecchio 
    richtar stava dicendo lei gia le sapesse, come se le avesse vissute in un altra vita, fu 
    perciò che nonostante il cuore le batteva velocemente per l ansia che stava provando, 
    non sapeva se fosse mai stata all altezza di mantenere l equilibirio dell intera regione un 
    indifesa zingara che non conosceva il mondo.richtar tossiva molto forte come se una 
    malattia nesfasta la vesse contagiato, cio nonostante guardo myia direttamente negli 
    occhi e gli disse con voce seria.
    RIchtar: myia sei pronta ti insegnero tutto quello che so sulla nostra regione sulle 
    antiche tradizioni e sulla stregoneria, lo so che per te è una grande responsabilità ma 
    non ti avrei scelta se non ti avessi reputata all altezza
    myia era lusingata da tale privilegio e anche se non aveva molte idee cchiare era pronta 
    ad affrontare questo nuovo capitolo della sua vita.
    L'ultimo bacio te l'ho rubato in sogno. Qui su questo letto d'ospedale. Ti passavo accanto e ti ho sorpreso con uno scatto, che si è posato, leggero, sul tuo viso. È stato reale, quanto quelli della nostra vita insieme!... Arriverai fra qualche ora, col tuo sorriso un po' forzato, felice di vedermi ancora una volta. Ancora un giorno insieme... Ma io sto già pensando che non ti dirò di quell'ultimo bacio.
    E non è stato per cattiveria che nessuno se n’è accorto…
    Se soltanto ci fosse il tempo di soffermarsi sulle cose, di prestare loro attenzione, anche quei mille pezzetti di carta sparsi sul marciapiede di fronte alla scuola elementare potrebbero raccontare la loro vicenda triste:
    “Non siamo nati come pezzetti piccoli piccoli; fino a ieri sera eravamo un bel foglio unico di carta da lettere profumata, e se ci guardavi in controluce ti saresti stupito per l’eleganza della nostra filigrana. Guardaci adesso, invece! Non sappiamo più quanti piedi, quante zampe ci abbiano calpestato. Che maleducazione, che indecenza! Mai un foglio come quello che siamo stati fu accolto con pari sufficienza e trattato con pari perfidia, diamine!
     
    Permettici di raccontarti la nostra breve storia dall’inizio, sii gentile; così, almeno, il nostro sacrificio non sarà stato interamente vano.
    Ieri sera ce ne stavamo comodi, tutti riuniti in un solo foglio, insieme agli altri compagni e alle signorine buste, nel cassetto dello scrittoio della mamma. All’improvviso dei passi si sono avvicinati, qualcuno ha acceso la lampada da lettura sul ripiano e aperto il cassetto. Per un attimo la luce ci ha infastiditi.
    Subito, la mano grassoccia di Simone si è infilata nel nostro nascondiglio per prendere due o tre di noi, insieme a una signorina busta. Ci ha avvicinati al naso per annusare il nostro profumo ed è parso fermarsi un attimo a pensare, chissà a cosa, poi. Insomma, per farla breve, ci ha portati via, tutto soddisfatto. Con fare guardingo, scivolando lungo i muri senza far rumore, è riuscito a raggiungere la sua cameretta e chiudervisi.
    Forse era tardi, ricordo che pensammo, e a quell’ora avrebbe dovuto dormire invece di girellare per casa con intenzioni strambe. Comunque, ci ha posati con gentilezza – Simone è un bambino gentile – sul suo banco e ha impiegato qualche minuto a scegliere la penna adatta. Tirava su col naso e si asciugava il moccio con la manica del pigiama. Questo, alla mamma, non sarebbe piaciuto per nulla.
    Finalmente ha trovato la penna che cercava. Spostata con delicatezza la sedia per prendervi posto, ha cominciato a scrivere. Era più insicuro del solito, si tormentava un sopracciglio pizzicandolo e non si decideva a cominciare. A un certo punto è sembrato pronto, ha posato la punta della penna sul foglio, ma dopo una leggera pressione si è fermato esclamando: «No!» ed è rimasto ancora un momento a pensare. A chi mai dovrà scrivere? Ce lo chiedevamo tutti, ma cosa può fare un foglio di carta in questi casi, se non pazientare? E noi pazientavamo. Simone, allora, ha tirato un sospiro e si è piegato su di noi, apparentemente fermo nel suo intento. Infatti:
     
    Carissima Giada,
    ti scrivo questa lettera perché volevo dirti che per me tu sei la bambina più bella della classe seconda  A, e perché vorrei chiederti se vuoi essere la mia fidanzata e se vuoi fare ginnastica insieme a me giovedì alla terza ora. In cambio io posso aiutarti in matematica, ché ho capito che non sei tanto brava.
    Con amore, Simone.
     
    Ci credi se ti diciamo che eravamo tutti commossi? Certo, se avessimo lacrimato addio inchiostro! E quindi abbiamo trattenuto l’emozione e ci siamo piegati docili sotto le dita di Simone. Siamo stati riposti in una signorina busta un po’ stupidina, dobbiamo dire con rammarico. Voglio intendere che non c’è alcun bisogno di agitarsi ed emettere risolini nervosi soltanto perché qualcuno ti scrive sopra un indirizzo! E cosa dovremmo dire noi fogli, allora?
     
    Simone ci ha infilati nella sua cartella ed è andato finalmente a coricarsi. A giudicare dal suo girarsi e rigirarsi, non credo abbia dormito molto!
    Il giorno dopo, cioè questa mattina, è arrivato a scuola come sempre in orario, con i capelli pettinati ordinatamente e il viso pulito. Noi siamo rimasti nascosti fino al momento della ricreazione, quando la sua mano sudaticcia ci ha tirati fuori dalla cartella. Chissà se il nostro profumo avrebbe resistito a questo!
    Correndo come un pazzo, Simone si è diretto verso il cortile, urtando un paio di bambine che hanno urlato neanche le avesse gettate per terra. Uscendo si è fatto schermo dal sole con la mano libera, mentre si guardava in giro in cerca di Giada.
    Ed eccola lì.
    Non era da sola, però: due compagne stavano dividendo la merenda con lei. Simone era indeciso, si sentiva, ma ormai il tempo stringeva e doveva assolutamente consegnarci. Ha messo le ali ai piedi, allora, spuntando davanti al gruppetto all’improvviso. Deve anche averle spaventate. Ha farfugliato qualcosa di incomprensibile e ci ha lasciati nelle mani di una bimba proprio bella. Per somma sfortuna, la campanella ha richiamato tutti in classe proprio in quell’istante e ci siamo dovuti accontentare, per il momento, semplicemente di cambiare zaino. Devo essere sincero, non stavamo più nelle fibre! Sì, in fin dei conti siamo nati per questo!
    È già emozionante raccogliere le confidenze di chi ci scrive addosso, ma, sul serio, guardare in faccia il loro destinatario è un’esperienza che ha del memorabile!
    Non ci crederete, ma ci sono alcuni di noi che restano custoditi come tesori per anni e anni! Un mio conoscente mi ha raccontato di lettere scritte talmente tanti anni fa, e da gente talmente importante, che oggi sono protette da lastre di vetro ed esibite nei musei! Vi pare poco? E noi stavamo ad aspettare che finisse l’orario di scuola per goderci la reazione di Giada.
    Alla fine la benedetta campanella ha dato il suo trillo allegro e tutti i bambini sono corsi fuori rumorosi.
    Simone ha perso un po’ di tempo a sistemare i libri, evidentemente, perché ci ha messo di più a uscire. Noi abbiamo attraversato la strada insieme a Giada e le sue amichette e siamo stati letti esattamente alle ore 13,34. Non potevamo credere a ciò che abbiamo visto! La bambina ha aperto la signorina busta senza neanche annusarla, e lasciamo perdere l’espressione offesa di quest’ultima. Poi, con una smorfia che sembrava dire “Ma tutte a me devono capitare?”  ha tirato fuori il superbo foglio che eravamo e ha letto il pensiero delicato di Simone.
    A questo punto, incredibile!, è scoppiata a ridere e ha riletto tutto ad alta voce, cosicché anche le sue amichette potessero partecipare alla sua ilarità. Quante linguacce hanno fatto, quelle tre stupidine, mentre ci stracciavano in mille pezzi!
    Quante volte hanno cantilenato “Simone ciccione, Simone grassone!” mentre ci spargevano sul selciato per correre via ridendo in modo davvero sguaiato.
    Io ho fatto in tempo a vedere Simone dall’altra parte della strada, prima di essere calpestato dal primo piede della giornata, e ho capito che non eravamo stati gli unici a esser stati fatti in mille pezzi.”
    La notte del 7 maggio 1943 faceva troppo caldo per riuscire a dormire.
    Miranda scostò il lenzuolo, pesante come la più fitta delle coperte, si alzò per spalancare la finestra, insensatamente dimentica della situazione, e richiuderla subito dopo, rassegnandosi a trascorrere le ore che la separavano dall’alba senza il beneficio di un filo d’aria.
    Aveva fame, il suo stomaco non smetteva di ricordarle quale meraviglia sarebbe stata un abbondante piatto di pasta al pomodoro, di semplice pasta al pomodoro, magari con una fogliolina di basilico profumato.
    — Siano maledetti!— masticò tra i denti, tornando verso il letto.
    Si aggrappò all’egoista sollievo di non doverlo dividere con Francesco: in due, la tortura del caldo si sarebbe rivelata davvero eccessiva.
    Mentre si doleva di non poter neanche consolarsi con la lettura di un buon libro - accendere una luce nell’oscurità era proibito da tempo ormai immemore - le parve di sentire dei rumori provenienti dal piano di sotto.
    Tra sé e sé, pregò che non fosse Flavia in cerca di qualcosa da mangiare; fino a quando i morsi della fame tormentavano lei, pazienza, ma il pensiero che la sua bambina avesse a soffrirne le faceva perdere i lumi della ragione. Rapida, fu in piedi, afferrò la vestaglia e uscì dalla camera per controllare che tutto fosse a posto.
    Non era Flavia, la piccola dormiva tranquilla nel suo letto. Miranda scese lo scalone con i sensi all’erta. Possibile che qualcuno si fosse introdotto in casa? E da dove?
    Per sicurezza, prese la rivoltella dal cassetto della scrivania nello studio di Francesco, e, fingendo con se stessa di non avere paura, si avviò verso le cucine. Soltanto da lì, dalla porta sul retro, avrebbero potuto violare lo spazio sacro della casa.
    “Non ho mai sparato, ma non importa. Non ho mai sparato, ma non importa”. Come una formula magica evocatrice di coraggio, Miranda ripeteva quelle parole nella sua mente, avanzando. Nel buio assoluto, mise la mano sul pomello della porta e lo fece ruotare. Un frastuono di sedie accompagnò piccole esclamazioni di spavento e lei alzò l’arma tremando.
    — Zitta, sono io!—
    Nel sussurro, Miranda riconobbe la voce di sua madre.
    — Santo Cielo, mamma, stavo per sparare!
    — Abbassa la voce, ti dico.
    — Ma cosa fate? Non state bene?
    — Appoggia sulla credenza ciò che hai in mano e avvicinati.
    Miranda, gli occhi ormai abituati al buio, distinse la sagoma del grande mobile e vi lasciò sopra la pistola. In pochi passi fu davanti alla Contessa. Questa le intimò ancora una volta il silenzio, con un dito sulla bocca, e si guardò indietro annuendo.
    Due minuscole figure si palesarono, allora, come generate dal nulla. La più piccola singhiozzava in silenzio, stringendo forte la mano dell’altra. Miranda non le aveva più viste dallo scoppio della guerra e impiegò qualche secondo a riconoscerle: due mucchietti d’ossa, tristissime, i capelli impastati di sporcizia e gli occhi troppo grandi.
    Come uno schiaffo in piena faccia, Miranda accolse il senso di colpa quasi insopportabile: non avrebbe potuto contare le volte in cui aveva pregato Francesco di ottenere informazioni sui suoi amici, sul loro destino. Lui si era sempre rifiutato di farlo,
    “Comprendi anche tu che non posso, non posso proprio chiedere! Sono ebrei, e mostrare che ho a cuore la loro sorte getterebbe un’ombra di sospetto anche su noi. Cerca di capire almeno questo, in nome del Cielo, Miranda!”
    E lei aveva lasciato perdere, vigliaccamente, pur indovinando la drammaticità della tragedia nella tragedia.
    Ora, però, le parole spazientite dell’esimio dottore le tornarono su come l’acido di un pasto mal digerito e le gambe non la ressero più.
    Cadde in ginocchio davanti alle bambine e le strinse in un abbraccio senza respiro, mentre il mare di lacrime che sentiva agitarsi dentro trovava la sua strada per sfogarsi.
    Esther e Anna piansero di rimando, spaventate, non sapendo bene che altro fare. Quando si separarono, la vista della contessa Paola che metteva in tavola due fette di pane e un piattino con dentro qualcosa di morbido, forse gelatinoso, ma che profumava di frutta fece credere alle piccole di avere le traveggole.
    Esther aiutò Anna a sedersi, con un atteggiamento da grande che commosse Miranda nel profondo, poi prese posto anche lei e insieme si avventarono sul cibo.
    — Avevano questi, in tasca—
    Paola porse a sua figlia due foglietti di carta scura, spiegazzati.
    — Mi serve una candela!— e, rivolgendosi alle nuove ospiti, aggiunse:
    — Care, vi lascio un attimo.
    Da un cassetto prese un lumino di sego ed entrò nello stanzino delle scope.
    Alla luce della fiammella, spiegò il foglio e lesse:
    Amica mia, se leggi queste parole è segno che le mie bambine, o almeno una di loro, sono giunte fino a te. So di chiederti molto, in questo momento di sofferenza profonda per tutti, ma ti prego, ti prego, salvale! La situazione è precipitata, non abbiamo più niente per nutrirle. Sei la loro unica speranza. Possa Dio farci incontrare di nuovo, in questa vita o nell’altra. Grazie, dal profondo del mio cuore.
     
     
    Eccomi qui; rovinato, mi vedo ancora una volta rovinato, spalle al muro, non ho scampo.
    Ma fino a quando una nota di punk o meglio di hardcore punk mi procurerà un solo brivido lungo la schiena, ecco, allora capirò che sono ancora vivo e con un minimo di generica speranza.
    Proprio questa mi serviva, anzi mi era indispensabile mentre con la mia vecchia auto, mi stavo recando a sostenere un colloquio di lavoro. Era un ennesimo colloquio di lavoro, l’ultimo cronologicamente di tanti precedentemente non superati, quindi non mi sosteneva nessun tipo di aspettativa. L’auto dicevo, il mio nido viaggiante, un rottame marciante con più di 450.000 km alle spalle percorsi con onore, purtroppo era quella che era, ma l’impianto audio, pur modesto, era perfetto, lucidissimo e comunque funzionale alle mie esigenze.
    Fondamentale per la mia esistenza visto anche tutto il tempo che trascorrevo in auto; quanto ne trascorrevo ? circa tre ore al giorno, tutti i giorni per recarmi al lavoro; che tristezza, che strazio, e non potevo neppure definirlo inutile perché lo stipendio che ne derivava mi era assolutamente necessario.
    Questo era una fonte primaria di malessere interiore, la necessità economica a fronte di un qualcosa definito lavoro che in realtà vedevo come una gelatina, un pudding, incolore, informe ma soprattutto insapore e incapace di qualunque stimolo, per cui appiattente cerebralmente e psichicamente e per soprammercato organizzato e gestito dall’alto da persone inadeguate e incapaci, per usare degli eufemismi.
    Ora, vorrei dire senza polemica ma in realtà facendola pesantemente, se un soggetto o peggio due, appunto, che per comodità indicherò con i veri acronimi, M.F. e F.R., si inventano posizioni professionali molto alte e importanti ma sono degli stupidi incapaci e arroganti, il mix è esplosivo e il risultato del loro operare è, nella migliore delle ipotesi, deletereo.
    Posso arrivare, non certo a giustificare ma a capire e forse anche in qualche modo apprezzare le eleganti e disinvolte nuotate nelle immense acque aperte dei mercati dei veri squali d’azienda, personaggi cinici ma validi, capaci di operazioni spesso impopolari ma fruttevoli e funzionali, derivanti da visioni lucide, lungimiranti e operativamente nonché organizzativamente realizzabili.
    Purtroppo nel mio caso parliamo di tutt’altro; di due piccoli pesci ottusi ed egoisti abituati a sguazzare in pozzanghere loro congeniali, melmose e maleodoranti, per cui avvezzi a fetore e lordura ma soprattutto destinati a contaminare chi controvoglia si trovasse ad avvicinarli.
    Dunque andavo e viaggiavo e ascoltavo e pensavo anche se non mi riesce bene nessuna cosa mentre ascolto della musica, sono troppo avvolto e concentrato su di lei; pensavo alla mia pessima situazione lavorativa, quella sentimentale per il momento volevo risparmiarmela giusto perché trattavo mentalmente con me stesso e in un certo qual modo volevo autoproteggermi.
    Questa seconda parte di pensieri me la sarei riservata per il ritorno, chissà che se unita a un’ennesima delusione lavorativa, mi avrebbe risolto finalmente ad agire in qualche senso.
    Per il momento pensavo e cercavo per la milionesima volta di tirare una riga ed eseguire quindi, la somma delle situazioni negative legate alla mia professione.
    Al di là di questa somma, che come diceva quel grande uomo di Totò fa il totale, era proprio questa che inevitabilmente sapevo corrispondere a un giro di boa netto, a una inversione a U, ma non per ritornare indietro e ripercorrere certe strade, sarebbe stato quantomeno stupido, bensì per cambiare decisamente e sicuramente lavoro; anzi molto meglio e più saggiamente, vita.
    Paroloni pensati e ripetuti infinite volte, infinite volte interrotti e infinite volte procrastinati tanto da non aver quasi più nemmeno io la voglia e il coraggio di crederci, figuriamoci di provarci.
    Forse il vero motivo di questo ristagno mentale e vitale, era dovuto a una specie di timore più conscio che inconscio di non riuscire, di non farcela, non tanto di sputtanarmi, quanto di perdere anche quel poco che comunque di fatto, mi permetteva di vivere o di sopravvivere, insomma di “tirare avanti”.
    Terribile e meschina espressione, antipatica a dirsi, soprattutto di se stessi, ma per quanto mi desse un fastidio indicibile e un senso di miseria interna devastante, non potevo evitare di pensare alla mia situazione in quei termini.
    Odiavo sentirmi di fatto, in uno stato siffatto, nella condizione psicologica di trascinarmi sterilmente, verso dove ? fino a quando ?
    No dream no future, accidenti !!
    Se non c’è un sogno, non c’è un futuro; quanto era vero, e allora ? la soluzione ? la volontà, l’orgoglio generico di fare, ma di fare qualche cosa di valido, di interessante e perché no, anche di divertente e ben retribuito c’era, ma evidentemente non era così forte, così lucido da farmi trovare la famosa “soluzione” o quanto meno una via per raggiungerla.
    Insomma mi trascino mentalmente e fisicamente  fino all’indirizzo convenuto, zona tristissima in semi periferia, solo strutture grigie con uffici in sintonia, palazzi con architetture a volte anche leggere ma fondamentalmente tutti uguali, monotoni e squadrati, poca creatività, poco gusto e per di più pochi parcheggi !
    Giro nei dintorni alla ricerca di un posto per 25 minuti poi decido di parcheggiare in divieto di sosta, sicuramente verrò multato ma sono al limite del ritardo per cui rischio.
    Lascio sul cruscotto un foglietto con la scritta a mano:” VADO VIA SUBITO”, nella speranza che l’eventuale vigile di turno in zona mi grazi.
    Non ci spero molto ma schizzo all’appuntamento, passo molto veloce, quasi di corsa; sudo per questo oltre che per il nervosismo, spero di non arrivare puzzolente come un dromedario dopo un mese di viaggio nel deserto senza incontrare un’oasi con il suo bel laghetto.
    Le persone che incrocio, per il momento non sembra che si accorgano del mio passaggio e della sua eventuale scia mefitica, meglio; sarebbe imbarazzante disturbare questi damerini in giacca e cravatta o queste signore rigorosamente in tailleur scuro, tutti grigi e indistinguibili come le costruzioni che frequentano.
    Raggiungo il posto, devo salire al 5° piano, l’ascensore si è appena guastato, naturalmente !
    Prendo le scale di corsa aumentando in modo esponenziale il rischio svenimento dei miei prossimi interlocutori.
    Arrivo alla porta d’ingresso praticamente fradicio di sudore, busso, nulla di fatto, poi leggo su un cartellino di plasticaccia: “suonare a sinistra”, suono a sinistra, attendo e ottengo un “avanti” rauco e sgraziato, scatta la serratura, apro ed entro.
    Tremate tremate le streghe son tornate, non so, può essere, sicuramente una si e me la sono trovata di fronte seduta dietro una piccola scrivania piuttosto grezza; tutto rendeva l’essere femminile sinistramente abominevole, scura, racchia e grinzosa con un naso aquilino sul quale troneggiava un orrendo porro rosso e peloso.
    Sembrava una maschera africana rugosa e terrorizzante, fonte, la notte, di rari incubi.
    La voce l’ho già descritta; mentre mi guarda di sbieco con i suoi piccoli occhi ravvicinati e scuri dei quali uno completamente strabico, si alza per aggiustarsi goffamente una specie di gonna dozzinale nel taglio e nel tessuto, di colore verde con righe rosse (forse per fare pendant con il porro), per cui la vedo in piedi.
    Fisicamente è simile a un punto interrogativo, sulla testa, come se fossero appiccicati, si ritrova radi, lunghi e sporchi capelli nerissimi che cadendo in modo disordinato su di una altrettanto dozzinale camicetta azzurrina, formano strane e unte figure simili a corte code di drago.
    La saluto e mi presento, non mi risponde, mi dice solo di aspettare e si risiede; a questo punto comincia uno spettacolino inatteso: mentre si mette a scrivere con un computer antidiluviano, emette dei versi gutturali simili a parole, ma incomprensibili e dai toni acuti, in più si produce in smorfie atroci tipo gurning. La mimica facciale che ne deriva, spazia dal raccapricciante al ridicolo, probabilmente se fosse conscia di questa sua naturale abilità, si darebbe con successo allo spettacolo, magari circense.
    Sono piuttosto imbarazzato, non so come distrarre l’attenzione anche perché sono totalmente ipnotizzato dal personaggio; trascorro fermo e in piedi interminabili minuti, alla fine dopo 14 d’orologio e quando cominciavano a farmi male le ginocchia sento provenire da dietro una porta situata alla destra della megera, un secco imperativo: “ fallo entrare ! ”.
    Senza proferire parola vengo introdotto nell’ufficietto del possibile nuovo datore di lavoro; altra visione ! si tratta di un ex butterato pieno di rivoltanti croste giallastre sparse sulla faccia e sul collo, apparentemente pseudo alternativo freak con camicione psichedelico, lunghi capelli brizzolati raccolti in una coda sulla nuca e un orecchino per lobo; mentre lo fisso e sto per salutarlo, questo banale stereotipo praticamente stravaccato sulla sua scrivania, senza nessun benchè minimo accenno di saluto, comincia lentamente a vomitarmi addosso una dopo l’altra domande di ogni genere senza nessuna logica apparente o celata.
    Si spazia dalle previsioni del tempo alle aspettative di vita, dalle sue attività professionali alla velenosità di certi funghi; un’accozzaglia di insulse domande cui spesso si dava automaticamente una risposta, a volte serissima altre tragicamente spiritosa e in questo caso rideva sguaiatamente compiaciuto del suo scipito umorismo. Talvolta si accalorava nel darsi le risposte, per cui si agitava e urtava violentemente alcuni oggetti disposti sulla scrivania, tipo mozziconi di sigaro, resti di cibo oppure fogli appallottolati che quindi cadevano a terra raggiungendo altri “colleghi” precedentemente rovesciati e non risollevati.
    Avvertivo la netta sensazione che il mio interlocutore, forse sentiva ma sicuramente non ascoltava neppure il mio accenno di tentativo di seguirlo nei suoi deliri verbali.
    Ogni tanto, quando riuscivo ovvero quando me lo permetteva, tentavo di chiedergli precisazioni sul lavoro proposto dall’annuncio “grazie” al quale ero finito lì, oppure cercavo di dargli informazioni su di me e sulle mie esperienze professionali.
    Il suo disinteresse nei miei confronti, sembrava totale mentre invece la sua attenzione era completamente rivolta ad esempio, alla minuziosa spiegazione di come sverniciare vecchie tapparelle di legno.
    Dopo circa ¾ d’ora di questo ridicolo teatrino non eravamo riusciti a combinare nulla di buono per quanto riguardava l’eventuale collaborazione professionale.
    A un certo punto, improvvisamente il personaggio munito di coda mi liquida frettolosamente e piuttosto bruscamente, dicendomi che si sarebbe fatto sentire telefonicamente anche se nutriva qualche dubbio sulla mia reale esperienza specifica in un certo settore non meglio precisato ma, dice, assolutamente fondamentale per l’attività. Ma quale settore, che attività ? Perfetto, direi che non ci ho capito nulla, ma credo neanche lui; sono rintronato dalle chiacchiere e mi sembra di essere all’interno di una bolla di gomma piena di aria poco ossigenata.
    Rotolo fuori dagli uffici salutando e naturalmente non ricevendo nulla in cambio; mi ritrovo sul pianerottolo ma prima di affrontare le scale, per fortuna ora in discesa, razionalizzo di aver incrociato lungo la mia pista altri due pazzi.
    Razionalizzo inoltre che è andata evidentemente buca ma probabilmente è meglio così, come avrei potuto avere a che fare con soggetti di quel tipo ? cosa mi avrebbero potuto offrire di così interessante ? probabilmente assolutamente nulla.
    Mi sento meno amareggiato, anzi addirittura quasi sollevato e immediatamente mi ricordo dell’auto in divieto. Vorrei veramente essere sollevato e volare verso di lei, temo la rimozione forzata con tutte le scocciature del caso e la multa conseguente.
    Mi avvicino e la vedo, bene, almeno è ancora al suo posto; vedo però anche un vigile che le si sta avvicinando minacciosamente, lo raggiungo mentre, tutto impettito ed evidentemente orgoglioso del potere derivante dalla sua divisa, ha cominciato a scrivere sul blocchetto, credo il numero di targa.
    Comincio a prodigarmi in giustificazioni serissime, inattaccabili e soprattutto non verificabili, condite da aneddoti brevi e spero esilaranti atti a rafforzare e garantire il raggiungimento dell’obiettivo: evitare la salatissima multa prospettatami.
    Il vigile, anche lui poco incline al saluto, dopo avermi esposto l’entità in Euro mi fissa, immagino ascoltandomi, assumendo uno sguardo perso assolutamente privo d’espressione.
    Continuo a parlargli cercando di convincerlo, ma lui fra un grugnito e l’altro insiste nel ripetere che ha già scritto metà del numero di targa e non può più cancellarlo ne tanto meno strappare il foglietto.
    Mi accorgo che veramente, qualunque cosa gli dica o gli chieda le sue risposte sono sempre le stesse, per di più sgrammaticate ed elementari. Credo che bandiscano dei concorsi speciali per personaggi di questo tipo, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per il quale sulle strade ci siano operatori di questo valore.
    Ora non mi riferisco tanto alla situazione multa quanto, avendolo riconosciuto, alla gestione del traffico nella quotidianità. La sua presenza era automaticamente collegata ad una congestione più o meno grave del traffico e questo era la norma.
    Spesso in questa gestione era brillantemente coadiuvato da uno o più suoi colleghi, accomunati dalla medesima abilità e professionalità, il tutto sostenuto da un dinamismo e da una evidentissima voglia di fare, veramente degna di nota.
    Comunque anche per questo problema sociale non potevo farci nulla, per cui mi sono rassegnato alla contravvenzione e dopo aver ripiegato il foglietto maledetto, malamente compilato in tutte le sue parti, sono risalito in auto e ho preso la strada verso casa.
    Nasceva impellente a questo punto la necessità di fare un ragionamento concreto e globale; mentre guidavo la testa mi si riempiva di piccoli e grandi dubbi e mi accorgevo che stavo per soccombere sotto uno tsunami di quesiti senza peraltro esserci una risacca di risposte.
    Va bene, dovevo rimorchiare via la mente, escludermi per un po’; uguale musica.
    Frontalino autoradio, inserisco una cassetta, strumento audio vetusto ma caldo, comunque amando e avendo il vinile, il trasferimento su cassetta è d’obbligo per l’auto.
    Non ho inserito un nastro a caso, mi ci voleva qualcosa dal vivo, in quel momento Iggy Pop era quanto mi occorreva. Concerto al Bookie’s di Detroit il 26 settembre 1980. Il Prof. Pop dopo aver tirato in ballo un super eroe e mezzo, Batman e Robin, con la theme dei mitici telefilm, mi regala una versione acida e cirrotica di “Louie Louie”, un classico assoluto.
    Adrenalina a 1000, pelle d’oca spessa alcuni centimetri. L’unica cosa cui riuscissi a pensare in quei momenti era che a quel concerto mi sarebbe proprio piaciuto assistere, anche perché oltre a “Lui” c’erano personaggi del calibro di Rob Duprey alla chitarra e Michael Page al basso, mica pinzillacchere.
    A risvegliarmi dall’oblio ci pensano 2 colpi secchi e traumatizzanti di cicalino del cellulare, che mi segnalano l’arrivo di un messaggio; si tratta della segretaria di un certo Direttore Commerciale con il quale ho già sostenuto due colloqui per un lavoro veramente interessante, persone intelligenti e simpatiche e la possibilità di sviluppi professionali importanti in un futuro molto prossimo, ho paura di leggere l’msg.
    Appunto, come immaginavo: “La ringraziamo per l’interesse dimostrato per la nostra azienda ma la sua figura professionale non corrisponde alle nostre attuali esigenze”.
    Accidenti ero lì lì per crederci, sicuramente ci speravo, ma quanto ingenuo e illuso sono ? come potevo confidare in una risposta diversa ? solamente mi sarei aspettato una telefonata e non un freddo messaggino ma va da sé, anche questo fa parte del pacco; grosso, pesante e ben confezionato.
    Improvvisamente mi sono sentito avviluppato da una gelatinosa sensazione di sfaldamento generale come se i vari organi interni si disgregassero provocando dolori più o meno acuti e costanti ma paradossalmente a volte piacevoli. Disturbi questi, che sembrava portassero a una liberazione, a un venir meno definitivo e inconsciamente auspicato.
    Alla fine nulla di importante, solo una sensazione intensissima, ma solo una intenzione.
    La violenta necessità di fare un ragionamento concreto e globale diventava a questo punto anche fisica e ancora più urgente, praticamente una emergenza ormai non più procrastinabile.
    Sapevo che non ci sarei riuscito da solo, la mia capacità di concentrazione si era molto ridotta, per cui avevo assolutamente bisogno di aiuto, anzi di supporti, sia alcolici che zuccherini.
    Mi avvicinavo a casa dove avrei trovato non moltissimo, ma avrei potuto scegliere fra alcuni liquori per me fondamentali; ma mi servivano gli zuccheri altrettanto fondamentali, dei quali però, ero assolutamente sprovvisto.
    Decido in un secondo di fermarmi da un take away turco per comprare un paio di baklava o di kadayif, la situazione era pesante e richiedeva dei prodotti altrettanto grevi.
    Inchiodo l’auto, scendo, mi ritrovo avvolto da un vomitevole olezzo dovuto a un mix di fritti sia di dolci che di salati, tutto ok ! perfetto ! fa al caso mio; il turco di dice qualche cosa, non capisco niente tranne la parola pizza, ma ti pare ? non è il caso ! sicuramente non il momento !!
    Non so esattamente perché ma sento il bisogno di dolci, ma che lo siano veramente e di qualità.
    Decido per i kadayif, c’era il 3x2 così potrò aggiungere risparmiando, anche la quantità.
    Soddisfattissimo per l’acquisto, entro in casa, appoggio sul tavolo della cucina, il mio ambiente d’elezione e di raccoglimento, i dolci.
    Cerco di ingannarmi tentando di ragionare sulla situazione ma sono in anticipo, mi servono gli alcolici, solo dopo potrò sedermi, bere, mangiare e decidere spero definitivamente.
    Ora, vorrei buttarmi sullo Sheridan’s un liquore al caffè raffinato che apprezzo tantissimo ma ha solo 18,5 gradi, troppo pochi per favorire i processi mentali, per cui preferisco rivolgermi al Tia Maria, sempre liquore al caffè ma con ben 26,5 gradi, molto meglio, la situazione li richiede, tutti.
    Mi siedo e mi preoccupo, non mi sembra di possedere una lucidità tale da mettermi in grado di partorire la decisione, assaggio il primo dolce, il più piccolo, a partire da un angolo, lentamente lo mastico, una miriade di sapori esageratamente caramellosi mi riempie la bocca non avvezza a questo eccesso di zuccheri.
    Le papille gustative stanno ribellandosi, i pensieri si rincorrono e si scontrano, cerco di attutire i loro colpi e di rendere tutto più fluido con il Tia; risultato zero, monta l’auto collera che non deve trasformarsi in depressione, ma il rischio è presente, comincio ad arrabbiarmi seriamente.
    Secondo kadayif e terzo bicchierino di Tia Maria; lo stomaco comincia a dare segnali di grave disturbo, il più evidente è un tondo e duro rigonfiamento improvviso e in più inizia a dolermi, mentre brontolii interni, tipici di una fase di disfacimento, si fanno sempre più frequenti e fragorosi.
    Temo lo sgonfiamento violento. Comincio a essere veramente a disagio sulla sedia.
    Intanto non arriva nessuna decisione piccola o grande, ma neanche media; non riesco a quagliare nessuna soluzione, ho solo la testa piena di un unico generico rifiuto verso un altrettanto generico “tutto ciò che mi circonda”.
    Tento il tutto per tutto, ingollo voracemente l’ultimo dolcino triturandolo con tutti i denti, alzo il gomito altre due volte ingurgitando notevoli quantità di liquore, sono praticamente un pallone nauseato ma relativamente soddisfatto, però di prese di posizione non se ne parla,                 nada de nada !
    Sento lo stomaco sempre più lievitato e appesantito come se un enorme macigno si fosse messo di traverso, immobile.
    Decido di alzarmi e camminare per la cucina nella speranza che la situazione si sblocchi o che almeno migliori.
    Quando praticamente si stavano formando i solchi nel pavimento, senza che nulla cambiasse a livello viscerale e mentale, una specie di oblio simile a uno stato artificiale indotto cominciò a stringermi completamente come le spire di un serpente.
    Sempre più forte, sempre più violento, cominciavo a sudare e tremare e una spossatezza fisica e mentale cominciava a farmi prigioniero.
    Improvvisamente e inaspettatamente un lampo di lucidità seguito da un tuono intestinale mi fecero correre in una certa stanza deputata a primari bisogni, nonostante crampi dolorosissimi mi attanagliassero anche le gambe.
    Temevo il peggio, un disastro in corridoio, per fortuna era breve e questa sua caratteristica, unita a una vergognosa disperazione, fece sì che riuscissi a raggiungere la stanza agognata e soprattutto il suo elemento principale.
    In un secondo, ma che dico, in un pico secondo, nacque la sofferta e lungamente attesa produzione del risultato, anzi di due risultati, uno lo tralascio, l’altro fu un nome, Marrakech, o meglio un progetto tanto semplice quanto intrigante: mollo tutto e me ne vado in quella città a fare l’ambulante.
    Finalmente un attimo di tregua, anzi di beatitudine, eccheccavolo, ero svuotatissimo e radiosissimo; eccolo il giro di boa, nuovo lavoro, nuova città, addirittura nuovo continente per non parlare della cultura, l’inversione a U era completa e totale ma avvertivo di potercela fare.
    Mi sentivo attraversato da una rigenerante scarica elettrica, adrenalina ? colpo di coda del mix Tia Maria/kadayif ? nessuna importanza rivestiva la causa, decisivo era che ci fosse questo effetto, questo moto di vitalità, questa volontà di reazione e di metamorfosi.
    Perfetto, il progetto c’era, ora si trattava di renderlo operativo nel minor tempo possibile risolvendo quelli che consideravo dettagli più o meno importanti.
    Dapprima l’idea fu quella di vendere tutto il vendibile e realizzare, per dedicarmi e dedicare tutto al Marocco; fondamentalmente la volontà era quella ma poi decisi di tenermi la casa e qualche soldo nell’ottica del: “non si sa mai”, se avessi deciso di ritornare almeno non avrei sfruttato ponti e cassonetti dei rifiuti.
    Quindi decisione presa, la casa sarebbe restata e avrei aperto un piccolo deposito presso le Poste in quanto sono un grande e audace investitore.
    Presi informazioni, lessi e studiai il posto ma al di là di tutto quello che scoprii, decisi di andare molto alla ventura, così volevo fare, evitando il più possibile limiti e vincoli di ogni genere e infischiandomene di incertezze e presunti rischi; insomma finalmente un po’ di sano coraggio e fatalismo condito con dell’altrettanta sana incoscienza, accidenti ce la stavo facendo, mi stavo lanciando.
    Feci due conti, fra vendite, recuperi, liquidazione e qualche risparmio, potevo permettermi una certa cifretta sufficiente al finanziamento del progetto a 360°.
    A questo punto dovevo solo acquistare un biglietto aereo di sola andata ( WOW ) e decidere di quale commercio occuparmi.
    Cominciarono a passarmi nella testa varie possibilità: centrini di pizzo, vasellame, carni, pesci, no che schifo ! e in più mi sarei dovuto organizzare con indigeni; no, assolutamente no, doveva partire tutto da me, però non sapevo produrre manualmente un tubazzo di niente, per cui che faccio ? accidenti l’idea non viene.
    Mi avvicino meccanicamente all’impianto Hi-Fi mentre il vuoto mi ingombra la testa; senza esitazioni prendo un vinile, sono i Motorhead, dal vivo, fondamentali, chissà che la voce roca e trascinata di Lemmy non mi aiuti. Speed metal, padre di certo hardcore, devastante.
    Sono al terzo brano ma non succede nulla, cervello sempre più annacquato ma qualche cosa deve gocciolare; sta per partire R.A.M.O.N.E.S. con il classico 1, 2, 3, 4, in stile Dee Dee Ramone e sta per partire pure l’emozione per il brano. Mi sembra che questa si materializzi, si raggrumi, note velocissime e pesantissime, i grumi si raggruppano, si fondono in uno solo, Oddio mi sa ci siamo ! il grumo si ingrandisce e si indurisce, sta per scoppiare, lo sento,
    BOOM !! Lapis, ecco cosa esce dall’esplosione, a seguire gomme, temperini e altri prodottini analoghi, insomma in due parole, cancelleria minuta ecco cosa avrei fatto, avrei venduto cancelleria minuta.
    Questa non era un’idea, era l’ideona, avrei riempito due valigie enormi con ogni sorta di prodottini leggeri, piccoli e coloratissimi per attivare l’impresa.
    L’investimento iniziale doveva essere ridotto al minimo, per cui decisi di fare il rifornimento presso i negozi peggiori e meno cari della brulicante China town sita nel centro della città nella quale lavoravo.
    Ero estasiato, orgoglioso di me stesso come non mai, in realtà era probabilmente la prima volta; avrei venduto quei prodotti a bambini e adulti marocchini che sicuramente li desideravano da tempo, forse sarei riuscito a piazzarne anche a qualche turista coglione.
    Bene, tutto organizzato, tutto comprato, tutto imbarcato, allaccio la cintura, si parte.
    Trenta secondi di accelerazione violenta e sono per aria, fra circa tre ore leggerò: Aeroporto Marrakech-Menara e sentirò gli islamici parlare in arabo e ragionare in dirham; da quel momento sarò da loro, fra loro e il vero viaggio comincerà.
    Taxi, entro nella “città rossa”, la respiro di spezie, la cammino di acciottolato, la vedo di tutti i colori, la sento di voci, la vivo di vita; immediatamente.
    Sono eccitato ma mi sento tranquillo, sono sereno, mi faccio portare nei souk dei bijoutiers mi affascinano i loro argenti, per cui decido di sistemarmi là.
    Il taxista supergentilissimo per fortuna mi aiuta a caricare i miei pesantissimi bagagli, ma soprattutto, come se avesse capito le mie intenzioni, non mi chiede il nome dell’hotel ma mi indica, senza spingerli, alcuni riad.
    Opto per il più semplice ed economico, frutto di una contrattazione breve, secca e corretta.
    Due stanze di media grandezza e un bagno. Le pareti ingentilite da angoli a volte resi tondeggianti, sono gialle e rosse con piastrelle color ghiaccio che partendo dal pavimento arrivano fino a metà altezza. Sembrano salubri.
    Il pavimento è praticamente un grande zellij, un mosaico composto da pietre rettangolari e romboidali di colore giallo scuro e verde intenso che formano un disegno astratto, solo alcune sono rotte; l’arredamento è in legno, solido ed essenziale; dappertutto si sente un leggero profumo di zafferano; mi sento a casa, sono a casa; finalmente.
    Con il secondo aiuto di Driss il taxista, sistemo i bagagli in una stanza, lo pago, lo ringrazio, lo saluto, mi sciacquo, chiudo ed esco; non riesco e comunque non voglio trattenere il desiderio fortissimo, incontenibile e ingenuo di perdermi nella città senza i soliti problemi di orari, rientri e costrizioni varie. La difficoltà più grossa sta proprio qui, nell’affrancarmi dai mille vincoli comportamentali costruiti e subiti negli anni, da anni.
    Imposizioni psicologiche che apertamente o subdolamente modificano, piegano, violentano la mente e trasmettono false certezze, alterano atteggiamenti naturali spacciandoli per scorretti e inaccettabili o, quanto meno, riprovevoli.
    Una tenaglia per il cervello e una rete resistentissima per il corpo, insomma una prigione invisibile modellata su me stesso.
    Da tempo non sono me stesso, non so più bene che significhi esserlo, sono solo un attore che recita a tema quello che gli dicono deve, quello che gli richiedono, quello che gli conviene, quello che non può farne a meno, quello per il quieto vivere (vivere ?) e neanche in questo teatro quello che gli pare.
    Tutto ciò dura da così tanto tempo che mi sono trasformato in un bravo attore, tanto bravo da non individuare più il limite fra la recitazione e la spontaneità, che forse non c’è più.
    Ma la città ha una propria forza magica tale che sta riuscendo a sbriciolare queste difficoltà e queste costrizioni riducendole in sabbia finissima da disperdere con una folata di secco e caldo Arif.
    Cammino e più cammino e più i sensi diventano ebbri di tutto ciò che mi circonda, quasi mi vengono le vertigini tanto il tutto attorno a me è dolcemente violento, stimolante e aggressivo, coinvolgente e appagante.
    Bordate di ricordi da letture specifiche sulla città, la dolce tensione e l’emozione quasi non mi fanno accorgere che di fronte a me c’è la Koutoubia con quel capolavoro di minareto in pietra e mattoni,…ma accidenti…questo significa che a pochi passi c’è piazza Jemaa El-Fna; cuore mio rallenta, eccomi ci sono, sono sul palcoscenico del mondo.
    Un palcoscenico a cielo aperto dove un tempo venivano eseguite le decapitazioni pubbliche, per ciò veniva chiamato “il ritrovo dei morti” o “luogo del nulla”; ora è un grande contenitore culturale in cui la creatività fatta persone si manifesta con saltimbanchi e maghi, domatori di scimmie e incantatori di serpenti, cantastorie e musicisti. E’ un cuore pulsante rumoroso e sorridente che mi fa vacillare, mi sembra di essere partito per un viaggio lisergico, non me lo voglio permettere, non mi posso perdere nulla.
    Voglio solo guardare, vedere, sentire e respirare; mi piazzo sulla terrazza panoramica di un Cafè e mentre bevo un tè alla menta superlativo, capace di farmi riappacificare con parte del mondo occidentale, capisco che sono a posto, ci sto dentro.
    Questo stato di grazia viene amplificato da un improvviso sottofondo musicale di gnawas e li vedo anche i maalem con i loro crotali e guembri che suonano con una tecnica che sembra un rituale antico e magico.
    Praticamente mi sento completamente amalgamato nella città, in uno stato analgesico, ovattato come se mi fossi fatto di oppio o di un suo derivato semisintetico.
    Sono in questo stato e chissà perché, mi viene di pensare con lucida serenità, che un mio grosso cruccio è quello di non essere diventato il bassista di un gruppo inglese di hardcore punk tipo GBH, Varukers o Exploited, o anche di hardcore americano, sarebbe stato fantastico suonare con i Black Flag, i Bad Brains, i Misfits o più recentemente con i Casualties.
    Un secondo tè verde annega questo pensiero e ne fa emergere moltissimi altri, molto più brevi, molto più veloci, altrettanto colorati; ho come una strana ma piacevole sensazione di auto pulizia, perfetto, ci sono, sono arrivato quindi posso ripartire.
    A questo punto sono veramente annebbiato e in una specie di trance; per stasera meglio darci un taglio.
    Mi sento come un bambino che sta crollando dal sonno ma non vuole staccare gli occhi dal televisore, troppe immagini, troppe luci, troppi colori, troppi suoni, io ci aggiungo profumi e una leggera brezza tiepida.
    Basta così, decido di darmi una mossa e me ne vado a letto, nel mio nuovo letto, nella mia nuova casa; si, è proprio così.
    Mi sveglio, ho dormito, quanto ? non so, non ha importanza, come ? benissimo, senza interruzioni come avvolto da una bolla di serenità leggermente profumata.
    La luce che penetra in casa è forte ma non invadente, non mi disturba, anzi mi facilita e mi guida alla ricerca dell’occorrente per la colazione, senza dubbio il mio pasto più gradito; latte macchiato incandescente, più cereali, più dolce, più salato, wow ! chi mi ammazza ?
    Perfetto, tutto fatto, tutto a posto, tutto tranquillo nonostante i neuroni mi si muovano lungo le sinapsi a una velocità folle, così come le immagini, i suoni, i timori, gli slanci, le voglie di tutti i generi, le ansie e le aspettative; il tutto in un cervello di dimensioni normali che quindi sento vicino allo spappolamento.
    Situazione imbarazzante da evitare, per cui mi preparo un tè alla menta, mi siedo e mi godo il regalo ben augurante che mi sono fatto: una djellaba nuova di pacca, stupendamente blu, stupendamente comoda e stupendamente adatta, i serwal me li comprerò, per ora indosso pantaloni precedentemente miei e una camicia.
    Vorrei parlare con tutti e con nessuno, ma soprattutto desidero, anzi voglio, prima di tutto usare e pensare con termini più decisi e poi immergermi nella vita dei souk per farne attivamente parte, immediatamente.
    Bene, sono d’accordo con me stesso sull’immediatamente, però appunto, immediatamente dopo la parentesi moda e l’essermi sorbito il tè con sottofondo dei Gun Club e delle loro lancinanti coltellate sonore che aprono ferite nelle quali immettono lentamente decenni di vari stili musicali filtrati dalla loro sensibilità creativa.
    Non potevo certo farmi mancare la musica, perciò ho sistemato in posizione funzionalmente strategica casse e impianto Hi-Fi, un compatto pesante, completo ed efficientissimo, forse un po’ fuori luogo visto il contesto abitativo, ma chi se ne importa, per me era fondamentale e soprattutto non dovevo rendere conto a nessuno di nulla; mi pareva strano anche pensarlo ma mi sentivo moderatamente in una situazione di privilegio; novità eccitante.
    A questo punto ero pronto per affrontare la strada, lascio alle spalle il mio ingresso e mi inoltro, senza una meta precisa, nelle zone della medina.
    L’obiettivo è semplice e importante, trovare un posto idoneo; uguale: trafficato, di passaggio ma non troppo caotico, dove sistemare il mio banchetto da cartolaio.
    Cammino per ore, guardo, scruto, osservo, ascolto, annuso, memorizzo alcuni angoli interessanti; io che non sono certo una bussola, riesco a ritrovare in questa intricata città vecchia, i punti papabili per rifletterci e valutarli ulteriormente.
    Sono un po’ stanco, mi fermo a pensare bevendo e mangiando qualcosa, come sto per rilassarmi, mi rendo conto che me la sto menando troppo, ancora una volta, perciò decido sui due piedi per un angolo molto interessante sotto tanti punti di vista e soprattutto a due passi da casa, i ricordi dei viaggi per andare e tornare dal lavoro devono rimanere tali.
    Dunque decisione presa, punto scelto e tattica, anzi, strategia operativa definita: me ne ritorno da un certo negozio/magazzino dove ho individuato un banchetto pieghevole che per dimensioni, peso e costo fa al caso mio, c’ha pure due cassetti, uno piuttosto grande e uno più piccolo, me lo pulisco e me lo sistemo in loco, me lo carico in spalla tipo sherpa e me ne torno a casa a farmi gli strafattacci miei compresi alcuni esercizi addominali, altri di stiramento e una zuppetta leggera di verdure; domani devo essere in splendida forma, apro l’azienda.
    Ed eccolo il nuovo piccolo imprenditore di Marrakech, il mio banchetto è uno spettacolo di solida praticità e colorata varietà; sono raggiante.
     
    Un tiepido raggio di sole ci colpisce dolcemente riscaldandoci, ma soprattutto, illuminando la merce, la rende ancora più brillante e invitante e io mi sento due volte raggiante perché, addirittura, mi sembra di essere in vacanza.
    Se il quotidiano potesse avvolgersi di quel “sabor” tipico vacanziero, probabilmente l’umanità ne acquisterebbe in serenità, saremmo più bendisposti e meno cinici verso noi stessi.
    Fatta questa profonda pensata buonista al rosolio, mi sento esausto e decido di sedermi sul mio splendido, solido e leggero sgabello di legno, regalatomi dal venditore del banchetto come segno di amicizia e di buona fortuna.
    Mi siedo sul comodo, ho provveduto a sistemare anche un cuscino sullo sgabello e un altro l’ho praticamente agganciato al muro dove appoggio la schiena; questo non è un muro qualsiasi, ma è una parete di una piccolissima quanto antica e caratteristica moschea.
    Mi trovo in questa comodissima posizione da poco più di cinque minuti, quando decido di migliorare il relax e ingannare l’attesa circa l’arrivo dei clienti, concedendomi mezzo sigaro Toscano; me ne sono portata una buona scorta.
    Ho appena finito di compiere il rituale dell’accensione grazie a meravigliosi fiammiferi svedesi, quando un gruppo di sei ragazze, credo provenienti dall’Arabia Saudita perché indossavano tutte il niqab, circondano il banchetto e cominciano a guardare, toccare discretamente, chiedere, chiedere e chiedere ancora e parlare e commentare fra di loro con risolini irresistibili.
    Si sono comprate di tutto, ma soprattutto il prodotto che le ha conquistate sono state le matite fosforescenti con gommina nera.
    Pagano senza fiatare, applico un piccolo sconto, ringraziano, salutano molto calorosamente e se ne vanno, praticamente saltellando, felici.
    Fatti pochi passi, una delle sei, quella con due occhi azzurri che sembravano due laghetti limpidissimi nei quali mi sarei tuffato e rituffato all’infinito, ritorna verso di me.
    Quando mi è vicina, al punto che riesco a intuire attraverso l’espressione e la brillantezza di quegli occhioni che sta sorridendo sotto il velo, mi porge qualcosa che subito non riconosco ma due secondi dopo si; era una khamsa, l’esoterica mano di Fatima, portafortuna ed efficace come protezione dagli influssi negativi.
    Penso da buon cinico occidentale che voglia barattare quel magico amuleto in argento con qualche mio prodotto; ne indico uno, poi un altro per farle capire quello che credevo di aver capito.
    In quel momento tutto di lei diventa dolce, comprensivo ma fermo e mi fa capire che era solamente, semplicemente e null’altro che un regalino; me lo lascia cadere delicatamente sul palmo della mano che poi mi chiude sensualmente con la sua; sono lì lì per svenire quando lei con un gesto della stessa mano filiforme mi saluta e girandosi raggiunge le sue amiche che discretamente l’aspettavano più avanti.
    Rapide raggiungono un vicino crocevia che è anche un angolo della piccola moschea, due passi/saltelli e lo superano sparendo dalla mia vista; addio occhioni azzurri mi hai segnato la giornata e probabilmente non ti vedrò mai più.
    A questo punto potrei ritornare a casa a bere e ascoltare qualcosa, a ricordare quegli occhi, a sognare cosa si sarebbe potuto sviluppare, che pacchi certamente mi sarebbero stati confezionati a fronte di qualche gradevolezza probabilmente immediata e superficiale.
    No, basta anche con tutto ciò.
    Meglio ragionare sul concreto presente sistemando il banchetto in parte svuotato dalle sei, ordinando un tè con il passa parola al baretto vicino e continuare l’attesa di nuovi clienti; questo mi sta bene, mi calza, infilato comodamente in questa situazione faunistica variegata in movimento perenne.
    “Domani è un altro giorno” faceva dire il regista a una attricetta in un filmetto di qualche decennio fa, appunto rieccomi qua a continuare l’attività forte della ricollocazione in posizione più visibile, di splendidi temperamatite con doppio inserimento in plastica coloratissima, addirittura ve ne sono alcuni striati, semplicemente favolosi.
    Il solito raggio di sole li sfiora prima e li colpisce dopo pochi minuti rendendoli ancora più preziosi; non riesco a capire quali preferisco, probabilmente quelli a pois avranno la meglio anche se i tigrati gli faranno una grossa concorrenza.
    Comunque sia, il mercato stesso stabilirà la vittoria e direi che in particolare per questi, saranno i bambini i veri giudici.
    La mattina volge al termine e ho già praticamente venduto tutto, di quei temperamatite ne è rimasto solo uno fosforescente, ma così fosforescente che semplicemente mettendolo pur in un punto d’ombra, brilla di suo incredibilmente attirando su di sè l’attenzione.
    Appunto, vedo un bambino sui dieci anni che con gli occhi fuori dalle orbite lo punta pesantemente, si avvicina al banchetto e ora riesce a toccarlo con estrema delicatezza, lo gira e lo rigira per vederlo meglio ma lentamente come se temesse di danneggiarlo, o peggio, di fargli del male, come se fosse vivo.
    Improvvisamente tutte quelle attenzioni si trasformano in uno sguardo acutamente timoroso, ma scaltro e deciso e in una presa altrettanto decisa e rapidissima; dopodichè lo scatto e la fuga.
    Me l’ha rubato! mi inalbero, non tanto per il furto in sé ma per la trasformazione criminale del piccolo.
    Lo inseguo ma la tunica non mi facilita certo la corsa, lui invece indossa comodi pantaloncini corti è magrissimo, agile, veloce e conosce meglio di me i mille vicoli della zona.
    Ovvio risultato: lo perdo di vista ma credo di intuire la direzione che ha imboccato, rallento un po’ la corsa e mi butto in un minuscolo vicoletto a fondo chiuso lungo il quale si aprono alcune porte, o meglio, vi sono degli ingressi che potrebbero portare ad abitazioni più interne.
    Le mie babouches con la suola in cuoio e tacco in legno, fanno un baccano terribile amplificato dalle ridottissime dimensioni del vicolo le cui pareti agiscono come casse di risonanza.
    Questo significa che posso essere subito individuato e schivato.
    Mi fermo e mi metto a camminare per raggiungere uno di quegli ingressi, sicuro, non so perché, a pancia, che il piccolo ladro proprio quello ha infilato.
    Cercando di fare il minor rumore possibile, mi inoltro anche con un po’ di timore, in quel labirinto di stanze piccole e grandi e corridoi pure piccoli e grandi; vedo ogni tanto delle persone, sedute a terra con strumenti antichi fra le mani svolgenti varie attività artigianali, che mi ignorano e io decido di fare altrettanto cercando di scovare il ladruncolo da solo.
    Cammino guardingo e attento addentrandomi sempre più in questa Medina nella Medina, quando a un tratto mi sembra di vederlo sbucare da una stanza, tagliare un corridoietto ed entrare in un’altra stanza.
    Mi avvicino ma non vedo nessuno, meno che meno il tipino, non sono nemmeno sicuro che fosse lui; comunque decido di fermarmi, sedermi a terra, coprirmi la testa con il cappuccio per rendermi meno riconoscibile e aspettare di vederlo passare sicuramente proprio di lì.
    Passa del tempo e non succede nulla, cioè non passa proprio nessuno, in compenso sento dei rumori di vita domestica provenire, credo, da una stanza posta alla fine di un corridoio.
    Realizzo che: mi sono stufato di aspettare inutilmente, mi sembra di essere un pirla, mi si sono anchilosate le gambe per la posizione e che, curioso come una scimmia, voglio vedere l’origine di quei rumori e di quei profumi che da alcuni istanti ho cominciato a sentire.
    Mi avvicino lentamente, dando anche qualche colpetto di finta tosse come per avvisare del mio arrivo ed evitare l’imbarazzo della sorpresa.
    Sono veramente a pochi passi dalla stanza, rumori e profumi si fanno decisamente più precisi e definiti; sto per entrare, per vedere, per annusare, per salutare, per controllare, quando lo vedo e lo riconosco, è lui, il piccolo ladro, ma anch’egli mi vede e mi riconosce, quindi rapido come un fulmine scosta una tenda e se ne scappa in un corridoio buio sotto gli occhi incuriositi ma soprattutto infastiditi di un adulto.
    Questo, un uomo all’incirca della mia età, osserva con lo sguardo fisso e un po’ ebete, la tenda che si muove, fino a quando anche l’ultimo quasi impercettibile ondulamento si esaurisce;
    a quel punto si gira verso di me, mi guarda, anzi mi squadra e poi lancia un’occhiata al mio temperamatite che si trova appoggiato su di un tavolo, non dice una parola ma quegli sguardi sono tacite frasi complete.
    Mi avvicino lentamente e silenziosamente al prodottino, lo prendo in mano, mi viene il dubbio e poi la tentazione di riappoggiarlo, lasciarglielo e andarmene.
    Il dubbio svanisce immediatamente a causa o grazie ad un altro sguardo del tipo che mi fa capire che lo devo riprendere e togliere il disturbo, Grazie; Prego, così faccio.
    Dopo un’ora circa di tentativi riesco ad uscire dal labirinto e raggiungere la mia postazione; tutto intatto, rimetto al suo posto il fosforescente e ripensando a quanto successo, mi accorgo di non aver capito, ne tanto meno di aver indagato, su chi stesse cucinando e che cosa.
    Altro giorno, stesso posto, stesso sole, si ricomincia.
    Sono disturbato ma anche divertito da un diverbio molto movimentato, polveroso e chiassoso fra un enorme gallo e una gallina piuttosto in carne e completamente bianca.
    Tutto questo schiamazzo comincia improvvisamente a un passo dal mio banchetto e finisce proprio sotto di lui, evidentemente la mia presenza ha fatto da paciere, non mi spiego come e/o perché ma credo sia così, comunque ne sono orgoglioso, soprattutto vedendo i due pennuti che se ne vanno tranquilli “parlandosi” e guardandosi in fare d’amore; pulcini in arrivo.
    Li osservo mentre se ne vanno muovendo i loro sederi piumati con moto sussultorio, fino a quando li perdo fra la gente; mi giro quasi automaticamente dalla parte opposta e chi ti vedo: il piccolo ladro marocchino che senza dubbi ed esitazioni apparenti, mi sta raggiungendo con passo deciso e rapido. Pochi secondi ed è da me, unica interferenza vicino al suo piede destro un sasso molto tondo, non molto grande, che non poteva non calciare; purtroppo la fine della corsa è risultata essere un vaso di terracotta che in un istante si è praticamente sbriciolato sotto gli occhi di parecchie persone dotate di un certo senso di complicità e omertà, tali da coprire il piccolo al venditore di terraglie che incredulo e sbraitante non riesce a rendersi bene conto dell’accaduto ne, soprattutto, a individuare il colpevole.
    Mi viene da ridere ma riesco a trattenermi visto anche il piglio del bimbo che ormai mi è di fronte, si ferma, mi guarda dritto negli occhi, respira, poi in apnea tutto in un fiato, mi dice che ieri è stato lui a rubarmi quel magnifico temperamatite, che i suoi genitori l’avevano sgridato inaspettatamente tantissimo, che se non l’avessi recuperato io me l’avrebbe riportato lui, pentito e scusandosi mille volte, dopodichè vuole assolutamente invitarmi a casa sua per cena, il giorno seguente e che non se ne sarebbe andato se non dopo aver ricevuto da me un assenso e un perdono,  anche in ordine inverso, purchè il ricevesse entrambi.
    Per fortuna ha finito di dire tutto, perché stava diventando paonazzo per quanto la sua pelle un po’ scura permettesse di vedere, inoltre gli occhi lucidi stavano per saltargli fuori dalle orbite.
    Gli dico di stare tranquillo che è tutto a posto e che accetto volentieri l’invito, sperando di ricordarmi il tragitto per raggiungere la sua abitazione o quanto meno quella zona.
    Ride, ringrazia e schizza via come una sassata; non faccio in tempo a dirgli e chiedergli nient’altro, tutto rimandato al giorno dopo.
    Accidenti, come immaginavo mi sono perso in questo dedalo di corridoi, stanze, tende, slarghi tutti uguali; sono allo stremo della pazienza e del sangue freddo, completamente disorientato e assolutamente privo di punti di riferimento.
    In tutto ciò non c’è anima viva cui eventualmente chiedere aiuto, se si fa eccezione per due gatti fra i più male in arnese mai visti, pieni di croste, magri come chiodi, uno senza un occhio, l’altro con la coda piegata e monca, dal colore indefinibile a causa della sporcizia che li ricopre completamente, sguardi equivoci e atteggiamento da bulli convinti, a ragione, della loro posizione di superiorità in quell’ambiente.
    Comunque se ne vanno lentamente, ignorandomi, cammino, anzi vago, ancora un po’, mi riduco all’esaurimento di tutto ma immediatamente prima della inevitabile crisi di nervi, realizzo che ho solo due possibilità di soluzione della situazione: mi metto a urlare a squarciagola sperando di attirare l’attenzione di qualcuno che mi salvi, oppure mi siedo a terra appoggiato a una parete liscia e accogliente e mi metto a mangiare tutte le frittelle di semolino, le harcha che mi sono portato da offrire a fine cena; questo in attesa che passi qualche essere umano cui chiedere informazioni e direzioni, spero funzioni perchè non potrò che essere molto, molto generico sulle descrizione di persone e casa.
    Faccio ancora due passi, deciso comunque a fermarmi perché mi sento le gambe sempre più simili a protesi di legno e a mangiare in quanto lo stomaco emette suoni sinistri e incontrollabili, quando la vedo e la riconosco! una crepa piuttosto grande e tondeggiante colorata di un verde chiarissimo sull’angolo di una parete tutta coperta di un intonaco giallino, proprio di fronte all’ingresso di quella famosa stanza, ricordo di averla notata la volta precedente perché mi ricordava un fossile.
    Faccio tre passi velocissimi e sono di fronte all’ingresso della stanza, lo riconosco, solo che ora è parzialmente coperto da una tenda di iuta di colore marrone scuro.
    Sento dei rumori all’interno ma non riesco a vedere nessuno, in compenso respiro dei profumi deliziosi di cibo; non so come manifestare la mia presenza, potrei bussare alla parete, scostare lentamente la tenda e salutare, oppure…non saprei, ma a levarmi il dubbio sono poche parole indirizzate ad un certo Ahmed.
    La tenda si sposta rapidamente e appare il bambino che con un sorrisone mi fa entrare, mi invita a sedermi, capisce il perché e il percome di quella scatola di cartone che tengo in mano, me la sfila abilmente, ringrazia e vola a portarla in un’altra stanza.
    Levo lo sguardo da quella situazione e vedo quel uomo che mi aveva fatto riprendere possesso del temperamatite, contemporaneamente mi saluta e si presenta, si chiama Farid ed è il padre di Ahmed, il bimbo.
    Anch’egli mi fa cenno di avvicinarmi e sedermi su un’ottomana, attraverso la stanza camminando su colorati Kilim berberi, mi accomodo; improvvisamente una mano filiforme delicatamente sposta un’altra tenda che nascondeva l’ingresso della cucina, ed esce una signora con un volto dolce ma fiero, con lineamenti perfetti e marcati ma non volgari, occhi marroni chiari vivaci e penetranti, pelle lievemente scura, insomma uno splendido viso impreziosito da un raffinato hijab.
    La signora mi offre del tè alla menta in segno di ospitalità e amicizia, Farid la ringrazia e me la presenta, si chiama Shanika, è sua moglie.
    Appoggia il vassoio sul basso tavolino di fronte a noi, questo gesto mi induce a notare un altro bellissimo tappeto beige, però a pelo folto, sicuramente proveniente da Rabat, rialzo lo sguardo e Shanika sta già rientrando in cucina, mi spiace.
    Farid toglie immediatamente qualunque altro eventuale imbarazzo scusandosi per il comportamento del figlio, dicendomi in maniera schietta e senza particolari giustificazioni, che la sua è una famiglia piuttosto povera e che quel temperamatite così strano, così diverso e soprattutto così irraggiungibile aveva colpito così forte di desiderio il bambino da indurlo a compiere quel piccolo reato. Tranquillizzandolo, blocco il suo monologo e gli mostro il prodottino fosforescente dicendogli che se fosse stato d’accordo, avremmo potuto regalarlo ad Ahmed e io ne sarei stato felice.
    In quel momento mi è parso come di vedere un sole splendente aprirsi sul volto dell’uomo, nonostante quello sguardo, diciamo fisso.
    Due ringraziamenti secchissimi e sincerissimi e il temperamatite ebbe un nuovo proprietario.
    Chiamiamo il bimbo, gli diciamo e gli diamo; rimane per una frazione di secondo incredulo, poi ringraziando, anzi urlando il ringraziamento corre a prendere un imbarazzante mozzicone di matita.
    Durante questa azione, scivola e urta violentemente un ginocchio contro un piccolo mobiletto che immediatamente si mette a ondulare scricchiolando e mettendo in movimento anche un soprammobile di ceramica, orrendo, che oscillando batte sinistramente come un metronomo sulla parte superiore del mobiletto stesso.
    Restiamo incantati e come affascinati a vedere quei movimenti aspettandoci il peggio, che naturalmente arriva un secondo dopo con grosso fragore; la ceramica cade a terra e si sbriciola, peccato ci siamo persi per sempre un prodotto singolare, una sfinge dai bordi dorati con accanto un cervo sproporzionato, però con le corna argentate che trattengono un orologio digitale tondo con numeri rossi luminosi ed enormi.
    In tutto questo, il piccolo opera senza essere minimamente distratto, anzi è concentratissimo a temperare con una attenzione particolare, tutta speciale; in quel momento capisco quale sarà il mio prossimo regalino ad Ahmed, anche perché il collaudo della perfettissima punta, eseguito su foglio di giornale, fu alquanto difficoltoso vista l’ormai ridottissima lunghezza del lapis.
    Tutto quel trambusto richiamò l’attenzione della signora che uscì dalla cucina, capì immediatamente e perfettamente quanto fosse accaduto, mi ringraziò anche lei per il dono con un sorriso smagliante e si apprestò a rimuovere i piccolissimi cocci, al che Farid le disse di continuare pure a occuparsi della cena e che ai resti egiziani avrebbe pensato lui.
    Shanica molto gentilmente insiste nel voler pulire ma il marito, più insistente, conferma la sua intenzione e si avvia alla raccolta abbassandosi.
    Aveva una mano già piena di pezzetti quando l’ebete, non si sa bene come, scivola sul posto e nel tentativo di aiutarsi si appoggia malamente al solito mobiletto facendolo cadere e rompere; contemporaneamente rovina con le ginocchia sui pezzetti rimasti a terra procurandosi un male evidentemente fortissimo che lo fa ululare e non gli permette, nella dinamica dell’incidente, di trattenere in mano i cocci raccolti che quindi lancia con violenza contro un grosso vaso di vetro verde rompendolo in qualche milione di pezzi.
    A quel punto Shanica, nonostante tutto, rimane serena e gli lancia un’occhiata nella quale ravviso senza dubbio, tutta la millenaria rassegnazione delle donne di tutto il mondo per aver a che fare con gli uomini e le loro maldestre azioni.
    L’uomo è imbarazzato, io sono imbarazzato, entrambi ci muoviamo per cercare di porre rimedio ma la donna ci fulmina teneramente con uno sguardo immobilizzante e un gesto del dito indice destro che rappresentano dei concetti: state fermi, sedetevi, chiacchierate, bevete il tè, non fate altro per favore, grazie.
    Così facciamo mentre il bambino continua a temperare, a scrivere e a disegnare fino a quando non riesce praticamente più a tenere in mano la matita tanto si è ridotta.
    Intravediamo sul volto di Ahmed il formarsi di un’espressione di rabbia, di nervosismo e di reazione, temiamo il peggio ma per fortuna ancora una volta Shanica risolve la situazione avvertendoci che è tutto pronto e possiamo cenare, siamo salvi.
    I piatti sono esattamente quelli che mi aspettavo e speravo, tipici e speziati; un cous cous fantastico che accompagna una tajine di carne m’qualli, in salsa gialla allo zafferano, zenzero e olio d’oliva, mi spiegano che avrebbero voluto metterci anche il cumino ma temevano di esagerare con le spezie.
    Mangiamo molto lentamente e parliamo di tutto, ma soprattutto di me e dell’Italia; le domande sono di varia natura, dalle più stupide e banali alle più intelligenti e acute che provengono praticamente quasi tutte dalla signora.
    Sono molto interessati alla nostra vita sociale e quotidiana, non riescono a capire certe nostre abitudini mentre altre le apprezzano appieno e vorrebbero adottarle.
    Evitiamo i discorsi sulla politica, sarebbero troppo complicati e soprattutto molto imbarazzanti e fonti di vergogna per me.
    Dopo l’ultimo discorso sulle nostre cosche malavitose più famose, mafia, n’drangheta e camorra che i signori hanno voluto conoscere e capire meglio, finalmente con un italiano praticamente a loro disposizione e con l’ingresso di una spettacolare tajine mezgueldi, finalmente parliamo di Marrakech, del Marocco e di loro, mentre il bimbo, orgoglioso, ci porta il pane khobz irregolarmente circolare, fatto da lui.
    Vengo così a scoprire una cultura ancora più affascinante di quanto non sapessi, di leggende che sembrano fiabe e di tradizioni radicate e mantenute vive anche nella quotidianità attuale.
    Mi dicono di loro, dell’origine per metà indiana di Shanica, del suo adattamento al Marocco e anche di come si sono conosciuti, grazie al cugino di lui, Fathallah, che tra l’altro ci avrebbe raggiunti più tardi, se la cosa non mi avesse dato fastidio, ci tengono a precisare.
    Tempo mezz’ora e il tipo arriva; è praticamente una mezza montagna di grasso e peli con un fez sdrucito e unto in testa, calcato su capelli ancora più unti e nerissimi, baffoni dello stesso colore non curati, una tunica lercia e lacera sotto la quale si intravedevano delle scarpe, forse un tempo bianche, completamente sfondate.
    L’essere mi si avvicina e noto che ha un anello per ogni dito delle mani; le fattezze come lo sguardo sono bovine e come un bovino rumina lentamente.
    Farid mi parla un pò del cugino, mi dice che ha viaggiato parecchio per il suo lavoro, non specificato, che è stato spesso e anche di recente, in Yemen e nel Corno D’Africa; mi spiego quindi quel masticare qualcosa che con regolarità estrae da una tasca e si infila in bocca, è erba, è qat, acquistata in quelle zone.
    Improvvisamente Fathallah inizia a parlare di sé e delle sue esperienze di vita come se io fossi ansioso di conoscerle, in più, ormai preso dalla cosa, infarcisce questo suo fiume in piena di parole con aneddoti secondo lui esilaranti.
    Sono al limite della sopportazione, non so se fuggire, spaccargli la bocca con un pugno ben assestato o continuare ad ascoltarlo fingendo interesse, in realtà violentandomi per riguardo nei confronti dei miei ospitanti.
    Per fortuna Santa Shanica interviene e lo blocca offrendo a tutti le mie harcha e i suoi ghoriba, uno con le mandorle e un altro con gli amaretti.
    Fra un dolce e un sorso di tè alla menta, il tipo continua a sparare scemenze senza ritegno su qualunque argomento si cercasse di trattare.
    Non pago dello sfinimento che ci sta procurando, si lancia nel racconto sconclusionato e per di più ricchissimo di particolari, della sua esperienza in Afghanistan.
    Laggiù conobbe una donna appartenente all’etnia Azara, la più discriminata e di come, quasi fosse un nobile cavaliere medioevale, l’avesse difesa e protetta contro due bulli Pashtun, una popolazione dominante.
    Ci confidò inoltre, con grande enfasi, come se ci onorasse del renderci partecipi di un suo inconfessabile segreto, che anche insieme a quella donzella, “inseguì il drago” quotidianamente per un lungo periodo.
    Capito tutto, si è bruciato narici e cervello con l’eroina marrone.
    Questo spiegherebbe anche perché mi ha raccontato almeno quattro volte, come ha fatto incontrare e conoscere i genitori di Ahmed e la storia era sempre diversa sia per modalità che per tempistica.
    Il bue stolidissimo ha iniziato una nuova filippica relativa la sua abilità nel rammendo della parte inferiore della tunica che essendo lunga, striscia per terra e si sfilaccia e io, assolutamente interessato alla cosa, di nuovo non riesco a dare un taglio a questa ennesima rottura di scatole.
    Evidentemente anche le persone che normalmente non sono logorroiche ed hanno un sillogismo stringato e spessissimo maltrattano chi non si comporta verbalmente come loro, quando si tratta di parlare di sé o di cose che veramente le interessano, ecco che improvvisamente diventano peggio dei loro maltrattati, assolutamente insopportabili e molesti.
    Era questo il caso del cugino, come gentilmente mi spiegava Shanica, mentre il marito lo distraeva sfruttando una vecchia foto di famiglia. Esauriti  tutti i più banali commenti possibili su quell’immagine rovinata e ingiallita dal tempo e con una discreta spinta di Farid, Fathallah decide di togliere il disturbo.
    Il grassissimo, in onore della mia occidentalità decide di salutarmi stringendomi la mano, così mi ritrovo a contatto con la sua schifosamente flaccida, sudata e appiccicosa, il tutto mentre continua a masticare, interrompendosi solo un poco per esprimersi con un rutto fragoroso, pieno, liberatorio e puzzolentissimo. Trattengo il voltastomaco con difficoltà e lo ringrazio, con grandi cordialissimi sorrisoni, della conoscenza e della compagnia, scoprendomi più bugiardo di quanto non immaginassi.
    Dopo poco tempo e dopo un ultimo tè caldissimo che, nelle mie intenzioni, avrebbe dovuto placarmi il maremoto interno appena scoppiato, ringrazio sinceramente tutti per tutto, saluto e me ne vado a casa a coricarmi deciso a non mangiare ne bere per almeno i prossimi due giorni.
    Sono a letto, con scarsa lucidità e un perforante mal di testa; ripenso alla serata, saette di ricordi mi bersagliano l’area della memoria e dopo l’ultimo luminosissimo, anzi abbagliante, fulmine che come un frame mi blocca l’immagine dello sguardo impassibile di Farid mentre stava cadendo, mi viene di pensare che mi merito una gita, o meglio una vacanzina  e anche se non me la meritassi, me la concedo ugualmente.
    Il collegamento fra maremoto intestinale, fulmini e gita/vacanza non mi è chiarissimo ma tant’è, ho deciso.
    Naturalmente nasce immediatamente un dilemma che inspiegabilmente risolvo brillantemente e immantinente: mare o montagna ?
    Meglio il primo, anche perché si tratta di oceano, infatti sempre stupendomi, in un istante decido di recarmi a Essaouira.
    Dunque, posso scegliere: autobus, quattro ore di viaggio, comfort pari a zero, costo in dirhams ridicolo, oppure taxi, tre ore di viaggio, comfort maggiore decisamente, costo in dirhams superiore nettamente.
    Opto per il taxi e mi metto alla ricerca di Driss per la città, per prenotargli la corsa.
    Giro, vago, controllo, aspetto, chiedo; nulla, nessuna traccia, in più nessun suo collega lo ricorda o l’ha visto di recente.
    A questo punto decido di ingaggiare il primo che mi capita, per cui mi avvicino a un piccolo slargo che funge da deposito taxi per parlare con l’unico presente.
    Forse non è stata un’ideona perché il conducente ha volto e movenze delle mani sul volante, da serial killer psicopatico, per di più con una cicatrice visivamente recente, che partendo da metà naso, gli solca tutta la guancia sinistra.
    La barba di due giorni e i capelli corvini rendono il suo volto ancora più truce e sinistro.
    Gli parlo e non mi guarda, come se non mi sentisse, come se non esistessi, improvvisamente si gira di scatto verso di me e mi fissa con due occhi gialli scavati e feroci che mi fanno girare bruscamente la faccia per lo spavento.
    Incredibile coincidenza, questo movimento mi permette di vedere una figura che gira dietro un angolo dello slargo e sparisce, mi sembra il mio taxista; schizzo verso l’angolo nella speranza di rivedere Driss, lo giro e vedo la figura da dietro, mi sembra di riconoscerlo, lo chiamo a gran voce nella speranza che sia lui e che si giri ma contemporaneamente ho il terrore che questo non avvenga. Invece no, si gira, è lui, gli corro incontro, mi sorride e ci salutiamo con una cordialissima e forte stretta di mano.
    Tutto d’un fiato gli spiego del perché lo cercavo e gli chiedo se conosce quel suo collega spaventoso, del quale gli fornisco una descrizione il più possibile dettagliata.
    Driss mi ascolta senza fiatare assumendo un’aria parecchio rigida, quando ho finito mi dice seccamente che non ha mai visto un tipo così e che non gli sembrava nemmeno che ci fosse un taxi posteggiato nel deposito.
    Dopodichè, assumendo tutt’altro tono di voce e sguardo mi dice che Essaouira è splendida e che mi divertirò o semplicemente mi rilasserò, tantissimo.
    Ovvie banalità ma tant’è, va bene così, mi accontento dell’accordo preso per il giorno dopo.
    Mattina presto, sole dolce, aria fresca, ombre oblique, pochi bagagli per pochi giorni, due o tre al massimo, si parte, parliamo del più uscendo dalla città e del meno tagliando il deserto e poi ancora villaggi uguali, tutti uguali e deserto, sempre più deserto e inospitale e splendido, terrorizzante e infinito e poi ancora infinito, affascinante e surreale.
    Il tempo trascorre comunicando poco, ma osservando e riempiendomi gli occhi di quel nulla stupendamente creativo.
    Caldo tanto, sobbalzi tantissimi; grazie a questi e ai loro ondeggiamenti indotti, posso apprezzare meglio i cinque rosari di cinque colori diversi appesi nell’auto insieme ad altre immaginette religiose e spille che somigliano a ex voto.
    Vi sono anche altre immaginette non propriamente religiose, ma sono tutte concentrate nella parte posteriore dove c’è pure un cestino di vimini con un quotidiano del mese scorso e tre riviste vecchie di sei anni, ma non importa, i temi trattati fotograficamente sono sempre di attualità.
    Ben appoggiato sul fondo dietro la poltroncina dell’autista, trova spazio un narghilé pronto per l’uso, completano l’arredamento un posacenere di legno con dentro delle carte da gioco e alcuni tappetini, uno dei quali veramente originale e particolarmente trendy, rettangolare, che copre quasi interamente il divano posteriore, è di una fantasia leopardata nera e arancione che fa pendant con il coprivolante identico, solamente con il pelo meno folto.
    Ci muoviamo abbastanza regolarmente, guardo l’ora, sono trascorse circa tre ore, dovremmo esserci e infatti quasi improvvisamente…l’Atlantico, ed eccola là l’antica Mogador portoghese con le sue case bianche decorate di motivi blu.
    Driss mi lascia proprio davanti a una di esse, solo un po’ più grande delle altre, è una specie di pensione carinissima e mi vien di dire splendente, praticamente di fronte a una spiaggia da urlo. Ringrazio e saluto il mio taxista, arrivederci fra tre giorni, stesso posto stessa ora.
    Entro, mi presento, ci salutiamo, mi ritirano i documenti, mi conducono alla camera, tutto a posto, tutto in ordine, bevo una bibita gigante alla frutta, mollo sul letto i bagagli, me ne occuperò più tardi.
    Maglietta arancione, bermuda neri, occhiali da sole neri, telo mare pluricolore sui toni del sole, zoccoli in legno, giornali, sono perfetto, anzi, perfettissimo, chiudo la stanza e sono già praticamente in riva all’oceano.
    Non conosco la zona per cui un posto vale l’altro, mi fermo e mi accomodo praticamente subito sotto una piccola liscissima duna.
    Sono sereno, rilassato, anestetizzato dai colori e dai profumi dell’acqua e della spiaggia; onde e riflessi di sole rendono alternativamente più distinte o quasi mimetizzate le barche verdi e blu dei pescatori.
    Ho gli occhi estasiati, purtroppo tutto crolla alla vista degli uomini; questi al mare mostrano la loro massima bruttezza, prima solo fisica ora con gli annessi che alla fine sono fondamentalmente il cellulare e il portacellulare con cintura.
    Questi moderni cow boys del mobile coltivano un gusto per il ridicolo assolutamente involontario, al punto tale da renderli così folcloristici da attirare tenerezza.
    Come se questo non bastasse, riescono ad inventarsi altri mille modi, tutti validissimi, per rendersi buffi e grotteschi.
    Mi pervade una perversa piacevolezza nel vedere una siffatta lordura umana, tanto da farmi pensare che ci sia in me un qualche cosa di malato, una specie di tumore metastizzato o come mi viene meglio di vederlo e descriverlo, marcio e in decomposizione.
    Beandomi con questi rassicuranti pensieri, mi addormento dolcemente quando arrivo alle considerazioni per massimi sistemi sulle bellezze e sulle brutture universali assolute.
    Sogno, oppure no, comunque non ricordo, meglio così, credo.
    Il giorno seguente, dopo aver diligentemente eseguito i compiti obbligatori del bravo vacanziere di mare, decido di recarmi alla quotidiana asta di tappeti, verso le ore 17.
    Tutto abbastanza turistico, tutto abbastanza originale, non rimango particolarmente deluso perché, bene o male, me l’aspettavo così.
    Diciamo che mi sto divertendo a guardare, ascoltare e valutare la piccola folla che da vita a questo spettacolino colorato. Improvvisamente mentre stava per essere battuto uno splendido, veramente, tappetino quadrato in seta, eccolo! Lo sento arrivare, un branco di energumeni italiani, volgari nelle espressioni, distruttori della lingua italiana, chiassosi e molestissimi; praticamente il loro arrivo riesce a far interrompere l’asta per qualche minuto; solo loro potevano riuscirci.
    Il concetto di nazionalità mi fa vergognare e mi scivola contemporaneamente, ma sono totalmente disturbato e talmente irritato dalla loro presenza, che il primo impulso è quello di reagire come un mio eroe dei fumetti, il coatto sintetico Ranxerox, cioè fare una macellazione di quei tipi lasciando sangue e frattaglie sparse un po’ dappertutto.
    I sogni a volte si avverano, purtroppo non in questo caso, quindi preferisco ritirarmi lasciandomi alle spalle quei campioni del mondo di cafoneria; una notte mi sarà appena sufficiente per allontanarli dalla mia mente e considerarli semplicemente una piccola triste parentesi.
    Acqua e sabbia e sole e profumi, non desidero altro, mi sento pulito, corroborato e asciugato, forse rinforzato.
    Oggi però gli alisei tirano troppo forte per me, non li sopporto, me ne vado in paese.
    Mangio qualche cosa, non importa cosa, bevo qualche cosa, non importa cosa, tanto sono in piazza Moulay El-Hassan e ogni cosa assume un sapore speciale; tutta la cornice di cose e persone è affascinante e amalgamante.
    I ciotoli e un giovane suonatore di crotali, sacchi di tè e donne che camminano parlando, spezie e venditori di kif arrivati da Ketama dopo un viaggio sulla catena montuosa del Rif, mi dicono; tutto contribuisce a creare una caotica organizzazione sociale funzionante e dinamica.
    Ne voglio fare parte, quindi decido di comprarmi una scatola in preziosa e rara radica di Thuya; praticamente seguendone il profumo raggiungo l’atelier di un ebanista, da quel momento comincia lo spettacolino personale e privato inizialmente, successivamente con qualche spettatore più o meno interessato alla scelta ma soprattutto all’acquisto del prodotto.
    Siparietto N°1; mi aggiro lentamente nel negozio facendo attenzione a non urtare niente, mostrando un grande interesse per buona parte dei prodotti che tocco, accarezzo, annuso, ispeziono, controllo, batto e poi rimetto al loro posto, il tutto con il massimo della delicatezza di cui la natura mi ha dotato.
    Siparietto N°2; ogni tanto faccio qualche domanda breve e precisa a un commesso, che insieme a un altro soggetto mi sembra gestisca il negozio, credo che solo quest’ultimo produca fisicamente i lavorati.
    Naturalmente ho già individuato l’oggetto che farà bella mostra di sé su di una stretta mensola nella mia camera, una piccola scatola intarsiata con l’apertura a combinazione gestita da tasselli.
    Siparietto N°3; comincio a dimostrare meno interesse per i prodotti, fingo un inizio di noia e mi avvicino molto lentamente all’uscita mentre sbircio con rapide e invisibili occhiate il comportamento dei due.
    A questo punto  partono all’attacco, mi sono già praticamente addosso decantandomi le qualità e insistendo sull’acquisto di alcuni oggetti dei quali mi dicono il prezzo; al che io sorrido intendendo con ciò che non sono interessato e che comunque il prezzo sarebbe esagerato.
    Siparietto N°4; prima di simulare l’intenzione concreta di voler uscire prendo in mano la scatola desiderata e mostro un velatissimo interesse chiedendone il prezzo, anche se l’atteggiamento e il tono di voce vorrebbero sostenere solo un minimo di curiosità.
    Siparietto N°5; i due capiscono l’antifona forse, comunque sparano un prezzo altissimo. Fingendo spudoratamente assumo un atteggiamento irritato, rispondo che sono pazzi e che mi stanno prendendo in giro, quindi guadagno l’uscita convinto che mi avrebbero trattenuto con mille chiacchiere e che avrebbero poi abbassato il prezzo.
    Siparietto N°6; non succede nulla di tutto ciò, un po’ deluso esco dal souk e mi avvicino alla vetrina di quello di fronte, mi metto a guardare una piccola sella da cavallo, carina, pensando a quanto appena avvenuto, quando mi sento battere delicatamente sulla spalla destra.
    E’ il commesso di prima con in mano la scatola, che mi propone alla metà del prezzo richiesto alcuni secondi precedentemente.
    Ribasso ulteriormente e clamorosamente, lui rialza, io ribasso di nuovo, facciamo questo giochetto tre o quattro volte muovendoci e parlandoci come giocatori di morra; al mio ultimo tentativo di sconto il mio “avversario” si indigna, dice alcune parole in arabo che probabilmente, fortunatamente non capisco e se ne và.
    Siparietto N°7; intuisco la situazione, il penultimo prezzo mi sembrava corretto, in effetti volevo solo continuare un po’ il gioco, gli lascio fare pochi passi sperando ci ripensi, non si gira, gli grido che d’accordo, va bene; praticamente la scatola è già avvolta in una doppia pagina del quotidiano locale. La metto nel mio zaino mentre gli do i dirham convenuti, ci salutiamo e ce ne andiamo soddisfatti per le nostre strade.
    Mattina, presto, prestissimo, un sole caldo ma ancora gentile mi sfiora e mi sveglia; Wow ! sono tonicissimo e con una fame da suonatore ambulante. Tempo un secondo sono pronto per la spiaggia ma prima mi fermo al bar affianco e mi faccio tre, dico tre, kaab el-ghzal; fantastici, forse un po’ grevi, ma comunque fantastici e con il giusto gusto di acqua di fiordarancio.
    Sento la necessità, prima di sparapanzarmi sulla sabbia, di qualcosa di liquido per far scendere immediatamente i dolci; automatico pensare a un atay, un caldo e sano tè alla menta, ma anche un bukha, in quanto liquore potrebbe funzionare; ho deciso, me li bevo entrambi, prima l’alcolico e poi il caldo.
    Saranno i fichi con cui producono il primo o la temperatura del secondo, fatto sta che l’effetto è dirompente; lascio il bar e torno di corsa in camera ma senza troppi scossoni pericolosi; temo la scia che potrei lasciare.
    Più che dirompente, l’effetto è stato devastante per cui avverto il bisogno di coricarmi e rilassarmi per recuperare le forze sciolte poco prima.
    Dal letto con lenzuolino alla sabbia con telo mare, il passo è brevissimo per cui ora che tutto è ritornato normale, voglio dedicarmi all’attività preferita dalle lucertole per un tempo che non voglio definire.
    E ora ? che succede ? del tempo è passato, appunto non so quanto ma mi sento a pezzi, tutto dolorante e invece che rilassato sono teso e irritato.
    Praticamente scappo dal sole, dal mare e dalla sabbia e anche da quella beduina che sta facendo il bagno tutta vestita.
    Cammino con una certa difficoltà e non trovo di meglio che rifugiarmi nei vicoli stretti e ombrosi della città vecchia.
    Improvvisamente come fosse un miraggio, vedo il magnifico portone in legno d’ingresso di un hammam, non faccio neanche in tempo a pensarci per decidere il da farsi, sono più veloce del mio pensiero, infatti sono già entrato.
    In uno stato come il Marocco in cui la cura della persona è un pilastro della cultura, questa spa è tutto quanto posso desiderare in questo momento.
    Un ragazzo gentilissimo mi porge delle babouches gialle, sono un maschietto, le calzo, sono comodissime e altrettanto morbide, devono essere fatte a mano a Tafraoute; vedo in un angolo, ben disposte, alcune paia rosse, intuisco quindi che il posto accetta anche le signore.
    Comincia la “remise en forme” attraverso un percorso sapientemente studiato, le tradizioni non si inventano e come se fossi in un magico e vaporoso altro mondo, provo tutto; mi lascio smanacciare e apprezzo un contatto fisico diretto e continuo che non avrei mai immaginato neanche di pensare.
    Sapone nero, olii di argan e di rosa, e per finire, trattamento con la ghassoul, un’argilla purificante fantastica; insomma non mi sono fatto mancare niente e il risultato è evidente, sono nuovo, rafforzato, tonificato, rinnovato, purificato e finalmente rilassato.
    Decido, non so perché, di premiarmi con un qualche cosa, ma non so cosa, in realtà non desidero nulla in particolare o meglio quello che desidero non me lo posso permettere e quello che mi posso permettere non mi interessa.
    Un tè, chissà, forse un tè potrebbe aiutarmi a capire, a realizzare.
    Ma capire o realizzare cosa ? forse che farò da grande ? quanto tempo ho sprecato fino a ora ? cosa deve succedere perché qualche cosa succeda ?
    Cresce la confusione e l’irrequietezza mi sembra di avere l’energia per spaccare il mondo, ma sono a corto di mondi da spaccare.
    Mi avvio un poco mesto alla mia pensioncina, berrò qualche cosa là e sistemerò i pochi bagagli, domani lascerò le case bianche con i portoni azzurri di Essaouira per ritornare a Marrakech; la prossima volta, se ci sarà, sceglierò Agadir decisamente più riparata dai venti, perchè comunque alla fine mi infastidiscono.
    Saluto la città, il vento, appunto e Driss che mi aiuta a caricare la mia valigiotta.
    Soliti discorsi superficiali, banali e stupidi ma sembra dovuti; non ho più voglia di parlare e capisco che neanche il taxista ne ha, per cui come per un tacito accordo, taciamo e ognuno pensa ai suoi guai, ai suoi timori, alle sue solitudini.
    Lascio Essaouira per ritornare a Marrakech, bene ! ma si ritorna dove, perché ? per una ricerca di radici ? per un qualche cosa di conosciuto e quindi rassicurante ? si ritorna perché non si ha il coraggio di scappare seriamente, decisamente ? si vuole forse sempre avere la possibilità, senza sforzi eccessivi, di riprendere il noto, di adeguarsi nuovamente accontentandosi, esprimendosi a metà o peggio castrandosi per ottenere cosa, la tranquillità, la tranquillità della mediocrità e della stabilità ?
    Il tutto sorretto e accerchiato da un’aureola di doveroso senso di colpa nei confronti della rivoluzione, magari piccola, inespressa ma desiderata che resterà quindi per sempre irrealizzata.
    Che tristezza, che amarezza, che vuoto, che ora vedo amplificato dallo spazio infinito del deserto; spazio che ora mi crea angoscia e smarrimento, mi perdo, non lo delimito, non lo gestisco; panico.
    Credo che leggerò qualcosa ma come per una sorta di sindrome di Norimberga non riesco a togliere gli occhi comunque estasiati, da quello spettacolo per me ora pauroso.
    Ma allora non mi appartiene più quella massa sconfinata di sabbia ? non fa parte di me, non più, neanche un poco ? perché ho paura di sprofondare in quell’oceano di granellini ?
    Vorrei già essere nella mia casetta a Marrakech, la immagino come se fosse un rifugio protettivo, ma mi accorgo che l’idea non mi mette al sicuro dal panico; panico al quadrato dunque.
    Che succede, che mi sta succedendo ? tutto vacilla, quel minimo di serenità interiore si sta sgretolando, sbriciolando; mi vedo trasformato in polvere fagocitata dalla sabbia.
    Non mi piace, non mi ci trovo, la sabbia rappresentava un concetto generale di luogo e vita diverso e diversa, tali da rigenerare prima di tutto psichicamente e ora questa che fa ? mi avvinghia, mi attanaglia, mi comprime, mi schiaccia e mi affonda, perché ?
    Non mi vuole più ? mi percepisce come estraneo ? e io che provo ? cosa mi sembra stia realizzando e razionalizzando con la mia momentanea minima lucidità ?
    Ho paura a confessarlo anche a me stesso; delusione, fallimento; di nuovo !
    Il risultato di questi pensieri è che la paura mi attanaglia il cuore e il cervello, lo stomaco è totalmente in subbuglio provocandomi un gonfiore sinistro, temo la catastrofe da meteorismo, reggerà l’auto vecchia e malconcia ?
    Del naso e dei polmoni di Driss non mi do pena, spero solo che riesca a gestire la guida.
    Non posso, non riesco, non trattengo, non posso scoppiare, non mi tarpo, non mi preoccupo, non mi posso preoccupare e quasi “dolcemente” ciò che deve avvenire avviene.
    Il risultato è deflagrante, sconcertante, credo che anche un grosso scorpione appena superato si sia spaventato; sicuramente una specie di topo grande come un gatto di medie dimensioni si è nascosto in un pico secondo nella sabbia.
    Tremo tutto, il sisma intestinale è stato di una violenza inaudita, lo stomaco mi ribolle e i timpani, molto lentamente, si stanno riavendo dal trauma sonoro.
    Nonostante l’importanza di questi effetti fisici, il lato più impressionante dell’accaduto risiede nello sguardo e nell’espressione di Driss che ho visualizzato e memorizzato in modo perenne, nel momento stesso in cui si è girato a guardarmi.
    Occhio fisso e pallato con il bulbo percorso da numerose piccolissime e rossissime venuzze, la bocca contorta in un ghigno ridicolo che esprimeva spavento e incredulità.
    Le labbra scomposte lasciavano, per fortuna, solo intravedere due dentoni gialli, schifosamente cariati e separati da un vuoto dal quale fuoriuscì un suono gutturale di stupore misto a terrore.
    Probabilmente si aspettava di vedermi cadavere con l’addome sconquassato, invece il mio stato molto provato ma vitale, evidentemente lo rassicurò e senza dire una parola continuò a guidare.
    Continuò a farlo fino all’arrivo sotto casa a Marrakech, ogni tanto si girava, come per controllare che continuassi a respirare e ogni volta sembrava stupito del mio stato di vita.
    Salutoni, abbraccioni, niente bacioni con Driss, bene, alla prox, Saludos !
    Rieccomi in città e a casa, mi affaccio a pensare appoggiato sul davanzale della finestra della cucina che, come le altre, si apre sul cortile interno e non sulla via perché gli interni delle case per nessun motivo devono essere esposti alle offese della strada.
    Pensare ? parolona ! in realtà ho il cervello che sembra un buio temporale estivo, ogni fulmine è una domanda senza risposta e ogni tuono un’incertezza.
    Spero che la famosa quiete dopo la tempesta produca delle risposte che mi portino a delle successive azioni.
    Per ora solo un disagio generale e totale.
    Cammino per la casa, mi distendo, mi giro e mi rigiro, mi rialzo, niente di niente solo inquietudine e smarrimento.
    Improvvisamente e inspiegabilmente mi compare una leggera appetenza ?!
    Boh, senza pensarci sono uscito e mi dirigo verso il banchetto di Mustafà, il suo cous cous è il migliore della città e serve il montone, non la solita pecora, cucinato con un ras el-hanout, una miscela di almeno trenta spezie, di qualità superiore.
    Sarà il cous cous, sarà l’aria dolcissima della sera, sarà il profumo della frutta secca e delle spezie che proviene dai banchetti vicini, sarà il “tranquillo” viavai delle persone, sarà…non lo so, ma capisco che sono in contrasto con me stesso e con questo ambiente, capisco di trovarmi in una situazione forzata e innaturale, capisco che non può continuare, capisco che me ne devo andare.
    Terribile, mi sento a disagio in questa città che mi ha accolto e protetto, aiutato e amalgamato.
    Accidenti, ma questa ansia esagerata, questa angoscia intollerabile, questo malessere totale e improvviso, inaspettato e irrazionale da dove deriva, e perché ?
    La dimensione fisico/spirituale eccezionale ottenuta è già svanita ?
    Non lo capisco, non lo sento, non lo realizzo ma forse inconsciamente una forza mi costringe a lasciare per ritornare, è tutto assolutamente intangibile e indecifrabile ma è, paradossalmente, urgente.
    Lo giuro, non avrei mai immaginato di riuscire a prendere una decisione così importante e radicale in così breve tempo e con questa assoluta lucida determinazione.
    Direi che mi fu sufficiente un atay piacevolmente caldo, sorbito lentamente nel più scalcinato bar della mellah, posizionato di fronte al suk degli argenti, con una menorah splendidamente luccicante, anzi sette volte luccicante, che faceva bella mostra della sua affascinante semplicità al centro di una polverosa e caotica vetrina.
    L’osservazione insistente del prezioso oggetto fu interrotta per pochi secondi, a favore di una ragazza araba con due occhi ipnotizzatori resi anche misteriosamente indagatori dal khol; pochi secondi, ma da urlo.
    Tutto ciò avrebbe dovuto o potuto indurmi, forse, a ben altri comportamenti e invece sono qui a ripensarci seduto su una scomoda e stretta poltroncina d’aereo.
    Destinazione: l’aeroporto a nord-ovest di Milano, Italia.
    Sincerità per sincerità, non sono convintissimo di andarmene per ritornare nella mia città, anzi cittadina di provincia, forse la più di provincia dell’intero universo siderale, quindi con pochissimi vantaggi e tantissimi minus, compresa una sciocca spocchia dovuta, nonostante tutto, a una certa ricchezza di base messa in evidenza tanto spesso quanto a sproposito.
    Ma tant’è, il muso dell’aereo prima e il mio naso dopo erano rivolti verso di lei.
    Sto atterrando; ultime indicazioni dalla biondissima hostess, cintura, carrello, piccolo boom, applausi scroscianti e soddisfatti uniti a sorrisoni rilassati e ora distesi, ok sono in Italia !
    Solite attese per ritirare i bagagli…non arrivano, temo la perdita…e invece no ! li vedo e riconosco.
    Il viaggio sarà anche stato confortevole per loro, immagino/spero, però sicuramente l’alloggiamento e la sistemazione no, ammaccamenti più o meno profondi e strisciate di varie lunghezze confermano.
    Con un bus-navetta raggiungo la mia cittadina e a quel punto, per raggiungere casa mia, opto per un taxi, con taxista antipaticissimo e fastidiosamente logorroico.
    In pochi minuti, quattro o cinque al massimo, mi racconta di lui, della moglie, della suocera che spera muoia presto, in modo da poter ereditare una casetta in riva al fiume e riuscire così finalmente, a disporre di una discreta, sicura e gratuita sistemazione da sfruttare con la prostituta di turno; inoltre potrà anche tenerla come base per il suo hobby preferito, la pesca che esercita abusivamente da molti anni, facendosene vanto praticamente tutti i giorni al bar, con i suoi degni amici.
    Inoltre credendo fossi un turista, mi propone un percorso a suo dire strategico e breve, in realtà lungo almeno tre volte l’accettabile.
    Lo sputtano indicandogli il percorso più breve, a quel punto il tipo si inalbera, urla e cerca di convincermi a seguire il suo consiglio dandomi del bugiardo e anche un po’ dello sciocco.
    Obbligatoriamente non ho che due alternative:
    1)            con una stupida, quindi adeguata a lui, bugia farlo girare verso di me e tirargli un secco pugno in piena faccia devastandogli completamente il naso e parte della bocca.
    Soluzione non percorribile ancorché liberatoria e gratificante, perché la sola idea del contatto fisico con il tipo, mi provoca una forma di patologia orticante agli arti nelle
         parti estreme.
    2)           Sfruttare tutto l’autocontrollo di cui dispongo e violentandomi sorridendo, chiedergli di accostare, pagare, scendere e allontanarmi il più in fretta possibile al fine di evitare che l’autocontrollo risultato insufficiente, lasci spazio a una scarica fisica violentissima ai danni della sua banalissima autovettura.
    Vabbè, opto quindi per l’alternativa due e in pochi minuti raggiungo a piedi la mia casetta.
    Si si, che bello che bello, sono ritornato alle “cose” conosciute, protettive, rassicuranti, si si, che bello che bello, evidentemente ne sentivo a livello inconscio, molto inconscio, il desiderio; un’attrazione riposta e nascosta, latente ma sconvolgente e immediatamente dirompente.
    D’accordo, la forza delle radici, il gusto complice di ascoltare, capire e parlare il mio dialetto, accidenti tutto fantastico però ora che faccio ?
    Sentimenti opposti, contrastanti, in conflitto, altri in accordo, accomodanti, seducenti; tutti mi bersagliano la testa, tutti mi strizzano il cervello; il risultato ? nebbia, nebbia in Valpadana, come da tradizione.
    Questo significa che non mi oriento, non vedo a un passo da me e soprattutto non vedo strade, in realtà mi basterebbe intravvederne una sola ma…nada, in questo momento nada de nada.
    Le situazioni anche lavorative passate, sono assolutamente improponibili e ad ogni modo impossibili da ripristinare pure nel caso in cui decidessi di rendermi quanto meno ridicolo e/o vergognoso e riprovare ciò da cui mi ero allontanato con sdegno e sofferenza.
    Va bene, ok, allora viviamo alla giornata, possibilmente con un numero di stress sopportabile o comunque gestibile.
    Però, mentre mi impegno per riuscire a galleggiare, mi impegno anche per cercare e trovare l’occupazione ottimale della mia vita.
    Naturalmente senza rinunciare ai diversivi diversificati e funzionali al galleggiamento.
    Mi muovo, mi sposto, mi sbatto, mi annoio.
    Cerco e non trovo, ricerco e trovicchio un lavoretto, o meglio un tampone professionale tale da permettermi almeno di girare verso la metropoli due o tre volte la settimana.
    Poco di tutto: soddisfazioni, contatti con i colleghi, superficiali, banali, concettualmente sotto zero, operativamente più tremila, un lavoro esattamente adatto all’atrofizzazione cerebrale, però grazie a questo, i concerti sono assicurati così come qualche ristorante etnico, qualche libretto e qualche CD più, naturalmente, il vinile.
    Senza contare che questi viaggi settimanali mi permettono, molto spesso, di beccare al casello dell’autostrada una casellante proprietaria di un viso splendido, lineamenti leggermente accentuati sempre perfettamente truccati e contornati da una pettinatura a caschetto modello Valentina.
    Rimango ammaliato quando mi guarda, rimango estasiato quando mi porge il resto e mi saluta, rimango stordito quando a volte mi sorride, rimango abbattuto quando ingrano la prima e con una lentezza esasperante me ne vado continuando a guardarla il più possibile grazie allo specchietto retrovisore abilmente posizionato.
    Per ben due volte ho avuto modo di vederla in piedi e camminare verso gli uffici.
    Ignorando gli strombazzamenti degli automobilisti rallentati dietro di me, mi sono praticamente bloccato per osservarla meglio; quale visione, quale soddisfazione per gli occhi, un fisico tipicamente mediterraneo: vitino di vespa e sedere da elefantessa, direi almeno quattro chili in più per chiappa, ma quale armonia d’insieme, quale tondeggiante perfezione, quale delicata attrazione tutto ciò mi procurava.
    Rimarrò per sempre, fino alla morte, con il desiderio irrealizzato di parlarle e ascoltarla.
    Che tormento, che grande tormento.
    Mi muovo nella cittadina senza che nulla riesca anche minimamente a distrarmi, mi obbligo a un finto stato di serenità, pena l’esaurimento nervoso causa lentezze e stupidità generali.
    Ne vedo di ogni, dalle signorine e dai signorini che vanno al lavoro portandosi la bottiglietta d’acqua tenendola in evidenza come se fosse un oggetto di distinzione, ai vestiti appesi all’interno delle auto, dai ragazzini ordinari nell’aspetto e nell’intelletto che prendono, in modo sguaiato e cafone, il pullman che li riporta alle loro case di paese, alle signore e ai signori che se la tirano al punto da risultare folkloristici, tanto da indurre tenerezza se non prevalesse un istinto sarcasticamente violento nei loro confronti.
    Orde di ragazzine che espongono una striscia lombare grassa e flaccida fra un pantalone a vita bassa con uno slip ridicolmente ristretto e un maglione di infima qualità, più stretto di quanto logicamente accettabile ma astutamente idoneo a evidenziare i rotoli di ciccia sui fianchi.
    Non mancano certo, anzi abbondano in maniera intollerabile, gli automobilisti impediti nella guida tali da provocarmi sudorazioni repentine e crampi addominali, nonché pensieri omicidi per tutta la durata del contatto indesiderato ma inevitabile, con loro.
    A questo proposito e soprattutto in certe specifiche situazioni di ridicola circolazione urbana, rivendico il mio diritto assoluto al giudizio pesante, affrettato e superficiale su chi voglio, eventualmente condito con parolacce varie che perfettamente aiutano a disegnare la mia totale insofferenza verso un prossimo così tragicamente insipiente.
    Il tempo trascorre trascinandosi, facendolo quindi sembrare infinito e monotono, nulla mi attira, nulla mi stuzzica o incuriosisce, tutto mi pesa, tutto mi indispone, tutto mi indispettisce o, al limite, mi annoia.
    Anche l’impegno lavorativo è venuto meno, non mi sento di esprimere nessun commento, ancora una volta la stolida mediocrità ha vinto; insomma la tragica commedia si sta nuovamente presentando e rappresentando.
    Quelle che banalmente voglio chiamare generiche sfighe generali, non sono certo migliorate, anzi si sono aggravate e amplificate per colpa del loro inesorabile ripetersi.
    Mi sento abbattuto e soffocato, schiacciato e stanco, tanto stanco, troppo stanco e rassegnato, non ho più voglia neanche di riprovarci.
    Su tutto, la mesta accettazione della consapevolezza che comunque rimarrò deluso, ferito e mortificato.
    Quindi che soluzione ? quella estrema ? si ? forse per curiosità, forse per quella impotenza che genera una rabbia cieca, devastante e debordante che ti fa bestemmiare e sperare che esista davvero, anche se non ci credi, per trovartelo di fronte a giudicarti e tu ad anticiparlo vomitandogli addosso tutto il tuo livore, tutto il tuo rancore, dopodichè passi alla violenza fisica su di lui, decongestionante, ammesso che abbia un senso.
    Se superi il livello di guardia massimo e arrivi a questo stadio di aberrazione mentale, ecco allora forse lo stato è così compromesso che risulti impermeabile a tutto e tutti, forse.
    Paradossalmente una situazione tanto deviata, quanto tristemente protettiva.
    Mentre mi aggiro a piedi senza meta fra grigi e anonimi palazzi, fra giardini spelacchiati impreziositi da rifiuti di ogni genere, con questo fardello insostenibile e insopportabile, mi casca letteralmente l’occhio, su di una affissione ingenuotta e volgarotta; la coppia creativa che l’ha ideata non si è certo sforzata, ma l’ha resa decisamente d’impatto per l’utente mediocre.
    Il copy invitava a raggiungere il Madagascar e l’art lo visualizzava con alcuni scatti banalissimi ma funzionali, vagamente affascinanti, rappresentanti i tipici baobab e gli ancora più tipici e scontati lemuri, visto che solo laggiù si possono trovare quei primati.
    Quasi quasi…a parte il viaggio da salasso, spese molto contenute, tanta natura, anche se so già  che dopo non molto tempo  mi verrà in odio, però potrei fare l’agricoltore e coltivare vaniglia, manioca e verdure varie.
    Una produzione prima ad uso personale ma successivamente potrei venderne una parte e vivere con il ricavato, senza contare che potrei diventare finalmente vegetariano, non mangiare più animali uccisi e ricavarne un indubbio vantaggio sul controllo del colesterolo.
    Quasi quasi…Madagascar, la quarta isola più grande del mondo, spiaggie sabbiose, barriera di madrepore, chiamata l’isola rossa grazie alla laterite che colora il terreno; evidentemente con il rosso c’ho un feeling.
    Ancora ? un’altra fuga verso qualche cosa di nuovo, di diverso, di stimolante, ma non come un sottrarsi alle responsabilità; ma quali responsabilità ? verso chi o cosa ? di cosa sto parlando ?
    Una nuova scossa di dinamismo, breve ma intensa, sembra di reazione, un istinto di sopravvivenza, una piccola molla per andare avanti e crederci ancora un po’, forse.
    Quasi quasi…ma fino a quando una nota di punk o meglio di hardcore punk mi procurerà un solo brivido lungo la schiena, ecco, allora capirò che sono ancora vivo e con un minimo di generica speranza.
    BALLATA  DELLA CALDA ESTATE
     
    La vita corre dentro la nostra estate , corre dentro un sogno ,per strade sempre più sporche tra mostri e turisti che si moltiplicano cercando di aggredirti. Oltre questo muro, dove vivono tutte le paure del mondo,  dove il vento  porta il suo lugubre canto ,  vento che  ci porta via , verso un altra dimensione , verso sere estive,  tra baci ed effusioni .  Manganandosi nù  tarallo nzogna e pepe , abbascio mergellina,  sentenne l a voce delle onde del mare  , sentenne mille voce ,vecchi e piccirillo, tutta nata storia che all'intrasatte te piglia per mane  te porta lontano addò  la voce delle creature si fa doce come lo suonno , come ò  cielo messo dietro la  cape come cuscino  e cammino insieme all’ate inizino ad una maledizione,  una disoccupazione che continua a rendere un inferno chesta vita  che ti travolge  in mille domande,  senza alcune risposte .
     
    Ricordo ogni cosa,  ricordo la guerra,  quando la fame si faceva amare  ,   tanti sacrifici ,  tante  domande , domani, ricordi e sembra tutto pazzesco , scivolare in una indifferenza  sociale, sembra  pazzesco,  vivere insieme a te ,  ed il mare ci porterà dove abbiamo incominciato ad amarci,  dove  il sole cadeva  all’orizzonte,  nei i tuoi grandi occhi blù , nel il tuo sorriso , ogni cosa svanisce , scema dentro una costante ricerca filosofica che forse  ci renderà liberi  uomini e donne del proprio tempo . Ignudi come Adamo ed Eva noi danziamo  in questo paradiso con tutti gli animali di questa terra , noi danziamo nelle città infocate,  nelle cattedrali dipinte,  nell'aria  silente poi per mano voliamo lontani dove il giorno nasce dove la notte finisce,  dove la vita ha preso inizio , dove i nostri occhi si sono incontrati per caso nel buio del caos.
     
    Disoccupazione ,  disperazione , madre di tante  maledizioni ed io ho preso il tram delle sette,  solo nei miei stracciati calzoni ho trascorso il mio tempo,  il mio morire lento come un figlio ribelle,  seduto,   guardo  dal  finestrino fuggire la vita tra le dita  dell’aurora , vedo  fuggire  mille immagini , giorni oscuri,  lievi , veloci come un pensiero che fa capolino dentro la mia coscienza. Lassù vedo Palloncini colorati , portano in cielo tanti bigliettini, tanti omini, tante donnine,  tante domande senza alcune risposta che si confondono con il dovere in  un ordine disordinato che detiene un potere millenario. Ed odo il grido di dolore di immigrati e poveretti,  seduti per terra di fronte al mare di fronte a se stessi ogni cosa si schiude ,nella meraviglia nella voce di un blues suburbano che dice in faccia chelle ca pensa. E ci stà chi  nun tene paura di nisciuno  , qualcuno importante , chiù di te e di me ,  guappo con le  lente scura  fa due passi miezzo a chiazza insieme al cane con tutto chelle  rabbia cuorpo   sputa  faccia a chilli quattro carognoni assetato fuori ò  bar dello rione.
     
    Maledizioni,  tutte in fila uno dopo l'altre,  incomprensibili belle,  fredde come stelle del jazz che s'arrangiano a cantare abbascio i locali del centro .  Siente nun te  nascondere viene annaze strunzo che dimane si muorto ,  si muorto miezzie i libri,  mezzi i debiti , dentro a questo inferno  che ti brucia la pelle che ti tiene prigioniero  dentro una prigione e nu te lamenta nu parla chesta e la vita chesto  ò blues chesta  a  sciorta  di chi nu fa niente dalla mattina alla sera. Assistete pigliati una birra , penza  si fosse felice,  si fosse assieme a chiu bella dello quartiere penza  e nun torna dietro a cheste sbarre ,penza  a cosa eravamo , figli di una terra sporca di sangue innocente , sporca , ignuda,  figlia dell'arte,  di una cultura millenaria, di una voce negra,  di una voce sincera .
     
    Ed il mondo si è dimenticato di noi, ed andato avanti fregandosi di noi delle nostre difficoltà dei nostri  errori dei nostri figli , di chi eravamo,  di  quando si giocava a carte in cantina con una bottiglia di vino ed eravamo fratelli  , figli della stessa terra,   senza denti con tanti debiti,  noi felici in  una  realtà che non  ci impediva di vivere  per davvero  dentro questa logica fenomenologica che sfocia  in conclusioni,  assiomi, finzioni , epigrammi, ascite purulenti , tutto scorre ,tutto và, dove deve andare nell'incomprensibile atto fenomenico che rende la nostra vita un gioco ,  un amore travolgente , in mezzo alla gente cercando l'altra metà di noi , cercando un anima gemella , gementi,  piangenti, raccontiamo i nostri dolori,  fritti , impaginati,  messi a bollire in pentole di rame. Porzioni amorose ,ricette  che tramuteranno il rospo in un principe. A piedi si va , insieme a te che sei cosi bella , cosi bella che il mio cuore palpita forte cosi forte che lo sento cantare le laudi  al signore del cielo e della terra,  ed il volo degli uccelli sopra i tetti grigi della città  , impauriti , cinguettano narrano le morti stagioni , il caldo orrido che infonde amori d'un tempo immemore , di un essere  in cui eravamo un solo corpo,  un solo spirito in questa  calda  estate italiana.

    By Ospite, in Fantascienza, Horror, Fantasy,

    Erano le 8 di mattina. Passeggiavo nella totale allegria, disoccupato, ma momentaneamente felice. La squadra del cuore aveva vinto la coppa nazionale a 25 anni di distanza dall’ultima. Fino a quel momento le soddisfazioni personali si erano rivelate ben poche, trovando quindi motivi di gioia e gaudio nei pochi interessi coltivati. Senza alcuna meta o obiettivi particolari camminavo lungo il ponte che con perfetto parallelismo seguiva il fiume Giakko. L’imponente struttura era concepita per consentire agli abitanti e ai turisti di ammirare il largo corso d’acqua, orgoglio del paese. Amavo ascoltare lo scrosciare di quelle acque che unito ai rari momenti di relax mentale era un vero piacere per i sensi. Quel piacere tuttavia non era destinato a durare. Un urlo improvviso aveva completamente sconnesso la mente dall’oasi di pace creata. Un uomo si dimenava nelle acque, sbattendo in maniera sgraziata le braccia. Il signore presentava dimensioni tutt’altro che modeste. Sembrava un grosso maiale, con le braccia grasse e tozze. Senz’altro non era un mio problema e niente avrebbe rovinato quell’inizio di giornata, pensavo. “Aiuto! Per Dio!” continuava a gridare. Nei paraggi non vi era nessun altro a parte me. Avevo pensato male. Era diventato un mio problema. Non so quale divinità mi avesse dato in quel momento la voglia di aiutare quell’uomo. In tutta sincerità non ero solito fregarmene del prossimo. Per quanto mi riguardava ognuno poteva perdere la vita come meglio credeva, ma non fu quello il caso. Scesi le scale di metallo che congiungevano la sommità del ponte con la riva del fiume. Sfilai i panni con comodità (ci mancava che dovessi avere delle ansie) rimanendo successivamente in mutande. L’impatto con l’acqua fu ovviamente drammatico. Il freddo improvviso penetrò violentemente nelle ossa. “Non agitarti coglione, sto arrivando!” gli gridavo avvicinandomi a lui. Il fiume si muoveva lento e questo permetteva al grosso omuncolo di rimanere fermo nello stesso punto. Trascinandolo per un braccio lo avvicinai alla riva, dalla quale, per mia fortuna, non era particolarmente distante.

    Conte Artaris Ludvik II, così si era presentato. Mi invitò nella sua umile dimora. Era il minimo, a suo dire, offrirmi un soggiorno contornato dai più prelibati manicaretti. Una squadra dei più rinomati chef avrebbe soddisfatto ogni mio più recondito desiderio culinario. Accettai di buon grado il premio che mi spettava per l’ammirevole gesto eroico. Come fosse caduto in quelle acque non mi interessava. Abbozzò qualcosa riguardo dei malviventi che l’avevano derubato e poi gettato in acqua, ma riuscii ad interromperlo prima che completasse il suo travagliato racconto. Infine fummo lì, di fronte al maestoso cancello della ricca villa. Gargoyles di pietra, posti alle estremità dell’ingresso, ci scrutavano apparentemente incazzati. Una volta entrati, percorremmo una serie di pietre piane allineate che facevano strada verso la struttura. Le stesse dividevano in due parti uguali un maestoso giardino, con fiori di ogni genere e forma. Alcuni alberi di piccole dimensioni presentavano le chiome con un aspetto umanoide. Il giardiniere, raccontava Ludvik II, si dilettava a donare particolari forme alle entità verdi, piantate o seminate dal giardiniere stesso. Entrati nell’androne della villa ci vennero incontro la moglie e la figlia del conte. Due balene. Sarei riuscito a sentire l’odore di sugna, impregnato nelle loro vesti, ad un chilometro di distanza. “Vi presento la Contessa Gelsomina di Purchiania, mia moglie” recitò il goffo padrone di casa, mentre mi apprestavo per un baciamano tutt’altro che spontaneo. “Questa invece…” continuando le presentazioni, “…è la mia adorabile figlia, la Contessina Ermelinda”.  Le donne erano praticamente identiche, non fosse stato per qualche ruga in più che segnava il viso flaccido della moglie del conte. Erano entrambe bionde, con una capigliatura riccia. Ermelinda presentava dei piccoli fiocchetti rosa che le raccoglievano i capelli in due ciuffi simili a corna. Quest’ultima poteva avere ad occhio e croce la mia età, una trentina d’anni. Vestiva un abito pomposo di colore fucsia che terminava con una vaporosa gonna ricamata con merletti vari. Il conte mi invitò a raggiungere quella che sarebbe stata la camera in cui avrei pernottato, assegnandomi al maggiordomo. La stanza  continuava l’arredamento dell’intera villa. Le pareti interne della struttura erano coperte da una carta da parati bianca con strisce dorate. Mobili antichi in legno quercia ornavano gli interni, insieme ai quadri inquietanti, di diversa dimensione e forma, raffiguranti la figlia, la moglie, ed individui che data la stazza potevano essere loro antenati o comunque parenti. Sul letto erano posati gli indumenti che a malincuore avrei dovuto indossare per sedermi a tavola con la nobile famiglia. Una doccia fu d’obbligo e per mio immenso piacere avevo il bagno in camera. Una volta lavato, profumato (avevo a disposizione una vasta gamma di profumi ed erbe aromatizzate), imbellettato e vestito come un nobile d’altri tempi, mi apprestai a raggiungere l’allegra famiglia in sala da pranzo.

    Eravamo in quattro, disposti ai lati di un massiccio tavolo di legno lungo probabilmente un paio di metri. Conte e contessa erano seduti alle estremità, mentre la contessina l’avevo praticamente davanti. Ermelinda mi guardava e sorrideva. Preso dall’imbarazzo (o dal ribrezzo), ad ogni suo sguardo tendevo ad abbassare gli occhi verso il piatto che avevo davanti. Il cameriere entrò con la prima portata. Alla mia destra, sul tovagliolo, erano distribuiti quattro forchette e quattro coltelli. I cucchiai, a quanto pare, non erano contemplati. Quattro era anche il numero dei bicchieri, dal più piccolo al più grande. La tovaglia su cui poggiava l’antiquariato (si trattava senz’altro di costosissimi piatti e bicchieri antichi) era in un tessuto simile alla seta, di un rosso particolarmente accesso, ma troppo spessa per essere costituita da tale materiale. Il primo ad essere servito fui io. Il cameriere posò sul mio piatto tre cubetti di carne che presentava come spezzatino, versando su ognuno di essi una salsina dalle sembianze sanguigne. Quando ogni membro del tavolo ebbe la propria porzione, un secondo cameriere si apprestò a versare del vino nei rispettivi calici. Al centro della tavola erano presenti una brocca con l’acqua e contenitori riempiti da succhi dalla dubbia provenienza. Il conte aprì le danze ringraziandomi ancora una volta per aver salvato la sua nobile e grassa vita con conseguente applauso offertomi da moglie e figlia. Calò il silenzio e ci apprestammo ad assaporare e godere delle prelibatezze che Ludvik II aveva proposto al sottoscritto come lauta ricompensa. La carne aveva una non comune consistenza ed uno strano sapore dolciastro. A primo impatto credevo di riconoscere del cinghiale in quel cubetto venoso, ma il retrogusto che questo lasciava in bocca ad ogni boccone sembrava suggerire qualcosa di completamente diverso. In ogni caso era un sapore non gradevolissimo. Rimasi a contemplare quella pietanza senza accorgermi dei tentativi di Ermelinda relativi alla conquista della mia attenzione. Era da almeno cinque minuti, dall’inizio del pranzo, che menava con dei piccoli calcetti il mio stinco onde attirarmi al suo sguardo. Ad ogni calcetto la guardavo perplesso e lei di risposta mi sorrideva. Calavo nuovamente lo sguardo sul piatto. Ancora calcetti, la guardavo e lei mi sorrideva. Potevo chiederle cosa volesse da me o semplicemente dirle di smetterla, invece di istinto tornavo a guardare il piatto fingendo che nulla stesse accadendo. La prima portata terminò con un calcione di Ermelinda, così forte, che la spontanea bestemmia uscente dalla mia bocca ruppe il silenzio. Seguì un momento di imbarazzo generale. Poi, il conte scoppiò in una fragorosa risata. “Devi aver conquistato il cuore di mia figlia!” disse divertito Ludvik II. 

    Stavo disteso sul letto quando notai, con una certa inquietudine,  i due fori nel muro posti dinanzi a me. Erano distanti quanto due occhi rispetto al naso. L’idea che potessero servire per spiare l’ospite di turno faceva accapponare la pelle. Il pranzo si era rivelato piuttosto impegnativo. Una pesantezza colossale premeva il mio corpo contro il materasso. Alzarmi in quel momento sembrava un’impresa biblica. Le portate successive erano state a loro volta a base di carne. Rossa carne. Tutta con lo stesso sapore. Tra spiedini, cotolette e roast-beef non ci sarebbe stato spazio per i cultori dell’insalata. Le grigliate con gli amici non erano mai venute a mancare, così come le sbronze nelle migliori steak-house del quartiere. Eppure, mi sentivo violentato. Successivamente mi sarebbe toccata la cena in quanto il premio si estendeva fino alla mattina del giorno dopo, ma non ero più così convinto di volerlo riscuotere per intero. Come se non bastasse, la presenza di Ermelinda si dimostrava un incentivo in più per abbandonare quella villa. Decisi di alzarmi dal letto, vincendo la gravità che mi opprimeva e di salutare conte, contessa e contessina, delegando i più sinceri saluti a tutto il personale della dimora. Aperta la porta della camera, mi ritrovai la figura di Ludvik II dinanzi a me.
    Mi fu fatta un’offerta, a detta del conte, a cui non potevo rifiutare (sembrava una voluta citazione tratta dal capolavoro di Mario Puzo, Il Padrino). La cotta che Ermelinda si era presa per il sottoscritto non era certo un mistero. Il colpo di fulmine in lei era stato devastante, quanto il pensiero di essere desiderato da quell’obbrobrio informe. La proposta di Ludvik II consisteva nel fidanzamento ufficiale con la figlia. Questo avrebbe garantito un’entrata fissa nelle mie tasche e l’eredità dell’intera struttura. Insomma, una ricchezza enorme a patto che mi fossi prostituito a tempo indeterminato per accontentare il sangue del suo stesso sangue. Non ero propriamente l’eticità fatta a persona. In quel momento, senza prendere reali impegni, proposi un periodo di prova. Il conte non fece problemi in quanto per lui l’importante era estendere la mia permanenza con la famiglia.

    Erano oramai le 8 di sera. Mi sarebbe toccato il secondo round culinario. I miei intestini sembravano non aver digerito completamente il pranzo, per tanto decisi di rimanere nelle mie stanze. Una seconda doccia servì per riflettere ulteriormente sulla inaspettata proposta. Gli aspetti positivi erano apparentemente superiori a quelli negativi. Probabilmente avrei cambiato gusti sessuali ed alimentari, ma al contempo sarei diventato ricco come poche persone al mondo. Asciugati i gioielli di famiglia e rivestito a dovere scegliendo una delle opzioni presenti nel guardaroba, decisi di fare un giro nella villa. Il conte e chi per lui si erano limitati a mostrarmi la via per la sala da pranzo e quella che conduceva alla camera in cui avrei trascorso la notte, ma senza illustrare il resto della costosa abitazione. La famiglia era intenta a stuprare la propria cena, per cui sarebbe stata una buona occasione per girovagare lontano da occhi indiscreti. La villa si divideva in tre livelli, a cui andava aggiunto il piano terra, dedicato alla servitù. La camera in cui pernottavo era posta nel secondo, mentre nell’ultimo avrei trovato probabilmente la camera da letto dei coniugi e quella della contessina. 

    Il corridoio dell’ultimo piano cambiava drasticamente l’arredamento dell’abitazione. La carta da parati bianca con le strisce dorate era sostituita da una tappezzeria rossastra a tinta unica. Non vi erano quadri, non vi erano mensole. Lo spazio era vuoto. Solo le porte interrompevano la continuità delle pareti. Il pavimento, che fino a quel momento era caratterizzato da mattonelle in marmo, era ora in legno. Parquet inzozzato. La superficie su cui camminavo era appiccicosa. Ogni passo veniva preannunciato dal rumore che la suola emetteva staccandosi dalla mattonella. Una delle porte era solo socchiusa e sembrava aperta con l’unico intento di rivelare il contenuto della stanza che avrebbe dovuto custodire. Si trattava di una sorta di ripostiglio. Coppe, medaglie e riconoscenze di vario genere portavano inciso il nome del conte. Erano premi dedicati all’abilità di Ludvik II come nuotatore. Si era distinto sia nella pallanuoto che nello stile libero relativo ai cento metri. Si trattava di competizioni locali, tuttavia, fu inevitabile il turbinio di sospetti e perplessità riguardo un uomo che dodici ore prima si dimenava come una scrofa in calore nel fiume. Con una buona dose di punti interrogativi non volli esplorare altro in quella serata. Avevo raggiunto nuovamente il corridoio che portava alla mia stanza quando a quattro metri di distanza scopro Ermelinda, immobile e con gli occhi sbarrati rivolti verso di me. “Tutto bene?” mi chiese avvicinandosi al sottoscritto. Nella maniera più fredda possibile le diedi una risposta affermativa. Auguratele la buona notte rientrai in camera. Erano oramai le 9 di sera ed il crepuscolo aveva terminato la sua diffusione. Mi sentivo particolarmente provato. Una volta tappati i due buchi con della carta igienica, mi arresi al sonno. Con la stessa accortezza avevo chiuso anche la serratura della porta, dopo aver girato la chiave con più mandate. 

    Un forte rumore metallico, uno stridio, mi svegliò nel cuore della notte. La lancetta delle ore copriva il numero tre del piccolo vecchio orologio posto sul comodino. Il rumorio era continuo, intervallato da pochi secondi di pausa. Mi dava l’idea di una grossa lama che graffiava una superficie metallica. Allo stridio si aggiungevano dei deboli versi che iniziavo a notare una volta ripresomi dal brusco risveglio. I versi diventavano gemiti, addirittura pianti. Qualunque cosa stesse accadendo aveva luogo nella stanza sopra la mia. Il tutto durò una ventina di minuti, poi calò il silenzio. Una lotta interiore era contesa tra la curiosità di indagare sull’accaduto e la volontà di rimanere sotto le lenzuola. Alla fine vinse la seconda. Con una profonda inquietudine rimasi sveglio nelle ore successive. Ormai il sole era fuori dalla finestra a preannunciare il nuovo giorno. L’essermi addormentato alle 9 di sera o su di lì mi aiutò a combattere la sonnolenza che una notte insonne avrebbe comportato. Ero abbastanza lucido da capire che la permanenza in quella casa fosse giunta al termine. Non avevo borse e valigie con me. Mi sarebbe bastato salutare Ludvik II e famiglia, ringraziarli per l’ospitalità e declinare l’offerta fattami. Avrei detto senza scrupolo alcuno che la figlia non rientrava nei miei piani di donna ideale e che sarebbe stato crudele prenderla in giro. Non volevo rimanere un minuto di più nella villa.

    “Non mi aspettavo un tuo rifiuto” disse il conte mostrandomi uno sguardo non particolarmente sorpreso. Mi dava del tu. Ormai ero un parente acquisito. “In qualità di mio salvatore ti avrei dato tutto, ma sei convinto della decisione che hai preso”. Ermelinda aveva le lacrime agli occhi e si nascondeva dietro la madre. Eravamo nell’androne ed il maggiordomo mi invitava a seguirlo verso l’uscita. Il rigoglioso giardino era ora davanti a me. La calda luce del sole regalò una calma improvvisa. Pregustavo l’idea di tornare alle passeggiate mattutine lungo il fiume Giakko, lasciando morire chiunque decidesse di annegare in quelle limpide acque. Ero stato trattato come un re, ma troppi erano gli elementi inquietanti. Il pranzo, le coppe del conte, lo stridio notturno ed Ermelinda. La contessina valeva da sola la fuga da quella famiglia. Via. Volevo volare lontano da lì. “Sono stato benissimo qui con voi. Ancora grazie!” dissi loro prima di mettere piede fuori dall’uscio del portone. “Arrivederci!”. Ero fuori, ma improvvisamente la luce diventò buio. 

    Avevo recuperato i sensi e lo capivo dal forte bruciore che si espandeva nella mia cervicale. In ritardo era tornata anche la vista. La sagoma che al risveglio non riuscivo ad identificare era quella del giardiniere. Stava seduto immobile dinanzi a me. Teneva stretta una pala, la stessa che con grande probabilità aveva usato per farmi crollare a terra. Un agguato in piena regola. Mi aveva atteso fuori in giardino, di lato al portone della villa. Ora, fottuto di paura, ero nudo, completamente. Muovermi era impossibile in quanto le caviglie e i polsi stavano tra loro strettamente legati. Un pezzo di stoffa, annodato dietro la nuca, mi teneva stretta la bocca. Stavo seduto su una sedia e ciò che mi circondava rasentava i limiti del possibile. Sangue e viscere erano sparse all’interno di una grossa sala. Mi venne spontaneo calare il cranio per assicurarmi che nulla di quello che vedevo fosse uscito dal mio corpo. Su piccoli binari, collegati tra mura parallele, erano ancorati dei ganci da macellaio. Alcuni cadaveri pendevano ed oscillavano lievemente da quest’ultimi. In pochi secondi riuscivo a fare il resoconto degli elementi li presenti. Su un grosso tavolo di metallo, posto al centro, c’era un busto privo di arti ed un quadricipite mozzato. Un’accetta era conficcata in quest’ultimo. Ceste e contenitori si distribuivano lungo le pareti. Il contenuto di questi non mi era chiaro, ma di sicuro non diverso da ciò che era sparso in giro. Un enorme frigorifero era posto in un angolo. “Pessima scelta ragazzo” esordì il giardiniere. “Ti saresti salvato se avessi ereditato i beni del conte”. Si alzò di scatto dalla sedia, per poi avvicinarsi ad una fila di ganci. Afferrandone uno, aveva allontanato gli altri da quest’ultimo. “Nulla di personale. Anzi, ti dirò. Non approvo il cannibalismo della famiglia. Sono vegetariano”. Era ora vicino al grande tavolo. Afferrò il busto e lo portò verso il frigorifero. “Il conte soffre di gravi scompensi cardiaci. Non vuole perdere quanto ha ottenuto in una vita intera. Vuole assicurarsi che qualcuno possa prendersi cura delle sue donne. Il matrimonio con la figlia è l’unico modo per giungere a tale scopo” terminò la frase sedendosi nuovamente di fronte a me. “Rifiutando l’offerta, saresti stato poco utile lontano dalla villa. Ora, assicurerai il pasto di una settimana”. Si rialzò nuovamente, piazzandosi dietro di me. Afferrò l’estremità della corda che legava i miei polsi e con un forte strattone fece gravare il mio corpo rovinosamente per terra. Le fredde mattonelle del pavimento furono in grado di anestetizzare gli effetti del repentino impatto. Mi trascinò verso il tavolo centrale, facendomi urtare con i fianchi i resti umani che ostacolavano lo spostamento. Non so quale miracolo divino mi diede in quel momento la forza per non vomitare (e con la bocca serrata gli scenari che si aprivano nella mente erano molteplici). Il giardiniere aveva una forza non indifferente nonostante la sua apparente magrezza. Mi sollevò da terra e mi stese sul tavolo centrale che fino a pochi secondi fa sosteneva il busto insanguinato. Il quadricipite era caduto per terra, con conseguente rumore metallico dovuto all’impatto dell’accetta conficcata in quel pezzo di coscia umana. “Ti saluto ragazzo. Il mio compito qui è finito”. Ormai vicino alla porta, aveva alluso all’imminente arrivo del macellaio.

    La nuova ondata di freddo preannunciò il mio ritorno sul pavimento. Ruzzolai dal tavolo lasciandomi cadere nel lato in cui giaceva l’accetta. L’adrenalina fu una valida, validissima compagna. Afferrai con entrambe le mani quella che sarebbe diventata una potenziale arma di difesa. In meno di un minuto riuscii a liberare i piedi, poi, con gli stessi, bloccai la lama per sottrarre i polsi dalla prigionia. Qualcuno stava per avvicinarsi all’ingresso. Il rumore dei passi cresceva progressivamente. Mi spostai rapido verso uno degli angoli ciechi della stanza, piazzandomi successivamente al lato sinistro della porta. Un grosso individuo era appena entrato quando con la forza della disperazione mi avventai sul retro della sua nuca. La lama affondò nel cranio con inaspettata semplicità. Si rivelò più complesso rimuoverla dal neo cadavere. Il macellaio era un uomo grasso come il conte. Non persi troppo tempo a scrutare la sua carcassa. Cercai nella sala un ulteriore strumento ausiliario che potesse fare compagnia all’accetta. Fu così che una piccola motosega entrò a far parte dell’improvvisato equipaggiamento. La paura era stata sostituita dall’eccitazione. Uscito dalla sala, mi ritrovai nel corridoio appiccicoso dell’ultimo piano della villa. Avevo superato il piccolo scantinato che custodiva le coppe di Ludvik II, diretto verso le scale che conducevano alla parte intermedia della struttura. Non vi erano ostacoli durante la corsa. Dalle finestre i raggi solari filtravano con lieve potenza. Doveva essere l’ora di pranzo. Non c’era traccia del personale e della famiglia che con alta probabilità mangiava nella sala da pranzo.

    Fuori. Ero in giardino di fronte l’ingresso della villa. Questa volta mi ero assicurato dell’eventuale presenza del giardiniere o di altro membro dello staff. La fila di mattonelle piane accompagnavano ora verso l’uscita, tra alberi umanoidi ed altre entità verdi dalla strana forma. Era tutto fin troppo bello e facile. Premevo più volte il tasto che azionava la piccola motosega per avere, come se non bastasse, una certezza in più sul suo corretto funzionamento. Ed eccolo lì, il giardiniere in tutto il suo splendore. Quel bastardo era uscito dalla casupola posta nella parte centrale dell’area, impugnando un fucile. “Cosa ne hai fatto del macellaio?”  mi gridava avvicinandosi. Sparò un paio di proiettili nella mia direzione senza neanche sfiorarmi. Nel panico totale mi tuffai dietro la prima fila di piante dalla folta chioma. In quel momento realizzai un dettaglio tanto importante quanto banale. “Come avrei aperto il cancello?” mi chiedevo mentalmente. Il cancello era automatizzato e con alta probabilità solo una chiave avrebbe potuto aprirlo manualmente. Con il giardiniere alle calcagna e con l’unica via d’uscita sbarrata, iniziavo a rassegnarmi all’idea di una morte certa. Un proiettile penetrò nel polpaccio che tenevo maggiormente esposto. Il dolore fu tale da tenermi ancorato all’erba. Altri due colpi spappolarono entrambe le mie ginocchia. Il buio mi avvolse nuovamente. 

    Ripresi i sensi, ma meno lucido della prima volta. Agonizzante non distinguevo forme e colori. Il giardiniere si era avvicinato al sottoscritto nel tentativo di mostrarmi un oggetto non identificato. “La riesci a vedere questa?” disse il giardiniere con fare beffardo. “E’ la tua gamba!”. Il figlio di una buona donna mi aveva amputato la gamba destra all’altezza del ginocchio. “Vediamo, cosa stacco ora?”. Un dolore allucinante si aggiunse all’altezza dell’alluce del piede rimasto. Le urla che emettevo raggiunsero le orecchie della famiglia, passando attraverso il giardino. Ero nella casupola del giardiniere. “La prima gamba l’ho asportata di netto. La seconda te la tolgo pezzo per pezzo”. Non mi accorsi della terza sottrazione riperdendo nuovamente i sensi.

    La giornalista era impallidita, ma ebbe la forza di pormi la domanda più immediata che potesse farmi. “Mi scusi, ma come è riuscito a sopravvivere? Voglio dire, è noto il nome della salvatrice, ma dopo un tale supplizio mi chiedo come lei abbia fatto a non morire dissanguato. Perdoni la franchezza”. Le risposi che Ermelinda aveva cauterizzato i moncherini con una lastra incandescente. Questa fu la versione che gli agenti di polizia ebbero l’accortezza di darmi. Quando riaprii gli occhi erano passati due giorni dall’eroico intervento con cui la contessina mi aveva salvato la vita. Chiamò l’ambulanza consentendo a chi di dovere di completare le mie disperate cure. Ora era in carcere insieme alla madre con l’accusa di omicidio plurimo. La stessa sorte sarebbe toccata a tutto il personale, complice degli orrori che avevano avuto luogo in quell’inferno terrestre. Le vittime erano state almeno cento e andavano sommate a quelle scomparse. Le ossa di alcuni erano state seppellite in giardino, sotto gli alberi dall’aspetto umanoide. Quella forma era stata pensata per ricordare i punti in cui i diversi cadaveri venivano sotterrati. Il conte Ludvik II era stato trovato morto davanti la casupola in giardino. Infarto, mi avevano riferito. Crepacuore, evidentemente. La ribellione della figlia l’aveva, probabilmente, afflitto al punto da lasciarci le penne. “E il giardiniere? Che fine aveva fatto?” chiedeva la giornalista preda della curiosità e dell’eccitazione. “Colpito a tradimento da Ermelinda. Un paio di cesoie gli erano state impiantate dietro la nuca. Le lame gli uscivano dalla bocca” le risposi. Ovviamente quelle erano informazioni che la polizia locale si era sentita in obbligo di darmi e che prossimamente avrei riascoltato a ripetizione sui canali nazionali e in tutte le stazioni radio. Sulle mie testimonianze la giornalista avrebbe probabilmente colto l’occasione per scrivere un nuovo libro. “Tratto da una storia vera”. Mi sarei ritrovato a leggere quella frase che fa tanto “Best Seller”. “L’uomo che accalappiava i potenziali mariti della figlia fingendosi in balia del fiume Giakko”. No, forse un titolo del genere sarebbe stato troppo lungo. Magari più sintetico e ad effetto poteva essere “Maison”, la casa, alludendo alla villa degli orrori.

    La disabilità assicurò un’occupazione al sottoscritto. Lavoro a tempo indeterminato come bibliotecario presso l’università locale. Mi avvalsi in pratica di un diritto che spettava ai portatori di handicap. Non rinunciai alle passeggiate, grazie alla protesi che i compaesani avevano gentilmente donato. La gamba rimasta aveva perso qualche dito, ma la pianta del piede riusciva a reggere gran parte del corpo, mentre il ginocchio, seppur con qualche acciacco, si era miracolosamente ripreso dopo alcuni mesi. Mai come in quei giorni avevo saputo dare importanza alla vita. Sarebbe stato tutto perfetto, se il rumore metallico non avesse continuato a svegliarmi ogni santa notte.
    Un vento di fine settembre si divertiva roteando il fumo di una sigaretta appesa tra indice e medio ad un centimetro dal posacenere in vetro con scritta verdone FORST, di quelli che trovi in tutti i bar se il puntino IO della tua mappa e di conseguenza il puntino BAR del bar in cui ti trovi, si sovrappongono nella frazione di meridiani e paralleli denominata Europa occidentale. Anche la mentuccia, piantata in vasi finta terracotta usati a guisa di separazione dell’ambiente esterno del bar, o dehor, dalla strada poco frequentata che si snodava davanti in parata, sembrava essere soggetto attivo del gioco del roteare, ma lo faceva in maniera più garbata e tranquilla a causa del peso relazionato alla gravità, accennando soltanto piccoli movimenti con i fragili rametti, mentre il fumo azzurro dell’ennesima Benson blu era libero di creare arabeschi e volti tra le foglie, prese da una danza epilettica o da un ballet blanche a seconda dell’intensità della soffiata del vento, che variava ad un ritmo abbastanza regolare gli pareva. Non aveva notato il contrasto tra il profumo fresco della mentuccia scossa e il puzzo stantio della sigaretta abituato com’era a fumare molto. Se avesse dovuto dire immediatamente a qualcuno al telefono dove si trovava non avrebbe mai usato la parola dehor, primo perché non voleva passare per fighetto, secondo perché a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamare in quel modo quattro tavolini in alluminio e due botti da vino con relativi sgabelli, sovrastate da segnali stradali rotondi blu con la freccia bianca usati come appoggio per bicchieri e panini e tutto quello che si può appoggiare su un tavolo alto di un bar, coperti da un grande ombrellone bordeaux sempre aperto, a schermare quel poco che riusciva degli agenti atmosferici. Era comunque un bel posto. Nella sua personale scala di gradimento bar-dove-farsi-una-birra occupava sempre le prime posizioni e ci andava spesso. Ci andava perché era poco frequentato e molto tranquillo. Il jazz che beboppava dalle piccole casse appese agli angoli della struttura interna era la scelta musicale preponderante e non gli dispiaceva, anche se non amava particolarmente il genere. L’interno era ridotto ma confortevole a livello psichico, con tutto quel legno scuro che ricopriva le pareti e un grosso bancone a ferro di cavallo troppo grosso rispetto alla stanza in cui era stato messo, tanto da dovercisi divincolare tra schiene di gente appoggiata sui gomiti e scusi permesso per raggiungere la porta della toilette in fondo alla stanzina. La forma a ferro di cavallo del bancone obbligava quelli del lato destro a scambiare sguardi fugaci con quelli del lato sinistro, soprattutto se quella sera l’unica loro compagnia era una bionda media e un social network sullo schermo del cellulare. Tutta questa vicinanza fisica obbligata rendeva l’atmosfera pericolosamente intima, ma quando due uomini si guardano nello strano specchio creato da un’architettura interna di quel tipo e vedono se stessi dall'altra parte con qualche anno in più o in meno, qualche capello o chilo in più o in meno ma con più o meno gli stessi bicchieri di birra o scotch e più o meno gli stessi problemi, difficilmente tendono a dar vita a conversazioni più lunghe di un cenno del capo a significare salute! quando il barista versa loro da bere separatamente. Anche il barista piaceva a Paolo. Per gioco provò a contare le parole uscite dalla sua bocca e arrivò a qualcosa come sei nelle due ore di gomiti a bancone che si era concesso prima dell’appuntamento. Era una sera d’autunno o quasi, era settembre, verso la fine. Un attimo fatto soltanto di un pomeriggio piovoso aveva fatto dimenticare di colpo l’estate appena passata, che era stata uguale alle altre, non si era scordata di portare con sé il suo bagaglio di docce gelate in riva al mare, di passioni effimere divorate da pelli inebriate dal sole.
     
    Le crisalidi umane abbronzate avevano danzato, anelando unite alla celebrazione di un simulacro di libertà in forma di idolo vaporoso e sfuggente. Seme orgiastico edulcorato, morte nel pomeriggio.
     
    Ferrara è la città con la più alta incidenza tumorale di tutta l’Emilia Romagna. Non sfigura nemmeno quando la si compara con il resto delle città italiane. Gli sbuffi che il polo chimico esala a cadenza regolare nei perennemente instagrammati tramonti padani le hanno permesso di superare in questa gioiosa classifica persino Taranto, martoriata dall’Ilva. A Ferrara per ogni anno dal 2004 al 2008, 1.628 maschi e 1.352 femmine in media hanno contratto una forma tumorale. Vuol dire tremila creature all’anno, in una città che ne conta centotrentamila. Ogni volta che Paolo arrivava al terzo scotch liscio, la sua mente annaffiata dai rudimenti di matematica statistica poco seguita al liceo finiva per concentrarsi sulla macabra proporzione tra incidenza tumorale ed effettive morti a causa dei tumori. Sapeva a memoria persino le statistiche riguardanti gli organi colpiti più spesso, anno per anno. Primo posto assoluto in Italia per tumori al colon, al retto e all’ano con 967 casi ogni centomila abitanti. Primo posto assoluto per tumori ai polmoni, 216 casi ogni centomila abitanti, e al tessuto connettivo, 53 casi. Le donne ferraresi sono le più colpite d’Italia da neoplasie all’endometrio, 474 casi ogni centomila. Vagina e vulva, 51 casi. Si difendono bene il cancro ai reni e quello alla tiroide. 
    Il 2008 era il suo forte, nessuno avrebbe potuto batterlo vincendo qualche scommessa sperando in una sua esitazione riguardante un dato a caso nel campo tumori/Ferrara. Il 32% dei decessi di quell’anno era collegato a forme tumorali. Il 67% se si considera la fascia di età dai 50 ai 70. Di questi il 33% per cancro all’apparato digerente, 31% trachea- bronchi-polmoni. 
    Il 2008 è stato anche l’anno di un’estate rivelatasi diversa dalle altre. Non c’erano pelli o danze o rive del mare, c’erano solo quindici cm di massa metastatica piantata nel polmone sx di suo padre. Un abnorme massa di morte. Quindici centimetri. Questione di prospettiva. Pochi, se si considera che suo padre era un metro e ottanta di uomo, alla vigilia del mezzo secolo vissuto su questo pianeta; a quanto pare abbastanza per portarselo via dopo un paio di mesi pieni nell’iter della tribolazione che accompagna la malattia, in una sera quasi d’autunno, di fine settembre. All’inizio Paolo non aveva sentito che una profonda tristezza, profonda quanto il senso di vuoto che sembrava riempire ogni particella del suo essere. Avevano avuto e fatto tutte quelle cose che si fanno tra padre e figlio. I ricordi più nitidi fino ai dieci anni erano legati a Lui. Lui che gli insegnava a giocare a scacchi, Lui che tornava dal lavoro carico di bustine di figurine pronte da strappare e appiccicare nell’album Calciatori Panini 95/96 che Lui gli aveva regalato. Lui che un bel giorno si palesò con uno strano aggeggio rosso con due ruote grandi e due ruotine attaccate dietro, sul quale Paolo a quanto pare sarebbe dovuto salire, per imparare a farlo correre lungo chilometri e chilometri, via, seguendo il vialetto costeggiato dai pioppi ed i canali vicino alla casa di campagna dove abitavano all’epoca. Lui che non era nemmeno suo padre. Non gameticamente parlando, almeno. La madre di Paolo si era accorta dopo circa due anni dalla sua nascita che il padre naturale di Paolo, che egli denominò 'cromosoma y' non appena ebbe accesso ai primi manuali di biologia scolastica, non ce l’aveva proprio fatta a smetterla con la roba, e cominciava ad essere una variabile di instabilità per lei e per suo figlio.
     
    Aveva provato a smettere, almeno così diceva.
     
    La madre sperava che la venuta al mondo del figlio agisse su di lui allo stesso modo in cui aveva agito su di lei, colmandone i crateri interiori, responsabilizzandolo nell’orgoglio. Ma si sbagliava. Giorno dopo giorno avvertiva che il suo amore, puntellato dalla cosmogonia sentimentale che lo caratterizzava fatta di fiducia e rispetto e condivisione ed affetto, declinava inesorabile in affluenti rabbiosi di impotenza, fino al disgusto.
     
    Non riusciva a smettere, si faceva di nascosto.
     
    Non voleva dover insegnare l’alfabeto al suo primogenito collegandolo con le forme di epatite che entrambi avrebbero potuto contrarre a causa di quel bastardo. Si sentiva abbastanza forte per affrontare le onde anomale che la vita avrebbe rinsaccato sulle sue spiagge da giovane madre single di provincia?
     
    Non avrebbe mai smesso, sarebbe morto come iniziavano a morire i suoi amici.
     
    Cromosoma y d’altro canto era giovane quando la fine degli anni Ottanta venne a chiedere il conto. Inaspettatamente, al pari della nascita di Paolo. La controcultura di cui era intriso ridicolizzava la responsabilizzazione. Non puoi leggere Huxley ed avere un figlio. Non può essere così stretta la forbice temporale che separa quel concerto dei Clash in piazza Maggiore da una epistemologia di passeggini pappette pannolini. L’eroina che dilagava nelle sue vene a cadenza quasi quotidiana anestetizzava il sensibile, estraendo la sua coscienza per trasportarla in un infinito, soffice, deserto californiano. L’eroina prendeva le sembianze di Borroughs che con un revolver sparava a Shakespeare, mentre su una duna poco distante De Quincey litigava con Baudelaire, accusandolo di essere un frocio mantenuto poco creativo. In cerchio intorno al fuoco erano seduti lui, Marylin Monroe, William Blake ed Allen Ginsberg, tutti completamente nudi. Bevevano scotch, ma il sapore era quello celestiale dell’ambrosia, mentre Jim Morrison declinava la sua voce roca sulle pagine di The Waste Land, con piglio drammatico. Felicità liquida ovattata. Shantih Shantih Shantih.
    La carovana oppiacea svaniva poi puntualmente in un cumulo di immagini infrante, lasciandolo solo con i pianti del neonato, i pianti di sua moglie, la fine degli Ottanta e l’ombra di un futuro dove non ci sarebbero più stati concerti dei Clash, ma solo una merdosissima vita standard borghese, inevitabile quanto deprecabile secondo il suo personale weltanschauung, abbeverato ironicamente da una propaganda ossimorica che idolatrava i ribelli, ma che in realtà stava conformando almeno due generazioni a venire, condizionandone la precarietà psichica. Lode a Mishima e a Majakovskij, ma con il ciuffo alla James Dean.
     
    Voi cosa avreste fatto?
     
    La fine degli Ottanta si offrì come palcoscenico per l’ennesima notte in cui cromosoma y tornò a casa devastato, talmente in botta che l’unico modo che aveva la madre di Paolo per intuire i suoi pensieri e quindi comunicare, erano le diverse tonalità dei suoi mugugni accompagnati da una leggera bava salivare che gorgogliava dagli angoli della bocca. Quella fu l’ultima. Cinque anni dopo quella notte, Paolo aveva una sorellina. Questa sorellina chiamava, disarticolando leggermente la bisillaba, papà, una persona che la sera tornava dal lavoro e si sedeva a tavola per cenare con lei, Paolo e sua madre. Fumava Benson Blu. Era rigoroso e pulito, persino bello. Questa persona portava con sé le figurine dei calciatori ed era sempre gentile. Una sera, al tavolo della cena, Paolo gli chiese se anche lui come la sorellina avesse potuto chiamarlo papà. All’epoca Paolo non capì perché tutti si misero a singhiozzare, fatto sta che da quel giorno Lui fu a tutti gli effetti suo padre. Passarono vent’anni in fraterno convitto, poi, ad un certo punto, non fu più.
     
    Dopo il senso di vuoto arrivò la rabbia muta, nella forma di un fragore interno insostenibile. Paolo sentiva la necessità di trovare una spiegazione, un colpevole per la Sua mancanza, ma quando gli pareva di avvicinarsi ad una qualsiasi sorta di consolazione metafisica, questa non faceva che trasportarlo in una dimensione di impotenza ed ineluttabilità. Il dolore cova, nidifica e sembra entrare in letargo, in realtà non aspetta che un’increspatura della quotidianità, un’immagine potente che possa tramutarsi in ricordo per poi esplodere.
     
    Agli occhi di Paolo, Ferrara divenne un cimitero. I posti in cui era stato almeno una volta con Lui, le vie per le quali avevano passeggiato quando tutto era splendente e vivo, risuonavano ora come macabri diapason. Le note vibravano basse ed ottenebranti, gelidi sussurri che trascinavano il suo animo lacerato in vallate di nulla assordante. Paradossalmente, i luoghi che parevano consolarlo erano i cimiteri veri e propri, primo fra tutti la Certosa, dove Lui riposava da un paio di settimane ormai. Leggeva Keats o Yeats steso nei giardini vicino al cancello principale, nello spaventoso sole dei primi pomeriggi di quell’autunno, che beffardo non mancò di rincorrere la scomposta e cadaverica estate 2008. La brezza che giocosa voltava la pagina che stava leggendo, addolciva temporaneamente le sue ferite come un balsamo, esentandolo per un attimo dalla gravità della propria presenza fisica e mentale in quello spazio, in quel tempo. Scriveva biglietti e poesie colme di acredine, pestilenziali. Lasciava scivolare i fogli sulla tomba del padre, incurante, alla mercé della pioggia e del vento. Sentiva la sua anima disgregarsi al pari di quei fogli, rabbiosi, che tuttavia non avevano la forza di resistere. Tornava a sedersi vicino al cancello. Il buio arriva presto, d’autunno arriva prima. Doveva rialzarsi, per trascinarsi lungo quelle vie che l’avrebbero ricondotto a casa. Era costretto ad incontrare persone, persone che conosceva, che conoscevano Lui e che lo riconoscevano, e che talvolta cercavano persino di comunicare, chi spinto da un sincero affetto disinteressato per la sua famiglia, chi semplicemente inebriato ed attratto dall’umana morbosità che si sprigiona in ambito decessi. Comunicare però risulta difficile dal momento in cui tutto perde senso. I significanti si sganciano dai rispettivi significati, il triangolo semiotico trasfigura in un frattale che fluttua a mezz’aria, i suoni perdono ogni collegamento con la realtà concreta e si liquefanno in un indistinto rumore di fondo epilettico, lo stesso bzzz di un televisore scollegato dall’antenna.
     
    Googla: disturbo post traumatico    Googla: disturbo dello spettro autistico    Googla: solipsismo
     
    Paolo ripercorreva a ritroso il vialone della Certosa, verso il centro, silenzioso e assente. Era richiuso dentro se stesso, in una soffice bolla d’apatia che filtrava e attenuava ogni stimolo esterno, isolandolo. Sapeva di essere ancora vivo, incrociava persone che sapeva vive, ma non era in grado di interagirvi. Si limitava ad immaginare le loro viscere molli traballare ad ogni passo verso gli obiettivi che si erano poste, e che al momento consideravano la cosa più importante del mondo. Immaginava il loro circuito sinaptico, scattante ed impegnato nel calcolare istintivamente il supremo moto causa-effetto a cui erano sottoposte ogni giorno, in ogni azione compiuta, persino la più insignificante. Immaginava i motivi che le spingevano a muoversi per le vie della città così veloci e sicure di sé, soggette ad una forza di gravità orizzontale che le attirava verso i luoghi che avrebbero raggiunto. Si muovevano come un unico corpo vivente, un fluido sanguigno che dilagava uniformemente in tutte le cavità che la città metteva a disposizione, alimentandola. Lui doveva essere esattamente come un tumore, una cellula impazzita che aveva smarrito le informazioni necessarie per il corretto proseguo del suo cammino, e se ne stava ad osservare l’ostentata decisione degli altri, così distante dal suo vagare incerto, protraendosi nelle vie principali dove la differenza si notava di più e facendosi del male.
     
    Due anni di Lorazepam e Xanax possono anche essere divertenti se innaffiati con la giusta dose di etanolo. Tranne che per le crisi di vomito. E per la sensazione di soffocamento. E per le crisi d’astinenza quando decidi che basta, non ingoierai più una pasticca in vita tua. I nervi ti si tendono così forte da deformarti il volto, lasciandoti due fessure al posto degli occhi che fissano vitrei quelle che prima erano le tue mani ma che adesso a causa delle contrazioni ti sembrano due uncini. Sensazione di morte imminente, tiranti d’acciaio paiono squartarti il petto dall’interno. Un miliardo di formiche velenose ti esplodono sul viso deformato. Ti guardi allo specchio, non sei tu. Sei un incrocio tra un Picasso e un Bosch. Speri che l’imminenza sia puntuale. Ti pieghi in due. Svieni. Riapri gli occhi. La porzione di reale acquisibile dalle tue retine viene celebrata dalla funerea luce pallida dei neon a cadenza ritmata e regolare. Tu, steso su una barella lanciata in un corridoio di un pronto soccorso. Ritmata e regolare, come le tue crisi, quando decidi che le benzodiazepine non possono più fare parte del tuo schema, che devi essere libero. All’inizio è un rock&roll, ne hai due o tre a settimana. Quando stai per abituarti calano, diventano un lento che speri di non dover ballare, ma ogni tanto l’orchestra parte e devi raggiungere il centro del salone. Dopo un paio di mesi senti solo qualche violino isolato e lontano spegnersi nella tua acquisizione di consapevolezza, nella tenacia di un corpo giovane che elimina le scorie. Un leggero acufene ti accompagnerà malinconico per il resto della tua vita.    
     
    Una sera, guidando lungo via Padova notò, a lui sembrò per la prima volta, le esalazioni delle ciminiere del polo chimico. Leviatano, mulino a vento. Immagine potente. Quei fumi bianchi statici e perfetti, le persone che permettevano che essi si librassero per aria, per poi ricadere in forma di polveri sottili nella conformazione concava di Ferrara, la cui nebbia perenne sedimentava e tratteneva per le strade della città, d’un tratto divennero i soli responsabili del suo dolore. Esseri che non esitavano ad avvelenare un’intera provincia se questo era necessario ad un sostanziale guadagno pecuniario. La rabbia prese di nuovo il sopravvento sull’apatia, ora che aveva trovato un obbiettivo sensibile, un bersaglio. La rabbia gli fece ritrovare la lucidità che aveva perduto tra le pareti cortisoniche in cui si era rinchiuso. La rabbia trasformò quell’acufene benzodiazepinico in un grido di lotta. Iniziò una personalissima guerriglia fatta di volantini sparsi per tutto il castrum. Aveva sentito parlare anche di un sito chiamato Facebook, vi si iscrisse e notò con piacere che un sacco di gente che conosceva lo aveva anticipato. Poteva utilizzarlo al pari di un broadcast o di un blog, e così fece. Scriveva accorati j’accuse contro il petrolchimico e la peste silenziosa che stava diffondendo, passava ore online a setacciare articoli inerenti per poi ripostarli sulla sua pagina, che piano piano divenne un polo di attrazione per quelli che come lui erano direttamente interessati al problema. Inviò mail agli uffici comunali, ai sindacati, alla federazione dei consumatori. Contattò anche diversi studi di avvocati, con l’idea di intentare una causa civile, ma tutti sembravano fare spallucce e ridicolizzare i suoi intenti. Lotta impari, causa persa in partenza.  Decise di creare un gruppo su quel Facebook, a cui gradualmente si iscrissero più di cento persone. Sembrava funzionare, virtualmente. Dentro di sé Paolo comprendeva che quello che stava facendo era del tutto superfluo. Non avrebbe scalfito di un millimetro il nemico che si era scelto. Ma aveva bisogno di una lotta per rimanere vivo. Più passavano i mesi e più il suo lutto personale si rielaborava. Aveva ricominciato a parlare con le persone, passavano anche intere giornate senza che pensasse a Lui e si stupiva di questo. L’impegno cerebrale che metteva nella sua piccola guerriglia mediatica lo distraeva dalla causa prima che lo aveva portato ad iniziarla. Il fervore dei suoi j’accuse andava via via spegnendosi per concedere spazio ad una maturità d’intenti che tendeva a discostarsi dalle proprie ragioni strettamente personali, per abbracciare e ricongiungersi alle correnti di pensiero più ampie e condivise dell’ambientalismo tout court. Tutto questo era inutile, tutto questo lo faceva stare meglio, sintesi perfetta della sua condizione umana. Il gruppo Facebook diede i natali ad una ristretta cerchia di intimi che tendeva ad incontrarsi settimanalmente, fuori dalle linee adsl. Fuori anche, gradualmente, dalla motivazione che li aveva connessi, ovvero la lotta ambientalista. Rimaneva il cardine dei loro discorsi più sentiti, ma sfumava sempre di più per lasciare spazio a legami che andavano costruendosi su coordinate di condivisione ed amicizia disinteressata. Paolo riscoprì sentimenti che credeva perduti, si ritrovò quasi felice.
     
    DRRRRR   DRRRRR
     
    ciao.. sono iscritta al tuo gruppo fb da un po (sic)
     
    ……  sta scrivendo…...
     
    devo parlarti di una roba.. possiamo vederci stasera? Tipo.. alle 9?
     
     ciao..ok. mmm cambusa? può andare?
     
    ……  sta scrivendo…...
     
     ok
     
    Un vento di fine settembre si divertiva roteando il fumo di una sigaretta appesa tra indice e medio ad un centimetro dal posacenere in vetro con scritta verdone FORST, di quelli che trovi in tutti i bar se il puntino IO della tua mappa e di conseguenza il puntino BAR del bar in cui ti trovi, si trovano nella frazione di meridiani e paralleli denominata Europa occidentale. Il terzo scotch liscio finì, a venti metri poteva già scorgere la sagoma di lei ancheggiare verso di lui.
     
    Anche se il vetro era uno di quelli grossi, moderni, e gli infissi erano robusti, il forte vociare del marciapiede davanti all’appartamento lo svegliò, catapultando simultaneamente tutto il suo essere dal vacuo vagare dei sonni profondi, alla concreta realtà dei muri bianchi chiazzati di muffa e delle sedie e del tavolo in laminato effetto legno, e del posacenere stracolmo che puzzava di marcio. Doveva essere mattina tardi tipo le undici e mezzo, doveva essere che contando le quattro bottiglie di Ichnusa e la duequinti bottiglia di Glenmorangie sul tavolo doveva essersi preso una sbronza la notte prima. Forse doveva anche essere che avrebbe dovuto mandarla via prima di caderci addormentato insieme, ma forse non ne aveva avuto la forza o la voglia. Fatto sta che lei era lì, stesa di lato, la schiena bianca come il latte, i capelli come grano di luglio. Si sforzò di ricordare, di mettere assieme il mosaico della notte prima, ma i tasselli che lo componevano erano pezzi di vetro sottile, ed ogni volta che cercava di farli combaciare scricchiolavano emettendo uno stridio insopportabile.
     
    Ieri.. ok…che cazzo ho fatto ieri?? ah si... i tre scotch. poi ci siamo fatti una birra poi siamo andati in duomo!? poi altre birre forse un paio di shot di pessimo bourbon un barbone che rimesta tra i cestini dei rifiuti la chiave che fatica ad entrare nella serratura la porta di casa che si chiude troppo forte e potrebbe svegliare i vicini altre birre altro whiskey… la sua camicetta che timida si sfila come un sipario che si alza su una prima… la mia lingua sul suo ombelico… buon sesso può darsi. poi buio.
     
    Adesso lei, girata di spalle, che ancora dorme come un angelo, la luce del giorno che oltrepassa i grossi vetri delle finestre e riflette sul bianco dei muri, ferendogli le retine.
     
    che diritto hai di dormire a casa mia?
     
    In realtà, se fosse stata sveglia ed in grado di azzeccare i suoi pensieri avrebbe potuto obbiettare che tecnicamente lei stava di certo dormendo, ma non nel letto, bensì sul divano. È universalmente stabilito e noto che dormire sul divano di qualcuno di cui non si gode ancora di una conoscenza sufficiente, risulta più accettabile socialmente rispetto al dormire nel letto di quel qualcuno, almeno negli universi in cui esistono divani. Paolo non avrebbe avuto quindi nessuna ragione nell’accusarla di aver violato alcuna regola di netiquette erotica postmillennio, visto che lei stava rispettando ed esercitando appieno uno dei suoi diritti in quanto godente dello stato di semi-sconosciuta, ovvero dormire sul divano; in egual modo, dopo che il coito si fosse compiuto annullando di fatto diritti e doveri reciproci di questo codice non scritto degli incontri occasionali, se fosse uscita da casa sua svincolandosi nella notte con o senza il suo assenso verbale, Paolo non avrebbe avuto di che lamentarsi con nessuna supposta autorità regolatrice di questi rapporti, che per sfortuna comunque non esiste nemmeno. Rispettava le regole insomma. Paolo pensò di aver avuto almeno la fortuna di addormentarsi nella parte esterna del divano, quella non delimitata dalla spalliera, e per un istante ebbe un incredibile voglia di scattare in piedi e correre via, anche così, anche completamente nudo, scattare come una molla in piedi, strisciare velocemente verso la porta, aprirla lentamente ma con decisione e correre via nudo per le strade e poi per le campagne, fino a riposare corpo e spirito in una qualche brughiera circondata da boschi di teneri noccioli, dietro il velo di un mite e verde pomeriggio . Avrebbe goduto per qualche ora di quella strana pace che un problema evitato o posticipato può dare, di una tregua della mente. Poi quando fosse sceso il sole, placido sarebbe tornato a casa, sempre nudo, approfittando del buio di una notte vereconda, evitando i coni di luce dei lampioni, forse fischiettando. Sarebbe rientrato in casa e non l’avrebbe ritrovata stesa di taglio su quel divano, se ne sarebbe andata, così come era venuta, forse senza lasciargli nemmeno un biglietto. Ma quell’istante così pregno di estasi di fuga fu seguito e rotto immediatamente dall’istante in cui tutto il peso di tutta la responsabilità del mondo viene a reclamare il proprio solido posto nella coscienza. Non sarebbe mai potuto sgattaiolare via così, anche se avesse avuto la fortuna di avere il tempo di vestirsi prima che lei si svegliasse. Dopotutto quella era casa sua, la sua cazzo di tana e il suo rifugio. (Superata apparentemente la crisi che lo aveva attanagliato dopo la Sua scomparsa, dopo le benzodiazepine, Paolo osservò con piacere che riprendere a comunicare con il resto della specie funzionò bene anche per trovarsi un lavoro come cameriere. Quattro pranzi e quattro sere a settimana in una trattoria di terz’ordine del centro storico. Pagamento a voucher, nessuna tutela, ma almeno aveva potuto permettersi l’affitto di un bilocale abbastanza centrale, lontano dai fantasmi). Aveva commesso una sciocchezza la notte prima nel permetterle di rimanere, forse era stato ubriaco e spavaldo, sicuramente ubriaco. Adesso doveva rimediare, doveva affrontare il problema di petto, senza mezzucci e trucchetti. Il fatto di essersi trovato nella parte esterna del divano era comunque una fortuna, aveva il tempo di racimolare i pensieri e prepararsi alla battaglia. Gli diede anche quello strano brivido da posticipo, anche se per pochi minuti. Pensò che se fosse stato al patibolo e per un qualche motivo la corda non fosse stata immediatamente utilizzabile, non so, un nodo fatto di fretta e male, oppure la botola di legno sotto ai suoi piedi di condannato non si fosse aperta del tutto; insomma se per un qualche motivo tecnico o meno si fosse dovuta procrastinare l’esecuzione, sarebbe stata una grossa fortuna. Avrebbe goduto di un qualche minuto extra di vita e libertà, se ne sarebbe riempito i polmoni come mai prima e forse avrebbe anche scorto nella disperazione della fine una febbrile estasi di senso. Oppure sarebbe scoppiato in lacrime ed avrebbe avuto una forte crisi, morendo di fatto nell’istante in cui il boia gli avesse comunicato il problema tecnico o meno, e che sarebbero serviti una decina di minuti. Quei minuti sarebbero sembrate ore dense di paranoia ed ineluttabilità e di destino buio, una stanza bianca insonorizzata senza porte o finestre in cui i suoi pensieri sempre più vorticosi avrebbero sbattuto, rimbalzato, e si sarebbero ingarbugliati l’un l’altro in un groviglio più stretto della corda che avrebbe dovuto impiccarlo, ma che ancora non funzionava.
     
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    La direttrice dei suoi pensieri era tesa tra queste due emozioni contrastanti quando si alzò in punta di piedi e lentamente, per non svegliarla subito. Il corpo si buttò nel groviglio dei pensieri e decise di volerli vivere tutti quei dieci minuti di problema tecnico, di mandare a farsi fottere ogni tipo di elucubrazione. La prima azione che il corpo volle compiere fu quella di muoversi verso il tavolo in laminato effetto legno del salotto. Il posacenere sembrava un cranio aperto tartassato da un agopuntore troppo zelante, ma non fu troppo difficile riconoscere quel quarto di canna lasciata lì a riposare dalla notte prima. Tirò due, tre grosse boccate di fumo mentre pisciava, con l’intenzione di estendere sempre di più il controllo di se stesso al corpo, meno che alla mente. Nelle situazioni in cui bisogna decidere in fretta spesso ci si lascia guidare dal pilota automatico, e se avesse dovuto fare una media delle volte in cui era scampato a situazioni di merda, l’istinto s’era rubato parecchie basi rispetto al ragionamento nudo e crudo, pensò. Fu questo pensiero che gliela fece riaccendere ancora, per tirare un’altra boccata; tossì leggermente. Quando dal bagno ritornò verso il patibolo lei, il boia, era in piedi davanti al tavolo dandogli le spalle. Lo smalto cremisi frusciava tra le setole del tappeto morbido grigio a pelo lungo IKEA ALHEDE, 2.59 m², lo stesso dove il boia la notte prima aveva gemuto e si era contorto respirando forte. La chioma bionda da cherubino scendeva lungo le spalle in grossi boccoli, il pulviscolo illuminato dalla luce della finestra vi danzava intorno e vi si mescolava diventando dello stesso colore. Forse i suoi passi troppo pesanti, forse la consapevolezza del predatore, si accorse di lui. Paolo lo intuì dal fremito che dal fondoschiena ripercorse come un fulmine tutto il corpo di lei, per andare a scaricarsi oltre la chioma, nella zona della danza luminosa del pulviscolo vicino alla testa, modificandone il ritmo impercettibile. Si accorse di lui ma non si girò di scatto. Forse anche lei si sentiva preda, e non boia. Se Paolo avesse avuto la prontezza di spirito di pronunciare qualcosa di maschile e testosteronico, oppure di dolce e femmineo, forse avrebbe potuto ribaltare la situazione. Ma non disse niente, continuava semplicemente ad avanzare verso quel corpo così estraneo, così equilibrato e canonicamente bello. Paziente, pronto a reagire al minimo sussulto con i muscoli facciali sull’attenti, per sfoderare l’espressione più consona alla prima reazione che lei avesse potuto avere. Voleva giocare di rimessa e nel minor tempo possibile, la sentiva come una partita a scacchi e pregò di essere i neri. E in effetti lo era. Il boia-angelo-preda attese altri due suoi passi pesanti e si voltò piano, assaporando il momento. Due occhi blu come il mare quando c’è tempesta, piantati sui suoi, più sotto un sorriso sincero, quasi benevolo. Sorrise anche Paolo, di riflesso, in meno di un millesimo di secondo. Stava per pensare “bravo corpo, lo sapevo che potevo fidarmi di te” quando quel sorriso così statico e neoclassico si tramutò velocemente in movimento, in azione. Stava parlando.
     
    - ti sta per bruciare le dita
    - cos?
    - quella canna dico, sei a filtro
     
    Ci siamo pensò, ecce homo.
     
    Sofia era più giovane di lui, di qualche anno. Le sofferenze che lo avevano afflitto sembravano però aver dilatato il tempo terreno che aveva vissuto fino a quel momento, fino alla colazione coercitiva a cui lo aveva costretto al bar sotto casa. Si sentiva infinitamente più vecchio di lei, della pelle alabastrina degli zigomi appena sporgenti, degli occhi mare in tempesta dai quali vibrava una radiazione di intelligenza bambina, euristica, apparentemente immune alla sovrastruttura. Sofia era iscritta al gruppo Facebook ambientalista da qualche mese. La sua storia era diversa. Non aveva ancora subito perdite segnanti. Era figlia unica. Viveva, o credeva di farlo, appieno il suo tempo. Era degna rappresentante di una generazione vaporosa, abituata all’instabilità di una navigazione senza bussola, incline al cambiamento di rotta repentino. Dai genitori aveva ereditato una certa predisposizione ad un conformismo anfibio, sfumato da punte di snobismo tipicamente salottiero. Bisogna essere assolutamente moderni. I tempi dell’ansia postnovecentesca, del lavoro a scatti e delle insoddisfazioni latenti che avevano pervaso questa parte di globo, avevano fatto scattare in lei un meccanismo di difesa darwiniano. Società. Socialità. Condivisione. Questo era il mantra che recitava. L’ecologia nel suo significato più ampio e nobile non le interessava granché a dire il vero, ma andava tremendamente di moda. Sapeva che quello era il campo in cui si giocava buona parte del futuro della specie, ne condivideva tutto sommato i valori, ma vi si costringeva nello studio e nell’applicazione soprattutto per i vantaggi sociali immediati che questa attività poteva conferirle. Per l’immagine di sé che avrebbe dato ai suoi simili, perché fosse più semplice amarla. D’altronde non era poi così faticoso postare qualche link ogni tanto sui profili social. Quando in altre città si organizzavano raduni o flash mob a sfondo ambientalista, la considerava sempre una buona scusa per una gitarella dove conoscere persone interessanti, allargare il cerchio delle proprie amicizie, sentirsi meno sola al mondo. La quasi laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, voluta e pagata interamente e dal padre, rientrava perfettamente nella Gestalt di Sofia, che sperava in un giorno non troppo lontano di poter esercitare sulla tutela e protezione del verde, ossia diventare un eco-avvocato. La paga sarebbe stata buona, il fatto di occuparsi di natura avrebbe dato un tocco romantico e chic a tutta la questione, spianandole la strada di una vita comoda, sociale e moderna. Era al corrente dell’esistenza di Paolo per sentito dire, sapeva che il gruppo su Facebook era stato creato da lui e conosceva a grandi linee la sua storia, filtrandola da quello che pubblicava online. L’aveva colpita in particolare un’infografica sulle città italiane dove il flagello neoplastico sembrava essere più presente. Aveva deciso di fare una piccola ricerca, il tempo di un pomeriggio, per comunicarne i risultati a lui personalmente. Non risultò difficile reperire il suo numero di telefono. Dalla foto profilo sembrava carino.
    Il vapore emesso da due tazze di caffè americano bollente fungeva da trincea fisica tra loro, schermandone vicendevolmente gli sguardi attraverso un diafano moto escheriano. Entrambi sentivano che la trincea mentale che li separava era più consistente e concreta, alimentatasi del silenzio che ricopriva come una nebbia quel tavolino. Avalon post coitale. Sofia prese l’ardita decisione di buttarsi a gomiti bassi nella terra di nessuno.
     
    -come stai?
    -…..
    - ok… capito.. sei in hangover totale. ti ricordi almeno la cosa importante che ti ho detto ieri sera? quella percui (sic) volevo vederti?
     
    Sofia intuì dallo sguardo vuoto e leggermente imbarazzato di Paolo che no, non se la ricordava. Un leggero fastidio tutto narcisistico le percorse i nervi, scaricandosi in un impercettibile tremolio del labbro inferiore. Non ricordava nulla nemmeno del dopo?
    Avevano bevuto, ok, ma come cazzo era possibile avesse scordato tutto?
     
    - cosa.. cos'è che volevi dirmi?
     
    La noncuranza cosmica di Paolo aveva innescato in lei la necessità di conquistarne la pienezza dei pensieri, di catturarlo. La postura a gambe accavallate che teneva seduto su quella sedia, la maniera in cui reggeva la Benson blu, erano quelle di uno che sembrava fottersene di tutto e di tutti, persino di lei. Doveva per forza amarla e doveva per forza ricordarla. La sua lingua non le dispiaceva. Poi l’avrebbe lasciato andare, era troppo incasinato.
     
    - senti… adesso sei un pochino scombussolato. ho organizzato un aperitivo per domani sera..
    - …..
    - no guarda una roba tranquilla. vado un tre settimane a berlino, è una sorta di despedida. ci sarà un sacco di gente interessante.
    - …..
    - per un corso di food design... no figurati, mio padre. tipo un regalo di natale anticipato.
     
    Stava per chiederle cosa cazzo fosse il food design ma si accorse in tempo di non nutrire un minimo interesse per la risposta. Si accorse di non nutrire un minimo interesse nemmeno per quella cosa tanto importante che lei avrebbe dovuto dirgli la sera prima, che pensava avrebbe potuto dirgli ora in quel rendez-vous mattutino, ma che stranamente posticipava alla sera successiva, come se questa potesse rivelarsi un’esca abbastanza potente per incagliarlo. 
    Paolo annusò la trappola. Ma domani sera era venerdì, di solito non lavorava, e i programmi che aveva non differivano molto da quelli degli altri venerdì: cannabinoidi, junk food e maratona di Dexter. Una serata in compagnia non gli avrebbe fatto male. Il suo culo non gli dispiaceva. Poi non si sarebbe più fatto sentire, era troppo fighetta.
     
    La soirée era stata programmata in un bistrot aperto da poco, in piazzetta della Luna, gettonatissimo a sentire la gioventù produttrice ferrarese. Paolo scese in strada quando ormai il sole velato di quel giorno era già caduto verso l’altro emisfero. Dalle cuffiette la voce dopaminica di Christa Päffgen irradiava attraverso i meccanorecettori, fino allo stimolo neuronale. Cantava una canzone non sua, dal disco di un altro. Arrivando a piedi a pochi metri dal locale notò un gruppetto di persone, a prevalenza maschile, intorno a Sofia, raggiante in un lungo vestito nero che le spuntava da un pellicciotto smanicato fulvo, naturalmente eco. Le Dr. Martens, nere anch’esse, erano portate ironicamente. She’s goooing to plaaaay youu for a foooool… yes it’s tr Paolo tolse gli auricolari, aggrovigliandoseli in tasca. Una lieve ipoacusia temporanea fu il prezzo che dovette pagare per aver tenuto il volume al massimo durante tutta la camminata. Comprese di essere in ritardo, e questo contribuì ad aumentarne l’imbarazzo, già ampiamente sostenuto dalla consapevolezza di dover incontrare perfetti sconosciuti, con l’obbligo morale di instaurare con loro una relazione cordiale. Sofia eseguì immediatamente tutte le dovute presentazioni, invitando Paolo a stringere sei o sette mani; lo osservò mentre tirava le labbra cercando di simulare il sorriso più veritiero che poteva. Tra tutte le strette di mano che scambiò nessuna lo colpì positivamente. Faceva sempre molta attenzione alle strette di mano. Il padre una volta gli disse che un vero uomo stringe la mano come se dovesse farti schizzare via le unghie. Uno che non stringe non può essere che una mammoletta, oppure uno di cui non ci si può fidare. Nel corso degli anni Paolo notò come questa teorizzazione della genuinità, francamente provincial-generalista, avesse tutto sommato un fondo di verità. Ripensando a quella sera qualche tempo dopo, si accorse di non ricordare nemmeno i volti delle persone a cui strinse la mano, per non parlare dei nomi. Il suo ippocampo registrò quel gruppetto come un unico essere dai tratti somatici indefiniti, un collettivo: il giovane laureato pseudointellettuale ferrarese di nascita, che collabora con uffici fichissimi, spesso di altre città più grandi e quotate, dove fa il web designer o il sound engineer o il social media someshit. Nasconde la sua superficialità ironizzando su tutto, porta una barba che vuole sembrare incolta ma che in realtà è curatissima, ascolta musica e guarda film e legge libri che probabilmente gli fanno schifo o non capisce, ma di cui può discutere per ore con i suoi amichetti, perché quella è l’avanguardia: se tu parli di Pink Floyd, Mulholland Drive o Melville, ti lancia uno sguardo di profonda superiorità e disprezzo, annuendo, per poi girarsi a parlare con un suo simile per non considerarti più.
    Maschere semoventi di cardigan troppo larghi, t-shirt celebranti un qualche tipo di hype e pantaloni troppo stretti abbinati a scarpe troppo scomode. Come previsto la serata risultò di una noia mortale: il collettivo parlava soltanto dell’ultimo concerto a cui aveva presenziato, quello di un dj berlinese nome d’arte Apparat al teatro Dal Verme a Milano. Paolo cercò delucidazioni sul come cazzo era possibile ascoltare musica elettronica da discoteca, la cui funzione dovrebbe essere quella di farti ballare, bevendo succhi di frutta seduti su comode poltroncine di raso. Come risposta non ottenne che risatine sarcastiche, corredate da un paio di sguardi pieni di compassione ed una vocina stridula che riempitasi di orgoglio 
     
    – beh primo perché tecnicamente non è musica da disco..ma glitch. Secondo.. beh perché è figo.
     
    Notata la reazione che suscitò con quella contestazione, compresa la risposta assiomatica, si decise a non aprir bocca per il resto della serata, sperando che l’ipoacusia potesse in qualche modo palesarsi di nuovo, rinvigorita. Si limitava a brevi cenni con la testa quando intuiva che un argomento x era condiviso dalla maggior parte dei presenti, concentrando l’interesse su Sofia e sul modo che aveva di relazionarsi con il suo ambiente. Filmava una sorta di documentario antropologico cerebrale. Sofia aveva proprio un bel paio di occhioni blu, non mostrava paura nel fissarti dritto nelle pupille anche oltre i sette secondi canonici, passati i quali solitamente l’aria si carica di imbarazzo o di desiderio. I suoi occhi non esprimevano nessuna di queste sensazioni quando si trovava in situazioni sociali; ti guardavano semplicemente, facendoti credere di essere davvero interessati anche alla più stupida frase di circostanza che le tue pliche vocali potessero fare uscire, fintanto che eravate reciprocamente impegnati in una conversazione. Finita questa, essi svanivano completamente, e non c’era modo di incrociarli ancora, se non rivolgendole di nuovo la parola. Sofia faceva davvero buon uso dei suoi occhi blu. Erano solo le otto di sera ma quando al tavolo arrivò il cameriere Paolo ordinò uno scotch&soda, per aiutare il tempo a scivolare via più velocemente mentre osservava l’arredamento interno del locale, che nonostante fosse scontato e per nulla originale, trovava più interessante della discussione sui progetti lavorativi di ognuno dei commensali. Sentì nello stomaco la stessa sensazione di quando si trovava in strada tra la gente, appena dopo la Sua dipartita. Si sentiva estraneo, totalmente alieno a quell’assemblamento di intelligenze votate alla disamina di un universo sensibile e meccanico; cervelli pratici, che rifiutavano qualsiasi idea che non fosse parte di una concatenazione di utilità mondana: lavoro, carriera e divertimento alternativo. Era impossibile trovare al loro interno l’idea pura, liberata dalla pesantezza della mortalità. Paolo li osservava, tutti presi dai loro discorsi vuoti, scambiarsi ammiccamenti e sorrisi finti come automi programmati da uno scienziato con poca fantasia, fino a quando la nausea non prendeva il sopravvento e lo spingeva ad ordinare un altro scotch&soda. Li guardava e si chiedeva quanti di loro avessero letto Proust. O se qualcuno di loro l’avesse mai letto. Una volta tutti i froci leggevano Proust. Lì in mezzo ce n’erano sicuramente almeno un paio, forse latenti, ma era certo che non lo avessero letto. Pensò che non c’erano più nemmeno i froci di una volta. Faceva di tutto per non farsi notare dal collettivo, ma non fu più possibile quando fermò con un gesto una cameriera carina per ordinare il quarto drink.
     
    - abbiamo sete stasera eh?
     
    Il resto della tavolata era fermo a metà del primo Moscow Mule.
     
    - eeeeh già!
     
    Abbozzò un lieve sorriso senza mostrare nemmeno un dente. Ad indicarlo era stato un tizio vestito completamente in nero, compreso un copricapo simil kippah, naturalmente ironico, che lasciava intravedere una rasatura vagamente hipster dallo sfenoide alla sutura lambdoidea. Poteva essere benissimo un architetto appena laureato, che invece di trasferirsi ad Helsinki per conoscere i Lokka Ripka di persona, aveva deciso di intraprendere la carriera da assistente universitario nella sua città natale. Oppure un mimo, chissà.
     
    - non ci hai ancora detto che lavoro fai! di cosa ti occupi?
     
    La domanda partì repentina e terribile come una freccia scagliata in una prateria vuota e silenziosa. Sofia si accorse subito del sottile fruscio prodotto da quelle parole e gli lanciò furtivamente uno sguardo carico di pena nascosta; sapeva che faceva il cameriere in una trattoria da quattro soldi, a lei l’aveva tranquillamente detto due sere prima, anche se forse non lo ricordava. Sofia era abbastanza intelligente per capire che confessarlo ad una donna tra le lenzuola ancora umide dello schiudersi dei loro corpi fosse piuttosto semplice, fosse persino un motivo d’orgoglio in quanto dava l’idea di un giovane indipendente ad ogni costo, abituato a badare a se stesso. Ammetterlo ad un’assemblea come quella invece, dove tutti sembravano aver dato una direzione precisa, proficua ed a modo loro interessante alla propria esistenza materiale, era una prova di difficoltà maggiore, che effettivamente Paolo non superò. Sentiva che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata, era gestualmente quasi preparato e il calore che sentiva diffondersi sulle guance gli pareva di intensità minima, impercettibile.
    Dopo aver preso una sorsata drammatica dal suo quarto scotch&soda
     
    - Scrivo, più che altro. gestisco un gruppo facebook che si occupa di ecologia, collaboro con riviste e alcuni giornali. stavo giusto pensando di aprire un blog. niente di serio comunque. diciamo che mi paga l’affitto.
     
    Accompagnò quest’ultima frase con un sogghigno tratteggiato ed un'altra sorsata di scotch, che stavolta gli serviva davvero per agghindare la storia. Per non tradirsi nel bel mezzo di una bugia bella e buona evitò di incrociare gli occhi di Sofia, la quale sapeva benissimo che stava mentendo. Un suo sguardo avrebbe potuto riportarlo alla dura realtà, strappandolo improvvisamente dall’ottovolante di alcool e fantasia che stava contribuendo a costruirne la maschera perfetta per quel tavolo. Il collettivo reagì tutto sommato bene, gli sguardi di approvazione e la cinestetica annuente dei loro capi testimoniavano che aveva scelto la bugia giusta, adesso però ne volevano di più di quella bugia. Stavano già per chiedergli i link per leggere gli articoli che gli avevano pubblicato quando Sofia, annusata l’aria, tese una mano amica per bloccare la scure che stava per decapitare la fandonia.
     
    - rega chi mi accompagna per una paglia?
     
    Solo tre persone del gruppo fumavano, e c’erano state dieci minuti prima. Paolo allungò immediatamente la mano verso la sua, l’unico appiglio che aveva per non cadere in un burrone di vergogna, e uscii con lei a riveder il ciotolato di piazzetta della Luna.
     
    - non sapevo pubblicassi, complimenti!
     
    Paolo sbuffò e accese una Benson.
     
    - pensi che non googleranno il tuo nome?
     
    Non ci aveva pensato e probabilmente lo stavano già facendo in quel preciso istante.
     
    - ma poi che motivo c’era di raccontare tutte ste cazzate?
    - ....
    -  senti.. per quella cosa che dovevo dirti… tieni.
     
    Sofia gli allungò un A4 piegato equatorialmente.
     
    - leggitelo dopo, a casa.
    - vado subito, buona Berlino.
     
    Sofia fece per controbattere, ma si ritrovò muta ad osservarlo in una camminata dinoccolata e calma fino agli archi di piazza Savonarola. Stringeva tra le mani un pezzo da cinquanta che lui le aveva lasciato per la propria cospicua parte di conto. Capì di averlo perso. Il tremebondo fastidio narcisistico che la pervase fu attenuato temporaneamente dall’architetto in simil kippah, quella notte stessa.
     
    Paolo sprofondò nella Voltaire di seconda mano che aveva trovato ad un buon prezzo su Ebay. Lo schermo del portatile aperto e puntato su Daniel Barenboim che guidava la Chicago Simphony Orchestra tra le limpide note della quinta di Mahler. Una bottiglia di Morellino aperta e puntata verso il calice che si stava servendo. L’A4 tornò alla sua forma originale estesa.
     
     
    “Tumori a Ferrara, conta più il fumo che gli inquinanti ambientali”.
     
    Quando si parla di tumori Ferrara è peggio di Taranto, ma attenzione a giungere troppo rapidamente alle conclusioni nell’individuare le cause.
    Possiamo riassumere così la ‘precisazione’ del direttore del Registro Tumori Area Vasta Emilia Centrale inviata al nostro giornale.
    Quando si parla di cancro ci si riferisce in realtà a un consistente numero di lesioni molto eterogenee, con fattori di rischio molto diversi e frequenza nella popolazione dipendente da cause molteplici (rischi biologici, presenza di screening organizzati e spontanei, età media della popolazione e così via). E’ perciò fuorviante utilizzare, nei confronti geografici, la frequenza di “tutti i tumori”, in relazione ai rischi derivanti da inquinamento ambientale.
    Il carcinoma polmonare ha strettissimi rapporti con quello che si respira e può essere invece un buon indicatore (insieme a molti altri anche non riguardanti i tumori) di una certa esposizione a determinati rischi.
    C’è però un’altra considerazione da fare che evidenzia quanto sia difficile trovare una ‘pistola fumante’: “Va evidenziato che i dati presentati, riferiti dai rispettivi Registri tumori, sono dati relativi a due intere province (e non alle sole città di Ferrara e Taranto) e rappresentano perciò realtà eterogenee anche al loro interno. Ciò detto è noto da tempo: esistono dati pubblicati fin dai primi anni ’90 che segnalano, per la provincia di Ferrara, uno dei più alti tassi di incidenza per carcinoma del polmone a livello internazionale. Ed è altrettanto noto in Italia un gradiente nord-sud che vede appunto una maggiore concentrazione di tumori nelle aree settentrionali. Non è peraltro possibile ricondurre questi valori ad un’unica fonte inquinante, nemmeno in territori limitrofi. Pur con l’ormai tristemente noto carico di inquinamento prodotto dall’Ilva, Taranto vede, ad esempio, un rischio di tumori polmonari notevolmente inferiore a quello registrato in provincia di Lecce.
    Esiste però un fattore costante, che vale per Ferrara e vale anche per Taranto (dato che nella città pugliese portò anche a varie polemiche): “Tutta la letteratura internazionale ha da decenni sancito in maniera inconfutabile il rapporto tra fumo di sigaretta e cancro (non solo polmonare) – spiega il direttore Avec -: circa il 90% dei tumori polmonari sono riconducibili a questo fattore di rischio e oltre il 33% del totale dei tumori è ascrivibile al fumo, contro un valore medio del 4-5% di altri fattori ambientali e occupazionali. Queste ultime e alcune malattie infiammatorie croniche producono peraltro una moltiplicazione del rischio nei fumatori. Tenendo conto che un tumore ha una genesi biologica che precede di almeno 10-15 anni la diagnosi clinica, sappiamo ad esempio, dalle indagini multiscopo Istat degli scorsi decenni, che in provincia di Ferrara il tasso di fumatori è stato per lungo tempo superiore alla media nazionale. Una recentissima indagine dell’Azienda Usl di Ferrara sulle scuole di secondo grado della nostra provincia rivela che, pur con medie di fumatori ‘abituali’ lievemente inferiori a quelle dell’Emilia-Romagna, il numero di ragazzi ferraresi che hanno consumato tabacco almeno una volta è superiore ai valori regionali e nazionali, che le ragazze fumano più dei ragazzi e che hanno una più ridotta percezione del rischio.
    Insomma, oltre a considerare l’inquinamento dell’aria, è utile guardare anche ai propri comportamenti individuali: “Per limitare fortemente il rischio nei confronti di questo tumore esistono strategie estremamente efficaci e di breve periodo: non iniziando a fumare o smettendo di fumare il rischio si riduce drammaticamente e in breve tempo (per gli ex fumatori). Le strategie più complesse e di più lungo periodo, da non considerare naturalmente in concorrenza con le prime, riguardano naturalmente una diversa cultura di uso delle risorse dell’ambiente, da un punto di vista personale, sociale, economico e altro ancora. La pubblicazione da parte dei Registri tumori dei dati correnti assolve ad un diritto informativo della cittadinanza e delle istituzioni sicuramente molto importante.E’ essenziale che la conoscenza venga approfondita criticamente, alla luce delle evidenze scientifiche, e possa promuovere atteggiamenti di prevenzione che, a cominciare dal livello personale (fumo, alimentazione, adesione ai programmi di screening) presentano al momento margini migliorabili anche per la popolazione ferrarese.
     
    Paolo accese una delle Sue Benson Blu.
     
    Le fumava avidamente.
     
    Non sapeva se interpretare l’articolo che aveva appena letto come un tentativo dell’establishment di difendersi dalle accuse di avvelenamento sistematico, o come un sincero appello al condurre una vita considerata occidentalmente salubre. Non gli importava nemmeno più.
     
    Aveva provato a smettere, almeno così diceva.
     
    Non pubblicava un post da settimane, non si informava, si era lentamente affievolito nella presa di coscienza della banalità della morte. Quella del padre, quella di qualche centinaia di immigrati vicini alle coste italiane, quella di un bimbo siriano, quella che sarebbe stata la sua.
     
    Quindici centimetri.
     
    Tutto era stato, è, e sarà vano. Non esiste nessun nemico da combattere. Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas regumque turres, e così sia.
     
    Era un autunno o quasi, era settembre. Paolo alzò il bavero del cappotto. Adagiò un foglietto sul piccolo monumento che custodiva l’involucro svuotato di un’anima che gli era stata affine. Il vento pareva divertirsi nel farlo roteare a mezz’aria. 
     
    Poi caddi, come una goccia di pioggia che non essendo attaccata a nulla di abbastanza concreto, disegna la sua traiettoria perfetta verso il suolo. Forse un sasso, non ricordo, forse semplicemente la paura di non essere in grado di farcela fece sobbalzare la piccola bicicletta rossa che stavo cavalcando per la prima volta, facendomi finire faccia in giù sul terreno aspro. In bocca polvere e sassi, il profumo dei pioppi che costeggiavano quel vialetto si confondeva con il ferroso sapore del sangue che cominciava a colarmi dal naso. Non piansi. Cercai tutte le forze che avevo per rialzarmi, nonostante tutto, nonostante fossi caduto. Ma non ci riuscii, la vergogna di non avercela fatta proprio davanti ai tuoi occhi era più forte di qualsiasi slancio del mio animo e mi opprimeva come una forza di gravità cinque volte al di sopra della mia abitudine. Restai immobile, cercando di rallentare il respiro e il battito cardiaco che spingeva verso il basso, verso la terra di quella strada di campagna; osservando il sentiero che prolungava fino ad un ponticello e le chiome degli alberi così folte in quella primavera e il vento che le scuoteva con arroganza, cercavo di calmarmi. Poi la tua mano arrivò, come un’ancora robusta, e mi prese e mi rimise in piedi. Mi chiedesti se mi ero fatto male. Io risposi di no. Mi dissi che ero stato bravo ma io pensavo che non era vero, che avrò fatto al massimo dieci metri pedalando in maniera sgraziata e poi ero caduto. Tu mi capisti, mi leggesti dentro come facevi sempre e senza che avessi il tempo di aprir bocca mi dissi che era vero che alla fine ero caduto, ma quei dieci metri qualcuno li aveva pedalati, e non era un altro ad averlo fatto, ma io. E che poi domani sarebbero diventati venti quei metri e poi sarei caduto ancora. Poi trenta il giorno successivo e sarei caduto, poi cinquanta.. fino al giorno in cui le cadute sarebbero diventate così rare da rendere impossibile il conteggio dei metri percorsi da una caduta all’altra. Ti chiesi quanti giorni e quante cadute sarebbero servite per arrivarci e mi rispondesti che nessuno poteva saperlo, non tu, non io, nessuno al mondo. Ma se mi fossi impegnato e ci avessi creduto quel momento sarebbe arrivato inaspettatamente, e la sorpresa iniziale di riuscire a continuare senza cadere avrebbe lasciato immediatamente il posto alla consapevolezza di potercela fare, e forse non sarei caduto mai più, perché il pedalare in equilibrio su di un trabiccolo mi sarebbe venuto naturale come respirare. E mi sarei goduto la corsa.
    Buongiorno a tutti
    Di seguito parte dell'excipit dell'ultimo romanzo che ho pubblicato. Il testo si occupa di un fenomeno molto diffuso, del quale nessuno parla: il disturbo di personalità al femminile, che può essere borderline e/o bipolare. L'excipit è scritto sotto forma di lettera.
     
    “Amarti è come vivere sulle montagne russe. Tu sei una creatura che nel giro di un’ora può passare dall’essere una donna felice ad una donna morta. Senza preavviso.
    Quando ci siamo messi insieme ho avuto paura. Paura di un mondo che non conoscevo, di fronte al quale mi sono sentito inerme, impotente: il disagio mentale, la psichiatria, la rianimazione. I tentativi di suicidio. 
    All’inizio costante era il terrore di tornare a casa e trovarti agonizzante, o morta. Poi alla paura lentamente mi sono abituato. Mi sono documentato, mi sono confrontato. Vivere con te mi ha permesso di raggiungere un traguardo che ritenevo impossibile: capirti. 
    Ho capito che bisogna dare dignità alla tua sofferenza, che bisogna validare ogni tuo repentino cambiamento d’umore. Ho capito che sei dentro a un pozzo profondo, che c’è una forza che talvolta ti impedisce di alzarti, di fare qualsiasi cosa, persino pensare. 
    Ho dato un senso al tuo essere spaventata, delusa, furibonda, piena di vergogna; al tuo sentirti bambina fragile senza corazza, in balia degli eventi esterni. 
    Il nostro quotidiano è fatto di scatti d’ira incontrollati, di pianti disperati, di periodi di profonda depressione. Un quotidiano di amore che va avanti nonostante l’immenso male che tu hai dovuto subire nel corso della tua esistenza. 
    Ed è forse questo il punto. 
    Tu non sei nata borderline: tu sei stata maltrattata ed abbandonata oltre ogni limite umano, soprattutto da tua madre. Francesca, tu non hai colpe. Hai cercato invano di fuggire dal buio della tua vita. Con le tue effimere forze hai tentato di ribellarti, ma l’unica forma di ribellione della quale hai potuto è stata tentare di rivolgere l’arma verso te stessa, estremo urlo di dolore di fronte all’amore che di continuo ti è stato negato.
    Non è stato facile Francesca, però voglio che tu sappia che ogni qualvolta ne avrai bisogno ti prenderò sempre in braccio. 
    Senza paura”.
    Di paure Milena non ne aveva molte. Quando lei e Mario uscivano il pomeriggio per cercare un po’ di divertimento in giro nel loro quartiere smorto era lei in genere a cimentarsi nelle avventure più rischiose, come quella di camminare sulla cima di un muro, attraversare la strada ad occhi chiusi o arrampicarsi fino alla cima più alta degli alberi nel parco dietro la chiesa. Mario all’inizio la implorava di smetterla con la sua vocina stridula, che attirava attenzioni non volute e scherni da parte di comitive di ragazzotti di passaggio. Quando poi si rendeva conto che la sua amica non era disposta a scendere a più miti consigli, Mario si limitava a coprirsi gli occhi con le mani e a sperare che tutto andasse bene durante quelle esibizioni di pazzia pura. Di diventarne partecipe non aveva la minima intenzione e a Milena in fondo piaceva l’idea di spaventarlo e di testare la sua capacità di resistenza psicologica.
    Tuttavia una paura forte Milena l’aveva. Ed era quella dei rumori forti ed improvvisi. Anche i tuoni le davano fastidio, tanto che durante i temporali notturni faceva fatica a chiudere occhio, stretta com’era nelle coperte e sopraffatta dal terrore. Quella paura era iniziata un giorno in cui era molto piccola, non aveva compiuto ancora cinque anni. Si trovava nel negozio di cartoleria della signora Aiuti, la quale lo gestiva insieme al marito, di almeno quindici anni più vecchio di lei. Il negozio era disposto su due piani, quello inferiore al livello terreno che veniva usato per il servizio ai clienti, mentre quello superiore era utilizzato come ufficio, principalmente dal signor Aiuti. Milena era entrata insieme alla madre e alla sorella per comprare il sussidiario che Elena avrebbe dovuto utilizzare durante il nuovo anno scolastico. La sorella aveva già l’aria dello scolare saccente, che si preparava in maniera seria alla sfida che gli si stava profilando all’orizzonte. Elena si curava poco di quella sorellina un po’ timida e un po’ spaurita con una piccola bambola di pezza stretta al petto e che si stava annoiando terribilmente a sentire le sue autocelebrazioni dirette alla madre e alla Signora Aiuti. Non si accorse nemmeno del momento in cui Milena salì silenziosamente le scale di quel soppalco stretto, al di fuori della vista delle due donne adulte, e si avventurò per quel mondo misterioso pieno di novità da esplorare. Una di quelle novità era rappresentata dalla scrivania dove il Signor Aiuti sistemava le pratiche relative al negozio, inclusi scontrini e contabilità. Il tavolo arrivava appena all’altezza degli occhi di Milena ma quella visuale dimezzata permise alla bambina di notare un pezzo metallico ricurvo, con una canna montata all’estremità. Milena aveva già visto quegli oggetti in televisione, quando le era capitato di guardare gli indiani inseguiti dai cowboy a cavallo, e sapeva che potevano far molto male se puntati contro un qualsiasi essere vivente. Il gatto persiano della Signora Aiuti era accovacciato su uno scaffale della libreria di legno montata sulla parete dalla parte opposta del soppalco e fissava Milena con i suoi inquietanti occhi azzurri. La tenera mente di Milena fu attraversata da un improvviso lampo diabolico e le impose prima di salire sulla sedia e poi di raccogliere quell’ oggetto metallico. La pistola era pesante ma per Milena non fu difficile afferrarne l’impugnatura e inserire il suo dito ancora infantile nel buco del grilletto. L’arma in quel momento era sotto il suo controllo e, nonostante la sua mente ancora immatura, sentiva di avere un immenso potere tra le sue mani, ovvero quello di concedere la vita o la morte a suo piacimento. Dall’alto del soppalco vide Elena, la madre e la Signora Aiuti che parlavano allegramente senza curarsi di dove lei si fosse cacciata. Puntò la pistola verso Elena, esclamando “Pum, pum” e facendo finta di averla colpita. Poi fece lo stesso nei confronti delle due signore, ignare di quello che sarebbe successo da lì a qualche secondo. Milena la puntò contro il gatto. Il dito ricevé l’ordine da parte del suo tenero cervello puerile di contrarsi e premere sul freddo grilletto metallico.
    Il botto che si sentì fu amplificato a dismisura dalla ristretta acustica del negozio e fu seguito quasi immediatamente dalle urla di terrore emesse dai presenti. Milena non gridò ma rimase immobile per lo shock subito. Dinanzi a lei vide il gatto con la testa spappolata ed incorniciata da una macchia rossa di sangue stampata sul muro, mista a peli e brandelli di carne. Dopo qualche secondo si sentirono i passi concitati della madre e della Signora Aiuti sulle scale del soppalco e quindi le loro grida disperate:
    “Milenaaa, posa quell’arma sul tavolo, posala oraaaaaa”
    La bimba non si mosse di un millimetro, come impossessata da una forza misteriosa che ne impediva il rinsavimento. Fu così che la madre si avvicinò piano piano e le disse:
    “Milena, ascolta, stai ferma. Non è successo nulla, adesso vengo ad abbracciarti e ti faccio scendere da quella sedia, così torniamo a casa”
    Milena avrebbe voluto scendere da sola ma si sentiva prigioniera di un corpo bloccato al momento dello sparo di un minuto prima, senza possibilità di poterne uscire. La pistola era ancora lì, puntata verso la macchia di sangue rosso che lei aveva disegnato con l’aiuto di un proiettile traditore.
    La madre le si avvicinò da dietro, facendo segno alla Signora Aiuti di chinarsi a terra, e afferrò Milena per le braccia. A quel punto partì un secondo colpo. Il proiettile si conficcò sulla parete dove si era fissata la macchia di sangue. Milena si svegliò improvvisamente da quel trance insano, lasciò cadere la pistola sul tavolo e iniziò a gridare come un’ossessa. La Signora Aiuti, in lacrime, afferrò l’arma e la ripose lontano dalle braccia letali di quella bimba che tutti avrebbero creduto inoffensiva. La madre cercò di far riprendere Milena da quell’attacco isterico ma dopo qualche minuto fu chiaro che sarebbe stato necessario chiamare un’ambulanza.
    Milena rimase in ospedale per una notte sotto osservazione, mentre nel frattempo la polizia mise sotto torchio gli Aiuti per sapere come mai un’arma carica fosse accessibile in maniera così semplice a chiunque fosse entrato nel negozio con cattive intenzioni. Comparve anche un trafiletto sul giornale della provincia descrivente l’episodio e che interruppe la serie di notizie monotone che caratterizzava la cronaca locale. Milena non si ricordava di aver ricevuto una punizione per quel gesto. Ma puntualmente a fine anno, durante le celebrazioni di San Silvestro, ogni botto le faceva riaffiorare la cornice di sangue stampata sul muro attorno al cadavere del gatto persiano. E a rinnovare ogni volta quell’angoscia tremenda. Le lacrime scorrevano copiose sulle sue guance nel ricordare quell’episodio quasi rimosso dalla memoria. E quindi attribuì la sua fama di pazza della famiglia proprio a causa di quanto combinato quel giorno.
    Il serial killer di editori
     
     
     
        “Mauro, perché scrivi?”, questa era la domanda che il dott. Pompelmo Lorenzini, lo psichiatra della Azienda USL di Rimini, mi rivolgeva da anni, bravissima persona, molto umana, a volte un poco ossessiva, tipo nel ripetere ad esempio questa particolare domanda, che poi io rispondevo sempre nello stesso modo: “Perché leggo, dottore”. 
        “Ma leggere è una cosa diversa dallo scrivere, non è vero Mauro?“.
        Che poi lui aveva questo modo un po’ antipatichino di fare domande retoriche, e a volte calcava la mano scendendo nei particolari, tipo quando sottolineava che per scrivere occorrono carta e penna, “Invece per leggere tu hai bisogno solo del libro, vero Mauro?“. Io all’inizio lo assecondavo, partecipando attivamente alla discussione, puntualizzando magari: “O la matita!”.
        “Certo Mauro, o la matita. Per scrivere oltre alla carta ci vogliono la penna, o la matita. Ma perché scrivi? Non ti basta leggere?”
        Continuando la terapia sono emerse molte cose grazie al dott. Lorenzini, ad esempio mi sono ricordato di avere sempre letto, appena a sei anni ho imparato a farlo: prima i fumetti, e poi dalla quinta elementare i libri, quelli di fantascienza e i gialli... quanto mi piacevano i gialli!
        “E poi cos’è successo’”, mi chiedeva incoraggiante il dott. Lorenzini.
        “E poi…”, a questo punto mi vergognavo un po’, perché io lo so che certe cose non si fanno, o meglio... se si fanno però non si dicono, e allora  abbassavo lo sguardo, arrossivo, ma lui era bravo a incoraggiarmi, mi faceva sentire normale.
        “Non ti vergognare”, mi diceva, “sono cose ordinarie, nella pre-adolescenza ci passano tutti.“
        Io mi stupivo, non sapevo se stava mentendo per mettermi a mio agio o magari... forse... “Perché, dottore.... anche lei, a quattordici anni ha letto L’età della ragione di Sartre e Il castello di Kafka?”. L’ultima parte della risposta mi era uscita d’un fiato, quasi strozzandomi la gola, mi ero reso conto che stavo ansimando. Il dottor Lorenzini non si scomponeva mai, però a volte, come quando facevo i nomi di quei due titoli, mi pareva che un’ombra gli passasse sul viso. Dopo un garbato colpo di tosse diceva: “Be’, ognuno ha le sue debolezze…”. 
        “E lei cosa leggeva dottore?”
        Lui non me lo diceva, per deontologia professionale, ovvio, e mi spingeva ad approfondire però l’argomento: quali emozioni avevano suscitato in me tali letture?
        Ecco, ragionando, grazie alla perseveranza del dott. Lorenzini, ho capito che ero rimasto affascinato da come la suspence e il ritmo coinvolgente della trama che avevo trovato nei fumetti e nei romanzi di genere, ora fossero al servizio dell’introspezione psicologica. Avevo scoperto un mondo bellissimo, e in breve tempo leggere era diventata una guida per crescere, viaggiando dentro me stesso, tanto che i libri avevano assunto, nella mia vita, la stessa consistenza reale di una bolletta della luce, o di un cassonetto dell’immondizia.
        “Ma allora non scrivevi, vero Mauro?”
        “Oh, no, dottore, allora no…”
        “E quando hai incominciato?”
        “Be’, ero già grande, in quarta superiore credo.”
        In quarta superiore avevo scritto il primo racconto, su un foglio di protocollo. Si chiamava L’amore è una cosa maravigliosa, ed era la storia di due lettere dell’alfabeto molto distanti nella tastiera della macchina da scrivere, che si erano incontrate per un errore di battitura (erano la “Q“ e la “ù“).
        “Ah, ma questo è molto bello, solare, allegro”, mi incoraggiava il dott. Lorenzini. “E poi?”, voleva sapere.
        E poi per due-tre anni non avevo scritto altro (“Bene”), solo dopo il servizio militare, quindi dovevo avere 21 anni, mi è venuto fuori un altro racconto divertente (“Bravo!”), si chiamava Il cane è il miglior amico dell’uomo? e parlava delle disavventure di un tizio alle prese con un cane che lo metteva in situazioni sempre più difficili, fino a far scoppiare la terza guerra mondiale.
        “E dopo?”, chiedeva il dott. Lorenzini con voce seria.
        Eh, dopo... avevo scoperto i libri di Antonio Tabucchi e di Gianni Celati, sarà stato il 1988, o 1989. Avevo trovato quei due scrittori tanto affini a me, alla mia sensibilità, che a un certo punto avevo desiderato leggere qualcosa scritta nel loro stile... ma che ancora non c’era. Così cominciai a scrivere sul serio. Racconti. Ormai avevo contagiato dal virus della scrittura. Ne scrissi sei, di racconti, poi mi resi conto che gli ultimi due sembravano il primo e l’ultimo capitolo di un romanzo. E allora successe: scrissi tutti i racconti/capitoli che stavano nel mezzo, così nacque il mio primo romanzo, Eco.
        “E di cosa parlava, questo romanzo?”, mi chiedeva con tono indagatore il solerte psichiatra.
        Io mi confondevo, balbettavo, allora lui per aiutarmi mi diceva: “Calmati, facciamo così, la prossima volta mi porti una paginetta scritta, come se fosse la sinossi che invii a un editore…”.
        A quella parola io mi accartocciavo sulla sedia e cominciavo a mugolare. Il dott. Lorenzini si rendeva conto di aver forzato troppo la mano e mi dava due pastiglie di valium.
        Comunque questa era la scheda che gli portavo la volta successiva.
     
    Eco (1999), romanzo, lunghezza 145 cartelle (2000 caratteri), genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: Antonio Tabucchi, Richard Ford.
    È un romanzo breve in forma di racconti. Gli undici capitoli che compongono il romanzo, resi con stili fra loro molto differenti, possono essere letti come racconti autonomi. La narrazione di un’unica storia è resa frammentariamente, spingendo il lettore a collocare nella giusta successione gli episodi di cui viene di volta in volta informato, arrivando a ricostruire il quadro completo degli eventi. Questo, secondo l’idea che non sia possibile raccontare una vita una volta per tutte, ma solo suggerirne un’interpretazione.
    Un uomo ricorda persone e vicende importanti della sua vita con la consapevolezza che raccontare qualcosa comporti il rischio di tradire la realtà. Attraverso il filo conduttore del rimpianto l’io narrante affronta il tema dell’amicizia, quello dei rapporti familiari, tratteggia una storia d’amore e si misura soprattutto con il tema del doppio, sviluppato fra il protagonista e un amico di vecchia data.
     
        Il dott. Lorenzini leggeva e scuoteva impercettibilmente il capo, da un lato all’altro, come se il nodo della cravatta gli stringesse il collo. Quando finiva posava la sinossi sulla scrivania e non commentava. Io ero sulle spine, avrei voluto che mi comunicasse le sue impressioni, ma lui zitto per due minuti buoni. Quindi mi chiedeva: “E dopo che... che le persone a cui ti sei rivolto per pubblicare il romanzo te l’hanno rifiutato, cos’hai fatto?”.
        “Ne ho scritto un altro", rispondevo sicuro io.
        “Non ti è venuto in mente che un esperto del settore, con tutta la sua competenza, tramite il rifiuto volesse sollecitarti a lasciar perdere questa strada?”
        “No.”
        “Perché?”
        Io allora ammutolivo, non sapevo cosa rispondere. Il dott. Lorenzini rimaneva a guardarmi, muto anche lui, cercando di penetrarmi con il suo sguardo. Poco prima che la seduta finisse mi chiedeva di portare, per la volta seguente, la sinossi del romanzo successivo.
        Io pensavo che era meglio non parlargli di Furz - storie favolose, i racconti per bambini dai 6 anni in su scritti ognuno capovolgendo una delle tecniche narrative delle favole, tipo mettendo al posto di “C’era una volta”, “C’è adesso, in questo momento...”, oppure “Una volta non c’era…”. Anche del romanzo fantastico per ragazzi sopra i 12 anni, La storia più bella, raccontato al futuro anteriore, che parlava di un mondo ancora non nato, dove le leggi della fisica saranno diverse dalle nostre, e dove la natura di ogni cosa, compresa quella dei protagonisti, verrà svelata al lettore solo negli ultimi capitoli, anche di quel romanzo era meglio non fare parola. Poi… di tirare fuori Dialogo di pesce con umani non se ne parlava proprio, perché il dott. Lorenzini aveva Faccetta nera come suoneria del cellulare, e di un romanzo, per quanto breve, sul G8 di Genova 2001, soprattutto scritto dal mio punto di vista, era meglio tacere. Comunque la sinossi, se avessi avuto il coraggio di portargliela sarebbe stata questa:
     
    Dialogo di pesce con umani (2006) è un romanzo breve (molto breve), ispirato ai fatti di Genova 2001, ma questi non vengono mai citati esplicitamente perché ha la pretesa di essere un’opera metaforica, valida in ogni tempo e ovunque lo Stato di diritto sia sospeso.
    Lo stile si rifà a quello del drammaturgo Bernard-Marie Koltès e lo scrittore José Saramago. 
    Il romanzo cerca di rappresentare i sentimenti del rimorso, dell’impotenza e dell’odio, che emergono dal dialogo dei tre personaggi con un pesce.
     
    Ecco, io non sono stupido, e so che se avessi fatto leggere queste righe a me un T.S.O. non lo avrebbe risparmiato nessuno. Così ho presentato al dott. Lorenzini la sinossi del romanzo successivo, Quattro.
     
    Quattro (2007), romanzo, lunghezza 123 cartelle, genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: École du regard
    L’opera nasce dalla scommessa di riuscire a rappresentare (e non dire) i tempi morti della vita, come le attese a un passaggio a livello, o il tragitto per andare al lavoro.
    Tre personaggi, un uomo, una donna e un ragazzo, si trovano su un vagone della metropolitana di Roma durante un giorno d’estate del Giubileo del 2000. I primi tre capitoli del romanzo sono dedicati ciascuno a uno dei protagonisti, nel quarto essi interagiscono.
    Ogni personaggio è presentato al lettore mentre è immerso nel flusso di un pensiero contingente, che divagando e articolandosi finisce per costruire la sua storia. Il ritratto dei personaggi si interrompe quando il vagone si ferma per un guasto sul ponte sopra il Tevere: a quel punto i tre escono dal finestrino e hanno una breve interazione. Nel quarto capitolo il presente viene descritto nei minimi particolari, ma la ripetizione dei gesti quotidiani li confonde, distribuendoli secondo una sequenza temporale sfalsata. Il romanzo si regge proprio sulla contrapposizione degli stili narrativi: a una storia convulsa ma temporalmente coerente, si contrappone la quotidianità di un presente atemporale.
     
        Il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il foglio su e giù appena vi posava sopra lo sguardo, e verso la fine doveva tenerlo stretto con tutte e due le mani, per mascherare l’agitazione che quelle righe gli avevano trasmesso. Io mi sentivo in imbarazzo, mi dispiaceva far soffrire così una persona tanto sensibile e professionale, mi facevo piccolo piccolo sulla sedia, sperando di confondermi come un camaleonte sul ramo.
        Alla fine il dott. Lorenzini espirava una lunga fiatata, scuoteva un po’ il capo e guardandomi con chiara commiserazione diceva: “Mauro…”. Non aggiungeva nient’altro, ma si capiva che era molto preoccupato per me. Dopo un po’ aggiungeva: “Ma i rifiuti ed... del settore, non sono bastati a renderti edotto della tua inadeguatezza con la scrittura.?”
        “Se permette…”, accennavo io timidamente, “io non credo di essere inadeguato alla scrittura.”
        “Ma andiamo, Mauro! Sappiamo bene tutti e due che ti è arrivata una scheda di lettura del Premio Capellone (io a quel punto ululavo senza ritegno e mi contorcevo sulla sedia) dove si dice a CHIARE LETTERE (il dottore alzava la voce per coprire i miei versi disarticolati), che hai scritto una storia senza capo né coda. No, dico, senza capo né coda!”
        Io allora mi calmavo di colpo, e con la lucida consapevolezza dei miei lontani giorni migliori rispondevo con voce tranquilla, ricomponendomi sulla sedia: “Quattro è scritto secondo il paradigma letterario del Nouveau Roman, uno dei cui maggiori rappresentanti in Italia è stato Eugenio Capellone dal ’62 in poi…”
        “Ah, pure critico letterario, ora!”, cercava di interrompermi il dott. Lorenzini.
        “Non lo dico solo io”, ribattevo cominciando a tremarmi la voce, “lo dice anche Robbe-Grillet!”
        “E chi è adesso questo qui?“
        Per un attimo la sorpresa per quelle parole mi lasciava a bocca aperta, ma poi, raccogliendo le ultime energie trovavo il coraggio di concludere: “Sono stato giudicato come un critico d’arte ignorante potrebbe giudicare un Kandinsky con il metro di valutazione di Raffaello, o... o come se il Premio fosse intitolato a Baricco!”.
        Il dott. Lorenzini, che è bravo e buono finché uno non gli fa perdere le staffe, se gli tocchi Baricco diventa una belva: “Cosa-cosa?!”.
        Sapevo di averla fatta grossa, allora mi assaliva la paura e mi rannicchiavo di nuovo sulla sedia, agitando la mano come per dire: “No, no, dimentichi quello che ho detto”. 
        Ma era troppo tardi. Anche tenendo gli occhi bassi sul pavimento sapevo che il dott. Lorenzini stava premendo il pulsante per chiamare Otello e Hamed, i due infermieri energumeni che mi avrebbero messo la camicia di forza e trattenuto poco gentilmente nella saletta imbottita del seminterrato fino al giorno dopo.
        Quando le sedute prendevano quella piega, per qualche settimana le chiacchierate con il dott. Lorenzini erano molto vaghe: le sue domande si concentravano sulla mia salute fisica e mi faceva parlare pochissimo.
        Poi arrivava il momento in cui mi chiedeva la sinossi del romanzo successivo. Io non gliela volevo presentare, aveva una paura folle, e per un paio di settimane inventavo scuse: “Me la sono dimenticata a casa”, “Ieri avevo mal di pancia e non ho potuto scriverla”. Il dott. Lorenzini non si arrabbiava mai, “Bene”, diceva, “me la porterai la prossima volta”, e alla fine io gliela portavo.
     
    Napolisi - romanzo non storico (2009), romanzo, lunghezza 145 cartelle, genere drammatico, target lettori adulti, affinità: William S. Burroughs, Clarice Lispector.
    È un’opera polemica, nella forma e nel contenuto, perché mette in discussione sia un modello letterario che alcuni pregiudizi ormai radicatisi nell’immaginario collettivo su un artista italiano, ricordato per la sua attività di polemista e trascurato per la sua produzione artistica.
    Se il romanzo storico ha il potere di ricreare un’atmosfera, trasmettendo al lettore qualcosa di profondo dell’epoca e dei personaggi di cui legge, quello “non-storico“ racconta qualcosa di palesemente non vero, affinché il lettore, per contrasto o analogia, rifletta sulla realtà senza poter dimenticare di star leggendo un’invenzione.
    L’opera è divisa in due parti. Nella prima viene introdotto un protagonista, artista poliedrico (scrittore e regista, ma non poeta), ricalcato su quello reale a cui mi ispiro, ma la due biografie solo in alcuni casi coincidono, in altri sono cambiati alcuni dettagli minori, in altri ancora è palesemente capovolta. Il racconto di Napolisi è punteggiato da citazioni del personaggio reale (che diventano l’unica cosa vera del romanzo) e intramezzato da interviste immaginarie con scrittori e poeti dell’epoca, la cui identità è al pari travisata.
    Nella seconda parte, in tre quadri, vengono affrontati altrettanti temi dell’Italia degli anni ’50 e ’60: il rifiuto dell’omosessualità in quanto devianza, il timore per il comunismo, e la coincidenza fra omosessualità e pedofilia. Nel primo quadro traspongo il caso Braibanti, nel secondo l’eccidio di Modena del 1950, nel terzo l’omicidio di Ermanno Lavorini.
     
    Il dott. Lorenzini leggeva con algido distacco, io tremavo aspettandomi la sfuriata, che però non giungeva. Alla fine egli posava il foglio sulla scrivania e con un sorriso amabile mi domandava: “Bene, Mauro, vuoi dirmi se qualcuno ha accolto la tua richiesta di pubblicazione?”
        “Ne-nessuno“, rispondevo balbettando.”
        “E scommetto... ti sei rimesso subito a scrivere, vero?”
        “N-no…”
        “Ah…!”, esclamava il dottor Lorenzini allargando la bocca e lasciandola così, come una O sospesa sopra la scrivania, che a me creava molto disagio questa confusione con le lettere; voglio dire, dire “A” e disegnare “O“ con la bocca… mi sembrava un trucco ignobile.
        “Ma Mauro... (anche le assonanze proprio non mi andavano giù), vuoi forse dirmi che hai smesso di scrivere?”
        “S-sì…”
        “Ma è meraviglioso! E come sei giunto a questa saggia decisione?”
        Io non rispondevo, tanto lui la conosceva a memoria la risposta, e anzi mettevo il muso. Allora lui faceva la voce di chi si rivolge a un bambino timido e continuava a chiedere di dirglielo.
        “P-per.... nooon... imp-pazzire…"
        “BRAVISSIMO! Vedi che tu conosci già la risposta? Conosci sia il male che la cura.” 
        Poi aspirava in fretta una boccata d’aria e diceva: “Ora… prima di andare avanti, mi vuoi dire come ti sei sentito quando hai smesso di scrivere?”
        Io mi ero sentito strano, ma avevo imparato che a questo punto dovevo dire che stavo bene. Se avessi detto la verità, avrei dovuto dire che mi sentivo come uno un po’ brillo. Non ubriaco, ma sul punto di esserlo. Per una vita la scrittura mi aveva guidato, farne a meno mi dava un senso di vertigine. Che è una cosa brutta. Però questo non glielo dicevo, al dott. Lorenzini.
        “Allora, stavi bene, e poi a un certo punto hai scritto ancora, vero?”
        “Sì.”
        “Raccontami com’è successo.”
        Era successo che appena avevo smesso di scrivere (marzo 2009) avevo trovato lavoro per otto mesi al servizio clienti dell’Ikea, da fine aprile al 31 dicembre. Facevo molti straordinari e lavorare mi aiutava a sopportare il senso di perdita di equilibrio che mi portavo dentro. Poi, una decina di giorni dopo aver smesso di lavorare (mi ricordo bene, era la mattina dell’11 gennaio 2010), per caso aprii un file vecchio di dieci anni salvato con il nome di “Enciclopedia galattica”, e lì avevo letto l’unico appunto che conteneva, di quattro parole: “Boltianore, inventore della polvere”. 
    Persi il controllo, venni risucchiato dalla febbre della scrittura e scrissi fino al 24 aprile, vigilia della Liberazione e liberazione dalla mia astinenza. Così era nato Il mondo di Perlisso.
     
    Il mondo di Perlisso (2010), romanzo, 175 cartelle, genere surreale; target lettori adulti, affinità: Calvino, Borges.
    Il Mondo di Perlisso è un libro borgesiano con il naso da clown.
    Lorelai, un organismo puramente intellettuale e multiplo, ovvero composto da personalità differenti, si immagina un mondo e poi l’universo secondo una logica molto diversa dalla nostra. Rimane affascinato dalla materia, in particolare dalla vita intelligente, soprattutto quella degli umani (per lui, i pupi). Questa seduzione lo porta a immedesimarsi nelle loro opere d’arte, in cui egli scorge l’equivalente della sua immaginazione della materia. Per Lorelai questo avrà conseguenze sorprendenti: scopre di essere, forse, anch’egli un individuo mortale, e abbandona il Mondo che ha creato lasciandolo agli umani. Si saprà alla fine del libro che il “noi“ narrante è l’unico pupi ad aver avuto un contatto diretto con Lorelai, rimanendone letteralmente fulminato dallo sguardo.
     
    Il dott. Lorenzini sospirava e dopo aver posato il foglio con la sinossi sul piano del tavolo mi chiedeva, con compassione: “Perché?”.
    Io non dicevo niente.  Dopo qualche minuto egli precisava la domanda: “Perché Mauro? Perché ci sei ricascato?”
    Io non dicevo niente.
        “Mauro”, mi chiamava allora il dott. Lorenzini, “dimmi, ti prego, perché hai ripreso a scrivere. Te lo chiedo come un amico…”
        “Perché…”, rispondevo allora io, più per farlo stare finalmente zitto che per assecondarlo, “perché è la mia natura.”
        “La natura, la natura... la natura si domina. L’uomo, Mauro, domina la natura.”
        A volte mi risparmiava la filippica sul controllo della natura, che poteva durare anche per due-tre sedute, e andava alla scheda di lettura dell’agenzia letteraria. Sì, perché mi era venuto in mente di inviare Il mondo di Perlisso alla Mambelli, e quelli non li accettano mica i manoscritti non sollecitati, c’è scritto sul loro sito, così avevo chiesto loro se, gentilmente, potevano dirmi i nomi delle agenzie letterarie a cui si rivolgevano, e loro avevo gentilissimamente risposto, mandandomi un elenco. Avevo scelto l’agenzia Sfera, pagato 360 euro e dopo un paio di mesi mi era arrivata la scheda di valutazione.
        “E cosa diceva questa scheda di valutazione?”, chiedeva trattenendo un sorriso il dott. Lorenzini.
        “Descriveva in maniera asettica il mio stile, trovandolo impeccabile, e senza rilevare difetti nella struttura del romanzo”, rispondevo subito io.
        Il dottore annuiva, aveva la scheda sotto gli occhi, poi frugava con le sue dita affusolate  fugava fra le penne a sfera e il tagliacarte dal manico in avorio dal cilindro porta-penne in pelle (se le assonanze le adopero io mi piacciono, perché creano colore) prendeva l’evidenziatore, e tracciava un breve tratto sull’ultima riga della valutazione. Mi porgeva il foglio e mi chiedeva cortesemente di leggere quello che aveva sottolineato.
        Io stavo zitto con il foglio in mano, senza guardarlo.
        “Maurooo…”, mi esortava con condiscendenza il dott. Lorenzini.
        Allora io leggevo: “Questo romanzo non ha target”. 
        “E cosa vuol dire, secondo te?”
        “Che chi l’ha scritto non conosce la natura umana.”
        “Interessante. Spiegami, per favore,  cosa intendi con queste tue parole.”
        Io allora gli spiegavo che gli uomini, cioè gli esseri umani, per quanto siano unici e irripetibili se presi nella loro individualità, nondimeno ubbidiscono a sentimenti, pulsioni, condivise. Se qualcuno ha un’idea, può star certo che qualcun altro l’ha già formulata e ad un altro starà balenando in mente in quel momento, e un altro ancora la formulerà domani. A quel punto il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il capo con commiserazione e a me questa cosa faceva montare il sangue alla testa, così saltavo i passaggi logici che mi ero preparato e cominciavo a gridare, sbattendo il palmo sulla scrivania: “Ma lo sa che c’è gente che gode a farsi pisciare in bocca? Controlli, vada su Tibrombo punto com e cerchi nelle categorie, si chiama pissing!”.
        “Ma che c’entra?”, obiettava il dott. Lorenzini.
        “C’entra perché se a uno gli viene in mente una cosa strana, e almeno per me questa è strana, c’è un altro che ci ha già pensato, anzi, l’ha messa online, anzi, la vende come prodotto!”
        “E allora? C’è anche gente che pratica la coprofagia…", diceva il dott. Lorenzini cercando di orientarsi sinceramente nel mio ragionamento.
        “Quella è sotto l’etichetta “bizzarre“, controlli!”, sbottavo io indisposto per la sua interruzione e perdendo il filo del discorso.
        “Voglio dire”, riprendevo a spiegare, cercando di calmarmi, “Che nessun pensiero può essere senza target. Magari saranno in pochi a formularlo, di sicuro chi può apprezzare ciò che scrivo sarà meno numeroso di chi ama il fisting, o lo squirting, o il piselling…"
        “Cos’è il piselling?”, mi chiedeva il dott. Lorenzini.
        “Ma non lo so”, mi esasperavo io, “non so nemmeno se esiste. Il punto è che non c’è nulla, all’interno di una società, che non sia condiviso, magari da una minoranza.”
        A quel punto il dott. Lorenzini faceva uno stanco cenno della mano come per dire che non valeva la pena continuare a parlare di quell’argomento e dopo un attimo di silenzio mi chiedeva: “Ma allora, se l’agenzia si sbagliava, perché hai smesso di scrivere un’altra volta ancora?”
        “...Perché non ne avevo più la forza.”
        “Ah, quindi stai dicendo che la prima volta era una decisione diciamo così... lucida, presa a tavolino?”
        “Sì.”
        “E questa volta invece è stata... la tua natura a decidere per te?”
        “Sì.”
        “E la prima volta quanto tempo sei rimasto senza scrivere? Sei, sette mesi?“
        “Nove.”
        “E invece ora…?”
        Di solito la seduta finiva a quel punto, anche se mancavano venti minuti o mezzora. Io comunque ero rimasto senza scrivere per sei anni e un mese, fino al 21 maggio del 2016. 
        Era successo così, che mia moglie doveva andare a Foggia per vendere l’appartamento che era stato dei suoi, e io ero solo in casa, cioè, solo con mia figlia, ma lei era a scuola quindi possiamo dire che ero solo. Non mi ricordo com’è successo, davvero non me lo ricordo, ma a un certo punto sullo schermo c’era l’inizio di una storia, un’idea. Ma questa volta mi ero detto che sarei stato attento. Questa volta, avrei costruito un cavallo di Troia.
        Avrei scritto un romanzo trappola. Un romanzo di genere, un thriller di fantascienza, che a tre passi dalla fine sarebbe diventato uno dei miei romanzi. Sono stato lucido e scaltro. Scrivevo un capitolo a settimana e lo testavo sul mio migliore amico, che ama i fantasy e i libri dei vampiri. Il cavallo di Troia era perfetto, quando la statua lignea fu completa il mio amico sprizzava scintille di ammirazione,  quando il cavallo venne osannato dai Troiani fuori dalle mura il mio amico mi inviò una mail entusiasta, quando venne trascinato all’interno della città il fervore del mio amico crebbe a un livello tale da farmi sentire Dio. 
        Poi, scesa la notte, si aprì la botola celata sotto la pancia del cavallo, e il mio amico disse: “Sì... be’...“. Dalla botola calarono Ulisse e la sua guardia scelta (“Aspetta, quindi cosa succede…?"), e una volta aperte le porte l’esercito degli Achei entrò a Troia (“Oh... ah..."), e la distrusse (“...“).
        Adesso sono qui, e ho pianificato tutto, perché sono un lettore. Quando il dott. Lorenzini finirà di leggere la sinossi del mio cavallo di Troia (ho omesso di presentargli Il drago di Cesenatico e altre storie così - 2009, per bambini dai 25 kg in su, perché è un libro pieno di tenerezza e lui non la merita) lo ucciderò con il suo tagliacarte, ma nessuno potrà incastrarmi, perché i lettori pensano, e gli scrittori pianificano. E domani, libero per le strade di tutto il Paese, con una lista di 23 nomi di editori (ora posso dirlo senza più tremare), agenti letterari e componenti di comitati di lettura di premi, compierò la mia vendetta. Cadranno tutti sotto i miei colpi... perché io ho letto più libri di loro.
     
    Blu (2016), romanzo, 264 cartelle, thriller esistenziale, target: lettori adulti, affinità: Malerba, O’Brien, Morselli.
    Un uomo si risveglia in un mondo disabitato senza alcun indizio che spieghi la scomparsa degli esseri umani. Si mette alla ricerca della moglie e della figlia, mentre il mondo attorno a lui comincia a mutare sovvertendo le leggi della fisica. La ricerca delle spiegazioni di cambiamenti sconcertanti si confonde con la necessità di saper raccontare a se stessi la realtà.
    Solo all’ultimo paragrafo il lettore capirà cosa sta succedendo, e a quel punto dovrà ripercorrere tutto ciò che ha letto considerandolo da una nuova prospettiva.
    Questa storia ripercorre la vita di un uomo nato subito dopo il secondo conflitto mondiale da una famiglia povera di agricoltori del profondo Sud. Quando era necessario Marco aiutava i genitori in campagna, ma in realtà non aveva nessuna voglia di fare il contadino. Voleva andare a scuola, imparare a parlare italiano, scrivere bene, questo era il suo sogno. I genitori erano d'accordo con il ragazzo, doveva andare a scuola prendere un titolo di studio, emigrare in territori dove era possibile lavorare. Marco era molto bravo a scuola, studiava sempre senza tralasciare nulla e, quando gli rimaneva del tempo libero scriveva delle storie, imbrattava diversi fogli con brevi storie della realtà contadina del tempo. Per questo ragazzo era molto importante la scrittura. In quarta elementare portò a casa una pagella di otto e nove e chiese alla madre il prezzo del biglietto per andare al cinema. La mamma negò al ragazzo questa gioia, le condizioni economiche della famiglia non lo consentivano. Il padre lo voleva imparare a zappare. Provò una volta, ma il padre gli disse : meglio che vai casa fai più danno che utile!
    Marco proseguì gli studi fino alla laurea. Trovò un'occupazione in un Istituto di ricerca privato, le ricerche erano molto interessanti. Nell'arco di tre anni imparò a perfezione la lingua inglese, scriveva articoli tecnici per testate scientifiche americane. Aveva fatto passi da gigante. Con il suo lavoro aveva avuto l'opportunità di girare il mondo. Ormai utilizzava normalmente tutte le apparecchiature elettroniche sia per lavoro che per diletto. Quando ritornava in paese non aveva più amici, si erano tutti al Nord oppure all'estero. Resisteva soltanto due/tre giorni per visitare i genitori e non sopportava i ritmi lenti di quell'ambiente, ormai era bene allenato per ritmi frenetici che mantenevano in forma cuore e cervello.
    Quando guardò l’orologio si rese conto che era già tardi. L’appuntamento era stato fissato per le 13 in punto e lui alle 12.45 stava ancora seduto alla panchina del parco. Quella ragazza lo aveva distratto. Era rimasta seduta di fronte a lui per quasi un’ora senza fare assolutamente nulla di particolare, neanche il gesto semplice di aprire un libro o un giornale e far finta di leggerlo. Sedeva e basta, guardandosi intorno ogni tanto, fissando la strada che correva di fronte, le macchine che starnazzavano all'impazzata ad ogni semaforo rosso. La borsetta stretta al fianco, un paio di pantaloni non troppo stretti, un maglione un po’ cadente sulle spalle e un cappello di lana di un colore acceso, che a pensarci bene non avrebbe saputo dire se si trattasse di una sfumatura di rosso. Non aveva pensato neanche per un momento di avvinarsi e intavolare una banale conversazione qualsiasi, si era accontentato di osservare come si farebbe con uno schermo a immagine fissa, fin quando non fosse successo qualcosa di imprevisto, una telefonata, un amico arrivato in ritardo.
    Ma in quell'ora nulla del genere era capitato e il tempo era passato tra le foglie degli alberi e la ghiaia calpestata dai bambini intenti a rincorrersi.

    Alle 12.46 si era tirato su di scatto, aveva guardato distrattamente verso la panchina per accertarsi di non aver lasciato nulla del suo prezioso carico, aveva guardato lei come per salutarla e si era avviato di corsa verso la stazione metro più vicina a 500 metri da dove si trovava.
    “Io quella faccia l’ho già vista da qualche parte” questo pensiero lo aveva folgorato appena aveva messo piede nella vettura spingendo gli altri passeggeri per non rimanere incastrato tra le porte che già si stavano richiudendo preannunciate dal solito campanello sordo. “ Sono sicuro di aver già visto quella ragazza da qualche altra parte e non una volta sola, ma diverse volte…”
     
    Aveva provato a fare uno sforzo ulteriore di memoria ripercorrendo le facce delle persone che vedeva ogni giorno uscendo di casa, tra quelle del suo condominio, i vicini, le commesse dei negozi che era solito frequentare nell'arco della settimana ma non c’era stato verso di collocarla in un luogo qualsiasi di un qualsiasi momento della sua vita. Aveva ripensato anche all'università, ai vecchi amici, le comitive frequentate e repentinamente mollate. Non era niente di tutto questo.
    12.52 mancavano ancora poche fermate e sarebbe arrivato a destinazione, ma ce l’avrebbe fatta per le 13? ripercorreva mentalmente le cose che aveva infilato di corsa nel borsone, per non farsi notare dagli altri. E se avesse dimenticato qualcosa? I pensieri si rincorrevano in un turbinio incessante intervallati solo da quella faccia fin troppo famigliare per non riconoscerla.

    12.53 qualche goccia di sudore cominciò a scorrergli lungo la schiena, non che facesse caldo, ma aveva la sensazione che la vettura si muovesse troppo lentamente. “Dai cazzo!”
    In negozio non si erano accorti di nulla. Aveva seguito attentamente le istruzioni che gli erano state date: aveva lasciato quel pacco per ultimo, poi mentre gli altri erano in pausa pranzo lo aveva aperto infilando il contenuto nella borsa da palestra che portava sempre con se, dopo di che aveva infilato dentro la merce già estratta dagli altri e lo aveva richiuso così che sembrasse non fosse mai stato aperto. Con il suo carico era tornato a casa e si era tenuto il borsone accanto al letto tutta la notte per paura che qualcuno ci guardasse dentro.
    12.58 ancora una fermata e sarebbe arrivato, doveva solo stare calmo e magari pensare alla ragazza della panchina.

    Quando la metro si fermò all'improvviso sentì il sangue gelarsi nelle vene. Passarono i secondi che divennero minuti. Arrivarono le 13 e il treno non sembrava aver fretta di muoversi, poi le 13.05… “Mi ammazzano” pensò. Guardava freneticamente l’orologio con la voglia di distruggerlo, ora sapeva come si sente un topo preso in trappola.
    13.11 e nessun segnale. Alle 13.15 una voce meccanica annunciò che il treno era fermo perché una persona si era gettata sui binari, si stavano attendendo le forze dell’ordine per i dovuti rilievi. “Ci scusiamo per il disagio”.

    “Ci scusiamo per il disagio?” Senza accorgersene la paura gli aveva disegnato uno strano ghigno sulla faccia stanca. Qualcuno se ne era accorto e si era messo a fissarlo, inquieto.
    Non c’era via di scampo, sarebbe arrivato, ma troppo tardi, l’affare sarebbe saltato e gliel'avrebbero fatta pagare, lo avevano avvertito questa era la sua ultima possibilità. “ O dimostri che di te ci possiamo fidare oppure sei fuori dal giro e quello che accadrà dopo saranno cazzi tuoi, lo hai capito o no?”
    13.20 il sudore gelato ormai gli imperlava la fronte e scendeva copioso lungo la schiena, la bocca asciutta, un forte ronzio alle orecchie. Prima che mi ammazzino impazzisco, pensò, e in qualche modo questo pensiero aveva cominciato a tranquillizzarlo.
     
    All'improvviso con uno scossone inaspettato da tutti il treno si mosse. I visi contratti pian piano si distesero, ma non il suo su cui ricomparve la smorfia di terrore. Erano le 13.40, aveva sforato di 40 minuti, anche 45, il tempo di uscire fare le scale, stare su, scansare la gente.
    Gli tornò in mente il volto di suo padre arrampicato sul tetto con in mano una cazzuola, la sigaretta all'angolo della bocca, lo splaf del cemento fresco sotto il sole di un agosto lontano.
    Cosa faccio adesso? Cosa faccio adesso?
    Non scendere gli disse all'improvviso una voce. Era la voce di una donna che si era avvicinata senza che lui se ne accorgesse e ora gli stava di fronte, fissandolo con naturalezza.
    Alzò lo sguardo e la riconobbe: era la stessa ragazza che gli sedeva di fronte nel parco, lo stesso maglione, la stessa sagoma un po’ sfuocata, lo stesso cappello di un colore vicino al rosso.
     
    “Come hai detto?” sussurrò con un fil di voce e fissandola negli occhi che solo ora vedeva essere intensamente chiari.
    “Non scendere” ripeté lei scandendo le parole una per volta come a farsi capire meglio.
    Ci mancava solo questa: non solo lo avrebbero fatto a pezzi, ma ora c’era anche una squinternata che aveva la pretesa di dirgli cosa era meglio fare.
    Eppure, per qualche strano motivo, senza neanche sapere il perchè alla fermata indicata un peso enorme lo tenne inchiodato al suo posto. Le porte si aprirono e poi si richiusero e lui non scese.
     
    Fissò di nuovo la ragazza che ora si guardava intorno con circospezione, ma non le chiese nulla. Non le chiese chi fosse e cosa volesse da lui, non le chiese cosa sapesse di tutta quella storia, non le chiese perché lo stesse seguendo. Si limitò a guardarla come a indovinare dai suoi occhi.
    Il treno si vuotò man mano che si avvicinava al capolinea. Oltre a lui sul vagone c’erano la ragazza, un vecchio che aveva tenuto per tutto il tempo gli occhi fissi sul giornale e due studenti.

    La ragazza lo precedette all'uscita, lui la seguì continuando a tacere. Fuori il cielo si era improvvisamente rannuvolato e grossi goccioloni cominciavano a cadere a ritmi rallentati. E non ho neanche l’ombrello, fece in tempo a pensare.
    Il proiettile lo colpì alle spalle, mentre sul piazzale della stazione si era voltato a cercare la ragazza che si era dileguata come un fantasma davanti ai suoi occhi.
     
     
    IL PADRE NEL FIGLIO
    Permetto ai miei occhi di chiudere le palpebre, oscurando l’immagine di un soffitto in legno color nocciola. Abbasso l’attenzione dal visibile , e mi accorgo solo ora del mio respiro . Provo a danzare con esso come fa il  mare sulla riva umida , lentamente mi sento sabbia risucchiata nel profondo abisso del sonno . Sogno frammenti di ricordi accaduti realmente . Mi domando se ci sarà uno spazio in cui posso nasconderli senza che questi trovino sempre il modo di riemergere affondandomi costantemente più giu.
    La vecchiaia ti ha spinto verso il volo infinito della morte. Io giocando con i rinvii non ho trovato il tempo di salutarti.
    L’ordine tarda a prender forma , la confusione ha trovato  spazio e ora divora affamata tutto ciò che incontra  . Penso di lasciarla avanzare senza contrastarla . Voglio ammirare la sua determinazione , capire se almeno lei ha il coraggio  di iniziare una storia da quello che non sai, per poi finirla con le domande di cui solo tu conosci le risposte.
     
    Il nostro era un paese vicino al mare, ma non così vicino da toccarlo . Tu lavoravi e mamma in cerca di una seconda giovinezza .
     Noi bambini non andavamo a scuola , preferivamo buttarci in strada e di giorno in giorno decidere un gioco. Quello che odiavo era rubare nei mercatini , il mio preferito invece era quello di aspettare nascosto il passaggio di una carrozza e  una volta sorpassati , senza farci notare , aggrapparci dietro e sperare in una giornata di acqua salata a petto nudo . Ero bravo a correre con il bottino in mano , pessimo nel scegliere la carrozza giusta. Così capitava che i miei amici tornavano con il racconto del giorno e le labbra ancora viola dal troppo tempo in acqua , io affinavo le mie tecniche di ascolto .
    Ho imparato a capire quando qualcuno ingigantisce una storia o  un altro non racconta tutto per non farti stare troppo male . è cosi che la strada mi ha insegnato a scegliere gli amici e distinguerli dai compagni .
    Ricordo due case , una doccia alla settimana e una zia che con le mani cercava i pidocchi nel mio cuoio cappelluto .
    Ricordo l’attesa dei tuoi arrivi dall’altra sponda del mare , non ascoltavo mai i discorsi dei vecchi nonni , ma se parlavano di te sentivo dentro  un richiamo all’attenzione. Capitava così che venissi a conoscenza del tuo temporaneo ritorno un paio di mesi prima . Questa anticipazione mi serviva per allenarmi , andavo a correre e portavo i mattoni tutti i giorni da una casa all’altra , in cambio di un gelato a fine lavoro . Staccavo dal cantiere e tornavo di corsa e prima di mangiare facevo addominali e flessioni . Ora da grande posso affermare che quello era il modo che avevo per dimostrarti il mio bene . Volevo comunicarti con i muscoli dei mie sette anni che ero cresciuto e che stavo diventando uomo .
    Eri un mito per me papà  , ti guardavo dal basso all’alto come fanno gli uomini sotto i grattacieli e tutti in paese ti facevano domande come se fossi una star ,tu con un sorriso compiaciuto non deludevi le aspettative .
    Il mio momento per stare solo con te , giungeva appena prima di cena , quando tu eri solito ad infilarti sotto la doccia. Io sapevo che se pazientavo vicino al bagno , senza farmi notare e con le orecchie tese all’ascolto , tu mi chiamavi per raccontarmi dell’Italia tanto immaginata da noi Albanesi in cerca di un’opportunità.
    Con la schiuma tra i capelli e una doccia senza tende , ti guardavo nudo nel tuo fisico statuario mentre le tue parole mi portavano nei luoghi a me sconosciuti . Mi dicevi che le  luci per le strade e nelle piazze italiane rimanevano accese anche di notte. Noi qui invece in casa con le candele appena tramontava il sole . Mi raccontavi di aver visto una partita di Del Piero mentre disegnava le sue parabole e di un  pallone finire sotto l’incrocio della rete . è così che sono diventato Juventino . Cercavi di descrivermi il profumo dei piatti nei ristoranti in cui andavi e alla fine , provavi a farmi immaginare le sensuali gambe di belle donne da te conosciute.
    Mi promettevi che prima o poi saresti riuscito a sbrogliare la burocrazia e che presto avrei avuto i documenti per raggiungerti in Italia e finalmente vivere con te.
    Quando arrivava il momento della tua partenza , trattenevo le lacrime e tu mi prendevi in braccio . Mi perdevo tra i tuoi occhi blue e per un momento tutto spariva e rimanevamo soli . Io e Te .
     
    Evidentemente la burocrazia Italiana era difficile da smarcare , probabilmente negli anni novanta l’Italia non favoriva alcuni sbarchi . Rammento una nave vista alla tv con il nonno . Vlora fu il nome che gli attribuirono e io tanta gente incollata l’uno con l’latro in quel modo non l ‘avevo mai vista . Non so che fine fecero quelle persone , ma i mesi che seguirono andai a vivere con la mamma .
    Quando chiedevo di te, lei mi rispondeva sempre che appena sarei diventato grande mi avrebbe raccontato tutto . Non ce ne fu bisogno , lo capii da solo una sera di pochi anni dopo .
    La mamma a casa non c’era mai , e io stavo molto tempo solo . Non mi spiaceva la libertà delle mie giornate . La sola regola era il rientro a mezza notte . Rispetto a te la mamma aveva gli occhi marroni e non si faceva vedere sotto la doccia . Anche quando si cambiava chiudeva sempre la porta della stanza .
    C’era una signora al primo piano del palazzo , vecchia ma ancora autonoma . Lei leggeva la vita delle persone dalle macchie del caffè lasciate sul fondo delle tazzine una volta bevuto . La gente che andava da lei non pagava solo il caffè , ma anche l’anteprima della propria esistenza .
    Mi piaceva il latte e tutte le mattine scendevo al piano terra ad aspettare la sua consegna in bottiglie di vetro e direttamente dal caseificio . La vecchia riceveva tante persone di prima mattina , e così mi capitava di vedere signore in lacrime uscire dal suo appartamento , c’erano donne di tutte le età e c’erano anche pianti felici . Un gioco che facevo era quello di cercare di indovinare , prima dell’ingresso delle donne nella casa della vecchia , come sarebbero uscite . Ad ogni emozione indovinata mi guadagnavo un biscotto in più da puciare nel latte . Sono sempre stato magro , quindi non ero esattamente un indovino .
    Scoprii che la cliente più ossessionata era proprio la mamma .
    Un giorno entrò nella stanza mistica nelle prime ore del pomeriggio e ne uscì in tarda serata . Venne a cercarmi e quando mi trovò , mangiammo gli avanzi del pranzo , preparò il mio zaino e mi disse di prendere una sola cosa a cui tenevo . Scelsi una mia foto ( l’unica che ho di me da piccolo ) .
    La mamma mantenne la tua promessa papà . Però non lo fece aspettando dei documenti , e scelse un gommone al posto della nave .
    Il ricordo che ho di quel viaggio è la metafora perfetta della mia vita. Prima di farci accomodare , ci contarono al buio con l’aiuto di una pila puntata dritta negli occhi .
    Eravamo in venti più due scafisti . Per me era un’avventura , negli adulti invece la tensione era talmente esplicita che anche il sudore aveva un sapore che richiamava preoccupazione .
    Ci coprirono con una coperta , e partimmo . C’era un silenzio papà che non ho mai risentito nella mia vita  e lo ruppi chiedendo a mamma se il gommone saltava in quel modo perché sotto c’erano i delfini che ci spingevano impazienti di vederci in Italia . Una signora sentii la mia domanda e lo disse ad alta voce . Risero tutti e involontariamente smorzai la tensione.  
    Arrivammo che era ancora buio ,ci sparpagliammo e io rimasi solo con mamma e gli scafisti nel bosco .
    Papà , la mamma non aveva pagato quel viaggio , lo capii perché si arrese troppo presto alle lusinghe di quei due . Lei pensava che io dormissi, ma la vidi mentre le sue mani erano appoggiate all’albero e loro dietro di lei . Le lacrime le accarezzarono il viso , compensando quella maledetta alba italiana .
    Arrivò un tuo amico , con la macchina mi accompagnò da te tagliando l’Italia da sud a nord .
    La mamma non la vidi più .
     
    Quando mi chiedevano come mi chiamassi , rispondevo con la mia età . Se mi chiedevano quanti anni avessi , rispondevo con il nome . Lentamente imparai a mettere ordine in queste frasi e gradualmente affiancai un’altra lingua nel mio vocabolario .
    La nostra casa , sembrava la stanza di un albergo . Piccolo monolocale con un unico grande letto in cui ci coricavamo la sera insieme . Facevamo fatica a dormire , al piano di sotto c’era un night e la musica bussava sul pavimento e ci entrava fastidiosa nel sonno .
    Presto trovai incongruenze tra quello che mi raccontavi sotto la doccia in Albania e la tua realtà Italiana. Mai una cena al ristorante  ,tra le tue conoscenze solo uomini e Del Piero lo vidi una volta dentro uno schermo da 22 pollici .
    Per ripicca fanciullesca  mi orientai verso un altro gioco . Sotto casa nostra  , nella stradina che portava al lago,  mi innamorai di una pallina gialla , una racchetta che la colpiva e un campo in terra rossa su cui potevi anche scivolare . C’era una rete che minimizzava le dimensioni del campo, c’erano nastri inchiodati sulla superficie che delimitavano le aree del gioco . Il tennis è uno sport contraddittorio  , perché è individuale ma senza un altro non puoi giocare . Io approfittavo del ritardo dell’eventuale socio di qualcuno per farmi prestare una racchetta e provare a colpire dignitosamente una pallina .
    Il tennis è uno sport al quale la psicologia deve delle risposte: ogni giocatore , durante una partita , o un palleggio , è come se sdoppiasse la sua identità : se sbaglia ci sono auto rimproveri però in seconda  persona . Quindi il “tu” concretamente  è l’ “io” e l’aspetto attraente è  che il compagno dall’altra parte della rete lo sa che non è lui il destinatario di eventuali insulti .
    C’era tutto in quel campo : una pallina che rimbalzando andava in Albania , e poi un altro la rimandava in Italia , una rete che separava come il mare , inserendosi come ostacolo in questo viaggio . Questo per me era il gioco nel gioco . L’obbiettivo era non sbagliare mai perché ogni volta che la pallina attraversava la rete e rimbalzava nel campo opposto , contribuivo  al libero viaggio in volo di qualcuno . Cercavo inoltre di mettere in difficoltà il mio avversario perché ogni volta che lui sbagliava , significava che quel qualcuno  non veniva ricacciato indietro.
    Statisticamente nel tennis vince chi sbaglia meno perciò anche con gli altri bambini della mia età vincevo spesso . Qualcuno lo disse ad un altro e alla fine mi trovai il maestro del centro a propormi di entrare nella SAT (la scuola tennis di noi piccoli).
    Non avevamo i soldi , ma avevo vergogna a dirlo , perciò per un periodo non ci andai più  .
    Un paio di settimane dopo ti vidi  in balcone a parlare con il maestro e la sera mi disse che se fossi andato a scuola , avrei avuto un anno gratuito di corsi tennis .
     
    Le maestre erano più educate nei commenti rispetto ai miei compagni sui miei errori grammaticali , ma loro finita la lezione se ne andavano e io dovetti fare a pugni con un bambino per farmi rispettare . Il giorno dopo si presentarono i genitori dei bambini e la preside mi chiamò in ufficio . Chiesi scusa e capii definitivamente che non ero più nelle strade Albanesi .
    Iniziai a perdere l’accento straniero e scordarmi la mia lingua. Iniziai a sostituire i pugni con le parole e mi feci qualche buon compagno .
    Più mi integravo papà , più ti percepivo lontano .
    Eri strano in quel letto , mi svegliavo la notte e ti trovavo con solo le mutande addosso a guardarmi . Mi dicevo che eri protettivo e che non volevi che mi capitasse nulla male , ma dentro di me percepivo un certo disagio.
    Il mio maestro iniziò a darmi lezioni private e senza farti pagare una lira . Mi dava delle cassette di giocatori ATP  ed esse mi aiutavano ad addormentarmi dopo di te.
    Nel tennis , alcuni movimenti li acquisisci guardando i professionisti e un bambino fa presto a crearsi un modello . Il mio era il giovane David Ferrer , non esattamente un talentuoso , ma esempio di tenacia e fatica .
    Divenni un osso duro da battere e il maestro mi portò ai vari tornei della zona . Il mio segreto del doppio gioco funzionava sempre meglio , ma tu ancora non ci credevi quanto me . Sognare da piccoli è più facile sicuramente , da adulti però si perde anche la capacità di comprendere che un bambino è fatto soprattutto  di sogni .
    Vinsi il mio primo torneo a nove anni , ce ne furono altri ma tu non ne volevi sapere di venire a vedermi .
    Mi feci un’ amica , gli diedi un piccolo bacio sulla guancia e iniziai a comprendere i miei gusti .
    Ti ricordi papà quando ti trovai ubriaco nel giardino del palazzo con una ragazza ?
    Ti ricordi che me la presentasti dicendomi che era la tua fidanzata ?
    Il giorno dopo mi raccontasti che l’avevi conosciuta a lavoro in cantiere . Era una di quelle che faceva i progetti che tu ed altri li materializzavate in case per le persone. Avevi una luce negli occhi quando mi spiegavi come conquistare una signorina , sembrava che tu avessi un codice infallibile .
    Io sapevo benissimo papà che la ragazza lavorava al night e che tu avevi speso buona parte del tuo guadagno quella sera .
    Non so se mi alzai di qualche piano io , oppure il grattacielo si abbassò . Ma da quel giorno cominciasti a risultare più piccolo ai miei occhi .
     
    Stranezza degna di nota in questa storia è che se ti chiedevo di mamma , tu rispondevi che quando sarei diventato più grande mi avresti raccontato tutto . Stessa risposta per un unico torto .
    Ti arrestarono una fredda sera di febbraio , lo fecero dopo aver sorvegliato il nostro appartamento per mesi .
    Io avevo undici anni , tenera età per farmi rimanere solo a guardare lo strazio della rapina di un padre . Una signora mi portò in macchina e mi domandò del tennis , ma furono monologhi senza risposta .
    Mi sentivo in colpa papà .
    Capitò in te , quello che capita nel tennis . Tu eri doppio , uno padre e l’altro solo un uomo . Il tuo “ tu “ prese il sopravvento sul tuo “ io “ , il sottoscritto invece , una pallina vittima della tua sconfitta.
    Mi accorsi una sera della grandezza delle tue mani , quando mi presi le mie , le accarezzasti come fa un padre con un figlio . Quelle carezze poi le feci fare a me , prima sulle tue mani e poi direttamente sull’unica differenza evidente che c’è tra un uomo e una donna .
    Vittima o carnefice ?
    Potevo ribellarmi , urlare , scappare , riaccendendo luce nel buio della tua testa .
    La mia mano guidata dalla tua mi lascio pietrificato . Mi chiedevi se ti volevo bene e anche in quella situazione , monologo senza risposta .
    Ansimavi mentre io cercavo di fantasticare un campo. Ritmo nel tuo respiro, fatica nella mia evasione .
    Quando il “ tu “ decise che la mano non bastava , sussurrando mi chiesi di venire in braccio da te. Non risposi , ma lo feci .
    Vittima o carnefice ?
    Ti guardavo per la prima volta dall’alto verso il  basso , come fa un uomo sopra un grattacielo . Coerenza nei tuoi occhi . Uno chiuso , l’altro pure .
    Quella parte di te  che contribuì alla mia creazione , ora lacera la sua opera .
    A dieci anni assaggiai il sapore di mio padre .
    Ti denunciai , raccontando tutto a quella preside a cui poco tempo prima avevo chiesto scusa .
    La macchina mi portò in un istituto e ora combatto il tie break più difficile della mia vita.
     
    All'ombra Del  Bosco
    Di Giandomenico Ferraro
     
    All’ombra nel bosco  seduto in silenzio , sotto i grandi alberi alfabeti  son  volato via   verso il cielo come un  angelo disperato , secco come la  morta pigna  appesa ad un ramo  .  Tra tanti dolori,lacrime mite , timide gocce di rugiada , languidi baci , al centro del caos , cosa ho  compreso  ,cosa abbiamo rincorso  tra mille interrogativi ,  ci siamo persi in questo gioco infausto in una  metropoli senza legge , catapultati  nel traffico delle otto che veloce , scorre  portandosi  via ogni dubbio,  ogni maledizione. Ed  ogni mezzo è  buono per giungere dove vorremo ma le soluzioni  sono tante ,tante le strade da percorrere per essere qualcuno. 
     
    Cosi in mezzo al caos dei versi , nell'ossesso di un sistema che trascende ogni cosa,  la mente erode  il debito contratto  , seduto al  sole che brucia la pelle,  la mente vaga nel bel meriggio,  nella legenda che ci conduce tra bassifondi , fondachi colorati  , sogni sotterrati fuori l'uscio di casa ,tutto è cosi difficile,rimbecillito  ,facile a dirsi, poi la nube di fumo  appare dalle cime del vulcano ed  un  mostro antico  emerge dal mare , emerge dalla memoria collettiva,  emerge attraverso una  generazione lasciva  nel  regolare metri non conformi alla logica borghese. Lontani  da ciò che siamo da ciò che rappresentiamo,erranti figure equestre ,espressioni volgari d’un  popolo  in rivolta , nella  parola  beata che aleggia nell'aria con tutte le sue miserie i suoi sistemi ippocratici ,ospedali, barelle, scale che salgono verso il cielo nel tempo percorso nell'ossesso di un senso che anela alla meraviglia , alla pace agognata,  cheta nell'acqua che scende e bagna  l’animo inquieto. 
     
    Tutto è  già  venduto , tutto ricomincia adesso o domani,  perduto nei  limiti  iperplastici nelle  tante  rime eclettiche , chimere arrostite  al fuoco di un altra estate . Immagini  perdute , baci rubati alla morte che non ha più nulla da dire , avulsi in  un incubo che esplode all’intrasatte  , un boato di sillabe rimbomba sulle labbra sporche di rossetto  che non ti aiuteranno mai a capire cio che sei, fregato dal prossimo , tutto cosi falso , tutto un inganno , senza senso , senza spine  intorno al capo per  sentieri d’altri tempi  in altri giorni ,spesi a comprendere quando  arriverà  una salvezza  che ti condurranno oltre tanta ipocrisia.
     
    Ed il sole entra nelle ossa delle parole le rosica , le mastica , scopre il senso di ciò che  è poi tutto si  conclude velocemente , come in un orgasmo  tutto s’inchina al peccato commesso,  alle pagine  omesse alle varie questione filosofiche rincretinite ,  fregati dalla televisione dal bestemmiare per empi luoghi , veggo et imploro clemenza . Caduto  di nuovo in un incomprensione che ti lascia allibito,  in piedi incompreso in mezzo ad un prato con tutto quello che ho passato ,sofferto, tutto è vano,  tutto cosi poco ortodosso, senza un alibi , un abito da indossare per stasera , passa e il vento verso valle ,  soffia la   bella canzone tenebrosa tra le ossa dei morti uccisi ieri. 
    Tutto cosi disonesto , tutto cosi strano come l’eco del  colpo di pistola esploso in un vicolo oscuro,che ha  colpito   per mano ignota il cuore  di un orco , i passi  seguo  della donna chiatta che guarda attraverso gli occhiali una vita tradita , senza ragione , senza denari, senza una nova gonna, senza quel perché che ti rende simili a milioni di persone in marcia in fondo ad una strada senza uscita che balla,  bella,  folle .  Fatto ,tutto cosi futile, fino a notte fonda  la donna canta la sua canzone , canta la sua vita , canta il suo amore carnale,  tutti ascoltano con orecchie di coniglio tese sul senso , tese sul sentire sul dire rime meretrice per temi vari  morire,  eremita ,migrante  lungo  la strada che ti trascina oltre una nuova avventura.
     
    E non aggio capito niente , me sò montato a capa,  me sò fatto nu miezzo bicchiere di  vino,  sona ,sona questo  strumento ,sona ,sona a campagnola li consigli , ed io  nun credo chiu a niente , nun parlo, nun tengo manco l’uocchio per chiagnere , altro sono,  cosa m'importa quando sarò morto , quando nun c'è sarò chiù con tutte le mie stronzate , i miei turbamenti imbottiti di  stroppole e sunetti , atterateme vicino a Virgilio , vicino a Vincenzo,  senza sapienza , estate nà bella esperienza , fatta  ad immagine di un mondo che non esiste più . Arrampicarsi sopra gli specchi ,dentro una  logica di un uomo  ferito , contro a mille ragioniere,  contro gendarmi, dirigenti , religiosi, contro la sinistra, contro la destra . Fatta a là , mettiti cà,  statte zitto , roseca adderete le spalle ,  longa , longa , st’anema in pena ,appise cielo ,me so cresciute  le scelle ,  mò son Vincenzo,  mò  so Gabriele ,  mò son  muorte accise , sento ancora a gente  sepolte sotto a terra , sotto un  cielo  stellato,  sotto a chiavica , sotto a mille domande senza risposta che proseguono all'infinito con tutto quello che non ho  imparato, compreso , cercato tutto è una gran pigliata per lo culo. E se seggo contro ogni legge,  seggo contro una logica che non salverà mai la mia anima,  ne mi condurrà ad una perfetta conclusione ad un equilibrio tra il dare e l'avere che trascende nella sua bieca antitesi una salvezza  utopica , spergiura, malvagia , sparagna  che non t’inganni , fatti nù  bello bagno a lido mappatella beach. 

    Dolce cosi dolce nel silenzio che aleggia nel  piccolo sentiero ove siedo  ed ascolto  il mondo ,che ruota intorno a me , tutto è  nulla,  tutto è come ho immaginato  fosse , come il mondo di ieri che mi ha reso fesso  tra i fossi ,  taccio,  ora son folle  tra la folla , tra molte vite,  tra molte madri , tra molti giorni ,tutto è  all’incontrario,  forse come il mare che giunge su spiagge affollate in cerca di pace ,  in cerca di un posto al sole ,  in cerca di un immagine ,di una esistenza diversa   ed   il mare ruggisce  e porta a riva altre vite ,  altre nenie , altri amori sedotti da duce pan degli astri  che c'attende  dietro l'angolo , dietro ciò che noi crediamo se sia giusto o meno , se sia tutto  vero ,quello che abbiamo creduto, per tutto quello che abbiamo veduto,all’ombra nel  bosco .
     
    All'ombra Del  Bosco
    Di Giandomenico Ferraro
     
    All’ombra nel bosco  seduto in silenzio , sotto i grandi alberi alfabeti  son  volato via   verso il cielo come un  angelo disperato , secco come la  morta pigna  appesa ad un ramo  .  Tra tanti dolori,lacrime mite , timide gocce di rugiada , languidi baci , al centro del caos , cosa ho  compreso  ,cosa abbiamo rincorso  tra mille interrogativi ,  ci siamo persi in questo gioco infausto in una  metropoli senza legge , catapultati  nel traffico delle otto che veloce , scorre  portandosi  via ogni dubbio,  ogni maledizione. Ed  ogni mezzo è  buono per giungere dove vorremo ma le soluzioni  sono tante ,tante le strade da percorrere per essere qualcuno. 
     
    Cosi in mezzo al caos dei versi , nell'ossesso di un sistema che trascende ogni cosa,  la mente erode  il debito contratto  , seduto al  sole che brucia la pelle,  la mente vaga nel bel meriggio,  nella legenda che ci conduce tra bassifondi , fondachi colorati  , sogni sotterrati fuori l'uscio di casa ,tutto è cosi difficile,rimbecillito  ,facile a dirsi, poi la nube di fumo  appare dalle cime del vulcano ed  un  mostro antico  emerge dal mare , emerge dalla memoria collettiva,  emerge attraverso una  generazione lasciva  nel  regolare metri non conformi alla logica borghese. Lontani  da ciò che siamo da ciò che rappresentiamo,erranti figure equestre ,espressioni volgari d’un  popolo  in rivolta , nella  parola  beata che aleggia nell'aria con tutte le sue miserie i suoi sistemi ippocratici ,ospedali, barelle, scale che salgono verso il cielo nel tempo percorso nell'ossesso di un senso che anela alla meraviglia , alla pace agognata,  cheta nell'acqua che scende e bagna  l’animo inquieto. 
     
    Tutto è  già  venduto , tutto ricomincia adesso o domani,  perduto nei  limiti  iperplastici nelle  tante  rime eclettiche , chimere arrostite  al fuoco di un altra estate . Immagini  perdute , baci rubati alla morte che non ha più nulla da dire , avulsi in  un incubo che esplode all’intrasatte  , un boato di sillabe rimbomba sulle labbra sporche di rossetto  che non ti aiuteranno mai a capire cio che sei, fregato dal prossimo , tutto cosi falso , tutto un inganno , senza senso , senza spine  intorno al capo per  sentieri d’altri tempi  in altri giorni ,spesi a comprendere quando  arriverà  una salvezza  che ti condurranno oltre tanta ipocrisia.
     
    Ed il sole entra nelle ossa delle parole le rosica , le mastica , scopre il senso di ciò che  è poi tutto si  conclude velocemente , come in un orgasmo  tutto s’inchina al peccato commesso,  alle pagine  omesse alle varie questione filosofiche rincretinite ,  fregati dalla televisione dal bestemmiare per empi luoghi , veggo et imploro clemenza . Caduto  di nuovo in un incomprensione che ti lascia allibito,  in piedi incompreso in mezzo ad un prato con tutto quello che ho passato ,sofferto, tutto è vano,  tutto cosi poco ortodosso, senza un alibi , un abito da indossare per stasera , passa e il vento verso valle ,  soffia la   bella canzone tenebrosa tra le ossa dei morti uccisi ieri. 
    Tutto cosi disonesto , tutto cosi strano come l’eco del  colpo di pistola esploso in un vicolo oscuro,che ha  colpito   per mano ignota il cuore  di un orco , i passi  seguo  della donna chiatta che guarda attraverso gli occhiali una vita tradita , senza ragione , senza denari, senza una nova gonna, senza quel perché che ti rende simili a milioni di persone in marcia in fondo ad una strada senza uscita che balla,  bella,  folle .  Fatto ,tutto cosi futile, fino a notte fonda  la donna canta la sua canzone , canta la sua vita , canta il suo amore carnale,  tutti ascoltano con orecchie di coniglio tese sul senso , tese sul sentire sul dire rime meretrice per temi vari  morire,  eremita ,migrante  lungo  la strada che ti trascina oltre una nuova avventura.
     
    E non aggio capito niente , me sò montato a capa,  me sò fatto nu miezzo bicchiere di  vino,  sona ,sona questo  strumento ,sona ,sona a campagnola li consigli , ed io  nun credo chiu a niente , nun parlo, nun tengo manco l’uocchio per chiagnere , altro sono,  cosa m'importa quando sarò morto , quando nun c'è sarò chiù con tutte le mie stronzate , i miei turbamenti imbottiti di  stroppole e sunetti , atterateme vicino a Virgilio , vicino a Vincenzo,  senza sapienza , estate nà bella esperienza , fatta  ad immagine di un mondo che non esiste più . Arrampicarsi sopra gli specchi ,dentro una  logica di un uomo  ferito , contro a mille ragioniere,  contro gendarmi, dirigenti , religiosi, contro la sinistra, contro la destra . Fatta a là , mettiti cà,  statte zitto , roseca adderete le spalle ,  longa , longa , st’anema in pena ,appise cielo ,me so cresciute  le scelle ,  mò son Vincenzo,  mò  so Gabriele ,  mò son  muorte accise , sento ancora a gente  sepolte sotto a terra , sotto un  cielo  stellato,  sotto a chiavica , sotto a mille domande senza risposta che proseguono all'infinito con tutto quello che non ho  imparato, compreso , cercato tutto è una gran pigliata per lo culo. E se seggo contro ogni legge,  seggo contro una logica che non salverà mai la mia anima,  ne mi condurrà ad una perfetta conclusione ad un equilibrio tra il dare e l'avere che trascende nella sua bieca antitesi una salvezza  utopica , spergiura, malvagia , sparagna  che non t’inganni , fatti nù  bello bagno a lido mappatella beach. 

    Dolce cosi dolce nel silenzio che aleggia nel  piccolo sentiero ove siedo  ed ascolto  il mondo ,che ruota intorno a me , tutto è  nulla,  tutto è come ho immaginato  fosse , come il mondo di ieri che mi ha reso fesso  tra i fossi ,  taccio,  ora son folle  tra la folla , tra molte vite,  tra molte madri , tra molti giorni ,tutto è  all’incontrario,  forse come il mare che giunge su spiagge affollate in cerca di pace ,  in cerca di un posto al sole ,  in cerca di un immagine ,di una esistenza diversa   ed   il mare ruggisce  e porta a riva altre vite ,  altre nenie , altri amori sedotti da duce pan degli astri  che c'attende  dietro l'angolo , dietro ciò che noi crediamo se sia giusto o meno , se sia tutto  vero ,quello che abbiamo creduto, per tutto quello che abbiamo veduto,all’ombra nel  bosco .
     
    “Lo hai letto il giornale?”
    “No perché?”
    “Guarda pare ci sia stato un altro attentato qualcuno che si è fatto saltare…”
    “quanti morti?”
    “Boh, 10 forse 20, qualcuno scrive 38 ma la conta è ancora lunga…”
    “E dov’è successo?”
    “Non ho capito bene… credo Francia, Belgio, non ricordo.”
    “ E intanto fuori piove che Dio la manda…”
    “ Dice che la pioggia è radioattiva, che i terroristi sono arrivati a sparare dei missili per provocarla e adesso noi ci stiamo sotto e tra poco mangeremo frutta e verdura transgenica e ci sarà poco da fare perchè qualcosa si dovrà pur mangiare.”
    “ Dice? Ma chi lo dice?”
    “ Non so mi sembra di aver sentito qualcosa al tg delle 8, o forse era una cosa che ho letto su internet stanotte prima di collassare nel letto, sfatto.”
    “Vabbè, mica si può credere a tutto, ma ti pare? E poi i servizi di intelligence non avrebbero fatto di tutto per impedire una roba del genere?”
    “ No… ma sembra che anche quelli siano coinvolti. Pare sia tutto un piano orchestrato per ridimensionare la popolazione mondiale, sai queste menate sul sovraffollamento del pianeta e roba del genere. Pensa che ne parlava anche Gino al bar ieri sera, lo sai che Gino ha un cugino che fa la guardia giurata e c’ha un sacco di contatti in polizia?”
    “ Mah, sarà… saremo pure troppi e intanto dice che i figli no si fanno più.”
    “ Ah! Allora non hai proprio capito! Te lo dicono apposta per sviare l’attenzione, come si dice, per depistare… e intanto loro ci ammazzano tutti e amen si prendono tutto quello che ci è rimasto.”
    “ Ma se ho a malapena i soldi per un caffè stamattina…”
    “ Beato te! Io manco quelli e a casa m’hanno pure staccato l’acqua… Pensa che ho dovuto riempire la moka con l’acqua piovana!”
    “NOOO! E non c’hai mal di stomaco, coliche, cose del genere? Non ti senti niente?”
    “Fratè… che ti dico…? quelle cose ce l’ho tutte le mattine appena sveglio, da trent’anni a ‘sta parte, appena mi affaccio alla finestra, guardo fuori e mi dico: dai che anche oggi si va a fatica’…”
    Bosco, esterno giorno.
    Minù inciampa con la Nike sulla radice, “Cazzo cazzo! E poi ho fame.” Si allaccia la scarpa, “Cazzo, è rovinata, come cazzo faccio a camminare adesso?”, le toglie entrambe e infila le ballerine nere di vernice “Non è il massimo in questo cazzo di bosco, almeno ci fosse un sentiero, niente!”.
    Lancia le Nike dietro il cespuglio, sfila lo zaino, si siede sulla radice, estrae la Kinder brioss e la fa fuori in due bocconi. Si pulisce la bocca con le mani.
    La casa è di fronte a lei, nel bel mezzo del bosco, bianca, una staccionata di legno e fiori rossi alle finestre.
    Entra, c’è luce di mattino nella casa, i raggi del sole sul tavolo.
     
    Casa 1, interno giorno.
    Mamma è in cucina, davanti al fornello e fa il minestrone, papà in poltrona guarda la tv e beve birra.
    «Sono qua», dice, scalzando le ballerine che finiscono vicino all’armadietto d’ingresso.
    «Mangi?», le dice lei.
    «Non ho fame», risponde Minù correndo in camera.
    I rami del vecchio faggio battono sui vetri, si è alzato il vento.
    Col vento è meglio non partire, nel vento si perdono le tracce e i lupi possono annusare.
     
    Casa 1, interno notte.
    Si alza dal letto, sente i respiri regolari di mamma e papà, dormono. Scende le scale. Sono le quattro.
    Estrae la lama dal rasoio di papà, non deve far rumore.
    Sul lavandino bianco le gocce di sangue come macchie d’inchiostro, basta non pensarci. Il dolore è lieve, appena più di una puntura di spillo, la ferita: una x sopra il polso destro. È fatta, è stata brava.
    Ha freddo, copre i tagli con la garza, domani  vi annoderà sopra il foulard rosso, dovrà ricordarsene, ma ora va a letto perché è stanca.
     
    Casa 1, interno giorno.
    «Devi fare colazione», dice mamma.
    «Sì», risponde Minù e addenta la focaccia, infila lo zaino ed esce.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Getta la focaccia tra le foglie di acacia e scavalca gli arbusti spinosi più in là, conosce la strada.
    Arriva sul sentiero e si ferma a guardare lo scuolabus giallo oltre i castagni, i ragazzi salgono rumorosi. Il pulmino parte.
    Minù si volta e cammina.
     
    La radura è illuminata dai raggi del mezzogiorno, il laghetto riluccica e le anatre galleggiano sospese.
    Si siede sulla panchina, prende il cellulare e fotografa le anatre, una è ferita sulla testa, fotografa la ferita.
    Cammina sulla strada asfaltata oltre la radura, poche auto sfrecciano a destra.
     
    Casa 2 interno giorno.
    Entra dal garage, sale le scale che introducono al primo piano.
    «Sono arrivata!», grida dalle scale.
    «Tesoro, vieni, è pronto.», dice mamma.
    Minù appoggia lo zainetto sul divano di pelle bianca e lancia il giubbetto di jeans sulla poltrona.
    «Papà?»
    «Non torna oggi, pranza fuori», dice la donna in tubino rosso, e appoggia il piatto sul marmo della penisola.
    «Hai fame vero? Ho preparato anche insalata e pomodori, ne vuoi?», mamma si volta a prendere l’insalatiera, «Com’è andata oggi?»
    «Bene»
    «Cosa avete fatto?»
    «Niente».
     
     Casa 2 interno notte.
    Mamma e papà sono a cena fuori, può muoversi senza timore.
    Apre il rubinetto della vasca,  aspetta che si riempia fino al bordo, accende l’idromassaggio, lo spegne.
    Si siede nella vasca, appoggia la lametta sulla panca. Finalmente si decide e la lama affonda sull’avambraccio disegnando una linea parallela alla vena viola, il dolore è forte.
    Un respiro profondo e affonda con la testa nella vasca trattenendo il fiato, la ferita pulsa, colorando l’acqua di rosa.
    Conta fino a cento, fino a duecento, trecento, e cinquecento. È fatta, può bastare.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Piove. Minù infila il k-way, mette il cappuccio e va.
    Nella radura le anatre hanno abbandonato il laghetto, sulla riva la carcassa dell’anatra ferita.
    Guarda le scarpe infangate, saltella dentro una pozzanghera, prende il cellulare e fotografa i piedi nell’acqua melmosa, le scarpe colorate di marrone, come foglie d’autunno.
    Ritrova la strada asfaltata, cammina. Cammina per ore, e ogni tanto fotografa le auto che rallentano quando si avvicinano.
     
    Casa 3 interno giorno.
    Entra nel palazzo, sale in ascensore.
    Suona il campanello, mamma apre.
    «Ho scordato le chiavi», dice.
    «Sei sempre la solita», risponde la donna.
    La tavola è apparecchiata per tre, Minù va in camera e torna, si siede.
    «Mangiamo», dice papà.
    «Oggi devo studiare», dice Minù.
     
    Casa 3 interno notte.
    Minù controlla i tagli sulle braccia.  Le avvicina alla luce gialla della lampada sul comodino.
    «Minù, spegni e dormi», grida la voce della madre dalla stanza accanto, papà russa.
    Aspetta di sentir russare anche la mamma, intanto guarda la foto sulla scrivania e loro tre che salutano con la mano dalla barca.
    È l’ora. Scende dal letto, infila le ciabatte ma poi le lascia lì.
    Va in cucina, gira la manopola del fornello e avvicina il viso guardando l’orologio. Tre minuti: respira. Le gira la testa. È stata brava.
     
    Bosco, esterno giorno.
    Si siede sotto il castagno, incrocia le gambe e appoggia la nuca al tronco, chiude gli occhi.
    Una nuvola nasconde il sole e Minù apre gli occhi per vederla.
    Muove la testa per guardare i raggi che filtrano tra le foglie dell’albero, chiude gli occhi per la luce accecante.
    Rimane ferma, immobile come un piccolo Budda di giada.
    Sente un calpestio di foglie, forse uno scoiattolo. Ma no.
    C’è una ragazza in piedi davanti a lei, la sovrasta, ma è piccola come lei.
    «Ciao», le dice, e Minù si alza intorpidita, «Chi sei?», chiede alla ragazza che ora ha la sua statura.
    «Lila»
    «Io mi chiamo Minù».
    Le ragazze si prendono per mano.
     
    Casa 4, interno giorno.
    «Siete arrivate, finalmente!», dice mamma mentre le ragazze corrono in camera, «Venite, che si raffredda».
    Mangiano la pasta in silenzio, nella piccola cucina.
    «Questo fine settimana sarete da papà», ricorda la mamma.
     
    Casa 4, interno notte.
    «Pensi che torneranno insieme?», chiede Lila.
    «Dormi», risponde Minù.
     
    Bosco, esterno giorno.
    «Sto cazzo di bosco», dice Minù, «Tutti i giorni è la stessa storia, vorrei vivere in un altro posto.»
    «Vieni con me», dice Lila prendendole la mano, «C’è una scorciatoia.»
    «Fico!», dice Minù, «Siamo già qui.», e indica la strada asfaltata deserta.
    «Dove andiamo?», chiede.
    «Lontano», risponde l’altra.
    Le ragazze camminano sull’asfalto, lo stesso passo, le stesse scarpe da ginnastica slacciate, le braccia fasciate da foulard colorati.
    «L’hai mai fatto prima?»
    «No, non ancora», risponde Minù aprendo le braccia, «Ma ora ci sei tu, finalmente», e chiude gli occhi mentre lo sferragliare del treno diventa sempre più vicino.
    «Ora!», grida Lila.
    E si abbassano sulle rotaie un attimo prima. Non bisogna muovere nemmeno un dito.
     
    Casa 5, interno notte.
    Entrano nel grattacielo e salgono in ascensore.
    L’appartamento è all’ultimo piano, i minuti sono lunghi.
    È buio.
    «Non c’è nessuno», dice Lila.
    «Solo io e te», dice Minù.
    Le ragazze si mostrano le braccia ferite, un unico cuore.
    Si raccontano i compiti, ridono del loro coraggio, un solo cervello.
    Tagliano un altro lembo di pelle per mischiare il sangue, amiche per sempre, un solo corpo.
    Indossano la stessa camicia bianca e si prendono per mano, un’unica anima.
    Scavalcano la ringhiera del poggiolo, prima Lila, Minù dopo.
    «Voleremo?», chiede stringendo la mano più forte.
    «Sì, come le Winx», dice Lila, e sorride.
     
     
     
     
     
     
     
     
    Le tira la pelle, come se sulla faccia avesse una maschera di cartone.
    Si guarda intorno: una specie di nebbia grigiastra dappertutto, non si vede neanche i piedi. Non ci sono alberi o colline o qualunque cosa assomigli a un paesaggio. Niente che ricordi una costruzione umana.
    Cerca di capire le sue sensazioni ma piomba in un groviglio , si confonde. Forse ha freddo, forse no. Annusa l’aria: non sa di niente.
    “Ciao, Dany.”
    Finalmente, una voce amica.
    “Ciao, dottoressa. Che nebbione oggi. Strano, dalle nostre parti la nebbia non c’è mai.”
    “Come ti senti?”
    “Bene. Un po’ confusa, magari.” Le verrebbe il suo sorriso timido, quello con cui si protegge dalla violenza degli altri, ma le tira la faccia. Quando tenta di sorridere sembra che si deformi qualcosa.
    “Dove hai lasciato la famiglia, Dany?”
    “Mah – dice leggera – saranno dove sono sempre. I ragazzi a scuola, lui in officina.”
    “Ti mancano?”
    “Lei mi fa sempre certe domande, doc. Certo che mi mancano, sono la mia famiglia. Come potrebbero non mancarmi?”
    “Anche Piero?”
    “Certo, anche lui. E’ mio marito.”
    Fa una pausa.
    “Però oggi ho una sensazione strana. Non so. Forse è successo qualcosa e non me ne ricordo. Ogni tanto succede qualcosa, con Piero. Sa com’è, è un carattere difficile.”
    “Mi avevi detto che avevate dei problemi. Vuoi parlarmene?”
    Di nuovo il sorriso tirato di Dany, quello che non esce perché è come se avesse la faccia incollata.
    “Lei è strana, doc. Vuole sempre starmi a sentire, come con i suoi pazienti. Io non la pago, non potrei, e lei vuole ascoltarmi lo stesso.”
    “Siamo vicine di casa, Dany. Se stai bene mi fa piacere.”
    Dany fa una voce birichina.
    “Sapesse lui come si arrabbia, che ci parliamo. Dice: quella ti sobilla. Così dice. Che scemo: è lui che certe volte mi fa venir voglia di scappare. Intendiamoci, io voglio bene a Piero, gliene ho sempre voluto. Però non è più come prima. Mi capisce? Insomma, le cose sono cambiate. Lui si agita, e io mi spavento. Allora corro in bagno e mi ci chiudo, e lui si arrabbia ancora di più.”
    “Non scappi poi tanto, Dany. L’anno scorso ti sei fatta complessivamente venti giorni di ospedale, perché lui si arrabbia. Vuol dire che non sei scappata. Sei rimasta lì a subire.”
    “Ho dovuto rinunciare a scappare, lui se la prende coi bambini. Allora ho cominciato a spedirli in camera, e che si sfoghi pure con me. Non è cattivo, sa dottoressa. Però è tanto nervoso. Il lavoro è difficile, c’è la concorrenza, i clienti pagano in ritardo…sa com’è.”
    Ha un gesto timido, Dany. Un po’ si vergogna di queste miserie.
    “Dany, te l’ho detto tante volte. Dovevi denunciarlo, o prendere i bambini e scappare. Perché non hai voluto denunciarlo?”
    “Ma, dottoressa, è un brav’uomo. Poi mi ama. E’ geloso, sa?”
    “Quindi ti ama?”
    “Bè, gli importa no? Altrimenti non si interesserebbe, mi avrebbe già lasciato. Invece lui ci tiene tanto che stiamo assieme, anche con i bambini. Il senso della famiglia, è quello che mi è sempre piaciuto di lui. Pensi che qualche giorno fa…”
    Si ferma di colpo.
    “Cosa? Cosa è successo qualche giorno fa?”
    “Niente. No, niente.”
    “Dany, per favore. Non ti interrompere. C’è stata qualche novità fra di voi?”
    “Bè, io ho avuto un momento, sa, uno di quei momenti di esasperazione, e gli ho detto che volevo finirla. Vedesse che faccia, dottoressa: un uomo distrutto. Si è chiuso in officina, non l’ho visto per due giorni. Ho mandato i bambini dalla nonna, non lo avevo mai visto così nero. Io volevo chiudere, questa volta lo volevo proprio.”
    “C’era un altro, nella tua vita?”
    “Per carità, nessuno, nessuno. E chi ha voglia di buttarsi in un’altra storia, dopo quindici anni con lui, così?”
    “Poi? E’ tornato?”
    Silenzio. Dany guarda in terra, deglutisce. Le sembra che non le venga il respiro, e neanche le idee. Sono confuse e girano intorno come quella nebbia. I suoi piedi ci sono sempre immersi dentro.
    “Non…non mi ricordo.”
    “Secondo me ti ricordi, Dany. Vero, che ti ricordi?”
    Dany ha voglia di piangere, le tremano le mani.
    “Dany, pensaci. Devi ricordarlo.”
    “Perché? – grida Dany – perché accidenti devo ricordarlo? Magari non voglio!”
    “Perché altrimenti resti bloccata qui. Bisogna procedere, bisogna andare avanti.”
    “Qui? E dove è qui? Io non capisco.”
    Tace.
    “Sì, è tornato. Di notte. Mi ha lanciato addosso una cosa, non so. Cos’era?”
    “Vetriolo.”
    “Oddio, ecco perché sento la faccia così…poi mi ha pestato forte. E dopo non mi ricordo. Ma se mi ha lanciato il vetriolo, e io non sento dolore..”
    Guarda verso la dottoressa, che risponde al suo sguardo e la fissa.
    “Sono morta? Davvero, sono morta?”
    “Mi spiace, Dany. Alla fine ti ha uccisa. Non per le botte. Ha usato un coltello.”
    Dany si guarda intorno, scruta la nebbia. C’è qualcosa che la disturba. Cosa…?
    “Se io sono morta, dottoressa, lei che ci fa qui?”
    La dottoressa sorride leggermente.
    “Quando ha finito con te, Dany, è venuto a trovarmi.”
    Aveva predisposto tutto nei minimi dettagli. Calcolato la lunghezza, l’altezza, la distanza esatta fino al centesimo di millimetro, la probabile velocità del vento ( ci sarebbe stato?), la pendenza… Eppure il suo corpo aveva iniziato a tremare alle 15 e 22 e non si era ancora fermato. Tutto era partito dalle mani, da quelle sue dita lunghe che sin da piccolo gli avevano detto erano dita da pianista, poi carpo, metacarpo, braccia, collo, angoli della bocca, sopracciglio destro, tutto un fremito continuo che non sembrava avrebbe mai avuto fine.
    Immerso nell’acqua bollente della vasca stava ancora una volta ripetendo mentalmente ogni singolo movimento, ogni dettaglio necessario alla buona riuscita dell’impresa, sapeva che per questo avrebbe potuto contare sui compagni d’avventura, quelli che non lo avevano mai abbandonato e anche in questo caso, pur con qualche reticenza, gli avevano ancora una volta detto si. Si a quella dose di follia che lo aveva segnato da quando era bambino, si all’incoscienza, si alla sfida, si alla voglia insaziabile di paura e adrenalina, si a quel suo sorriso un po’ beffardo ma immancabile.
     
    Il tremito non si placava nemmeno dentro l’acqua bollente. Mancavano ormai poche ore al momento stabilito, i ragazzi si sarebbero trovati sul posto in perfetto orario com’era sempre stato, e tutto sarebbe filato liscio, lo sapeva, in cuor suo lo sapeva che tutto sarebbe andato bene, ma il suo corpo no, il suo corpo aveva avuto per la prima volta dopo anni una sorta di moto di ribellione, come una scossa improvvisa, un sisma interiore che lo aveva travolto senza preavviso e lui non poteva far altro che lasciarlo sfogare fino alla sfinimento.
    Uscì dalla vasca, si avvolse nell’accappatoio e si diresse verso il letto che lo attendeva, ancora disfatto, dalla mattina. Guardando il soffitto ebbe come la sensazione che fosse eccessivamente basso. Aveva bisogno di alzarsi e fare un po’ di esercizio per sciogliere la tensione e scacciare via quel tremore. Non era l’altezza, non era quella a spaventarlo. Per lui c’era solo avanti, avanti senza voltarsi, né basso, né alto, solo avanti, sempre dritto verso la meta. Aprì la finestra, fuori c’era aria fresca, si arrampicò sul davanzale, qualcuno da sotto notò la scena e rimase fermo a fissarlo. Un uomo in accappatoio intento a suicidarsi buttandosi giù dal secondo piano poteva sembrare alquanto improbabile tutto sommato. Sorrise e fece un cenno di saluto con la mano aperta che ancora tremava, ma già un po’ meno di prima come se il contatto con l’esterno l’avesse tranquillizzata. Trovato il canale di scolo cominciò ad arrampicarsi in alto fino ad arrivare al tetto mentre sotto si era creato un piccolo capannello di gente che osservava incuriosita.
     
    Arrivato in cima si tolse l’accappatoio e si stese a terra lasciando che il vento accarezzasse tutto il suo corpo facendolo tremare ovunque. Chiuse gli occhi e si mise in ascolto del martellare del suo cuore e con lui risentì la stessa voce: “ Respira cazzo, respira, rimani con noi, respira!”.
    Il corpo aveva smesso improvvisamente di tremare, ora poteva tornare a casa, mettersi un qualcosa addosso e uscire per cena, domani sarebbe stata una giornata impegnativa, ma bella.
    Capitolo 1 
     

     
    18 ottobre
     
    Ecco è il arrivato anche il momento, il momento che avevo sempre immaginato, il mio primo giorno di università!
    Sono davvero entusiasta!
    Frequenterò la "California State University" a Los Angeles e ho scelto la facoltà di letteratura
    Sono davanti all'entrata e quasi non ci credo, il posto è bellissimo, proprio come avevo sempre visto nelle foto. 
    Comincio a camminare, lentamente, voglio godermi il paesaggio e la mia emozione, ho sempre amato il momento in cui ci si ritrova in un nuovo posto,  quella scarica di adrenalina, quella voglia di esplorare ed è anche per questo che ho scelto letteratura, mi piace l'idea di poter leggere e comprendere il significato che ci sia dietro ogni parola.
    Mentre continuo la mia camminata, vedo un gruppetto di ragazze chiacchierare tra loro, ridono e scherzano, sembrano molto amiche.. ad un tratto vedo i loro sguardi tutti contemporaneamente fissare qualcosa, così mi giro anche io, e cosa vedo? 
    beh ovviamente un gruppetto di ragazzi! 
    Caspita, altro che cliché da film americani, sono qui da soli 10 minuti e già vedo un gruppetto di ragazze fissare ragazzi, ottimo direi!
    Non che io non l'avessi fatto o non lo facessi, ma diciamo che l'interesse per un ragazzo è sempre stato "platonico", ovvero sono sempre stata una tipo determinata e il mio unico obiettivo fino ad ora è stato lo studio, la mia famiglia ha sempre preteso il meglio da me e così ho sempre cercato di fare il massimo per accontentarli evitando qualsiasi distrazione: ragazzi, serate in discoteca.. 
    Mia sorella mi ha sempre criticata per questo, lei è il mio opposto, non le è mai piaciuto lo studio, ha sempre lavorato, è sempre uscita, sempre piena di ragazzi, la figa della famiglia insomma.. non che io non ci provi ad esserlo, anzi sono molto vanitosa, ma il mio vanto è nell'essere semplice.
    Sono arrivata all'edificio principale, anche se credo di dover andare prima in segreteria per chiedere informazioni circa i corsi e il dormitorio, altra nuova esperienza per me dato che non ho mai dormito fuori casa.
    DRIIIN DRIIIN
    << Pronto?>>
    Mamma: <<Hei tesoro come va? Sei arrivata?>>
    <<Ciao Mami, si sono arrivata, va benissimo, sono felicissima>>
    Mamma:<< Oh piccola, il tuo sogno si è realizzato, hai già visto la camera?>>
    << eh in realtà ancora no, sono appena arrivata all'edificio centrale, devo trovare la segreteria e chiedere informazioni, ci sentiamo dopo va bene?>>
    Mamma: <<Certo tesoro, a dopo>>
    Bene e ora come trovo la segreteria? Mi guardo in giro e non vedo nessuna indicazione, ottimo direi!
    Ci sono però un gruppetto di ragazze, potrei chiedere a loro, o forse no..
    Odio essere così timida!
    <<Ti serve aiuto?>> - dice qualcuno dietro di me
    <<Ehm, si grazie, dov'è la segreteria?>>
    <<Guarda dietro quest'edificio a destra, vedi è un edificio più chiaro di questo e ci sarà sicuramente tantissima gente, quindi se vedi la fila è sicuramente lì>> continua la ragazza mora dietro di me
    <<Va bene, grazie>>
    <<Ci si vede>> esclama mentre mi saluta con la mano e si allontana
    <<Certo>> ricambio
    Beh dai, per essere la prima persona con cui ho parlato sembra gentile.
    Giro l'edificio e vedo una fila immensa, ci saranno minimo una ventina di persone in fila, cavolo, dovrò aspettare minimo una mezz'oretta, che noia.
    Comincio a guardare una ad una le persone in fila, la maggior parte sono ragazze, ma ci sono anche un paio di ragazzi, sembrano scherzare molto con le ragazze, uno di loro ad un certo punto da un bacio sulla guancia ad una ragazza, lei sembra arrossire e lui se la ride, 
    tipico dei ragazzi, magari sa di piacerle e si diverte a metterla in imbarazzo, ricordo che una volta mi era capitata una cosa simile e avrei voluto ucciderlo.
    Finalmente arriva il mio turno, chiedo tutte le informazioni alla ragazza allo sportello,mi dice che i corsi cominceranno tra una settimana e mi da le chiavi della mia camera, la numero 33.
    Arrivo al dormitorio, che mi ha indicato con molta gentilezza la ragazza e chiedo alla reception dove si trovi la camera, il tipo mi dice che è al 5° piano, ottimo devo farmi 5 piani a piedi, non perchè non ci sia l'ascensore, che anzi è anche stupenda, ma perchè ho sempre avuto paura di prenderla da sola e ovvimente ora non c'è nessuno, quindi con forza e coraggio comincio a salire.
    Arrivo e ovviamente la mia camera è l'ultima del piano, continuo a camminare nel corridoio , quando vedo una ragazza bionda molto agitata uscire dalla sua camera urlando il nome di un ragazzo
    Riccardooo, Riccardo per favore dobbiamo parlare!
    improvvisamente vedo spuntare questo ragazzo da un'altra camera, senza maglia e con i capelli abbastanza sconvolti come se si fosse appena svegliato, la guarda e le dice che non hanno più niente da dirsi, rientra in camera e chiude la porta.
    Caspita, mi viene da dire, cominciamo benissimo!
    Siccome è già da un po' che sono qui fuori, decido di inserire la chiave nella porta ed entrare..
     
    Parigi era indubbiamente la città che preferiva tra tutte, con la sua vita mondana, il suo bagaglio storico e artistico, e poi era iniziata proprio lì la sua nuova vita.
    Molti secoli prima, certo, ma ricordava ogni minimo particolare della sua resurrezione: le ore di dolore lancinante e, in seguito, la gioia di svegliarsi immortale. Da quel momento, qualsiasi cosa fosse accaduta, non avrebbe più avuto paura di morire.
    Ogni tanto gli affiorava alla mente come negli ultimi tempi della sua vita umana tutti fossero dominati dal terrore della morte, era quasi l'anno 1000, la fine del mondo era prossima, secondo le credenze di quel tempo.
    Anche lui era spaventato all’idea che tutto stesse per finire; era giovane e pieno di risorse, non era destinato a restare un contadino per sempre,stava cominciando a farsi strada nella società, anche grazie alla sua bellezza.
    Le nobil donne lo trovavano irresistibilmente sexy, per questo non perdevano occasione di approfittare di qualche fugace momento di intimità con lui.
    Una in particolare, una contessa, aveva letteralmente perso la testa e lo convocava con scuse di ogni tipo pur di possederlo, tradendo il marito poco presente e promettendogli ricchezza e benessere in cambio del suo amore.
    La pelle abbronzata di quel corpo, reso muscoloso dalle dure fatiche del lavoro nei campi, lo rendeva facilmente collocabile nei ceti bassi della società, ma non il portamento, fiero e sicuro di sé, consapevole del proprio ascendente.
    I lunghi capelli biondi, portati sciolti sulle spalle possenti, la barba curata, gli occhi piccoli, di un verde  intenso.
    Tutto ciò lo rendeva diverso dai suoi amici e familiari, la sua camminata non era goffa e impacciata e non abbassava mai la testa al passaggio di qualche nobile a cavallo, non si sentiva inferiore a loro, al contrario, era convinto che un giorno sarebbe stato un uomo potente, forse più di loro.
    Per questo non poteva permettere che finisse tutto così, ponendo fine alla sua brillante ascesa.
    Il suo creatore era stato proprio un dono del cielo,ironicamente parlando; la creatura più perfetta che lui avesse mai visto, un frammento d'eternità, primordiale ed etereo, dall'aspetto incontaminato.
    Lui aveva letto immediatamente nella sua mente il desiderio ardente di vivere, ma non come comune mortale, e così aveva deciso di donargli quello per cui molti avevano venduto l'anima: l'immortalità.
    Era cominciata così la sua vita, o per lo meno ciò che lui considerava degno di quel nome, sembrava non aver mai desiderato altro prima: era fatto per essere un vampiro.
    Più di mille anni dopo il suo aspetto, naturalmente, era lo stesso, più diabolico forse, perché non si era risparmiato delitti e spargimenti di sangue.
    I suoi capelli lisci ora sembravano seta dorata, gli contornavano il viso, che aveva finalmente abbandonato il colore scuro dato dal sole, ora era di un pallore angelico, come aveva sempre desiderato: nessuno l’avrebbe più associato a un contadino, anche se le mode erano cambiate col passare degli anni e l’abbronzatura, ora,  era molto ricercata.
    Gli occhi verdi avevano delle venature rosse che non li rendevano per questo meno affascinanti e ipnotici; Narciso se fosse esistito, sarebbe stato invidioso della sua perfezione.
    Callisto era a tutti gli effetti uno dei vampiri più potenti della terra, ma c’erano due cose in cui deteneva il record assoluto e queste erano senz’altro ambizione e violenza.
    Privo di qualsiasi scrupolo, faceva tutto ciò che il suo ego gli comandava, non amava altri che se stesso.
    La stanza in cui si trovava rispecchiava al massimo la sua personalità: arredata in stile Luigi XIV, con mobili finemente intagliati a mano, ricoperti d’oro, poltroncine rivestite di tessuti pregiati, dai colori caldi e pomposi.
    Un caminetto acceso riscaldava l’ambiente, frequentato soltanto da creature gelide come il ghiaccio; il fuoco che scoppiettava vivace era l’unico elemento contrastante nella stanza, ma i vampiri amavano riscaldarsi al calore del fuoco, tanto piacevole quanto pericoloso.
    Claudette lo stava guardando in stato di adorazione; entrambi nudi e statuari, sul letto a baldacchino ricoperto da lenzuola di seta rossa, avevano appena soddisfatto la loro voglia carnale.
    Presa da un rinnovato desiderio impellente, la vampira ricominciò a baciare il suo petto, scoprendo di tanto in tanto i denti acuminati, resi ancora più aguzzi dall’eccitazione.
    Claudette era in suo totale potere, nel suo mondo non esisteva che Callisto.
    Al sentire la sua lingua e i denti che raschiavano sulla pelle, Callisto fu di nuovo pronto, insaziabile come sempre; la prese con forza, sbattendola violentemente contro il muro e la sottomise di nuovo.
    Lei non chiedeva altro, ogni attimo passato col suo signore era nuova linfa vitale che le scorreva nelle vene, e purtroppo non capitava spesso, visti i suoi impegni di conquista che lo portavano via da lei per periodi che sembravano interminabili e senza scopo.
    Ma sapeva di contare moltissimo per lui, il particolare potere di Claudette lo teneva legato a lei indissolubilmente perché non poteva farne a meno, solo lei era in grado di esercitarlo e ancora una volta Callisto era li per sfruttarlo.
    - Ora rivestiti! Devo sbrigare delle faccende.-
    Il tono gelido di Callisto la investì come una doccia fredda, ma obbedì, e dopo essersi rivestita gli si avvicinò per strappargli un ultimo bacio prima di andarsene.
    - Ah…la solita sentimentale, forza esci che ho da fare, ci risentiamo, avrò bisogno di te probabilmente in questi giorni. –
    - Come vuoi, quando hai voglia basta chiamarmi –
    Digrignò i denti in modo provocante, guardandolo dritto negli occhi; a volte qualcosa della sua vecchia personalità riemergeva, e i suoi occhi neri si riaccendevano di una luce propria.
    Era bella, come tutte le creature del suo genere del resto; in fondo era piacevole ricevere i suoi servizietti perché, tra tutte, era la più selvaggia nel fare sesso, nemmeno Selene era così a letto.
    Meglio tenerla a bada però, non si poteva mai sapere.
    Quando Claudette uscì dalla stanza anche lui si rivestì, si versò un bicchiere di scotch, senza ghiaccio, e sorseggiandolo lentamente, si accostò al vetro dell’ampia finestra, guardando dall’alto il panorama parigino.
    Era quasi mezzanotte, i suoi soldati dovevano ormai aver fatto il loro dovere e catturato Syrio, uno dei vampiri che non era ancora stato sottomesso.
    Gli serviva assolutamente: era anziano, non quanto lui, ma molto potente, ed era necessario che si unisse a lui nel dominio del mondo perché non poteva permettersi di avere dei nemici del genere.
    Visto che non lo aveva ancora fatto di sua spontanea volontà, Callisto era costretto ad operare anche con lui il lavaggio del cervello, come aveva fatto con tanti fino a quel momento, Claudette inclusa.
    Era spiacevole constatare come molti della sua specie non mirassero a schiacciare quegli esseri inferiori degli umani, alcuni addirittura erano riusciti ad innamorarsene!
    - Ma quale amore! - pensò Callisto ad alta voce - noi non possiamo amare, quella è un’illusione per deboli e se esistono vampiri deboli devono essere distrutti, ecco tutto, molto semplice.-
    Sul tavolo in legno massiccio, ricoperto da una lastra di cristallo, il display del telefono si illuminò e una musica sinfonica cominciò a riempire la stanza con le sue note malinconiche e retrò.
    - Avete fatto?-
    Una voce dall’altra parte rispose prontamente:
    - Certo, non è stato difficile, lo abbiamo condotto qui con le buone, semplicemente dicendogli che dovevi parlargli, ha detto che era da tempo che aspettava un tuo invito –
    - Bene, l’ho accontentato allora, dov’è ora?-
    - Di sotto, nel salone, abbiamo fatto sbarrare tutte le uscite come hai ordinato. –
    - Si, ad ogni modo non credo che ce ne sarà bisogno, tra poco Syrio entrerà a far parte del nostro esercito che lo voglia o no!- Dicendo questo batté un pugno sul tavolo, frantumandone un angolo.
    - Porca puttana, parlando di Syrio non riesco mai a controllarmi! Ordinate immediatamente un altro tavolo uguale a quello in camera mia, lo voglio avere entro una settimana al massimo! –
    Odiava vedere il degrado nelle cose materiali, gli ricordavano quanto fosse fragile il mondo e, anche se lui era immortale, la natura intorno a lui continuava a mutare, a morire per poi rinascere.
    Era l’eterno ciclo della vita, al quale ogni vampiro sente di essere estraneo, pur bramandone ogni attimo e respiro: l’immortalità poteva essere una condizione molto dura da accettare e, prima o poi, tutti i vampiri arrivavano a pagare il prezzo della loro natura che non seguiva i normali ritmi del mondo in cui però erano costretti a vivere.
    La natura chiedeva sempre un riscatto e Callisto odiava doverlo ammettere.

    By simbad43, in Poesia,

    Oggi va proprio male.
    Caldo, Sole malato.
    Ovunque.
    Fra foglie pur se fitte
    sui coppi
    il muro reso secco
    e il prato.
    Filtra qui dentro
    per interstizi sconosciuti
    sale le scale
    riempie gli  spazi vuoti
    faticano i polmoni
    sbilenco accalda la cucina
    sfiora il lavello
    il pavimento brilla.
     
    La fascia azzurra,
    tanto sottile
    cangiante l’orizzonte
    di poca e incerta consistenza
    che pur m’affascinava dall’oblò osservare
    si è consumata
    bruciata a fuoco lento
    da un grill di radiazioni
    fuochi incrociati
    strane emissioni
    ed ora è nuda
                       Terra bruciata
    tutto riarso a fondo,
    senza eccezioni.