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  1. Era per accavallare la mia tesi E bisogna dire che quando si parla di "stile che prevale sulla trama" si pensa sempre a qualcosa di barocco, di cicciottoso; la cosa divertente è che se sono gli americani a fare i mattonazzi (Vedi David Foster Wallace) vengono esaltati a nuovi precursori di una narrativa decostruttiva che strizza l'occhio al classicismo più vicino all'arte Pop post guerra del Vietnam, se lo fanno i nostri connazionali sono snob radical chic che nascondono la pochezza dei contenuti dietro una patina di una prosa finta eclettica. Per questo preferisco uno che ci prova, magari con risultati che non apprezzo, a uno che punta sull'usato sicuro, Concordo poi con @camparino quando dice: Forse non è il paragone più appropriato. Ma a me vengono così. Una barzelletta prima deve essere buona. Poi, deve essere raccontata bene. Inutile raccontare bene una barzelletta scema. e con @wyjkz31 Trovo adatto il paragone con le barzellette. Quante persone conoscete che sanno raccontare bene una barzelletta? E quante ne conoscete che non ne sono proprio capaci? Perchè quando Tizio comincia a raccontare la barzelletta tutti smettono di chiacchierare e ascoltano e perché quando lo fa Caio gli amici si scambiano sguardi disperati? Raccontare bene una barzelletta è indispensabile per scatenare la risata. Una buona barzelletta raccontata male non fa ridere
  2. La butto lì: un bel film è quello che abbina una bella sceneggiatura (trama) a una bella regia (stile); a volte vi è un occhio di riguardo più per la prima, a volte vi è un occhio di riguardo più per la seconda, gusti. Per concludere, così scrisse Umberto Eco: Il Montecristo scappa da tutte le parti. Pieno di zeppe, spudorato nel ripetere lo stesso aggettivo a distanza di una riga, incontinente nell’accumulare questi stessi aggettivi, capace di aprire una divagazione sentenziosa senza più riuscire a chiuderla perché la sintassi non tiene, e così procedendo e ansimando per venti righe, è meccanico e goffo nel disegnare i sentimenti: i suoi personaggi o fremono, o impallidiscono, o si asciugano grosse gocce di sudore che colano loro dalla fronte, o balbettando con una voce che non ha più nulla di umano, si alzano convulsamente dalla sedia e vi ricadono, con l’autore che si premura sempre, ossessivamente, di ripeterci che la sedia su cui son ricaduti era la stessa su cui erano seduti un secondo innanzi. Perché Dumas facesse così, lo sappiamo bene. Non perché non sapesse scrivere. Il Tre Moschettieri è più secco, rapido, magari a scapito della psicologia, ma fila via che è un piacere. Dumas scriveva così per ragioni di denaro, era pagato un tanto a riga e doveva allungare Detto questo bisogna tornare all’affermazione d’inizio. Montecristo è uno dei romanzi più appassionanti che mai siano stati scritti. In un colpo solo (o in una raffica di colpi, in un cannoneggiamento a lunga gittata) partendo dalla storia sciapa di Peuchet riesce a inscatolare nello stesso romanzo tre situazioni archetipe capaci di torcere le viscere anche a un boia. Anzitutto, l’innocenza tradita. In secondo luogo l’acquisizione, per colpo di fortuna, da parte della vittima perseguitata, di una fortuna immensa che lo pone al di sopra dei comuni mortali. Infine la strategia di una vendetta in cui periscono personaggi che il romanzo si è disperatamente ingegnato a rendere odiosi oltre ogni limite del ragionevole. Ma non basta. Su questa ossatura si dipana la rappresentazione della società francese dei cento giorni e poi della monarchia di Luigi Filippo, coi suoi dandie, i suoi banchieri, i suoi magistrati corrotti, le sue adultere, i suoi contratti di matrimonio, le sue sedute parlamentari, i rapporti internazionali, i complotti di Stato, il telegrafo ottico, le lettere di credito, i calcoli avari e spudorati di interessi composti e dividendi, i tassi di sconto, le valute e i cambi, i pranzi, i balli, i funerali. Ed ecco che a questo punto sorgono dubbi preoccupanti. Se Dumas fosse stato pagato non a righe in più ma a righe in meno, e avesse accorciato, Montecristo sarebbe ancora quella macchina romanzesca che è? Se fosse riassunto, se la condanna, la fuga, la scoperta del tesoro, la riapparizione a Parigi, la vendetta, anzi le vendette a catena, avvenissero tutte nel giro di due o trecento pagine, l’opera avrebbe ancora il suo effetto, riuscirebbe a trascinarci anche là dove, nell’ansia, si saltano le pagine e le descrizioni (si saltano, ma si sa che ci sono, si accelera soggettivamente ma sapendo che il tempo narrativo è oggettivamente dilatato)? Si scopre così che le orribili intemperanze stilistiche sono, sì, “zeppe” ma le zeppe hanno un valore strutturale, come le sbarre di grafite nei reattori nucleari, rallentano il ritmo per rendere le nostre attese più lancinanti, le nostre previsioni più azzardate, il romanzo dumasiano è una macchina per produrre agonia, e non conta la qualità dei rantoli, conta il loro tempo lungo. È una questione di stile, salvo che lo stile narrativo non ha nulla a che vedere con lo stile poetico, o epistolare. Il Grande amico di Alain Fournier è indubbiamente scritto molto meglio del Montecristo, ma alimenta la fantasia e la sensibilità di pochi, non è immenso come Montecristo, non così omerico, non è destinato a nutrire con pari vigore e durata l’immaginario collettivo. È solo un’opera d’arte. Il Montecristo invece ci dice che, se narrare è un’arte, le regole di quest’arte sono diverse da quelle di altri generi letterari. E che forse si può narrare, e far grande narrativa, senza fare necessariamente quello che la sensibilità moderna chiama opera d’arte.
  3. Lui

    Camp... Avevo in mente di scrivere un ogiugno al tuo Il maestro di ballo, un terzo capitolo, ma sarebbe un racconto tribolato. Evito.
  4. Questo ipotetico lettore mi pare un po' svogliato. Forse dovrebbe leggersi un fumetto, o guardarsi una puntata di Desperate housewives So che gli aspiranti scrittori se la prendono sempre con il lettore... Considera che gli altri media sono i tuoi rivali, non li sottovaluterei. Quello che ti ho sottolineato è anche un mio difetto: quello di voler creare una scena vivida, senza considera che ogni gesto all'interno di un racconto è una fucilata. Se prendiamo Colline come elefanti bianchi: http://freemaninrealworld.altervista.org/ernest-hemingway-colline-come-elefanti-bianchi/ [...] «Allora, li volete con l’acqua?» chiese la donna. «Sì, con l’acqua». l'uomo sorrise. «Sa di liquirizia» disse la ragazza e posò il bicchiere. «Tutto ha questo sapore». l'uomo le diede una carezza. «Sì» disse la ragazza «tutto sa di liquirizia. Specialmente tutto ciò che si è atteso tanto a lungo, come l’assenzio». «Oh, piantala». l'uomo sbuffò. «Hai cominciato tu» disse la ragazza. «Io mi divertivo. Era bellissimo». La ragazza fece una faccia offesa. «Bene, cerchiamo di trovarlo bellissimo». l'uomo le diede un pizzicotto. «È quello che stavo facendo. Dicevo che quei monti sembrano elefanti bianchi. Non è brillante?» La ragazza mise la mano sotto il mento. «Oh, molto». L'uomo la imitò. «Desideravo provare questa nuova bibita. Non è forse questo tutto ciò che facciamo: guardare le cose e assaggiare nuove bibite?» La ragazza guardò la bibita. «Credo di sì». L'uomo abbassò lo sguardo. La ragazza guardò verso le colline. In grassetto ci sono delle mie, oscene, aggiunte: magari danno più colorito al racconto, ma lo rendono una piccola zavorra. Molte volte è meglio omettere le parole a favore dei gesti e viceversa. - Mi ami? - chiese Gino. - No - rispose Gina. - Mi ami? - chiese Gino. Gina continuò a girare la pasta.
  5. Lui

    Letto. Lui cammina solo. Loro avanti; belle sì, ma Lei è un’altra cosa. Metterei una virgola dopo "cammina". Metterei una virgola dopo "loro"; anzi, potresti dire che lui è dietro, così creeresti un contrasto. Lui, giacca grigia gualcita; Lui, pantaloni piensati con risvolto attillato; Lui, camicia colletto aperto; Lui, maniche arrotolate a esibire un tribale nero. I capelli di Lui; corto lungo arruffato in virgole nere. "Piensati", non l'avevo mai sentita prima. "Risvolto attillato", cerco su google: capito,cattivo gusto. Camicia; maniche; capelli... "corto lungo" è collo. Ricapitoliamo, nell'ordine in cui sono apparsi: Giacca. Pantaloni Camicia Maniche e tribale Capelli Collo In alcuni film ho visto fare un'inquadratura dall'alto in basso, in altri... Comunque credo che sia meglio una cosa continua e fluida, potresti partire dai capelli per poi descrivere il collo, la camicia, la giacca, le maniche e il tribale, i pantaloni, i risvolti, in questo modo è più facile immaginarsi il tutto. Capelli Collo Giacca Camicia Maniche e tribale Pantaloni Lui siede, giornale bianco e nero, su una panchina. Attende, un occhio a Wall Street. Se dici "quotidiano" non serve il bianco e nero, che però ha un bell'effetto. Wall Street... Se è in Italia la borsa di Milano è meglio, ma fa tanto provincia. Lui silenzia la chiamata entrante. Taglierei. La mano destra di Lui sulla tempia, gli occhi socchiusi. Lui la sbircia mordere il cono. Lui sorride alla faccia stranita di Lei; chissà che le dice l’amica con i capelli ricci. Lui mozzicone giallo sul marciapiede. Lui la vede voltarsi, forse, verso Lui. "Lui mozzicone giallo sul marciapiede", non so, forse una virgola dopo "Lui", come lo hai scritto te sembra una Marlboro umana. Taglierei la strage di Lampedusa, ambigua. Sono a dieci metri di distanza. Lei fa solletico e facce buffe all’amica mora che si ritrae. Metterei una virgola dopo "mora". Come già ti ho detto, mi sarebbe piaciuto leggerti slegata dal racconto iniziale, ma, non era quella una tua intenzione. L'effetto del racconto è curioso, sembra quasi che ci sia un terzo osservatore a osservare l'osservatore e l'osservata. Plaudo.
  6. Lui

    Bona e sera. Te lo dirò tra poco.
  7. Riletto. C - A - P - O - L - A - V - O - R - O.
  8. Il migliore che abbia mai letto: http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0132-8
  9. Solo se vuoi bene ai tuoi lettori.
  10. Letto. Ieri sera sono andata in un locale per sole donne. Ho cuccato una tizia, una bella gnocca. Gliel’ho menata per un po’, l’ho invitata a ballare, l’ho baciata. E alla fine me la sono portata a casa. 1) "Bella gnocca": se è gnocca il "bella" non è pleonastico? E' una espressione di uso comune, ma proprio per questo cercherei qualcosa di più originale. 2) "Menata?" Espressione curiosa, mi piace. 3) Ti proporrei di tagliere "sole", ma, se da un lato avresti un suono magari migliore, dall'altro perderesti una sfumatura. Stamattina mi sveglio e mi ritrovo la tizia che mi urla addosso e mi manda affanculo. Alla luce del giorno non mi sembra più così gnocca. Ed è pure stronza. Perché mi tratta così? Che cosa le ho fatto? Vabbè, meglio uscire a fare un giro. Una colazione al bar, una sigaretta, quattro passi per i giardini pubblici e, se sono fortunata, quando tornerò a casa lei se ne sarà andata. 1) Potresti dire: "e mi ritrovo la tizia gnocca che...ecc". 2) Ripeterei "tizia" o simili, "lei" è troppo moscio come termine. Il problema è che il bar sotto i portici non c’è più; al suo posto c’è una banca. E i giardini pubblici sono pieni di cartacce e merde di cani. E sono senza sigarette. Vabbè, è normale sentirsi un po’ sbalestrate la domenica mattina. Quanto avrò bevuto stanotte? Quante canne avrò fumato? 1) "Vabbè" stona, rovina l'aspetto del racconto. Sfanculami pure. No, non se n’è andata. La sento che traffica in cucina. -> quel "che" rallenta: la sento trafficare in cucina. C’è profumo di caffè e di qualcos’altro di buono … tipo dei biscotti che cuociono nel forno … possibile? ( lo spazio dopo i puntini ci vuole dopo, non prima...) Si, sono biscotti. Guardo la tizia. Non sembra più incazzata. – Hai fatto i biscotti? – le chiedo. Occhei, non è una domanda molto intelligente, ma lei mi sorride lo stesso. Mentre m’ingozzo di biscotti e bevo il caffè, cerco di ricordare perché prima era incazzata con me ma non mi viene in mente. Si vede che non era importante. Mi guardo intorno alla ricerca delle sigarette. Non le vedo da nessuna parte. Vado ad aprire il cassetto dove tengo sempre due o tre pacchetti di scorta. Niente sigarette neanche lì. – Hai visto dove cazzo ho messo le sigarette? – se non c'è un verbo dichiarativo, un'azione o altro non serve il trattino di chiusura. La tizia un tempo gnocca (potresti dire) mi guarda come se non sapesse se ridere o se incazzarsi di nuovo. Quasi quasi spero che si incazzi. Così sfogo un po’ del nervoso. – Ti sei rimessa a fumare? – mi chiede. Occhei, adesso m’incazzo sul serio! Lei però mi sorride e non ce la faccio a incazzarmi (troppi incazzi in questo racconto, non ti incazzare) con una che mi sorride così. Non sarà così gnocca come m’era sembrata ieri sera ma è comunque una gnocca. M’avvicino come se lei fosse Cappuccetto Rosso e io la Lupa Cattiva. L’acchiappo. * Lingua in bocca e mani sul culo. Franiamo sul divano. Lei cerca di mugugnarmi qualcosa ma non voglio smettere di baciarla. In ogni caso non avrei la testa per capire quello che vuole dirmi, sono troppo occupata a infilare le mani sotto i pantaloni della sua tuta. Dio, che culo! Rimarrei a pacioccarlo per delle ore. Ho l’impressione che a lei non dispiaccia farselo pacioccare, anche se ogni tanto cerca di sfuggirmi con la bocca per dirmi qualcosa. Sono costretta a tirarle uno sculaccione. – Ahia!!! (solo un punto esclamativo). – Così te ne stai zitta. Baciami! * Lo sculaccione ha funzionato, non cerca più di sfuggirmi anzi, si lascia fare con un certo entusiasmo. Via i pantaloni della tuta, via la maglietta, rimane in quattro e quattr’otto come mamma l’ha fatta. Complimenti alla mamma! Niente preliminari, sono troppo arrapata. Comincia ad agitarsi. La tengo ferma, e continuo a fare delle cose indicibili con la mia bocca sulla sua patata. Ormai è cotta al punto giusto. Boccheggia, singhiozza, s’aggrappa, come se dovesse morire da un momento all’altro. E viene. * Me ne sto lì, con la testa sulla sua pancia, ad accarezzarla. – Luce... – Eh. – Che cos’hai stamattina? Rispondo con una scrollata di spalle. Non lo so neanch’io che cos’ho stamattina. Cerco di ricordarmi qualcosa di più di quello che è successo stanotte. Niente, non mi ricordo niente. Dove stracazzo sono andate a finire le sigarette? Ooocchei … calma e sangue freddo. Dunque: c’è questa tizia che non ricordo come si chiama e che ho beccato ieri sera in un locale. Che locale? Il Marlene. E dopo che siamo uscite dal Marlene siamo subito venute qui, giusto? Giusto. E poi? Buio. – Senti ... magari te l’ho già chiesto … tu ci vai spesso al Marlene? Ora la tizia mi guarda in modo strano. – Luce... – Eh... – Il Marlene l’hanno chiuso anni fa... Ho apprezzato molto la semplicità della storia e il modo in cui hai impostato le frasi, un po' come ha fatto Carver con dei suoi racconti; bella anche la protagonista, un po' matta, un po' femme fatale giocosa; l'unico appunto è sul finale: perché non ricorda nulla? Perché non ricorda il fumo? Piaciuto.
  11. Bannerino... Ti amo.
  12. Volp... Un contest stile CHAMPIONS. Gironi. Ottavi. Quarti. Semifinali. Finale. @Rewind
  13. Ciao a tutte/i. Vorrei chiedervi cosa accadrebbe se un utente pubblicasse nella sezione dei Racconti Lunghi un testo... Piuttosto forte, lo si sposterebbe in Over 18? In caso affermativo, si potrebbe aumentare il limite di caratteri per la hot sezione? Grazie.
  14. Unico appunto. Una cosa a tre è il sogno di ogni essere umano, ergo si potrebbe anche mettere il limite a due sfidanti e il campione. Come? No? Occhei.