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  1. Vero anche questo, ma capisci bene che uscirsene con un "non si fa" taglia un po' le gambe alla discussione. Alla fine la cosa bella di un forum è il confronto, per cui se anche brevemente, come hai fatto tu, si cerca di spiegare perché non si fa magari ne viene fuori un discussione costruttiva. La distinzione fra momento di enunciazione ed evento principale è chiarissima. Quello che non capisco è perché la narrazione al passato prossimo sia da considerarsi monca rispetto a quella al passato remoto. Voglio dire, entrambi i tempi verbali indicano azioni compiute ed entrambi pongono gli eventi precedentemente al momento dell'enunciazione. A distinguerli, a livello grammaticale, dovrebbe essere solo la distanza temporale dal presente, ovvero dal momento dell'enunciazione. Il passato remoto colloca l'evento principale in un passato più lontano, il passato prossimo in uno più vicino. Cosa ti porta a considerare "Mangiai una mela" come evento principale e "Ho mangiato una mela" come semplice antefatto? Per dire, posso benissimo scrivere il resoconto di un omicidio per voce (narrante) dell'uomo che l'ha commesso, partendo da "Questa mattina ho deciso che l'avrei fatto" per concludere con "...e alla fine l'ho lasciata dissanguarsi ai miei piedi", senza mai irrompere nel presente (momento dell'enunciazione) visto che tutto è accaduto nel passato (memento dell'evento principale). Narrativamente parlando il racconto sarebbe completo e non potrebbe, almeno credo, essere considerato una narrazione al presente. Ciò che voglio capire è se stiamo parlando di uso e consuetudine o di grammatica. Perché, ripeto, anch'io concordo sul fatto che un autore debba avere un ottimo motivo per narrare al passato prossimo piuttosto che al canonico passato remoto, ma non mi sentirei di dire che è "sbagliato" farlo.
  2. @JPK Dike Si può far tutto se ha un senso, se è grammaticalmente corretto e se funziona per quello che si vuole narrare. La narrazione al passato prossimo non è uno sfizio o un gioco grammaticale, ma un'opzione narrativa valida tanto quanto il presente o il passato remoto, se adatta a quello che stiamo scrivendo. Capiamoci, anch'io, se mi chiedessero in quali tempi si può narrare una storia, presenterei subito come opzioni il presente e il passato remoto. Ma a domanda diretta "Si può narrare al passato prossimo?" non risponderei mai di no in maniera automatica, perché non si fa. Mi soffermerei a rifletterci. Mi porrei il problema di quali siano i limiti e quali le potenzialità di una narrazione al passato prossimo. Di quale possa essere il motivo per narrare al passato prossimo. E alla fine risponderei che sì, si può narrare al passato prossimo, se si sa quello che si sta facendo. Mettiamo che io voglia scrivere un romanzo sull'ultima settimana di vita di un suicida. Mettiamo che io scelga, considerata la forte componente emotiva di una storia di questo tipo, di far raccontare il tutto direttamente dal protagonista, quindi in prima persona, con una narrazione al passato, a mo' di lettera d'addio. Secondo te a questo punto quale tempo verbale dovrei usare? Il passato remoto? Ti sembrerebbe credibile, da lettore, una lettera d'addio al passato remoto, col protagonista che, parlando di lunedì scorso, scrive "mi alzai" o "andai al lavoro"? Io dico che in questo caso la narrazione al passato prossimo sarebbe la più appropriata. Sarebbe più diretta, sarebbe più realistica, sarebbe anche grammaticalmente più corretta, visto che la voce narrante parlerebbe di fatti accaduti pochi giorni prima... sarebbe più "giusta", in definitiva, per la storia raccontata. Essere scrittori, o almeno provarci, dovrebbe significare anche questo: porsi dei problemi, farsi delle domande, capire la ricchezza e le potenzialità della nostra lingua e rendersi conto di quale sia l'uso migliore che possiamo farne, senza fermarci a un "non si fa" piovuto dal cielo. Così, fermandosi a pensare, uno scrittore capisce quando e perché usare il passato prossimo per raccontare una storia, o quando e perché iniziare una frase con una congiunzione. Per questo mi viene da ribattere se leggo affermazioni come Perché sono affermazioni sbagliate, dichiarate tra l'altro con la categoricità di una regola grammaticale, come se steste spiegando che "un altro" si scrive senza apostrofo, senza possibilità di appello. E perché le parole, soprattutto in un forum di scrittori, hanno un significato specifico: tra "non si può fare" ed "è problematica" c'è una bella differenza, come anche tra "non si può fare" e "solitamente non si usa". Poi, alla fine, liberi tutti di credere quello che si vuole e di fermarsi ai "non si fa" senza sforzarsi di ragionarci su e di capire perché non si fa e (di conseguenza) quando invece si può fare eccome. Faccio solo notare che anche la narrazione al presente "non si faceva", prima.
  3. @JPK Dike No, non è che posso semplicemente costruire una frase, col passato prossimo. Io posso benissimo narrare al passato prossimo. Ci posso scrivere un intero racconto, al passato prossimo. Volendo, anche un intero romanzo. (Io come tutti, eh!) Tu sembri convinto che il passato prossimo si possa usare solo e soltanto all'interno di una narrazione al presente. Non è così. Poi, che le narrazioni al presente e al passato remoto siano le due forme più comuni è tutto un altro discorso. Ma impuntarsi sul dire che non si può categoricamente narrare al passato prossimo è semplicemente sbagliato. Narrare al passato prossimo è un po' come narrare in seconda persona singolare: non è consueto, ha i suoi limiti, ha le sue problematiche, ma si può fare.
  4. @JPK Dike Non credo. Se scrivo Scendo in strada, mi infilo dentro l'auto e guido verso casa di Giulia. Non faccio in tempo ad arrivare al semaforo che torno indietro: ho dimenticato il cellulare sul tavolo da pranzo. E' una narrazione al presente dove uso il passato prossimo ("ho dimenticato") per descrivere un'azione passata, già avvenuta. Se invece scrivo Sono sceso in strada, mi sono infilato dentro l'auto e ho guidato verso casa di Giulia. Non ho fatto in tempo ad arrivare al semaforo che sono tornato indietro: avevo dimenticato il cellulare sul tavolo da pranzo. Questa è una narrazione al passato (prossimo) dove per indicare un'azione precedente uso il trapassato prossimo.
  5. D'accordo su tutto il resto ma su questa frase proprio no. La narrazione al passato prossimo è fattibile, in particolare se si usa la prima persona singolare: "E' cominciato tutto il giorno del mio compleanno. Mi sono svegliato tardi, come sempre, e come sempre sono uscito senza fare colazione, giusto in tempo per prendere il 23 all'angolo fra casa mia e Viale Mazzini. Non mi sono accorto di nulla fino a quando non sono arrivato in ufficio. Poi è successo. Poi tutto è cambiato". Questa è narrazione ed è al passato prossimo. Con la prima personad singolare viene fuori una narrazione più naturale, ma si può anche usare una terza persona.
  6. Premettendo che mi sembra abbastanza sterile portare avanti una conversazione (andata anche un tantino OT) a furia di "Tizio ha detto"/"Caio ha detto", non credo sia corretto partire dall'assunto che o si intrattiene o si trasmette un messaggio (ma diciamo pure "insegnamento", se vogliamo proprio fare i profondi). Qualsiasi storia minimamente degna di nota, per quanto leggera, per quanto d'intrattenimento, si porta dietro un messaggio. E' inevitabile. Fa parte del meccanismo stesso della narrazione, credo. Perfino la più stupida delle commedie americane ruota attorno a valori universali e ne diventa tramite e mezzo di diffusione, che si parli del "credi nei tuoi sogni", del classico "l'amore vince su tutto" o dell'intramontabile "per essere felice devi essere stesso". Tutte le storie, gira che ti rigira, hanno quella che nelle favole chiamiamo "morale". A volte è più forte e permea tutta la storia. Altre volte è solo accennata. Ma c'è sempre. C'è nel romanzo polacco da 957 pagine e c'è nell'essima replica di "Grey's Anatomy" trasmessa su la7d. Poi, dalla prospettiva di chi scrive, personalmente credo che un approccio didattico funzioni poco. Non credo possa nascere un buon romanzo da uno scrittore che si siede alla scrivania pensando "Ora scrivo un romanzo che insegni al lettore il valore della famiglia". Credo piuttosto che si debba partire dalla storia, dai personaggi, dalla situazione, dall'ambientazione... Il messaggio, "l'insegnamento", arriva dopo. Si parte dal cosa e si arriva al perché.
  7. @Joyopi mi è piaciuta davvero molto. Figurati che ho iniziato a leggere tanto per e non sono riuscito a staccarmi fino alla fine. Proprio perché mi è piaciuta tanto, faccio un po' il pignolo e ti lascio un paio di appunti. 1) E' un peccato, visto l'impegno che hai messo nel comporre un testo in rima tanto lungo, ''accontentarsi'' in alcuni versi di una semplice assonanza. Oso suggerire: Così presto fatto, si tolse lo sfizio, e si mise al lavor sull'oscur malefizio, Due lingue di Pupo, un giallo Malgioglio, Fior di sanremo e di spartito un foglio. Rimescola bene, facendo attenzione, Ed ecco pronta la nera pozione. 2) Di solito, nelle fiabe classiche, se l'eroe e i suoi aiutanti partono per scontrarsi col nemico, ogni aiutante aiuta a superare un ostacolo grazie alle sue capacità particolari, così che alla fine l'eroe riesca ad affrontare l'antagonista. Nel tuo caso parti bene col gatto che sconfigge i giganti, ma poi il resto si fa confuso. Sì, sono pignolo, te l'ho già detto. Ma lo sono quando le cose mi piacciono. A rileggerti presto!
  8. @Vinicio Dolfi Partendo dalla tua premessa, ovvero quella di voler scrivere di un periodo utopico, un classico della fantascienza è il concetto di "male necessario" finalizzato a un "bene superiore". Così di getto mi viene in mente "The Giver", in cui (se non ricordo male) per evitare ogni conflitto si era arrivati a sopprimere ogni emozione, quindi anche quelle positive, creando una società utopica ma del tutto apatica. Un giovane prescelto viene messo a parte del "segreto" e comincia a porsi dele domande, a chiedersi se davvero un'utopia vale quel sacrifico. E da qui parte il conflitto e quindi la trama. Ecco, diciamo che da un'utopia davvero perfetta è difficile trarre conflitto e innescare una storia. Ti serve un rovescio della medaglia, qualcosa che metta in dubbio la presunta perfezione della società all'interno della quale si svolge il romanzo.
  9. @Claudia87 grazie dei complimenti, anche se devo ammettere che questo non è proprio il mio stile, non del tutto almeno. Questo prologo infatti nasce un po' come esercizio. Ho voluto imitare uno stile che ho apprezzato da lettore per vedere come mi stava addosso da scrittore. In particolare ho cercato di riprendere i toni, e anche i temi, di ''Chocolat'' di Joanne Harris. Sui dialoghi hai ragione. Potrebbero essere senz'altro più ''colorati''. Su ''fruscio'' invece non sono del tutto sicuro. Molti dizionari lo indicano senza accento, ferma restando la pronuncia ''fruscío''. Come regola generale, in italiano l'accento grafico non è obbligatorio se non posto sull'ultima sillaba.
  10. @NayaN grazie per aver letto e commentato. Ho voluto condividere questo piccolo racconto (che poi non è nemmeno un racconto ma era troppo lungo per la sezione Frammenti), proprio per provare a usare questo stile lento, ricco di atmosfera e anche un po' vecchia scuola. E' uno stile che in realtà non mi appartiene ma che comunque mi affascina. Da lettore, questo tipo di testi mi rassicura, mi rilassa e mi fa sentire "coccolato". Ecco, per una volta ho voluto abbandonare il mio solito tono (di solito abbastanza asciutto) e ho voluto cimentarmi in qualcosa di diverso. Questo per dire che quello che hai letto qui non è proprio il mio modo di scrivere. Poi, per il resto, concordo con gran parte delle tue osservazioni. Pensa che l'atmosfera da commedia americana la percepivo anch'io mentre scrivevo. Perché si legge proprio (anche se non so bene dove) che quello che ho scritto non sta succedendo a Messina o a Caltavuturo, ma a Stars Hollow, durante una stagione a caso di "Una mamma per amica". P.s. Il libro a cui mi sono ispirato comunque è "Chocolat" di Joanne Harris, che a questo punto però non mi sento di consigliarti, anche se per me è stato una lettura molto piacevole. Il film invece è "Amore e incantesimi", che rientra appieno nella categoria stupida commedia americana ma (che posso farci) a me piace da morire. @Andrea28 Grazie del commento. Alcuni appunti che mi hai fatto sono molto azzeccati. Sulla questione foglie di tè/fondi di caffè, in particolare, cercavo di indicare simbolicamente due diversi tipi di magia, visto che sia il tè che il caffè si prestano alla "lettura". Intendevo quindi lo scontro sul piano magico più che su quello commerciale, ma capisco che la cosa possa risultare un po' confusa. Per il resto sì, come hai detto questo può essere più una premessa a qualcos'altro che un racconto finito. Lo avrei postato nella sezione Frammenti, ma era sforavo coi caratteri, e comunque è una cosa che non ho intenzione di continuare. Era più un esercizio stilistico. Volevo provare a scrivere "da donna" per un target (idealmente) femminile.
  11. @travirgolette Come ti dicevo, sono piccolezze. Per esempio il parlare di armature (emotive), o di "anime messe a nudo". Lui che ascolta i battiti del cuore di lei. Anche un po' il discorso generale del ci-siamo-lasciati-chissà-perché-per-tante-cose-ma-non-saprei-dirne-manco-una... sono tutte cose un po' sentite, se si bazzica il genere. Il fatto è che quando si scrivono pezzi di questo tipo, affrontando queste tematiche, è alto il rischio di scivolare nel retorico. Tu, secondo me, sei rimasto in bilico. Avresti potuto esserlo meno, senza dubbio, ma avresti anche potuto esserlo molto di più. Personalmente mi sono piaciuti i momenti un po' più pratici e meno quanto-ci-siamo-amati: quando lei scherza su "Sex and the city", o quando si preoccupa del compleanno della cognata. Piccoli accenni alla vita reale che rendono più concreto l'intero racconto. Anche il dialogo immaginato, fatto solo di sguardi, è una cosa che mi è piaciuta molto.
  12. Intanto ecco il link al commento. Posto qui questo racconto, che forse non è nemmeno un racconto (diciamo che potrebbe essere un prologo o una premessa), senza troppe pretese. Ho riletto da poco un libro e ho rivisto da poco un film (non dirò quali) che mi hanno fatto venire una voglia matta di scrivere qualcosa del genere. Ed eccolo qua. Se qualcuno riuscirà a indovinare il libro, vorrà dire che sono riuscito a replicare bene lo stile (che adoro) dell'autrice. Buona lettura! ________________________________________________________________________ Dall’altra parte della strada, in sgargianti lettere scarlatte, un cartello comparso stamattina recita “Ora serviamo anche il caffè! Provalo!”. Bene, mi dico, osservando la scritta da dietro i vetri della mia caffetteria. Allora è guerra. Volto le spalle alla vetrina e la mia gonna mi segue con un fruscio. Il locale si riempie del suono dei miei tacchi rossi sul parquet di quercia mentre raggiungo la mia postazione di battaglia dietro al bancone. «Forse stai esagerando, piccola mia. Corri troppo. Lo fai sempre». Nonna Maria mi sorride da sopra uno sgabello. La morbida luce del primo mattino le accende d’oro i ricci candidi raccolti dietro la testa e le colora le guance raggrinzite come mele troppo cotte. Le sorrido di rimando e schiocco un bacio nella sua direzione mentre aziono il macinacaffè. I chicchi cominciano a rincorrersi nel loro vortice scuro all’interno della campana. Li osservo aspettando che la polvere appena macinata riempia il filtro, poi la presso con delicatezza prima di agganciare il portafiltro alla macchina per l’espresso. Ovviamente non sto esagerando. Una sfida è stata lanciata e io non ho alcuna intenzione di tirarmi indietro. Quel cartello non è un caso. E, no, non è nemmeno una semplice trovata pubblicitaria. So bene cosa si nasconde dietro alla sala da tè che ha aperto qui di fronte. In fin dei conti è la stessa cosa che si nasconde dietro la mia piccola caffetteria. Pensavo si potesse convivere pacificamente. Pensavo si potesse far finta di nulla. A quanto pare mi sbagliavo. Sarà questo, dunque: foglie di tè contro fondi di caffè. E che vinca la migliore… «Non puoi essere sicura che anche lei sia come te» continua Nonna, con il sorriso benevolo che le incurva le labbra e una scintilla di ammonimento negli occhi. Oh, certo che sono sicura. Lo sono dal primo giorno. I campanelli di rame appesi all’ingresso, come allegro saluto agli spiriti. Il gatto nero acciambellato accanto allo zerbino, che fa diligentemente da guardia. Le rifiniture di porte e finestre in legno di sorbo, contro gli influssi maligni. E per finire il nuovo cartello in lettere rigorosamente rosse, per buon auspicio… Ho visto tutto, cara Nonnina. Nulla sfugge a un occhio allenato. «E quindi? Cos’hai intenzione di fare?» La macchina dell’espresso emette il suo ronzio, poi tace. Il mio caffè è pronto. Respiro il suo aroma familiare. Afferro la tazzina, ma non per il manico. Le avvolgo attorno le dita, invece. Mi piace sentire il calore del caffè appena fatto. Con l’altra mano prendo un cucchiaino d’argento e mescolo. Tre volte in un verso. Tre volte in un altro. E per finire tre piccoli colpi col cucchiaino sul bordo della tazzina. Ora posso sbirciare qualche suggerimento nel piccolo specchio scuro, tra i riflessi fumanti, neri e maroni, del mio piacere mattutino. Cosa vedo? Non ne sono certa. Forse un incontro. Qualcuno che se n’era andato e che sta per tornare. Una tazza rotta, certo. Ma è una tazza o una tazzina? Non vedo bene. Il caffè è troppo scuro, il suo odore troppo forte. Si è bruciato appena. «Questo non te l’ho insegnato io» osserva Nonna Maria. No, ammetto, lasciando cadere una zolletta nella tazzina. Ho imparato anche qualcosa di nuovo, negli anni, lontano dalla piccola cucina di Nonna Maria. Spero solo di aver imparato abbastanza… «Fa un po’ come vuoi. Tanto poi lo fai comunque» sospira lei. «Ricorda solo di stare attenta. Quando giochi con la magia, non puoi mai prevedere come andrà a finire». Sorseggio piano il mio caffè, dolce e bollente, proprio come mi piace. Nonna ha ragione, se decido di battermi, di sfoggiare tutti i miei piccoli trucchi, non posso prevedere come andrà a finire. Riverso con cura la tazzina sopra al piattino, la ruoto in senso antiorario. Un giro completo, aspettando che quel che resta del caffè lasci i suoi disegni sul fondo. Non posso prevederlo, certo. Ma posso pur sempre provarci.
  13. @travirgolette In generale mi è piaciuto. Lo stile è scorrevole e il racconto si lascia leggere volentieri. Credo che il tuo racconto abbia due problemi, uno più forte, l'altro forse opinabile. Il problema più forte è secondo me la premessa iniziale: Ci sono questi due che si sono già lasciati, nemmeno da poco (correggimi se sbaglio), ma c'è lei che è davanti casa di lui... perché? Davvero, è una cosa che mi ha infastidito per tutto il racconto, perché istintivamente la prima cosa che faccio, come lettore, è cercare di capire la situazione, ma più andavo avanti e meno capivo. Si sono lasciati, si sono ridati indietro la roba, non sembrano avere dubbi di sorta sul fatto che è finita... perché lei è lì sulla soglia di casa di lui? Che poi finiscano a letto come ultima volta lo capisco, ma è la premessa che non mi torna. Cosa ci facevano assieme davanti casa di lui? Da lettore, mi serve un pretesto. Un motivo qualsiasi, eh. Ma dimmi perché sono lì. Il secondo problema, o almeno così lo vedo io, è il tuo rimanere sul generico per tutto il racconto. Credo sia una cosa voluta, perché appunto pervade il racconto, ma non sono sicuro sia una scelta azzeccata. Quella che racconti nel tuo testo è una rottura come tante. E' la storia di una coppia, ma non di quella coppia. Nei racconti di questo genere personalmente apprezzo di più il fatto di riuscire a entrare nella vita di qualcun altro piuttosto che trovarmi di fronte due generici lui e lei. Credo che un racconto che entri un po' più nello specifico possa risultare più incisivo. Comunque, ripeto, nel complesso mi è piaciuto, anche stilisticamente. Magari c'è qualche frase fatta, qualche immagine un po' abusata nel genere rosa, ma piccolezze. A rileggerti!
  14. (Continua dal messaggio di prima che ho inviato per sbaglio) Dicevo, usare "Quattrocchi" come insulto per uno con gli occhiali è banale. Un ricordo più preciso, più personale, mi farebbe provare maggiore empatia. Mi farebbe leggere la storia come vera. Esempio: "(...)quando i compagni di classe te li toglievano a froza e cominciavano a passarseli tra loro, e tu te ne stavi lì, mezzo cieco, a cercare di riprenderteli senza scoppiare in lacrime". Sul finale (abbastanza telefonato, come ti dicevo) c'è secondo me un grosso problema di punto di vista. Hai raccontanto tutto alla seconda persona singolare. Sei nella testa del protagonista (e in teoria del lettore) per tutto il tempo. Perchè ne esci nelle ultime quattro righe? Io, lettore/protagonista, non posso vedere Mori che mi osserva dai monitor. Non posso sapere cosa gli ha raccontato il commesso. Non posso sentirlo parlare con Carletti. L'uso della seconda persona singolare non può, secondo me, essere solo un aspetto grammaticale. Deve implicare anche una precisa scelta di regia. Usare la seconda persona singolare e poi comportarsi come un narratore onniscente fa perdere forza e credibilità al racconto. Credo sia tutto. Spero di essere stato costruttivo oltre che pedante.
  15. Ciao @NayaN, ho letto con piacere il tuo racconto, anche se nel complesso l'ho trovato deboluccio. Quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale si intuisce già da metà racconto, come anche si intuisce che la voce sentita dal narratore è solo immaginaria. In questo tuo racconto non ho trovato nè un'idea particolarmente forte nè uno stile particolarmente accattivante. Per questo, dovendolo definire, mi viene da usare la parola "deboluccio". Scusa se sono andato subito al sodo, ma credo tu sia consapevole della tua scrittura, in generale. Che sai scrivere si vede, si legge, per cui sono partito col dirti quello che secondo me non va nel racconto. Per il resto è un testo leggibilissimo, fermo restando il problema di fondo che secondo me sta nella poca incisività sia a livello di stile che di contenuto. Qualche appunto sparso: La parola "drugstore" urla AMERICA. E mi sta anche bene. Anzi, considerato che parli di un supermercato aperto h24, forse l'ambientazione americana è più adatta. Il problema è che poi a fine racconto mi trovo Mori e Carletti. Anche no. Mi sono sempre chiesto come ci si possa accorgere, dall'esterno e da lontano, di essere spiati da dietro uno spioncino. Forse da dietro le tende può avere più senso. - Quella virgola messa lì mi lascia perplesso. Secondo me sarebbe più corretta una di queste due ozpioni: 1) E pensare che, se volessi, potresti... (enfatizzando il sevolessi attraverso un'incidentale) 2) E pensare che se volessi potresti... (evitando di interrompere il ritmo, quindi senza alcuna virgola) - "Cavolfiori" mi suona un po' troppo letterario, troppo preciso, come termine, in questo contesto. "Cavoli" è più colloquiale e più adatto al contesto. - "Sorda come una campana" è una di quelle frasi fatte che eviterei come la peste (per restare in tema di frasi fatte). Anche qui, non è che sia sbagliato usare il termine "Quattrocchi", ma è una scelta che sa di pigrizia. E