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    Titolo capitolo – La giustizia, Pesa
     
    una tempesta inizia sempre da una goccia, una sola e unica goccia, poi due, poi tre e centinaia di migliaia. proprio come i problemi. Oggi però i problemi dei due fratelli stavano per finire per sempre, con un ultimo lavoretto si sarebbero portati a casa un biglietto di sola andata per la salvezza e la redenzione. Finalmente si sarebbero liberati del loro lavoro da assassini per iniziare a vivere una vita nuova, una vita dove potevano guarire dalle ferite del loro cuore.
    Perché se fai questo lavoro e vieni dai bassifondi di Rokkan allora di certo hai scelto la sola strada per uscirne, ma anche la più veloce per finire in una fossa comune. Infatti per loro la vita avrebbe potuto seguire solo tre strade; dal momento in cui hanno messo piede nella casa delle cappe colorate: potevano morire giovani, morti ammazzati sul lavoro per l’inesperienza, potevano morire vecchi, pugnalati nel sonno dai propri alleati, oppure potevano essere così bravi da avere messo a vent’anni abbastanza da parte per poter tentare di dileguarsi coi risparmi, lontano da tutto e tutti. E loro erano certamente della terza categoria. Denominati “i fratelli dalla cappa bianca” avevano preso più vite loro tra i “nobili” d’Addal che la peste di Slatish; nel giorno in cui venne rilasciata da un seguace delle vie dell’infernum. Il loro nome negli ultimi sette anni era diventato leggenda, la storia dell’orrore preferita dagli orfani; per mettere i brividi ai loro compagni più fifoni, ma anche il terrore delle guardie cittadine e la paranoia di nobili e tagliagole vari. Divennero così famosi, che l’impero prese precauzioni speciali per loro, attuando raid notturni e creando task force punitive, accompagnate da montagne di fondi e investimenti. Ma era troppo tardi, erano già diventati i migliori. E la paranoia di quei grassi sacchi di carne poteva solo diventare bianco terrore nelle loro pupille, mentre venivano collezionati dalla sciabola del fratello maggiore, o abbattuti come bestiame dal moschetto della sorella. Lei la mente, lui il braccio. Nessuno gli avrebbe impedito di riprendersi ciò che quei maiali gli avevano tolto, perché a loro; avevano tolto proprio tutto. L’agglomerato delle isole Addal era stato riunito sotto l’insighna imperiale quattrocento anni prima, la classe dirigente con il tempo però si è abituata e adattata alle lamentele dei poveracci. in uno stato in cui le forze di guarnigione privata sono due volte superiori a quelle statali, la corruzione è il piatto principale di ogni trattativa. E gente come i fratelli Henrik si sono ritrovati più di una volta sommersi dalle offerte di lavoro. Letteralmente ogni uomo che aveva qualche soldo da parte gli chiedeva di mettere fine alle sofferenze di qualcuno; o di rubare qualche oggetto che era stato a sua volta sottratto. I primi giorni di fama furono i peggiori per la sorella, il suo cuore buono si trovò davanti un muro di malevolenza, che di certo tutt’ora non ha ancora superato. Ma almeno la grande disponibilità di lavoro gli permetteva di scegliere accuratamente le proprie vittime, trasformando i fratelli in eroi del popolo, cercando l’uomo più meritevole della loro attenzione si reincarnarono a giudici e in fine a paladini della giustizia. Ma è inutile, da terra cattiva nascono solo erbacce, e non importa quanta ne estirpi, ricresce sempre.
    La noia dell’attesa faceva passare per la mente di Edmund questi fantasmi di un passato fatto di paura e privazione, si gli avevano rubato tutto, anche la propria moralità. Lui aveva capito la necessità di uccidere per sopravvivere già da quel giorno, le sue fiabe erano finite a dieci anni, quando decise che la vita di sua sorella valeva più dell’affetto di suo padre, più del benevolo sguardo degli dei e più della sua anima. Lui l’anima l’aveva venduta, e i suoi sentimenti li aveva legati solo a Emilia, la sola che non lo avrebbe tradito mai, la sola per la quale aveva dato tutto. Ma lei non ha tutta questa fermezza d’animo, ogni contratto la dilania nel profondo. Lui è la sua guida ed emi è la sua luce, il suo ultimo frammento di felicità.
    Immerso in tutti questi pensieri Edmund si dimentica di essere appeso a testa in giù e il sangue gli inizia a colare dal naso, macchiando i suoi capelli bianco cenere e sporcando i cannocchiali d’ottone d’Emilia. E quando torna al presente, non si squassa, la vista dal “nido” avanzato di emi è fantastica. E la fortezza di kerm-Torn sembra solo un altro sperone della scogliera, mentre l’immensità dell’oceano la fanno ridurre a una pennellata sulla tela di dio. Visione ottimistica di una delle dieci fortezze inespugnabili di Addal, benedetta dal dio minore Torrianus, guardia della luce stessa.
    Plik , una goccia di sangue denso cade nell’occhio scuro di Edmund il quale si irrita terribilmente, costringendolo ad issarsi dalla ormai non più comoda postazione. Il ritorno del sangue al resto del corpo lo lascia quasi paralizzato per un secondo, gli toglie la vista. Quanto tempo era che osservava? da quanto vivevano in quel buco? Tre giorni, ecco quanto. Non abbastanza per dare per disperso l’obbiettivo, ma abbastanza da far preoccupare emi, lei odia i fuori programma, dopotutto lei è regista, sceneggiatore e ragazza delle ciambelle, comprensibile.
    Ovviamente però anche questa attesa faceva parte del piano, emi aveva calcolato addirittura una settimana di ritardo, il mare è terribile in inverno tra gli isolotti che compongono l’arcipelago di Addal e i commerci vengono praticamente fermati, spaventando gli ingordi bastardi e decimando i pezzenti dei bassifondi. Il “nido” lo aveva costruito Edmund sotto attenta supervisione di emi, ci sono volute poche ore ma sarebbe durato per molto più d’una settimana.
    Emilia era in posizione fetale in un angolo, nell’ormai loro, giaciglio. Finge di dormire, spiando da sotto la coperta, ma senza i suoi occhiali non vede molto e il fratello rimane solo una sagoma sfocata. Non sa perché ma lo osserva, aspetta, è stranamente impaziente di parlargli. Forse è l’imbarazzo per la sera prima? O forse è solo, ancora, bisogno di affetto? La cosa la faceva imbestialire, come può lei ispirare fiducia come progettista, se lei per prima esprime tutte quelle insicurezze? Cosa le passava per la testa? Come al solito Ed si è prontamente fatto carico di tutti i suoi pesi e di tutte le sue preoccupazioni, come al solito si sentiva inutile. Si gira e ficca il viso nel cuscino sentendosi sprofondare. Dal nulla quindi, una mano familiare le tocca la punta di un orecchio, una mano grande e ruvida, una mano che porta i segni del sacrificio. “lo sai che non ti merito fratellone… e non merito la tua compassione” la mano le si poggia gentilmente sulla testa, increspando i capelli corti e facendole sentire un brivido di lussuria “Emi … guardami” lei scuote la testa, tanto per falsare la sensazione di piacere quanto per esprimere la sua vergogna “Sorellina …” Emilia allora cede e alza lo sguardo che si fissa subito sulla faccia insanguinata, su di essa però troneggia un sorriso, quello che sente più vero e sincero. Si estende per poco, è più un accenno che un vero sorriso, ma che può comunicare solo una cosa “non ti preoccupare” accompagnato con lo sguardo che lei immagina abbia un padre e la sicurezza di nessun’altro al mondo, cosi contagioso.
    “Ti sei tagliato da qualche parte ?!” dice lei alzandosi fino a un palmo dal volto del fratello, “Mi daresti un’occhiata?” “sì certo, siediti, io bagno un pezzo di stoffa” disse; indicando il mucchio di coperte che dovrebbe rendere passabile come giaciglio la feritoia di osservazione da cui prima si era appeso. Emi esce da sotto le coperte, ma non prova freddo, il suo corpo tiepido gli dà una piacevole pelle d’oca. Si infila rapidamente i pantaloni trattenendo il respiro, fin troppo freschi, e si aggiusta gli occhiali tondeggianti sul naso. “non tenere indietro la testa, potresti soffocare” “ricevuto” Emilia allora prende un pezzo di garza, lo bagna immergendolo nell’acqua che si è raccolta vicino alle borse e si dirige verso un Ed intento a scrutare dalla feritoia con fare distante. “ei…” Ed si volta verso Emi, la quale è a un palmo dal suo volto, intenta a cercare di capire da dove proviene il sangue. Emi strizza gli occhi chiari, concentrata a tamponare con delicatezza il volto di Ed. “ti sei solo fatto venire troppo sangue alla testa vero? Anche un mese fa a Talir ti- “la mano precisa e meticolosa di Emi ha rivelato qualcosa di nostalgico sul corpo del fratello, e le parole vengono bloccate in gola, dando lo spazio a ricordi lontani. Ancora una volta si era rivelata, imbarazzata si volta verso Ed per vedere se si è accorto di nulla, lo sguardo perso ora la legge nell’anima. “s-sei pulito dovrebbe aver s-s-smesso di sanguinare, c-cosa vuoi per c- “Disse Emi, mentre si alzava e rivolgeva il volto bollente verso l’altro capo della stanza. Ma eccola che ritorna, la mano gentile, che la ferma “Sorellina… ““scusa Ed … i ricordi a vol- “la mano quasi di colpo la traina verso di sé, trasformandosi in un abbraccio, uno di quelli in cui si sarebbe voluta raggomitolare, e lo fece. “sono così fortunato ad averti con me sorellina… ricordati, senza di te alle mie spalle io sono già sconfitto prima ancora che il combattimento inizi… senza di te tutti i nostri risultati sarebbero nulla e tutto ciò che abbiamo costruito non esisterebbe…” “se sopravviviamo… d’ora in poi dormiamo nella stessa branda, non ho incubi se so che sei accanto a me… fratellone” disse Emi con un filo di voce, nascondendo il viso nel petto marchiato del fratello, e di tutta risposta una mano gentile le accarezza i capelli, di tutta risposta Emi si riaddormenta.
    I tuoni in lontananza illuminano la parte più oscura della stanza, quanto tempo era passato? Era nuovamente perso nel tempo, ma questa volta tutto era molto più chiaro. Lo sguardo di Edmund si posa sull’altro lato della stanza, dove è appoggiato l’equipaggiamento per la missione, i mantelli bianchi a collo alto e il resto del loro equipaggiamento era appoggiato in quell’angolo. Le loro maschere, erano state ricavate dal cranio di un lupo delle Addal, li sorvegliano con aria raccapricciante. Dono del loro maestro erano il simbolo, oltre alla cappa, della loro appartenenza alla comunità degli assassini; e ogni assassino ne doveva avere grande cura. Quella di Edmund era la parte superiore del cranio della magnifica bestia, dalla cui fronte spuntano due corni leggermente diramati, adornati da scaccia-incubi di piume, fatti con amore a mano dalla sorella nel tempo libero. Quella di Emilia invece è la mascella della bestia, completa di quarantanove denti per dilaniare la preda, una scelta molto azzeccata, dato che la cattiva vista di Emi le impone di indossare degli occhialoni completi di set ottico in ottone. Questi erano tanto necessari quanto di impareggiabile efficacia, le permettono di utilizzare il suo fucile ad avancarica con una naturalezza; che farebbe impallidire anche i tiratori scelti dei corpi segreti imperiali.
    Eppure, a Ed viene così difficile credere che quella sia sua sorella, a Emi piace il cibo gustoso e ricco, le piace raggomitolarsi ed è viziosa, ma mai troppo, le piace rendersi utile e studiare i testi sacri. Quella era la sua sorellina, per lei quegli abiti sono solo una maschera, una maschera che intende strappare dal suo volto. Perché il vero mostro, dentro e fuori, è solo lui.
    Un lampo illumina ancora la stanza buia, riportandolo alla realtà, seguito poi da un tuono e il ruggito del vento. Una tempesta di dimensioni colossali è in arrivo, e sembra che al molo sia arrivata una nave imperiale, probabilmente in fuga dalla tempesta. Di classe Zenit, l’incrociatore portava il nome “Karikkai” inciso a grandi lettere a poppa della nave, esso significa “vento verde” in lingua santa. “guarda la sua polena, il serpente di Sightard, la capitale… è di sicuro lei” disse emi appoggiando il mento sulla spalla di Ed “attendo ordini mia Zeris …” il nome di battaglia di Emi era “Zeris” o “Angelo tra gli uomini” in lingua santa, Ed lo usa solo quando vuole portare la mente della sorella a concentrarsi sulla missione “Prepariamo l’equipaggiamento… la caccia è stanotte, quelle nuvole… vedo che ha un occhio di riguardo per te come sempre” disse rivolgendo lo sguardo al muro nero pece che incombeva sulla fortezza “vuole solo assicurarsi che il suo portale verso il nostro mondo rimanga sano e in salute …”
    C’è un grande trambusto sulla Karikkai, la tempesta che li ha inseguiti fino alla fortezza non accenna a fermarsi, ma almeno ora possono ormeggiare all’interno della baia e attendere fino a che non fosse passata. Una tempesta davvero indemoniata. Gli uomini irrequieti avevano sporto lamentele all’ammiraglio Utis; dando la colpa alla presenza femminile che le guardie avevano scortato sul vascello, essa non poteva essere altro che una strega e andava lasciata alla fortezza di kerm-torn. L’ammiraglio Utis non poteva nulla, l’insighna imperiale gli imponeva di scortale la nobile donna fino a dove lei avesse desiderato. Utis era dunque irrequieto, ma con le mani legate, sentendosi intrappolato in questioni che non dovrebbero più riguardare un vecchio come lui. “ragazzo, corri dentro alla fortezza e comunica di preparare gli alloggi reali, la signorina incontrerà il padrone di casa quando si sarà riposata” “SI, SIGNOR AMMIRAGLIO” un giovanissimo marinaio fini il nodo che stava approntando; per poi correre verso la guardia castellana più vicina. “mia signora, solo pochi minuti, le sue camere saranno approntate prima dell’arrivo della tempesta” un uomo però fa ombra sull’ammiraglio, spezzando la sua linea visiva “non ti preoccupare per i convenevoli Utis, pensa alla Karikkai, e che sia pronta per ripartire il prima possibile” disse l’uomo per poi scendere dalla nave con il corteo imperiale al seguito; dirigendosi verso i portoni che davano sul molo della fortezza.
    “thc- … non che cambi molto, non possiamo andarcene neanche se volessimo “borbottò il vecchio prendendo un lungo tiro dal suo sigaro, in sessant’anni di vita in mare, una tempesta così non la aveva proprio mai vista.
     
    Cap 2: Dialogo tra demoni
     
     
    Cerco di dormire ma continuo a rivoltarmi nel letto senza riuscire a trovare pace.
    Troppi pensieri si affollano nella mia mente, si scontrano tra loro insistenti.
    Guardo la sveglia, è notte fonda.
    Non importa, ho bisogno di prendere aria, schiarirmi le idee.
    Indosso quello che mi capita a tiro ed esco, avvolto nella mia sciarpa di lana.
    Fuori fa un freddo cane ma nel parco continua a passeggiare un pò di gente. Qualche coppietta, un uomo con la sua valigetta che cammina a passo svelto. Probabilmente sta rientrando in tutta fretta a casa.
    Magari sua moglie lo sta aspettando o non vede l’ora di riabbracciare la sua amante.
    Attraverso il ponte sotto il quale il rumore di un piccolo fiumicello scorre placido, l’acqua è limpida. Durante il giorno riesci quasi ad intravedere il tuo riflesso.
    Mi fermo un attimo a contemplarlo.
    Sono stanco ma di chiudere occhio non se ne parla.
    Pochi istanti dopo alzo lo sguardo e poco lontano da me noto una figura femminile.
    Rimango immobile a guardarla, gli occhi fissi su di lei.
    È davvero bellissima, avvolta nel suo lungo cappotto rosso. I capelli corvini, gli occhi di un colore che non riesco a definire. Tra il grigio e l’azzurro.
    Sono incredibilmente espressivi e sembrano guardare lontano, chissà dove.
    Si volta un attimo e mi rivolge uno sguardo penetrante.
    Sulla faccia devo aver stampata un’espressione da ” pesce lesso ” che probabilmente non mi rende giustizia. L’avranno guardata un milione di volte così.
    Piccoli fiocchi di neve iniziano a scendere lentamente, distolgo un attimo lo sguardo da lei.
    Erano almeno 15 anni che in questa città non nevicava, penso stupefatto.
    Il cielo appare cupo e tenebroso nella notte più nera del catrame, eppure sta accadendo davvero.
    Volgo nuovamente lo sguardo verso di lei ma… è sparita. Non riesco più a trovarla.
    Mi metto a girare per il parco, cercandola. Non so perché lo sto facendo.
    Non è mia abitudine e non voglio essere l’ennesimo uomo che la importuna.
    Vago a lungo, solitario. Nessuna traccia di lei.
    Decido di sedermi su una panchina, è inutile continuare a cercarla.
    Ma a cosa diavolo stavi pensando e soprattutto che problemi ti crei per una che nemmeno conosci, mormoro tra me e me, quasi sottovoce.
    Sento una mano sfiorarmi lievemente una spalla.
    《 Mi stavi forse seguendo? 》, esordisce piano una voce femminile. Gentile e delicata.
    Mi volto, è proprio lei.
    《 Io… non lo so. 》, rispondo colto di sorpresa. Non so a cosa stavo pensando.
    Si limita a prendermi per mano e senza tante spiegazioni, dice soltanto: 《 Vieni con me. 》
    La seguo fino ad un albergo, presumo dove alloggia. Non abbiamo scambiato nemmeno una parola durante il tragitto.
    Ci rechiamo fino alla stanza numero 13.
    Lei entra, io esito sull’uscio della porta.
    《 Che fai, non entri? 》, mi sorride sicura.
    Faccio pochi passi e la guardo togliersi il cappotto.
    Indossa una camicetta di seta color pesca leggermente trasparente, si può intravedere un reggiseno bianco di pizzo. Sotto ha dei pantaloni neri, eleganti. Con tre larghi bottoni laterali.
    Ha un fisico esile ma i muscoli tesi, ben definiti.
    《 Ti offro da bere così ti scaldi un pò. 》, dice mentre prende un bicchiere tondeggiante.
    《 Scommetto che sei tipo da cognac. 》, prosegue guardandomi.
    《 Indovinato! 》, esclamo divertito.
    È pazzesco, sembra sapere esattamente tutto di me. Dev’essere una donna ricca di empatia.
    Riempie un altro bicchiere e si avvicina a me.
    Brindiamo ed io bevo il mio cognac tutto d’un fiato. Mi sento preso alla sprovvista, leggermente in imbarazzo per l’insolita situazione.
    La gola brucia leggermente e l’alcool appena mandato giù, invade di un piacevole calore il mio corpo mentre la guardo fare lo stesso.
    Prende i bicchieri e li posa su un tavolino, poi si avvicina di nuovo a me. Mi passa una mano tra i capelli e senza dire nulla, mi bacia.
    Un bacio fresco, sensuale, avvolgente.
    Ci spostiamo in camera da letto e lentamente ci togliamo i vestiti.
    Traccio con le dite delle linee immaginarie sul suo corpo, l’accarezzo come se fosse un vaso di cristallo che potesse rompersi al minimo movimento brusco.
    Ma lei è una forza della natura, ha temperamento. È una donna.
    I nostri corpi s’intrecciano, facciamo l’amore senza nemmeno conoscere i nostri nomi.
    Eppure sembra avere un’anima profonda.
    Mi sembra di essermi innamorato al primo sguardo, persino se non l’avessi nemmeno sfiorata. Una parola sarebbe bastata.
    Anche senza avere mai questo privilegio.
    La notte è appena passata lasciando posto ad uno spiraglio di luce che s’infiltra dispettoso tra le tende chiare.
    Mi sveglio, dev’essere l’alba.
    Sento ancora il profumo della sua pelle tra le lenzuola.
    Apro gli occhi ma di lei non c’è più nemmeno l’ombra.
    Al suo posto trovo soltanto un biglietto, solo poche frasi.
    La calligrafia è pulita, raffinata proprio come lei, appare quasi come quella di un dottore:
    ” È stato intenso. Resta pure quanto vuoi, la stanza è stata pagata fino ad oggi. Io non potevo restare. Devo prendere il treno per tornare alla mia vita. “
    Noto che vicino al letto c’è un tavolinetto e sopra una macchina da scrivere.
    Accendo una sigaretta e mi sposto sulla sedia.
     
    Ci sono tre momenti in cui scrivo, sapete: quando sono triste, quando ho qualcosa da dire e quando sono innamorato.
    Calma la notte trascorre
    agitata di tanto in tanto 
    da lenti respiri.
    Ombra nella note
    stagliata sul muro
    mentre illuminata a tratti
    appare chiara agli occhi miei
    Attimi eterni
    interminabili momenti
    velocemente passano i minuti
    nella chiasso della notte silenziosa.
    Aspetto te
    lontana, sdraiata accanto
    coperta da un muro di silenzio
    Disperato nel silenzio del tuo amore
    tranquillo, sicuro del giuramento
    Inaspettato tormento
    E tutta la notte passa 
    ripiena di una serena
    tranquilla disperazione
    Cita
     
    Estratto del mio libro 
     
    Era stata una delle mattine più tragiche di tutta la mia vita. Mi svegliai sul divano, perché non ero riuscita a raggiungere il letto, accorgendomi di essere ancora vestita. A terra, la mia borsa era semi-aperta, e più in là, le mie scarpe si erano incastrate sotto il divano, chiaro segno che le avevo volutamente lanciate.  Cercai di rimettere insieme gli ultimi momenti della serata trascorsa, ma non riuscivo a connettere. L’unica cosa, che mi sentivo, era come se Buddha si fosse seduto comodamente sulla mia testa, nella posizione di Dhyana Mudra. Lui meditava, mentre io combattevo per un minimo di concentrazione. Era una dato di fatto che l’alcool non aiutava a svegliarsi, senza effetti collaterali. “Oh merda…” scattai dal divano, e riuscii, nonostante tutto, ad arrivare appena in tempo alla tavoletta del water. Mi sentivo realmente a pezzi, dalle persiane entrava già un fitto sole estivo, e Milano era, nonostante il mese di luglio, già caotica. Non avevo idea di che ore fossero, ma dalla luce, sicuramente erano già le otto passate. Dopo parecchi minuti, trascorsi davanti al water, mi riuscii a trascinare in soggiorno per prendere il telefono e chiamare al lavoro. Avevo ragione, erano quasi le dieci, e per la prima volta ero in ritardo. Cercai inutilmente per tre volte di comporre il numero dell’atelier, rendendomi conto soltanto dopo che bastava che andassi sui miei contatti per poter inviare la chiamata. Chissà se su internet, alla voce sintomi dei postumi da sbornia, c’era oltre alla nausea e il vomito, la voce delirio? Avrei giurato che Buddha stesse ridendo, prendendomi in giro. Scacciai quel pensiero, e mi affrettai a cercare nei miei contatti “ATELIER DIAMANTE“ e inviai la chiamata. «Buongiorno, atelier Diamante.» Angela, nonostante fosse sempre immersa in mille cose, rispose al primo squillo. 
     «Angela, sono Dafne, puoi spostarmi l’appuntamento con il signor Roberto delle undici, alle…» cercai di pensare a che ora mi sarei resa presentabile, «alle quindici e trenta?» «Sì certo, ma è tutto ok?» percepivo il tono preoccupato. «Sì, è tutto ok, ci vediamo nel pomeriggio.» riattaccai per non dare spazio ad Angela con altre domande. Forse aveva ragione lei, mi sarei dovuta prendere un paio di settimane per me stessa. Nell’ultimo periodo mi continuava a ripetere che ero dimagrita e spenta, e se mi avesse visto adesso, avrebbe aggiunto, alcolizzata e completamente folle, con la strana convinzione di avere un Buddha sulla testa, che mi osservava prendendomi in giro. Non volevo ammetterlo, nemmeno alle persone che mi stavano vicine, ma la verità era che non mi ero ancora ripresa dal divorzio, quello stronzo mi aveva tradito. Non lo odiavo per ciò che mi aveva fatto, o forse sì, in ogni caso il rispetto per lui era andato in frantumi.  Il tradimento, che sia un avventura di una notte o una relazione prolungata, non potevo accettarlo. Erano passati tre anni, e nonostante questo, non riuscivo a perdonarlo. Non che contasse qualcosa il mio perdono, dal momento che non avendo avuto figli si era trasferito a Roma, e cambiando città non lo rividi più. Ovviamente, con il divorzio, erano finite anche molte amicizie, e così le feste natalizie, qualche vacanza estiva e le grigliate in giardino non erano più posti per me. Erano tutti accoppiati e mi facevano sentire fuori luogo. Anche se qualche vecchia amicizia era rimasta. Ci scambiavamo qualche messaggio, a volte mi invitavano per qualche aperitivo, ma il più delle volte trovavo scuse per non andare. L’unica persona che frequentavo era Angela, single convinta, riteneva che gli uomini fossero solo una sofferenza, convinzione che si fortificò ancora di più, dopo che le raccontai del tradimento del mio ex marito. Ci conoscevamo da circa cinque anni, compivamo entrambe a settembre trentadue anni, l’avevo conosciuta in una mattina di ottobre. Pioveva da tre giorni ininterrottamente, e l’afflusso di gente all’atelier in quei giorni era diminuito notevolmente. Avevo aperto un atelier di abiti da sposa, nel centro storico di Milano. Gli affari andarono da subito bene, e così decisi di introdurre all’interno un laboratorio sartoriale. Assunsi Patrizia, un’ottima sarta, Francesca e Mariana, due esperte ricamatrici, per realizzare abiti rigorosamente fatti a mano e personalizzarli 
     di volta in volta, in base alle esigenze delle clienti. Con il tempo, avevo introdotto anche abiti eleganti, romantici e principeschi. Una mattina d’autunno, Angela entrò con un impermeabile giallo, colore insolito per quella stagione. Non era molto alta, sembrava un folletto, magrissima e con dei tratti molti delicati, aveva capelli lunghi e biondi, occhi azzurri come il cielo, coperti dall’ampia frangia che portava. Mi rivolsi a lei, chiedendole in cosa potessi aiutarla. «In un miracolo!» rispose con quegli occhioni grandi e luminosi. Era in cerca di un lavoro, se non lo avesse trovato al più presto, avrebbe dovuto lasciare l’appartamento per tornare a vivere con i suoi genitori. Mi porse il suo curriculum, aveva già avuto esperienze in questo campo, ma la verità è che mi aveva ispirato fiducia fin da subito, e il suo modo di fare, in quel poco tempo che ci parlai, mi piacque. In più negli ultimi mesi, avevo già espresso il desiderio di assumere un’altra persona, una specie di spalla destra, così le dissi che il miracolo si era avverato e di presentarsi il giorno dopo. Era entusiasta, sprizzava gioia da tutti i pori e riusciva a contagiarti solo guardandola. Il giorno dopo, si presentò mezz’ora prima dell’apertura. Mi aspettava davanti alla porta dell’atelier impaziente, e incominciò a lavorare per me. Era sempre puntuale, onesta, e nonostante avesse un carattere esplosivo, sapeva contenerlo davanti alle clienti più scrupolose e pignole. Ben presto diventò la mia collaboratrice, e con il tempo diventò come una sorella. Durante il divorzio mi fu sempre vicina, molto di più dei miei genitori, che non erano d’accordo che avessi chiesto il divorzio per un tradimento. Per loro, Leonardo rimaneva il marito meraviglioso, bello e di successo. Ma non li ascoltai, non solo chiesi il divorzio, ma cambiai persino casa. Non sopportavo vivere nella casa che avevo condiviso con lui, e soprattutto non sopportavo le occhiate dei vicini quando scoprirono che Leonardo se n’era andato.  Con il tempo, provai la tecnica chiodo scaccia chiodo, ma con me non funzionò. Non mi mancavano di certo gli inviti, tutt’altro, mi ritenevano una donna attraente, e nonostante non avessi più molta stima di me stessa, sapevo di esserlo. Ero di origine siciliana, avevo ereditato la pelle olivastra e i capelli rosso mogano da mia madre. Gli occhi verdi invece, li avevo ereditati da mio padre, e questo contrasto faceva girare la testa a più di un uomo. Ma, nonostante avessi accettato qualche 
    invito, erano andati tutti male, e dopo il primo appuntamento non seguiva il secondo.  La verità era che Leonardo mi mancava, mi mancava svegliarmi al mattino con l’aroma del caffè, tornare a casa dal lavoro e parlare con qualcuno, avevo nostalgia di un mucchio di cose. Nonostante tutto questo, cresceva in me la voglia di innamorarmi, di avere qualcuno che mi stringesse tra le braccia e che mi facesse sentire importante. Avevo giurato a me stessa che l’ultimo appuntamento che avrei accettato era quello della sera precedente. Arrivai a sbronzarmi pur di non sentirlo più parlare, e adesso mi ritrovavo con un Buddha in testa che rideva di me. Dovetti tornare un’altra volta di corsa in bagno a vomitare. Inginocchiata davanti al water e con la testa dentro alla tavoletta pensai all’ultima sbornia che avevo preso. Ero sicuramente al liceo, la cosa mi fece sorridere, ma subito dopo riflettere; riflettere in preda ai postumi da sbornia non era il massimo, passavi dall’euforia alla depressione totale, come in un post-partum. Infatti mi venne una crisi di nervi, iniziai a digrignare i denti emettendo gridolini isterici… era tutta colpa sua, lui che mi aveva giurato davanti all’altare “fin che morte non ci separi”. Tutto quello che mi succedeva era colpa sua, alla faccia della mia psicoterapeuta, che invece mi ripeteva sempre che se avessi alimentato la mia rabbia su di lui, gli avrei dato la possibilità di controllarmi ancora. Cercai di calmarmi, già vomitare era realmente sfiancante. Mi infilai sotto la doccia, mi avvolsi in un asciugamano e con ancora i capelli bagnati mi buttai a pancia in giù sul letto. Sprofondai in un sonno profondo e quando sentii il rintocco del campanile, cominciai a contare i rintocchi. Ne contai dodici, e per ben dodici rintocchi la testa mi rimbombò sempre di più.  Era mezzogiorno, mi accorsi con immensa gioia che Buddha aveva scelto un altro posto per meditare. La testa infatti non era più pesante, ero solo un po’ confusa, mi sentivo debole, ma almeno erano gli unici postumi della sbornia rimasti. Mi alzai e mi feci un caffè doppio, cercai nella borsetta le mie sigarette e ne accesi una. Avevo ripreso il vizio dopo la separazione, e naturalmente era un’altra colpa che associavo al mio ex marito. Sistemai i capelli che ormai sembravano una balla di fieno, infilai una camicetta bianca e un paio di pantaloni in lino azzurri.  
    Misi un velo di trucco, cercando di mascherare gli occhi da pesce lesso, esagerando con il mascara, ma mi accorsi che era un’impresa impossibile, così uscii lo stesso. Erano i primi giorni di luglio, Milano era sempre caotica, ma il traffico non era come sempre. Molti milanesi erano già partiti per le vacanze, così decisi di raggiungere l’atelier in macchina. In realtà era anche la soluzione migliore, avrei evitato i mezzi pubblici. Non sopportavo la presenza di nessuno, e anche se i postumi della sbornia mi aveva lasciato un po’ di confusione, la nausea sarebbe potuta tornare da un momento all’altro, non sarebbe stato carino vomitare addosso a qualcuno. Parcheggiai la macchina in un autosilo e proseguii a piedi fino all’atelier. Ero in largo anticipo con l’appuntamento del signor Roberto, ma almeno avrei potuto bermi un caffè con Angela.  Appena entrai, Angela mi corse incontro. «Dafne, hai una faccia orribile, ma che ti è successo?» era seriamente preoccupata. «Tranquilla, ho soltanto esagerato ieri sera con il vino.» una cosa era certa, non avrei bevuto mai più.  «Stupida, la devi smettere di ridurti così per quello stronzo!» disse in tono serio. «Non ho bevuto per lui, sono uscita con un logorroico e così ho pensato che bere mi avrebbe aiutato a sopportarlo.»  Le scappò un sorriso. «Dafne, Dafne, scuse, sempre scuse.» si fece un’altra volta seria, «Non ti sei rimessa ancora del tutto dopo il divorzio, ti conosco troppo bene.» «Lo so.» le risposi dandole un bacio sulla guancia, mentre camminavo verso l’ufficio per rileggere la mail che il signor Roberto mi aveva mandato. Sprofondai sulla poltrona e accesi il computer. Angela entrò dopo cinque minuti con due caffè.  «Sei sempre la migliore.» sorrisi. Prese una sedia e si sedette accanto a me. «Dafne, non so se ho sbagliato, ma ormai è fatta, e voglio che mi ascolti prima di dirmi di no.» «Hai un tono così solenne, cos’è che devo ascoltare?» il caffè caldo mi stava ridando un po’ di energia. «Sono seriamente preoccupata per te, eri già magra, ora lo sei ancora di più, e se non correrai ai ripari, finirai con l’ammalarti.» Trassi un respiro. 
    «Così, in questi giorni mi sono permessa di chiamare un amica dell’agenzia turistica e ti ho prenotato una vacanza.» Mi alzai in piedi: «Ma Ang…» «E no, non incominciare a protestare a causa delle spese e del lavoro, abbiamo lavorato molto e l’atelier va alla grande.» continuò senza darmi modo di replicare, «Quest’anno ha avuto ottimi fatturati, per quanto riguarda il lavoro, ho già sistemato tutto io.» disse tutto di un fiato. «Angela» le presi le mani tra le mie, «se non ci fossi stata tu, in questi ultimi tre anni sarei impazzita.» «Sciocchezze.» disse guardandomi con occhi lucidi. «Hai ragione, non sto bene, non mi sono più sentita bene dal divorzio.» continuai sputando verità, e mi venne il dubbio che il vino veritas facesse effetto nel dopo sbornia, «Ho provato, Angela… non sai quanto ci ho provato, ma si arriva a un punto in cui si tocca il fondo.» mi scesero le lacrime, «Sono così stanca e scoraggiata.» Angela prese il fazzoletto, si asciugò gli occhi e asciugò i miei. «Che sentimentali siamo noi due.» «Partirò, te ne sono grata e credo che ne avrò realmente bisogno, ma sei sicura che qui riuscirai senza problemi? Non ti peserà troppo?» «Ma no! Devi stare tranquilla, partirai lunedì mattina per due settimane, e la destinazione è la Sicilia.» mi porse una cartelletta, «Qui dentro c’è tutto, indirizzo, numero di telefono dell’agenzia, l’itinerario, e il biglietto.» L’abbracciai forte: «Non smetterò mai di ringraziarti.» «Non devi ringraziarmi, vai, mangia, riposa e torna qui come la Dafne di una volta.» «Te lo prometto.» Nel frattempo arrivò Roberto, sarebbe stato l’ultimo appuntamento prima della mia partenza, e per un attimo fui anche felice. Roberto Torre, il classico cliente che riusciva a farti perdere la pazienza; indeciso più di una donna, era pronto a convolare a nozze per la seconda volta, l’unico problema era che aveva messo una decina di chili in più e sperava ancora di entrare in taglie smilze rispetto ormai alla sua mole. Provava e riprovava vestiti di taglie inferiori alla sua per poi finire sempre con la sua tipica frase: “Ha ragione lei, questa taglia mi calza meglio”. Avevo realmente bisogno di partire
    Un incontro fastidioso
     
    Il vento placò la sua corsa e il sole scaldava a fatica. Nel camino sibilavano due ciocchi, uno di quercia e l’altro di pesco tagliato l’anno prima. Il tempo trascorreva lento, così almeno sembrava a Fedro Soli. Sguardo smarrito oltre la finestra dove pioppi neri strozzati dall’edera si impuntavano immobili, aggrappati a una terra fertile e al contempo grezza.
    Doveva lavorare, ma la testa svolacchiava su ricordi lontani, sugli avvenimenti di una vita, sulle scelte che l’avevano reso un trentenne annoiato di buoni propositi e tenui speranze scampate alla giovinezza quando avrebbe azzannato le stelle per un ideale.
    Perso nel torrente dei pensieri sentì gli aghi conficcarsi nella coscia. Colombo, il gatto di casa, lo trascinava alla realtà, a ciò che ora era e non a ciò che sarebbe potuto essere. Il passato scaturiva da un concatenarsi di episodi allora presenti e che non sarebbero più tornati, poteva averne di nuovi se avesse voluto lottare e vivere l’oggi.
    Ciondolò fino al pacchetto di sigarette e ne accese una. Scese le scale in legno di castagno, dei fiori con petali turchese in vetro di murano brillavano incastonati nella ringhiera e si incupì. Sentiva che l’esistenza era stata avara con lui e perché non cambiarla? Un nuovo lavoro, una vita diversa rispetto a quella imposta dalla moglie, un altro genere di resurrezione. Nell’istante in cui si delineavano i contorni l’idea scomparve subito.
    Fedro sapeva di mancare in istinto, disperazione e coraggio. Flettere, anche di un minimo, il percorso dell’esistenza richiedeva un atto di forza, e solo scegliere cosa indossare la mattina richiedeva per l’appunto una scelta.
    Poggiato sulla soglia si impaludava nei vicoli ciechi della mente, la sigaretta bruciava da sola. Il serpentello fumoso saliva alla finestra, come se esso stesso desiderasse la libertà, il bisogno di fuggire nella pianura che si spalancava davanti, la laetis Mevania pratis cantata da Silio Italico.
    «Non riesco.» Disse tra sé e sé aspirando una boccata di fumo: «Non è il giorno adatto e non consegnerò i testi in tempo.» E pensò ad Amalia al piano di sopra.
    I capelli rosso aranciati cadevano ordinati sulle spalle ed esalavano un odore di mango che lo richiamava come un magnete. Raccolta davanti al computer, rigida e a petto in fuori, la immaginava sfogliare riviste di arredamento e ruotare il rendering di una cucina per una cliente di Montefalco.
    Beata.
    Avevano appena discusso, Fedro prese il giubbotto e uscì a passeggiare verso il paesello senza dire niente alla moglie. In preda alla creatività risultava invisibile ai suoi occhi.
    Lungo la strada i campi addormentati si ricaricavano dei nutrienti persi l’anno precedente, i semi quiescenti attendevano la primavera e il contadino che riprendesse l’opera. Il lavoro della terra scandiva il ritmo delle stagioni. La piana s’incuneava a sud-ovest tra blande colline pezzate di Moraiolo, Leccino e Sagrantino e a nord-est tra smussate montagne spolverate di neve. Assisi e Spello, come sentinelle adagiate sul Monte Subasio, ne sorvegliavano da secoli i mutamenti, così come Montefalco e Trevi dal lato opposto. Contrasto e armonia di monti, colli e pianura restituivano tridimensionalità allo sguardo, ma non nel suo, imprigionato tra i pensieri.
    Due cornacchie appollaiate tra le fronde di un ciliegio, curiose, seguivano l’uomo che camminava sull’asfalto bagnato, i vivaci occhi fissavano lo stesso colore in quelli profondi e annacquati di Fedro. Era alto un metro e ottanta, gran parte rubato dalle gambe da trampoliere, aveva corti capelli nero fumo testardi da ordinare. Sul lato destro del collo traspariva una voglia a forma di goccia, visibile come la filigrana nella carta.
    Il Fosso Rio gonfiato dalle piogge ne accompagnava il passeggio con un moto ammaliatore. L’acqua dominava il paesaggio; sgorgava ovunque in rigagnoli, torrenti, fiumi e pozze, come il Lago Aiso, una profonda risorgiva artesiana che lo intimidiva ogni volta che si trovava nelle vicinanze. I locali, come per esorcizzarne il timore, lo chiamavano come in antichità: Abisso.
    Qua e là ciuffi di pioppo antico, nero, bianco e tremulo drizzavano le chiome spoglie, bordura residua di strade e campi, testimoni ed equilibristi. Erano sopravvissuti alla forza di gravità in giornate assolate o plumbee, calme o ventose, calde o fredde, secche o soprattutto umide.
    La strada gli scivolava tra i piedi e sussultò per un movimento alla sinistra, le narici del nasetto schiacciato si dilatarono e del pallore comparve nell’incarnato color ambra del volto. Il timore virò subito in allegria quando capì cosa avesse diradato le nubi nella sua testa. Una coppia di aironi cinerini aveva spiccato il volo spaventata dai passi e disturbata nel setacciare le sponde a caccia di cibo per i pulcini appena nati. Ne seguì la fuga prima in cielo e poi tra gli alberi fino a un canneto oltre l’argine rialzato del Fiume Topino, così la maestà del territorio chiese conto al piccolo uomo che lo attraversava.
    Amalia e Fedro si erano trasferiti a Bevagna da poco più di un anno, erano in fuga da Parma e da Perugia, luoghi sempre più caotici e logoranti dove ogni essere umano era un isolotto in mezzo al mare della comune indifferenza. Arrivarono per caso. Amalia scoprì il posto dopo un sopralluogo in un casale di un eccentrico broker olandese e si innamorò a prima vista della piccola pianura padana, come adoravano chiamarla, del vivere sano e della originalità del borgo, all’apparenza semplice e genuino. Fedro apprezzò da subito i pregi della campagna: comprare o barattare uova, carne e verdure dagli sparuti vicini, raccogliere i propri frutti e nutrirsi delle erbe spontanee che crescevano in giardino o lungo i greppi; gesti sostenibili in un mondo insostenibile. Riuscì ad apprezzare anche la relatività del tempo, il suo scorrere a tratti piacevolmente lento. Arrivò a credere che oltre alla costruzione della famiglia ne avrebbe giovato anche il lavoro e più di tutto la reale passione: scrivere storie senza tempo.
    Tuttavia in ogni paesino che si rispetti le novità risvegliano la diffidenza, Fedro e Amalia vennero sottoposti alle prove del campanilismo; passarono dalla fase dello studio a quella delle domande e del ficcanasare, fino ad arrivare al pettegolezzo, entrando così a pieno diritto nella vita di un piccolo borgo umbro. Accettarono di buon grado le pressioni della gente, i pregi superavano di gran lunga i difetti e lo sostenevano anche le altre persone giunte da luoghi ben più lontani, calamitati in quella realtà medievale di poco più di cinquemila anime, attratti dal mangiar bene e da una vita a misura d’individuo.
    «Ragazzo!»
    Fedro alzò la testa e cercando di capire da dove arrivasse la voce si avvicinò al bordo della strada.
    «Ehi dico a te. Sono qua, dietro…» Un tonfo sordo echeggiò in mezzo alle parole e dell’acqua schizzò sui jeans blu navy. Fedro si sporse sul rivolo Forma dell’Abisso, vide un uomo seduto nel letto che rideva come un pazzo, la pancia era talmente grande rispetto alla testa da sembrare un naso con le gambette.
    «Ti ho spaventato? Cercavo della legna secca per il fuoco e ho visto quel ramo di salice. Mi sono attaccato con tutto il peso, ma sono ruzzolato come una pera cotta.» Disse lo sconosciuto sganasciandosi dalle risate e indicando un albero sopra di lui: «Brrr che fredda quest’acqua.» Aggiunse.
    Fedro non riuscì subito a cogliere le parole, aveva ancora difficoltà con il dialetto locale.
    Che diavolo ha da ridere, pensò, è zuppo in Febbraio, se non esce si ammala e lui è contento.
    Il vento tornò a sferzare portando con sé l’odore del fango e increspò l’acqua intorno all’uomo.
    «Prenda la mano che l’aiuto a salire.» Disse tirando su la manica del logoro giubbotto di pelle nera e allungando un braccio.
    «Non ci penso proprio. Ho solo sessant’anni e ce la posso fare da solo.» Rispose stizzito con il sorriso in bocca.
    Fa pure il prezioso. Avevo un’idea per il nuovo romanzo e l’imbecille me l’ha fatta scappare, e si allontanò dall’argine mentre l’uomo risaliva in modo goffo accompagnato dal ciaf ciaf dell’acqua sputata a ogni passo dalle scarpe in eco-pelle color cioccolata.
    Riuscì con difficoltà ad arrivare all’asfalto e si mise a strizzare il velluto verde oliva dei pantaloni stropicciati e intrisi. Con lo stesso sorriso stampigliato nel folto barbone sale e pepe disse: «Oh, quando cammini non vedi proprio un fico secco. Fa male pensare troppo, ti fumerà il cervello. Ho chiamato almeno tre volte e niente, se ti fossi mosso prima non sarei finito a scacciare le ranocchie… Va bene lo stesso, mi chiamo Vareno Cecagallina, abito in quel casolare giallo laggiù.» E indicò un caseggiato intonacato di fresco a non più di seicento metri di distanza.
    Fedro strabuzzò gli occhi e lo sguardo cadde sulla ciambella grigio nera aperta sulla fronte che il tizio aveva al posto dei capelli, la chierica fumava per la differenza di temperatura tra l’acqua e la pelle e gli sfuggì un sorriso.
    Mi sa che il cervello fuma a te e non a me rimbecillito, ma che diritto hai di giudicarmi. Chi ti ha mai visto prima. Come ti chiami? Vareno.
    Si ricordò essere il nome del mitologico fondatore di Mevania oggi Bevagna e che non era nemmeno uno dei più strani. Aveva saputo fin dal suo arrivo che il paese era conosciuto in tutta l’Umbria per la fantasia degli abitanti nel nominare i propri figli.
    «Piacere mio, sono Fedro Soli, il nuovo vicino e vivo laggiù.» Rispose stringendogli prima la mano e poi con un passettino indietro indicando un casale in pietra calcarea a poco più di un chilometro di distanza.
    «Lo so, lo so.» Disse l’uomo sistemando dei fondi di bottiglia sul naso irrorato da capillari rotti che scendevano sulle guance fino alla barba come se avesse una gorgonia rossa appiccicata alla faccia. Vareno si scrollava l’acqua e nel contempo indietreggiava sulla sponda, la scarpa destra a contatto con l’erba umida scivolò. La caviglia cedette e si aggrappò con tutti i suoi cento chili a Fedro che con un colpo di frusta riuscì a tenere entrambi in piedi.
    «Porco cane, oggi sono proprio una ricotta. Sarai tu che mi confondi.» Disse ridendo e Fedro gli lesse in faccia la sofferenza appena provò a muovere un piede.
    «Si appoggi a me, con calma la porterò a casa, così si toglie quei vestiti bagnati e mette del ghiaccio sulla caviglia.» Disse sorreggendolo con difficoltà.
    «Guarda i giri che fai per abbracciarmi. Frena le voglie che ci siamo appena conosciuti. Io sono all’antica… va bene, per questa volta te lo lascio fare.» Gli occhi calarono su un braccio del ragazzo e dopo qualche secondo di studio ripartì strombazzando: «Caspita, hai fregato il brillocco a tua moglie prima di uscire. L’orologio non si usa più vedo, come si dice… è demodé, giusto?» E delle gazze ladre gracchiarono su un palo della luce spaventate dal frastuono.
    Fissava il bracciale che Fedro aveva al polso sinistro, cesellato in argento largo tre centimetri con un grande rubino taglio goccia incastonato al centro e uno spazio vuoto identico nel lato opposto. La gemma era di un rosso vivo, la varietà più ricercata, sangue di piccione e pulsava come un cuore.
    «Scusi. Ho capito poco di ciò che ha detto, ma il bracciale è il regalo di una persona importante.» Rispose sorridendo a denti stretti e con lo sguardo offeso.
    Tra lo schiamazzo e il gergo aveva afferrato il concetto, ma preferì lasciare correre e del rosa tornò a comparire nella barbetta di due giorni.
    «Niente» rispose Vareno, «solo le scemenze di un ragazzetto un po’ troppo cresciuto. Comunque bello il bracciale, sembra importante. Aiutami per favore così arrivo in azienda, ci parli tu con Saverio e gli dici pure quello che è successo che a me non crede.»
    Come bradipi claudicanti si incamminarono verso il grande cancello in ferro battuto della cantina Mevania di cui Vareno e Saverio, suo figlio, erano proprietari, così almeno era riuscito a capire tra la smitragliata di domande che subì durante il breve tragitto. Vareno chiese di tutto e Fedro tentò di dribblare alla bene e meglio rispondendo in modo vago e con lo sguardo basso.
    «Da qualche anno sono diventato web content editor.» Disse spossato dall’ennesima richiesta.
    Vareno rimase per poco in silenzio e poi tornò all’attacco con più vigore.
    «Boh. Proprio non capisco in pratica che roba sia. Si tratta di una cosa legale? Non è che dovrò venire a portarti una bottiglia di vino in gattabuia per le feste? Non ti piacciono i lavori normali come zappare la terra o l’idraulico, ma anche l’avvocato o il dottore e altre robe del genere?»
    Una curva, complice anche venticinque metri di roverella, nascose la cancellata alla vista e quando riapparve Fedro si arrestò. Vareno seguendo il flusso dei pensieri non si accorse e stava per inciampare. Tra il fogliame di un gruppo di allori piantati oltre la recinzione spuntavano delle chiappe femminili costrette in jeans turchese che scendevano a sigaretta fino a degli stivaletti bassi lucidi color liquirizia con un tacchettino che a distanza era quasi impercettibile. Il fare dei glutei era sospetto, così come quello del resto del corpo visibile, ma ad allarmare Fedro fu il luccichio di una lama racchiusa tra le dita e pensò a una rapina in corso. Tirò Vareno contro la quercia ed estrasse il cellulare dalla tasca del giubbotto per chiamare i carabinieri. Dopo aver composto il primo uno del 112 udì un risolino, alzò la testa e seguì lo sguardo di Vareno dritto sulle chiappe.
    «Sei proprio di città» disse l’uomo, «subito a pensare a una cosaccia. È solo quella pazza di Ada, la mia ex nuora. Vedi come cerca di crearsi un trespolo per spiare, ne ho già distrutto uno dall’altro lato. Saverio l’ha cacciata pochi mesi fa, ma lei non l’ha ancora capito.»
    Fedro ripose il telefono, il rubino scintillò colpito da un flebile raggio di luce e riprese a camminare sorreggendo Vareno.
    Portalo a casa, vattene subito che la pazzia è galoppante. Mancava la stolker, ora il quadro è completo… però… mi stuzzica la storia che potrebbe venir fuori con personaggi così: uno spaccato di melanconica vita locale con una punta di humour. Certo che se lo sviluppassi… Non arrivo al taccuino con questo orso addosso.
    «Ancora qua?» Urlò Vareno: «Vuoi capire o no che te ne devi andare. Lascialo perdere a Saverio. Ci metto le vipere tra quei rami così la prendi una svegliata, mi sono stufato di buttarti giù le tane.» E aggiunse rivolto a Fedro: «Purtroppo ancora non sta con nessuna.»
    Un sibilo fischiò nell’aria seguito da un rumore sordo come di un sasso su un pezzo di legno e il resto della donna uscì dalla siepe urlando e grattandosi il sedere con i capelli arruffati color paglia pieni di foglie. Ada scappò verso un campo gridando: «Saverio ti amo, mi merito questo e altro, amore mio.»
    Un ragazzone sbucò dalle canne palustri alla sinistra di Fedro, per una manciata di centimetri non arrivava ai due metri, spalle taurine, cosce da rana e pancia prominente. Con una mano reggeva la carabina ad aria compressa e con l’altra si lisciava i sottili baffi neri ben curati che si adagiavano su una bocca larga. Le labbra sparivano nel sorriso lasciando il posto a una dentatura candida e regolare come una fila di auto posteggiate in linea in un parcheggio di Zurigo.
    Tra gli incisivi tracimò un mugugno di rincorsa, come se stesse scaldando i polmoni prima di partire e a motore pronto riuscì a ficcare tra le risate in un italiano pulito, ma cantilenato: «Visto! Ada si allena a correre i cento metri con l’aiuto del mio amico.» Accarezzò la canna della carabina: «Deve riuscire a seminare i pallini prima che la prendano. Come ballavano quelle tettone, quasi scappavano per conto loro. Babbo, hai raccattato per strada il nuovo vicino. Mannaggia a li pescetti era meglio la moglie però, passa tutte le mattine correndo. Lo so, era troppo veloce per te.» Allungò una manona e disse: «Sono Saverio Cecagallina e grazie per avermi riportato il vecchio rintronato.»
    Il figlio è peggio del padre, ma è un marchio di famiglia far star male la gente. Amalia non la deve nemmeno guardare, pensasse a quella poveraccia, gli ha sparato alle spalle e se l’avesse presa in un occhio avrei dovuto pure chiamare un’ambulanza. E pensare che volevo solo camminare fino al paese.
    Fedro osservò meglio Saverio e non riuscì a trattenere un risolino. Il viso era tondo e bonario, sembrava il gambo di un porcino; il cappello consisteva di spaghi neri a caschetto, più simili a quelli di un frate francescano che ai capelli di Paul McCartney nel suo periodo migliore; il volto era butterato, eredità dell’acne giovanile; gli occhietti erano azzurri e un po’ a mandorla, ingranditi da occhiali da vista a goccia con montatura sottile; il collo era quasi inesistente e quel poco era coperto dalla base bulbosa del fungo, un papillon verde acceso con pallini rosa confetto che si abbinava al maglione di lana del padre.
    «Piacere mio, sono Fedro Soli, ma tanto lo sai già, se posso darti del tu. Dovremmo avere quasi la stessa età e mi conoscete tutti in paese anche se io non conosco nessuno.»
    «Devi darmi del tu, ho solo trentasei anni e come vedi non li dimostro. Perché hai fatto il bagno al babbo e lo stai abbracciando? Te lo vuoi portare a casa fresco e pulito come un bambinetto. Ci sto, però lo scambio solo con la rossa.» Sghignazzò dopo aver preso fiato.
    Fedro si liberò dell’abbraccio di Vareno, sistemò invano i capelli esplosi nei quattro punti cardinali e scendendo passò le dita tra la barba incolta e sulla voglia del collo.
    «Tuo padre è caduto nel canale, poi è scivolato e si è storto una caviglia. L’ho solo aiutato a tornare a casa, ora lo lascio alle tue cure, è stato un piacere conoscervi, a presto.»
    «E no» lo bloccò Vareno, «voglio ringraziarti per la gentilezza, questa sera vieni da noi a cena con tua moglie e che non senta un no uscire dalla bocca.»
    Nella mente di Fedro passò un no, un assolutamente no e un che sono scemo a cenare con questi. Il pensiero però morì in gola prima di venire alla luce. Di sicuro il vino sarebbe stato ottimo, a giudicare dai versi degli animali che arrivavano molto oltre la cancellata anche il cibo sarebbe stato degno, Amalia borbottava sempre che con i vicini avevano solo contatti commerciali e non si erano ancora integrati, ma soprattutto l’eccentricità dei personaggi stuzzicava l’artista e rispose con l’acquolina in bocca per il libro che avrebbe potuto prendere vita da loro.
    «Allora sì.»
    Viaggiarono spediti, la stagione primaverile con i suoi canti e i suoi colori che permeavano ogni spazio; in cielo le nuvole si rincorrevano simili ora ad animali, ora a montagne.
    Il cammino piegò a nord-ovest, come detto da Ariarn: avrebbero attraversato la piana sopra la Cordigliera di Nekton, spingendosi verso il Muro delle Lame, fino ad arrivare alla foresta di Hestea, proseguendo poi a ovest fino a giungere a Ronaan.
    Per tre giorni camminarono nella pianura, circondati solamente da distese d’erba; al quarto giorno la morfologia del terreno mutò, sorsero declivi, le foreste riempirono gli spazi. Il paesaggio si arricchì della presenza di un fiume e dei suoi piccoli affluenti, il cielo blu e le nubi bianche che si riflettevano sulla superficie di un gran lago attorniato da selve di conifere.
    All’ottavo giorno una fitta nebbia calò su tutta la zona. Persino per Periin divenne difficile orientarsi in quel mare bianco. Per due giorni le grigie condizioni atmosferiche persistettero prima di lasciare di nuovo posto al sole. I cinque si ritrovarono immersi in una vasta vallata di boschetti, circondata da basse montagne intercalate da passaggi che portavano alla pianura circostante.
    «Abbiamo piegato troppo a nord rispetto al percorso» disse Periin. «Rimedieremo adesso dirigendoci più a ovest.»
    La comparsa di uno squadrato pezzo di marmo in mezzo all’erba, seguito dopo pochi passi da un altro, li colse di sorpresa. Qualche metro ancora e si ritrovarono a camminare su un lastricato bianco, che si snodava sinuoso costeggiando i verdi boschetti della vallata. Piedistalli diroccati sorgevano in prossimità delle svolte del sentiero.
    Il viale lastricato, accompagnato dal profumo di fiori di campo, arrivò a una scalinata: i resti di bianche mura mostravano il perimetro di ciò che era stato un ampio e vasto complesso architettonico. Della grandiosità di un tempo rimaneva solo macerie coperte da edere.
    Era un luogo abbandonato, ma vi aleggiava un’atmosfera di pace, come se la presenza di quanto era stato non se ne fosse andata, continuando a permearlo.
    La curiosità e il fascino del luogo fecero salire gli scalini scheggiati. I pilastri, un tempo sostegno ai cancelli d’ingresso, splendevano nel loro candore; i resti dell’arco che univa le due colonne erano sparsi nello spiazzo che si estendeva davanti ai cinque.
    Guardandosi intorno come bambini in una casa nuova, arrivarono di fronte a un piedistallo alto due metri, dall’ampia base, l’attenzione attirata dalla placca metallica posta sulla sua facciata: i rampicanti non erano saliti sulla sua superficie, risparmiata dalla ruggine e dal trascorrere delle stagioni; solo una leggera patina oscurava la brillantezza della lastra, lasciando leggibili i simboli che vi erano incisi.
    Ghendor lasciò scivolare le dita sulle linee elaborate, osservandole attentamente.
    «Riesci a capire cosa c’è scritto?» chiese Reinor.
    Il Messaggero continuò a fissare le lettere. «È una lingua antica, di cui sono rimaste poche tracce: proverò a tradurla, ma ho bisogno di qualche minuto per farlo.»
    Mentre il Messaggero era intento a tradurre l’antico testo, i restanti quattro si guardarono attorno.
    «Cosa sarà mai sorto in questo luogo sperduto?» domandò Periin passando accanto ad Ariarn.
    «Un santuario» giunse la voce di Ghendor alle loro spalle. «Lo rivela la scritta sulla placca.»
    «Apparteneva all’Ordine?» chiese Ariarn.
    Il Messaggero si fece meditabondo. «Non lo so. Non ci sono riferimenti all’Ordine, anche se in quanto scritto si avverte la presenza dello spirito della Rivelazione. O forse si tratta di una mia interpretazione: non ci sono segni o riferimenti che confutino la mia sensazione.»
    «Cosa dice l’iscrizione?» Lerida gli si fece vicina.
    «La mia non è una traduzione precisa, ma il significato è questo:
                 
                Benvenuto amico in questo sacro terreno
                Qui troverai per il corpo riposo e per il cuore ristoro
                Lascia ogni preoccupazione e fardello sulla strada percorsa
                A nulla giovano allo spirito
                Lascia che sia libero e leggero di andare a cercare se stesso
                E una volta trovatolo, vivrai in pienezza
                È quanto incontrerai una volta qui giunto
                 
                Un posto per quietare le tue ansie e quelle del mondo
                Perché nel silenzio tu possa percorrere il varco che è la tua anima, l’immagine del tuo essere
                E vedendola tu l’ami e la desideri maggiormente
                Perché tu possa crescere ed essere quello che sei e puoi essere
                Nella serenità di questo luogo tu possa rispecchiarti in essa
                E capire che è un tutt’uno con te
                E che è più grande di te perché non viene dal luogo del tuo corpo
                 
                Ti è donato gratuitamente, senza pegno
                Per farti guardare dove stai andando e scegliere meglio la via
                Non essere turbato dai turbamenti interiori, avviso di cambiamento.
                Sono come diluvio che spazza via l’inutile e fa emergere l’importante
                Per farti essere un uomo nuovo, migliore del vecchio
                Sii saggio con quanto donato, usalo nel modo giusto
                Desidera, ma non bramare, perché una fiamma peggiore del fuoco non ti consumi
                 
                Qui amico non troverai maestri, ma fratelli, esseri come te
                Con gli stessi intenti, la stessa spinta, disposti a fare il tuo stesso percorso
                Non troverai avversari da superare né nemici da combattere
                Non esistono qui, dimorano solo nel tuo cuore
                Sei tu l’unico avversario da superare, sei tu il nemico da sconfiggere
                Armato inutilmente di vecchi e logori atteggiamenti e abitudini
                Cammina leggero, privo di pesi
                 
                Segui il tuo cuore, le tue intuizioni
                Non credere che siano le cose o gli altri a poterti dare quello che cerchi
                Questo non è in loro potere
                Non possono darti quello che hai già e che devi solo scoprire
                Moderazione ed equilibrio siano il tuo motto e anche compassione
                Mai il tuo pugno per punire e la tua bocca per sentenziare
                Lascia queste cose del mondo a chi non ricerca la vita
                 
                Presta attenzione a quanto ti è attorno
                Impara dalla natura, dagli animali, dalle stelle, dalla luna e dal sole
                Dal vento, dall’acqua, dal fuoco e da quanto esiste
                Ascolta le loro voci, ascolta il loro spirito
                Perché portino seme fertile in te
                Comprendi la parola che più che sentire percepisci e diventalo tu stesso
                Per te e per gli altri, perché così il mondo diventi armonia
     
               
    «Questo è quanto» concluse Ghendor
    «È stupendo!» esclamò Lerida assorta dalle parole.
    «Sì, è molto bello» convenne il Messaggero.
    Periin sbuffò. «Ora che vi siete trovati d’accordo sulla sua bellezza, possiamo andare? Avremmo fretta e molta strada ancora da fare.»
    Ripresero a inoltrarsi nei ruderi, passando accanto ai resti di muri e giardini, dove panche e tavole scolpite erano ricoperte da muschio. Superati i gruppetti d’alberi che affiancavano l’ingresso, si ritrovarono in una vera e propria cittadella; la natura si stava riappropriando di quanto era suo, ma l’impronta di chi era vissuto in quei luoghi era ancora evidente.
    «Dev’essere stato splendido quando la gente viveva qui» disse Lerida. «Sarei curiosa di sapere com’era questo luogo quando era intatto.»
    «Sarebbe interessante avere il tempo di studiare questi reperti: dall’antichità si rivelano cose sorprendenti, pezzi mancanti della storia che permettono di capire meglio il presente» disse Ghendor camminandole accanto. «Secondo studi archeologici, le zone dei santuari avevano una disposizione predefinita. Vicino ai cancelli si trovavano le sale per dare accoglienza ai pellegrini; accanto a esse erano situati gli edifici del personale che si occupava dei servizi per persone e strutture» si voltò a guardare indietro. «Il grande spiazzo appena superato era la piazza dove la gente s’incontrava per discutere e rilassarsi all’ombra delle piante. Nei nostri tempi non si usa quasi più, ma nell’antichità non c’era solo la parola e la scrittura per insegnare la morale, l’etica o altro: erano usati quadri, melodie, rappresentazioni teatrali. I piedistalli che abbiamo incontrato erano supporti di statue: aiutavano le persone a riflettere e a capire meglio quello che erano venuti a cercare in questo luogo. Non so se sei stata a Nhal: nel tempio della città c’è un antico dipinto che ha la stessa funzione. Questa metodologia non è stata portata avanti e si può affermare che rispetto al passato abbiamo fatto un passo indietro. Quel periodo può essere ritenuto un’età dell’oro, una fonte immensa di saggezza, dove da tutto si poteva imparare qualcosa; gli artisti in quell’epoca avevano gran rinomanza e un certo peso anche nell’insegnare. Ora tutto è sulle spalle dell’Ordine, con qualche sporadico aiuto degli atenei»
    Vesna Raffaelli odia il suo nome. Per questo ha deciso di chiamarsi Fiorella. D'altra parte, quando arrivi al momento in cui capisci il nome che porti, ce l'hai già sulle spalle da diverso tempo, buttato lì da qualcun altro. Ecco perché poi si fanno queste scelte, basta avere un po' di coraggio. Nella sua vita c'è una dicotomia spiazzante che si percepisce piano, lentamente: è una vita ordinaria ed è una vita straordinaria. Impossibile? Non se le sue trame vengono intrecciate da una penna sapiente. La sensazione prende forma spontaneamente, ma se ne acquisisce la consapevolezza solo nel momento in cui ci si ferma un attimo, si interrompe la lettura, si fa quel piccolo gesto impercettibile di allontanare il libro dagli occhi di qualche millimetro e sollevare lo sguardo... è il momento in cui si riflette su qualcosa che si è appena capito. "Ma forse anche la mia vita funziona un po' così?" Esatto. Ciò nonostante, appena elaborato questo pensiero, lo sguardo tornerà inesorabilmente sulle pagine, divorandole con più foga di prima. Perché? Perché Vesna/ Fiorella fa una cosa bellissima che rende tutto differente: lei pensa. Lo fa quando scrive sul suo diario, lo fa quando osserva le persone che ha intorno, lo fa quando scopre di essere incinta, quando fa scelte importanti e quando si ritrova a vivere emozioni che, vi piaccia o no, dovrete ammettere di voler provare anche voi. Quando Vesna fa l'amore, tra l'altro... difficile non voler essere lei. O lui, s'intende... tua storia...
    Roma, Arco degli Acetari.
    Via del Pellegrino 19.
    21 settembre 2013.
     
    Quella mattina il mercato di piazza Campo de’ Fiori era, come di consueto, affollatissimo. Il cielo era sereno e la temperatura estremamente gradevole. Dovevo recarmi di buonora al vicino complesso di Sant’Ivo alla Sapienza, ma decisi di fare prima quattro passi inoltrandomi in quelle vie nascoste di cui la zona di Campo de' Fiori è ricca. Camminai con la mente leggera, fin quando mi ritrovai davanti ad un piccolo arco a me già familiare. Una semplice volta dai connotati umili, che spesso non viene notata dai più, ma che nasconde un piccolo cortile il cui fascino è rimasto inviolato nel corso degli anni.
    Vi avevo già fatto ingresso diverse volte, ma quella mattina fu diverso.
    All’interno, un innaturale quiete sembrava aver bandito la confusione delle vie circostanti, trasformando l'arco nel confine perfetto di un contrasto tanto grande. Al centro del cortile, un piccolo salice dava il benvenuto a coloro che entravano.
    Sulla pavimentazione in sampietrini erano poggiati vasi di ogni sorta ed un vecchio carrettino in legno malmesso, identico a quelli usati nelle campagne durante i primi decenni del ‘900. Le facciate delle palazzine avevano mantenuto l’originario color ruggine che si sposava perfettamente con i normali segni di usura del tempo e con il verde di piante e rampicanti posizionati in ogni dove. La passiflora lambiva finestre avvolte da decadente malinconia, il gelsomino incorniciava le porte lignee che si affacciavano direttamente sul cortile e l’edera, invece, avviluppava le graziose scale in pietra che conducevano alle case più alte.
    Stavo ammirando una di quelle scale quando la mia attenzione fu catturata da una vecchia porta di legno, di un color verde petrolio, chiusa e in completa rovina. Fu allora che sentii quel fischio che da tutta la vita presagiva l’imminente arrivo di immagini, suoni e profumi nella mia mente.
    I rami del salice si mossero, indirizzando verso di me una leggera brezza che iniziò ad accarezzarmi i capelli dopo aver rubato al gelsomino il suo intenso profumo.
    Subito dopo sentii un rumore di passi.
    Alzai lo sguardo e vidi un ragazzo di sedici anni che, uscendo di casa, scendeva di corsa i gradini della scala marrone davanti a me, spinto dalla speranza che quel giorno sarebbe potuto essere migliore del precedente. Stava per dare un calcio ad un pallone, quando di colpo rallentò, fissando la porta verde a cui, tuttavia, non ebbe il coraggio di avvicinarsi. Corse via, passandomi accanto. Mentre lui se ne andava, una giovane coppia oltrepassava l’arco con il sogno di acquistare una casa, senza immaginare come quella casa avrebbe sconvolto le loro vite. Stavano per poggiare i piedi sul primo gradino della scala marrone, quando la giovane donna si fermò per un istante, attratta dalla porta sul cortile. Il tempo di uno sguardo e poi si voltò di nuovo, ignorandola.
    Li osservavo salire, quando notai che davanti alla porta verde era comparsa una suora. Era di spalle, in piedi, immobile e sussurrava parole a me sconosciute.
    Mi ritrovai di colpo accanto a lei. Mi voltai per guardarla, ma lei non sembrò accorgersi della mia presenza e io continuavo a non sentire le sue parole. Mi bastò spostare di poco lo sguardo per scorgere il mio riflesso sul vetro impolverato di una finestra del palazzo di fronte. Dietro di me vidi la sagoma di un ragazzo che mi fissava e che lentamente muoveva il braccio destro per indicarmi la porta verde.
    Quando il vento si calmò e le immagini divennero nuovamente nitide, capii che era giunto il momento di tornare sui miei passi. Avevo bisogno di rilassarmi e di iniziare il mio piccolo viaggio nel migliore dei modi, con la canzone giusta nelle orecchie. “Città vuota” di Mina attendeva solo che io premessi “play” sul lettore musicale che tenevo saldamente in mano. L’attacco accompagnò i miei primi passi, «le strade piene, la folla intorno a me, mi parla e ride e nulla sa di te». La sua voce non mancava mai di farmi vibrare, mentre il vocio del mercato si era pressoché annullato. Passai per un piccolo e buio tunnel che, da queste parti, chiamano “il passetto”.
    Poco dopo il mio ingresso, ecco di nuovo quel fischio.
    L’aria si fece umida e la temperatura scese di colpo.
    I rintocchi di una campana iniziarono a rimbombare nell’ambiente.
    Mi guardavo attorno quando, in un angolo, intravidi una piccola sagoma legata a terra. Gli ultimi rintocchi furono seguiti da una serie di passi che le si arrestarono all’altezza del capo. Un respiro, che pesante si infrangeva sui suoi capelli, la fece trepidare; provò a voltarsi, ma la soletta di una scarpa impattò sulla sua gota destra, impedendole di voltarsi. Chiunque fosse, spingeva senza pietà. Ebbi timore che gli occhi potessero schizzarle via dalle orbite da un momento all’altro. La sua nuca venne martoriata da tre fortissimi pugni, mentre una mano le teneva ferma la testa facendo presa sui capelli.
    Parte della chioma le venne strappata via, «basta, ti supplico» biascicò.
    «Ma quanto ci metti a morire?» fu l'ultima cosa che sentì prima di esalare l'ultimo respiro.
    Chiusi gli occhi per il disgusto, aspettando che i suoni del mercato tornassero insieme alla realtà che avevo appena, nuovamente abbandonato.
    Prima di andarmene dal passetto posi il palmo della mano sullo stipite dell’uscio e, voltandomi verso quell’angolo, sospirai di compassione.
    Qualche minuto più tardi arrivai in una piazza, dove una giovane ragazza saliva radiosa sullo scooter del suo fidanzato e un’anziana signora tornava a casa con delle buste cariche di frutta e verdura.
    Svoltai in un vicolo stretto, dove notai due piccole icone dipinte su una parete. Le scrutai con la coda dell’occhio, senza fermarmi. L’icona di sinistra ritraeva un’anima dal volto triste, intenta ad implorare perdono mentre ne stringeva a sé un’altra, più giovane, adagiata a terra.
    L’icona di destra, invece, raccontava di una sedia caduta sotto ad un cappio, da cui pendeva il corpo della sfortunata anima che non ricevette il perdono tanto implorato.
    Me ne andai a occhi bassi, in segno di rispetto.
    Poco più avanti, la vetrina di un negozio di elettronica esponeva, in primo piano, un televisore di ultima generazione che trasmetteva alcune scene di “Via col vento”, uno dei miei film preferiti.
    Un improvviso calo di tensione spense lo schermo che, tuttavia, si riaccese nel tempo di un battito di ciglia; un breve sfarfallio e poi la trasmissione cambiò.
    Qualcuno si avvicinava lentamente alla finestra aperta di una stanza buia e vuota, «sto arrivando» disse guardando il cielo, «sto arrivando da voi» sussurrò di nuovo, abbandonandosi al vuoto.
    Non provai una bella sensazione, tanto che aggrottai le sopracciglia e proseguii con animo pesante.
    Qualche minuto dopo varcai il grande portone di legno dell’Archivio di Stato, con Mina che continuava a cantare nelle mie orecchie. Mi sarebbe piaciuto ascoltarla per l’ennesima volta, ma l’impiegata addetta all’accoglienza attendeva che formulassi la mia richiesta, «In cosa posso esserle utile?» mi chiese, proseguendo nel suo cruciverba.
    «Buongiorno» risposi con fare indispettito, «è possibile accedere agli archivi?»
    «Ce ne sono diversi» spiegò, senza guardarmi in faccia, «cosa deve cercare?»
    «Il mio albero genealogico»
    Ho perso il conto dei soli che ho incontrato. Miliardi ne ho visti nascere, morire, ammalarsi, brillare nell'oscurità. Grandi, piccole stelle che illuminano un buio infinito e danno conforto a infiniti mondi: morti, vivi, abitati da parassiti, piccoli esseri insignificanti che divorano e consumano la loro prigione fatta di roccia, fuoco e gas.
    Non si rendono conto dell’immensa grandezza della realtà che li circonda. Grandezza infinita, morta e silenziosa, che ho esplorato fin dall'inizio dei tempi, da quando sono stato creato, durante la Grande Esplosione.
    Ho visto giganti e nani fatti di gas, ghiaccio e fuoco, gli ho visti morire, dopo un’esistenza lunga e solitaria, senza uno scopo. Li ho osservati quando ero lontano, li ho distrutti quando ero vicino.
    Morti magnifiche piene di luce, piene di onde e polvere. Morti buie e fredde, roccia contro roccia.
    Ognuna di quelle masse che ho disintegrato ora sono diventate parte di altre stelle. Altri pianeti. E parte di me.
    Polvere blu, polvere rossa, sulla mia superficie di ghiaccio dimora un cimitero di materia che un tempo era qualcosa. Questo cimitero diventa sempre più grande, rende me sempre più grande.
    La morte chiama morte. Ho sempre più fame di morte.
    E ne avrò ancora. Altra polvere. Altro ghiaccio. Manca poco.
    La superficie di questo piccolo pianeta mi illumina. Vedo bianco, azzurro, verde. È brillante, è felice. Ma ora sa che sta per morire. Lo penetro con dolce dolore, voglio vedere le sue interiora fatte di fuoco e terra.
    Sento il suo cocente scudo fare resistenza, ma il suo fuoco non è abbastanza potente da fermare il mio antico ghiaccio. Il contatto è immediato. I parassiti che lo abitano stanno morendo, uno dopo l’altro, insieme alla loro prigione. Diventano piccole parti di me.
    Si divide, si spacca, tanti piccoli pezzi azzurri, mari alla deriva, che scappano e si dissolvono.
    Ora anche lui è parte di me. Ne voglio ancora.
    Altre parti di questo infinito spazio devo visitare, altre mondi devo far nascere e far morire. Questo viaggio non avrà mai fine. Altre stelle e altre prigioni vedrò, alcuni uguali ad altri già visti, altri che saranno nuove scoperte per me. E diventeranno tutti parte del mio cimitero.
    E stare su uno scoglio affacciati al lungo mare
    Mentre rido a crepapelle e ho voglia di fumare
    A bere un po di alcol come ti piace fare
    Mentre scherzi e dimentichi tutto ciò che fa male
    Mi accorgo che è già l una il tempo passa e non ci tocca...
    Ormai ho preso la luna e me la tengo stretta stretta
    Sorelle non di sangue ma di un legame che non si spezza
    Mentre l'ultimo secondo dell'orologio in piazza schiocca
     
    E pensare che non era poi così tanto tempo fa, anzi piuttosto ogni giorno rivivo la stesso momento, la stessa storia, come se non fosse passato neanche un secondo, come se ogni cosa si fosse completamente fermata. E sì , credo di dovermi fare curare, sto perdendo definitivamente il contatto con la realtà, ma perché sapete, quando si sorpassa quella linea sottilissima, quel limite, quasi invisibile, che ci distacca ciò che è possibile e da ciò che non lo è, il mondo sembra tutt’uno non esiste più nessuna differenza tra giusto e sbagliato. Insomma ,il mondo diventa una grande casa, in cui ogni cosa diversa è uguale e basta davvero poco per confondersi.
    Basta soltanto fare quel minuscolo, impercettibile passo dove però sistematicamente cadi, inciampi , senza volerlo. Magari senza accorgertene. Ma quel passo ti apre le porte , è come se mettessi piede in un'altra dimensione, dove incominci a vivervi e inizi ad abituarti a quello stile di vita che inizialmente ti piace  ma ben presto ti stanca, ti distrugge e non sai più ciò che bene e ciò che è male.
    Perché in fondo, la vita è tutta una questione di punti di vista, non c’è in definitiva un modo corretto di vedere le cose, di vivere nella perfetta maniera , ci sono solo delle regole che servono per ‘’andare al letto tranquilli’’, ma per il resto, ognuno ha il suo modo di affrontarla e si costruisce la propria barriera, il cerchio ideato e fatto apposta da ognuno di noi che funge da rifugio, ma a volte anche da gabbia - qui fondiamo la nostra dimensione, la personalizziamo - e come fosse una casa, l’arrediamo con le nostre esperienze come fossero souvenir.
     Le nostre idee, convinzioni vengono esposte e diventano parte di noi come i princìpi e i valori che per quanto possano essere ben solidi e ben affermati in noi, a volte crollano, proprio come le mura di un palazzo, forse perche lasciamo sempre la porta aperta e qualcuno esterno ne ha approfitta o perché deboli, non resistono alle intemperie esterne e come castelli di carta volano via, senza lasciare traccia.  Così ci si interroga sulle fondamenta della propria casa, ci si chiede il perché succedano questi imprevisti e a volte si trovano le scusanti, a volte le giustificazioni, a volte semplicemente non lo si spiega neanche con le parole. Forse perché non è necessario spiegarlo o forse perché certe cose sono semplicemente destinate ad accadere ed è un bene che accadano.
     
    Su un pianeta, lontano milioni e milioni di anni luce dalla Terra, gli abitanti vivevano raggruppati in due zone: l’Oriri e l’Occidere.
    Questo pianeta, che si chiamava Oblio, aveva una forma davvero strana: a differenza di altri era completamente piatto. Badate bene, non si trattava di un pianeta speciale. Il Supremo Architetto, che aveva creato l’Universo, non aveva pensato ad Oblio come ad un pianeta così particolare tanto da renderlo differente dagli altri. Lo creò con gli scarti del suo materiale esattamente identico agli altri pianeti solo che, dopo aver sistemato con cura questi, si ricordò all’ultimo momento di Oblio, proprio mentre stava andando via: per questo motivo lo posò nell’angolino più buio del suo capolavoro, senza curarsene troppo. 
    Agli albori della sua esistenza, quindi, Oblio era sferico con un’unica placca attraversata da fiumi e circondata da mari. Sfortunatamente questa non era rigogliosa e ricca di risorse in ugual misura, proprio perché il Supremo Architetto aveva creato questo pianeta frettolosamente: la parte dietro cui la Nana Gialla andava a nascondersi per dormire (Occidere) era prospera; quella, invece, alle cui spalle compariva la Nana al suo risveglio (Oriri) no… per niente! Gli abitanti di Occidere vivevano bene, nel lusso e senza difficoltà, mentre quelli di Oriri dovevano lottare tra loro e lavorare duramente per riuscire a portare a casa qualcosa da mangiare e di tanto in tanto chiedevano aiuto agli Occiderei.
    In principio questi ultimi sopportarono questo continuo elemosinare non perché fossero di animo generoso, ma perché avevano bisogno di un olio molto salutare, la cui unica fonte si trovava nell’ Oriri. Esso veniva ceduto dagli Oriresi ad un prezzo basso, poiché non si occupavano loro della sua raccolta, ma permettevano agli Occiderei di fare in modo libero ed autonomo: loro erano troppo occupati ad invocare l’aiuto del Supremo Architetto, convinti del fatto che prima o poi li avrebbe ripagati delle loro privazioni.
    Questa convivenza “pacifica” non durò a lungo. Arrivò il momento in cui gli Occiderei, una volta raccolto ed immagazzinato tutto l’olio possibile ed esaurita tutta la fonte, si stancarono di questa continua richiesta di aiuto degli Oriresi e decisero di staccarsi da loro completamente. In che modo? Attraverso un lavoro di escavazioni , svolto di notte e in gran segreto, che durò centinaia di anni e che portò alla separazione dell’Oriri e dell’Occidere attraverso una lunga e larga lingua di mare, incanalata tra le due parti. 
    Gli Occiderei, però, erano avidi e sapevano che prima o poi quell’olio tanto prezioso sarebbe sgorgato nuovamente dalla fonte ed in grandi quantità e che loro ne avrebbero avuto ancora bisogno: perciò crearono un canale submarino collegante le due zone del pianeta (naturalmente noto soltanto a loro).
    Completata l’opera, Oblio risultò diviso in due parti anche per ciò che riguardava la sfera del benessere e della tranquillità: una zona ricca e che viveva in pace (Occidere) ed una (Oriri) povera, ancor più di quanto non lo fosse  stata all’inizio, ed in guerra. Qui, infatti, si crearono due fazioni in lotta tra loro: alcuni credevano che il sorgere di Mare Novum fosse opera del Supremo Architetto, che in questo modo aveva deciso di abbandonarli del tutto; altri, invece, ritenevano di essere amati da Lui e che in questo modo volesse  invitarli a ribellarsi contro gli Occiderei, responsabili del peggioramento della loro situazione. Queste differenti visioni sfociarono in una guerra che durò per decenni. 
    Intanto dall’altra parte la vita proseguì in modo tranquillo per molto tempo: alcune generazioni vissero senza neanche sapere dell’esistenza di Oriri. 
    Quando attraverso il canale submarino alcuni degli Occiderei cominciarono a rifornirsi dell’olio, scoprirono la situazione di povertà e di guerra in cui versava l’Oriri. Riportarono quanto scoperto ai propri governanti, ma questi ordinarono loro di non farne parola con nessuno, anche perché ritenevano che non fosse un loro problema. Così gli Occiderei vissero in serenità, ignorando o non curandosi di quanto stesse accadendo dall’altra parte del pianeta. Il loro mondo perfetto non fu, però, eterno..
    Un anno, durante la festa che celebrava la nascita di Occidere (giorno in cui  il Mare Novum separò le terre emerse di Oblio) accadde qualcosa di spaventoso ed inaspettato. La città,dove risiedeva il governo, era in festa e tanta gente era accorsa nella piazza principale per assistere alla tradizionale accensione della girandola con i fuochi di artificio. Quell’anno, però, non si assistette ad alcuno spettacolo pirotecnico e non si ascoltarono grida di giubilo per la bellezza dei fuochi, ma le urla strazianti degli spettatori: nella notte la girandola era stata trasformata in un’arma di distruzione di massa e al momento dell’accensione divenne una gigantesca mitragliatrice che colpì indistintamente donne e bambini.
    Tra la folla c’era anche uno tra gli Occideri che più volte aveva attraversato il canale segreto per prendere l’olio nell’Oriri. All’inizio del dramma corse, evitando i proiettili, verso il retro della girandola per cercare di capire cosa stesse succedendo. Lì trovò un gruppo di uomini che gioivano; riconobbe in uno di loro un Orirese e capì tutto: avevano scoperto il collegamento tra le due parti di Oblio ed erano venuti a vendicarsi di essere stati prima sfruttati e poi abbandonati nella più profonda miseria e nella disperazione,che si erano trasformate in un odio cieco e assassino verso di loro. Per un istante l’istinto lo portò ad avvisare qualcuno per reagire all’attacco, ma poi la coscienza lo fermò: erano davvero gli Occideri le vittime?
     

    Elegia d'Amore

    By simbad43, in Poesia,

    Donnine donnone e donnette
    nei cassetti della mia memoria
    fra i fantasiosi ricordi predilette
    ancora e sempre magna pars della mia storia.
     
    Di tempeste tropico-ormonali la ragione
    fin da prima fanciullezza turbamento
    in mia pur lunga vita ogni stagione
    ebbe per fulcro qualche bel donnone.
     
    A dire il vero di lor non ho memoria
    che non sian chiappe, gambotte e grosse tette
    messe in offerta sul banco della vita
    con qualche ostentazione e un po’ di boria.
     
    Or che son giunto agli anni in cui ragione
    ben sopravanza del vizio la cagione
    spunta il veleno che pone la quistione
    se fui per caso soltanto un gran coglione.
     
    Di tutte ste sudate e sbattimenti
    di soffi, sbuffi, raschi e grattamenti
    nulla restò se non che  patimenti
    di molte caste dame i pii lamenti.
     
    Eppur considerando la natura
    di nostra infame vita il compimento
    sarà di gran conforto in tal momento
    di un laido puttanone la postura.
     
    Passato d’Acheronte il triste rivo
    a vista di lasciva diavolessa
    possente sulla riva, col forcone
    usato per mostrare
                                 (a indicazione)
    che fra le gambe, appunto, sta la fessa
    sarà pel mio laidume tanto il conforto
    che manco mi parrà più d’esser morto.
    Questo vorrebbe essere l'incipit del mio nuovo progetto: il 3° capitolo della serie del detective Giulia Montorsi, cominciato con "Squarcio" e che ora sta proseguendo con "Cruore".  Il titolo probabilmente sarà "Dilaniato" ma non ne sono ancora convinto. Aspetto i vostri preziosi commenti. Grazie.
     
    Qualche volta, nelle rare occasioni che il lavoro mi concede, dedico il tempo libero alla lettura. Abbandono le scartoffie e i noiosi rapporti, che spesso sommergono la scrivania e che costituiscono l'attività di ricerca e il principale strumento investigativo a mia disposizione, per dedicarmi, quasi immergermi completamente, nei romanzi fantastici, in cui orde di orchi combattono con uno sparuto gruppo di eroi in lande desolate; colline e montagne, abitate da creature magiche e infestate da piante misteriose, che si estendono a perdita d'occhio. Il cielo è sempre terso, oppure sull'orlo della tempesta del millennio e, quando finalmente giunge il momento di combattere la battaglia finale, la tempesta si scatena. Gli eroi combattono fino allo strenuo delle forze per raggiungere l'agognato obbiettivo: liberare il mondo dalla tirannia oppure, più semplicemente, una principessa dal suo carceriere. Al termine della battaglia, quella vallata magica, quel monte impervio, quella collina placida e soleggiata, ha cambiato completamente aspetto: l'erba di un vivido verde è ora sporca del sangue dei nemici del mondo e anche di quello di qualche cavaliere che ci ha rimesso la pelle, nell’ostinata rincorsa del suo sogno; i corpi, fatti a pezzi dalle spade, trafitti dalle frecce, dilaniati dalle lance, ricoprono quella che un tempo poteva essere una terra fertile e ora invece è solo un immenso cimitero.
    Poi, improvvisamente ritorno alla realtà, anche se questa volta credo che l'immaginazione l'abbia ampiamente superata.
    Mi trovo in un appartamento, ai margini di quella che, da qualche anno, è considerata la città metropolitana di Milano; il paese si chiama Gorgonzola, ed è un luogo piuttosto noto perché ha dato il nome, qualcuno sostiene anche i natali, a uno dei prodotti italiani più famosi e apprezzati nel mondo.
    A terra, in una camera da letto che somiglia tantissimo al campo di battaglia tra orchi ed elfi, giace quello che rimane del corpo del padrone casa.
     
    <<Visualizzi e… non rispondi. 
    È un respiro mancato, una sistole senza diastole, se la conversazione fosse il battito di un cuore. 
    Ti prego, affinché questa possa sopravvivere rispondi…>>

    Prima una spunta vuota, senz’anima, poi questa raddoppia subito dopo e in un battito di ciglia si riempie d’oceano. 
    Visualizzato alle 23:44
    <<Ti prego…>> digito testardo. Ora ho freddo; ha visto e non risponde, perché non risponde? È come quando una donna ti dice con quegli occhi che ti frantumano il fiato - sai già quel che hai fatto - 
    Senz’anima, doppia e l’oceano. 
    L’oceano m’affoga, è come tentare di respirare; sei circondato dall’acqua e t’ingozzi ma non puoi fare a meno di inspirare, bere e rendere più precario, condannato il tuo stare a galla. 
    <<NO! NO CHE NON LO SO CHE COS’HO FATTO! NE HO COMBINATE COSÌ TANTE! Io non ho una coda di paglia! Io ho una catasta di paglia sulla quale poggia il mio sedere ma ti prego! IO TI SCONGIURO!
    Dimmi… DIMMI che cosa ho fatto!>>

    Visualizzato alle 23:45
    Il fondo m’aspetta, ora m’adagio come un’ancora che ha perso la sua catena.
    <<…>>
    Senza, due e blu. 
    Visualizzato, non c’è luce già da un pezzo ma io me ne accorgo adesso.
    Nel buio del fondale non vedo nulla e, di sicuro, potrà esserci tutto a cui la mia mente è in grado di dar parto. 
    Visualizzato, e nessun saluto domattina mi sarà concesso. 
     
    Attesa, a lungo pretesa
    festante, irriverente
    Notte magica per i fanciulli
    che festanti aprono i loro doni
    Felice e gioiosa tu, 
    con voce soave e melodiosa
    intoni di Natale il tuo canto
    Con ampi sospiri allarghi le braccia
    mentre guardi le stelle
    A poca distanza dal mio viso
    il paradiso lacrima doni 
    aprendo le porte
    Il dono è diverso
    ma il senso  lo stesso
    felici e contenti
    gioiamone adesso.
    Fermo sul ciglio della piazza, Guerriero scrutò con piglio corrucciato il quartiere che cominciava in fondo alla strada, sul volto dipinta la convinzione che le lunghe fila di caseggiati tutti uguali gli stessero per fare un qualche scherzo.
    «Eppure…»
    «Cosa c'è che non va?» Katrin scalpitava al suo fianco, smaniosa di potersi rifugiare in un posto che la togliesse dalla strada.
    «Sto cercando di ricordare qual è la direzione da prendere» bofonchiò scrutando prima una schiera d'edifici poi l'altra. «Rilassati: non c'è nessun pericolo, altrimenti non me ne starei così in bella vista.»
    Per nulla convinta, Katrin continuò a restare sulle spine.
    A un cenno di Guerriero, scesero in strada prendendo la prima svolta a destra dopo un centinaio di metri. Seguirono l'intreccio di stradine, addentrandosi nel complesso di costruzioni che si accalcavano una sull'altra, come se al progetto iniziale fossero state costantemente fatte delle aggiunte in corso d'opera. Passando sotto portici invasi da ciuffi d'erba e rampicanti che si avviluppavano alle colonne, arrivarono in un cortile interno, stretto e umido, simile al fondo di un pozzo abbandonato.
    Guerriero arrivò davanti a una spessa serranda abbassata a metà, chinandosi per oltrepassare la soglia della porta mancante. Un balcone polveroso li accolse, austero e severo nella sua colorazione mogano. «Come sospettavo.»
    «Libri?» Katrin piegò la testa all'indietro per vedere le strette librerie arrivare fino all'alto soffitto. Scale con le ruote erano appoggiate contro di esse, scorrendo su binari fissati alle cornici.
    «Esattamente.»
    Guerriero si sfilò lo zaino, lasciandolo cadere sul piano del bancone e cominciando a scorrere i titoli delle fila di volumi posti alla sua estremità sinistra.
    Katrin lo osservò mentre con metodica cura selezionava i libri, scorrendo velocemente la quarta di copertina e, secondo l’esito della lettura, li rimetteva al loro posto o li appoggiava a fianco dello zaino. 
    «Perché non mi dici cosa stai cercando? Potrei darti una mano.»
    Guerriero sollevò il naso dal libro che stava consultando «Credo che cercare di spiegartelo richiederebbe lo stesso tempo della ricerca» serrò le labbra, meditando sul da farsi. «Guarda pure quello che vuoi, basta che non intralci il mio lavoro.»
    Attenta a non fare alcun rumore, Katrin si mise a girovagare nel negozio, risultante più grande di quello che poteva sembrare da fuori: un corridoio di dieci metri con librerie su ciascuna delle pareti lunghe, terminante in una porta verniciata di nero, dietro la quale c'era lo sgabuzzino delle scope e dei servizi igienici. Tenendosi lontana dall'uomo chino sui libri, salì una delle scale, curiosa di provare la sensazione di guardare il pavimento da quattro metri d'altezza. Aggrappata al corrimano d'acciaio opaco, si lasciò dondolare avanti e indietro, stendendo le braccia e inarcando la schiena all'indietro.
    Presa dalla piacevole vertigine che le dava l'altezza, poggiò un piede al muro e si diede una spinta, facendo correre la scala per tutta la lunghezza della rotaia. Non fosse stata per la polvere sollevata e l'occhiata in tralice di Guerriero per il cigolio prodotto, avrebbe continuato a lungo con quel passatempo. Ritornando con i piedi per terra, si mise a canticchiare un motivetto a bocca chiusa, saltellando lentamente con le mani dietro alla schiena.
    Guerriero rimase a fissarla tra l'incuriosito e il perplesso. “Di che cosa mi meraviglio? Tanto non c'è più niente di normale a questo mondo” segnò il punto dov'era arrivato nel libro con una scheggia staccata dal bancone; una pausa avrebbe fatto riposare gli occhi. «Che cosa stai cantando?»
    Katrin si voltò a guardarlo. «È un motivetto natalizio.»
    «Ah.»
    «Fra qualche giorno è Natale» specificò vedendolo poco convinto.
    «Ah.» Guerriero continuò a guardarla sempre con la stessa espressione.
    La ragazza si passò una mano tra i capelli a disagio. «È tutto quello che sai dire?»
    Guerriero sollevò le sopracciglia. «Che altro dovrei dire?»
    Questa volta toccò alla ragazza apparire perplessa. «Non lo festeggi?»
    «C'è forse qualcosa da festeggiare?» chiese sardonico Guerriero. «C'è qualcosa di cui essere felici nella nostra condizione?»
    «No, non c'è» Katrin si schernì sulla difensiva, abbozzando però subito un sorriso. «Ma si potrebbe tentare per un giorno di rendere l'atmosfera diversa. Per alimentare la speranza.»
    Guerriero si lasciò andare sulla sedia, pensieroso a quelle parole. «Già. La speranza.»
    La ragazza andò a sedersi accanto a lui. «Mio padre credeva in queste cose» cominciò a raccontare con dolcezza. «Anche quando le cose andavano male, cercava sempre di preparare qualcosa di speciale per quel giorno. Piccoli pensieri che si preoccupava d'incartare per farci una sorpresa. Niente di che, ma erano sempre cose carine, che ci facevano brillare gli occhi. Come questa» da sotto gli abiti estrasse una biglia di vetro con all'interno dei brillantini. «Speciali non per il loro valore, ma per quello che vogliono trasmettere: calore umano. Mio padre era così felice quando vedeva sui nostri volti la sorpresa. Non ho mai capito dove riuscisse a trovare oggetti del genere in un mondo arido come questo» un sorriso triste tirò le labbra screpolate. «Mi mancano quei momenti. Mi manca mio padre.»
    Guerriero rimase in silenzio, rimirando la biglia nelle mani sporche di fuliggine: sembrava rilucere ancora di più in contrasto con il nero polveroso sulla pelle.
    «Lo faceva per noi» sussurrò la ragazza. «Sapeva che per dei bambini l'unico modo per avere la forza di andare avanti era riuscire ancora a sognare, avere per qualche istante la sospensione della realtà.»
    «Avevi fratelli?»
    «Uno, ma nella piccola comunità in cui vivevo tutti gli adulti erano genitori dei bambini, quindi si può dire che eravamo tutti fratelli. Un'unica, grande famiglia» un risolino di piacere le fece vibrare la gola.
    «E festeggiavate quel giorno tutti insieme?»
    «No, solo i bambini. Degli adulti, solo mio padre lo faceva; gli altri lo ritenevano uno spreco di tempo, presi dal continuo lavoro della comunità. Erano sempre seri; gentili e premurosi, ma non li ho mai visti né ridere né sorridere» gli occhi si colmarono di mestizia. «E tu?» si riscosse, cancellando i ricordi. 
    «Mai festeggiato. Quello che so del Natale l'ho letto sui libri o me l'ha raccontato Vecchio» disse distaccato Guerriero.
    «E non ne hai mai sentito la mancanza?» domandò Katrin con una vena di malinconica compassione.
    Guerriero scrollò le spalle. «Come posso aver sentito la mancanza di qualcosa, se non l'ho mai provata?»
    «Quand'eri piccolo Vecchio non te l'ha fatto festeggiare?»
    Guerriero rise divertito al pensiero. «Non era il tipo: non si perdeva dietro queste faccende; era sempre impegnato nella sua ricerca, non poteva sprecare tempo per far divertire un ragazzino. Mi ha tenuto in vita e mi ha dato i mezzi per sopravvivere: non potevo pretendere di più» il riso si smorzò. «Non mi è mai passato per la testa di chiedergli di festeggiarlo: non credevo che si potesse fare festa.»
    «Perché non lo ritenevi possibile?»
    «Da quel che so, si fa festa in segno di ringraziamento. Il ringraziamento migliore per noi era arrivare alla fine della giornata vivi» commentò coinciso. «Tutto ciò che mi ha detto Vecchio su feste del genere, era che eventi simili non erano altro che memoriali, l'ennesima strumentalizzazione di figure luminose» la bocca tornò a piegarsi in un sorriso. «Se ne andava borbottando che quelle feste non erano state altro che un modo per sfruttare la gente per fare soldi.»
    La ragazza ascoltò le sue parole con attenzione. «Anche mio padre mi ha accennato qualcosa del genere. Diceva che in quel giorno, nel passato, la gente era solita scambiarsi dei doni, ma era diventato un gesto meccanico, fatto perché tutti lo facevano: i regali non erano donati con il cuore perché nessuno avvertiva più lo spirito di fratellanza e gratuità, nessuno riusciva più a essere felice; il piacere di far contenti gli altri era stato sostituito dal fare il regalo più costoso per essere apprezzati.» 
    «Proprio come diceva Vecchio» mormorò Guerriero tornando ad aprire il libro.
    «Quindi i tuoi Natali sono sempre stati uguali?» si affrettò a domandare Katrin, non volendo far cessare la conversazione.
    «Pressappoco» bofonchiò Guerriero sfogliando una pagina. «Erano giorni come gli altri.»
    Rassegnata a passare da sola il tempo che restava per il ritorno al rifugio, la ragazza andò a cercarsi una lettura che la tenesse occupata.
     
     
    Scuro in volto, Guerriero fissava la mappa sul tavolino.
    «Maledizione» borbottò seccato.
    Katrin sollevò la testa dal libro che stava leggendo. «Che cosa c'è?»
    «Occorre trovare nuovi posti per le ricerche.»
    «La libreria dove siamo andati in questi giorni non va più bene?»
    Guerriero scosse il capo. «Non c'è niente di quello che cerco» si concentrò sul foglio di carta. «Occorre guardare altrove.»
    Katrin cercò di controllare il sospetto che cominciava a strisciarle nella mente. «Vuoi tornare verso il centro?» domandò con voce carica d'apprensione.
    «No» rispose Guerriero dopo qualche istante. «Quella zona non è ancora tranquilla e per un pezzo è meglio evitarla, almeno finché non saprò con certezza come stanno le cose; per il momento però preferisco non fare sopralluoghi.» 
    La morsa che le stringeva il petto si dissolse. «Allora qual è il problema?»
    «Che non so dove andare a cercare» poggiò i gomiti sul tavolo. «Significa che devo rimettermi a perlustrare in maniera più dettagliata le zone in cui sono già passato. Detesto fare i lavori due volte» concluse irritato.
    «Tanto per oggi non puoi farci più niente.» Katrin poggiò lo sguardo sulla luce morente che lentamente andava scemando. «Cerca di non pensarci; domani è un'altra giornata e si vedrà» gli lanciò un sorriso d'incoraggiamento. 
    «Già, un altro giorno» Guerriero appoggiò stancamente la testa allo schienale, chiudendo le palpebre per rilassarsi un attimo. “Solo pochi minuti e poi farò il controllo dell'equipaggiamento.”
    Un pizzicore raschiò l'angolo dell'occhio. Portò la mano sulla palpebra, sentendo sui polpastrelli minuscole asperità sabbiose.
    Sollevò il capo di scatto. Si era addormentato.
    Ingoiò l'imprecazione che stava per lanciare, seccato per la mancanza commessa. Ma se voleva essere sincero con se stesso, doveva riconoscere che in quell'ultimo periodo il fisico e il sistema nervoso erano stati messi a dura prova: inevitabile che crollasse.
    Sospirò, rassegnato ai suoi limiti. Era stanco, più di quanto potesse immaginare, come se tutta la stanchezza passata fosse arrivata di colpo tutta in una volta.
    Bloccò il gesto di adagiarsi nuovamente sul divano, i sensi all'erta. C'era qualcosa di diverso nell'appartamento.
    “Non posso pagarla per l'unica disattenzione che ho commesso” sentì la furia montargli dentro. “Non mi si può fare questo.”
    Si tenne pronto a scattare.
    La porta era sprangata, i catenacci al loro posto. Anche le imposte erano chiuse, come sempre. Nessuno era entrato, altrimenti i rumori lo avrebbero svegliato. Eppure la sensazione permaneva.
    Un luccichio alla parete opposta attirò la sua attenzione. Gli strali di sole che filtravano dalle finestre sbattevano su una sottile corda dai filamenti argentei posta sul piano del mobile a vetro.
    Il giorno prima non c'era e mai c'era stato. Si avvicinò, osservando la pagliuzza che gli era rimasta in mano quando l'aveva toccata: una sottilissima sfoglia che si piegava al minimo soffio.
    Seguì la corda luccicante. Tutti i mobili ne avevano una attaccata.
    Un prurito gli solleticò il dorso sinistro: alla sua mano ce n'era una legata.
    Anche all'altra.
    E pure alle gambe.
    «Ma cosa…» borbottò cominciando a guardarsi addosso per vedere se ne aveva altre.
    Piroettando su se stesso, arrivò nei pressi del corridoio che portava alle stanze, fermandosi quando incontrò Katrin sulla soglia. La risata della ragazza allargò la sua espressione stupefatta, facendola ridere ancora di più. «Che significa?» domandò sempre più perplesso.
    «Buon Natale» riuscì a dire Katrin con le lacrime agli occhi, prima che un altro eccesso di risa la facesse piegare in due.
    «Eh?»
    Katrin dovette sedersi sul divano.
    Circondato dalle risa, Guerriero restò imbambolato al centro della stanza.
    «Scusa, scusa» si apprestò a dire Katrin quando riuscì a ricomporsi. «Adesso ti do una mano.» Con il riso strozzato in gola, tolse a Guerriero i piccoli filamenti colorati, arrotolandoli poi insieme a formare una corona e mettendosele in testa. «Non sembro una principessa?» chiese con un sorriso abbagliante.
    «Che cosa sono?» l'espressione d'incredulità continuò a restare dipinta sul volto di Guerriero.
    «Addobbi.» Katrin si mise a giocherellare con un pezzo della corona che le era sceso sulla fronte.   
    «E dove li hai trovati?» domandò Guerriero cercando di ricomporsi.
    «Sai il bagno della libreria dove siamo stati?» Katrin aspettò che assentisse. «Nel muro c'era un buco, abbastanza grande da far passare un uomo. Sono finita in un vecchio bazar; sai di quei negozi che vendono un po’ di tutto…»
    «E che non hanno mai nulla che serve» concluse Guerriero.
    Katrin arrossì. «Sì, esatto, uno di quelli» si affrettò a tagliare corto. «Dentro c'era veramente di tutto; sembrava un piccolo paese delle meraviglie» disse entusiasta. «Statuine, collane, perline fluorescenti, ceramiche, porcellane» continuò come un fiume in piena «sembrava d'essere in mezzo a una pioggia di colori. E…» si bloccò vedendo l'espressione accigliata di Guerriero «ho trovato questi addobbi. Li ho tenuti sotto la giacca per non farmi scoprire e farti una sorpresa» abbassò lo sguardo mentre le guance si facevano più rosse.
    «Una sorpresa» mormorò Guerriero.
    Katrin reclinò il capo da un lato. «Volevo farti provare cosa significa festeggiare il Natale, dato che non lo hai mai fatto; farti vedere qualcosa di diverso» portò le mani dietro alla schiena, trovandosi in imbarazzo. «Una sorta di ringraziamento per quello che hai fatto per me.»
    «Io non ho fatto niente per cui…» iniziò a schernirsi Guerriero ma venendo subito interrotto.
    «Mi hai salvato la vita e mi hai protetto senza chiedere nulla. Ti stai prendendo cura di me; come ha fatto mio padre. »
    Guerriero guardò da un'altra parte, non riuscendo a sostenere il suo sguardo. «Non potevo lasciarti in quelle…condizioni.»
    «Questo è per te» Katrin lo interruppe, mettendogli le mani giunte a coppa davanti al petto.
    «Cos'è?» chiese confuso, osservando la scatoletta rosso sgargiante con il fiocco bianco.
    «Un'altra sorpresa!» la ragazza sfoderò un nuovo sorriso smagliante.
    Colto alla sprovvista, Guerriero sentì il cuore perdere un colpo, non sapendo come muoversi. «Cosa devo fare?»
    «Prendilo! È tuo!» lo esortò tendendo le braccia per dargli il regalo.
    Impacciato, prese il pacchetto tra le mani segnate da calli e cicatrici. Titubante sfilò il fiocco, sollevando il coperchio e togliendo i fogli di giornale appallottolati. Riflessi dorati scintillarono quando un raggio di sole andò a sfiorare la sfera di vetro adagiata su stoffa dalle tinte scozzesi. Pollice e indice afferrarono la dura superficie dell'oggetto, avvicinandolo al volto. Al suo interno, una stella dalle molte punte luccicava di brillantini aurei. Rapito, continuò a rimirarla, facendola roteare lentamente tra le dita.
    «Ti piace?» chiese trepidante la ragazza.
    «È molto bella» disse Guerriero assorto nello studiare la piccola sfera. «Dove l'hai presa? Sempre al bazar?»
    Katrin scosse il capo divertita. «L'ha trovata tanto tempo fa mio fratello, in uno dei suoi viaggi in città.»
    «Ma è tua» protestò fiocamente Guerriero.
    «Io ho già la mia biglia personale» sorrise la ragazza. «Questa è fatta apposta per te. Ah-ah» alzò l'indice a monito. «Niente proteste: è molto scortese rifiutare un dono» aggiunse con espressione tra il serio e il faceto.
    Guerriero continuò a passare lo sguardo dalla ragazza alla biglia.
    Una risata cristallina riecheggiò nella stanza. «Beh, visto che ti piace così tanto potresti dire un grazie.»
    Guerriero storse la bocca. «È da tanto che non uso più quella parola» disse seriamente.
    La ragazza spostò il peso da un piede all'altro. «Mica l'avrai scordata: è tra quelle cose che una volta imparate non si scordano più.»
    «È vero» ammise Guerriero. «Solo non ci sono più abituato. Come non sono più abituato a stare con un mio simile.»
    Un silenzio imbarazzato cadde nella stanza.
    «Credo che ormai non lo sia più nessuno» convenne in un sussurro la ragazza lasciando che una ciocca di capelli le scivolasse sugli occhi.
    Guerriero deglutì per inumidire la gola secca. «Ti ringrazio» riuscì a dire dopo che il primo tentativo era finito in un debole raschiare. «Mi ha fatto molto piacere questa…sorpresa.»
    Le gote della ragazza si colorarono di nuovo di un soffuso rossore. «Bene» lo prese per una mano. «Quello che ci vuole ora è una bella colazione.»
    «Non credo che ci sia qualcosa di bello in quello che abbiamo.»
    Katrin lo trascinò divertita. «Tu sottovaluti le mie doti di cuoca. Vedrai cosa sono riuscita a preparare. Siediti» dal forno estrasse due piatti.
    «Ecco qua la colazione» disse mettendogli davanti la propria porzione.
    Guerriero fissò stranito il sorriso fatto di gallette che si allargava nel piatto. Occhi fatti di frutta secca lo fissavano al di sopra di un naso di carne essiccata.
    «Questa poi…»
    «Te l'avevo detto che ero una brava cuoca» sorrise Katrin. «E non hai ancora visto il pranzo.»
    «Un'altra sorpresa?» azzardò Guerriero.
    Katrin addentò una delle gallette. «Esatto, ma dovrà aspettare.»
    Guerriero guardò fuori della finestra. «Il sole si è alzato da un pezzo, meglio muoverci.»
    «Oggi niente lavoro» disse categorica Katrin. «Non il giorno di Natale; un po’ di riposo ti farà bene.»
    «Ma…»
    «Niente ma.»
    Guerriero la fissò contrariato. «Allora stiamo tutto il giorno chiusi qua dentro a non fare niente?»
    «Possiamo far finta di essere una famiglia e passare la giornata a farci compagnia» allungò una mano per afferrare il libro appoggiato sul piano del forno elettrico. «L'ho preso alla libreria: sembra carino. Ci leggiamo un racconto a testa. Come facevo con mio fratello quando siamo rimasti soli, per ricordare quello che mio padre faceva quando era ancora con noi.»
    Guerriero fu sul punto di protestare, ritenendo insensato perdere un giorno per quella futile motivazione. Qualcosa però nei suoi occhi lo bloccò; anche se sorrideva, lo stava implorando di accontentarla. Disperatamente. Probabilmente, se si fosse imposto, avrebbe fatto quello che diceva lui. Nonostante rimpiangesse di non potersi occupare delle solite faccende, acconsentì.
    «D'accordo.»
    «Grazie» Katrin tornò ad addentare le gallette con rinnovato appetito, come se stesse mangiando il miglior cibo del mondo.
    Solo qualche ora dopo, mentre stavano leggendo i brani del libro, Guerriero si accorse che senza fare nulla le aveva fatto un dono: glielo leggeva negli occhi. Vedeva come lo guardava e come il suo sguardo era irradiato da un'espressione diversa dal solito: involontariamente aveva fatto rivivere per un giorno il passato, riportando dall'oblio uno spirito dimenticato e facendogli compiere un piccolo miracolo in un mondo nefasto.
    Aveva reso felice Katrin.
    Mentre la ascoltava dar voce alle parole scritte, cominciò a provare una sensazione strana, probabilmente dovuta al fatto di restare fermo a non fare niente. Ma presto cominciò a pensare che fosse altro: era il fare qualcosa di diverso. Era inusuale quello che avvertiva: soffuso e avvolgente.
    Quando il sole si apprestò a sorgere, Katrin portò in tavola la cena, fischiettando lo stesso motivetto che aveva cantato nella libreria. Guerriero sorrise di fronte al pasticcio fatto con carne e piselli in scatola; incredibile come il solito cibo potesse apparire sotto una luce diversa. Avevano riso commentando i racconti, continuando a parlare a lungo prima di coricarsi.
    Nel buio della notte, rimase sorpreso di rimpiangere la fine di quel giorno: era stato piacevole. Per un attimo si trovò a desiderare che potesse essere Natale tutti i giorni, che ci fosse sempre quella pace.
    Osservò il cielo limpido.
    Quando avrebbe raggiunto Luna Azzurra sarebbe stato così.
    Nel silenzio della stanza, con Katrin che dormiva acciambellata sul divano, guardando le stelle attraverso le assi delle imposte, gli parve di sentire un canto lieve levarsi nell'aria. Tese l'orecchio per sentire meglio, ma il suono era svanito.
    Scosse il capo. “Probabilmente mi è rimasto impresso nella mente il motivetto di Katrin; è stato un giorno un po’ strano.” Ma gli era piaciuto.
    Mattini d'estate
    di fresco tepore ricolmi
    pigri e leziosi di movimenti lesti.
    Aria fresca nel caldo mattino
    mi porta un profumo,
    odore divino.
    I tuoi capelli sanno di grano
    la tua pelle di rosa
    dolce mia sposa soave sei tu.
    Felice tu canti 
    leonessa leggiadra.
    Divina, sei 
    della vita mia  la morte
    Apri le porte del tuo cuore
    lasciando nell'aria 
    una profumata onda d'amore.
     
    Cadono bianchi fiocchi di neve
    come te, sono silenziosi,
    si muovono  sinuosi.
    Come  il tuo respiro affannoso 
    ovattano suoni e rumori.
    Morbidi, come la tua pelle
    freschi come il tuo sorriso
    risplendenti come i tuoi occhi.
    Brividi infiniti 
    sulla pelle calda
    portano scosse d'euforia
    Vorrei che rimanessi
    per sempre
    ma come fiocchi di neve
    ti sciogli e vai via.
    1.
    The Returned
     
    La luna è una compagna fedele.
    Non va mai via.
    È sempre di guardia, risoluta,
    ci conosce con il buio e con la luce,
    e come noi è in continua trasformazione.
    Ogni giorno è una versione diversa di se stessa.
    A volte tenue e pallida, altre intensa e luminosa.
    La luna sa cosa significa essere umani.
    Insicuri. Soli. Butterati dalle imperfezioni.
    (Tahereh Mafi)
     
    America. Seattle. 15 Marzo 2015.

       I lampi e i fulmini iniziavano a farsi sentire. Pareva proprio che un brutto temporale stesse per arrivare. Il cielo divenne cupo e la pioggia ben presto cominciò a cadere impetuosa sulla città di Seattle, martellando i tetti delle sue abitazioni. L'acquazzone raggiunse anche un ragazzo che stava serenamente sdraiato sulla spiaggia. Una brezza piacevole gli accarezzava il volto, scompigliandogli affettuosamente i capelli, mentre piccole onde scivolavano sulle sue scarpe con un'oscillazione lenta e delicata. A prima vista sembrava che stesse ancora dormendo, ma in realtà stava per svegliarsi. Quel ragazzo si chiamava Mark Davis.
       Quando aprì gli occhi, sembrò quasi che il cielo volesse fare lo stesso per lasciare spazio alla luna e ai suoi raggi. La sua luminosità conferiva ai granelli di sabbia bagnati un colore tenue e compatto. Ma quella sera, a contribuire nel rendere maggiormente spettacolare il paesaggio, si aggiunse la pacificità del mare che si lasciava infrangere lungo gli scogli con delicatezza. Il ragazzo, terribilmente scosso, si alzò ansimando. Non conosceva il motivo per cui si trovasse ancora in quel luogo. Ricordava soltanto di esserci stato durante il pomeriggio insieme al padre, nulla di più. Entrambi trascorrevano gran parte delle loro giornate in riva al mare raccogliendo ricci marini o tenendo una semplice canna da pesca fra le mani, in attesa che i pesci abboccassero all'amo. Da bambino, nel tentativo di riuscirci, gli era persino capitato di scivolare tra gli scogli così velocemente da ricordare un paracadutista in caduta libera, con la sola differenza di essere precipitato in acque salate con tanto di scarpe e vestiti.
       Si stupì di come il tempo fosse passato così rapidamente. Quella sera Mark sarebbe dovuto uscire con Halle, la sua ragazza. Comprese di essere mancato all'appuntamento a cui lei teneva particolarmente e sapeva che avrebbe dovuto rimediare all'accaduto. Mentre si avviò per raggiungerla, valutò mille possibili scuse da utilizzare al fine di farsi perdonare.
       La pioggia cessò di colpo quando Mark attraversò l'incrocio della strada, lasciando dietro di sé quella meravigliosa visione. Aspettò vicino a un semaforo che lampeggiava continuamente di una luce verdastra, sperando che qualcuno potesse offrirgli un passaggio, e si rese conto soltanto dopo un paio di minuti che, per quanto distante, sarebbe arrivato prima soltanto se si fosse avviato. Mentre percorse la statale, guardò il cielo: le nubi erano sparite, a differenza dei fulmini che in lontananza parevano colpire con violenza la sua amata città.
       Circa ventitré minuti dopo, si trovò di fronte casa sua. Scrollò l'umido cappuccio che teneva addosso, prestando soprattutto attenzione al nome esposto sulla cassetta postale della sua abitazione. Smith? Il cognome della sua famiglia non era mai stato quello, lo sapeva con certezza. Per un attimo si chiese se si fosse sbagliato, se avesse scambiato casa sua per un'altra somigliante, ma era sicuro che lì abitasse Halle. La vecchia e logora altalena, che pendeva dai robusti rami di un salice piangente, era la stessa che il padre di lei aveva costruito quando erano appena dei ragazzini innamorati. Era in quell'altalena che avvenne il loro primo bacio, lo ricordava come se fosse accaduto ieri. Halle piangeva, aveva appena perso sua nonna. Insisteva nel ripetere che nessuno poteva comprendere il suo dolore, ma non era affatto così. I suoi genitori, preoccupati, fecero affidamento su Mark, l'unico amico di cui al momento la ragazza riusciva a fidarsi. Le ricordava continuamente che non era da sola, poteva contare sui suoi genitori e su lui stesso. Quella volta la rassicurò, mostrandole quale fosse la crudele verità: le sofferenze dell'anziana donna erano cessate, aveva raggiunto un posto migliore, ma non l'avrebbe mai abbandonata. Sarebbe rimasta sempre insieme a lei, nel suo cuore e attraverso i suoi ricordi. Fu allora che, con gli occhi colmi di lacrime, Halle alzò il proprio sguardo, notando Mark in ginocchio di fronte a lei. Si sorrisero e, promettendosi che niente e nessuno li avrebbe separati, si baciarono. Un bacio che Mark aveva sognato da un paio d'anni e che finalmente quel giorno era diventato realtà.
       Scavalcò la cancellata di casa, atterrando sul suo verde e umido gramignone. Una volta giunto nel suo porticato, sbirciò da una delle finestre e la vide. Lei era lì, sorridente come lo era sempre stata, però questa volta sembrava che lo fosse perché qualcuno la stava rincorrendo per il salone. Ad Halle non piaceva avere ragazzi che le girassero intorno, ma quello non era affatto un ragazzo. Si trattava di un uomo decisamente più grande di lei, a giudicare dall'aspetto trasandato e dalla calvizia. Mark non avrebbe mai pensato che Halle sarebbe stata capace di compiere un simile gesto. Aveva tradito la propria fiducia. Avrebbe preferito che, se quello a cui stava assistendo era reale, non gli avesse mentito per tutto quel tempo. Eppure pensava che fosse assolutamente assurdo. Dovevano trascorrere insieme la serata, lei lo sapeva bene.
       Dentro la mente del ragazzo, gelosia e rabbia cominciarono a fondersi in un unico sentimento: l'odio. Sentiva che quell'uomo non poteva essere un parente o un semplice amico, quindi non poteva che odiarla.
       Bussò alla porta. Le risate cessarono di colpo nel momento in cui il campanello risuonò in casa e, quasi immediatamente, Mark sentì i pesanti passi dell'uomo rivolti verso di lui. Aprirono la porta.
       «Ci conosciamo?» chiese gentilmente, marcando un sorriso.
       L'uomo indossava un grembiule bianco con su scritto: Fiera della Notte Bianca. Il giovane credeva che fosse appena rientrato da un'attività lavorativa, o che comunque stesse per andarci.
       «Sono il ragazzo di Halle. Dovrei essere io a porti questa domanda.» rispose con decisione, stringendo i pugni. «Sai, questa è casa sua.»
       Soffermandosi a guardare con disprezzo il suo aspetto e i suoi vestiti inzuppati, l'uomo divenne serio.
       «Chi è alla porta, amore?» parlò una donna in fondo alla stanza. Era lei, Mark ne era sicuro, era proprio il suono della sua voce.
       «Dice di essere il tuo ragazzo.» dichiarò, storcendo le sopracciglia, mentre accarezzava la sua pelata.
       La donna si avvicinò, sembrava diversa. I lunghi capelli castani che le scivolavano lungo le esili spalle erano spariti, insieme al suo bel viso, privo di qualsiasi imperfezione. La trovò incredibilmente più vecchia. Lo notava principalmente dalle piccole rughe che le spuntarono sulla fronte e sull'estremità degli occhi che, tra le altre cose, non mostravano più la loro purezza e innocenza. Il ragazzo non riusciva a comprendere come fosse stato possibile, anzi, credeva si trattasse di un incubo, un folle incubo. Quando Halle guardò con attenzione i suoi occhi rimase stupita e allo stesso tempo spaventata. Mark riuscì a leggere la paura che si celava dietro i suoi occhi, non poteva crederci. La donna gli urlò contro di sparire, sbattendo con estrema violenza la porta principale della sua abitazione. Gli supplicò di andar via, terrorizzando anche quell'uomo. Il giovane non ne comprendeva la ragione, né riusciva a credere a quello che fosse appena successo. Se si trattava soltanto un sogno – e sperava davvero che lo fosse – avrebbe preferito svegliarsi tra le braccia della sua amata, raccontandole tutto quanto.
       Confuso e smarrito, si avviò verso l'unico posto su cui poteva fare affidamento: il Night Pub.

       Nella regione più alta di Seattle, si ergeva un piccolo chiosco. Spesso, in quel periodo, gli abitanti della città organizzavano una fiera: mettevano in mostra quadri antichi nei tendoni, allestivano giochi a tema e preparavano bancarelle di artigianato e dolciumi. Ellie ricordava bene quando da bambina lei e la sua tata raggiungevano quel luogo, per scappare dalla loro vita. Contemplava la fiera come un momento ricreativo e di vitalità per l'intera città e, inoltre, rammentava perfettamente quante persone si affrettavano per ammirare la maestosità dell'evento.
       Qualche ora prima, si era svegliata nel cottage della sua famiglia. Non ricordava come ci fosse finita, anzi, per dirla tutta, non ricordava assolutamente nulla di quella giornata.
       Quando si alzò dal letto, si accorse che stava ancora indossando i vestiti sfoggiati durante una festa di compleanno e si sorprese di averci dormito, non era da lei. Dopo circa una mezz'ora dal suo risveglio, se non subito, iniziò ad avvertire tremendamente fame ma, in quella disastrata casetta, non trovò nulla che potesse soddisfare le proprie esigenze.
       Aspettò allora che cessasse di piovere e, con quel poco denaro che riuscì a scovare, uscì di casa con indosso una vecchia tuta rossa del padre e delle scarpe da tennis.
       «Desidera qualcosa signorina?» chiese gentilmente un uomo sulla cinquantina, non appena giunse a destinazione.
       Le indicò la bancarella di dolciumi: ce n'erano di ogni tipo, a cominciare dalla liquirizia. Ellie si guardò intorno, notando che tutti i dipendenti indossavano un grembiule bianco con su scritto Fiera della Notte Bianca e un cartellino che indicava la loro identità.
       Si stupiva di come la pioggia non avesse impedito alla città di prendere vita quella notte, anche se credeva sarebbe accaduto l'opposto dopo quel fastidioso temporale.
       «Abbiamo le mele caramellate, non può rifiutarle, ne provi una!» la invitò e, così dicendo, prese una mela per mescolarla in una pentola riempita con del delizioso caramello.
       Inizialmente si mostrò un po' incerta sulla proposta, ma alla fine scelse di accettare.
       «Quanto le devo?» domandò, facendo vedere le banconote che teneva salde in mano.
       «Per te costa soltanto un dollaro.» sorrise lui, porgendole la confezione di carta che la conteneva. Lei fece altrettanto con i soldi e poi lo ringraziò. «Quest'anno hanno montato la ruota panoramica, se ti interessa.»
       La ragazza annuì, accennando un piccolo sorriso fra le labbra.
       Rimase col suo piccolo acquisto fra le mani finché non trovò un posticino tranquillo e solitario. Si sedette sulle scalinate di un palazzo, poco più distante dalla fiera, e diede il primo morso: era squisita, le ricordavano quasi quelle preparate dalla sua tata, Abbie. Diede un secondo morso.
       Il pensiero di raggiungere il padre, per poterlo perdonare, la stava tormentando da tutta la sera.
       Quando divenne un uomo d'affari, tutto nella vita della ragazza era andato a rotoli, a cominciare dalla sua famiglia. Era risaputo che i suoi genitori avessero problemi di coppia, persino la città di Washington ne era a conoscenza. Sua madre sospettava già da parecchio tempo che, con il lavoro che svolgeva, suo marito avesse trovato di meglio. In verità anche Ellie lo temeva, ma preferì non intromettersi in alcun modo nella faccenda.
       Un giorno la donna scelse di smetterla. Si trovavano in vacanza a Seattle, come ogni estate, quando decise di lasciarlo. Sapeva di non potere offrire una vita dignitosa alla figlia, non più di quanto avrebbe potuto fare lui almeno, e per questo motivo decise di affidarla in sua custodia. Per un po' la giovane provò un sentimento di ribrezzo nei suoi confronti, tanto da non farle visita nemmeno il fine settimana, nonostante riconoscesse le sue buone intenzioni. Era troppo debole e afflitta per ammetterlo, ma era la verità. Col passare del tempo era riuscita a perdonarla, confessandole che la sua era stata la decisione migliore. Sua madre non era mai riuscita a ricostruirsi una vita e lasciarsi alle spalle quella precedente. Nel profondo del suo cuore sentiva che suo marito sarebbe tornato ancora e che sarebbero stati di nuovo felici, insieme.
       «Vedo che anche tu sei tornata.»
       A Ellie venne un colpo. Immersa nei propri pensieri, non si era resa conto di una piccola figura maschile davanti ai suoi occhi.
       «Mi chiamo Damon Jones. Qual è il tuo nome?»
       Quell'impacciato ragazzo dimostrava, più o meno, tredici anni. Ellie si soffermò sulle assurdità di cui stava blaterando. Ritornata? E da dove per di più? I ragazzini della sua età stavano sempre a inventare storie assurde per rimorchiare ragazze più grandi di loro. Era già capitato più volte, non soltanto a lei.
       «Ritornati da dove? Sentiamo.» rise la ragazza, lasciando che i suoi capelli color mogano si scompigliassero al vento.
       «Dal paradiso.» credeva si trattasse di una risposta ovvia. «Sai, ci vivono coloro che lasciano questa terra. Personalmente non ricordo nulla di quel posto, ma so di esserci stato.»
       Non era riuscita a trattenersi, per quanto lo desiderasse, e così Ellie scoppiò a ridere di gusto, ignorando i pensieri di Damon.
       «Perché stai ridendo? Sto dicendo la verità.»
       «Mi chiamo Ellie Anderson» si presentò poi. Considerava il ragazzino un tipo buffo e simpatico, nonostante a suo giudizio stesse raccontando un mucchio di frottole. «E sentiamo, come saresti morto?».
       «Nel 1962 mi diagnosticarono un problema al cuore, non so con precisione di cosa si trattasse, mia madre conosceva la situazione meglio di me, ma sapevo che non ce l'avrei fatta. Non esisteva ancora la possibilità di un trapianto.» rispose il giovane, sedendosi accanto a lei.
       La breve descrizione della sua presunta morte le diede i brividi. «Certo e dimmi, come fai a sapere che i trapianti adesso esistono?» domandò, manifestando un pizzico di curiosità.
       «L'hanno detto in ospedale.» rispose.
       Fu in quel momento che, osservandolo attentamente, notò i suoi occhi chiari come l'oceano e i suoi capelli che, invece, erano decisamente un po' troppo lunghi per la sua giovane età.
       «Posso fidarmi di te?» le chiese ancora.
       Ellie annuì, sorridendo calorosamente. «Vuoi che ti riaccompagni a casa?» si offrì in seguito.
       «Ma allora sei proprio cocciuta! Pensi sul serio che mia madre sia ancora in vita dopo tutti questi anni?» domandò spazientito.
       La tolleranza della ragazza stava arrivando al limite dopo quell'osservazione del tutto falsata. «Non hai un padre?» chiese nuovamente, cercando di concentrarsi.
       Il ragazzino si alzò di fretta in piedi. «Non so nemmeno che faccia abbia mio padre. I miei si separarono poco prima che io nascessi!» gridò, in preda alla disperazione. Sembrava turbato, terribilmente turbato. «Posso venire con te?»
       «Non posso portarti con me.»
       Quando si accorse del viso imbronciato, decise, lì per lì, che lo avrebbe ospitato al cottage soltanto per una notte e che l'indomani l'avrebbe accompagnato dalla sua famiglia, mentre lei avrebbe raggiunto la propria.

       Il Night Pub sorgeva lungo un bivio tra la quarta e la quinta strada. Mark stava aspettando qualcosa davanti l'insegna del locale, sorridendo al solo pensiero che quel sogno potesse essere reale, in qualche modo.
       Era estremamente affamato, quasi come se non avesse toccato cibo per diversi anni.
       Quando fece per entrare al pub, finì con lo scontrarsi per un decimo secondo con uno strano ragazzo. Mark cominciò a squadrarlo da cima a fondo: indossava una felpa blu, con su scritto non mollare mai, abbinata a un semplice paio di jeans scuri. I suoi capelli corti erano molto ricci e, una caratteristica a cui il ragazzo aveva prestato attenzione, del medesimo colore dei suoi occhi. Pressapoco, dimostrava un paio d'anni di differenza rispetto a Mark.
       «Ti chiedo scusa.» si difese il giovane, parando le mani in avanti. «Non volevo farlo apposta. Io... devo andare.»
       Mark percepiva che qualcosa non andava per il verso giusto. In quell'istante, una curiosa sensazione avvolse i suoi pensieri più profondi. Credeva che avessero qualcosa in comune, che nessun altro possedeva. Quel ragazzo pareva sperduto e disorientato proprio come lo era lui e, pur non conoscendone la ragione, era certo che fosse così.
       Il ragazzo si avvicinò istintivamente a uno dei commessi del locale, come se nulla fosse, e chiese se avesse potuto offrirgli qualcosa, un panino ad esempio. Nonostante si trovasse praticamente al verde, nessuno pareva ascoltare le sue parole. A Seattle niente era gratuito, nemmeno un semplice panino.
       Si sedette disperatamente in uno dei pochi tavoli che ammobiliavano la struttura. Il pub era piccolo, a malapena disponeva di sette tavolate. In parte, il problema dipendeva da un biliardino posto vicino l'entrata, ma non era l'unica causa.
       Mark osservò il barista e la sua giovane assistente servire delle bevande. La donna, accorgendosi della sua presenza, comprese che avesse bisogno di aiuto e, senza alcun ripensamento, fu lieta di concedergli ciò che aveva richiesto.
       «Offre la casa.» disse, porgendogli il vassoio.
       Il giovane era rimasto senza parole, non riusciva a emettere fiato. Quel semplice gesto aveva in qualche modo illuminato l'intera serata. Al momento, ringraziarla sembrava l'unica maniera per mostrarle la propria gratitudine.
       Nel frattempo si accorse che quest'ultima portava con sé uno specchietto, nella tasca inferiore del grembiule. Per qualche assurda ragione, chiese se avesse potuto specchiarsi. Fu allora che vide il proprio viso: i corti capelli mori spettinati, gli occhi castani e il solito sorriso da ebete che appariva in ogni fotografia. Gli anni per lui non erano passati, ne dimostrava diciannove come l'ultima volta che ricordava.
       «In che anno siamo?» domandò alla giovane commessa dalla coda di cavallo.
       «Duemilaquindici, che domande!» sembrava stupita. «Da dove vieni straniero? Dalla luna? Non ti ho mai visto qui.»
       «Quasi.» anche lui rimase sbalordito. Erano trascorsi ventuno anni dall'ultima volta che ricordava, stando a quando aveva appena rivelato la ragazza. «Siamo sicuri che tutto questo non sia soltanto uno stupido sogno?» si irrigidì.
       Il ragazzo sentì un pizzico sul braccio sinistro. Era stata lei, nel momento in cui Mark si era voltato in direzione della finestra. «Se fosse stato un sogno ti saresti già svegliato. Quindi no, non lo è, mi spiace.» sorrise.
       Gli era impossibile credere che tutto ciò fosse reale, che lui lo fosse. Insomma, come poteva esserlo?
       «I Davis vivono ancora da queste parti?» chiese, incerto sulla domanda.
       Di una cosa, invece, Mark era sicuro: i suoi genitori avrebbero trovato una spiegazione logica al riguardo. Avrebbero esposto in tono pacato l'intera vicenda.
       Un uomo si avvicinò alla giovane. «I Davis?» domandò l'anziano in giacca e cravatta che pareva essere il proprietario del Night Pub. «So soltanto che dopo la morte del figlio e del marito, la signora Davis decise di trasferirsi in un'altra città insieme alla figlia.» spiegò lui.
       Sentì un tremendo nodo in gola. Non aveva il coraggio di udire dell'altro. Sperava che si trattasse di uno scherzo, una candid-camera, magari per una festa a sorpresa.
       Scelse di riflettere accuratamente per qualche istante, arrivando alla conclusione che stessero parlando di lui, rivelando la propria morte e quella del padre. Non poteva trattarsi di un folle incubo, ma di uno scherzo? Nessuno prima d'ora era stato capace di farne uno simile, per di più di cattivo gusto. Capitavano spesso occasioni in cui sarebbe potuto accadere quando era soltanto un bambino, ma non succedeva dai tempi delle scuole elementari oramai. La sua famiglia era a conoscenza del suo disprezzo nei confronti degli scherzi, non l'avrebbero mai fatto.
       Si accarezzò la fronte, non riusciva a crederci. Non aveva mai pensato alla possibilità che i morti potessero resuscitare. Semmai lui fosse deceduto e tornato, senza ricordare alcunché, l'unica soluzione esistente era confidarsi con Halle, la sola e unica in grado di conoscere la verità, nella speranza che questa volta lo avrebbe ascoltato.
       «Va tutto bene?» chiese l'uomo preoccupato, seguito dal medesimo sguardo della giovane donna.
       «Certamente.» rispose, riavvolgendo i propri pensieri. «Adesso è meglio che vada, con permesso.»
       Ringraziò nuovamente la ragazza, il cui nome gli era sconosciuto, per la cena offerta con gentilezza e il proprietario del Night Pub. Poi si dileguò nell'ombra.
       Corse lungo il viale, accompagnato dal buio della mezzanotte, sino a quando non si fermò di colpo e, guardandosi intorno, cominciò ad ansimare. I suoni delle voci dei passanti si fecero via via sempre più intensi, nel momento in cui la sua mente giocò dei brutti scherzi. Dei pensieri offuscati, dei ricordi confusi, annebbiarono la sua vista, rendendolo quasi cieco.
       Papà!. La pronuncia di quella parola, quell'urlo, era stato il suo ultimo tormento prima di accasciarsi a terra, privo di conoscenza, e sbattere la testa.
       Un paio di scarpe da donna comparvero di fronte ai suoi occhi, poco prima di perdere i sensi. Conosceva quell'andamento aggraziato e delicato che gli era apparso davanti, l'aveva già visto. Svenne.

       Gary Brown stava comodamente sorseggiando una tazza di tè verde in salotto. Credeva che il buio lo aiutasse a riflettere.
       Stavano succedendo cose strane da un po' di tempo a Seattle. Quasi ogni giorno, il telegiornale informava i propri telespettatori sui terribili casi di suicidi e sparizioni che avvenivano in città, senza possedere prove concrete sul compimento di simili atti.
       Diversi, invece, erano gli anziani che venivano accolti all'interno di una struttura psichiatrica dopo aver avvistato un loro caro defunto. La polizia sosteneva che le loro dichiarazioni fossero assolutamente infondate, ma Gary non ne era poi tanto certo. In cuor suo, l'uomo sperava nel ritorno della propria famiglia, non avendo comunque idea di come avrebbe reagito alla faccenda.
       Era rimasto solo. I suoi congiunti erano tutti morti e lui non si era nemmeno preoccupato di mettere su famiglia.
       Di fronte a quegli eventi inspiegabili, Gary cercava disperatamente di trarre più di una conclusione al riguardo, spesso riconducibile a un'unica soluzione: un killer. Era l'unica spiegazione plausibile da poter attribuire, ma, se così fosse stato, perché allora quegli anziani avrebbero dovuto mentire? Gary si fidava di quelle parole, credeva in loro.
       Fu in quel preciso istante che l'uomo sentì bussare alla porta. Pensava che, se avesse ignorato chiunque si celasse dietro, se ne sarebbe andato, ma non fu così. Continuarono a martellare.
       Stufo di essere stato interrotto dai suoi pensieri più profondi, si alzò, dirigendosi verso la porta principale. «Dovrò aggiustare questo maledetto campanello.» borbottò tra sé e sé, sentendo ancora picchiettare. «Sto arrivando!»
       Quando aprì la porta e lo vide davanti a sé, rimase sbalordito. La tazza di tè che teneva stretta scivolò fra le sue mani, rompendosi in mille pezzi di vetro. Non mostrò paura, né un pizzico di gioia, nel vederlo sorridere come se nulla fosse capitato. Credeva si trattasse di un miracolo. Suo fratello Dylan, morto venticinque anni prima, era vivo e vegeto di fronte ai suoi stessi occhi.
       «Il signore sia lodato!» esclamò, abbracciandolo di colpo, senza permettergli di respirare. Ciò che più desiderava, si era finalmente avverato. «Ti prego, entra!» lo invitò dopo, facendolo accomodare in cucina.
       Non era per niente cambiato – diversamente da lui che aveva appena compiuto cinquantatré anni – e, osservando il suo sguardo, sentiva che fosse reale. Non poteva trattarsi di un'allucinazione.
       «Sei davvero tu?» chiese ancora incredulo.
       La sua voce era divenuta roca e la barba gli era persino cresciuta. Dylan si era accorto di quanto fosse incredibilmente irriconoscibile. Non poteva nascondere di essere invecchiato.
       Il ragazzo lo guardò irritato per un paio di secondi. «Come puoi pensare che non sia io?» domandò, sbattendo i pugni contro il tavolo con estrema violenza. Era tremendamente nervoso e si sentiva molto fiacco. Lo si notava dal suo atteggiamento e dal modo in cui si contorceva. «Scusami.»
       Dylan non poteva essere sopravvissuto, Gary lo sapeva con certezza, nessuno poteva esserlo dopo quel terribile schianto aereo. E anche se così fosse stato e lui avesse vissuto dall'altra parte del mondo per tutto quel tempo, sarebbe tornato a casa mostrando venticinque anni in più di età. Invece era soltanto un ragazzo, lo stesso che Gary aveva accompagnato all'aeroporto prima dell'accaduto.
       «Puoi prepararmi qualcosa? Ho fame e vorrei anche farmi una doccia.» sospirò.
       «Ho appena acceso lo scaldabagno, ci vorrà un po'.»
       Dylan accentuò un piccolo sorriso fra le labbra.
       «Cos'è che ti fa tanto ridere?» domandò l'uomo.
       Gary era un uomo di fede. Per tale ragione era fiducioso nella possibilità che un giorno i propri cari sarebbero potuti tornare. Per un momento, sì, provò una strana sensazione, ma poi rimase come impassibile, quasi non provasse alcuna emozione.
       Gestiva, insieme ad altri membri, una piccola parrocchia dietro casa. Non era un prete, ma aveva assistito talmente tante volte a quelle cerimonie che sosteneva sarebbe stato in grado di svolgerne una prima o dopo.
       «Lo sai, oltre alla barba più lunga, sembrerebbe proprio che tu sia invecchiato.» sorrise il ragazzo, raccogliendo una pera dal cesto della frutta. «Che assurdità, credo sia la stanchezza. Sai cos'altro ho trovato bizzarro?» Gary non parlò. Si limitò a cercare gli attrezzi necessari per ripulire il porticato di casa. «Mi sono svegliato in montagna, senza i miei compagni.»
       L'uomo si voltò bruscamente verso il fratello. Dylan conosceva bene quell'espressione che stava a indicare un rimprovero in avvicinamento, ne aveva visti parecchi di sguardi intensi durante l'infanzia.
       «Non devi dire a nessuno che sei qui. Anzi, nessuno deve vederti.» gli ordinò.
       Una piccola lacrima scese indiscreta dal suo occhio destro. Il ragazzo non fece in tempo a notarla, Gary aveva già nascosto quella prova.
       Dylan si irrigidì, sconvolto dalla sua reazione. Non capiva perché suo fratello avesse agito in quel modo. Si sentiva frastornato.
       «Di che diavolo stai blaterando? Questa è casa mia.» disse con un filo di voce, nella speranza che l'uomo lo sentisse. «La mamma è in casa?» balbettò confuso.
       Gary rientrò in cucina, gettando i pezzi di vetro appena raccolti nel cesto dei rifiuti. Non rispose alla domanda, al contrario si diede da fare nel pulire i piatti sporchi. «Penso che possa farti una doccia adesso, l'acqua dovrebbe essersi riscaldata abbastanza.»
       «Sono passati soltanto pochi minuti, come può essere?» domandò stordito. «Ti avevo anche chiesto di prepararmi qualcosa da mangiare, un semplice frutto non può sfamarmi.»
       Il fratello si immobilizzò con un piatto fra le mani, cercando di non guardarlo negli occhi. Qualcosa stava cambiando. Cominciò a credere che il ritorno del ragazzo fosse una benedizione e, nello stesso tempo, gli sembrava irreale. Preferiva che non venisse scoperto cosa o chi fosse realmente Dylan, voleva tenerlo al sicuro, voleva proteggerlo.
       «Ti ho detto di salire di sopra!» urlò.
       Il giovane non obiettò, anzi, salì al primo piano senza fare storie.
       Durante quei pochi minuti di conversazione, Gary si era dimostrato freddo e distaccato. Il ragazzo ricordava bene quante ne avevano trascorse insieme, non si erano mai separati. Capitavano spesso scene in cui Dylan organizzava un paio di scherzi nei riguardi del fratello, al contrario, quest'ultimo non aveva mai fatto altrettanto. Ma ora, però, l'intero universo sembrava essersi rovesciato.
       Prima di entrare in bagno, il ragazzo notò un quadro in fondo al corridoio che non aveva mai visto prima. Di dimensioni particolarmente ridotte, il ritratto di Dylan era appeso nella parete a fianco alla porta della sua camera da letto. In quel dipinto particolarmente realistico stava sorridendo. L'autore dell'opera era Gary, Dylan riconosceva sempre la sua bravura nelle materie artistiche. L'uomo aveva rappresentato al meglio quel dolce sorriso, manifestando tutta la sua innata naturalezza.
       L'attenzione del ragazzo non era stata catturata tanto dalla morbidezza e lucentezza dei capelli ricci, o dagli occhi scuri, quanto da una citazione espressa in bassa al riquadro: «A Dylan. Che possa riposare in pace nei nostri ricordi e nei nostri cuori.»
       Se prima di tutto ciò si era sentito turbato, il sentimento in questione emerse in maniera molto più intensa una volta letta quella frase. Tornati da un lungo e faticoso viaggio, nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare un ritratto che ricordasse la propria morte. Era uno degli scherzi più pesanti che qualcuno potesse infliggere e questo Gary non l'avrebbe mai fatto.
       In verità voleva soltanto che Dylan capisse quale fosse la realtà, perché lui non sarebbe mai stato in grado di rivelarla. Quando sentì gridare un «No!» straziante in cima alle scale, preceduto da un «Non è possibile!», comprese finalmente che Dylan si era reso conto delle reali circostanze. Se Gary trovava confuso tutto quanto, figuriamoci cosa avrebbe pensato il giovane dopo aver ricollegato ogni avvenimento accaduto la sera stessa.
       Gary divenne nervoso. Si toccò la fronte con sole due dita e cominciò a singhiozzare. Un singhiozzo che si fece via via sempre più snervante, finché non si trasformò in un pianto di liberazione. Uno sfogo che portò a galla gli ultimi venticinque anni della sua vita, vissuta senza il fratello minore al proprio fianco e con il rimorso di non aver potuto impedire una simile catastrofe. Un rimorso che lo aveva accompagnato per tutta la vita, sino a quella sera.

       Sedeva lì, davanti a lui. La donna alta e snella stava singhiozzando, rivolgendo il proprio sguardo verso il basso. Numerosi pensieri affievolirono man mano nella sua mente, valutando confuso e assurdo l'ambiente circostante. Non poteva trattarsi di una semplice finzione, era reale per entrambi.
       Per un attimo la rivide: la bella ragazza che si nascondeva dietro quel viso malinconico gli rivolse un accenno di sorriso, nonostante non fosse più lo stesso di un tempo. Era cresciuta, non mostrava più la sua fanciullezza.
       Mark sperava che il marito non fosse in casa, non in quel momento almeno. Era stata lei ad aiutarlo, l'aveva accompagnato a casa sua per prendersene cura. Non poteva e non voleva abbandonarlo in quelle condizioni.
       Il ragazzo desiderava tanto abbracciarla, tenerla stretta a sé e non lasciarla andare mai più.
       Rifletteva sulla possibile reazione del robusto compagno della donna nei confronti di un mingherlino come lui. Di certo, se lo avesse colto in compagnia della moglie, non sarebbe rimasto a girarsi i pollici.
       «Cosa mi è successo?» domandò lui, mettendosi a sedere.
       Halle osservò il ragazzo alzarsi dal divano, continuando a comprimere quel fazzoletto umido che teneva saldo fra le mani. «Non potevo lasciarti lì per terra.» rispose. «Mio marito, Alfred, non è qui. Non preoccuparti, non ti verrà fatto alcun male. Nessuno te ne farà.»
       «Quindi è tutto vero?» gettò uno sguardo cupo e intenso nei suoi riguardi.
       Halle si era sposata, aveva formato una nuova famiglia. Lo aveva dimenticato come se niente fosse. Aveva paura di lui, di quello che era diventato: un mostro. Lo aveva etichettato come tale, glielo leggeva nei suoi occhi.
       «Sono morto davvero? É reale tutto questo?»
       Lei non disse nulla. Buttò via il fazzoletto nel cesto dei rifiuti, per poi camminare lenta, ma decisa, in direzione della vetrina del soggiorno. Estrasse una piccola fotografia sgualcita, perdendosi in essa per qualche istante. Mark ammirava la scena con particolare attenzione, non l'aveva mai vista così concentrata in vita sua.
       Quando gliela porse, notò il suo volto e un'incisione in basso a destra: in memoria di Mark Davis.
       In quell'immagine, si intravedevano giacca e cravatta che aveva indossato per la comunione della sorella. La fotografia era stata ritoccata al computer. Ricordava infatti che faceva parte di quella scattata in compagnia della famiglia, circa un anno prima del suo ultimo ricordo. Dietro il cartoncino plastificato stavano scritte due date che indicavano rispettivamente il 16 maggio del 1975, la sua nascita, e il 12 marzo del 1994, la sua presunta morte.
       «Spero che tu abbia una spiegazione plausibile!» parlò, terribilmente scosso. «Perché non lo ricordo? Com'è possibile tutto questo?»
       «Davvero tu non... non ricordi?» balbettava lei.
       Tutto ciò che sino a quel momento Mark aveva considerato parte integrante di un brutto incubo, cominciava a sgretolare pian piano nella sua mente.
       «Il giorno del nostro anniversario tu e tuo padre siete andati a pescare, giù in spiaggia. Non abbiamo idea di quello che accadde con precisione quel giorno.» Halle si soffermò un'altra volta ansimando, prima di continuare: «Sei mancato all'appuntamento. Pensavo che te ne fossi dimenticato, ma non era affatto così. La stessa sera trovai una pattuglia davanti casa tua. Tua madre non poteva crederci. Tuo padre era morto, qualcuno gli aveva sparato, mentre tu...» pianse ancora. «Non puoi essere lui, tu non puoi.»
       Mark la raggiunse con l'intento di confortarla, ma lei lo respinse. «Io sono reale. Sono qui adesso e ci sarò sempre per te.»
       Halle tentennò. «Per questa notte potrai dormire sul mio divano. Domani mattina però dovrai andartene. Non voglio che mia figlia ti veda.»
       Prese delle coperte che conservava in camera da letto e con delicatezza gliele sistemò sul divano in pelle del soggiorno. Spense la luce.
       Il ragazzo si accovacciò sul morbido divano, tra le coperte che odoravano del suo profumo, e cercò di addormentarsi. Era ancora scosso da quei terribili giramenti di testa. Qualcuno continuava a gridare quella parola, papà, nella sua fantasia, tanto da non permettergli di distinguere se anche quell'urlo fosse o meno reale. Quella voce forse era la sua, non gli era per niente chiaro. Era soltanto stanco della serata trascorsa. Provava a prendere sonno, ma non era facile.
       Era cambiato tutto, niente sarebbe stato più lo stesso per Mark.

       Il giorno successivo, un terribile frastuono era stato la causa del loro brusco risveglio. Ellie chiuse ugualmente gli occhi, credeva di averlo semplicemente sognato, ma non fu così. Quel suono si era nuovamente ripresentato qualche istante successivo.
       Assonnata, la ragazza volse lo sguardo in tutt'altra direzione, comprendendo cosa stava succedendo davanti a lei. Sgranando gli occhi, rivolse il suo unico pensiero a Damon, il quale sembrava non aver udito nulla.
       Ellie era riuscita a caricare in spalla il ragazzino prima ancora che la camera da letto venisse demolita. Erano salvi, nonostante il loro rifugio fosse stato distrutto.
       Damon era persino spaventato. A suo giudizio bisognava cercarne uno nuovo, almeno sino a quando la ragazza non avrebbe scoperto quale fosse la verità. Non le aveva mentito, sapeva già di essere morto e voleva che lei potesse ricordare la propria vita passata e accettare la condizione attuale. Damon era a conoscenza della vera identità di Ellie, prima ancora che lei ne prendesse atto.
       Un gruppo di operai circondava la gru di fronte al cottage. «C'erano dei ragazzi dentro.» sussurrò uno di questi, accorgendosi della loro presenza.
       «Va tutto bene, ragazzi?» domandò un altro in camice da lavoro.
       I due annuirono.
       «Questa volta siete stati fortunati, ma non rifugiatevi più in catapecchie come queste.» consigliò loro, sembrando davvero preoccupato.
       Il sole era appena sorto. Lasciandosi alle spalle i mormorii di quei lavoratori, Ellie e Damon si incamminarono verso la statale senza una meta precisa.
       Per una frazione di secondo, Ellie intravide lo sguardo di un ragazzo che correva di lì, mentre procedeva al fianco di Damon. Una strana sensazione annebbiò la sua vista. Credeva di averlo già visto, o per lo meno che sarebbe presto accaduto. Di certo i ragazzi non potevano conoscere l'identità del giovane Mark Davis, né potevano sapere che era stato vittima di uno spiacevole incidente.
       «Ehi, guarda un po' dove cammini la prossima volta, imbranato!» urlò Damon inciampato per terra.
       Entrambi notarono che il ragazzo era inseguito dalla polizia. Si scambiarono una rapida occhiata, comprendendo che, oltre a nascondere qualcosa, fosse simile a loro, in qualche modo.

       La cella in cui risiedeva Mark era spoglia, ammobiliata soltanto da letto e un disgustoso gabinetto posto in angolo di essa.
       Il ragazzo non osava neanche guardare la polenta che gli era stata appena portata. Sapeva quale fosse il loro obbiettivo: attendevano che Mark si fosse ripreso per porgli alcune domande riguardanti la sua vita. Lui però non aveva voglia di parlare con qualcuno, non dopo quanto era successo la stessa mattina.
       Halle aveva tradito la sua fiducia. Telefonando alla polizia, aveva pienamente mostrato il proprio disinteresse nei suoi riguardi, voleva semplicemente che venisse sbattuto dentro.
       Mark non aspettava altro, se non trovare il momento opportuno per fuggire via da quella struttura. Ma chi avrebbe creduto alla sua storia?
       Pensava a tutti coloro i quali avrebbero certamente dubitato sull'accaduto. Non poteva in alcun modo illustrare loro la realtà e, per tale ragione, aveva scelto di mentire su tutto ciò che riguardava la sua persona, il ritorno, la famiglia, tutto, avrebbe mentito su tutto.
       Sarebbe cominciata una nuova vita per Mark, lontano da qualsiasi altro problema, se solo avesse sfruttato al meglio quest'occasione.
       Osservò la luna, sua unica e fedele compagna, oltre le sbarre della propria cella e le sorrise. Mark Davis era ritornato.
    Capitolo III
     
    L’ultima impresa di Giancarlo
     
    Giancarlo, il fidanzato di Sonia, era un bel giovanotto dai riccioli biondi, alto e robusto. Da piccolo, con quei suoi lunghi boccoli d’oro, le guanciotte paffute e gli occhioni azzurri, sembrava proprio un cherubino. Aveva anche una voce incredibilmente melodiosa e struggente; era soprano nel coro di voci bianche della sua parrocchia, e veniva sempre scelto per le parti da solista. Nelle feste solenni cantava l’Ave Maria di Schubert, in latino; era il suo pezzo migliore, e in chiesa faceva singhiozzare tutti.
    Tuttavia, contrariamente alle apparenze, Giancarlo era tutt’altro che un bambino tranquillo e angelico, e riusciva sempre a cacciarsi in qualche guaio, con grande disperazione del suo povero papà.
    Il primo serio incidente di Giancarlo risaliva addirittura ai tempi dell’asilo. Non aveva ancora compiuto tre anni quando, un Giovedì Grasso, il piccolo Giancarlo cercò di arrampicarsi sul parapetto del Ponte dell’Accademia per ammirare una sfilata di maschere in costume del Seicento. Fece un volo di dieci metri e piombò nel Canal Grande tra il vaporetto della linea 2 e un corteo di quattro gondole. Nonostante il freddo di febbraio, sette persone si tuffarono coraggiosamente per salvarlo: il suo papà, due marinai, un gondoliere e tre camerieri. Giancarlo fu recuperato sano e salvo, ma non imparò la lezione.
    Pochi mesi dopo, infatti, il piccolo Giancarlo finì un’altra volta in acqua mentre provava il suo aquilone nuovo, e in quell’occasione trascinò nel canale anche due turisti inglesi e un pittore con tutte le sue tele, il cavalletto e i colori a olio.
    A cinque anni Giancarlo cadde dal balcone della sua cameretta nel tentativo di acchiappare una farfalla; atterrò sopra una comitiva di russi, e anche questa volta, miracolosamente, si salvò.
    A sei anni cominciò ad appassionarsi al calcio. Dopo innumerevoli danni a tutti i negozi e i bar del campo sotto casa, un giorno di marzo a Giancarlo venne l’idea di spingersi fino al Campiello Querini-Stampalia. Tirò una pallonata spettacolare e ruppe una storica vetrata del Museo sull’altra riva del canale. Il pallone finì nella Sala degli Stucchi, davanti ai ritratti di Palma il Vecchio, e non venne più restituito.
    A sette anni Giancarlo convinse il suo papà a regalargli una bicicletta. Ricordare tutto quello che combinò Giancarlo con quella bicicletta sarebbe davvero un’impresa difficile. Così come sarebbe molto arduo raccontare quello che successe quando, alcuni anni dopo, decise di voler diventare gondoliere e cominciò a interessarsi alla voga...
    Il padre di Giancarlo si illudeva che crescendo il ragazzo avrebbe messo un po’ di giudizio, ma le sue speranze affondarono ben presto miseramente: la lunga carriera di quell’imprudente e combinaguai di Giancarlo era solo agli inizi!
    Tuttavia, alla fine della seconda superiore, alcuni mesi dopo il suo fidanzamento con Sonia, Giancarlo divenne insolitamente tranquillo: niente cadute, distorsioni, occhi pesti, scottature, nessun bagno fuori programma nei canali e nemmeno nessun volo dai balconi. Niente di niente, nemmeno il più piccolo graffietto. Inaspettatamente, quella primavera, Giancarlo divenne all’improvviso calmo e silenzioso.
    Naturalmente, potevano esserci molte spiegazioni per questo cambiamento. «È maturato», precisò subito la sua nonna, «non è più un bambino». «Si è impigrito», lo sbeffeggiavano i suoi compagni di classe. «È depresso», era invece la cupa conclusione di Rebecca.
    Sonia era rimasta davvero perplessa per la strana trasformazione del ragazzo. Certo, era contenta che Giancarlo non si cacciasse più nei guai; ma si sentiva anche inquieta. Giancarlo non era semplicemente diventato più tranquillo: era apatico, stanco, svogliato, taciturno, inappetente... Forse aveva ragione Rebecca? Giancarlo era davvero caduto in depressione? Ma per quale motivo, poi?…
    Effettivamente, nelle ultime settimane il ragazzo sembrava aver perso interesse per ogni cosa. Aveva anche abbandonato tutti gli sport che praticava da anni con grande entusiasmo: il tennis, il calcio, la voga, la pallacanestro e, soprattutto, il nuoto. Giancarlo e Sonia erano appassionati di nuoto e di tuffi, e da molti anni andavano spesso a divertirsi insieme in piscina, dopo la scuola. Ora però Giancarlo non voleva più nuotare: non si cambiava nemmeno, e restava tutto il tempo a dormire vicino al bordo della vasca sdraiato su una panca. Sonia cominciò a preoccuparsi sul serio; cercò di scuotere il ragazzo e di invogliarlo con mille trucchi a riprendere un po’ l’attività fisica, ma non ottenne alcun risultato.
    Fino al giorno in cui accadde la disgrazia.
    Era un caldo sabato pomeriggio di metà aprile, e come tante altre volte Sonia e Giancarlo erano andati insieme al Centro Sportivo. Questa volta il ragazzo non si avvicinò nemmeno alla vasca della piscina. Se ne andò invece nel giardinetto dietro i campi da tennis, si buttò sull’erba e si addormentò sotto il sole. Sonia, molto arrabbiata, tentò in tutti i modi di convincere il ragazzo a venire a farsi una nuotata con lei, ma Giancarlo non le prestò il minimo ascolto e continuò a dormire. E così Sonia, sospirando, se ne tornò da sola in piscina e raggiunse le sue amiche al trampolino dei tuffi.
    Verso le quattro e mezzo si sentirono delle urla terrificanti provenire dall’ufficio del coach Andrea. I ragazzi uscirono subito tutti dalla vasca, impauriti, e corsero a vedere cosa stava succedendo. Il coach Andrea era un uomo sulla trentina, alto quasi due metri e con un fisico da lottatore; di solito era paziente e comprensivo, ma quando perdeva le staffe faceva davvero paura.
    Lì, nell’ufficio del coach, c’era Marco, un compagno di classe di Sonia; Marco aveva appena comunicato al coach Andrea di non poter più partecipare alla sua gara, e l’uomo non la stava prendendo molto bene. Per il sabato successivo infatti (e mancava ormai solo una settimana) il coach aveva organizzato una manifestazione sportiva; ci stava lavorando da parecchio tempo, e aveva già contattato molti colleghi di altre piscine della provincia perché i partecipanti fossero numerosi. Naturalmente il coach Andrea sperava che la sua squadra si sarebbe fatta onore, e mirava in particolare alla medaglia dei 100 m stile libero maschile. Marco era appunto l’atleta che il coach aveva scelto per questa specialità. Non si capiva bene perché Marco avesse deciso di ritirarsi così all’ultimo minuto; probabilmente aveva i suoi buoni motivi, ma così stava mettendo tutti in difficoltà: non c’era infatti nessun altro atleta abbastanza valido che lo potesse sostituire.
    Fu allora che alle amiche di Sonia venne la nefasta idea di mettere in campo Giancarlo. «Sarebbe perfetto!», disse una. «È alto, atletico, con due spalle così! Riuscirà sicuramente a vincere i 100 m!», disse un’altra. Tutte approvarono all’unanimità e corsero subito nell’ufficio del coach per comunicargli che avevano trovato un degno sostituto.
    Il coach Andrea, preso così alla sprovvista, non disse di no. Giancarlo, che stava ancora dormendo in giardino, venne svegliato in tutta fretta e portato immediatamente alla vasca da 25 m. Qui incontrò il coach, che gli spiegò brevemente la situazione e gli disse di voler vedere come se la cavava nello stile libero. Sonia pensava che il suo ragazzo avrebbe cominciato di nuovo ad accampare mille scuse per non nuotare, come faceva sempre nelle ultime settimane. Invece, con sua grande sorpresa, Giancarlo non si fece pregare e salì subito sul blocco di partenza; anzi, sembrava addirittura impaziente di dimostrare al coach le sue capacità. E Sonia, mentre osservava con orgoglio il suo fidanzato prepararsi alla partenza, sentiva il cuore batterle sempre più forte.
    Capitolo II
     
    I vicini di Sonia
     
    Nel palazzo di Sonia vivevano da tanti anni altre tre famiglie: la famiglia di Giancarlo, quella di Rebecca e quella di Tommaso. Giancarlo e Rebecca avevano la stessa età di Sonia e frequentavano la seconda superiore; Tommaso (chiamato affettuosamente Tom) invece era più giovane di due anni.
    Giancarlo abitava all’ultimo piano, proprio di fronte all’appartamento di Sonia. Viveva solo con il papà, perché purtroppo la mamma era morta quando Giancarlo aveva solo pochi mesi di vita. Il padre del ragazzo era rimasto profondamente legato al ricordo della povera moglie e non aveva mai pensato di risposarsi.
    Sonia e Giancarlo si erano sempre voluti molto bene, fin dall’infanzia; la reciproca simpatia si era trasformata con gli anni in profonda amicizia, e infine, all’inizio della seconda superiore, in tenero innamoramento. I genitori di Sonia, abituati già da tempo a considerare Giancarlo un po’ come un loro figlio, avevano subito approvato con gioia il loro fidanzamento. E così la bella storia d’amore di Sonia e Giancarlo aveva contribuito a consolidare ulteriormente i buoni rapporti tra le due famiglie.
    Rebecca invece abitava al secondo piano, con i genitori e il fratellino Riccardo. Era una ragazza dall’aspetto un po’ curioso, ma non mancava di un certo fascino. Aveva lunghi capelli rosso chiaro, folti e ondulati; se ogni tanto se li fosse pettinati sarebbero stati sicuramente bellissimi. Quand’era piccola la sua mamma le confezionava sempre graziosi abitini molto femminili, con merletti, fiocchi, ricami, e tutte quelle belle cose che piacciono tanto alle bambine ordinate (a Sonia, per esempio, piacevano moltissimo). Le acconciava anche i capelli con nastri di raso e fermagli colorati, e Rebecca faceva sempre un figurone. Evidentemente, però, tutte queste frivolezze mal si adattavano alla sua indole da maschiaccio, e una volta cresciuta Rebecca cominciò a vestirsi e a pettinarsi come le pareva. Di solito si metteva la prima roba che trovava sottomano; non seguiva mode, non andava dal parrucchiere, non le interessava cosa pensava la gente. Questo suo atteggiamento ribelle era un po’ imbarazzante, e qualche volta veniva il dubbio che volesse solo far dispetto a qualcuno.
    Anche Tommaso abitava con i suoi genitori al secondo piano, accanto all’appartamento di Rebecca. Tom era un ragazzo dai capelli castani e gli occhi scuri, infinitamente dolce e adorabile, e tutti gli volevano un gran bene. Quand’era piccolo Tom era stato a lungo gravemente malato; aveva passato anni davvero difficili e i suoi amici erano stati molto in ansia per lui. Ma ora, grazie a Dio, Tom stava molto meglio e poteva condurre una vita normale. Sonia, Rebecca e Giancarlo però continuavano ad essere vigili e ad assicurarsi che stesse sempre bene. Giancarlo, in particolare, era legato al piccolo Tom da un affetto speciale; si considerava a tutti gli effetti il suo fratello maggiore e vigilava su di lui come una chioccia con i suoi pulcini.
    Da qualche mese nel condominio di Sonia, Giancarlo, Rebecca e Tom era venuta ad abitare con la sua famiglia una nuova ragazza. Si chiamava Giorgia, aveva quattordici anni e abitava al primo piano. Aveva capelli castani lisci, tagliati a caschetto, e un faccino deliziosamente infantile. Tom manifestò fin da subito un grande interesse per la sua nuova vicina, e si inventava sempre qualche scusa per andare a farle visita. Giorgia sembrava gradire molto la compagnia del ragazzo, e da qualche tempo usciva sempre più spesso insieme a lui.
    Rebecca, che era incredibilmente gelosa e possessiva nelle sue amicizie, invece non aveva alcuna simpatia per la nuova arrivata. Non riusciva proprio a sopportare l’idea che il suo caro amico Tom potesse innamorarsi di un’insignificante ragazzina sconosciuta, e lo avrebbe voluto ancora sempre vicino a sé, come quand’era piccino e aveva costantemente bisogno di cure e attenzioni.
    Capitolo I
     
    Venezia
     
    Venezia… Una città unica al mondo, sorta quasi per incanto 1600 anni fa tra gli isolotti, i canali e le barene della laguna veneta. Dove un tempo c’erano solo modesti casoni di caccia e umili capanne di pescatori, ora si innalzano maestosi palazzi e splendide cattedrali. Le loro facciate, riccamente ornate, si specchiano su lucenti canali color verde smeraldo, attraversati pigramente da lunghe e affusolate gondole nere.
    Com’è colorata e vivace Venezia, quando in primavera e in estate il sole caldo illumina gli sfavillanti mosaici, i maestosi cavalli in bronzo e gli antichi marmi della Basilica di S. Marco! Si percorrono in barca i lunghi canali della laguna, tra i gabbiani, gli aironi e i cormorani. Si passeggia sotto i balconi fioriti delle case, lungo le strette calli lastricate con masegni grigi e gli antichi ponti in pietra d’Istria bianca e mattoni gialli e rossi. Si ascoltano i canti dei gondolieri e le simpatiche chiacchiere dei veneziani nel loro modulato e cadenzato dialetto, in mezzo alle mille voci degli allegri turisti che giungono qui da ogni parte del mondo.
    Ma quando scende la nebbia, nelle umide giornate autunnali e invernali, tutto viene avvolto in un biancore irreale, impalpabile, misterioso; sembra quasi di percepire il respiro di questa città vecchia di secoli, di intravedere l’ombra dei suoi antichi abitanti, di sentire l’eco delle loro antiche storie.
    Non si può vivere a Venezia senza sentirsi rapiti dal suo incanto romantico e pittoresco, dal suo fascino seducente e un po’ malinconico. E Sonia, che abitava a Venezia fin da quando era nata, questo lo sapeva bene.
    Sonia era una bella ragazza di sedici anni, con lunghi capelli neri lisci e occhi scuri. Viveva con i suoi genitori all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro storico. Non era un sontuoso palazzo gotico o rinascimentale, era solo un condominio umido e un po’ malandato, ma a Sonia non importava: era molto affezionata alla sua vecchia casa, e non l’avrebbe mai scambiata con una dimora più comoda e moderna in terraferma.
    Quando Sonia si affacciava al balcone della sua camera, e vedeva giù nel canale passare le gondole con i turisti, o quando di sera saliva in terrazza per innaffiare i fiori, e contemplava dall’alto i tetti e le altane degli antichi palazzi, i monumentali campanili, le cupole e le guglie delle chiese, si sentiva la ragazza più fortunata del mondo.
    Ma c’era anche un’altra ragione per cui Sonia non avrebbe mai voluto allontanarsi da quel vecchio condominio: lì, sul suo stesso pianerottolo, abitava Giancarlo, il suo fidanzato.

    The ghost of you

    By Aika, in Storia,

    Cliccate il titolo, vi è il collegamento per la canzone che vi accompagnerà nella vostra lettua.
     
    The Ghost Of You

    Eravamo li, gli uni davanti agli altri. Noi soldati eravamo seduti a destra della sala e voi donne, eravate sedute davanti a noi.
    Ci guardavate sorridendo, le vostre labbra rosse, rosse come quel sangue che avremmo versato mostravano quei denti perfetti e bianchi. Voi eravate fiori, i nostri fiori, intoccati che avremmo protetto a costo della nostra vita.
    Parlavate tra di voi, sorridevate e ridacchiavate, comentavate. Noi eravamo imbarazzato, alcuni di noi erano solamente dei ragazzini, non avevamo esperienze con le donne ma anche noi come voi parlavamo di voi, della vostra bellezza, scherzavamo su alcune di voi.
    Una ragazza bionda, seduta accanto a una castana, forse erano amiche, sorrise verso di noi. Non lo demmo a vedere ma eravamo nervosi e imbarazzati, dovevamo prendere l'iniziativa ma nessuno ne aveva il coraggio.
    I nosti compagni iniziarono a suonare questo diede coraggio a uno dei nostri compagni che guardò, puntò, guardò negli occhi la ragazza mora. Prese il pettine che teneva in tasca, si pettinò quei capelli già perfettamente al suo posto e con prendendo il coraggio a due mani la invitò a ballare. Subito dopo il resto dei partecipanti si unì a lui, le ragazze erano felici, lo si vedeva dai loro occhi luminosi.
    Tutti ballavamo lentamente, assaporavamo quel momento, volevamo un ricordo felice  prima di partire. Le guardavamo negli occhi, non spostavamo mai il nostro sguardo, volevamo imprimerci nella nostra mente i loro volti, ascoltavamo i loro discossi attentamente, non volevamo dimenticare le loro voci soavi, le loro risate ci facevano sorridere. Erano così belle, così pure, così innocenti...

    Siamo qui, in mezzo al mare, nel bel mezzo di una guerra. Qui a morire per la patria.
    I nostri superiori ci impartiscono ordini, spiegano i piani, cosa dovremmo fare una volta ragginta la terra ferma.
    Uno di noi ha vomitato per l'ennesima volta, credo che non gradisca il viaggio in mare.
    Guardiamo la terra ferma avvicinarsi.
    Abbiamo lo sguardo duro, da soldati ma dentro abbiamo paura, paura di morire.
    Preghiamo ma non lo facciamo vedere, non siamo mocciosi.
    Siamo uomini.
    Siamo soldati.
    Siamo umani.
    Qualcuno bacia il suo crocifisso, io guardo l'orizzonte.
    Il nostro viaggio sta per finire, qualcuno si fa il segno della croce. Prendiamo le nostre armi protette dalle buste e apena il portellone si apre noi corriamo verso la morte abbracciandola con fierezza però con la speranza che non decida di mietere propio noi.

    Ballavamo, abbracciavamo le nostre donne... Eravamo felici.
    Era il giorno prima del ballo. Il nostro primo e unico ballo.Eravamo in un bar, a berci il nostro ultimo drink. Wiski, rum, vodka, assenzio... Non vi erano limiti. Non ci rimpoveravano se bevevamo molto, questo sarebbe stato la nostra ultima bevuta.
    La campanella suonò, come alla fine delle lezioni. Tutti a casa, ma noi saremo stati catapultati nel caos. Quel momento che desiderivamo che fosse infinito ma era stato infranto dal trillo della campanella.

    Corriamo, le nostre scarpe, i nostri vestiti sono bagnati. I movimenti sono rallentati dall'acqua. Corriamo verso quelle trince, le nostre ancore di salvezza. Dall'alto piovono granate ma noi non ci femmiamo.
    Corriamo.
    Corriamo verso la prima trincea, i nostri superiori ci urlano di essere più veloci.
    Qualcuno è stato già ferito ma noi non lo lasciamo lì, non permetteremo che la morte se lo porti via.

    Bob.
    Un ragazzo. Voleva diventare un ingegnere ma era stato arruolato. Non c'era spazio per i sogni durante la guerra ma noi ugualmente sognavamo.
    Bob aveva paura, tutti avevamo paura ma lui la mostrava.
    Bisogna saper tenere a bada la paura, bisogna combatterla anche se sembra impossibbile.
    Tutti noi lo rassicuravamo ma dai suoi occhi non scompariva quel velo di tristezza.
    Lui sapeva...
    Gli offrimmo un altro bicchiere.
    La mitragliatrice ci colpisce, molti s'infraggono nella sabbia creando un polverone che ci permette di avanzare.
    Un patto facemmo.
    Saremo tornati qui, in questo bar a bere quando la guerra sarà finita.

    Sentiamo echi di dolore, urla, comandi urlati. Abbiamo paura.
    Qualcuno dice di avanzare, di arrivare alla prima tincea.
    Qualcuno tentenna, ha troppa paura ma alla fine corre insieme a noi.

    Un brindisi per suggellare il nostro patto.

    Carichiamo i nostri fucili. I notri movimenti ci appaiono a rallentatore.
    Dobbiamo essere pù veloci.
    Più veloci!

    In sala eravamo rimasti solamente pochi di noi. Quelle ragazze che avevamo avuto l'onore di conoscere  ci guardavano andarcene.
    Non spiccarono parola, sarebbe stato troppo doloroso.
    Non le guardammo, non ce la facevamo ma Bob si voltò, guardò la donna che amava.
    Lei alzò lo sguardo, non riusciva a sorridere ma trattenne orgogliosamente quelle lacrime che stavano minacciando di uscire.
    Bob sorrise e uscì accompagnato da noi.
    Bob era consapevole...

    Ora è li. Sente il suo cuore bettere troppo forte, ha la sensazione che possa uscire dalla sua cassa toracica e suicidarsi.
    Uno...
    Due...
    Tre!
    Si alza, schiva appena in tempo una granata.
    Corre, noi lo chiamamo a gran voce.
    Corre più veloce che può ma viene colpito da una pallottola.
    Cade a terra come una bambola.
    Urliamo, urla.
    Voglio andare da lui, ma mi fermiano, non può ferirmi anche io.
    Non vogliono vedermi morire.
    << Bob non morirà! >> urlano.
    Un medico lo soccorre.

    Durante la sbornia, quando la lucidità era tornata tutti eravamo dello stesso umore ma Bob ci aveva risollevato il morale...

    ...E ora è li per terra, con una pallottola piantata nel petto.
    Urla dal dolore.
    Circondato dai cadaveri.
    Il medico fa di tutto ma Bob ormai...
    Sogni,
    chiusi dentro ad un cassetto,
    spinti giù in fondo al cuore.
    Sogni,
    mai realizzati
    ma sempre sperati.
    Sogni,
    per i quali manca il tempo,
    manca la forza e d il momento.
    Una vita passata,
    a contemplare dolorosi sogni,
    nascosti in un cassetto.
    Adesso che la vita volge al suo desio
    per quelle chimere non resta altro che l'oblio.
    Per te che sei giovane e bella,
    come un raggio di sole,
    di mille colori scrigno 
    fra le gocce del tempo,
    un piccolo segreto,
    scoperto tardi nel mare della vita,
    voglio rivelare.
    I sogni, 
    sono realtà che noi stessi
    non vogliamo vivere,
    per paura che svaniscano per sempre
    fra le pieghe nel tempo.
    Presentazione
    Roxanne, 17 anni sono una ragazza diversa dalle altre, ho lunghi capelli castano-biondo che arrivano fin sotto il sedere e occhi color ghiaccio, amo la musica rock, metal, glam e grunge , diversamente dalle altre ragazze, e trascorro le mie giornate tra scuola e chitarra elettrica. Mi vesto in stile anni 90. Penso sempre a come sarebbe bello vivere in quegli anni, dove le ragazze della mia età trascorrono le giornate della loro adolescenza tra musica, amici e divertimento a differenza delle ragazze di adesso che non fanno altro che deprimersi tutto il giorno senza nemmeno un motivo valido dal momento che, almeno le ragazze che conosco io, hanno una bella famiglia, amici che gli vogliono bene e qualcuna ha anche un bel ragazzo. Veramente non riesco a capire che altro vogliono dalla vita queste ragazze. I miei veri genitori non so chi siano e vivo con una famiglia che non mi sta molto simpatica, apparte uno dei miei “fratelli” (il più grande), e qualche volta la domenica vado con mio “padre” nella sua agenzia. Di amici non ne ho molti perché la maggior parte delle persone mi reputa strana.

    Abbandono

    By Coturnina, in Poesia,

    Graffiami l'anima,
    Petto
    Ingrato
    Alla vita.
     
    Deformato 
    Da tutto quello che...
    Accade.
     
    Infausto ostacolo
    Ti taglia
    la 
    Strada
    Per la
    Felicità.
     
    Tu stesso
    Nemico ti
    Sei.
     
    Alza bandiera
    Bianca
    E fai pace
    Con il 
    Tuo
    Nemico.
     
    Amore
    Porta
    amore.
    Purezza
    Porta
    Ingenuità
     
    Amore porta
    Speranza
     
    Amore,
    Amore...
    Amore.
     
    Se fosse 
    Tutto
    Un'
    Illusione?
    ...
    Affondo
    Nel mare
    Del mio
    Essere
     
    Solo
     
    Un abbraccio 
    Con
    L'
    Abisso.
     
    Trema il 
    Rancore 
    Trasuda
    L'ardore
    Che il cuor
    Solo può 
    Provare.
     
    La mia vita era assolutamente ordinaria: non sono mai stata un tipo da discoteca o da pazzie notturne. Non mi è mai interessata l’idea di impasticcarmi per una sera per dimenticare i miei problemi adolescenziali.
    Allo “sballo”, che tutti tanto acclamavano, io preferivo di gran lunga una serata tranquilla con una birra e un karaoke con i miei amici.
    Incomprensibile… capisco.
    A me andava bene così… avevo tutto quello che desideravo.
    Ormai erano passati 4 anni da quando avevo conosciuto Luca.
    Lui… bhe… era perfetto: carino, dolce, tenero, romantico. Il mio principe azzurro.
    Era riuscito a farmi sentire speciale nonostante tutti i mille difetti che ogni giorno mi ossessionavano.
    L’avevo conosciuto in una fase particolare della mia vita: avevo appena compiuto 18 anni e al contrario si tutte le mie amiche, non  avevo ancora avuto un fidanzato. Perché? Boh…
    Odiavo tutto di me in quel periodo. Ogni volta che mi guardavo allo specchio, non vedovo altro che quei dannatissimi fianchi troppo generosi e quelle orrende gambe troppo grosse.
    Non mi ero mai sentita adatta a fare nulla: pensavo sempre di trovare qualcuno davanti a me, più bravo o semplicemente migliore. Non mi sentivo parte di nulla, perché non riuscivo ad accettare l’idea che i miei jeans fossero la 46 anziché la 40 o che il mio reggiseno fosse una quarta abbondante e non la timida terza che tutti ostentavano.
    Cercavo sempre di evitare le feste o i luoghi nel quale mi sarei trovata a confronto con quel mondo di
    barbie perfette si cui non potevo fare parte.
    Nonostante questo, non ero una persona chiusa o introversa: i miei difetti li nascondevo dietro il miglior sorriso possibile.
    Poi, un giorno, dal nulla, arrivò lui. Il mio sogno: io, proprio io, ero riuscita ad attirare l’attenzione di  qualcuno.
    Il suo sguardo, andava oltre i miei difetti. Mi voleva, gli piacevo per quello che ero. Non aveva cercato di convincermi a rinunciare ad una sola minima parte di me. Mi amava per quello che ero.
    Una favola praticamente. Anni di lotte contro me stessa che finalmente avevo vinto io.
    Luca, aveva rivoluzionato tutta la mia vita. Mi aveva dato la spinta che mi serviva per prendere in mano la situazione e reagire. Dopo un anno dall’inizio della nostra relazione, avevo iniziato ad affrontare tutto in modo diverso: fatemi spazio, adesso ci sono. Nessuno mi poteva più mettere in un angolo.
    Avevo deciso che era arrivato il momento di amarmi e se per farlo doveva piacer mi quello che vedevo allo specchio, non mi restava altro che impegnarmi.
    Inizia una dieta, poi un’altra e poi un’altra ancora.
    I kg scendevano ad una velocità impressionante e io stavo sempre meglio.
    Fino a che, ovviamente la mia bilancia biologica, no aveva deciso che dovevo smetterla.
    In quel momento, però,  per me, non era più importante… andava bene così. Anche se i fianchi non erano ancora perfetti come quelli di una modella o se le smagliature mi tenevo compagnia, io non  i facevo problemi: a fianco avevo una persona meravigliosa che mi faceva sentire unica.
    Il suo sguardo ogni volta che incrociava il  mio, mi ricordava quanto ero stata fortunata ad incontrarlo.
    Luca era diverso dagli altri: nonostante fosse stato l’oggetto da contendersi dai genitori durante la separazione e avesse assistito a scena pessime come quelle di un padre che risponde all’amante di fronte alla moglie in lacrime, non aveva smesso di credere nel valore della famiglia.
    Si divertiva moltissimo a sognare insieme a me come sarebbero stati i nostri figli o come avremmo passato le vacanze di Natale; ogni occasione era buona per scappare dalla quotidianità e trascorrere qualche giorno noi due da soli nella sua casa in montagna.
    Non sempre, però, quello che sembra perfetto è eterno.
    È bastato un attimo e la mia vita si è sgretolata davanti ai miei occhi.
    “Arya… ti devo parlare.” Mi disse lui con gli occhi lucidi.
    “Dimmi amore, che succede?”
    “Ho preso una decisione molto importante.”
    “Dai su parlamene… mi stai facendo agitare…”
    “No… dai… è che… fra cinque giorni parto.”
    “Parti? Cosa vuol dire? Dove vai?”
    “Vado in Inghilterra. Voglio andare a vivere a Londra con mio padre?”
    “Luca ma cosa stai dicendo? Come vuoi andare a vivere a Londra con tuo padre?” Trattenni a stento le lacrime.
    “Ti prego perdonami amore…”
    “Amore? Hai anche il coraggio di chiamarmi amore? Quando hai deciso? Da quando lo sai?”
    “Ho  deciso circa 4 mesi fa… ma i biglietti mi sono arrivati solo qualche settimana fa… ti giuro… non ne ero sicuro, per questo non te ne ho parlato, ma mio padre mi ha detto che mi ha preso quell’università di cui parlavamo e io non posso sprecare un’un opportunità così…”
    “Università? Opportunità? Ma che cazzo stai dicendo? Ma che discorso è? Mi hai mentito! Bastardo! Sono mesi che lo sai e non mi hai detto nulla! Bastardo! Ti odio! Mi hai rovinato la vita.” Ero in lacrime, non riuscivo più a controllarmi. Iniziai a colpirlo, con una furia incontenibile.
    Le lacrime mi rigavano il volto e più lui tentava di spiegarmi, più io mi arrabbiavo e lo colpivo con forza.
    Quella fu l’ultima volta che lo vidi.
    Un attimo.
    Un soffio.
    Tutto finito.
    Il vuoto.
    Il petto che scoppia.
    L’aria troppo spessa per arrivare ai polmoni.
    La gola secca.
    La stanchezza.
    Il sonno perenne.
    Niente. Non c’era niente che potesse darmi la forza di reagire.
    Ogni singola cosa, mi ricordava quello che non avevo più. Il silenzio era diventato il mio alleato migliore.
    Quando ero in mezzo agli altri, semplicemente facevo finta di non esserci. Quando ero da sola, stavo bene: lì nessuno mi ricordava quanto Luca fosse stato stronzo.
    “Svegliati! Ti rendi conto di come ti ha trattata? Non si merita neanche una delle tue lacrime.” Mia madre si ostinava a gridarmi addosso frasi di questo genere ogni volta che la mia meravigliosa maschera non reggeva più e si sgretolava. Non lo faceva per cattiveria ovviamente. Lei cercava semplicemente di aiutarmi, ma vedermi in quello stato era peggio di una pugnalata, come mi diceva sempre.
    Io odiavo quelle parole. Sapevo benissimo che erano vere, ma mi rifiutavo di pensare che Luca lo aveva fatto davvero. Non potevo accettare ‘idea che da un giorno all’altro, tutto quello che conoscevo ed amavo era sparito nel nulla, per di più, in un modo così terribile.
    A volte, arrivavo anche a pensare che avrei preferito saperlo con un’altra. Il tradimento, mi avrebbe sicuramente aiutato a superare il dolore.
    Era terribile.
    Le sensazioni che invadevano il mio corpo erano logoranti. Mi trafiggevano il petto. Mi lasciavano senza fiato.
    Poi… eccole lì. Pronte di nuovo ad assalirmi. Tutte le mie paure, le mie ansie.
    Il mio sentirmi tanto sbagliata, da non meritare nulla da questa stramba vita.
    Inizia di nuovo a disprezzare quello che vedevo nello specchio. I maglioni XXL diventarono i miei migliori amici: erano così grandi e larghi che non lasciavano spazio all’immaginazione.
    La dieta, la mia unica alleata.
    Un giorno, poi…

    Una mattina come tante altre.
    Mi alzai dal letto, mi vestìi e uscìi, pronta (o quasi) per affrontare quella giornata.
    Erano passati ormai 5 mesi da quando Luca se n’era andato e i stavo lentamente prendendo consapevolezza del fatto che la mia vita doveva andare avanti, anche se mi sentivo un straccio per pulire i pavimenti.
    Il mio tesserino della facoltà di giurisprudenza, sul comodino, mi ricordò che mancavano ormai solo più qualche mese alla sessione di esami e io, a causa di tutto quello che mi era successo, ero decisamente indietro con lo studio.
    Quel pomeriggio, poi, dovevo assolutamente incontrare Veronica, una giovane mamma, che cercava una baby-sitter.
    Non avevo idea di chi fosse e soprattutto, di come avrei trovato il tempo per lavorare e studiare insieme, ma avevo assolutamente bisogno di mettere da parte un po’ di soldi.
    Entrai in aula, ovviamente in ritardo. Il professore aveva già iniziato a spiegare e io, silenziosamente, mi misi di fianco alle mie due amiche: Maria e Claudia.
    Che dire… loro due erano fenomenali, dei vulcani. Le avevo conosciute il secondo giorni di università e da allora, sono diventate indispensabili per me.
    Maria, era fresca e creativa. Amava la fotografia e il rosa antico, che con i lunghi capelli biondo cenere le donava a pennello. Claudia, era folle. Diversa da tutte le altre, incomprensibile a volte. Fissatissima con Grey’s Anthomy, sognava di diventare la più cazzuta delle poliziotte. Stava ormai da anni con Giacomo, un ragazzo umbro, che aveva conosciuto durante una vacanza in toscana.
    “Arya, ma perché ti ostini a mettere sti maglioni enormi? Non hai niente da nascondere.” Mi aveva sussurrato Maria, disapprovando il mio abbigliamento di quella giornata.
    “Buongiorno anche a te,” Avevo risposto io.
    Alla fine della lezione, tutte e tre, raccogliemmo le nostre cose e scattammo fuori, come fulmini.
    Ci sedemmo sulle panchine davanti alla facoltà,  Maria doveva raccontarci del suo nuovo flirt: “Allora” - aveva inziato lei - “Si chiama Fabio, ha 25 anni e bhe, che dire
    è così carino. Sembra un tipo a posto.”
    “Ti piace davvero?” Le chiese Claudia, più che dubbiosa.
    “Certo, che mi piace davvero. Perché non dovrebbe? È così, così… insomma, ha degli occhi così belli e ha un modo di fare veramente meraviglioso… e poi, sapete cosa mi ha detto…” Eccola lì: pausa infinita, sguardo perso, concentrazione completamente svanita. Tutto questo voleva poter dire una sola cosa, che io e Claudia conoscevamo bene. Maria aveva incrociato lo sguardo di Marco.
    “Maria… Maria…” Cercò di disincantarla Claudia.
    “Ehm… sì… eccomi… dicevamo…” farfugliò lei, palesemente rattristata da quello che era appena accaduto.  Era sempre così: ogni volta che compariva Marco, non capiva più nulla. Perché? Perché non era mai stata innamorata di nessun altro. Per lei era una cosa così strana, che non riusciva ad ammetterlo neanche a se stessa; aveva avuto così paura di quella sensazione, che ad un certo punto, ci aveva imposto di non parlare.  Mordendosi la lingua, aveva addirittura negato tutto ciò che provava anche davanti alla dichiarazione di lui. Da quel giorno, non si erano più parlati e lei… bhe… non l’aveva ancora superata.
    “Maria, ancora?!” Le avevo chiesto io esasperata.
    “Arya, ma cosa stai dicendo? Ancora cosa?”
    “Come ancora cosa? Ancora Marco… ma perché non prendi in considerazione l’idea, che forse…”
    “Forse niente. Non so neanche chi sia Marco, io per lui non provo e non ho mai provato nulla.”
    Mi rispose irrigidendosi come faceva sempre. Io e Claudia ci guardammo con sguardo di intesa. Ci faceva male vederla così, ma non potevamo fare nulla per aiutarla. Cambiammo discorso.
    “Allora Arya.” - mi chiese Claudia - “Sei pronta per incontrare la neo mamma?”
    “Oh… certo. Non vedo l’ora! Spero davvero di piacerle, così magari riuscirò a mettere da parte abbastanza per permettermi quel famoso viaggio a Roma che rimandiamo da anni.”
    “Già… a chi lo dici…”
    Alle 14:00 mi presentai all’appuntamento con Veronica: avevamo deciso di incontrarci in un bar poco distante dall’università, dove praticamente tutti i ragazzi del distretto andavano a fare colazione.
    Entrai, cercando di capire chi potesse essere. Mi immaginavo una ragazza semplice, con la tuta e il bambino imbraccio, intento a giocare.
    Niente. Ovunque guardassi, non trovavo alcuna corrispondenza con l’immagine che mi era creata di lei.
    In lontananza, poi, vidi una ragazza bionda con un vestitino nero di pizzo e degli stivaletti di camoscio che scuoteva la mano verso di me.
    Mi avvicinai.
    “Sei per caso Arya?!” Mi chiese con la voce cinguettante.
    “Ehm… sì. Tu sei Veronica.”
    “Sì, esatto… e lui - disse indicando il bimbo seduto accanto a lei - “è Nicolò.”
    Mi volta e rimasi incantata   dalla bellezza del piccolo: aveva gli occhi scuri, ben diversi da quelli azzurro limpido della madre; i ricciolini dei capelli gli incorniciavano il volto alla perfezione.
    “Ciao tesoro, io sono Arya.” Mi sorrise.
    “Allora…” Disse Veronica - “Accomodati! Così parliamo un po’… prendi qualcosa?”
    “Ahm… credo un caffè.”
    Con un cenno impercettibile del capo, attirò l’attenzione del cameriere: “Allora, per me un cappuccino di soia, macchiato caldo e per lei…”
    “Ah… un caffè.” Farfugliai ammagliata dall’eleganza con cui aveva fatto quell’ordinazione improbabile per una ragazza così giovane.
    Io mi sentivo una specie di comodino con le gambe rispetto a lei.
    “Bene Arya… la faccenda è questa. Sto cercando una persona che possa occuparsi di Nicolò, quando io sono in facoltà e suo padre è a lavoro. Semplicemente tu dovresti andarlo a prendere all’asilo e portarlo o a casa mia o a casa del papà e passare con lui qualche ora… sì, insomma, fino a quando non torniamo.”
    “Ah… ok… mi sembra… bhe… fattibile… nel senso… con gli orari dei corsi… e bhe tutto il resto!”
    “Ah guarda… non sai come ti capisco! Io ho iniziato quest’anno… eh sono incasinatissima.”
    “Scusa, ah… non vorrei sembrare invadente, ma tu hai 18 anni?”
    “No… 19... Quasi 20 a dire il vero! Ho inziato dopo per via del bambino e di tutto quello che comporta, ma questo lo puoi immaginare da sola.”
    “Certo…”
    “Poi… bhe te me farai un’idea migliore quando conoscerai Mattia, il padre di Nico.”
    “Ah…”
    “Lui si che è una persona… beh… non voglio rovinarti la sorpresa… ma torniamo a parlare di cose importanti. Se tu sei disponibile, per quanto mi riguarda puoi iniziare anche domani.”
    “Ah… sì perfetto. La pa…”
    “Ah giusto dimenticavo. Noi ti daremmo 8 € all’ora!”
    “Ah perfetto.”
    “Ah ovviamente ti rimborsiamo le spese del trasporto di Nico. Allora… domani alle 12:30 Nicolò esce dall’asilo e devi portarlo da suo padre… via Monteverde 52. Mattia  mi ha detto che ti aspetta per conoscerti prima di andare a lavoro. In linea di massima, farai, martedi, mercoledì e giovedì da lui e lunedì e venerdì da me. I week end ovviamente ce li hai liberi, a meno che non ci sia qualche occasione particolare.”
    “Ok… va benissimo. Bhe… Nicolò, allora ci vedremo presto.”
    CAPITOLO 3
    Ho sempre pensato che scrivere fosse il mdo migliore per pulirsi la coscienza. Sì, insomma, per dare libero sfogo alla propria anima. Quando ti siedi davanti al PC ed inizi a digitare le lettere della tastiera, o anche quando semplicemente occupi ogni spazio del foglio bianco che trovi sulla scrivania, puoi dare libero sfogo alla tua fantasia. In quei momento, nessuno ti può dire cos’è giusto e cos’è sbagliato; nessuno può giudicare il tuo modo di essere; puoi trovare risposte a domande che non ti eri mai posta.
    Così, come facevo spesso, decisi, di passare il tempo, prima di andare a prendere Nicolò, continuando, il romanzo infinito che stavo scrivendo: parlava di una storia d’amore tra due nobili del 1600, ostacolata, da intrighi, congiure  e tradimenti.
    Nessuno lo avrebbe mai letto, anzi, nessuno a parte Claudia e Maria, ne conosceva l’esistenza.
    Ogni tanto, però, mi piaceva immaginare, che un giorno, una ragazza come me, avrebbe sognato  leggendo ciò che scrivevo.
    Arrivai davanti all’asilo di Nicolò, dieci minuti prima dell’orario di uscita, avevo letteralmente l’ansia di essere in ritardo già il primo giorno.
    Nel giro di pochi minuti, fui affiancata da nonne, mamma, papà,… tutti pronti a prendere il proprio bambino e portarselo a casa.
    “Oh mamma mia, speriamo sia tranquillo oggi!” Farfugliò una ragazza dai corti capelli neri, che mi era sul fianco.
    “Tuo figlio è molto vivace di solito?” Le chiesi io sorridendole.
    “Ah vivace, mi sembra un diminutivo… ma per fortuna non è mio figlio, io sono solo la sua baby-sitter.”
    “Ah dai… anche io faccio la baby-sitter. Piacere sono Arya.”
    “Piacere, io sono Ginevra. Che bimbo guardi?”
    “Si chiama Nicolò Gilardi.”
    “Ah ma dai… che coincidenza, se non mi sbaglio, va nella stessa sezione di Mirco, il bimbo che guardo io.”
    Continuammo la conversazione, fino a che le maestre non aprirono le porte del salone colorato sommerso da giocattoli. Su delle mini panchine, c’erano seduti almeno un sessantina di bambini: con i grembiulini a quadretti  blu e rosa, erano veramente una meraviglia.
    Feci un cenno con la mano a Nicolò che mi salutò timidamente. Gli andai incontro; una delle mastre mi venne incontro e mi disse che dovevo firmare che Veronica le aveva avvisate del fatto che sarebbe venuta una persona nuova a prendere Nicolò, ma che era necessario, firmare un paio di carte.
    Dopo la prassi da cardinale, riuscimmo ad uscire dall’asilo. Lo caricai in macchina, impazzendo con le cinture del seggiolino e andammo verso Via Monteverde 52.
    Nicolò dall’alto dei suoi 4 anni, parlava molto meglio di alcune persone che avevo conosciuto in facoltà.
    “Nicolò va tutto bene?” Gli chiesi una volta partiti.
    “Sì.”
    “Com’è andata all’asilo?”
    “Bene… Maestra  Isa detto che domani c’è mago e che tutti giocano con lui.”
    “Ah sì? C’è il mago? E tu sei contento di conoscerlo?”
    “Certo. Mago bravo. Gioca tanto e sai cosa fa?”
    “Cosa fa?”
    “Papà mi ha detto che, tira fuori un coniglietto bianco dal cappello e poi ha una bacchetta magica!”
    “Che bello!”
    “Sai che, adesso andiamo da papà?”
    “Sì, lo so.”
    “Papà è bravo. Gioca sempre con le macchinine con me.”
    “Wow! Che bravo.”
    “E’ sì!”
     
    PREFAZIONE
     
    Sembra facile e a volte lo è.
    Tutti parlano della vita degli altri, senza mai chiedersi come va la propria. Io, per esempio, ho amato, ho vissuto, ho letto, ho scritto,...nella mia vita, ho fatto un sacco di cose, ma se dovessi farne un resoconto, non saprei cosa dire. So per certo, che nulla è stato perso; ogni singolo momento lo tengo dentro di me, perchè ha collaborato a rendermi quella che sono.
     
    Quel pomeriggio non dovevo fare niente oltre che studiare: libro davanti, biro, evidenziatori, foglio e l'ansia dell'imminente esame.
    Poi... una canzone, no no... quella canzone. Il suo profumo.
    "Com'è possibile? Io sono qui, ma lui non c'è... eppure io lo sento. Una scia chiarissima, impossibile da riconoscere. Solo lui ha quell'odore." Pensai.
    "Arya ma che stai facendo?" Mi chiese Maria.
    "Come che sta facendo? Tu non lo senti?"
    "Ma cosa? Sei matta?"
    "Ah... pensavo... ah niente."
    Non era vero... non era niente. Io quella ventata l'ho sentita benissimo...
    Da dove arrivava?
    Inizia a guardarmi intorno. Niente... lui non  c'era.
    Avevo letto da qualche parte, che a volte quando che fondamentalmente, noi siamo come gli animali: la prima cosa che ci rimane impressa della persona che ci interessa è l'dore. Evidentemente era vero... Questo non andava bene.
    Lui non poteva interessarmi... Non andava bene per me e io non andavo bene per lui.
    Troppo divesi... o forse semplicemnte troppo uguali per andare d'accordo.
    Lo conoscevo da circa sei mesi.
    Dal primo momento che l'avevo visto, avevo sentito una morsa allo stomaco: quegli occhi marroni con una strana luce,  mi leggevano dentro. Non riuscivo a dimenticare neanche un particolare del suo viso: la barba folta e ben curata, il naso troppo pronunciato, le labbra rosse...  C'era qualcosa che mi attirava verso di lui: quando eravamo insieme sentivo un trasporto che mi era estraneo da ormai troppo tempo.
    Da quando Luca se ne era andato, era la prima volta che mi sentivo così.
    Tutto intorno a me svaniva quando c'era lui.
    Io però, restavo lì, immobile.
    Lui non doveva interessarmi, perchè io non interessavo a lui.
    Troppo bello, er accontentarsi di una come me: il mio rapporto con lo specchio non era dei migliori.
    Da anni, ormai, mi rifiutavo di accettare quei fianchi troppo rotondi e quelle gambe di certo, non da modella.
    Niente di nuovo: paturnie che ogni vent'enne ha. Nel mio caso, però, era diverso. Queste paure, mi bloccavano completamente.  I maglioni larghi e i cibi senza zucchero erano i miei migliori amici, ma tutto quello che potevo fare non era abbastanza.
    Così, ogni volta che pensavo a lui, semplicemnte mi sentivo ridicola. Uno così, non poteva mai e poi mai notare una come me...
    VELENO
    PRIMO CAPITOLO
    "Putrefazione"
    Era agosto. Un uomo che fosse nato il giorno della morte di Hitler sarebbe stato prossimo a compiere 30 anni. I fatti si svolsero in una terra strana e amara, una terra dove da secoli ciò che accade nel resto del mondo scivola sulla vita quotidiana come l’acqua delle fiumare scorre nelle valli: a volte quieta, altre impetuosa, e fa sì che il paesaggio cambi, ma così lentamente che nemmeno ce ne si accorge. Una terra ricca, sontuosa, opulenta e variegata, dove le persone si muovono, alle volte stordite ed eccitate da tutto quel ben di Dio, e alle volte, quando il sogno cede il passo alla rassegnazione, come amebe trascinate dalla corrente.    
    Gruppetti di turisti perlopiù oriundi si aggiravano al mattino per le vie del paese, passeggiavano, tra gli insofferenti locali, per le bancarelle alla ricerca di qualche piccolo affare. Qualche piccolo inutile oggetto, che inutilmente avrebbe riempito case già stracolme di cose superflue. Non c'è alcun ordine nel loro andare, sparsi dappertutto li trovi, vecchi, giovani, donne, uomini. Rallentano quando il flusso trova imbuti, accelerano, tumultuosi come fiumare, quando la strada si apre in piazze o in slarghi. Svogliati ma tutto sommato allegri, girovagavano per quei banchetti di cianfrusaglie, di quella paccottiglia da pochi spicci, dove venditori di piatti sbattevano istericamente la merce per decantare un’inutile eternità della stessa, e dove i primi vagiti di una prossima ventura invasione di oggetti dall'estremo Est irreparabilmente già si manifestava. 
    Appunto girovagavano, di buon ora accaldati e sudati, inconsapevoli di un dramma che poche ore prima si era consumato.
    Bambini correvano tra le gonne delle mamme, e non c'è ansia nelle loro mattine. A scuola non si va, compiti non se ne fanno, tutto il giorno in giro, tra mare, gelati e pizzette, forse gli unici pianamente felici di quel far nulla. Lontani anni luce dagli occhi pieni di terrore di una ragazza, appena più grande di loro, davanti alla morte.
    E poi le processioni, oddio sì, le processioni! Meravigliose ambaradan di cose e persone, e gesti, modi, suggestioni e misticismi, che nulla hanno a che fare con il buon Dio che in cielo sconsolato guarda quel guazzabuglio, e certamente si danna l'animo per l'infausto risultato del suo progetto divino.
    L'aria era tetra per via del fatto che la notte una bella e giovane donna, ma veramente bella e veramente giovane, era stata trucidata e probabilmente prima anche violentata. 
    In quell'aria per un imperscrutabile mistero, nauseabondo l'acre odore del crimine stava lentamente riempiendo ogni angolo della ridente cittadina.
    Proprio quella mattina di agosto un capitano dei carabinieri, probabilmente non completamente convinto del ruolo che rivestiva, stava chinato su quel corpo martoriato che nonostante tutto conservava una cupa e sensuale bellezza, che però rapidamente in quel caldo mattino, umido e saturo di nulla, lentamente ma inesorabilmente lasciava spazio alla più triste putrefazione.
    Uno squarcio sull'addome all'altezza dell'ipogastrio provocato probabilmente da un colpo di lupara caricata a palle legate, certamente sparato da non più di due o tre metri, era come un’inequivocabile firma.
    Stesa supina sul selciato, la testa appoggiata su di un muretto scalcinato, il vestitino estivo alzato fino all'inguine e senza mutandine, stava quel corpo immobile, esanime, come una dolorosa statua dormiente. Era in un vicolo cieco con le gambe divaricate, dando l'impressione della più bieca profanazione di un essere del creato. 
    Il bianco vestito della festa era stato sempre lavato e stirato con cura, si sapeva quanto potesse tenerci, e vederlo ora lacerato dal colpo mortale e macchiato di sangue rappreso, che a chiazze striate ricordava la corteccia di un albero, dava una pena che anche gli occhi più insensibili all'orrore si sarebbero stretti in un miserevole diniego.  
    La vittima aveva visto negli occhi l'assassino e aveva, forse, avuto il tempo di domandarsi: perché? 
    Il capitano Antonio Magni guardava quel volto livido e più che chiedersi chi potesse essere stato, rifletté sul fatto che certamente qualcosa nelle cosche stava cambiando. 
    E sì... non v'erano dubbi, per un presentimento che metteva sgomento, ebbe la netta sensazione che si trattava di un efferato delitto di stampo mafioso, fu questa la prima certezza. Quell'omicidio era stato ordinato da una 'ndrina, per un motivo che non riusciva a comprendere, e questa fu la prima incertezza.
    E sì, l'ineluttabile morte, che spezza sui fianchi ogni speranza, che truce caccia chi resta in un imperituro incubo, portando, anche se incolpevole, chi aveva come unico scopo di vita chi vita più non ha, in un inferno in terra fatto di fiamme dolorose che inceneriscono anche lo spirito più indomito. Proprio quella morte per com’era stata, doveva avere un motivo preciso, e solo questo il nostro capitano avrebbe dovuto scoprire.   
    Il fatto era successo in uno di quei tipici giorni d'agosto che si fatica a capire se è domenica o lunedì o magari giovedì, perché in fondo, quei giorni sembrano tutti uguali.
    Non si lavora e ci sono pochi riferimenti per comprendere di quale giorno si tratti. 
    Si sa solo che quei giorni passano in fretta. Come in fretta passerà il tempo a disposizione per non fare nulla e passerà il caldo e le granita di caffè con panna al mattino al bar, passeranno i bagni al mare, le passeggiate per bancarelle, le chiacchiere nelle notti calde con gli amici sempre ritrovati, i parenti emigrati al nord che tornano mu si futtunu a spisa e le lunghe giornate empie di splendida luce che sempre si concludono con magnifici e decadenti tramonti infuocati di rosso porpora e di arancio vermiglio, con al centro, accecante, la solita bianca sfera del sole calante. 
    Passeranno anche i rumori, gli odori nauseabondi, gli ambulanti che dormono nelle traverse, buttati a terra, sui marciapiedi tra la puzza di piscio e le blatte irriverenti. Cesseranno anche i tamburi e le processioni di spine insanguinate che lavano la coscienza e onorano la reverenza.
    C'è chi vivrà quell'estate nella gioia, nell'allegria e non penserà a nulla se non di cercare di stare bene. 
    Si sa, agosto è un mese particolare, fa caldo ci si spoglia dai vestiti e dalle solite abitudini, ci sentiamo liberi, è facile credere che non accadrà nulla di particolare, che in quei giorni caldi nessuna inquietudine possa impossessarsi di noi. Quindi i più vivono quel periodo mettendo le ore dopo le ore, tra i lidi e i tavolini dei bar, le chiacchiere inutili e qualche fugace scorribanda dei sensi quasi sempre non praticati; nessuno si sente in colpa per il non far nulla di utile, nessuno crederebbe mai di dover vivere il dramma, in quei giorni di mare, luce, caldo, stroncatura con gli amici, nocino 'nto frigu e mustazzoli.  
    Poi quasi per un'alchimia, la luce si accorcerà e s’inizierà a sentire il desiderio di coprirsi un po' e in men che non si dica si arriverà a settembre, al silenzio e alle strade vuote, alle piogge e al solito tram tram quotidiano, fatto di lavoro, noia e di piccole amarezze giornaliere difficili da buttare giù.
    Noi potremmo anche non sapere che giorno fosse, ma il capitano Magni lo sapeva benissimo. Il suo compito era far rispettare la legge e vigilare affinché i crimini avessero poche possibilità di compiersi, e per portare avanti questi compiti che lo stato gli aveva assegnato doveva controllare ogni particolare dello spazio e del tempo, dei singoli e della comunità. Era certo che i problemi nascessero sempre e in ogni caso da interazioni che si esplicano nel tempo tra gli individui con le loro peculiarità e il contesto sociale nel quale si muovono. 
    Aveva solo qualche dubbio su come fare rispettare la legge, se applicare sempre e in ogni caso le norme stabilite dal legislatore, quelle norme che avrebbe dovuto sentire come un dogma, oppure scegliere una libera interpretazione delle stesse. In buona sostanza gli capitava alle volte di desiderare d’adottare l'antico marziale principio, sintetizzato nella celebre e abusata frase: “Il fine giustifica i mezzi”.
    Era un principio al quale spesso si rifacevano i suoi nemici giurati: gli uomini della 'ndrangheta. Ma visto che in cuor proprio sapeva che tra lui e loro c'era una netta differenza, tendeva a credere che lo stesso principio applicato da persone diverse, alla fine potesse avere una valenza diversa, buona o cattiva, a secondo se le persone fossero buone o cattive; ma anche su questo nutriva qualche dubbio.  
    Ma si sa, un carabiniere non dovrebbe avere dubbi, un carabiniere deve far rispettare le leggi applicandole in modo pedissequo, pari pari a come le ha formulate il legislatore, deve perseguire i crimini restando in un preciso binario, non c'è spazio per la fantasia o la creatività, tanto meno per i dubbi, che sono lussi che un ufficiale della benemerita assolutamente non si può permettere. Chi lo sa? Forse sta proprio in questo la forza dell'arma, che nei secoli l'ha resa in un certo senso impermeabile a determinate indesiderabili infiltrazioni. Quasi sempre, ma non sempre, perché qualche ombra o qualche scheletro, in fin dei conti possono essere fisiologici, anche nella più specchiata forma di organizzazione istituzionale nata per proteggere militarmente una nazione dai propri potenziali nemici interni.
    Quindi niente dubbi, nessuna incertezza, e soprattutto, zero spazio per le iniziative personali. Ma forse il capitano Antonio Magni era diverso, e alle volte qualche volo pindarico lo faceva pure.
    VELENO
    PRIMO CAPITOLO
    "Putrefazione"
    Era agosto. Un uomo che fosse nato il giorno della morte di Hitler sarebbe stato prossimo a compiere 30 anni. I fatti si svolsero in una terra strana e amara, una terra dove da secoli ciò che accade nel resto del mondo scivola sulla vita quotidiana come l’acqua delle fiumare scorre nelle valli: a volte quieta, altre impetuosa, e fa sì che il paesaggio cambi, ma così lentamente che nemmeno ce ne si accorge. Una terra ricca, sontuosa, opulenta e variegata, dove le persone si muovono, alle volte stordite ed eccitate da tutto quel ben di Dio, e alle volte, quando il sogno cede il passo alla rassegnazione, come amebe trascinate dalla corrente.    
    Gruppetti di turisti perlopiù oriundi si aggiravano al mattino per le vie del paese, passeggiavano, tra gli insofferenti locali, per le bancarelle alla ricerca di qualche piccolo affare. Qualche piccolo inutile oggetto, che inutilmente avrebbe riempito case già stracolme di cose superflue. Non c'è alcun ordine nel loro andare, sparsi dappertutto li trovi, vecchi, giovani, donne, uomini. Rallentano quando il flusso trova imbuti, accelerano, tumultuosi come fiumare, quando la strada si apre in piazze o in slarghi. Svogliati ma tutto sommato allegri, girovagavano per quei banchetti di cianfrusaglie, di quella paccottiglia da pochi spicci, dove venditori di piatti sbattevano istericamente la merce per decantare un’inutile eternità della stessa, e dove i primi vagiti di una prossima ventura invasione di oggetti dall'estremo Est irreparabilmente già si manifestava. 
    Appunto girovagavano, di buon ora accaldati e sudati, inconsapevoli di un dramma che poche ore prima si era consumato.
    Bambini correvano tra le gonne delle mamme, e non c'è ansia nelle loro mattine. A scuola non si va, compiti non se ne fanno, tutto il giorno in giro, tra mare, gelati e pizzette, forse gli unici pianamente felici di quel far nulla. Lontani anni luce dagli occhi pieni di terrore di una ragazza, appena più grande di loro, davanti alla morte.
    E poi le processioni, oddio sì, le processioni! Meravigliose ambaradan di cose e persone, e gesti, modi, suggestioni e misticismi, che nulla hanno a che fare con il buon Dio che in cielo sconsolato guarda quel guazzabuglio, e certamente si danna l'animo per l'infausto risultato del suo progetto divino.
    L'aria era tetra per via del fatto che la notte una bella e giovane donna, ma veramente bella e veramente giovane, era stata trucidata e probabilmente prima anche violentata. 
    In quell'aria per un imperscrutabile mistero, nauseabondo l'acre odore del crimine stava lentamente riempiendo ogni angolo della ridente cittadina.
    Proprio quella mattina di agosto un capitano dei carabinieri, probabilmente non completamente convinto del ruolo che rivestiva, stava chinato su quel corpo martoriato che nonostante tutto conservava una cupa e sensuale bellezza, che però rapidamente in quel caldo mattino, umido e saturo di nulla, lentamente ma inesorabilmente lasciava spazio alla più triste putrefazione.
    Uno squarcio sull'addome all'altezza dell'ipogastrio provocato probabilmente da un colpo di lupara caricata a palle legate, certamente sparato da non più di due o tre metri, era come un’inequivocabile firma.
    Stesa supina sul selciato, la testa appoggiata su di un muretto scalcinato, il vestitino estivo alzato fino all'inguine e senza mutandine, stava quel corpo immobile, esanime, come una dolorosa statua dormiente. Era in un vicolo cieco con le gambe divaricate, dando l'impressione della più bieca profanazione di un essere del creato. 
    Il bianco vestito della festa era stato sempre lavato e stirato con cura, si sapeva quanto potesse tenerci, e vederlo ora lacerato dal colpo mortale e macchiato di sangue rappreso, che a chiazze striate ricordava la corteccia di un albero, dava una pena che anche gli occhi più insensibili all'orrore si sarebbero stretti in un miserevole diniego.  
    La vittima aveva visto negli occhi l'assassino e aveva, forse, avuto il tempo di domandarsi: perché? 
    Il capitano Antonio Magni guardava quel volto livido e più che chiedersi chi potesse essere stato, rifletté sul fatto che certamente qualcosa nelle cosche stava cambiando. 
    E sì... non v'erano dubbi, per un presentimento che metteva sgomento, ebbe la netta sensazione che si trattava di un efferato delitto di stampo mafioso, fu questa la prima certezza. Quell'omicidio era stato ordinato da una 'ndrina, per un motivo che non riusciva a comprendere, e questa fu la prima incertezza.
    E sì, l'ineluttabile morte, che spezza sui fianchi ogni speranza, che truce caccia chi resta in un imperituro incubo, portando, anche se incolpevole, chi aveva come unico scopo di vita chi vita più non ha, in un inferno in terra fatto di fiamme dolorose che inceneriscono anche lo spirito più indomito. Proprio quella morte per com’era stata, doveva avere un motivo preciso, e solo questo il nostro capitano avrebbe dovuto scoprire.   
    Il fatto era successo in uno di quei tipici giorni d'agosto che si fatica a capire se è domenica o lunedì o magari giovedì, perché in fondo, quei giorni sembrano tutti uguali.
    Non si lavora e ci sono pochi riferimenti per comprendere di quale giorno si tratti. 
    Si sa solo che quei giorni passano in fretta. Come in fretta passerà il tempo a disposizione per non fare nulla e passerà il caldo e le granita di caffè con panna al mattino al bar, passeranno i bagni al mare, le passeggiate per bancarelle, le chiacchiere nelle notti calde con gli amici sempre ritrovati, i parenti emigrati al nord che tornano mu si futtunu a spisa e le lunghe giornate empie di splendida luce che sempre si concludono con magnifici e decadenti tramonti infuocati di rosso porpora e di arancio vermiglio, con al centro, accecante, la solita bianca sfera del sole calante. 
    Passeranno anche i rumori, gli odori nauseabondi, gli ambulanti che dormono nelle traverse, buttati a terra, sui marciapiedi tra la puzza di piscio e le blatte irriverenti. Cesseranno anche i tamburi e le processioni di spine insanguinate che lavano la coscienza e onorano la reverenza.
    C'è chi vivrà quell'estate nella gioia, nell'allegria e non penserà a nulla se non di cercare di stare bene. 
    Si sa, agosto è un mese particolare, fa caldo ci si spoglia dai vestiti e dalle solite abitudini, ci sentiamo liberi, è facile credere che non accadrà nulla di particolare, che in quei giorni caldi nessuna inquietudine possa impossessarsi di noi. Quindi i più vivono quel periodo mettendo le ore dopo le ore, tra i lidi e i tavolini dei bar, le chiacchiere inutili e qualche fugace scorribanda dei sensi quasi sempre non praticati; nessuno si sente in colpa per il non far nulla di utile, nessuno crederebbe mai di dover vivere il dramma, in quei giorni di mare, luce, caldo, stroncatura con gli amici, nocino 'nto frigu e mustazzoli.  
    Poi quasi per un'alchimia, la luce si accorcerà e s’inizierà a sentire il desiderio di coprirsi un po' e in men che non si dica si arriverà a settembre, al silenzio e alle strade vuote, alle piogge e al solito tram tram quotidiano, fatto di lavoro, noia e di piccole amarezze giornaliere difficili da buttare giù.
    Noi potremmo anche non sapere che giorno fosse, ma il capitano Magni lo sapeva benissimo. Il suo compito era far rispettare la legge e vigilare affinché i crimini avessero poche possibilità di compiersi, e per portare avanti questi compiti che lo stato gli aveva assegnato doveva controllare ogni particolare dello spazio e del tempo, dei singoli e della comunità. Era certo che i problemi nascessero sempre e in ogni caso da interazioni che si esplicano nel tempo tra gli individui con le loro peculiarità e il contesto sociale nel quale si muovono. 
    Aveva solo qualche dubbio su come fare rispettare la legge, se applicare sempre e in ogni caso le norme stabilite dal legislatore, quelle norme che avrebbe dovuto sentire come un dogma, oppure scegliere una libera interpretazione delle stesse. In buona sostanza gli capitava alle volte di desiderare d’adottare l'antico marziale principio, sintetizzato nella celebre e abusata frase: “Il fine giustifica i mezzi”.
    Era un principio al quale spesso si rifacevano i suoi nemici giurati: gli uomini della 'ndrangheta. Ma visto che in cuor proprio sapeva che tra lui e loro c'era una netta differenza, tendeva a credere che lo stesso principio applicato da persone diverse, alla fine potesse avere una valenza diversa, buona o cattiva, a secondo se le persone fossero buone o cattive; ma anche su questo nutriva qualche dubbio.  
    Ma si sa, un carabiniere non dovrebbe avere dubbi, un carabiniere deve far rispettare le leggi applicandole in modo pedissequo, pari pari a come le ha formulate il legislatore, deve perseguire i crimini restando in un preciso binario, non c'è spazio per la fantasia o la creatività, tanto meno per i dubbi, che sono lussi che un ufficiale della benemerita assolutamente non si può permettere. Chi lo sa? Forse sta proprio in questo la forza dell'arma, che nei secoli l'ha resa in un certo senso impermeabile a determinate indesiderabili infiltrazioni. Quasi sempre, ma non sempre, perché qualche ombra o qualche scheletro, in fin dei conti possono essere fisiologici, anche nella più specchiata forma di organizzazione istituzionale nata per proteggere militarmente una nazione dai propri potenziali nemici interni.
    Quindi niente dubbi, nessuna incertezza, e soprattutto, zero spazio per le iniziative personali. Ma forse il capitano Antonio Magni era diverso, e alle volte qualche volo pindarico lo faceva pure.
    5.
    «Che hai?», chiese Caterina.
    «Lasciami stare», rispose Lorenzo.
    «Perché non vuoi mangiare?»
    «Non ho fame».
    Caterina non insistette, ma vedere il fratello che dal giorno prima s’era chiuso come un riccio impaurito la faceva star male.
    La colpa del malessere di Lorenzo era da ascrivere all’improvvisa morte di uno dei suoi miti: Fausto Coppi. Il Campionissimo, il vincitore di cinque giri d’Italia, due Tour de France, tre Milano-Sanremo e di centinaia di altre corse che a elencarle tutte si sarebbe fatto notte, era morto al ritorno di un viaggio nell’Alto Volta dove aveva contratto una malattia.  In seguito si scoprì che era stato aggredito da una forma di malaria maligna e che per salvarlo sarebbe bastata una cura a base di chinino.
    Lorenzo visse giorni di grande dolore, estraniandosi da tutto e tutti. Ma se a casa trovò comprensione e rispetto, a scuola le cose andarono diversamente. A causa della sua proverbiale distrazione, Lorenzo inanellò una serie di punizioni a base di sberle e di lunghe ore trascorse in ginocchio dietro la lavagna, manco fosse un pericoloso delinquente.
    Il personalissimo kapò di Lorenzo aveva le sembianze sinistre della maestra, la signorina Adele Ruminato, una sessantenne inacidita dalla vita e dalla solitudine che sfogava sui bambini a lei affidati il rancore e il risentimento provato nei confronti di un’esistenza che nei suoi riguardi era stata più arida del letto asciutto del torrente Trapani che le scorreva malinconicamente sotto casa.
    A differenza di Caterina, che a dieci anni se la sbrigava già come una donnina, sostenuta com’era dallo stesso carattere forte della nonna, Lorenzo, pur avendo già imparato la dura legge del cortile e delle strade vicine, possedeva la stessa vis sognatrice di ‘Ndria. Tra i suoi compagni di classe – quell’anno il piccolo frequentava la terza elementare – era uno di quelli che si segnalavano per avere una più spiccata e veloce capacità d’apprendimento. Adorava la storia, e in questo la tivù e i fumetti gli fornirono un grande aiuto. Provava inoltre un’attrazione quasi fisica per libri e quaderni, anche come semplici oggetti; gli piaceva l’odore e la consistenza della carta, nutriva una smodata passione per il libri illustrati e per i fumetti.
    Lorenzo era molto affezionato ai genitori, ai fratelli, agli zii e ai cugini, ma nutriva, adeguatamente ricambiato, un amore viscerale per la nonna; il suo faro d’Alessandria d’Egitto sempre acceso, la sua irrinunciabile Stella Polare; l’unica capace di risparmiargli le botte che Lilla e ‘Ndria, di solito gli rifilavano quando si squadernava come un gatto selvaggio in una scheggia impazzita difficile da governare. Dire che fosse discolo forse è riduttivo, ma Lorenzo sapeva essere un bambino dolcissimo sempre pronto alla risata e al gesto affettuoso, ben disposto verso l’amicizia: sentimento che non avrebbe mai tradito per il resto della vita.
    Fu in questo periodo della sua crescita che trovò in Caterina una preziosa alleata nonostante costringesse spesso la sorella a subire le sue stupide mattane. Ma lei, che ormai lo conosceva meglio delle proprie tasche, continuava a fare di tutto per proteggerlo dalle intemperie che negli ultimi tempi avevano cominciato a soffiare in maniera costante sulla famiglia Aversa.
    Pur soffrendo molto, e in silenzio a differenza di Lorenzo, Caterina aveva saputo leggere e decifrare il senso profondo del malessere che dopo la nascita di Filippo aveva intaccato e reso instabile e precario il rapporto tra ‘Ndria e Lilla. Era certa che, prima o poi, si sarebbero allontanati. Ciò avrebbe comportato altri e più duri sacrifici rispetto a quelli che già compivano tutti i giorni, e se Caterina si sentiva pronta ad accettarli era comunque decisa a risparmiarli al fratello.
    Così, mentre Caterina si preparava per l’arrivo della bufera, il bollettino quotidiano della famiglia continuava a raccontare di una realtà che, per le decisioni spesso contraddittorie e cervellotiche di ‘Ndria, costringeva sia Lilla che i bambini a tirare la cinghia più di quanto non la tirassero già normalmente. Il discorso si riduceva sempre a una mera questione di soldi, e in casa Aversa ne giravano veramente pochi. Anche la dieta alimentare cominciò per forza di cose a essere imperniata unicamente su prodotti di poco costo quali legumi, pane e patate. E la carne? Solo nelle grandi occasioni, tanto che Caterina quando accadeva, per non scordarselo scriveva nel suo quaderno: “Oggi abbiamo mangiato la carne”, seguito dal modo in cui Lilla l’aveva cucinata e dall’auspicio di rimangiarla quanto prima.
    La prima volta che Lorenzo vide un prosciutto crudo esposto nel negozio di generi alimentari di piazza San Vincenzo, prima se lo studiò a lungo, per capire cosa fosse, e poi si rivolse a Caterina sperando che lei potesse illuminarlo.
    «È la coscia del maiale».
    «E com’è? Buona?»
    «E che ne so io, chi l’ha mai mangiato».
    «Chissà quanto costa».
    Caterina non commentò, limitandosi ad allargare le braccia.
    Restarono ancora per qualche minuto a osservare incantati quel ben di Dio che svettava accanto a provoloni, salami e a una mortadella. Poi, dopo aver comprato l’etto di concentrato di pomodoro commissionato loro dalla nonna, tornarono verso casa risalendone la via. Arrivati a metà strada, Lorenzo si fermò.
    «Che c’è?», chiese Caterina.
    «Vieni, ti faccio vedere una cosa», rispose, dopodiché tirò per la mano la sorella verso la finestra di uno scantinato che dava sulla strada. Non appena si abbassarono, furono immediatamente investiti dall’odore più buono che avessero mai sentito fino a quel giorno, poi, ai loro occhi, come per incanto, apparve il laboratorio di una pasticceria.
    «Sta lì da una settimana», disse Lorenzo orgoglioso della sua scoperta.
    «Madonna quante cose buone!», esclamò Caterina, che per i dolci aveva una vera e propria passione, vedendo quel trionfo di paste ripiene, cannoli di ricotta e di cioccolato, pesche, Viennesi e torte di ogni genere e grandezza.
    Uno dei pasticcieri li vide e si avvicinò alla finestra: «Chi volete?»
    «Niente», rispose pronta la bambina, «stavamo solo guardando».
    «Ma io a voi vi conosco», replicò il ragazzo, «non siete i figli di ‘Ndria?»
    «Sì, e allora?», chiese restando sempre sulla difensiva Caterina.
    «Aspettate lì», disse il giovane, che scomparve per poi ricomparire qualche attimo dopo con due paste in mano, «Ma non dite niente a nessuno», raccomandò allungando i dolci.
    Fratello e sorella annuirono, acciuffarono l’inatteso regalo, ringraziarono il ragazzo e ripresero la loro strada mangiando avidamente quella squisitezza a base di pan brioche e crema chantilly. E fu mentre si leccavamo le dita che Lorenzo rivelò alla sorella di avere preso una cotta per Beatrice, una compagna di classe.
    «E lei?»
    «Ancora non lo sa».
    «E quando glielo dici?»
    «Quando trovo il coraggio…»
    Il bambino aveva appena messo a nudo la sua debolezza più grande e si vergognava come un ladro. Caterina lo capì, gli sorrise e lo abbracciò baciandolo sulla guancia.
    L’anno scolastico finì, ma per Beatrice Lorenzo non trovò il momento né il coraggio di avvicinarla e rivelarle i sentimenti che provava nei suoi confronti. La gioia per la promozione passò in secondo piano, stemperata e poi sostituita dalla non proprio rosea prospettiva di non rivedere per i successivi tre mesi quella bambina per la quale si struggeva.
    Beatrice era figlia di un boss locale della Dc e nipote di un noto chirurgo; abitava a poche decine di metri dalla scuola, in un villino liberty al centro di un giardino pieno di fiori, ma chiuso da un’inferriata a punta di lancia nella parte che dava sulla strada in cui si apriva l’ingresso. La ragazzina era la cocca della kapò, e forse fu proprio per l’impossibilità dell’impresa che Lorenzo si era innamorato di lei.
    Quella del 1960 fu un’estate torrida.
    Una mattina di fine giugno Lorenzo si recò per la prima volta a casa di Beatrice in compagnia di Saverio Spidaleri, uno dei due “Marziani”, a cui giorni prima aveva confidato le sue pene d’amore.
    In realtà, in cuor suo, il bambino sperava di servirsi biecamente dei “superpoteri” dell’amico affinché Beatrice si accorgesse finalmente di lui. Da qualche tempo – e nemmeno lui sapeva spiegarsi il perché – era convinto che sotto, sotto, i “Marziani” avessero veramente poteri speciali in grado di cambiare le cose, migliorarle e convogliarle verso la direzione voluta da chi si fosse rivolto a loro per risolvere un problema, o convincere l’amata a cedere alle profferte d’amore ricevute. Dai primi giorni delle vacanze, Lorenzo si era appostato nei pressi della villetta di Beatrice con la segreta speranza di vederla, anche solo da lontano. Per ore e ore era stato aggrappato all’inferriata come una scimmia al ramo, ma per la prima settimana, dell’ “amor sognato” non era riuscito a sentirne nemmeno l’odore.
    Poi, dopo innumerevoli giorni d’inutili appostamenti, una calda mattina di luglio, il miracolo si compì e Beatrice apparve in giardino come una visione celestiale insieme alla madre. Indossava un vestito azzurro di cotone, con le bretelle. Dall’abbronzatura sulle spalle e sulle braccia, Lorenzo intuì che era stata in vacanza a Capo D’Orlando, dove i suoi avevano una casa. In testa, per proteggersi dal sole, Beatrice indossava un cappello di paglia a larghe tese.
    Beatrice e la madre rientrarono presto in casa, ma la ragazzina riapparve quasi subito in giardino, stavolta accompagnata solo da un cane lupo. Nonostante la presenza del cane avesse già procurato a Lorenzo un discreto timore, il ragazzino decise di vederla più da vicino, quindi convinse Saverio, presente anche in quell’occasione, a scavalcare il muretto nel punto in cui finiva l’inferriata. Con un agile balzo, i due amici riuscirono ad avere ragione dell’ostacolo poi, una volta all’interno del perimetro della villetta trovarono riparo dietro un grosso cespuglio pieno di more mature. In quel momento Beatrice rientrò inaspettatamente ancora una volta in casa. Per ingannare l’attesa, Lorenzo e Saverio non trovarono di meglio da fare che ingozzarsi di more, ritrovandosi mani e bocche colorate di viola.
    Quando finalmente Beatrice tornò in giardino, Lorenzo si girò verso l’amico alieno, e sussurrando lo spronò a prendere in mano il comando delle operazioni.
    «Che devo fare?», chiese Saverio agitando la mano.
    «Come che devi fare?», replicò Lorenzo, «perché secondo te ti ho portato con me? Spremiti la testa e falle arrivare un messaggio».
    «Ma di quale messaggio parli?»
    «Allora la storia dei “superpoteri” è una michiata…»
    «Perché? C’avevi creduto?»
    Il battibecco tra Lorenzo e l’extraterrestre arrivò malauguratamente anche alle orecchie di Beatrice: «Papà, vieni, c’è qualcuno in giardino», urlò rivolta verso l’ingresso della villetta.
    «Minchia, ci hanno visto!», esclamò Saverio che aggiunse «scappiamo va, prima che ci mandi il  cane!»
    La previsione del marziano stavolta si rivelò maledettamente esatta.
    Il padre di Beatrice, dopo essere uscito di corsa dalla villetta con un bastone in mano, chiamò il cane e lo aizzò contro gli intrusi. La bestia accolse l’invito, ma arrivato a meno di un metro dalle gambe dei due amici, fu costretto a bloccarsi per via del cespuglio di more, che si rivelò un’invalicabile barriera.
    Intanto, più morti che vivi dallo spavento, Lorenzo e Saverio avevano cercato di raggiungere la sommità del muretto graffiandosi gambe e braccia in più punti. Una volta giunti alla vetta, con un salto recuperarono la strada, tirando un sospiro di sollievo.
    «La prossima volta non mi chiamare più», disse Saverio, pulendosi le mani dalla terra.
    Lorenzo lo squadrò dall’alto in basso e replicò gelido: «I superpoteri di questo cazzo… ma vaffanculo, va, tu e tutta la Via Lattea».
     
    6.
    L’estate per Lorenzo non fu solo foriera di delusioni. Ci fu anche spazio per i divertimenti, i bagni di mare e le scoperte.
    Una mattina, non avendo niente da fare, tanto per divertirsi lui e i suoi inseparabili amici decisero di rompere le scatole a Biagio, il matto del quartiere, perciò dopo averlo individuato e accerchiato, all’uscita dell’osteria di don Masino, dove aveva fatto il pieno di vino rosso, cominciarono come di consueto a tirargli la giacca, aspettando la sua reazione.
    Biagio, che a quanto si raccontava in giro doveva il suo stato di lontananza, per così dire, dalla realtà a una bomba americana, che gli era esplosa quasi sotto i piedi, era un uomo sulla sessantina che girava tutto il giorno attorno e dentro l’isolato sproloquiando sul senso profondo dell’esistenza, con un quadro appeso al collo, un collage di foto in cui spiccano i volti di Togliatti, De Gasperi, Coppi, Bartali, Peppino Meazza, Claudio Villa, Mario Riva, Napoleone, Churchill, Roosevelt, Wanda Osiris, Mussolini e Gesù.
    Vuoi per il caldo, vuoi perché quando volevano Lorenzo e compagni sapevano essere più devastanti dello scolo, Biagio s’incazzò sul serio prendendoli a pietrate, insultando le loro madri e rincorrendoli con la speranza di beccarne almeno uno e addobbarlo per le feste. La prevedibile reazione del povero disgraziato convinse quella ciurma di figli di buona donna a scappare, guadagnare il ventre sicuro del cortile e nascondersi nel luogo eletto a rifugio segreto della banda: la terrazza della scala A. Arrivati in cima, e aperta la porta, furono costretti a bloccarsi subito quando dal lavatoio, a pochi metri di distanza, sentirono provenire degli inconfondibili lamenti di donna, seguiti da altrettanto inequivocabili rantoli maschili. Dopo essersi avvicinati in punta di piedi alla fonte dei gemiti, si acquattarono dietro i cassoni dell’acqua. Fu da quella privilegiata posizione che riconobbero nella signora Ornella Romiti, moglie del signor Ernesto, capostazione alla Marittima, la gatta in calore. La donna, una bella e formosa trentacinquenne, era a “culo a ponte” con le mani ancorate ai bordi del grosso lavatoio di pietra; la gonna, alzata fino alla vita, le lasciava scoperto quel bellissimo, ineguagliabile, posteriore a cui i giovanotti del cortile, capitanati da Maurizio Billé, avevano dedicato una sorta di poema in versi dal titolo: “Che culo bello”, composto da sei quartine e una preghiera finale a Dio di farglielo un giorno assaggiare. Dietro e dentro di lei, anche lui a culo scoperto per via dei calzoni calati fino alle caviglie, si agitava Gregorio, il ragazzo che ogni giorno veniva con la motoape a consegnare il ghiaccio a domicilio.
    «Ma che stanno facendo?», chiese con un filo di voce Renato Gerrava.
    «Come che stanno facendo», rispose Pippo, uno dei “Marziani”, dandogli uno scappellotto sulla nuca, «non vedi che giocano a scopa».
    «Ah, così, si fa», commentò Renato, mentre il resto della gang rideva tappandosi la bocca con la mano.
    Nel frattempo i due amanti, ignari di avere un attento uditorio e di certo eccitati dalla comprensibile paura d’essere scoperti da un momento all’altro, aumentarono il ritmo dell’amplesso col preciso scopo di finire in gloria nello stesso momento. Ad obiettivo raggiunto una serie di prolungati lamenti, nutrirono il cielo sgombro di nuvole di quel torrido giorno d’estate.
    «Alla faccia del cazzo», commentò con un sussurro Saverio.
    A spettacolo finito, mentre i due si ricomponevano in fretta, la banda al completo riuscì, senza essere vista, a guadagnare l’uscita della terrazza. Giunti nel cortile, presero posto sul muretto, e ancora sconvolti da quell’inatteso viaggio nel crudo e nel reale attesero che dal portone apparisse Gregorio e intanto iniziarono a commentare ciò di cui erano appena stati testimoni. Subito il primo problema che si posero riguardava la possibilità di dire o non dire in giro quanto fosse “buttana” la signora Romiti.
    Lorenzo, e a ruota anche Giovanni, giunsero alla conclusione che se qualcuno di loro avesse aperto bocca nessuno gli avrebbe creduto. Tanto valeva restare abbottonati e lasciare che la storia diventasse un segreto che li avrebbe legati ancora di più. A decisione presa, come se già lo sapesse, dal portone apparve Gregorio, che con il sacco di iuta sulle spalle con cui avvolgeva i blocchi di ghiaccio, si allontanò speditamente dal luogo del misfatto con lo stesso passo marziale e naturalmente antipatico usato dal Generale De Gaulle il giorno in cui entrò nella Parigi liberata dai nazisti. Mentre ne seguivano la trionfale uscita di scena, Lorenzo pensò a come si sarebbe comportato se invece della signora Ornella, in quella sconveniente e oscena posizione avesse scoperto la madre; cercò allora di allontanare più che poté dalla mente la terribile ipotesi e ringraziò il cielo per lo scampato pericolo indirizzando uno sguardo intriso d’odio nei confronti del ragazzo.
    Quello, dal canto suo, all’oscuro dello sconquasso psicologico provocato e soprattutto di essere appena stato materia di discussione di quei figli di puttana famosi per fottergli i pezzi di ghiaccio non appena girava lo sguardo, si diresse verso il proprio mezzo di trasporto per completare il giro delle consegne come se il conto non fosse suo, leggero come l’alito di un angelo.
    Da quel momento furono molte le notti in cui Lorenzo si svegliò di soprassalto, tutto eccitato dopo aver rivissuto in sogno quella scena, tanto che a un certo punto i due che facevano l’amore non erano più la signora Ornella e Gregorio, ma si trasformavano di volta in volta in persone che non aveva mai visto prima in vita sua e poi anche in animali. Ma quando una notte sognò che i due in terrazza avevano i volti di ‘Ndria e di Lilla, al risveglio, decise che avrebbe dovuto lavorare molto per sgomberare la mente da quel pensiero sporco e fuorviante che l’aveva lasciato stordito per tutta la giornata seguente e per quelle successive. Fu dura, ma alla fine riuscì a non fare più quei sogni vietati ai minori di 18 anni.
    La scoperta successiva, meno esplosiva della precedente, fu però più dolorosa. Le prime avvisaglie si erano avute subito dopo la nascita di Filippo, ma all’inizio nessuno in famiglia, forse ad eccezione dell’interessata, ci aveva fatto caso, e tutto era finito lì.
    La malattia, perché di questo si trattava, aveva continuato a scavare come una talpa nella fragile mente di Lilla un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, finché a due anni dalla nascita di Filippo non si manifestò in tutta la sua subdola pericolosità, costringendo una donna ancora giovane a soffrire di quella patologia che negli anni a venire sarebbe stata comunemente classificata come depressione. Senza volerlo, senza nemmeno accorgersene, Lilla si ritrovò sotto il cono d’ombra di quel silenzioso e subdolo male. Iniziò ad apparire nervosa, scattava per un nonnulla, urlava come un’ossessa oppure piangeva senza alcun valido motivo o si addormentava per ore dando l’impressione che fosse morta e procurando un robusto spavento a tutti. Anche con i figli, nonostante li adorasse, diventò aggressiva e manesca, più di quanto non lo fosse stata in precedenza.
    Purtroppo, Lilla rispondeva solo alle direttive suggerite dalla bestia che aveva appeso il cappello dentro di lei comportandosi di conseguenza. Col trascorrere dei giorni, inevitabilmente, anche il delicato meccanismo che nonostante tutto continuava a reggere il suo legame con ‘Ndria subì gli effetti della non prevista situazione, che trovò linfa vitale nell’annosa precarietà economica dentro cui ormai era costretta ad annaspare giornalmente l’intera famiglia.
    All’inizio, ‘Ndria, preoccupato unicamente dal fatto di non riuscire a portare a casa il sufficiente, non attribuì molta importanza ai continui motteggi della moglie, ma poi quando le alzate di testa di Lilla diventarono pane quotidiano cominciò a preoccuparsi fino a che un giorno non riuscì a convincerla a seguirlo dal medico della contessa Dominella.
    Al termine di un’accurata visita il dottor Vinci, un anziano ed esperto neurologo, rivelò a Lilla che i sintomi da lei manifestati erano il risultato di una grave forma di esaurimento nervoso e che la causa, anche se ormai era trascorso del tempo, era da ricercare nell’ultima gravidanza portata avanti in condizioni psicofisiche a dir poco inadeguate, quindi le prescrisse una cura raccomandandole di stare tranquilla il più possibile.
    «É una parola».
    La cura del dottor Vinci, a base di rudimentali antidepressivi e ricostituenti, all’inizio sembrò funzionare. Poi, però, il malessere riesplose con rinnovato vigore, tanto che ‘Ndria, che continuava a non riuscire a inquadrare correttamente il problema, a un certo punto perse la pazienza e iniziò a rispondere e a battibeccare con Lilla imbarcandosi in estenuanti discussioni che finivano sempre in litigi, con la moglie che scoppiava a piangere e andava a rifugiarsi in bagno e ‘Ndria che abbandonava furente il campo sbattendo la porta di casa. Il tutto, spesso alla presenza dei figli.
    Per la famiglia Aversa ebbe inizio un periodo buio. La spensieratezza e la gioia dei primi anni, nonostante l’asprezza della vita che erano stati costretti a vivere, era definitivamente svanita; minata dalla malattia di Lilla e dall’ormai cronica insofferenza di ‘Ndria.
    Fu in questo periodo che ‘Ndria, stanco di fare il ristoratore ambulante, vendette il trabiccolo e, convinto da un amico catanese che girava per i quartieri popolari con il suo furgoncino carico di biancheria, s’improvvisò venditore porta a porta di corredi per matrimoni. Lilla non protestò e non gli chiese nemmeno il motivo di quella drastica decisione: non ne aveva più la forza o forse non le interessava più conoscere i nuovi progetti lavorativi del marito.
    Purtroppo, se è vero com’è vero che ognuno deve fare ciò che più gli riesce meglio, fin dal suo esordio gli affari per ‘Ndria non andarono molto bene. Erano più le porte che gli si chiudevano in faccia che quelle che gli si spalancavano per lasciarlo entrare a decantare la merce offerta a prezzi e condizioni vantaggiosissime. Se non fosse stato per la pensione di Luisa Borzì, c’erano giorni in cui Lilla non aveva nemmeno i soldi per fare la spesa.
    In un periodo in cui il debito rappresentava il volano preposto a far girare l’intera economia del Paese, solo Lilla restava fedele ai propri principi secondo cui se c’erano i soldi si mangiava, in caso contrario si sarebbe digiunato. Per fortuna non era un’orfanella e, oltre alla madre, poteva contare sul supporto dei fratelli e della sorella Rosetta, che vista la precarietà del quadro, decisero di assumersi l’onere di occuparsi dei nipoti.
    Il pellegrinaggio tra le case degli zii, per Lorenzo e Caterina rappresentò l’unica oasi di serenità in quel tunnel buio dentro cui si era incanalata la vita dell’intera famiglia. L’ultimo atto della rapida disgregazione fu la fine dell’amore che in passato aveva unito ‘Ndria e Lilla. Fu lei a urlarglielo in faccia, al termine dell’ennesima lite. E se da un lato ‘Ndria ne soffrì, ma solo perché le parole della moglie andavano a colpire il suo granitico orgoglio maschile, dall’altro si sentì intimamente sollevato. Anche lui era arrivato alla frutta e anche lui, al pari della moglie, non provava più alcun sentimento verso quella donna che aveva tanto amato e che gli aveva dato tre figli.
    Avrebbero continuato a vivere sotto lo stesso tetto, ma lo avrebbero fatto in primo luogo per la prole e in subordine per non alimentare oltremodo il pettegolezzo che già li riguardava abbondantemente. Tra chi li conosceva pochi avrebbero scommesso sul proseguimento del loro matrimonio. Ma Lilla, nonostante la fragilità emotiva cui continuava a costringerla la malattia, era e restava una ragazza tosta, cresciuta a pane e bombe americane, e per nulla al mondo avrebbe dato soddisfazione a quelle quattro streghe che stavano alla finestra come corvi per godersi l’infelice epilogo di una storia ormai giunta, suo malgrado, al capolinea. Nonostante la strategia resistenziale, messa in atto da Lilla per difendersi dalla commiserazione delle comari, però, altri oscuri e minacciosi venti di guerra avevano cominciato a soffiare sul destino della famiglia Aversa e stavolta Lilla non avrebbe proprio saputo come opporsi nei confronti dei misteriosi e spesso incomprensibili ricami del destino.
     
    7.
    Come da tradizione ai primi di settembre approdò sulle rive dello Stretto, arrivato da Napoli, il teatro viaggiante. I due camion pieni di scene, quinte, costumi e sedie si materializzarono come di consueto una mattina, a piazza della Madonna Nuova, inseguiti da uno sciame di urlanti piccoli figli di puttana. Oltre che dai due camion, la colonna dei mezzi contemplava anche tre auto, a bordo delle quali c’erano stipati gli attori e i tecnici della Compagnia teatrale Viespoli. Chissà cosa aveva preparato per loro quell’anno il capocomico Sergio Viespoli, si chiesero i tanti amanti della sceneggiata napoletana in fibrillazione da parecchie settimane.
    Viespoli, che in passato aveva lavorato con Totò e con Eduardo De Filippo, era ormai sessantenne. Aveva iniziato la sua lunga carriera come posteggiatore nei ristoranti di Santa Lucia, passando poi a fare la spalla comica nei caffè chantant della Galleria Umberto, ed era il proprietario dell’intera baracca, nonché il leader. Dalla fine della guerra si era ricavato il suo piccolo spazio da Napoli a Palermo, battendo le maggiori piazze del Meridione con spettacoli che, miscelando sapientemente amore e guapparia, non smettevano di registrare un enorme successo di pubblico.
    Se l’anno precedente la commedia Le catene dell’amore aveva riempito ogni sera che Dio aveva mandato in terra la piazza, con il pubblico appollaiato in piedi sulle scalinate della chiesa o arrampicato sui tetti delle case, anche per la nuova stagione teatrale gli aficionado della coltellata finale all’infame di turno si aspettavano qualcosa di simile certi che il trio meraviglia della compagnia Viespoli – che oltre allo stesso Viespoli comprendeva Manuela Labelle (nome d’arte di Giovanna Liserti) e Giuseppe Amato – non li avrebbe delusi. Già dal titolo stampato sui manifesti, che ancora prima di scaricare i camion alcuni addetti avevano cominciato ad attaccare sui muri del quartiere, le premesse erano più che ottime: il dramma in tre atti che per quindici giorni avrebbe richiamato pubblico da tutta la città s’intitolava Il veleno della gelosia.
    «Compare, minchia che titolo!», fu il commento compiaciuto di don Rico Bivona, il granitaro che a quell’ora se ne stava sempre fisso sulla piazza con il suo bar viaggiante allestito su una Motoape.
    «Ah, e pure quest’anno corna e coltellate! E chi se li perde?», ribatté Orazio Aliotta, disoccupato a carico della moglie, mentre infilava un “culo” di pane dentro una granita di mandorla.
    In quel momento il factotum del teatro, un omone grosso dal viso butterato, si avvicinò ai due, e rivolgendosi a Orazio sputò un: «Vuliti fatica’?»
    «E che ci sarebbe da fare, se è lecito?», chiese il “nato stanco” continuando a mangiare.
    «Scaricare ‘o camion», fu la secca risposta dell’uomo, che subito indicò uno dei mezzi.
    Orazio scosse più volte il capo, poi rivelò nel suo zoppicante italiano di essere un invalido civile, impossibilitato negli sforzi; che il factotum cercasse altrove. L’uomo non insistette, sicuro che di padri di famiglia disposti a guadagnarsi la giornata ne avrebbe trovati a iosa. E i fatti gli diedero ragione.
    Tra i primi a rispondere alla chiamata fu proprio ‘Ndria, che dopo l’ennesima visita a domicilio per cercare di piazzare uno dei suoi corredi per puro caso si trovava a passare dalla piazza. ‘Ndria andò subito al nocciolo della questione e chiese al factotum l’ammontare del quonquibus. Ricevuta la risposta che s’aspettava, s’informò su quanta gente sarebbe servita per fare tutto il lavoro, e quando il napoletano gli rispose che cinque uomini sarebbero stati più che sufficienti, ‘Ndria lo rassicurò: li avrebbe trovati lui, e così dicendo si autonominò de facto, sul campo, caporale e caposquadra. E per non smentire la propria serietà professionale, ecco che un’ora dopo si ripresentò in piazza al seguito di quattro amici disoccupati scovati al biliardo, impegnati in una accanita partita a Shangai[1].
    Per montare il teatro, gli annessi camerini per gli attori e per sistemare le sedie sulla piazza, ‘Ndria e i suoi uomini, aiutati dai macchinisti e dal tecnico di scena, lavorarono duramente per due giorni interi e alla fine, rispettando la tabella di marcia, fecero sì che la sera del secondo giorno tutto fosse pronto per il debutto.
    La piazza, su cui erano state sistemate cinquecento sedie, era stracolma: tutti i presenti, anche chi era rimasto in piedi, avevano pagato le cento lire del biglietto, e se la palma della spettatrice più vecchia spettava di diritto a donna Ersilia Lo Giudice, con la bellezza dei suoi centouno anni, quella di spettatore più giovane era ad appannaggio di Filippo, che Lilla non aveva voluto lasciare a casa per non costringere la madre a rinunciare allo spettacolo.
    ‘Ndria, che avrebbe assistito alla commedia dal retropalco, era emozionato come il giorno in cui gli erano spuntati i primi peli sul pube; per un attimo invidiò gli attori, pensando a quanto potesse essere bello calarsi nei panni di un personaggio immaginario e mostrarne i vizi, le virtù, le passioni, e per questo ricevere applausi e riconoscimenti. ’Ndria inoltre era anche orgoglioso per il lavoro fatto: se quei mammalucchi presenti sulla piazza avrebbero di lì a poco assistito allo spettacolo, era tutto merito suo e delle sue indiscusse doti di leader.
    Poco prima dell’apertura del sipario ‘Ndria venne avvicinato da Manuela Labelle, la prim’attrice, che volle congratularsi con lui.
    «La ringrazio, ma ho fatto solo il mio lavoro».
    «È vero, ma c’è lavoro e lavoro. E questo è un lavoro ben fatto».
    ‘Ndria incassò orgoglioso il complimento e la ringraziò.
    I due si erano già visti il giorno prima. Mentre con Nino Spadaro trasportava una quinta, ‘Ndria si era quasi scontrato con la ragazza. L’aveva salutata, lei gli aveva sorriso e poi aveva continuato a passeggiare rituffando testa e occhi tra le pagine del copione, e lui aveva approfittato per radiografarla minuziosamente. Manuela era la classica bellezza napoletana: un tocco di figliola di venticinque anni, un corpo che si estendeva non oltre il metro e settanta, occhi e capelli neri, leggermente forte di petto ma con lineamenti leggeri che nascondevano efficacemente la sua origine di ragazza popolana nata e cresciuta in un basso dei Quartieri Spagnoli.
    Dopo l’incontro con Manuela, ‘Ndria era stato convocato da Viespoli che, soddisfatto di come stava procedendo l’allestimento del teatro, aveva deciso di assumerlo con il titolo di ufficiale di collegamento tra teatro e pubblico. Nei fatti, ‘Ndria realtà si sarebbe occupato un po’ di tutto, dando una mano al butterato.
    Alle nove esatte di una fresca e ventilata sera di settembre, come Dio volle il sipario si aprì, e sulla scena apparve lo scorcio di un vicolo di Napoli. Un fragoroso applauso esplose e si propagò per tutta la piazza seguito da urla e fischi alla “pecorara”. Quando in scena apparve il protagonista, don Tore Giglio detto “‘O Purpitiello”, un silenzio di attesa calò sull’intera platea.
    Lorenzo guardò la sorella, che sorrise e gli strinse affettuosamente il braccio. I due bambini erano fieri del loro padre che, secondo i racconti fatti a casa, si era adoperato per la buona riuscita per lo spettacolo.
    La trama della commedia era semplice, ma proprio questa semplicità avrebbe avuto il successo di tutte le altre rappresentazioni che l’avevano preceduta. “‘O Purpitiello” era il guappo, il boss del quartiere a cui imponeva la sua lex camorristica. Pur avviandosi verso i sessant’anni, l’uomo aveva sposato in seconde nozze Diana, “’a femmena cchiù bella d’’a ‘Nfrascata”, ma, all’improvviso, apparso per insidiare la quiete domestica, aveva calcato le assi della scena Gennaro “ ‘O Bellillo”, il giovane e rampante braccio destro del boss che, dai oggi e dai domani, era riuscito a incunearsi tra i due facendo breccia nel cuore della bella Diana, mettendo ‘O Purpitiello” in grave imbarazzo davanti ai suoi uomini e all’intero quartiere. Per riconquistare l’onore perduto e il rispetto, e quindi la leadership della famiglia, don Tore dopo aver sfidato a duello il giovane rivale in amore, lo uccideva con diverse coltellate davanti agli occhi dell’infedele. Non contento, dopo aver ripudiato la donna che lo aveva tradito, la spediva a fare la puttana in un bordello che lavorava sotto la sua protezione. Nei mesi seguenti, distrutta dalla morte dell’amante, Diana si toglieva la vita bevendo dell’acido muriatico e Don Tore, che in realtà non aveva mai smesso di amare chi l’aveva cornificato, corroso dai rimorsi e dilaniato dai sensi di colpa alla fine mollava tutto, e senza dire niente a nessuno si ritirava in un convento per espiare le proprie colpe.
    Un successo, un indubitabile successo, una cosa mai vista! Gli attori furono omaggiati con venti minuti di applausi. Senza contare quelli che si erano in precedenza abbuscati a scena aperta.
    Un’ora dopo la fine dello spettacolo, al termine di un carosello infinito di commenti e critiche, atto finale di quella bellissima serata, la piazza finalmente si svuotò. Anche donna Ersilia e Filippo furono messi a letto mentre gli attori della compagnia, finito di cambiarsi e di struccarsi, si riunivano con le maestranze per andare in trattoria e poter festeggiare degnamente il grande successo.
    Anche ‘Ndria aveva finito e, soddisfatto, stava per tornarsene a casa.
    «Tu non vieni con noi?»
    ’Ndria si girò: la domanda era partita proprio da Manuela.
    «Veramente io…», provò a dire lui in leggero ma evidente imbarazzo.
    «Guarda che la festa è anche tua », ribatté lei sorridendo maliziosa.
    «Dice che dovrei venire?»
    «Non dovresti, devi!»
    ‘Ndria sorrise mentre Manuela indietreggiava fino a raggiungere l’auto dentro cui s’infilò. Nonostante fosse grato alla ragazza per la premura mostrata nei suoi confronti, quel disgraziato di ‘Ndria si concesse un attimo per pensare ai possibili effetti che quanto stava per fare avrebbe potuto generare: non ci voleva poi molto a capire che in un modo o nell’altro piaceva a Manuela. In caso contrario, lei non si sarebbe presa la briga d’invitarlo alla tradizionale tavolata che segue ogni prima teatrale. Stava andando tutto a meraviglia, ma come l’avrebbe messa con la moglie e i tre figli che l’aspettavano a casa?
     ‘Ndria non lo sapeva, soprattutto perché ancora non aveva avuto la possibilità di verificare se l’interesse di Manuela fosse vero, o al contrario fosse solo un bluff. Se fosse stato come in cuor suo sperava, Viespoli avrebbe avuto sulla punta della penna il soggetto per la sceneggiata della prossima stagione. Manuela odorava di guai lontano un miglio, ma ‘Ndria sapeva far di conto nella cura degli affari propri; lui nei guai ci sguazzava come una paperella di plastica dentro una vasca da bagno. L’eventualità di finire la serata tra le braccia, e tra le gambe, di Manuela avrebbe impensierito qualunque padre di famiglia, meno che lui.
    «Allora che fai? Sei dei nostri?», gli chiese un macchinista aprendo lo sportello di uno dei mezzi in forza al parco automezzi della compagnia.
    ‘Ndria ruppe ogni indugio e annuì.
     
     
    Seconda parte
    1.
    La trattoria di don Giovannino Riggio, un posto a buon mercato dalle parti di piazza Casa Pia, l’unica aperta a quell’ora dov’era possibile gustare il miglior “pescestocco” della città, li stava già aspettando.
    Dopo aver salutato il principale, Sergio Viespoli prese posto a capotavola invitando i colleghi e i dipendenti a fare altrettanto. Durante la distribuzione dei posti, però, ‘Ndria organizzò e diresse tutto il movimento in modo tale da trovarsi, guarda caso, proprio accanto a Manuela.
    La cena, che sarebbe stata a base di spaghetti al nero di seppia e “piscistoccu a ghiotta”, cominciò con una bella insalatiera di “piscistoccu a sconcica sale”[2], condito solo con un filo d’olio d’oliva e qualche pezzetto di pomodoro, e altre pietanze da hors d’oeuvre, cui seguirono delle polpettine fritte di “maiatica”[3] e del “pruppo a insalata”[4]. Spalancati bocca e stomaco, seguirono i commenti entusiastici degli attori della compagnia per il trionfo appena conseguito. È vero: giocavano in casa, ma essendo gente di spettacolo e non impiegati qualsiasi sapevano bene che non c’era niente di più effimero del successo, che lo stesso andava costruito e conquistato sera dopo sera proprio perché ogni sera era diversa da quella che l’aveva preceduta e da quella che sarebbe seguita.
    Alla fine, ascoltati tutti i commenti e le impressioni dei presenti, toccò a Sergio Viespoli tirare le somme del trionfale debutto in quella piazza, ritenuta a ragion veduta importante. Guardò Manuela: «La prossima volta, però, la battuta dopo che ti ho detto “zoccola” dammela prima, non aspettare di prenderti l’insulto per intero».
    «Va bene Sergio, vorrà dire che il cornuto cercherò d’attaccarlo quanto più possibile alla “zoccola”».
    «Ecco brava, attaccalo, attaccalo. Del resto dove ce sta ‘na zoccola ci deve stare per forza uno ca tiene e ccorna».
    Tutti risero.
    Manuela si girò verso ‘Ndria: «Mi versi un po’ di vino?»
    Era la prima volta che la bella Manuela gli si rivolgeva direttamente, e lo fece con un tono di voce così pieno di complicità che ‘Ndria si ritrovò del tutto spiazzato. Le versò comunque il vino guardandola in silenzio. Manuela era non solo bella e desiderabile, ma rappresentava quella novità che ‘Ndria cercava disperatamente di afferrare per uscire dalle sabbie mobili di un’esistenza monotona dentro cui rischiava di affogare. Manuela inoltre era un’attrice, e questo particolare ai suoi occhi rappresentava un valore aggiunto di cui nemmeno lui, se qualcuno gliel’avesse chiesto, avrebbe saputo spiegarne il motivo.
    Finito di sorseggiare il rosso della casa, la ragazza si asciugò le labbra. ‘Ndria le s’avvicinò e discretamente le sussurrò: «Ma tu e il signor Viespoli…».
    L’attrice napoletana sorrise impedendogli di continuare, poi gli spiegò che tra lei e il capocomico non c’era nulla che andasse oltre il lavoro, e questo per il semplice motivo che all’esperto attore le donne non erano mai piaciute. Nel rivelare questo dettaglio, Manuela gli accennò il legame non solo d’affetto che univa Viespoli a Giuseppe Amato, l’attor giovane della compagnia. Il gustoso pettegolezzo provocò in ‘Ndria una sottile ma palpabile delusione. Se sulla virilità di Sergio Viespoli, dopo un giorno di frequentazione e vicinanza, non ci avrebbe puntato mezza lira, su quella di chi nella commedia interpretava Gennaro ci avrebbe scommesso anche la testa.
    Così ‘Ndria buttò giù il sorso di vino che gli fornì la giusta carica per sparare la domanda tenuta in serbo fin da quando aveva visto per la prima volta Manuela uscire dal camerino appena montato proprio dalle sue mani:«E il tuo fidanzato dov’è?»
    «Non c’è nessun fidanzato», rispose lei sorridendo e alzando il bicchiere per mimare un brindisi, «sono libera come il vento». Bevve nuovamente e con una mossa imprevedibile fece sparire l’esile mano sotto il tavolo infilandola tra le cosce di ‘Ndria, che ripose sussultando come un ballerino di Capoeira.
    Un uomo con la testa sulle spalle, memore che a casa ad attenderlo c’erano una moglie e tre figli, avrebbe spento sul nascere quel fuoco in grado di divorarlo come un fuscello secco. Ma in quella fase della sua vita, anche in virtù della situazione familiare, ‘Ndria era come una fortezza senza più mura di contenimento, attaccabile ed espugnabile da qualsiasi lato.
    A tarda notte arrivarono i caffè e gli amari, che decretarono la fine della cena.
    Usciti dalla trattoria, Viespoli e compagni presero posto sulle auto che partirono verso la piazza della Madonna Nuova, nelle vicinanze della quale si trovavano le case private, trasformate in pensioni, che ospitavano gli attori e le maestranze. Dopo pochi minuti le auto raggiunsero le rispettive destinazioni.
    «Io sono arrivata», disse Manuela indicando un portone chiuso, «terzo piano, suonare vedova Scalzo».
    ‘Ndria sorrise facendole capire di aver incamerato la preziosa informazione.
    Si guardarono a lungo senza dire una sola parola. Era una notte bellissima, e sprecarla dormendo sarebbe stato un sacrilegio.
    Fu Manuela a rompere il silenzio e gl’indugi: «Io non ho sonno e tu?»
    «Nemmeno io».
    «Allora vieni».
    «Dove?»
    «È una sorpresa».
    Alcuni minuti dopo, preceduto dalla ragazza, ‘Ndria si ritrovò sul palcoscenico. Un divano facente parte della scenografia, li accolse tra i suoi morbidi cuscini.
    «Ma il guardiano?», chiese ‘Ndria.
    Manuela sorrise: «Non ti preoccupare, è cosa mia. E poi con quello che ha mangiato, e con quello che ha bevuto, a quest’ora starà già russando». Lo guardò maliziosa alla luce di una lampada di scena: «Vieni avanti, non avere paura. Non mordo. Non ora, almeno.»
    ‘Ndria la raggiunse, la baciò e iniziò a spogliarla. Man mano che la liberava dagli indumenti il profumo della sua pelle gli arrivò insieme alla promessa che stava per essere mantenuta.
    Per le successive due ore il divano non smentì la sua fama di posto più pratico e più utile del letto su cui fare l’amore.
    ‘Ndria, che nell’arte amatoria sapeva farsi valere alla grande, non disattese le segrete aspettative di Manuela, che solo nel sesso riusciva a esprimere la sua vera natura di femmina dal sangue bollente forse più della lava del Vesuvio.
    «Voglio qualcosa di tuo», disse con gli occhi lucidi.
    «Quello che ti ho dato non ti è bastato?», le domandò ‘Ndria mentre si abbottonava la patta dei calzoni.
    Manuela sorrise: «Quello era solo l’antipasto, per me».
    ‘Ndria infilò la mano in tasca ed estrasse il portafogli.
    Erano quasi le cinque del mattino quando rientrò a casa. Lorenzo era sveglio, sentì distintamente aprire e chiudere la porta d’ingresso.
    «Dove sei stato?», chiese Lilla al marito, non appena lo vide, mentre s’infilava nel letto che nonostante tutto ancora dividevano.
    ‘Ndria non ebbe alcuna difficoltà a raccontarle la verità, tagliando via l’ultima parte, la più importante.
    «Ti sei divertito?», gli domandò sarcasticamente lei, neanche se gli avesse appena letto nel pensiero.
    «Sì, tanto».
    «Beato a te».
    ‘Ndria non rispose e si girò dall’altro lato ancora inebriato dal profumo e dalla sensualità della ragazza che l’aveva catturato.
     
    2.
    ‘Ndria era nervoso.
    Camminava avanti e indietro come nemmeno un galeotto all’ora d’aria, guardando continuamente l’orologio. In realtà stava aspettando Manuela già da venti minuti all’angolo tra viale San Martino con via Garibaldi. Quando la vide scendere dall’autobus, scordò il ritardo e sorrise. Le andò incontro, la salutò e insieme, come due comuni conoscenti, si diressero verso l’ingresso dell’hotel “Zancle” per il loro primo incontro clandestino.
    Lo “Zancle” non era un vero e proprio albergo, era piuttosto un bordello sotto mentite spoglie, un approdo per le puttane che rimorchiavano i loro clienti nelle vie che rasentavano il porto, la stazione ferroviaria e i terminal degli autobus per la provincia, nonché un rifugio per amanti clandestini; una zona franca, uno spazio extraterritoriale che odorava di varechina.
    Purtroppo, però, il posto scelto da ‘Ndria era lo stesso frequentato ormai da tempo da Saro Borzì e dalla sua amante. Proprio quello stesso giorno i due avevano programmato l’ennesimo rendez-vous. Quest’ultimi, come di consueto, arrivarono sul posto da direzioni diverse esattamente cinque minuti dopo che ‘Ndria e Manuela avevano ritirato la chiave della loro stanza dalle mani della signora Dora, una ex prostituta ormai in pensione, proprietaria dell’albergo. Se le due coppie non s’incontrarono fu solo perché quel giorno la legge dell’incastro non funzionò come avrebbe dovuto.
    Tra ‘Ndria e la bella napoletana, che a letto fin dalla prima volta si era rivelata una che avrebbe potuto realmente spezzarti le reni e farti regredire allo stato animale, furono scintille, fuochi d’artificio e feroci duelli d’artiglieria sparati ad alzo zero. Il groviglio di carni e anime, che di lì a poco avrebbe rovinato l’esistenza di tante persone, liberò per la seconda volta le fiamme che da giorni covavano sotto la cenere.
    ‘Ndria fu costretto a superarsi, ma dal momento che le sfide impossibili gli erano sempre piaciute, si gettò a corpo morto nell’impresa. Manuela si mosse come un’insaziabile tigre che lasciava appariscenti segni del suo passaggio. C’è da aggiungere che quel pomeriggio, a differenza del loro primo amplesso a teatro, Manuela poté liberare la sua splendida voce, subito raggiunta da quella di ‘Ndria.
    «Ma li senti?», chiese Saro a Raffaella indicandole con un cenno del capo la stanza confinante.
    «Certo che li sento… significa che si vogliono bene», rispose Raffaella.
    «Ah! È così?», replicò Saro, che afferrato il messaggio ripartì all’assalto con la stessa ottusa determinazione di un kamikaze.
    Raffaella, che non aspettava altro, ringraziò la sconosciuta della stanza accanto. Il tacito gioco tra le due donne a chi avesse in mano le carte più promettenti smise solo quando i due ignari cognati raggiunsero il punto di non ritorno. Sfiniti e con la lingua penzoloni.
    Mentre era alla seconda boccata della meritata sigaretta, in compagnia della sua ragazza, ‘Ndria decise che fosse giunto il momento di mettere in chiaro un paio di cosette.
    E andò giù duro: «Lo sai che sono sposato e ho tre figli?»
    «Me l’hanno detto», rispose Manuela guardandosi le unghie.
    «Il piccolo ha solo due anni».
    «E tua moglie com’è?»
    «Gelosa».
    «Be’, c’è da capirla».
    «Non c’è molto da scherzare, purtroppo. Se viene a sapere di noi, quella è capace che mi scanna nel sonno».
    «Vabbuò, e noi vedremo di non farle sapere niente».
    «Per te va bene così?»
    La domanda di ‘Ndria stupì non poco Manuela che lo guardò: «Ma tu che vuo’ a me, oltre a fottermi? Ci siamo incontrati, ci siamo piaciuti e siamo finiti a letto, com’è giusto che sia in questi casi. Il resto, se permetti, per quanto mi riguarda so’ nient’altro che ammuina, chiacchiere, bagattelle».
    «Bagattelle un cazzo!», disse ‘Ndria.
    Era più che sicuro: se Lilla avesse saputo del doppio giro di corna che le stava costruendo attorno alla testa lo avrebbe scorticato vivo e dato in pasto ai gabbiani del porto.
    Manuela non replicò ma si limitò a fissare ‘Ndria, e quando fu certa di scorgere nello sguardo dell’amante un alone di malinconia misto a preoccupazione, spense la sigaretta e avvicinò la sua bocca a quella dell’uomo: «Certe cose non si dovrebbero nemmeno dire. Ma tu adda sape’ che m’hai fatta ascì pazza da subito».
    ‘Ndria l’attirò a sé e la baciò. Aveva già dimenticato il serio pericolo che stava correndo.
    Dopo il bacio piantò i propri occhi dentro quelli di Manuela: «Basta! Da oggi si cambia musica! Da oggi la finirò di dirmi che sto sbagliando e che il mio comportamento nei confronti della mia famiglia è vergognoso».
    «Potevi dirmelo che stavi così, ti avrei portato una frusta».
    «Non c’è niente da scherzare».
    «Lo so, ma non c’è nemmeno materia per darsi dello strunzo. Se con tua moglie è tutto finito, hai il sacrosanto diritto di trovarti un’altra donna».
    «Forse hai ragione, ma il problema è farlo capire a lei».
    «Lo capirà, lo capirà, e con il tempo se ne farà una ragione. Ci sono passata anch’io, figurati… devo ancora conoscere qualcuno che non sia stato ferito dall’amore…».
    ‘Ndria la guardò. Quando voleva, Manuela non sapeva essere solo bella e desiderabile, ma anche a modo suo profonda. E questo nonostante avesse un curriculum scolastico più smilzo di un fachiro indiano. ‘Ndria ammirò il corpo sodo, vibrante, poi allungò il braccio e con la mano le sfiorò il sesso. Manuela chiuse gli occhi gemendo di piacere. ‘Ndria continuò a titillarle dolcemente, e con metodo consumato, il campanellino ancora per un bel po’. Quando gli fu chiaro che Manuela era ormai arrivata al giusto grado di cottura, ripartì all’attacco e caricò a testa bassa in uno sventolio di banderillas colorate e di reboanti olé.
    «Ma non mi sono nemmeno lavata», protestò innocentemente la ragazza.
    «Che cazzo me ne frega», rispose ‘Ndria.
    «Minchia, già ricominciano, ma non si riposano», commentò sbalordito Saro Borzì, non appena sentì che dalla stanza adiacente ricominciavano a giungere gl’inconfondibili cigolii del letto.
    Raffaella ne approfittò per spegnere la sigaretta, poi lo guardò come a dirgli: «Beh, che aspetti? Datti da fare anche tu, no?»
    Saro la fulminò. Ne aveva abbastanza di quella competizione. Raffaella gli piaceva molto, anche perché a letto non gli aveva mai negato nulla, ma in quella stanza era lui il macchinista e toccava solo a lui stabilire tempi e modi per condurre la locomotiva lungo il tragitto disegnato quel pomeriggio.
    Si alzò dal letto e nudo andò alla finestra; scostò le tendine e guardò la città che continuava a macinare vita, sudore, sangue e preoccupazioni mentre lui se la godeva a letto con la propria femmina. Riabbassò la tendina, si avvicinò al letto e invitò Raffaella a rivestirsi.
    «Ma è ancora presto», provò a dire la donna.
    «Ho da fare. Forza, muoviti».
    Raffaella ubbidì e in un paio di minuti fu pronta, ma non appena si avvicinò alla porta, Saro la fermò e dopo averla immobilizzata da dietro, le alzò il leggero vestitino estivo, le allargò le gambe e la fulminò.
    «Ma chi è che fa tutto questo bordello?», si chiese ‘Ndria staccandosi un attimo da Manuela.
    «Non ci pensare, su, continua», rispose la ragazza, ormai completamente partita, attirandolo nuovamente a sé.
     
    3.
    Quella sera, a confermare quanto il sesso sia un insuperabile balsamo dell’anima, l’interpretazione di Manuela strappò applausi mai visti, rivelandosi degna di una prima donna. Anna Magnani o Silvana Mangano non avrebbero saputo fare di meglio.
    Saro, arrivato per vedere la commedia con degli amici e Raffaella, che invece ci era andata in compagnia del marito, l’applaudirono convinti, ignari però che per tutto il pomeriggio a separarli dalle rispettive alcove era stato solo un tramezzo di mattoni.
    L’amor fou tra ‘Ndria e Manuela esplose ancor di più nei giorni successivi. Ormai non c’era pomeriggio in cui i due amanti non s’incontrassero all’hotel “Zancle” per sfogare quell’ingovernabile fame del corpo che li aveva irrimediabilmente soggiogati trasformandoli in due bestie voraci e mai sazie. E se sull’attrice il surmenage sessuale fu portatore di benefici non solo interiori ma anche estetici, lo stesso non poteva dirsi di ‘Ndria, che dopo una settimana di quella vita, non supportata da una robusta e adeguata dieta proteica – poca la carne, ancora meno le uova – aveva cominciato ad assomigliare sempre più a un’auto con le gomme a terra.
    Mangiata la foglia, qualche amico del bar aveva cominciato a prenderlo affettuosamente per il culo dicendogli che di quel passo sarebbe finito al sanatorio.
    Anche Lilla ebbe lo stesso pensiero. Vedendolo una mattina girovagare dentro casa in mutande, sfatto come una candela consumata e con la stessa andatura di un poeta della “beat generation” in impaziente attesa del proprio pusher, la donna tentò vanamente di estorcergli la conferma di ciò che era visibile a occhio nudo. Da fedele devoto di “Santa Nega”, anche in quell’occasione ‘Ndria non ci pensò proprio a tradire la protettrice dei bugiardi. Alle precise contestazioni della moglie su una sua presunta relazione con «quella zoccola napoletana», rispose che erano tutte fantasie giurando su questo mondo e su quell’altro, poi, a supporto di quanto già dichiarato, cominciò a volare rasoterra: «Sì, ora quella si mette con me, con tutti i maschi che ha a disposizione… ma chi ti dice ‘ste minchiate?»
    Non avendo alcuna pezza d’appoggio in grado di suffragare la pesantissima accusa, ma solo le sensazioni di una moglie che annusava l’aria del tradimento con la stessa precisione di un bracco, Lilla non affondò il colpo, costringendo comunque il marito a giurare sui figli; cosa che ‘Ndria fece con grande trasporto e naturalezza. Con tutta evidenza, respirare la polvere del palcoscenico iniziava a dispensare benefici, e quando Lilla tornò ancora caparbiamente a sottolineare il suo aspetto fisico: «Mi sembri un tubercoloso», lui si limitò a scrollare le spalle attribuendo il suo pietoso stato alla fatica e alla mancanza di sonno accumulati in quei giorni di duro lavoro.
    Insomma che minchia voleva? I soldi a casa li portava? Sì, e allora? Che non rompesse i coglioni!
    Lilla si consolò pensando che, vera o no che fosse la storia, avrebbe dovuto resistere ancora una settimana, poi quella rovina famiglie sarebbe partita e lei avrebbe ritrovato, anche se solo sulla carta, un marito, e forse un po’ di pace.
    ‘Ndria la guardò: «Se hai finito, posso avere un cazzo di caffè».
    L’animata discussione si era svolta in cucina. Oltre che alla madre, aveva avuto per testimoni i figli di Lilla che subito dopo, al solito, vennero assaliti dalla paura che di questo passo il già traballante castello sarebbe definitivamente crollato, e tutta la famiglia sarebbe stata sommersa dalle macerie.
    Quando lo spergiuro passò loro davanti per andare a vestirsi, Caterina afferrò la mano di Lorenzo e con un gesto del capo gli’intimò di seguirla.
    «Dove stiamo andando?», chiese il bambino non appena furono nel portone.
    «Ora lo vedi. Cammina».
    Dopo essersi lasciato il cortile alle spalle, aggredirono di corsa quei cinquanta metri di salita che separavano l’isolato da piazza della Madonna Nuova e, quindi, dal teatro.
    Caterina sapeva bene che a quell’ora, in giro, ad eccezione del guardiano non c’era nessuno. La sua idea era di intrufolarsi nel camerino di Manuela e raderlo al suolo. Anche se ‘Ndria aveva giurato sulla loro testa, negando ogni addebito, a differenza di Lorenzo lei non gli aveva creduto. A quel padre scapestrato e traditore la bambina aveva ormai preso le misure, aveva imparato a conoscerne l’inaffidabilità. Nonostante fosse un fanfarone, in fondo gli voleva bene, anzi lo amava, ma la sofferenza che ormai da tempo quel disgraziato provocava all’intera famiglia ora glielo faceva sentire come un estraneo, un nemico da combattere, una minaccia da allontanare e, se possibile, neutralizzare.
    Arrivati davanti al teatro, si portarono sul retro.
    «Ora mi spieghi perché siamo venuti qua?», chiese Lorenzo.
    Caterina lo fissò seria: «Per colpa di nostro padre».
    «Che ha fatto?»
    «Si è messo con un’altra donna».
    «E chi è? Una che lavora qui?»
    «Sì, quella buttanazza di Manuela…»
    Nel sentire quel nome, Lorenzo si portò la mano alla bocca per soffocare l’urlo che gli si era nato in gola: l’aveva ammirata come tutti sul palco, aveva pianto per lei quando si era suicidata, e mai e poi mai l’avrebbe ritenuta capace di intrufolarsi con l’inganno nella sua famiglia e distruggerla dall’interno come una tarma velenosa.
    «E la mamma come lo sa?»
    «È difficile da spiegare. Comunque siamo qua perché voglio sfasciare tutto».
    Lorenzo annuì stringendo i pugni dalla rabbia, poi guardò la sorella: «Hai ragione».
    Ottenuto il placet, Caterina chiese al fratello di seguirla, dopodiché entrarono nel teatro e, a passi felpati, si diressero verso i camerini. Avevano già una risposta pronta, nel caso in cui il guardiano li avesse scoperti: avrebbero detto di essere accaniti ammiratori di Manuela, e di essersi intrufolati nella speranza d’incontrarla. Come scusa sarebbe stata più che plausibile. Ma del guardiano, alla fine, nemmeno l’ombra.
    Superati i camerini del Capocomico e dell’attor giovane, si trovarono di fronte a quello della donna, che stava per infliggere il colpo di grazia a ciò che restava della loro famiglia. Caterina abbassò la maniglia ed entrarono. Il camerino era piuttosto piccolo e spartano: su una corda attaccata a due pareti erano appesi delle calze di seta, poco oltre svettava un separé piuttosto squinternato. Infine una toeletta, con uno specchio incorniciato da lampadine di vetro bianco.
    «Resta qui», sussurrò Caterina a Lorenzo indicandogli l’ingresso, dopodiché decise di cominciare la sua opera di distruzione dai vestiti di scena che trovò dietro il separé. Ne tirò giù uno, ma quando se lo mise in bocca per strapparlo si fermò interdetta, gettò il vestito per terra e s’avvicinò allo specchio. Ai suoi lati campeggiavano alcune foto che ritraevano Manuela in diversi momenti della sua carriera, e tra le istantanee Caterina ne vide una di ‘Ndria che sorridente sedeva cavalcioni su uno dei leoni di marmo dell’Imbarcadero della Passeggiata a Mare. La conferma, sia dei sospetti di Lilla che dei suoi, schiacciò la bambina, e a ruota il fratello, sotto il peso di un dolore difficile da descrivere e da sopportare per chiunque.
    Ciò che procurò loro maggiore sofferenza fu l’aver accertato senza l’ombra di alcun dubbio quanto ‘Ndria fosse un Giuda.
    Caterina guardò Lorenzo e con gli occhi gonfi di lacrime, la voce rotta dai singhiozzi, promise a se stessa che non l’avrebbe mai più perdonato. L’avere visto quella foto le cancellò in un attimo la rabbia e le forze, facendo passare in secondo piano la sua intenzione di impartire una lezione a quella malefica donna che le aveva rubato il papà.
    Due lacrime pesanti come pietre rotolarono giù dalle sue guance. Caterina le raccolse con la punta delle dita, e si giurò che non avrebbe mai più pianto per il resto della sua vita. Abbandonò poi di volata il camerino e il teatro.
    Lorenzo la seguì, ma per bloccarla fu costretto a rincorrerla: «Ti vuoi fermare?»
    Caterina si fermò, e solo allora il bambino riuscì a leggere negli occhi della sorella tutta la sofferenza che la scoperta appena fatta nel camerino di Manuela le aveva provocato.
     
    4.
    Avevano fatto l’amore per tutto il pomeriggio.
    ‘Ndria la guardava sonnecchiare, indeciso se rivelarle o meno la discussione avuta quella mattina stessa con la moglie. Nonostante le smentite e i falsi giuramenti, ‘Ndria sapeva bene che Lilla non gli aveva creduto. Nei fatti, il tappo era già saltato e ‘Ndria ne avrebbe dovuto tener conto. Di colpo non sapeva più quale strada indicare al proprio cuore. Da un lato c’era il terrore dello scandalo e di tutte le rotture di minchia che la situazione avrebbe comportato; ma dall’altro si stagliava quella splendida e speciale creatura, un concentrato di sensualità e dolcezza che l’aveva attirato alla sua fonte come l’ultimo degli assetati privandolo completamente dei rimasugli della sua già scarsa capacità di discernimento.
    Nella sua vita ‘Ndria non era nuovo a prodezze del genere, eppure con Manuela era la prima volta che provava quell’esaltante sensazione di annientamento, di cui in passato aveva tanto sentito parlare; una sensazione che aveva avuto il potere di stravolgere la sua esistenza, cambiare le carte in tavola e lavorare senza sosta per dare il colpo di grazia ai resti del suo matrimonio. Sulle prime ‘Ndria se n’era fregato, come suo solito, classificando la definitiva dissoluzione della sua famiglia come l’ultimo dei problemi, o come un inevitabile e irreversibile processo di deterioramento voluto dal destino, e per questo non più modificabile, quasi indipendente dalle sue colpe; ma ora che i nodi stavano venendo inesorabilmente al pettine, capì che di lì a poco sarebbe stato costretto a prendere una decisione.
    Prima di muovere anche la più insignificante delle pedine, ’Ndria pensò bene di coinvolgere Manuela, sperando che la reazione della ragazza andasse nella direzione auspicata. Per non correre il rischio di mandare definitivamente il cervello in pappa, si fece coraggio e le raccontò tutto.
    Manuela lo ascoltò, registrando con i suoi occhi ogni movimento delle labbra, confessandogli alla fine di non essere per niente sorpresa: comprese l’atteggiamento della sua rivale, entrambe erano donne in fondo, e non la biasimò né la condannò ma a differenza delle altre occasioni in cui l’uomo incontrato, a Messina come in qualsiasi altra città, era servito solo per «…farla divertire a letto», stavolta si era innamorata, perciò non si sarebbe concessa il lusso di provare alcun senso di colpa nei confronti di chicchessia. Insomma, à la guerre comme à la guerre.
    ‘Ndria la guardò: le parole dell’attrice napoletana erano melodia per le sue orecchie. Una melodia composta da note che increspavano con maggiore forza le acque del mare che da qualche giorno avevano preso a navigare insieme, con la speranza di giungere quanto prima a un approdo sicuro. La ragazza aveva appena apposto il timbro definitivo a una relazione giunta ormai al punto di non ritorno. Non c’erano santi né madonne. La parola “amore” abbatteva tutti i ragionamenti fatti da ‘Ndria fino a quel momento. Quello che sarebbe arrivato dopo solo Dio poteva saperlo.
    Per non smentirsi, ‘Ndria non intendeva privarsi del gusto di confessarle quanto l’amasse, di non volerla perdere per nessun motivo e lo fece usando da vero esperto, qual’era sempre stato, le più belle e dolci parole d’amore che uomo avesse mai inventato per fottere, in senso figurato e non solo, la donna che voleva conquistare.
    Manuela si alzò dal letto e iniziò a girare per la stanza nuda come mamma l’aveva fatta. ‘Ndria si godette in silenzio quel privilegio accordato esclusivamente a lui, ammirò la linea perfetta del corpo della ragazza, impreziosito da quel boschetto di peli neri che le copriva il pube, quasi fosse uno scrigno colmo di tesori. E in fondo lo era, dal momento che ‘Ndria ci aveva perso la testa, e insieme alla testa la via che conduceva alla ragione, a casa.
    D’un tratto, l’attrice napoletana si fermò e con la stessa naturalezza con la quale di solito gli chiedeva una sigaretta e gli prospettò l’idea di una vera e propria fuga d’amore. Manuela, insomma, non si discostò di un centimetro dalla tradizione e la cosa in un modo o nell’altro a ‘Ndria procurò piacere. Anche se inizialmente pensò che la sua amante stesse scherzando  – da un’attrice di sceneggiata napoletana cos’altro c’era da aspettarsi? – quando si accorse che Manuela era terribilmente seria le chiese dove le sarebbe piaciuto andare.
    «In Argentina».
    «In Argentina?», ribatté ‘Ndria, attonito.
    Manuela annuì, e oltre a spiegargli che una volta arrivati lì nessuno sarebbe stato più in grado di ritrovarli, gli rivelò che l’Argentina era stato da sempre un suo pallino; inoltre a Buenos Aires ci viveva suo fratello Antonio, con cui andava molto d’accordo, e che più di una volta l’aveva invitata a raggiungerlo.
    «E ci vuoi andare con me?»
    «Proprio accussi», rispose Manuela sedendosi sul bordo del letto.
    «E perché?»
    «‘Ndria, la stai facendo troppo lunga. Ci vuoi venire o no?»
    «Certo», rispose ‘Ndria afferrandola per un braccio e tirandola verso di sé.
    «E allora che ne parlammo a fa’? Lassame…»
    «Be’, l’Argentina non è dietro l’angolo», disse ‘Ndria liberandole il braccio.
    Manuela sorrise: «Ho capito. Vuoi avere la garanzia che una volta arrivati lì io non ti molli».
    «Non è proprio così».
    «E allora com’è? Spiegamelo tu», chiese la donna stuzzicandogli un capezzolo con la punta dell’indice della mano destra.
    ‘Ndria l’abbrancò per le spalle e la baciò.
    «Allora ci vieni?», chiese nuovamente lei.
    «Considerati già a Buenos Aires».
    «Dovrò mandare un telegramma a mio fratello», concluse Manuela alzandosi.
    Già, il fratello.
    A precisa domanda di ‘Ndria circa i motivi che l’avevano spinto a trasferirsi nella terra dei gauchos, la ragazza non ebbe nessuna difficoltà a confessargli che Antonio era partito di fretta, e oltretutto sotto falso nome, per sfuggire alle maglie della giustizia italiana a causa una vecchia storia di contrabbando nel porto di Napoli, nell’immediato dopoguerra.
    L’Argentina. Juan Peron, il mito di Evita, i Descamisados, l’Asado, il River Plate e il Tango. Solo a sentire quei nomi gli occhi di ‘Ndria, che dell’Argentina sapeva ormai tutto quello che avrebbe dovuto sapere, s’illuminarono; guardò grato quella creatura che gli stava offrendo su un piatto d’argento l’occasione che in cuor suo inseguiva da anni, e gli fu chiaro che era arrivato il momento di prendere una decisione definitiva, cercando di non far pesare troppo il peso di quella zavorra che rispondeva al nome di “famiglia”. ‘Ndria si alzò dal letto e la raggiunse. Con la mano le catturò il mento, costringendola a guardarlo negli occhi: «E quando vorresti partire?»
    Manuela sorrise, avvicinò le sue labbra rosee e piene di promesse a quelle tremanti del suo uomo, lo baciò.
     
    5.
    Arrivò la sera. La platea in attesa di assistere alla commedia “Il veleno della gelosia” era stracolma e ribollente come il letto di un vulcano. In quei momenti, tra piazza della Madonna Nuova e il Maracanà, quando giocava il Santos, era più facile trovare un ago in un pagliaio che trovare una differenza. In mezzo ai fedelissimi c’era anche chi lo spettacolo l’aveva già visto tre volte, ed era in trepidante attesa di vederlo una quarta per godersi l’esaltante momento della coltellata risolutiva in cui tutti i torti venivano sanati e ognuno dei protagonisti raccoglieva i frutti di quanto aveva seminato. Alle nove, però, ora in cui il sipario di solito s’apriva, non accade nulla. Molti si guardarono in silenzio, poi controllarono i propri orologi, chi al polso, chi tirandolo fuori dal panciotto, quindi ricominciarono a guardarsi in silenzio.
    Un quarto d’ora dopo, qualcuno di culo delicato cominciò a mostrare i primi segni d’impazienza, ed ecco un paio di sonori fischi alla “pecorara”, che non sortirono tuttavia alcun effetto. Il pesante sipario verde scuro continuava a restare misteriosamente chiuso. A quel punto tra il pubblico l’imprevista novità produsse i primi commenti e le prime congetture, e i più sposarono la causa di un improvviso malessere di qualche attore. Ma se così stavano le cose, si chiesero in molti, perché non era ancora uscito fuori uno stronzo qualsiasi ad avvertirli? Come accade spesso in casi di questo genere, fu l’assoluta mancanza di notizie a far imbestialire i presenti rivelandosi, col passare dei minuti, l’elemento scatenante di una profonda delusione. L’esplosione, dagli esiti imprevedibili, era dietro l’angolo.
    Dietro le quinte Sergio Viespoli era sull’orlo del collasso assistito da Giuseppe, il suo amante, dalla truccatrice e dalla costumista. Il capocomico non sapeva darsi pace. In più di quarant’anni di onorata carriera era la prima volta che si ritrovava a gestire una situazione del genere, e non era per nulla preparato.
    «Vedrai che starà per arrivare», disse Giuseppe nell’inutile tentativo di calmarlo.
    «Possibile che nessuno sappia dirmi dove sia?», chiese Viespoli con le mani tra i capelli.
    «Io l’ho vista uscire oggi pomeriggio. Mi ha detto che sarebbe andata in centro a fare una passeggiata», rivelò Lory, la truccatrice.
    «Speriamo non le sia successo nulla», aggiunse Carmela, la costumista.
    «A Carmeli’, se le fosse successo qualcosa l’avremmo già saputo. Non te l’ha detto mai nessuno che le brutte notizie sono le prime ad arrivare?», rispose piccato Giuseppe.
    «Ora basta», disse il Capocomico scattando, «se entro cinque minuti non è qua, mi presento dal pubblico per dirgli che questa sera lo spettacolo non va in scena».
    «Che vergogna…», commentò Giuseppe coprendosi il volto con le mani.
    «Ci vogliono bene, capiranno», ribatté Viespoli dandogli una leggera pacca sulla spalla, «intanto telefona a Napoli e fai venire giù la Rossetti, conosce già il copione. Mannaggia a me e a quando ho scelto quella sturacessi di Manuela…»
    «Io te l’avevo detto ma tu niente, sempre capa tosta», disse Giuseppe rimproverandolo.
    Viespoli lo guardò di traverso, ma non ebbe la forza di replicare.
    Aldilà del sipario andava in scena la parte finale di una tragedia imprevista, recitata a braccio, e l’orologio segnò le 21.40. Fu allora che tutto il pubblico, aizzato da Mimmo Virga e dalla moglie Pina, scattò in piedi imbastendo una dura contestazione e lanciando una raffica di coloratissimi insulti all’indirizzo degli attori.
    A quel punto Viespoli non ebbe più alcuna scusa. Sapeva che si stava giocando la reputazione, oltre a una bella fetta di culo. Se non avesse avuto quel pizzico di coraggio che il pubblico pretendeva, a ragione, da lui, con che faccia si sarebbe potuto presentare a Messina anche l’anno successivo? Con uno scatto dettato principalmente dalla disperazione, si alzò dal divano di scena, dove fino a quel momento aveva poggiato il suo culo quadrato, si sistemò la giacca, si passò una mano tra i capelli tinti e si avviò verso il sipario con stesso terrore di un fante costretto a uscire dalla trincea ed affrontare le mitragliatrici nemiche per la prima volta.
    Quando finalmente il sipario si aprì e al centro della scena apparve Viespoli truccato e vestito da don Tore Giglio, il pubblico passò dagli insulti agli applausi credendo che il misterioso inconveniente, causa di quel ritardo, fosse stato risolto. Ma il pubblico non sapeva di essere caduto prigioniero di uno spiacevole equivoco: stando al copione, la commedia si apriva con don Tore Giglio solo, al centro della scena raffigurante un vicolo del quartiere in cui imponeva la sua legge criminale. Sempre secondo il copione (il testo era stato pensato e scritto proprio per dare al capocomico la possibilità di un monologo iniziale, nel quale avrebbe avuto modo di mettere in mostra la sua arte interpretativa) “‘O Purpitiello” si presentava e introduceva il pubblico nel suo mondo fornendogli le prime informazioni. Ma quando Viespoli aprì bocca fu chiaro a tutti che avevano appena scambiato cazzi per lampioni.
    Il grande interprete della sceneggiata napoletana, cappello in mano e voce segnata da un sincero sconforto, raccontò senza tanti giri di parole che quella sera lo spettacolo non sarebbe andato in scena per l’improvvisa defezione della prima attrice, Manuela Labelle.
    «E dov’è questa grandissima zoccola?», chiese una voce maschile dal pubblico.
    Viespoli allargò le braccia: «Io non lo so, e voi?», disse con la voce strozzata dalla rabbia e dalla vergogna nei confronti di quel pubblico che rispettava più della sua stessa vita.
    Il rammarico di Viespoli fece subito breccia nel cuore di chi un istante prima aveva ringhiato e abbaiato nei suoi confronti come un cane arrabbiato.
    Il capocomico si disse veramente dispiaciuto ma nello stesso tempo, oltre ad impegnarsi a rimborsare l’indomani il prezzo del biglietto a tutti i presenti, per conquistarsi la benevolenza degli stessi comunicò che la sera dopo, quando da Napoli sarebbe giunta Stella Rossetti, la sostituta di Manuela, attrice che il pubblico conosceva e apprezzava, lo spettacolo sarebbe stato gratis per tutti.
    «Vi prego di perdonarci. Siamo costernati come e peggio di voi», disse infine allargando ancora una volta teatralmente le braccia.
    Un applauso, una pioggia di applausi, e il pubblico inaspettatamente in piedi, come non gli era mai capitato di ricevere in tutta la sua vita da vecchia zoccola del palcoscenico. Viespoli ringraziò con un inchino e sparì dietro le quinte. Il sipario si chiudeva mestamente alle sue spalle.
    Poi Viespoli collassò, crollando a terra, e mentre veniva prontamente soccorso, aldilà del sipario il pubblico cominciava a smobilitare. Ma che fine avesse fatto la bella Manuela era un mistero ancora irrisolto.
    «Minchia, Manuela stavolta l’ha condita bene a ‘l’insalata», commentò Santino Privitera, l’edicolante di piazza San Vincenzo.
    «Chissà dove minchia è a fottere», azzardò Nando Bellamacina l’antennista, amico di ‘Ndria.
    «Secondo me a quest’ora sta inguaiando qualche padre di famiglia», fu l’azzeccato pronostico di Arsenio Baratta, usciere all’università.
    «Ma chi dici. Manuela femmina libera come un uccellino è. Un colpo qua e uno là», replicò Tano Maggio, autista dell’Atm e suo inseparabile amico.
    «Con quel paio di minne che ha pure io ci canterei la messa», azzardò Arsenio.
    «Sì, e io ti scannerei come un capretto», fu la replica di Cecilia, la moglie.
     
    6.
    «Che è successo?», chiese Luisa Borzì ai coniugi Baratta non appena li vide arrivare prima del previsto. Insieme alle figlie Lilla e Rosetta e alle tre nuore si era seduta, come ogni sera, davanti al portone per prendere una boccata d’aria e contrastare il caldo. Era settembre, ma le temperature non erano affatto miti, il caldo non voleva mollare la presa.
    A Cecilia Baratta non parve vero di poter raccontare quanto era appena accaduto su in piazza: vera maestra del ricamo, e soprattutto dell’infiocchettamento, se le avessero dato spago sarebbe andata avanti fino all’alba del giorno successivo. Assalita da un brutto presentimento, Luisa Borzì capì che avrebbe dovuto darle tutto il rotolo invitandola a non lesinare.
    Spedito a letto il marito, Cecilia si accomodò e cominciò dall’inizio condendo l’avvenimento solo come lei era in grado di fare, ripetendo con una fedeltà sconcertante sia le parole di Viespoli che i coloriti commenti del pubblico.
    A chiusura del monologo, benché nessuno gliel’avesse ancora chiesto, la pettegola emise la sua sentenza affermando che quella puttana della napoletana era certamente scappata con qualche “padre di famiglia”, qualcuno della zona che tutti loro conoscevano di sicuro. Era la tesi iniziale di Arsenio, il marito, ma lei l’aveva fatta propria, e guai a chi avrebbe affermato il contrario.
    Lilla, la cui sedia sin dalle prime battute della vicina aveva cominciato a vacillarle sotto il sedere come un trono usurpato, mantenne la propria posizione simulando abilmente distacco da una vicenda che non la riguardava minimamente. Anche se una sgradevole e ficcante sensazione le suggeriva che “il padre di famiglia” cui aveva appena accennato quella vipera fosse proprio il suo ‘Ndria.
    «Va bene signora Luisa», disse Cecilia alzandosi, perché ormai il serbatoio del pettegolezzo era bello che svuotato, «io mi ritiro. Buona notte a tutti».
    Luisa, figlie e nuore attesero che la vicina sparisse nel buio del portone della scala C. Poi l’anziana matriarca guardò Lilla: «Speriamo chi quella pettegola si è sbagliata».
    «Mamma secondo me non s’è sbagliata per niente», sentenziò Lilla.
    «Non ci resta chi aspettare», aggiunse Luisa, «se quel disgraziato di tuo marito stanotte non si ritira, allora Cecilia aveva ragione».
    Rosetta e Felicia, la moglie di Benito Borzì, convennero con le parole di Luisa.
    La notte che seguì fu per Lilla un interminabile viaggio nello sconforto e nell’umiliazione. Al confronto, le bombe alleate piovute per tre anni sulla sua testa erano state poco più che confetti di matrimonio. E quando vide che con il trascorrere delle ore quel bell’imbusto del marito continuava a non farsi vedere, né a mandare qualcuno a dirle di non aspettarlo più, Lilla si mise l’animo in pace, convincendosi di averlo perso per sempre. Il dolore più duro, per Lilla, veniva dalla vigliaccheria di ‘Ndria, un abito che sembrava essergli stato cucito addosso su misura. Lilla sentiva di essere stata trattata alla stregua di una pezza da piedi, e nonostante le incomprensioni e i litigi che avevano caratterizzato gli ultimi tempi, sapeva di non meritare il disprezzo che il marito le manifestava con quello scriteriato comportamento.
    E i figli poi? Quell’incosciente ci aveva pensato ai figli? Uno di loro aveva appena due anni! Ma non si rendeva conto dello sconquasso che la sua bravata avrebbe provocato in loro e quanto avrebbero sofferto? Inevitabilmente, anche se le costava farlo, la sua mente riavvolse il nastro e riandando indietro nel tempo rivide i momenti belli della sua storia con quel ragazzo di cui si era perdutamente innamorata a prima vista. Lilla pianse, ma cercò di farlo in silenzio per non svegliare Lorenzo, Caterina, e soprattutto Filippo, che dormiva nella culla accanto al letto. Si voltò e lo guardò alla luce dell’abat-jour: era bellissimo, stava venendo su sano e forte. Ripensò alla notte in cui lo aveva concepito insieme a ‘Ndria che, nonostante fosse ubriaco fradicio, aveva voluto fare l’amore per forza, dopo tanto tempo, e Lilla non era riuscita a dirgli di no.
    La donna scosse il capo. L’ultima gravidanza l’aveva pagata proprio cara nel corpo e nello spirito, e visti i risultati, forse non ne era valsa la pena.
    Si avvicinò al quadro della Madonna di Tindari, e da madre a madre le chiese perdono solo per essersi fatta sfiorare da quel brutto pensiero.
    L’alba la colse assopita sulla poltrona su cui aveva trascorso, piangendo, la gran parte dell’interminabile notte. Il raggio di sole che s’insinuò dalla finestra si posò sulla linea della sua vita. Era una lama, si muoveva come se avesse voluto tagliarla in due.
    Non appena riaprì gli occhi e si guardò intorno, Lilla si rese conto che un capitolo della sua esistenza si era chiuso definitivamente, e nel peggiore dei finali. Di lì a poco sarebbe iniziato un nuovo capitolo, ma lei non sapeva se avrebbe avuto le forze sufficienti per affrontarlo. A chi altri se non a lei spettava? Era stato ‘Ndria a scegliere, ma sarebbero state le spalle di Lilla a reggere il peso della decisione di quello sciagurato. E quale sentiero le si sarebbe aperto davanti? Era davvero possibile anche solo pensare che i giorni a venire sarebbero stati meno difficili della notte appena finita?
    Domande. Lilla le mise da parte e si decise ad avvertire, per prima, la madre. Poi fu la volta di Saro, che si prese la responsabilità di dirlo agli altri fratelli.
    Ora, però, per Lilla il problema principale era come trovare il modo di dire ai figli che ‘Ndria si era appena ammutinato e lasciato che la nave andasse alla deriva. Luisa Borzì si offrì di assolvere il delicato compito; Lilla ringraziò la madre ma sapeva che sarebbe toccato a lei farlo. Quello che intanto Luisa poteva fare era preparare la colazione per i nipoti. Forse, questa era la speranza di Lilla, a stomaco pieno i figli avrebbero in qualche modo digerito meglio la cattiva notizia.
    Quando il latte e il caffè d’orzo furono pronti, Lilla entrò nella stanza da letto di sua madre in cui dormivano i figli, e li svegliò; poi, dopo la colazione, con garbo e cercando di trovare le parole più indolori possibili li fece finalmente partecipi delle decisioni prese da ‘Ndria.
    Lorenzo rimase in silenzio per qualche secondo, poi scoppiò a piangere. Caterina non fece una piega nonostante la deflagrazione che l’aveva appena raggiunta investendola in pieno fosse visibile a vista d’occhio. Scosse più volte la testa, mormorava: «Lo sapevo… lo sapevo…»
    Lilla l’afferrò per le spalle: «Che cosa sapevi?»
    Caterina non resse e, piangendo anche lei, abbracciò la madre confessandole cosa avevano scoperto lei e Lorenzo nel camerino dell’attrice napoletana: «Non ti abbiamo detto niente per non farti soffrire. Scusaci…»
    Lilla la guardò, l’attirò a se e l’abbracciò accogliendo nello stesso abbraccio anche Lorenzo.
    Poco dopo, nonostante fosse un giorno di lavoro, si presentarono a casa i tutti figli di Luisa. In un’atmosfera di grande tensione i componenti della famiglia Borzì, i volti segnati dalla rabbia di essere stati presi in giro, con la preoccupazione che l’imprevedibile scenario della fuga di ‘Ndria avrebbe comportato, si ritrovarono attorno al tavolo da pranzo. Ognuno voleva dire la sua, ognuno era convinto di avere la soluzione in tasca. Le voci si accavallarono, ma dalle bocche non uscirono che minacce e insulti.
    La comparsa di Luisa con la cuccuma piena di caffè riportò un po’ di silenzio. La capofamiglia si prese la briga di introdurre i lavori di quell’assise straordinaria con le poche semplici parole con cui descrisse l’accaduto.
    Il primo a intervenire, in qualità di figlio maschio più anziano, fu Benito. Guardò la madre, le sorelle, i fratelli, poi affermò che dovunque avesse visto il cognato l’avrebbe “lasciato per terra”.
    A ruota anche gli altri fratelli espressero i loro bellicosi progetti.
    A questo punto Luisa, incredibilmente calma e in sé, invitò tutti i presenti a fare ragionare il cervello; la donna espresse il suo dubbio sull’opportunità o di denunciarlo per abbandono del tetto coniugale, e disse che il primo passo da fare sarebbe stato quello di difendere Lilla e i bambini dalla tempesta di maldicenza che si sarebbe presto abbattuta sulle loro teste. Guardò la figlia e le impose di uscire, di farsi vedere in giro come se nulla fosse.
    Per niente convinta della tattica della madre, tutta incentrata com’era sull’attacco, Lilla avrebbe voluto protestare, ma non ne aveva le forze. Inoltre, la notte insonne le aveva lasciato una tremenda emicrania che le stava spaccando la testa in due.
    Se sul primo punto i figli pregarono la madre di aspettare ancora un poco, sul secondo tutti in quella stanza sapevano che nonostante le precauzioni, che avrebbero preso per proteggere Lilla, ci sarebbe stato ben poco da fare. La dura legge del cuttigghiu era sì tagliente come il coltello per il pescespada, ma era anche quanto di più democratico ci fosse. Prima o poi sarebbe toccata a tutti, e stavolta sarebbe toccato alle famiglie Aversa e Borzì essere al centro della centrifuga del pettegolezzo. E allora “caliti junco c’a passa a china”. Abbassare la testa fino a quando il peggio non sarebbe passato.
    Del resto, anche se ancora non si sapeva con certezza, durante la giornata la notizia che ‘Ndria Aversa fosse proprio il “padre di famiglia” fuggito con l’attrice napoletana, questione di tempo e sarebbe girata di bocca in bocca, diventando di dominio pubblico. E difatti, a dimostrazione dell’esatta valutazione, nella casa arrivò trafelata Gloria, la moglie di Gaetano Borzì, che raccontò di essere stata fermata all’uscita del fornaio da Agata, la consorte di Angelo Palazzo. A quanto asseriva la donna il giorno prima, nel pomeriggio, di ritorno da Acireale, dov’era andato per lavoro, il marito aveva visto alla stazione ferroviaria ‘Ndria e la bella attrice mentre salivano sulla “Freccia del Sud”, il cavallo di ferro che collegava Palermo a Torino.
    «Ora sì che siamo nei guai», commentò Rosetta che di Agata Palazzo era amica d’infanzia, «fra due ore lo sapranno pure le pietre».
    La previsione di Rosetta si rivelò esatta. Nel giro di qualche ora la notizia deflagrò come una di quelle bombe termonucleari che in quel periodo gli americani facevano esplodere nell’isola di Bikini, alle Hawaii, assicurando al taglia e cuci del cortile ciccia fresca per almeno i tre mesi successivi.
    Mentre Lilla, a seguito dell’improvviso cedimento dei suoi fragili nervi, si consegnava mani e piedi a un pianto dirotto e disperato, Luisa Borzì, congedati i figli in procinto di recarsi al lavoro, entrò in cucina, e riuscì a isolarsi da tutti preparando dei peperoni ripieni. Quando furono pronti, li sistemò in un piatto da portata, che coprì accuratamente con una salvietta di lino fresca di bucato, uscì da casa e, dopo aver fatto tre piani di scale, bussò alla porta del suo vecchio amico Alfonso.
    Ad aprirle fu Liborio: «Vossia benedica donna Luisa».
    «Buongiorno Liborio, c’è don Alfonso?»
    «Prego, si accomodi».
    Luisa gli consegnò la teglia con i peperoni ripieni.
    «Vado e l’avverto».
    L’anziana donna annuì.
    Liborio scomparve in direzione della stanza da pranzo, per ricomparire qualche istante dopo: «Vi sta aspettando».
    Luisa entrò nella camera. Don Alfonso era seduto sulla poltrona, vicino alla finestra. Nonostante fosse visibilmente sofferente continuava a essere vigile e presente. Agli occhi dell’amica non aveva perso una virgola di quella misteriosa aura che ogni uomo, a cui il destino aveva regalato lo status di leader, possedeva.
    Don Alfonso le fece cenno di avvicinarsi. Quando Luisa Borzì fu al suo cospetto, allungò la mano per salutarla ma lei, invece di stringerla, la baciò.
    «Ma che fai Luisa?», disse il boss schernendosi e ritirando subito la mano, «ci conosciamo da bambini»
    «Ti porto il rispetto chi meriti Alfonso».
    Il vecchio leone guardò Liborio, che annuì compiaciuto mostrandogli la teglia, poi fece cenno all’antica amica di sedere accanto a lui. La guardò e la ringraziò per i peperoni ripieni di cui andava ghiotto fin da bambino: «Ma non dovevi disturbarti».
    «Lo sai che è un piacere».
    Don Alfonso annuì, e non poté fare a meno di pensare a quanto Luisa fosse diversa da Leonetta, verso cui da piccolo aveva nutrito un innocente sentimento. L’usuraia, infatti, da quando era arrivato nel cortile non si era fatta vedere che una volta, indaffarata com’era a contare i soldi dello strozzo, E Alfonso non l’aveva mai biasimata: ognuno, secondo i suoi comandamenti, era libero di guadagnarsi il pane a proprio piacimento. Ma la mancanza di rispetto quella no, non era mai riuscito proprio a digerirla.
    Niente a che vedere con Luisa, che continuava a riconoscergli il ruolo, nonostante ormai da anni fosse depennato dalla rosa della prima squadra.
    Alfonso si sistemò meglio sulla poltrona e fissò l’amica, rivelandole di conoscere già il motivo che l’aveva spinta ad andarlo a trovare. Due volte al mese, sempre con la scusa di portargli qualcosa da mangiare, Luisa faceva visita a don Alfonso per parlare della loro infanzia, e per ricordare Rosario, il fratello, amico inseparabile del mafioso, morto nelle trincee del Carso all’età di diciotto anni. Anche il don era andato in guerra, ma aveva avuto più fortuna dell’amico. Era tornato a casa sano e salvo.
    «Chi te l’ha detto?»
    Alfonso sorrise, alzò le spalle, allargò le braccia e invitò l’amica a fregarsene. Non era importante sapere il nome della pettegola, quello che contava era riflettere su quanto era successo, e cercare di porvi rimedio.
    «E come?», chiese Luisa.
    «Trovando quel disgraziato di tuo genero».
    «Mia figlia voleva denunciarlo».
    «Niente sbirri. Sono cose nostre, di vicinato, e ce le dobbiamo sbrigare da soli. Vedi, hai fatto bene a venire da me, gli amici servono a questo. In giro per il mondo c’è ancora qualcuno che mi onora del tuo stesso rispetto, e vedrai che lo troveremo e lo convinceremo a tornare a casa».
    Luisa lo ringraziò. Don Alfonso rispose con un gesto della mano come a dire: fesserie. Poi s’informò circa le condizioni di Lilla e dei figli.
    Luisa scosse il capo: «Come vuoi che stiano? Malissimo e ancora è niente. Vedrai quando si scatenerà il pettegolezzo».
    Il vecchio boss annuì nuovamente: «So di che parli, ci sono passato. La lingua non ha l’osso ma rompe le ossa… Tutti i miei guai sono cominciati dalle maldicenze della gente. Ma non ci possiamo fare niente, dobbiamo accettare quello che il Padreterno ci manda».
     
    7.
    Il giorno dopo vide tutta la famiglia Aversa barricata in casa nonostante la madre di Lilla continuasse a urlare e a spronare la figlia, che non aveva mai smesso di vomitare robaccia verde marziana, a uscire e “metterci la faccia”. Luisa pretendeva che la sua ultimogenita rintuzzasse l’attacco a tenaglia lanciato dalle agguerrite schiere di malelingue che infestavano l’isolato, e questo avrebbe potuto farlo solo uscendo e accettando la sfida in campo aperto.
    Mentre Luisa e la figlia si mordevano e si scontravano per capire cosa fare, Lorenzo assisteva alla distruzione del suo piccolo e misero mondo. Un mondo nutrito dalla fame e dalle privazioni, che comunque continuava a piacergli.
    Quando finalmente Lilla si fu calmata, Lorenzo e Caterina la videro fiondarsi verso il comò della camera da letto. Aperti i cassetti, Lilla ne scafuliò l’interno con foga continuando a ripetere «Dov’è? Dov’è?»
    «Dov’è chi, cosa, mamma?», chiese Caterina.
    «Il passaporto di tuo padre, di quando voleva andare in Argentina».
    Caterina allargò le braccia.
    Lilla continuò a cercare senza esito. Il passaporto non c’era più. Lilla lanciò lì ennesima maledizione all’indirizzo del marito e poi, disfatta, crollò sul letto abbandonandosi a un pianto disperato.
    Ma se nel cortile la vacanza d’amore di ‘Ndria non fu foriera di pettegolezzi oltre il consentito, al bar “Sciarrone” gli amici del fuggitivo si divertirono come si è soliti fare a tavola a Ferragosto, confezionando per l’amico un vero e proprio guardaroba invernale completo di cappotto, impermeabile, cappello, sciarpa e guanti.
    Va da sé che la discussione era nata e si era sviluppata attorno al biliardo, centro nevralgico dei più assidui devoti a San Fancazzo. In realtà e in maniera non del tutto sotterranea gli amici di ‘Ndria provavano una sincera ammirazione nei suoi confronti: quello che aveva fatto, oltre a richiedere coraggio, di fatto rompeva formule antiquate, schemi consolidati da tempo immemore: un atto rivoluzionario. Ma la verità pura e semplice era che quando di mezzo c’era il pelo tutto trovava una giustificazione. Anche morale.
    «Oh, che vuoi fare, “quella” è sempre “quella”…», disse Gigi Bongiovanni detto “Iasu ‘i coppe”[5], mentre osservava la sua palla numero 8 che, appena accarezzata dal pallino, lentamente andava a posizionarsi davanti a una delle due buche centrali, proprio dove Gigi aveva voluto che andasse.
    «Che ci vuoi dire?», domandò retoricamente all’intero uditorio Carmelo Cortesi, detto “Kocis”, trent’anni, disoccupato cronico ma stecca di riconosciuta abilità famosa in tutti i biliardi di Messina. Esaurita la domanda, “Kocis” fece la sua giocata, avvicinando la palla numero 15 nella seconda buca centrale.
    «Quello parla da solo, amici miei, non ha bisogno di nessuno», rimarcò Jano Cortesi, grande amico di ‘Ndria, fratello minore di “Kocis” e suo inseparabile compagno a Shangai, facendo cenno al ragazzo del bar di portare quattro birre.
    Intanto, dall’altra sala, il juke-boxe appena arrivato diffondeva a tutto volume “Nessuno al mondo”, cantata da un giovanissimo occhialuto Peppino di Capri.
    «Questa canzone mi ricorda ‘Ndria», riprese Jano, «la cantava sempre».
    «Chissà dov’è a quest’ora…», si chiese Tanino Speranza detto “Mutanna”[6], partner di Gigi, mentre lavorava di gessetto la punta della sua stecca. L’uomo, che quando non giocava a biliardo o s’impicciava dei fatti altrui gestiva con il padre un banco di pesce al mercato del Muricello, guardò Gigi e gli chiese: «Secondo te dov’è?»
    Mentre “Iasu di coppe” pensava alla risposta da dare toccò a Jano soddisfare l’interrogativo di “Mutanna”: «A fottere con la napulitana, ecco dov’è».
    «Sì, ora secondo te uno sta sempre a fottere…», sentenziò don Peppino Russo, che, seduto sulla sedia dell’arbitro fumava come una ciminiera.
    «Scusate don Peppino», ribatté Jano tirandosi su i jeans appena comprati al mercato delle “due Vie”, «parlando con rispetto, ma con tutto quel ben di Dio a disposizione, uno che si fa una sega? »
    “Kocis” si avvicinò al fratello. Non si era scordato delle cinquantamila lire che doveva da due mesi a don Peppino, e gli mollò una schicchera sul collo sibilandogli: «Ma non dire minchiate. Gioca va, e vidi di imbucare una palla che ci stanno facendo il culo quanto una casa».
    Jano, diminutivo di Sebastiano, osservò il tappeto verde e s’accorse che in fondo non stavano messi poi così male, anche se dovevano ancora imbucare la palla numero 15 nella buca centrale.
    Pensò a ‘Ndria, dopodiché a una a una imbucò tutte le palle là dove andavano imbucate. Poi, fottendosene degli sguardi sgomenti degli avversari e di quello incredulo di suo fratello, si concentrò sulla palla numero 1. Non c’era alcun bisogno di dichiarare la buca in cui avrebbe provato a imbucarla, ma volle lo stesso sbrasare e sfidare la sorte: «Questa la mando dritta dritta nella buca d’angolo», e indicò la buca con la punta della stecca. Dal juke-box, ora, usciva la voce di Gino Paoli che cantava “La Gatta”.
    Nell’attesa che don Peppino prendesse per buona la sua sfida e accettasse la scommessa di qualcuno, Jano si scolò mezza Birra Messina gelata quasi tutta d’un fiato, ruttò e riuscì a concentrarsi sul biliardo. Prese la mira e sparò una botta tremenda spedendo la palla nella pancia della buca.
    «Partita!», disse rivolto agli avversari.
    «Minchia che culo rotto che hai», protestò, Gigi Bongiovanni gettando la propria stecca al centro del tappeto verde, «ma come cazzo hai fatto?»
    «Poi te lo dico. Intanto sistema le palle».
    Gigi lo guardò e in silenzio recuperò la stecca e il triangolo.
     
     
    [1] Gioco noto anche con il nome di “Otto e quindici”.
    [2] Pescestocco mangiato crudo con il sale.
    [3] Neonata.
    [4] Insalata di polipo.
    [5] Asso di coppe.
    [6] Mutanda.
    La critica di Cartier-Bresson al pubblico delle mostre, che non guarda più le opere limitandosi a identificarle, va estesa alla percezione del mondo, che ci scorre accanto, sempre più conforme alle nostre aspettative. Che cosa si deve mettere a fuoco per comprendere? Rivelare del già noto una visuale inaspettata o piuttosto concentrare l'attenzione sul singolo dettaglio e da quello ricostruire un’intera città? Cogliere il riflesso dei passanti sulle vetrine o il nostro, nel volto specchiato dal retrovisore, identico ogni giorno, ogni giorno differente?
     
        La città è un museo senza catalogo, un repertorio di forme in divenire, l'ininterrotta scenografia di se stessa. Dalla banchina di una stazione contemplo la sponda opposta, il sincronismo dei treni. Potrei scendere a una qualsiasi delle prossime fermate; mi preparo a una risoluzione improvvisa, sogno di prendere in contropiede la mia immagine che trascorre le sue giornate protetta dalla routine quotidiana. Che cosa c'è di più esotico della routine?
    Guardavo al domani sognando te
    avvolta di luce, da morbide trasparenze velata
    sognavo momenti di amore.
    Pensavo di fermare il tempo con te
    passando fra le dita la sabbia del tempo
    ornando il canto con la melodia.
    Dopo lauto tempo di gioie 
    rivelando chi invero tu sei
    gli occhi o dischiuso al dolore
    disilluso di mille verità.
    Poco alla volta distrutto hai il mio cuore
    il corpo avvilito non dona più amore,
    sentire vorrebbe desiderio di vita
    mentre ti guardo nella mia cecità.
    Vorrei trovare nuova linfa, nuovo vigore
    ma solo trovo la noia e il dolore
    di un altro giorno accanto
    al mio perduto amore.
     

    Strade

    By lucrezia995, in Poesia,

    Luoghi
    da commuoversi,
    che consumano.
     
    Territori di profonda confidenza
    in cui spogliarsi 
    respirare.
     
    Sentieri d'evasione
    che si calpestano
    percorsi che son sacri.
     
    Patria di venti
    che pesano
    di mani e di volti.
     
    Nidi di voci tremanti
    di sguardi
    fuggenti,che gridano
    a ricordi riposti.
     
    Regioni dell'anima,
    vie dell'eterna consolazione,
    paesaggi di rabbia
    trincee di guerre,inconfessate.
     
    Terreni riarsi di lacrime
    Monotonia, noia, abitudine...
    uccide l'animo come la spada il cuore.
    Sempre uguale il tempo che va
    sempre uguali i gesti che porta via
    L'animo piange il sentimento ferito
    il corpo rifiuta altro tormento.
    Agonizzante nel limbo infinito
    l'amore muore di grande spavento
    «Incredibile che tu lo faccia ogni anno.»
    «E' una tradizione, Marina. Piuttosto è incredibile che ogni anno tu mi faccia la stessa identica osservazione. Non hai mai avuto tradizioni a casa tua?»
    «Certo, ma questa non puoi definirla tale» ridacchiò lei, arruffandogli teneramente i capelli castani.
    Riccardo infilò la letterina nella busta e la sigillò con una leccata.
    «Ventotto anni e ancora a scrivere a Babbo Natale» commentò lei, gli occhi al cielo e uno sguardo divertito stampato in volto. Si domandava a quale indirizzo l'avrebbe spedita. Polo Nord? Groenlandia? Eppure doveva ammettere che quel residuo fanciullesco era adorabile in un uomo come lui. Sprimacciò il grosso cuscino rosso e si accoccolò sul divano. Il loro collie nano emise un sonoro sbadiglio e tolse il muso dalla sua gamba, preferendole il cuscino. Marina lo accarezzò teneramente e contemplò il fuoco ardere nel caminetto della loro casa di montagna. Riccardo le porse una tazza di cioccolata fumante e tutto le sembrò perfetto. Si lasciò scappare un sospiro trasognato. Poi gettò nuovamente un'occhiata alla busta.
    «Ti conosco da sei anni, Ricky, e credo di sapere praticamente tutto di te... eppure le origini di questa tua tradizione mi sfuggono. Non me ne hai mai parlato, vero?»
    «Tu mi hai per caso chiesto di farlo?»
    «Touché. Su, racconta.»
    «Come tutti i bambini ero solito scrivere la classica letterina a Babbo Natale. La consegnavo a mio padre la mattina della vigilia in modo che lui la recapitasse a chi di competenza. Il giorno dopo ad aspettarmi sotto l'albero c'erano esattamente i doni che avevo chiesto. La cosa andò avanti così sino al Natale dei miei otto anni.»
    Marina notò un velo di malinconia negli occhi di lui e lo invitò a proseguire. Riccardo si concesse una lunga sorsata di cioccolata, dopodiché riprese la narrazione.
    «Era l'anno in cui mio padre si ammalò. Faceva dentro e fuori dall'ospedale ormai da mesi e indossava una parrucca per via della chemio. Io ero troppo piccolo per capire bene cosa stesse succedendo, ma comprendevo che era in agguato qualcosa di brutto. Mia sorella maggiore piangeva quasi ogni giorno e la mamma non stava certo meglio. Nessuno badava molto a me in quel periodo ed era più che comprensibile. La mattina della vigilia scrissi la mia abituale letterina a Babbo Natale e la sigillai come mio solito.»
    Una lacrima silenziosa rotolò sulla guancia di Riccardo, atterrando sul maglione bianco.
    «Non sei obbligato a continuare se ti fa soffrire...»
    Lui scosse la testa.
    «E' ora che ne parli con qualcuno, Marina. E tu sei l'amore della mia vita.»
    Lei non disse più nulla. Il collie sollevò il capo dal suo cuscino e si rivolse con sguardo preoccupato al padrone. Marina e Riccardo si lasciarono scappare un sorriso.
    «Come dicevo, uscii dalla mia stanza brandendo la busta e cercai papà. Guardava la televisione in soggiorno insieme a mamma. Erano in silenzio e si tenevano per mano. Temevo quasi di disturbare la religiosità di quel momento, ma il mio essere bambino era più forte. Volevo a tutti i costi che Babbo Natale ricevesse la mia lettera. Così gliela consegnai e ricordo che la prese fra le mani con le lacrime agli occhi. ''Non so se quest'anno Babbo Natale riuscirò ad accontentarti'' mi disse con voce tremula. La malattia lo aveva reso molto debole in quel periodo e usciva raramente di casa, se non per recarsi in ospedale o in chiesa la domenica. Io lo guardai con solennità e gli dissi che se Babbo Natale mi avesse esaudito quel desiderio non gli avrei mai più chiesto nulla. Lui replicò che invece dovevo continuare a scrivergli, ogni singolo anno. Perché desiderare è ciò che ci rende vivi.»
    «E hai ricevuto ciò che volevi, quell'anno?»
    Riccardo si asciugò gli occhi con la manica del maglione e scosse il capo.
    «Nella lettera chiedevo che mio padre guarisse. Mi chiedo che cosa abbia provato nel leggerla. E il bello è che pensavo di essere esaudito anche quella volta, invece lui ci lasciò un mese più tardi. Spirò nel suo letto, circondato dai propri cari. Quel Natale non ricevetti alcun regalo, ma qualcosa di infinitamente più caro. Aspetta qui.»
    Riccardo si avviò in camera da letto e tornò poco dopo, stringendo tra le mani una vecchia e logora lettera, che porse a Marina.
    «Posso leggerla?»
    Lui annuì, sistemandosi tra lei e Cometa, il loro bel collie grigio.
    «Mi è stata consegnata da mia madre il giorno successivo alla morte di lui, anche se porta la data del giorno di Natale.»
    Marina lesse la lettera.
     
    25/12/1996
     
    Caro Riccardo,
    ho ricevuto la tua lettera e ho pensato di risponderti. A scrivere queste righe non è Babbo Natale, ma il tuo papà. Sei un bambino grande, ormai, ed è arrivato il momento di dirti che la figura con la barba bianca e il vestito rosso non è che un simbolo dell'amore che i tuoi genitori nutrono per te. Quest'anno mi hai fatto una richiesta che, a differenza degli anni passati, non mi è possibile esaudire. Dirti che sarei guarito sarebbe stata una bugia e non mi sono sentito di farlo. A breve sarai tu l'ometto di casa e voglio che tu sia forte. Devi essere forte e coraggioso, bambino mio, perché ti aspettano giorni molto tristi, ma in fondo ad essi ci sarà la luce e verrà il tempo in cui sarai tu a raccogliere le letterine per Babbo Natale dalla mano di tuo figlio. Il bello della vita è che continua, qualunque cosa succeda. E' per questo che so che la mia fine non sarà la tua, né quella di tua madre e tua sorella. Il senso di queste parole ti saranno più chiare man mano che crescerai, rileggendo ogni anno in questo giorno le mie parole. Racconta di me a tua moglie, quando sarai sposato, e condividi con lei queste poche righe. Ora ti devo lasciare, piccolo mio, perché ho fatica a tenere in mano la penna, come vedrai tu stesso da questa scrittura tremolante. Ti chiedo di scrivermi ogni anno una lettera, raccontandomi della tua vita, delle tue gioie e dei tuoi desideri.
    Io leggerò ogni parola e ne farò tesoro. Buona vita, ometto. Papà.
     
     
    Marina non riuscì a trattenersi dal piangere e Riccardo la strinse a sé.
    «Vita mia» le bisbigliò all'orecchio. Cometa gli leccò la mano e lui cinse in un abbraccio anche il cane.
    «Ogni anno porto una nuova lettera al cimitero. C'è un bauletto sopra la sua tomba contenente tutte le mie diciannove lettere. E' lì che andrà quella che ho appena terminato di scrivere.»
    «Posso chiederti che cosa hai desiderato quest'anno?»
    Riccardo appoggiò una mano sul ventre della moglie.
    «Ho desiderato di poter rivedere un po' di mio padre negli occhi di nostro figlio e ho deciso di dargli il suo nome, se sei d'accordo.»
    Marina lo baciò con dolcezza e sorrise.
    «Sergio è perfetto.»
    Che cos'è la Maremma? Un'emozione. Più che un luogo è uno stato. Uno stato d'animo in cui la creatura si ritrova in un creato intatto, di rara potenza spirituale e forza mistica, ove i profumi fragranti, i colori accesissimi, la luce cristallina che conferisce alle cose un aspetto brillante facendo risaltare la loro anima, tutto ciò, proposto allo sguardo incantato dello spettatore, lo trasforma. In quale altro luogo del mondo, il viaggiatore può spostarsi come nell'ottocento..., e ancora prima, su su fino al Medio Evo, ed ammirare gli stessi paesaggi descritti dagli storici romani sino ai noti diari dei viaggiatori mitteleuropei? Ebbene, qui è ancora possibile. Basta montare in sella e lasciarsi cullare dall'ambio del cavallo per tacitare istantaneamente tutti i pensieri, le paure, i timori, le preoccupazioni, i dispiaceri, i turbamenti dell'anima. Il corpo si installa sull'ampia e capiente sella maremmana, la mente s'acquieta e lo spirito si espande attraverso lo sguardo che spazia su paesaggi senza confini, senza limiti, senza orrori. L'uomo ritorna alla sua dimensione di creatura e si cala nell'ambiente creato apposta per il suo benessere, dimentico degli affanni della vita moderna e dell'angoscia di chi vive strappato dalla Natura. Basta chiudere gli occhi, oppure spalancarli fissando la bellezza che dilaga spontanea, per ritrovare la gaia unicità e gioconda allegrezza del proprio essere. All'improvviso, il miracolo si compie e ci si scopre affratellati tra cavalieri stupiti tutti dello stesso prodigio: essere tornati bambini nell'attimo in cui si è ritrovato il proprio limite e lo si è superato espandendo l'essere tramite la gioiosa armonia che ammanta ed incanta chiunque attraversi queste terre. La meraviglia diviene costanza, fino a che il meraviglioso ci invade per non più abbandonarci a noi stessi.la tua storia...
    Lunedì, 28 novembre 2016
    Ciao, chissà se ti ricordi chi sono. No, aspetta… ovviamente sai chi sono, sono passati solo pochi mesi dall’ultima volta che ci siamo parlati. Io intendo dire, che non so se ti ricordi chi sono veramente, non so se ancora sei capace di guardarmi nel profondo, come facevi poche meno di un anno fa, quando ti bastava un cenno per capire quello che pensavo.
    Ti ricordi? Io purtroppo sì.
    Perché dico purtroppo? Perché non ho ancora trovato nessuno in grado di fare quello che facevi tu.
    Sì, questo per me è un problema.
    Non mi dimenticherò mai i tuoi occhi di quella sera, mentre mi parlavi della tua decisione. Eri freddo, impercettibile, ma terribilmente intenso. Mi stavi lasciando e lo stavo facendo nel modo peggiore,
    Piangevi ti ricordi? E io ero lì, impotente; assolutamente inesistente. Trasparente. L’unica cosa che riuscivo a fare era urlare. Non potevo fare nient’altro, non ne avevo la forza.
    Qualcuno, qualcosa, mi stava portando via tutto quello che avevo sempre desiderato. Tutto quello che avevo amato.
    Io, che non avevo neanche mai amato la mia immagine riflessa nello specchio, all’improvviso, avevo amato te. Giorno dopo giorno, aveva imparato a riconoscere ogni tuo minimo atteggiamento, ogni più piccolo difetto,
    Avevo capito che dietro ai tuoi silenzi si nascondevano mille parole, perché per te era più facile fare così, perché a nessuno era mai importato cosa pensavi.
    Era difficile per te tirare fuori la rabbia. Era quasi impossibile parlarti in quei momenti: non mi davi spazio. Non mi permettevi di entrare nel tuo mondo contorto fino a quando non ti sentivi esplodere e allora ti facevi raccogliere come un gatto dall’angolo di una strada. Io ero lì… ero lì solo per te. Perche niente mi faceva sentire più speciale del vederti in quello stato. Solo con  me eri così. Io ero l’unica che poteva permettersi il lusso di vederti schiacciato, perché io ero l’unica in grado di aiutarti a tirati su,
    Anche quella sera.
    Anche quella sera pensavo che avessi bisogno della mia mano per incominciare di nuovo a camminare,
    Eri davanti a me. Gli occhi rossi.
    Le mie paure. Tutte svanite, perché quello era il tuo spazio. Io dovevo aiutare te. Non potevo in alcun modo permetterti di perderti in quel vuoto che avevi dentro.
    Quella sera, però, non avevi bisogno d’aiuto. Ero io quella impotente.
    Le tue mani sulle mie, non erano più le stesse. Non eravamo più noi, ma io non me ne ero accorta. Non avevo capito che quella sarebbe stata l’ultima sera, in  cui mi sarei addormentata tranquilla.
    No, non voglio essere tragica, non mi fraintendere.
    La vita va avanti, anzi, a volte è anche meglio di prima, ma una parte di me, è sempre lì, addormentata; pronta a risvegliarsi da un momento all’altro. Basta poco a volte e tutto torna nel bene e nel male.
    Ricordi, emozioni, tutto! Tutto quello che era nostro è rimasta incastrata dentro di me e per quanto mi posso impegnare, non riesco a farla andare via; ma forse è meglio così. È anche grazie a tutte quello, se quando mi alzo al mattino, sono io.
    Ogni singolo istante nostro, nella mia mente, è limpido. Per quanto io tenti di negarlo, tu sei lì e non te ne vai.
    Da quella sera, ho passato notti sveglie, in lacrime; notti che non passavano mai. Interminabili.
    Ci sono stati dei momenti, in cui non ci credevo; ad un certo punto, ho anche pensato, che fosse tutto finto. Sì… bhe, come nei film. Piango un po’ io, piangi un po’ tu, ma alla fine torna tutto a posto,
    Ci ho sperato veramente di trovarti davanti alla porta di casa mia, con la testa bassa e la solita felpa col cappuccio.
    Neanche immagini, quante volte ho sperato di poter viaggiare indietro nel tempo, a quell’ultima vacanza in montagna insieme, per poter passare meno tempo a litigare e più tempo a far l’amore.
    Mi sono fermata milioni di volte a pensare a tutto quello che è successo tra di noi. Eravamo due bambini quando ci siamo messi insieme e come due bambini, amavamo sognare che il nostro amore, fosse quello vero; quello che va contro a tutto e a tutti.
    Ne abbiamo passate tante e le abbiamo superate tutte. Ci siamo amati fino ad arrivare ad odiarci,
    Poi cos’è successo?
    Sognavamo tutto insieme ti ricordi? Quanti sabati sera, abbiamo passato in quel modo che nessuno dei nostri amici capiva… e quando litigavamo per il colore che avrebbe avuto la nostra camera da letto? Io ci volevo persino il camino finto.
    Mi piaceva addormentarmi su di te, anche se morivo di caldo. Mi sentivo protetta, al sicuro. Nessun mostro sotto il letto poteva toccarmi se c’eri tu.
    Quanto mi divertiva fare l’amore in silenzio, per paura che qualcuno ci sentisse. Nascondevamo tutto appoggiandoci uno all’altra.
    La lotta, che facevamo come due bambini, che finiva sempre in un litigio perché le mie unghie graffiavano sempre troppo.
    La magia d ogni singolo momento, rimarrà sempre con me. Lo sai, non sono brava a vivere le cose ocn leggerezza, non l’ho mai fatto.
    Volevo solo dirti, che sono tornata. Sono di nuovo io, quella incasinata di quattro anni fa, piena di paure insensate. Sono ancora la stessa, che non si guarda nello specchio, perché non riesce ad accettare che per quanto cibo possa non mangiare, non si libererà mai di quei dannatissimi cuscinetti sui fianchi.
    “A me piace tutto di te.” Mi bastava questo e di colpo diventavo perfetta.
    Ti ho amato come se fossi la mia unica ragione di vita. Ho investito tutto su di noi. Fino all’ultimo momento. Avevo deciso di non andare all’università, perché non mi importava del mio futuro se questo voleva dire impiegarci ancora degli anni a realizzare i nostri progetti.
    Per te, evidentemente, però, non era così.
    Tu non ti sei fatto problemi.
    “Non voglio doverti rinfacciare niente. Vado a vivere da mio padre.”
    Avrei preferito un pugno dritto in pancia. Mi sono sentita vuota. Inutile. Non immagini nemmeno per quanto tempo, questa sensazione è stata mia fedele amica.
    Ogni mattina, speravo di svegliarmi senza  sentirmi questa tremenda spaccatura nel petto, ma no… lei era sempre lì. Mi faceva impazzire. Non mi faceva respirare.  L’ho odiata, come se fosse la mia peggior nemica. Non ho ascoltato nessuno e mi sono chiusa in me stessa, fino a che non sono arrivata ad amarla.
    Sembrerò matta, ma è proprio così. Ad un certo punto, quella sensazione, mi faceva stare bene, perché era l’unica cosa che mi ricordava che tu ci sei stato. Per me era come una specie di collegamento a te.
    È stata proprio quella spaccatura, che mi ha aiutato a superare tutto il male che mi hai fatto.
    Mi sono aggrappata con le unghie a tutto quello che avevamo. Ho cercato di non dimenticare neanche un singolo istante, perché dovevo trovare un modo per seppellire l’idea che dominava la mia mente: quanto fossi stato bastardo.
    Non potevo permettere a niente e a nessuno di sporcare i miei meravigliosi ricordi.
    Ci sono riuscita.
    Ti ho amato tantissimo, ma ti ho superato. Non sono arrabbiata con te per come mi hai trattata.
    Io ho rispetto di tutto quello che ho vissuto e proprio per questo, non posso odiarti.
    Sei stato e sei, parte di me, perché senza di te, non sarei quella che sono.
    Adesso, mi sento pronta, ad iniziare qualcosa di nuovo; sai che sono sempre stata innamorata dell’idea dell’amore no? Anche io  me lo merito!
    Mi merito l’amore vero, genuino. Quell’amore che era nostro, fino a che la tua paura di non essere all’altezza di chissà cosa non si è messa in mezzo.
     Bhe… io voglio quello. Lo so, è difficile da capire.
    Dopo tutto quello che ho vissuto, dovrei voler stare lontana dall’amore einvece,,, non vedo l’ora di buttarmi a capofitto in qualcosa di meravigliosamente folle, come solo una storia d’amore può essere.
    Sono andata a casa tua sta sera, a trovare tua nonna. Povera donna, mi ha fatto così tanta tenerezza. Er in difficoltà. Non sapeva come comportarsi.
    A me è bastato attraversare il vialetto per essere invasa dai ricordi e poi… quell’odore indimenticabile. Mi ha invaso le narici ed è arrivato dritto al cuore, ma non ha fatto male. Davvero. Mi ha fatto sorridere. Per un secondo ti ho anche visto lì, all’ingresso, scalzo come sempre,  che mi saluti e mi dici: “Mia nonna è di là che ti aspetta.”
    Ho rivisto la tua faccia buffa, di quando ti sei appena svegliato e hai ancora tutti i ricci scompigliati.
    Ho immaginato come sarebbe rientrare in quella casa, come se niente fosse, con te al mio fianco.
    È stato un lampo, ma ti ho visto parlare con la cagnolina che avevamo preso per  “provare a fare i genitori”
    “Vieni Mia… Vieni da papà.”
    Ci ho pensato è vero, ma non mi ha fatto male. Mi ha fatto sorridere.
    Allora, ho capito.
    È arrivato il momento di scrivere questa lettera, che non so neanche se leggerai mai.
    Sta arrivando il mio compleanno e quest’anno non ho nessuno da tormentare per il regalo. Il mio Natale, sarà diverso da ciò a cui questi anni mi hanno abituato… ma non importa.
    Finalmente dopo mesi, sono libera. Libera di dire tutto ciò che penso su di te e su di noi; mentre scrivo, ascolto tutte le canzoni  importanti per la nostra storia. Sto piangendo, ma sinceramente, non sono mai stata così felice, perché finalmente sono io.
    Tu avevi i biglietti per andartene da un sacco di mesi e io per altrettanti sono stata zitta, aspettando questo momento.
    Ti auguro una vita piena e felice. Te lo meriti, sei una buona persona.
    Un consiglio? Non aver paura di dire quello che pensi. Non ti serve l’appoggio delle persone che sei andato a cercare, perché tu sei già meglio di loro.
    So per te, quant’è difficile da accettare questa cosa, ma è così.
    Mi manchi in ogni cosa che faccio; ogni volta che faccio qualcosa di nuovo, mi piacerebbe raccontartela.
    Grazie perché mi hai insegnato che l’amore, quello vero, esiste ed è meraviglioso; ma mi hai anche dimostrato che non tutti hanno il coraggio di lasciarsi travolgere da lui, perché fa paura.
    Ricordati che quando sorridi è più facile affrontare i problemi; non si è mai troppo grandi per fare un passo indietro.
    Spero di incontrarti di nuovo prima o poi.
    Grazie, perché se ora sto meglio, è perché sei riuscito a rendere infinitamente speciali i momenti in cui siamo stati insieme.
    A mia figlia, sicuramente, un giorno racconterò, che il primo amore, anche se magari, non è l’unico della tua vita, è il più speciale, perché ti aiuta a diventare la persona che sarai.
    Grazie di tutto.
    Ciao Arya.
    “…Che importa se per innamorarsi basta un’ora.
    Che fretta c’era, MALEDETTA PRIMAVERA
    Che fretta c’era, LO SAPPIAMO IO E TE
    Primo capitolo
    "La maschera bianca"      
     
     
     
    Un amico, una sera a cena a casa d’amici, gli disse che in fin dei conti nella vita, le tre cose più importanti sono i soldi, l’amore e il sesso, e continuò in una noiosa dissertazione nella quale si asseriva che la tanto millantata salute, in ogni caso non sarebbe servita a molto mancando i sopraccitati valori, o quello che erano! 
            Il signor Emanuele Ferrari si svegliò con un feroce mal di testa.
           Tutta la notte era stato tormentato da una terribile emicrania. Più volte si era svegliato e sarebbe andato in bagno a prendere un analgesico ma si sentiva così frustrato che anche quella che sarebbe stata un’azione consolatoria divenne nella sua mente una montagna impossibile da scalare. 
         Una signora sulla quarantina, quasi dieci anni più giovane di lui, dormiva ancora.
          Si alzò con grande circospezione, mai e poi mai avrebbe voluto che quella donna che aveva condiviso il sonno con lui, aprisse gli occhi e lo guardasse nello stato pietoso in cui si trovava. Doveva assolutamente riuscire a uscire da quella casa, che poi era la sua casa, evitando di svegliare la signora Matilde, che poi era sua moglie.
    Nel grande, elegante, appartamento su due livelli, in ogni angolo si poteva sentire la puzza dei debiti. 
    Ventisei anni di lavoro, duro e appassionato, avevano incenerito ogni più piccola speranza di riuscire ad avere qualche lira, pardon euro, da parte. 
    A rigor di logica sarebbe dovuto accadere il contrario, avrebbe dovuto avere un bel gruzzoletto, così da affrontare serenamente la vecchiaia che si sarebbe presentata ineluttabilmente tra qualche lustro. Ma purtroppo in una perversa spirale, quasi senza rendersene conto, si era trovato nella spiacevolissima situazione di essere oberato da debiti da saldare a destra e a manca.
    Quante volte aveva immaginato se stesso da vecchio, magari con i nipotini ai quali raccontare una bella storia, che sarebbe potuta essere anche la storia della propria vita fatta di successi e soddisfazioni. Una vita vissuta in una grande città abitata da milioni di persone operose e governata da politici onesti, capaci e soprattutto lungimiranti. Una città senza buche per le strade e senza poveri a chiedere l’elemosina. In fondo solo questo avrebbe voluto, una vita senza buche e senza poveri, che se non ci fossero stati, di conseguenza neanche lui avrebbe corso il rischio di ritrovarsi in quella spiacevole condizione.  
    Erano le sei e trenta del mattino e sua moglie si sarebbe svegliata tra circa un ora. La vedeva dormire, apparentemente serena. Certamente lo era. Ne era certo, se non fosse stato così, si sarebbe palesato qualcosa; invece se ne stava, bella dormiente, prona con le gambe leggermente divaricate e nulla sembrava potesse disturbarla da quel sonno beato. 
    Se avesse fatto in silenzio certamente lei non si sarebbe accorta di nulla, poi forse avrebbe chiamato al suo cellulare, ma il signor Emanuele non avrebbe risposto. 
    Allo specchio del bagno vide un uomo senza futuro, con una bruttissima cera e un leggero ematoma sullo zigomo sinistro.
    Alle sette e quindici era alla guida della sua monovolume che vantava la ragguardevole distanza percorsa di 210.000 chilometri. Aprì i due finestrini anteriori per far uscire la puzza di sigaretta mista all'acre odore della sbronza della sera prima che ancora risiedeva in quell'abitacolo. 
    In pratica sette otto ore prima era stato in un locale pretenzioso, con le pareti nere e qualche avventore con l’animo fottuto, e in quel postribolo di desideri marciti aveva mandato giù sei Gin Tonic. 
    Al momento di pagare si era accorto che i quarantacinque euro che aveva nel portafoglio non gli sarebbero bastati per pagare il conto. Era stato trattato malissimo e il gestore si era preso i soldi dicendogli di sparire, e l’aveva anche spintonato. Lui malfermo sulle gambe aveva reagito e il tipo, che certamente non vedeva l'ora, gli aveva sferrato un pugno colpendolo sullo zigomo sinistro. 
    Emanuele se n’era tornato a casa con la coda tra le gambe, faticando parecchio a ritrovare la strada per la sua abitazione. 
    Ora guida la sua monovolume da rottamare con uno stato d'animo che definire pessimo significa essere assai ottimisti e benevoli sul significato del termine. 
    Aveva in tasca sessanta euro, presi di soppiatto dalla borsa della moglie e infilato nella cintura, nascosto dalla giacca, un vecchio revolver calibro 38 special, che era stato lasciato in casa da uno zio che era stato ospitato da loro negli ultimi anni della sua malattia.  
    Lo zio aveva da parte una discreta somma di denaro, circa 40.000 euro, e visto che Emanuele era l'unico erede, li aveva lasciati tutti a lui. 
    Negli anni della sua demenza, lo zio, era stato accudito con grande affetto, quindi tutto sommato, quei soldi se li era meritati. Poi, il gruzzolo, com’era arrivato, se n’era andato. Un paio di vacanze, il motorino nuovo a uno dei due figli, una parte dei debiti con la pubblica amministrazione, qualcos'altro di non meglio definito, e puff, soldi dello zio demente spariti!
    “Sono pazzo, sono pazzo, sono assolutamente pazzo!” ripeteva nella sua testa Emanuele, e cercava di decidere se quella pistola sarebbe servita a farla finita, o se sarebbe stata utile a tentare una rapina o qualcosa del genere.
    Certo le due opzioni possibili erano diametralmente opposte, ma in ogni modo entrambe gli balenarono per la testa.
    Mentre girava in auto, vide una chiesa. Una bella chiesa bianca, era la medesima davanti alla quale passava ogni mattina. Stranamente non ci aveva mai fatto caso, allora giacché c’era decise di entrare. Non pregava da secoli, e molto probabilmente a quell’ora presto del mattino, visto che i più certamente dormivano, il buon Dio l’avrebbe ascoltato e gli avrebbe dato ottimi consigli su come affrontare la giornata, che si presentava già di buon’ora diversa dal solito. Restò dentro quel luogo di culto almeno per venti minuti ma non gli sembrò che qualcuno lo ascoltasse, quindi se ne andò certo che qualunque cos’avesse fatto non sarebbe stata sottoposta al giudizio divino.  
    Passò davanti a un’elegante palazzina e gli venne la prima idea folle. 
               Parcheggiò a una certa distanza dall’ingresso dell’elegante condominio dove si era prefissato di suonare al citofono. 
    La pulsantiera era in ottone, raffinata, lucida quasi da riuscire a specchiarsi. Premette un campanello a caso.
    “Buongiorno, c'è da firmare una raccomandata a che piano abitate?”.
    “A quest'ora?” rispose dall'altro lato una voce femminile.
    “Sì signora, adesso ho cominciato il giro, se c'è l'ascensore posso salire io”.
    “Va bene, salga, terzo piano”.
    Sotto la giacca blu navy aveva nascosto una maschera di carnevale rimasta nel cofano della monovolume dall'ultimo febbraio. 
    Qualche mese prima era stato a una festa, con Matilde e alcuni amici. Lui, come quasi sempre accadeva, aveva lavorato fino alle nove della sera e poi era tornato a casa. Sua moglie lo aspettava già vestita da caramella, in verità non è che si capisse bene a che gusto fosse, in ogni modo si trattava di una maschera che voleva ricordare una caramella, che tutto sommato a ben guardare il gusto non era ben definibile, ma in ogni caso non sarebbe stato opportuno puntualizzare.
    Emanuele, non aveva avuto il tempo di passare a prendere una maschera a noleggio. In realtà si era totalmente dimenticato, preso com'era dalle mille beghe quotidiane. Il suo tempo infatti si spendeva solo ed esclusivamente tra pratiche inutili e mille lacci e laccioli, che in un paese normale si sarebbero risolti in mezza giornata, ma che nel suo bel paese oberato dalla più becera burocrazia avrebbero incenerito un’intera vita nel vano tentativo di districarli. Fatto sta che la maschera non fu noleggiata e si ritrovò a dover improvvisare. 
    Quella sera indossò un vecchio vestito nero conservato a imperitura memoria in fondo a un armadio in una busta di cellophane trasparente, e ci abbinò una maschera bianca (quella che poi avrebbe lasciato nel cofano, e che oggi tornerà assai utile), che copriva il volto dal mento alla fronte. In fin dei conti quella sera, alla festa in maschera, era il più elegante di tutti, e nessuno lo riconobbe. Passò così, nell'anonimato forse l'ultima sera serena del suo mezzo secolo di vita.
    In ogni caso, tornando al primo giorno di cieca o forse miope follia, stava salendo le scale dell'elegante e signorile condominio, in realtà non troppo dissimile dal suo. Indossava la maschera e impugnava la pistola. Non avrebbe fatto male a una mosca, però fu pervaso da uno strano, difficilmente definibile, senso di potere. Una cosa mai provata in vita sua. Fu come se il suo corpo venisse attraversato da una corrente calda, una sensazione di calma ed eccitazione fuse insieme. 
    E si sentiva forte, più alto del suo metro e ottanta, e con una potenza, molto maggiore di quella che avrebbero potuto esprimere i suoi ottantadue chilogrammi di massa corporea. 
    “Se questi sono i segni della follia, d'ora in poi sarò folle”. 
    Saliva le scale, e questo pensiero, più volte nella sua mente, volteggiò come un ardimentoso loop. 
    La signora magra e smunta si ritrovò con la canna della pistola quasi sul naso e nell'arco di pochi secondi svenne. 
    Fortunatamente pesava poco. 
    Aveva non più di quarant’anni, più o meno come sua moglie, e probabilmente era una di quelle tipe fissatissime con diete e palestre. Mise la pistola dietro la cintura e la trascinò, prendendola dalle ascelle, fin dentro il grande salotto che stava proprio lì davanti all'entrata. Le sfilò la cintura della vestaglia e legò le sue mani dietro la schiena. Tutto fu fatto nel più perfetto silenzio. Ora bisognava controllare se ci fosse qualcun altro o altra in casa. 
    L'adagiò sul divano e, come avrebbe fatto un rapinatore con una certa esperienza, impugnò la pistola, e si mise a girare per quella casa. 
    Si muoveva come un gatto, felpato e silenzioso, sembrava quasi che avesse sempre fatto quel genere di cose. La prima tappa di quel tour casalingo fu la camera da letto della signora. Notò che il grande letto era disfatto solo da un lato e quindi dedusse che la signora usava dormire da sola. Poi vide se c'erano altre stanze da letto. La prima che aprì era completamente vuota, nella seconda vide una ragazzina, più o meno quindicenne che dormiva beata. Tornò al salotto, si mise a cercare in giro e trovò un cassetto con dei tovaglioli. Ne prese uno, e andò a legarlo sulla bocca della signora, che proprio in quel momento stava svegliandosi dallo svenimento. Lei aprì gli occhi e stava per mettersi a gridare, Emanuele le fece segno di stare zitta e le sussurrò che non le avrebbe fatto niente di male, né a lei, né tanto meno alla signorina che dormiva inconsapevole di ciò che stava succedendo.
    “Se mi prometti che non urli non ti farò del male” le disse parlando pianissimo. Lei annuì facendo un cenno con il volto terrorizzato.
    Vederla così legata e imbavagliata, sul divano, con le cosce aperte e la vestaglia leggermente aperta, glielo fece diventare duro, che tra l'altro non succedeva da tempo memorabile.
    Ma era pazzo, solo pazzo, più che altro impazzito.
    Non le avrebbe fatto del male, non l'avrebbe nemmeno sfiorata con la punta dell'indice; i pazzi non violentano le donne. Quella è una cosa che fanno gli uomini sanissimi di mente ma che si sono fottuti l'anima. Voleva solo i soldi, ma doveva capire se la signora fosse ricca. 
    “Senti ascoltami, io so che sei molto ricca che in casa tieni un bel po' di soldi, me l’ha detto un mio informatore. Ora andiamo dove li tieni me li dai e io me ne vado, e la cosa finisce qua” disse Emanuele bluffando. 
    Poi le cose si complicarono, perché arrivò la figlia e alla vista della scena svenne anche lei. 
    La donna cominciò a tremare forse presa da una crisi di panico. Poi si calmò allora lui rinnovò l'invito a portarlo dov’erano custoditi i soldi. Fece un cenno verso la ragazzina che stava a terra svenuta, come a dire: “A buon intenditore poche parole”. E il volto della signora si terrorizzò ancor di più, ma poi cominciò a fare cenni con il volto come a dire: “Ok, ok, ti porto dove tengo i soldi”.
    7.500 euro questo fu il bottino, non male.
    Ma si sentì una merda, non poteva usare il terrore per rimediare del denaro. Doveva trovare un altro modo per fare soldi.
    Senza farsi vedere da nessuno posò nel bagagliaio dell'auto la maschera, la pistola e i 7.500 euro in fogli da cento. Si tolse la giacca, restando in maniche di camicia, era metà giugno e la mattina era calda, quasi estiva, ma non troppo. Poi decise di togliersi anche la camicia, portava una t-shirt; un retaggio della vecchia maglietta della salute che da piccolo veniva imposta quasi come un dogma indiscutibile. Tornò indietro, davanti all'ingresso della casa che aveva rapinato. 
    Restò lì davanti al portone qualche minuto. Avrebbe voluto citofonare alla signora per chiederle scusa, per spiegare quella sua folle azione, e si portò anche davanti alla pulsantiera del citofono. Com’era bella, lucida, in ottone, vagamente retrò. Cercò di ricordarsi a quale campanello avesse suonato, ma non si ricordava proprio. Stava guardando la lucida pulsantiera e una voce alle sue spalle gli disse: “Mi scusi un attimo devo citofonare”.
    Si voltò, era un carabiniere, in compagnia di un suo collega. “Prego faccia pure, il mio amico non mi risponde, sa dovevamo andare al lavoro insieme, chi sa...”. Non lo fece neanche finire 
    “Sì, va bene, aspetti un attimo, che c’è stata una rapina devo suonare”.
    “Prego si accomodi”.
    Il carabiniere suonò al campanello.
    I due della benemerita salirono e lasciarono il grande portone d'ingresso di cristallo socchiuso.
    Emanuele aspettò per non più di trenta secondi e poi salì anche lui.
    Il piano se lo ricordava, era il terzo.
    Si fermò davanti alla porta che era rimasta anch'essa socchiusa. Dal pianerottolo sentiva tutti i discorsi tra la signora e i due carabinieri, e sentiva anche la ragazzina che piangeva e singhiozzava, e tutti a fasi alterne che cercavano di tranquillizzarla. 
    Poi sentì che la signora diceva che il rapinatore aveva preso solo trecento euro, che erano gli unici soldi che aveva in casa, e poi se n’era andato via senza farle del male. Che, in fin dei conti, era stato tutto sommato gentile. Finì con il dire che ci aveva pensato bene e forse non era neanche il caso di sporgere denuncia. Il carabiniere le spiegò che lui in ogni caso avrebbe dovuto fare il verbale e lei avrebbe poi potuto decidere se sporgere o meno denuncia. In realtà la signora non li avrebbe chiamati proprio i carabinieri, ma la figlia fu presa da una crisi isterica e la sentirono i vicini che si preoccuparono di bussare per sincerarsi di cosa fosse accaduto. Emanuele stava dietro la porta socchiusa sentendo tutta la conversazione e quindi rasserenato da quell’anomala situazione se ne andò con il cuore più leggero.
    Uscì dal portone, e visto che proprio sul marciapiede di fronte c'era un bar assai carino con davanti quattro tavoli, ne approfittò per sedersi, fare colazione e gustarsi l'evolversi dei fatti. Ordinò caffè, cornetto e una bottiglietta d'acqua gassata, vide che c'erano dei quotidiani a disposizione degli avventori e se ne prese uno per ammazzare il tempo. Dopo circa mezz'ora uscirono i carabinieri con la signora e la figlia che nel frattempo era tornata serena e tranquilla, e attraversarono la strada diretti verso lui. Ebbe un attimo, ma solo un secondo, di trepidazione. Gli passarono accanto e si diressero al bancone, dove la signora fu tanto gentile da volergli offrire un caffè. A questo punto, Emanuele con indifferenza entrò nel bar per curiosare su cosa si stessero dicendo, ma in realtà parlavano di tutt'altro.
    Pagato il conto del baretto gli restavano 7.566 euro. 
    Dove sarebbe arrivato con quella somma? Per quanto tempo se ne sarebbe potuto andare in giro? Divise la somma per una spesa presunta di 120 euro al giorno e vennero fuori poco più di due mesi di autonomia, che poi considerato che avrebbe dovuto comprare dei vestiti di ricambio, e qualcos'altro che non gli veniva in mente, ma che sicuramente sarebbe stato necessario comprare, certamente sarebbero stati molti meno.
    Doveva trovare un posto tranquillo dove pensare, anche se ormai era folle, doveva necessariamente fare ricorso a qualche ultimo barlume di saggezza e farsi venire un’idea per incrementare il suo gruzzolo e così aumentare i suoi giorni di autonomia.
    Non sapeva neanche lui come e perché si era ritrovato in quella condizione. 
    Sì, in fin dei conti poteva avere qualche responsabilità. Certamente avrebbe potuto fare qualcosa di più. Sarebbe potuto essere un uomo migliore. Ma era anche vero che in buona sostanza non è che avesse molto da rinfacciarsi. In ogni modo, forse a fasi alterne, aveva dato il meglio di sé. 
    A scuola era stato un alunno modello, all'università aveva studiato con impegno. Alcune materie non riusciva proprio a digerirle, e quindi, poi aveva preso voti non eccellenti, tipo 22 o 24. Ma era andato avanti e si era laureato quasi in tempo. Certo quei 22 gli avevano abbassato la media e quindi il 110 era rimasto una chimera. Aveva fatto una marea di concorsi, ma il voto non alto aveva probabilmente influito negativamente sull'esito positivo degli stessi. Per tre anni era stato perfino un portaborse ben retribuito, ma poi il suo mecenate, una notte era stato stroncato da un infarto, e quel bel posticino che forse l'avrebbe portato chi sa dove, svanì come la nebbia spazzata dal vento. 
    Passò altri due anni a guardarsi intorno. A quel tempo i soldi non erano un problema, c'erano i suoi, e i genitori della donna che aveva sposato, esattamente in quei due anni durante i quali osservava il mondo pieno di speranze, con nella testa mille idee e progetti, e intorno a lui, e non si riusciva proprio a percepire, il mondo stava sgretolandosi. 
    Certo un'idea se la sarebbe potuta fare, proprio durante il periodo in cui portava la borsa dell'onorevole. 
    Ironia della sorte, ma quel mondo che lo affascinava, col suo pregnante senso di potere e onnipotenza; e sì, proprio in quel letame, in quello sfasciacarrozze dell'etica, in quel bordello dove la matrona svendeva idee, ideali e propinava un corrotto senso del servizio, sì, proprio lì, in quel inceneritore di speranze, avrebbe potuto avvertire la premonizione di ciò che sarebbe successo; ma era miope, quasi sordo, o magari era proprio compiaciuto. 
    Fatto sta che gli venne la malaugurata idea di metter su ditta, una bellissima società di consulenze. Settore dei servizi, una delle tante, che poi non si capisce bene per quale misterioso motivo per fare una cosa semplice, cioè vendere un prodotto, che in ogni caso viene fabbricato in quanto dovrebbe servire a qualcosa, si debba costruire sopra un ambaradan di concetti e sovrastrutture che sembra quasi che senza, il prodotto stesso non possa esistere proprio.
    Ma i tempi erano buoni, o perlomeno così sembrava, molti ci avevano fatto una cospicua fortuna vendendo l'invendibile. 
    Ma ogni buona idea, lo è solo quando precede il momento in cui lo sarà. So che può sembrare un paradosso, come può essere buona una cosa che ancora non è? Ma fidatevi è sempre così.
    Quindi si mise a navigare in un fiume alimentato da un ghiacciaio che stava consumandosi, giorno dopo giorno i miliardi di miliardi dei cristalli di ghiaccio diminuivano e non c'era nuova neve che li ricreasse.
    Passò molti anni a navigare su quel fiume segnato dal destino, e proprio oggi, su quel fiume ha smesso di andare.
    La barca si è arenata, e avrebbe anche detto: "Per fortuna che ora sono su una sponda e posso scendere, posso finalmente andare a piedi e scegliere qualsiasi direzione. Non sono più prigioniero, schiavo del corso del fiume, ora posso camminare, andare ovunque e fare qualsiasi cosa mi venga in mente!”.
    Ora è seduto sulla panchina del curatissimo parco del quartiere, tra gli alberi e le lievi collinette coperte da un manto di soffice erba verde. Seduto, rilassato si gode il sole di quel bel mattino di metà giugno. 
    Osserva le persone che felici passeggiano, sole, oppure con il cane, e le mamme con il passeggino, e stranamente si sente felice anche lui. 
    E questo sì che è un autentico mistero: un'ora fa ha commesso un crimine per il quale sarebbe dovuto stare anni e anni in carcere, gettando nella vergogna più profonda la sua famiglia. In un’azione di poco più di un quarto d'ora ha tradito tutta una vita di senso etico, eppure si sente libero, leggero e scarico da ogni pressione. 
     
    “Sarà la follia” ripeteva nella sua testa. Ma poi si ricordava che da qualche parte aveva letto che i pazzi non sono mai coscienti di esserlo. “Quindi non sono pazzo” concludeva con quest’assunto dopo aver fatto, in estrema sintesi, il giro completo della sua vita.
    Decise che doveva cambiare identità. Parlava molto bene il francese, perché sua madre era parigina, e visto che lei aveva sempre sperato di tornare nella sua madrepatria, aveva cresciuto i suoi tre figli, dei quali uno era Emanuele, parlandogli quotidianamente in francese e rendendoli bilingue.
    Andò in un internet point e si mise a cercare un’identità da clonare. 
    Trovò su Facebook un certo Cyril Legrand. 
    L'età poteva essere simile, e dalle poche foto personali poteva scorgersi una certa somiglianza, in più il tipo aveva messo una certa quantità di dati anagrafici. Cambiò qualche dettaglio e imparò a memoria quella nuova identità. Poi fece un giro per negozi e si fece un completo da turista, con tanto di cappellino, occhiali da sole e zaino.
    Si mise in autostrada e dopo un paio d'ore era in un altra città. 
    Cominciò a farsi un tour per gli uffici postali fin quando ne trovò un’adatto all'uopo.
    La cosa fu rapida e indolore, entrò con la solita maschera e uscì con 14.000 euro, il bottino, al netto delle spese sostenute fino a quel punto della sua nuova vita ammontava a 21.140 euro. Sarebbero stati circa 160 giorni d'autonomia, senza preoccupazioni, senza bollette, né cartelle da pagare, né scadenze da onorare; non male!
    Sarebbe stato un uomo senza passato, senza nessuno a cui dare conto, nessun amico, nessun affetto e soprattutto nessuna società che giornalmente ti presenta un conto impossibile da pagare. Il suo presente si sarebbe creato ora dopo ora, e il futuro avrebbe avuto sempre il gusto del primo melograno mangiato a primavera.
    Certo non sarebbe potuto andare a prendere una stanza d'albergo avrebbero voluto i documenti e doveva disfarsi anche della monovolume. Trovò un bel parcheggio e prese un autobus per la stazione ferroviaria di quella città.
    Dopo un’ora e mezzo era in un'altra città.
    Nei bagni pubblici si travestì da Cyril il turista, e con il suo zaino, il cappellino e gli occhiali da sole, si recò nella più vicina stazione dei carabinieri.
    Parlando in francese, con qualche difficoltà per il maresciallo che lo ascoltava, sporse denuncia per lo smarrimento dei documenti e si fece fare un certificato di smarrimento. Con quello sarebbe potuto andare a prendersi una stanza d'albergo e finalmente riposarsi.
    In quella ridente cittadina ci restò per più di dieci giorni. Se ne andava in giro come avrebbe fatto un vero turista. Girò per monumenti, chiese e musei. Perfino visitò il bellissimo cimitero monumentale, dove trovò un loculo di un signore di 46 anni e decise che quello era lui, l'altro ovviamente, ormai morto e sepolto. 
    Intanto la signora Matilde cominciava veramente a darlo per morto.
    La mattina in cui di soppiatto se ne andò provò a chiamarlo più volte al cellulare, risultava spento o non raggiungibile. Poi provò anche in ufficio ma ovviamente anche lì lo davano per disperso.
    Nel tardo pomeriggio andò in commissariato, per sporgere denuncia di sparizione di congiunto. Le dissero che le avrebbero fatto sapere qualcosa, ma nessuno la chiamò.
    E se da un lato Emanuele era impazzito, alla signora Matilde sembrava d’impazzire anche a lei. Si convinse che probabilmente suo marito avesse deciso di farla finita e chi sa in quale posto remoto e nascosto adesso il suo corpo esanime giacesse. Una notte sognò che stava facendo una passeggiata in un bosco, e a un certo punto inciampò su qualcosa. Era il corpo di Emanuele che riverso a terra privo di vita era già diventato banchetto per i vermi. Lo interpretò come un sogno premonitore e la sua convinzione si rafforzò. Non sapeva proprio come comportarsi, e non riusciva a dare delle risposte valide alle cento domande che le frullavano per la testa, e soprattutto a una: “Perché l'ha fatto?”.
    Dopo una quindicina di giorni cominciò a farsene una ragione, d’altronde si sa, chi muore tace e chi resta si da pace, e riprese a consolarsi con il suo amante storico, un bel trentenne sfaccendato e nullatenente, che aveva il nobilissimo scopo di essere trastullo per un certo numero di signore che grazie a lui si risparmiavano i soldi che certamente avrebbero speso in sedute di analisi. 
    Di contro Emanuele neo Ciryl non si poneva nessuna domanda, non riusciva a sentire sensi di colpa, e non gli mancava proprio la sua vita precedente. Solo di tanto in tanto sentiva la mancanza dei due figli, ma poi costruiva una storia nella sua mente, intrisa di misticismo e suggestioni, che diventava una valida scusa per continuare nella sua latitanza.
    Una mattina di fine giugno decise di fare un'altra rapina. Scelse una gioielleria che faceva parte di una celebre holding del lusso. Diceva guardandosi allo specchio: “Se rubo ai ricchissimi, che male c'è?”.
    Come un novello Robin Hood, che poi però si sarebbe tenuto tutto per sé, mise a punto un piano iperbolico. 
    Aveva notato che a poco più di cento metri dalle vetrine della gioielleria stavano facendo dei lavori a delle condutture, e in quel cantiere usavano un piccolo escavatore, denominato “Bobcat 553”. In un internet point stette due ore a seguire decine di tutorial sull'uso della piccola ruspa. Aveva anche notato che i sei operai alle dodici facevano la pausa pranzo andando a mangiare in una trattoria che distava più di cinquecento metri, lasciando il cantiere incustodito.
    Comprò un giubbotto largo e leggero sotto il quale avrebbe potuto nascondere la maschera bianca.
    Alle dodici e dieci si mise alla guida del bobcat e sfondò in un sol colpo una vetrina dell'esclusiva gioielleria. Pistola in pugno saltò dentro il negozio e con una certa spavalderia riempì una piccola borsa da viaggio con circa tre chili di braccialetti, collane e collanine, anelli, orologi di gran marca e chi più ne ha più ne metta. Il problema sarebbe stata la fuga, ma ci aveva pensato. Ha fabbricato due bombe molotv, sempre grazie ai soliti tutorial di Youtube, costruite con due bottiglie piene di benzina super e trucioli di legno comprati in un brico center.  Due calzini vecchi a fare da innesco e niente più. Spesa totale sette euro. La segatura sarebbe servita a fare durare più a lungo le fiamme e forse a fare un po' di fumo. Deve fare confusione, questo è il dictat. La gente deve scappare a destra e a manca, in modo che lui possa sfruttare il trambusto per dileguarsi. Si è fatto un percorso di fuga che gli avrebbe permesso di disfarsi del giubbotto e dove avrebbe potuto nascondere la borsa del bottino. In una traversa adiacente alla via dove si affacciavano le eleganti vetrine della sua preda, era stato tirato su un ponteggio per dei lavori di rifacimento di una facciata. Aveva notato che i lavori erano fermi, e che la porta dalla quale si accedeva al cantiere era chiusa con il ferro filato, e in più si trovava in un angolo cieco, dove sarebbe potuto essere più comodo entrare in incognito. 
    Appena fuori, sulla via, che già l'aver sfondato la vetrina, aveva creato un grande casino, con gente che scappava impaurita e anche altri che incoscienti accorrevano a curiosare, proprio appena fuori, non curante di nulla, esplose tre colpi di pistola verso il cielo. Allora sì che tutti cominciarono a darsela a gambe, e per rincarare la dose fece esplodere sul marciapiede le due bombe incendiarie. Ancora immobile sulla sua posizione, Cyril o Emanuele, questo non ci è dato sapere, perché forse ancora non lo sa neanche lui, osserva compiaciuto il fuggi fuggi generale.
    Si sente quasi un super eroe, non avverte nessun tipo di timore, anzi si sente proprio bene, che sarebbe rimasto in quella posizione, anche per un bel po', se non fosse che notò in fondo alla via una macchina dei carabinieri, che a sirene spiegate si avvicinava. Per fortuna che la folla ormai presa dal panico la rallentava alquanto, e lui con calma, senza alcun tipo di trepidazione s’imbucò nella traversa, e si portò verso l'ingresso del cantiere. Aveva già reciso, in una delle ispezioni precedenti, con una tronchesina il ferro filato e riposto in un angolo lo zaino e una maglietta di colore diverso. In un attimo entrò dentro lontano da occhi indiscreti. Tolse il leggero giubbotto, la maschera, e nascose la borsa dentro il cantiere.
    Poi come se non fosse affar suo uscì e andò a gustarsi la scena del gran casino da lui stesso causato. Nel giro di cinque minuti arrivarono sei macchine delle forze dell'ordine. Tre dei carabinieri, due della polizia, e una dei vigili urbani. Prese addirittura un estintore da un bar, che stava proprio lì davanti, e con ardimento si diede un gran da fare per spegnere le fiamme, avvicinandosi senza paura con l'erogatore alle fiamme da lui stesso appiccate, meritandosi financo l'applauso di un gruppetto di turisti giapponesi che impavidi si erano messi a fotografare la scena, e che ritennero opportuno per un attimo interrompere la documentazione e dare giusto tributo al valoroso passante. Poi arrivarono anche i vigili del fuoco ma le fiamme erano già pressoché domate.
    “La follia mi ha reso invincibile” questo gli balenò per la testa, quando un vigile del fuoco gli diede una pacca sulla spalla, in segno di approvazione e stima, e con calma e indifferenza tornò a prendersi il bottino.
    Al riparo da occhi indiscreti, cambiò la maglietta, travasò il bottino dalla borsa allo zaino, lasciò un anello d'oro e zaffiri per farsi perdonare dagli operai, visto che gli aveva messo piuttosto a soqquadro il cantiere, e questa volta nei panni certamente di Cyril si ributtò tra la folla.
     
     Non sarebbe stato semplicissimo trasformare quei gioielli e quegli orologi in denaro contante, soprattutto perché si rese conto che il valore della refurtiva era enorme, perlomeno dal suo punto di vista. Non tanto i gioielli, ma gli orologi valevano una fortuna: cinque Rolex, che tutto sommato erano i più “a buon mercato” diciamo complessivamente sui 60.000 euro; due Patek Philippe, e qui già si sale, diciamo quasi a sfiorare i 120.000; e infine due Luis Moinet che insieme sfioravano la stratosferica cifra di un milione di euro. Quindi quella borsa appoggiata sul letto della sua stanza d'albergo, tra oro, pietre preziose incastonate e orologi valeva circa un milione e mezzo di euro. Il problema era che è tutta roba rubata, sarebbe stato difficilissimo e pericolosissimo smerciarla. Ma lui era pazzo e questo sarebbe potuto diventare un vantaggio.
    I pazzi si comportano in modo imprevedibile e diventa quasi impossibile interpretarne i comportamenti.
    Intanto nell'austera stanza di un ministero, un sottosegretario, di cui forse è meglio non rivelare l'identità, fu informato del furto. Andò su tutte le furie, perché quei cinque Rolex rubati dall'uomo mascherato, che per puro caso, proprio in quei frangenti, erano sul bancone della celebre gioielleria francese, in realtà appartenevano a lui. Sarebbero stati prelevati il giorno stesso; e sarebbero serviti per ottenere dei vantaggi notevoli in alcune questioni, che definire poco cristalline equivarrebbe a usare un ottimistico eufemismo.
    In ogni modo il sottinteso interesse delle istituzioni; e addirittura di, a dire il vero deviato, ufficio di una branca dei servizi segreti, agitò un po' le acque; e ciò fu utile per Emanuele, affinché si perdesse tempo e si distogliesse l'attenzione di una vera e proficua indagine sul fatto.
    Cambiò, per l'ennesima volta, città. Questa volta ne scelse una sul mare. Perché vista la stagione estiva ormai nel pieno, gli sembrò che fosse più facile mimetizzarsi tra le orde dei turisti festanti.
    La cittadina era splendida. Il mare a dire il vero faceva come si suol dire cagare; ma tutto il resto era un magnifico ambaradan, atto a soddisfare ogni voglia e desiderio. 
    La mattina andava a correre sul litorale, poi tornava nella pulita e anonima pensioncina che aveva scelto per la sua villeggiatura, si preparava per il lido e alle undici andava a prendere un paio di ore di sole. Alle 12 e 30 pranzava lì stesso, poi dormiva un paio d'ore e intorno alle 18 andava in un altro lido dov’era stata allestita una palestra all'aperto e dove si dedicava con impegno a quasi due ore di esercizio fisico. Voleva essere in perfetta forma, perché ripeteva a se stesso che solo se si è perfetti nel corpo si può essere perfetti nelle azioni. Poi tornava in albergo, cenava, e dopo, approfittando di uno dei due computer a disposizione dei clienti, studiava e pianificava quelle che sarebbero state le sue azioni future. Imparò, altresì, come smontare le gemme dai gioielli; e come fondere l'oro per poterlo vendere a pezzetti ai vari “vendo-compro metalli preziosi”.
    Infatti comprò in un Brico un kit per saldature a fiamma ossidrica e una robusta tronchesina, da un vucumprà un bilancino elettronico da pusher e in un pet-shop alcuni ossi di seppia. Toglieva dai castoni le pietre, faceva a pezzetti i gioielli e li fondeva con la fiamma colandoli in piccoli scassi ricavati negli ossi di seppia.
    Si recò, in una cittadina che distava pochi chilometri, correndo in tenuta ginnica con sulle spalle un piccolo zaino nel quale ripose parte dei lingottini ricavati dai gioielli e alcune pietre preziose. Aveva notato, proprio all’ingresso della cittadina limitrofa, uno di quei negozi che ultimamente proliferavano. Aveva un’insegna coloratissima che recitava: “Compro Oro - Massima discrezione -”.   
    Il losco tipo che lo conduceva si dimostrò un partner efficace per i suoi affari criminali e si prese tutto il bottino, orologi compresi a circa un decimo del suo valore reale, dimostrandosi in realtà disponibile ad altre ricettazioni.
    Ma Cyril chiuse il rapporto appena finito d’incassare gli ultimi soldi. Una cosa aveva ben capito: da criminale, meno rapporti con terze persone hai, e più hai speranza di perdurare in quello stato di malavitoso. La sua follia cominciava a essere lucida e il suo patrimonio superava i cento mila euro.  
    A metà agosto gli venne voglia di scrivere una lettera alla moglie.
    Ci pensò un’intera giornata, e dopo cena decise di attendere che la notte, come classicamente si dice, gli portasse consiglio. Questa questione della lettera era una delle poche cose, che in quel nuovo corso, gli aveva procurato qualche piccola incertezza.    
    Aspettando di cadere nel sonno, ne approfittò per fare un piccolo bilancio di quei primi sessanta giorni. Non si dava giustificazioni. Certo di tanto in tanto ascriveva alla follia la responsabilità di quel mutamento. Ma poi si chiedeva se non fossero state le indotte ristrettezze economiche a portarlo a quei comportamenti. 
    “Come sarei adesso se il povero zio Anselmo invece di quel misero gruzzolo avesse avuto in banca, che so? 400.000 euro! Avrei fatto tutto ciò? Sarei stato una persona migliore? Nel senso che mi sarei comportato seguendo i dettami del vivere civile, o la follia in ogni caso mi avrebbe accolto?”.
    Si poneva queste domande, ma a prescindere dalle cause, sentì che essere un criminale lo faceva stare bene. E tra bilanci, domande e ambigue risposte, cadde nel sonno e fece anche un bellissimo quanto strano sogno.
    C'era una città dalle larghe vie e con piazze molto ampie e luminose, era tutto bianco, al massimo grigio chiaro. Sembrava di stare in una grande città del passato rimasta integra nelle strutture. Come se i secoli, con tutte le piogge e i venti annessi, avessero solo cancellato i colori delle facciate, degli affreschi e di tutto ciò che in buona sostanza potesse essere ammantato di colori. In quella città si vedeva muoversi lentamente come se fosse uno spettatore di se stesso. Era tutto bellissimo, tutto bianco e pulito, con delle straordinarie prospettive, quasi una sorta di città ideale rinascimentale. Non c'era nessuno, nessun tipo di essere vivente, né umano, né animale, né vegetale. Solo case, vie e piazze. Camminava per quei luoghi deserti e ammirava la bellezza di ogni cosa. Poi si mise al centro della piazza più ampia e fece un primo giro su se stesso di 360 gradi, e poi ne fece un altro e un altro ancora. Mentre girava facendo piccoli passi sul proprio asse, quasi ubriacandosi di tanta bellezza, notò un’ombra, quasi una figura umana, forse femminile, che sembrava lo stesse osservando da sotto un portico di uno dei tanti palazzi bianchi che facevano da perimetro a quel luogo. Si fermò perché era incuriosito. Guardava verso il portico, ma non riusciva a capire se fosse realmente una persona, da lì dov'era sembrava quasi inconsistente, quasi un’eterea ombra dalle fattezze umane. E sì, poteva sembrare un fantasma, ma nel sogno non aveva paura, anzi gli sembrò quasi di sentire come una curiosità eccitante, e si avviò verso il portico. Più era prossimo e più la figura si delineava. Arrivato a pochi metri vide con esattezza di cosa si trattava: una donna vestita con un abito di garza, ampio e svolazzante e soprattutto assai trasparente. È bellissima, ha solo l'aria un po' tra le nuvole, e i piedi non sono appoggiati a terra ma sospesi a pochi centimetri, quindi ondeggia come se fluttuasse nell'aria. Ha i capelli neri e morbidi, lisci e ondeggianti, la pelle olivastra, e il vestito trasparente di garza color salmone mostra un corpo perfetto quasi irreale. Vorrebbe toccarla e prova a tendere la mano ma la figura quasi come spostata dal movimento della mano si allontana di qualche centimetro...
    Il sogno continuò con la donna, o quello che era, che a ogni movimento di Emanuele si scostava leggermente. Fin quando, lui, sfinito, in un ultimo tentativo di toccarla scattò in avanti facendo un salto fulmineo, abbracciandola. A quel punto la donna ectoplasmatica si trasformò in un essere in carne e ossa, e lui cominciò a baciarla e a toccarla con impeto e passione, e lei rispondeva con pari partecipazione a quell'atto carnale. Nel sogno fecero l'amore. Con grande trasporto, con voluttà e passione. Si svegliò nel cuore della notte tutto sudato e soprattutto con un erezione tale, da sembrargli che il pisello stesse per esplodere da un momento all'altro. Andò in bagno e si fece una doccia fredda. Tornò a letto, erano ancora le cinque del mattino, non gli veniva sonno e accese la televisione. Su un canale satellitare mandavano un documentario che parlava di un truffatore, che era riuscito a farla franca per decenni, cambiando di continuo identità. Lo seguì con attenzione e gli vennero un sacco di bellissime idee, poi alle sei e trenta, circa, si addormentò nuovamente, e tornò a fare il medesimo sogno di prima. Si svegliò verso le nove e aveva una gran voglia di trovare una ragazza. Rifletté sul fatto che in vita sua aveva avuto solo una donna, sua moglie, e si ricordò anche che aveva deciso di scriverle una lettera, ed ebbe anche un po' di idee sul tipo di contenuti, ma comunque decise che avrebbe aspettato che si facesse sera per scriverla; ora come ora era troppo preso dall'idea di trovarsi una donna.  Aveva poco meno di cinquant'anni, alto abbastanza, colto quanto basta, tutti i capelli in testa, a dire il vero, metà castani e metà bianchi; e si era fatto crescere un po' di barba. Quella vita l’aveva fatto tornare in perfetta forma, e attualmente era anche abbronzato, disponeva di libertà e soldi, non aveva più freni inibitori, e risiedeva in un posto di villeggiatura. Era quasi certo che entro quella stessa sera sul suo letto ci sarebbe stata una donna a cosce aperte, solo l'idea glielo fece tornare duro.
    Come si conquista una donna? Non ne aveva la più pallida idea. Non riusciva a capire se fosse o meno un tipo affascinante. Si mise davanti allo specchio del bagno, e cercò d’immaginare come potesse apparire agli occhi di una donna. 
    “Lei, che prende il sole al lido, cosa desidera? Come deve muoversi, o cosa deve dire, un uomo per risultare interessante? Certo rubare qualcosa è, tutto sommato, più semplice. Vai, entri, punti la pistola, e porti via. Basta essere privi di emozioni, e il gioco è fatto, semplicissimo. Un oggetto, o una banconota, non devono essere d'accordo; subiscono passivamente la decisione di essere portati via. Passano da un luogo all'altro, da una mano all'altra, senza che niente cambi alla loro intrinseca natura. Ma con quella bella ragazza, che immobile prende il sole! Non posso applicare le stesse regole. Devo trovare un modo diverso”. 
    Questo pensava Emanuele mentre osservava la tipa che a tre ombrelloni di distanza, beata si crogiolava, spalmata con un unguento marroncino che copriva ogni millimetro della sua bella pelle dorata. “Quanti anni avrà? A occhio e croce trentacinque. È sola? Ora come ora sì. Cosa posso fare per fare amicizia? Dal costume, dal telo e dalla borsa da mare, e soprattutto dagli occhiali da sole, sembrerebbe una donna raffinata. Posso andare bene per lei?”. 
    Altre domande gli frullavano per la testa, ma si mise quieto al sole aspettando un’occasione propizia.
    Restò sotto l’ombrellone per almeno due ore, leggendo un libro, mentre la tipa si grigliava ben bene.
    Poi l’occasione arrivò. Tre bambini si misero a giocare a palla nei pressi e inevitabilmente la palla andò a finire sulla testa della donna. Allora si alzò in piedi di scatto e con fare calmo, quasi amorevole, redarguì i bambini invitandoli ad andare a giocare altrove. 
    Lei ringraziò e subito lui si portò al cospetto della bella grigliata: “Piacere, mi chiamo Ciryl. Questi bambini sono un po’ maleducati, certo che pure le mamme! Sembra quasi che si disinteressino ai propri figli!” disse con una cadenza francese che tra l’altro gli veniva proprio bene. Lei sorrise e ringraziò, ma tornò subito a prendere il sole. 
    Ci restò leggermente male, ma già aver fatto quel primo passo lo fece stare bene; forse era la prima volta che provava ad abbordare una ragazza; non era poi così difficile.
    Per il momento ci mise una pietra su. Una brezza piacevole cominciò a spirare spazzando via l’afa che sembrava volesse imporsi a tutti i costi. I rumori del lido si fecero ovattati, sembrava che tutti avessero messo il silenziatore in bocca; anche la famigliola over size che stava proprio accanto al suo ombrellone sembrò allontanarsi pur restando lì dov’era. La scena raccontata nel libro lo trascinò in un altra dimensione e passò dalla lettura al sogno. Quasi di prepotenza le parole lo sprofondarono in un sonno leggero ma isolato da tutto il resto del creato; i bimbi chiassosi, le famiglie abbondanti, e perfino le sontuose natiche al sole della bella unta, presero tutti all’unisono una certa distanza dal suo corpo e dalla sua coscienza.
    In quella condizione ci restò circa un’ora, poi tornò nella realtà circense del bagno a mare. Rivolse uno sguardo, quasi per dovere, nella direzione di quella che nelle sue intenzioni sarebbe dovuta essere la sua vittima sacrificale, ma la postazione era irrimediabilmente vuota. Scrutò il campo visivo che si dispiegava tutt’intorno alla sua vista e la vide sul bagnasciuga con i piedi in salamoia e l’apparente atteggiamento di chi non sa se battezzarsi o meno in quelle poco cristalline acque. E sì, era in obbligo a fare un ultimo tentativo. Si avvicinò risoluto, anche se a dire il vero la mancanza della maschera lo rendeva leggermente meno sicuro di sé, e si piazzò accanto a lei, anche se non molto vicino. La regola, letta da qualche parte, dettava a non meno di un braccio aperto, in quest’occasione le venne in aiuto, infatti fu lei a proferire per prima.
    “Grazie per prima”.
    “Cosa?”, rispose fingendo una noncurante incomprensione.
    “Prima, mi ha salvato da quei ragazzini diabolici!”.
    “Ah! Prima... vero”, rispose cercando di mantenere la noncuranza. Lei sorrise e ci fu il solito minuto d’imbarazzo dal quale non si sa mai come uscirne fuori.
    “Comunque prima si è presentato e io neanche le ho risposto, mi scusi e che non è un buon periodo. In ogni caso sono Rossella, piacere”, e scartò lateralmente di un passo per potergli stringere la mano. 
    “Ma mi deve perdonare due volte”.
    “Davvero? E perché?”.
    “Non mi ricordo proprio come si chiama”.
    “Ah! Certo... e come si fa a ricordarlo, Cyril”, il tutto continuando con quel falso ma efficace accento francese.
    “Cyril? Strano nome, è francese?”.
    “Sì, il nome è francese. Anch’io lo sono. Lei è italiana?”.
    “Sì, italiana”...
    Continuarono con fare convenevole per un bel po’. Poi quando inesorabilmente la discussione rischiava di esaurire ogni possibile sviluppo, fu lei a salvarli da un probabile naufragio della comunicazione, e disse: “Ma le andrebbe di andarci a sedere in veranda? Mi berrei volentieri una birra”.
    “Ottima idea. Ma a due condizioni”.
    “Addirittura due!”.
    “Sì, certo. La prima è che offro io, la seconda è che ci diamo del tu”.
    “Ok Cyril, andiamo”.
    La veranda del lido era molto carina, con i salottini in vimini sotto gazebi di legno chiaro, e l’incannucciato a smorzare il sole, che comunque nel pomeriggio perdeva un po’ della sua potenza di mezzogiorno. Alla prima birra ne seguì una seconda, e la discussione si fece piacevolmente meno formale. 
    Lentamente si fecero le sette e visto che ormai il sole stava proprio concludendo la sua giornata di lavoro, le frasi cominciarono a scaldarsi un po’.
    Cohiba alla bocca ti scorgo al Malecon
    Al volante dell'ultima almendron
     
    Seduto al fianco del fido Ernesto
    Tirar dritto verso l'ultimo avamposto
     
    Rivoluzionar di pianeti l'orbite
    Obliar il mito in più eterno cespite
     
    Spoiler Glossario
    Cohiba: marca di sigari cubani.
    Malecon: lungomare di L'Avana.
    Almendron: come vengono definite le vecchie auto americane degli anni 50, molto diffuse nell'isola caraibica.
     
    1.
    L'edificio dell'autocommiserazione è tanto più solido quanto si basi sui mattoni dell'invidia.
     
    2.
    Gli aromi dell'infanzia, sopiti dalle fragranze più allettanti dell'arrivismo, torneranno prepotentemente alla memoria con l'approssimarsi della fine del viaggio.
     
    3.
    A ricercare la perfezione assoluta si entra nell'anticamera dell'imperfezione.
     
    4.
    Nessuna sentenza profuma di un'unica essenza.
     
    5.
    Quando si procederà più speditamente, allora si percorrerà il sentiero dell'inganno.
     
    6.
    Il potere è quel peso, che posto su un piatto della bilancia, misura la rettitudine e l'onestà di una persona.
     
    7
    Le cicatrici dello spirito non differiscono da quelle delle carni; per quanto proviamo a nasconderle abbassando una manica o dietro un velo, esse rimangono, indelebili ed antiestetiche.
    Assaporo languidamente 
    un alito di vita e
    stringo fra le ali del vento 
    acuminati sogni di te.
    Risuona nella gola una melodia 
    mentre suoni cacofonici urtano i sensi.
    Stringo fili d'oro fra le dita
    mentre il mondo si contorce
    nella linea del mio sospiro.
    Avidamente, con parsimoniosa maestria
    l'anima mia estirpata cresce
    in un devastante impeto di liberazione.
    Vedo smeraldi aprirsi verso di me
    pervaso da brividi di gioiosa paura.
    Sento fra le tue labbra un salato sapore 
    di vita, un dolce scambio di piccanti 
    momenti di vi vita.
    Abbracciati per svenire insieme 
    cadendo festosi come stelle dal cielo.
     
    Dint 'a villa comunale
    nce steveno 'e mericani,
    venuti fino a Napule a se spusà.
    'A sposa tutta janca,
    isse vestuto in fracche;
    stritte stritte mo' se steveno a futugrafà,
    e tuorno tuorno tutt 'e parient steveno a guardà.
    Ma comme putevo lassarme fuì à sta 'ccasione?
    'A mana fece ampress a vulà dint 'a nu cazone,
    senza ca ije nce mettessi 'a 'ntenzione.
    Ma all'anima 'e chi te spusaje!
    Propio dint 'o velo d'à sposa 'ntruppecaje.
    E fu accussì che da ncopp 'a villa comunale
    fernietti dritto dritto a Poggioreale.
     
    Traduzione
    Dentro il parco comunale
    c'erano gli americani,
    venuti fino a Napoli per sposarsi.
    La sposa tutta in bianco,
    lui vestito in frac;
    stretti stretti adesso stavano facendo le foto,
    e tutt'intorno i parenti stavano a guardare.
    Ma come potevo lasciarmi sfuggire quell'occasione?
    La mano fu rapida a volare dentro un pantalone,
    senza che io ci mettessi l'intenzione.
    Mannaggia a chi ti sposò!
    Proprio dentro il velo della sposa incespicai.
    E fu così che dal parco comunale
    finii dritto dritto a Poggioreale.
    "Lo sport ha il potere di cambiare il mondo,
      Ha il potere di suscitare emozioni.
      Ha il potere di unire le persone come
      poche altre cose al mondo. Parla ai giovani
      in un linguaggio che capiscono. Lo sport
      può creare speranza, dove prima c'era solo
                        disperazione."
     
                     Nelson Mandela
     
    Arrivò la giornata tanto attesa.
    Vi era un certo nervosismo tra i ragazzi, ma anche la preside Margot, Bruce e i docenti provavano un forte senso di inquietudine.
    Quello era davvero un giorno speciale. Il pullman che li avrebbe trasportati arrivò di prima mattina.
    Per quella giornata d'apertura del campionato di basket tra i vari istituti di recupero del Canada, poteva partecipare solo la squadra,
    la preside, gli allenatori e qualche insegnante.
    Partirono intorno alle otto di mattina. Il viaggio sarebbe durato circa due ore.
    Emil seduto vicino al finestrino stava in silenzio, osservando il paesaggio autunnale; che meraviglia assistere a quello spettacolo.
    Le foglie degli alberi si abbracciavano in un tripudio di colori che andavano dal rosso,all'arancio, al giallo, al marrone e sembravano danzare
    mosse da una leggera brezza. Il cielo era azzurro, limpido, senza nuvole. Un sole pallido tentava di scaldare, con i suoi tiepidi raggi, l'aria ormai fresca.
    In alcuni punti vi era già il segno di una prima, debole nevicata.
    Riusciva ad assaporare con l'anima quelle meraviglie che gli occhi gli trasmettevano.
    Non c'era spazio per nessun altro pensiero. Solo la felicità di essere parte di questa immensa bellezza.
    Anche gli altri stavano in silenzio. Un debole brusio proveniva solo dai posti dove si trovavano i docenti.
    Ma in realtà nessuno aveva voglia di parlare più di tanto.
    Intorno alle dieci arrivarono a destinazione.
    Scesero dal pullman ed insieme agli allenatori entrarono nel palazzetto sportivo scelto per ospitare il campionato.
    L'edificio sorgeva all'interno di un parco ben curato e attrezzato anche per gli sport all'aperto, da praticare nella stagione più calda.
    La prima debole nevicata aveva lasciato le sue tracce sull'erba e l'aria frizzante, nonostante la bella giornata, presagiva l'arrivo imminente dell'inverno.
    I ragazzi si cambiarono velocemente negli spogliatoi, indossando la divisa della squadra. Poi in silenzio entrarono in palestra.
    In tribuna si trovavano i presidi e gli altri accompagnatori, ma il loro numero esiguo riempiva a mala pena la metà dello spazio disponibile.
    Ci fu un breve discorso d'apertura da parte del signor Marlow, storico organizzatore dell'evento. Poi vennero presentate le squadre; provenivano da tutto
    il paese e si trovavano su delle panche ai lati della palestra. Erano sei come l'anno precedente, ma la loro squadra, quella degli "Andersen Hawks", aveva preso il posto  dei "Wolves", che quest'anno avevavo deciso di non partecipare. Il signor Marlow le chiamò una ad una, presentando prima di tutto l'istituto di provenienza, poi gli allenatori ed infine i giocatori. Margot, vedendo i suoi ragazzi timidi ed impacciati nelle loro nuove divise, non riuscì a trattenere l'emozione. Le sembrava di vivere un sogno.Finalmente la sua scuola veniva degnamente rappresentata ad un evento così importante, e lei non aveva parole per esprimere quella felicità.
    Terminata la presentazione il signor Marlow si apprestò a sorteggiare i vari turni di gioco, spiegando che le partite avrebbere avuto cadenza quindicinale
    e ci sarebbe stato un turno di sola andata. Dopo questa prima fase sarebbero state sorteggiate le squadre che avrebbero disputato la prima partita,
    subito nel pomeriggio. Un ragazzo dei "Bears", vincitori indiscussi delle ultime tre edizioni, si avvicinò con una scatola che conteneva i biglietti con i nomi.
    La porse ad un responsabile e poi si accinse a fare l'estrazione. Emil, seduto al suo posto, non si sentiva per niente tranquillo. Percepiva la superiorità degli avversari e in cuor suo sperava di non dover giocare subito dopo. Si guardò attorno. Notò che anche i suoi compagni erano tesi e preoccupati. Invece Andrè sembrava calmo e sereno. Emil allora lo guardò con attenzione. C'era qualcosa che non lo convinceva. Non sapeva spiegarlo, ma ogni volta che osservava l'amico si sentiva a disagio. All'improvviso la voce del signor Marlow lo riportò alla realtà. Stava pronunciando Il nome degli "Andersen Hawks".
    No, no, erano stati estratti per giocare nel pomeriggio, contro i "Bears".
    Che disastro!
    Immerso nel labirinto dei pensieri non aveva ascoltato l'estrazione delle partite. Solo adesso si era reso conto di quello che stava accadendo.
    Avrebbero dovuto giocare contro quei campioni. Peggio di così non poteva andare.
    I ragazzi dell' Istituto Andersen si alzarono in piedi in preda al panico.
    Gli allenatori tentarono di riportare la calma. Prima della partita ci sarebbe stata una pausa, così le due squadre lasciarono il campo per andare,
    ognuna, nel proprio spogliatoio.
    Sugli spalti Margot e gli insegnanti sprofondarono nello sconforto.
    Arrivati in spogliatoio Leon li riunì attorno a sè. "Ragazzi, non c'è motivo di allarmarsi. E' vero, non sarà facile! Ma ricordate tutto il lavoro che abbiamo fatto,
    i vostri sacrifici, la vostra preparazione e soprattutto che siete una squadra affiatattissima. Quindi tutti uniti per la vittoria e dimostriamo di che pasta siamo fatti."
    Queste parole alzarono il morale dei giovani che ritrovarono il loro spirito combattivo.
    Alle 14:00  entrarono in campo.
    Gli avversari non sembravano preoccupati. Ridevano e scherzavano come se quella partita fosse solo una scampagnata.
    Poi ogni squadra intonò il suo "motto" e via al fischio d'inizio.
    Il primo gruppo era formato da Samuel, Joshua, Eric, Andrè e Richard.
    Gli avversari erano cinque ragazzi grandi e grossi, con una fisicità di gran lunga superiore alla loro.
    La partita iniziò.
    La palla venne ben presto conquistata dai Bears che, uno dopo l'altro, continuavano a segnare canestri. Samuel, Joshua, Eric e Richard tentarono più
    volte di fare gioco di squadra, ma quando Andrè si impossessava della palla, la partita si fermava e gli avversari tornavano facilmente all'attacco.
    Il ragazzo decisamente distratto, non riusciva a compiere alcun tipo d'azione. Ben presto Leon lo sostituì con Timmy.
    Arrivato in panchina tutti gli chiesero se non si sentisse bene. Anche Emil era visibilmente allarmato per questo strano comportamento, ma Andrè con un lieve
    sorriso negava. Poi ritornava assente, assorto nei suoi pensieri.L'entrata in campo di Timmy diede nuovo vigore, ma ormai un'enorme distanza li separava dagli avversari. Nonostante una lieve ripresa il primo quarto terminò con un punteggio di 24 a 8.
    La partita riprese subito dopo con il secondo quarto. Vennero schierati Emil, James, Raul, Timothy ed Henry.
    Ci fu fischio d'inizio.
    Raul fece una rimessa per Emil che con un veloce palleggio arrivò oltre la linea di metà campo. Gli avversari, presi alla sprovvista, non riuscirono ad
    impossessarsi nuovamente del gioco. A seguito di quel passaggio James riprese la palla, e notando Henry quasi smarcato gliela passò. Quest'ultimo tirò
    con decisione segnando un nuovo canestro per gli "Andersen Hawks".
    Un grido di gioia si levò dalla panchina ed i ragazzi rincuorati per questo punto, iniziarono a mostrare più coraggio e decisione.
    La partita continuò.
    Il ritmo stava diventando incalzante e la rivalità tra le squadre aumentava sempre più. Si giocava con determinazione e nessuna delle due, per tutto il secondo ed il terzo quarto, mostrava segni di cedimento. Sugli spalti l'entusiasmo era alle stelle.
    Gli Hawks continuavano a recuperare, anche se il terzo quarto si era concluso con un risultato di 60 a 49 per i campioni in carica.
    Gli allenatori in questa breve pausa diedero gli ultimi consigli di gioco. Conrad chiamò i nomi per la formazione che avrebbe giocato l'ultimo quarto.
    "Timmy, Brian, James, Emil e Mark."
    I ragazzi dell'Istituto Andersen ormai sentivano nel cuore la consapevolezza di potercela fare.
    Gli avversari avevano perso la sicurezza iniziale, rendendosi conto che quella squadra aveva tutte le caratteristiche per vincere. Così ora sentivano
    vacillare la loro indiscussa supremazia. Nel giro di qualche secondo la partita riprese.
    I "Bears" riuscirono a conquistare la palla avviandosi verso il canestro avversario, ma Mark, con una finta riuscì a riprendere nuovamente il gioco e con
    un passaggio veloce a Timmy riportò le sorti in mano agli Hawks. Timmy fulmineo palleggiò fino sotto canestro, poi smarcando velocemente l'avversario passò
    a James, che già in posizione fece canestro. Applausi e urla di gioia provenivano dagli spalti. Margot e i docenti al culmine dell'entusiasmo, dimenticando la loro autorità, tifavano come ragazzini allo stadio. Gli avversari non si persero d'animo, ma ormai faticavano a mantenere quel ritmo incalzante che gli Hawks avevano dato al gioco. I ragazzi dell'Andersen erano in continua ripresa e la loro avanzata procedeva senza sosta. Ormai mancavano due minuti alla fine ed il risultato era di 58 a 62 sempre a vantaggio dei Bears. Si doveva giocare il tutto per tutto.
    Emil prese la palla e fulmineo riuscì a scartare gli avversari palleggiando fino a metà campo poi, con un veloce passaggio, la lanciò a Timmy che con un tiro
    preciso fece canestro. Ora il punteggio era di 60 a 62 e mancava solo un minuto. La partita riprese ed i Bears, con un'azione di squadra, si avvicinarono al
    canestro avversario. Mark, nel tentativo di fermare un giocatore, venne travolto cadendo a terra. Tiri liberi a favore degli Hawks.
    Mancavano cinquanta secondi. Il ragazzo non era un campione in questo tipo di tiri, ma guardando i suoi compagni di squadra prese coraggio e si concentrò.
    Il primo andò a canestro, il secondo no. Sul rimbalzo della palla il gioco continuò mentre il cronometro scorreva veloce. Gli Hawks attaccarono fino all'ultimo ma il suono della sirena decretò la fine della partita.
    Punteggio finale 61 a 62 per i Bears.
    Gli Andersen Hawks erano stati sconfitti, ma questa giornata era stata solo un assaggio di quello che sarebbero stati in grado di fare. Anche i Bears si
    congratularono per la loro bravura, dandosi appuntamento alle prossime partite.
    Così finì una giornata indimenticabile per questi giovani, che fino a qualche mese fa, mai avrebbero creduto di poter arrivarefin qui.
    "Lo sport ha il potere di cambiare il mondo,
      Ha il potere di suscitare emozioni.
      Ha il potere di unire le persone come
      poche altre cose al mondo. Parla ai giovani
      in un linguaggio che capiscono. Lo sport
      può creare speranza, dove prima c'era solo
                        disperazione."
     
                     Nelson Mandela
     
    Arrivò la giornata tanto attesa.
    Vi era un certo nervosismo tra i ragazzi, ma anche la preside Margot, Bruce e i docenti provavano un forte senso di inquietudine.
    Quello era davvero un giorno speciale.
    Il pullman che li avrebbe trasportati arrivò di prima mattina.
    Per quella giornata d'apertura del campionato di basket tra i vari istituti di recupero del Canada, poteva partecipare solo la squadra, la preside, gli allenatori e qualche insegnante.
    Partirono intorno alle otto di mattina. Il viaggio sarebbe durato circa due ore.
    Emil seduto vicino al finestrino stava in silenzio, osservando il paesaggio autunnale; che meraviglia assistere a quello spettacolo.
    Le foglie degli alberi si abbracciavano in un tripudio di colori che andavano dal rosso,all'arancio, al giallo, al marrone e sembravano danzare mosse da una leggera brezza. Il cielo era azzurro, limpido, senza nuvole. Un sole pallido tentava di scaldare, con i suoi tiepidi raggi, l'aria ormai fresca.
    In alcuni punti vi era già il segno di una prima, debole nevicata.
    Riusciva ad assaporare con l'anima quelle meraviglie che gli occhi gli trasmettevano.
    Non c'era spazio per nessun altro pensiero. Solo la felicità di essere parte di questa immensa bellezza.
    Anche gli altri stavano in silenzio. Un debole brusio proveniva solo dai posti dove si trovavano i docenti.
    Ma in realtà nessuno aveva voglia di parlare più di tanto.
    Intorno alle dieci arrivarono a destinazione.
    Scesero dal pullman ed insieme agli allenatori entrarono nel palazzetto sportivo scelto per ospitare il campionato.
    L'edificio sorgeva all'interno di un parco ben curato e attrezzato anche per gli sport all'aperto, da praticare nella stagione più calda.
    La prima debole nevicata aveva lasciato le sue tracce sull'erba e l'aria frizzante, nonostante la bella giornata, presagiva l'arrivo imminente dell'inverno.
    I ragazzi si cambiarono velocemente negli spogliatoi, indossando la divisa della squadra. Poi in silenzio entrarono in palestra.
    In tribuna si trovavano i presidi e gli altri accompagnatori, ma il loro numero esiguo riempiva a mala pena la metà dello spazio disponibile.
    Ci fu un breve discorso d'apertura da parte del signor Marlow, storico organizzatore dell'evento. poi vennero presentate le squadre; provenivano da tutto il paese e si trovavano su delle panche ai lati della palestra.
    Erano sei come l'anno precedente, ma la loro squadra, quella degli "Andersen Hawks", aveva preso il posto  dei "Wolves", che quest'anno avevavo deciso di non partecipare. Il signor Marlow le chiamò una ad una, presentando prima di tutto l'istituto di provenienza, poi gli allenatori ed infine i giocatori.
    Margot, vedendo i suoi ragazzi timidi ed impacciati nelle loro nuove divise, non riuscì a trattenere l'emozione. Le sembrava di vivere un sogno. Finalmente la sua scuola veniva degnamente rappresentata ad un evento così importante, e lei non aveva parole per esprimere quella felicità. Terminata la presentazione il signor Marlow si apprestò a sorteggiare i vari turni di gioco, spiegando che le partite avrebbere avuto cadenza quindicinale e ci sarebbe stato un turno di sola andata. Dopo questa prima fase sarebbero state sorteggiate le squadre che avrebbero disputato la prima partita, subito nel pomeriggio.
    Un ragazzo dei "Bears", vincitori indiscussi delle ultime tre edizioni, si avvicinò con una scatola che conteneva i biglietti con i nomi.
    La porse ad un responsabile e poi si accinse a fare l'estrazione.
    Emil, seduto al suo posto, non si sentiva per niente tranquillo. Percepiva la superiorità degli avversari e in cuor suo sperava di non dover giocare subito dopo. Si guardò attorno. Notò che anche i suoi compagni erano tesi e preoccupati. Invece Andrè sembrava calmo e sereno. Emil allora lo guardò con attenzione. C'era qualcosa che non lo convinceva. Non sapeva spiegarlo, ma ogni volta che osservava l'amico si sentiva a disagio.
    All'improvviso la voce del signor Marlow lo riportò alla realtà. Stava pronunciando Il nome degli "Andersen Hawks".
    No, no, erano stati estratti per giocare nel pomeriggio, contro i "Bears".
    Che disastro!
    Immerso nel labirinto dei pensieri non aveva ascoltato l'estrazione delle partite. Solo adesso si era reso conto di quello che stava accadendo.
    Avrebbero dovuto giocare contro quei campioni. Peggio di così non poteva andare.
    I ragazzi dell' Istituto Andersen si alzarono in piedi in preda al panico.
    Gli allenatori tentarono di riportare la calma. Prima della partita ci sarebbe stata una pausa, così le due squadre lasciarono il campo per andare ognuna, nel proprio spogliatoio. Sugli spalti Margot e gli insegnanti sprofondarono nello sconforto. Arrivati in spogliatoio Leon li riunì attorno a sè. "Ragazzi, non c'è motivo di allarmarsi. E' vero, non sarà facile! Ma ricordate tutto il lavoro che abbiamo fatto, i vostri sacrifici, la vostra preparazione e soprattutto che siete una squadra affiatattissima. Quindi tutti uniti per la vittoria e dimostriamo di che pasta siamo fatti." Queste parole alzarono il morale dei giovani che ritrovarono il loro spirito combattivo.
    Alle 14:00  entrarono in campo.
    Gli avversari non sembravano preoccupati. Ridevano e scherzavano come se quella partita fosse solo una scampagnata.
    Poi ogni squadra intonò il suo "motto" e via al fischio d'inizio.
    Il primo gruppo era formato da Samuel, Joshua, Eric, Andrè e Richard.
    Gli avversari erano cinque ragazzi grandi e grossi, con una fisicità di gran lunga superiore alla loro.
    La partita iniziò.
    La palla venne ben presto conquistata dai Bears che, uno dopo l'altro, continuavano a segnare canestri. Samuel, Joshua, Eric e Richard tentarono più volte di fare gioco di squadra, ma quando Andrè si impossessava della palla, la partita si fermava e gli avversari tornavano facilmente all'attacco.
    Il ragazzo decisamente distratto, non riusciva a compiere alcun tipo d'azione. Ben presto Leon lo sostituì con Timmy.
    Arrivato in panchina tutti gli chiesero se non si sentisse bene. Anche Emil era visibilmente allarmato per questo strano comportamento, ma Andrè con un lieve sorriso negava. Poi ritornava assente, assorto nei suoi pensieri.L'entrata in campo di Timmy diede nuovo vigore, ma ormai un'enorme distanza li separava dagli avversari. Nonostante una lieve ripresa il primo quarto terminò con un punteggio di 24 a 8.
    La partita riprese subito dopo con il secondo quarto. Vennero schierati Emil, James, Raul, Timothy ed Henry.
    Ci fu fischio d'inizio.
    Raul fece una rimessa per Emil che con un veloce palleggio arrivò oltre la linea di metà campo. Gli avversari, presi alla sprovvista, non riuscirono ad impossessarsi nuovamente del gioco. A seguito di quel passaggio James riprese la palla, e notando Henry quasi smarcato gliela passò. Quest'ultimo tirò con decisione segnando un nuovo canestro per gli "Andersen Hawks".
    Un grido di gioia si levò dalla panchina ed i ragazzi rincuorati per questo punto, iniziarono a mostrare più coraggio e decisione.
    La partita continuò.
    Il ritmo stava diventando incalzante e la rivalità tra le squadre aumentava sempre più. Si giocava con determinazione e nessuna delle due, per tutto il secondo ed il terzo quarto, mostrava segni di cedimento. Sugli spalti l'entusiasmo era alle stelle.
    Gli Hawks continuavano a recuperare, anche se il terzo quarto si era concluso con un risultato di 60 a 49 per i campioni in carica.
    Gli allenatori in questa breve pausa diedero gli ultimi consigli di gioco. Conrad chiamò i nomi per la formazione che avrebbe giocato l'ultimo quarto.
    "Timmy, Brian, James, Emil e Mark."
    I ragazzi dell'Istituto Andersen ormai sentivano nel cuore la consapevolezza di potercela fare.
    Gli avversari avevano perso la sicurezza iniziale, rendendosi conto che quella squadra aveva tutte le caratteristiche per vincere. Così ora sentivano vacillare la loro indiscussa supremazia. Nel giro di qualche secondo la partita riprese.
    I "Bears" riuscirono a conquistare la palla avviandosi verso il canestro avversario, ma Mark, con una finta riuscì a riprendere nuovamente il gioco e con un passaggio veloce a Timmy riportò le sorti in mano agli Hawks. Timmy fulmineo palleggiò fino sotto canestro, poi smarcando velocemente l'avversario passò a James, che già in posizione fece canestro. Applausi e urla di gioia provenivano dagli spalti. Margot e i docenti al culmine dell'entusiasmo, dimenticando la loro autorità, tifavano come ragazzini allo stadio. Gli avversari non si persero d'animo, ma ormai faticavano a mantenere quel ritmo incalzante che gli Hawks avevano dato al gioco. I ragazzi dell'Andersen erano in continua ripresa e la loro avanzata procedeva senza sosta. Ormai mancavano due minuti alla fine ed il risultato era di 58 a 62 sempre a vantaggio dei Bears. Si doveva giocare il tutto per tutto.
    Emil prese la palla e fulmineo riuscì a scartare gli avversari palleggiando fino a metà campo poi, con un veloce passaggio, la lanciò a Timmy che con un tiro preciso fece canestro. Ora il punteggio era di 60 a 62 e mancava solo un minuto. La partita riprese ed i Bears, con un'azione di squadra, si avvicinarono al canestro avversario. Mark, nel tentativo di fermare un giocatore, venne travolto cadendo a terra. Tiri liberi a favore degli Hawks.
    Mancavano cinquanta secondi. Il ragazzo non era un campione in questo tipo di tiri, ma guardando i suoi compagni di squadra prese coraggio e si concentrò.
    Il primo andò a canestro, il secondo no. Sul rimbalzo della palla il gioco continuò mentre il cronometro scorreva veloce. Gli Hawks attaccarono fino all'ultimo ma il suono della sirena decretò la fine della partita.
    Punteggio finale 61 a 62 per i Bears.
    Gli Andersen Hawks erano stati sconfitti, ma questa giornata era stata solo un assaggio di quello che sarebbero stati in grado di fare. Anche i Bears si congratularono per la loro bravura, dandosi appuntamento alle prossime partite.
    Così finì una giornata indimenticabile per questi giovani, che fino a qualche mese fa, mai avrebbero creduto di poter arrivarefin qui.
    3. La danaeazione di Iacco
     
    Bene, ora lascerei da parte sciamani ed entità trascendentali e mi concentrerei su paturnie più umane. E quando dico paturnie mi viene subito alla mente il barone Iacco D'Armenti Lussidori. Rampollo di una antica casata fiorentina, per volere paterno era stato destinato alla carriera ecclesiastica, ma il solerte genitore non aveva fatto i conti con una donna. Eh sì, perché il giovane Iacco fin dalla più tenera età aveva giaciuto a letto con una bella fanciulla: la Danae che spiccava in tutto il suo fulgore nell'affresco sul soffitto della sua stanza. Quella postura adagiata su di un fianco e senza veli, se non un'opaca patina lasciata dal Tempo, l'aveva solcata con gli occhi di un geografo intento su una mappa; partendo dalla chioma di capelli castani come una folta macchia di vegetazione, che fluiva serica sulle collinette sinuose del collo e degli avambracci rosei, per poi inerpicarsi su due promontori morbidi e solari e scendere a perdifiato per le ampie praterie dell'addome, del ventre, e giù per quella forra ombrosa e misteriosa del pube, per terminare infine in una lunga cavalcata sulla scogliere di cosce rubizze, e ginocchia rotonde, e polpacci affusolati.
    Il baroncino aveva badato bene nel non chiedere delucidazioni ai genitori sull'identità di quella leggiadra fanciulla, temendone la loro ira e con questa una mano d'intonaco che avrebbe ricacciato il suo desiderio lascivo nell'oblio; ma attendeva trepidamente il momento del commiato serale per poter correre nelle braccia delle fresche lenzuola di lino e sotto il caldo sguardo di quella figura celestiale. Le biografie del barone non riportano cosa avvenisse sotto quelle lenzuola, ma non credo ci sia bisogno di scartabellare in polverosi archivi per indovinarne i retroscena.
    Fatto sta che quella presenza eterea e assidua gli si incastonasse nella mente e nelle membra, e ne influenzasse il percorso ormonale di adolescente. Scampato al seminario ecclesiastico con la fuga dal nido materno e dal rango nobiliare, il giovane Iacco iniziò il suo peregrinare nel mondo alla ricerca di quella fanciulla. Non sapendo da dove cominciare, iniziò col girare tutte le botteghe d'arte della Toscana, chiedendo ai mastri artigiani se avessero conosciuto tali fattezze, che sapeva descrivere loro con dovizia di particolari. Quando uscì dall'ultima bottega rimasta si ritrovò con un pugno di mosche in mano e cinque anni in più sulle spalle. Allora allargò i propri orizzonti, che lo portarono a girovagare per terre lontane ai quattro angoli della terra. Fu in una landa sconosciuta nelle terre del levante, che incontrò quella figura tanto desiderata in una donna che stava lavando i panni in un ruscello. Il suo cuore ebbe un tuffo come quegli stracci stramazzati nelle fresche acque. Ma l'eccitazione e l'estasi si raffreddarono ben presto dopo che, appartatisi dietro un cespuglio, il giovane Iacco rilevò sotto le grisaglie della bella popolana un rigonfiamento di troppo rispetto alla mappa anatomica sul soffitto.
    Dopo quell'esperienza traumatizzante fu come se gli fosse crollato il soffitto addosso. Tutto quel peregrinare per poi ritrovarsi con un altro pugno di mosche in mano (beh sì, questo è proprio un eufemismo bastardo). E così il nostro buon Iacco appese il desiderio al chiodo e trovò impiego come custode in una pinacoteca, dove imperava un dipinto imponente della sua Danae. Trascorse così il resto dei suoi giorni vicino alla sua amata, vegliandola nel turno di notte, fino a quella volta in cui, seduto ai piedi del dipinto, cadde in un sonno profondo e risolutore.
     
    Le cronache del tempo riportano che più o meno nel periodo della fuga del giovane Iacco, in un convento sopra i colli di Firenze vi entrasse una giovine novizia, tal Angelica Del Porretto. Pare che si fosse invaghita di un giovane nobile che aveva intravisto più volte al mercato, da dietro il suo banchetto delle verzure. Consapevole dell'impedimento dovuto dalla differenza di lignaggio, ella fece voto di dedizione a quell'amore recondito e inarrivabile. E quando seppe che il giovane era stato destinato al sacerdozio, decise di condividerne il destino sigillando amore e dedizione nella clausura. Non si hanno sue immagini, ma si narra che durante una visita al barone D'Armenti Lussidori, la madre superiora del convento sia trasalita alla vista di un affresco.
     
     
    La filosofia della danaeazione.
    D'accordo, aspetto ancora un attimo per lasciarvi asciugare l'eventuale lacrimuccia scaturita da questa triste e crudele vicenda di un amore mancato.
    Ma quanti Iacco (e sue controparti femminili) saranno in questo momento alla ricerca della propria anima gemella? E perché, se il buon Dio dispone per ognuno di noi della propria anima gemella, non la colloca nella casa di fronte alla nostra o quantomeno nello stesso quartiere?
    Per il nostro spirito di ricerca? Beh, con quello dovrebbe essersi già scottato.
    Si può quindi postulare che se l'anima gemella esiste non tiene conto di coordinate geografiche? Se un disegno, divino o astrale che sia, collocasse due anime gemelle, chessò, una a Canicattì e l'altra ad Argakhtakh (andatevela a cercare sulla mappa come ho fatto io), quante probabilità ci sarebbero per i due piccioncini di ricongiungersi? Quante anime gemelle si saranno realmente ritrovate in millenni di umanità? All'Istat l'ardua sentenza....
    Ok, ci sono le nozze d'oro e di platino a smentirmi prontamente. E nonagenari che passeggiano ancora mano nella mano, in una stretta anagraficamente artritica ma ben più salda di certi floridi diciottenni. Ecco, per l'appunto.... Si rischia di aspettare l'anima gemella come la pensione. Si crepa prima. E allora ecco che tra le tante sue geniali invenzioni, l'uomo abbia scoperto la convivenza, che altro non è che il tirocinio di anima gemella. E mi guardo bene dal citare il colpo di fulmine per timore d'esser incenerito all'istante. Questo s'addice giusto il tempo di una tempesta ormonale.
    Ma non voglio distrarvi ulteriormente e vi lascio quindi andare. Ma avete preparato le valigie per Argakhtakh?
    La commissione delegata, il primario sempre in testa, sovrastavano la lettiga di quel diavolo sfortunato, il matto, che teneva in testa più bolle che capelli.
    Quello lì di matto era assai strano perché, non certo come gli altri, asseriva di sua sponte d'esser fuori di cabina. E quei della clinica, tutti avvicendati intorno al letto ripieno, osservavano quel fagotto più matto dei matti delirare sulla sua stessa follia, sul come c'era arrivato a capirlo, a comprendere come la pazzia se ne fosse impossessata. Allora a turno, medici e infermieri, ponevano domande anziché cacciar risposte; pareva che fosse lui, il matto, a delucidare la sua patologia. Uno fra tutti, fu Amabile Cianciotta, dottore insigne della sua facoltà, avviluppato nel suo camice bianco accavallava le gambe, sedeuto su una sediaccia di quelle ospedaliere, e fissava il matto per delle buone mezz'ore. E il matto, questi fu Severino Pannella, ricambiava lo sguardo, un po' più filtrante, come a considerar i due loro ruoli interscambiabili. Il Lui, il Cianciotta, questo l'aveva capito. Allora il Pannella, di titolo mediocremente provvisto, inarcava il sopracciglio e corrugava la fronte a fare il serio, come a pareggiarsi col Cianciotta. Per intenderci, parlando come uno comune può parlare, la follia non è roba che il folle riconosce; il pazzo, d'altronde, non sa d'esser pazzo; e come, allora, quell'altro cristiano si reputava tale? E come, dunque, davvero l'avevano rinchiuso? Che bastasse far menzione della follia per esser folli? Dunque, se così semplice fosse, basterebbe far menzione d'un crimine per esser criminali! Ma no, ma no; non serve aver fatto la scuola per capir che c'è di più, ben di più. Quello lì, di matto, lo volevano studiare. Sì che la pazzia rende sfrontati, ma il Pannella era tutto questo e pure il contrario. Aveva garbo, sapeva il fatto suo, aveva giudizio, ma era pazzo! Oramai la diagnosi era chiara. Ma il Cianciotta, qual gallo fra i polli, che in silenzio aveva studiato il Pannella col solo sguardo, sapeva che c'era di più, ben di più. Certo, l'ambiente singolare, le promiscuità circostanti, il tutto pareva non appartenere al Pannella; pareva quasi essere, e val la pena ripetersi, proprio lui il dottore dei matti, e un altro matto sembrava il Cianciotta, che fissava un matto col rischio di ammattire. Dacché si erano conosciuti, invero, pur non avendo mai proferito parola l'un con l'altro, tra i due si era instaurato quel rapporto simbiotico che caratterizza le relazioni importanti; uno sapeva la verità e l'altro, di questo, ne era cosciente. Succedeva allora che il Cianciotta, dopo qualche tempo, prendesse il Pannella sottobraccio e lo portasse al di fuori di quel ricovero di matti, in giardino, ma un po' più lontano, laddove malumori o atteggiamenti da matto non potessero leder la quiete. Il Pannella dal canto suo, si lasciava trasportare e sorrideva ai soffi del vento. Or che stavan sulla riva d'un fossato, sotto l'ombra d'un gran salice giulivo, al Cianciotta pareva lecito di cianciar dei giunchi che intrecciava da bimbetto. E il Pannella, matto sedicente, non rispondeva alla sferzata, solo annuiva a confermare che della follia ben poco c'era, là, sotto l'ombra del salice giulivo. E chi annuisce, sovente, corre il rischio di metter in mostra il fatto che ha compreso; questo accadeva a quel matto di Pannella. Ora il Cianciotta si voltava verso il Lui, il matto, lo fissava nelle orbite e, qual padre con il pargolo, posava la mano sul suo braccio.
    “Voi, Egregio, con questo luogo avete ben poco a che vedere, io lo so, io lo so! Che mi venite mai a dire, con gli occhi, d'esser pazzo quando poi Voi sapete che io la verità la conosco? E di matti ne ho conosciuti, per dire che Voi siete affetto da ben altro. E come si avvicendano gli altri intorno a quel Vostro giaciglio e Voi, Pannella, li tenete tutti in pugno. Come fate? E come siete abile coi Vostri silenzi; con le parole mantenete la Vostra posizione, ma col silenzio ottenete che il mondo Vi creda. E adesso, mio caro Pannella, che io a Voi mi sono affezionato, Vi dico che potete andare, che potete lasciare questo luogo poiché Voi matto non lo siete, io lo so, io lo so! Non mi interessa più studiarVi; se Voi matto non siete, ed io men che meno son dottore di color che non son matti, vien meno il senso della mia dottrina, vale a dire che non posso aiutarVi, non posso comprenderVi e non posso correr rischio di ammattire per qualcuno che non sia uno di quelli. Voi, Pannella, potreste andar pel mondo a visitare ciò che il mondo offre, perché mai relegarsi in una gabbia di matti?”.
    Il Pannella allora cambiava espressione; si toglieva, per così dire, una di quelle tante maschere che uno indossa nell'arco d'una vita, e la buttava per la terra. Il Cianciotta, di fronte al dogma rivelato, come se fosse apparsa la Madonna, non conteneva quel suo puerile stupore, sebbene fosse più maturo dell'uva settembrina, e con gli occhi chiedeva spiegazioni. E per la prima volta il Pannella rompeva il silenzio instaurato col Cianciotta e, si dice, ebbero molto di cui parlare.
    Era tardi e Ninno ancora non si era svegliato. Il violoncello, sino a tardi, lo aveva tenuto impegnato fino a fargli perdere i sensi, fino a fargli doler le dita. Adesso dormiva e nel suo mondo non ci sarebbe mai stato spazio che per sinfonie e ridondanti adagi orchestrali. Ma quanto era lieto quel sonno, perché non venisse turbato? Di rado, troppo di rado, adagiava le mani su quel suo amore tanto materiale quanto essenziale, fatto forse d'un connubio tra estasi e ragione, allora si perdeva in vigorosi orgasmi, esplosioni di piacere in perfetta simbiosi col suono della sua passione. Ma il mondo, sovente, non lascia spazio alla passione e, quale sovrano ambizioso e veemente, mette il resto a tacere e vuol solo lui, nessun altro che non sia lui, il silenzio di ciò che non lo riguarda. Allora Ninno dovette alzarsi. Ed è proprio verso la cucina che abbandonò quel suo violoncello. Pareva che questi gridasse: “no, ti prego, non mi lasciare”, ma Ninno lo lasciò, con il cuore in mano e una lacrima sul pavimento. Passò molto tempo prima che si ricordasse di quell'amico piangente, di quella donna elegante, di quella gioia provata, ma quandanche l'ebbe ricordata, non seppe riappropriarsene. O, violoncello di Tarvisio, quivi creato per amare uno e nient'altro che uno, uno soltanto tra tutti quelli che avrebbero potuto sfiorare la sua intimità; adesso giace lì, non più a Tarvisio, non più tra le mani del suo amante, bensì in un limbo di dimenticanza e decesso d'amore. Il suono ancora dolce, sebbene scordato, non è dimentico della passione che provò nel fondersi ad un' altra anima. E Ninno? È ancora innamorato. Ma quel violoncello no, adesso non va più a visitarlo, non cura più le sue pene, non lenisce più la sua solitudine perchè lui, il despota, oramai ha vinto, ha chiuso la battaglia, ha decretato il destino dell'altro. E il violoncello di Tarvisio non più sta a Tarvisio, ha perso l'occasione, poteva essere amato, non certo a Tarvisio, o forse sì, o forse altrove. Oltremare. Oltre il mondo. Magari in un abisso, scagliato per una pena, per un rancore, in mezzo all'oceano, allora l'avrebbe amato il mare, lo avrebbe ricoperto col suo salmastro e con le sue piante acquatiche e allora sì, il violoncello di Tarvisio avrebbe amato il mare e avrebbe imparato a suonare anche per lui. Magari nel bel mezzo di una battaglia, se mai un soldato lo avesse voluto accompagnare, avrebbe suonato l'adagio per la morte dei molti e per la vita dei pochi; quei molti lo avrebbero amato, lui, il violoncello di Tarvisio, e gli altri, i pochi, avrebbero parlato di lui, lui, il violoncello di Tarvisio che poi venne dimenticato. E invece giace quasi morto, lui, il violoncello di Tarvisio, senza mai aver conosciuto la gloria dell'arte per cui fu messo al mondo, senza aver mai amato che uno, uno soltanto, Ninno, che fu vinto dal sovrano. Poi muore, lui, il violoncello di Tarvisio, e nel suo ultimo suono, nel suo estremo gridare in ultimo l'appello al lui dimentico, vi è il sapore di una lacrima, l'ultimo ricordo impresso su quel pavimento.
    Trecentosessantacinque giorni fa….
    Un anno, un attimo di vita, un alito di vento…. Una vita fa….
    Questa non è una lettera, non è nemmeno un j’accuse.
    E’ semplicemente la storia degli ultimi trecentosessantacinque della mia vita, la storia di un’altalena di emozioni e stati d’animo che mi hanno cambiato, sconvolto, dentro e fuori.
    Trecentosessantacinque giorni scritti in lettere, anziché numeri, per far capire quanto lunghi siano stati e quanto ho vissuto, respirato, assorbito, analizzato, rifiutato, percepito e, consapevolmente, accettato….anche se con molte riserve, purtroppo….
     
    Quante cose possono succedere in trecentosessantacinque giorni…. Una vita condensata in ventidue lettere….trecentosessantacinque giorni…
     
    E’ un viaggio dentro te stesso, dentro a quelle che consideri le basi della tua vita. Un viaggio che attraversa il cuore, la mente, i ricordi, le fotografie di istanti di vita. E’ un vento forte che ti passa attraverso e da cui non puoi sottrarti. Devi affrontarlo, non puoi evitarlo.
    E devi viverlo per capire…. Anche se non lo auguro a nessuno… Proprio a nessuno.
     
    Puoi diventare grande o sentirti una nullità, puoi crescere o sentirti inerme e costretto in un angolo, come un pugile che subisce l’avversario senza possibilità di reagire.
    Puoi vivere la paura, la gioia, la felicità e la tristezza, la rabbia, lo sconforto…la disperazione…
    Ti puoi sentire solo, terribilmente solo oppure, improvvisamente forte e duro come non credevi di essere.
    Puoi sorprenderti per un sorriso che sembravi aver perso del tutto o per la consapevolezza di essere ancora un Uomo nonostante tutto ciò che la vita ti ha dato o tolto.
    Puoi anche sorprenderti a pensare di farla finita perché non trovi davanti a te un futuro. Puoi sorprenderti ad avere paura di te stesso e degli altri. Paura di non farcela. Paura di essere solo.
    Riesci anche a vedere la fine, seduto a terra con le lacrime che ti continuano a scendere e scavano la tua anima, con lo sguardo perso su un soffitto bianco pieno del nulla che credi di essere.
     
    Un’altalena di emozioni forti, positive e negative, che ti temprano il carattere o rischiano di indurti a lasciarti andare fino ad annullarti.
    Quante cose mi sono passate dentro, attraversando il corpo e la mente, sconvolgendo la mia esistenza, il mio corpo, la mia anima, le mie certezze, rivoluzionando il mio modo di essere e di rapportarmi con gli altri.
     
    Trecentosessantacinque giorni che mi hanno cambiato, che mi hanno costretto, mio malgrado, a cambiare le prospettive e le mie, già poche, certezze.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa la mia vita è cambiata.
    Improvvisamente. Senza preavviso. Come un terremoto che sconvolge prima  le pareti di quella che chiami casa e poi ti lascia quel senso di incertezza continua, paura, angoscia, il terrore che tutto sia finito o che, peggio ancora, potrebbe capitare ancora.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa ero morto.
     
    Per qualcuno non esistevo più. Ero diventato il passato, non ero più la persona con cui condividere il futuro e nemmeno il passato. Forse non ero mai stato il suo obiettivo, ma semplicemente un compagno di viaggio, come quelle persone che incontri su un aereo e che per qualche ora condividono con te le stesse sensazioni. Ad ogni vuoto d’aria ti guardi e speri che tutto passi in fretta, ad ogni rumore anomalo ti chiudi in te stesso per quella cosa che in tanti chiamano adrenalina ma che in realtà è paura. Poi atterri, la tua ombra mette piede al suolo e ti puoi finalmente rilassare.
    Per quel qualcuno erano pochi i momenti belli da ricordare e molti, troppi, i momenti brutti, tristi e malinconici che avevano riempito fino ad allora la sua vita.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa ho toccato con mano il nulla.
     
    Ho capito che le mie notti sarebbero state senza fine, senza stelle, senza luna. Ho capito che non ci sarebbe stato un nuovo giorno. Non avrei più rivisto il sole. Non avrei più sentito il calore e la speranza.
     
    Era la disperazione assoluta.
    E lo era ancora di più perché avevo capito che in parte ero io ad aver causato tutto quello che mi stava crollando addosso.
    Avevo costruito una casa senza fondamenta, avevo messo troppe finestre sul mondo ma non avevo creato certezze e basi solide.
    E la disperazione era ancora più forte perché poco prima di quella data fatidica avevo intuito e capito che così non poteva andare. Da poco avevo iniziato a modificare me stesso, ma non avevo fatto nulla per farlo capire a chi doveva capire.
     
    Avevo commesso l’errore più grande che una persona può fare: dare tutto per scontato.
     
    Un errore che non commetterò più.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa ho sentito parole che mi hanno mortificato.
     
    E bugie, tante bugie che hanno trovato casa nella mia anima, come il fumo delle sigarette che si sono incollate nei miei polmoni, nelle arterie, fino al cuore.
    E che non si possono rimuovere.
     
    Il mio cuore, già di per sé malandato, si è fermato. E ho provato cosa significa morire. In quel momento, trecentosessantacinque giorni fa, ho sperato che si fermasse definitivamente per togliermi il dolore definitivamente.
     
    Quella notte, ho preso l’auto e sono scappato verso la notte, senza meta, senza capire dove stavo andando e, soprattutto, senza capire cosa stavo facendo.
     
    Semplicemente ero diventato il nulla.
     
    Volevo diventare piccolo piccolo, confondermi tra la nebbia, la pioggia di quella notte. Volevo far sparire le mie tracce, la mia esistenza. Nulla aveva più senso.
     
    In quel momento ho capito che ciò che provavo per chi mi stava ferendo a morte era Amore. Vero, pieno, consapevole, totale.
     
    Inutile.
     
    La disperazione di quei momenti la ricordo ancora, attimo dopo attimo, metro dopo metro. Viaggiavo a velocità folle su strade che non vedevo nemmeno, sotto una pioggia fitta e dentro alla nebbia. Sembrava che quella notte volesse prendermi con sé.
    E io mi stavo lasciando inghiottire.
     
    Diverse volte mi sono reso conto che guidavo ad occhi chiusi, sperando di andare a sbattere contro un albero per vedere se davvero è così difficile morire.
     
    E’ davvero così strano,ora, scrivere queste cose perché mi rendo conto che lo stavo facendo davvero. E in quei momenti non mi interessava nulla delle conseguenze.
    Avevo semplicemente voglia di mettere la parola fine alla mia esistenza.
    Non avevo motivo alcuno di andare avanti. Tutto era finito.
    Nemmeno il sorriso dei miei figli riusciva a darmi una speranza.
    Ero morto dentro.
    E non volevo più soffrire.
     
    Quella notte ho capito cosa spinge la gente ad oltrepassare quella soglia, quando senti la voglia di farla finita. La voragine che ti si apre davanti  invita a lasciarti andare, a farti risucchiare in quel vortice.
     
    Non so perché, non so come, non so chi mi abbia fatto rimanere sulla strada nonostante i miei occhi pieni di lacrime e pieni di vergogna non vedessero più, ma quel qualcosa o qualcuno mi ha aiutato ad arrivare in un posto sicuro.
    In quel momento ricordo di essermi fermato, di aver spento il motore e di essermi lasciato scivolare sul sedile dell’auto.
    I muscoli mi facevano male, tutto il mio corpo era attraversato da spasmi e il mio cuore non faceva altro che battere in maniera disordinata, senza un senso logico.
    Un battito dietro l’altro ma in modo confuso. L’abitudine al problema del mio cuore mi ha fatto rilassare. Ho appoggiato la schiena sul sedile e ricordo di aver provato vergogna per non essere riuscito a farla finita.
     
    Avrei dovuto affrontare il viaggio a ritroso e al mattino seguente avrei dovuto incontrarmi a Milano con un cliente…. Devo aver pianto per un’ora, fermo a fari spenti su una piazzola della strada nel cuore della notte.
    Poi, stremato, ho iniziato a respirare.
    Credo di aver fatto tutti quei chilometri in apnea, come uno che scende negli abissi del mare senza bombole d’ossigeno.
     
    La pioggia continuava incessante e la nebbia mi nascondeva. Avevo ritrovato la mia tana, quella dell’orso che sono sempre stato. E al mio fianco lei, la mia compagna di tutta una vita….la malinconia.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa volevo farla finita.
     
    Lo confesso, ora, a distanza di tempo. Avevo deciso di lasciarmi andare. Volevo chiudere lì, in quella che mi sembrava essere la notte ideale, il momento perfetto. Il compimento del mio fallimento di uomo.
     
    Ho riavviato il motore ma non avevo riavviato l’anima. Mi sentivo male. Mi girava la testa, il dolore al petto era lancinante ma nulla se paragonato al dolore dentro, quello dell’anima. Era come se me l’avessero strappata via. Mi mancava il respiro e viaggiavo con il finestrino aperto nonostante il freddo di novembre, la pioggia, la nebbia.
    Avevo bisogno di aria, come quando si torna in superficie e si cerca di tornare in fretta verso la superficie. Avevo bisogno di tornare a respirare.
     
    In quel momento è scattato il meccanismo della sopravvivenza. Anche quando sai che tutto è finito, quando ti rendi conto che sei andato oltre la soglia limite, dentro ad ogni persona è innata la voglia di sopravvivere e, a volte, ti salva.
    A me è successo. Non lo so se è stata una fortuna per me. Di sicuro per i miei figli si.
     
    Con la testa fuori dal finestrino mentre guidavo ho avuto quella sferzata di aria fresca, come l’acqua che si getta addosso al pugile finito al tappeto per fargli riprendere i sensi.
    Apri gli occhi, ti guardi intorno e piano piano torna l’istinto di sopravvivenza.
     
    Ricordo di aver ripreso il controllo dell’auto e di essermi fermato all’unico bar aperto alle tre o quattro del mattino ed aver ordinato un caffè.
     
    L’ho bevuto in un sorso, caldo, e l’ho sentito scendere dalla gola allo stomaco come se fosse acido che ti spacca le fibre e la carne.
     
    Ho ripreso la strada in senso opposto. Stavo tornando verso casa…. Casa…. Avevo ancora una casa? Esisteva ancora un luogo da chiamare casa? Era solo un luogo geografico. Io non avevo più casa. Non avevo nessuno che mi aspettava con la voglia di stringermi tra le sue braccia. La consapevolezza di non aver nessuno a cui dire ciò che stavo provando mi ha fatto capire, proprio in quel momento, che era arrivato il momento di reagire. E’ stato l’attimo in cui ho iniziato a vivere ancora.
     
    Lì era iniziata la mia nuova vita.
     
    Il resto è la storia di quello che ho fatto per arrivare fino a qui, mentre sto scrivendo queste parole.
     
    Ho reagito.
    Ho lottato contro me stesso.
    Ho lottato tanto da dimenticarmi di nutrirmi, di bere, ho dimenticato il mio lavoro, le mie ambizioni, i miei progetti.
    Tutto annullato per trovare una piccola, minuscola speranza.
    Tutto ciò che avrei fatto nei trecentosessantaquattro giorni che sarebbero seguiti  sarebbe stato solo ed esclusivamente rivolto all’unica cosa che non era cambiato: l’Amore che provavo per la persona che mi aveva ucciso dentro.
    Era l’unica cosa che mi rimaneva. L’unica cosa che avesse un senso. L’unica cosa che mi avrebbe tenuto in vita.
    Il mio progetto era su me stesso. La mia scommessa era quella di provare, di non mollare.
    Il resto era insignificante e senza alcun valore.
    Per farlo dovevo lavorare su me stesso. Il resto sarebbe venuto da se.
     
    Non ho mollato. Mai.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa sono rinato dopo essere morto.
     
    Nei trecentosessantaquattro giorni che sarebbero seguiti ho fatto di tutto e subito di tutto.
     
    Umilianti tentativi di parlare, di spiegare, di ottenere almeno la possibilità di capire il perché e di far capire che quella notte mi aveva messo davanti a tutti i miei sbagli e che avevo capito. Avevo davanti a me tutto molto chiaro: i motivi che avevano portato a quella che credevo fosse ancora una fase di confusione e la consapevolezza di aver capito cosa avrei dovuto fare.
     
    Poi però sono arrivate le bugie.
     
    Era già tutto successo, ben prima di quella famosa notte di trecentosessantacinque giorni fa.
    Era già tutto successo.
    Qualcun altro aveva ottenuto quello che speravo non fosse ancora successo.
    E le bugie erano solo all’inizio….
     
    Umilianti, come le conferme che la vita ti mette davanti a situazioni che mai avresti immaginato potessero succedere, come quelle di sentirti così insignificante e inadeguato.
    Umilianti come quelle di una carezza sul viso segnato dalle lacrime mentre qualcuno se ne sta andando tra le braccia di un altro e non ha nemmeno il coraggio di guardarti negli occhi.
    Umilianti come il sentirsi dire che la sensazione era quella di sentirsi confusa mentre invece c’era solo la voglia di stare da un’altra parte.
    Umilianti come urlare disperatamente al telefono quello che provavi e sapere che dall’altra parte si divertivano a quella mia disperazione.
     
    Ma non ho mollato.
     
    Altre bugie, anche più umilianti se possibile. Ma non ho mollato. Ancora una volta la consapevolezza di essere più forte di quello che altri hanno voluto, e in parte continuano, farmi credere.
     
    Ho iniziato a lavorare su me stesso. E, in parte, sono riuscito nell’intento.
    Oggi sono diverso, mi sento diverso. So che posso contare su me stesso, prima di tutto.
    Sto tornando a pensare a nuovi progetti, a consolidare certe posizioni. Ancora non riesco a volermi bene quanto dovrei e, forse, quanto avrei bisogno di fare.
    Ma sono sulla strada giusta.
    Diciamo che sono un cantiere in costruzione e come obiettivo ho una casa da rifondare dalle fondamenta.
    Oggi, credo, che chi mi sta vicino si sia in qualche modo accorto di quanto sono cambiato. Non so se ho ripreso del tutto o almeno in parte la stima che potevano avere in me, ma tiro dritto per la mia strada.
    Devo lavorare sugli affetti che mi circondano, far si che siano fieri di me e del mio modo di essere.
    Ho imparato a non dare più nulla per scontato.
    Purtroppo però ho imparato a difendermi, per non stare più tanto male da volermi annullare o lasciarmi andare. Dico purtroppo perché questo significa essere un po’ più freddo e distaccato, non andare a cercare ciò che si desidera al punto da sembrare lontano.
    Quello che è successo mi ha insegnato che ho sbagliato tanto, soprattutto a fidarmi delle persone. Ecco il perché di quel “purtroppo”…. A volte non mi fido e cerco di creare una barriera che riesca a proteggermi.
    Sono le conseguenze di questa storia.
     
    Non giudico nessuno. Ognuno è fatto e vive come meglio crede. Io non ho alcun diritto di criticare modi o atteggiamenti di altre persone.
    Ma da questa storia ho capito che dalle persone con cui condivido la mia vita pretendo la verità, a tutti i costi, anche se fa male, a loro prima che a me.
    Io so di poter camminare a testa alta, sempre. E questo voglio continuare a fare.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa il mio mondo è crollato, in un attimo, il tempo di poche frasi.
     
    E le macerie che erano rimaste in piedi sono state del tutto distrutte con le bugie che sono seguite. Hanno tentato di nasconderle per non farmi del male, ma in realtà mi hanno fatto ancor più male, fino a farmi creare una barriera di protezione.
     
    Trecentosessantacinque giorni fa….
    Un anno, un attimo di vita, un alito di vento…. Una vita fa….
     
    Ma sono ancora qui.