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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    Cinzia de Martini
    1 ottobre 1972
    Dormi, Isabella? Sogni? O sei andata altrove?
    C’è un altrove?
    Tu dicevi di no, dicevi che quello che ci è dato è adesso, e bisogna prenderselo subito, tutto, fino in fondo. Dopo non c’è più niente.
    Dicevi chi mi ammazza. E ti hanno ammazzata.
    Io ti ho ammazzata.
    L’angelo severo, custode immobile della tua cappella, mi fissa con occhi vuoti, non mi lascia entrare. Lacrime di pioggia scivolano sul suo viso e sul mio, mi scendono lungo il collo come un gelido bacio.
    Io non ne ho più, di lacrime.
    Te ne hanno regalate tante gli altri, insieme a tutti questi fiori. E se ne sono andati via, con il loro dolore, le loro parole accorate, la loro voglia di allontanarsi e di dimenticare.
    Dimenticare che si muore.
    Se ne sono andati a riprendersi la vita, lontano da questo profumo che stordisce.
    Ma io non posso andare via.
    Questa cappella è buia. Fredda. Piena di fantasmi.
    Se me ne vado resterai sola.
    No, a restare sola sarò io. 
    Esistevo con te. Da sempre.                   
    Dal nostro primo giorno.
     
    Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti o esistite e non più in vita è da ritenersi puramente casuale e frutto della fantasia della scrivente.la tua storia...
     
    Gelinda era una studentessa fuori sede, alta, corporatura massiccia ma atletica, Sara l’aveva conosciuta in palestra e subito le era risultata simpatica.
    C’era però il tormento negli occhi suoi ma era così difficile avere del tempo per conoscersi meglio.
    Appartenendo allo stesso gruppo di amici riuscivano a condividere solo serate danzanti in locali poco propensi ad una conversazione serena, approfondita e profonda.
    Un giorno arrivò un invito “vieni a casa da me l’altra coinquilina è via ed abbiamo la serenità di parlare un po’ più a fondo … ho bisogno di un’amica”.
    In meno di mezz’ora Sarà fu da Gelinda.
    “Entra, sono molto felice che tu sia riuscita a raggiungermi”….. aveva uno strano sguardo, era preoccupata, molto, e gli occhi erano rossi, sembrava avesse pianto.
    “Cosa ti succede” le chiese Sara.
    “Devo parlarti di una cosa, ne ho bisogno ma spero di non perderti.
    “Parla, puoi aprirti con me”.
    Gelinda era di un paesino in provincia di Potenza e quasi sempre il fine settimana era via.
    “Devo raccontarti tutto. Mi sembri una persona che può essere un’amica vera ed io ne ho bisogno, ho bisogno di consigli”.
    Sara si preparava al peggio perché il tono non sembrava promettere molto di buono.
    “Devi sapere Sara, che sono innamorata di un uomo. Si tratta di un istruttore di sci. Bene, tutto sembrerebbe bello e felice, ma in verità lui è una persona molto ermetica e tenebrosa. Non è sposato, almeno dice di non esserlo e dalle mie ricerche non trovo smentita, vive con la madre ed il rapporto con lei, nonostante lui abbia 48 anni, è burrascoso, lo tratta sempre come un ragazzino. Con me non è sempre presente, spesso si eclissa dando la colpa ai suoi problemi lavorativi. Non ha un lavoro stabile e spesso si lancia in situazioni fallimentari (quello da istruttore di sci gli rende poco), nell’ultima infatti ha contratto un debito e ….. mi ha chiesto di aiutarlo di fargli ancora, di nuovo un prestito.”
    Sarà corrucciò la fronte, cominciava a preoccuparsi e nonostante fosse una donna forte preparata a tutto e sempre disponibile sentiva crescere in lei il desiderio forte di non saperne più nulla e poter andare via.
    Ma restò.
    Gelinda continuò “non so come comportarmi, ancora non mi ha restituito quanto gli ho prestato precedentemente, soldi che io ho accumulato pian pianino facendo ripetizioni qui da fuori sede, e soldi che erano i risparmi che mia madre mi da per mantenermi agli studi tra casa, affitto, palestra, bollette, spesa ….. insomma la cosa mi pesa e mi mette in difficoltà. Ho dato fondo anche ai miei risparmi di un importo abbastanza consistente e volevo chiederne la restituzione per cui questo ulteriore richiesta di prestito mi mette in difficoltà”.
    Sara le chiese “Scusami Gelinda ma dove trascorrete il vostro tempo? A casa sua? Conosci la madre? “.
    Gelinda rispose “in hotel, diversi, sempre di lusso, quando organizza week end insieme”.
    Sara era sempre più preoccupata e stranita “se era indebitato perché e con quali soldi la portava in hotel di lusso? Quindi tirando le somme pagava Gelinda …..”.
    Gelinda continuò “il problema non è solo legarmi ad un uomo che nulla promette per il futuro, ma a questo punto la chiusura. E’ capitato che io abbia accennato al volerlo lasciare ma ha minacciato di farsi del male. Ma non è solo questo. L’altra giorno sono tornata a casa ed ho trovato mia madre in lacrime, nervosissima e preoccupatissima, aveva una audiocassetta in mano.” Era una vecchia audiocassetta di quelle ancora a nastro. “La voce della donna che parlava in audiocassetta non la conoscevo affatto, ma diceva signora sua figlia frequenta una persona molto brutta e moto ambigua e forse pericolosa, deve lasciarla immediatamente. A quel punto dovetti parlare a mia madre della storia con l’istruttore di sci ma non dissi nulla in merito ai prestiti fatti ed ai soldi che doveva restituirmi. Avevo paura di spezzarle il cuore e di darle ulteriori preoccupazioni”.
    “Ora io ti chiedo” chiese Gelinda a Sara “come posso mai fare a chiudere ed a ottenere la restituzione dei soldi e restare serena che non si faccia del male lui e non ne faccia a me o a mia madre?”.
    Sara si sentì profondamente impotente, non immaginava che quella sua amica potesse portare un fardello così potente sulle spalle e non sapeva proprio cosa consigliarle.
    Disse “sinceramente, Gelinda, non so cosa consigliarti, di sicuro devi allontanarti, non forzare sulla restituzione immediata ma fagli firmare qualcosa, poi renditi indisponibile con mille scuse ora con il dover stare con tua madre, ora con lo stare male tu ma allontanati e cerca di farti degli amici nel palazzo che riescano a darti indicazioni di ogni spostamento sospetto soprattutto al tuo appartamento o addirittura porta e non restare mai sola.”
    “Ok, farò così” rispose Gelinda.
    “Ora è tardi, devo andare ci sentiamo domani ok?”.
    “Ok Sara”.
    Sara il giorno dopo si recò a lavoro, davanti alla saracinesca del piccolo ufficio dove lavorava vide adagiato a terra un piccolo fermacarte a forma di semisfera con la neve che cadeva se lo capovolgevi e dentro un paio di sci. Provò a telefonare Gelinda: un messaggio di segreteria ripeteva “spiacenti il numero da lei composto è inesistente” ma a quel numero il giorno prima aveva risposto Gelinda.
    Dopo il lavoro allora si recò a casa di Gelinda ma alla porta nessuna risposta, provò a chiedere alla sua vicina che adorava Gelinda ma lei rispose “ma qui non ci abita nessuna persona ormai da mesi ed io non conosco nessuna Gelinda”: a Sarà le si gelò il sangue nelle vene.
    Andò via di lì e cercò di non pensarci mai più.
    Prese il fermacarte e lo mise sulla scrivania: era davvero carino ed utilissimo.

    Angelo sorridente

    By emanueleShellman, in Poesia,

    Che meraviglia
    incrociar gli occhi tuoi
    pochi istanti nel passare del tempo.
    Viso dolce, sorriso festoso
    dipinto su lineamenti scarni.
    Occhi azzurri, contornati da fili d'oro
    accuratamente agitati
    come spighe di grano sul campo maturo
    Labbra rosse, sempre gentili,
    espongono bianche meraviglie
    Vorrei stringerti, abbracciarti
    ma il tempo tiranno scorre veloce 
    Non resta che il piacere di vedere 
    i tuoi splendidi occhi
    CAPITOLO 2
    Video

    La notte porta consiglio, o almeno Jack sperava fosse così.
    Quello che era accaduto la scorsa sera era la prova inconfutabile che qualcuno si stava prendendo gioco di lui, aveva soltanto bisogno di una prova, le telecamere delle videosorveglianza facevano al caso suo. Jack stava attraversando il vialetto, quel giorno sarebbe andato a piedi al lavoro, abitava piuttosto vicino alla centrale e un po’ di attività fisica gli avrebbe giovato. Erano le otto e il sole era già alto nel cielo, anche se alcune velature lo coprivano impedendogli di mostrarsi in tutto il suo splendore. Vedeva da lontano la punta di diamante, il palazzo più alto della città, sede più importante delle varie attività finanziarie ed economiche del paese. Poco distante da esso, la rozza centrale di polizia, casa dolce casa.
    Jack premette un comando nel citofono e si mostrò alla telecamere alzando il distintivo, dopo un breve suono metallico la porta si aprì, non aveva alcun bisogno di presentarsi. Salì velocemente le scale, evitava sempre l’ascensore pur non sapendo se lo odiava o lo temeva, arrivando al dodicesimo piano un po’ trafelato. Salutò di malavoglia i colleghi, come sempre incollati al computer, Jones non era ancora arrivato.
    “Il suo caffè signore” disse Mary, una graziosa impiegata, porgendogli una tazza fumante.
    “Grazie” bofonchiò il boss allontanandosi nella stanza della videosorveglianza. Li avrebbe trovato Luis, un dannato nullafacente che si divertiva tutto il giorno a gingillarsi con la sua adorata e famosa pallina di gomma.
    Jack entrò senza bussare spaventando a morte l’addetto alla sicurezza. Luis era seduto su una sedia a dondolo, si tolse il cappello. Perché portava il cappello? Glielo aveva detto mille volte di toglierselo mentre era a lavoro. 
    “Lasciamo perdere” disse tra se e se il boss.
    “Ciao!” Salutò il tecnico.
    “Sono il tuo superiore! Non tuo fratello” lo rimproverò il capo dipartimento.
    “Scusa” rispose Luis.
    Evidentemente il consueto uso del “lei” gli era sconosciuto.
    “Voglio immediatamente le registrazioni del parcheggio di ieri sera.
    sei e zero sette minuti. Sono stato chiaro?” Domandò Jack.
    “Chiarissimo signore!” Disse Luis, limitandosi però a fissare il suo capo.
    Passarono sette secondi.
    “Che diavolo guardi idiota, mettiti subito al lavoro o ti licenzio!” Urlò il boss che ormai da troppo tempo lo sopportava.
    “Che occhiaie che avete signore” analizzò il ragazzo lanciando verso l’alto la sua adorata famosa pallina, “dormite male boss?” Chiese.
    Sì aveva ragione, ma quello adesso non centrava e poi da quando i suoi dipendenti facevano domande?
    “Sto benissimo! Sarai tu che non starai bene tra poco se non farai quello che ti ho detto!” Tuonò jack.
    “D’accordo.”
    L’addetto alla sicurezza cominciò a battere con la tastiera e cercò rumorosamente tra i suo archivi il dvd delle registrazioni del giorno precedente.
    “Non c’è” affermò infine Luis.
    “Come scusa?” Chiese il capo.
    “Non c’è” ripeté, “deve essere stato rimosso.”
    Che buffa coincidenza, l’unica prova che poteva dimostrare le sue tesi era stranamente scomparsa, il mistero si infittiva.
    “Sei sicuro?” Insistette Jack.
    “Sicurissimo” concluse il suo collega.
    Il boss allora si allontanò dai monitor, girò la maniglia della porta ed uscì scontento. Una voce familiare però all’interno della sala che aveva appena lasciato lo richiamò.
    Jack aprì la porta e con un gesto fulmineo afferrò una pallina di gomma lanciata in direzione della sua fronte. 
    “Volevo solo chiamarti e…” balbettò spaventato Luis, nascondendosi dietro alla sedia.
    “Dimmi che hai il video o sei licenziato” disse semplicemente il boss.
    L’addetto alla sicurezza, si rimise allora seduto, schioccò le dita e si rimise a lavoro.
    “Si! Il disco era dentro il computer!” Esclamò entusiasta il ragazzo.
    “Idiota” commentò Jack.
    “Esatto signore.”
    Impiegarono qualche minuto per rintracciare il file giusto, vi erano centinaia di registrazioni, d’altra parte, il palazzo era cosparso di telecamere, sotto precise istruzioni del boss in persona.
    Seminterrato, ore sei. Ci siamo.
    Due uomini stavano parlando davanti all’entrata del parcheggio: Jack e il collega Jones. Fino a qui tutto bene. Poi i due si separarono.
    “Segui solo me adesso” ordinò il capo, Luis obbedì e con uno strano joystick cambiò l’inquadratura.
    Nessuno stava seguendo Jack, l’ambiente era deserto, poi l’immagine mostrò il protagonista del filmato che puntava la pistola nel vuoto.
    “Nervosetti eh?” Commentò Luis, ”a chi cercava di sparare?” Domandò il ragazzo masticando rumorosamente una gomma.
    Jack questa volta non rispose, era concentrato sul video.
    Mancava poco, il momento cruciale. Qualcuno avrebbe dovuto mostrarsi. Niente, nessuno, ma quello che vide Jack poco dopo lo allarmò terribilmente.
    “Mi piace molto la sua macchina signore” disse Luis.
    “Chiusa? Perché la macchina è chiusa?!” Tuonò il boss.
    “Perché così non gliela rubano” rispose in modo logico il ragazzo.
    “Taci idiota!”
    Jack non sapeva come spiegare quello che aveva appena visto, la sua macchina era aperta, ne era certo, ma il video diceva il contrario, stava veramente diventando pazzo? Voleva fare un’ulteriore analisi.
    “Mostrami solo la mia macchina. Da quando sono arrivato, fino a quando sono andato via” richiese Jack.
    I fotogrammi però, ovviamente velocizzati, non mostrarono nulla. Nessuno aveva toccato la sua macchina.
    “Grazie” concluse il capo allontanandosi, questa volta definitivamente, dalla stanza dei monitor dirigendosi verso il suo ufficio.
    All’entrata del “bunker” Jones lo stava aspettando.
    “Come si sente oggi signore?” Chiese l’amico. 
    “Confuso, molto confuso” rispose.
     
     
    Jack sta veramente impazzendo? La figura che lo perseguita è veramente frutto della sua immaginazione? O c'è di più?
    Per scoprirlo: https://www.wattpad.com/user/OmarCostenaro
     
     

    Jack Manes

    By Omar Costenaro, in Gialli e Thriller,

    Sono Omar Costenaro e voglio condividere con voi i primi due capitoli del mio romanzo JACK MANES.
    Il romanzo racconta l'intrigante avventura di Jack, capo del distretto di polizia di Alldale, il quale dovrà improvvisamente difendersi da una terribile accusa e sfuggire alla legge che per tanti anni ha difeso....
    Vi lascio il primo capitolo
     
     
     
    CAPITOLO 1
    Jack
    Jack si alzò in piedi frustrato, osservava con amarezza le innumerevoli scartoffie che regnavano sulla sua scrivania: rapina a mano armata, furto con scasso, rapimenti vari... basta! Ci voleva una svolta. Erano mesi, forse era passato più di un anno dall’ultimo caso degno di nota. Come avrete ben capito Jack era un poliziotto, un pezzo grosso a dire il vero, capo del distretto di Alldale, un immenso ammasso di cemento e grattacieli abitato da milioni e milioni di individui. La classica metropoli, la terra migliore dove potevano trovare rifugio miriadi di criminali.
    Droga, furti, prostituzione, la malavita circondava ogni cosa.
    Jack accarezzò la propria barba incolta e si guardò intorno, il suo ufficio era un vero e proprio bunker: una scrivania come detto, un armadio, nessuna finestra. Uno spesso strato d’acciaio lo separava dalla realtà quando lavorava e soprattutto dal suo insopportabile team, una mandria di idioti incapaci di stare dietro alla sua logica, matematica e rigida mente. Il boss, così si faceva chiamare dai compagni, si mosse lentamente fischiettando uno strano motivetto e si avvicinò alla porta d’entrata che lo avrebbe riportato alla realtà.
    Il quartier generale era organizzato in modo molto semplice, una grande stanza quadrata, costituita da una decina di scrivanie sulle quali sedeva la sua squadra. Tutti erano intenti a battere sulla tastiera generando un irritante suono.
    Seduto in prima fila, Jones fumava assiduamente una sigaretta, per la precisione, una sigaretta elettrica, il suddetto individuo era l’unico che collaborava a stretto contatto con il boss, l’unico che aveva l’onore di farlo, l’unico che poteva rivolgergli la parola senza paura, il suo braccio destro da un certo punto di vista. Il rapporto che Jack aveva con Jones, poteva perfino essere paragonato all’amicizia.
    Il capo guardò l’orologio, le sei, era ora di tornare alla baracca.
    “Jones, come va?” Chiese il boss.
    “Bene signore. Sono le sei” disse il collega.
    “Perspicace come sempre. Potete andare!” Esclamò Jack, rivolgendosi a tutti.
    In non meno di cinque secondi, deserto totale.
    C’erano ancora due persone.
    “La vedo frustrato, più del solito. E’ successo qualcosa? Un nuovo caso?” Domandò curiosamente l’uomo riponendo la sigaretta nel taschino mentre si incamminarono verso le scale che portavano al parcheggio. 
    “No, nessun nuovo caso. Come ben sai, c’è calma piatta in questo periodo. Ma hai ragione, c’è un problema” spiegò Jack.
    Ad un tratto, dopo un bip, le luci si spensero, tra l’oscurità solamente qualche spia intermittente d’emergenza illuminava i volti dei due poliziotti.
    “Nessun pericolo, dopo l’orario di chiusura, il sistema elettrico primario si disattiva automaticamente” disse balbettando il boss.
    “Lo so signore, è così da sempre” analizzò Jones.
    “Lo dicevo più a me stesso che a te. In questi ultimi tempi sono preoccupato, quasi paranoico.”
    “Perché?” Chiese in modo diretto il collega, sapeva che Jack non amava le domande dirette, ma lo vedeva veramente turbato…
    “Credo che qualcuno mi stia pedinando” sibilò il boss.
    “Dovrebbe ingaggiare immediatamente delle guardie del corpo, è molto temuto dai fuorilegge e con lei all’altro mondo, il tasso di criminalità come minimo raddoppierebbe” analizzò il collega.
    “Se avesse voluto uccidermi lo avrebbe già fatto, vuole burlarsi di me, entra ed esce da casa mia, mi osserva… solo che io non riesco ad intercettarlo. O forse sto solo diventando pazzo, o qualcuno vuole farmelo credere!” Sbraitò.
    Ecco, il parcheggio.
    “Forse, dovrebbe prendersi una pausa…” commentò Jones.
    “No. Io non prendo mai pause, andrò da un esperto.”
    “D’accordo signore, ma stia attento. Ci vediamo domani.”
    “A domani.”

    Solo, finalmente solo. Stranamente i presunti tallonamenti, avvenivano sempre quando Jack era isolato.
    La macchina del collega era dall’altra parte del parcheggio, ma per quanto riguardava il boss, doveva camminare ancora per qualche decina di metri prima di ricongiungersi con la sua amata decapottabile.
    Ed ecco un rumore di passi, impercettibile alle orecchie di un comune essere umano, ma Jack non si definiva umano. Allarmato si voltò di scatto afferrando la sua pistola, nessuno. Come sempre. Allucinazioni? Quella possibilità diventava sempre più plausibile.
    Ricominciò a camminare circospetto, nascondendo l’arma sotto la giacca, continuava a sentire quel suono, le macchine parcheggiate lo osservavano e gli incutevano timore, perché sembravano tutte uguali?
    Lasciò da parte i problemi e i suoni che lo perseguitavano, ancora pochi passi, poi sarebbe stato al sicuro. Riga quattro b. Era ora, ma prima che potesse posare lo sguardo sulla sua vettura, vide a terra due topi grigiastri che si rincorrevano.
    “I passettini di prima, non sono pazzo” pensò.
    Alzò gli occhi verde smeraldo che annasparono dallo sgomento: la porta della sua vettura era aperta.
    Era come se improvvisamente fosse stato rinchiuso in un vortice di terrore, lui, che la paura la incuteva ad ogni persona che incontrava, si ritrovava nella posizione opposta.
    Salì in macchina ed inserì la marcia e accelerò fischiare i pneumatici e lasciandosi alle spalle il parcheggio sotterraneo del palazzo in cui lavorava. Si lanciò nella notte e guardando lo specchietto retrovisore, gli parve di vedere un uomo nel buio.

    Orizzonti perduti

    By emanueleShellman, in Poesia,

    Tristi sono i pensieri del mio cuore
    tristi sono gli orizzonti
    chei occhi miei scrutano
    in te amata mia
    non trovo più conforto
    in te angelo mio
    non vedo più futuro
    Da sempre sei stata
    rocciosa spiaggia di ciotoli bianchi
    Da sempre esule in terra natia
    il mio cuore ha cercato in te calore
    Da sempre come errante vagabondo
    Il mio desiderio si è spento nella tua freddezza
    Ma in te qualcosa imperava
    soverchiando le negatività
    Tristi sono i pensieri del mio cuore
    Mentre i mie occhi guardano altrove.
    La vita è una cosa strana, davvero.
    La mia, per molto tempo, è stata come tante: sposa, mamma, maestra elementare. Tutto normale, tranquillo, forse un po’ noioso.
    Ma una mattina di luglio, avevo quarantasette anni, è tutto cambiato.
    Mi ricordo, ero in bagno, mi guardavo allo specchio, mi sentivo strana, la mia bocca era un po’ storta… Dovevamo partire per il mare. Mio marito mi ha chiesto se la valigia era pronta, io l'ho guardato e non gli ho detto niente. Non riuscivo a parlare.
    Lui mi ha invitato a scrivere cosa mi capitava su un biglietto, ma dalla penna sono usciti solo scarabocchi. Allarme, pronto soccorso, TAC, angiografia, diagnosi. Un ictus mi aveva rubato le parole.
    Non so spiegarvi cosa mi passava nella testa, non riesco a ricordare se miei pensieri fossero parole o immagini. Mi hanno ricoverata e non capivo perché; vedevo mamma, figli, fratelli, con la faccia stravolta intorno al mio letto.
    Mio marito passava le notti seduto su una sedia, vicino a me, spiando il mio respiro. Io invece dormivo pacifica: ero certa che sarei tornata a parlare.
    Mi ricordo lo sguardo sbalordito di un’infermiera quando, una mattina, le ho sorriso e le ho detto buongiorno.
    E piano piano riaffioravano parole, a volte storpiate, mozze, a volte inventate.
    Ho visto la mia TAC: un bel buco nero nel mio cervello. E i medici dicevano che ero stata fortunata. Mi veniva un po’ da ridere, ma forse avevano ragione.
    Sai, un mese all’ospedale ti insegna molte cose. Vedi da vicino il dolore degli altri: il pianto di una donna che vede morire il suo uomo, la rabbia di un ragazzo che non riesce più a camminare, la solitudine di una vecchietta che è felice se solo le accarezzi la mano e le chiedi come sta.
     
     
     
     
     
     
     
     
    Sono ritornata a casa decisa a riprendermi la vita. E ce l’ho fatta, grazie alle persone che amo e che mi amano, ma anche alla mia caparbia voglia di non arrendermi, e a un po’ di umorismo (i miei neologismi erano proprio divertenti!).
    Ho trovato un nuovo modo di parlare con gli altri e di ascoltarli, proprio perché ho scoperto il valore delle parole. È strano, ma il vero dialogo con mio marito è iniziato solo quando io ho perso la voce, e lui ha temuto di perdere me.
    Un anno dopo mi sono iscritta all’università. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua, in mezzo a quei ragazzi, ma ho scoperto di non essere l’unica studentessa “attempata”:  ho trovato delle nuove amiche che, come me, stavano realizzando un vecchio sogno. Bellissimo!
    Volevo sapere come funziona il cervello. E se il mio funzionava.
    Prima degli esami orali ero in preda al panico (quando sono emozionata il mio linguaggio è ancora un po’aggrovigliato), però mi buttavo lo stesso.
    Beh, non ci crederete: sono diventata psicologa!
    Ma non mi bastava: volevo diventare psicoterapeuta infantile, e dopo essere stata rifiutata da diverse scuole di specialità (Sa, signora, alla sua età il percorso sarebbe troppo impegnativo) finalmente ho trovato chi è disposto a puntare su di me.
    E ce l’ho fatta, sono diventata psicoterapeuta. E nei momenti liberi scrivo.
    Noi donne troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni per permettere a marito e figli di realizzare i loro. Così succede che loro crescono, imparano, scoprono il mondo e noi restiamo indietro, a guardare e aspettare… Aspettare cosa? Di andare in pensione e chiederci dov’è andata la nostra vita?
    È così bello, invece, continuare a crescere anche “da grandi”.
    Adesso la mia vita è vera vita; sono ancora moglie, madre, e anche nonna, ma lo sono in modo diverso, perché sono anche altro. Una donna intera, che ogni tanto inciampa nelle parole. Ma fa niente.
     
     
    Publicity man
     
     
    Su forza
    Finisci di mangiare
    Abbiamo ancora un altro isolato da fare
    Lo so Tom, do un ultimo morso al sandwich
    Oggi fa un freddo boia
    E non vedo il sole da giorni
    Questo schifo di cibo non lo digerisco proprio
    Sai Sal che ti lamenti troppo
    SI Tom lo so
     
    Ho finito. Andiamo
    Dammi una mano
    Questo coso pesa un accidenti
    Dai una mano anche a me
    Ok. Siamo pronti
    Fuori dal loro vicolo strade brulicanti di gente e macchine chiassose
    Questa e’ New York per noi
     
    Noi siamo quelli della pubblicità per  strada
    Un mestiere come tanti
    Sai Sal una cosa
    A volte mi ritengo fortunato
    Qui cammino e vedo gente
    Una umanità in movimento
    Sarò un pazzo
     
    Anche le volte che la gente mi evita per non urtare il mio cartello
    Anche quando il cane mi scambia per un albero dove urinare
    Ma anche dove i bambini sorridono a un cosi  goffo cartello che cammina
    E gli agenti a cavallo mi fanno un cenno di saluto con dito sulla fronte
    Sorrido anche quando donne ben vestite econo da negozi di lusso e ridono
    a quella immagine di donna  che rappresento sul mio cartello
    Davanti giunonica oggi e dietro miracolata dalla crema del  domani
     
    Sai Tom
    Ti invidio
    Io questo mestiere lo odio
    Ricordi ,portavo le corrispondenze a tutti
    Con il mio carrello ero un fulmine
    Distribuivo ogni genere di lettera per ben quindici piani
    Erano lettere che mutavano i volti della gente
    Volti che sorridevano o che a volte si incupivano
    Ma che diavolo, era vita vera
     
    Si ricordo Sal
    E li che ci siamo conosciuti
    Stavi corteggiando Emily
    Sembravi un baccalà
    Ma la facevi ridere
    Ho domandato a te come arrivare nell’ufficio del sig. Sullivan
    Quell’Irlandese testardo
    Ma l’unico che ha avuto il coraggio. quando con i nostri scatoloni abbandonavamo
    l’ Empty Palace, a stringerci la mano poderosamente
     
    Si Tom ricordo perfettamente quel giorno
    Anche perché io ero anche un baccalà , ma tu indossavi un vestito da grandi magazzini
    E non passava inosservato uno che non era di New York
    Avevi la tua valigetta stretta a te come fosse tutto quello che possedessi
     
    Ahahaha vero Sal
     
    Hei Tom
    Guarda in quella vetrina
    Quello si è un gran vestito
    Di classe
    Con quello faresti innamorare mille ragazze
     
    Già
    Ragazze
     
    Scusa Tom, non volevo farti ricordare
    Ti manca?
     
    Si molto
    E’ sempre con me
    Acqua passata
    Ora prendiamo la Sesta Avenue
    Sono distrutto
     
    Ok Tom
     
    Grazie Sal, sei un amico
    Anche tu
    .
    Eravamo in quattro, il numero secondo me perfetto per una bella partita al nostro gioco di guerra preferito. Quattro giocatori vuol dire trentacinque carrarmatini a testa, io i gialli, da distribuire in dieci o undici territori a seconda della tua fortuna, o, se vogliamo essere fantasiosi, a seconda della tua discendenza familiare. Io, comunque, dieci. Il mio obbiettivo? Abbattere i neri, che però non erano in partita (non per una questione di razzismo, giuro); dovevo, quindi, conquistare ventiquattro territori. Notai con mio sommo dispiacere che nessuno dei miei possedimenti era abbastanza vicino all’Oceania per poter cercare di insediarmici nei primi due giri di gioco e guadagnarmi due unità in più ogni turno. Ero però in una buona posizione in America del sud, che ha il vantaggio di essere collegata all’esterno solo per due vie: verso l’America centrale a nord e verso l’Africa a est. Tirammo quindi i dadi per vedere chi avrebbe iniziato a posizionare i suoi tank, per poi, finalmente, giocare. Il giocatore alla mia sinistra, che chiameremo Rosso non per il colore dei suoi capelli, ma delle sue armate, ottenne un misero (o notevole, dipende dai punti di vista) tre; a Blu andò male, con un gramo (e questa volta senza bisogno di essere pessimisti) uno; Viola, dal canto suo, fece uscire il primo sei della serata; io, Giallo, non ebbi il privilegio spareggiarmela con lui, per colpa del mio relativamente povero quattro. Cominciò, quindi, il giocatore alla mia destra, Viola, che mise un carrarmato in un territorio europeo, la Gran Bretagna, mi pare, per poi passare la parola a me, che iniziai a piazzare unità in America. Il giro proseguì in senso orario senza intoppi né eventi di particolare rilevanza, ma mi trovai a fare una considerazione nel momento in cui notai che Blu stava compattando gli otto carrarmatini di cui aveva riempito la Cina, orientandoli tutti e otto (otterellando?) verso l’India. Forse questa formazione a testuggine lo rassicurava, forse era un prodotto della noia di aspettare il proprio turno, o forse un modo per mostrarsi intimidatorio e pronto ad aggredire. Sicuramente era una cosa che Blu aveva fatto senza starci a pensare; sicuramente, mentre compiva l’inutile azione di affiancare meticolosamente i piccoli oggetti di plastica, Blu aveva altro in testa, chissà cosa. Eppure lo stava facendo, stava spostando al millimetro un carrarmato giocattolo in modo che si tenesse mano manina con il suo compagno di avventure belliche, e fosse pronto a conquistare la povera India, che di contro era protetta solo da un piccolo e finto Arjun, per giunta buttato su un lato. Ciò che mi venne in mente, comunque, era che se qualcuno a un certo punto avesse dato un calcio al tavolo terremotando il tabellone, e sappiamo tutti che sarebbe successo, succede sempre, Blu avrebbe avuto una ragione in più per sbraitare contro chi gli aveva maldestramente rovinato l’opera. Mi fece sorridere e gettare una minuscola quantità di aria dal naso, producendo un impercettibile rumore, che però nel silenzio della nostra concentrazione rimbombò come il suono della finestra che continua a sbattere per la corrente quando ti scordi di chiuderla del tutto, ma sei troppo pigro per farlo: insopportabile. Tanto che Blu si girò verso di me, mi guardò per più di un secondo pieno con gli occhi di chi è infastidito e vuole mostrarlo, e poi tornò alla sua plasticosa legione di carrarmati. Ma andiamo avanti. Una volta finito il processo di distribuzione delle terre la situazione era questa: i quattro territori dell’Oceania erano contesi da tutti i giocatori tranne il sottoscritto; l’ Asia sembrava, come suo solito, un quadro di Pollock per quanti carrarmati c’erano sopra; l’Europa era snobbata un po’ da tutti, poverina; l’Africa era anche lei un luogo in cui si prevedevano battaglie all’ultimo dado; le Americhe erano state lasciate, secondo un tacito accordo, a me e Rosso, in modo che ci potessimo scannare amabilmente. La mia strategia era questa: proporre a tutti il gioco della carta e sperare che funzionasse almeno con uno; aspettare in un tris per poter piazzare una valanga di carrarmatini in un turno; sbancare e vincere con facilità, diventando il dominatore del mondo.
    Andiamo a conquistare quei ventiquattro territori, mi dissi, e cominciammo a giocare.
    Ebbene sì, miei cari amici, c'è un continuo.
    Allora, come vi è sembrata questa storia?
    Volevo approfittare di questo piccolo spazio per ringraziare tutti coloro che sono arrivati fino a qui, perché erano curiosi di sapere come andava a finire, perché la mia storia è piaciuta e hanno perseverato a leggerla o... O per qualsiasi altro motivo di cui io non ne conosco la ragione.
    Ringrazio anche lo staff di WD, per avermi dato l'occasione di scrivere questo mio libro e renderlo pubblico.
    Beh, spero quindi di rivedervi tutti nel prossimo libro con una nuova emozionante avventura, colpi di scena e finalmente la rivelazione di un misterioso segreto.
    A presto e buon divertimento!
    Mentre la nuova serva le acconciava i capelli color mogano l'informava sulle usanze di Corte, del Circolo e del linguaggio usato per comunicare tra i nobili con sorprendente abilità e franchezza.
    La Maga l'ascoltava incuriosita e anche allarmata.
    «Cavolo, pensare che a tavola dovrò eseguire l'etichetta di palazzo mi vien da star male!»
    «In più se non starò attenta sarò criticata e disprezzata dai nobili della Corte. Oh povera me, preferirei tornare a lottare contro gli unseelie di Laketown piuttosto che essere aggraziata come una farfalla!» aggiunse, alzando gli occhi al soffitto affrescato con cherubini e soffici nuvole.
    «Ahi!»
    «Perdonate milady.»
    «Si può sapere che stai cercando?»
    Con una smorfia di dolore Ashley vide la serva torciare freneticamente una ciocca di capelli, mentre con lo sguardo metteva a soqquadro il tavolo da toeletta.
    «Le forcine per i capelli.»
    Una scatola d'avorio si rovesciò, spargendo forcine incrostate di pietre preziose che la ragazza afferrò e cominciò ad infilare nei capelli della Maga.
    «Ahi!» ripeté Ashley.
    «Ancora le mie scuse Lady Ashley.» si affannò la serva.
    Da qualche parte, nel labirinto di corridoi, salì una vibrazione metallica: il suono di un gong.
    «Questo è il gong della cena! Tra poco un domestico sarà qui per scortare milady in sala!» si allarmò la ragazza, diventando nervosa.
    «Calmati! Andrà tutto bene.» cercò di tranquillizzarla la Maga, osservandola attraverso lo specchio.
    «Oh per tutte le spazzole di Meris! I vostri capelli sono ancora in disordine milady!»
    «Sciocchezze! Fai quello che puoi!»
    «Ci vorrà del tempo Vostra Signoria.»
    «C'è ancora un po' di tempo, muoviti.»
    Tra un respiro affannoso e l'altro la giovane ragazza alla fine riuscì ad acconciarle i capelli prima che una voce imperiosa annunciasse che la cera era pronta.
     
     
     
    Le pareti arricchite di stucchi della grande Sala da Pranzo Reale, qua e là celate da arazzi, si alzavano tra le cornici scolpite sino al soffitto a cupola, coperto da affreschi.
    Sei caminetti, tre per lato, ora spenti, in inverno avrebbero potuto emanare abbastanza calore da inondarne l'immenso locale.
    Su un'alta balconata, un trombettiere stava ritto come una stalagmite colata dalle decorazioni e dai candelieri del soffitto: era uno dei musicisti reali, in livrea scarlatta e con la collana cerimoniale di rose e melograni d'argento.
    Lungo le pareti, edifici di scaffalature in legno lucidato - illuminate da candelieri su supporti a specchio - sorreggevano l'artistica argenteria: vassoi tentatori colmi di frutti e paste, formaggiere coperte a forma di casolari o latterie, piatti da pesce in argento con maniglie d'avorio e ardenti bracieri d'ottone tenuti pronti per riscaldare i cibi.
    Maggiordomi e sotto-maggiordomi in livrea aspettavano sull'attenti di fronte a ogni scaffale.
    Larghi tavoli erano allineati in un unica fila per tutta la lunghezza della sala, apparecchiati con candide tovaglie di damasco ricamate a losanghe.
    La tavola alta, posta ad angolo retto rispetto alle altre, campeggiava su una piattaforma a un'estremità della fila e sulla nivea superficie apparecchiata era disposto il quartetto delle stagioni, personificate da sculture in argento dorato che danzavano in circolo, del tutto identiche a quelle che c'erano in giardino.
    La luce che penetrava dalle ampie finestre metteva in morbido risalto la loro gloria congelata.
    Miriadi di candele infisse su dozzine di candelabri a molte braccia si riflettevano in calici di cristallo, cestini da pane in filigrana d'argento, coppe d'oro sollevate su piedistalli e colme di dolciumi e condimenti, gruppi di speziere d'argento nelle fogge più varie, anfore cristalline per gli aceti d'erbe e gli oli, zuppiere di porcellana dipinte con stelle marine azzurre, supporti ovali contenenti lampade accese per riscaldare i piatti e piccoli supporti a specchio, sui quali erano messi vasi di fiori confezionati assai realisticamente in seta.
    Una quieta musica scendeva da una balconata dove un terzetto di menestrelli si permetteva di stonare, ignorato dall'impassibile musicista reale.
    Una corrente di nobili cortigiani affluì dalle porte all'estremità inferiore della sala: a un primo sguardo si sarebbe potuto dubitare che fossero esseri umani, tanto fantastico era il loro abbigliamento.
    Non una di quelle dame sembrava indossare meno di tre indumenti l'uno sull'altro: un corto soprabito, una tunica a mezze maniche con l'orlo al ginocchio e, sotto di essa, una lunga veste a maniche intere.
    I tre accessori erano di colore diverso e con le tre serie di maniche di forme assai contrastanti.
    C'era chi le aveva così larghe da doverne legare le spesse pieghe intorno ai polsi e chi ne portava di strette come calzamaglie ma con sbuffi e rotoli ai gomiti e alle spalle; chi le aveva a forma di campana e chi traforate, con l'aggiunta di nastri e cordicelle che uscivano dalle fessure.
    Alcune di quelle maniche erano così ridicolmente lunghe che i polsini venivano trascinati al suolo come strascichi; i ricami coprivano ogni lembo di tessuto. 
    Dalle cinture e dalle castellane, allacciate alla vita delle dame con fibbie d'argento dorato, pendevano chiavi, borsette e piccoli pugnali riposti in federe di pelle, il tutto intonato alle spille, alle collane e ai bracciali di quei pavoni umani.
    Le loro acconciature erano complicate esagerazioni: cornute, piramidali, con frontespizi a balconate sovrapposte o a forma di scatole intarsiate col coperchio chiuso.
    Invece i lord si ornavano la testa con rigidi cappelli a tesa larga, generosi di copricapi flosci di velluto e broccato o aderenti cuffie di seta spessa; cordoni dorati di straordinaria lunghezza si arrotolavano intorno alle teste e alle spalle dei loro proprietari come viticci strangolatori.
    C'erano cappelli con paraorecchie mobili e danzanti, cappelli con diademi, cappelli con corone bulbose, cappelli con lunghi e voluttuosi piumaggi, cappelli con pendule tese colorate.
    Colletti di pizzo a ruota e ampie gorgiere ricadevano in una profusione di pieghe ornamentali sulle spalle dei lord, mentre le code ampie e ricamatissime delle loro giacche facevano strascico al suolo, dietro le loro scarpette ingemmate.
    Con quelle altere facce dipinte che galleggiavano sopra un mare di sgargianti damaschi, velluti, keyrse, sete pressate, sete selvagge, pizzi, crinoline, broccati, percalle, taffettà, tisshew e baudekyn, la magnifica folla sciamò intorno ai tavoli e alle sedie di quercia intagliata.
    Tutti restarono in piedi ai posti assegnati, ciascuno coi paggi, le ancelle o altri attendenti di guardia alle proprie spalle.
    Alcuni cortigiani tenevano in braccio animaletti da compagnia: linci nane ottenute per mezzo d'incroci selezionati, ocelot e altri piccoli felini o canidi, addestrati a sedere con docilità accanto al piatto e condividere educatamente il cibo.  
    «Chissà cosa avrebbero detto se avessi invitato James sotto forma di pantera?» si domandò divertita l'ospite, immaginandosi lo scandalo o l'invidia di quelle persone dipingere quelle facce ceree.   
    «Milady abbia la compiacenza di attendere fuori della porta finché l'intera assemblea sarà seduta.» si era raccomandato l'inserviente che l'aveva scortata.
    «Il Siniscalco della Sala da Pranzo Reale annuncerà il nome di milady al suo ingresso, affinché milady sia presentata a tutti.»
    Una tromba squillò.
    Ashley rimase in attesa.
    Fra un suono di tromba e l'altro, la voce del Siniscalco annunciò l'arrivo della famiglia reale, l'Attroid e altri vari aristocratici di rango superiore, ai quali spettava la precedenza.
    Quando costoro ebbero preso posto, tutti gli altri commensali sedettero a loro volta, con un rumore di sedie smosse e un brusio di conversazioni.
    «Lady Ashley Blueblossom Rose dell'Isola di Airha.»
    Ashley entrò nella sala da pranzo.
    Come una lente che concentrasse i raggi di luce, l'arrivo della dama sconosciuta suscitò un'intensa e immediata attenzione.
    Consapevole degli sguardi furtivi, di quelli aperti e dei commenti mormorati su di lei, la Maga sentì il sangue affluirle al viso e il salone le parve, all'improvviso, surriscaldato e soffocante.
    «Da questa parte, milady.»
    Un ossequioso vice Siniscalco la guidò a un posto libero al tavolo dove si era accomodata sua zia, e aiutò lei e le sue rigonfie sottane a sistemarsi sulla sedia.
    Dopo aver rivolto un cortese cenno del capo a quelli seduti accanto e di fronte a lei, la nuova arrivata cominciò a guardarsi intorno con circospezione mentre il vice Siniscalco la presentò ai giovanotti alla sua destra e sinistra senza che lei udisse i loro nomi, soprafatta com'era dall'opulenza dei tavoli.
    Una serie di note di tromba diede il segnale ai vice camerieri di avvicinarsi ai commensali e versare sulle loro mani dell'acqua profumata che lavasse via le impurità dalla loro pelle; furono offerte delle salviette per asciugarsi le dita e il tutto poi fu portato via.
    Dopo il lavaggio delle mani, una formidabile processione di camerieri portò in sala massicci vassoi coperti, che furono deposti nei pochi spazi disponibili: era il momento degli Esami e degli Assaggi dove gli assaggiatori sfilavano tra i tavoli mordicchiando le varie pietanze con grazia pensosa, esibendo una studiata indifferenza mentre gli esaminatori toccavano il cibo con lingue di serpente, cristalli, agate, serpentine e crani di rospo: tutti attrezzi che avrebbero cambiato colore o sanguinato a contatto con un veleno. 
    I maggiordomi mescevano serenamente il vino - rosato, ambrato, bianco - in calici di cristallo che ne valorizzavano il colore e la tonalità.
    Il rito degli Esami e degli Assaggi sembrava richiedere un certo tempo e concedersi alle chiacchiere spicciole era un intrattenimento che poteva diventare divertente per alcuni e umiliante per altri.
    Quando finalmente squillò un'altra volta la tromba il capotavola più anziano si tirò in piedi ed alzò il boccale.
    «Che i calici siano colmi per il brindisi reale!» muggì.
    I cortigiani si alzarono e si guardarono intorno, sollevando boccali e corni per bevande.
    «Alla salute del Re-Imperatore, della Regina-Imperatrice e del Principe. Possano le Loro Maestà vivere per sempre!»
    Con una sola voce i commensali fecero eco all'augurio del capotavola poi il cristallo tintinnò contro il cristallo e tutti bevvero un sorso, si guardarono di nuovo intorno e tornarono ad accomodarsi.
    «Che la cena sia servita!» esclamò il Siniscalco della sala reale.
    «La zuppa! Crema di aragosta, tartaruga marina e crescione d'acqua!»
    «Che vi sia di gran giovamento.» si auguravano i cortigiani a vicenda, portandosi alle labbra cucchiaiate di zuppa senza produrre rumori sconvenienti, con l'eccezione di quelli a capotavola, il cui rango non li obbligava all'osservanza delle buone maniere.
    Per tutta la durata del pranzo, tra i chiacchiericci, intrattenimenti, commenti e le bizzarre - e portentose - portate, Ashley ebbe modo di scoprire quanto fosse noioso e complicato banchettare a Corte, malgrado la compagnia della Marchesa Elinor alleviasse quell'atmosfera pesante; quando il Marchese che stava a capotavola si congedò, determinando così la fine del pranzo, la Maga uscì in terrazzo a prendere una boccata d'aria fresca.
    Le foglie degli alberi da frutto disseminati vicino al terrazzo frusciavano allegramente al venticello primaverile, spargendo ovunque i profumi e il polline dei loro fiori, e offrendo ombra e protezione dai raggi solari ai Nobili Fatati che banchettavano in giardino accompagnati da musica, aggraziati balli e amabili conversazioni in una lingua sconosciuta e musicale; accanto ad essi timidi seelie - con sembianze umane - cercavano di prendere parte ai Loro divertimenti, mascherando le imperfezioni sotto i lunghi e fluenti capelli o i vestiti di foglie, fiori, penne di uccelli o ali di farfalle.
    Ad Ashley parve di vedere delle margherite crescere in un campo di amabili e rare rose.
    Scorrendo il suo sguardo la ragazza non vide unseelie - probabilmente tenuti lontani da un incantesimo del Supremo Re Fatato - e lontano dalle attività festive una giovane coppia singolare attrasse la sua attenzione: un Fatato in compagnia di una giovane ragazza dai lunghi capelli dorati, riuniti in due lunghe trecce che scintillavano come fiori di ginestre tenute ferme da sottili collane di smeraldi per tutta la lunghezza.
    Stavano in disparte da tutti, guardandosi amorevolmente negli occhi mentre conversavano pacamente.
    Il Fatato indossava una tunica verde scuro e un giustacuore di velluto rosso ricamato con i suoi stemmi fatati: l'aquila dalla corona di stelle, inghirlandata da biancospini.
    Un bellissimo mantello ricamato con fili dorati gli copriva le spalle, tenuto fermo sul petto da una fascia ingioiellata e fibbie a forma di losanga; le sue pesanti pieghe erano arricchite da ricami floreali mentre i calzoni erano infilati negli stivaloni col risvolto, alti fino a metà coscia, e i capelli erano tenuti a posto da una fascia dorata intorno alla fronte. 
    La Maga sospettò che si trattasse del Supremo Re, ma per il momento non ne era sicura.
    La sua compagnia portava un abito frusciante di seta color calce, ricamato con penta fogli d'oro; le maniche strettamente abbottonate giungevano a coprirle il dorso delle mani e intorno alla gola aveva una collana d'oro rosso incastonata di smeraldi e di rubini.
    Intorno alla sua fronte, una coroncina di foglie autunnali e bacche fatte con topazi e corniole era tenuta assieme da uno spesso filo d'oro.
    Sulle braccia aveva una stola di ermellino bianco, e la sua cintura era fatta di piastre quadrate d'oro cosparse di pietre preziose, in uno stile che si accoppiava con la collana.
    «Non sono bellissimi?» domandò una voce alle sue spalle.
    Ashley girò la testa e incrociò lo sguardo sognante di sua zia, che le si affiancò posando le mani sulle balaustra; in quella di destra stringeva un ventaglio. 
    «Sono il Supremo Re Angavar e la sua sposa, la Nobile Ashalin.» li presentò, confermando il dubbio che aveva avuto poco fa.
    «Lei sembra tanto una di noi.» osservò.
    «E lo era. Al Palazzo di Magia non ti è per caso capitato di leggerlo nelle Cronache Antiche?» le ricordò la Marchesa, aprendo il ventaglio e facendosi aria.
    Un lampo di genio la colse e le si mozzò il respiro per la sorpresa: l'eroina che aveva invaso le sue fantasie da giovane ora si trovava a pochi passi da lei.
    «Allora era vero ciò che narravano!»
    «Mia cara ragazza, non c'è nulla che non sia vero le Cronache Antiche!» la rimproverò.
    «Scusate, è che sono sorpresa. Da piccola leggevo le sue storie e la invidiavo, ma ora che la vedo la invidio ancora di più. E' una ragazza fortunata.» confessò, lasciando che un sospiro malinconico le uscisse dai polmoni mentre la osservava nascondersi sotto le fronde di un melo.
    Quando tornò a fissare sua zia la vide girata dall'altra parte, intenta a guardare il nobile Comandante dei Black Arrow studiare attentamente la lama della sua spada accanto ad un cespuglio di orchidee.
    «Con il vostro permesso, avrei un paio di cose da sbrigare nobile zia.» si congedò voltandosi e rientrando a palazzo.
    Dopo aver svoltato un paio di corridoi - e aver intravisto dei nobili giocare clandestinamente in una stanza riservata - la giovane ospite del palazzo reale si ritrovò in una piccola sala ottagonale che profumava di lavanda e fiori d'acqua.
    Le pareti erano scavate a formare delle nicchie simili a scaffali che servivano a reggere libri, pergamene, statuette equestri e piccoli trofei di caccia intervallate da finestre ad arco acuto semicoperte da tende di broccato color albicocca con dei motivi stilizzati di rondini e passeracei, e da candelabri ramificati placcati in oro.
    In un angolo un caminetto spento sosteneva nel suo vasto interno - per mezzo di un paio di alari a forma di falchi - un gigante della foresta, e lo stesso motivo avicolo avevano il lungo guarda fuoco, le pinze e gli attizzatoi; la sua parete sfaccettata metteva in risalto uno scudo con due spade incrociate nel mezzo.
    Accanto a ogni finestra, e vicino al caminetto, c'erano una coppia di poltrone in velluto color pesca - affiancate a loro volta da due leggii a una gamba riccamente elaborata - e nel mezzo un tavolino basso che reggeva un vaso di fiori di lavanda.
    «Sembrerebbe una piccola libreria...» mormorò avvicinandosi allo scaffale più vicino e scorrendo gli occhi sulle copertine dei libri.
    Erano rilegate in cuoio, in velluto o semplicemente di carta rinforzata, ordinatamente impilati gli uni accanto gli altri mentre le pergamene - dall'aspetto antico e polveroso - erano tenute strette da un fiocco di seta o un intreccio di corde.
    Il tutto rendeva quella piccola stanza rilassante e confortevole.
    Attratta da quel piccolo mondo di leggende, curiosità, avventure, sapere, conoscenza e intrighi, la Maga si mise a frugare tra le copertine e i rotoli fino a trovare un vecchio racconto che le sembrava essere avvincente; con mano tremante lo sfilò dal suo posto e cominciò a sfogliarlo con acceso interesse.
    «Vi appassionate di lettura, milady?» domandò una voce proveniente da una poltrona.
    Colta di sprovvista chiuse con uno scatto il libro e alzò lo sguardo, in cerca del suo interlocutore.
    «Sono desolata di avervi disturbato, ma mi sono persa e mi sono ritrovata qui per caso.» balbettò, sondando la camera.
    Da una poltrona che le dava le spalle - vicino alla terza finestra di sinistra - si alzò un giovane uomo dai capelli scuri, lo sguardo serio, riflessivo e l'atteggiamento maturo.
    Quando vide in volto il giovane un nodo alla gola le mozzò il fiato per qualche secondo, mentre un senso di oppressione si formò intorno a lei; con fare sbrigativo prese i lembi della gonna e gli aprì per sfoggiare un inchino degno di una cortigiana, e che a lei purtroppo sembrò inutile.
    «Vostra Maestà, non volevo essere invadente disturbando la Vostra lettura.» cercò di giustificarsi.
    «Per favore, calmatevi milady. Al contrario, sono io quello che dovrebbe chiudere scusa per avervi spaventata. Vi prego di alzarvi.» ribattè calmo.
    La Maga si alzò, ma non osò fissarlo negli occhi per paura che notasse il suo disagio.
    «Vi ho visto stamane al banchetto, sedevate accanto alla Marchesa Roxburg per caso?» s'informò incrociando le mani dietro la schiena.
    «Esatto, Vostra Eccellenza Imperiale.» annuì tormentandosi le mani.
    «E' raro che la Marchesa accetti ospiti sconosciuti, questo mi porta a pensare che siate parenti.»
    «E' mia zia, Eccellenza.»
    «Molto interessante. Vi prego di sedervi con me; è raro trovare una giovane lady che s'interessi di lettura a Palazzo.» le disse, indicando con un ampio gesto la poltrona di fronte alla sua.
    «Vi prego di non offendervi Maestà, ma non potrei mai...»
    «Insisto.» l'interruppe lui.
    La sua voce si era fatta improvvisamente più dura; aveva il tono di un uomo abituato a veder soddisfatte le proprie pretese e diventava subito nervoso con chi non voleva collaborare.
    Non avendo altra scelta la giovane si avvicinò alla poltrona, fece un breve inchino e poi si accomodò di fronte al sovrano, che nel frattempo aveva incavallato una gamba.
    Aveva gli occhi grigi come il fumo e lineamenti perfetti che lo facevano sembrare un Fatato.
    «Ditemi, come vi chiamate?» cominciò.
    «Ashley Blueblossom Rose, Vostra Grazia.»
    «Cosa vi porta qui, a Xalbas?»
    «Una visita alla Marchesa Elinor Roxburg, Altezza.»
    «Capisco, cosa ne pensate del palazzo?»
    «Vostra Maestà, credo che non ci siano parole per esprimere la grandezza del palazzo reale.»
    Con aria indagatrice il Re-Imperatore si sporse in avanti incrociando le mani davanti al viso e appoggiando i gomiti sulle gambe, mentre scrutava con attenzione la sua ospite.
    Imbarazzata per quello sguardo indagatore e penetrante come una freccia, Ashley cominciò nuovamente a tormentarsi le mani e ad osservare oltre la finestra, le pieghe del suo abito oppure il tappeto su cui poggiavano le sue nuove scarpe di velluto.
    «Siete una donna curiosa Lady Ashley, se mi è concesso dirlo.» così semplicemente, senza preamboli.
    Il sangue - diventato incandescente come la lava dei vulcani - cominciò a martellarle nel cervello come un puledro impazzito, e le impedì di ragionare razionalmente mentre l'aria diventò soffocante; poter conversare con il Sovrano era un onore riservato a pochi e in quel momento la sensazione di essere importante la avvolse come un mantello.
    «Mi sta per caso prendendo in giro? Oppure fa così con tutte le dame per dilettarsi dei loro sentimenti?» si chiese, tornando con i piedi per terra.
    «Vostra Altezza Reale, voi mi lusingate troppo. Non sono degna di tali complimenti.» disse, per non essere scortese.
    Uno scalpiccio di scarpe irruppe nella stanza e un paggio in livrea posò un ginocchio a terra.
    «Principe Edwin, Sua Altezza Reale Re Edward vuole parlare con voi urgentemente. Vi attende nel suo studio.» disse.
    Sgranando gli occhi la Maga girò la testa sull'uomo che aveva di fronte, e solo in quel momento si accorse di alcuni dettagli che l'agitazione del momento le aveva nascosto: nonostante l'età il ragazzo presentava lineamenti più giovanili rispetto al Re, ed era molto più virile e slanciato rispetto ad egli.
    La somiglianza col Re-Imperatore era certo notevole se vista con la coda nell'occhio, e il fatto che durante il banchetto l'avesse visto solo di sfuggita - e confuso - la riempì di vergogna.
    «D'accordo. Sarò da lui tra poco.» sospirò dignitosamente il Principe.
    Dopo essersi licenziato, il paggio richiuse la porta, e il ragazzo tornò a fissare la sua intrattenitrice che era rimasta sconvolta da quella scoperta.
    «Scusatemi ancora, ma non ho saputo resistere dal dirvi la verità.» si giustificò, appoggiandosi allo schienale.
    Ashley abbassò lo sguardo mortificata; aveva frainteso tutto quanto, e non sapeva come rimediare.
    «Non vi corrucciate, Lady Ashley. Non è considerato reato confondermi con mio padre.» la tranquillizzò tirandosi in piedi.
    Imitandolo la ragazza eseguì un traballante inchino e il Principe, mostrando un dolce sorriso, le baciò la mano.
    «Vi prego ancora di perdonarmi.» ripeté alzando gli occhi su di lei.
    «Non dovete Altezza.» fu la sua risposta.
    Quando il Principe Edwin uscì, le gambe cedettero al suo peso e cadde sul morbido velluto della poltrona.
    Era lì da appena mezza giornata e aveva già combinato un sacco di guai.
    Dopo quei brevi attimi di panico e smarrimento un secondo paggio in livrea dei Milescross entrò silenziosamente dalla porta e posò sul tavolino di fronte alle due poltrone un vassoio con pasticcini e del tè.
    «Lord Pennyrigg Milescross mi ha ordinato di farvi avere questi, milady.» le spiegò dopo aver ottenuto il permesso di parlare.
    Lei annuì con un cenno d'assenso, poi lo licenziò.
    Quando tornò ad essere nuovamente sola si avvicinò alla finestra ad arco arcuato e guardò il giardino decorato di siepi con al centro una grande fontana circolare decorata con un cigno che zampillava acqua dal becco proteso verso il cielo, e statue marmoree sparpagliate su tutta l'area; intravide alcuni trow e altre piccole creature seelie che si andarono a nascondere al suo sguardo mentre alcuni passerotti si appollaiarono sul davanzale per poi riprendere il volo.
    «Ashley?»
    La ragazza si voltò lentamente, credendo che si trattasse di un sogno oppure del frutto della sua immaginazione, e cercò di non guardare subito l'aspetto di colui che l'aveva chiamata.
    Vestito di blu, con in mano un cappello a visiera e una lunga sciarpa color crema al collo, il Letter Storm aveva gli occhi grigi e profondi sgranati per lo stupore, semicoperti da capelli castani e leggermente mossi.
    «Sir Robert...»
    Era tutto quello che era riuscita a dire per la felicità di trovarselo davanti.
    «Cosa ci fate qui?» domandò il ragazzo alla Maga, cercando di ricomporsi.
    «E' una lunga storia.» tagliò corto, diventando improvvisamente seria.
    «Ho tutto il tempo.» ribatté invece lui, andandosi a sedere vicino alla finestra dove poco prima c'era il Principe.
    Con un sospiro di rassegnazione Ashley prese posto di fronte a lui e ripeté il motivo della sua presenza a palazzo. 
    Senza staccarle gli occhi di dosso, Robert l'ascoltò senza interromperla, come se fosse ipnotizzato dalla sua voce; quando finì di parlare il ragazzo si appoggiò allo schienale morbido della poltrona e posò una gamba sul ginocchio, incrociando le mani davanti al petto che non smetteva di alzarsi ed abbassarsi con regolarità.
    «Capisco.» fu tutto quello che disse.
    «Mi dispiace non avervi detto la verità, ma non potevo proprio evitarlo.» si giustificò lei.
    «Quindi cosa avete intenzione di fare?» l'interrogò inarcando un sopracciglio.
    «Proverò a cercarlo altrove.» gli rispose semplicemente.
    «E non avete tenuto conto del pericolo che c'è là fuori ultimamente?» s'infiammò il Letter Storm, improvvisamente nervoso.
    Ashley sussultò per quella reazione inaspettata e nel contempo drizzò le orecchie allarmata.
    «Quale pericolo?» indagò.
    «Dimenticavo che a palazzo certi argomenti si evitano.» sospirò lui, sporgendosi in avanti e posando i gomiti sulle ginocchia.
    «Si dice che nell'Isola di Rona un drago si sia ribellato e sia fuggito dalla Torre d'Interscambio. Nessuno l'ha mai visto e nessuno sa che cosa realmente sia. Alcuni Letter Storm e Black Arrow gli stanno dando la caccia, ma è sparito nel nulla. Una decina di settimane fa ha incendiato un villaggio a Rustling Island, e la stessa cosa è capitata in un altro di un'altra Isola.» le raccontò.
    «Ma com'è possibile?» scattò la Maga.
    «Che il villaggio sia quello di Laketown dove io, James e Nails ci siamo fermati tempo addietro?» s'interrogò dubbiosa.
    «Ma il fatto più sorprendente è che ha il dono della parola e ha giurato vendetta.» aggiunse Robert con un nodo alla gola.
    «Avete chiesto aiuto ai Fatati?» chiese Ashley.
    «Il Re-Imperatore non li vuole coinvolgere. E poi non credo che il Supremo Re dei Fatati non voglia mettere a rischio la vita dei suoi sudditi per un nostro problema.» le rispose lui abbattuto.
    Il silenzio calò come un oscuro mantello, e sembrò ottenebrare per un lungo attimo il salotto; se quello che il ragazzo le aveva appena riferito corrispondeva al vero suo fratello era in grave pericolo, così come la sua famiglia e i suoi amici.
    «Nonostante ciò io devo andare. Non sarà un rettile sputa fuoco a impedirmi di trovare Gideon!» s'impuntò.
    «Siete proprio decisa eh.» scosse la testa lui.
    Lei annuì risoluta.
    Il grande astro era ormai oltre l'orizzonte, dipingendo il cielo di calde sfumature e attirando verso di esso le nuvole che formarono una marea galleggiante, concedendo ad un raggio di luce bronzea di attraversare i vetri e illuminare la sala.
    Ashley si era alzata e stava osservando quello spettacolo, dando le spalle al giovane Letter Storm, quando lo sentì avvicinarsi, avvertendo la punta degli stivali contro le sue gonne.
    «Cambia strada. Sei ancora in tempo.»
    Colta di sorpresa la Maga sussultò, poi tornò a voltarsi verso la finestra e scosse la testa.
    «Devo andare...»
    Le sembrò che stesse parlando più a se stessa che al ragazzo.
    «Ne sei certa?»
    Lei annuì nuovamente, mordendosi il labbro inferiore.
    Sentì dei passi e poi la porta chiudersi; si voltò e il Letter Storm era sparito.
    Un'improvvisa fitta al petto le inumidì gli occhi, ma scacciò indietro le lacrime scuotendo energicamente la testa; per un attimo le sembrava di aver rivissuto l'addio di suo fratello avvenuto quattro anni fa.
    «Trovare Gideon è prioritario!» si ricordò severa.
    Conficcandosi le dita nella carne si voltò di scatto ed uscì dalla sala di lettura con passo spedito, dimenticandosi di chiudere la porta.
    Camminò a passo spedito e con la testa bassa finché non urtò qualcuno che bloccò il suo vagare alla cieca afferrandola per le spalle.
    Attraverso le maniche tagliate del giustacuore di velluto - ricamato a leoni d'oro su uno sfondo di porpora reale - si vedevano le maniche della camicia, chiuse da tre bottoni.
    Una larga cintura d'oro gli stringeva la tunica lunga fino alle caviglie, la cui scollatura a V giungeva sino alla vita; i calzoni neri erano infilati negli stivali alti al ginocchio e col bordo ripiegato.
    Portava un mantello di velluto purpureo, ricamato con corone e altri stemmi araldici neri e oro e foderato in seta nera.
    Sui capelli scuri sfoggiava un semplice berretto tondo, sormontato tra tre morbide piume.
    Tutta quell'eleganza non lo appesantiva affatto, anzi lo faceva apparire in splendida forma fisica e fresco come una sera d'estate: la sua virilità riempiva il corridoio, quasi che tutta la luce irradiasse da lui. 
    Era davvero il Re-Imperatore con a sinistra la Regina-Imperatrice e a destra i due Supremi Fatati, Angavar e Ashalin.
    «Cosa mai potrà turbare questa damigella?» si domandò il Re.
    «Altezza Reale, vi prego di perdonarmi, mille pensieri mi hanno distratto la vista dal Vostro passaggio.» s'inchinò cacciando via le lacrime.
    «Questo l'avevamo notato. Cosa vi turba mia cara?» s'interrogò la Regina-Imperatrice con fare materno.
    «Domando venia per la mia esuberanza, ma non è nulla che debba turbare i Vostri pensieri, Mia Signora.» le rispose con un sussurro.
    Nessuno dei presenti le fece altre domande e dopo essere stata congedata, la Maga li vide percorrere la strada dalla quale lei era venuta.
    Passandosi una mano sulla fronte girò l'angolo e andò nei suoi alloggi; la stanchezza e i troppi pensieri cominciavano a farle brutti scherzi.
    Si guardò furtivamente intorno e non vide nessuno; le fiammelle danzanti sugli stoppini accarezzavano ogni angolo della camera, eccetto uno che si era spento per via di una folata d'aria.
    Con un debole sorriso schioccò le dita per accenderlo ma non accadde nulla, perplessa ci riprovò ottenendo lo stesso risultato; un pesante macigno le crollò addosso. 
    Sconvolta arretrò fino ad urtare il tavolo da toeletta e con un effetto a catena si rovesciarono alcuni botticini di profumo e scatolette contenenti forcine e gioielli per abbellire le dita, infine anche la sedia a X crollò sul tappeto con un fastidioso tonfo secco.
    Allarmato da quei rumori, James fece irruzione nella stanza da una porta per la servitù e trovò la Maga seduta al suolo che fissava terrorizzata il vuoto con la bocca socchiusa in un gemito.
    «Che cos'è successo?» domandò.
    «I miei poteri... Sono scomparsi...» farfugliò.
                                                                                                               Continua...
    Il sole stava sorgendo e illuminava il cielo di giallo, arancione e rosso sempre in contrasto con il blu della notte e l'azzurro del giorno. 
    Svegliata dai raggi del sole che irrompevano dalle finestre come fili di miele, l'ospite si stiracchiò le braccia e girò la testa verso la fonte di luce socchiudendo gli occhi; davanti ad essa, posato su in tavolino con una sola gamba, trovò un vassoio con una scodella di latte caldo, un piatto con dei biscotti appena sfornati, un piccolo cesto di frutta fresca e un calice d'acqua.
    «Buon giorno. La colazione l'attende, il sole splende e la Nave del Lord è pronta a salpare tra un paio d'ore.» l'informò raggiante James, fluttuandole davanti al viso.
    «Grazie.» mormorò lei sorniona e passandosi una mano sulla fronte.
    Con un movimento un po' scocciato si tolse le calde coperte e scese dal letto a baldacchino avvicinandosi al tavolino, afferrò un biscotto e lo addentò per poi voltarsi verso il baule che stava dinnanzi al letto e l'aprì, estraendo il corpetto blu, la gonna e la mantella color felce.
    «Puoi avvertire Nails che tra poco sarò pronta?» domandò all'Hotis, usandolo come presto per potersi cambiare senza essere osservata.
    James accennò un sì con la testa ed uscì canticchiando una bizzarra canzoncina che fece sorridere la Maga.
    Poco più tardi sentì qualcuno bussare alla porta e quando diede il permesso di entrare vide il Black Arrow in divisa ufficiale.
    «Sono pronta, possiamo andare.» gli disse allacciandosi la mantella sulle spalle e sistemandosi i capelli - legati in due codini dai nastri dei suoi vecchi guanti - allo specchio.
    «C'è un cambio di programma. Sua Altezza Reale vuole che faccia altre indagini; dovrai andare a Xalbas senza di me.» l'informò serio.
    Il mondo intorno a lei sembrò rallentare e diventare improvvisamente grigio; una goccia di rugiada impegò molto più tempo a toccare lo stelo dell'erba sotto l'albero da cui era caduta, il battito d'ali di un passerotto era più marcato e ben visibile mentre le foglie di un alloro frusciavano con movimenti fluidi e impercettibili.
    Con tutta la naturalezza e calma possibile si voltò e aspettò altre spiegazioni, senza però ottenerle.
    «Perché?» mormorò.
    «Non devi preoccuparti, ho chiesto a James di accompagnarti e di difenderti durante il viaggio.» la rassicurò avanzando di un passo.
    «Perché proprio ora? Perché lui?» pensò.
    Aprì la bocca per ribattere ed esporgli i suoi dubbi, ma serrò le labbra e abbassò lo sguardo sul tappeto ricamato, limitandosi ad annuire con aria mesta; sapeva benissimo che un B-Arrow doveva servire e obbedire agli ordini del Re-Imperatore senza alcuna esitazione, ma doversi separare da Nails le sembrava difficile ed impossibile.
    Stava cominciando ad affezionarsi a lui.
    «Mentre sarò in missione continuerò a fare delle ricerce su tuo fratello, e se scoprirò qualcosa ti avvertirò, puoi starne certa.» aggiunse, notando la sua espressione rammaricata.
    «Non si tratta di questo. »
    Prese fiato e cercò le parole adatte per farlo restare ancora per un po'.
    «Ho come la sensazione che poi non vi rivedrò più. So che è una paura infondata e inutile dato che siete una Guardia Scelta dell'Imperatore ma...» non terminò la frase.
    Si sentiva stupida ed incompetente e questo fatto la schiacciò ancora di più quando Nails le abbozzò un lieve sorriso; non sapeva se era derisorio oppure di compassione.
    «Perché ho cominciato a parlargli così formalmente? Possibile che sia così imbecille?» si rimproverò stringendo i pugni lungo i fianchi.
    «Vi ringrazio per la vostra premura, Lady Ashley, farò il possbile per farle avere mie notizie.» le disse posando un ginocchio a terra.
    La Maga gli si avvicinò, si accucciò di fronte a lui e gli sollevò il mento, obbligandolo ad incrociare i suoi occhi; con movimenti lenti si portò le mani al collo e frugò sotto la mantella per poi slacciare un cordino e prelevare un girocollo di velluto lilla con al centro un tithal di pietra bucata.
    «Che vi porti fortuna e vi protegga dai wight.» augurò, chiudendo il talismano tra le mani forti e aggraziate del Black Arrow.  
    Senza aspettare che Nails le dicesse addio uscì dall'alloggio chiudendosi la porta alle spalle e s'incamminò verso il corridoio illuminato trattenendo le lacrime che le inumidirono gli occhi.

     
     
    I verricelli crepitarono, le eliche girarono e la polena di legno raffigurante una lince sembrò balzare in alto.
    Mentre l'equipaggio ritirava alacremente le cime, il galeone del Casato Epinescats cominciò a sollevarsi, inclinando al vento la sua elegante linea.
    Per quanti erano a bordo non c'era nessuna sensazione di movimenti in avanti o in alto bensì, piuttosto, l'impressione che il molo d'ormeggio si stesse allontanando dalla nave e che l'equipaggio di terra rimpicciolisse sotto di loro.
    La Torre d'Interscambio si fece sempre più minuscola e sottile quando, distendendo le sue ali di tela, la Spina Nera salì come un cigno dal lungo collo attraverso le nuvole, sino a raggiungere la quota di crociera.
    Dopo la prima ascesa non ci fu nessun senso del'altezza: il tappeto di nuvole, più in basso, appariva così vicino e solido da tentare i passeggeri a camminarci sopra.
    L'ombra della Nave del Cielo scivolava su di esso, mentre un effetto di rifrazione della luce dipingeva un alone colorato intorno alla chiglia.
    Leggera come un grappolo di bolle nel cielo, la Spina Nera fece rotta verso nord-est, lungo la linea costiera.
    Su una Nave del Cielo, quel viaggio era di circa novecento miglia.
     
     
     
    Una volta sorvolati i boschi la passeggera vide sotto la Spina Nera una strada che attraversava la piatta campagna coltivata, i cui campi erano bordati di siepi; qua e là, case coloniche irte di camini fumanti si annidavano in mezzo ad altri piccoli edifici.
    Dopo essere passata sopra un paio di villaggi periferici, la strada cominciò a salire verso i bastioni della città.
    Le case di Xalbas s'infittivano lungo i versanti di una collina interamente cinta da mura, che si alzava fino a quattro piedi sul Confine dell'Isola al termine di una breve penisola.
    A meridione le correnti avevano divorato un'ampia fetta di territorio, formando una baia orlata di sabbie bianche; il lato più lontano della baia era chiuso tra le braccia di una linea montuosa che si spingeva sin nel cielo infinito, formando un'altra e assai più frastagliata penisola comporta di fitta boscaglia.
    A oriente si apriva una larga valle pianeggiante dove al centro scorreva il fiume, che raccoglieva le acque dei suoi affluenti che provenivano dalle alture circostanti e sfociava sulla costa a nord della città: laggiù, le candide nuvole bianche sfioravano i flutti della dolce acqua che si disintegrava al contatto col nulla.
    Moli, banchine, calate, imbarcaderi e passerelle sporgevano lungo il fianco settentrionale della città-collina, sovrastando il cielo sospese dalla magia dei Maghi.
    Il palazzo, situato nel punto più alto del promontorio, troneggiava sull'intero panorama: la grande distesa del cielo a nord, la curva della baia bianca con le sue lunghe frangenti schiumose e i contrafforti azzurrini dell'altura a picco sul vuoto.
    A nord-ovest la costa digradava sino a una catena di montagne velate di foschia.
    Il porto era una foresta di alberi oscillanti, dove ferveva ogni attività; a oriente, la periferia della città si allungava nell'entroterra pianeggiante e si diradava sempre più, sino alle fattorie ai piedi delle colline di Karis, stagliate sull'orizzonte.
    Sotto di lei l'ombra della Spina Nera copriva ogni cosa al suo passaggio e il vento faceva crepitare le vele di maestra.
    Il ponte fremeva di attività per prepararsi allo sbarco mentre lo Stregone che pilotava la Nave del Cielo si preparava all'attracco muovendo lo scettro di legno - con incastonato uno zaffiro levitato all'estremità che emanava una dolce luce aurea - come se fosse stata una bacchetta da concerti.
    Una ragazza incappucciata con accanto un giovane servo dall'aria schiva, immobili a poppa e con le mani appoggiate alla balaustra di legno, stavano osservando le case che si ammassavano sulla collina, divertendosi ad osservare i piccoli gesti di quotidianità che animavano le strade sottostanti.
    «Lady Ash, stiamo per attraccare.» l'informò il Capitano della Nave, tenendo le mani dietro la schiena.
    «La ringrazio, Capitano.» annuì lei, voltandosi verso il centro del galeone.
    L'uomo si licenziò con un rigido inchino e tornò ad impartire ordini ai suoi sottoposti tramite un fischietto che la passeggera trovò assordante e stridulo; un gabbiano passò vicino allo scafo, incrostato di muffe e licheni là dove i molluschi si sarebbero attaccati su una Nave d'Acqua, e si andò ad appollaiare sulla vedetta.
     
     
     
    In origine il palazzo di Xalbas era stato costruito per essere un castello inespugnabile e manteneva tuttora le sue difese esterne: torri di guardia merlate, torri munite contro le macchine da assedio, il poderoso maschio, le bertesche d'angolo, la torre di un mulino, le torri esterne rotonde, torrioni quadrati e numerose altre strutture rafforzavano, a diversi intervalli, i bastioni spessi dodici piedi.
    Il viale d'ingresso - che si snodava attraverso un appezzamento di terreno tenuto a parco - superava il fossato tramite un largo ponte levatoio, al di là del quale c'erano il tozzo edificio del servizio di guardia e i barbacani; il portone principale era stato solidamente costruito con travi di quercia e lastre di ferro, se necessario poteva essere sbarrato da una pesante inferriata, che in tempo di pace restava sollevata e veniva fatta scendere solo per oliare le catene e gli ingranaggi.
    Quando il grande portone era chiuso, i pedoni potevano passare da una porta più piccola, ricavata in uno dei battenti; venivano così a trovarsi in una lunga camera delimitata da spesse mura, con un cancello metallico a ogni estremità: la casamatta della guarnigione, un robusto edificio il cui scopo era quello di costituire uno spazio intermedio tra la porta interna e quella esterna. 
    Fori d'osservazione nelle pareti consentivano alle guardie di esaminare dai passaggi laterali l'aspetto dei visitatori: solo quelli che superavano l'esame venivano lasciati proseguire oltre il secondo portone che si apriva sul cortile esterno; negli anni più recenti era stato arricchito da aiuole e suddiviso in piccoli giardini.
    Un terzo portone conduceva poi al cortile interno, con le sue scuderie, gli alloggi della truppa, lo spiazzo per le parate militari, i canili, le piccionaie, le rimesse delle carrozze e la falconeria; intorno ad esso si levavano la Torre del Re incoronata di stendardi multicolori, la Torre dell'Arsenale, la Sala Grande, l'Osservatorio Solare e il poderoso maschio.
    Le finestre degli edifici interni, un tempo strette feritoie ad uso degli arcieri, erano state allargate in graziose finestre a due luci e ampi finestroni dai vetri elaborati, oltre i cui preziosi tendaggi regnava un'opulenza assai maggiore che nei tempi antichi.
    La trasformazione da castello fortificato a palazzo residenziale aveva portato alla creazione di giardini e parchi, arricchiti di sculture e opere d'arte.
    Tutto il Palazzo Reale e la cittadella era in festa, ornata da festoni, lanterne di carta spente e coriandoli di petali e fiori per festeggiare la vittoria contro i disertori e gli unseelie, e per onorare anche la presenza dei Fatati a Corte. 
    In uno dei giardini più prestigiosi di quella dimora, circondata da altri nobili e le sue dame di compagnia, Lady Elinor si stava divertendo a giocare a carte seduta all'ombra di un pergolato di glicini profumati, allietati dalla dolce musica di un violino e un flauto.
    Scortata da un paggio in livrea porpora, con le rifiniture dorate e la parrucca incipriata, e dall'amico incappucciato, Lady Ashley fu condotta nel giardino dove vide sua zia divertirsi a trascinare gli altri nobili nei suoi passatempi preferiti.
    «Lady Ashley Blueblossom Rose dell'Isola di Airha.» declamò ad alta voce il paggio, fermandosi al limitare del pergolato.
    A quelle parole la musica cessò e la giovane Marchesa alzò lo sguardo dal suo mazzo di carte e lo voltò verso il punto in cui era stato fatto l'annuncio; nei suoi occhi passò un guizzo di felicità che si riversò anche sulle sue labbra, mostrando un dolce sorriso.
    Con l'eleganza di una vera dama di Corte si alzò dalla sedia, cosparsa di morbidi cuscini, e si allontanò dal tavolino rotondo di marmo dirigendosi verso la sua visitatrice tenendo l'ampia gonna tra le mani tremanti di eccitazione.
    «Benvenuta a Corte del Re-Imperatore mia cara.» la salutò fermandosi a pochi passi dalla Maga.
    «Vi ringrazio per aver accolto la mia richiesta di ospitalità, Lady Elinor.» disse lei, inchinandosi rispettosamente.
    Dopo quella formalità alla fine le due donne si scambiarono un caloroso abbraccio, poi la Marchesa invitò la nipote ad unirsi alla partita, presentandola con orgoglio ai nobili seduti al suo tavolo.
    Ci furono altri inchini e saluti formali - nei quali la giovane ragazza conobbe il Conte di Howardbridge, la Contessa di Rougetower e la Gran Duchessa di Ysmaer -, poi un servo le offrì una sedia e la partita riprese, accompagnati dalla musica del violino e del flauto - che avevano ripreso a suonare - e dai chiacchiericci sui sarti, sui vestiti, sulle acconciature e i pettegolezzi riguardo ai membri del Circolo.
    Dopo aver fatto un paio di giri alla fine la Marchesa congedò le dame e i nobili che l'avevano intrattenuta, così da poter stare da sola con la sua adorabile nipote.
    «Dimmi tutto, sono curiosa. Sei riuscita a trovare Gideon? Hai trovato difficoltà durante il viaggio? E sopratutto, il rampollo degli Epinescats è davvero come lo descrivono?» le domandò la dama, stringendo le mani della Maga.
    «Posso confermare con assoluta certezza che Lord Ustorix è un pallone gonfiato, arrogante e provinciale cafone di tutte le Isole di Meris! Ma a parte questo il viaggio è stato abbastanza tranquillo.» le spiegò Ashley.
    «Quindi nessuna novità su Gideon eh.» annuì mogiamente Elinor.
    Ashley glielo confermò mesta.
    «Ma non mi arrendo così facilmente! Infatti sono venuta qui per sapere se per caso a Corte circolano voci su di lui.» aggiunse determinata.
    «Ammiro la tua determinazione Ash cara, e ne vado anche molto fiera, ma qui purtroppo non si dice nulla riguardo a tuo fratello. Mi dispiace molto.» le confidò Lady Elinor, accarezzandole dolcemente una guancia.
    «Lo immaginavo zia. Ma il motivo per cui sono qui è, o meglio, era un altro.» ammise stringendosi nelle spalle.
    La Marchesa la guardò accigliata, poi un lampo di genio le sfrecciò negli occhi marroni, lasciando perplessa la nipote.
    «Chi sarebbe il fortunato? E' per caso un nobile?» l'interrogò con fare investigativo.
    «Che cosa? No zia, non è come credete. Avete frainteso tutto.» si affrettò a dire la ragazza, togliendo le mani da quelle della nobile e sventolandole davanti come per negare tutto.
    «Era solo un amico che mi ha aiutata ad arrivare fino a qui!» aggiunse arrossendo.
    «Oh, che peccato. Per caso hai incontrato un giovane B-Arrow nel tuo cammino?» tirò ad indovinare.
    «Sì, come fate a saperlo?» si stupì la Maga. 
    «Menomale, a quanto pare è vero ciò che si dice su Nails: è davvero il migliore tra i suoi compagni d'arme. Ho fatto bene a fidarmi di lui.» si disse soddisfatta la donna, rilassandosi.
    «Cioè? L'avete mandato a cercarmi per le Isole di Meris?» presunse la nipote.
    «Più o meno.» tagliò corto Elinor, facendole l'occhiolino.
    In quel momento la sua attenzione passò oltre le spalle della nipote e, rispettosamente, si alzò per poi inchinarsi, mentre una manica di una camicia comparve di lato alla ragazza, senza darle il tempo di fare altre domande.
    «Lord Pennyrigg, cosa devo questa piacevole sorpresa?» domandò Elinor, mentre qualcuno le baciava la mano.
    «Vedo che siete in piacevole compagnia Lady Elinor. Potrei conoscere la vostra ospite.» domandò l'uomo alle spalle di Ashley.
    La Maga a quel punto si alzò e volto verso il visitatore, esibendo il suo migliore inchino e scrutandolo con la coda nell'cchio.
    I capelli color mogano che gli sfioravano le spalle, gli occhi azzurri, l'aspetto massiccio e un po' di pancia, le nocchie delle mani ispessite dall'artrosi e le tempie striate d'argento gli conferivano un aspetto serio, accigliato e assai contegnoso; vestiva di una camicia a maniche larghe, una morbida tunica di pelle lunga fino alle ginocchia, aperta sui fianchi e leggermente stretta alla vita, un balteo a tracolla, aderenti calzoni di pelle e stivali alti. 
    «Mia nipote, Vostra Grazia, Lady Ashley. E' venuta a farmi compagnia dall'Isola di Airha.» la presentò.
    «Mia cara, ho l'onore di presentarti il Duca Pennyrigg Milescross, il Comandante dei Black Arrow.»
    «E' un onore fare la Vostra conoscenza, Vostra Grazia.» disse lei.
    «Altrettanto. Lady Elinor parla molto spesso di voi ed ero curioso di conoscere la persona che sta tanto a cuore alla Marchesa.» rispose Lord Pennyrigg, facendo cenno alle due donne di accomodarsi e sedendosi a sua volta accanto alla Marchesa.
    «Come io di voi, mio signore.»
    «Non mi sorprende. Ditemi, cosa dicono di noi nell'Isola di Airha?»
    «Tutto il bene possibile, eppure ciò che ho sentito non rende giustizia al Palazzo di Xalbas. In più il Vostro nome è conosciuto persino nei luoghi più reconditi.»
    «E senza dubbio circolano molte storie su di me.»
    «Tutti nobili atti di valore.»
    Senza capire quello strano interrogatorio, Ashley notò qualcosa che all'inizio le era sfuggito e che ora invece era palese.
    Il nobile Duca stava fissando con la coda nell'occhio sua zia, così come Lady Elinor cercava di evitare di incrociare il suo sguardo fissando imbarazzata il vetaglio che non smetteva di tormentare tra le mani da quando il Lord si era accomodato con loro.
    «Con il consenso di Vostre Grazie, ora dovrei proprio tornare a svolgere le questioni riguardanti la vittoria sugli Stregoni e Maghe che hanno stretto alleanza con gli unseelie per cercare di rovesciare il nostro regno.» si congedò dopo un po' l'uomo, alzandosi dalla sua sedia imbottita imitato dalle due lady.
    «Ma certamente. Scusate il tempo perso.» lo salutò Elinor, inchinandosi.
    Dopo un fugace sguardo, il Lord si voltò e si allontanò per il viale sabbioso mentre la Marchesa tornò a sedersi lasciandosi sfuggire un sorriso.
    «Scusate la mia insana curiosità, nobile zia, ma per caso vi frequentate col Duca?» la stuzzicò Ashley, girando gli occhi sulla donna.
    «Mentire sarebbe inutile. Il Duca è un uomo nobile e coraggioso, tutte le dame di Corte lo vorrebbe come marito...»
    «Ma lui ha scelto voi. Ne sono felice!» esclamò la ragazza, buttando le braccia intorno al collo della Marchesa.
    La zia ricambiò l'abbraccio poi le fece cenno di voltarsi e le due giovani donne videro un gruppo di Fatati passeggiare sulle sponde di un lago artificiale coperto da fiori di ninfee e circondato da statue raffiguranti le stagioni dell'anno; la Primavera con una corona fiori e con farfalle posate sulle mani, l'Autunno con una cedra di foglie d'uva in una mano e un'allodola sulla spalla, l'Estate con un vestito di foglie e fiori di rose e alloro, e l'Inverno incoronato con un cerchio di agrifogli e bacche. 
    Erano uomini e donne senza età che chiacchieravano tranquillamente tra di loro e ridevano in una lingua sconosciuta, nitida, argentina e ricca di tonalità calde e preziose.
    Le loro voci morbide erano petali di fiori sull'acqua, melodiose come il canto degli uccelli al mattino.
    Le Nobili Fatate avevano lunghi e delicati vestiti che accennavano ogni sfumatura di verde, con lunghi strascichi, accentuate scollature e lunghe maniche che coprivano le braccia, esili e fragili; i capelli fluttuavano nel vuoto come animati da dita invisibili e i loro corpi erano avvolti da un'aura paradisiaca.
    I Loro Signori avevano coroncine d'argento che ornavano i capelli neri come le ali di un corvo, immuni alla gravità fluttuavano a due mani dal terreno come se fossero immersi nell'acqua del lago, e quella stessa assenza di gravità faceva svolazzare i bordi dei loro preziosi abiti scuri o di colori vivaci.
    Davano l'impressione di essere fatti d'aria e luce, pur essendo solidi come un albero e vivi e vitali quanto una fiamma.
    Avevano lineamenti delicati, morbidi, con zigomi alti e colli aggraziati; gli angoli esterni dei loro occhi erano un po' inclinati all'insù e i loro corpi erano alti e dritti come lance, robusti ma senza un chilo di grasso in più.
    L'epidermide era chiara e satinata come quella di una pesca.
    Nel parlare, sorridevano e si mostravano allegri e spensierati: sembrava che gli acciacchi della vecchiaia e le tristezze della vita non avessero mai neppure sfiorato quelle giovani donne snelle e flessuose, eleganti come fiori, né quegli uomini forti e virili dal portamento eroico la cui bellezza era quella dell'aquila e del leone, fatta di energia e potere.
    Era la prima volta che la ragazza vedeva da così vicino dei Fatati, e il cuore le si bloccò nel petto.
    «Sono qui in visita. Il loro Supremo Re sta sistemando le faccende burocratiche con il nostro.» le spiegò sua zia.
    «Sono bellissimi.» mormorò, senza trovare un aggettivo migliore per descriverli.
    Intuendo di essere osservati il più alto dei Fatati girò la testa verso loro facendo cenno alla ragazza di avvicinarsi e, come attratta da una calamita, Ashley si ritrovò di fronte a loro senza che avesse mosso un passo.
    Ciò che i testi della biblioteca del Palazzo di Magia raccontavano non era paragonato alla Loro attuale fattezza, che sapeva incantare uomini, donne, bambini e persino le creature magiche.
    A pochi passi da quelle creature ammalianti, la Maga percepì il potere che li avvolgeva come un'alone, creando una specie di barriera intimidatoria che la fece sentire un verme al Loro cospetto; goffamente cercò di esibire un inchino, ma le sembrò inutile ed insignificante.
    «Lady Ashley Blueblossom Rose.»
    La voce autoritaria di colui che le aveva fatto cenno di avvicinarsi le trapassò l'anima come una punta di freccia calda e pericolosa.
    «Come fa a sapere il mio nome?» pensò, mentre si alzava lentamente.
    «Ma certo, che stupida. Loro sono i più grandi detentori della magia, sanno tutto di tutti e nulla gli può sfuggire.»
    «Vi abbiamo visto spiarci anni or sono nei vostri boschi. Credo che conosciate quanto Noi odiamo essere spiati da voi.» disse, quasi con rimprovero.
    «Miei Potenti Signori, se vi ho offeso con il mio atteggiamento arrogante vi prego di perdonarmi, ma la Vostra bellezza non può non essere ammirata da un essere inferiore come me.» cercò di scusarsi con voce tremula.
    I suoi occhi davanti a quegli esseri incantati bruciavano, come se stesse osservando troppo intensamente una luce potente e soprannaturale, tuttavia cercò di non distogliere lo sguardo per non mancare di rispetto.
    «Siete molto umile e onesta, avete la nostra ammirazione. Ormai solo più pochi hanno questi doni preziosi.» l'elogiò la Fatata che stava alla sinistra del compagno.
    «Voi mi onorate, Mia Potente Signora; i Vostri elogi sono preziosi.» s'inchinò nuovamente.
    Il sangue le stava defluendo al cervello come una marea, impedendole di ragionare e formulare frasi coerenti, mentre un senso d'impotenza e sottomissione la schiacciava al terreno e le faceva girare la testa come una trottola.
    Quando tornò ad alzare gli occhi si ritrovò sul balcone del terrazzo, con accanto sua zia Elinor che fissava il piccolo laghetto con aria persa; non si era mai spostata da lì e un lampo di genio le percorse la mente: aveva appena assistito al potere di cui disponevano i Fatati e non se n'era neppure resa conto.
    Un po' stordita da quella scoperta e dall'incontro con i Fatati, la lady stinse le mani sul parapetto in marmo e continuò ad osservare il punto in cui si era incontrata con Loro.
    «Ero talmente occupata a fissare la Loro bellezza che non ho avuto il coraggio di chiedergli se avevano visto mio fratello.» pensò, mentre un soffio di vento le scompigliò i capelli color mogano.
    «Mia cara, credo che sia ora di rientrare. Tra poco si darà inizio al pranzo e sarà meglio non tardare.» disse la Marchesa, chiudendo con uno scatto il ventaglio merlettato.
    Riscuotendosi dai suoi pensieri, Ashley accennò un assenso distratto e la seguì tra i corridoio del Palazzo Reale per vestirsi e rendersi presentabile al pranzo che si sarebbe tenuto in uno dei tanti saloni addobbati per festeggiare la vittoria dell'Esercito Reale sui nemici mentre i lacchè della nobile Elinor si stavano occupando del suo unico bagaglio e di preparale la camera dove avrebbe alloggiato, che lei trovò a dir poco magnifica.
    Sessanta candele illuminavano la scena, ritte sui loro supporti di alti boccioli di gigli-bandiera.
    Ashley si guardò intorno: l'opulenza degli appartamenti del palazzo faceva impallidire la sua villa, le camere del Palazzo di Magia e quelle della Torre di Capo di Bonafortuna.
    Quelle stanze abbondavano di decorazioni in tonalità smeraldo e d'oro, dal tappeto soffice come una distesa di prato punteggiato di margherite gialle alle pareti adorne di affreschi e stucchi, alle tende di velluto color verde mela e giallo limone, i cui bordi erano appesantiti da nappe che danzavano a grappoli come frutti maturi.
    Le spalliere del letto erano in legno scolpito a imitazione di un viticcio di gigli, le cui colonnine sorreggevano il baldacchino di broccato verde orlato di treccioline auree, che sovrastava il copriletto e i cuscini dello stesso colore.
    Le finestre erano ombreggiate da elaborati listelli sovrapposti e velate da tendine verdi e oro mentre le mattonelle color narciso incorniciavano un caminetto spento.
    «Ne ho viste di stanze, e di tutti i tipi, ma questa sicuramente è la più bella!» disse una voce da dietro la tenda di velluto verde mela.
    «James! Ma dov'eri sparito?» lo riconobbe, voltandosi sui talloni.
    «A fare un giro. Essere un Hotis ha i suoi vantaggi.» le rispose semplicemente, fluttuando fuori da dietro la tenda.
    Ashley aprì le mani a conca e lasciò che il piccolo amico le si appoggiasse sopra.
    «Hai novità per me?» gli chiese.
    Lui scosse la testa mentre le orecchie si mossero in cerca di qualche rumore da captare.
    «Tra poco sarai a pranzo con i membri della Corte?»
    «Sì. Per favore, nel frattempo potresti cercare indizi su mio fratello?»
    «Non c'è bisogno che me lo ripeti ogni volta. Ho promesso a Nails di seguirti e proteggerti, ed io mantengo la mia parola!»
    La Maga serrò le labbra e annuì riconoscente, poi chiamò una serva e si preparò per la sua nuova grande sfida mentre James fluttuò oltre la finestra aperta e sparì in giardino.
    Un dolce tamburellio bussava alla finestra ad arco mentre immensi nuvoloni grigi, rifiniti di sfumature blu scuro talvolta nero, coprivano il sole e il cielo; solo alcuni temerari gabbiani stavano sfruttando le correnti aeree che agitavano le fronde degli alberi, staccando loro le foglie e facendole danzare nel nulla per poi farle sparire improvvisamente.
    Seduta davanti al tavolino da toeletta, che sfoggiava un modesto specchio inclinabile decorato con conchiglie e stelle marine essiccate, Ashley si stava facendo acconciare i capelli dalla giovane Alys, che canticchiava allegramente una filastrocca sulla pioggia mentre James, appoggiato allo stipite della finestra, osservava scrupolosamente fuori.
    «James, sono giorni che fissi il paesaggio di quella finestra. Posso sapere il motivo di tanto accanimento?» gli domandò la ragazza, osservandolo attraverso il riflesso dello specchio.
    «Domando scusa se vi ho arrecato disturbo milady, ma è più forte di me.» si giustificò l'Hotis, senza staccare gli occhi dai vetri cesellati della finestra.
    Ashley sapeva che James era una specie di reincarnazione di una pantera, e sapeva anche che certi suoi istinti erano dovuti al fatto che in passato lui era un orgoglioso felino nero, e questo le dava un senso di disagio nei suoi confronti visto che non sapeva come poter alleviare le sofferenze del ragazzo-pantera.
    «Hai il mio permesso di uscire, se questo può farti stare meglio.»
    «Non potrei mai lasciarla sola, milady. Sir Nails mi ha affidato a voi come guardia del corpo e terrò fede alla mia promessa di difendervi.» scattò.
    Conoscendo la testardaggine del ragazzo, la Maga si limitò ad annuire e tornò a fissarsi allo specchio.
    «Potrei chiedervi un favore milady?» intervenì in quel momento Lady Alys, fermandole la grande treccia con un nastro di velluto lilla.
    «Certamente, Vostra Grazia.» 
    «Potrei giocare con il vostro servitore?»
    «Se lui è d'accordo, io non ho nulla in contrario.»
    «Ha uno spirito di osservazione davvero notevole per la sua età. Conosce James da pochi giorni e già capisce cosa pensa, mentre io faccio ancora fatica a credere che sia un incrocio tra una pantera e un ragazzo.» pensò Ashley demoralizzata per la sua lentezza di comprendonio verso gli altri.
    La bambina le accennò un sorriso di riconoscimento, poi si voltò verso il ragazzino tenendo le mani congiunte sulla gonna.  
    «Posso avere l'onore di avervi come compagno di giochi per qualche ora?» gli domandò.
    La sua voce era melodiosa e gentile, e il suo carattere solare e allegro erano un esempio per i nuovi eredi dei nobili di Meris, tanto che lasciarono interdetta la giovane donna.
    «Sarà un piacere intrattenere Vostra Grazia.» accettò James, posando un ginocchio al suolo e baciandole una mano.
    Quel gesto colpì Ashley; era così umano che per un attimo credette di trovarsi di fronte ad un normalissimo ragazzino incappucciato, e non all'Hotis che teneva nascoste un paio di orecchie e che sapeva trasformarsi in una pantera o in una creaturina dolcissima che aveva conosciuto sulla Lofty Mountains. 
    Intenerita da quella scena decise di accomiatarsi, inventandosi una scusa, e uscì in corridoio dove una ventata d'aria proveniente dalla porta che dava sul terrazzo l'investì, spostandole la gonna e alzandole i capelli legati.
    Le fiammelle dei candelabri a muro sfrigolarono e i battenti d'ottone picchiavano sulla porta che si apriva e chiudeva con forza, facendole accapponare la pelle; sentiva che una forza oscura incombeva su quella Torre, e non erano gli Stregoni o le Maghe che si stavano radunando in quella stessa Isola.
    Prendendosi le spalle con le mani si voltò e allontanò, decidendo di andare a visitare gli eotauri custoditi nei piani superiori della Torre.
    L'inserviente addetto agli elevatori l'accompagnò fino al Quarantunesimo Livello dove un profumo di fieno e un odore simile a quello sprigionato dai corpi dei cavalli le invasero il naso, producendo un lieve pizzicorio che la fece starnutire.    
    Non appena l'elevatore si arrestò a filo del pavimento in mattoni, un nuvoliccio di paglia si alzò e fluttuò verso il centro della sala. 
    Il rumore di un costante masticare era punteggiato dal battere di uno zoccolo o dal tendersi di una corda; per terra, i fili di paglia si mescolavano alle penne di cavallo e infondo alla stalla, un puledro ancora implume si aggirava inquieto nel suo stallo, più ampio degli altri. 
    Incuriosita da quell'essere indifeso e dolce, la ragazza oltrepassò una dozzina di quelle magnifiche creature a metà tra cavallo e uccello, dove il piumaggio accarezzava i fianchi di quei mammiferi a quattro zampe dall'alito caldo, dotati di un fisico aerodinamico e col manto e con le penne ben strigliate che andavano dal baio al sauro, dal roano al bianco; una volta raggiunto l'ampio stallo si sporse a vedere il nuovo dominatore dei cieli.
    Allungò una mano per accarezzargli il morbido pelo pomellato e il puledro si calmò di colpo, fermandosi ad osservare incuriosito la sua nuova visitatrice dagli occhi color malva.
    «Sei un puledrino piuttosto vivace eh.» mormorò con un dolce sorriso.
    «Di solito Starking non si fa toccare dagli estranei, a malapena riusciamo ad avvicinarci noi. Dovete piacergli molto.» irruppe la voce dello stalliere in seconda.
    Ashley staccò la mano dal collo del puledro e si voltò con aria colpevole verso la fonte di quella voce e vide poco lontano da lei un uomo con i capelli rasati a zero, dal volto duro e la mascella coperta da un perenne velo di barba.
    «Avete davvero dei magnifici esemplari.» disse, cercando di darsi un contegno.
    «E' raro ricevere dei complimenti da una nobile. Ci rendete onore Vostra Grazia.» mormorò imbarazzato ed esibendo un goffo inchino.
    «Per caso è ancora qui il Letter Storm che è arrivato l'altro giorno?» chiese, facendogli cenno di rialzarsi.
    «Purtroppo no, Vostra Magnificenza, è partito circa tre ore fa.» le rispose.
    «Oh. E quando arriverà il prossimo?» s'informò un po' delusa.
    «Entro il tramonto del sole è previsto un altro arrivo, milady.» si ricordò lo stalliere.
    «Per caso avete una missiva?» domandò dopo.
    Ashley non rispose perché era già uscita dalla zona settentrionale della Torre e stava scendendo con l'elevatore per andare nelle sue stanze; una volta chiusa la porta si avvicinò a passo veloce al comodino che affiancava il letto, aprì il cassetto e ci frugò dentro con la mano, prelevando con aria vittoriosa una lettera con il suo sigillo incerato.
    Con un sospiro di sollievo si voltò per uscire quando si trovò davanti Nails che stava chiudendo la porta; con rapidità nascose la lettera dietro la schiena ed assunse un comportamento serio e composto.
    «Scusami, non ho bussato.»
    «Non fa niente. Avevi qualcosa da dirmi?» tagliò corto.
    Senza risponderle si avvicinò, le prese la mano e alzò la manica dell'abito rivelando il livido che Lord Usotrix le aveva causato l'altro giorno quando l'aveva aggredita; paonazza Ashley cercò di coprirlo con l'altra mano ma il Black Arrow glielo impedì, bloccandole la mano e stringendogliela appena tra le dita lunghe e gentili.
    In quel momento si ricordò della lettera, ma ormai le era scivolata di mano e si era andata a posare dietro la sua gonna; con un veloce gesto la nascose sotto essa.
    «E' stato l'edere Epinescats vero?» indovinò accigliato.
    «Che cos'è successo Ash, dimmelo.» le ordinò pacato, senza staccarle gli occhi dal livido.
    «Ho sbattuto contro il muro e per aiutarmi mi ha afferrato con troppa forza il braccio.» inventò sul momento, mordendosi poi il labbro inferiore.
    «Se vuoi mentirmi dovrai fare di meglio Ash.» ruggì infastidito.
    Lei abbassò lo sguardo.
    «Ma sarebbe comunque inutile. James mi ha raccontato tutto.» sospirò dopo lasciandole la mano.
    «Non voglio che ci siano scontri interni per una cosa da niente. Non ne vale la pena per una come me.» cercò di giustificarsi, coprendosi il livido.
    La lettera era ancora al sicuro.
    «Sbagli a sottovalutarti.» la rimproverò.
    La sua voce era dolce come il miele e possente come il ruggito di un leone, un fatto che le legava lo stomaco tutte le volte che la sentiva e la costringeva ad alzare lo sguardo per assicurarsi che provenisse da una persona reale, e non da un illusione eldritch.
    Combattuta tra la voglia di tuffarsi tra le sue muscolose braccia e lasciarsi sopraffare dai singhiozzi, e quella di negare ogni cosa a bocca chiusa, Ashley rimase immobile di fronte a lui, che non smetteva di scrutarla in attesa di una qualche risposta o segno da parte sua.
    «Chi sei veramente Ash.» decise di rompere il silenzio.
    Il tempo degli indugi era finito; era ora di raccontare la verità a qualcuno che non fosse lei.
    «Sono Ashley Blueblossom Rose, figlia del Conte Graison Blueblossom e la Contessa Merida Roxburg dell'Isola di Airha. Ho lasciato la mia famiglia per cercare mio fratello Gideon e riportarlo a Hellenhill a qualsiasi costo.»
    Nails rimase fermo, senza proferir parola, poi posò un ginocchio a terra e chinò la testa, mettendola in imbarazzo.
    «Milady, sono onorato di fare la vostra conoscenza.»
    «Non fare così, è stata una mia scelta dimenticare chi sono; non voglio che mi tratti come una Lady. Ti prego solo di mantenere il segreto.» lo supplicò, facendolo alzare da terra.
    «Come desideri. Capisco più di chiunque altro l'esigenza di viaggiare sotto copertura, ma perché? Non capisco.»
    «Perché molti nemici assoldati dai miei genitori potrebbero riportarmi alla Villa della Rosa Blu, e questo non deve succedere prima che trovi mio fratello. Non conosco la ragione, ma ultimamente non lo vedevano di buon occhio e quando se n'è andato non hanno fatto nulla per fermarlo.» gli spiegò.
    «Mi sono ribellata e dopo aver preso l'attestato dal Palazzo di Magia ho deciso di intrapprendere questo viaggio.» aggiunse stringendo i pugni.
    «Voglio ritrovarlo Nails, non ce la faccio più a vivere senza sapere se sta bene o se è in qualche luogo sicuro.»
    Le lacrime le riempirono gli occhi, poi presero a rigarle le guance; le gambe smisero di reggerla, lasciandola cadere a terra mentre due mani forti la ressero per le braccia e un'improvvisa stanchezza le bloccò il petto, impedendole di respirare per qualche istante.
    «Calmati per favore, lo ritroveremo.»
    La voce musicale e profonda di Nails le raggiunse le orecchie in un sussurro troppo fievole perché lei potesse apprendre cos'aveva detto e potesse assimilarlo nei suoi pensieri; in un gesto disperato gli strinse la camicia da tenuta campagnola e affondò il viso nel petto forte e muscoloso che emanava un dolce profumo di resina di pino, lasciando libero sfogo a ciò che fin'ora non era riuscita a esprimere.
    Piangere non le era mai piaciuto, sopratutto in presenza di estranei, ma quel Black Arrow era riuscito ad estrarre le sue ansie e le sue preoccupazioni da quando aveva lasciato Villa della Rosa Blu, senza deriderla o umiliarla, anzi, aveva cominciato ad accarezzarle dolcemente i capelli con movimenti delicati e amorevoli.
    Quando non fu più in grado di versare neanche una lacrima, un improvvisa emicrania le cinse la testa come una cintura di metallo, facendola vacillare tra le braccia del ragazzo.
    «Ti senti meglio?»
    Lei tirò su col naso e annuì debolmente mordendosi il labbro inferiore, poi si accorse che stava ancora stringendo la camicia di Nails; con uno scatto drizzò la schiena e si asciugò le lacrime col polsino della veste, cercando di trovare il suo autocontrollo.
    «Scusa.» mormorò.
    Lui si alzò da terra e si allontanò, avvicinandosi alla finestra dalla quale penetrò un raggio di luce che creò una polla sul tappeto; aveva smesso di piovere e dalle spesse nuvole bianche e grigie penetravano i raggi solari che andavano a schiantarsi al suolo, scaldando la terra col loro tepore e rendendo il cielo un posto paradisiaco.
    Da qualche parte un usignolo cantò il bentornato al sole, mentre il nitrito di un cavallo echeggiò da lontano.
    «Posso chiederti un favore?» domandò al ragazzo.
    Lui girò la testa verso di lei, annuendo.
    «Questa lettera, deve raggiungere il Palazzo Reale. E' indirizzata a mia zia Lady Elinor per avvertirla del mio arrivo; mi deve un favore.» gli spiegò, allungandogli il foglio sigillato.
    «Consideratelo fatto.» le sorrise chiandosi a prenderglierlo.
    Lei ricambiò quel dolce sorriso, ma il fatto che le avesse dato del voi la turbava un po': perché aveva usato quel tono informale quando fino a due minuti fa le aveva dato del tu?
    Non appena aprì la porta entrarono Alys con James - strattonato per un braccio dalla giovane Lady -, che catturarono momentaneamente la sua attenzione.
    «Non tirate per favore milady.» la supplicava James, tenendosi il cappuccio calato in testa con l'altra mano.
    Ashley sorrise, divertita da quella scena, ma quando alzò lo sguardo il ragazzo dal sorriso da lupo era già sparito dietro la porta di legno.
    Era grata alle Potenze per averle fatto incontrare un ragazzo tanto apprensibile e dolce, ma aveva paura di perderlo, dato che sapeva - e conosceva - bene che le cose belle e che rendevano felice avevano una breve durata.
    Con un sospiro trattenuto si alzò da terra e tornò a fissare Lady Alys strattonare l'Hotis verso la finestra, mentre lo incitava con un grande sorriso che arrivava fino alle orecchie.
    «Lady Ash! Dovete venire a vedere subito!» disse dopo, notando la sua presenza.
    «Che cosa? Cosa succede?» domandò lei, osservando James alla ricerca di una qualche risposta ed ottenendo solo una scrollata di spalle.
    «Si sta avvicinando un Drago da ovest! E' bellissimo! E' un messaggero dell'Isola di Airha.» spiegò la bambina, frettolosa di avvicinarsi alla finestra.
    «Ma non ho sentito i corni dare l'avviso di avvicinamento di...»
    Una fanfara di corni riecheggiò nell'aria, impedendole di finire la frase, e in quel momento la ragazza capì.
    «James, Lady Alys, non è che vi siete avventurati senza scorte fuori dalle mura della Torre?» l'interrogò con cipiglio.
    La bambina, affacciata alla tanto agognata finestra, non le diede risposta ma bastò osservare la testa dell'Hotis abbassarsi per avere ragione.
    «Perdonate se sarò franca, Vostra Grazia, ma non credete di essere stata un po' troppo avventata uscire senza scorta e senza avvertire nessuno?»
    «Non ditelo a nessuno per favore Lady Ash! Non abbiamo fatto nulla di male!» la supplicò la bambina, voltandosi di scatto verso di lei e pregandola con lo sguardo.
    «Sbagliate a dire questo! E se vi fosse successo qualcosa e Vostro padre non ne era a conoscenza! Avete riflettuto sul dispiacere che avreste potuto fargli?» s'infervorò.
    «E tu James, avresti dovuto impedirglierlo o quanto meno informare me o Sir Nails!» lo rimproverò voltando lo sguardo sul ragazzo.
    «Non è colpa sua! Gli ho ordinato io di non dirlo a nessuno e di accompagnarmi!» lo difese la lady, parandosi davanti all'Hotis con le braccia aperte.
    Se da principio la Maga avrebbe voluto riferire tutto a Lord Voltasus e rimproverare aspramente l'Hotis, nel vedere quanto altruismo aveva la giovane ragazzina mettendosi a difendere un umile servo e ad assumersi tutte le colpe la intenerì.
    Le si avvicinò e si accucciò davanti a lei, scrutandola attentamente con gli occhi.
    «Avete capito cosa avete fatto, milady?» le chiese dolcemente.
    Alys annuì col capo chino e i pugni stretti lungo la gonna.
    «Se promettete solo di non farlo più, io non dirò nulla a Vostro padre.» le propose.
    La ragazzina alzò il viso, mostrandole gli occhi illuminarsi di gratitudine, poi le balzò al collo.
    «Vi ringrazio Lady Ash! Vi prometto che non farò più queste scappatelle!»
    Poi uscì dall'alloggio della Maga, seguita dal suo sguardo e dimenticandosi completamente del ragazzo.
    Quando la porta si richiuse la ragazza sospirò e congiunse le mani sulla gonna, voltandosi verso l'Hotis con uno sguardo di rimprovero.
    «Ti avevo chiesto di non dire nulla a Nails, perché non mi hai ascoltata?» domandò seria.
    «Non potevo mentirgli, mi dispiace.» le rispose mortificato.
    Ashley rimase ferma ad osservarlo con aria assolta, senza aggiungere altro.
    «Mi perdonerete milady?» osò chiederle l'Hotis, posando improvvisamente il ginocchio a terra.
    Passandosi una mano sulla fronte, la ragazza accennò un assenso con il capo, poi lo licenziò mentre un'ombra attraversò la finestra, oscurando momentaneamente la camera; un leggero tonfo proveniente dalla sommità della colonna annunciò che il Drago aveva posato le zampe al suolo, seguito da un ruggito soffocato e uno scalpiccio di stivali e zoccoli che stavano a significare lo cambio delle missive tra le varie Torri d'Interscambio di Meris con i Cavalli Celesti, portati alla cavezza dagli scudieri e con in sella i loro Letter Storm.  
    Non poteva essere una banale coincidenza, e nonostante la curiosità di scoprire chi fossero i Letter Storm che avrebbero dato il cambio a quello appena arrivato e a cosa contenessero quelle missive, la ragazza si sedette sulla poltrona di fronte alla finestra e continuò a leggere il libro che aveva lasciato in sospeso.
     
     
     
    Come al solito la cena si dimostrò un utile mezzo per raccogliere le informazioni sugli avvenimenti che provenivano dal mondo esterno alla Torre.
    Seduta di fronte al Black Arrow, con di fianco Lady Alys e un altro nobile panciuto che esibiva un cappello di velluto, Ashley ebbe modo si scoprire che l'Esercito Reale - con l'aiuto di alcuni nobili Fatati e del loro Supremo Re - avevano sconfitto le orde nemiche e disperso gli unseelie sopravvissuti mentre stava prendendo forma una nuova forza in un'altra Isola; quest'ultimo fatto non sembrava essere così allarmante, dato che i nobili della corte ne parlavano con disinvoltura, lasciando libero sfogo a pettegolezzi, ipotesi o fantasticherie infondate.
    Stancatasi di sentire quegli inutili squittii, volse la sua attenzione sul discorso che stavano facendo Ustorix e Nails, senza tuttavia scoprire nulla di interessante.
    «Sapete l'ultima novità proveniente dall'Isola di Airha, Lady Ash?» la distrasse una nobile vedova dall'altro capo della tavola che esibiva un turbante intarsiato di rubini e zaffiri.
    «Perdonate nobile dama, ma che cos'ha tanto attirato la Vostra attenzione?» domandò lei serafica e trattenendo un sospiro.
    «La figlia della famiglia Blueblossom Rose è scappata di casa, così come anni fa il figlio maggiore. La Duchessa e il Duca sono molto scocciati tanto che hanno deciso di ripudiarli, ma non lo danno a vedere!» cinguettò con aria petulante e coprendosi la bocca con una mano.
    Ad Ashley cadde la mascella, o per lo meno ci mancò poco.
    «Secondo il mio umile parere sono contenti di non averli più intorno, anche se questo significa la rovina per il loro Casato.» aggiunse con tono derisorio.
    Trattenendo a stento la voglia di congelare la vedova e quella di alzarsi di scatto dalla sedia, si limitò a stringere il tovagliolo che aveva posato in grembo, conficcandosi le unghie nella carne.
    «Sono solo frottole! Turbante di vetro e fasulli!» pensò con rabbia ma mostrando un falso sorriso di disinteresse.
    Stava per chiederle da chi avesse sentito quelle buffonate quando Turbante di Gioielli voltò l'attenzione sul nobile che le sedeva accanto, dimenticandosi completamente dell'esistenza della Maga.
    «Lady Ash.»
    La voce di James proveniente alle sue spalle catturò la sua attenzione; con discrezione posò la schiena alla sedia e cercò di ascoltare ciò che l'Hotis voleva dirle.
    «Lord Voltasus ci ha assicurato un passaggio per l'Isola di Kermeor. Partiremo domani mattina.» le disse trattenendo a stento la felicità.
    «Finalmente una buona notizia.» pensò alzando gli occhi al cielo.
    «Dì pure a sua Grazia che siamo molto obbligati verso il suo aiuto.»
    Con un inchino di congedo l'Hotis eseguì e quando vide che il Lord aveva recepito il suo messaggio, alzò un calice in suo onore.
    Ricambiando il gesto con un sorriso Voltasus bevve dal suo calice, cosa che non sembrò rallegrare suo figlio, che trattenne un grugnito di disapprovazione mentre si portava il calice alle labbra.
    I
       “Durante i quattro mesi in cui mi ero trattenuto negli Stati Uniti  per  portare a termine alcuni reportage per il mio giornale sull’organizzazione delle università di quel paese, avevo ricevuto le notizie dell’aggravarsi della salute di nonno Barthold dalle lettere – ricolme di evidente preoccupazione – che mio padre mi spediva  presso la residenza di un amico tedesco studente alla John Hopkins University di Baltimora.
       L’ultima, che risaliva a sole tre settimane prima di imbarcarmi sul piroscafo per  rientrare  in Germania, non lasciava grandi speranze insinuandomi nell’animo  un senso di angoscia che mi tormentò durante l’intero  viaggio di ritorno.
        Sbarcato  di primo mattino ad Amburgo in una giornata grigia ed uggiosa, intendendo recarmi subito a Gengenbach per far visita al nonno, raggiunsi  la Stazione Centrale delle Ferrovie.  
       Mi procurai il biglietto per il primo treno in partenza  per Baden Baden dove avrei trascorso la notte.
       Dal vicino ufficio postale, sebbene con qualche difficoltà,  riuscii a mettermi  in contatto con  mio cugino Peter che lavorava come impiegato alle poste di Gengenbach.
       Lo informai di essere appena rientrato dagli Stati Uniti e che intendevo proseguire subito per il suo paese, dopodiché - con un groppo in gola e voce tremante - gli chiesi  notizie del nonno. 
       Durante i pochi secondi trascorsi prima della sua risposta, fui colto da un acuto attacco di  panico temendo di ricevere la notizia che l’irreparabile fosse  già accaduto.   
       A conferma della sua natura enigmatica che me lo aveva reso antipatico sin da bambino,  in un gergo sportivo del tutto inappropriato in quella circostanza, disse:  “ Ritengo Albert,  che, purtroppo per lui la fine della corsa sia dietro l’ultima curva  e  te ne renderai conto tu stesso nel vederlo.”
       Ringraziai di cuore il destino che il nonno fosse ancora in vita sebbene l’insensibile e distaccata sentenza di Peter – geloso sin da bambino dell’affetto del nonno nei miei confronti – mi colpì nel profondo, e tuttavia mi sforzai di rispondergli come meritava pregandolo  di avvisare cortesemente nonna Agnes della mia imminente visita.
        Non intendendo in ogni caso incontrare Peter l’indomani, gli dissi che certamente impegnato nel suo lavoro alle poste,  avrebbe potuto gentilmente chiedere a suo fratello Heinz di venire  a ricevermi alla stazione delle corriere in Piazza Municipio verso mezzogiorno, ora del mio  arrivo da Baden Baden. Forse altrettanto intenzionato a non vedermi, mi rassicurò che così avrebbe fatto.
       Trascorsi l’intero viaggio leggendo un libro giallo nell’inutile tentativo di riuscire a distrarmi da un incontenibile e crescente senso d’angoscia. Giunto a Baden Baden,  consumai  uno spuntino frugale al ristorantino dell’alberghetto nei pressi della stazione ferroviaria prenotato prima di partire da Amburgo e dopo una doccia, mi abbandonai distrutto sul grande letto sperando in un rapido sonno ristoratore, ma trascorsi ahimè una notte insonne in preda ad incubi paurosi.”
       Albert tacque per qualche secondo, giusto il tempo di spegnere nervosamente  la sigaretta nel posacenere ed accenderne un’altra, quindi, senza rivolgermi uno sguardo, totalmente immerso nei suoi  ricordi,  riprese  a leggere con lo stesso tono di voce. 
       “Il mattino seguente, in un clima freddo  ed umido raggiunsi in fretta  la stazione delle corriere dove in attesa del  pullman delle 8,00 con destinazione Gengenbach, per ripararmi dal gelo, approfittai per acquistare in un vicino emporio - fortunatamente aperto - un paio di scarponi che indossai subito in sostituzione delle scarpe da città,  un colbacco,  una sciarpa di lana pesante ed un paio di  guanti di pelle.
       La corriera, mezza vuota, partì alle otto in punto. Il viaggio  fu  piuttosto stancante a causa delle difficili condizioni climatiche e della pessima  situazione  delle strade.  
       Giunti a Gengenbach, appena sceso,  detti un’occhiata d’intorno e stentai a riconoscere mio cugino Heinz, che intabarrato in un pesante cappotto di pelliccia e con un  enorme cappello eschimese dai lunghi paraorecchi calato fin quasi  sopra gli  occhi,  mi stava aspettando ad una decina di metri di distanza battendo i piedi per il freddo e che,  appena mi ebbe  riconosciuto fra i rari passeggeri, mi sollecitò con un cenno delle mani a raggiungerlo all’interno del calesse coperto, per proteggersi velocemente dalle folate di nevischio e vento ghiacciato che  toglieva il respiro.
       Mi calcai il colbacco bene in testa, raccolsi la mia borsa da viaggio e facendo fatica per non scivolare sulla neve ghiacciata, raggiunsi il calesse ed aperto lo sportello mi sedetti accanto a lui con la borsa sulle ginocchia.
       Lo salutai con un cenno del capo, a cui lui rispose con una breve strizzatina dei  suoi profondi  ed onesti occhi azzurri, senza aggiungere parola.  
       Dopo averlo ringraziato per essere venuto a prendermi ed  essermi rallegrato per essere stato rassicurato da suo fratello che nella sua famiglia stavano tutti bene, evitai  ulteriori  convenevoli, perché, conoscendolo, sapevo che la sua natura semplice e contadina lo aveva sempre fatto  sentire  a disagio nei miei confronti perché ero di diversi anni  più grande di lui, ero cittadino, avevo  studiato all’università, ero diventato  giornalista e giravo il mondo.
       Mi  allungò  un telo cerato dicendomi di mettermelo  addosso, così come aveva fatto anche su di sé,   perchè potessi ripararmi  dal nevischio, che nonostante la copertura della capote,  spinto dal vento sarebbe inevitabilmente  penetrato all’interno del calesse  durante il tragitto per raggiungere la fattoria dei nonni.
       Lo presi e cercai di sistemarmi  al meglio coprendo la borsa, le gambe e tirandomelo fin sul mento.  
       Affossata  la testa nel collo di pelliccia del mio cappotto ed abbassato il colbacco fino a coprirmi le orecchie, attesi che  Felix, incitato con la frusta il cavallo a muoversi e guidandolo con maestria  fra la gente che numerosa attraversava la piazza, dirigesse il calesse  verso la strada provinciale,  che dopo circa  un chilometro   ci avrebbe condotto fuori dalla cittadina.
       A quel punto, non riuscendo più a trattenermi,  gli chiesi di dirmi con franchezza  la sua  opinione sulle condizioni di salute del nonno.
       Lui, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, si era limitato a mugugnare a mezza bocca  di averlo  visto l’ultima volta  una quindicina di giorni prima.  
       Aveva poi aggiunto, quasi sforzandosi, di aver  saputo che il Dr. Muller, il medico di fiducia della famiglia, lo aveva recentemente sottoposto a nuove terapie.
       Ma sembrava che  non essendoci state reazioni positive alla cura, sia lui che i familiari, si erano purtroppo convinti che non c’era  da farsi troppe  illusioni  e che la fine sembrava ormai prossima.
       Le sue parole, che confermavano  quanto mi aveva detto brutalmente suo fratello Peter, mi gelarono ancor più il sangue nelle vene.
       Fu tutto quello che ci dicemmo durante il tragitto, attraversando il  paesaggio desolatamente imbiancato senza quasi incontrare più anima viva, con il vento freddo che  ci sferzava il viso facendoci  lacrimare gli occhi.
      Via via che ci avvicinavamo alla fattoria, riconoscevo da lontano le case delle famiglie dei miei amici d’infanzia, di cui il solo segno di vita era  il copioso fumo bianco che usciva  dai camini. 
       Giungemmo finalmente alla curva  davanti alla Cappelletta del Corpus Domini,  quasi del tutto  irriconoscibile  perchè sommersa dalla tanta neve  che nessuno si era curato di rimuovere. 
       Cercavo di distrarmi osservando  intensificarsi   sempre più i bianchi  sbuffi  di  vapore emanati dalla pelle e dalle froge del cavallo,  per lo sforzo di percorrere  gli ultimi trecento metri di salita che ci separavano dalla fattoria dei miei nonni.
       Fino a quel momento ero riuscito a controllare la mia angoscia. 
       Ma alla vista della fattoria, l’improvvisa presa di coscienza di non riuscire ad accettare  l’enorme vuoto che mi avrebbe lasciato l’ormai quasi certa  dipartita  di nonno Barthold, lacerò il mio animo a tal punto che mi costò  uno  sforzo sovrumano  riuscire  a trattenermi dal lanciare  un disperato grido di ribellione in quel deserto bianco.
       Entrati nell’aia, che alcuni operai comandati dal fattore stavano sgombrando  dai cumuli di neve, in un attimo,  come la lunga sequenza di un film muto,  passarono davanti ai miei occhi le immagini dei momenti più belli e significativi della mia gioventù.
       Era lì  che avevo felicemente trascorse quasi tutte le mie vacanze  d’estate insieme ai nonni,  in quella che avevo da sempre sentito come  la mia vera  casa, molto più di quella della famiglia dei miei genitori  a Dresda.   
       Prima di scendere dal calesse, pregai Felix di farmi la cortesia di recarsi all’Albergo Municipio a Gengenbach  per fissarmi una stanza per la notte, sperando che ce ne fosse una disponibile e lasciare lì  il mio borsone. 
       “Stai tranquillo Albert. Tanto in questo periodo una stanza a disposizione  l’avranno di sicuro. Non sono tempi questi in cui si vedono turisti in giro. Ma come farai a tornare?” mi domandò poi  con tono allarmato.
       “Non ti preoccupare Felix, vedo che il fattore è qui. Mi farò riaccompagnare da lui.”
       La  vecchia zia Anne, avvolta in un  grande scialle nero, ci stava aspettando al riparo sotto la  tettoia del grande portone, messa evidentemente  sull’avviso del nostro arrivo dall’abbaiare dei cani.  
       Lei era la sorella gemella di nonna Agnes. Non essendosi mai sposata,   viveva ormai  da sempre  nella grande  fattoria facendo  compagnia a sua sorella e dando  una mano in casa, nell’orto e nelle cantine.
       Appena sceso dal calesse,  mi aveva abbracciato  con calore incitandomi a farmi coraggio.  Aveva quindi  dato voce a Felix,  invitandolo  a entrare per scaldarsi da quel clima rigido con un buon  bicchierino di grappa. 
       Ma lui, rimasto dentro il calesse, si era scusato dicendo  di non poter accettare,  perché aveva  una qualche  commissione urgente  da fare e doveva allontanarsi subito.
       Mi  avvicinai per ringraziarlo. Ma  lui,  avaro come sempre di parole, fece appena lo sforzo di farmi una strizzatina d’occhi d’intesa e salutati entrambi con un cenno della mano, spronato il cavallo si era allontanato rapidamente.
       Il calesse era presto sparito alla nostra vista, nella nebbia che si era fatta   sempre più fitta. 
       Io, che conoscevo le tradizioni della casa, strusciai  bene gli stivali sullo zerbino dell’androne prima di entrare e seguire la zia. 
       Lei, gentile e servizievole come sempre, aperta la doppia porta a vetri che immetteva nel corridoio,  mi  aiutò a liberarmi del cappotto sgocciolante,  dicendomi che l’avrebbe fatto asciugare al calore della stufa  della stanza di fondo,  che aveva preparata per me per la notte. 
       Ma resasi conto d’improvviso che non avevo alcun bagaglio con me, mi si rivolse con aria interrogativa.       
       “Non dirmi che non ti tratterrai  neanche qualche giorno Albert! I  nonni hanno aspettato così a lungo che tu arrivassi!”
      “Mi dispiace, zia Anne, ma purtroppo non è possibile fermarmi come speravo.
       Ho già preso un biglietto per ripartire domani in giornata dalla stazione di Baden Baden,  perché il mio direttore mi ha chiesto di non mancare  a un’importantissima  riunione della redazione del giornale organizzata per domani pomeriggio. 
       D’altronde, sai, per un giovane giornalista quasi alle prime armi come me, dovessi  rischiare  di perdere il posto,  non sarebbe facile trovare un nuovo impiego di questi tempi tristi.
       Spero tu mi capisca e ti prego di  non dire nulla ai nonni. Ci penserò io a farlo al momento opportuno, anche se so  che non sarà facile, perché darò  loro un grande dolore.” le risposi cercando di usare  il tono più affettuoso e convincente che mi riuscì. 
       Mi lanciò uno sguardo riprovevole e prima di allontanarsi  nel corridoio con aria contrariata, alla mia richiesta di voler vedere subito  nonna Agnes,  mi disse  che  mi stava aspettando con impazienza  nella grande  cucina. 
       Mi feci coraggio e, visto che la  porta era già  aperta, entrai.
       La nonna, con la solita mantellina di lana marrone sulle spalle,  stava armeggiando sui fornelli.
       L’ambiente era caldo e confortevole per il fuoco che scoppiettava nel grande camino. Riconobbi immediatamente il buon odore di brasato di manzo con verdure che stava preparando, sapendo che  era uno dei miei piatti preferiti
       Avvertendo la mia presenza  lei si girò, ripose le posate che aveva in mano sul piano della cucina a legna,  mi indirizzò un mesto sorriso e dicendosi felice che fossi finalmente arrivato, attese che la raggiungessi con le braccia aperte.  
       Stringendola  forte a me e baciandola sulla fronte,  non riuscii  a trattenermi a lungo  dal chiederle come stesse il nonno.
       Alla mia domanda che si aspettava e che forse  temeva, mi rivolse  uno  sguardo disperato e,  con gli occhi che  le si arrossavano, mi rispose con un filo di  voce che lo avrei   riconosciuto a stento.
       Mi spiegò che  la sua  maledetta  malattia  stava dissolvendo il suo corpo,  con una rapidità che nemmeno i medici riuscivano a spiegarsi. 
       Le tre iniezioni al giorno che gli faceva,  servivano solo ad alleviargli i dolori di cui lui, - tu lo conosci -  non si lamentava mai.
       Qualche istante dopo, aggiunse con un profondo sospiro,  che la mente del nonno  era comunque   rimasta   lucida e determinata come  sempre. Tanto che   lui continuava a maledire il destino perché  invece di fulminarlo, magari  con un infarto  mentre in sella al suo cavallo cavalcava nei boschi in piena libertà,  lo aveva invece condannato a spendere gli ultimi giorni della sua vita immobilizzato in un  letto.
       La interruppi  chiedendole  se potevo vederlo subito,  così  lei anche se con qualche titubanza, mi fece cenno di  seguirla.
       Percorrendo il lungo corridoio appena rischiarato dalle fievole luce dei due vecchi lampadari a gocce che pendevano dall’alto soffitto,  gettai uno sguardo oltre le porte delle stanze lasciate  semiaperte. 
       Avvertii  una forte stretta al cuore, vedendo che i mobili della grande sala da pranzo, così come quelli del salotto,  erano completamente ricoperti da lenzuoli bianchi. Segno evidente che da tempo nessuno li usava più.’
       A quel punto Albert, palesando chiaramente il suo stato  di disagio,  fece una pausa. 
       Si passò  la mano sul volto, si grattò nervosamente  la fronte e  spense nel posacenere  la sigaretta non ancora completamente consumata.
       Versò dell’acqua dalla brocca in entrambi i bicchieri che aveva preparati  all’angolo della scrivania e mi rivolse uno sguardo interessato per capire se lo stessi seguendo con la dovuta attenzione.
       ‘Spero non ti stia annoiando troppo con tutti  questi particolari, Kurt. Ma ti assicuro che nel rileggerli dal mio quaderno di appunti, ho rivissuto con grande sofferenza quelle drammatiche  circostanze,  che  da allora sono rimaste  scolpite  nella mente e  fanno parte del mio io più profondo.’
       ‘Mi rendo conto, Albert, che sono momenti della vita che  si vivono fortunatamente solo in poche circostanze, perciò ti capisco bene.
       Non ti preoccupare e vai pure avanti.’ gli risposi con un tono che voleva dimostrargli tutta la mia comprensione
       Lui mi guardò con gratitudine,  rivolgendomi  un cenno di assenso.
       Terminato di bere  il contenuto del  suo bicchiere,  riprese a raccontare  con voce sempre più emozionata e incerta, astenendosi con mia sorpresa dall’accendere l’ennesima sigaretta.
       ‘Ora ti prego di non interrompermi più finchè non finisco di leggerti  le ultime righe che ho scritto, perché l’argomento mi pesa molto.
       Giunti dunque  davanti alla loro camera da letto, con il battito del cuore che mi risuonava sempre più forte nelle orecchie, nonna  Agnes  aprì  la porta  con discrezione.
       Guardandomi, sussurrò a bassa voce che dovendo ancora fare la prevista  iniezione di mezzogiorno  al nonno, avrei dovuto aspettare un suo cenno prima di poter entrare.
       Cercando di non fare rumore, mentre   lei si avvicinava alla parete opposta,  gettai con curiosità un’occhiata dentro la stanza immersa in una soffusa penombra, da cui, appena percettibile,  perveniva il solo ticchettio di una grande sveglia posta su un comodino.
       La  luce del giorno, che filtrava  da una lieve fessura fra le grandi tende di velluto che coprivano le vetrate della portafinestra, lasciava appena intravvedere il grande  letto di ottone,  su  cui con fatica mi riuscì di discernere  la sagoma del nonno distesa sotto le coperte.
       Fui colto da un’improvvisa emozione ricordando  che, come mi aveva riferito mio padre,  unico fra tutti i nipoti, i nonni avevano voluto che mia madre mi mettesse al mondo in quello stesso letto, con l’aiuto della loro levatrice di fiducia. 
       Da  quando lo avevo saputo,  avevo ritenuto che fosse proprio questo il  motivo per cui  il nonno aveva da sempre dimostrato un debole per me,  ripetendomi mille  volte  che per lui ero  come un figlio.   
       Nei  pochi  minuti  che fui costretto ad attendere sull’uscio, rivolgendo lo sguardo  intorno,  ebbi modo di constatare che nella stanza era rimasto tutto come la ricordavo fin da bambino.
       La grande cassettiera sovrastata dalla specchiera con la cornice dorata ai cui lati, appese al muro, seguitavano da anni  a fare da custodi le severe  e ingiallite foto dei bisnonni nei loro eleganti vestiti del giorno delle nozze.    
       Stanza   che  avevano  abitata per primi e che, dopo la loro morte,   era passata al primogenito Barthold e a sua moglie  come da tradizione di famiglia.  
       Ma fui travolto da ricordi ed emozioni incontenibili, quando il mio sguardo si spinse verso il grande armadio in radica di noce,  che il nonno e io bambino  consideravamo magico.    
       Rivedevo gli occhi del nonno illuminarsi di felicità appena al mattino,  vedendomi   apparire dietro le lunghe gonne nere  della nonna,  dopo avermi fatto   togliere le scarpe,  mi  permetteva di salire sul grande letto e  mi teneva abbracciato baciandomi e facendomi  il solletico sul collo con i suoi folti e ispidi baffi.
       Rassicurata la nonna che l’avremmo raggiunta in cucina poco dopo per fare colazione, appena lei si era  allontanata, aveva inizio un gioco intimo e fantasioso, un rito sacro da noi inventato, che il nonno mi aveva fatto giurare baciandomi le dita incrociate,  di custodire  come un  nostro segreto.
       Ogni mattina lui mi invitava a indicare una qualunque delle tante  macchie slabbrate, dei ghirigori,  volute irregolari, strani segni che apparivano sulle ante bombate marrone scuro  di quell’enorme armadio in radica di noce,  chiedendomi ogni volta cosa suggerisse alla mia immaginazione quella  che avevo prescelta. 
       Prendendo spunto dalla mia risposta, sempre diversa: un maggiolino, la cuspide di una montagna, la  bocca  spalancata di un lupo, la  sinuosa  sagoma di un serpente, un enorme uccello in volo, un  drago con fiamme  nelle  fauci, il profilo di un cavallo alato.  E ancora elfi e  figure di strane e fantasiose creature,  nonno Barthold con la sua inventiva prodigiosa, le  trasformava in esseri immaginari,  costruendoci sopra le storie più inverosimili e fantasiose che  io ascoltavo incantato a occhi spalancati ed a bocca aperta.
       Ma le avventure che più preferivo sentirmi raccontare erano quelle del mio personaggio preferito “Rico”, il nome attribuito  dal nonno alla chiazza marrone che nella grande anta centrale dell’armadio, secondo la mia fantasia di bambino, somigliava a un maggiolino.  Lui  l’aveva trasformato in un essere speciale,  un animaletto d’acciaio che socchiudendo i suoi grandi occhi gialli, filtrava i raggi della luce, su cui aveva la straordinaria  capacità di viaggiare trasferendosi da un posto all’altro del mondo,  per correre   in soccorso di chi aveva bisogno.                         
       Era poi nonna Agnes, che dopo averci lasciati tranquilli a  fantasticare per una ventina di minuti,  entrando nella stanza  per sollecitare il nonno ad alzarsi,  aprendo le finestre faceva svanire la magia  di quei momenti indimenticabili.   In  un solo attimo,  sparivano allora montagne incantate, fate, elfi, gnomi, bestie feroci, draghi, re e principesse, tutte straordinarie creature da lui inventate solo per me,  che restavano tuttavia fisse nella mia mente per tutto il giorno e la notte fino al mattino dopo.
       Quanto tempo era trascorso da quando la nonna mi aveva detto di restare sull’uscio? Un secondo, un minuto, o anni interi?
       Lei,  intanto,  dopo aver allargato le tende per vederci meglio, aveva  discretamente svegliato nonno Barthold sussurrandogli alcune parole all’orecchio e, recuperata dal contenitore di metallo la siringa già bollita,  gli aveva fatta l’iniezione, risistemando poi con attenzione  le lenzuola e la coperta.
       Il rumore improvviso di alcuni oggetti di metallo smossi, mi fece tornare alla triste realtà del momento.
       Seguii con lo sguardo nonna Agnes che sostenendo la testa del nonno, lo aveva aiutato a bere dell’acqua da un bicchiere che era sul comodino e, dopo  avergli parlato brevemente a bassa voce all’orecchio, aveva poi rassettato in qualche modo il letto.
       Se ne era quindi  allontanata per ravvivare il fuoco della grande stufa di maiolica bianca, che accanto alla portafinestra,   spandeva un  lieve  Tepore  per tutta la stanza, e, infine, con un cenno della mano, mi aveva dato  il  permesso di entrare.   
       Avvicinandomi  al grande letto cercando di fare il meno rumore possibile, perché il pavimento di legno scricchiolava sotto i miei stivali, mi giunse di sorpresa l’esortazione del nonno, che quasi avesse avvertito il turbinio di ricordi in cui la mia mente  si  era appena  persa, con voce rauca, ma con tono fermo, mi sollecitava 
       “Fatti animo, Albert. Vieni avanti figliolo.  E’ tanti giorni che  ti aspetto,  che pensavo di non riuscire più a vederti da vivo!”                                                        
       Lo guardai con attenzione. Giaceva disteso con la testa sprofondata fra grandi cuscini dalla federa bianca. Lo trovai talmente  cambiato dall’ultima volta che lo avevo incontrato, che stentai a  riconoscere  la sua tradizionale  fisionomia di vecchio patriarca.
       Gli occhi, una volta vivaci e attenti, erano ora acquosi e spenti.  I lunghi  capelli bianchi, che erano stati da sempre  il suo vanto, ora erano cortissimi,  radi e ingialliti.  La pelle inaridita e segnata da rughe profonde,  aveva  un colore cereo.  Il naso gli si era ingrossato e sopra le labbra esangui, i baffi  che aveva sempre tenuti  lunghi e folti,  erano ora  appena accennati e  non c’era più traccia della sua bella e fluente barba. Insomma non sembrava più lui.
       Alla  nonna  non sfuggì la mia espressione  sbigottita.  Senza dire parola e con le lacrime che cominciavano a scenderle copiose sul viso ancora bello, si  girò  cercando di  non farsi vedere,  allontanandosi a passi rapidi per uscire dalla stanza. 
       La seguii con lo sguardo e, prima di chiudere la porta dietro di sé,  mi fece cenno di non trattenermi troppo a lungo. 
       “Ciao nonno Barthold.  Spero di non disturbarti. Ma  è stata nonna Agnes a darmi il permesso di entrare dicendomi che eri sveglio e saresti stato contento di vedermi.   Sai, sono sbarcato solo ieri ad Amburgo di ritorno dagli Stati Uniti  dove mi sono trattenuto per circa  quattro mesi,  per effettuare  delle ricerche sulle locali università da parte del mio giornale. Ho pensato di passare di qui  per vedere come stai, abbracciare la nonna  e salutare il resto  della famiglia.”
       Mi guardò con un lieve sorriso dall’aria ironica.
       “Sì, ho saputo dell’America e ne sono stato contento.  Quella è una grande nazione e sicuramente sarà stato utile  attraversare l’Atlantico  per andare a vedere come si vive nel nuovo mondo.  
       Ma non essere bugiardo, Albert, con me  non devi  mentire. 
       Tu sei venuto  perché qualcuno ti ha avvertito che quei cazzoni di medici incapaci e contafrottole,  si sono arresi e hanno decretato che ho  ancora solo poco tempo da vivere.
       Ma sai qual’è la verità?  E’ che si sono ormai  esauriti,  i giorni che avevo vinti alla lotteria della vita,  quando il destino decise che, tra le tante,  toccava alla mia anima  scendere a far danni  in questo mondo.” disse con la solita irriducibile verve che non aveva perduta.   
       “Aiutami a sistemarmi meglio sui cuscini per favore, perché ormai è già da qualche mese che non riesco a farlo più da solo.” mi aveva pregato  subito dopo,  con  un sospiro profondo e  un tono  sfiduciato che mi fecero  ancor più stringere il cuore.
       Lo aiutai. Quando disse di sentirsi a suo agio, mi chiese di sedermi sulla sedia accanto al letto. Gli presi una mano e la strinsi con affetto fra le mie.
       Al che lui mi scrutò con uno sguardo attento.
       “Non essere triste, Albert. Lo sai che  io non ho alcuna paura della morte e sono pronto a ricominciare  una qualche nuova avventura in quell’aldilà che nessuno conosce. Chissà,  magari è perfino un luogo  migliore e più interessante di questo nostro piccolo, sozzo  mondo.
       E guarda di non  sforzarti a cercare inutili  parole di circostanza, come tutti quegli ipocriti  che vengono a trovarmi in questi giorni per farmi coraggio. Coraggio di che? Pensano che non mi renda conto a quale larva d’uomo questa merda di malattia ha ridotto un gigante come me?
       Sai bene, che per mia fortuna ho sempre goduto di una salute di ferro.  E se a un certo punto era proprio giunta la mia ora, sarebbe stato più giusto che fossi rimasto fulminato mentre cavalcavo alla grande all’aria aperta in mezzo ai boschi, e non vedere invece  marcire il mio corpo giorno dopo giorno,  come una vecchia logora e ormai   fradicia.
       Ma, ora stammi bene a sentire nipote mio.  Sono felice  che sei capitato proprio oggi  che  mi sembra di sentirmi  un pò meglio.  Effetto forse di quelle iniezioni,  con le quali tua nonna Agnes si diverte a  bucarmi   le chiappe tre volte al giorno.
       Ti confesso, però, che  non ho più tanta forza per parlare a lungo. Ma  certe cose importanti sei l’unico della famiglia a cui voglio confidarle, perché come ti ho detto tante volte, tu mi somigli molto e puoi capirle avendo un gran cervello.  
       Ma prima ti prego di farmi un favore. Guarda dentro il primo cassetto del comodino. Ci troverai una scatola di sigari. Prendimene uno!”
       “Ma che dici, nonno?! Nelle tue condizioni fumare è una completa  pazzia e non te lo permetterò!” gli opposi con tono deciso.
       “Non essere stupido, Albert. Credo di essermi un po’ rimbambito, ma non fino a questo punto. Certo che non voglio fumare. Ma l’unica concessione che di tanto in tanto mi ha accordato Agnes, da cui ormai dipendo in tutto e per tutto, anche quando mi caco nelle braghe, l’unica concessione, dicevo,  per sentire ancora  il sapore  della vita,  è  potermi inebriare  per qualche istante del buon odore dei miei amati sigari. Tutto qui.
       Ti prego perciò di  prendere  il taglierino, spizzane uno e strusciamelo sotto il naso per qualche secondo.  Perché, vedi,  anche questa semplice operazione ormai non riesco più a farla con mano ferma da solo.” 
       Gli ubbidii come un automa e  feci  quanto mi aveva chiesto. 
       I suoi occhi  esprimevano tutta la gioia e la riconoscenza per le gradevoli sensazioni che sembrava trarre dal profumo del tabacco,  che inspirava  nei ripetuti passaggi della punta del sigaro che gli mettevo sotto il naso. E io, capendo quanto fosse ancora attaccato alle cose concrete della vita, immaginavo la  sua sofferenza sapendo di doversene  separare per sempre.
       Quando riposi il sigaro nel cassetto, lui seguì il mio gesto con una  grande  mestizia negli occhi. 
       Poi con voce roca, mi disse “Ti ringrazio molto, Albert, per avermi offerto ancora un istante  di piacere in questa ormai  mia povera vita, ma ora devi ascoltarmi con attenzione  perché ho cose molto serie da dirti.”    
       “Per me va bene, nonno. Ma nonna Agnes si è raccomandata  di non trattenermi troppo a lungo per non farti stancare, anche perché è quasi ora che ti porti il pranzo.”
       “Ma quale pranzo! Io non posso più neanche masticare e riesco  a malapena a trangugiare la sua brodaglia di verdure.  Ma per quanto lei   si sforzi di dargli un sapore decente, per il mio stomaco, ormai  distrutto dalle  medicine, somiglia  tanto al rancio di quando feci la selezione  per partire militare! Anche se capisci che  non posso confessarglielo, povera donna!”
       “Non starai poi in gran forma, nonno, però  mi pare che la memoria non l’hai persa affatto!”  gli  replicai convinto, sorridendogli per dargli un po’ di soddisfazione.
       “Eh sì, la memoria! Almeno quella in parte funziona ancora! Fortunatamente lei  non è fatta di giunture, cartilagini, gangli nervosi, ossa, che questa maledetta artrite deformante sta affannandosi a distruggere sempre più rapidamente  nel mio corpo.  Al punto  che non riesco più neanche a tenere in mano un bicchiere, o addirittura  un cucchiaio. E tua nonna Agnes  è costretta a darmi da bere e imboccarmi come un bambino di un anno!
       Ma proprio perché mi è rimasta poca autonomia anche nel parlare, lasciamo stare  queste sciocchezze e ascolta invece le cose serie che ho da dirti, perché tu, nipote mio, sei il solo che può capirle a fondo.”
       Tacque per un istante, perché  gli mancò la voce. Mi affrettai a fargli  bere un po’ d’acqua e, quando accennò a essersi ripreso, continuò parlado lentamente, ma con chiarezza. 
     “Vedi, Albert, in questi lunghi mesi, imprigionato in questo letto,  ho avuto tutto  il tempo di ripensare alla mia vita e non ho potuto che concludere che in verità  sono stato un uomo fortunato. Direi molto fortunato.
       Ero  un gigante capace di  alzare da solo una botte di oltre un quintale dei miei  vini famosi in tutta la regione  e ho sempre goduto  di  una salute di ferro. Come sai ho  combattuto in due  guerre e sono stato anche  gravemente  ferito.  Ma  me  la  sono  cavata   in  barba  a  quella  schifosa della  signora morte, che pensava di rubarmi la vita a neanche vent’anni.
       Il destino ha poi voluto farmi dono di una  moglie come  quella santa donna  di tua nonna  Agnes,  che forse neanche mi meritavo e nei cui occhi leggo ancora oggi  un  amore profondo, tanto che non so proprio se riuscirà a sopravvivere quando presto me ne sarò andato! 
       Aggiungici che mi ha dato degli splendidi figli, che hanno prodotto  una nidiata di  nipoti, belli,  forti e intelligenti. Nella vita ho poi avuto  molti  amici e tanti  nemici, cosa che fa onore a ogni uomo che abbia  valore. Finalmente, come ti ho raccontato tante volte, senza togliere un briciolo di affetto ad Agnes,  perché una cosa è godere di fare sesso e altra cosa è amare, ho corso la cavallina per più di trent’anni rendendo felici molte delle femmine del nostro  circondario  e oltre. 
       In definitiva  posso ben  dire che questi miei occhi, che ora non riescono neanche a distinguere bene i lineamenti della tua faccia,   ne hanno  viste  di cose più di Carlo in Francia!
       Ciò che però non potrò perdonarmi, è che mi toccherà davvero  lasciare sola quella povera donna di Agnes.  Perché temo proprio che non mi riuscirà di resistere al fascino  di madonna morte,  che  questa volta credo abbia tutte le intenzioni di portarmi via con sé.
       E penso anche, che non ci sia alcuna speranza che io possa rivedere la nonna in un altro mondo.  Perché lei  sarà ricevuta con tutti gli onori che si merita nel paradiso in cui  tanto  crede. 
       Mentre alle mani di questo sporco,  inguaribile peccatore, non sarà neanche permesso di bussare alla porta di San Pietro, che di certo non avrà alcuna intenzione di aprirla  per farmi entrare!”
       Sorrise ironicamente storcendo la bocca e  gli venne di tossire. Mi affrettai ad avvicinargli alla bocca il bicchiere d’acqua che era sul comodino. Bevve qualche sorso con qualche difficoltà e ringraziatomi con uno  sguardo affettuoso, riprese con la voce che si faceva sempre più flebile e rauca.
       ‘Ma  ora Albert, ascolta  queste poche raccomandazioni, che ha da lasciarti come  testamento spirituale un uomo, che magari senza volerlo, il peso degli anni ha fatto diventare saggio.
       Io ti conosco bene  e so che sei un ragazzo di intelligenza superiore,  capace di guardare molto lontano e capire questi miei suggerimenti.
       Cerca di  non inorgoglirti troppo per i traguardi che hai già  raggiunti e quelli che intenderai  raggiungere.
       Sappi sempre trarre insegnamento dai tuoi errori, perché ne farai come tutti. Eh, se ne farai! Te lo dice uno che giunto a quest’età potrebbe scriverci un’intera enciclopedia!                                                                                     
       Ricordati che dedicare troppo  tempo soltanto a sé stessi per soddisfare le  proprie  ambizioni, ci spinge spesso a trascurare chi ci  sta vicino e ci  vuole bene. Stai attento, nipote mio, perché questo spesso  può essere un prezzo troppo alto da pagare! 
       Cerca di prendere  sempre  le cose con filosofia  senza dannarti troppo per le  difficoltà,  anche le più gravi e insormontabili.  Perché nella vita, salvo la morte,  prima o poi  tutto passa, il bene e il male,  la felicità e il dolore, il successo e l’insuccesso.
       Non incaponirti  a cercare di raggiungere  la felicità  a ogni costo, perché in assoluto su questa terra la felicità non esiste. Semmai cerca di goderti al meglio  i momenti di gioia che la vita avrà, forse, la  generosità di concederti.
       Come ti ho detto tante volte, non scordarti mai che non sono i  soldi a dare la  felicità.  Perché chi ha bramosia di guadagnarne sempre più, alla fine non guarda in faccia nessuno e resta schiavo del denaro  per tutta la vita.
       Certo i soldi aiutano a vivere meglio, ma se avrai la fortuna di ottenere il  giusto, assicurati per prima cosa  una casa  dove poter  tenere le palle al caldo. Il resto verrà se il destino lo vorrà.
       Sii cosciente  che il potere  logora chiunque voglia raggiungerlo ai piani più alti.  E, possedendolo e intendendo  mantenerlo il più a lungo possibile, spesso non ha scrupoli a operare sulla pelle e a danno degli altri.”
       Nel mettere in fila queste raccomandazioni, che in parte mi aveva già trasmesse durante le nostre lunghe conversazioni nei boschi,  il nonno teneva gli occhi stretti come stesse cercando negli angoli più remoti  della sua mente di non dimenticarne nessuno.
       Io seguivo i suoi ragionamenti con grande partecipazione, tenendogli una mano affettuosamente stretta fra le mie,   combattendo  disperatamente con me stesso  per tenere a bada le profonde emozioni che turbavano il mio animo, avvertendo chiaramente che  non avrei avute altre occasioni per sentirmelo così vicino.
       D’improvviso lui aprì gli occhi e come avesse raccolto tutte le forze rimastegli, riprese a parlare. 
       “Vedi, Albert, ora che  questa schifosa malattia è riuscita ad annientarmi nel corpo e nello spirito, mi sembra di riuscire a vedere  tutto più chiaro e sono giunto alla conclusione  che  le cose che contano veramente nella vita  non sono poi molte. 
       Perciò ascoltami bene  e vedi di  farne tesoro.
       In assoluto ciò che più conta è l’amore, ma non quello egoistico che serve solo a soddisfare sé stessi e i propri desideri. Ma  quello, che definirei universale,  partendo dall’amore per la persona che si è scelta per condividere il nostro destino.  L’amore per i figli e i genitori che sono sangue del nostro  sangue.  L’amore  per i nostri simili, perché non dobbiamo mai  dimenticare che  apparteniamo tutti  alla  stessa famiglia umana.  Infine  l’amore  per  la  natura  in tutti i suoi aspetti, perché da essa dipende l’equilibrio e la sopravvivenza delle specie.
       Abbi in grande considerazione l’amicizia, quella vera,  solida, disinteressata e sincera. 
       Così come la libertà,  che non ti regala nessuno, ma che devi conquistare e difendere giorno dopo giorno, del  cui vero  valore ci  si rende conto solo quando ci viene sottratta in un modo o in un altro.
       Spesso brutalmente.
       Come ho poi purtroppo imparato sulla mia pelle,  sappi tenere  in gran conto la salute.
        Perché quando  l’hai perduta per una malattia inguaribile,  daresti via  qualunque tesoro possiedi pur di poterla recuperare.
       Al di fuori di quanto ti ho detto, Albert,  il resto è soltanto una favola!
       Per concludere, sappi che io non ho nessuna paura della morte, che ho  sfidata tante volte sui campi di battaglia e con la quale ho più volte sognato  di poter ballare l’ultimo valzer. 
       E’ comunque ormai  certo che tra non molto, dovrò lasciare il palcoscenico di questo ingiusto mondo.
       Così nel momento in cui mi presenterà il conto finale,  a lei dedicherò i bellissimi versi di quell’antico poeta  di cui  ora mi sfugge  il nome.
       “Ma tu, padrona della vita, misera creatura senz’anima dal cuore di pietra,  incapace di amore  e di pietà, per me  altro non sei che  l’umile ancella che per ultima chiuderà la porta dietro di me.”
       Per quanto mi riguarda, infine, Albert, non voglio che tu pianga per me. Perché un vero uomo nella vita non piange   per  nessun   dolore, né fisico né morale,  anche il più grave e insostenibile.
       Per ultimo, Albert, non voglio che tu venga al mio funerale. Perché desidererei    tu  conservassi il ricordo di tuo nonno  da vivo, quando d’estate  facevamo quelle lunghe passeggiate nel bosco e ci sdraiavamo sul greto del ruscello a fumare e a confidarci  tante cose intime di noi.”
       D’improvviso gli mancò il fiato,  ma con un ultimo  filo di voce riuscì  ad aggiungere “Ora ragazzo mio,  vedi di andare perché sento che le forze non mi sorreggono più.” Pronunciate queste parole,  si abbandonò sui cuscini e parve sopirsi.
       Gli baciai  lievemente la mano, che avevo continuato a tenere  stretta fra le mie,  e mi avvicinai alla sua bocca per assicurarmi  che respirasse ancora.  Quindi mi alzai avviandomi alla porta, che proprio in quell’istante  nonna Agnes aprì,  guardandomi con aria interrogativa.
       La rassicurai con un cenno del capo e rivolsi al nonno  un ultimo sguardo,  senza riuscire a  trattenere le lacrime. Evidentemente non ero ancora diventato un vero uomo!
       La nonna mi prese per mano, strizzandomi gli occhi con un sorriso complice. “Il nonno mi sembra sereno. Evidentemente è riuscito a dirti tutto quello che aveva tenuto  in serbo per te, Albert. Ma ora lasciamolo tranquillo,  perché credo che abbia  speso molte energie. Più tardi gli porterò il pranzo.  Ma ora è tempo di  andare  a tavola perché la zia Anne ci sta aspettando.”
       Chiuse con delicatezza la porta e mi trascinò con mano ferma in direzione della cucina, neanche fossi ancora il suo piccolo Berti, come con affetto  amava chiamarmi  da bambino.
       Prima di entrare nella cucina, la fermai.   “E’ sempre stato un grande uomo, nonna Agnes e non so se mi riuscirà mai di colmare il vuoto che mi lascerà.” dissi con voce commossa, asciugandomi  gli occhi con un fazzoletto.
        Lei, rivolgendomi uno sguardo dolcissimo,  mi si rivolse  con aria convinta.
       “Ti capisco, Albert, ma devi farti  animo.  Perché, vedi,  lui è convinto che per l’affetto che vi lega e il comune modo di sentire,  se  ti riuscirà di mettere in pratica le cose che ti avrà detto, è sicuro  che il suo spirito lo saprà dovunque si troverà,  sentendo    così  onorata la sua memoria.”
       Sentendomi   lo stomaco chiuso da un forte spasmo nervoso,  non mi riuscì affatto di apprezzare l’eccellente brasato di carne che aveva preparato per me.
       Nonna Agnes, donna forte, in grado di dominare sempre ogni situazione, durante il pranzo cercò di allontanare dalla mia mente la tristezza di quel momento,  raccontando  alla sorella alcuni episodi che mi avevano visto protagonista da bambino. Con grande dolcezza,  riuscì perfino a rubarmi qualche sorriso,  al ricordo delle tante marachelle che, negli anni, avevo combinato insieme ai miei cuginetti.
       Ma fu quando zia Anne, alzatasi  per rassettare la tavola,  tradendo la mia richiesta,  la interruppe sollecitandomi  a informarla che sarei ripartito quel pomeriggio stesso, che il suo atteggiamento nei miei confronti cambiò totalmente  e  cominciò a  rimproverarmi con veemenza. Mi guardò  offesa e incredula.
       “Non posso crederci, Albert. Come puoi farci questo torto? Sono più di due settimane che stiamo aspettando il tuo arrivo  e ora che sei finalmente qui vuoi ripartire subito?!”
       Mi alzai dalla sedia con il cuore in subbuglio, sapendo che le stavo dando un grande dolore.
       Trovando le parole a stento, cercai di calmarla spiegandole  che appena sbarcato avevo telefonato al giornale. E il mio direttore, che mi aspettava da più di una settimana, si era premurato di informarmi  che sarei dovuto ripartire entro qualche giorno per l’Irlanda. Il comitato di redazione, infatti, mi aveva assegnata un’importante ricerca storica, che avrebbe richiesto la mia permanenza fuori sede per  alcune settimane.
       Alle mie vibrate proteste, lui  aveva replicato piuttosto seccato che non mi passasse per la testa di rifiutarmi, se non volevo rischiare di perdere il mio posto, che come dovevo ben sapere, era ambito da molti altri giovani colleghi.
       Ma non ci furono ragioni.  Né i miei baci, né le mie affettuose carezze riuscirono a calmare nonna Agnes.
       “Questo vuol dire che non potrai nemmeno accompagnare tuo nonno nel suo ultimo viaggio! Proprio tu, il nipote preferito a cui lui vuole  bene ancora  più che ai nostri stessi figli!” mi oppose per ultimo, con tono disperato  guardandosi intorno con aria smarrita. 
       “Lo hai visto, Albert.  Credo ti sia reso conto che le condizioni del nonno siano ormai allo stremo,  al punto che  il Dr. Muller  era convinto non riuscisse nemmeno a vedere l’alba di domenica scorsa. Da parte mia ti dico che sono addirittura convinta, che lui ha  cercato di resistere  per poterti  vedere per l’ultima volta, prima di chiudere gli occhi per sempre!” aggiunse  con voce strozzata.
       A quel punto si attaccò disperatamente alle mie braccia cercando conforto  e scoppiò in un pianto dirotto.
       Perduta ogni possibilità di convincerla  con le mie ragioni, non mi rimase che giocarmi l’ultima carta. 
       Attesi qualche secondo che si calmasse,  si asciugasse gli occhi e riposto con dignità il grande fazzoletto in una delle profonde tasche del suo grembiale, tornasse a guardarmi.
       Mi avvicinai ancor più alla sua sedia, mi misi in ginocchio, le presi le mani stringendole forte e, guardandola con le lacrime agli occhi,  le parlai con tutto l’affetto che mi riuscì di esprimere in  quel delicato momento.
       “Tu mi conosci,  nonna Agnes, non potrei certo mentirti in un momento come questo. I motivi che ti ho detti  sono tutti veri e potrei anche cercare di superarli.  Ma devi credermi.  La verità ultima  è che, prima di addormentarsi,   proprio per tutto il bene che mi ha sempre portato, il nonno mi ha fatto solennemente promettere che non avrei assistito al suo funerale, desiderando  che lo portassi  per sempre nel mio cuore da vivo.”
       Per un attimo lei distolse lo sguardo con aria incredula. Poi, come avesse afferrato a fondo  il senso delle mie parole solo in quel momento,  tornò a guardarmi riuscendo a stento a  trattenere  la sua  commozione.
       “Si, questa sua richiesta, la posso capire, Albert.
       E’ propria del grande animo di quell’uomo straordinario  che è tuo nonno Barthold. Che il Signore l’abbia in gloria quando deciderà di portarmelo via!” disse con un filo di voce, facendosi  il segno della croce guardando in alto il grande crocifisso di legno appeso sopra il camino.
       Il lungo, affettuoso abbraccio liberatorio che ne seguì,  è uno dei momenti più intensi  che non dimenticherò mai più nella mia vita. 
       A quel punto, il caffè preparato dalla zia Anne, che bevemmo parlando di ricordi, riuscì in qualche modo a distrarci,  stemperando  l’atmosfera.
       Facendo quindi  forza su me stesso,  dissi alla nonna, che per non disturbarlo,  non pensavo fosse il caso tornassi nella stanza del nonno,  che probabilmente stava ancora riposando.
       Lei annuì automaticamente con aria assente.  Pregai così la zia Anne di chiedere al fattore di approntare un calesse coperto per condurmi a Gengenbach, prima che sopraggiungesse la sera.
       Rimasti soli, né io, né la nonna trovammo la forza di dirci  altro.  Così, con la scusa di andare a recuperare il mio cappotto dalla stanza di fondo, la lasciai seduta con le mani in grembo e lo sguardo perduto nel vuoto.  
       Mi trattenni in bagno per i miei bisogni e per risciacquarmi il viso. 
       Di ritorno, passando davanti alla porta chiusa della camera da letto dove giaceva il nonno, ebbi per un attimo la tentazione di affacciarmi per  inviargli un ultimo saluto.
       Ma non so dire se per mancanza di coraggio, o per non aggiungere ulteriore dolore alla disperazione che avrei portato per sempre con me,  con la sua immagine in quelle estreme condizioni, decisi di astenermene.
       Entrai in cucina dove trovai la nonna che nel frattempo si era alzata e aveva cominciato a mettere ordine, cercando evidentemente di lenire in qualche modo il suo dolore.   
       Il rumore del calesse fermatosi davanti al portone, la spinse a venirmi   incontro senza che le riuscisse di trattenersi dal piangere.   
       Stringendosi forte a me,  come un naufrago che si aggrappa a uno scoglio,  mi  sussurrò questesue  ultime, indimenticabili  parole.  “Abbi cura di te e fatti forza,  Albert, nipote mio. Perché per  quanto mi riguarda, sai che  la mia grande forza è la fede!”
       Ad appena due settimane di distanza da quando il nonno lasciò questo mondo, nonna Agnes si lasciò morire dal dolore. Anche se,  ufficialmente, il Dr. Muller certificò  che  la sua morte era stata causata dalla rottura di  un aneurisma dell’aorta addominale.
       La ferale notizia mi raggiunse con un cablogramma inviatomi da mio padre, quando mi trovavo ancora in Irlanda per portare  avanti le ricerche sul cristianesimo che mi aveva commissionato il mio giornale. Fu, quindi, con profondo dispiacere, che non potei partecipare almeno al suo  funerale.’  
       Albert sollevò  lo sguardo dal quaderno e si accese lentamente una sigaretta con aria assente ignorandomi completamente. Come se invece di essere seduta davanti a me, la sua persona fosse parte integrante dell’inchiostro con cui aveva vergato le  pagine del suo diario.
       Io, che avevo seguito in assoluto silenzio il suo racconto con partecipazione ed emozione,  mi astenni dal profferire parola per doveroso  rispetto al  suo turbato stato d’animo.
       Trascorsi alcuni istanti senza guardarmi ancora sprofondato nelle sue emozioni, tirate due o tre profonde boccate, lui riportò la sua attenzione sul quaderno e, come un automa, riprese a leggere con tono monocorde.   
       ‘Poco più di un mese dopo, rientrato in Germania dal porto di  Amburgo senza avvertire nessun parente, giunto dopo il lungo viaggio a Gengenbach, di primo pomeriggio presi un calesse del servizio pubblico che stazionava in  Piazza Municipio. Mi feci condurre al piccolo  cimitero per rendere omaggio alla memoria di  entrambi i nonni, la localizzazione della cui tomba  mi era stata indicata con precisione da una lettera di  mio padre.
       La giornata era fredda  e  uggiosa. Un leggero strato di neve fresca copriva i campi tutt’intorno alla  strada che corre lungo le mura della cittadina. 
        Superato il  nero cancello di ferro battuto dell’ingresso del cimitero, la stradina sterrata, si inoltra per una cinquantina di metri all’interno fiancheggiata da alti cipressi.  
      Si arresta quindi davanti ad alcuni gradini che portano alla sovrastante piazzola che fa da terminale ai due alti  porticati di marmo che la costeggiano.
       Una  spessa coltre di nebbia grigia avvolgeva ogni cosa. 
       Scesi, pagai la corsa e chiesi al conducente di tornare a prendermi.  
       Per mettermi al riparo dalle pesanti gocce di umidità che avevano cominciato a infradiciare i miei indumenti, raggiunsi   uno dei due porticati che da sempre custodiscono le tombe monumentali delle famiglie più antiche, illustri e ricche della cittadina.
       Passai davanti al casotto di legno  del guardiano con l’intenzione di entrare, ma trovai la porta chiusa a chiave.  Spiando attraverso i vetri appannati, anche se la luce all’interno era accesa, nella stanza non vidi  nessuno. 
       Mi guardai intorno ma non riuscii a  spingere  lo sguardo oltre una decina di metri a causa dei  sottili banchi di nebbia, che sospinti da leggere folate di vento,  infiltrandosi   attraverso le grandi arcate, si alzavano e abbassavano confondendo  i contorni di ogni cosa.
       Riuscivano a tratti a  penetrare quello spesso muro grigio, soltanto i flebili raggi dei  lucernai, che fissati con pesanti catene  all’alto soffitto, dondolando investiti dal vento,  creavano strani effetti di luci e ombre sulle statue di angeli, madonne, gruppi di persone, bambini, croci, tempietti, altarini,  targhe e iscrizioni, che fiancheggiavano  la parete di marmo  lungo il lato  sinistro  del colonnato.
       Io non soffro di paure, ma condizionato da quell’irreale atmosfera ovattata e dall’assoluto silenzio che mi circondava, ammetto che uno strano senso d’inquietudine si stava progressivamente impadronendo di me. 
       Così, procedendo con circospezione per evitare di inciampare su qualche monumento funebre,  seguendo con una certa difficoltà  i grandi disegni a rombo del mattonato che ricopriva  il centro del pavimento,  cercai di  distrarmi  con  i ricordi dei più bei momenti trascorsi nella  mia infanzia insieme  ai nonni.                                                                                                                          
       La mia gioia,  quando da bambino nonno Barthold,  tenendo con delicatezza la mia piccola mano nella sua grande e callosa, mi portava con sé nelle vigne sulla collina,  insegnandomi  a riconoscere  i differenti  tralci di vite e il modulato canto degli uccelli.    
       La grande  felicità,  ascoltandolo narrarmi  le tante incredibili favole che inventava per me.
       Poi, in rapida successione, i cento episodi della sua vita avventurosa,  che amava raccontarmi quando d’estate, sul greto del  torrente ci riposavamo al termine di una lunga cavalcata nei boschi, mentre i cavalli si abbeveravano.
       E le battaglie che aveva sostenuto in guerra,  per cui aveva anche ricevuto la croce di ferro di seconda classe.
       E l’abitudine, per sentirsi  diverso dagli altri,   di indossare  il mantello nero con il cappuccio, di lana pesante d’inverno e di seta leggera d’estate.
       E  le memorabili partite a bocce, o a carte  con gli amici.
       E   lo sgarbo che gli fece Bert il giudeo,  che pagò con gli interessi il suo tentativo di truffarlo, perché,  a sua insaputa, la vendetta del nonno la fece anche pagare  sessualmente a sua moglie. 
       Non riuscii poi  a  trattenermi dal  sorridere, al ricordo di come nonna Agnes, nonostante lui fosse un mangiapreti, l’avesse astutamente incastrato per convincerlo a  farsi sposare in chiesa. E come, poi, obbligato da lei a confessarsi prima del matrimonio, lui si fosse fatto gioco del sacerdote,  promettendogli  che avrebbe recitato le preghiere che gli aveva affibbiate  per penitenza, quando invece  non ne  ricordava neanche  le parole.
       Distratto da quei pensieri ero giunto a pochi metri dallo slargo dove quel lato del porticato, fronteggiando l’altro al di là della strada sterrata,  formava la piazzola rialzata.
       D’improvviso mi ricordai che la nonna,  portandomi  qualche volta da bambino al cimitero insieme a qualcuno dei miei cuginetti, per prenderci in giro e farci paura,  ci  raccontava che gli abitanti della cittadina dicevano che  quello era lo spiazzo dove di notte ballavano i fantasmi.
       Chissà perché, ma proprio in quel momento mi tornò alla mente,  che quando l’avevo visto l’ultima volta, il  nonno mi aveva detto che prima di morire, avrebbe voluto invitare la morte a ballare insieme a lui l’ultimo valzer.
       A questo punto, per un’inspiegabile associazione di idee, avevo collegato questo  suo fiabesco desiderio,  al racconto di quando, invitato al matrimonio di Bert il giudeo, lo aveva fatto ingelosire ballando  a lungo un valzer con la sua  fresca sposa vestita nel suo bell’abito di voile bianco.
       Mi fermai,  suggestionato da questa immagine rimastami nella mente.  Ma in quel momento, allungando  lo sguardo davanti a me,  attraverso quel diffuso grigiore, per uno scherzo della mia fantasia, o per uno strano balenio di luci ed ombre, ebbi come  l’impressione  di  assistere all’immaginifica scena del nonno che nel suo lungo mantello nero,  ballava il valzer con la morte vestita di bianco fra le sue braccia. 
       Rabbrividii e sobbalzai con il cuore in gola, raggiunto d’improvviso da una voce gutturale, che proveniente da dietro lo spesso banco di nebbia, mi domandava se avessi bisogno di aiuto avendo forse  perso l’orientamento.
       Intimorito  feci qualche passo avanti  per capire chi mi avesse rivolto la parola.
       A pochi metri di distanza riuscii a malapena a distinguere davanti a me un  uomo avvolto in un lungo  palandrano nero, con un berretto scuro calato fin quasi sugli occhi, che arrampicato a metà di una lunga scala di ferro, agitava un lungo  pezzo di stoffa bianca con il quale stava pulendo i vetri di un grande lucernario calato dal soffitto e girandolo, come quella di un faro, indirizzava la luce da  una  parte  all’altra della spessa coltre di nebbia.
       Al mio incerto saluto mormorato a denti stretti, spiegò  che lui  era il custode del cimitero e che avendo appena sostituito la lampada bruciata del lucernario, aveva approfittato per ripulirlo  dalla polvere che con tutta quella umidità si era solidificata sui vetri.
       Presa confidenza, mi presentai come uno dei nipoti di Barthold e Agnes Kraus.   Essendo appena tornato dall’estero,  ero venuto per la prima volta  a far visita alla tomba dei miei nonni scomparsi da poco.
       Lui, osservato malinconicamente  che non avevo certo scelto uno dei giorni migliori per farlo, aveva tenuto a sottolineare che conosceva da tanti anni la povera signora Agnes, che Iddio l’avesse in gloria. 
       Sceso dalla scala, senza che gliene avessi fatta esplicita richiesta, con tono servizievole,  si era  affrettato a indicarmi che oltre i pochi gradini dall’altra parte dello spiazzo, avrei trovato un breve sentiero ghiaiato che mi avrebbe portato fino alla statua del Redentore benedicente ed a  pochi metri sulla destra avrei facilmente trovato la loro tomba.
       Lo ringraziai e mi avviai dalla parte indicata.
       Oltre le arcate,  la nebbia meno spessa e una pallida luce che riusciva a filtrare, permettevano di allungare lo sguardo sul grande prato imbiancato,  al centro del quale la statua del Redentore sembrava benedire e proteggere le molte decine di nere croci di ferro ben allineate che lo  punteggiavano. 
       Scesi i pochi gradini e mi inoltrai sul sentiero ghiaioso in un tumulto di sentimenti e di profonde sensazioni. 
       Fatti pochi passi, giunsi  di fronte alla semplice  tomba di marmo bianco che, come avevo saputo da mio padre,  la  nonna aveva  fatta  costruire con i suoi soli risparmi a insaputa del nonno.
       Sollevato con un guanto il leggero strato di neve che la ricopriva,  mi abbandonai a un pianto dirotto in preda a un incontrollabile  momento emozionale,  di fronte alla lapide, su cui, senza orpelli, croci, cognomi, o fotografie, come pare loro avessero  deciso insieme da tempo, erano incise  queste sole parole “Barthold e Agnes, uniti per sempre.  A.D. 1935.”
       Mi trattenni solo per pochi minuti e facendo a ritroso il percorso sotto le arcate  per raggiungere l’ingresso del cimitero senza incontrare nessuno, nel profondo del mio animo, senza spiegarmene coscientemente il motivo,  decisi che in quel luogo non sarei tornato mai più.
     
    Sono Omar Costenaro e voglio condividere con voi la prima parte del mio romanzo GEMINI.
    Sarà il primo volume di una saga di cinque libri!
    Vi lascio il primo capitolo:
     
    CAPITOLO 1
    Uno strano evento

    In un deserto di ghiaccio, dove regnava solamente la solitudine e la tristezza, due
    anime impavide correvano senza meta.
    Si trattava di un uomo e un bambino, fianco a fianco sfidavano il gelo e il freddo senza
    lamentarsi, lo facevano ogni giorno, ogni mattina. All’alba percorrevano quel percorso
    e si fermavano in prossimità di un lago ghiacciato circondato da immensi cristalli
    violacei, il Pianeta SFX era famoso proprio per quello: particolari cristalli colorati
    crescevano dal terreno come se fossero alberi. Per questa particolare caratteristica
    veniva anche chiamato pianeta dei cristalli.
    L’uomo si girò ridacchiando e sorridendo al ragazzino rimasto indietro di qualche
    metro, i suoi capelli lunghi e neri si muovevano al ritmo delle sue leve.
    Il bambino si fermò posando le braccia ai fianchi, indossava dei pantaloni corti in
    pelle, il torso era nudo e solamente una sciarpa gli copriva il collo, un armacollo
    reggeva una spada e nel suo viso ovale trapelava una tremenda stanchezza, i suoi occhi
    verdi erano tutt’altro che amichevoli mentre fissava il suo maestro, perché di questo si
    trattava. Quest’ultimo era agghindato al suo stesso modo, non aveva però alcuna arma,
    i suoi occhi smeraldo risposero alla frecciata dell’allievo con la stessa intensità, ma nel
    suo volto compariva un sorriso compiaciuto.
    Il suo mentore continuò a fissarlo e poi ad un tratto scoppiò a ridere, spaventando
    quasi il ragazzino.
    “ Cominci a diventare ripetitivo Ologold!” Disse l’uomo. “Anche ieri ti sei fermato
    esattamente in questo punto.”
    L’allievo cominciò a sbuffare e a rimuginare a bassa voce.
    “Non vedo cosa ci sia di divertente, e poi come fai a sapere che anche ieri ci siamo
    fermati qui?” Chiese Ologold. “Questo pianeta è tutto uguale, sempre ghiaccio e
    cristalli.”
    “Un tempo le cose non erano così…”
    I due ricominciarono nuovamente a correre e il ragazzino rimase deluso non avendo
    ricevuto una chiara risposta, cosa che accadeva molto spesso purtroppo aumentando
    ancora di più la sua sete di curiosità. Il pianeta in passato quindi era abitabile, ma cosa
    poteva aver generato una tale desolazione? Il cielo era perennemente incolore e a
    malapena lo si distingueva dall’orizzonte ghiacciato, non esisteva ne fauna ne flora, il
    pianeta dei cristalli era privo di vita, questo era l’aggettivo che meglio lo definiva.
    Ogni mattina Ologold da ormai due anni si allenava con il suo inseparabile maestro,
    Syter, guerriero tanto forte quanto crudele all’occorrenza, ma con il ragazzo era
    diverso, lo trattava con i guanti e solamente per questo motivo alle volte osava
    disubbidire ai suoi ordini. In precedenza, l’intero arco della mattinata era dedicato allo
    studio: storia della magia e arti marziali per la maggior parte e le materie fondamentali
    di qualunque disciplina come la matematica o la lingua. Ora le attività scolastiche
    erano state spostate e decisamente diminuite dopo il pranzo. Nel tardo pomeriggio
    riprendeva gli allenamenti con altri tre maestri, dato che Syter doveva lasciare il pianeta
    per i suoi loschi e misteriosi affari, ogni giorno si davano il cambio, solamente la
    domenica era dedicata al riposo. In poche parole, tramite i libri apprendeva la teoria
    degli incantesimi e con i suoi quattro esperti precettori applicava quello che imparava
    in aula.
    Finalmente poté vedere dei rialzamenti colorati dal terreno in lontananza: i cristalli, il
    lago, significavano cinque minuti di tregua.
    Sinceramente ignorava il motivo di quella vita decisamente movimentata per un
    ragazzino di nove anni, quasi prefissata come se tutto quello che faceva avesse uno
    scopo futuro. Da un lato odiava quell’eccessiva organizzazione, ma da un altro punto di
    vista la amava, sapeva di avere come insegnante lo stregone più potente di tutti i tempi
    e si sentiva un vero e proprio principe pronto ad ereditare il suo regno. Amava il
    potere, lo bramava, per questo andavano d’accordo.
    “Oggi che faremo?” Chiese Ologold abbandonando i suoi pensieri.
    “Io me ne starò fermo e mi godrò la scena” enunciò Syter beffardamente.
    “Non ti difenderai?!”
    “Non ho detto questo… colpiscimi” disse indicandosi il petto, dove aveva uno strano tatuaggio
    raffigurante un sole nero.
    I due si misero quindi in posizione di combattimento a una decina di metri l’uno di
    fronte all’altro. Syter aveva le braccia conserte, in attesa. Ologold decisamente irritato
    dal suo comportamento canzonatorio cominciò a correre verso il suo avversario,
    mettendo subito in risalto uno dei suoi tanti punti deboli: l’eccessiva irruenza, oltre alla
    scarsa resistenza, come testimoniato dalla sosta nella corsa precedente.
    Purtroppo il colpo non andò a buon fine e il suo avversario lo schivò ad una velocità
    impressionante, quasi come il vento. Il ragazzino era però testardo e cominciò
    affannosamente ad usare anche le gambe oltre che alla braccia balzando da un lato
    all’altro per cercare di cogliere di sorpresa Syter, ma ancora una volta il maestro evitò
    ogni attacco, sembrava che si muovesse a rallentatore, l’effetto era piuttosto bizzarro e
    allo stesso tempo snervante alla vista di Ologold.
    “Come fai?” Chiese l’allievo fermandosi.
    Un violento colpo al ventre lo fece sobbalzare allontanandolo di qualche metro.
    “Prima regola, mai fermarsi in un combattimento corpo a corpo” disse severamente
    Syter.
    “Ti ho fatto una domanda!” Protestò il ragazzo.
    “E io ti ho dato una risposta!” Tuonò il maestro. “Combatti come se stessi per morire,
    respira come se fosse l’ultimo fiato che hai in corpo, dai sempre il massimo, non
    lasciare che la rabbia ti pervada. Solo così diverrai veloce come me!”
    Ologold si rimise in piedi ricomponendosi immediatamente grattandosi il capo per la
    botta ricevuta.
    “La rabbia è un’arma, non deve essere un tuo punto debole, usala a tuo vantaggio!”
    L’allievo cominciò nuovamente a correre in direzione del suo mentore,
    apparentemente sembrava non voler cambiare tattica. Quando fu a meno di un metro
    da Syter alzò il pugno e osservò i suoi occhi verdi, sembrava compiaciuto, pronto a
    contrattaccarlo nuovamente, ma questa volta non avrebbe abboccato. Ologold
    improvvisamente cambiò tattica e con un balzo felino andò alle spalle del suo
    avversario e con una ginocchiata lo colpì alla schiena. Poi si allontanò, quasi spaventato
    per quello che aveva fatto. Si inginocchiò a terra ansimante, era esausto, avrebbe
    dovuto presto imparare qualche incantesimo legato alla resistenza.
    Syter era in piedi eretto e non si era mosso dopo aver ricevuto il colpo, ne aveva
    emesso alcuna parola.
    “Scusa maestro” balbettò l’allievo.
    “Non hai alcun motivo per scusarti, voglio farti i complimenti, ho dovuto aspettare un
    po’, ma finalmente mi hai colpito” enunciò Syter allungando i muscoli delle braccia
    verso il cielo.
    Ologold tirò un grosso sospiro di solievo, aveva già visto soldati morire per mano del
    suo maestro solo per un’affermazione sbagliata.
    “Ora puoi mostrami quello che sai fare veramente con la magia ragazzino!” Tuonò con
    aria ironica lo stregone.
    “In che senso?” Chiese l’allievo con aria spaesata.
    “Con le arti marziali non sei mai stato una cima e nemmeno io se devo essere sincero,
    ma con la magia sono il migliore in tutte le galassie” affermò fieramente Syter. “Ho
    motivo di credere che anche per te valga la stessa cosa.”
    Ologold si mise nuovamente in posizione di combattimento, chiuse per un attimo gli
    occhi attingendo ogni singolo frammento di energia che aveva attorno, non si trattava di
    nomi, teoria scientifiche, la magia semplicemente derivava da una particolare molecola
    presente nell’atmosfera stessa. Il trucco era saperla individuare e di conseguenza
    sfruttare.
    Un potente fruscio d’aria, un’ombra si mosse. Ologold si era precipitato alle spalle del
    suo avversario pronto a beffarlo, ma Syter fu più veloce di lui e poco prima di essere
    colpito schivò il colpo, ma in questo caso non lo aveva semplicemente evitato
    spostandosi come aveva fatto in precedenza. Si era smaterializzato.
    L’allievo guardava estasiato il suo mentore che ora si trovava a una decina di metri da
    lui.
    “Ho aumentato la mia velocità, ma non ho ottenuto alcun risultato. Quando mi
    insegnerai il teletrasporto?” Domandò il ragazzo.
    “Presto.”
    Aveva applicato la magia al combattimento e senza utilizzare alcuna formula magica,
    nemmeno lui a nove anni era in grado di fare ciò, strabiliante, pensò Syter. Solamente
    ora capiva perché Katzehin, uno dei tre maestri pomeridiani del ragazzo, lo elogiava in
    quel modo.
    “Maestro?!” Tuonò entusiasta Ologold.
    “Dimmi” rispose lo stregone.
    “Ti ricordi le teche degli elementi che hai messo in camera?”
    Si riferiva sicuramente alle sfere di cristallo che aveva predisposto poche settimane
    prima, erano quattro e dentro ognuna di esse si celava uno degli elementi della natura
    che costituivano la magia: acqua, fuoco, terra e aria.
    Il compito che gli era stato affidato era semplice, l’allievo doveva provare ad infilare la
    mano in ognuna di esse ogni mattina appena alzato e quando sarebbe stato il momento
    avrebbe capito a cosa sarebbero servite.
    “Ebbene?” Domandò incuriosito Syter.
    “Credo che il fuoco mi abbia scelto, ho infilato il braccio attraverso il vetro e mi sono
    sentito pervadere da un calore indescrivibile, sono svenuto e mi sono risvegliato poco
    prima della nostra partenza” spiegò il ragazzo.
    “Bene, molto bene. E come te la cavi?” Chiese il maestro.
    Ologold unì le sue mani e allargandole poi verso l’esterno evocò un immenso drago
    infuocato che andò a scagliarsi contro l’uomo che aveva dinanzi. Syter rispose
    annullando l’attacco in avvicinamento con un getto acquatico. Il colpo era sicuramente
    più scenografico che potente.
    “Niente male” commentò lo stregone.
    “E questo?!” Disse Ologold con aria provocatoria mentre il suo corpo veniva
    lentamente circondato da una barriera rossastra infuocata.
    Ora era il suo mentore che lo guardava con aria esterrefatta mentre osservava le
    fiamme vorticanti che avvolgevano il ragazzo. La barriera mistica non faceva parte
    della magia, si manifestava solamente ai prescelti o a coloro che dominavano
    pienamente il proprio elemento primario, ogni giorno che passava quel ragazzino lo
    stupiva sempre di più.
    “Posso vedere la tua?” Chiese Ologold.
    “Sì, ma ricordati che questo non è un gioco, utilizzala solo in casi eccezionali”
    raccomandò il maestro.
    Syter si concentrò per un attimo e ad un tratto, dal nulle comparve la barriera perfetta:
    lava incandescente rappresentava il fuoco, burrascosi oceani rappresentavano l’acqua,
    potenti uragani l’aria e fluttuanti tempeste di sabbia, la terra.
    Improvvisamente però accadde un evento inaspettato: la terra cominciò a tremare e il
    cielo divenne improvvisamente nero, subito dopo un tuono squarciò l'oscuro panorama
    prima di abbattersi sul ghiaccio poco lontano.
    I due si guardarono intorno e nel giro di pochi secondi, le barriere mistiche che li
    circondavano si spensero, agli occhi poteva sembrare l’effetto creato da una lampadina
    poco prima di bruciarsi: la luce generata dalla magia prima andava e veniva ad
    intermittenza, poi improvvisamente dopo una piccola scintilla cessò di brillare.
     
     
     
    Come avrete capito Syter è un potentissimo stregone e Ologold, il fidato e irruento allievo,
    ma cosa sarà accaduto veramente? La magia sembra improvvisamente essere. Per scoprire
    la verità si imbatterrano nella più grande delle avventure attraverso i secoli in un frenetico viaggio nel
    tempo.
     
    Spero che questo breve assaggio posso avervi incuriosito e anticipatamente vi ringrazio
    Sono Omar Costenaro e voglio condividere con voi la prima parte del mio romanzo GEMINI.
    Sarà il primo volume di una saga di cinque libri!
    Vi lascio il primo capitolo:
     
    CAPITOLO 1
    Uno strano evento

    In un deserto di ghiaccio, dove regnava solamente la solitudine e la tristezza, due
    anime impavide correvano senza meta.
    Si trattava di un uomo e un bambino, fianco a fianco sfidavano il gelo e il freddo senza
    lamentarsi, lo facevano ogni giorno, ogni mattina. All’alba percorrevano quel percorso
    e si fermavano in prossimità di un lago ghiacciato circondato da immensi cristalli
    violacei, il Pianeta SFX era famoso proprio per quello: particolari cristalli colorati
    crescevano dal terreno come se fossero alberi. Per questa particolare caratteristica
    veniva anche chiamato pianeta dei cristalli.
    L’uomo si girò ridacchiando e sorridendo al ragazzino rimasto indietro di qualche
    metro, i suoi capelli lunghi e neri si muovevano al ritmo delle sue leve.
    Il bambino si fermò posando le braccia ai fianchi, indossava dei pantaloni corti in
    pelle, il torso era nudo e solamente una sciarpa gli copriva il collo, un armacollo
    reggeva una spada e nel suo viso ovale trapelava una tremenda stanchezza, i suoi occhi
    verdi erano tutt’altro che amichevoli mentre fissava il suo maestro, perché di questo si
    trattava. Quest’ultimo era agghindato al suo stesso modo, non aveva però alcuna arma,
    i suoi occhi smeraldo risposero alla frecciata dell’allievo con la stessa intensità, ma nel
    suo volto compariva un sorriso compiaciuto.
    Il suo mentore continuò a fissarlo e poi ad un tratto scoppiò a ridere, spaventando
    quasi il ragazzino.
    “ Cominci a diventare ripetitivo Ologold!” Disse l’uomo. “Anche ieri ti sei fermato
    esattamente in questo punto.”
    L’allievo cominciò a sbuffare e a rimuginare a bassa voce.
    “Non vedo cosa ci sia di divertente, e poi come fai a sapere che anche ieri ci siamo
    fermati qui?” Chiese Ologold. “Questo pianeta è tutto uguale, sempre ghiaccio e
    cristalli.”
    “Un tempo le cose non erano così…”
    I due ricominciarono nuovamente a correre e il ragazzino rimase deluso non avendo
    ricevuto una chiara risposta, cosa che accadeva molto spesso purtroppo aumentando
    ancora di più la sua sete di curiosità. Il pianeta in passato quindi era abitabile, ma cosa
    poteva aver generato una tale desolazione? Il cielo era perennemente incolore e a
    malapena lo si distingueva dall’orizzonte ghiacciato, non esisteva ne fauna ne flora, il
    pianeta dei cristalli era privo di vita, questo era l’aggettivo che meglio lo definiva.
    Ogni mattina Ologold da ormai due anni si allenava con il suo inseparabile maestro,
    Syter, guerriero tanto forte quanto crudele all’occorrenza, ma con il ragazzo era
    diverso, lo trattava con i guanti e solamente per questo motivo alle volte osava
    disubbidire ai suoi ordini. In precedenza, l’intero arco della mattinata era dedicato allo
    studio: storia della magia e arti marziali per la maggior parte e le materie fondamentali
    di qualunque disciplina come la matematica o la lingua. Ora le attività scolastiche
    erano state spostate e decisamente diminuite dopo il pranzo. Nel tardo pomeriggio
    riprendeva gli allenamenti con altri tre maestri, dato che Syter doveva lasciare il pianeta
    per i suoi loschi e misteriosi affari, ogni giorno si davano il cambio, solamente la
    domenica era dedicata al riposo. In poche parole, tramite i libri apprendeva la teoria
    degli incantesimi e con i suoi quattro esperti precettori applicava quello che imparava
    in aula.
    Finalmente poté vedere dei rialzamenti colorati dal terreno in lontananza: i cristalli, il
    lago, significavano cinque minuti di tregua.
    Sinceramente ignorava il motivo di quella vita decisamente movimentata per un
    ragazzino di nove anni, quasi prefissata come se tutto quello che faceva avesse uno
    scopo futuro. Da un lato odiava quell’eccessiva organizzazione, ma da un altro punto di
    vista la amava, sapeva di avere come insegnante lo stregone più potente di tutti i tempi
    e si sentiva un vero e proprio principe pronto ad ereditare il suo regno. Amava il
    potere, lo bramava, per questo andavano d’accordo.
    “Oggi che faremo?” Chiese Ologold abbandonando i suoi pensieri.
    “Io me ne starò fermo e mi godrò la scena” enunciò Syter beffardamente.
    “Non ti difenderai?!”
    “Non ho detto questo… colpiscimi” disse indicandosi il petto, dove aveva uno strano                                                                                                                                        tatuaggio raffigurante un sole nero.
    I due si misero quindi in posizione di combattimento a una decina di metri l’uno di
    fronte all’altro. Syter aveva le braccia conserte, in attesa. Ologold decisamente irritato
    dal suo comportamento canzonatorio cominciò a correre verso il suo avversario,
    mettendo subito in risalto uno dei suoi tanti punti deboli: l’eccessiva irruenza, oltre alla
    scarsa resistenza, come testimoniato dalla sosta nella corsa precedente.
    Purtroppo il colpo non andò a buon fine e il suo avversario lo schivò ad una velocità
    impressionante, quasi come il vento. Il ragazzino era però testardo e cominciò
    affannosamente ad usare anche le gambe oltre che alla braccia balzando da un lato
    all’altro per cercare di cogliere di sorpresa Syter, ma ancora una volta il maestro evitò
    ogni attacco, sembrava che si muovesse a rallentatore, l’effetto era piuttosto bizzarro e
    allo stesso tempo snervante alla vista di Ologold.
    “Come fai?” Chiese l’allievo fermandosi.
    Un violento colpo al ventre lo fece sobbalzare allontanandolo di qualche metro.
    “Prima regola, mai fermarsi in un combattimento corpo a corpo” disse severamente
    Syter.
    “Ti ho fatto una domanda!” Protestò il ragazzo.
    “E io ti ho dato una risposta!” Tuonò il maestro. “Combatti come se stessi per morire,
    respira come se fosse l’ultimo fiato che hai in corpo, dai sempre il massimo, non
    lasciare che la rabbia ti pervada. Solo così diverrai veloce come me!”
    Ologold si rimise in piedi ricomponendosi immediatamente grattandosi il capo per la
    botta ricevuta.
    “La rabbia è un’arma, non deve essere un tuo punto debole, usala a tuo vantaggio!”
    L’allievo cominciò nuovamente a correre in direzione del suo mentore,
    apparentemente sembrava non voler cambiare tattica. Quando fu a meno di un metro
    da Syter alzò il pugno e osservò i suoi occhi verdi, sembrava compiaciuto, pronto a
    contrattaccarlo nuovamente, ma questa volta non avrebbe abboccato. Ologold
    improvvisamente cambiò tattica e con un balzo felino andò alle spalle del suo
    avversario e con una ginocchiata lo colpì alla schiena. Poi si allontanò, quasi spaventato
    per quello che aveva fatto. Si inginocchiò a terra ansimante, era esausto, avrebbe
    dovuto presto imparare qualche incantesimo legato alla resistenza.
    Syter era in piedi eretto e non si era mosso dopo aver ricevuto il colpo, ne aveva
    emesso alcuna parola.
    “Scusa maestro” balbettò l’allievo.
    “Non hai alcun motivo per scusarti, voglio farti i complimenti, ho dovuto aspettare un
    po’, ma finalmente mi hai colpito” enunciò Syter allungando i muscoli delle braccia
    verso il cielo.
    Ologold tirò un grosso sospiro di solievo, aveva già visto soldati morire per mano del
    suo maestro solo per un’affermazione sbagliata.
    “Ora puoi mostrami quello che sai fare veramente con la magia ragazzino!” Tuonò con
    aria ironica lo stregone.
    “In che senso?” Chiese l’allievo con aria spaesata.
    “Con le arti marziali non sei mai stato una cima e nemmeno io se devo essere sincero,
    ma con la magia sono il migliore in tutte le galassie” affermò fieramente Syter. “Ho
    motivo di credere che anche per te valga la stessa cosa.”
    Ologold si mise nuovamente in posizione di combattimento, chiuse per un attimo gli
    occhi attingendo ogni singolo frammento di energia che aveva attorno, non si trattava di
    nomi, teoria scientifiche, la magia semplicemente derivava da una particolare molecola
    presente nell’atmosfera stessa. Il trucco era saperla individuare e di conseguenza
    sfruttare.
    Un potente fruscio d’aria, un’ombra si mosse. Ologold si era precipitato alle spalle del
    suo avversario pronto a beffarlo, ma Syter fu più veloce di lui e poco prima di essere
    colpito schivò il colpo, ma in questo caso non lo aveva semplicemente evitato
    spostandosi come aveva fatto in precedenza. Si era smaterializzato.
    L’allievo guardava estasiato il suo mentore che ora si trovava a una decina di metri da
    lui.
    “Ho aumentato la mia velocità, ma non ho ottenuto alcun risultato. Quando mi
    insegnerai il teletrasporto?” Domandò il ragazzo.
    “Presto.”
    Aveva applicato la magia al combattimento e senza utilizzare alcuna formula magica,
    nemmeno lui a nove anni era in grado di fare ciò, strabiliante, pensò Syter. Solamente
    ora capiva perché Katzehin, uno dei tre maestri pomeridiani del ragazzo, lo elogiava in
    quel modo.
    “Maestro?!” Tuonò entusiasta Ologold.
    “Dimmi” rispose lo stregone.
    “Ti ricordi le teche degli elementi che hai messo in camera?”
    Si riferiva sicuramente alle sfere di cristallo che aveva predisposto poche settimane
    prima, erano quattro e dentro ognuna di esse si celava uno degli elementi della natura
    che costituivano la magia: acqua, fuoco, terra e aria.
    Il compito che gli era stato affidato era semplice, l’allievo doveva provare ad infilare la
    mano in ognuna di esse ogni mattina appena alzato e quando sarebbe stato il momento
    avrebbe capito a cosa sarebbero servite.
    “Ebbene?” Domandò incuriosito Syter.
    “Credo che il fuoco mi abbia scelto, ho infilato il braccio attraverso il vetro e mi sono
    sentito pervadere da un calore indescrivibile, sono svenuto e mi sono risvegliato poco
    prima della nostra partenza” spiegò il ragazzo.
    “Bene, molto bene. E come te la cavi?” Chiese il maestro.
    Ologold unì le sue mani e allargandole poi verso l’esterno evocò un immenso drago
    infuocato che andò a scagliarsi contro l’uomo che aveva dinanzi. Syter rispose
    annullando l’attacco in avvicinamento con un getto acquatico. Il colpo era sicuramente
    più scenografico che potente.
    “Niente male” commentò lo stregone.
    “E questo?!” Disse Ologold con aria provocatoria mentre il suo corpo veniva
    lentamente circondato da una barriera rossastra infuocata.
    Ora era il suo mentore che lo guardava con aria esterrefatta mentre osservava le
    fiamme vorticanti che avvolgevano il ragazzo. La barriera mistica non faceva parte
    della magia, si manifestava solamente ai prescelti o a coloro che dominavano
    pienamente il proprio elemento primario, ogni giorno che passava quel ragazzino lo
    stupiva sempre di più.
    “Posso vedere la tua?” Chiese Ologold.
    “Sì, ma ricordati che questo non è un gioco, utilizzala solo in casi eccezionali”
    raccomandò il maestro.
    Syter si concentrò per un attimo e ad un tratto, dal nulle comparve la barriera perfetta:
    lava incandescente rappresentava il fuoco, burrascosi oceani rappresentavano l’acqua,
    potenti uragani l’aria e fluttuanti tempeste di sabbia, la terra.
    Improvvisamente però accadde un evento inaspettato: la terra cominciò a tremare e il
    cielo divenne improvvisamente nero, subito dopo un tuono squarciò l'oscuro panorama
    prima di abbattersi sul ghiaccio poco lontano.
    I due si guardarono intorno e nel giro di pochi secondi, le barriere mistiche che li
    circondavano si spensero, agli occhi poteva sembrare l’effetto creato da una lampadina
    poco prima di bruciarsi: la luce generata dalla magia prima andava e veniva ad
    intermittenza, poi improvvisamente dopo una piccola scintilla cessò di brillare.
     
     
     
    Come avrete capito Syter è un potentissimo stregone e Ologold, il fidato e irruento allievo,
    ma cosa sarà accaduto veramente? La magia sembra improvvisamente essere. Per scoprire
    la verità si imbatterrano nella più grande delle avventure attraverso i secoli in un frenetico viaggio nel
    tempo.
     
    Spero che questo breve assaggio posso avervi incuriosito e anticipatamente vi ringrazio
     
     
    Mi perdonerà cara signora se adesso, contravvenendo a tutte le regole non scritte ma sottaciute che ci siamo date stamattina, io decido di rendere pubblico, in maniera virtuale, il nostro incontro e le nostre chiacchiere da bar fatte al bancone di un alimentari di quartiere.
    Mi perdonerà se non prendo in mano una penna come si faceva ai suoi tempi ma batto furiosamente il polpastrello su questa piccola tastiera, se uso un tablet che lei non possiede e metto il tutto su Facebook come fosse una pubblica piazza, dove un tempo, ai suoi tempi, ci si riuniva al tramonto per raccontare quanto accaduto durante il giorno.
    Lei con il suo pacco di biscotti e il dolore alle gambe, io col mio pacco di riso e il dolore al ginocchio, lei i suoi 90 anni, io che non so neanche se ci arriverò. Lei che la guerra se la ricorda, io che l'ho letta sui libri e continuo a leggerla ogni giorno sui giornali. Lei che ha respirato aria buona e mangiato cibo sano, io che arranco aspirando smog e stress e mangio come capita.
    Lei che non  ha un cellulare e non è mai stata costretta a usare un pc, io che ci ho dovuto sudare sopra e imparare a usarlo per riuscire a campare.
    Mi perdonerà se le dico che è vero, si stava meglio quando di stava peggio, che il tempo sì, corre troppo veloce anche per me, che si, ai suoi tempi le giornate erano lunghissime e oggi volano come il vento... ma mia cara signora né io né lei possiamo farci nulla se non continuare a chiacchierare dentro una piccola bottega dove ancora due chiacchiere di possono fare senza l'ansia della fila alla cassa per pagare, uscire, andare a casa o chissà dove. Perché il tempo corre veloce, sempre più veloce e né io né lei possiamo farci nulla.
     
    Non chiedetemi perché tra poco uscirò di casa per gettarmi sotto un treno.
    Proverei imbarazzo nell’abbozzare una risposta.
    Sto molto male, ma ho sempre sostenuto che vale la pena di vivere sino all’ultimo, vedere sorgere il sole, godere di una passeggiata, apprezzare i progressi continui della scienza. Inoltre ho una figlia e quattro nipoti, devo compiere un ulteriore sforzo per reprimere il senso di colpa nei loro confronti. È da ieri sera che provo a chiamare Isabella per sentirne un’ultima volta la voce, ma come beffa del destino non riesco a contattarla.
    Da giovane, in una fantasia spontanea, immaginavo che avrei preferito morire in mare, d’estate. Scendendo dolcemente negli abissi, avrei scoperto attorno a me un mondo sconosciuto.
    Invece, in una piovosa giornata invernale di una città lontana dalla costa, verrò spiaccicato dall’acciaio, tranciato a pezzi dalle rotaie. Non ho preso la morfina stamattina, voglio sentire il dolore accompagnarmi verso la morte, aiutarmi a non cambiare idea, a non esitare.
    L’idea di non aspettare la penosa fine si è fatta strada un paio di settimane fa, spinta dalla crescente depressione. Ho dovuto iniettarmi dosi di morfina sempre maggiori per controllare il dolore provocato dalle metastasi. L’oncologo ha pronosticato due mesi di vita, sofferenza inutile che non riesco più a tollerare.
    So che è sbagliato, ma tra mezz’ora tutto sarà finito. Per sempre.
    Ieri sera ho mandato giù una valanga di psicofarmaci, tra ansiolitici e sonniferi, perché non riuscivo ad acquietarmi. Stamattina, dopo una tormentata lotta con me stesso, ho deciso.
    Non so perché proprio sotto un treno, tra la gente, in maniera brutale, con il corpo maciullato. Potrei semplicemente ingoiare una tonnellata di sonnifero, passando dal sonno alla morte senza nemmeno accorgermi, comodamente disteso nel letto.
    Non chiedetemi, non so rispondere.
    Indugio a osservare le lacrime di pioggia che scorrono sul vetro.
    Per un attimo mi piace pensare che siano per me. Sono solo in quest’ultimo disperato viaggio verso il nulla eterno. Solo. Attraverserò un deserto d’indifferenza per raggiungere la mia ultima stazione, e prendere il treno che mi porterà lontano.
    Tolgo un foglio dalla stampante, scrivo con una biro “Perdonatemi, soffrivo troppo”, e lo lascio sul tavolo del soggiorno accanto alla cartella clinica.
    Prendo la foto dei miei genitori e li guardo, ricordando i momenti felici. Li bacio e li stringo al cuore. Ciao papà, ciao mamma.
    Un ultimo sguardo allo specchio, come per dare l’addio a me stesso. Sotto gli occhiali l’espressione è spenta, sul viso scavato e sofferente la barba di molti giorni è quasi tutta bianca. “Ciao Luca” mi dico mentalmente.
    Indosso il giubbotto e, dopo un’occhiata di commiato, tiro dietro di me la porta di casa. Mi sento svuotato, privo di ogni energia, tuttavia decido ugualmente di non prendere l’ascensore. Andando incontro alla morte, voglio sentire più che posso la terra sotto i piedi.
    L’aria fredda e umida di pioggia mi sferza il viso. Qua e là osservo i residui della nevicata sporchi di fango. Salgo mesto in auto e mi dirigo verso la stazione. C’è poco traffico, oggi è anche domenica. Un giorno di festa. Abbozzo un sorriso amaro quando trovo parcheggio proprio accanto allo sbocco del sottopassaggio, dal lato opposto all’ingresso principale della stazione.

    Tratto dal romanzo “Acuba”, da mesi ai primi posti nella classifica della sua categoria e attualmente al 1°.
    https://www.amazon.it/ACUBA-Trappola-altro-Enzo-Casamento-ebook/dp/B01FCMSZD4/ref=zg_bs_508773031_2?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=GF1G79FWGQWXQ5E0QWRJ
    Un'alba di un nuovo giorno
    si illumina da un riquadro di vetro
    mentre il mondo scorre veloce
    Paesaggi incantati al sorgere del sole:
    zolle incolte di campi arati
    come fragili sassi spuntano a chiazze
    nel mare della terra.
    Piccole case, ville, paesi e città,
    scorrono veloci ciondolando assonnati.
    In lontananza, un campanile 
    segna il tempo dal suo orologio
    che come una piccola luna ad altezza d'uomo
    risplende nell'alba del nuovo dì.
    Il mondo si sveglia già pronto
    a correre veloce il  lento ritmare del tempo.
    Inesauribile, irripetibile, indomabile.
    Fiamma se ne stava in disparte, lo sguardo perso fra le rocce, rigirando tra le mani un sassolino.
    Era stanca, gli facevano male i piedi. Non facevano altro che camminare tutto il giorno, mangiando sempre gallette e la carne dei serpenti che Mangusta catturava, bevendo l’acqua che trovavano nei ruscelli e nelle pozze delle oasi. Avrebbe desiderato cambiare ogni tanto; le sarebbe piaciuto tornare ad assaggiare quelle piccole barrette dolci che avevano trovato nel magazzino di una città: Volpe aveva detto che erano fatte con cioccolato e caramello. Le erano piaciute davvero tanto. Ma dopo che erano dovuti fuggire da quel luogo, in nessun altro erano riusciti a trovare quelle barrette così buone; Volpe era riuscita a portarne alcune con sé, ma anche se gliele aveva date solo in occasioni speciali, da un pezzo erano finite.
    “Magari nella città in cui stiamo andando possiamo trovarne” pensò speranzosa. Ma subito sospirò. “Finirà come sempre: arriveranno i mostri e noi dovremo scappare e saremo di nuovo nel deserto.” Sospirò nuovamente.
    «Come siamo melanconici oggi» disse Bardo alle sue spalle.
    «Sono annoiata» disse mogia la bambina.
    «Meglio annoiarsi che avere paura» ribatté con un sorriso Bardo.
    «Sì» fece poco convinta Fiamma. «Ma se non sono mostri, è sempre deserto: non c’è mai niente, nemmeno un fiore. Sono tutti sassi. E pure brutti.»
    Bardo rovistò in una delle sue tasche, prendendo qualcosa e poi porgendolo alla bambina. «Non tutte le pietre sono brutte.»
    «Che bella!» esclamò Fiamma tenendo tra le mani una pietra dalle mille sfaccettature. «Sembra una rosa!»
    Bardo sorrise. «Infatti viene chiamata la rosa di ferro.»
    «Cambia colore.» Fiamma la sollevò davanti agli occhi a bocca aperta, muovendola avanti e indietro. «Non ne avevo mai viste prima: dove l’hai trovata?»
    «Bisogna sapere dove cercare: il mondo è pieno di pietre del genere. Anche più belle» spiegò Bardo. «Se ti piace, puoi tenerla.»
    «Grazie!» Fiamma se la mise in tasca, tornando però ad assumere un’espressione sconfortata quando posò di nuovo gli occhi sulla piana deserta. «Mi mancano i fiori: è da tanto che non li vedo.»
    «Non li vedi perché non si fanno vedere.»
    «Come?» domandò stupita Fiamma.
    «Hanno deciso di non farsi vedere.»
    «Perché?»
    «Per come si sono comportati gli uomini: non hanno fatto altro che strapparli, macinarli, avvelenarli. Non si soffermavano più a guardarli, ammirarli, annusarli: quando non li distruggevano, li ignoravano, come se fossero semplice erba» spiegò Bardo. «Devi sapere che i fiori sono molto narcisisti e altrettanto permalosi. Se a questo aggiungi che gli esseri umani nei loro riguardi hanno perpetrato veri e propri genocidi, puoi capire perché se la sono presa tanto: molte delle loro specie si sono estinte e i superstiti sono diminuiti di anno in anno, arrivando al punto che rischiavano di scomparire del tutto, divenendo solamente una leggenda.»
    «Allora che cosa è successo?» domandò incuriosita Fiamma.
    «Hanno deciso di riunirsi. C’è stato un gran consiglio, dove gli esponenti di ogni specie hanno parlato. E quando hanno deciso, hanno sparso i loro pollini al vento per comunicare la loro decisione a tutti i fiori del mondo.»
    «E che cosa hanno deciso?» lo incalzò la bambina.
    «Che non sarebbero più spuntati fino a quando l’uomo non fosse cambiato: sarebbero rimasti sottoterra, nascosti all’interno dei semi, in attesa del cambiamento dei tempi.»
    «Per questo allora non se ne vedono più.»
    «Esatto.»
    «Ma non sono scomparsi del tutto» precisò Fiamma in cerca di conferma.
    «In questo momento sono proprio sotto di te, addormentati nel loro lungo sonno.»
    «E come faranno a sapere quando svegliarsi?»
    «Quando verrà il momento giusto, lo sapranno: è un loro piccolo potere segreto.»
    Fiamma abbassò lo sguardo, fissando la terra sotto i suoi piedi. «Credi che riuscirò a vederne di nuovo qualcuno nel nostro viaggio?» domandò seria dopo qualche tempo.
    Bardo sorrise. «Ritengo che ci siano buone probabilità.»
    Fiamma lo fissò per alcuni momenti, poi riprese fuori dalla tasca la rosa di ferro e si mise a rimirarla alla luce degli ultimi raggi.
    Bardo levò lo sguardo sull’orizzonte. “Hanno detto che nel nostro tempo avremmo raccolto la loro eredità e che avremmo imparato da ciò che avremmo visto. Hanno detto che le stesse parole avrebbero avuto significati differenti, che anche la rettitudine avrebbe cambiato volto. Hanno detto che tutto che ciò che c’era di buono nel nostro tempo sarebbe caduto dalla grazia.” Lanciò un’occhiata a Fiamma che rimirava la pietra che aveva avuto in regalo. “Hanno detto che avremmo cercato il potere per dare vita a tutte le storie del passato e fare sì che il nuovo regno venisse.”
    Si alzò seguendo Fiamma per andare attorno al fuoco appena acceso.
    “E che ci saremmo riusciti. Adesso come in passato.”
    RAFAEL CADENAS
     
    Derrota [1]
     
    Yo que no he tenido nunca un oficio
    que ante todo competidor me he sentido débil
    que perdí los mejores títulos para la vida
    que apenas llego a un sitio ya quiero irme (creyendo que mudarme
                                                                                                      es una solución)
    que he sido negado anticipadamente y ayudado de manera
                                                 humillante y escarnecido por los más aptos
     
    que me arrimo a las paredes para no caer del todo
    que soy objeto de risa para mí mismo
    que creí que mi padre era eterno
    que he sido humillado por profesores de literatura
    que un día pregunté en qué podía ayudar y la respuesta fue una
                                                                                                               risotada
    que no podré nunca formar un hogar, ni ser brillante, ni triunfar
                                                                                                              en la vida
    que he sido abandonado por muchas personas porque casi no hablo
     
    que tengo vergüenza por actos que no he cometido
    que poco me ha faltado para echar a correr por la calle
    que he perdido un centro que nunca tuve
    que me he vuelto el hazmerreír de mucha gente por vivir en
                                                                                                        el limbo
    pues no encontraré nunca quien me soporte
    que fui preferido en aras de personas más miserables que yo
    que seguiré toda la vida así y que el año entrante seré muchas
                                          veces más burlado en mi ridícula ambición
    que estoy cansado de recibir consejos de otros más aletargados
    que yo («Ud. es muy quedado, avíspese, despierte»)
    que nunca podré viajar a la India
    que he recibido favores sin dar nada en cambio
    que ando por la ciudad de un lado a otro como una pluma
    que me dejo llevar por los otros
    que no tengo personalidad ni quiero tenerla
    que todo el día tapo mi rebelión
    que no me he ido a las guerrillas
    que no he hecho nada por mi pueblo
    que no soy de las FALN y me desespero por todas estas cosas y
                                  por otras cuya enumeración sería interminable
     
    que no puedo salir de mi prisión
    que he sido dado de baja en todas partes por inútil
    que en realidad no he podido casarme ni ir a París ni tener un
                                                                                                       día sereno
    que me niego a reconocer los hechos
    que siempre babeo sobre mi historia
     
    que soy imbècil y más que imbécil de nacimiento
    que perdí el hilo del discurso que se ejecutaba en mí y no he
                                                                                  podido encontrarlo
    que no lloro cuando siento deseos de hacerlo
    que llego tarde a todo
     
    que he sido arruinado por tantas marchas y contramarchas
    que ansío la inmovilidad perfecta y la prisa impecable
    que no soy lo que soy ni lo que no soy
    que a pesar de todo tengo un orgullo satánico aunque a ciertas
                 horas haya sido humilde hasta igualarme a las piedras
     
    que he vivido quince años en el mismo círculo
    que me creí predestinado para algo fuera de lo común y nada
                                                                                                     he logrado
    que nunca usaré corbata
    que no encuentro mi cuerpo
    que he percibido por relámpagos mi falsedad y no he podido
        derribarme, barrer todo y crear de mi indolencia, mi flota-
        ción, mi extravío una frescura nueva, y obstinadamente me
        suicido al alcance de la mano
    me levantaré del suelo más ridículo todavía para seguir burlán-
        dome de los otros y de mí hasta el día del juicio final.
     
     
     
    Fallimento
     
    Io che mai ho avuto un mestiere
    che davanti a ogni rivale mi son sentito fragile
    che ho perso i migliori attestati per la vita
    che appena arrivo in un luogo già voglio andarmene (credendo che mutar
                                                                                          baracca sia una soluzione)          
    che sono stato rifiutato anzitempo e aiutato in maniera
                                                           umiliante e schermito dai più idonei

    che mi addosso alle pareti per non cadere del tutto
    che sono oggetto di sarcasmo per me stesso che ho creduto
    che mio padre fosse eterno
    che sono stato avvilito dai docenti di letteratura
    che un giorno ho chiesto in cosa potessi aiutare e la replica fu una
                                                                                                                 risata
    che non ho potuto mai farmi una famiglia, né essere brillante, né esultare
                                                                                                                 nella vita
    che sono stato mollato da molte persone perché quasi non parlo

    che mi vergogno degli atti che non ho commesso
    che poco ci mancava che mi buttassi a correre per la strada
    che ho perduto un centro che mai ho avuto
    che sono tornato ad essere lo zimbello per molta gente per annaspare
                                                                                                                 nel limbo
    che mai incontrerò qualcuno che mi sopporti
    che fui escluso da persone più miserabili di me
    che ho passato la vita in modo tale che l’anno prossimo sarò molte
                                                             volte beffato nella mia ridicola ambizione
    che sono stanco di ricevere consigli da altri più letargici di me («Lei è molto indietro,si dia una mossa, si svegli»)
    che non potrò mai viaggiare in India
    che ho ricevuto favori senza ricambiare nulla
    che vado per la città da un capo all'altro come una piuma
    che mi lascio condurre dagli altri
    che non ho una personalità né voglio averla
    che tutto il giorno tappo la mia ribellione
    che non mi sono aggregato a una guerriglia
    che non ho fatto nulla per il mio popolo
    che non sono delle FALN[2] e mi dispero per tutte queste cose
                                                 e per altre che a enumerarle sarebbe interminabile

    che non posso uscire dalla mia prigione
    che sono stato esentato come inutile da tutti
    che in verità non mi sono potuto sposare né andare a Parigi né avere un
                                                                                                            giorno sereno
    che mi nego di riconoscere i fatti
    che farfuglio parole sempre sulla mia storia

    che sono imbecille e più che imbecille fin dalla nascita
    che ho perso il filo del discorso che eseguivo dentro di me e non ho
                                                                                                    potuto riprenderlo
    che non piango quando sento il desiderio di farlo
    che arrivo di continuo tardi a tutto

    che sono stato rovinato da tante marce e contromarce
    che ho bramato l’immobilità perfetta e la premura impeccabile
    che non sono quel che sono né quel che non sono
    che ciononostante ho un orgoglio satanico anche se a volte
                               sono stato umile fino a equipararmi alle pietre
     
    che ho vissuto quindici anni nello stesso cerchio
    che mi sono inventato predestinato per qualcosa d’altro fuori dal comune e
                                                                                              non ho ottenuto niente
    che non indosserò mai una cravatta
    che non trovo il mio corpo
    che ho percepito a sprazzi la mia ambiguità e non ho potuto
           abbattermi, spazzare via tutto e creare della mia indolenza,
           il mio stare a galla, mi sono dirottato  verso un vigore nuovo, e
            ostinatamente mi suicido con ciò che mi è a portata di mano
    mi leverò dal suolo più ridicolo che mai per seguitare a sbeffeggiare gli altri  
    me stesso fino al giorno del giudizio finale.
     
    [1] Rafael Cadenas, in Jole Tognelli, Gianni Toti (a cura di), “Poesia contemporanea del Venezuela”, in  Galleria, rassegna bimestrale di cultura, nn.5-6 Caltanissetta – Roma, Salvatore Sciascia Editore, Settembre-Dicembre 1965.
    [2] Sigla per Fuerzas Armadas de Liberación Nacional, braccio militare del movimento rivoluzionario venezuelano che negli anni Sessanta guidò la guerriglia contro i governi filo americani di Betancourt e di León, con l'ambizioso proposito di scatenare l'insurrezione militare per abbattere il sistema capitalista, sostituendolo con uno Stato socialista. 
    Inizia a scrivere la tua storia...
    Come si erano ritrovati all'improvviso in quel posto desolato e dimenticato dal mondo non lo sapeva bene neanche lui. Quello che sapeva è che avevano camminato per ore, per stretti vicoli e lunghi viali alberati, inoltrandosi tra macchine e palazzi, lampioni altissimi e insegne spente. 
    Avevano costeggiato l'argine del fiume e a un certo punto avevano preso una leggera discesa che portava verso il porto vecchio. Tra le barche ormeggiate avevano udito voci sommesse, qualche risata, ma nessuno per la strada. 
    E sì che era inverno, faceva parecchio freddo quella sera e il tempo minacciava pioggia da un momento all'altro, senza tuttavia decidersi una buona volta. L'aveva tenuta per mano per tutto il tempo, per paura di perderla, per paura che si perdesse, o solo che potesse fuggir via mentre lui andava avanti senza voltarsi indietro. Ma non avevano mai detto una mezza parola neanche un sospiro. Lui sapeva perfettamente che se solo l'avesse lasciata sola un momento, forse, non l'avrebbe mai più rivista, anche se lei continuava a ripetergli che non era così, che non sarebbe scomparsa, che sarebbe solo partita per un periodo e poi sarebbe di nuovo tornata e tutto sarebbe potuto continuare, o forse anche ricominciare da capo. 
    Il palazzo era abbandonato da un pezzo, solo qualche lampione a illuminarlo fiocamente; le finestre vuote lasciavano spazio a sacchi di nylon a brandelli mossi dal vento. Sulle poche pareti sopravvissute vi era rimasta attaccata qualche foto ingiallita, chissà di chi, e chissà di quanto tempo fa. A terra calcinacci, mattonelle frantumate, pezzi di vetro, legno che qualcuno aveva provato a far bruciare per scaldarsi in quelle notti gelide. 
    Le strinse la mano ancora più forte e la trascinò verso l’interno, in un buio fitto, rischiarato, a tratti, solo dai fari delle macchine che passavano in lontananza. Al centro di una stanza gigantesca, con le travi spoglie e i fili cadenti, c’erano un tavolo e due sedie messe una di fronte all’altra. Si diresse deciso verso di esse e, quando vi fu arrivato, si voltò.
    La luce le illuminava appena gli occhi bagnati di pianto, un pianto che non aveva mai fatto sentire ma che le aveva lungamente segato le guance. Stette così a guardarla e poi le indicò la sedia. Lentamente lei prese posto senza smettere di fissarlo mentre lui avvicinava l'altra e le si metteva di fronte. 
    Avevano trascorso tanti anni per strada, ma sempre insieme, sempre vicini, la stessa coperta, lo stesso panino diviso in due, lo stesso cartone di vino, e ora lei voleva andarsene, e dove poi? A fare la fame in un'altra città? Come se lì la fame non fosse sufficiente... E voleva lasciarlo solo per la strada, a combattere per un tozzo di pane e un posto dove dormire in un punto coperto. Lei continuava a non parlare, fissando, ora, lo sguardo a terra senza riuscire a muoversi. Lui prese il vino che aveva in tasca e ne bevve un lungo sorso, poi lo passò a lei, ma lei non ne bevve. In un lampo una vita intera spazzata via.
    Si strinse la giacca ancora più addosso, il freddo si cominciava a sentire, penetrava nelle ossa, saliva fino alla punta dei capelli.
    “Non partire - riuscì a dire in maniera stentata - ...non partire”.
    Lei girò il viso dall'altra parte senza alzare gli occhi da terra e altre lacrime cominciarono a scendere più copiose di prima.
    Il volto indurito, lo sguardo spento, lui mise una mano in tasca e tirò fuori il coltello che si portava sempre dietro. Se lo poggiò sul palmo della mano e la incise profondamente, così che il sangue potesse cominciare a fluire in un sottile rigagnolo. Lei chiuse gli occhi per non vedere, ma di quel sangue ne sentì l’odore. 
    Aveva dovuto fare tanto per convincerla a seguirlo, le aveva promesso che l'avrebbe portata in un posto bellissimo e al caldo, per salutarsi prima della partenza e, invece, intorno solo macerie e freddo.
    Senza lasciare il coltello le andò dietro le spalle e le mise la mano ancora sanguinante sul viso. Passarono i secondi e poi i minuti, eterni, interminabili. Quando sentì delle gocce calde caderle tra i capelli si alzò di scatto, terrorizzata. Lui aveva sempre il coltello tra le mani e il volto completamente rigato di lacrime che, a vederlo, sarebbe potuto sembrare un bambino a cui avessero rubato il suo giocattolo preferito. 
    Se ne andò senza neanche chiedersi che cosa ne sarebbe stato di lui, tanto, in qualche modo, se la sarebbe cavata.
     
    L'ULTIMA LUNA O L'AMORE EFFIMERO
     

    Ho sempre trovato i racconti erotici alquanto ridicoli.
    Non amo leggerne.
    Non amo scriverne.
     
    Li ho sempre snobbati alla stregua di letteratura di serie B: roba buona giusto per riempire a sprazzi un pagina bianca, che non vale nemmeno come lettura propedeutica all'insegnamento, o per invogliare la gente a leggere.
    Spazzatura.
     
    Non volevo scrivere un racconto: non volevo parlare di quella sera.
    La volevo lasciare come ricordo vivo nell'animo, senza la colpa di essere una delle mie creature di carta: nonostante il pericolo che il tempo, la vecchiaia, l'infermità, complottassero contro il suo perdurare nella mia mente.
    Ma questa notte aleggia qualcosa di diverso nei miei pensieri: la paura forse, o il terrore sarebbe meglio dire, che quel mio ricordo, l'ultima vestigia delle nostre membra attorcigliate insieme, sia solo mio, e sebbene divisi, non nostro.
     
    Si può parlare di amore parlando di sesso mi chiedo?
    Si può gettare in faccia ai lettori i nostri sessi nudi, per poter parlare di quel che fu il nostro amore?
    Non ho già a sufficienza eviscerato, elaborato, maltrattato e nascosto su carta quel che fummo?
     
    Diamine No! Saremmo potuti essere Uno da due, anche solo per un'ora e non avrei ancora finito di parlarne.
     
    Con tutto questo non voglio sminuire chi amai dopo, chi amo dopo o chi amerò in seguito.
    Il primo amore è sempre fuori categoria in questi ragionamenti.
     
    Eravamo nel più burrascoso dei nostri periodi e come sempre accadeva per quei periodi era colpa mia.
    Con questo non sto certo giustificando comportamenti passati, ammettendo colpe ormai andate nel tempo: chi li visse sa.
    Semplicemente eravamo di nuovo in quello stato in cui io portavo entrambi: una situazione patetica, fatta di tensione e di silenzi e carezze e frasi fraintese e di una moltitudine di motivazioni. Ma quando si hanno troppe motivazioni per andarsene, allora non si ha alcuna motivazione che realmente conta, e non contavano per davvero: erano solo paure, follie, donne che divenivano fantasmi tra di noi.
    Spettri che si incuneavano.
    Ma gli spettri non infestano solo le case, la loro vera forza è infilarsi nella mente della gente è far abiurare i galileo di ogni epoca: è vedere ebe col telescopio e perdersi volontariamente su deimos.
     
    Ti amavo ancora; mi amavi ancora. Ci amavamo ancora, di questo ne sono sicuro: lo so come lo sapevo allora, lo so grazie alle tue lacrime del poi, alla tua disperazione, (quel macigno nella mia coscienza condannata).
    Ti amavo anche io, ma ero stanco di combattere.
    Ero stanco di essere tirato e trattenuto, ero stanco di essere spinto e indirizzato verso qualcuno che aveva scoperto la mia assenza grazie alla tua presenza.
    Ero stanco di noi, del nostro amore: ero stanco del perdurare della nostra relazione e della serietà futura che questo prolungamento avrebbe comportato.
    Ti amavo.
    E non ti amavo.
    Un amore di Schroedinger: io ero la scatola in cui entrambe le possibilità vivevano improbabili e mi rifiutavo di aprire le valvole delle mie arterie per scoprire come sarebbe andata a finire.
    Strana bestia è il cuore quando per la prima volta assaggia l'Amore.
     
    Ancora oggi mi perdo nei suoi meandri e me ne sento smarrito.
     
    Prima di vederci quella sera litigammo: litigammo molto e dopo ti giurai il mio amore eterno tra lacrime bugiarde; lacrime incredule che non mentissi col cuore, ma solo con la forma delle parole.
     
    Allora lo sapevano solo loro, ora lo so anche io.
     
    Maledizione avrei voluto altro per noi ma quel giorno non potevamo poter far altro che litigare, perché ero io a volerlo, lo volevo perché non sapevo amarti come meritavi e tu soffrivi e tu ti addoloravi, come ogni volta che io trascinavo noi in quel delirio e allora ti baciavo e tutto scivolava via, si spazzava via: ma si tramandava solo all'indomani, alla settimana dopo, al mese dopo: chi poteva sapere che ci sarebbe stato solo un altro giorno dopo da quella sera?!
     
    Quella fu la nostra sera e noi la vivemmo intensa e forte come credevamo che non l'avremmo vissuta mai.
    Strana burlona è la vita.
     
    Come ogni nostra sera insieme, o quasi almeno, ci rintanammo nel nostro nascondiglio, quel ristorante che vivevamo da quando finimmo insieme così per caso.
    Quanto ci piaceva quel posto.
    Fu una scelta non casuale per due spiantati innamorati quali eravamo.
    C'era comunque qualcosa di diverso nella nostra tana: quella fu la prima, (e anche l'ultima volta), che mangiammo all'esterno, al chiaro di una luna che stava sorgendo.
    Luna testimone ignara e indifferente dei nostri litigi tra una portata e l'altra, durante il pasto, come non era nostra abitudine, senza lo sfiorarsi delle nostre mani da un parte all'altra del tavolo, ma ben lontane e nervose.
    Discutemmo perché spettri e fantasmi non aleggiano soltanto intorno alle persone che infestano, ma si mostrano e si nascondono e impauriscono e irritano, anche le persone che queste amano: così tu dubitasti giustamente del mio amore; io di rimando dubitai della tua sanità mentale!
    Ci allontanammo dal tavolo sazi, leggermente irritati e vincenti entrambi delle nostre convinzioni, o quasi.
    Tu pronta a vincere il muro che il mio fantasma mi costringeva ad erigere, io non so a dimostrare cosa votato.
     
    La mia macchina: infimo mezzo di locomozione, seppur spazioso, era la nostra alcova. Non l'unica di certo, ma la prediletta di sicuro: era il simbolo del nostro sesso e quindi di riflesso del nostro stare insieme.
    Quanto ci piaceva fare l'amore, lì, assieme.
    Che dico, noi adoravamo fare l'amore assieme.
    Quella era la nostra religione e non mi vergogno di ammettere che non tradii mai il tuo sacerdozio.
    Eri la mia Dea, come io fui il tuo dio.
    Sai che non riuscivo a resisterti; non era solo il tuo corpo, era la tua stessa mente che si rendeva perversa assecondando le mie voglie, che mi chiamava come una risonanza.
    Mi chiamavi.
    Senza nemmeno una parola mi cercavi.
    Eri lì accanto a me ed ogni tuo singolo poro chiamava con le sue molecole le mie voglie per farsi prendere: perché io ti saltassi addosso come un ossesso.
    Prima era il tuo culo che si strusciava sul mio pube.
    Poi i tuoi baci prima di inabissarci nell'abitacolo.
    La tua mano che sfiorava la mia coscia mentre guidavo.
    La marcia inserita al semaforo che non si muoveva perché il tuo braccio non mi lasciava spazio.
    I tuoi occhi sulle mie guance e io impossibilitato a guardarli perché davanti a me si snodava quel serpentone nero che era l'asfalto.
    Le nostre mani che si intrecciavano sul cambio, la tua lingua umida lungo l'orecchio.
    I miei occhi fissi sulla strada ed il tuo naso che si infilava dietro il mio lobo, il tuo respiro caldo che si spandeva lungo le vertebre, elettrizzando la pelle sotto i capelli.
    La tua mano che guidava la mia verso le tue gambe, diamine non avrei mai più messo la terza in vita mia.
    Il tuo sorriso nascosto dai fari che venivano dalla direzione opposta. La voglia che cresceva in noi, che si amplificava che si inalberava, che si scioglieva tra le tue cosce.
    Le tue gambe che fremevano il mio ritorno.
    Finalmente niente discussioni, solo io e te, come eravamo veramente: due animali innamorati che non riuscivano a stare distanziati... e forse nemmeno realmente troppo vicini.
    Dio quanto mi sono mancate negli anni le tue dita che trascinavano la mia bocca verso la tua mentre guidavo.
    Ancora oggi infilo i miei artigli nel sedile accanto, Vuoto, pensando al corpo che vi giaceva sopra sinuoso e ammiccante e voglioso e innamorato.
    I tuoi capelli lisci sparsi tra il poggiatesta e il misero tessuto che lo ricopriva.
    Noi che ci infilavamo sempre nei stessi luoghi appartati, eravamo degli abitudinari, sebbene non usi al letto e finivamo sempre alla fine negli stessi posti, come attratti, magnetizzati. Ne avevamo tre o quattro: uno di loro si infilava nelle nostre fantasie per un periodo e poi veniva di punto in bianco soppiantato da un altro. L'idea stessa di quei luoghi ci divertiva, come a stimolarci. Uno nuovo ogni tanto si aggiungeva al computo. Persi il conto di quante volte facemmo l'amore in macchina, nascosti in quel cespuglio, dietro il distretto di polizia a liberare i nostri ansiti verso la terra e le stelle.
    E quante volte ci rintanammo dietro a quella scuola?
    O... ma che li enuncio a fare?
     
    Quella sera trovammo un altro pertugio, uno dei pochi, uno dei rari: trovammo un altro piccolo angolo di mondo in cui eravamo solo noi, soli, lontani dalle nostre vite, lontani dalle nostre menti, un altro posto dove le nostre menti erano una, i nostri corpi uniti, i nostri sessi fusi insieme.
    Era già successo che trovassimo un posto in cui nascondere i nostri corpi nudi... non potevamo immaginare che sarebbe stato l'ultimo. Di lui ricordo solo l'erba alta che sovrastava gli sportelli ed entrava dai finestrini aperti per il caldo soffocante, l'odore di fieno e i tuoi seni nudi sotto le mie mani. Le mie dita non sono mai riuscite a contenere la totalità del tuo petto: questo sembrava avere vita propria, sembrava sempre che bramasse avvicinarmi ad un paradiso che non meritavo.
    Ti strappai i vestiti di dosso come la pelle di un vecchio serpente.
    Ho nostalgia del tuo seno quasi quanto del tuo Amore: le tue mani che stringevano i miei capelli e mi tiravano a te mentre baciavo i tuoi capezzoli e suggevo le tue areole.
    Ci abbandonammo al solito gioco.
    Le mie mani sul tuo corpo che fremevano per prenderti, possederti.
    Tu che mi spingevi via. Che resistevi.
    Ti rintanavi nel luogo più remoto della macchina, attaccata allo sportello, lontana centimetri dal mio corpo nudo.
    Il tuo piede che spingeva via il mio petto.
    Le mie spalle graffiate dalla tua resistenza.
    La mia mano sul tuo collo che si stringeva in un bacio sulle labbra.
    Tu che mi spingevi verso le tue tette e io che baciandole scendevo verso il tuo ventre e lungo questo, baciando la tua pelle cellula a cellula e sempre piluccando la tua epidermide scendevo fino al pube e iniziavo a baciare il tuo sesso.
    I miei denti che mordevano delicatamente le tua labbra scostandole e solleticandole ed eccitandole. I tuoi umori che mi colavano addosso, la tua eccitazione che si trasmetteva da me a te. Tu che miagolavi come una dea-tigre.
    Dio quanto era scomoda la macchina: ma chissà come non ce ne accorgevamo nemmeno. Io leccavo la mia divinità ed ogni cosa scompariva, allargavo le tue labbra, piccole e grandi, e lì infilavo la mia lingua e tu gemendo come una acrobata ti districavi fino a scendere con la tua bocca sul mio pene. La carnosità delle tue labbra sul mio prepuzio, la tue guance che scendevano in basso a contenere la mia carne a suggere le mie voglie.
    Ci trasformavamo così in un unico essere, una divinità primordiale, un giano bifronte con entrambi i volti affondati nel sesso dell'altro gemendo. E ci fermavamo frementi per baciarci e poi ricominciavamo per ritardare il momento in cui ci saremmo di nuovo affondati e fusi in un unicum.
    Baci.
    Carezze.
    Sguardi.
    Ed infine di nuovo giù nel sesso altrui: uno a far piacere all'altra, finché non arrivammo al punto che non sopportavamo più quella comunione divisa, senza volerci realmente staccare l'una dall'altro.
    Ma la nostra era una religione dopotutto, e noi ne eravamo le divinità maledette.
    Diversa era la nostra eucarestia.
    Quello era solo il nostro sangue, che bevevamo ognuno dalla coppa dell'altra.
     
    Saturo. Ero saturo dei salamelecchi, dei ritardi, dell'eccitazione che montava in noi. Tu stanca della voglia che saliva senza freni.
    Eravamo stanchi dell'attesa finché non ci saltammo di nuovo addosso: l'una sopra l'altro.
    Io che ti spingevo contro il sedile come un affamato e tu che cercavi con le tue mani il mio sesso e lo stringevi con forza fino a renderlo rosso, eretto e magenta, la mia mano che cercava la sua strada ed il mio sesso che ti entrava dentro senza attese, o remore o attenzioni, un piccolo dolore preludio del piacere.
    Ruvidità amplessiche.
    Tu a cavalcioni su di me.
    Le mie mani sul tuo viso a baciare le parole d'amore che ti infilavo in gola.
    La tua testa sulla mia spalla a baciarmi il collo, io a mordere il tuo.
    Il tuo corpo che saliva e scendeva sul mio sesso mentre mi sussurravi quelle parole dolci, quelle parole d'amore. L'ansito dei tuoi respiri che finiva nel mio timpano e i tuoi occhi chiusi di lacrime; i tuoi mugolii intanto riempivano l'aria, afosa calda e soffocante e finivano fuori dalla macchina, trasportati tra le foglie d'erba, nel buio, tra i raggi di luna della notte circostante danzando con essi.
    E le mie mani ti abbrancavano un seno e una natica insieme, e ti spingevo col mio peso, col mio ritmo, e ti mordevo il labbro inferiore: una piccola goccia di sangue scendeva nella mia mandibola, i tuoi denti affondavano sul mio labbro opposto ed un canino penetrava nella carne, fino a farmi aprire gli occhi e a guardare nei tuoi che mi cercavano.
    E scendevamo e salivamo e tu su e giù con me, contro di me, assieme a me, i miei capelli stretti nei tuoi polpastrelli.
    Il tuo respiro che diveniva un gemito mentre cercavamo di fonderci una nel bacino dell'altro e la tua voce saliva di una ottava, la tua testa si arcuava all'indietro assieme al collo, finché le tue labbra non tornavano nella mia bocca fameliche e assetate.
    Un grido strozzato ti fuoriuscì tra i denti, trattenuto e vergognoso.
    Pieno di pudore e paure, ancora, dopo tutto quel tempo!
    Pieno di voglie che giungevano dal basso ventre e salivano perentorie fin dentro al mio cervello, ed eruttai così eccitato dalla tua eccitazione.
    Ci baciammo poi, mentre districavamo le membra, e ci giurammo amore eterno.
    Ti amavo. Giuro lo feci davvero. Forse lo faccio ancora insonne o nei sogni, non ne sono sicuro. Sì ti amavo e l'indomani non mi feci amare più: dovevo, stavo distruggendo la tua serenità, ma quella sera fu solo nostra e non aveva importanza niente né il domani né il giorno prima.
    Ti giurai un amore che non sapevo sarebbe durato solo fino all'indomani: ti accarezzai di nuovo, tra i nostri umori più nascosti: senza sapere che l'indomani saremmo stati divisi, senza sapere che l'indomani ti avrei spezzato il cuore con quelle parole sozze.
    Senza sapere che quella sera sarebbe stata l'ultima.
    Senza sapere che non ci saremmo più amati.
    Non ci saremmo mai più amati! In nessun modo: niente amore e niente più amore facendo l'amore.
    Più niente.
    Per sempre.
    L'ultimo momento, come emblema dell'ultimo attimo, simbolo di tutti gli attimi, che fanno la somma dei momenti di quel che fu il nostro stare insieme.
     
    Una poesia piena di perché
    e di verità su la favola bella
    che ieri mi illuse, che oggi mi illude
     
    La Bestia spirò ed ella
    tra le bracccia il corpo a se accostò
    che le labbra schiuse il suo ammore che sofferenza cancella
     
    L'ultimo petalo di rosa leggera si posò
    e la pioggia sulle chiglia nere bagnate
    si che par l'innamorata pianga
    ed intorno magia diventò.
    Iniz
     
    …“STRATEGIE”
    per… ingannare il tempo
     
    In una uggiosa mattinata di autunno inoltrato, l'autobus che attraversa tutta la città, è fermo al capolinea.
    Motore spento, luci fioche e porte aperte, se ne sta addossato al marciapiede come un enorme pachiderma annoiato che sussulta al salire dei primi viaggiatori.
     Vittima come lui in questa grigia giornata, oggi voglio viaggiare da turista e  nell'attesa del suo totale risveglio, mi cerco un posto a sedere dove non può disturbarmi nessuno.
    Scelgo volutamente il sedile più scomodo, quello  posizionato in alto sopra il motore da cui si sprigiona  un caldo eccessivo e un continuo tremolio,  ma sono certa che nessuno  lo reclamerà. Sempre più  prossimi all’ora della partenza, anche i passeggeri salgono alla spicciolata da destra, sinistra e dal centro. Pioviggina e appena a bordo  chiudono l’ombrello. Qualcuno oblitera il biglietto di viaggio, si scrutano  guardinghi e si vanno a sedere il più lontano possibile dagli altri.
     C’è chi manipola il manico dell’ombrello, chi lo accarezza, chi lo usa come sostegno, ognuno nell’attesa, si tiene  occupato.
    Col quotidiano ben piegato sotto il braccio che dona  un tocco di classe, un immobile viaggiatore fissa ostinatamente davanti a se, chissà cosa avrà  notato! Una distinta signora estrae dal borsone dei fogli che esamina con tanta attenzione  da sembrare   sicuramente alle prese  con  un avvolgente  finale di un romanzo d’amore. Ma  i più giovani si ostinano a pigiare sulla tastiera del cellulare con tanta insistenza  da dedurre che si tratti di un ripasso per un compito in classe.
    L'autobus, ormai stracolmo, è in partenza. Si sentono  chiudere le portiere  e il motore accelera i   battiti del suo cuore, qualche sobbalzo e via  verso la  grande città.
    Alla prima fermata, una signora bassa, grassottella impellicciata, con un elegante cappellino, alti tacchi, gioielli e occhiali dorati, seguita da  allampanato cavaliere, si fa aiutare a superare gli ostacoli di salita, raggiunge la sua meta, ringrazia  con un largo sorriso che viene ricambiato, ma poi va ad assestarsi a debita distanza.
    Ingombranti borsoni strapieni di varie mercanzie, sostano neo corridoi costringendo  a scavalcarli e grandi zaini che sembrano camminare da soli ricordando tante formiche col loro bottino,  strofinano i presenti facendoli oscillare,  mentre  altri meno equilibristi   si accasciano con tante scuse, in braccio a quelli seduti.
    La bionda signora ingioiellata  è  ormai  giunta alla sua  fermata. Libera il posto che ambito, accende una gara alla rincorsa,  e mentre lei cerca di aprirsi un varco verso l'uscita, tra pelliccia, borsetta e ombrello che si impiglia dappertutto, si rassegna a       scendere ad un’altra fermata.
    La città è sonnacchiosa  e ostenta ancora persiane chiuse, mentre qualche bagliore filtra dall’interno. Uno scorcio di  mare appare grigio come il cielo che lo sovrasta e  le barche dei pescatori, appollaiate sulla spiaggia, restano in attesa di momenti migliori.
    Un andirivieni di voluminosi giacconi e svolazzanti sciarpe sotto variopinti ombrelli,  formano mobili colonne multicolori che appaiono e  svaniscono nei meandri delle vie, mentre altri si apprestano a dare l’assalto a quel  bus già al completo.
    Piove,  e quando  piove i  mezzi di trasporto, sono sempre  super affollati,un paio di spallate servono a creare un po’ di spazio, ma accendono anche mugugni e nervosismi.
     Piove a dirotto,  lo spazio sui bus è  poco e  scarsi  sono anche i mezzi di trasporto. Un  uomo rincorre lo  in un impresa quasi impossibile. Corre, corre con una  mano  pressata sul  cappello e l’altra che stringe con forza una valigetta ventiquattrore. Corre a perdifiato e mentre avanza il suo svolazzante impermeabile  gli  fornisce l’energia necessaria per raggiungere l’obiettivo.
    Gli autisti, alle prese con orari da rispettare,  non aspettano mai nessuno, ma lui ce la fa e  ansimante, riesce a salpare,  mentre le porte si chiudono frettolose.
    Con mezzo impermeabile impigliato fra le portiere e la valigetta fuori  a sventolar come  una  bandiera, resta appiccicato al vetro e fino alla prossima  fermata non c’è speranza di liberarsi da quella morsa.  Ma  la  fortuna  stavolta gli da una mano, 
    anche il semaforo che in lontananza brillava rosso come  il fuoco,  ora ha assunto un colore verde intenso e  il pullman può proseguire senza intoppi.
    A vederlo  in quella curiosa posizione, verrebbe  da ridere , ma si cerca di pensare ad altro per non complicare quel disagio, anche se l’occhio, un po’ birichino,  è spesso rivolto in quella direzione. Ed ecco il miraggio delle porte spalancate e il povero malcapitato può finalmente appropriarsi della  sua  borsa.
    Quando piove, imbacuccati più del solito, si viaggia inscatolati come sardine sott’olio e mentre il bus prosegue la sua corsa, i passeggeri si surriscaldano. Alcuni ciondolano come   pipistrelli appesi ai sostegni e  meno male  che hanno gli ombrelli che aiutano ad acquistare un po’ di stabilità.
    Forse qualcuno è in ritardo perché scruta costantemente l’orologio da polso e  brontola come  una  pentola  in ebollizione. Ce  l’ha col tempo, col ritardo,  con  borse e borsoni  che occupano tutto lo spazio e finalmente trova qualcuno solidale con lui. Un irrefrenabile sfogo liberatorio porta il ragionamento su quello scarso servizio, mentre gli abbonamenti costano sempre di più. Ben presto il malcontento coinvolge anche i vicini  e ne  sorge  una discussione  sempre più accesa.
    Sembra di viaggiare  fra tanti mastini che latrano, invece siamo solo nella città dei mugugni.
    Botte  e risposte si sovrappongono  ma, vista la brutta piega, qualcuno usa il poco buon senso rimasto e, come per magia, quel brontolio si placa.
     Si sente solo il  ringhiare del primo mastino ormai sfrenato che tutti osservano  da indignati.   Anche il mastino finalmente è arrivato  a destinazione, scende e sparisce fra la  folla, ma  si fa avanti  barcollando una  mamma che trascina il passeggino stringendo forte al petto il suo piccolo  che, nascosto da una  tutina con cappuccio e sciarpa stretta al collo, lascia  intravvedere dei due,  un solo occhio, ma sfodera un sorriso accattivante.  Intorno a loro  si  fa a gara per fare largo alla carrozzina  e cedere il posto in  una  gara di solidarietà. Ora l’attenzione si concentra su di lui che tutto fiero di aver destato tanto interesse, parlotta senza essere compreso. Anziane signore lo coccolano con mielati  e ridicoli  vezzeggiativi e persino  chi deve scendere evita le spallate per farsi largo. 
     Intorno a lui  ci sono solo sguardi sorridenti e insieme commentano le sue piccole prodezze e quelle dei loro nipotini, mentre il pullman prosegue la sua corsa, zigzagando fra  i veicoli parcheggiati ai lati delle vie. 
     Anche questo è un miracolo dell'innocenza che, scuotendo anche gli animi più turbolenti, riesce a sciogliere il ghiaccio anche nei cuori più gelidi e persino l’autobus sembra  viaggiare con più brio e col suo  ballonzolare, vuole  cullare  grandi e piccini.
    Finalmente si avvicina  il capolinea, a bordo l’atmosfera è più serena. Cambieranno i passeggeri, ci saranno  altre avventure o disavventure, ma per me questa corsa  oggi finisce qui!
    "Buon viaggio a tutti  e arrivederci alla prossima occasione”.
     
     
     
    ia a scrivere la tua storia...
    In
    Tormenti  
     
    L’anziano barista che faceva la spola dal bancone del bar ai tavolini  posizionati sotto la tettoia, annotava le ordinazioni sul taccuino e ritornava portando sul vassoio gli ordini ricevuti. Seduto ad un tavolo tutto solo con una mano che puntellava la testa e l’altra che roteava fra le dita un bicchiere ormai vuoto, un ragazzo, con voce impastata e senza alzare lo sguardo, ordinò un altro doppio vodka.
    La sua testa, ridotta ad un campo di battaglia, combatteva costantemente contro angoscia e solitudine e più queste lo torturavano, più tentava di affogarle in potenti misture.
    Quel mattino, dopo aver provato ad esaurire il sonno etilico accumulato il giorno precedente, gli sembrò di non riuscire nemmeno ad alzarsi dal letto, ma ossessionato dai soliti incubi, si vestì in tutta fretta e si avviò traballante verso il bar a rifare il pieno, sperando di vincere la sua  battaglia quotidiana. 
    Preoccupato dalle troppe consumazioni, il barista arrivò con due bicchieri di fresca bevanda alla menta e sedendogli  di fronte, gli propose di fargli un po’ di compagnia.
    Lorenzo, piuttosto sorpreso da quell’inconsueto gesto, manifestò un isterica risata poi, rassicurato dalla bonaria espressione di quell’improvvisato compagno, si ritrovò a confessare il suo dramma. Era già da tempo che, dopo aver perso la precedente occupazione, ne stava cercando un’altra, ma dopo l’ennesima delusione, pensò che non gli rimanesse altro da fare che inzupparsi  di alcool. 
    Era giovane quell’uomo, di bella presenza, con il viso da ragazzo e un fisico da atleta, un tipo che avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi. Vederlo  ridotto in quello stato, il barista provò un sentimento di  pena. «Ma che lavoro fai? », gli domandò.
    «Veramente il lavoro l’ho perso proprio di recente, non era il massimo, ma tentavo di svolgerlo con responsabilità e impegno. L’abbandono della mia compagna però, ha contribuito a farmi piombare nello sconforto e la ditta, constatato il mio stato di declino, dopo alcuni miei errori,  mi licenziò››.
    Lorenzo non ebbe il coraggio di confessare altri suoi  sbagli. Erano  tanti e  per vergogna omesse quelle verità che lo tormentavano di più.
     Sin da bambino iniziò a giocare a calcio all’oratorio e poiché a detta di molti, era anche un buon centroavanti, con quegli elogi, si immaginava già un idolo nazionale. A quello sport dedicava tutto il suo tempo collocando  i libri fra gli ultimi dei suoi pensieri. Con sommo dispiacere di sua madre che per lui avrebbe desiderato un buon futuro, dopo aver ripetuto per due volte di seguito la prima superiore, interruppe gli studi per dedicarsi a tempo pieno al pallone. Suo padre, invece, considerava questo sport una colossale perdita di tempo e un giorno, trionfante, ritornò a casa con la prima occasione per lui  di un vero lavoro presso una grande rivendita di elettrodomestici.
     Lorenzo, vista la sua risolutezza, accettò senza troppo entusiasmo quell’occupazione, ma il giorno stabilito si recò presso quella ditta che gli assegnò  l’incarico di addetto alle consegne.
    Pur restando sempre  in attesa di tempi migliori,  vi si dedicò con un altro collega, per svolgere al meglio quella mansione e dopo aver ricevuto il primo stipendio, capì quanto fosse importante l’indipendenza economica.
     In quel periodo ritrovò Marta, una ragazza bionda e snella, con vispi occhi azzurri e lunghi capelli color oro conosciuta ai tempi del liceo ma che perse di vista dopo aver abbandonato gli studi.
    Quell’incontro li travolse entrambi e decisero di  andare a convivere sotto lo stesso tetto. Più il tempo passava però, più l’assenza di Lorenzo che finito il lavoro si andava ad allenare tornando a  casa stanco ed affamato, pesava su quell’unione minandola e a nulla servivano le sue promesse mai mantenute.  
    Un bel giorno, Marta, stanca di quella solitudine e anche dell’alcool che faceva la sua parte, gli annunciò la sua irrevocabile decisione, quella di andarsene via per sempre.
     Quando Lorenzo si svegliò, era ormai pomeriggio inoltrato e recepì che Marta questa volta faceva sul serio. Aveva gli occhi lucidi e prima di varcare quell’uscio trascinandosi dietro i bagagli, si soffermò un attimo a guardarlo scuotendo il capo, poi sbatté talmente forte la porta che anche il suo cuore ebbe un sobbalzo.
     Al contrario di altre volte, non tentò più di trattenerla evitandole così un ennesima menzogna perché  in cuor suo sapeva  già, che tutto sarebbe finito fra le  solite promesse da marinaio.
    L’abitudine di bere se l’era assicurata con i vari bicchierini scambiati fra gli amici che col passare del tempo, stavano diventando anche una irrinunciabile necessità e quel pomeriggio, più triste del solito, convito che l’unico rimedio per  calmare il suo insistente malanno si trovasse nel solito bar di fronte a casa, barcollante ma sorretto dal passamano, scese le scale e si avviò verso il suo scacciapensieri.
    La comprensione del barista fu davvero miracolosa. Come un buon padre, sostituì il bicchiere vuoto in attesa di essere riempito, con quella dolce  bevanda alla menta e quando Lorenzo alzò lo sguardo, si trovò immerso nei suoi occhi che sapevano esprimere tutta quella  sicurezza e umanità che gli mancava da tempo. Dapprima lo osservò perplesso, poi “verde speranza” pensò, e si trovarono uniti da un unico pensiero.
     L’uomo gli propose di  lavorare per lui fino a  quando non avesse trovato una sistemazione migliore e quella proposta illuminò il suo sguardo spento. Ripresosi dalla sorpresa, dopo aver ringraziato ripetutamente il suo benefattore, promise di non deluderlo mai e, in un baleno, si ritrovò fra le mura di casa che non gli sembravano più  tanto grigie e vuote, ma  le recepiva illuminate dai raggi di quel sole che prima ignorava.
    L’indomani mattina, appena aperto il locale, Lorenzo era già  in attesa, felice e riconoscente a quel nuovo amico, salvatore della sua  anima.
    Gli piaceva stare a diretto contatto coi clienti che considerava già anche suoi amici, conversava con loro e scherzava con tutti. Quell’ambiente sereno lo stava aiutando più di una potente medicina, e capì che quel malessere che aveva creato l’inizio della sua decadenza, poteva essere debellato da subito. Felice come un vero guerriero, stava vincendo una  difficile battaglia e proprio contro se stesso, ma in cuor suo però sapeva che i  veri vincitori erano Gianni e sua  madre che non lo aveva mai abbandonato. Quella povera donna ora poteva tornare a sorridere, quel ragazzo bambino stava diventando finalmente uomo.
    In quel periodo, il suo pensiero era spesso rivolto a Marta, ma immaginandola felice con una famiglia tutta sua, pensò che lui di famiglie ne aveva addirittura due: quella di Gianni e sua  moglie e quella di sua madre che in quel momento sentì il dovere di dedicarle quel risveglio.
     È cominciata così la sua  rinascita,  un’avventura  che ormai dura da 17 anni.  Gianni, sposato e senza figli, aveva bisogno di un aiutante e Lorenzo aveva bisogno della sua fiducia e della sua  stima.
     Quella attività situata ai margini della città, circondata da bellissimi giardini che garantivano lunghe passeggiate fra il verde, ospitava anche un campo da  Tennis e, cosa non da poco, era provvista di un vasto parcheggio pronto ad accogliere tutti, un luogo ideale per trascorrere serenamente qualche ora  lontano dalla caotica e trafficata città.
    Insieme progettarono di modernizzare quell’esercizio facendolo diventare una attraente gelateria adatta anche ai ragazzi delle scuole vicine, una cremeria con invitanti semifreddi e cassate siciliane, una paninoteca con  prodotti freschi e per completare l’offerta, anche una rivendita di marmellate e sciroppi al posto dei super alcolici.
     La voce si sparse velocemente e la movida si spostò in quel nuovo paradiso terreste. Lorenzo e Gianni formarono una piccola società e una grande famiglia perché anche i suoi genitori si prestarono a dare il loro contributo.
     Quel locale rinnovato e luminoso, fu una vera attrazione per buona parte della cittadinanza, specie nei giorni festivi dove anche i più piccini avevano un’area  riservata per  poter giocare senza pericoli.
    Un giorno, in un grande magazzino ortofrutticolo, dove Lorenzo si recò per fare provviste per la sua attività, incrociò alla cassa due occhi azzurri che conosceva benissimo, gioia e dolore della sua gioventù. È mancato poco che quel cesto ricolmo di prodotti che aveva accuratamente scelto, gli sfuggisse di mano rischiando di far rotolare tutto il contenuto rovinosamente a terra.
     Col cuore ormai impazzito, dovette fare un gran sforzo per non  rimanere bloccato in quella ridicola posizione, mentre Marta era li di fronte, impacciata e tremante come lui. Anche se non lo aveva mai ammesso nemmeno a se stesso, Lorenzo aveva sempre sperato di avere sue notizie ed ora che l’aveva finalmente incontrata, non sapeva fare altro che rimanere muto.
    In quell’attimo rivisse come in un film, la sua vita costellata di errori a  catena e si accorse di non riuscire  più a controllare i battiti del cuore.
    Poche parole di convenevoli e quando tutto sembrava finire, notò che lei non portava la fede al dito. Felice e confuso, stava volando verso la sua auto a deporre gli acquisti quando si sentì chiamare. Era Marta che gli porgeva il resto e la ricevuta dimenticati sul  bancone.  Tentò almeno di ringraziarla,  ma lei era già scomparsa per andare ad occupare il suo posto di lavoro, dietro la  cassa n°2.
     Giunto a casa controllò la  lista della  spesa e sul retro dello scontrino vi lesse un numero di telefono. Lorenzo ingoiò tutto in un fiato un bel bicchiere di acqua fresca per spegnere quell’inquietudine, compose il numero e  dall’altra parte sentì la sua calda e squillante voce. Da li ripartì la  seconda avventura, ma questa volta di lunga durata. Quell’idillio, sebbene avvolto in tanto dolore, non era mai svanito e stavolta decise di sposarsi al più presto per non rischiare di perderla  un’altra volta.
     Ora è padre di  un maschietto e una femminuccia che Gianni  considera a tutti gli effetti  i suoi nipotini e ceduto il posto di lavoro a Marta, si dedicò a tempo pieno al suo nuovo mestiere di nonno.
     Quei due bimbi  orgogliosi vantavano con gli amici di aver collezionato ben sei nonni tutti insieme che giocavano sempre con loro. Avevano ragione Fabio e Lorena quando alla scuola materna disegnavano tanti nonni felici dicendo che così tanti,  in così poco tempo, non li aveva mai avuti nessuno!
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    izia a scrivere la tua storia...
    Introduzione
     
     
    Nell’universo ci sono tante cose a cui voi non trovate un’esatta spiegazione. Vi ponete molti quesiti ai quali non date una risposta concreta per cui numerosa è la voglia di sapere tutto.
    Nell’universo, tanti sono gli esseri che vi esistono. Alcuni li troviamo proprio attorno a noi… altri invece provengono da luoghi lontani.
    Ciò che vi andrò a raccontare , non farà altro che affermare che tutto ciò che può essere chiamato vita è collegato all’amore; dopotutto cosa sarebbe la vita senza l’aroma dolce dell’amore? Non si respira se non si è amati perché l’amore è quella cosa che fa vivere la vita fino in fondo. L’amore dunque è un sinonimo della parola esistenza.
    Questa storia vi mostrerà il lato più bello ma purtroppo tragico dell’amore, vi svelerà la faccia più veritiera di esso; parlerà di quel frammento d’amore puro così ricco di magia e di splendore ma al tempo stesso di malinconia e di illusione, vi racconterà ciò che viene chiamato “amore impossibile”.
    Dunque, aprite bene gli occhi del vostro cuore e non arrendetevi mai; un amico tempo fa mi ha dimostrato che chi lotta col cuore vince sempre. Per darvi un’idea, nella vicenda che andrò a narrare, l’inferno sarà il terribile luogo in cui la terra si è trasformata; il purgatorio sarà uno stato d’animo ed esistenziale dal quale sembra non esserci una via d’uscita; il paradiso, invece, sarà quel piano esistenziale in cui regnerà l’intera essenza dell’amore.
    Con questo vi lascio al racconto, con la speranza che questa storia vi faccia capire la straordinaria forza di cui è dotato il vero amore, una forza così tale da segnare ciò che è il mio nome: destino.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 1
     
     
     
    “ La mia vita è un vero schifo. Non chiudo mai gli occhi, non posso sognare né provare emozioni. Non posso assolutamente sentire il calore e sono, purtroppo o per fortuna, immortale. Riesco solo a congelare tutto ciò che mi ritrovo davanti e a sputare neve. Per una parte però, è bello poter ghiacciare le cose; è come se le imprigionassi in uno stato perenne che duri per sempre, quasi come le fotografie. D’altra parte invece, è così noioso, monotono. In fondo la mia vita non è un granché. Vivo in una società dove le sensazioni sono proibite e le persone, o meglio gli esseri della mia specie, non comunicano mai fra loro. Passo il tempo girovagando per le vaste distese ghiacciate di quassù mentre quando arriva l’inverno sulla terra, ci si catapulta verso di essa a ricoprirla di neve.
    Intanto io sono l’unico che al contrario di tutti prova ad immaginare come sarebbe bello provare emozioni; si perché questa vita mi ha stancato. Io voglio vivere per davvero provando qualcosa; forse sono già in grado di sentire… forse questa voglia di evasione, questo senso di inadeguatezza verso il mio mondo già può essere un qualcosa scatenato nella mia anima; forse, chissà”.
    Questo è ciò che pensava Jack  di se stesso e della sua esistenza. Lui faceva parte degli spettri invernali, creati appositamente per portare freddo. Questi spettri erano i portatori dell’inverno e portavano neve e gelo sul pianeta Terra. Gli spettri invernali erano incapaci di amare e di far battere il loro cuore. Nonostante avessero la convinzione di non possederlo, gli spettri avevano un piccolo cuore immobile nelle loro anime che però era spento, bloccato nel freddo come se fosse morto di ipotermia e di mancanza di calore ossia affetto. Nessun spettro invernale ha mai amato e ne tantomeno è stato mai amato. Nessuno eccetto uno. Jack era diverso, possedeva la capacità di poter amare, doveva solo convincersi che poteva farlo. Per quanto potesse essere particolare, però, la sua diversità lo portò alla totale distruzione.
    “ Sono tutti uguali qui. Perché io sono diverso? Che strano! Sono l’unico a provare una specie di sensazione. Nessuno di noi ne è capace. Ma perché sono così?
     Pensare che in passato ho provato a mettermi in comunicazione con qualche essere umano per farci notare, o meglio per far capire a loro che io non sono come gli altri; gli esseri umani sono cosi bravi ad inventare storie che non sanno mai la pura verità delle cose. Comunque ci provai ma con scarsi risultati: la voce era come se fosse ferma, lì sul punto di uscire. Così provai con la neve e la sua magia ma non fu una bella esperienza. Quindi sono rimasto a soffrire dentro di me mentre esternamente mi mascheravo dietro un viso serio al quale tutto gli era indifferente. Era questo l’aspetto che avevamo. Di come siamo nati però questo non lo so; il mio mondo è governato da una entità molto potente che si fa chiamare Brina. Lei è la regina delle nevi ed è stata lei che ha stabilito che tra noi e gli esseri umani non ci debba essere alcun tipo di relazione e che ha proibito le emozioni a noi spettri. Non si sa il motivo; forse ha paura dell’amore, chissà.. “.
    Jack si interrogava spesso sulla sua vita. Non riusciva a credere di essere davvero l’unico a provare qualcosa. Egli cercava di non farlo notare perché se lo veniva a sapere la regina del suo mondo, la sua esistenza poteva cessare o essere resa un inferno.
    Quindi decisi di agire per primo ma l’amore era già pronto per fare la sua mossa. Inizialmente, feci solo in modo che due anime uguali potessero riconciliarsi, poi fu l’amore a combinare il resto finché poi non si arrivò alla fine. Ma con mio grande stupore, non fu affatto facile.
    Stava ormai per arrivare l’inverno e gli spettri della neve dovevano prepararsi per andare in missione sulla Terra.
    “ Ecco, si torna a lavorare. Sarà sempre la stessa noiosa cosa: farò cadere la neve, renderò le strade scivolose e il resto del mondo mi odierà per l’unica cosa che la mia specie sa fare. Almeno mi consolerò vedendo le famiglie riunite… nessuno di noi poteva riconoscere un emozione ma io mi fermavo sempre a guardare dalla finestra la gente abbracciarsi e riscaldarsi. Non so per quale motivo. Probabilmente sarò l’unico ma è la cosa più bella dell’inverno.”
    Ma questa volta fu diverso. Non sapeva ancora che avrebbe conosciuto l’amore; inoltre egli lo intravedeva già, nella forma di affetto. Jack era davvero l’unico e da lui si poteva imparare molto.
    Venne il 21 di Novembre e gli spettri andarono sulla Terra. Vi erano due modi per arrivarci: teletrasportarsi tramite un fulmine o cadere sottoforma di pioggia dalle nuvole. Jack scelse quest’ultima e una volta atterrato, ai suoi occhi quel mondo così diverso dal suo appariva bello ma al tempo stesso scontato; infatti anno dopo anno trovava quel mondo sempre peggiorato. Iniziò a convincersi che forse era veramente lui a renderlo così, ma in fondo non era colpa sua. D’altronde, a quel tempo, la Terra non era come la si vede oggi; tempo fa quel mondo venne impossessato dal male e da lì iniziò a peggiorare.  
    In questo mondo c’era però un’umana che odiava il suo noioso modo di vivere e il posto nel quale viveva. I due, estranei alla loro natura, non si sarebbero mai incontrati se non fosse stato per me. Un creatore da vita a qualcosa e un’entità d’immensa potenza se ne prende cura. Quindi, io, sono protagonista in molte faccende che accadono nell’intero cosmo. Solitamente voi umani vi mostrate scettici di fronte a certe situazioni, pensate che sia sempre un caso, oppure un qualcosa voluto da un ipotetico creatore; ma ahimè dispiace deludervi ma il caso è solo un sinonimo del mio nome. Sono io a decidere, nel bene o nel male come vanno le cose. Le persone romantiche talvolta credono nel destino, ma divento così furioso quando scopro che mi confondono con l’amore. E quest’anima così pura, imprigionata in quell’inferno, credeva solo ed unicamente all’amore e sapeva che io potevo essere o un amico oppure un nemico di esso. Voi umani poi credete che tutto avvenga per una ragione voluta da un autore iniziale di quest’opera che chiamate vita; ma alla fine vita poi non è altro che un ulteriore sinonimo del concetto di esistenza. Talvolta la stupidità umana è sorprendente!
    “Eccomi qui, arrivato sul pianeta delle disgrazie; guarda tu che schifo questo mondo: così pieno di odio e di guerre. La gente dovrebbe ringraziarlo piuttosto che odiarlo, l’inverno;il mio mondo sarà anche freddo e privo di emozioni ma almeno non è circondato dal male. Sarà meglio far cadere al più presto la neve, almeno ci sarà un velo bianco a coprire tutto, un foglio bianco su cui scrivere un'altra storia”.
    Jack pensava che nel suo mondo, essendo privo di ogni tipo di emozione, non potesse esserci il male, ma non dimentichiamo che il suo mondo era governato da una regina che non conosceva l’amore.
    Jack e i suoi coetanei iniziarono, poi, a spargere la neve in quel luogo così distrutto dall’odio mentre il vento iniziava a dare forti pugni alle case e il cielo si lasciava colorare di grigio. La superficie terrestre, tra le arde fiamme in cui si trovava, divenne fredda e immobile; il mondo era ormai imprigionato in un’enorme palla di vetro nella quale, la neve, ne era la principale fonte.
    Dovete sapere che la realtà esistente sul pianeta tempo fa era così stupida, cieca che non guardava mai oltre una semplice apparenza la quale, invece, sembrava bastare all’umanità per definire qualcosa. La terra era annegata nell’inferno e le anime delle persone erano irrecuperabili ragione per cui non mi divertivo più di tanto; ma un giorno, proprio in quella stagione d’inverno, una ragazza dal cuore così puro e vivo attirò la mia attenzione e decisi, quindi, che avrei dovuto assolutamente lottare contro ciò che voi chiamate amore.
    “Come fanno gli esseri umani a vivere in questo posto?…sembra un pozzo di dannati! Un po’ di vento per rinfrescare l’aria e un po’ d’acqua dalla pioggia per spegnere questi incendi causati dalle guerre, ecco cosa ci vuole. Perché gli umani devono odiarsi? Non posso semplicemente amare o cose simili.
    Eppure non dovrei sorprendermi così tanto; appartengo ad un mondo che non sa nemmeno cosa sia l’odio, che non sa cosa potrà mai essere il male o il bene.
    Non resisto più, non posso più andare avanti facendo finta di niente. Io sono diverso; devo accettarlo e finché non troverò qualcosa di tanto grande, cosi grande come questa voglia che grida sempre più forte, dovrò convivere con questa parte sconosciuta che è in me. Se solo potessi urlare all’intero universo ciò che provo ogni singolo momento, se potessi solamente per un'unica volta essere realmente me stesso o se potessi capire perché… perché devo essere così, perché deve andare così…
    Basta, non posso… è come se vivessi in un purgatorio; in effetti il mio mondo è proprio un purgatorio, senza emozioni, senza obbiettivi, con il solo unico scopo di girovagare nella parte ferma del cosmo, dove il tempo non esiste e non può controllare niente. Ma quale condanna devo scontare per restare in questa gelida prigione che è la mia esistenza?
    La mia anima,proprio come un lupo alla luna, ulula e urla di rabbia, ruggisce come una tigre a questo universo che però non ascolta. Se solo potessi… se solo avessi qualcuno”.
    Capitolo 2
     
     
    Ogni creatura ha un modo diverso nel descrivere il concetto di vita, di esistenza, nel capire cosa significasse per essa una determinata cosa; e gli esseri umani sono le creature più complesse in quest’ambito. Il perché non saprei spiegarlo nemmeno io, voi umani siete cosi particolari…affascinanti oserei dire. Ma da quando le vostre menti sono state possedute dalle allusioni, dai fanatismi del potere conferito al male, avete subìto un cambiamento. La razza umana diventò così scontata, penosa, priva di sentimento che oramai il destino e il tempo non poterono far più niente. Mi correggo, quest’ultimo forse ebbe un ruolo minore, non perché voglia vantarmi, ma credo che l’altro fosse un elemento di fondamentale importanza; d’altronde se non fosse stato per me la prospettiva dell’esistenza di oggi non sarebbe così. Nel corso del tempo il male è salito al comando dell’universo quindi questa volta la battaglia non era più tra bene e male, ma fu una lotta, uno scontro tra me e l’unica cosa che poteva beffarmi, dato che il male non può controllarmi. Fu questo che cambiò le cose, fu  questa partita tra destino e amore che stabilizzò l’equilibrio ed eliminò il caos che il male aveva seminato.
    Miei cari, l’amore è davvero qualcosa di eccezionale, Né sono rimasto tanto sorpreso.
    Ma siamo solo all’inizio dell’inizio, man mano che andremo avanti potrete assistere alla partita, alla guerra più epica che sia mai esistita, superando quella che sembrava infinita tra bene e male.
    Bene e male stabilivano chi saliva al comando, ma in fin dei conti ero sempre io a muovere i fili di chi era al trono. Posso liberamente dire che l’umanità è stata ingannata per tanti secoli perché ci sono sempre stato io dietro ad ogni cosa, tralasciando però la battaglia tra i due re dell’anima, lì ho fatto solo in modo che trovassero un pretesto per scontrarsi sempre, poi il vincitore lo hanno deciso loro stesso; il male dunque vinse e si impadronì della Terra trasformandola, dal paradiso terrestre che era, in un vortice infernale a cui capo vi erano l’odio e le guerre. Per molto tempo l’oscurità governò sulla Terra trasformando il popolo umano in una massa di rimbambiti che correvano per inseguire il potere. Tutti tranne che una persona, una ragazza dall’animo così buono e puro; l’unica che aveva ancora un anima mentre gli altri se l’avevano fatta rubare dal re del male.
    Ella era cosi incantevole, e fu il cavallo di battaglia dell’amore. Questo, infatti, era convinto che la sua messaggera potesse spaccare la barriera di ghiaccio che imprigionava il cuore di colui che avevo scelto come pedina del gioco.
    Nel momento in cui calò l’inverno totale sul pianeta Terra, le nostre pedine entrarono in gioco e l’avvincente partita poteva considerarsi avviata.
    La prima mossa toccò a me. Feci quindi in modo che la marionetta dell’amore potesse avvistare il guerriero che avevo mandato in campo. La mia mossa poteva sembrare un attacco normale, semplice, ma il mio rivale non sapeva ancora che senza il mio aiuto le due anime gemelle non si sarebbero mai incontrate, perché per quanto è forte e potente, un amore non può mai manifestarsi se non fosse per il mio volere; e questo, di solito, è visto come uno scherzo all’universo ed io allora continuo a scherzare e a raggirare il cosmo facendolo girare su se stesso come una via senza meta, un percorso senza fine, una pista senza traguardo così che le cose rimangano sempre come siano senza alterazioni e che ci sia dunque un equilibrio. Ma la terra e la razza umana non erano più in armonia da quando il male incombé nel mondo, ragione per cui volli sfidare l’amore in un duello all’ultimo sangue. Da questa partita si sarebbe deciso la sorte della Terra e del genere umano perché al fine di tutto i due giocatori erano i padroni dell’intera esistenza.  Così ci sfidammo, io per dare equilibrio, l’amore per abbattere me così che esso potesse sempre e comunque trionfare.
    Quando la partita iniziò feci innalzare una bufera al piccolo spirito invernale. Non manipolai la sua mente, fece tutto lui. Feci solo in modo che lui pensasse quel che voleva pensare:
    “Ah ma come si è ridotta la Terra! Si è distrutta da sola. Adesso meglio ricoprire il sangue con la neve e spazzare un po’ l’odio con una tempesta; si forse una tempesta può migliorare le cose, chissà..
    Potente vento, gelida neve fondetevi in tempesta e bufera, fate che il mondo alla pioggia e ai fulmini si piega.”
    Jack scatenò un forte temporale con fulmini, uragani e bufere di neve. Forse iniziò a manifestare un primo sentimento, forse la rabbia stava per evadere dalla sua anima…
    La Terra, dunque, si ritrovò in un ambiente glaciale. Le guerre furono così interrotte e il sangue per un po’  non venne più versato. Fu solo il primo giorno, e nei giorni a venire l’inverno si faceva di gran lunga più sentire.
    Venne poi il fatidico giorno; Jack stava passeggiando in un bosco innevato quando a un tratto sentì una voce provenire da dietro un albero, così lo spettro si nascose fra la neve sparsa sul terreno per sentire senza farsi scoprire.
    <<  Non è giusto che il mondo vada in rovina per mezzo di tutta questa gente assetata di vendetta e affamata di ricchezza; non posso più rimanere qui rinchiusa in quest’inferno mentre il mio povero cuore si disintegra lentamente.>>
    Jack si tramutò in un fiocchi di neve che scesero dolcemente sulla splendida e chiara chioma bionda della ragazza. E mentre essa versava lacrime, quel piccolo fiocco di neve si trasformò in una di esse il quale le carezzò dolcemente il viso rossastro della fanciulla.
    D’un tratto la lacrima in cui jack si nascose, cadde sul suolo e nel momento in cui si infranse, lo spettro, goffamente, uscì allo scoperto.
    La ragazza ebbe un sussulto e quando gli apparve dal nulla un ragazzo dai bianchi capelli e dagli occhi celestiali, uscì un urlo dalla sua bocca.
    Lo spirito invernale fece un gesto con la mano come per dire no ti prego non ti spaventare, non aver paura.
    Jack aveva davanti a se forse la creatura più bella che avesse mai visto: una splendida ragazza dai lunghi capelli biondo platino, con dei preziosi occhi color verde smeraldo e con un fisico a dir poco perfetto ricoperto da una maglietta a mezzo busto e dei pantaloni blu attillati. La sua pelle appariva così diversa da quella di Jack; oltre al colorito aveva qualcos’altro di diverso: il modo in cui era fatta
    << Chi sei? Che cosa vuoi da me e da dove sei venuto?>> domandò la ragazza impaurita indietreggiando.
    Quell’incantevole fanciulla vedeva un essere molto strano; davanti ai suoi occhi vi era un essere dalle sembianze umane con dei fascinosi e intriganti occhi celesti come se fossero due luminose stelle. La ragazza provò scosse di terrore. Quest’essere arieggiava nell’aria, non posava i piedi per terra e soprattutto era ricoperto di un colore che ondeggiava tra l’azzurro e il bianco. I suoi vestiti in tinta con la pelle gli erano incollati addosso. Sembrava un fantasma.
    Poi continuò ancora la ragazza non avendo avuto alcuna risposta: << Cosa vuoi da me? Sei un fantasma? Che cosa sei tu? >>.
    Jack non rispose. Non poteva, o meglio non voleva; era convinto di non saper parlare quando invece poteva farlo.
    Lo spirito invernale non rispose e rimase li immobile ad osservare l’immensa bellezza dell’umana. Poi le fece un sorriso.
    L’umana confusa acquisì un’espressione interrogativa. Non sapeva spiegarsi chi o cosa fosse e perché fosse sbucato dal nulla in quel preciso istante e perché avesse deciso di rivelarsi proprio a lei; quel mondo era zeppo di persone. Tra i vari interrogativi messi in disordine dall’aria gelida portata dal turbolento vento, i due sconosciuti rimasero li ad osservarsi mentre l’umana accennava quasi a ricambiare il sorriso intuendo che quell’essere non le avrebbe fatto del male.
     
    La verità è che voi umani siete cosi stupidi certe volte. Quella ragazza credeva nel vero amore ma al primo incontro con la sua futura anima gemella non le passò alcuna idea su quell’essere che potesse far riferimento all’amore.
    Spesso muovo i fili dell’universo abilmente affinché nessuno s’accorgesse della mia presenza, della mia intromissione; ma in certi casi sono io stesso a rendermi visibile alla vista delle persone cosicché esse si accorgano di me e che sappiano che tutto ciò che accada avvenga per mano mia.
    Adesso chi mi maledice per la mia intromissione, sa che negli eventi, come l’incontro descritto in precedenza, ci sia il mio zampino e quindi è consapevole che sia stato per mio volere se essi abbiano incontrato qualcuno o perso tale. Ma per chi crede di essere libero, di essere un giocatore della vita non gli passa l’idea che qualcosa possa accadere per il potere del destino.
    Voi umani, dopotutto, così religiosi e anche così scettici avreste dovuto accorgervi che siete solo delle pedine comandate da qualcuno; che sia un dio o meno chissà, ma esistono tre re del cosmo che hanno il potere assoluto sull’intera dimensione: tempo,destino,amore.
    Questi tre sovrani governano per stabilire equilibrio ed eliminare il caos. Ma da quando quest’ultimo invase la terra decisi di voler sfidare la sorte di essa con l’amore l’unico vero sovrano fra i tre e l’unica cosa che poteva sconfiggere qualsiasi cosa. Questo però era ciò che pensava il tempo; esso governava con le sue leggi ma ammise che l’amore non poteva essere sconfitto. A questa affermazione mi opposi severamente perché in realtà sono io il re che manipola l’universo e governa questo regno. Fu come una partita a scacchi in cui io e l’amore ci sfidammo scegliendo come pedine due anime che avrebbero deciso le sorti della Terra.
    Personalmente non m’importava nulla del vostro pianeta, il mio scopo era quello di poter distruggere l’amore; la Terra fu solo un pretesto per convincere l’avversario a scendere in campo. L’amore è tremendamente forte ma presenta infinite debolezze.
     
    Dopo averle sorriso, lo spettro si dissolse nell’aria facendosi portare via dal vento.
    L’umana rimase senza parole. Non riusciva a capire. Perché poi proprio a lei questa anomalia. Credeva di essere impazzita. E nella sua mente cominciò a disperarsi pensando al suo modo di vivere riferendosi a ciò in cui lei credeva ciecamente: << Oh quanto vorrei esser portata anch’io via di qui con un solo soffio di vento. Questa vita vissuta come una dannata, un’anima imprigionata nelle celle infuocate dell’inferno, rinchiusa in una prigione con sbarre fatte di odio, disprezzo e di sangue innocente. Quanto male c’è in questa vita mia che a chiamarla così suona come una pazzia? Amore vero, amore raro, che tramuti cascate di tristezza in oceani di felicità, dove ti nascondi?>>.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 3
     
     
    Era ormai pieno inverno sulla Terra. Le guerre erano state momentaneamente sospese a causa delle numerose bufere e piccoli attimi di tranquillità donavano pizzichi di serenità alla Terra. Ma era solo questione di tempo perché non appena gli spiriti invernali si sarebbero ritirati per tornare a casa, il male avrebbe abbattuto ancor di più quel mondo che ormai era già distrutto ed irrecuperabile.
    Nel corso del tempo sono sempre stato io a muovere i fili dell’universo e a giocare con le anime delle persone; ma in quell’epica battaglia non sono stato l’unico a giocare con la sorte; un giocatore più furbo di me ha messo in campo le sue risorse migliori e ha giocato con le sue pedine sino a superare i propri limiti.
    In questo libro, da come vi sarete già accorti, vi svelerò la verità dell’essere: non esiste nessun dio, ne tantomeno un elemento che abbia originato il mondo.
    La razza umana, per sopravvivere lungo il percorso della sua storia, ha dovuto affidarsi alla fantasia e alla immaginazione perché senza di essi si sarebbe, probabilmente, estinta. L’uomo è fatto così, ignorando o talvolta seguendo, la sua ragione, si costruisce sempre un elemento surreale, o meglio afferma l’esistenza di un qualcosa di cui egli stesso non ha alcuna prova certa. Voi umani vi siete detti solamente bugie nel corso dei secoli e avete sempre creduto in un qualcosa che andasse oltre la vostra realtà. Ma in fondo, ideare un elemento che fungesse da creatore da venerare, si è dimostrato un fattore positivo. L’uomo non sarebbe mai sopravvissuto se non avesse ideato cose inesistenti, perché si sarebbe lasciato divorare poi da un esistenza apparentemente priva di scopo. L’essere umano ha bisogno di illusioni per andare avanti, ha bisogno di credere in qualcosa che non potrà mai verificarsi in modo tale  da spingersi fino alla fine di tutto.
    Quindi posso affermare ciecamente esistono solo tre re dell’universo.
    Tempo: ora lo percepite sotto un aspetto diverso rispetto a come era visto tanto tempo fa, ma con l’avanzare dello sviluppo della vostra mente state riuscendo, a piccoli passi, a capire chi esso sia per davvero.
    Il tempo è il più grande giocatore di nascondino che sia mai esistito. Esso è un eterno maratoneta nascosto nel vuoto, che correndo via, rubando la vita agli esseri umani,  governa l’universo facendolo andare avanti e indietro fino a farlo oscillare per farlo girare su se stesso così da prenderlo in giro.
    Destino: beh, posso considerarmi lo stratega e il mago più abile in assoluto. Gli umani non
    mi hanno mai smascherato. Ma adesso è arrivato il momento di rivelare tutto ciò che l’umanità non conosce. Il tempo può raggirare i pianeti ma io mi prendo gioco di tutto ciò che esista; il mio nome racchiude il concetto di esistenza. In fin dei conti non son altro che un giocatore di anime.
    Amore. Egli è il padrone di queste essenze speciali chiamate anime. Lui è onnipotente. Escludendo il fatto che noi tre siamo eterni, l’amore è l’unico che non potrà mai cessare; il tempo può essere  momentaneamente bloccato mentre l’amore, per quante cadute possa prendere, è ciò che l’universo contiene. L’unico essere che poteva raggirare il mago della presa in giro.
    Il mondo degli umani era diventato un vero e proprio inferno: le strade erano tutte ricoperte dal sangue innocente versato per mezzo della stupidità dell’uomo; l’onestà e la pace erano state sommerse dalle urla della disperazione e dalle bombe del male che andavano nel vuoto per poi esplodere e colpire con l’odio e con il dolore tutte le persone; un nuovo modo di vivere si stava generando mentre chi si sentiva estraneo ed aveva gusti diversi veniva emarginato, deriso e ucciso. Quel mondo era imprigionato in una cella infernale era stato fatto prigioniero del male, con catene di disprezzo e di egoismo mentre demoni bastardi tenevano rinchiuso il mondo in un vortice immerso nelle fiamme.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 4
     
     
     
    “Oh! Che cosa ho visto? Era senz’altro la creatura più bella che io avessi mai visto! Forse era un angelo. Quanto era bella. Oh spietata sorte, perché mi hai fatto così diverso da quella splendida fanciulla? Perché mi hai castigato privandomi di un cuore cosicché io non potessi amare? Lei, così tremendamente bella ed incantevole; io, così gelido ed invisibile”.
    Jack si sentì strano dopo aver incontrato quell’umana dotata di una straordinaria bellezza.
    Il giovane spirito invernale sembrava molto colpito dall’umana. Nessun’altro della sua specie si sarebbe scandalizzato alla vista di quella fanciulla, ma lui invece sembrava non pensare ad altro:
    “Mia cometa umana imprigionata, mi chiedo se tu sia reale o se sei solo uno scherzo della mia illusa mente che standosene sempre rinchiusa in una stanza buia è uscita matta. Cosa darei per rivederti ancora principessa, cara principessa dei mie sogni infranti; un’anima così pura come la tua, tenuta incatenata a un mondo così brutale che al sol pensier di esso tremo di rabbia e di paura”.
    Lo spirito invernale, nell’incontro con la ragazza, aveva sentito qualcosa; la sua sensibilità si era svegliata da un profondo sonno. Jack era riuscito a sentire qualcosa, ma qualcosa che andava oltre ciò che lui provava in quel momento, era riuscito a sentire un grido, forte e assordante come un disperato ruggito: aveva sentito l’anima della ragazza.
    Egli non sapeva ancora cosa erano quelle urla assordanti e inconsapevolmente udì immense parole in quelle grida distrutte.
    A questo punto l’amore giocò la sua carta: fece tremare le barriere di ghiaccio che avvolgevano il cuore del ragazzo d’inverno ed esse vibrarono forte come le case attaccate da un turbolento terremoto.
    “ E’ un qualcosa che non riesco a spiegarmi, non riesco a descrivere ciò che sta accadendo in me. Forse perché non lo so cosa sta succedendo nel vuoto assoluto della mia gelida anima, o forse lo so ma non riesco ad accettarlo. Non saprei. Non ho mai provato niente di simile… anzi, non ho mai provato niente se non senso di smarrimento. Prima non sentivo niente; adesso, sento troppo. Noi esseri, generati dal ghiaccio, non possiamo provare alcun tipo di sensazione. Cosa mi sta succedendo? Perche io ho sentito qualcosa quando ho visto quell’umana? Ho udito una voce che si disperava, urlava e nel mentre singhiozzava per il pianto. Pensavo fosse quella splendida ragazza ma l’avevo davanti ai miei occhi, e cosi come lo ero io anche lei era immobile. Ero perso nel suo meraviglioso viso ma al tempo stesso cercavo di sentire quel grido. Esso era come una richiesta di aiuto, invocava un nome il quale però non riesco a ricordare. La ragazza invocava questo nome, lo imprecava, lo pregava, piangeva dannatamente e invocava tristemente quel nome. Non so bene chi o cosa lei invocasse né cosa la tormentasse, ma mi sentivo coinvolto come se io adesso facessi parte della sua esistenza”
    In Jack si era avviato ormai il cambiamento. Si era attivato un meccanismo innescato da un semplice sguardo.
    Quando sfidai l’amore, capì molte cose di esso: capì ad esempio che in un semplice sguardo possono accadere molte cose. Per me era una novità perché non ci avevo mai trovato niente di interessante in uno sguardo; in fondo ogni sguardo ricambiato nasce dal mio potere, il quale però fa cessare tali sguardi, spesso senza che io me ne accorgessi.
    Così quel novellino aveva un cuore che iniziò a dare segni di vita, o meglio speranza, la partita era appena iniziata.
    Passarono un paio di giorni da quando Jack vide l’umana per la prima volta. Non riusciva ancora a levarsela dalla mente; la ragazza dai capelli biondo platino era diventata l’unica immagine nella mente dello spettro.
    “ Sapete, un essere umano quando prova forti sentimenti, si comporta in maniera molto strana. Ecco, è una situazione simile alla mia: mi sento molto strano. Lo ero già da prima di incontrarla a dir la verità, ma adesso non so… sento veramente qualcosa.
    Il mio essere non dovrebbe avere la capacità di percepire questo genere di cose eppure io percepisco. Io sogno. Io sento.
    Ho sentito; ho ascoltato ciò che mi diceva. Lei mi aveva parlato. Era sorprendete come un essere umano potesse comunicare con la sola forza dei propri sentimenti, che io sappia gli esseri umani non né sono in grado. Sono troppo testardi per pensare ai loro sentimenti. Gli esseri umani non ascoltano. Loro possono capire ma non lo fanno. Io invece, che non dovrei essere in grado di percepire queste violente vibrazioni che mi attaccano la mente, ascolto. Il mondo intero pensa che ciò che sono io sia una minaccia per esso e che sia un essere spregevole senza un minimo di conoscenza di cosa è un sentimento. Beh, date le circostanze, io penso che sia tutto il mondo a non sapere cosa sia un emozione; penso che l’intera razza umana non abbia più la più pallida idea di cosa volesse significare sentire, si perché l’oscurità ha messo un telo nero sugli occhi del cuore delle persone e si è somministrata nelle vene della gente proprio come se fosse una droga, una droga potentissima e letale che ruba l’anima ancor prima di accorgersi che la si possiede una per davvero. Di così tanti interrogativi sono sommerso, e di tante onde di confusione sono colpito, mi trovo al centro di una marea causata dal caos e sto annegando in un oceano di vuoto. Forse la padrona del mio triste mondo saprà dirmi qualcosa”.
    Jack era immerso nella più totale confusione; disprezzava gli umani per essersi lasciati abbindolare dal male, odiava se stesso per essere diverso e non riusciva a capire qual’era la sinfonia che il destino aveva composto per lui. Così egli si recò dall’unica forma di dea esistente per poter capire cosa stava accadendo dentro la sua anima o dentro al suo cuore, semmai lo ne possedesse uno. Andò da colei che aveva generato le anime così impassibili e malinconiche che governavano quel mondo in cui regnava l’eterno inverno.
    << Mia regina è permesso? >> chiese Jack all’ingresso del palazzo spoglio, gelido e al buio.
    Il rumore di un gocciolio rimbombava sulle pareti facendosi sentire per tutto il gigante perimetro dell’ingresso.
    Una densa nebbia riempiva il fondo della stanza. Non si vedeva niente.
    <<  Regina Brina? Ci siete? >>.
    D’un tratto si sentirono provenire dei passi  dal freddo buio. Ce ne furono altri cinque o sei e poi cessarono di colpo. Non appena il rumore dei passi cessò una leggera luce bianca e opaca si accese nella parte alta in fondo alla sala.
    La luce faceva chiaramente vedere un trono, ricoperto interamente dal ghiaccio, e dinanzi ad esso vi era una donna alta e vestita di bianco.
    La donna guardò stizzita John e fece un cenno col braccio per far volare via una civetta bianca che si trovava su di esso; la civetta teneva stretta una pergamena e andò a posarsi sul ramo di un albero spoglio posto magicamente vicino ad una finestra appannata con gocce di pioggia congelata.
    Quella donna era la regina Brina. Essa aveva una sottile veste bianca con le maniche scoperte e aveva una lunga mantella bianca avente un cappuccio allungato a forma di cono. La regina si sedette sul trono mentre lo spettro della neve rimase li immobile ed inchinato.
    La donna aveva dei guanti con le polsiere i quali lasciavano quattro dita della mano scoperte. Lo sguardo di John si smarrì nella divina bellezza della regina. Aveva osato guardarla dritta negli occhi; quegli occhi grigi, affascinanti e al tempo stesso spenti. Si lasciò cadere lo sguardo, poi, seguendo la sua chioma ondulata candida per ritornare con il volto abbassato lasciandosi cadere gli occhi nel corpo formoso e nella sua chiara pelle, così chiara quanto la neve.
    << Cosa c’è? >> rispose freddamente Brina.
    << Oh regina della mia esistenza, è da un po’ che la mia mente non ragiona razionalmente; mi chiedo il perché di tale cosa e la mia anima risponde in modo strano>>.
    << Voi siete fatti tutti della stessa sostanza di questa sabbia bianca rinforzata con armature di ghiaccio infrangibili. Ti stai facendo condizionare dalla razza umana a furia di congelare la Terra>>.
    Jack non disse nulla. Annui, si scusò per il disturbo e si diresse verso le gigantesche porte di ferro poste all’ingresso.
    La regina intanto rimase impassibile senza alcuna espressione sul suo soffice viso. Dopo un po’ richiamò la civetta a se e le disse: << Tieni d’occhio quel ragazzo, non voglio che vada tutto in frantumi >> e cosi facendo, la regina schioccò le dita e la civetta volò via dal palazzo per pedinare il fantasma d’inverno.
    Brina si alzò dal trono e guardò per un momento una lanterna che aveva tenuto in mano da quando si era mostrata a Jack. Teneva sempre quella lanterna con se.
    Poco dopo, fece un sospiro, diede uno sguardo all’albero spoglio posto vicino alla finestra e si diresse verso il piano di sopra scomparendo nel buio salendo le scale.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 5
     
     
    Passò una settimana e Jack era ancora confuso: continuava ad essere strano, diverso.
    Le parole della regina erano state inutili dal momento che esse non avevano in nessun modo placato il caos nella testa del ragazzo.
    Così lo spettro invernale si decise a scendere sulla Terra dopo essere stato una settimana fermo, immobile a riflettere ed era giunto a una conclusione; era rimasto chiuso in quel mondo privo di emozioni per troppo tempo, adesso era arrivato il momento di infrangere regole perché ciò che stava accadendo a Jack poteva stravolgere l’intero universo. Quindi Jack decise di tornare sul mondo degli umani ma non per portare su di esso l’inverno, no, voleva qualcosa di più di una risposta razionale…voleva avere una risposta come gli umani ossia dal profondo dell’anima e per poterla avere doveva cercare quella ragazza che aveva scatenato in lui un processo ad egli ancora sconosciuto.
    “Tremendo mondo tremante, che non temi la terribile tempesta, tramanda questo mio messaggio tartassato dalle lacrime taglienti che mi rigano le guance, alla temibile padrona dal cuore gelato e dille che il mio ego è profondamente tormentato”.
    Il ragazzo volle lasciare la sua casa per un intero inverno e restare sulla Terra a cercare quell’umana dall’anima così pura; l’avrebbe cercata anche per un anno intero purché la trovasse.
    Jack passò attraverso un viale alberato con due file di abeti imbiancati le quali si andavano ad incrociare ad arco così da formare un lungo e gelido tunnel. Fra i piccoli spazi concessi tra un abete e l’altro si poteva intravedere il magico mondo dove risiedeva il potente inverno: immense distese di ghiaccio sottile e trasparente attraverso il quale si vedeva un vuoto assoluto, forse perché una creatura fredda e malinconica come uno spettro invernale è vuoto dentro di se; poi vi erano possenti montagne innevate sulle quali vi era il castello della regina e si narra che in quel luogo, sulla cima più alta della montagna risieda uno spaventoso drago di ghiaccio. Camminando sempre più, Jack continuava a guardare quel suo mondo così triste; era quasi giunto alla fine di quell’interminabile tunnel e alzando lo sguardo verso l’alto si poteva vedere l’intenso manto argenteo del cielo che ricopriva tutto il perimetro di quel mondo come se fosse una gabbia malinconica che si disperava attraverso le tempeste. Il regno della regina d’inverno non era mai calmo; Tempeste di neve, temporali, aria congelata da un unico respiro. La regina era la dea, l’unica e sola dell’inverno. Quel mondo era sotto il suo controllo.
    Jack provava smarrimento. E’ pur vero che questo sia una forma di emozione ma forse era l’unica che la padrona dei cuori di ghiaccio aveva concesso al suo mondo: smarrimento; essere smarriti perché si e persi o meglio si ha perduto qualcosa…qualcuno.
    Continuando a camminare Jack pensava al suo mondo; quell’ambiente angoscioso privo di vitalità, un posto in cui la vita non respirava mai e la propria esistenza assumeva la forma di un vero e proprio purgatorio senza una meta, incatenando l’anima a una barriera di ghiaccio indistruttibile la quale si nasconde dietro il manto candido e dispersivo della neve.
    “ i fiocchi di neve, la bellezza del ghiaccio, il fascino dell’atmosfera invernale…ma a cosa serve tutto questo se poi non possiamo provare le sensazioni? Perche condannarci a un’esistenza così deprimente e solitaria?”.
    A volte avevo l’impressione che Jack non volesse più esistere nel mondo.
    Lo spettro d’inverno era ormai arrivato alla fine della suo cammino attraverso quel percorso situato al centro di Kinvernia. Prima di abbandonare il suo luogo, si fermò. Si girò e sospirò leggermente. Dopodiché pensò al viso angelico della sua umana e respirando profondamente salutò il suo mondo per immergersi in un vortice infernale nel quale vi era un anima che non meritava le atroci sofferenze di quello che nell’universo era chiamato male.
    Così Jack scese sulla Terra e iniziò a cercare quella ragazza. Cercò a lungo in molti posti ma dell’umana nessuna traccia. Era però soddisfatto del fatto che le violenze erano cessate e che le che le cattiverie erano momentaneamente sospese a causa delle condizioni di gelo. Jack provava un così piacevole sollievo quando portava l’inverno nell’inferno. Era come se il paradiso arrivasse a contrastare l’oscurità; ma purtroppo la Terra era una schiava del male, per cui la pace, se così la si poteva chiamare, durò per poco tempo. Quando l’inverno sarebbe andato via, quel mondo sottomesso alle grinfie malvagie della più totale cattiveria, sarebbe sceso ancora più in basso nel vortice infernale che lo circondava.
    Jack la cercò ovunque:  tra le numerose strade di varie città; tra i posti più affollati e al tempo stesso la cercò anche fra i luoghi meno frequentati dalle persone. La cercò in ogni casa ma di essa non vi era alcuna traccia.
    Avendo perduto le speranze, il ragazzo solitario decise di sedersi nella neve nel luogo più solitario possibile: una collinetta innevata nascosta dalla quale la sera si poteva osservare l’aurora boreale. E fu proprio lì che la vide.
    “ Fra tanti luoghi in questo mondo bruciante sbuca dal nulla questa piccola curva di ghiaccio. Ed eccola li, distesa sul bianco con lo sguardo verso l’alto; una perfezione divina incarnata in un corpo umano. Quanto è bella. A guardarla dopo un po’ persino i miei occhi si vengono accecati dall’immensa luce che ella emana. Una creatura così bella ma sola.
    Devo assolutamente scoprire il suo nome. Lei ha qualcosa di diverso, ma non riesco a capire cosa.”
    Alice se ne stava li distesa fra la neve non sapendo di essere osservata. Guardava su verso il cielo aspettando forse qualcosa; o forse stava semplicemente osservando il cielo, un posto magico e sereno, così lontano da lei che era imprigionata nel più totale inferno.  
    Jack divenne invisibile; si confuse tra la neve e si avvicinò alla ragazza. Ancora una volta udì strani suoni.
    “ Ma cosa sono queste tremende urla che rimbombano nella mia mente? Chi sei anima in pericolo, dimmi che cosa hai? Queste urla assordanti mi riempiono la testa.
    I miei occhi non smettono di guardarla mentre la mia mente avverte una richiesta d’aiuto ma non so chi sia quest’anima così frustata. Forse è lei. Si senz’altro, è lei”.
    Lo spettro d’inverno si avvicinò ancor di più all’umana e tentò di sussurrarle qualcosa all’orecchio, ma Jack non riuscì a parlare. Anche se un soffio di vento si insinuò nell’orecchio di Alice. Ella allora si accorse di qualcosa. Jack tentò di abbracciarla ma il corpo dell’umana gli passò attraverso. La ragazza invece sentì il suo corpo attraversato da un gelido brivido. Alice si accorse di non essere sola.
    Jack sconfortato cercò ancora un altro modo per mostrarsi all’umana; si mise dinanzi alla ragazza e le disegnò attorno la figura di un angelo.
    Così facendo Alice si accorse della presenza di Jack.
    << Chi è là? C’è qualcuno? >>
    “Cavolo! Anche la sua voce è così maledettamente perfetta. Troverò il modo di parlarle.”
    Jack si rivelò e apparve nuovamente dinanzi agli occhi della ragazza umana. Ma anche questa volta la sua bocca non riuscì a emettere un suono.
    La ragazza sembrò in un primo momento spaventarsi, poco dopo però calmò il suo respiro affannato per l’ansia e chiese nuovamente a quell’essere chi egli fosse. Jack, non riuscendo a parlare, provò a farsi capire disegnando strane figure sulla neve.
    Disegnò o meglio ci provò. Nel suo pasticcio ne venne però fuori una scritta “Sono Jack”.
    << Jack?>> disse incredula Alice << Jack Frost? Non sei umano vero? >>.
    Jack era di sasso; la splendida ragazza gli stava lì davanti e gli parlava e lui non riusciva a batter ciglio. Riuscì a poco a poco a scuotere la testa.
    << Io mi chiamo Alice >>.
    Jack si immobilizzò. Non gli era mai capitato di diventare letteralmente una statua di ghiaccio.
    Nel frattempo l’anima della ragazza era entrata in un caos ancor più tempestoso di quello scatenato dal male sulla Terra e contemporaneamente a ciò, l’animo ghiacciato iniziava a creare leggere scintille.
    Alice si sentì tremare il cuore quando si pietrificò nello sguardo di Jack. Nello stesso istante si innescò qualcosa in quei due. Forse l’amore aveva fatto la sua mossa; forse le due anime si stavano iniziando a legare in un inespugnabile intreccio.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 6
     
     
    La sfida più epica di sempre proseguiva, ma adesso vorrei soffermarmi su un particolare molto importante: la regina delle nevi. Essa è un elemento molto importante della storia che vi sto raccontando. La regina di ghiaccio è forse l’essere più affascinante che io abbia mai conosciuto. Io conosco tutti, scavo nella loro mente e mi impossesso dei loro segreti più nascosti e la regina era fatta interamente di segreti, bugie e rancore. D’altronde se non sopportava le emozioni un motivo ci doveva pur essere.
    Brina, in un tempo molto passato risalente a prima della conquista del male sulla Terra, era una dea appartenente a una delle dieci costellazioni divine ed allora si chiamava Clara.
    Ella era tutto l’opposto di quella che poi divenne in seguito a causa della terribile tragedia che le capitò.
    La dea viveva in una dimensione alternativa in cui vi regnava soprattutto l’amore. Ella era figlia di un re chiamato Sole e di una regina che si faceva chiamare Luna. La principessa alloggiava in un castello possente ed infinitamente grande nel quale all’interno vi abitavano tutti coloro che appartenevano alla corte reale mentre al di fuori di questo castello vi era un immensa prateria nella quale risiedeva il resto del popolo. Il mondo in cui viveva Clara non era fatto di umani o esseri particolari; quel mondo era abitato da divinità che esprimevano l’essere sotto una forma monarchica.
    Il re e la regina erano gli dei più potenti e insieme con il loro amore facevano esistere quel regno divino. La loro figlia, Clara, era invece una dea e viveva sotto la forma di una principessa perché non aveva trovato ancora il suo scopo: era una dea che ancora doveva scoprire la sua specialità, la sua più grande virtù.
    La principessa Clara però, nascondeva un certo fascino nel profondo della sua anima; ella era immersa in un eterno conflitto interno tra la sua parte buona e il suo lato oscuro.
    Dovete sapere che Clara celava un profondo segreto; ella si nascondeva dietro la personalità che mostrava agli altri.
    A quel tempo ogni divinità aveva una propria funzione mente Clara ancora doveva trovare la sua vocazione. Il re e la regina erano i più grandi messaggeri dell’amore e dimostravano l’esistenza di esso unendosi in bacio una volta all’anno producendo un effetto che oggi viene chiamata eclissi. Ma uno sfortunato giorno questo sentimento padrone che tutto governava finì a causa di una terribile tragedia.
    Clara poteva essere la più felice dell’universo; poteva avere tutto ma nel suo cuore sapeva che le mancava qualcosa:qualcosa che non poteva chiedere ma doveva esser donato spontaneamente. In un regno dove un’entità invincibile governava, la giovane dea non né possedeva nemmeno un frammento.
    Un giorno si presentò al palazzo un giovane di nome Lian; era un ragazzo alto, con un’armatura cavalleresca tinta interamente di nero. Egli incrociò subito lo sguardo della principessa e da quel momento decise che volle farla sua.
    << Chi siete voi bella fanciulla? >> chiese il giovane.
    << Ma straniero, io sono la principessa >> rispose Clara.
    Essa scese le scale poste nella facciata destra dell’atrio. Lian la guardava senza staccarle gli occhi di dosso.
    La principessa si avvicinò al ragazzo.
    << Cosa vi porta qui al castello straniero vestito di nero? >>
    << Sono qui per prestare servizio al re, ma in attesa di esso posso restare qui; in fondo sono in ottima compagnia >> disse Lian sorridendo.
    Clara era profondamente attratta da quel nobile ragazzo; passarono tutto il pomeriggio a passeggiare nel giardino ed ella ne rimase affascinata dalla vastità di cose che quel giovane conosceva ed era incantata dal modo in cui parlava, la sua voce… provava qualcosa per lui.
    Nel tardo pomeriggio, arrivato il re, Lian salutò cortesemente la principessa per andare a parlare con il re nella stanza di quest’ultimo.
    << Cosa stavi facendo? Ti avevo avvertito di stare alla larga da mia figlia >> disse il re furibondo
    <<Sua maestà >> disse Lian ridendo quasi a prenderlo in giro. << Ho solo parlato un po con la piccola principessa indifesa che voi mio caro re sdolcinato non potrete proteggere a lungo >>
    <<Ma come osi parlare di lei in questo modo. Stalle alla larga! Se non lo farai dovrai vedertela con me in persona e al diavolo la pace >>
    << Con tutto il rispetto caro Sole ardente, dal diavolo ci siete già e se fossi in voi ci andrei piano con le parole, perché se l’accordo di pace salta il tuo regno cadrà >> .
    Il giovane poi fece un occhiolino al re e uscì dalla stanza col sorriso sulle labbra dirigendosi verso la sala da ballo, dove attendeva pensierosa Clara.
    Lian chiese alla principessa di ballare ed ella accettò. Dalla sala da ballo proveniva una melodia classica, il valzer e la pista era tutta per loro.
    << Oh come siete attraente principe Lian, scommetto che tutte le donne vi vorrebbero>>
    << Può darsi ma sono io a non aver trovato ancora quella giusta>>.
    Nei giorni a seguire Lian e Clara continuarono a vedersi facendo varie cose, come andare a cavallo o prendere un tè; ma quando il sovrano venne a sapere di questa frequentazione non fu molto contento:
    << Ti avevo detto di starle alla larga! Cos’è sei sordo per caso piccolo ed insignificante demonio principesco? Lei è la cosa più preziosa che posseggo e non permetterò mai a nessuno di portarmela via >> così facendo il re impugnò la sua spada e la puntò contro Lian facendolo indietreggiare sino a spingersi nell’angolino della stalla.
    << Attento stupido re stai per commettere un grave errore. Io mi prendo ciò che voglio e tu non potrai impedirmelo; sei troppo preso dalla morale e dal tuo animo buono. Non vincerai mai e se dai inizio alla guerra con quella spada sarà anche l’inizio della tua rovina >> rispose in modo tranquillo il principe deviando con un colpo di mano la spada dalla sua direzione.
    << Non mi provocare posso trovare tanti buoni motivi per sguainare la mia spada >> cos’ mentre il re provò a colpirlo, il principe svanì.
    Il re allora iniziò a sudare di paura. Era terrorizzato.
    Lian intanto comparve dinanzi alla stanza della principessa. Busso e subito dopo ella aprì.
    << Salve principessa posso accomodarmi? >>
    << Ma certo vieni Lian >>.
    Il principe già nei precedenti giorni aveva fatto alludere Clara di amarla e lei ci era cascata iniziando a capire qual’era la sua vera vocazione: l’amore. La piccola dea era quindi vulnerabile.
    Lian iniziò ad accarezzarle il viso e subito dopo iniziò a baciarla. La principessa si lasciò andare dando libero accesso al principe demoniaco. Egli iniziò a toccarle i seni con forza  e le morse il labbro.
    << Ma… cosa stai facendo? Fermati lasciami stare! >> urlò clara ma Lian ormai stava svelando la sua vera natura. La sbatté con forza sul letto e baciandole il collo le mise una mano fra le gambe. A quel punto Clara continuò a gridare e riuscì a colpire Lian  con un calcio nelle parti basse.
    << Tu ignobile senza cuore. Lurido diavolo tentatore che vuole solo trasgressione>>
    Intanto il re con le sue guardie irruppe nella camera e arrestò Lian.
    << Papà ma chi è quest’uomo malvagio? Cosa voleva da me, perché me? >>
    << Ma come, non glielo hai detto? >> disse Lian ridendo e tossendo subito dopo che il re gli aveva sferrato un destro nello stomaco.
    Clara iniziò a chiedere spiegazioni così il re Sole le spiegò tutto:
    << Devi sapere, bambina mia, che in questo regno non vi è solo l’amore bensì vi è anche il male il quale si nasconde sotto varie forme per colpirci. Il male ha ingannato anche me, facendomi credere che vi poteva essere la pace e l’amore assoluto senza ombre di oscurità e che esse potessero andare via di qui. Ma io maledetto ingenuo ho creduto all’amore e mi sono fatto fregare. Perdonami figlia, perdonami >>.
    Clara si ritrovò senza parole. Aveva solo tante e tante di quelle lacrime da versare e d’un tratto si sentì gelare dentro; d’improvviso il cielo si oscurò e l’aria divenne gelida.
    La principessa iniziò ad affannarsi e a tremare per il freddo. A poco a poco le sue lacrime divennero gelide tanto da congelarsi. Ad un tratto ella si sollevò in aria e una raffica di vento la avvolse in un vortice trasformando la dea dell’amore nella dea del freddo. Allo sparire del vortice Clara non era più la dolce principessa ma era una dea fredda col cuore ghiacciato.
    << Sono stata per tanto tempo ingannata alludendomi dell’esistenza del vero amore. Ma questo non potrà mai esistere finché un cuore subirà del male. D’ora in poi non vi sarà più alcuna emozione né male né bene, ma solo spine congelate che ti gelano il cuore fino a farlo smettere di battere. >>. Così, consumata dalla rabbia, la principessa congelò tutto ciò che la circondava trasformando chi ci viveva in statue di ghiaccio e facendo diventare quel luogo un posto dove avrebbe vissuto l’eterno e freddo inverno e congelando quel mondo invaso dal male, l’anima di Clara venne imprigionata in una lanterna con vetri appannati ed essa vi ci sarebbe rimasta finché non avrebbe conosciuto o visto l’amore vero. Così la dea si trasformò nella regina dell’inverno la quale diede vita a Kinvernia e si mascherò sotto un'altra veste e sotto un altro nome; da quel momento ella si chiamò Brina.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 7
     
     
    Lo spettro le era davanti e Alice era in lotta con il caos che le invadeva l’anima. D’un tratto era come se quell’essere così freddo, a vista d’occhio insensibile, fosse l’unica cosa bella nella sua vita.
    Jack non riusciva a emettere suono. Improvvisamente fece qualcosa inconsapevolmente. Dentro di sé sentiva ardere la sua anima come mai prima; sentiva una fiamma che man mano aumentava sempre più sino al punto di voler esplodere
    “Oh ahimè, questo fuoco che brucia e aumenta sempre più dentro me; ma perché?
    Non so dare una spiegazione a questo mio comportamento, ma so che avviene e per mezzo di ciò mi tormento. Perché un essere triste come me, che di sentimenti né sa ben poco, sente questo incessante e scottante fuoco?
    E’ come se il calore di mille vulcani risiedesse in me e la lava, così bollente volesse ricoprirmi. Mi sento come se fossi in una fornace. Il ché è strano. Io non posso provare calore. Cosa mi sta succedendo? Cosa sto diventando? Sento il mio corpo andare a fuoco e sento la mi anima bruciare d’un fuoco così vivo mai visto. Percepisco il calore che mi scorre nelle vene; brucio e non so come ma sento che avviene”.
    Jack non voleva accettarlo o non voleva crederlo ma stava provando qualcosa. Esternamente il suo viso iniziò opacamente ad arrossire, mentre internamente stava bruciando come se fosse stato colpito in petto da una freccia infuocata.
    Poi ad un certo punto accadde: la fiamma che ardeva in Jack non esisteva ancora, ma bensì essa si stava generando. Nell’animo ghiacciato del giovane d’inverno vi fu uno scoppio che devastò ciò che Jack aveva dentro. Sentì qualcosa di piacevole.
    Iniziò così ad arrossire fortemente in volto e scatenò un evento naturale. Alice, che era interessata al mutamento di Jack il quale stava arrossendo nonostante egli vivesse con una temperatura glaciale, volgeva adesso lo sguardo verso l’alto: un’incredibile ponte prodotto da un fascio di luce azzurra che andava a tuffarsi nell’oscuro cielo.
    Da quell’agitazione Jack produsse un fenomeno naturale magico ed unico. L’umana osservava quella magia che solo il gelido inverno sa’ donare ed ella sembrava a dir poco incantata da quello spettacolo celestiale. Lunghi fasci azzurri che si andavano ad incurvare nella superficie del cielo sino a produrre un ponte incantato che congiungeva quell’inferno con il totale inverno, l’unica cosa che momentaneamente regalava all’umanità, ormai irrecuperabile, una via di salvezza. Intanto il resto del cielo si ricoprì di centinaia di stelle generando vera magia.
    << Hai fatto tu tutto questo? >>
    Jack, senza sapere né come né da dove gli era uscita quella voce, parlò:
     
    << Si. Non so come io abbia potuto creare una simile cosa; forse è stato grazie a te che sei la creatura più bella che io abbia mai visto e questo evento si addice alla tua bellezza, anzi addirittura il tuo splendore supera questa magia. Tutto questo che vedi, l’hai creato tu Alice. Tutta quest’aria piena di magia, tutto questo è per te >>
    Jack si sentiva in un modo strano come non si era mai sentito. Tutto ciò che egli teneva chiuso nella sua mente adesso era uscito allo scoperto sottoforma di semplici parole e di incredibili fenomeni.
    << Tu sei qualcosa che si può solo sognare Jack. Hai qualcosa dentro te che ti rende così speciale>>
    << Ahimè mi spiace ma non ho niente qui dentro >> disse Jack toccandosi il petto. Poi riprese: << Ho solo il gelo che riempie il vuoto che occupa il nulla che io veramente sono. E’ il ghiaccio che porto dentro che mi fa essere eterno, immortale>>
    << Io invece vorrei morire. Non riesco più a sopportare questo inferno, con le sue atroci guerre incessanti che portano caos e scompiglio nella mia vita >>
    << Oh no piccolo diamante immerso nell’abisso infernale non desiderare di sparire dal gioco della vita… se solo potessi farti divenire immortale; ma cosi facendo poi diverresti come la mia specie, fredda, neutra, diventeresti un’anima turbata e passeresti dalla gabbia dell’inferno in cui ti trovi, ad un’infinita strada senza meta che è questo atroce purgatorio che è la mia esistenza >>.
    Quei due esseri all’apparenza totalmente diversi, erano invece due anime completamente identiche; l’unica differenza era la gabbia della loro esistenza. Mentre Alice era imprigionata in quel vortice infernale che era il mondo degli umani, Jack era bloccato in una dimensione esistenziale infinitamente monotona, angosciosa, priva di significato.
     
    Introduzione
     
     
    Nell’universo ci sono tante cose a cui voi non trovate un’esatta spiegazione. Vi ponete molti quesiti ai quali non date una risposta concreta per cui numerosa è la voglia di sapere tutto.
    Nell’universo, tanti sono gli esseri che vi esistono. Alcuni li troviamo proprio attorno a noi… altri invece provengono da luoghi lontani.
    Ciò che vi andrò a raccontare , non farà altro che affermare che tutto ciò che può essere chiamato vita è collegato all’amore; dopotutto cosa sarebbe la vita senza l’aroma dolce dell’amore? Non si respira se non si è amati perché l’amore è quella cosa che fa vivere la vita fino in fondo. L’amore dunque è un sinonimo della parola esistenza.
    Questa storia vi mostrerà il lato più bello ma purtroppo tragico dell’amore, vi svelerà la faccia più veritiera di esso; parlerà di quel frammento d’amore puro così ricco di magia e di splendore ma al tempo stesso di malinconia e di illusione, vi racconterà ciò che viene chiamato “amore impossibile”.
    Dunque, aprite bene gli occhi del vostro cuore e non arrendetevi mai; un amico tempo fa mi ha dimostrato che chi lotta col cuore vince sempre. Per darvi un’idea, nella vicenda che andrò a narrare, l’inferno sarà il terribile luogo in cui la terra si è trasformata; il purgatorio sarà uno stato d’animo ed esistenziale dal quale sembra non esserci una via d’uscita; il paradiso, invece, sarà quel piano esistenziale in cui regnerà l’intera essenza dell’amore.
    Con questo vi lascio al racconto, con la speranza che questa storia vi faccia capire la straordinaria forza di cui è dotato il vero amore, una forza così tale da segnare ciò che è il mio nome: destino.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 1
     
     
     
    “ La mia vita è un vero schifo. Non chiudo mai gli occhi, non posso sognare né provare emozioni. Non posso assolutamente sentire il calore e sono, purtroppo o per fortuna, immortale. Riesco solo a congelare tutto ciò che mi ritrovo davanti e a sputare neve. Per una parte però, è bello poter ghiacciare le cose; è come se le imprigionassi in uno stato perenne che duri per sempre, quasi come le fotografie. D’altra parte invece, è così noioso, monotono. In fondo la mia vita non è un granché. Vivo in una società dove le sensazioni sono proibite e le persone, o meglio gli esseri della mia specie, non comunicano mai fra loro. Passo il tempo girovagando per le vaste distese ghiacciate di quassù mentre quando arriva l’inverno sulla terra, ci si catapulta verso di essa a ricoprirla di neve.
    Intanto io sono l’unico che al contrario di tutti prova ad immaginare come sarebbe bello provare emozioni; si perché questa vita mi ha stancato. Io voglio vivere per davvero provando qualcosa; forse sono già in grado di sentire… forse questa voglia di evasione, questo senso di inadeguatezza verso il mio mondo già può essere un qualcosa scatenato nella mia anima; forse, chissà”.
    Questo è ciò che pensava Jack  di se stesso e della sua esistenza. Lui faceva parte degli spettri invernali, creati appositamente per portare freddo. Questi spettri erano i portatori dell’inverno e portavano neve e gelo sul pianeta Terra. Gli spettri invernali erano incapaci di amare e di far battere il loro cuore. Nonostante avessero la convinzione di non possederlo, gli spettri avevano un piccolo cuore immobile nelle loro anime che però era spento, bloccato nel freddo come se fosse morto di ipotermia e di mancanza di calore ossia affetto. Nessun spettro invernale ha mai amato e ne tantomeno è stato mai amato. Nessuno eccetto uno. Jack era diverso, possedeva la capacità di poter amare, doveva solo convincersi che poteva farlo. Per quanto potesse essere particolare, però, la sua diversità lo portò alla totale distruzione.
    “ Sono tutti uguali qui. Perché io sono diverso? Che strano! Sono l’unico a provare una specie di sensazione. Nessuno di noi ne è capace. Ma perché sono così?
     Pensare che in passato ho provato a mettermi in comunicazione con qualche essere umano per farci notare, o meglio per far capire a loro che io non sono come gli altri; gli esseri umani sono cosi bravi ad inventare storie che non sanno mai la pura verità delle cose. Comunque ci provai ma con scarsi risultati: la voce era come se fosse ferma, lì sul punto di uscire. Così provai con la neve e la sua magia ma non fu una bella esperienza. Quindi sono rimasto a soffrire dentro di me mentre esternamente mi mascheravo dietro un viso serio al quale tutto gli era indifferente. Era questo l’aspetto che avevamo. Di come siamo nati però questo non lo so; il mio mondo è governato da una entità molto potente che si fa chiamare Brina. Lei è la regina delle nevi ed è stata lei che ha stabilito che tra noi e gli esseri umani non ci debba essere alcun tipo di relazione e che ha proibito le emozioni a noi spettri. Non si sa il motivo; forse ha paura dell’amore, chissà.. “.
    Jack si interrogava spesso sulla sua vita. Non riusciva a credere di essere davvero l’unico a provare qualcosa. Egli cercava di non farlo notare perché se lo veniva a sapere la regina del suo mondo, la sua esistenza poteva cessare o essere resa un inferno.
    Quindi decisi di agire per primo ma l’amore era già pronto per fare la sua mossa. Inizialmente, feci solo in modo che due anime uguali potessero riconciliarsi, poi fu l’amore a combinare il resto finché poi non si arrivò alla fine. Ma con mio grande stupore, non fu affatto facile.
    Stava ormai per arrivare l’inverno e gli spettri della neve dovevano prepararsi per andare in missione sulla Terra.
    “ Ecco, si torna a lavorare. Sarà sempre la stessa noiosa cosa: farò cadere la neve, renderò le strade scivolose e il resto del mondo mi odierà per l’unica cosa che la mia specie sa fare. Almeno mi consolerò vedendo le famiglie riunite… nessuno di noi poteva riconoscere un emozione ma io mi fermavo sempre a guardare dalla finestra la gente abbracciarsi e riscaldarsi. Non so per quale motivo. Probabilmente sarò l’unico ma è la cosa più bella dell’inverno.”
    Ma questa volta fu diverso. Non sapeva ancora che avrebbe conosciuto l’amore; inoltre egli lo intravedeva già, nella forma di affetto. Jack era davvero l’unico e da lui si poteva imparare molto.
    Venne il 21 di Novembre e gli spettri andarono sulla Terra. Vi erano due modi per arrivarci: teletrasportarsi tramite un fulmine o cadere sottoforma di pioggia dalle nuvole. Jack scelse quest’ultima e una volta atterrato, ai suoi occhi quel mondo così diverso dal suo appariva bello ma al tempo stesso scontato; infatti anno dopo anno trovava quel mondo sempre peggiorato. Iniziò a convincersi che forse era veramente lui a renderlo così, ma in fondo non era colpa sua. D’altronde, a quel tempo, la Terra non era come la si vede oggi; tempo fa quel mondo venne impossessato dal male e da lì iniziò a peggiorare.  
    In questo mondo c’era però un’umana che odiava il suo noioso modo di vivere e il posto nel quale viveva. I due, estranei alla loro natura, non si sarebbero mai incontrati se non fosse stato per me. Un creatore da vita a qualcosa e un’entità d’immensa potenza se ne prende cura. Quindi, io, sono protagonista in molte faccende che accadono nell’intero cosmo. Solitamente voi umani vi mostrate scettici di fronte a certe situazioni, pensate che sia sempre un caso, oppure un qualcosa voluto da un ipotetico creatore; ma ahimè dispiace deludervi ma il caso è solo un sinonimo del mio nome. Sono io a decidere, nel bene o nel male come vanno le cose. Le persone romantiche talvolta credono nel destino, ma divento così furioso quando scopro che mi confondono con l’amore. E quest’anima così pura, imprigionata in quell’inferno, credeva solo ed unicamente all’amore e sapeva che io potevo essere o un amico oppure un nemico di esso. Voi umani poi credete che tutto avvenga per una ragione voluta da un autore iniziale di quest’opera che chiamate vita; ma alla fine vita poi non è altro che un ulteriore sinonimo del concetto di esistenza. Talvolta la stupidità umana è sorprendente!
    “Eccomi qui, arrivato sul pianeta delle disgrazie; guarda tu che schifo questo mondo: così pieno di odio e di guerre. La gente dovrebbe ringraziarlo piuttosto che odiarlo, l’inverno;il mio mondo sarà anche freddo e privo di emozioni ma almeno non è circondato dal male. Sarà meglio far cadere al più presto la neve, almeno ci sarà un velo bianco a coprire tutto, un foglio bianco su cui scrivere un'altra storia”.
    Jack pensava che nel suo mondo, essendo privo di ogni tipo di emozione, non potesse esserci il male, ma non dimentichiamo che il suo mondo era governato da una regina che non conosceva l’amore.
    Jack e i suoi coetanei iniziarono, poi, a spargere la neve in quel luogo così distrutto dall’odio mentre il vento iniziava a dare forti pugni alle case e il cielo si lasciava colorare di grigio. La superficie terrestre, tra le arde fiamme in cui si trovava, divenne fredda e immobile; il mondo era ormai imprigionato in un’enorme palla di vetro nella quale, la neve, ne era la principale fonte.
    Dovete sapere che la realtà esistente sul pianeta tempo fa era così stupida, cieca che non guardava mai oltre una semplice apparenza la quale, invece, sembrava bastare all’umanità per definire qualcosa. La terra era annegata nell’inferno e le anime delle persone erano irrecuperabili ragione per cui non mi divertivo più di tanto; ma un giorno, proprio in quella stagione d’inverno, una ragazza dal cuore così puro e vivo attirò la mia attenzione e decisi, quindi, che avrei dovuto assolutamente lottare contro ciò che voi chiamate amore.
    “Come fanno gli esseri umani a vivere in questo posto?…sembra un pozzo di dannati! Un po’ di vento per rinfrescare l’aria e un po’ d’acqua dalla pioggia per spegnere questi incendi causati dalle guerre, ecco cosa ci vuole. Perché gli umani devono odiarsi? Non posso semplicemente amare o cose simili.
    Eppure non dovrei sorprendermi così tanto; appartengo ad un mondo che non sa nemmeno cosa sia l’odio, che non sa cosa potrà mai essere il male o il bene.
    Non resisto più, non posso più andare avanti facendo finta di niente. Io sono diverso; devo accettarlo e finché non troverò qualcosa di tanto grande, cosi grande come questa voglia che grida sempre più forte, dovrò convivere con questa parte sconosciuta che è in me. Se solo potessi urlare all’intero universo ciò che provo ogni singolo momento, se potessi solamente per un'unica volta essere realmente me stesso o se potessi capire perché… perché devo essere così, perché deve andare così…
    Basta, non posso… è come se vivessi in un purgatorio; in effetti il mio mondo è proprio un purgatorio, senza emozioni, senza obbiettivi, con il solo unico scopo di girovagare nella parte ferma del cosmo, dove il tempo non esiste e non può controllare niente. Ma quale condanna devo scontare per restare in questa gelida prigione che è la mia esistenza?
    La mia anima,proprio come un lupo alla luna, ulula e urla di rabbia, ruggisce come una tigre a questo universo che però non ascolta. Se solo potessi… se solo avessi qualcuno”.
    Capitolo 2
     
     
    Ogni creatura ha un modo diverso nel descrivere il concetto di vita, di esistenza, nel capire cosa significasse per essa una determinata cosa; e gli esseri umani sono le creature più complesse in quest’ambito. Il perché non saprei spiegarlo nemmeno io, voi umani siete cosi particolari…affascinanti oserei dire. Ma da quando le vostre menti sono state possedute dalle allusioni, dai fanatismi del potere conferito al male, avete subìto un cambiamento. La razza umana diventò così scontata, penosa, priva di sentimento che oramai il destino e il tempo non poterono far più niente. Mi correggo, quest’ultimo forse ebbe un ruolo minore, non perché voglia vantarmi, ma credo che l’altro fosse un elemento di fondamentale importanza; d’altronde se non fosse stato per me la prospettiva dell’esistenza di oggi non sarebbe così. Nel corso del tempo il male è salito al comando dell’universo quindi questa volta la battaglia non era più tra bene e male, ma fu una lotta, uno scontro tra me e l’unica cosa che poteva beffarmi, dato che il male non può controllarmi. Fu questo che cambiò le cose, fu  questa partita tra destino e amore che stabilizzò l’equilibrio ed eliminò il caos che il male aveva seminato.
    Miei cari, l’amore è davvero qualcosa di eccezionale, Né sono rimasto tanto sorpreso.
    Ma siamo solo all’inizio dell’inizio, man mano che andremo avanti potrete assistere alla partita, alla guerra più epica che sia mai esistita, superando quella che sembrava infinita tra bene e male.
    Bene e male stabilivano chi saliva al comando, ma in fin dei conti ero sempre io a muovere i fili di chi era al trono. Posso liberamente dire che l’umanità è stata ingannata per tanti secoli perché ci sono sempre stato io dietro ad ogni cosa, tralasciando però la battaglia tra i due re dell’anima, lì ho fatto solo in modo che trovassero un pretesto per scontrarsi sempre, poi il vincitore lo hanno deciso loro stesso; il male dunque vinse e si impadronì della Terra trasformandola, dal paradiso terrestre che era, in un vortice infernale a cui capo vi erano l’odio e le guerre. Per molto tempo l’oscurità governò sulla Terra trasformando il popolo umano in una massa di rimbambiti che correvano per inseguire il potere. Tutti tranne che una persona, una ragazza dall’animo così buono e puro; l’unica che aveva ancora un anima mentre gli altri se l’avevano fatta rubare dal re del male.
    Ella era cosi incantevole, e fu il cavallo di battaglia dell’amore. Questo, infatti, era convinto che la sua messaggera potesse spaccare la barriera di ghiaccio che imprigionava il cuore di colui che avevo scelto come pedina del gioco.
    Nel momento in cui calò l’inverno totale sul pianeta Terra, le nostre pedine entrarono in gioco e l’avvincente partita poteva considerarsi avviata.
    La prima mossa toccò a me. Feci quindi in modo che la marionetta dell’amore potesse avvistare il guerriero che avevo mandato in campo. La mia mossa poteva sembrare un attacco normale, semplice, ma il mio rivale non sapeva ancora che senza il mio aiuto le due anime gemelle non si sarebbero mai incontrate, perché per quanto è forte e potente, un amore non può mai manifestarsi se non fosse per il mio volere; e questo, di solito, è visto come uno scherzo all’universo ed io allora continuo a scherzare e a raggirare il cosmo facendolo girare su se stesso come una via senza meta, un percorso senza fine, una pista senza traguardo così che le cose rimangano sempre come siano senza alterazioni e che ci sia dunque un equilibrio. Ma la terra e la razza umana non erano più in armonia da quando il male incombé nel mondo, ragione per cui volli sfidare l’amore in un duello all’ultimo sangue. Da questa partita si sarebbe deciso la sorte della Terra e del genere umano perché al fine di tutto i due giocatori erano i padroni dell’intera esistenza.  Così ci sfidammo, io per dare equilibrio, l’amore per abbattere me così che esso potesse sempre e comunque trionfare.
    Quando la partita iniziò feci innalzare una bufera al piccolo spirito invernale. Non manipolai la sua mente, fece tutto lui. Feci solo in modo che lui pensasse quel che voleva pensare:
    “Ah ma come si è ridotta la Terra! Si è distrutta da sola. Adesso meglio ricoprire il sangue con la neve e spazzare un po’ l’odio con una tempesta; si forse una tempesta può migliorare le cose, chissà..
    Potente vento, gelida neve fondetevi in tempesta e bufera, fate che il mondo alla pioggia e ai fulmini si piega.”
    Jack scatenò un forte temporale con fulmini, uragani e bufere di neve. Forse iniziò a manifestare un primo sentimento, forse la rabbia stava per evadere dalla sua anima…
    La Terra, dunque, si ritrovò in un ambiente glaciale. Le guerre furono così interrotte e il sangue per un po’  non venne più versato. Fu solo il primo giorno, e nei giorni a venire l’inverno si faceva di gran lunga più sentire.
    Venne poi il fatidico giorno; Jack stava passeggiando in un bosco innevato quando a un tratto sentì una voce provenire da dietro un albero, così lo spettro si nascose fra la neve sparsa sul terreno per sentire senza farsi scoprire.
    <<  Non è giusto che il mondo vada in rovina per mezzo di tutta questa gente assetata di vendetta e affamata di ricchezza; non posso più rimanere qui rinchiusa in quest’inferno mentre il mio povero cuore si disintegra lentamente.>>
    Jack si tramutò in un fiocchi di neve che scesero dolcemente sulla splendida e chiara chioma bionda della ragazza. E mentre essa versava lacrime, quel piccolo fiocco di neve si trasformò in una di esse il quale le carezzò dolcemente il viso rossastro della fanciulla.
    D’un tratto la lacrima in cui jack si nascose, cadde sul suolo e nel momento in cui si infranse, lo spettro, goffamente, uscì allo scoperto.
    La ragazza ebbe un sussulto e quando gli apparve dal nulla un ragazzo dai bianchi capelli e dagli occhi celestiali, uscì un urlo dalla sua bocca.
    Lo spirito invernale fece un gesto con la mano come per dire no ti prego non ti spaventare, non aver paura.
    Jack aveva davanti a se forse la creatura più bella che avesse mai visto: una splendida ragazza dai lunghi capelli biondo platino, con dei preziosi occhi color verde smeraldo e con un fisico a dir poco perfetto ricoperto da una maglietta a mezzo busto e dei pantaloni blu attillati. La sua pelle appariva così diversa da quella di Jack; oltre al colorito aveva qualcos’altro di diverso: il modo in cui era fatta
    << Chi sei? Che cosa vuoi da me e da dove sei venuto?>> domandò la ragazza impaurita indietreggiando.
    Quell’incantevole fanciulla vedeva un essere molto strano; davanti ai suoi occhi vi era un essere dalle sembianze umane con dei fascinosi e intriganti occhi celesti come se fossero due luminose stelle. La ragazza provò scosse di terrore. Quest’essere arieggiava nell’aria, non posava i piedi per terra e soprattutto era ricoperto di un colore che ondeggiava tra l’azzurro e il bianco. I suoi vestiti in tinta con la pelle gli erano incollati addosso. Sembrava un fantasma.
    Poi continuò ancora la ragazza non avendo avuto alcuna risposta: << Cosa vuoi da me? Sei un fantasma? Che cosa sei tu? >>.
    Jack non rispose. Non poteva, o meglio non voleva; era convinto di non saper parlare quando invece poteva farlo.
    Lo spirito invernale non rispose e rimase li immobile ad osservare l’immensa bellezza dell’umana. Poi le fece un sorriso.
    L’umana confusa acquisì un’espressione interrogativa. Non sapeva spiegarsi chi o cosa fosse e perché fosse sbucato dal nulla in quel preciso istante e perché avesse deciso di rivelarsi proprio a lei; quel mondo era zeppo di persone. Tra i vari interrogativi messi in disordine dall’aria gelida portata dal turbolento vento, i due sconosciuti rimasero li ad osservarsi mentre l’umana accennava quasi a ricambiare il sorriso intuendo che quell’essere non le avrebbe fatto del male.
     
    La verità è che voi umani siete cosi stupidi certe volte. Quella ragazza credeva nel vero amore ma al primo incontro con la sua futura anima gemella non le passò alcuna idea su quell’essere che potesse far riferimento all’amore.
    Spesso muovo i fili dell’universo abilmente affinché nessuno s’accorgesse della mia presenza, della mia intromissione; ma in certi casi sono io stesso a rendermi visibile alla vista delle persone cosicché esse si accorgano di me e che sappiano che tutto ciò che accada avvenga per mano mia.
    Adesso chi mi maledice per la mia intromissione, sa che negli eventi, come l’incontro descritto in precedenza, ci sia il mio zampino e quindi è consapevole che sia stato per mio volere se essi abbiano incontrato qualcuno o perso tale. Ma per chi crede di essere libero, di essere un giocatore della vita non gli passa l’idea che qualcosa possa accadere per il potere del destino.
    Voi umani, dopotutto, così religiosi e anche così scettici avreste dovuto accorgervi che siete solo delle pedine comandate da qualcuno; che sia un dio o meno chissà, ma esistono tre re del cosmo che hanno il potere assoluto sull’intera dimensione: tempo,destino,amore.
    Questi tre sovrani governano per stabilire equilibrio ed eliminare il caos. Ma da quando quest’ultimo invase la terra decisi di voler sfidare la sorte di essa con l’amore l’unico vero sovrano fra i tre e l’unica cosa che poteva sconfiggere qualsiasi cosa. Questo però era ciò che pensava il tempo; esso governava con le sue leggi ma ammise che l’amore non poteva essere sconfitto. A questa affermazione mi opposi severamente perché in realtà sono io il re che manipola l’universo e governa questo regno. Fu come una partita a scacchi in cui io e l’amore ci sfidammo scegliendo come pedine due anime che avrebbero deciso le sorti della Terra.
    Personalmente non m’importava nulla del vostro pianeta, il mio scopo era quello di poter distruggere l’amore; la Terra fu solo un pretesto per convincere l’avversario a scendere in campo. L’amore è tremendamente forte ma presenta infinite debolezze.
     
    Dopo averle sorriso, lo spettro si dissolse nell’aria facendosi portare via dal vento.
    L’umana rimase senza parole. Non riusciva a capire. Perché poi proprio a lei questa anomalia. Credeva di essere impazzita. E nella sua mente cominciò a disperarsi pensando al suo modo di vivere riferendosi a ciò in cui lei credeva ciecamente: << Oh quanto vorrei esser portata anch’io via di qui con un solo soffio di vento. Questa vita vissuta come una dannata, un’anima imprigionata nelle celle infuocate dell’inferno, rinchiusa in una prigione con sbarre fatte di odio, disprezzo e di sangue innocente. Quanto male c’è in questa vita mia che a chiamarla così suona come una pazzia? Amore vero, amore raro, che tramuti cascate di tristezza in oceani di felicità, dove ti nascondi?>>.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 3
     
     
    Era ormai pieno inverno sulla Terra. Le guerre erano state momentaneamente sospese a causa delle numerose bufere e piccoli attimi di tranquillità donavano pizzichi di serenità alla Terra. Ma era solo questione di tempo perché non appena gli spiriti invernali si sarebbero ritirati per tornare a casa, il male avrebbe abbattuto ancor di più quel mondo che ormai era già distrutto ed irrecuperabile.
    Nel corso del tempo sono sempre stato io a muovere i fili dell’universo e a giocare con le anime delle persone; ma in quell’epica battaglia non sono stato l’unico a giocare con la sorte; un giocatore più furbo di me ha messo in campo le sue risorse migliori e ha giocato con le sue pedine sino a superare i propri limiti.
    In questo libro, da come vi sarete già accorti, vi svelerò la verità dell’essere: non esiste nessun dio, ne tantomeno un elemento che abbia originato il mondo.
    La razza umana, per sopravvivere lungo il percorso della sua storia, ha dovuto affidarsi alla fantasia e alla immaginazione perché senza di essi si sarebbe, probabilmente, estinta. L’uomo è fatto così, ignorando o talvolta seguendo, la sua ragione, si costruisce sempre un elemento surreale, o meglio afferma l’esistenza di un qualcosa di cui egli stesso non ha alcuna prova certa. Voi umani vi siete detti solamente bugie nel corso dei secoli e avete sempre creduto in un qualcosa che andasse oltre la vostra realtà. Ma in fondo, ideare un elemento che fungesse da creatore da venerare, si è dimostrato un fattore positivo. L’uomo non sarebbe mai sopravvissuto se non avesse ideato cose inesistenti, perché si sarebbe lasciato divorare poi da un esistenza apparentemente priva di scopo. L’essere umano ha bisogno di illusioni per andare avanti, ha bisogno di credere in qualcosa che non potrà mai verificarsi in modo tale  da spingersi fino alla fine di tutto.
    Quindi posso affermare ciecamente esistono solo tre re dell’universo.
    Tempo: ora lo percepite sotto un aspetto diverso rispetto a come era visto tanto tempo fa, ma con l’avanzare dello sviluppo della vostra mente state riuscendo, a piccoli passi, a capire chi esso sia per davvero.
    Il tempo è il più grande giocatore di nascondino che sia mai esistito. Esso è un eterno maratoneta nascosto nel vuoto, che correndo via, rubando la vita agli esseri umani,  governa l’universo facendolo andare avanti e indietro fino a farlo oscillare per farlo girare su se stesso così da prenderlo in giro.
    Destino: beh, posso considerarmi lo stratega e il mago più abile in assoluto. Gli umani non
    mi hanno mai smascherato. Ma adesso è arrivato il momento di rivelare tutto ciò che l’umanità non conosce. Il tempo può raggirare i pianeti ma io mi prendo gioco di tutto ciò che esista; il mio nome racchiude il concetto di esistenza. In fin dei conti non son altro che un giocatore di anime.
    Amore. Egli è il padrone di queste essenze speciali chiamate anime. Lui è onnipotente. Escludendo il fatto che noi tre siamo eterni, l’amore è l’unico che non potrà mai cessare; il tempo può essere  momentaneamente bloccato mentre l’amore, per quante cadute possa prendere, è ciò che l’universo contiene. L’unico essere che poteva raggirare il mago della presa in giro.
    Il mondo degli umani era diventato un vero e proprio inferno: le strade erano tutte ricoperte dal sangue innocente versato per mezzo della stupidità dell’uomo; l’onestà e la pace erano state sommerse dalle urla della disperazione e dalle bombe del male che andavano nel vuoto per poi esplodere e colpire con l’odio e con il dolore tutte le persone; un nuovo modo di vivere si stava generando mentre chi si sentiva estraneo ed aveva gusti diversi veniva emarginato, deriso e ucciso. Quel mondo era imprigionato in una cella infernale era stato fatto prigioniero del male, con catene di disprezzo e di egoismo mentre demoni bastardi tenevano rinchiuso il mondo in un vortice immerso nelle fiamme.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 4
     
     
     
    “Oh! Che cosa ho visto? Era senz’altro la creatura più bella che io avessi mai visto! Forse era un angelo. Quanto era bella. Oh spietata sorte, perché mi hai fatto così diverso da quella splendida fanciulla? Perché mi hai castigato privandomi di un cuore cosicché io non potessi amare? Lei, così tremendamente bella ed incantevole; io, così gelido ed invisibile”.
    Jack si sentì strano dopo aver incontrato quell’umana dotata di una straordinaria bellezza.
    Il giovane spirito invernale sembrava molto colpito dall’umana. Nessun’altro della sua specie si sarebbe scandalizzato alla vista di quella fanciulla, ma lui invece sembrava non pensare ad altro:
    “Mia cometa umana imprigionata, mi chiedo se tu sia reale o se sei solo uno scherzo della mia illusa mente che standosene sempre rinchiusa in una stanza buia è uscita matta. Cosa darei per rivederti ancora principessa, cara principessa dei mie sogni infranti; un’anima così pura come la tua, tenuta incatenata a un mondo così brutale che al sol pensier di esso tremo di rabbia e di paura”.
    Lo spirito invernale, nell’incontro con la ragazza, aveva sentito qualcosa; la sua sensibilità si era svegliata da un profondo sonno. Jack era riuscito a sentire qualcosa, ma qualcosa che andava oltre ciò che lui provava in quel momento, era riuscito a sentire un grido, forte e assordante come un disperato ruggito: aveva sentito l’anima della ragazza.
    Egli non sapeva ancora cosa erano quelle urla assordanti e inconsapevolmente udì immense parole in quelle grida distrutte.
    A questo punto l’amore giocò la sua carta: fece tremare le barriere di ghiaccio che avvolgevano il cuore del ragazzo d’inverno ed esse vibrarono forte come le case attaccate da un turbolento terremoto.
    “ E’ un qualcosa che non riesco a spiegarmi, non riesco a descrivere ciò che sta accadendo in me. Forse perché non lo so cosa sta succedendo nel vuoto assoluto della mia gelida anima, o forse lo so ma non riesco ad accettarlo. Non saprei. Non ho mai provato niente di simile… anzi, non ho mai provato niente se non senso di smarrimento. Prima non sentivo niente; adesso, sento troppo. Noi esseri, generati dal ghiaccio, non possiamo provare alcun tipo di sensazione. Cosa mi sta succedendo? Perche io ho sentito qualcosa quando ho visto quell’umana? Ho udito una voce che si disperava, urlava e nel mentre singhiozzava per il pianto. Pensavo fosse quella splendida ragazza ma l’avevo davanti ai miei occhi, e cosi come lo ero io anche lei era immobile. Ero perso nel suo meraviglioso viso ma al tempo stesso cercavo di sentire quel grido. Esso era come una richiesta di aiuto, invocava un nome il quale però non riesco a ricordare. La ragazza invocava questo nome, lo imprecava, lo pregava, piangeva dannatamente e invocava tristemente quel nome. Non so bene chi o cosa lei invocasse né cosa la tormentasse, ma mi sentivo coinvolto come se io adesso facessi parte della sua esistenza”
    In Jack si era avviato ormai il cambiamento. Si era attivato un meccanismo innescato da un semplice sguardo.
    Quando sfidai l’amore, capì molte cose di esso: capì ad esempio che in un semplice sguardo possono accadere molte cose. Per me era una novità perché non ci avevo mai trovato niente di interessante in uno sguardo; in fondo ogni sguardo ricambiato nasce dal mio potere, il quale però fa cessare tali sguardi, spesso senza che io me ne accorgessi.
    Così quel novellino aveva un cuore che iniziò a dare segni di vita, o meglio speranza, la partita era appena iniziata.
    Passarono un paio di giorni da quando Jack vide l’umana per la prima volta. Non riusciva ancora a levarsela dalla mente; la ragazza dai capelli biondo platino era diventata l’unica immagine nella mente dello spettro.
    “ Sapete, un essere umano quando prova forti sentimenti, si comporta in maniera molto strana. Ecco, è una situazione simile alla mia: mi sento molto strano. Lo ero già da prima di incontrarla a dir la verità, ma adesso non so… sento veramente qualcosa.
    Il mio essere non dovrebbe avere la capacità di percepire questo genere di cose eppure io percepisco. Io sogno. Io sento.
    Ho sentito; ho ascoltato ciò che mi diceva. Lei mi aveva parlato. Era sorprendete come un essere umano potesse comunicare con la sola forza dei propri sentimenti, che io sappia gli esseri umani non né sono in grado. Sono troppo testardi per pensare ai loro sentimenti. Gli esseri umani non ascoltano. Loro possono capire ma non lo fanno. Io invece, che non dovrei essere in grado di percepire queste violente vibrazioni che mi attaccano la mente, ascolto. Il mondo intero pensa che ciò che sono io sia una minaccia per esso e che sia un essere spregevole senza un minimo di conoscenza di cosa è un sentimento. Beh, date le circostanze, io penso che sia tutto il mondo a non sapere cosa sia un emozione; penso che l’intera razza umana non abbia più la più pallida idea di cosa volesse significare sentire, si perché l’oscurità ha messo un telo nero sugli occhi del cuore delle persone e si è somministrata nelle vene della gente proprio come se fosse una droga, una droga potentissima e letale che ruba l’anima ancor prima di accorgersi che la si possiede una per davvero. Di così tanti interrogativi sono sommerso, e di tante onde di confusione sono colpito, mi trovo al centro di una marea causata dal caos e sto annegando in un oceano di vuoto. Forse la padrona del mio triste mondo saprà dirmi qualcosa”.
    Jack era immerso nella più totale confusione; disprezzava gli umani per essersi lasciati abbindolare dal male, odiava se stesso per essere diverso e non riusciva a capire qual’era la sinfonia che il destino aveva composto per lui. Così egli si recò dall’unica forma di dea esistente per poter capire cosa stava accadendo dentro la sua anima o dentro al suo cuore, semmai lo ne possedesse uno. Andò da colei che aveva generato le anime così impassibili e malinconiche che governavano quel mondo in cui regnava l’eterno inverno.
    << Mia regina è permesso? >> chiese Jack all’ingresso del palazzo spoglio, gelido e al buio.
    Il rumore di un gocciolio rimbombava sulle pareti facendosi sentire per tutto il gigante perimetro dell’ingresso.
    Una densa nebbia riempiva il fondo della stanza. Non si vedeva niente.
    <<  Regina Brina? Ci siete? >>.
    D’un tratto si sentirono provenire dei passi  dal freddo buio. Ce ne furono altri cinque o sei e poi cessarono di colpo. Non appena il rumore dei passi cessò una leggera luce bianca e opaca si accese nella parte alta in fondo alla sala.
    La luce faceva chiaramente vedere un trono, ricoperto interamente dal ghiaccio, e dinanzi ad esso vi era una donna alta e vestita di bianco.
    La donna guardò stizzita John e fece un cenno col braccio per far volare via una civetta bianca che si trovava su di esso; la civetta teneva stretta una pergamena e andò a posarsi sul ramo di un albero spoglio posto magicamente vicino ad una finestra appannata con gocce di pioggia congelata.
    Quella donna era la regina Brina. Essa aveva una sottile veste bianca con le maniche scoperte e aveva una lunga mantella bianca avente un cappuccio allungato a forma di cono. La regina si sedette sul trono mentre lo spettro della neve rimase li immobile ed inchinato.
    La donna aveva dei guanti con le polsiere i quali lasciavano quattro dita della mano scoperte. Lo sguardo di John si smarrì nella divina bellezza della regina. Aveva osato guardarla dritta negli occhi; quegli occhi grigi, affascinanti e al tempo stesso spenti. Si lasciò cadere lo sguardo, poi, seguendo la sua chioma ondulata candida per ritornare con il volto abbassato lasciandosi cadere gli occhi nel corpo formoso e nella sua chiara pelle, così chiara quanto la neve.
    << Cosa c’è? >> rispose freddamente Brina.
    << Oh regina della mia esistenza, è da un po’ che la mia mente non ragiona razionalmente; mi chiedo il perché di tale cosa e la mia anima risponde in modo strano>>.
    << Voi siete fatti tutti della stessa sostanza di questa sabbia bianca rinforzata con armature di ghiaccio infrangibili. Ti stai facendo condizionare dalla razza umana a furia di congelare la Terra>>.
    Jack non disse nulla. Annui, si scusò per il disturbo e si diresse verso le gigantesche porte di ferro poste all’ingresso.
    La regina intanto rimase impassibile senza alcuna espressione sul suo soffice viso. Dopo un po’ richiamò la civetta a se e le disse: << Tieni d’occhio quel ragazzo, non voglio che vada tutto in frantumi >> e cosi facendo, la regina schioccò le dita e la civetta volò via dal palazzo per pedinare il fantasma d’inverno.
    Brina si alzò dal trono e guardò per un momento una lanterna che aveva tenuto in mano da quando si era mostrata a Jack. Teneva sempre quella lanterna con se.
    Poco dopo, fece un sospiro, diede uno sguardo all’albero spoglio posto vicino alla finestra e si diresse verso il piano di sopra scomparendo nel buio salendo le scale.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 5
     
     
    Passò una settimana e Jack era ancora confuso: continuava ad essere strano, diverso.
    Le parole della regina erano state inutili dal momento che esse non avevano in nessun modo placato il caos nella testa del ragazzo.
    Così lo spettro invernale si decise a scendere sulla Terra dopo essere stato una settimana fermo, immobile a riflettere ed era giunto a una conclusione; era rimasto chiuso in quel mondo privo di emozioni per troppo tempo, adesso era arrivato il momento di infrangere regole perché ciò che stava accadendo a Jack poteva stravolgere l’intero universo. Quindi Jack decise di tornare sul mondo degli umani ma non per portare su di esso l’inverno, no, voleva qualcosa di più di una risposta razionale…voleva avere una risposta come gli umani ossia dal profondo dell’anima e per poterla avere doveva cercare quella ragazza che aveva scatenato in lui un processo ad egli ancora sconosciuto.
    “Tremendo mondo tremante, che non temi la terribile tempesta, tramanda questo mio messaggio tartassato dalle lacrime taglienti che mi rigano le guance, alla temibile padrona dal cuore gelato e dille che il mio ego è profondamente tormentato”.
    Il ragazzo volle lasciare la sua casa per un intero inverno e restare sulla Terra a cercare quell’umana dall’anima così pura; l’avrebbe cercata anche per un anno intero purché la trovasse.
    Jack passò attraverso un viale alberato con due file di abeti imbiancati le quali si andavano ad incrociare ad arco così da formare un lungo e gelido tunnel. Fra i piccoli spazi concessi tra un abete e l’altro si poteva intravedere il magico mondo dove risiedeva il potente inverno: immense distese di ghiaccio sottile e trasparente attraverso il quale si vedeva un vuoto assoluto, forse perché una creatura fredda e malinconica come uno spettro invernale è vuoto dentro di se; poi vi erano possenti montagne innevate sulle quali vi era il castello della regina e si narra che in quel luogo, sulla cima più alta della montagna risieda uno spaventoso drago di ghiaccio. Camminando sempre più, Jack continuava a guardare quel suo mondo così triste; era quasi giunto alla fine di quell’interminabile tunnel e alzando lo sguardo verso l’alto si poteva vedere l’intenso manto argenteo del cielo che ricopriva tutto il perimetro di quel mondo come se fosse una gabbia malinconica che si disperava attraverso le tempeste. Il regno della regina d’inverno non era mai calmo; Tempeste di neve, temporali, aria congelata da un unico respiro. La regina era la dea, l’unica e sola dell’inverno. Quel mondo era sotto il suo controllo.
    Jack provava smarrimento. E’ pur vero che questo sia una forma di emozione ma forse era l’unica che la padrona dei cuori di ghiaccio aveva concesso al suo mondo: smarrimento; essere smarriti perché si e persi o meglio si ha perduto qualcosa…qualcuno.
    Continuando a camminare Jack pensava al suo mondo; quell’ambiente angoscioso privo di vitalità, un posto in cui la vita non respirava mai e la propria esistenza assumeva la forma di un vero e proprio purgatorio senza una meta, incatenando l’anima a una barriera di ghiaccio indistruttibile la quale si nasconde dietro il manto candido e dispersivo della neve.
    “ i fiocchi di neve, la bellezza del ghiaccio, il fascino dell’atmosfera invernale…ma a cosa serve tutto questo se poi non possiamo provare le sensazioni? Perche condannarci a un’esistenza così deprimente e solitaria?”.
    A volte avevo l’impressione che Jack non volesse più esistere nel mondo.
    Lo spettro d’inverno era ormai arrivato alla fine della suo cammino attraverso quel percorso situato al centro di Kinvernia. Prima di abbandonare il suo luogo, si fermò. Si girò e sospirò leggermente. Dopodiché pensò al viso angelico della sua umana e respirando profondamente salutò il suo mondo per immergersi in un vortice infernale nel quale vi era un anima che non meritava le atroci sofferenze di quello che nell’universo era chiamato male.
    Così Jack scese sulla Terra e iniziò a cercare quella ragazza. Cercò a lungo in molti posti ma dell’umana nessuna traccia. Era però soddisfatto del fatto che le violenze erano cessate e che le che le cattiverie erano momentaneamente sospese a causa delle condizioni di gelo. Jack provava un così piacevole sollievo quando portava l’inverno nell’inferno. Era come se il paradiso arrivasse a contrastare l’oscurità; ma purtroppo la Terra era una schiava del male, per cui la pace, se così la si poteva chiamare, durò per poco tempo. Quando l’inverno sarebbe andato via, quel mondo sottomesso alle grinfie malvagie della più totale cattiveria, sarebbe sceso ancora più in basso nel vortice infernale che lo circondava.
    Jack la cercò ovunque:  tra le numerose strade di varie città; tra i posti più affollati e al tempo stesso la cercò anche fra i luoghi meno frequentati dalle persone. La cercò in ogni casa ma di essa non vi era alcuna traccia.
    Avendo perduto le speranze, il ragazzo solitario decise di sedersi nella neve nel luogo più solitario possibile: una collinetta innevata nascosta dalla quale la sera si poteva osservare l’aurora boreale. E fu proprio lì che la vide.
    “ Fra tanti luoghi in questo mondo bruciante sbuca dal nulla questa piccola curva di ghiaccio. Ed eccola li, distesa sul bianco con lo sguardo verso l’alto; una perfezione divina incarnata in un corpo umano. Quanto è bella. A guardarla dopo un po’ persino i miei occhi si vengono accecati dall’immensa luce che ella emana. Una creatura così bella ma sola.
    Devo assolutamente scoprire il suo nome. Lei ha qualcosa di diverso, ma non riesco a capire cosa.”
    Alice se ne stava li distesa fra la neve non sapendo di essere osservata. Guardava su verso il cielo aspettando forse qualcosa; o forse stava semplicemente osservando il cielo, un posto magico e sereno, così lontano da lei che era imprigionata nel più totale inferno.  
    Jack divenne invisibile; si confuse tra la neve e si avvicinò alla ragazza. Ancora una volta udì strani suoni.
    “ Ma cosa sono queste tremende urla che rimbombano nella mia mente? Chi sei anima in pericolo, dimmi che cosa hai? Queste urla assordanti mi riempiono la testa.
    I miei occhi non smettono di guardarla mentre la mia mente avverte una richiesta d’aiuto ma non so chi sia quest’anima così frustata. Forse è lei. Si senz’altro, è lei”.
    Lo spettro d’inverno si avvicinò ancor di più all’umana e tentò di sussurrarle qualcosa all’orecchio, ma Jack non riuscì a parlare. Anche se un soffio di vento si insinuò nell’orecchio di Alice. Ella allora si accorse di qualcosa. Jack tentò di abbracciarla ma il corpo dell’umana gli passò attraverso. La ragazza invece sentì il suo corpo attraversato da un gelido brivido. Alice si accorse di non essere sola.
    Jack sconfortato cercò ancora un altro modo per mostrarsi all’umana; si mise dinanzi alla ragazza e le disegnò attorno la figura di un angelo.
    Così facendo Alice si accorse della presenza di Jack.
    << Chi è là? C’è qualcuno? >>
    “Cavolo! Anche la sua voce è così maledettamente perfetta. Troverò il modo di parlarle.”
    Jack si rivelò e apparve nuovamente dinanzi agli occhi della ragazza umana. Ma anche questa volta la sua bocca non riuscì a emettere un suono.
    La ragazza sembrò in un primo momento spaventarsi, poco dopo però calmò il suo respiro affannato per l’ansia e chiese nuovamente a quell’essere chi egli fosse. Jack, non riuscendo a parlare, provò a farsi capire disegnando strane figure sulla neve.
    Disegnò o meglio ci provò. Nel suo pasticcio ne venne però fuori una scritta “Sono Jack”.
    << Jack?>> disse incredula Alice << Jack Frost? Non sei umano vero? >>.
    Jack era di sasso; la splendida ragazza gli stava lì davanti e gli parlava e lui non riusciva a batter ciglio. Riuscì a poco a poco a scuotere la testa.
    << Io mi chiamo Alice >>.
    Jack si immobilizzò. Non gli era mai capitato di diventare letteralmente una statua di ghiaccio.
    Nel frattempo l’anima della ragazza era entrata in un caos ancor più tempestoso di quello scatenato dal male sulla Terra e contemporaneamente a ciò, l’animo ghiacciato iniziava a creare leggere scintille.
    Alice si sentì tremare il cuore quando si pietrificò nello sguardo di Jack. Nello stesso istante si innescò qualcosa in quei due. Forse l’amore aveva fatto la sua mossa; forse le due anime si stavano iniziando a legare in un inespugnabile intreccio.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 6
     
     
    La sfida più epica di sempre proseguiva, ma adesso vorrei soffermarmi su un particolare molto importante: la regina delle nevi. Essa è un elemento molto importante della storia che vi sto raccontando. La regina di ghiaccio è forse l’essere più affascinante che io abbia mai conosciuto. Io conosco tutti, scavo nella loro mente e mi impossesso dei loro segreti più nascosti e la regina era fatta interamente di segreti, bugie e rancore. D’altronde se non sopportava le emozioni un motivo ci doveva pur essere.
    Brina, in un tempo molto passato risalente a prima della conquista del male sulla Terra, era una dea appartenente a una delle dieci costellazioni divine ed allora si chiamava Clara.
    Ella era tutto l’opposto di quella che poi divenne in seguito a causa della terribile tragedia che le capitò.
    La dea viveva in una dimensione alternativa in cui vi regnava soprattutto l’amore. Ella era figlia di un re chiamato Sole e di una regina che si faceva chiamare Luna. La principessa alloggiava in un castello possente ed infinitamente grande nel quale all’interno vi abitavano tutti coloro che appartenevano alla corte reale mentre al di fuori di questo castello vi era un immensa prateria nella quale risiedeva il resto del popolo. Il mondo in cui viveva Clara non era fatto di umani o esseri particolari; quel mondo era abitato da divinità che esprimevano l’essere sotto una forma monarchica.
    Il re e la regina erano gli dei più potenti e insieme con il loro amore facevano esistere quel regno divino. La loro figlia, Clara, era invece una dea e viveva sotto la forma di una principessa perché non aveva trovato ancora il suo scopo: era una dea che ancora doveva scoprire la sua specialità, la sua più grande virtù.
    La principessa Clara però, nascondeva un certo fascino nel profondo della sua anima; ella era immersa in un eterno conflitto interno tra la sua parte buona e il suo lato oscuro.
    Dovete sapere che Clara celava un profondo segreto; ella si nascondeva dietro la personalità che mostrava agli altri.
    A quel tempo ogni divinità aveva una propria funzione mente Clara ancora doveva trovare la sua vocazione. Il re e la regina erano i più grandi messaggeri dell’amore e dimostravano l’esistenza di esso unendosi in bacio una volta all’anno producendo un effetto che oggi viene chiamata eclissi. Ma uno sfortunato giorno questo sentimento padrone che tutto governava finì a causa di una terribile tragedia.
    Clara poteva essere la più felice dell’universo; poteva avere tutto ma nel suo cuore sapeva che le mancava qualcosa:qualcosa che non poteva chiedere ma doveva esser donato spontaneamente. In un regno dove un’entità invincibile governava, la giovane dea non né possedeva nemmeno un frammento.
    Un giorno si presentò al palazzo un giovane di nome Lian; era un ragazzo alto, con un’armatura cavalleresca tinta interamente di nero. Egli incrociò subito lo sguardo della principessa e da quel momento decise che volle farla sua.
    << Chi siete voi bella fanciulla? >> chiese il giovane.
    << Ma straniero, io sono la principessa >> rispose Clara.
    Essa scese le scale poste nella facciata destra dell’atrio. Lian la guardava senza staccarle gli occhi di dosso.
    La principessa si avvicinò al ragazzo.
    << Cosa vi porta qui al castello straniero vestito di nero? >>
    << Sono qui per prestare servizio al re, ma in attesa di esso posso restare qui; in fondo sono in ottima compagnia >> disse Lian sorridendo.
    Clara era profondamente attratta da quel nobile ragazzo; passarono tutto il pomeriggio a passeggiare nel giardino ed ella ne rimase affascinata dalla vastità di cose che quel giovane conosceva ed era incantata dal modo in cui parlava, la sua voce… provava qualcosa per lui.
    Nel tardo pomeriggio, arrivato il re, Lian salutò cortesemente la principessa per andare a parlare con il re nella stanza di quest’ultimo.
    << Cosa stavi facendo? Ti avevo avvertito di stare alla larga da mia figlia >> disse il re furibondo
    <<Sua maestà >> disse Lian ridendo quasi a prenderlo in giro. << Ho solo parlato un po con la piccola principessa indifesa che voi mio caro re sdolcinato non potrete proteggere a lungo >>
    <<Ma come osi parlare di lei in questo modo. Stalle alla larga! Se non lo farai dovrai vedertela con me in persona e al diavolo la pace >>
    << Con tutto il rispetto caro Sole ardente, dal diavolo ci siete già e se fossi in voi ci andrei piano con le parole, perché se l’accordo di pace salta il tuo regno cadrà >> .
    Il giovane poi fece un occhiolino al re e uscì dalla stanza col sorriso sulle labbra dirigendosi verso la sala da ballo, dove attendeva pensierosa Clara.
    Lian chiese alla principessa di ballare ed ella accettò. Dalla sala da ballo proveniva una melodia classica, il valzer e la pista era tutta per loro.
    << Oh come siete attraente principe Lian, scommetto che tutte le donne vi vorrebbero>>
    << Può darsi ma sono io a non aver trovato ancora quella giusta>>.
    Nei giorni a seguire Lian e Clara continuarono a vedersi facendo varie cose, come andare a cavallo o prendere un tè; ma quando il sovrano venne a sapere di questa frequentazione non fu molto contento:
    << Ti avevo detto di starle alla larga! Cos’è sei sordo per caso piccolo ed insignificante demonio principesco? Lei è la cosa più preziosa che posseggo e non permetterò mai a nessuno di portarmela via >> così facendo il re impugnò la sua spada e la puntò contro Lian facendolo indietreggiare sino a spingersi nell’angolino della stalla.
    << Attento stupido re stai per commettere un grave errore. Io mi prendo ciò che voglio e tu non potrai impedirmelo; sei troppo preso dalla morale e dal tuo animo buono. Non vincerai mai e se dai inizio alla guerra con quella spada sarà anche l’inizio della tua rovina >> rispose in modo tranquillo il principe deviando con un colpo di mano la spada dalla sua direzione.
    << Non mi provocare posso trovare tanti buoni motivi per sguainare la mia spada >> cos’ mentre il re provò a colpirlo, il principe svanì.
    Il re allora iniziò a sudare di paura. Era terrorizzato.
    Lian intanto comparve dinanzi alla stanza della principessa. Busso e subito dopo ella aprì.
    << Salve principessa posso accomodarmi? >>
    << Ma certo vieni Lian >>.
    Il principe già nei precedenti giorni aveva fatto alludere Clara di amarla e lei ci era cascata iniziando a capire qual’era la sua vera vocazione: l’amore. La piccola dea era quindi vulnerabile.
    Lian iniziò ad accarezzarle il viso e subito dopo iniziò a baciarla. La principessa si lasciò andare dando libero accesso al principe demoniaco. Egli iniziò a toccarle i seni con forza  e le morse il labbro.
    << Ma… cosa stai facendo? Fermati lasciami stare! >> urlò clara ma Lian ormai stava svelando la sua vera natura. La sbatté con forza sul letto e baciandole il collo le mise una mano fra le gambe. A quel punto Clara continuò a gridare e riuscì a colpire Lian  con un calcio nelle parti basse.
    << Tu ignobile senza cuore. Lurido diavolo tentatore che vuole solo trasgressione>>
    Intanto il re con le sue guardie irruppe nella camera e arrestò Lian.
    << Papà ma chi è quest’uomo malvagio? Cosa voleva da me, perché me? >>
    << Ma come, non glielo hai detto? >> disse Lian ridendo e tossendo subito dopo che il re gli aveva sferrato un destro nello stomaco.
    Clara iniziò a chiedere spiegazioni così il re Sole le spiegò tutto:
    << Devi sapere, bambina mia, che in questo regno non vi è solo l’amore bensì vi è anche il male il quale si nasconde sotto varie forme per colpirci. Il male ha ingannato anche me, facendomi credere che vi poteva essere la pace e l’amore assoluto senza ombre di oscurità e che esse potessero andare via di qui. Ma io maledetto ingenuo ho creduto all’amore e mi sono fatto fregare. Perdonami figlia, perdonami >>.
    Clara si ritrovò senza parole. Aveva solo tante e tante di quelle lacrime da versare e d’un tratto si sentì gelare dentro; d’improvviso il cielo si oscurò e l’aria divenne gelida.
    La principessa iniziò ad affannarsi e a tremare per il freddo. A poco a poco le sue lacrime divennero gelide tanto da congelarsi. Ad un tratto ella si sollevò in aria e una raffica di vento la avvolse in un vortice trasformando la dea dell’amore nella dea del freddo. Allo sparire del vortice Clara non era più la dolce principessa ma era una dea fredda col cuore ghiacciato.
    << Sono stata per tanto tempo ingannata alludendomi dell’esistenza del vero amore. Ma questo non potrà mai esistere finché un cuore subirà del male. D’ora in poi non vi sarà più alcuna emozione né male né bene, ma solo spine congelate che ti gelano il cuore fino a farlo smettere di battere. >>. Così, consumata dalla rabbia, la principessa congelò tutto ciò che la circondava trasformando chi ci viveva in statue di ghiaccio e facendo diventare quel luogo un posto dove avrebbe vissuto l’eterno e freddo inverno e congelando quel mondo invaso dal male, l’anima di Clara venne imprigionata in una lanterna con vetri appannati ed essa vi ci sarebbe rimasta finché non avrebbe conosciuto o visto l’amore vero. Così la dea si trasformò nella regina dell’inverno la quale diede vita a Kinvernia e si mascherò sotto un'altra veste e sotto un altro nome; da quel momento ella si chiamò Brina.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Capitolo 7
     
     
    Lo spettro le era davanti e Alice era in lotta con il caos che le invadeva l’anima. D’un tratto era come se quell’essere così freddo, a vista d’occhio insensibile, fosse l’unica cosa bella nella sua vita.
    Jack non riusciva a emettere suono. Improvvisamente fece qualcosa inconsapevolmente. Dentro di sé sentiva ardere la sua anima come mai prima; sentiva una fiamma che man mano aumentava sempre più sino al punto di voler esplodere
    “Oh ahimè, questo fuoco che brucia e aumenta sempre più dentro me; ma perché?
    Non so dare una spiegazione a questo mio comportamento, ma so che avviene e per mezzo di ciò mi tormento. Perché un essere triste come me, che di sentimenti né sa ben poco, sente questo incessante e scottante fuoco?
    E’ come se il calore di mille vulcani risiedesse in me e la lava, così bollente volesse ricoprirmi. Mi sento come se fossi in una fornace. Il ché è strano. Io non posso provare calore. Cosa mi sta succedendo? Cosa sto diventando? Sento il mio corpo andare a fuoco e sento la mi anima bruciare d’un fuoco così vivo mai visto. Percepisco il calore che mi scorre nelle vene; brucio e non so come ma sento che avviene”.
    Jack non voleva accettarlo o non voleva crederlo ma stava provando qualcosa. Esternamente il suo viso iniziò opacamente ad arrossire, mentre internamente stava bruciando come se fosse stato colpito in petto da una freccia infuocata.
    Poi ad un certo punto accadde: la fiamma che ardeva in Jack non esisteva ancora, ma bensì essa si stava generando. Nell’animo ghiacciato del giovane d’inverno vi fu uno scoppio che devastò ciò che Jack aveva dentro. Sentì qualcosa di piacevole.
    Iniziò così ad arrossire fortemente in volto e scatenò un evento naturale. Alice, che era interessata al mutamento di Jack il quale stava arrossendo nonostante egli vivesse con una temperatura glaciale, volgeva adesso lo sguardo verso l’alto: un’incredibile ponte prodotto da un fascio di luce azzurra che andava a tuffarsi nell’oscuro cielo.
    Da quell’agitazione Jack produsse un fenomeno naturale magico ed unico. L’umana osservava quella magia che solo il gelido inverno sa’ donare ed ella sembrava a dir poco incantata da quello spettacolo celestiale. Lunghi fasci azzurri che si andavano ad incurvare nella superficie del cielo sino a produrre un ponte incantato che congiungeva quell’inferno con il totale inverno, l’unica cosa che momentaneamente regalava all’umanità, ormai irrecuperabile, una via di salvezza. Intanto il resto del cielo si ricoprì di centinaia di stelle generando vera magia.
    << Hai fatto tu tutto questo? >>
    Jack, senza sapere né come né da dove gli era uscita quella voce, parlò:
     
    << Si. Non so come io abbia potuto creare una simile cosa; forse è stato grazie a te che sei la creatura più bella che io abbia mai visto e questo evento si addice alla tua bellezza, anzi addirittura il tuo splendore supera questa magia. Tutto questo che vedi, l’hai creato tu Alice. Tutta quest’aria piena di magia, tutto questo è per te >>
    Jack si sentiva in un modo strano come non si era mai sentito. Tutto ciò che egli teneva chiuso nella sua mente adesso era uscito allo scoperto sottoforma di semplici parole e di incredibili fenomeni.
    << Tu sei qualcosa che si può solo sognare Jack. Hai qualcosa dentro te che ti rende così speciale>>
    << Ahimè mi spiace ma non ho niente qui dentro >> disse Jack toccandosi il petto. Poi riprese: << Ho solo il gelo che riempie il vuoto che occupa il nulla che io veramente sono. E’ il ghiaccio che porto dentro che mi fa essere eterno, immortale>>
    << Io invece vorrei morire. Non riesco più a sopportare questo inferno, con le sue atroci guerre incessanti che portano caos e scompiglio nella mia vita >>
    << Oh no piccolo diamante immerso nell’abisso infernale non desiderare di sparire dal gioco della vita… se solo potessi farti divenire immortale; ma cosi facendo poi diverresti come la mia specie, fredda, neutra, diventeresti un’anima turbata e passeresti dalla gabbia dell’inferno in cui ti trovi, ad un’infinita strada senza meta che è questo atroce purgatorio che è la mia esistenza >>.
    Quei due esseri all’apparenza totalmente diversi, erano invece due anime completamente identiche; l’unica differenza era la gabbia della loro esistenza. Mentre Alice era imprigionata in quel vortice infernale che era il mondo degli umani, Jack era bloccato in una dimensione esistenziale infinitamente monotona, angosciosa, priva di significato.