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  • Storie

    Promuovi qui le tue storie.

    Una sirena suona inclemente la sveglia. Apro gli occhi nella camerata illuminata dalle odiose luci ar­tificiali. Avrò dormito sì e no un paio d’ore e mi sento come se fossi ruzzolato dalle scale. Tuttavia sono morbosamente curioso, ansioso di scoprire in quale situazione mi sono cacciato.
    I lavoratori si destano solerti e io seguo a fatica il loro ritmo. In mensa si serve pane rinsecchito e uno strano tè nero dal vago sentore di tartufo. Che lusso! Sono entusiasta di mangiare finalmente qualcosa di diverso. Mi ingozzo avidamente, poi me ne pento perché mi sento gonfio come un pal­lone, abituato com’ero alla soia in latta. Viscida soia in latta. Mentre inzuppo il pane nel brodo mi accorgo che i miei compagni mi guardano di sot­tecchi e confabulano. A quanto pare non vado loro a genio, nonostante sia lampante che siamo sulla stessa barca.
    Soltanto un tipo alto, magro e pelato mi degna della sua compagnia. Mi stringe la mano sorridendo e dice di chiamarsi Feng. Mi presento, il mio nome lo fa ridere. Mima di seguirlo, si offre di farmi da guida. Lo ringrazio di cuore, finalmente una perso­na amica. Vorrei chiedere in cosa consiste il lavoro ma scopro di essere un mimo patetico. Non ci si capisce. Dopo vari tentativi mi rendo conto che il mio nuovo amico non fa che ridere, e a lui si è aggiunto un gruppetto di curiosi. Sto soltanto dando spettaco­lo, rinuncio. A ogni modo, tra non molto constaterò con i miei occhi cosa mi toccherà.
    Seguo Feng a passo svelto lungo un corridoio, poi ci ammassiamo tutti nell’ampio montacarichi custodito da guardie armate. Nonostante i lavora­tori siano ordinati e diligenti, ho notato che siamo costantemente sorvegliati a vista.
    Scendiamo in profondità a gran velocità, una lunga discesa nelle viscere della terra. La tempe­ratura si alza e comincio a sudare. Il montacarichi si arresta bruscamente, le porte si spalancano e usciamo.
    Pareti di roccia, una larga galleria illuminata da lampadine collegate da cavi scoperti. Sul pavimen­to corrono le rotaie.
    È una miniera. Siamo minatori.
    Le guardie urlano e impartiscono ordini che non comprendo; ma per fortuna ho Feng ad assistermi. Ci mettono in fila, ci spostano su un lato: da questa parte, da quell’altra. Vengono distribuiti gli attrezzi da lavoro: a ciascuno spettano una pala arrugginita e una specie di serbatoio di latta, oblungo, con una ruota all’estremità, da trasportare a mo’ di carrio­la. Trasciniamo il nostro equipaggiamento lungo i tunnel sotterranei, scortati dai militari. Io rimango appiccicato a Feng e ci troviamo assieme ad altri due uomini in una galleria torrida, illuminata da due file di lanterne. Mi accorgo che tutte le pareti sono perfettamente lisce, non frastagliate e irregolari come ci si aspetterebbe da un cunicolo sotterraneo. L’odore di benzina quaggiù è insopportabile e pre­sto ne individuo la provenienza.
    Sparpagliati qua e là come merde di vacca in un pascolo, ci sono dei cumuli di melma scura, di una sfumatura verdastra. È quella poltiglia nauseabonda a puzzare a quel modo, ed è anche l’oggetto del mio lavoro. Feng mi mostra cosa devo fare. Bisogna rac­coglierla con la pala e infilarla nell’apertura della marmitta. Tutto qui.
    Il mio amico mi parla ancora nella lingua dei ge­sti. Non ci giurerei, ma credo mi stia consigliando di scappare se dovessi vedere dei serpenti. Grossi serpenti.
    Grossi serpenti in una grotta a centinaia di metri sottoterra? Puoi giurarci che corro a gambe levate!
    C’è da dire che i cinesi hanno una gestualità piuttosto rigida, non quella teatrale di molti italiani, per cui non sono certo di aver afferrato il concetto. Inoltre il sorriso perennemente stampato sul viso di Feng non fa certo presagire un vero e proprio peri­colo, piuttosto uno scherzo. Sorrido e gli mostro il pollice alzato in segno di intesa.
    «Che cazzo ridi, imbecille...» dico, tanto non ca­pisce.
    Lavoriamo per ore senza tregua, spalando quel­la melma scura. Quando la marmitta è colma la carichiamo nei carri alla galleria principale e ne prendiamo un’altra vuota. Non vedo l’ombra di serpenti né il benché minimo segno di fauna sotter­ranea. Caldo e afa sono opprimenti. La nera tenebra in fondo al tunnel è inquietante. Feng nel frattem­po ride sempre e sfrega le dita a mimare il denaro. Lui mantiene alto il morale pensando alla paga. Io temo che un minatore cinese abbia un’idea di ‘sala­rio generoso’ molto, molto distante dalla mia. Non è affatto un pensiero incoraggiante.
    Di tanto in tanto la galleria rimbomba di impre­cisati echi lontani e di qualche grido delle guardie. I militari si vedono di rado, generalmente se ne stanno nel tunnel principale, dove una rotaia porta i carri con le marmitte al montacarichi. Sebbene non ci prendano a frustate, né interferiscano più di tanto con il lavoro, ho la netta sensazione di essere uno schiavo. So che il governo cinese non è celebre per tutelare particolarmente i diritti dei lavoratori, ma tutto ciò mi sembra davvero eccessivo.
    Mi invento qualcosa per chiedere a Feng in­formazioni riguardo i soldati: gli faccio il saluto militare, ma lui ride e fa lo scemo scambiandolo per uno scherzo. Anche gli altri due sghignazzano, an­cora di più quando li mando a fanculo. Quantomeno comincio a risultare simpatico.
    Il suono di una sirena echeggia nel reticolo di gallerie a sancire la fine del turno e pala in spalla rientriamo con le marmitte. Sono sfinito, mi dolgo­no spalle, schiena e gambe, ho vesciche sanguinanti sulle mani e sui piedi. Il sudore persistente mi ha irritato la pelle e tutto il corpo prude. Feng sorride, ma a questo punto credo sia una paresi facciale, per­ché non c’è proprio niente da ridere.
    Nel container comincio a battere i denti e la cosa mi preoccupa. All’inizio del viaggio si moriva di caldo, un caldo umido, che mi ha provocato vesciche e irritazioni sulla pelle. Era una vera e propria sauna ed è stato un sollievo quando ho sentito i primi spifferi di aria fresca insinuarsi tra le fessure del portellone. Ma ora la situazione si è ribaltata: fuori è un freddo cane, e le pareti di ferro di questo affare lo lasciano entrare senza opporre la minima resistenza. Rimpiango il caldo. Anche se ho sudato l’anima e mi sono seccato come un canovaccio al sole, dopotutto ho avuto la fortuna di avere a disposizione ettolitri d’acqua per reidratarmi. Il freddo invece mi spaventa: non ho nulla con cui coprirmi, eccetto la mia t-shirt macchiata di caffè. Già, questa maledetta t-shirt! È a causa sua se sono rinchiuso in un container a contendermi soia in latta con i topi.
    Nel nord più profondo, a pochi chilometri da dove i confini delimitano la fine dell’Italia, c'è un paese di nome Gentrano, un minuscolo villaggio con poche centinaia di abitanti attraversato da un’unica strada, dove il passatempo preferito è passare il pomeriggio nel circolo del paese. Alcuni documenti conservati nell’ufficio municipale attestano che in origine il nome di tale luogo era un altro, ma poi verso gli anni venti del secolo scorso la fame patita durante la guerra e il lavoro che scarseggiava spinsero gli abitanti a muoversi verso sud in cerca di migliori condizioni; fu solo durante il secondo dopo guerra che, ormai ridotto ad un cumulo di catapecchie abbandonate, questo paese venne riscoperto e diventò meta del desiderio di facoltosi signori che vedevano in esso un’enorme possibilità di guadagno: in poco tempo fu possibile notare fin da lontano i bracci delle ruspe e delle gru che si indaffaravano a ricostruire un luogo dimenticato da tutti e già solo dopo poche settimane i cumuli di macerie furono sostituiti da villette a schiera con giardino e box compreso. I ricchi più in vista non persero l’occasione di trasferirsi in questo nuovo monumento dello sfarzo, seguiti presto da altre persone meno note ma non meno facoltose, invitate dall’idea di allontanarsi dal volgar popolo. In breve tempo i nuovi abitanti di questo paese che prima non c’era costituirono tutti gli enti necessari, crearono alcuni partiti che seguivano più o meno l’andamento di quelli nazionali e indirono le elezioni che portarono ad un sindaco, il primo primo cittadino che come prima ordinanza emise la nuova nomenclatura di quel luogo: Gentrano.
     
    Né la cronaca locale, né tanto meno quella nazionale, riportano di fatti particolari accaduti in questo paesello e non si hanno notizie di nascite o morti celebri avvenute proprio lì; forse l’evento che maggiormente ha scosso i placidi e sonnacchiosi abitanti è stato quando uno dei pochi ragazzi che non erano fuggiti via appena maggiorenni ha inavvertitamente dato fuoco al cestino della spazzatura in piazza dopo averci buttato dentro una cicca di sigaretta mal spenta. Tuttavia in tempi più recenti accadde qualcosa che scosse l’intera comunità, un fatto che sicuramente passerà alla storia come la vicenda del “Brutto di Gentrano”: in un tranquillo giorno di primavera un vecchio, la persona più anziana del paese e quindi la più conosciuta, stava camminando con il giornale tra le mani intrecciate dietro la schiena guardandosi intorno come era solito fare. Arrivato nella piazza salutò col capo i frequentatori del circolo che stavano seduti a godersi un sole raro e fece qualche battuta facendo notare il suo bel cappello bianco nuovo che gli dava un’aria da intellettuale. Dopo aver disquisito per un po’ il vecchio si allontanò e girò attorno alla fontana per svoltare nella via che portava a casa sua, fece qualche passo, poi qualcosa di strano catturò la sua attenzione: proprio davanti a lui, a pochi metri di distanza un ragazzo camminava verso la sua direzione, apparentemente senza notarlo nemmeno. Il vecchio lo squadrò da capo a piedi e continuò a fissarlo fino a quando questo sconosciuto non passò oltre i portici che dalla piazza portavano verso la stazione; era certo di non averlo mai visto prima e di per se questo non era un problema, Gentrano era piena di quei Gabibbi che arrivavano la mattina con la scusa del lavoro e se ne andavano solo a pomeriggio quasi terminato, ma la cosa che preoccupò molto l’anziano fu che questo ragazzo era terribilmente brutto: faccia scura, occhi piccoli e sopracciglia enormi, un naso aguzzo e storto, il labbro alzato da un dente fuori posto che gli disegnava sul volto una smorfia spaventosa e come se non bastasse a completare l’opera c’era un enorme porro peloso proprio accanto al naso, sul lato destro. Era inammissibile che un essere di cotanta bruttezza potesse anche solo passare per le strade di un paese come Gentrano. Il vecchio cercò di dimenticare subito quell’orrenda visione e tornò a casa certo che l’immondo non si sarebbe più fatto vivo. Eppure, anche dopo parecchie ore da quell’incontro, non si sentiva tranquillo.
     
    Il giorno dopo si alzò di buon ora, si lavò e si vestì di tutto punto, quasi come se dovesse andare ad una festa, salutò la moglie che ancora dormiva e scese al circolo per fare colazione. In realtà quello che stava cercando non era tanto la compagnia di qualche paesano, ma lo stesso ragazzo del giorno prima, o meglio, sperava che, restando a sorvegliare il principale punto di passaggio del paese per tutto il giorno, potesse arrivare alla conclusione che quell’essere non aveva niente a che fare con il posto che lui stesso aveva contribuito con soddisfazione a ripopolare. Ma fu deluso perché dopo qualche ora, proprio tra un commento sui risultati della Juventus e una discussione che verteva sullo scandalo del ministro sorpreso a mangiare delle mutande commestibili indossate da una quasi certa prostituta, il ragazzo spuntò col suo passo un po’ claudicante ma veloce e si manifestò ai suoi occhi in tutta la sua porrezza
     
    - Moh, se l’è brutt- disse cercando consenso tra gli altri
    -E ti ghe raxón- disse qualcuno
    -Ostreghetta, l’è brutto assai-
    -Minchiassorreta-
     
    Tutti i presenti concordavano col vecchio saggio, quel ragazzo era davvero brutto: bisognava fare qualcosa per evitare che la sua bruttezza contagiasse i poveri abitanti di Gentrano, ma cosa? Fu proprio il vecchio a prendere iniziativa e scortato da un paio di pensionati preoccupati per il futuro delle loro nipotine si recò alla centrale dei carabinieri. Quando lo videro gli agenti si misero subito sull’attenti e lo salutarono
     
    -Buonasera signore-
    -Comodi, comodi. Piuttosto, fatemi sedere-
    -Certo, prego- e una sedia comparve sotto le natiche dell’anziano
    -Come possiamo aiutarla?- chiese un altro agente
    -Signori, credo che qui ci siano tutti i presupposti per un vostro pronto intervento-
    -Ci dica-
    -Non so se anche voialtri ve ne siate accorti, ma da qualche giorno la quiete di Gentrano è messa a repentaglio da un facinoroso proveniente da chissà dove-
    -Non abbiamo ricevuto nessuna segnalazione-
    -Bene, allora ve lo segnalo io-
    -E chi sarebbe questo facinoroso?-
    -È proprio questo il punto: non lo sappiamo-
    -Ma avrà ben fatto qualcosa per meritarsi l’appellativo di facinoroso-
    -Certo. Vede agente, è convinzione non solo mia che quel ragazzo sia particolarmente brutto, ma non brutto come ce ne sono tanti in giro, questo è di una bruttezza mai vista, che non si confà con l’immagine che noialtri cittadini gentranesi abbiamo sempre cercato di mantenere-
    -Capisco. Ma in questo noi come possiamo intervenire?-
    -Beh, ve lo devo dire io? Arrestatelo, espelletelo, fate quel che vi pare, ma mandatelo via da qui prima che la sua bruttezza ci infetti tutti -
    -Ma signore, lei capirà che noi non possiamo di certo arrestare un uomo solo perché è brutto-
    -E perché no? Dove sta scritto?-
    -Proprio perché non sta scritto da nessuna parte. Comprendiamo la sua più che giusta preoccupazione, ma non esiste nessuna legge che vieti alle persone brutte di girare per strada-
    -Beh, allora scrivetela voi, no? Non siete tutori della legge?-
    -Si, ma non è così facile: noi siamo solo semplici agenti, per emettere una legge ci vuole un giudice, la cassazione, l’ordine dei magistrati, il ministero…-
    -Si, si, ho capito. Come al solito non potete farci niente-
    -No, è che…-
    -Ma piantatela-
     
    Il vecchio si alzò con un gesto di stizza e si incamminò fuori dalla centrale seguito dai commenti dei suoi accompagnatori che continuavano a ribadire “È un’ingiustizia”, “È uno scandalo”. Scese in piazza visibilmente adirato continuando ad urlare come un forsennato; urlava così forte che tutti si affacciarono dalle finestre per vedere cosa stava succedendo al loro povero, stimatissimo, vecchio
     
    -Gente- disse il vecchio appena ebbe raggiunto la piazza -oggi è successo qualcosa che nei diversi anni di esistenza di questo paese non è mai accaduto e che spero non accada mai più . Come voi ben sapete la tranquillità della nostra bella Gentrano è messa in discussione da un essere la cui identità ci è ignota ma, soprattutto, il cui aspetto fisico è un’offesa all’immagine di casa nostra-
    Grida di assenso
    -La cosa grave è che i carabinieri, i cosiddetti tutori dell’ordine, se ne fregano-
    Grida di negazione
    -Dicono che non esiste una legge. Puah-
    Risa di disprezzo
    -E io dico allora, cari concittadini, che è giunto il momento che noi abitanti facciamo qualcosa per la nostra bella Gentrano-
    Urla di attesa
    -Cittadini, in quanto membro più anziano di questa comunità, io vi dico: caccia all’immondo-
    Urla di assenso
    -Ora!!-
    Urla di follia pura.
     
    In un attimo la piazza di Gentrano fu invasa da decine e decine di persone indemoniate, desiderose solo del sangue di quel povero ragazzo che non arrivava nemmeno a vent’anni. Venne improvvisato un corteo per le strade del paese, mentre i carabinieri, preoccupati che la scena sfociasse in tragedia, scesero in assetto anti sommossa anche se non sapevano che fare: fosse stato per loro si sarebbero uniti alla caccia al mostro, ma non potevano. Pochi minuti dopo arrivò anche il sindaco che riuscì a placare le grida.
     
    -Cosa sta succedendo qui?-
    -Signor sindaco, un giovane dall’aria veramente brutta si sta aggirando per queste vie che finora, grazie anche alla sua amministrazione, sono sempre state tranquille-
    -E dunque?-
    -Dunque bisogna intervenire, prima che anche noi, infettati da quell’essere, si diventi brutti-
    -E voi volete questo?-
    -Certo e siamo ben determinati ad averlo in qualunque modo. Ed essendo che i carabinieri non possono intervenire…-
    -Fermi, fermi, lasciatemi pensare. Dunque, effettivamente i carabinieri non possono farci nulla, mica si può arrestare un uomo solo perché è brutto-
    -E allora?-
    -Allora, allora...È anche vero che io sono il vostro sindaco e devo garantire, oltre alla vostra incolumità, anche il vostro benessere-
    -Esatto-
    -E allora provvedo: chiedo a tutti gli agenti qui presenti di intervenire e porre sotto arresto questo ragazzo dalla bruttezza infinita-
    -Ma con quale motivo?-
    -Un motivo lo si trova, chiedete al vostro superiore-
     
    Il corteo ripartì, più tranquillo e composto di prima che non si sa mai che qualcuno testimoni di aver visto una folla inferocita scagliarsi contro un ragazzo inerme, ma con tutti i cittadini di Gentrano presenti: dal vecchio al farmacista, dal sindaco al comandante dei carabinieri fino al panettiere. E non dovettero fare molta strada perché, svoltato l’angolo, proprio il sindaco andò a sbattere contro il giovane ignaro di essere l’oggetto di tanta attenzione.
     
    -Buonasera, lei è il giovane brutto, suppongo-
    -Oh, buonasera sindaco. Mi scusi, non ho avuto ancora il tempo di presentarmi a lei e ai miei concittadini-
    -Mi scusi, ha con lei il certificato di bruttezza? Il documento che attesta che lei può circolare per le nostre strade nonostante la sua immondità?-
    Il ragazzo fu frastornato, non si aspettava un’accoglienza del genere
    -Ma...ma certo signor sindaco. Me l’hanno data i suoi dipendenti appena sono arrivato, come vuole la legge-
    -Bene, può mostrarmelo ora?-
    -Beh...ora veramente non ce l’ho con me, dovrei passare un attimo a casa…-
    -Lei lo sa che Gentrano è un paese di alte tradizioni e che mai, dico mai, nella storia del nostro paese si è avuto un disguido come quello che lei ora ci sta creando?-
    -Mi dispiace, non volevo. Ma se volete seguirmi…-
    -Che fa, oppone resistenza?-
    -Chi, io? Ma no, io…-
    -Presto agenti, mettetelo in stato di fermo. L’uomo ha opposto resistenza e offeso un rappresentante dello stato-
    -Ma non ho detto nulla…-
     
    Il ragazzo non poteva credere a quello che gli stava succedendo: nel giro di pochi secondi venne circondato da alcuni agenti che lo bloccarono e gli misero le manette, poi lo caricarono di forza su una volante arrivata per l’occasione per portarlo in caserma, a pochi metri da li. Lui si dimenava, continuando ad urlare di non avere fatto niente.
     
    -Vedo che il soggetto continua a ribellarsi alle forze dell’ordine, dimostrando di essere un individuo altamente pericoloso per la società. Trattatelo in regime di TSO-
     
    Gli agenti trascinarono il ragazzo dentro la caserma, poi chiusero le porte per evitare che la folla entrasse dentro e cercasse di linciarlo.
    Non è dato sapere cosa abbiano realmente fatto a quel ragazzo, tutto quello che si sa e gli eventi di cronaca non smettono mai di ricordarcelo e che da quella caserma ne è uscito solo quarantotto ore dopo e da morto, il corpo pieno di ecchimosi, graffi e tracce di sangue. Incidente diranno, un carattere troppo difficile non gli ha permesso di restare calmo e in un tentativo di fuga è caduto dalle scale riportando ferite che gli sono state fatali. I fatti di cronaca ce lo ricordano sempre, appunto: qualcuno entra in una caserma vivo e sano e ne esce qualche giorno dopo stecchito senza che si sappia perché.
    Ma da quel giorno a Gentrano non si è mai più vista una persona brutta.
    Ovunque
    ti bacerà il sole
    ti accarezzerà il vento
     
    Mai morirà
    la parte di te
    che ho tenuto
    dentro
     
    Nel mio io
    nel mio profondo
    ovunque
     
    Non ti lascerò
    andare solo
    amico mio
     
    Ovunque
    un pezzo
    del mio cuore
    volerà con te
     
    Ovunque
    sarà ricordo
     
    Sarà gioia
    sarai sogno
     
    Sarà bellissimo
    lo stesso
     
    Ovunque
    sarai farfalla
    sarai fiore
    sarai luce
     
    Ovunque
    potrò rivederti
    sorridere
    in un arcobaleno
    in ogni suo colore
     
    Ovunque
    mi mancheranno
    i tuoi occhi
    la tua voce
     
    Sarà come
    non poter più
    avere il mare
     
    Ti bacerà il sole
    ti accarezzerà il vento
     
    Ovunque
    Giuseppe Wochicevick
     
     
     
    Una  fetta di luna spande il suo azzurro pallido nella stanza. Il vento sfiora le tende, che si muovono un po’.
    Dove sono? Che faccio?
    Mi gira la testa, anche stando sdraiato. Devo aver bevuto, e non poco. Ho la bocca impastata, sono sudato e mi tremano le mani. Cos’è successo, ieri sera? Adesso riconosco la lampada anni ’70, con le gocce d’olio colorato che navigano in un’acqua chiara e si mescolano al riscaldarsi dei liquidi.
    Sono a casa mia, in camera da letto.
    Ho qualcuna vicino. Oh no, la solita sorpresa del giorno dopo. Adesso non ho voglia di scoprire chi è, più tardi. Prima devo ricostruire. Dio che mal di testa.
    Guardo in aria, col tenue riflesso del neon del bar di Giorgio sul soffitto. Riconosco anche la crepa nell’angolo. Siamo andati a cena fuori, c’erano Thomas e Gianna e anche quello, come si chiama, Riccardo, con la sua nuova ragazza. Poi Bruno da solo perché è riuscito a farsi scaricare anche stavolta. E per la strada abbiamo anche raccolto quel matto di Giampiero che in compenso se ne andava a spasso con due sceme incollate, e non sapeva che farsene. Lui è bello, se lo può permettere. Tutti al Lounge di piazza Fiera, fanno dei cocktail fantastici.
    Io me ne stavo da solo e contavo di restarci. Con Chiara ho preso una scottatura come non mi capitava da tanto tempo, volevo solo bere e stordirmi. Giampiero ha anche tentato di affratellarmi con una delle sue svampite, ma gliel’ho rimandata al mittente. Non ero in palla, diciamo così.
    E poi? Siamo entrati al Lounge, e dopo?  Maledizione.
    Avrei bisogno di un whisky, quello mi snebbierebbe di sicuro, ma non mi sento la forza per alzarmi.  Chiunque sia la mia vicina di letto è girata contro il muro, ma quello che si intravede sotto il lenzuolo sembra un bel sedere. Bè, mi consolo, deve essermi andata bene. Se appena me lo ricordassi.
    Siamo rimasti lì un bel po’, poi è arrivata una ragazza, come si chiamava…Gloria, ecco sì, Gloria.  Una bellezza meridionale, ambrata con le labbra scure. Due occhi di brace. Si è avvicinata, mi si è seduta accanto scalzando una delle sceme di Giampiero.
    Mi sussurrava qualcosa e il calore del suo respiro nel mio orecchio, assieme alla frustrazione per Chiara che ancora mi rimbombava dentro, congiurava contro la mia solitudine depressiva. Dev’essere lei, qui sdraiata con me. Per forza. Però dopo il suo arrivo cala  la nebbia e non mi ricordo più niente. Detesto questa voragine in testa che ottunde il ricordo e il ragionamento, ma non posso farci niente.
    Si è alzato un vento feroce, e lampi guizzanti spaccano il cielo da lontano. Non riesco a muovermi, è come se avessi un masso sullo sterno che mi tiene giù. Anche spostare una mano è un processo lento. Sbatte un’imposta con violenza e allora la vedo: Gloria, la donna di ieri sera, crocifissa agli infissi della finestra. Le tende si muovono languide e a tratti velano a tratti scoprono i suoi occhi aperti e la bocca spalancata in un urlo che credo durerà per sempre. Indossa solo la camicia, strappata sul ventre e intrisa di sangue.
    Mi giro verso destra d’istinto. Adesso sì, voglio capire chi ho vicino. Lei sembra averlo capito e comincia a muoversi, piano. O forse sono io che vedo al rallentatore. Sento il calore del suo corpo. Si mette seduta; i capelli lunghi nascondono il viso, ma il braccio è rinsecchito e la mano che cerca la mia ha le vene in rilievo, le ossa che si spostano a ogni movimento, le dita contorte di artrite.
    Mi si è ingorgato in gola un urlo, cado dal letto e scendo frenetico le scale.
    La sbornia è passata, e qualcosa mi dice che non berrò più.
             
    Il dentista Tremarella per colpa di un cognome divertente non conquista mai un paziente
    per non morire di fame uno stratagemma deve trovare.
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Si procura una macchina fotografica. Che soddisfazione sarà offrire una foto per una otturazione.
    Va Tremarella a cercare un ippopotamo. Il pachiderma africano le zanne sbandiera.
    Va Tremarella a cercare un coccodrillo. Il rettile squamoso la coda gli schiocca.
    Va Tremarella a cercare una lepre. La timida lanosa venti palline di cacca gli mostra.  
    Va Tremarella a cercare un riccio. Il girovago notturno con gli aculei lo minaccia.                  
    Va Tremarella a cercare un facocero. Lo sgraziato suino gli da una imbeccata:
    -Se una foto di gruppo scatterai i nostri denti curare potrai-   
    Tremarella raduna tutti gli animali in spiaggia, li mette in posa ma, abituati a primeggiare,
    gli animali si accapigliano tra di loro.
    Il riccio punge la lepre, la lepre si scortica sulle squame del coccodrillo.
    Il coccodrillo trimbula nelle orecchie dell'ippopotamo. L'ippopotamo investe il tricheco che barcolla sul facocero.   
    Click click click....quanti bei dentoni che volano, sbattono e si scheggiano.
    Quanto lavoro per lui, ma la gioia finisce in fretta perché in macchina la pellicola non l’ha messa .                                                                                                                                               uella notte, Tremarella fa sonni agitati.
    Toc toc... Chi è? Sono del riccio i seimila aculei
    Toc toc... Chi è? Sono della lepre i ventotto denti
    Toc toc... Chi è? Sono del coccodrillo i sessanta denti
    Toc toc... Chi è? Sono dell'ippopotamo i trentotto denti
    Toc toc... Chi è? Sono del facocero le due lunghe zanne.
    Tremarella si eclissa nell'armadio, tira a se una anta, ma una enorme, minacciosa dentiera appare nella stanza.                                                                                                                        Zaz Zac i sessanta denti del coccodrillo puntano al suo naso come alle chiappe.
    Si risveglia in preda al panico -E adesso cosa faccio? -si domanda.
    Fa su i ferri del mestiere, esce in strada. In un bazar si procura rasoio e forbici,
    si fa i capelli a zig zag e la barba a pois. Poi, a gambe levate lontano se ne va
    verso un'altra altra nazione, dove praticare la sua amata professione.
     
                                                           2
     
     
    Tremarella approda in una città dalle luci senza fine dove barbe lunghe e folte si ammirano in fascinose vetrine.
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Forbici e rasoio li ha. Che soddisfazione sarà offrire una sbarbata per una otturazione.
    Prende in affitto un bugigattolo e lo trasforma in barberia.
    Appende una asta con un pomo e ci avvolge una spirale bianca e blu ma, nuovo del mestiere, non sa che …                                                        
    la barba del faraone d'Egitto è finta. I codardi di Sparta la portano da una sola parte.                                                                                                                                                              Gli imperatori colti di Roma la esibiscono con vanto. I beduini del deserto la radono appena sotto il mento.
    Quanti guai da rimediare se un mestiere non sai fare!                                                                                                                                                                                                                  Lo prendono di mira i falcetti dei faraoni, le lance dei codardi Spartani, le spade gladio degli imperatori, le sciabole ricurve dei beduini.                                           
    -E  adesso cosa faccio?-, si domanda.
    Fa su i ferri del mestiere, esce in strada. Entra di soppiatto in libreria, tra tomi                                                                                                          
    e volumetti, si camuffa in un giovane maestro.
    Poi, a gambe levate lontano se ne va, verso un'altra altra nazione, dove praticare la sua una amata professione.
     
                                                              3
     
     
    Tremarella approda in un villaggio con i monti che fan da cornice.
    Nel giardino di una scuola ci sono tanti fiori. 
    Facile più facile di quel che sembra con un po' di astuzia la soluzione si presenta.
    Libri e matite li ha. Che soddisfazione sarà offrire lezioni in cambio di otturazioni.
    Bussa al cancello, ma il luogo è silenzioso. Nessun disegno è appeso ai muri,                                                                                   
     solo ricordi colorati di sogni che riempiono tristi volti dai sorrisi molli. 
    Gli ospiti non sono bambini,  ma signori gentili con vecchie dentiere.
    -Ne vogliamo delle nuove,- reclamano.                                                                           
     -Prima ci sono io!-
    -No, c’ero prima io!-
    -Tocca a me, a me, fatevi da parte!-
    L’impazienza provoca una gran confusione.
    Le sedie si ribaltano, e le stampelle contro le finestre si scagliano.
    -E adesso cosa faccio?-, si domanda Tremarella.
    In tutta fretta fa su i ferri del mestiere.
    Esce in strada, ma i negozi sono chiusi.
    A  gambe levate lontano se ne va a cercare un'altra altra nazione, dove praticare la sua una amata professione.
                                                                                       
                                                                4
     
     
    Manca ormai poco a  Natale, il dentista Tremarella, dopo tanto camminare, si accovaccia sotto un albero. La neve spezza le fronde più deboli.
    Difficile più difficile di quel che sembra la soluzione si presenta. Per colpa di un cognome divertente si rassegna a non avere mai un paziente.
    Quale afflizione prova il suo cuore.
    Tutti quei bambini che non mangeranno più caramelle.
    Tutti quei ricci, ippopotami e lepri, coccodrilli e facoceri che masticare bene non potranno.
    Tutti quei faraoni, codardi, imperatori e beduini che senza il suo aiuto a un bel sorriso rinunceranno. 
    Poi…arriva una giovane rana con un buffo cappotto di lana.
    -Qualsiasi problema tu abbia guarda me e la tristezza ti passa.-
    In effetti, la rana nel cappotto di lana appare alquanto sgraziata
    -Che ti succede, amico?-, chiede Buffarana.
    Tremarella gli racconta dei suoi guai.
    -Bazzecole! Se il tuo problema è un cognome divertente basta che ci abbini un aggettivo convincente.-
    Buffarana conduce Tremarella alla corte del Regno Bianco dove da mesi aleggia uno fitto silenzio.
    Il Re del Regno bianco si è chiuso nella torre del maniero e per via di una guancia gonfia e sofferente,ha dato l’ordine di interrompere ogni attività.
    Nessuno deve muovere un dito fino a quando non sarà guarito.
    Buffarana e Tremarella bussano alla porta della stanza del Re.
    -Toc toc... Chi è?-
    -Sono del regno il portafortuna, maestà-, risponde Buffarana.
    -Vattene subito- tuona il Re.
    -Ho con me il dentista Superiore, maestà. Deve incontralo.-
    -Un cavadenti? Ma per carità!-
    -Non si tratta di un cavadenti maestà, ma di un curadenti, ed è :  S U P E R I O R E.
    Dopo dieci mandate la porta si spalanca e, finalmente, Tremarella viene invitato a fare quello che davvero bene dice di saper fare.
    Guarito dal mal di denti il Re è felice e la normalità nel Regno Bianco torna a regnare.
    Tutti, dalla corte del castello fino alla valle, dalle montagne alle città, dalle paludi alle savane, parlano del dentista SUPERIORE.
    Per incontrarlo si allineano in una lunghe file indiane.
    Così Tremarella, che, per colpa di un cognome divertente, non conquistava mai un paziente
    ora sa che facile più facile di quel che sembra, con un piccolo stratagemma, se fatto a fin di bene, la soluzione ad ogni problema sempre si presenta.
    Ma la fila diventa ogni giorno più lunga e a lui scoppia il mal testa.
    -Buffarana, se ti ricamo un camice, che ne dici di farmi da assistente?-
    Buffarana non ci pensa proprio, preferisce di gran lunga tenersi il suo cappotto e tutto il giorno fare niente.
                                                      
     
    FINE
    Patti Turetta
     
     
     
     
         
    Prima che il gallo canti
    avrai tradito i tuoi ideali
    avrai osato soggiogare
    i corpi invitti degli uomini
    vicini all’ultimo talamo.
    Volevi sognare, ma erri
    nel sostenere la causa
    sbagliata: il particolare,
    il necessario superfluo.
    Torna ad amare, sperare.
    Troverai solo allora
    i miti della collina,
    i sogni del futuro.
    Misurata la tua anima sarà
    nel cercare gli uliveti, le viti.
    E gli altri saranno
    i tuoi prossimi.
    Il verso del gallo ritorna
    per rinnovare ogni giorno i passi:
    gli attimi di continuo albeggiare.
    Inizia a scrivere la tua storia...
     
     
    Il topino color antrace
     
    C’era  una volta un topolino giocattolo che si muoveva a carica camminando e scodinzolando; era di un bel colore grigio antrace, con due occhietti furbi che guardavano ovunque mentre camminava impettito e con andamento sicuro.
    Abitava in una bella casa di periferia, molto elegante, con grandi stanze e un bel giardino dove spesso, però, veniva dimenticato dal piccolo “amico” (molto amico non era, e lo vedremo in seguito), rimanendo tremante in un angolo nel timore che qualche gatto si avvicinasse troppo e lo mangiasse scambiandolo per un gustoso piatto.
    E una volta poco ci mancò che il topino non finisse davvero nella bocca di un gatto! Come al solito era stato lasciato in un angolo del giardino; quel giorno era piuttosto fresco e il topino tremava in quell’angolo senza sole da dove non vedeva niente e non riusciva a muoversi perchè c’era un enorme gradino di fronte a lui che impediva ogni possibilità di spostamento, nonostante la sua carica non fosse terminata del tutto.
    A un certo punto, mentre i suoi occhietti cominciavano a chiudersi per la stanchezza e il freddo, sentì un  alito caldo e pesante sul collo. Mosse appena le palpebre e sussultò visibilmente nel vedere sopra il suo viso quello di un gatto bianco con due occhi cattivi iniettati di rosso e la bocca spalancata pronta  ad afferrarlo.
    Il topino, non potendo spostarsi, non respirava neppure mentre cercava di  mimetizzarsi il più possibile, quando… “Fifì, Fifì, vieni presto!”.
    Dall’altro lato del giardino la voce della mamma chiamava a squarciagola il gatto sgridandolo sonoramente. “Ma cosa fai? Vuoi romperti i denti afferrando quel coso di latta, senza sapore e senza vita? Vieni con me ti darò del latte caldo”.
    Il gatto, furbo, si strusciò teneramente alla padrona facendo le fusa e lanciando un’occhiataccia al topino ancora intontito, solo, nell’angolo.
    Un’enorme tristezza scese nel cuore del topolino: nessuno lo amava perché era soltanto un giocattolo, qualcosa di inanimato che prendeva vita se qualcuno lo caricava, mentre quel gatto….
    Eppure anche lui aveva un cuore che batteva, provava dei sentimenti per quelli che aveva intorno. E allora? Perché non era ricambiato? Perché veniva sempre lasciato da una parte, solo, negli angoli più bui della casa?
    Si sentì invadere da una profonda angoscia. Dov’era la sua mamma? E perché non poteva far sapere che anche lui aveva un cuore che gioiva e soffriva come quello degli altri?
    Era così triste che non si accorse del ragazzino che stava arrivando. Il bambino, un po’ maldestro, prese in mano il topino e cercò di caricarlo, ma fece tutto talmente in fretta e con rabbia che il giocattolo gli cadde di mano e la chiave si impigliò nello scalino, rompendosi.
    Il ragazzo ebbe un moto di stizza; il topo si era rotto e non avrebbe più camminato. Che farsene? Era abituato ad avere tutto ciò che voleva e  disfarsi velocemente di quanto non gli serviva più, per cui, senza pensarci troppo, prese il topino e lo gettò nel cassonetto.
    Il topino, intanto, non si era reso conto di niente: si era sentito afferrare, sballottare e poi sbatacchiare in terra. Il tutto in una frazione di tempo incredibilmente piccola. Poi si era ritrovato in quel cassonetto, in mezzo allo sporco, a un odore nauseabondo di verdura e frutta marce, di pesce andato a male e di carne avariata. Si era rannicchiato il più possibile per non farsi vedere e se ne stava lì con gli occhi pieni di lacrime e un cuore spezzato dal dolore. Sembrava che tutto fosse finito. Le ore dentro quel cassonetto erano giorni; al buio e al cattivo odore si aggiungeva la solitudine.
    Il povero topino non aveva neppure il coraggio di aprire gli occhi. Aspettava, tremando, che la grande mano di metallo afferrasse il cassonetto e lo rivoltasse nella macchina tritatutto. Tante volte aveva visto quella scena e, in un’occasione, aveva sentito urlare il ragazzino e lo aveva visto correre verso quella grande mano per fermarla.
    “Fermo, fermo” – aveva gridato allora il ragazzo all’uomo che manovrava – “lì dentro c’è un mio giocattolo e lo rivoglio. Non dovete gettarlo nel camion tritatutto”.
    La mano si era arrestata, come per magia, e il ragazzo, frugando nel cassonetto, aveva ritrovato il suo giocattolo. Il topino aveva capito che quella mano e quella macchina significavano morte certa e ora aspettava quel momento.
    All’improvviso il coperchio del cassonetto si aprì e filtrò una luce giallognola. Il topino non aveva il coraggio di guardare; il suo cuore batteva all’impazzata e teneva il fiato in sospeso.
    Una mano più piccola e non di metallo cominciò a frugare alla cieca, buttando più in là tutto quello che non le serviva. A un certo punto si imbattè nel topino.
    “Cosa c’è qui? Toh, guarda, un giocattolo, poverino è tutto sporco e rotto. Ha uno sguardo dolce e sembra soffrire. Mah, i giocattoli non soffrono, sono io che ho le traveggole. Comunque lo prendo, mi farà compagnia”.
    E la mano del barbone prese con delicatezza il topino e lo mise nella tasca di un cappottone nero e sdrucito, da cui il topino pensava sarebbe uscito di lì a poco visto il grande buco che conteneva. Invece il barbone, sapendo del buco, tenne ben stretto, vicino a sé, il topino e lo portò nella sua casa di cartone vicino a una grande discarica. Anche lì l’odore non era dei più gradevoli e faceva freddo in quelle mura di carta. Non si poteva certo dire che assomigliasse alla bella casa dove si trovava prima, ma c’era un calore diverso, si respirava qualcosa di particolare…
    Il barbone tirò fuori il topino dalla tasca, lo ripulì ben benino e gli cucì un vestitino di carta rosso e giallo per proteggerlo dal freddo. Poi lo riparò; armeggiò a lungo per cercare una chiave, o qualcosa di simile che lo rimettesse in moto e alla fine, non si sa come, il topino ripartì, e, strano a dirsi, non camminava più ma saltellava e, nel girare gli occhi di qua e di là, emetteva un suono gradevole come se parlasse cantilenando.
    Il barbone rise di cuore nel vedere i movimenti del topino e se lo strinse al petto, felice. Era solo da anni, conduceva una vita randagia, non aveva nessuno da amare e nessuno che lo amasse. Quel topino sarebbe divenuto il suo compagno, quel bambino che aveva tanto desiderato e non aveva potuto avere.
    Decise di portarlo in giro con sé, camminando fianco a fianco. La gente si fermava a guardare quella strana coppia così affiatata e felice. I loro occhi scintillavano e avevano sulle labbra un sorriso sornione che nascondeva segreti che solo loro due potevano conoscere.
    Il topino non si era mai sentito così felice; adorava quell’omone grande e un po’ sporco, che talvolta puzzava anche, ma era tanto dolce. In lui aveva trovato la mamma tanto desiderata e la sua vera casa.
    Un giorno, mentre camminavano in questo loro modo strano, incontrarono un signore di una certa età, ben vestito e gentile: era un regista televisivo.
    Nel vederli l’uomo ebbe un’idea improvvisa: sarebbero stati una coppia eccezionale per uno show televisivo. Non perse tempo. Li fermò, espose la sua idea al barbone che accettò pur di rimanere sempre col suo piccolo amico.
    Ebbero un grande successo. Lasciarono la loro casa di cartone per una assai più bella in muratura, calda e accogliente; il topino ebbe la sua stanza e il suo letto, ma ogni sera il suo amico, al momento di dormire, lo prendeva con la stessa delicatezza di sempre, lo portava nel suo lettone grande e caldo, accanto a sé. E dormivano insieme un sonno beato, pieno di sogni a colori.
    La vita premia sempre chi ha un cuore.
     
     
    C’era una volta,
    prima ancora che alcun essere vivente ebbe origine, un tempo in cui Vita e Morte si amavano follemente, dato che essendo totalmente diversi come lo yin e lo yang si completavano a vicenda.
    In seguito arrivó un giorno in cui dal loro immenso amore nacquero degli essere umani. Vita era la madre di tutti ed essendo molto premurosa illudeva tutti gli umani, pur di non vederli soffrire per cose che accadevano nella realtá, di cui era di competenza di suo padre: Destino. Ragion per cui lei diede ai suoi figli la capacitá di immaginare e sognare. Tutti erano felici e Vita continuava a dare luce ad altri esseri umani finché il mondo divenne sovrafollato e si rischiava di uccidere tutto quello che vi era nella Terra.  Morte capí la gravitá del problema, cosí mentre la moglie dormiva egli scese in terra e uccise un umano. Il dí seguente a causa del lutto furono tutti afflitti, tanto che alcuni morirono di crepacuore. Vita assieme a tutti gli essere viventi si arrabbió moltissimo con Morte tanto che tutti, compresa lei, lo iniziarono ad odiare.
    Quando il pianeta Terra concluse la sua evoluzione e tutto finì, Vita tornò da Morte e gli chiese: “Perchè quella volta avevi ucciso?” e lui, dopo aver preso un gran sospiro le rispose:” Perchè ti amo e non volevo farti soffrire!” Lei mezza seccata e certa che la sua risposta avrebbe vinto e che quella sua di Morte fosse solo una scusa patetica per farle brillare gli occhi da perfetta innamorata gli disse:” Ma alla fine hai preferito farmi deprimere, altro che rattristare!” Morte in quel momento capì che lei non aveva inteso la gravità del problema quella volta, quindi le prese le mani dolcemente e le rispose sempre con gentilezza e con voce soffice: ” La Terra era sovrapopolata e se continuavi a mettere al mondo persone sarebbe accaduta una catastrofe!” e lei subito di rigetto:” Beh catastrofe, su dai non farne una tragedia!” e lui:” Beh se tu non consideri tragedia il fatto che un’intera popolazione mondiale poteva morire tutto ad un tratto…” Lei realizzò solo in quel momento la gravità del problema così balbuziente e in lacrime si avvicino a lui e si scusò dicendo:” Adesso ho capito! Scusami amore, davvero scusa!” e lui:” un evento così ti avrebbe distrutta in maniera troppo brusca e non era quello il momento, di certo non durante la giovinezza del pianeta. Finalmente lo hai capito!” “inoltre tutti dovrebbero aver il diritto di vivere e godere della tua bellezza e luminosità che rifletti tutti i giorni per loro sulla Terra no? Quella era l’unica soluzione! L’unica! Ti amo ancora molto tesoro. Adesso ti prego stammi accanto, questo vuoto e questa immensa solutudine spaventa molto anche me.” Lei gli andò vicino e lo stinsse forte e lui perse tutto il vigore e la freddezza che fa parte di ogni uomo, e si perse  in un immenso pianto. Le lacrime che aveva reciso dentro di se per tutto quel tempo erano molte e pian pianino stavano cancellando tutto, anche loro stessi; perchè ormai era tutto finito: la terra era spoglia non vi erano più i mari, ne le praterie, ne le case, ne gli animali ne le persone. Il pianeta aveva terminato il suo percorso e pure Vita, Morte e Destino.
    C’era una volta una principessa che durante un ballo in maschera si invaghì di un baldo giovane ed intelligente principe. Molti erano i sovrani che lo chiamavano a corte per ricevere delle lezioni private da lui. Egli conosceva dalla matematica, all’astronomia, dalla storia alla letteratura e sapeva parlare perfettamente già cinque lingue. Era anche molto ambito da molte altre principesse.
    Lui però quella sera scelse lei e i due, durante vari incontri e conversazioni si conobbero sempre meglio. Lui scoprì che seppur lei avesse dei difetti come le mani molto piccole e un occhio cieco, era molto profonda ed empatica. Aspirava ed emanava emozioni e lui non aveva mai conosciuto nessuno di simile a lei. Così si fecero svariate promesse molto allettanti ed assieme iniziarono a programmare ed organizzare la loro vita futura.
    Un giorno però il principe mise la principessa in un bivio e le chiese di scegliere se scappare con lui, oppure rimanere con la sua famiglia ed attendere che arrivasse un altro pretendente a sposarla e prendersi le responsabilità della famiglia. Lei era indecisa, ma dato l’amore folle che aveva nei suoi confronti e il fatto che lui aveva la smania del viaggiare, alla fine scelse di scappare con lui.
    Così presero un calasse e a guidarlo vi misero a destra il giovane cavallo della principessa, e a sinistra quello vecchio del principe e partirono. Durante il viaggio parlarono molto di argomenti a cui serviva sia l’intelligenza che la sensibilità e la profondità, degli argomenti che la gente avrebbe ritenuto ambigui e troppo strani, ma a loro piaceva! Sapevano che non esisteva nessun’altro al mondo eccetto loro due con cui potevano parlarne.
    Però ad un certo punto, il giovane principe si buttò giù dal calesse, dato che sugli argini della strada aveva visto una ragazza ancora più bella.
    La principessa si ritrovò tutto ad un tratto a dover prendere in mano anche le redini del vecchio cavallo del principe, almeno fino a quando non sarebbe morto anche lui.
    Quando arrivò a destinazione, vide che in realtà il principe la voleva portare in un capanno in rovina, al cui interno vi era già pronto un letto.
    Osservò il suo corpo, e capì che al principe non gli era mai importata la sua essenza, ma sempre e solo la sua apparenza e lei a differenza di molte altri fanciulle, possedeva un busto abbastanza sporgente.
    Capito l’arcano, lei risalì al calesse e riprese in mano le briglie. Non are amareggiata e nemmeno triste. Con questa esperienza capì molte cose come per esempio che l’essere intelligenti non significa per forza essere profondi ed aperti mentalmente. In seguito  ritorno a casa a testa alta, dato che lei non era colpevole ne di infedeltà, ne di menzogna, alla fin fine lei fu sempre rimasta fedele al suo cuore e ai suoi valori. Infatti quando arrivò a palazzo e raccontò la sua esperienza, la stimava che la gente aveva nei suoi confronti aumentò.
    E lei visse felice e contenta
    C’era una volta in un freddissimo inverno un lupo e una lepre. La lepre che col freddo si era ammalata, era rimasta dentro la sua tana già da prima di quel gelo.
    Tutti gli animali della foresta accorrevano tutti i giorni da lei e le avevano portato di tutto nella speranza che ella guarisse… ma nulla; ogni giorno la povera lepre stava sempre peggio.
    L’unico animale che sapeva di possedere la medicina che l’avrebbe potuta curare era il lupo solitario della foresta. Però nessun animale osava avvicinarsi a lui per paura di essere mangiato vivo e infatti fu per questo che non gli permisero di aiutare la lepre ammalata: temevano che le avrebbe dato un veleno per ucciderla.
    Così il lupo, che sempre vedeva questi animali entrare, si sentì sempre più incolpa per la situazione precaria della povera bestiola. Alla morte delle lepre, egli non poté nemmeno andare al funerale sempre per lo stesso timore.
    Alla fine nello sconforto più totale e dai sensi di colpa che gli laceravano il cuore lo stomaco e il fegato, egli decise di lasciarsi congelare dal freddo e raggiungere la lepre là dove non vi era alcun pregiudizio.
    Un tempo esisteva una vetrata in cui al suo interno erano intrappolate delle persone che possedevano un fisico, un’anima e una intelligenza eccezionale e al contempo la peggiore la più orribile e più sciocca di tutte.
    Molta gente ogni giorno vi passava davanti e c’era chi vedeva riflessa una donna e chi un uomo il cui sesso non sempre corrispondeva alla persona che stava guardando.
    La gente all’interno della vetrata comunicava tra di loro, ma mai la persona imprigionata che il soggetto guardava, era più brutta di quella con cui parlava, anzi era molto più bella e talentuosa rispetto alle altre!
    All’interno della vetrata dentro i pensieri delle persone intrappolate avvenivano situazioni in cui vi erano baci proibiti e cose irrealizzabili all’esterno della vetrata.
    Ad ogni modo le persone imprigionate non erano egoiste e tra di loro si vedevano tutte uguali, come un riflesso; tanto che è indescrivibile riportare a parole quel che vedevano. Loro erano immortali e nulla di ciò che facevano potevano condurle alla morte. La gente all’esterno invece non sempre badava a quel che facevano le persone intrappolate ma quando le osservava provavano invidia verso di loro perchè erano migliori, ma a prescindere da ciò nessuno l’avrebbe mai ammesso; infatti le persone usavano la stessa ipocrisia che usavano tra di loro anche con le persone intrappolate.
    Proprio per questo motivo la gente all’esterno era mortale. Il destino avendo la giustizia suprema sapeva che una vita immersa di sentimenti ed emozioni negative non era degna di essere vissuta in eterno.
     
    Charlotte was a woman who while taking part to  a reconciliation party with all her city friends which she met in high school, at a certain point, looking out of the window left ajar she saw a flower whose perfume was lulling her thoughts where for an instance she was neither there listening to the conversation, nor thinking to something else. That perfume inhibited her mind making her understand that her origins were modest, yet more joyful compared to the contest where she was now; more snobbish and unsatisfying.
    Nevertheless now she is there. She finally arrived where she always wanted to be even though that demanded strain, sweat and tears. Since she was a child she always wished to make carrier and become economically richer and now that all her dreams had become true she was about to reconsider all the choices that she have made in life.
    Knowing that her parents were still working at the farm while she was there drinking champagne and living in luxury made her feel ashamed. However what gripped her more was that she could not talk about her past with those people so what she did all night was nodding her head.
    Once she finally got home meanwhile she was undressing her-self and putting away her fancy dress, from her wardrobe felt a box which contained old photos portraying her with her grandfather.  He was a man who always gave her all the love that she needed especially in her dark moments where her existential questions came afloat as lotus on a pond during the day.  She also remembered with nostalgia her happy day when she and her grandfather passed their evenings picking flowers from the field and looking for the hen new nest where probably there were also eggs.  Although this, that box had not been opened from ages because the only thing she wanted was to forget.  She couldn’t deal with the fact that once she had that accident which for many years destroyed her reputation. Her head broke in many pieces when she was just three years old and this bought her to be physically inappropriate for society standards of beauty. Just eventually after the death of her beloved grandfather her family finally had the money for paying medical and school rent.
    She wanted to forget her past forever. Making that old and waste away Charlotte Doom die and rewinding till the start for beginning a new life with a new person; the new Charlotte.
    However while looking to those photos she remember something that before of then was forgotten which were the words that her grandfather told her before of dying: “My sweet little granddaughter always once I’m gone please promise me to always remember what I’m about to tell you. Our family have always lived as a calycanthus: during our toughest times we knew how to survive and how to be eventually remember. Even you who now seem  to be so frail and weak, you will see how things in the future will change and you will become who everyone now don’t expect you to become. Don’t worry, you’ll make it right.”
    “Yes he was right” was thinking Charlotte a bit amazed of that strange memory which seemed distorted.
    Yet another memory of her grandfather came to her mind and that was when he told her to don’t worry about the other family members once she will achieve her dreams and will become richer, because everyone in the past have had the chance to change and it had been their choice if to try or not to fulfill their dream. Each one of us is the leader of their own life.
    Charlotte was crying. How could she have forgotten that promise that inside of it had also many advises?
    In the end she went to bed tired yet reliesed of having made peace with her past and from now on she will never forget of who she was and the difficulties that had to live for reaching her present.

    By mimolus, in Poesia,

    Prologo ed epilogo
    Queste 20 poesie sono state scritte in 2 settimane circa, fra la metà di luglio e i primi di agosto 2011. A Roma il caldo era già arrivato, ed è abbastanza comune svegliarsi di notte e alzarsi, bere un po’ d’acqua e rimettersi a dormire. Per me è stato così, mi sono svegliata una notte di luglio verso le due e sono andata in cucina con la testa confusa da versi  mulinanti.
    Mi sono preparata una tazza di decaffeinato, ho mangiato un paio di biscotti, ho aperto il computer portatile che stava sul tavolo e ho scritto la prima poesia, Dispèro di te.  Gli episodi di risveglio sono continuati un po’ a fasi alterne con due, tre notti consecutive di sveglie notturne e altrettante notti di sonni tranquilli.
    Le mattine seguenti mi ricordavo benissimo delle parentesi notturne ma, pur facendo uno sforzo di memoria, non ricordavo niente di quello che avevo scritto;  quando poi aprivo il computer e leggevo, mi trovavo di fronte a  poesie che per emozioni e vissuti non mi appartenevano. 
    I miei risvegli notturni sono cessati come erano iniziati. Una notte, sempre intorno alle 2-3,  ho avuto la certezza che quelle sarebbero state le ultime poesie. Le ultime tre sono state scritte una di seguito all’altra e tutte scritte di getto, come sotto dettatura.  Adesso si direbbe che sono poesie 'canalizzate'.
    E’ evidente che sono poesie scritte da un uomo avanti negli anni  e innamorato di una giovane donna forse straniera. Rileggendole, appare chiaro che seguono una logica sequenza e che quest'uomo incontra questa donna nello stesso momento in cui scopre di essere malato. Sono poesie struggenti ed ogni volta che le rileggo mi danno sempre una grande emozione. Davvero non le riconosco come mie.
    Perché lo pseudonimo di Oscar Dalì non lo so;  mi è piaciuta l’idea di illustrare le poesie con quadri di Dalì e Magritte, entrambi pittori del fantastico e dell’onirico.
    Sono poesie che si raccontano da sole. Spero solo che, magari,  riescano a raggiungere Oscar ovunque egli sia. 
     
    Oscar Dalì
     
    Dispéro di te
    Quando di notte,
    in silenzio giaccio
    e catrame fonde
    dietro palpebre pesanti
    Allora, io, dispéro di te
    2
    Non ti conoscevo,
    sapevo solo il tuo nome
    Ho una piccola macchina bianca, dicesti
    Mi lanciasti poi il tuo sguardo
    che mi trafisse e caddi
     ‘come corpo morto cade’
    E da allora è inferno
    3
    Sei un battito d’ali
    Inafferrabile
    Ieri mi hai detto:
     sposami, così avrai pace
    Non sai tu, chi l’ha persa
    è un’anima morta
    4
    Aspettando il tuo arrivo curo la mia anima
    Mi nutro di buoni pensieri, come tu volevi
    Mi lascio accarezzare dai ricordi di un passato
    che non abbiamo mai avuto
    Sogno un futuro, un breve futuro,
    non sono più giovane,
    con te che accarezzi la mia fronte
    e baci la mia fronte
    dove geroglifici alieni hanno scritto lettere d’amore
    Amore che non esisti se non nella mia illusione
    Riuscirò ad abbracciarti, mi regalerai la speranza di un ritorno?
    Una tua carezza sulla mia mano mentre mi guardi sorridendo e la tua voce……
    5
    La tua voce non è solo suono
    ma pesante materia che mi colma
    La tua voce mi sazia come cibo
    e mi ubriaca come il più buono dei vini
    Posso non vederti
    ma non farmi mancare
    pane per il cuore
     
    6
    La mia mente è troppo fervida
    Scappa da me e ha visioni
    La chiamo non mi ascolta
    La prendo e mi sfugge
    Mi rimanda, la tremenda
    Film di te che parli, cammini
    Ti spogli, ti vesti, sorridi
    Muovi le tue belle mani e scuoti i tuoi capelli
    E guardi altrove, altrove da me
     
    7
    Da quando ti conosco credo
    Credo in tutto ciò che dici
    ma credo che in un'altra vita ti ho avuto
     poi forse ti ho persa,
     ti ho forse fatto del male
    e non ho pagato e pago ora,
    questo credo
    Peccato non averne memoria
     
    8
    Ieri mi hai detto: 
    Ti amo perché mi hai fatta entrare
    nel tuo cuore
    calzando zoccoli di legno.
    Il mio cuore era di cristallo
    e ne hai fatto macerie
    Grazie
    non credevo neanche di averlo, un cuore
     
    9
    Averti avuta come figlia
    Averti potuta prendere in braccio
    certo di un amore totale
    e di un totale abbandono
    come solo i bambini sanno regalare
    Ti avrei covata fino al possibile
    ma poi, cresciuta,
    avrei dovuta allargare le dita
    e soffiarti via da me
     
    10
    Ti amo, nel mio paese, non è come nel tuo
    Ha un diverso peso, è un impegno
    Io sono all’antica, non si dice ti amo
    voltando la testa
    Si dice ti amo guardando negli occhi
    e restando accanto
    Troppo grande il tuo paese
    Vattene via
     
    11
    Tu giochi come una bambina
    Mi deridi, con affetto mi prendi in giro
     perché sai
    Non con me costruirai il nido
    Non fra pagliuzze da me raccolte
     deporrai le tue uova
    Non per me cinguetterai saltando
    da un ramo all’altro
    Falchi predatori ed io debole preda
    che non difende il suo nido
     
    12
    Sono un uomo ridicolo
                                                                                         come Fёdor
    Sono evaso
    dalla tua prigione
    La mia fuga è durata tre giorni
    Volevo separarmi da te
    Mi hai ritrovato
    Ma come è possibile strapparsi
    dalle proprie carni
     
    13
    Il passato si confonde con la mia idea di morte
    Penso ad amici scomparsi
    ed io sopravvissuto
    Dovrei essere grato
    Sopravvivere
    Senza più riferimenti
    Non ho più passato
    Non ho futuro
    Solo un inesorabile
    vuoto presente
     
    14
    Tu e lei siete entrate nella mia vita
     tenendovi per mano
    Tu portandomi vita disperata
    Lei annunciando che la stessa vita
     me l’avrebbe tolta
    goccia a goccia.
    Con te mi ricordo di avere un cuore
    Con lei sò che il mio cuore non batterà
    ancora per molto
    Chi fra le due è più leale?  
     
    15
    Dopo giorni ho di nuovo aperto al sole
    Si è introdotto come un venditore insistente
    fra le mie persiane
    Mi ha accecato
    Troppa luce, troppa vita
    là fuori.
    Perché non entra questo calore dentro di me
    Perché non asciuga e non brucia
    la mia carne lacerata?
    Una combustione improvvisa
    Sparire e lasciare solo fumo e polvere
    e nulla 
     
    16
    Oggi mi hai detto si, verrai al mare con me
    Oggi la vita rinasce dai miei piedi
    Sento la terra che vibra sotto di me
     linfa sale nel mio corpo
    I miracoli esistono
    Sono stato benedetto
    Avrò poche ore di te, di vita, di normalità
    Tutto dovrebbe essere così facile
    Tutto è sempre così impossibile
    Ma oggi è mio
    Oggi sei mia
    Domani non esiste
     
    17
    ‘Morire, dormire, forse sognare’
    Se potessi, avrei solo un
    desiderio da chiedere a Dio
    Passare dal sonno alla morte
    con te che mi stringi la mano
    Dopo essermi addormentato con te accanto
    mi consegnerei all’Eterno
    felice.
    Che altro chiedere
    Tu che mi rimetti direttamente a Dio
    quale raccomandazione migliore?
     
    18
    Quasi non muovo più la gamba.
    Ieri sei passata, veloce
    L’aria fuori era fredda, un turbinio di foulard
    profumi, capelli, braccialetti tintinnanti
    hai sconvolto la mia stanza
    la mia vita
    Ti sei chinata su di me e mi hai baciato rapida
    Ti serve niente? Tutto, ti ho risposto
    Hai sorriso, eri già svanita
    Forse le medicine portano visioni?
     
    19
    Ho sognato che ero su una spiaggia
    bianca e lucente e correvo con te
    Tu eri avanti a me e ti voltavi ridendo,
     ti afferravo
    per la lunga sciarpa
    Cadevamo e ci abbracciavamo
    “Non ti lascerò mai” mi dicevi.
    Devo consegnare all’eternità
    del virtuale questa promessa
    e non dimenticarla.
    Tutto mi sarà più facile!
     
    20
    Non sono più giovane
    ma non sono vecchio.
    Potrei ancora avere un figlio
    ma non lo vedrei crescere
    forse neanche nascere
    Ti invio il mio ultimo pensiero
    Nessuno può togliermi la tua promessa
    e il pensiero di te.
    Tutto è illusione.
    Forse accenderai una candela per me
    e sorriderai, pensandomi
    Mi basta. E’ già molto.
    Basta così.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    " Le strade della solitudine "
    Romanzo di ieri e di oggi ...
    La storia ambientata negli anni settanta e proiettata fino ai giorni nostri,
    racconta di due ragazzi in giovane età : Marco e Giulia che si frequenteranno
    per diversi anni giurandosi un eterno e puro amore.
    Ricco di ricordi, avvenimenti, usi e costumi di quegli anni.
    Il tutto condito con una piacevole suspence che lentamente ci porterà
    fino ai giorni nostri toccando gli argomenti come : il lavoro, la carriera, i rapporti sociali di allora e di oggi ma sopratutto il ricordo del " primo amore " con tutte le sue emozioni.
    Inizia a scriver
    NARDO E L’UNA
     
    C’era una volta un’isola aspra e lontana, circondata da un meraviglioso mare  tempestoso.
    Questo mare spesso agitato, costringeva gli abitanti, a lunghi periodi di isolamento. Quando il mare ruggiva impietoso, le barche non avevano modo di avvicinarsi al piccolo porto e attraccare con i rifornimenti.  Su quest’isola, piccolo punto sulla carta geografica, viveva un pastorello poeta di nome Nardo.
     
    Nardo era un bel bambino di 12 anni, scuro di pelle e ombroso di carattere. Rimasto orfano da piccolo, era stato cresciuto da una nonna analfabeta, dalla quale aveva ricevuto, come unici gesti affettuosi, rare carezze su capelli sempre arruffati.
    Nardo aveva, quali compagni inseparabili Bruto e Cesare, due cuccioli di cane regalatigli, tempo prima, da uno di quei forestieri che, a volte, capitavano sull’isola. Ogni tanto qualcuno, allettato dall’idea di  lucrosi investimenti, arrivava dal continente  richiamato dalla bellezza selvaggia dell’isola. Nessuno conludeva mai niente e tutti ripartivano; tutto troppo ostico dicevano, dagli abitanti al clima.
    Nardo non possedeva niente, se non i due cani, fedeli compagni che lo aiutavano nel raccogliere le pecore.
     Con Bruto e Cesare all’inizio dell’estate andava su quei monti dai fianchi brulli  ravvivati a tratti da piccoli boschi, per cercare un po’ di frescura per sè e un po’ di pascolo per il suo gregge.
    Da giugno a ottobre Nardo viveva in solitudine e, soprattutto, in silenzio.
    Anche negli altri mesi non parlava molto; bambini con i quali giocare, scherzare e fare la lotta non ce n’erano. Anche la scuola elementare aveva chiuso anni prima.
    Gli uomini erano tutti partiti da quel posto inospitale, partivano giovani e non tornavano.
     
    Tutti, sicuramente, si erano creati famiglie altrove. Qualche donna più coraggiosa aveva attraversato il mare per cercare lavoro e un’altra vita; altre, mancando d’animo o cullandosi nella speranza di un ritorno erano rimaste. Si aggiravano per il paese queste donne senza età, vestite di scuro, avvizzite nella loro sterilità. Immagini speculari di una terra sterile.
    Questa era la realtà che circondava Nardo, senza stimoli o modelli da seguire!  Per lui non c’era  un passato da ricordare, né un futuro da sognare. Così i giorni scorrevano uguali, solo il succedersi delle stagioni regalava una nota diversa a quel paesaggio. Colori che si accendevano fra i boschi e nei campi e, a volte, quelle cime spruzzate di bianco, quella neve così strana per lui e che durava così poco.
     
    Mai nessuno aveva visto il visetto di Nardo colorirsi di sorrisi e aprirsi in gaie risate infantili. La sua interiorità, la sua anima bella di poeta era racchiusa nel suo sguardo, traspariva dagli occhi, ma nessuno sapeva leggerla.
    Nessun adulto, nessun coetaneo e nessuna ragazza  si sarebbe mai fermato in quello sguardo trasognato, distante, vellutato come muschio. Quello sguardo perso in sogni antichi  e che a volte si accendeva di bagliori improvvisi; forse  memorie di altri tempi e di altri luoghi.
     
    Nardo era sempre immerso nella natura; quelle montagne e quei boschi erano stati padre e madre per lui e per lui non avevano segreti. Conosceva i cicli e i ritmi biologici degli animali e degli uccelli di cui sapeva tutto, dai diversi tipi di richiamo che si lanciavano, fino alle stagioni degli amori.
      
    Il pastorello attribuiva un potere magico alle manifestazioni della natura, come del resto tutti gli abitanti dell’isola.
     
    Circondati da un mare quasi sempre in tempesta, avevano come esclusivo riferimento la pioggia, la luna e le stelle, per le quali avevano un timore reverenziale  e alle quali attribuivano poteri magici.
    Il corpo di Nardo era un orologio che batteva all’unisono con il cuore di quella terra, ma il suo cuore batteva  per amore, per una passione nota solo a lui: L’una.
     
    Nardo aveva frequentato solo la prima elementare, sapeva solo scrivere il suo nome e  la luna per lui era L’una. Così la scriveva e la incideva ovunque, sul suo bastone da pastorello, sulla terra brulla, sui massi che disseminavano le sue valli, ovunque passasse scriveva L’una. 
     
    Nardo aspettava con ansia il giorno della luna piena. Da anni, da sempre, quello era un momento magico e irrinunciabile per lui, l’unico appuntamento d’amore che avesse mai avuto.
    Poco prima del tramonto, con qualsiasi tempo e clima Nardo si sdraiava sul prato, in un posto stabilito e sempre uguale e, con le braccia incrociate dietro la nuca, aspettava che L’una arrivasse.
     
    Lui, che a malapena sapeva scrivere il proprio nome, era invece gonfio di poesia e di lirismo per questa immagine di donna che gli appariva, incantevole, dai lunghi capelli argentati e dal bellissimo volto diafano.                       
          
    Quando l’ultimo lampo di sole scivolava dietro i monti, L’una saliva lenta nel cielo e lui la guardava e le parlava inventando frasi d’amore. Nardo la guardava fissa e lei fluttuando si avvicinava offrendosi al suo sguardo, silenziosa, quieta, con un’espressione comprensiva e accogliente.   Di questo sguardo il pastorello solitario si era innamorato.
    Immaginava, il piccolo poeta, di passeggiare con lei sui monti, inventando storie fantastiche; ma cosa poteva mai raccontare Nardo a L’una?
    Le parlava di sé, di quello che provava il suo cuore fino allora inascoltato, del suo rapporto con la natura che lo circondava e di come essa non avesse  misteri per lui. Le raccontava del tempo degli amori che, sapeva, essere fondamentale per gli animali e per gli uomini ma di come quel tempo, intuiva, per lui non sarebbe mai arrivato.
     
    Di questo parlava Nardo a L’una e lei lo ascoltava assorta e lo guardava, sempre in silenzio.
    Passarono gli anni e si susseguirono le stagioni con ritmi sempre uguali.
    Nel paese gli abitanti erano sempre meno, l’isola stava morendo e Nardo diventava sempre più ombroso e schivo; anche la nonna morì, lasciandolo indifferente e non più solo di quanto fosse mai stato. In quell’anno ci fu un clima particolare; a un lungo inverno  seguì una primavera piovosa, un’estate breve e un autunno precoce.
    A fine settembre la temperatura era scesa di diversi gradi, Nardo aveva deciso di anticipare il rientro con il gregge. Il mese prima era stato male, cosa insolita per lui. Aveva avuto una forte febbre che lo aveva lasciato spossato e indebolito.   
    Il plenilunio di settembre non lo aveva visto, per la prima volta nella sua vita, puntale all’appuntamento con L’una.  
     
    Nardo volle aspettare il plenilunio d’ottobre prima  di  rientrare a casa per l’inverno. Quella sera raggiunse presto il posto più alto, per vederla più vicina quando fosse apparsa. Un’aria immobile e pesante avvolgeva la montagna, nubi cariche di neve oscuravano il cielo impedendo alla luna di mostrarsi in tutto il suo splendore.
    Nardo soffriva per quel cielo coperto che gli impediva di vederla.
    Aveva tante cose da raccontarle, doveva dirle di come era stato male il mese prima, troppo debole per rispettare l’appuntamento, troppo stanco anche  per trascinarsi al solito posto e che aveva tanto freddo, un gelo gli saliva dal profondo del petto e dilagava in una solitudine mai provata prima. Sentiva una morsa sul cuore che lo stringeva e gli toglieva il fiato. La notte era strana e scura e lui temeva che L’una non sarebbe arrivata. Forse era dispiaciuta?  no, non era possibile, lei lo conosceva e sapeva bene quanto lui l’amasse.
    Il freddo si stava facendo più intenso ma Nardo non si rassegnava ad alzarsi per rientrare nel rifugio e ripararsi.
     
    L’umidità gli penetrava nelle ossa, non riusciva quasi più a muoversi mentre la notte stava lasciando il posto ad una fredda aurora.
    Era disperato, voleva e doveva parlarle anche se lei lo avrebbe soltanto guardato, muta come sempre. Ma quanto calore e quanto amore lui le leggeva negli occhi; solo quella consapevolezza lo aveva sorretto durante quegli anni di solitudine: sapere che L’una lo amava quanto lui amava lei.
    All’improvviso le nubi si aprirono svelando cime imbiancate e un cielo terso dove le stelle cominciavano già a scolorire.
     
    Un vago rosato chiarore stava fluttuando ancora indefinito quando  Nardo finalmente la vide ed il suo cuore conobbe  una dolorosa lama di gioia. Lei si stava avvicinando mentre  lui giaceva immobile, ormai completamente intirizzito.
     
    L'una stava sbiadendo ma ancora avanzava, avvolgendolo di un bianco candore.
    L’una avanzando mosse le labbra e, guardandolo sorridente si avvicinò, gli sfiorò la guancia e gli sussurrò Addio, poi si voltò e si allontanò. Nardo sentì, in quell’istante, che non l’avrebbe mai più rivista, mentre dal suo cuore scaturivano questi versi d’amore:
     
     
    Muschio il tuo volto,
    pallido livore,
    nell’alba appena innevata,
    e la tua voce,
     che mi dice Addio,
    e  dopo, di te, 
    non mi resta, che il silenzio.
     
    L’aveva avuta per un attimo e persa per sempre e la prima parola che gli aveva sussurrato era stato un addio. Ma Nardo era felice, per la prima volta il suo cuore si riempì di un calore e di una felicità che, per un attimo, sembrò soffocarlo di gioia
    Lo trovarono la notte successiva, con Cesare e Bruto che guaivano sdraiati accanto a lui.
     Raccontarono i vecchi, per molto tempo ancora, che finalmente il volto di Nardo sorrideva; sorrideva dicevano, come  avesse visto un angelo.
     
     
    Annalisa Lo Monaco
    (In Memoria di Nando Pasquarelli)
     
     
    e la tua storia...
     
    Prima di smettere di zappare l’orto sul retro e riporre l’attrezzo nel piccolo capanno lasciò suonare il campanello per la terza volta, quindi si lavò le mani alla fontanella. Non aveva bisogno di guardare dallo spioncino della porta d’ingresso per sapere chi lo stava cercando. Erano giorni che si aspettava una visita della donna e quella mattina, mentre con un gesto pacato del palmo della mano metteva a tacere la sveglia sul comodino, aveva avuto la certezza che lei sarebbe finalmente giunta da lui. Il campanello suonò ancora, questa volta, notò, con un intervallo più breve rispetto ai precedenti: si disse che la sua visitatrice stava perdendo la pazienza, segno che era determinata ad affrontare la cosa. D’altronde, lui sapeva pure questo. Continuò a camminare lentamente per il lungo corridoio asciungandosi le mani con uno strofinaccio e poco prima di raggiungere l’uscio il campanello mandò il quinto squillo.
        Quando la porta si aprì la donna vide un uomo molto meno vecchio di quanto si immaginava e ne rimase stupita, confusa quasi, perché oltre all’apparente incongruenza dell’età qualcos’altro la disturbava, ma non riusciva a capire cosa. Le certezze che l’avevano spinta a compiere quella visita stavano svanendo e lei si trovò ad annaspare sul pianerottolo nel tentativo di riprendere il controllo di se stessa, delle ragioni che l’avevano portata fin lì. Lo sguardo dell’uomo attirò la sua attenzione e si convinse che lui la stava aspettando, il che era impossibile, ed era normale sorprendersi, ma a maggior ragione quella stranezza non doveva distrarla dal suo scopo. Respirò velocemente, come un nuotatore prima del tuffo, decisa a presentarsi e dire cosa voleva, ma prima di aprire bocca con una parola lui la invitò ad entrare.
        Prego, disse l’uomo, allargando un braccio e ritraendo una parte del corpo. Osservò come l’indecisione della donna, una volta varcato l’uscio, con tre passi si trasformò in sicurezza crescente; il tempo di raggiungere il salotto. Si accomodi, le disse ancora, superandola per farle strada e indicando le due poltroncine fiorate ai lati del tavolino sotto la finestra. I vetri erano aperti, le tendine raccolte, e insieme alla luce calda della primavera a tratti si percepiva il garrire delle rondini. L’uomo si sedette per primo poi, appena la donna seguì il suo esempio, si accorse di stringere ancora lo strofinaccio fra le mani, allora si alzò per riporlo da qualche parte, in cucina magari, e gli venne in mente di doverle offrire qualcosa da bere, come si addice a un buon ospite, le va il mate? o forse una tisana, ma la donna scosse il capo e allora lui insisté, andiamo, avevamo giusto voglia di bere qualcosa in compagnia, se preferisce, aggiunse, possiamo mettere su un caffè... la donna allora disse che avrebbe preso volentieri il mate. Caa Cuy o Caa Miri, elencò l’uomo e lei, realizzando che si trattava di una domanda, ripeté Cuy; egli, strizzandole l’occhio, notò che era anche il loro preferito. No, non si disturbi a seguirmi, la prevenne quando vide che aveva puntato le mani sui braccioli, i gomiti sollevati. Le ripeté di mettersi comoda, quindi, rassicurandola che ci avrebbe impiegato solo pochi minuti, con un guizzo uscì dalla stanza.
        La donna rimase seduta nella piccola poltrona e si guardò intorno, nuovamente a disagio. Nulla stava andando come aveva previsto, si era immaginata la sorpresa che la sua visita avrebbe suscitato nell’uomo, e l’imbarazzo, lo stesso che avrebbe dovuto superare lei per esporre le sue ragioni. Si aspettava un moto di repulsa e fastidio, nessuno, si disse, vorrebbe essere coinvolto in una storia tanto scabrosa, farà resistenza, protesterà la sua estraneità ai fatti, e lei doveva impedirgli di tergiversare. Avrebbe affrontato subito la questione, prima che lui potesse erigere una qualsiasi difesa, come quella stupida formalità del mate. Si sarebbe alzata in piedi e si sarebbe presentata, specificando che, chiaramente, lui non poteva conoscerla, ma… La sua attenzione fu catturata dal riflesso del sole sul centro-tavola, una piccola zuppiera di ceramica, il cui coperchio dalla curiosa forma di formica scintillava per la luce che entrava dalla finestra. Non poté fare a meno di notare che un lembo delle tendine raccolte a tratti si muoveva, e nella sua mente formulò l’immagine di un onda piccola che si srotola sulla battigia. Scosse la testa per scacciare quel pensiero, doveva rimanere concentrata sul suo obiettivo, si disse che…
        Lei lo prende senza zucchero, asserì la voce del vecchio facendola sussultare. Stava entrando a passo rapido dentro la stanza, un vassoio di legno lucido fra le mani, e sul vassoio una teiera, due tazze sui piattini e una piccola pirofila con dei biscotti dalle strane forme, alcuni gialli, altri... anche noi lo prendiamo sempre senza zucchero, la informò il vecchio, poggiando il vassoio sul tavolino e spostando con il bordo il centro-tavola per fare spazio. La donna meccanicamente allungò le mani per aiutarlo ad allontanare la ceramica e non poté fare a meno di pensare che lui doveva vivere con qualcuno, probabilmente era sposato; si sorprese di esserselo immaginato solo. Mentre il vecchio, ancora in piedi e piegato sul tavolino, inclinava la teiera per riempire la tazza che le aveva sistemato davanti, lei si decise a parlare e disse, senta... ma un lucherino testa nera, dal petto giallo brillante, entrò dalla finestra aperta e con un curva aggraziata planò fra il vassoio e la zuppiera. Il vecchio senza sorprendersi prese un biscotto, rosso (ecco, pensò la donna, i biscotti sono alcuni gialli, altri color amaranto, come...) e lo sbriciolò sul tavolino, permettendo all’uccello di banchettare con le briciole. Non si lasci distrarre da lui, disse riprendendo in mano la teiera. Dunque ci stava dicendo che non la conosciamo e che la sua visita potrebbe sorprenderci molto, vero? oh, non si stupisca se tecnicamente questo pensiero lei non l’ha espresso ad alta voce, credo che risparmieremmo entrambi un sacco di tempo se affrontassimo subito la questione che le sta a cuore; non ne conviene, signorina Bruna Sampaio?
        La donna ammutolì, gli occhi fissi in quelli dell’uomo, che senza distrarre il suo sguardo alzò il becco della teiera nell’esatto momento in cui il liquido ambrato raggiunse mezzo centimetro dal bordo. Sempre continuando a scrutarla egli spostò la teiera sulla sua tazza e cominciò a servirsi. Bruna Sampaio rimase colpita dal colore amaranto degli occhi del vecchio, che la fece pensare a una parete appena dipinta, dove due macchie gialle in ogni pupilla le ricordavano le pennellate nervose di un pittore astratto. Mentre nella stanza si spandeva il gorgoglio del mate versato nella tazza, un refolo tiepido entrò dalla finestra e con la coda dell’occhio lei scorse il piccolo movimento delle tendine raccolte ai lati dei vetri. Fu allora che tornò a imporsi alla sua mente l’immagine dell’ondina che si srotola sulla battigia. Una sabbia scura, la trasparenza dell’acqua che amplifica come una lente quei granelli grandi come schegge di roccia, il bordo sottile della schiuma che si perde in essi. E una fetta di spiaggia color amaranto, un rettangolo di spugna, l’asciugamano dove una donna giace sdraiata, gli occhi aperti e fissi, il costume da bagno in due pezzi, giallo. Sono venuta per mia madre, disse Bruna riscuotendosi dal torpore in cui l’immagine l’aveva fatta sprofondare.
        Certo, Clara Onetti, disse il vecchio. Alzò il becco della teiera facendo cessare il gorgoglio del getto di mate. Ma come è arrivata fin qui? saremmo curiosi di saperlo. Il lucherino testa nera era volato sul dorso della mano destra dell’uomo e da lì sporgeva il collo sul bordo della tazza che il vecchio stringeva nel pugno, immergendo a scatti il becco nel mate. Non faccia caso a lui, disse poi, vedendo che Bruna fissava attenta l’uccellino. La donna si riscosse e guardando di nuovo il vecchio gli chiese, cosa? Come ha fatto ad arrivare qui? ripeté allora l’anziano ospite. Ho chiesto in giro, tutti a Santa Rosa quando ricordano il fatto di mia madre prima o poi fanno il suo nome. Oh, il nostro nome, ma lei saprà certamente che quando qualcuno non sa spiegare qualcosa chiama sempre in causa noi. Esclamò il vecchio riponendo la tazza sul piattino, e poi Santa Rosa è una città così pettegola! Mi dica, invece: le dispiace se al posto della bombilla le ho servito il mate in una tazza da tè? Bruna Sampaio rimase per un attimo interdetta dalla domanda insensata, quindi sbottò, basta con questa commedia, posando con decisione la sua tazza sul tavolo, non sono venuta fin qui per gustarmi il mate, ma per parlare dell’omicidio di mia madre, lo capisce? Il vecchio assunse un’aria seria e disse, ce ne rendiamo conto, e poi lo ripeté, ce ne rendiamo conto.
        Conosceva mia madre, disse Bruna Sampaio, e a quella che non era una domanda il vecchio annuì, poi aggiunse subito, però se ha letto i verbali di polizia saprà che noi non siamo minimamente coinvolti nella sua morte. L’aveva detto con un tono complice, piegandosi verso la donna e facendo il gesto di allungarle una mano, ma poi l’aveva ritratta a metà strada, piano, sfiorando con la punta dei polpastrelli il coperchio della zuppiera di ceramica. La donna allora tornò a vedere con gli occhi della mente la scena di sua madre stesa sul telo color amaranto, e per la prima volta in vita sua capì che il costume giallo non era in due pezzi, bensì intero, solo che il sangue sgorgato dal ventre (mani rattrappite e immobili e fredde per ricomporre lo squarcio delle coltellate) aveva confuso la testimone di quattro anni che allora Bruna Sampaio era. Il sangue, per lei bambina, gocciolante di oceano e con il secchiello in mano, era stato addomesticato dalla sua fantasia in un lembo del telo da spiaggia, color rosso vivo, amaranto, come le diceva sua madre chiamarsi quel colore. Ciò che le aveva fatto orrore erano state le formiche, grandi e nere, che camminavano sul corpo già freddo della madre, e qualcuna addirittura sulle pupille indifese.
        Bruna si riscosse con un brivido da quella immagine, e quando tornò a fissare il vecchio, i cui occhi ora, ci avrebbe giurato, erano blu e chiazzati di bianco come l’oceano, egli le ripeté: noi non siamo coinvolti nella morte di sua madre, spero che questo lei lo sappia. Sì, lo so, ma so che lei deve sapere qualcosa di più di quello che si racconta, perché… perché tutti, come le dicevo, a un certo punto la nominano. Ma come le ho già detto, disse il vecchio, questo non ha nessuna importanza. Perché conosceva mia madre? gli chiese allora la donna, voglio dire… in che rapporti eravate? aggiunse più esitante. Se sta pensando che noi fossimo suoi clienti, le assicuro che non è così, ribatté prontamente l’uomo. Diciamo che potremmo essere definiti persone informate sui fatti, dal punto di vista giuridico certamente non testimoni. Sappiamo che sua madre era una prostituta, disse il lucherino testa nera, guizzando dalle dita del vecchio sul pavimento, dove in un attimo si tramutò in un uomo maturo, magro e dal naso affilato come un becco, notò Bruna, stupendosi di non stupirsi di quanto stava accadendo e invece di soffermarsi a notare i capelli neri e il gilet giallo che l’uomo indossava.
        Sappiamo che aveva una figlia, lei, continuò sempre l’ex-lucherino, e che aveva quattro anni al momento dell’omicidio, aggiunse il vecchio, sappiamo che il sospettato principale era un cliente di sua madre, continuò l’uomo più giovane, tale Juan Maria Brausen, puntualizzò l’altro, ma la polizia  non ha mai raccolto prove sufficienti per incriminarlo, concluse il più giovane, né lui, né altro alcuno: gradisce un biscotto? Bruna Sampaio gettò un’occhiata distratta alla pirofila di biscotti che l’uomo in piedi le stava porgendo e dopo un lungo attimo, in cui cercò di dare un senso logico a quello che vedeva, si rese conto che i biscotti erano a forma di formica. Allora un pensiero si fece strada in lei e dopo un lungo silenzio, in cui continuò a fissare i biscotti, puntando il suo sguardo sui due uomini disse, io non ho mai parlato a nessuno delle formiche di quel giorno... se voi ne sapete qualcosa, vuol dire che eravate presenti. È vero, ammise velocemente il vecchio, c’eravamo, aggiunse l’uomo più giovane, poi rimasero entrambi a fissarla, impassibili, finché la donna non aggiunse, mi avete mentito, allora i due uomini scossero energicamente il capo, cominciando a ripetere la parola no. Sì, invece, avevate detto di essere solo persone informate sui fatti, e non testimoni... Ma non lo siamo, protestò il vecchio, ci pensi, testimone è solo colui che può rendere testimonianza, si intromise il più giovane, e noi non saremmo ammessi in nessun tribunale, continuò il vecchio, perché ha capito, alla fine, chi siamo, vero? chiese l’ex-uccello.
        Forse, disse la donna.
        Oh, sì che l’ha capito, disse il vecchio, non credi? chiese conferma all’amico, sì che ci credo, disse il più giovane, si vede che è sveglia, altrimenti non ci avrebbe trovato, puntualizzò il vecchio, già, disse l’uomo che era stato un lucherino testa nera, con il tono di chi nota una cosa per la prima volta, e come ha fatto? Gliel’ho chiesto ma non mi ha ancora risposto, sospirò il vecchio.
        Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio.
        Capirà, continuò a parlare l’uomo dal gilet giallo e il naso affilato come un becco, per un tempo che per gli umani è lungo un paio di milioni di anni, nessuno ci ha mai trovato, e sì che si sono sforzati di darci un nome, disse il vecchio, o un volto, puntualizzò il più giovane, ma comunque, dicevo, se adesso, all’improvviso qualcuno è stato capace di raggiungerci, potrà ben capire la nostra curiosità al riguardo. 
        Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio.
        Sì, disse il vecchio, è stato lui, Juan Maria Brausen.
        Bruna concentrò lo sguardo in un punto fra le sue scarpe.
        Scommetto, disse il più giovane rivolto al vecchio ma continuando a guardare la donna davanti a sé, che non è ancora soddisfatta. Cos’altro vuol sapere? ci dica.
        Nulla. Non mi serve sapere altro, voglio invece chiedervi una cosa. Un favore, disse Bruna Sampaio sollevando nuovamente lo sguardo sui due.
        Quale? chiesero all’unisono il vecchio e il più giovane.
        Voglio che muoia.
        Be’... noi non ne abbiamo il potere, disse il vecchio con una piccola mossa delle spalle.
        Ma se siete chi io credo che siate... com’è possibile che non ne abbiate il potere?
        Noi abbiamo immaginato tutto questo, disse allora il più giovane dei due indicando con un gesto appena accennato della mano la finestra alle spalle di Bruna Sampaio, che raccolse il movimento del suo interlocutore e lo prolungò volgendo il capo fino a inquadrare i vetri aperti, dove stelle ribollivano, lanciando lampi di luce nello spazio siderale e buio, e dinosauri si strofinavano e lottavano, mentre il tempo si spandeva in volute porose come le radici dell’ombù, fiori sbocciavano e poi appassivano, riducendosi in cenere da cui sorgevano animali striscianti e volanti, finché la donna si sentì oppressa dal senso dell’infinito che quelle immagini suscitavano in lei, allora fra il telaio della finestra si materializzò di nuovo un giardino ordinato, dove da qualche parte giungeva il suono dell’acqua che scorre. Noi abbiamo immaginato tutto questo, continuò il vecchio, ma non gli umani, siete sorti indipendentemente dalla nostra immaginazione, disse ancora il più giovane, in un primo tempo abbiamo pensato che foste un errore, un prodotto non previsto, come il precipitato di un sale in una reazione chimica, puntualizzò il vecchio, poi abbiamo supposto che forse noi stessi eravamo il prodotto secondario di un’immaginazione che ci eccedeva, disse l’ex-uccello, di qualcuno più grande di noi, fuori dalla nostra comprensione, concluse il vecchio.
        Ci avete affascinato, e allora siamo rimasti ad osservare le vostre vite, così diverse dalle nostre, riprese a parlare il più giovane, è per questo che siamo persone informate sui fatti, prese di nuovo la parola il vecchio, ma questo non significa che possiamo sempre interpretarli correttamente, disse il più giovane, né tanto meno interferire con essi.
        Rimasero tutti e tre in silenzio. Fuori si sentivano cantare gli uccelli. Il mate, nelle tazze, si era raffreddato.
        E adesso che abbiamo risposto, o non abbiamo risposto alle sue domande, riprese a parlare il vecchio, risponda lei alla nostra, signorina Sampaio, disse il più giovane, come ha fatto a trovarci?
        Io... vi ho immaginato.
        Le labbra dei due si stesero in un impercettibile sorriso.
        E ora che l’ha detto, chiese il vecchio, tutto questo le sembra meno vero?
     
    ARABELLA
     
     
     
    Chi sei, realmente?
     
    Arden correva.
    Correva con affanno, con la mano premuta sopra al petto squarciato e i piedi nudi e graffiati che scivolavano sulla neve. Aveva nevicato molto nell’ultima settimana, e i marciapiedi di Hanover altro non erano che lastre di ghiaccio, ora. Lastre che rallentavano la sua fuga.
    È un incubo, pensò. Solo un incubo.
    Ma le sue ferite pulsavano e il suo corpo ululava di dolore, dove era stato aperto come una bestia. Non dormiva, né sognava. Non giaceva nudo sul suo letto come ogni sera, nella sua stanza illuminata da vecchie luci natalizie, gli occhiali calati sulla punta del naso e un libro tra le mani, mentre le dita tamburellavano assenti sulla copertina malconcia. L’aria non era gravida dell’odore dolciastro della marijuana o di quello più aspro della birra, la stessa che Jonathan e Reeves versavano quasi ogni sera, ubriachi o fatti, sul suo tappeto consumato – i suoi migliori amici, adesso morti. Uccisi. Sì, ma da cosa?. No, l’unica cosa reale, adesso, era il sangue che gli ricopriva le mani, la spalla lussata e i tre profondi tagli che gli aprivano lo stomaco. 
    …ARDEN!
    Una voce.
    Il giovane si bloccò, piantandosi sull’asfalto congelato come un chiodo in un’asse di legno. Tremava, come tremano soltanto le foglie in autunno prima di staccarsi dal ramo e morire, trasportate dal vento.
    Si voltò.
    La strada era buia, come qualunque altra cosa a Hanover passate le sei del pomeriggio. Era il problema delle cittadine più piccole, sperdute tra le alte montagne del New Hampshire e al confine col verde selvaggio del Vermont. Non erano molto illuminate. E probabilmente, perché niente accadeva mai, lì. Niente di brutto, niente di pericoloso. Era un posto noioso e monotono, seppur pieno di giovani. L’università li attraeva per il prestigio, la promessa di un futuro lavorativo ricco e la bellezza del paesaggio quando l’autunno tingeva le foglie di un rosso così intenso. Non per altro. Però, in una sera di tardo inverno come quella, tutte le belle promesse sembravano non esistere nemmeno. Le luci della Liberty – la vecchia torre della biblioteca – brillavano deboli, non abbastanza forti da illuminare le dense ombre che circondavano Arden. Bones Gate era lontana, la festa un ricordo, la birra un sapore amaro in bocca. Era solo, lì, adesso.
    O forse no.
    «Cosa vuoi…», mormorò. La testa gli doleva, e gli occhi erano gonfi di pianto. Aveva visto troppe cose, in una sola sera. Troppe cose, per un ragazzo di appena venti anni «Cosa vuoi da me…».
    Un movimento.
    Arden sussultò.
    Un’ombra si staccò dall’oscurità della notte. Aveva fattezze umane, ma qualcosa nel modo in cui camminava, in cui muoveva il corpo, terrorizzò il ragazzo. Aveva lunghi arti scarni, e il rumore delle sue unghie sull’asfalto ogni qualvolta strusciava i piedi lo costrinse a fare un passo indietro. La paura gli incideva il corpo in profondità, come un pugnale conficcato sotto i muscoli, sotto la sua pelle smembrata da artigli affilati. Avrebbe voluto muoversi, o scappare. Andarsene, svanire nel nulla come uno spettro. Chiudere gli occhi e dimenticare dove fosse.
    Non ci riuscì.
    ARDEN.
    L’ombra era praticamente davanti a lui ora. Illuminata dal bagliore della luna riflesso sulla neve bianca, Arden ne riconobbe finalmente gli occhi. Erano scuri, adesso – pozzi profondi carichi di disperazione e odio. Eppure, seppur nascosti dietro lunghi capelli color petrolio, il giovane non aveva più dubbi. Tolse la mano dallo stomaco dilaniato e l’avvicinò al volto del mostro che aveva fatto strage dei suoi amici in una sola sera. Ne accarezzò la guancia, candida alla luce delle stelle, e sorrise appena, incerto. Sentiva il proprio cuore pulsare, un sistema in allarme bisognoso di soluzione. Lentamente scostò una ciocca nera, rivelando il lato destro di quel viso che conosceva così bene, ma lì non c’era più carne, solo ossa pallide e spezzate. E tanta rabbia.
    Arden scattò indietro.
    Troppo tardi.
    Il mostro si avventò su di lui.
     
     E perché chiami me, mostro?
     
    Disteso sul letto disfatto, si domandò perché avesse deciso di cominciare a bere così presto.
    «Ehi, Arden! Amico, svegliati!».
    Uno schizzo di vodka sulla faccia lo costrinse ad aprire gli occhi. Jonathan rise, gettando la testa indietro. Un altro fiotto di alcol si versò sul tappeto ai piedi del giovane, allargandosi in una pozza scura e affatto profumata. Arden si limitò a guardare il suo amico, scuotendo appena la testa. Non era una novità. Lentamente, borbottando per la stanchezza, si tirò su, a sedere sul letto, i piedi scalzi penzoloni sopra a un delirio di bottiglie vuote e bicchieri di plastica usati. Qualcuno, non ricordava quando, si era impossessato del suo portatile, e ora una musica acuta e martellante rimbombava per tutta la stanza. Non era a suo agio, si rese conto. Avrebbe voluto dormire, lasciare che la brutta sensazione che gli artigliava la bocca dello stomaco sin da sveglio si spegnesse tra la nebbia dei sogni. O incubi; ultimamente, ne aveva molti. Ma non poteva. Un gruppetto di almeno otto persone occupava la sua stanza, perlopiù sconosciuti.
    «Tutto bene?».
    Una ragazza si era seduta accanto a lui. Aveva lunghi capelli castani e grandi occhi verdi, quel tipo di verde che dovrebbe appartenere solo alle piccole foglie da poco germogliate in primavera e non a una giovane studentessa. Arden ne rimase incantato per alcuni secondi, prima di rendersi conto che non le aveva ancora risposto. Sorrise appena, annuendo piano, rallentato.
    «Sì», disse. «Solo un po’ stanco. E ubriaco».
    Lei rise.
    Aveva quel tipo di sguardo che sembrava sorridere sempre, anche quando c’era più dolore che gioia nel cuore. Arden si ritrovò a offrirle da bere. Aprì il mini-frigo ai piedi del letto e prese due birre fredde, affettò del limone e lo premette giù per il collo delle bottiglie. Lei lo fissò con occhi sognanti, sperando forse che la loro serata si concludesse in qualcosa di più intimo. Ma quando le loro dita si toccarono tutto ciò che Arden sentì fu un profondo senso di disagio. Un brivido gelido gli risalì lungo la schiena tesa e il suo stomaco si chiuse come un portellone in avaria. Rapido, tirò indietro la mano e si voltò. La giovane sembrò delusa; Arden percepì la sua confusione come una vibrazione sulla pelle. Ma non gl’importò. Altri pensieri lo stordivano adesso. Pensieri in cui un viso gentile gli sorrideva e dita morbide lo accarezzavano.
    Qualcuno si buttò a sedere accanto a lui, rimbalzando sul letto. «Non ci crederai mai», fece Reeves.
    Arden si voltò per guardarlo; la bottiglia di birra già vuota. Ne prese un’altra. Il suo amico era evidentemente fatto ma i suoi occhi tradivano ugualmente un misto di comprensione e tristezza. E forse, anche stupore.
    «A cosa?».
    Reeves gli mostrò il cellulare.
    «La madre di Arabella si è uccisa».
    Arden trasalì.
    Lo schermo del telefono mostrava un titolo a caratteri cubitali da prima pagina e una serie di immagini tanto raccapriccianti da chiedersi perché fossero lì, sotto al suo naso. Stordito, allontanò il cellulare di Reeves con una spinta e si alzò. Lasciò la stanza e corse a rifugiarsi in bagno. Un gruppo di ragazze ridacchiava davanti allo specchio e Arden le scacciò senza troppa gentilezza nella voce. Vivere in una confraternita, rammentò, aveva i suoi difetti. In trance, scivolò sul pavimento di bianche mattonelle, sporche e fredde, e chiuse gli occhi. Il whisky, la vodka e la birra si fecero sentire con prepotenza, sciaguattando nel suo stomaco come una zattera alla deriva. Si chiese perché gli era così difficile controllarsi e subito dopo scoppiò a piangere.
    Reeves bussò alla porta. «Ehi, amico», disse, sconsolato. «Mi dispiace. Non volevo turbarti così…».
    «Vattene», sussurrò Arden.
    Il ragazzo si zittì, e poco dopo si dileguò, senza aggiungere altro. Arden sentì il rumore dei suoi passi mentre tornava nella sua stanza. Respirò a fondo. I ricordi sono imprevedibili, si disse. Tornano per ucciderti quando meno te lo aspetti. Strinse i pugni e li premette contro le palpebre chiuse con forza, quasi cercasse di cacciare via le immagini che continuavano a tormentarlo. Fantasmi di momenti trascorsi, vivi e pieni di luce, che tutt’ora lo svegliavano nel cuore della notte, un promemoria di come la sua vita era stata e di ciò che aveva stretto tra le mani.
    Arabella.
    «Arabella».
    Un ragazzo ubriaco spalancò la porta del bagno con un calcio e Arden batté la testa contro lo spigolo del ripiano davanti a lui. Per pochi istanti il mondo si colorò di mille luci mentre una voce sbiascicata farfugliava scuse affatto convincenti. Il giovane si alzò barcollando, la testa dolente, e dopo un secondo di esitazione piazzò un pugno in faccia allo sconosciuto – Arden conosceva i volti e i nomi di tutti i confratelli di Bones Gate e lui non era uno di loro – che inciampò sul bidone della spazzatura alle sue spalle e cadde a terra come un sacco di patate.           
    «Coglione», mormorò Arden.
    Uscì dal bagno, massaggiandosi la fronte. Un rivolo di sangue gli sporcò i polpastrelli, che pulì distrattamente sui jeans. Si sentiva stordito, alterato, confuso dall’alcol che continuava a scorrergli sotto la pelle e dentro le vene. Era una sensazione piacevole in realtà. Ne aveva abusato spesso nell’ultimo periodo. Era la miglior medicina contro il veleno impetuoso dei ricordi.
    Nel frattempo, la festa si era spostata nel corridoio. La sua camera era vuota – le bottiglie e i bicchieri gli unici indizi di cos’era successo lì dentro. Jonathan gli posò un braccio intorno alle spalle, ridendo con sguaiatezza e spintonandolo verso le scale e il seminterrato, dove il festino sarebbe proseguito. Arden si lasciò trascinare, già più spaesato e leggero di quanto non fosse pochi secondi prima. La notizia della morte della madre di Arabella si rintanò in un angolo del sua mente, sotterrata sotto svariati strati di pensieri del tutto inutili o frivoli. La ragazza di poco prima lo affiancò, sorridendogli angelica. Si era legata i capelli ondulati e una lunga serie di immagini occupò la testa di Arden, risvegliando il suo istinto animale. Le sorrise, anche se non avrebbe dovuto, seppur un altro volto spingesse per farsi largo tra la confusione.
    «Cos’hai in mano?», gli domandò lei.
    «Come ti chiami?», replicò lui, guardandola.
    Lei sorrise. «Maria».
    Arden fece scorrere gli occhi lungo il suo collo e poi più giù, sfacciato come soltanto l’alcol riusciva a renderlo. «Maria», ripeté, provandolo sulle labbra e indugiando quando la M le chiudeva. «Mi piace».
    Lei arrossì. «Ma non hai ancora risposto».
    Allora, il giovane guardò in basso. Stringeva un cacciavite nella mano destra. Il manico era di plastica rossa e la punta a stella. Ricordava di averne visto uno uguale, nel bagno, sopra il ripiano del lavandino. Forse era lo stesso. Ma non ricordava perché mai avrebbe dovuto prenderlo. Scosse la testa e se lo infilò in tasca, commentando con una risata. Maria lo fissò con un sorriso incastrato tra le labbra piene, su cui gli occhi di Arden si soffermarono più a lungo di prima.
    Jon lo strinse con forza. «Si prospetta una serata entusiasmante», fece, l’accento inglese più marcato del solito.
    L’amico rise.
    Avevano raggiunto il seminterrato. I due amici corsero giù per le scale appiccicose di alcol e chissà che altro. Un attimo prima di aprire la porta però, ad Arden parve di scorgere una faccia familiare nel piccolo oblò di vetro, l’unica finestra sul quel mondo proibito e ridicolo che era il seminterrato di Bones Gate. Un volto cadaverico, dove due occhi scuri e profondi si incastonavano come pietre. Lo sguardo che gli rivolse era di puro odio. Distratto, Arden mancò l’ultimo gradino e scivolò verso la porta. Arrestò la caduta con entrambe le braccia, ma adesso i suoi occhi erano a un palmo dall’oblò. Il volto era sempre lì, i loro sguardi ora vicini, troppo vicini. Qualcosa in quelle iridi sconosciute e terrificanti gli provocò un senso di familiarità. Ma l’alcol scorreva ancora insolente nel suo sangue e l’istante in cui sbatté le palpebre, la pallida figura era scomparsa. Affatto gentile, Jonathan lo spinse via e spalancò la porta. Un fiume di almeno quindici persone gli passò accanto, sfociando nelle promesse alcoliche del seminterrato. La musica che rimbombava tra le pareti rivestite di scritte erano le stesse che avrebbero ascoltato in qualunque altra confraternita. Ma Bones Gate sapeva il fatto suo. Arden li guardò confuso, domandandosi cosa fosse appena successo. Stava forse impazzendo?
    Maria lo prese per mano. Stava ridendo, e aveva in mano una lattina di birra. Arden lasciò che lo conducesse oltre la porta ora aperta, immergendolo tra i corpi caldi e appiccicosi dei suoi compagni e il puzzo nauseabondo del seminterrato – un misto di sudore, birra, piscio e vomito. Gli passarono un bicchiere. Qualcuno gli sorrise. Apparentemente c’era qualcosa di buono, dentro. Arden buttò giù la bevanda in poche sorsate, quasi strozzandosi quando gli accarezzò la gola. Qualunque cosa fosse, era forte. D’un tratto, la stanza iniziò a girare e il suo corpo a scaldarsi come un ceppo sul fuoco. Si sfilò il maglione, lasciandolo cadere da qualche parte, e cominciò a ballare. Maria si strinse a lui, le mani audaci e maliziose che gli toccavano il petto nudo, infilandosi sotto la maglia, affatto intimorite dalla reputazione che macchiava il nome di Arden da un mese – il fidanzato di Arabella, la ragazza suicida; quello che non era riuscito a salvarla; il ragazzo che non le era stato accanto, il colpevole. Ma forse, pensò il giovane, in un istante di lucidità, Maria neanche sapeva chi avesse davanti. Forse, era una matricola arrivata al Dartmouth College di recente. Forse, solo il suo corpo l’aveva stregata.
    Nient’altro.
    Corpi sconosciuti lo spintonarono via da lei. In una confusione di luci e rumori, si ritrovò a un passo da Reeves. L’amico gli sorrise, sbronzo quanto chiunque altro attorno a loro. Con un cenno, gli offrì un sorso di vodka, che Arden buttò giù senza pensare. La serata avrebbe preso una piega rovinosa, già lo sapeva. Tre anni in confraternita insegnavano soprattutto questo.
    D’un tratto, un ricordo si fece largo nella sua mente, artigliandosi alle pareti per arrivare in superficie.
    «Ti diverti?»
    «Mai, senza di te».
    «Non senza alcol, vorrai dire».
    Sorrido. «Tu sei più importante».
    Lei arrossisce.
    «Arden».
    Perché l’hai fatto?, pensò. Nella sua testa, Arabella continuava a sorridergli, i tratti asiatici di sua madre ma gli occhi verdi di suo padre. Verdi, come quelli che aveva davanti adesso, distanti pochi centimetri. Si chiese se fosse lei, se stesse sognando disteso in camera sua. Se la serata non avesse mai avuto inizio e quella fosse semplicemente una delle tante notti che trascorrevano insieme, spesso abbracciati o soltanto accanto, vicini abbastanza da sfiorarsi ma senza toccarsi. Arabella sapeva essere delicata quanto il petalo di un fiore, dura come il tronco di un albero e il suo acume era graffiante come la punta di un ago. Arden la amava, e sperò che fossero sue, quelle iridi che lo fissavano. Ma no. Non c’era sagacia, in loro. Non era lei.
    Represse il ricordo.
    Maria lo baciò. Labbra calde sfiorarono le sue e non ci fu alcuna dolcezza in quello scontro, solo brama e istinto, una passione animale e primitiva, che si staccava da qualunque ideale di amore o intimità, di affinità o dovere. C’era soltanto il desiderio, elementare e forte, una mano che li avvicinava e stringeva entrambi, ma non al cuore. Decisamente più in basso, si disse Arden. Rise tra le sue labbra, esaltato da tutta la birra – e chissà cos’altro – che aveva ingurgitato. Altri corpi si muovevano attorno a loro, ombre sfocate che si perdevano in un mare di sensazioni. La pelle di Maria sotto le sue dita, lucida di sudore e morbida come un boccone delizioso, era l’unica cosa che il suo cervello riuscisse a concretizzare, insieme alla sua lingua e al sapore dolce che gli lasciava in bocca, un misto di ragazza e vodka. Il resto, era caos. Un’accozzaglia di luci e sagome fumose, rintanate ai bordi del suo campo visivo, troppo insignificanti per essere messe a fuoco. 
    Arden le accarezzò il collo, lasciando scivolare la mano oltre la nuca e tra i capelli di nuovo sciolti. Ma lì, le sue dita incontrarono altro. Qualcosa di freddo e ruvido, tagliente ai bordi, tanto da farlo scattare indietro. Spalancò gli occhi già aperti, nella speranza di ritrovare un residuo di lucidità, un aiuto contro la nebbia della sfrenatezza, e vide qualcuno, alle spalle di Maria. Una figura, dalla chioma scura, la cui mano sinistra si muoveva tra i capelli della giovane e la destra si avvicinava allo stomaco. Le dita erano lunghi artigli affilati, pronti a trinciare, squartare, tagliare…           
    Il giovane scattò avanti.
    Maria gridò.
    Gli artigli erano dentro la sua pelle, adesso. Premuti nella carne, la dilaniarono come carta e la ragazza cadde a terra, in una pozza di sangue, lo stomaco aperto e il vestito bianco ora rosso, sporco di liquidi e di interiora. Arden era ancora accanto a lei, stordito e paralizzato. La paura non impiegò molto tempo a trovare la sua strada nello sguardo dei presenti. Urla si levarono dovunque, cariche di panico e di terrore. Qualcuno venne calpestato. Qualcuno finì a terra e picchiò la testa contro un tavolo spaccandosi il cranio. Qualcuno inciampò sul corpo riverso a terra di un amico o scivolò su una pozza di birra o di sangue, impalandosi su una stecca da biliardo, la stessa che aveva utilizzato poco prima per dividere le squadre a birra pong. Altri trovarono la salvezza spalancando la porta e correndo via, fuori, oltre la strada che conduceva a Bones Gate. Qualcuno morì sulle scale, pestato. Qualcuno morì per mano del mostro.
    ARDEN.
    Lui era ancora lì. Premuto contro il muro, circondato da corpi, mentre il sistema d’allarme scattava, da qualche parte, dentro la confraternita. Il corpo immobile di Jonathan giaceva a pochi metri da lui, la faccia dilaniata e il petto squarciato; un’ombra di stupore, tuttora, nei suoi occhi chiari.
    GUARDA COSA HAI FATTO.
                                        GUARDA,
                                                 ARDEN
    Arden pianse.
    La musica continuava a rimbombare tra le pareti; nessuno si era preoccupato di spegnerla. I cadaveri dei suoi amici lo assediavano, un fossato di corpi e budella che lo divideva dalla salvezza, dalla porta che lo avrebbe condotto via da lì, lontano dal mostro. Nonostante ciò, però, cosa lo tormentava di più era il sangue e i resti stracciati delle vittime con cui l’essere si era divertito. Gambe, braccia e busti straziati, scomposti come pezzi di un puzzle buttati alla rinfusa.
    «Perché…», farfugliò.
    Il mostro lo guardava. Era acquattato, rannicchiato sopra uno dei tavoli, sporco di sangue, la testa appena inclinata e gli artigli tesi, pronti a tagliare. Era spaventoso e al tempo stesso affascinante. Una creatura surreale, un’idea impossibile, una figura che avrebbe dovuto far parte di un incubo. Non della realtà. Incredulo, Arden sperò che fosse un sogno, un cattivo scherzo della sua mente alterata dall’alcol. Ma il suo cuore continuava a palpitare frenetico pompando ossigeno, pulendogli il sangue e montando l’adrenalina, rendendolo più lucido di fronte a cos’era accaduto. E il mostro era ancora lì. Non tremava, come un’ombra pronta a svanire.
    Era lì.
    E lo fissava.
    «Cosa… sei?», azzardò il giovane.
    L’essere balzò giù dal tavolo.
    Arden sussultò, e solo allora si rese conto di avere nuovamente il cacciavite in mano. Si era sporcato di sangue, così come i jeans e la maglia. Si chiese quando lo avesse preso, e pensò poi di averlo fatto quando aveva visto la creatura dietro Maria. Aveva cercato di fermarla, di impedirle di attaccarla, di ucciderla, ma era stato lento. Ancora una volta, nella sua vita, era arrivato troppo tardi.
    ARDEN.
    Il mostro continuava a ripetere il suo nome. Adesso era più vicino. Strusciava lento disteso sul pavimento appiccicoso. Gli arti dinoccolati, lunghi e secchi come radici nodose, pronti a scattare.
    Arden alzò il cacciavite.
    E la creatura saltò.
     
    Non è forse vero
     
    «Smettila!».
    Arabella sorrideva. Le mani di Arden le solleticavano i fianchi e lei si dimenava, scalciava nel tentativo di fermarlo e liberarsi. Anche lui rideva. Un raggio di sole caldo filtrava dall’unica finestra della camera, illuminando le pareti bianche, tempestate di vinili, quadri e bandiere – due, una della California, una della Dartmouth. Nell’aria, ormai appiccicato alle pareti, aleggiava il classico odore di marijuana misto al profumo pungente della varichina. Il fine settimana era passato, era domenica pomeriggio e i ragazzi di Bones Gate avevano trascorso l’intera mattina a pulire bicchieri, vomito e birra. La festa era stata piacevole. Si erano divertiti.
    Arden era felice.
    Fissava Arabella mentre sorrideva pigra, distesa nuda sul suo letto, i vestiti sparsi per tutta la camera, gli occhi innamorati e le labbra gonfie per i baci che si erano dati. C’era solo una cosa, che stonava. Dolce, il giovane le accarezzò lo zigomo destro. Lì un piccolo livido nero le macchiava la pelle, altrimenti candida come neve. Lei sussultò appena, percependo una piccola fitta di dolore. Chiuse gli occhi e lasciò che Arden la toccasse con quella delicatezza struggente che era soltanto sua. La loro pelle a contatto era calda, morbida, liscia, un tocco, una sensazione che per entrambi voleva dire sicurezza. Voleva dire conoscersi, voleva dire amarsi.
    «Ti porterò via, un giorno», le sussurrò.           
    Non c’era bisogno di dire da chi.            
    Le voci che giravano sul padre di Arabella erano molte. Il vecchio professore universitario, il neuroscienziato denunciato da alcune giovani alunne per molestie sessuali. Licenziato in tronco, allontanato dalla cattedra e privato di qualunque opportunità di insegnare ancora, picchiava la figlia, si raccontava. E sua moglie. Era depresso, insoddisfatto. Affermava che ogni accusa mossa contro di lui era infondata. Non c’erano prove se non le parole deliranti di quelle ragazze, così convinte, così sicure di qualcosa che non era mai accaduto. Si erano approfittati di lui, diceva, ripeteva ogni giorno, piangendo infelice. Lo avevano ingannato. Ma nessuno gli credeva.
    Viveva agli arresti domiciliari, in una casa poco fuori Hanover, con la moglie. Arabella era costretta a visitarli ogni fine settimana, nonostante tutto. Quando Arden la pregava di non farlo, lei rispondeva che non doveva rivelare a nessuno, assolutamente a nessuno, che cosa le faceva, che cosa le aveva fatto. Dopotutto, era suo padre. E lo amava, a modo suo.  
    Il giovane poteva soltanto annuire.
    Arabella aprì gli occhi. «Lo so», disse.  
    Lo baciò. E baciarlo le ricordava il giorno in cui si erano conosciuti. Arden era affascinante agli occhi di molti. Era alto, era gentile, era carismatico, era bello. I suoi occhi erano azzurri come il cielo e il suo sorriso accogliente come un abbraccio caldo d’inverno. Sapeva ridere per mettere gli altri a loro agio e farsi serio quando qualcuno aveva bisogno di discorsi più rassicuranti. La giovane l’aveva amato dal primo istante. Da quando le sue dita l’avevano accarezzata la prima volta.         
    Lui sorrise.
    Le labbra di Arden erano sempre dolci e gentili contro le sue. Ma poi un fuoco bruciante si allargava dentro di loro, tra i loro corpi, e allora le mani scendevano più in basso e i baci si trasformavano in passione, in frenesia, in eccitazione. Quel pomeriggio, fecero l’amore per molte ore, fermandosi a volte soltanto per parlare, guardarsi negli occhi, mangiare. Arden la portò fuori per cena. C’era un piccolo ristorante, nel centro di Hanover. Ordinarono due hamburger, come al solito – lui adorava la carne – e chiacchierarono. Molti li guardavano e sorridevano. Erano meravigliosi, accanto. Come una coppia di stelle. Ognuna splendeva di luce propria, ma insieme avrebbero potuto illuminare una città intera o dare fuoco a tutta una foresta.  
    A sera, lei tornò al suo dormitorio e Arden passò la serata con i suoi amici, bevendo birra e ridendo.
    Arabella si uccise due giorni dopo.
    Era il 27 febbraio. Il giorno del suo ventesimo compleanno. Non ne trovarono mai il corpo, solo una lettera, lasciata sulla piccola scrivania di legno bianco su cui era solita studiare da quando si era iscritta alla Dartmouth. I manuali di Diritto e Politica ancora lì, lasciati in un angolo, lo zaino aperto, alcune penne raccolte in un cestello di plastica rossa, rossetti e una spazzola posati sul letto sempre sfatto, gli abiti immobili nell’armadio condiviso. Era stata Ronda, la sua compagna di stanza, a trovare la lettera. Era indirizzata a lei, infondo. In un primo momento non aveva riconosciuto la calligrafia della sua amica, sempre impeccabile, tra quelle parole scritte di fretta. Si era domandata se non fosse soltanto un brutto scherzo. Ma poi, un giorno era passato e a sera aveva chiamato Arden. Persino lui non la vedeva da un po’. Allora quel pezzo di carta aveva assunto tutt’altro peso. Aveva chiamato la polizia, i genitori e gli amici. Chiunque. I controlli erano cominciati, giornate di perlustrazioni e di ricerche disperate. Il suo nome era stato urlato tra i boschi che circondavano Hanover. Ma nessuna risposta era mai arrivata. Alla fine, dopo settimane, in molti si erano arresi. La sua scomparsa era stata compianta e il padre accusato della sua morte. L’uomo aveva negato e pregato che lui e la moglie fossero lasciati soli. La loro casa era stata circondata da giovani,  tutti in cerca di giustizia. Arden non si era mai fatto vedere. Molti raccontavano che avesse trovato conforto nell’alcol. Nessuno lo infastidiva. Tutti si chiedevano come una cosa tanto orribile fosse potuta accadere. Qualcuno iniziò ad accusarlo. Avrebbe dovuto starle vicino, aiutarla. 
    Non l’aveva fatto.
    Lento e pesante, un mese era trascorso. Silenzioso, Arden era tornato a farsi vedere. Ma la nuova reputazione che gravava sulle sue spalle riportava a galla i ricordi a ogni occasione. Piano, si era rialzato dalla nebbia dell’apatia e il suo corpo aveva ripreso a funzionare. Poi, il 30 marzo, aveva perso i     suoi amici.
    Perché, in qualche modo, Arabella era tornata.
     
    Che l’unica bestia
     
    Uno sparo.
    Arden sussultò, spaventato, e perse l’equilibrio. Scivolò sul sottile strato di ghiaccio che ricopriva la strada e cadde. Si premette le mani contro le orecchie. Fischiavano, adesso, con dolore. Il rumore era stato così acuto, così improvviso, così tagliente. Non se lo era aspettato. Il suo corpo ora tremava più di prima. Indifeso aspettò con paura che l’udito riprendesse a funzionare.
    Ci volle un po’.
    «Ragazzo».
    Una voce nuova.
    Non il mostro. Non più.
    Aprì gli occhi.
    C’era un poliziotto, davanti a lui. Le braccia tese, le dita rigide intorno al grilletto, la canna ancora fumante per il colpo sparato. Aveva le guance le rosse, ma non avrebbe saputo dire se per il freddo o il caldo. Pareva avesse corso molto o avesse semplicemente paura. Arden non lo sapeva.
    Si guardò attorno.
    Arabella – o qualunque cosa fosse diventata – non c’era più. Forse, l’agente l’aveva colpita. Ma se anche fosse stato così, non c’era alcun corpo, lì. Soltanto il buio della strada e il fumo bianco che usciva dalla sua bocca ogni volta che respirava. Nel silenzio, ricominciò piano a nevicare.
    «Ragazzo», ripeté il poliziotto. «Non ti muovere».
    Arden lo guardò.
    Era definitivamente angoscia quella che i suoi occhi tradivano, incapaci di mascherarsi. Un leggero tremore gli percuoteva le gambe, appena divaricate, tese, pronte a sparare un altro colpo se fosse stato necessario. Il giovane alzò una mano, innocente. L’altra era premuta di nuovo sopra il suo stomaco aperto. Faceva male, ma non così male come avrebbe creduto. Si chiese se non fosse tutta l’adrenalina che aveva in corpo, a renderlo tanto indifferente al dolore.
    «Anche l’altra», gli intimò il poliziotto.
    Arden lo fissò ancora, confuso. «Non p-posso», balbettò. Possibile non vedesse le ferite? «Il mostro…».
    «L’altra!», gridò lui.
    Il giovane sussultò. Alzò entrambe le braccia. Gli parve di sentire del liquido scorrergli giù per la pancia e le gambe, infilandosi sotto i jeans, rigidi per il sangue rappreso. Poi però, lo sentì anche lungo il braccio sinistro, mentre scorreva lento, gocce calde che rotolavano giù, rallentando all’altezza del gomito per poi cadere a picco nascondendosi sotto la maglia. Si domandò se fosse ferito anche a una mano, se avesse perso più sangue di quanto credesse.
    Quando guardò in alto s’irrigidì. Stringeva di nuovo il cacciavite, tra le dita. Allora guardò anche in basso e la confusione nei suoi occhi divenne bruciante. Non c’erano ferite, sul suo stomaco. Solo graffi. Piccole linee rosse, a gruppi di quattro, lasciate sulla sua pelle bianca, sotto la maglia strappata.
    Si costrinse a guardare a terra.
    Lì, ai suoi piedi, c’era un cadavere. Dilaniato. 
    Arden tremò.
    «Sei in arresto», sentenziò il poliziotto. «Per omicidio plurimo».
     
    L’unico assassino,
     
    Arabella era irrequieta. Le mani di Arden le solleticavano i fianchi e lei si dimenava, scalciava nel tentativo di fermarlo e liberarsi. Lui rideva di lei. Un pallido raggio di sole filtrava dall’unica finestra della camera, rischiarando appena le pareti bianche, tempestate di oggetti superflui, utilizzati al solo scopo di ingannare. Nell’aria, aleggiava il classico odore di sangue e carne, il puzzo che Arden trascinava con sé dovunque andasse, misto al sentore pungente della varichina. Il fine settimana era trascorso, era domenica, e i confratelli di Bones Gate avevano passato l’intera mattinata a pulire bicchieri e vomito. La festa era stata piacevole. Si erano divertiti.
    Arden era affamato.
    Scrutava Arabella mentre sorrideva tesa, distesa nuda sul suo letto, i vestiti sparsi per tutta la stanza, lo sguardo terrorizzato e le labbra gonfie per i morsi che le aveva dato. Nulla era fuori posto. Piano, il mostro le accarezzò lo zigomo destro. Un livido scuro le macchiava la pelle, altrimenti candida come neve. Lei sussultò appena, spaventata da quel tocco. Chiuse gli occhi e lasciò che Arden la toccasse. Il cuore le batteva forte, e pregava silenziosamente che non le facesse del male. La loro pelle a contatto era bollente, una sensazione che per lei era agonia. Per lui, eccitazione.
    «Ti porterò via, un giorno», le sussurrò.
    Non era necessario chiedere cosa significasse.
    Le voci che Arden aveva fatto girare per mascherare le sue reali intenzioni erano terribili. I suoi genitori avevano perso credibilità e ogni tipo di fiducia quando il sussurro demoniaco di quel mostro che si spacciava per il suo ragazzo aveva cominciato a muoversi attraverso le menti di chiunque incontrasse. Il brillante professore universitario, suo padre, un uomo buono, era stato denigrato, denunciato per atti che non aveva mai commesso. Licenziato in tronco, allontanato dalla cattedra e privato di qualunque opportunità di insegnare ancora, era caduto in depressione. Diceva che tutte le accuse erano infondate. Era stato ingannato.
    Ma nessuno gli credeva.
    I sussurri erano troppo potenti.
    Viveva agli arresti domiciliari in una casa poco fuori Hanover, con la madre di Arabella. Li poteva visitare solo poche volte. Quando pregava Arden di andare da loro, lui rispondeva che non doveva rivelare a nessuno il loro segreto. Dopotutto, era il suo ragazzo. La amava, follemente.          
    La giovane poteva solo annuire. 
    Arabella aprì gli occhi. «Lo so».
    Lui la baciò. E baciarlo, le ricordò quando lo aveva conosciuto, tra i corridoi di Carson Hall una mattina d’autunno. Arden era affascinante agli occhi di tanti. Era alto, era carismatico, era bello. I suoi occhi erano azzurri come i ghiacciai più freddi e il suo sorriso manipolatore come un burattinaio con bambole di carne. Sapeva ridere per spingere gli altri a fidarsi del suo sguardo e sussurrare quando qualcuno cominciava a sospettare. La giovane era caduta nella sua ragnatela dal primo istante. Da quando la sua voce le aveva mormorato parole la prima volta.         
    Il mostro ghignò.
    Le labbra di Arden erano sempre feroci e fredde contro le sue. E a quel fuoco bruciante che si allargava dentro di lui, nel suo corpo così umano ma infondo mostruoso, lei rispondeva con apatia, spengendosi svelta come una candela investita da un vento forte, lasciando che lui la penetrasse con violenza, come una bestia, permettendogli di prendere ciò che voleva. Le sue dita scendevano più in giù, e i baci si trasformavano in bramosia, aggressione. Quel pomeriggio la stuprò per infinite ore, fermandosi a volte solo per morderla, colpirla se non obbediva e mangiare. Mangiare, mangiare, mangiare. Sempre carne. Quando la portò fuori a cena, nel piccolo ristorante nel centro di Hanover, ordinarono due hamburger e di nuovo mangiarono carne, in silenzio. Molti li guardavano, ma non sorridevano. C’era qualcosa di orribile, in loro. La sera lui le concesse di tornare al dormitorio e il mostro passò del tempo con Jonathan.
    La uccise due giorni dopo.          
    Era il 27 febbraio. Il giorno del suo ventesimo compleanno. Non ne trovarono mai il corpo, poiché Arden ne mangiò ogni parte. Di lei, rimase solo una lettera, lasciata sulla minuscola scrivania di legno bianco su cui era solita studiare da quando era si iscritta alla Dartmouth. I manuali di Diritto e Politica ancora lì, lasciati in un angolo, lo zaino aperto, alcune penne raccolte in un cestello di plastica rossa, rossetti e una spazzola posati sopra al letto, gli abiti immobili dentro l’armadio condiviso. Era stata Ronda, la compagna di stanza, a trovare la lettera. Era indirizzata a lei. In un primo momento, non aveva riconosciuto la calligrafia della sua amica, sempre precisa, tra quelle parole scritte di fretta, poiché dopotutto non era davvero sua. Arden si era occupato di ogni dettaglio. Aveva soddisfatto la sua fame, e poi, come il migliore dei narratori, aveva costruito la migliore delle storie. Era stato così bravo, che Ronda si era domandata se non fosse soltanto un brutto scherzo. Ma poi, un giorno era trascorso e a sera aveva chiamato proprio lui, il mostro. E ovviamente il giovane, con la sua voce mortale e i suoi sussurri pericolosi, l’aveva convinta di non vedere Arabella già da un po’. Allora, il pezzo di carta aveva assunto altro peso. Ronda aveva chiamato i genitori, gli amici, la polizia. Chiunque. I sopralluoghi erano iniziati, ore di perlustrazioni e di ricerche. Il suo nome era stato gridato tra i boschi che circondavano Hanover. Ma non una risposta era mai arrivata, perché lei non esisteva più. Alla fine, dopo settimane, tanti si erano arresi. La sua morte era stata compatita e i sussurri del mostro avevano accusato il padre di tutto. L’uomo aveva negato e richiesto che lui e la moglie fossero lasciati in pace. La loro casa era stata circondata da giovani in cerca di giustizia. Arden era sparito. Molti raccontavano che avesse trovato conforto nell’alcol. Non era vero. Tutti si domandavano come una cosa così mostruosa fosse potuta accadere. Qualcuno accusò il fidanzato. Lui, avrebbe dovuto starle vicino. 
    Arden rideva.
    Come un animale con la pancia piena, il mostro dentro di lui si era assopito. Allora, lento e pesante, un mese era passato, e silenzioso, Arden o quello che di umano aveva, era tornato a farsi vedere. E la nuova reputazione che gravava sulle sue spalle, aveva riportato a galla quei sentimenti che il mostro era solito spegnere. Così aveva dimenticato cosa fosse. Come ogni volta, da secoli ormai. Piano però, si era rialzato dalla nebbia dell’apatia e il suo corpo aveva ripreso a funzionare. La fame era ricomparsa insidiosa, e il 30 marzo, aveva ucciso i suoi amici.      
    Finalmente, il mostro era sveglio.          
     
    Qui, sei tu
     
    Arden ricordò.
    Un Sussurratore. Ecco, cos’era.
    Rise.
    Odiava il momento in cui dimenticava. In cui la bestia dentro di lui si spegneva, appagata dal sangue bevuto, dalla carne assaggiata, da un’altra vita rubata. Allora, ciò che di umano anche era, trovava il suo spazio per uscire, senza blocchi o barriere. Cancellava ciò che era e aveva fatto. Lo spingeva a credere di aver amato, o poterlo fare. Lo rendeva convincente agli occhi di chi lo guardava. Agli occhi di chi sospettava non appena i sussurri si facevano più deboli.
    Rise ancora.
    Lui non amava. Non poteva farlo. Lui bramava.
    Sangue e dolore, carne e grida. Ma un corpo era più squisito, se prima lo aveva posseduto. Per questo, prediligeva le donne. Per questo, aveva attratto Arabella, tra le molte dentro la scuola. Lei era bella. Aveva acceso i suoi istinti animaleschi, l’aveva spinto a sussurrarle, a catturarla, a farla sua. L’aveva resa la preda perfetta, il boccone più ghiotto, il divertimento che preferiva, senza che lei potesse fare alcunché per fermarlo. I Sussurratori erano troppo forti.
    Anche quando dimenticavano.
    Abbassò la mano. Guardò il cacciavite. Non aveva bisogno d’armi per uccidere. Bastavano le sue mani, le sue fauci e la sua forza. Ma lo divertiva. Lo divertiva fingere e manipolare e poi attaccare.
    Ricordò cosa aveva fatto quella notte, mentre il mostro in lui si risvegliava lentamente, con brama, bisognoso di sangue. Umanità e alcol lo avevano confuso, come droghe potenti. Lo avevano accecato. Lo avevano spinto a vedere Arabella in una qualche forma che era tanto mostruosa quanto lui. Ma non era mai stata lei, a uccidere. Erano sempre state le sue mani. Prima il ragazzo in bagno. Poi, Maria. Poi tutti gli altri. Avevano provato colpirlo, a ferirlo. Ma erano impotenti a mani nude. E lui troppo bestiale. Cos’era umano dentro di lui aveva cercato di fermarlo, aveva proiettato un mostro che non esisteva, gli aveva fatto credere di essere ferito per rallentarlo. Ma il Sussurratore aveva trovato la sua strada lo stesso. Ed era fuggito, in cerca di altra carne, di altro sangue, di altro cibo. L’aveva trovato. Si era nutrito.
    Poi, il poliziotto.
    Adesso si fissavano.
    Quell’arma avrebbe potuto ferirlo, ma mai ucciderlo. Niente infondo, poteva farlo. Così, si inginocchiò, e lasciò che l’agente lo ammanettasse. Era sporco di sangue e sulla lingua e tra le labbra sentiva ancora il sapore caldo e dolce delle vittime che aveva divorato. Chissà che cosa avevano provato quando i suoi denti avevano perforato loro la pelle, si domandò. Era stato doloroso?
    «Non muoverti», gli intimò il poliziotto. Le mani gli tremavano, mentre chiudeva gli anelli d’acciaio. «O dovrò spararti».
    Era molto giovane, notò il mostro. Non aveva rughe sul viso e le sue braccia erano forti. Lo sguardo tradiva paura, seppur ai suoi occhi Arden appariva come un semplice ragazzo. Si chiese se fosse già stato nel seminterrato. Probabilmente sì. Qualcuno doveva averlo visto, mentre massacrava quei poveri studenti, e doveva essere corso a spifferarlo. Sospirò, i suoi sussurri avrebbero dovuto essere molto potenti questa volta, o tutti avrebbe ricordato e lui avrebbe dovuto lasciare la città. E non aveva voglia di farlo. Hanover gli piaceva. Era ricca di carne.
    L’agente lo tirò su, i polsi ammanettati, e lo spinse verso il fondo della strada, dove un solo lampione era acceso e illuminava una pattuglia della polizia, le sirene accese ma silenziose mentre la neve continuava a volteggiare fino a terra. Altri due uomini li aspettavano, lì. Le pistole puntate contro di lui, contro il mostro ormai di nuovo sveglio, chiedendosi di certo come avesse fatto, come fosse possibile. Ma loro non sapevano cos’era. Né mai lo avrebbero scoperto.
    Né mai avrebbero visto il giorno.           
     
    Arden?
    Torino, 25 aprile 1686
     
    Per essere uno che gli sbirri guardavano come un cane con la rogna, Gustìn pensava di essere stato trattato troppo bene.
    Nei suoi quattordici anni di vita aveva imparato a conoscere le carceri senatorie di Torino: stanzoni dal lezzo tremendo dov’erano stipati uomini, donne, bambini che dormivano per terra e si dividevano un unico grande vaso da notte. Cani e gatti randagi s’intrufolavano dalle minuscole finestre con le grate per contendere ai prigionieri il cibo raffermo e scambiarsi pulci e pidocchi.
    Poi c’erano gli sbirri del Vicario, più duri e bastardi di quelli cui davano la caccia: quando prendevano qualcuno, in due lo tenevano fermo e il terzo lo picchiava col bastone, mentre scommettevano quanto sarebbe durato senza svenire.
    Eppure c’erano posti ancora peggiori delle carceri del Senato. Nella prigione di Miolans le celle erano chiamate “inferno”, e non solo perché stavano sottoterra. A Miraboc i condannati tiravano le cuoia in due settimane, sepolti nelle cisterne, mentre a Bard venivano calati con la corda in un pozzo scavato nella roccia: niente luce né cibo, né acqua… a meno che non piovesse, e allora se andava bene facevano il bagno, altrimenti annegavano con i topi.
    Ma neppure nei suoi momenti migliori Gustìn poteva dire di aver  vissuto in un posto più pulito, caldo e confortevole della cella in cui si trovava rinchiuso in quel momento, in una torre del palazzo che i torinesi chiamavano “il Castello”. Senza guardare le grate alla finestra, avrebbe potuto immaginare di essere nella stanza di una locanda per la gente di rango, con il letto di piume, lo scrittoio, il catino e la brocca per lavarsi.
    Quel riguardo con cui era stato trattato, per la prima volta, lo riempiva di domande cui non riusciva a rispondere.
    Guardò la candela sullo scrittoio. La cera si consumava goccia dopo goccia, colava dallo stoppino, scendeva sullo stelo, circonfusa da un profilo di fiamma: insieme al suono delle campane di Torino quando chiamavano i fedeli alla Messa, era l’unico segno che il tempo continuava a scorrere.
    Una chiave scricchiolò nella serratura, la porta della cella si aprì e lasciò intravedere delle ombre dall’altra parte. Una era la guardia che portava il cibo: la sua puzza di sudore e vestiti non lavati era inconfondibile.
    Senza dire una parola, un uomo che Gustìn non aveva mai visto prima entrò nella cella e si mise a frugare nei cassetti dello scrittoio, sotto il cuscino, tra le coperte. Aveva la mole di un toro, ma le sue movenze avevano un qualcosa di felino, e i suoi passi sul pavimento di pietra non facevano il minimo rumore.
     «Siete il magistrato che mi deve interrogare?» gli chiese Gustìn.
    Vai contro il muro.
    L’uomo non aveva parlato, ma il gesto e lo sguardo erano eloquenti: aveva terminato l’ispezione senza trovare nulla, e non era ancora soddisfatto.
    Gustìn lo studiò con più attenzione. Capelli biondi, baffi curati, occhi di un celeste chiarissimo. Tutti i denti al loro posto. Camicia di seta. Le fibbie delle scarpe erano d’argento, non di comune ottone.
     «Monsieur?» insisté Gustìn.
    Muoviti.
    Ancora un gesto, brusco questa volta. L’uomo aveva smesso di sorridere, se mai quella smorfia fosse stata un sorriso: i suoi occhi erano furbi e calmi insieme. Occhi di un giocatore che ha in mano carte vincenti.
    Gustìn fece come gli era stato chiesto. Si sentì spingere contro la parete, tanto vicino da respirare la polvere d’intonaco, mentre una mano cominciava a tastargli con decisione la schiena e i fianchi.
    Gocce di sudore gli gelarono la fronte: una delle tante volte che era stato ospite delle carceri senatorie, un ragazzo della sua età era stato portato via dai secondini che l’avevano violentato e riempito di botte.
    S’inarcò all’indietro per usare il peso del corpo e sottrarsi alla presa. L’altro se lo aspettava e lo schiacciò di nuovo contro il muro. Gustìn chiuse gli occhi aspettandosi un pugno in testa o nelle reni, invece la mano che lo tastava scese lungo le gambe e fino alle caviglie, prima una poi l’altra.
     «Cercate un’arma? Non ne ho. Potevate chiedermelo con gentilezza e vi risparmiavo la fatica. A voi sbirri servirebbe un po’ di stile.»
     «Felice non è uno sbirro» rispose una voce dalla porta. «E non vi ha chiesto nulla perché non può. E’ sordomuto.»
    Gustìn si voltò ad affrontare un uomo dal cappello di feltro con il bordo consunto: aveva mani grosse, pelle abbronzata, occhi grigi e severi. Con quella parrucca ben pettinata ma anonima, la giacca di stoffa modesta, dava l’impressione di un artigiano con addosso gli abiti della festa. A vederlo accanto al sordomuto, si sarebbe detto il suo servitore.
     «Siediti» ordinò a Gustìn, indicando il letto. Aveva una voce che sembrava un ringhio, bassa e cupa. Prese la sedia accanto allo scrittoio e vi si sedette, poi aprì il fascicolo che teneva in mano e cominciò a leggere:
     «Augusto Graziadei, padre e madre ignoti, battezzato dai preti di Sant’Antonio il 16 maggio del 1670.»
    Da almeno cinque anni la gente lo chiamava Gustìn, “Augustino”, e quel nome gli piaceva perché storpiava quello che i preti avevano scelto per lui.
     «Sono io, monsieur.»
    Con la coda dell’occhio notò che il sordomuto si era spostato accanto alla porta, certo per scoraggiare idee di fuga.
     «Quattordici anni… eppure hai dato lavoro al Vicariato come una banda di briganti. Una lista di furti, truffe, imbrogli lunga da qui alla Porta Susina.»
    Gustìn si comandò di rimanere calmo. Aveva imparato che non bisogna mai voltare le spalle a un cane infuriato, perché altrimenti gli fai capire che hai paura. E sapeva che i cristiani non sono poi così diversi dalle bestie.
    Fece un sorriso e rispose:
     «Monsignore, uno fa quel che può per rimediare la pagnotta.»
     «Sapete, Felice? Cinque anni fa il giovanotto ha provato a spaccare la testa a un gesuita con un bastone.» L’uomo aveva parlato in direzione del sordomuto, per farsi leggere le labbra. Felice spalancò gli occhi in un’espressione di esagerato stupore, poi mimò un applauso.
    Era per questo che l’avevano rinchiuso? Per quella storia vecchia ormai di sei anni? Ma perché nel Castello e non nelle carceri del Senato?
     «Allora?» si sentì chiedere.
     «Allora cosa?»
     «Non hai nulla da dire a tua discolpa?»
     «Non ho colpito abbastanza forte.»
    L’uomo lo fissò con un’occhiata che gli fece passare la voglia di fare lo spiritoso. No, quello non era uno sbirro come gli altri che aveva conosciuto.
     «Forse invece non hai usato l’arma giusta.» Apparve una piega sul volto dallo sguardo gelido, ma Gustìn non era sicuro che fosse davvero un sorriso. «I gesuiti hanno la testa più dura del legno.»
    Poteva essere una battuta, eppure Gustìn non aveva il coraggio di ridere. Tornò ad arrovellarsi cercando di anticipare le conclusioni di quella strana conversazione. Ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a capire dove il suo interlocutore volesse arrivare: di certo voleva spaventarlo, però, e ci riusciva maledettamente bene.
     «Doveva averti fatto arrabbiare molto questo padre Olindo.»
     «V’importa davvero saperlo?»
     «No.»
    L’uomo chiuse il fascicolo e lo posò sullo scrittoio. Infilò la mano in tasca e ne tirò fuori un oggetto che brillò alla luce della candela: una tabacchiera d’oro che perfino a un artigiano benestante sarebbe costata anni di sacrifici.
     «Cosa ci facevi l’altra mattina nel palazzo di Rolando Boucheron?»
     «Cercavo i gioielli» rispose Gustìn.
     «I gioielli… davvero?»
     «Sì, certo.»
    Passò un lungo istante. L’uomo ricominciò a parlare: «I servi dicono che sei entrato nel palazzo con una cesta di pane e ti sei presentato come il nuovo garzone del fornaio.»
     «Era l’unico che entrava senza che nessuno gli facesse domande, ogni due giorni. Nessuno lo perquisiva.»
     «Allora hai preso il suo posto e gli hai offerto in cambio quattro lire. Quattro lire sono molti soldi per un garzone.» Nessun segno di stupore o curiosità, ma nemmeno di disappunto. Gustìn non sapeva se l’interrogatorio stava andando bene o male, ma si era aspettato sberle e minacce, frusta e bastone. Non certo una chiacchierata come in un’osteria, davanti a un bicchiere di rosso.
    L’uomo si servì di una manciata di tabacco e lo spinse nella narice.
     «Quattro lire sono molte anche per uno come te» osservò ancora.
     «Avevo dei risparmi da parte.»
     «E te li sei giocati tutti.»
     «Bisogna avere il coraggio di scommettere, se si vuole vincere, no?» Gustìn fu di nuovo trafitto da quello sguardo che gli faceva tremare le gambe.
     «Vai avanti, Augusto. Come pensavi di uscire, una volta presi i gioielli?»
     «Il retro del palazzo si affaccia su un cortile. C’è un olmo con un ramo vicino alla finestra del secondo piano: saltare giù sembrava uno scherzo.»
     «Invece?»
     «Non capisco.»
     «Dove hai sbagliato?»
    Nei giorni passati in cella, Gustìn aveva avuto abbastanza tempo da dare una risposta almeno a quella domanda: «Chi avrebbe mai immaginato che un vecchio fosse così vigile… e così veloce con la spada…»
    L’espressione dell’uomo s’indurì e Gustìn sentì il cuore mancare un colpo.
    “Ecco, adesso mi condanna.”
    Trattenne il fiato. Due anni? Cinque, dieci? Forse meno, e prima o poi ci sarebbe stata un’amnistia: ce n’erano di continuo, per i reati minori. Bastava aspettare la nascita del prossimo figlio del Duca, cosa che sarebbe dovuta arrivare prima o poi, dal momento che Sua Altezza Reale non aveva ancora eredi maschi.
     «Speravo di ricevere più collaborazione da parte tua.»
    Gustìn rabbrividì. Quella voce gli faceva accapponare la pelle. Gli avrebbe messo paura anche se gli avesse offerto di andarsene libero e con i complimenti del Duca. «Non chiedo che di collaborare, monsieur.»
     «Allora dimmi cosa cercavi in quel palazzo.»
     «Io… ve l’ho detto…»
     «Voglio la verità!»
    Gustìn dovette fare uno sforzo per non pisciarsi addosso. Si avvizzì come se le ossa fossero diventate di burro. Mai come in quel momento avrebbe voluto essere altrove: nelle carceri senatorie in mezzo alla feccia di Torino, in una cisterna di Miraboc o perfino nel pozzo di Bard.
     «Co-cos’altro potrei cercare nella casa di un gioielliere? Non certo i quadri o i mobili… da solo non avrei potuto portarli via.»
     «Mi stai dicendo che cercavi davvero i gioielli?»
     «Non capisco… i Boucheron sono famosi…»
     «Giuliano Boucheron è un orafo famoso, sì, e i suoi figli anche. Ma Rolando, cugino di Giuliano, non è un gioielliere. Davvero credi che ti terrei nel Palazzo della Madama per un semplice furto?»
    Gustìn era sconcertato. Nulla stava andando come aveva immaginato: «Di cosa mi state accusando, allora?»
     «Rolando intrattiene dei rapporti, alla corte del Re di Francia. Le informazioni di cui giunge in possesso interessano il Duca Vittorio Amedeo. Allo stesso modo, qualcuno fedele ai Borbone vorrebbe impedire che quelle informazioni giungessero al Duca.»
    Gustìn si morse il labbro mentre si sforzava di non mettersi a tremare.
    Per questo era stato isolato in una cella singola, senza avere contatti con nessuno: perché Boucheron era una spia dei Savoia, e lui, intrufolandosi nella sua abitazione, era accusato di essere una spia dei Borbone di Francia.
    Per una spia la condanna era la forca, niente grazie né amnistie.
    Quando riuscì a parlare, lo fece con un gemito: «Non lo sapevo… sono andato lì per i gioielli, ve lo giuro!»
     «Taci. E ascolta quello che ho da dirti, perché la tua vita dipende da quello che deciderò di fare con te.»
     «Sì, monsieur» ansimò Gustìn. «Grazie.»
    «Mi chiamo Giovanni Battista Gropello, sono al servizio di Sua Altezza Reale il Duca di Savoia. In questi ultimi giorni sono accaduti eventi da cui dipendono il futuro del Ducato, il mio futuro, e quindi il tuo.»
    Il nome di Gropello non diceva niente a Gustìn. Ascoltò come gli era stato ordinato, con il sangue diventato ghiaccio.
     «Forse saprai che il re di Francia condiziona le scelte politiche del Ducato, occupa le nostre piazzeforti militari, minaccia di farci diventare una sua provincia. Ma le cose stanno per cambiare…»
    Gustìn non s’interessava di politica. Sapeva che il governo era passato dalle mani della Madama Reale a quelle del figlio perché c’era stata una distribuzione di cibo gratuita. Sapeva che il Duca non gradiva la tutela di Luigi XIV, tanto cara invece a sua madre, perché lo aveva sentito dire per strada, tra i banchi del mercato, nelle taverne. I difficili rapporti di Vittorio Amedeo con Sua Maestà Cristianissima erano continua fonte di pettegolezzi, seconda solo a quelli che riguardavano gli insaziabili appetiti del Duca per il gentil sesso.
     «L’anno scorso» continuò Gropello, «Luigi ha revocato l’Editto di Nantes, mettendo fuori legge i “riformati”. Sai chi sono i riformati?»
     «I Valdesi, credo. Monsieur.»
     «Luigi ha obbligato il Duca a emanare un editto simile. I Valdesi devono convertirsi, demolire i templi, battezzare i bambini ed esiliare i predicatori.»
    Gustìn non aveva mai conosciuto di persona un valdese, ma ne aveva sentito parlare sin dai tempi in cui viveva della carità dei preti, in cambio del tentativo di educarlo ai precetti del cattolicesimo.
     «Non accetteranno mai» si azzardò a dire.
     «Non hanno accettato, infatti. Il Duca deve condurre il suo esercito in Val di Pellice insieme a quello di Francia per fare… pulizia.»
    Ecco quello che stava accadendo in Val di Pellice: battaglioni di Francia e Savoia contro contadini armati di falci, vecchi fucili e coraggio. Ai civili sarebbe andata peggio: case in fiamme, donne violate, bimbi uccisi, bestie portate via. Fatti troppo lontani per dargli pensiero. Ne aveva altri a preoccuparlo, e prendevano la forma di un tratto di corda appeso al patibolo fuori dalle mura, vicino alle concerie di Borgo Dora.
     «Avete detto che il mio futuro dipende da cosa deciderete di fare con me…»
    Gropello alzò lo sguardo dal fascicolo e mostrò un viso duro come l’acciaio.
     «Il Duca mi ha onorato della sua fiducia. Se non tradirai la mia, diventerai più ricco di quanto tu abbia mai sognato.»
    Gustìn comprese di essere con le spalle al muro: dopo che gli era stata mostrata la forca, ecco la speranza di una salvezza inattesa. Prendere o lasciare.
     «Farò quello che volete.»
    Gropello aspirò un’altra presa di tabacco, concedendosi tutto il tempo.
     «Sua Altezza Reale vuole partecipare al Carnevale di Venezia l’anno prossimo. Mi ha incaricato di precederlo e di assicurarmi che il soggiorno sia adeguato ai suoi desideri. Partirò tra una settimana.»
    Gustìn si accigliò, man mano che si avvicinava alla verità. Il suo primo, assurdo pensiero era stato che il Duca avesse bisogno di consigli su un travestimento.
     «Vuole incontrare gli imperiali… non è così?» Non era una mossa difficile da capire per uno come lui. I ladri e i contrabbandieri del Moschino lasciavano da parte le rivalità quando si trattava di affrontare gli sbirri o le bande di Borgo Dora. Così, per sfidare la Francia, il Duca di Savoia doveva cercare l’alleanza del più forte nemico del Re Sole: l’Austria degli Asburgo.
    Lo sguardo di Gropello mostrò un cedimento e si ammorbidì in un sorriso divertito: «Ho bisogno di gente capace di guardare, ascoltare… e che al momento giusto non si faccia remore a commettere qualche piccola scelleratezza. Gente insospettabile, con un po’ di faccia tosta.»
    Gustìn non era sicuro di aver capito: «Volete prendermi al vostro servizio?»
     «Se rifiuti, tra due giorni penzolerai dalla forca.»
    Gropello pronunciò quelle parole con la stessa indifferenza che avrebbe potuto dedicare alla scelta della salsa per il bollito, se quella rossa o quella al rafano.
    Dalla finestra della cella s’intravedeva il cielo, un mantello color blu cobalto in cui brillavano le stelle. Gustìn si lasciò accarezzare dall’aria fresca e il tumulto che si agitava in lui si placò lentamente. Si sorprese di sentirsi in pace.
    Gropello uscì dalla cella, con Felice che lo seguiva come un’ombra. Prima di far chiudere la porta, disse: «Tornerò domani per conoscere la tua decisione.»
    Gustìn lo inseguì con una domanda: «Perché proprio io?»
     «Perché bisogna avere il coraggio di scommettere, se si vuole vincere. Arrivederci, Augusto.»
     «Monsieur…?»
    Il Conte non si voltò a guardarlo, ma Gustìn era sicuro che non si sarebbe perso nemmeno una parola.
     «Mi chiamo Gustìn.»
    Marco camminava rasente i binari, a passi lenti, equilibrati, meditati. Prima il destro, poi il sinistro, destro, sinistro, destro. Giulia sedeva vicino al finestrino, in uno scompartimento completamente vuoto, da sola. Fumava, una sigaretta dopo l’altra, aspettando la partenza, e guardava insistentemente verso la stazione la gente passare, un libro di poesie aperto sulle ginocchia. Alfredo, alla fotocopiatrice, sfilava via fogli e fogli macchiati, li appallottolava e… canestro, nel cestino della cartastraccia. Guardava l’orologio, inquieto. Marina aiutava Andrea con i compiti. Matematica: che rovina per entrambi.
    Enrico è sotto una macchina. Dà una controllatina al serbatoio dell’olio. Eh sì, proprio un brutto incidente, quello di lunedì scorso, l’aveva scampata bella il conducente, ma il tizio in bici… eh, lui ci aveva rimesso la pellaccia.
     
    Marco aveva scelto un posto tranquillo, con un muretto di contenimento, in aperta campagna. I binari scorrevano dritti, perpendicolarmente al suo sguardo, per scomparire dentro una galleria, a duecento metri. Il treno di Giulia era partito, con venti minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Treno Napoli-Torino, dieci ore interminabili: il tu-tum sulle rotaie in sottofondo, un libro di Cesare Pavese sulle ginocchia e l’impazienza di rivedere Marco. Alfredo sapeva tutto, ma faceva finta di nulla, un modo come un altro per ingannare anche se stesso, un modo come un altro per obliterare la realtà. Un monitor, tabelle numeriche, cifre su cifre, prive di senso.  Marina sbagliava tutte le equazioni, i risultati non coincidevano mai, un po’ come quando fai una partita a dadi e non ci azzecchi con le previsioni.
     
    Enrico è assorto a guardare una piccola macchia di sangue depositata sul carburatore. Non riesce a staccarsene, avrebbe potuto esserci suo figlio al posto di quel povero disgraziato.
    Marco non sapeva più che vita fosse la sua. Non sapeva più il volto di Giulia, il colore dei suoi occhi, il profumo dei suoi capelli, il sapore della sua pelle. Non sapeva di aspettare Giulia, a un passo dai binari. Non sapeva nemmeno più che ore fossero. Non sapeva distinguere la verità dalle bugie, dette e ridette. Non sapeva, o non voleva più saperne, di voci, di parole, di poesia.
    Giulia continuava a fissare una pagina, sempre la stessa, senza leggere nulla, senza neanche vedere la pagina. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi… e poi? poi come continuava? quali altre cose diceva? verrà la morte e avrà i tuoi occhi… quali occhi, gli occhi di chi? Quanti occhi la fissavano quando usciva per andare a fare la spesa, lei, così bella, altera, così giovane e determinata, con la sigaretta, stretta, tra due labbra rosso rubino.
     
    Alfredo ingollava caramelle all’arancia e fissava il monitor, straripante di numeri. Quante cifre! Dunque… € 520 versati l’01/01/2004 al sig. Tanzi  Causale versamento: prestazione occasionale addetto vendite…dunque, addetto… addetto… Ha detto cosa? Non ha detto nulla, lo ha fatto e basta. E’ partita stamattina, dovrebbe arrivare a Torino per le nove. Mio fratello è puntuale, in genere, non ha mai perso un’occasione, lui… è sempre arrivato alla meta, meglio e prima di me… e poi, anche lei… la mia unica conquista, il mio trofeo.
    Marina staccava gli occhi dal foglio per fissare la finestra, la sua distanza da terra, dal cielo, dall’aria aperta. Pensava… alla distanza d’età, tra lei e Andrea, alla distanza tra gli occhi e le lenti, incollate al naso. Pensava alla distanza che intercorre tra i pensieri di due persone. Tra lei e Marco.
     
    Enrico smette di fissare la macchia, il motore, smette di vederla, la macchina, e ripercorre gli istanti di quello strano incidente. L’auto andava troppo piano per non riuscire a frenare in tempo. Era come se il ciclista si fosse schiantato volontariamente contro il veicolo in marcia. Come se l’avesse attesa.
    Marco sedeva sul muretto. I treni si rincorrevano sui lunghi binari dritti. Qualcuno salutava dal finestrino, qualcun altro buttava una bottiglia vuota. Frammenti bianchi e verdi, a brillare al sole. Come girano veloci le ruote, a contare tutti quei giri c’è da impazzire, e poi sono così tante.
    Giulia aveva acceso un’altra sigaretta e cercava di dissolvere i pensieri nel fumo. Giulia aveva amato, un tempo… era un volpino minuto a pelo lungo, lo aveva amato come un fratello, un amico, poi… era morto sotto una macchina. Non aveva voluto più averne altri.
     
    Alfredo si era diretto al distributore automatico. Un caffè lungo. Si era seduto al divanetto e aveva aperto una rivista, tra quelle sparse a caso sul tavolo… bricolage. Un qualcosa del tipo come realizzare un gazebo in giardino… vai a fare un gazebo, quando stai al quinto piano di un palazzone al centro di Napoli… al gazebo non ci pensi proprio… perché, invece, non ti insegnano il trucco per trovare un parcheggio sotto casa quando piove?
    Marina si era alzata, era tardi, doveva scappare se non voleva perdere anche l’ultimo tram per casa. Casa… una stanza tutta sua, dentro un appartamento con altre cinque persone, tre ragazze e due ragazzi. Avrebbe dovuto laurearsi a maggio, ma ormai non ci sperava più tanto… E poi c’era Marco, dove mettere Marco?
     
    Enrico ama i motori, le carrozzerie, ama l’odore della benzina e dell’olio bruciato. Ama quel fuoristrada che aveva deciso della vita di un uomo, lo ama come si ama una divinità, con quella sorta di timore reverenziale che si prova di fronte a quanto può stabilire della vita o della morte di un altro individuo. Con un po’ di fantasia riesce a sentire lo stridore dei freni, l’attrito delle ruote sull’asfalto, e, infine, il rantolo ultimo del motore. Una sottile inquietudine si impossessa di lui, lentamente… non avrebbe mai saputo perché quell’uomo era morto così.
    Marco si era alzato, ripercorreva la strada a ritroso, ma con lo stesso identico ritmo. Con passo modulato si allontanava dai binari, poi ci tornava vicino, ondeggiava, come un equilibrista scosso dal vento. Non sapeva che Giulia era in viaggio su uno di quei treni, ma forse neanche gli importava saperlo. L’unica cosa che gli importava, ora, era trovare un posto tranquillo dove fermarsi a riflettere. Aveva cavalcato la bici ed era partito in volata. Destinazione ignota.
     
    Giulia non amava più Alfredo, ne era certa. Anzi, forse non lo aveva mai amato… Lo aveva sposato, però… ma perché? Non lo sapeva più perché. Il fascino dell’uomo maturo, quei suoi modi galanti. Una truffa, una bella messa in scena, un castello dorato, fatto di bugie, tutto al solo scopo di intrappolarla. Bel tranello le avevano teso. Ma, adesso, che lo aveva capito, voleva liberarsene.
    Alfredo avrebbe voluto sollevarsi da quel divano, però aveva perso… aveva perso il senso dell’orientamento… una moglie, un fratello, il suo orgoglio. In piedi, barcollava, in preda a sudori freddi, beveva… acqua come fosse caffè e caffè come fosse acqua. Non aveva mangiato e non aveva fame, aveva voglia di fumare e non aveva mai fumato in vita sua. Aveva voglia di piangere, ma non aveva mai fatto neanche quello.
     
    Marina non aveva perso il tram, quello che avrebbe dovuto riportarla a casa. Aveva deciso di camminare per un po’, di guardare le vetrine, di perdersi tra la folla, al centro di Torino. Cielo plumbeo e minaccia di pioggia. La città l’aveva ingoiata in un istante. Poco a poco, i passi si erano fatti veloci, sempre più veloci, gli sguardi dei passanti sempre più cattivi.
    Enrico chiama Andrea. Tra un po’ arrivo, non preparare nulla per cena… prendo pizze, birra e coca-cola, va bene? Come? Come sarebbe a dire che esci anche stasera? Come cazzo pretendi di migliorare a scuola se esci tutte le sere? No! Stasera non se ne parla!
    Marco e la sua bici, Marco e la strada. La strada, la sua casa, tutti i suoi amici li aveva conosciuti così, per strada. Non aveva fatto grandi cose in vita sua, ma quel poco che aveva fatto lo aveva fatto bene. Provava un grande affetto per Alfredo, il suo fratellone, e Giulia… si era insinuata pian piano tra loro due, li aveva divisi. Alfredo lo odiava, ma lui, lui no, gli voleva bene.
     
    Marco e la sua bici finirono sotto una Subaru, nel tardo pomeriggio di un lunedì di marzo. L’uomo al volante aveva sentito soltanto il frastuono, di metallo e ossa, contro il paraurti. Aveva frenato, di botto.
    Il treno di Giulia corre veloce. Ancora poche ore e rivedrà Marco. Ancora poche ore e tante pietre sul suo passato. Stavolta non si arrenderà, non la imprigioneranno più dentro una vita che non vuole. Sì… ma… se Alfredo fosse andato a cercarla, se, impazzito per la gelosia, avesse deciso che era meglio ammazzarla piuttosto che perderla? E… sua madre… sua madre non l’avrebbe più guardata in faccia, non l’avrebbe più accolta a braccia aperte, non più… e la gente… ecco, tutti lo avrebbero saputo, quello che aveva fatto… lo sapevano già… ecco, ecco perché quel tipo, alla stazione, continuava a fissarla, ecco perché il controllore le aveva lanciato uno sguardo strano… e il barista, il tabaccaio… era finita… tutti sapevano ogni cosa… sapevano che lei era colpevole e sapevano anche quale fosse la colpa… era finita, finita davvero!
     
    Alfredo trova una sigaretta, si chiude in bagno, la fuma, piange, si asciuga le lacrime, esce dallo studio, compra una bottiglia di whisky e sale in macchina. Aspetterà la notte, poi andrà a puttane.
    Marina lascia il turbinio della folla, si infila in una libreria, va dritta alla cassa e chiede le poesie di Cesare Pavese. Esce, si siede su una panchina, apre il libro. Una per una ne strappa tutte le pagine, senza fretta. Un’operazione lenta e precisa. Ogni singola pagina deve essere ridotta in minuscoli frammenti, illeggibili. Una pioggia sottile bagna l’asfalto, la folla si disperde. L’aria sa di polvere e metallo.
    Enrico fa gli ultimi conti prima di chiudere l’officina. Guarda la Subaru col paraurti ammaccato, un fanale rotto. Pensa a Grazia, pensa ad una lapide bianca, ad una foto sbiadita. Pensa a quel figlio, che ormai sta perdendo. Pensa all’uomo morto il giorno prima mentre correva con la sua bici. Aveva trent’anni, quell’uomo. Lui, a trent’anni, aveva sposato Grazia…
    Fra mille possibili variabili
    ho scelto
    Potevo aspettare la vita
    ma io ho scelto
    Non avevo bisogno di te
    ma io ho scelto
    Ti ho scelto
    anche se mi è costata la vita
    Ti ho scelto
    Anche se hai spento i miei giorni
    Ti ho scelto
    Nonostante tutto
    Perché il mio cuore piangeva
    a vederti triste
    Perché il mo cuore soffriva 
    a saperti sofferente
    Ho seguito il cuore e non la ragione
    La mente mi portava altrove
    ma il cuore mi teneva qui.
    Ho scelto te
    per completare i miei giorni
    per giungere al fine di una vita
    per chiudere gli occhi
    su un'avventura
    finita ancora prima di iniziare.
     
    Ieri ti ho sognata...
    Ci trovavamo in fondo al bellissimo giardino della casa di campagna di cui ti raccontai. Sì, quella della mia infanzia. Sembrava di essere in un'epoca lontana, forse il '700,  epoca di costruzione della villa. Lì, anche nella realtà, c'era un'amaca sotto l'ombra di una semicupola formata da piante. Io ci ero sdraiata sopra, avevo i capelli molto lunghi, ero nuda e di spalle. Tu mi arrivavi da dietro ed eri vestita con gli abiti di una popolana dell'epoca, ma contrariamente all'uso avevi i capelli sciolti. Iniziavi ad accarezzarmi il collo, le spalle, la schiena. Era il primo pomeriggio, c'era un grande silenzio, eccetto che per il calmante fruscio delle piante, e l'atmosfera sembrava inspiegabilmente deserta. Non sembrava esserci alcun pericolo che qualcuno ci sorprendesse.
    Continuavi a toccarmi lungo tutto il corpo, e io mi godevo le sensazioni ad occhi chiusi. Poi giravo la testa verso la tua e ti baciavo con la lingua, accarezzandoti il viso e il collo. Poi mi mettevo seduta sull'amaca e ti aprivo la camicia per toccarti il seno, stringendo un po' i capezzoli e poi succhiandoli. Te la sfilavo, e ti invitavo a far cadere anche la gonna e toglierti il resto. Poi scendevo sul prato per venire in piedi davanti a te. Ti baciavo un po' e ci accarezzavamo a vicenda il corpo, poi attaccando i nostri corpi e strofinando insieme il pube per eccitarci.
    Poi ti prendevo la mano e ti invitavo a correre con me fino alla villa.
    Ti portavo al secondo piano, dove c'è una grande cucina con un lungo tavolo di legno grezzo e il pavimento di pietra.
    Ti invitavo a salire sul tavolo, sdraiandoti. Iniziavo a girarti intorno e accarezzarti e baciarti ovunque. A un certo punto mi prendevi la mano e mi guardavi a lungo. Ti accarezzavo i capelli e ti baciavo profondamente. Ti facevo sedere sul bordo del tavolo e andavo a prendere un utensile con un manico di legno levigato, per poi poggiarlo sul tavolo. Mi sedevo su una sedia di fronte alle tue gambe, le allargavo e iniziavo a leccarti con tutta la calma del mondo. Ti piaceva, sospiravi... Poi prendevo il manico di legno e lo strofinavo lungo le piccole labbra bagnate, per renderlo umido, poi lo facevo entrare lentamente e iniziavo a farlo scorrere e roteare piano, poi sempre più intensamente. continuavo con dei colpi secchi e profondi, per poi uscire ruotandolo per allargare bene le pareti della vagina e ricominciare. Poi ti spingevo il busto indietro, sul tavolo e continuavo a penetrarti con l'oggetto, ma leccandoti anche il clitoride. Godevi, mi sembrava che tremassi a volte, finché non ti sei risollevata e mi hai afferrato i capelli per farmi sentire come dovevo continuare a leccarti. Sei venuta.
    Mi sono alzata in piedi davanti a te e ci siamo baciate. Sei scesa dal tavolo e ti ho portato al piano superiore, in una bella camera con un letto matrimoniale, un armadio, un comò e un tavolino con uno specchio, un catino e una brocca piena d'acqua. Sul comò c'era un vasetto con dentro varie cose strane, tra cui una piuma. L'ho presa e te l'ho messa in mano. Mi sono sdraiata sul letto, di fianco e con una gamba alzata, e ti ho fatto cenno di usarla stimolarmi la vulva. Sedendoti sul bordo del letto, hai iniziato a solleticarmi in questo modo. La sensazione era strana ma eccitante, una sorta di tortura che mi dava i brividi. Poi restandomi seduta dietro mettevi da parte la piuma e iniziavi a masturbarmi all'interno, con due dita arcuate. Mi muovevo con te e mi piaceva moltissimo, mi sentivo riempita. Dondolando il bacino ti facevo capire che per darmi ancora più piacere dovevi spingere con le dita su tutti i lati della vagina, dilatarla e premere. Muoverti non solo fuori e dentro, ma anche verso i lati. Mi sentivo completamente soddisfatta e ti invitavo a uscire non potendone ormai più. 
    Ti facevo poi accomodare sulla sedia davanti allo specchio e, restando in piedi dietro di te, affondavo le mani nella brocca e portavo qualche goccia sul tuo collo, sul tuo petto e fino al seno, per rinfrescarti e stimolarti. Poi mi inginocchiavo e iniziavo a baciarti il collo in modo intenso e stringendoti il seno. Poi ci guardavamo insieme nello specchio e incrociavamo le nostre dita.
    Ci sdraiavamo insieme sul letto e, dopo aver riposato un po', ti invitavo a salire in ginocchio sopra il mio viso per poterti muovere secondo il tuo piacere, mentre ti leccavo e ti toccavo i fianchi. Riuscivo a farti venire e tu sembravi voler ricambiare. allora mi mettevo carponi sul letto e mi inarcavo perché volevo sentire bene la tua lingua, non sul clitoride ma dentro. Ti supplicavo di prendere l'oggetto che avevo usato con te e lo bagnavo con la mia bocca sentendo il tuo sapore, poi te lo porgevo ed iniziavi a penetrarmi a fondo ed io impazzivo. Poi, presa dall'urgenza, giravo il corpo verso di te e ti portavo lì la mano perché finissi il mio orgasmo. Mi facevi venire spingendo forte il pollice sotto il clitoride, sfregando su e giù fino a premere sulla sua punta quasi dolorante per l'eccitazione.
    Stanche, andavamo nella sala da bagno per versarci addosso dell'acqua fresca sul corpo. Era ormai il tramonto, e dall'armadio prendevamo delle vesti leggere di cotone bianco, che l'una metteva all'altra. 
    Andando in cucina, mangiavamo un pasto semplice e leggero.
    Uscendo, trovavamo ancora un po' di chiarore e andavamo a sederci sotto un albero di gelso enorme e maestoso, dove c'era una panca ricavata da un mezzo tronco. Eravamo serene e soddisfatte, parlavamo di non so cosa e ridevamo. Piano piano la notte scendeva, e l'aria fresca ci abbracciava, coi profumi di qualche fiore. La luna piena era sufficiente a illuminare qualche nostro passo. Passeggiavamo a braccetto, osservando le stelle e le bellissime colline in lontananza. Ma c'era ancora un po' di passione in noi. Ad un certo punto ti portavo in un punto estremo del giardino, di fronte al paesaggio più bello, e ti facevo salire in piedi su una grossa pietra piatta. Ti sollevavo la gonna leggera, mi abbassavo un po' e iniziavo a leccarti solo il clitoride ritmicamente. Tu ti godevi la sensazione davanti alla natura meravigliosa che ti circondava. Continuavo fino a farti venire. Poi andavamo insieme a riposare e dondolarci sull'amaca, guardandoci e accarezzandoci con dolcezza finché non è arrivato il momento di andare a letto e dormire insieme.
    La bambina osservava il suo gatto con espressione severa nei grandi occhi azzurro cielo.
     
    “Mio Dio, guardati, Fluffy. Un giorno dovrò decidermi a metterti a dieta”, dichiarò quindi con fare impertinente.
     
    Il micio non sembrava particolarmente toccato dalla considerazione, e si guardava intorno in cerca di qualcosa di commestibile.
     
    Era un primo pomeriggio d’estate, quando nessuno osa ancora popolare le strade e la canicola è tale che persino il sole sembra volersi rinfrescare tuffandosi flemmaticamente nell’oceano a sera, quando il giorno si dà vinto al caldo e alla noia.
     
    La ramanzina venne interrotta da un rumore assordante e da un odore di bruciaticcio proveniente dalla collina che sovrastava la villetta dove giocavano la bimba e il gatto: una grande astronave grigia e fumante si era appena appoggiata a terra su zampe lucide di metallo. Strane creature cineree e umanoidi scesero e si diressero verso la frugoletta.
     
    “Xampus, ci siamo: è arrivato il momento di agire. Accenda il traduttore chitammuonico.”
     
    “Operativo, Capo.”
     
    “Peccato che i terrestri non hanno il detto ‘rubare le caramelle ai bambini’, perché si adatterebbe perfettamente al momento.
     
    Salve, curiosa e giovane creatura terrestre: noi veniamo in pace, ma affamati. Sappi che siamo viaggiatori planetari e siamo lieti di fare la tua conoscenza. Per arrivare fin qui abbiamo attraversato le sbuffanti fonti di elio su Giove ed affrontato i Gioviali, socievoli indigeni dalla voce buffissima soliti ad importunare i visitatori con improbabili imitazioni. Abbiamo solcato i confini di Urano, un posto fatto di acqua, metano e ammoniaca – perfetto per sgrassare e candeggiare i nostri indumenti sporchi della polvere delle stelle e della cucina piuttosto grassa di Xampus. Abbiamo perfino acquistato un appartamento su Plutone, salvo poi vederlo tristemente declassato a pianeta nano con conseguente perdita del suo valore immobiliare. Ed ora siamo qui, al tuo cospetto, con una richiesta che spero accetterai.”
     
    “Chiamo la mamma?”
     
    “No, cara. La mamma non serve. Semplicemente vorremmo proporti uno scambio equo, qualcosa che ci renda soddisfatti entrambi. Xampus, proceda con l’offerta!”
    “Certo, capo! Ecco, vedi bambina, quello che vorremmo offrirti è questo nuovo ritrovato della tecnica in legno di forma panciuta ma affusolata alla base, che viene fatto ruotare velocemente sul suo asse verticale. Il tutto semplicemente in cambio del tuo appetitosissimo gatto.”
     
    “Una trottolina?” La bimba aveva un’aria perplessa.
     
    “Capo, non l’ha bevuta.”
     
    “Insista Xampus.”
     
    “Tenero virgulto, devi sapere che a noi i gatti piacciono. Tanto. Ma davvero tanto.”
     
    “Oh, come al nonno! Lui è italiano, sai? ci racconta sempre dei gatti e di quando era giovane al suo paese, Vicenza.”
     
    “Ecco, sì.”
     
    “Mamma dice che ora che non ragiona più tanto bene ed è meglio non lasciarlo da solo con il micio.”
     
    “Capitano, ha sentito?”
     
    “Dunque ci sono buongustai anche qui! E vogliono questo gatto! Meglio alzare la posta, Xampus.”
     
    “Certo, Capo! Boccoluto essere senziente, sei più furba di quello che sembrava, ti rispetto per questo! Vuoi alzare il prezzo, ci sto! Ti offro, ti offro… ecco! Un giro nella nostra astronave! Sarai il primo essere terrestre a visitarla senza essere cucin.. ehm, portato nello spazio. Che te ne pare?”
     
    “Avete i cartoni animati?”
     
    “No.”
     
    “Le giostre?”
     
    “No. Ogni tanto il Capo vuole salire a cavalluccio, ma non conta.”
     
    “Qualcosa di buono da mangiare?”
     
    “Sì! Abbiamo il gelato!”
     
    “Che gusti?”
     
    “Gatto, variegato al caffè, zinco, limone e tizio che abitava in fondo al viale.”
     
    “Non mi piace il limone.”
     
    “Dovresti provare il gelato al tizio, allora.”
     
    “Non mi va il gelato ora.”
     
    Fluffy (o, come lo chiamava a volte il nonno, Coniglio) non aveva perso d’occhio i due tizi appena arrivati. Con andamento pigro e piglio incerto portò pancia fin lì e iniziò a strusciarsi loro addosso. Certo, i due nuovi avevano un colorito grigiastro di chi non mangia abbastanza croccantini, ma non bisognava mai disperare, magari gli allungavano qualcosa comunque.
     
    “Capo, che buon odore che ha!”
     
    Il gatto ondeggiò la coda sotto il naso di Xampus.
     
    “Guarda come è panciuto! Starebbe benissimo con dei tuberi di Urano e una spolverata di pecorino sardo!”
     
    Distratto com’era, Xampus fece cadere il mentecomando dell’astronave, e Fluffy ci balzò sopra pensando fosse cibo.
     
    Il veivolo alieno spiccò un volo verticale da shuttle della NASA prima maniera, virò per qualche secondo in maniera obliqua e scostumata verso destra, quindi fermandosi su se stesso cominciò a ruotare vertiginosamente come un mastodontico fidget spinner.
    Il calore che sprigionava quel giocattolino era infernale – sufficiente a bruciare i cappelli di paglia dei pochi passanti che ebbero la sfortuna di ritrovarsi nei paraggi.
     
    “Xampus, il gatto sta telepaticamente manovrando l’astronave, evidenza palese del fatto che lei non ha inserito il bloccasterzo!”
     
    “Mi scusi Capo, credevo non fosse più necessario da quando nella polizza di assicurazione ha fatto inserire la clausola furto e incendio.”
     
    L’ammasso metallico e lucente sembrava ormai del tutto fuori controllo, tanto che alcune vecchine del paese smisero di spettegolare delle proprie nuore e cominciarono ad indicarne la sua curiosa traiettoria che, sbilenca, puntava dritta alla vicina contea di Chaves, un postaccio di allevatori e soldati della vicina base aerea.
    Lo schianto fu fragoroso: un tonfo da mandria di bufali sovrappeso che fa bungee jumping simultaneo e senza corda.
     
    “Capo, mi sa che è necessario andare a riprendersi il mezzo.”
     
    “Affermativo, Xampus. Lasciamo il manicaretto alla bimba e risolviamo prima l’inconveniente”. I due si diressero verso quello che da una certa distanza appariva essere un ranch, ora sparso di rottami,  lamine e asticelle.
     
    La bimba guardò con sguardo complice il micio: “quest’anno a Roswell gira davvero gente strana. Hai fatto bene Fluffy.”. Accennò un sorriso, poi si diresse dentro casa, alla ricerca della torta che la sua nonna qualche ora prima aveva amorevolmente infornato nella lavastoviglie (nemmeno la nonnina ci stava più tanto con la testa).
     
    Il gatto fu contento della ricerca di cibo, poi fu distratto dal rumore di tante sirene militari.
     
    La bambolotta e il suo socio felino non videro più quegli strani esseri, di cui si dimenticarono presto. Rimase però traccia di loro nel San Francisco Chronicle del 9 luglio 1947:
    «Le numerose voci riguardanti il disco volante sono diventate realtà ieri quando l’intelligence del 509º Bomb Group dell’Ottava Air Force, Roswell Army Air Field, ha avuto la fortuna di entrare in possesso di un disco volante con la collaborazione di uno degli allevatori locali e dello sceriffo della contea di Chaves. L’oggetto volante è atterrato in un ranch vicino a Roswell la scorsa settimana. Non avendo un telefono, l’allevatore ha tenuto il disco fino a quando non è stato in grado di contattare l’ufficio dello sceriffo, che a sua volta lo ha riferito al Maggiore Jesse A. Marcel del 509º Bomb Group Intelligence Office. Sono immediatamente scattate misure e il disco è stato subito prelevato a casa dell’allevatore. È stato perquisito dalla Roswell Army Air Field e successivamente trasportato dal maggiore Marcel al quartier generale più alto.»
     
    E quasi tutti vissero felici e contenti.
    PARTE PRIMA: INFANZIA
    CAPITOLO 1 VOI NON SIETE SOLI
    Cadevano i sogni in quella notte d’estate. Piccoli desideri, stagliati contro una volta nera dal sapore misterioso dell’infinito. Decidevano d’un tratto di andarsene, di realizzarsi o spegnersi, come lacrime della notte e non mi restava che ammirarli, irraggiungibili … ed amarli. E chissà … chissà dove sarebbero andati! Ero ancora bambino, un po’ ingenuo, un po’ curioso. Credevo che il tempo fosse tutto ciò che noi abbiamo davanti, il vento della vita che cambia le cose, che le volta e rivolta, le ricolora, le sposta … e che tutto vivesse nel futuro più inarrivabile, infinito. Ma c’era tanto più passato nel mio futuro, di quanto del futuro stesso avrei potuto immaginare. Ma il mio passato non avrebbe saputo di immenso, come quel nero freddo e profondo che mi si dispiegava davanti e che avvolgeva le stelle e quel futuro avvolto da un manto candido d’esse. Avevo nove anni, non lo conoscevo il mio passato, ma non ero solo, avevo una famiglia, un piccolo cane, la montagna, le stelle … Sentivo in me la vita, tutta la sua forza, tutto il suo splendore che odorava di mistero. Poi la gente, intorno a me, danze in maschera, feste di colori, ciascuno era un mondo da esplorare ed io volevo capire il mondo.
    I misteri, principalmente, sarei partito da quelli! Le faccende storiche, già spiegate, non brillavano di novità, sicuro! Io volevo ciò che stava oltre il limite, qualunque esso fosse … Io ero un finto razionale, un sognatore. Vivevo di ciò che serve e di ciò che serve immaginare per stare bene, nelle follie dell’uomo che viveva con me e nel mio stesso pianeta. L’immensità dell’inconosciuto disegnava orizzonti vuoti, sconfinati, intorno a me. Da grande avrei fatto l’esploratore o il programmatore. Ma per adesso vivevo ad Asiago, con nonna Amalia, mio padre Roberto e mia madre Serena.
    Quella notte guardavo le luci graffiare l’Universo intero, poi svanire … Luccicavano come misteri i satelliti, si libravano nell’aria gli aerei. Ed io, sul terrazzo, ammaliato dalle invitanti carezze di un soffice sonno, caddi nel suo morbido candore, sereno, come fra suoni teneri di piano che accompagnavano i miei ultimi ricordi ad un mondo fatto di luce e poi di niente …
    Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete?
    Una voce nelle orecchie, non sognavo, era vera! Mi staccai dal terrazzo con un sobbalzo e piombai sul letto, poi guardai la porta della stanza, chiusa, pronto a scappare. Poi la porta del terrazzo ancora aperta. Il mio respiro … gelido mi scaldava il petto, allarmato … dal sussulto. Ed il tremore, le orecchie tese, i muscoli pronti a scattare … ma niente … Poi un suono, il vento … Le foglie dell’albero vicino scrosciavano … Mi chiamavano. Andai con coraggio a scoprire l’inganno, qualcosa pur aveva parlato … o qualcosa mi aveva ingannato … Scorsi le ombre nere degli alberi sul cielo ancora scuro ma tenero, una luce selvaggia illuminava le cose, non era artificiale … pareva di stare ancora in un sogno, nell’incertezza, persi la prudenza e misi i piedi nelle scarpe. Avevo espresso un desiderio, quella sera, ammirando le stelle, un sogno per ogni stella ma sempre lo stesso … Io volevo vedere qualcosa di straordinario, qualcosa di più grande del tempo a me avverso. E se non era stato il vento a svegliarmi dal sonno, se non stavo ancora sognando … Qualcosa mi aveva parlato! Non poteva che essere amico, io stavo bene, ero intatto … Forse era quello il momento, sarei andato per il Bosco Nero, verso le sculture rupestri che gli ufologi della zona amavano! Lì si trovavano antiche forme che non avevo mai decifrato. Ero andato tante volte a vederle di giorno, ma me lo sentivo, era quella la notte dei misteri e dei desideri. Guardai ancora fuori nel terrazzo, in cerca di segni, fra gli alberi spaventosi ed il vuoto infinito del cielo, fra le stelle, ma niente. Nessuna voce nell’aria … E temevo così tanto di udirla ancora … Quanto la temevo! Temevo i miei ricordi … Temevo … persino il mio respiro! Rimasi immobile, travolto dal buio ... Raggiunsi il corridoio, poi la porta principale … guardai fuori indugiante, non era quella la notte dei desideri, era la notte dei terrori. La richiusi, posai le scarpe e affrontai il buio nuovamente, in ritirata, nel pieno del fallimento. Era quella … la notte dei fallimenti.
    E, arso dalla voglia di scoprire, dalla voglia di vedere la meraviglia, dalla consapevolezza che qualcosa di grande accadeva mentre io stavo nascosto avvolto nel mio letto, non potei dormire … E ogni suono fu per me un gran spavento mentre i minuti passavano lenti come le ore.
    Rassicuranti giochi di luci tinsero lentamente le cose d’un rosa materno, erano le luci del mattino e del mio gran sollievo. Se i veri misteri non avrebbero fatto per me, avrei fatto il programmatore. Avrei vissuto di logiche matematiche, di sistemi già fatti e pronti da assemblare. Avrei vissuto di cose conosciute da riscoprire in combinazioni diverse, le nuove invenzioni, ecco, forse anche di idee. Ma non avrei vissuto di grandi spaventi, era troppo per me l’infinito e le sue spaventose meraviglie.
    Ore infinite però le trascorsi anche dietro ai banchi delle scuole elementari, fra bambini che non capivo. Che litigavano, che giocavano, fra le pecorelle ed io ero una di quelle, o forse ci provavo e non ci riuscivo neanche tanto bene. Oggi ero già in castigo per una gomma appiccicata sulla sedia dell’insegnante e isolato dai compagni che ridevano delle mie pazzie, delle voci notturne di cui non avrei dovuto parlare. Ma il fascino dell’ignoto … era più grande di me.
    “Dove siete?”, chiedeva ancora quella voce nella mia mente, nei ricordi che mi tenevo stretti. “Dove siete?”. E rabbrividivo. Tutti quei brividi, lungo le braccia, lungo la schiena, fin nel mio cuore, tremante.
    << Ma c’era stata>>, assicurai Mattia, il mio buon amico.
    Rise, << Sei ridicolo, Thomas>>.
    << Mi sarei spaventato se non ci fosse stato niente?>>.
    << Mah sì, anch’io mi spavento! Tipo questo, mette i brividi! Fortuna che non è vero!>>.
    << Fai te! Io l’ho vissuto … è ancora sulla mia pelle!>>.
    << Ma hai visto niente?>>.
    << No, niente … la paura, quasi, avrei potuto vedere!>>.
    << Tu non hai sentito niente>>, parve dedurre.
    Lo spinsi, nel tentativo di svegliarlo dall’incanto dello scetticismo, << Io ti dico che è vero!>>. Ed era proprio possibile che niente potesse esprimermi meglio di quelle poche parole?
    << Tu cerchi sempre il grande nelle cose piccole! Non trovi mai niente!>>.
    << Io esploro, alla faccia di voi che … >>.
    << Piangi?>>.
    << Tu non devi dire niente!>>.
    << Non urlare!>>, tuonò lui. << Voglio capirti>>.
    << Penserò a un modo migliore … >>, gli risposi, sconsolato. Avrei trovato il modo di esprimermi, un modo migliore di dimostrare la realtà così com’era.
    << La realtà>>, mi spiegava la maestra di religione l’ora dopo. << È fatta di persone>>.
    Ma era fatta di persone materiali o dei mondi che le persone creano esistendo, pensando? La realtà? Non poteva che essere il fatto, ed era successo. Non era un’opinione, la mia. Era realtà. Era quella. Esistono persone che pensano troppo per cose inutili, io non ero fra quelle. Io sapevo cos’era vero, non mi restava che ammettere la chiarezza dei fatti …
    Andai a cena, quella sera ero in punizione pure a casa, i miei si vergognavano a dire ai parenti delle mie bambinate e quella sera li avevamo a cena! Parenti loro, io non ero imparentato con nessuno. Adottato, tutto qui …
    Ma il mistero … il mistero tornò a prendermi.
    E quella sera ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
    E io malinconico e scherzoso risposi:<< Dove siete? Voi che … non esistete?>>.
    Il mattino seguente raggiunsi subito Mattia, a scuola e gli dissi:<< E se tu non hai paura … vieni>>.
    << Dove?>>, domandò spaesato.
    << Calà! Di notte! Le vedrai belle … >>.
    << Di notte??>>.
    << Una sola notte!!>>, insistetti.
    << Non al Bosco Nero. Quella è zona chiusa ai visitatori non accompagnati!>>.
    << Calà!>>, gli proposi ancora. << Una sola prova! Non andiamo a vedere le rupestri … dai, una volta soltanto!>>.
    << Calà del sasso?? Ma col buio? È pericoloso … E poi non posso uscire di casa alla notte>>.
    << Certo che puoi se nessuno lo sa>>.
    << Calà del sasso? … Neanche morto>>.
    << Allora facciamo un patto! Tu vieni con me di notte e mi comporterò come vorrai tu per un mese>>.
    << Farai tutto ciò che ti dico?>>.
    << Tuttissimo>>.
    << Ma perché di notte?>>.
    << Perché nessuno saprà niente … Perché le verità segrete devi andare di persona a cercarle, nel loro habitat abituale, il nero del mistero!>>. E lui, comunque, già tremava. << Tu hai paura?>>.
    << A Calà ci sono andato tante volte … Ma questa volta è una vera bambineria>>.
    << Tu hai paura!>>.
    << No!>>.
    << Sai dire solo no? Anche io so parlare. E fare? Cosa sai fare?>>, lo intimai.
    << E allora vengo, ma per un mese la smetterai con queste cavolate!>>.
    << Affare fatto, se ti ritirerai … sarà sfortuna per una vita>>, e me la risi.
    << Eh! Così non vale!>>.
    << Ci credi?>>, lo tentai.
    << Tu sei pazzo!>>.
    << Ma io non sono superstizioso … io cerco, cerco … non credo!>>.
    Era l’ignoto stesso, il senso di quelle cose … Ma il mondo non capiva il mio animo afflitto dalla ricerca senza soddisfazione … da un vuoto più grande dei tempi che risucchiava la mia anima … E ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.
    Ma nonostante quel suono rimanesse lo stesso, intorno a me le voci del mondo cambiavano … Si dicevano di me molte cose. All’inizio erano voci, ma ora erano torrenti e m’invasero, mi costrinsero a scegliere fra la ricerca ed il silenzio più sano, la normalità. Ma questa normalità, dov’era? Chi aveva il coraggio di cercare? Chi aveva il coraggio di non tacere? Chi di noi stava sbagliando?
    Gli zii vennero a cena ancora, si erano presi dei giorni di ferie ed erano lì, ad Asiago, a godersi un bell’angolo di Terra, fatto di verde domato e selvaggio.
    << Anch’io ero come te, da piccolo!>>, mi assicurava lo zio, seduto con me su una panchina. Ci prendevamo un gelato in centro, approfittandone per conoscerci meglio. Eravamo soli, sotto un manto grigio e caldo che oscurava le stelle e circondati da edifici vecchi che sembravano sempre giovani, come una volta, in un paese di montagna che non sentiva la sua età, come molti altri. Non riuscivo facilmente a sentirmi parte di quella famiglia, ma non potevo nemmeno disprezzare la compagnia di un caro amico che giocava ad essermi zio.
    << Ed hai smesso di seguire il mistero?>>, gli chiesi.
    << Uh, se ce ne sono di misteri! Dalla perdita di capelli … Alle etichette nei posti sbagliati … l’hai vista quest’etichetta?>>, e si indicò sotto la nuca. << Sembrerebbe una maglietta storta e invece non lo è. È un mistero, vedi?>>, e rise, da solo. << Poi ci sono le donne … poi i calzetti, ma questo centra con la lavatrice, tu non lavi ancora niente, vero?>>.
    Lo guardavo, silente. << Che cosa? No … io intendevo di più i … >>.
    << Il mostro dell’armadio>>, m’interruppe facendo poi una pausa incredibilmente lunga. << Era solo un maglione nell’armadio. Che tu lo abbia mai avuto o no … prendila metaforicamente>>.
    Profondamente rimasi scosso da un’insolita perplessità scaturita da così banali parole. Erano solo banali parole! E comunicavano molto più delle mie.
    Ma qual era il mio mostro dell’armadio?
    Tornato in camera aprii silenziosamente l’armadio, ancora immerso nel mondo metaforico e dissi:<< Tu non esisti>>, lo richiusi, feci le spallucce. Io non avevo terrificanti illusioni, avevo i fatti, puri, com’erano.
    O forse …
    << Quando Calà?>>, domandò Mattia, il mattino seguente.
    << Presto>>, risposi.
    << Cosa aspetti?>>.
    << Il … momento>>. Il momento … o la certezza, la sicurezza …
    Ma sarei andato. Non avrei rinunciato all’ultima esplorazione. Sarebbe stata l’ultima, nella notte più adatta … in caso di fallimento … mai più niente. La realtà avrebbe demolito la debole voglia bambina di scoprire la meraviglia dove non c’era niente … Avrei lasciato agli artisti il compito di dipingere meraviglie invisibili. Io … ero un ragazzo di tecnologia, sarei stato utile ad altro. Ma in caso di disfatta … non sarebbe finita così. Era una guerra quella, della realtà dei fatti.
    I nostri passi erano piccoli, su di un’immensa nera terra aliena, i gradini di pietra di Calà stavano nascosti nel bosco. Il freddo s’intrometteva nella nostra salita, spettro del terrore in una calda serata d’estate. Gli occhi attenti avrebbero voluto vedere tutto ma erano bendati dalla notte che si svegliava a ogni nostro rumore, spiandoci, cacciandoci … E sentendoci osservati a volte correvamo, fingendo fretta ma quello era solo chiaro terrore, più chiaro della notte. Le nostre timide pile disturbavano l’oscurità, avremmo dovuto andarcene, in ogni istante. Calà del sasso era una scalinata immensa e prima della fine … qualcosa sarebbe successo. Forse, speravo non accadesse ciò che cercavo, speravo che nessun telo cadesse, che nessuno spaventoso mistero mi si mostrasse.
    << Va bene>>, ammisi, con voce fragile. << Qui non c’è niente. Sei coraggioso … volevo … vedere questo! Andiamocene!>>.
    Mattia esultò piano piano e ci voltammo per la discesa, ma in fondo alla curva degli scalini in discesa fra la vegetazione, una luce azzurra mi colpì e mi s’aprì un taglio immenso fin dentro l’animo. Tremavo, la paura si diffondeva dal colpo al petto fin sui capelli e verso i piedi … Mattia già correva su per la scalinata, la sua pila oscillava come lampi di luce su di una salita senza fine. Il pericolo mi scosse ancora e mi fece salire le scale rapidamente, volevo guardarmi alle spalle, vedere se la luce c’era ancora ma non potevo distrarmi. Un riparo, una via … dov’era l’uscita da quell’incubo? C’era un posto sicuro? C’era la realtà dietro di me che giungeva a prendermi in risposta al richiamo? C’era il destino? Cos’era la luce da cui scappavo? La verità? Rallentai per guardare dietro, non c’era niente.
    << Mattia!>>, lo chiamai bruscamente, sottovoce. << Mattia fermati!>>.
    Mattia si nascose dietro un albero e spense la pila, i suoi occhi lucidi mi fissavano nel buio. Io, in piedi sulla scalinata, mi poggiai ad una parete rocciosa per non essere in vista e guardai il mio amico, facendo respiri rapidi e profondi. << Non c’è niente>>, lo assicurai. << Era lo spavento>>.
    << Era vero!>>, disse con voce di pianto. << Voglio tornare a casa! Era vero>>.
    Feci appello alla mia calma e tremante gli dissi, nascondendo la paura dietro al buio che ci divideva:<< Noi siamo qui, stiamo bene. Torniamo indietro … >>.
    << No>>, disse, terrorizzato. << Io rimarrò qui! Verranno a prendermi! Digli di venire a prendermi!>>.
    Ma la luce s’incuneò alle sue spalle scivolando nel cielo, dietro ai rami degli alberi e dietro alle loro vette.
    << Resta immobile>>, gli sussurrai temendo di essere allo scoperto ma temendo anche di muovermi, in cerca di riparo.
    La luce colpì la sua sicurezza e si gettò a terra, spaventato. Essa scivolò verso di lui, abbassandosi, come se qualcosa senza corpo, fatto d’azzurro luminoso e vibrante tagliasse l’aria e ogni ostacolo avanzando inesorabilmente verso il mio amico. Io corsi verso di lui dopo un attimo di esitazione ma la luce era troppo rapida e mi avrebbe preceduto. Così cambiai direzione, salii a gattoni, svelto, la scalinata e giunsi ad una grotta, mi ci tuffai dentro. Ero solo, col mio respiro. Non c’era più niente …
    Era un incubo. Era per forza un incubo.
    Tremavo, la paura mi congelava fin nell’anima. Guardai fuori, dove era più buio. Ascoltai il silenzio. Perché c’era silenzio? Perché il bosco era così indifferente al suono della confusione nelle mie orecchie? Mattia? Solo, nascosto, tremante? Era stato ingoiato dalla luce fredda della tenebra? Aliena o spirito infastidito della foresta?
    Trattenni il respiro per udire più lontano, poi sussultai, due piccole lucciole volavano zitte davanti alla grotta. Le osservai, immobile, poi ne giunse una terza e lì fermo sperai che non avvertissero il bosco della mia presenza. La grotta mi avvolgeva, abbraccio materno della Terra, mi avrebbe difeso nel buio dalla luce terrificante.
    Ma quelle piccole luci sembravano quasi organizzate.
    “Dove siete?”, era la voce raggelante che udivo, mentre delle luci poco più grandi invadevano la scena, illuminandosi a vicenda, tentacoli fluttuanti nella tempesta buia dei timori. Poi davanti alla grotta comparve la luce, grande, vincente, incorniciata da spaventosi tentacoli luccicanti nel buio. Aveva vinto, contro le sue prede d’ingenua imprudenza … Avevo la roccia attorno e alle spalle. La luce corse su di me.
    Mia madre mi svegliò, io ebbi un brutto risveglio. Ero a letto, facevo tardi a scuola … il mio cane per giocare mi tirava i pantaloni … confuso mi preparai ma non c’era alcuno zaino in casa … Mia mamma già mi rimproverava, non potevo che averlo lasciato a scuola … Ma giunto nel cortile, prima delle lezioni, nemmeno Mattia c’era e mi perforò la mente una terribile domanda. Se fosse stato vero?
    A scuola non c’era niente … non era lì lo zaino, non era lì il mio amico … I suoi genitori telefonarono la segreteria, non era nemmeno a casa … Era allarme, il mio amico era scomparso … Mattia non c’era più.
    Io sapevo? Ma questo? Sapevo cos’era vero in questo?
    Dopo scuola corsi a Calà con Sport, il mio cane, lì dove i gradini sapevano ancora di terrore ed era fresco … eravamo passati di lì, eravamo scappati, c’era stato qualcosa … io me lo sentivo, era troppo forte quella sensazione dentro di me.
    Trovai qualcosa di colorato contro una parete, andai a vedere. Sostai, davanti ad esso. Era uno zaino. Aveva il colore del mio. Era il mio. Lo aprii, guardai dentro, erano le mie cose. Potevo averlo lasciato cadere per correre via più velocemente … Potevo averlo lasciato contro la parete nel momento in cui …
    E guardai l’albero. L’albero dietro cui si nascondeva Mattia, nei miei ricordi … prima che la luce lo prendesse con sé. Lui era stato lì … ed io guardavo l’ultimo luogo in cui lui era stato davvero. Andai a vedere, indugiando. Non c’era niente … pareva che nessuno fosse mai passato di là, solo la mia memoria vi disegnava la presenza.
    Tentai di insistere affinché il mio cane potesse riconoscere da qualche parte l’odore di Mattia ma si ostinava a non voler annusare. Sembravo uno stupido.
    Poi qualcosa gracchiò lamentosamente nello spazio ricolmo di alberi che mi impedivano sempre di vedere oltre. Cercai la direzione giusta verso cui porre l’orecchio, mi feci coraggio, chiesi ad alta voce chi fosse.
    << Thomas!>>, tentò lui, sfinito. Era Mattia!
    Balzai verso la sua direzione, sorvolai ogni ostacolo, lo raggiunsi. Si stringeva una gamba al petto asciugandosi il volto, << Mi sono rotto una caviglia!>>.
    << Cosa ci fai qui?>>, domandai contento e ferito dal fatto mentre il mio cane gli infilava la lingua in tutti gli angoli, in festa.
    << Mi sono trovato qui … Ho paura>>.
    << Stai tranquillo, è giorno>>.
    << Ma i misteri non vivono solo di notte!>>.
    Lo guardai, profondamente colpito, confuso, << I … misteri? Qui non c’è stato niente>>.
    << Forse tu avevi ragione! Io … sono comparso qui! Qualcosa deve avermi attirato nel sonno! Chiama aiuto … La mia caviglia!>>.
    << Ma non posso lasciarti solo!>>.
    << Lo ero già! Corri!>>.
    << Corro>>, annuii, gli lasciai il cane, poggiai lo zaino vicino a lui e scattai via. Non doveva essere successo niente. Era successo qualcosa. Era niente. Era qualcosa ed era niente … doveva … doveva essere niente. Una realtà così profonda, terrificante, sfaccettata, non doveva essere vera! Non lo avrei mai permesso, non per me, non in me … non era vero. Non lo avrei permesso. Perché il buio si era permesso di ferirmi col suo grande mistero? Doveva allontanarlo, difendermi … io cercavo, ma non volevo davvero sapere … ero bambino, giocavo! Il buio avrebbe solo dovuto giocare con me e difendermi dalla verità. Perché questo? Chi voleva questo su di me? Chi lo voleva? Ma soprattutto … cos’era?
    Comparve sui giornali la notizia della sua misteriosa scomparsa, ma nessuno suppose niente, nessuno, dopo un po’, disse più niente … e tutto svanì, cancellato dal tempo. Mattia divenne paranoico, non poco … e la sua famiglia con lui. Loro supponevano tutto … Per loro Asiago era maledetta, una forza malvagia l’aveva scelta, la nostra terra. Si spaventavano per tutto, creavano leggende e se ne sottomettevano impietriti dalla paura. Non potevano più vivere lì, si trasferirono altrove e io il mio amico lo salutai con gran insicurezza. Qualcosa era accaduto … qualcosa che non avevo mai raccontato. Nemmeno a lui che la sapeva diversa … eppure come me l’aveva vissuta! Proprio con me … eravamo in due, ma chi la ricordava giusta? Io avevo le prove, lo zaino … il luogo … indubbiamente la mia versione non poteva che essere vera.
    La mia famiglia mi allontanò dalla sua, li credevano dei pazzi … e se non lo fossero stati, allora sarebbero stati pericolosi, semplicemente, inseguiti da forze negative più grandi di noi tutti.
    Sinceramente, non sapevo a quale versione pensare … Ma non potevo credere che una maledizione gravitasse intorno a loro. Erano rimasti un mese prima di andarsene, avevo visto le loro paure per le cose più semplici, loro non erano maledetti … Erano malati, forse di stress, forse di spavento … Ma maledizione era una parola troppo grande per star nelle bocche delle persone fra le inutili chiacchiere.
    Così la famiglia maledetta non venne ascoltata, chissà di cosa aveva bisogno per riemergere dal mare del terrore, ma io, confuso, non potevo fare … ancora niente. Non potevo fare nulla per me, non avrei fatto nulla per loro.
     
    CONTINUA...
    per maggiori info consulta il mio sito! 
    http://alessialorenzi.wixsite.com/alelartist/il-pianeta-dell-inganno