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Nerio

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    Bologna
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    Imparare a vivere senza morire

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  1. @Nerio, è tanto che non ti si vede, spero tutto bene. Torna presto a fare casino, dai!

  2. Commento Nota: l'idea è quella di provare a scrivere N-volte la stessa poesia. Ovvero: con cadenza periodica, dal 18/05/2017 fino a fine di Agosto, ho provato a scrivere una poesia sullo stesso tema (in questo caso: l'estate). Ogni poesia è slegata dall'altra, sia come stile che come versi, ma idealmente ognuna prosegue il tema comune da dove la precedente si era fermata. Ormai ho già scritto 7 pezzi, ma voi fate finta che escono adesso come fossero appena scritti Qui la parte1 e Qui la parte2 Ma la città l'estate la subisce con desiderio atroce. Ti vince nel caldo e l'afa ti abbraccia la gola. Vorresti gridare, piangere magari in pioggia fresca di bosco. E invece te la tieni la voglia. Si ingrossa ed esplode in silenzio, la sete di tutto, il piacere e il fresco del mondo. Canicola morta. Palazzi come cimiteri, sopra i tetti scheletri di pensieri e le strade sono vuote, le strade sono nude. Nell'aria immobile ti trascini, il sudore nell’anima. Hai caldo e non vuoi parlare. Le strade sono nere, le strade sono cupe. Solo talvolta, all'ombra delle cose, ti pare d'udire un canto d'amore.
  3. Ciao @Ginseng prima volta che ti leggo, prima volta che ti commento, perciò perdona se la verbosità e la qualità del commento non ti sarà congeniale: purtroppo, è il mio modo di commentare superctiticamente Questa poesia mi ha regalato delle emozioni misteriose e inquietanti, seppure velate di un sapore melanconico alla 'Lavorare stanca' di Pavese. Il tema in sè evoca un sorta di meta-luogo impossibile che rivisita e umanizza il mito della casa infestata: un luogo ovvero dove ciò che non esiste più (fantasma, appunto) si trattiene ancora sulle soglie dell'esistenza. Ovviamente la simbologia e quel poco di interpretazione psicologica spiccia che conosco mi suggeriscono il pensiero che il fantasma sia in realtà una metafora per indicare il pensiero umano disincarnato o anche il ricordo di qualcosa che non esiste più. Innumerevoli livelli di lettura, se la voglia e la pazienza di discernere il significato dai simboli aiuta il lettore. Tuttavia non è tanto questo che mi ha colpito (l'idea dello spirito infestante come paradigma del pensiero che sopravvive alla materia), quanto lo stile discorsivo e verboso che accompagna i versi, al pari di un pezzo di prosa 'spalmato' su versi liberi. Apprezzabile l'uso di enjamblements che (con)fondono le sensazioni e i significati (nota davvero apprezzabile!). Ma andiamo per gradi: Bene, cominciamo con primo piano ambientale, quasi da vista scorrevole, dove con pochi aggettivi viene trasmesso l'idea del vuoto e dell'abbandono (disadorna, consunte). Il secondo verso è un accessorio del primo, dal momento che serve a descrivere lo stato di abbandono della stanza disadorna, perciò ecco che tutta l'attenzione è sbilanciata sull'oggetto del poema (ovvero la stanza). Continuando la lettura quest'impressione si rafforza, dal momento che ogni cosa che viene descritta e introdotta rappresenta un accessorio descrittivo della dimora dello spirito: Gioco visuale interessante: i primi due versi introducevano l'idea delle inquadrature scorrevoli, proprie della regia cinematografica. Adesso l'obiettivo si ferma su uno specchio, che per definizione riflette colui che lo guarda, ma ecco che questo rivela solo il vuoto! Implicitamente questo fa sentire il lettore stesso come un fantasma, grazie proprio allo stile descrittivo in prima persona: il vuoto è chi guarda, dunque anche chi legge. Inutile osservare l'ennesimo richiamo ad un termine che indichi la mancanza. Usando ancora un po' di simbolismo, si può leggere dietro la comparsata veloce del sole, il passaggio repentino e fugace della vita. Quest'ultima è un elemento di transito, nient'altro che un breve termine di paragone che sta a dire "guardate, cari lettori, che la vita c'è, ma non è dove vi trovate adesso". La personificazione del sole come una figura spaventata (grazia a quell'aggettivo 'spaurito') è indice ulteriore del grado di languore del luogo infestato. Questo periodo mi è sembrato tutto sommato superfluo, a meno di rendere l'idea di allontanamento progressivo del sole (dalle finestra al balcone), al pari di un ladro o di uno spirito dei sogni che gradualmente abbandona la casa. Mi è piaciuto l'espressione 'fuggire (...) nella sera', ,ma così distanziata (in versi e in periodi) dal soggetto (sole) non gli fa giustizia. Anche se non ho alcun diritto di intromettermi in un testo poetico (la poesia è sempre cosa sacra e personalissima), ti suggerirei solo dal punto di vista estetico di tagliare quel 'e sul balcone' e anche quel 'rapido', in modo da rendere questo passaggio più rapido (come del resto credo tu voglia renderlo per il lettore). Oh! Bello stacco esplicito fra percezione in prima persona a quella in terza: dall'osservare la stanza, passi all'idea che qualcosa (non meglio identificato) stia fissando dal suo interno. Il passaggio è così repentino da lasciare un vuoto nel campo percettivo del lettore. Fra l'altro questo passaggio fra la casa (oggetto dei versi precedenti) e il qualcosa che osserva da essa (oggetto di questi due versi) è segnato semplicemente da una virgola: uno stacco davvero fragile per un cambio di prospettiva così intimo. Bel contrasto fra la lentezza (diciamo anche immobilità) della casa e le automobili che si vedono fuori: rende ancora meglio quel divario che avevi suggerito con il sole, quando parlavi della luce che scappa via. Questo passaggio contiene un bellissimo enjamblement, costituito dalla presenza di un ulteriore predicato verbale al termine del primo. Ovvero: 'osserva... occhi neri... si incontrano'. L'effetto è quello dello spaesamento: chi sta guardando e chi è guardato? Chi è dentro e chi è fuori il quadro poetico che hai dipinto per noi? la confusione è ben giocata e (io credo) proposta al momento giusto: fino al punto prima avevi condotto lo sguardo di quel misterioso qualcosa alle auto in strada ed ecco che di colpo compare un altro elemento vivo. Il gatto (presumibilmente in strada) si volta verso l'osservatore (la casa) e in un attimo avviene uno scambio di intenzioni e di percezioni a dir poco raggelante, perché se è vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima, tu scrivi: occhi neri di abisso. Piacevolmente inquietante. E poi, senza soluzione di continuità, senza possibilità di salvezza o di comprensione, riconduci la 'telecamera dell'anima' da fuori a dentro: di nuovo la descrizione di un elemento d'arredo. Questo brusco passaggio dalla cosa che stava guardando il gatto (che fai coincidere guarda caso con il punto di vista del lettore) e l'interno della casa, mi fa pensare ad un brusco ritrarsi dalla finestra. Come se il nostro osservatore misterioso (il fantasma?) si sia quasi spaventato per l'intromissione del gatto (che con i suoi occhi la reso non più osservatore, bensì osservato) e abbia voluto tonare al suo più consono vuoto. Questa idea viene rafforzata dal fatto che il gatto è creatura ben definita e quindi naturale, mentre l'altra entità resta sospesa in un indefinitezza empirica: la vita che si contrappone alla morte. Conclusione amara e intima che da tutto un altro significato alla casa e alla sua descrizione. L'ultima immagine è appunto della casa e in particolare di un quadro che raffigura grano e papaveri. Dunque, aldilà delle facile interpretazioni iconografiche (Van Gogh in primis) e simboliche (quadro di un campo = ricordo di vita passata), direi che la sensazione è quella di uno stanco nascondersi nei ricordi, piuttosto che osare riavvicinarsi al mondo fuori. La chiusura ricorda molto il Pascoli, con quel suo 'Novembre' dove compre "l'estate fredda dei morti". Il giorno dei morti è sempre (se interpretiamo letteralmente) il 1° di Novembre, anche se visto il livello di tutto il poema, verrebbe facile pensare che 'il giorno' sia una metonimia per l'intera esistenza ('giorno' = 'giorni'). Mi permetto un appunto solo sullo stile. Gli effetti (per così dire) narrativi sono ben usati e rendono bene il senso del poema. I versi sono ben ideati e trasmettono impressioni vivide, inequivocabili. Tuttavia mi pare che i periodi siano spesso carichi (magari troppo) di aggettivi e di frasi secondarie, riuscendo nel complesso (in alcuni punti) verbosi e sovraccarichi. I tempi del poema secondo me sono già ben resi dalla punteggiatura e dal capoverso: non hai bisogno di metterci anche il freno degli aggettivi. Se posso consigliarti una leggera rilettura, toglierei le seguenti parole: Interessante. Al pari di alcune poesia di Pavese, mi ha trasmesso sensazioni cupe e profonde. Interessante davvero. Forse da rivedere un poco nello stile, ma interessante. Alla prossima
  4. Cara @Mathiel ben trovata nella sezione poesia e grazie per questa tua opera così carica di pensieri positivi e di speranze. Dico questo perché fare poesia porta spesso a immergere le mani nel proprio dolore o nelle propri sensazioni negative, trascinando spesso sulla carta/byte pezzi dolorosi di sé. Difficilmente si riesce a sublimare quel vissuto emotivo in qualcosa di pienamente costruttivo e ancora più difficilmente a renderlo pienamente fruibile al lettore. Viceversa, si può essere anche 'ottimisti' e 'costruttivi' nel dolore, ma il risultato spesso è di una forzatura moraleggiante, una sorta di voler a tutti i costi 'insegnare il bene'. Ecco, io trovo che questa tua opera sia una poesia capace di raccontare onestamente di sé, del proprio 'buio', senza però incupire il lettore, ma anzi rischiararlo. Perché 'germoglio' a tutti gli effetti è una poesia sul perdono. Ora, la parte che mi ha convinto di più è stata la spiegazione del male compiuto, il lato 'buio' del componimento: non c'è difatti un tentativo di giustificare o minimizzare il male fatto (cosa che sarebbe suonata apologeticamente falsa), ma anzi lo si dimostra in tutta la sua 'brutalità' e insensibilità: L'accostamento fra la violenza del male compiuto (spezzare la spina dorsale, dunque compromettere per sempre) e la mancanza di sensibilità (gesto maldestro) costituisce un parossismo estremo di colpa. Il riconoscimento è il primo passo e di conseguenza i successivi ne sono inevitabilmente coinvolti e infatti: Dopo la colpa, l'espiazione. Chi ha commesso il male tenta di apporre rimedio, anche se debole (garza sottile) e quindi coscientemente non sufficiente alla riparazione. Ancora una volta ciò che rende il gestalt della scena è l'accostamento di elementi contrastanti: se prima era la violenza del male alla sua insensibilità, qui invece è la debolezza del gesto recuperatorio all'atteggiamento gratuito e rappacificante della vittima. Ma se prima l'effetto era quello di ingigantire la colpa, qui invece si ha l'effetto opposto: questa viene graziata e la generosità della vittima assume un livello quasi ultraterreno, da santo. Ora, se vogliamo leggere il poema in modo immediato, senza interpretazione simbolistica, si direbbe che la pianta esprime l'incondizionata e amorevole generosità della natura nei confronti dell'uomo. Ma una lettura più lata, liberamente intima, mi porterebbe a immaginare al posto di quella pianta una persona altrettanto ferita ma generosa, capace di sorridere nonostante le storture subite. La conclusione è ciò che da onore e bellezza al poema: Questa è l'ultima parte del processo di salvezza: l'assoluzione. Compaiono quindi, accanto ai termini materiali, legati alla natura e alla terra (frutto, spreme/spremuta, beve/bevuta), termini che richiamano lo spirito e la rinascita(luce, mattino). La cura è dunque legata alla natura ma procede da essa in avanti, verso più elevate vette concettuali. Infine mi piace leggere del poema solo il primo e l'ultimo verso, perché è in questi due che si esplica il concetto: Una dichiarazione di una limpidezza e di una delicatezza esemplari Il perdono è (come la parola stessa suggerisce) un dono, cioè qualcosa di gratuito e generoso. Ciò che hai scritto in mezzo esalta questi due versi, che da soli fanno tutto il poema. Molto delicato, ben scritto e nella sua semplicità, efficacissimo. Come @Ginseng aveva sottolineato, il perdono è qualcosa di catartico e che serve a ognuno: a maggior ragione, grazie per il dono del tuo poema, che offre innumerevoli livelli di lettura. A presto e a rileggerci.
  5. Ciao Sira e ben ritrovata, ecco, devo dire che nel giro di poco trovo un altro bell'esempio di poema ermetico (il primo era "Alla sera" di @Claudia87) su questa sezione del WD e qualcosa mi fa sperare che questa corrente poetica stia per vedere una nuova fase di sperimentazione e rivoluzione In questo caso il poema mi sembra ulteriormente addolcito da una certa leggerezza alla Merini, dove il tema sentimentale si mescola con i piccoli gesti quotidiani (cogliere fiori, guardare il viso della persona cara) in cui si scopre la profondità dell'emozioni. lo stile è semplice, ma grazie ad uno studio ricercato della punteggiatura che richiama l'idea del singhiozzo di pensieri esitanti (come davanti ad un emozione troppo grande o ad una situazione troppo complessa per essere affrontata di colpo) trasmette bene un'emotività articolata e forte; mi riferisco soprattutto a quell'ultimo passaggio dove seguono due incise a breve distanza (per di più spezzate dal fine verso) che separano di fatto il verbo dal suo oggetto: Effetto davvero gradevole dal punto di vista estetico, che trasmette l'incedere tormentato dello sguardo (e del pensiero) di chi osserva l'oggetto di questo poema. Altra cosa che apprezzo molto è il fatto che il poema per intero esprima semplicemente una speranza, o forse più un augurio per il futuro, a saper meglio approfittare del confronto emotivo con l'oggetto dei sentimenti ("vorrei cogliere ... dalla tua mente"). Anche questo aspetto del poema mi ricorda felicemente il modus poetandi della Merini e la sua complessa semplicità nell'indagare le emozioni umane nel vivere quotidiano. Bello. Mi ci sono rivisto molto bene in diverse scene del mio vivere quotidiano, mentre tentavo di trovare le parole adatte ("fiori") per dire quello che l'altro/altra aveva bisogno di sentirsi dire ("cercarli invano"). Molto delicata e piacevole. Complimenti e a presto
  6. Cara @Claudia87 dico solo: WOW Notevole esempio di poema ermetico, che nella mia memoria (datata) di studente di liceo sa conciliare l'intima bellezza di Ungaretti con le cupe atmosfere di Quasimodo. Io credo che l'ermetismo sia quella scuola di poesia, un modo di aprirsi all'universo, che più di tutti si si avvicini alla complessità del mondo moderno senza però banalizzarne il mistero. In questo senso chi scrive poesie ermetiche si addentra per una strada ancora più difficile rispetto a quella degli altri poeti: deve raggiungere vette alte, senza per altro usare scale sicure. Questa premessa mi serve per dirti che la tua poesia c'è l'ha fatta! Ha raggiunto il cuore del mistero, senza però rovinarlo. Devo confessare che dal titolo ho pensato ad un'elucubrazione cupa, foscoliana. invece hai saputo 'splendere' di positivismo e richiamare la contemplazione del lettore 'Alla sera' quindi è un'invocazione a ciò che di positivo c'è nel buio e nella morte della luce: l'oscurità è l'equivalente leopardiano dell'ermo colle (di fatti non manchi de richiamare l'"infinito"). Ma più che l'idea dell'ostacolo alla vista come scusa per 'vedere' oltre la materia, è la presenza (non citata) delle stelle: non a caso un giovane Asimov le indicava in un racconto inquietante e bellissimo come 'Notturno' (Nightfall) come la vera origine dell'idea dell'infinito nel cervello umano. Questa ipotesi mi viene spontanea dal momento che tu stessa scrivi: il che fa pensare difatti la contemplazione di qualcosa di grande e incommensurabile (=infinito, appunto), fatta tra l'altro mentre i siede. Questo si collega al titolo (Alla sera), facendo pensare all'attività dello star-watching. La prima parte del poema quindi è un lanciare in alto la propria coscienza, un volersi buttare dentro un pozzo per percepire l'ebrezza del vuoto. Ciò che mi piace di più è però la conclusione, che completa il moto parabolico con un ritorno alla vil materia: Il risultato di quel volo è quindi un ratto, una cattura di qualcosa di stupenda da parte del poeta/cacciatore. Se posso permettermi un piccolissimo suggerimento, avrei visto bene la presenza di un aggettivo qualitativo per rendere l'effimera limitatezza di quei 'pensieri' rispetto alla vastità dell'infinito. Ad esempio: Spero di aver reso l'idea Spero di leggerti spesso nella sezione poesia: è interessante la tua vena poetica. Alle prossime linee di inchiostro/byte
  7. Carissimo @Anglares ben ritrovato e ben riletto. Più che avere questi versi da parte, oserei dire scherzosamente che forse 'ti infestavano da un pò' Mi piace pensare che Euterpe sia una mezza specie di fantasma e che al pari di un volgarissimo poltergheist della cultura pop anni '80, se ne sta la a tormentarci, di quanto in quanto con le sue manifestazioni. Dico questo perché la cripticità e il mistero di questi versi è inversamente proporzionale alla loro lunghezza: sembrano voler suggerire di più, dicendo quasi nulla. Oso di più: i versi sembrano voler celebrare il mistero della poesia, essendo mistero loro stessi. L'idea sottesa al poema è quella della fragilità eterea del suono taciuto, trasposizione del mondo spirituale percepito (o inteso, semplicemente) dalla coscienza del poeta. Questa realtà, pur non esistendo apertamente (taciuto) è tuttavia enorme (mondo) e si districa proprio nei riflessi delle cose fragili e appena afferrate (goccia, filo). Stilisticamente la cosa che mi colpisce di più è la musicalità del verso che hai saputo ottenere insistendo in alcuni versi (soprattutto quel 'impoverita dalla polvere', dove l'anafora delle sillabe labiali pov-polv evoca il sussurrio del vento) e la costruziogne di metafore articolate (vd. la bella "goccia di suono" e 'filo del canto') che stravolgono volutamente il senso comune dell'esperienza sensoriale. Interessante e stupendamente spoglia, essenziale. Un paradigma della complessa semplicità del pensiero poetico. Pollice su.
  8. Una rosa bluuuuuuuuuuuuuuuuuuu @LaCamelia Lascia perdere La spiegazione Di prima. Puoi anche semplicemente caricare un'immagine dal link con il tasto "Inserire altri media"
  9. Ciao @LaCamelia devi premere quel bottone a forma di graffetta che vedi in basso nel box dove scrivi il messaggio: A questo punto dovresti averla caricata nel tuo spazio personale e non ti resta che premere il bottone con il (+) per aggiungerlo al messaggio che stai scrivendo: Chiaro?!?!?!?
  10. Affezionatissima Anima (citando ancora Rimbaud), mi scuso per l'errore e l'equivoco sulla tua persona: a essere ben precisi avrei dovuto fugare i miei dubbi controllano l'account, ma dal momento che lo stesso equivoco ha prodotto la spiegazione sotto, sono felice di averlo procurato Interessante. Il senso e l'argomentazione della tua dissertazione. Poesia come antitesi del razionale puro, come completamento dello spettro visibile con evanescenti percezioni di "altro". Poesia-donna, ovvero mistero che travolge e ridispone. Ammiro molto la tua ars poetandi, davvero. Io non sono che un povero ingegnere delle parole, un architetto del senso. Non un vero artista, insomma, semmai una buona imitazione In merito al tuo poema, ribadisco la sua intensità e la sua ermeticità coinvolgente. Vedrò di rileggere le altre tue poesie con nuova luce, dopo questa tua dissertazione. A rileggerci
  11. Carissima @Anglares ben ritrovata e ben riletta. Ti confermiamo come una poetessa avventurosa, capace di viaggi simbolici e criptici, spesso con richiami alla mitologia classica Una vera goduria per uno (non me ne vergogno affatto) che si definisce un feticista del simbolismo In questo caso evochi immagini ora crude, ora sentimentali, incentrate (io credo) attorno ad una riflessione di carattere umano su problemi attuali, di cronaca. La scelta del titolo parla di qualcosa di vivo e viscerale che sa di trasformazione: il rinnovamento delle energie umane (sangue nuovo). Il sangue è metonimia della vita, ovvero dell'esperienza umana che erra sulla terra. Questa vita ha una connotazione 'straniera': già questo aggettivo dice molto dell'ambito della questione, facendo intendere l'elemento esterno che si contrappone a quello autoctono. È bello il passaggio fra fluido vitale (sangue) e fluido dirompente e ignifero (magma) che difatti è fecondo (le esalazioni magmatiche sono ricche di zolfo e di carbonio, fertilizzanti formidabili). Tuttavia questo elemento positivo non sembra essere percepito come tale da un mostro policefalo, ovvero dotato di un solo corpo ma di tante teste indipendenti (l'idra): questa infatti non vede (bendata), a causa di un annebbiamento infernale (nebbia solfurea), il nutrimento che riceve dal sangue/magma. Il soggetto è sempre il sangue (=vite umane), ma stavolta ciò che fai emergere è una sua peculiarità sonora: seconda metonimia dello stesso soggetto, la voce in questo caso indica il pensiero e la cultura del soggetto, che definisci come duttile, vibrante (elastico). Il suono graffia, ma è un richiamo d'affetto (sorrisi d'amore). Seguendo il paradigma del primo pezzo della poesia, dopo la metonimia del nuovo, segue quella dell'autoctono: perciò il soggetto di quell'impronta (che non ti è para= non ti accompagna, cioè non ti è compagna di cammino) e di quella spina (che diffida del fiore, stupendo rovesciamento) è sempre l'idea accecata dalla rabbia. Scena apocalittica che sa di disastro generazionale e annunciato. Il serpente mi ha fatto pensare al mito nordico del Ragnarok, il serpente gigantesco che stritola il mondo secondo il mito vichingo; in questo caso però "si stritola", ovvero si autodistrugge con il suo stesso male. Dunque cade rovinosamente (come una pietra) e bagnando (di lacrime o di sangue? ) il disastro conseguente. La vera tragedia però è dopo: a seguito della caduta vi è la ricerca disperata dei sopravvissuti sotto le macerie. Questo potrebbe essere ancora la stessa metonimia della prima parte del poema, ma potrebbe anche significare un senso più generico: una vita nuova, sia straniera che autoctona, che paga il prezzo di un errore globale. amaro e impietoso. Conclusione criptica che contrappone quel nuovo dell'apertura e del titolo (ma anche della linfa, che per definizione deve essere sempre fresca e viva) al vecchio dei solchi vitali. Questi ultimi hanno la doppia valenza di strada tracciata, quanto di risultato del tragitto furioso della vita che incide la materia. Io ci leggo una sorta di apologia dell'umanità: come dire "niente di nuovo sotto il sole, nonostante la vita si rinnovi costantemente". In definitiva credo che tu abbia voluto affrontate una tematica attualissima e delicatissima, ma in chiave arcaica e classicistica. Forse un modo per enfatizzare e assolutizzare il presente con il passato e dunque con l'eterna ciclicità della storia umana? Comunque vogliamo vederla, spingi alla riflessione e all'analisi del simbolo. Dunque: godo Scherzi a parte: penso di condividere la tua analisi. La storia è la cultura (che sono costrutti umani) per me devono essere serve e non padrone rispetto al flusso della vita. La vita comanda e noi ci adattiamo; diversamente siamo autocostretti all'estinzione e alla squlificazione generazionale. Rimarchevole. Un po troppo criptico, ma a me va bene così, eh. A rileggerci
  12. Ciao @Nekora è co immenso piacere che leggo una poesia come questa, che attinge a piene mani l'ispirazione dal mondo delle visioni oniriche. Davvero emblematico, dal momento che questo forum si chiama appunto 'Sogno dello scrittore' I sogni influenzano e ispirano, terrorizzano e motivano. Soprattutto quelli che ci portiamo dietro anche dopo il risveglio. In linea con questa idea, la tua poesia apre uno spiraglio fantasy su una realtà magica e avventurosa, dove il pericolo e il fascino si mescolano in modo profondo. Mi ha coinvolto la descrizione sognante del poema, la sequenza incalzante di descrizioni che (per ritmo e metrica) richiamano l'affanno di una corsa frettolosa. Interessante la scelta di una costruzione a quartine con rime alternate prima e baciate poi. Ora, normalmente non mi sognerei mai di avanzare suggerimenti di correzione su una poesia: la poesia è cosa personalissima e guai a metterci le mani senza il permesso. Il motivo che mi spinge a fare uno strappo a questa regola autoimposta è il fatto che a livello di metrica, mi pare che alcuni versi siano piuttosto sbilanciati rispetto ad altri. Più in generale, mi sembra di percepire la tua volontà di incanalare i versi un canone metrico classico, cosa che ti è riuscita solo in parte. Passiamo ad osservare il numero di sillabe per ogni verso per chiarirci: A voler essere anche precisi bisognerebbe segnare anche gli accenti tonici, ma le mie competenze purtroppo non me lo permettono Come puoi leggere fra parentesi, il numero delle sillabe varia da quartina a quartina, seguendo una regola libera, dettata forse dalla volontà di rispettare la rima e il senso. La musicalità (a mio modesto parere) risente però di questo sbilanciamento. Mi riferisco soprattutto al penultimo verso, quel "è il sogno" che suona tronco e un po' ellittico di complemento. Non sono un classicista e nemmeno un purista dei canoni poetici, ma seguendo l'idea di armonizzare la lettura del testo, mi sono permesso di provare a riscriverlo, uniformando quantomeno il numero delle sillabe: Ok, mi rendo conto di aver un po' modificato il senso del componimento Quello che voglio dirti è di prestare attenzione alla musicalità che ispirano i versi, tenendo conto della loro lunghezza, nonché della caduta dell'accento al suo interno. In generale, quello che ho apprezzato del poema è la sua volontà di creare un ponte ideale fra quello che si vive nel sogno e ciò che si sogna vivendo: una sorta di paradigma della vita secondo la fantasia e non secondo il materialismo. Il richiamo a visioni sognanti e ad elementi avventurosi (luoghi remoti e impervi, la natura prepotente, il veleno e la battaglia) mi ha fatto pensare involontariamente a una sequenza fantasy Interessante. Se posso dare un ultimo consiglio, fidati della musicalità dei tuoi versi: cerca di fissare bene il ritmo e il suono che vuoi imprimere ai versi (un po' come se dovessi comporre una melodia): vedrai che il resto verrà da sé. A rileggerci. Nel prossimo sogno e nella prossima avventura
  13. Situazione normalizzata: commento correttivo Grazie per la collaborazione.
  14. Cara @Sira ben ritrovata. Questo componimento ha il merito di poter essere 'raccolto e passato' dal poema al vissuto: le parole racchiudono l'intelligenza di un'esperienza di vita che è stata vissuta e distillata. Lo sforzo di sintetizzare l'energia vitale in pensiero condivisibile, semplice e accessibile, è ammirevole. Proponi una forma pulita e semplice, una prosa con qualche leggera metafora, ma potrebbe benissimo trattarsi anche di una battuta messa in bocca al protagonista di un romanzo. Quello che mi colpisce di più è la centralità del tempo di vita, rispetto ai due estremi: il vivere di ricordi e il vivere di sogni. In questo modo delinei idealmente la parabola dell'esistenza che si tende e sembra racchiudersi attorno ad un unico segmento d'azione. Implicitamente evochi l'urgenza di agire (seppure in punta d'animo), di fare e lanciarsi perché il tempo è limitato da queste due costanti. Sembra impossibile che tanta semplicità e leggerezza sottenda invece una fretta e una crucialità esasperate, eppure non ci sono dubbi: è unico e indelebile il solco. Non ci sono prove o seconde chance! Lapidario. Piacevolmente sintetico. a rileggerci.
  15. Qui il link al regolamento.