Vai al contenuto

Rewind

Sostenitore
  • Numero contenuti

    2.081
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    7

Rewind ha vinto il 28 ottobre 2015

Rewind ha inserito il contenuto più apprezzato di quel giorno!

Reputazione Forum

897 Magnifico

Su Rewind

  • Rank
    Sognatore

Informazioni Profilo

  • Genere
    Non lo dice

Visite recenti

11.291 visite nel profilo
  1. Amorte

    Ciaola a todo. Camp: zeppe>anfibi. Adelaide: la parte craniata l'ho scritta io. Vedrò di rivederla. Grazie del vostro tempo.
  2. Amorte

    Commento Scritto con @Rica *** Diario di Gina, Giorno 2, 23:44 Aveva smesso di piovere ed ero fradicia. Un po’ anche di te, eri rimasto tra le gambe. Dai capelli piombavano gocce, esplodevano sui piedi abbronzati. Non erano brutti i miei piedi nelle infradito leggere. Odio scarpe aperte: calzo anfibi, sandali al mare e anfibi al mare, la sera. Quel giorno uscivo da casa tua. Avrei voluto rimanere e tu insistevi perché rimanessi. Ma non era possibile. Forse è stata l’ultima volta che mi hai desiderata. Poi non mi hai presa più. Oggi, la strada è la stessa. Alzo lo sguardo, ti avvicini. – Lei è… Sette anni senza una parola. Sparito. Dicono che siete limitati, codardi… Nessun problema con lei. Cazzo mi frega chi è? E nessun rapporto con te. Ho pensato non ci fosse un motivo perché si avessero incontri così imbarazzanti. E te lo dissi quel giorno quando ci lasciammo, sotto i portici, che non c’era motivo di averne. Invece, tu: – Lei è… Cazzo mi frega chi è! Diario di Gino, Giorno 2, 23:55 Il sole non smette di percuotere. Sono arido. Di lei non vi è traccia, neanche tra le mani che rievocano qualsiasi odore. Dal cranio zigzagano rivoli di sudore, silenziosi negli incavi ascellari. Frusciano. Guardo le mani callose. Umane mica sono. Amo i guanti sdidati: di pelle e di camoscio, sera e mattina, camoscio e pelle, mattina e sera. Ti scacciavo da casa mia. Lo facevo con garbo physique du rale, per questo equivocasti. L'impossibile. Di certo la prima volta che ti ci ho mandata. Conta molto. Poi non sbagliasti più. Mi so' perso. Sto con la mia nuova Lei. Ti vedo. Sto per presentartela. Tu mi fucili con gli occhi. Prendo la mia nuova Lei per un braccio, fiero di averla protetta. Non mi hai meritato. Sette anni sempre con faccine. Stalker. Dicono che siete pazze, incoerenti... “Addio, non avrò problemi con le altre. Con te sì, troppi”. E mi so' stato zitto quel giorno, quando ci scontrammo, sotto i portici. Sei uguale a tutte le altre, le altre peggiori.
  3. Roanoke (Capitolo 6 - Voluspa)

    Letto. La prendo in braccio e la trasporto fino in camera. Parla solo quando la infilo sotto le coperte. -> (direi che parla solo quando è sotto le coperte, "quando la infilo" indica una contemporaneità che rischia di stranire) «È lontana l'isola di Skye?» chiede con voce assonnata. (Forse uno sbadiglio o lei che si stropiccia gli occhi renderebbero di più) «Molto,» rispondo. «Al di là dell'oceano, da dove viene Jaime.» (Qui però, con le mie aggiunte, nasce un problema di suono: "di, là, da dove") «Perché non viene con noi?» «Ha una responsabilità... qui.» «Il lavoro sugli accoliti?» (Non ho letto il romanzo, ma "accoliti" mi fa strano se a dirlo è una bimba. Ma magari è una bimba di un certo tipo). «E tu che ne sai.» «Vi ho ascoltato! parlarne,» risponde rapida. «Quindi non mi devo più fidare fiderò quando farai finta di russare?» * Scuote la testa, e sono sicuro stia sorridendo sotto le coperte. ( direi semplicemente, esempio brutto, "Scuote la testa, e di sicuro se la ride). «Eh, almeno sei sincera. Quello è solo uno dei motivi,» rispondo. «Se dovesse venire con noi chi gestirebbe questo locale? E le ragazze che ci lavorano? Non le abbandonerebbe mai. Per niente al mondo. Credo nemmeno per tornare a casa.» (Ho tagliato "credo" perché toglie forza alla precedente frase; "per niente al mondo: frase fatta). «Sono una famiglia?» «Qualcosa del genere.» Famiglia. Ecco una parola curiosa. Una parola che(,) nel corso della mia vita (,) ha assunto molti significati differenti. Quella naturale, composta da mio padre e da una madre che non ricordo. Una famiglia di fatto, su cui non ti interroghi. Ne fai parte, punto e basta: per diritto di nascita. Eppure c'è stata anche un'altra famiglia nella mia vita. Non basata sui sentimenti, ma sull'onore e la lealtà (onore e lealtà... mi sembrano un po' troppo simili) . Il Taysha torturato ha sperimentato tutto ciò che resta di quella famiglia. E per quanto abbia provato a dimenticarla, ho paura che non riuscirò mai a liberarmene. Solo l'arrivo di Yuki ha acceso in me la speranza di riuscire un giorno ad accettarla. * E ora ha scoperto che la famiglia era più ampia di quanto credesse . È diventata l'ombra di Jaime e lo tempesta di domande sulla Scozia e sulle sue leggende, mentre Claire non la smette di versarmi da bere, raccontandomi ogni sua avventura notturna. Un'altra aggiunta a questa strana famiglia? Non so come definirci, ma quando nel locale cala il silenzio e Jaime sale sul palco e canta per tutti noi nella sua lingua natia, così simile allo scrosciare delle acque di un torrente di montagna, non posso che sentirmi, finalmente, in un luogo che posso chiamare casa. Ma casa non è solo un luogo in cui restare, ma anche, e soprattutto, un luogo sicuro quando si è lontani. E l'Heaven resterà qui, come sempre, ripieno delle sue stranezze e dei suoi segreti, dell'odore del tabacco e del fracasso dell'ennesima rissa. Mentre un'altra casa ci aspetta più avanti sulla strada. E forse anche nuove amicizie e alleanze; questi pensieri si intrecciano nella mia mente, creando un misto di nostalgia e aspettativa. Il giorno della partenza nell'aria si respira odore di pioggia. Quando apro la finestra della camera un vento settembrino spazza via il tepore notturno e il basso brontolio di tuoni all'orizzonte sottolinea la fine dell'estate e l'imminente mutamendo del tempo. (Refuso) È freddo nelle cucine. Anche Jaime ha perso la sua solita vitalità e Yuki non la smette di tremare sotto la coperta che ancora tiene sulle spalle. Ha abbandonato i toni eccitati per l'arrivo di Halloween, e sorseggia mogia il té dalla sua tazza rosa shocking. Mi piacerebbe leggerti in qualcosa di... definitivo, magari un racconto lungo; leggerti qui è difficile proprio a causa della difficoltà di poter giudicare un romanzo così in corso d'opera. In generale, da quel poco che ho letto di te e che ricordo, c'è sempre una sensazione di mistero, sempre qualcuno che è lontano e di cui parlano i protagonisti in scena. Magari sbaglio. Ti aspettiamo in racconti.
  4. marrone

    Letto. Avevo quell’età in cui rialzarsi dopo una caduta diventa quasi impossibile. 1) I "quasi, forse, poco, abbastanza ecc" mi danno sempre la sensazione di indecisione, quasi, XD, come sei chi scrive non volesse rischiare. Poi è chiaro che non esistono errori nel vero senso del termine, ma effetti più o meno adatti. 2) Potresti anche renderlo più snello. Esempio brutto a caso: "Avevo l'età che rendeva impossibile rialzarsi dopo una caduta". 1. Carla se ne andò lasciandomi da pagare l'affitto di una casa nella quale io avevo scelto forse, solo il divano. Non me lo aspettavo, pensavo saremmo dovevamo invecchiare insieme. Bevevo e fumavo troppo, fu questa la motivazione. Era diventata ossessiva nei miei confronti, mi costringeva a bere di nascosto. Andammo dall’urologo prima e poi anche dallo psicologo. «Lo stress, l’alcol, l’età… è normale». «Normale un cazzo! Mr. Wiggly non si era mai tirato indietro, finora!» 1) Perché il numero all'inizio? 2) La prima frase ti manda in apnea; inoltre inoltre la virgola così mi sembra isolata, quasi un corpo estraneo. Esempio brutto: "Carla se ne andò. Si lasciò dietro l'affitto di una casa di cui io avevo scelto, forse, solo il divano". 3) Occhio alle ripetizioni (bere) e alle rime (urologo, psicologo). Mi crollò il mondo addosso. All’inizio pensavo volesse prendersi una pausa, volesse solo spaventarmi. Poi capii che Carla non sarebbe tornata. Uscivo ormai solo per comprarmi da bere. Fu in una di queste uscite che vidi una bambina giocare felice con una girandola. Mi piacque tanto l’espressione del viso, così mi comprai una birra e stetti a lungo a guardarla. Quando si alzò il vento, la bottiglia iniziò a suonarmi tra le mani. Il fischio di una nave, pensai. Quel suono riuscì a fermare i miei pensieri e a mettere un punto a una situazione di merda. 1) Mi crollò il mondo addosso... brivido lungo la schiena... cuore in gola... Taglierei. 2) "Merda": in un dialogo ci sarebbe stato, ma qui... Credo che certe parole scritte abbiano un effetto diverso, a volte molto più potente, rispetto a quando le si pronuncia. Ora abito in campagna. Ho acquistato una casa e il vicino più vicino, abita a tre chilometri di distanza in linea d’aria. Qui intorno non c’è niente se non campi arati di terra marrone nei quali non ci semino niente. Possiedo una casa a due piani tutta in cemento. L’ho pagata poco, poi ci ho speso per sistemarla: pannelli solari, fotovoltaico, generatore. In pratica una casa che basta a sé stessa, vorrei poter dire la stessa cosa anche di me. Al piano terra c’è la cucina, il bagno, un’altra stanza e un garage. Al piano di sopra: le camere che non uso mai. Dove passo invece il tempo è il porticato. Io lì ci vivo. Da una parte ho sistemato un tavolo per lavorare e dall’altra una sedia a dondolo. Fa molto saloon, del resto… ho sempre avuto la passione per i western. Qualcuno mi ha suggerito di farci un B. & B., ma chi me lo fa fare? 1) Direi "Ora abito in campagna. Possiedo una casa a due piani tutta in cemento..." poi ci metterei il resto. 2) Direi che le camere sono chiuse a chiave; "che non usa mai" mi sembra troppo vago. 3) "Al piano terra c’è la cucina, il bagno, un’altra stanza e un garage": mi sembra troppo fredda come descrizione; non dico che dovresti dedicarci sei righe, ma qualche dettaglio più. Ci penseranno le mie figlie casomai. Sì, perché ho due figlie, abitano in Germania. Io e la loro madre siamo separati da molti anni. Quando le cose tra noi sono finite, Inga è tornata ad Amburgo dai suoi, portandosi via le bambine. Non mi sono opposto. I figli hanno bisogno delle madri e poi all’epoca lavoravo e spesso stavo via per molto tempo. Tutto sommato è andata bene così. Non ho nemmeno provato a fare il padre, a dire il vero. All’inizio sì, erano piccole le bambine, era straziante vederle piangere quando se ne andavano, mi si spezzava il cuore. Poi i nostri incontri si sono diradati. Gli impegni, il lavoro, la scuola. Fortunatamente non c’è stato bisogno di nessuna guerra, nessun avvocato, solo telefonate, valige, denaro, qualche lettera all’inizio. Quando vengono in Italia passano a trovarmi, mangiamo insieme, mi chiedono come va e se ne tornano a casa loro. Ci provo ancora a cercare somiglianze, ma a parte il colore degli occhi… altro non trovo. * Comunque sto bene, mi sono trovato quello che i più chiamano hobby e non bevo. Per me non è un hobby. È di più, è energia che crea energia, musica vera creata dal vento. Costruisco sonagli e spaventapasseri eolici in bambù, produzione propria. All’inizio era solo un passatempo, poi è diventata una vera passione. Ne avevo visti alcuni, anni addietro, sull’isola di Bali. Là li chiamano Pindekan. Così ho passato giorni e notti a studiare il bambù, le proprietà, la crescita, l’essicazione, i venti, le correnti, a impararne i nomi e quando c’ero quasi riuscito, ho capito che dovevo dimenticare tutto quello che sapevo. Io cerco il suono della natura, il suono ancestrale intendo. Voglio dialogare con il vento, non capirne le origini. Senza volerlo ho trasformato la mia casa in un museo, ne ho sempre almeno un centinaio, tra sonagli e spaventapasseri, disseminati nei campi qui intorno e tutti in attività. La voce si è sparsa e ora riesco a venderne un bel po’. Nei giorni di vento qui sembra di stare a colloquio con l’universo. * 1) Carla ha fatto bene a lasciarlo. Niente vento oggi, non si muove una foglia. Fa caldo e intorno solo cicale. Una nuvola di polvere si alza in lontananza; qualcuno è in arrivo. Dall’auto scende una donna, una bella donna con qualche chilo in più sui fianchi e anche sul seno. Qualche chilo in più sparpagliato a dovere, direi. Si guarda intorno e si avvicina tendendomi la mano. Un leggero profumo di zenzero e vaniglia mi raggiunge. Sfila gli occhiali scuri e due occhi vivaci si incollano ai miei: «Mi chiamo Tina, è molto bello qui, proprio un bel posto dove vivere. Vorrei dipingere dei quadri, che dice, è possibile?» «Adesso?» «No» e ride. «Vorrei prima studiare la luce, i colori. Dovrei fermarmi qualche giorno. Lei potrebbe affittarmi una camera? In paese hanno detto che non vuole nessuno qui intorno, è vero?» «È falso! In paese non sanno un cazzo». «Benissimo! Vorrei dipingere i suoi spaventapasseri eolici, vorrei catturarne il suono». «Mmh, progetto ambizioso il suo! Le andrà via parecchio tempo immagino. Si accomodi, le offro una limonata». Entro in casa e l’osservo dalla finestra. Una folata di vento accarezza la sua gonna mettendo in moto tutto il circondario. Tina sorride chiudendo gli occhi e inarcando un poco la schiena. Bentornato Mr. Wiggly 1) "Tendendomi" brutto suono. 2) «Mi chiamo Tina, è molto bello qui, proprio un bel posto dove vivere. Vorrei dipingere dei quadri, che dice, è possibile?» Mi sembra troppo spedita; farei scambiare qualche battuta tra i due prima di schiantare tutte queste cose. 3) Parte in grassetto: mi sembrano un po' fuori dal mondo. Allora... - Non so perché, ma mi sembra che il racconto sia finito sul più bello. - La parte centrale mi è sembrata troppo lunga, considerando quello che accade. - La scrittura è ottima, come sempre.
  5. Azzardo

    Ciaola, Camp. Ci si svezza come si può. Alla prossima.
  6. Prima persona: supercazzolara o vetrina?

    Vedo dei libri sugli scaffali, il dorso mi ricorda la pelle penzolante di mia nonna, le copertine sembrano usurate, alcune portano il nome di autori che non conosco, però voglio iniziarmi a loro così mi metto ad osservare le vecchie mensole della biblioteca. Quando ero stavo con Samantha lo facevo sempre. - Ti piace Faulkner? - mi disse un giorno dei tanti - Ho sentito dire che è uno dei migliori. Aveva un sorriso elettrico, acuiva la mia vista a tal punto che in quegli scaffali non vedevo semplici nomi, ma veri e propri personaggi. Accanto a lei i libri prendevano vita. - Non l'ho mai letto. - le dico - Devo? Mi guardò come se le avessi punzecchiato un'aurea riproverandomi col suo sguardo rapace, maledettamente genuino. - Fattelo dire Gio, sei una frana. Ora che ci penso credo di essere qualcosa di più, una frana è una catastrofe, io sono la fine del mondo. Uno stronzo borioso con un paio di Nike ai piedi e una faccia da schiaffi. Cioè, hai capito cosa intendo dall'esempio? Mi puoi dire se va bene, please? Qui hai usato una scena (dialoghi, descrizioni ecc); avresti potuto anche raccontare (cioè abolendo descrizioni e dialoghi) per dire cosa ricordava Gio. Esempio brutto: "Quando stavo con Samantha lo facevo sempre. Un giorno mi disse che le piaceva Faulkner, lo disse con un sorriso elettrico. Io le dissi che no, non l'avevo mai letto, dovevo? Lei mi rimproverò con il suo sguardo rapace, e non poté trattenersi dal dirmi che ero una frana. Ora che ci penso... ecc". Volendo lo si può rendere ancora più sintetico ("Un giorno mi disse che le piaceva Faulkner. Io le dissi chi è? Lei disse che ero una frana.")
  7. Prima persona: supercazzolara o vetrina?

    Credo vada bene 1) Le dico -> le dissi. Per il resto... Credo vada bene. L'importante é capire l'effetto che vuoi dare, cioè chiedersi se la via migliore per ottenere X sia Y o Z. Meglio il protagonista che ricorda quell evento o il protagonista che lo vive? Dipende.
  8. Azzardo

    Ciaola. In realtà credo che i videogiochi siano arte; solo che nomi così belli non me li aspettavo per cose 3D. A leggerci.
  9. Azzardo

    'Sera a tutti. Queffe: Volevo scrivere un racconto dove il protagonista, a causa della mancanza di amore, vedeva come una liberazione la fine, proprio perché quella mancanza era diventata insostenibile. Probabilmente dovevo limare il tutto prima di pubblicare. Bwv: Credevo che Niko Bellic fosse qualche filosofo slavo con gusti strani; un po' dispiaciuto di essermi sbagliato. Il mezzo sorriso e il racconto-confessione sono causati dalla mia passione per la Stand-up comedy, dove il comico racconta sul palco le sue tragedie, senza filtri. M.q.s: grazie per le correzioni, vedrò come migliorare; contento che ti sia piaciuto. Grazie del vostro tempo. Alla prossima ^^.
  10. Prima persona: supercazzolara o vetrina?

    Ciao. 1) Sì, è plausibile. 2) Dipende sempre dall'effetto che vuoi ottenere. Carver, per esempio, scrisse un racconto dove una ragazza racconta a una sua amica cosa le è successo al lavoro, quindi un evento passato; ogni tanto fanno capolino le domande dell'amica (quindi nel presente). https://centopercentoletteratura.wordpress.com/2015/01/05/grasso-un-racconto-di-raymond-carver/
  11. Azzardo

    Commento *** Il giorno in cui mi fu diagnosticato il male al cervello stappai un chianti gallo nero. Il dottore, macchia di senape sulla camicia, disse che avremmo lottato assieme. Non terminò di scandire «assieme» che i suoi occhi sfidarono le leggi dello strabismo per guardare sia me, sia il suo telefono che vibrava. A casa non dissi nulla ai miei, ne avrebbero fatto una tragedia, e io non le so gestire le tragedie. Dissi che l'emicrania era causata dall'eccessivo uso del telefono senza tasti e dalla mancanza di sonno. Mia madre stava leggendo un giornale che allega poster formato libro di santi cristiani; mio padre guardava un'intervista dove l'ennesimo VIP ha visto il paradiso e lo descriveva, proprio come lo abbiamo sempre immaginato. «Ci passi troppe ore con quei cosi» disse mia madre «trovati una ragazza». Per mia madre trovarsi una ragazza è la soluzione a tutti i problemi della vita. Per fortuna non è un'oncologa. Passò una settimana e non lo avevo ancora detto a nessuno. Mi sentivo come quando non sai se dalla bocca uscirà un rutto o i resti di un esperimento culinario fatto in solitudine. Forse avrei dovuto sfogarmi, distrarmi, perché le mie poche uscite erano come un viaggio turistico in macchina dentro una città fantasma. Passavo a prendere il mio unico amico verso le dieci e mezza. Lui salutava con un ciao pieno di aspettative e che mi faceva sentire in colpa per quello che poi avveniva: cinque minuti di macchina passando per birrerie popolate - all'esterno, tabaccai chiusi e persone senza volto che ti salutano per strada. E poi parcheggiavo lì, a pochi metri da casa sua. «Allora? Cosa racconti?» chiedeva, speranzoso. «La solita» dicevo «Te?» A fine serata lo accompagnavo, in macchina. «Grazie per la serata» Che strano modo di salutare, ho sempre pensato, ma ricambiavo. Sul fronte amoroso le cose andavano in molto discontinuo: le uniche donne che vedevo erano o di pixel o in lontananza. Mi piacevano le donne, ma non tanto da rischiare l'azzardo di una conversazione. All'università c'era la ragazza più... che abbia mai visto. Dico «più...» perché un solo aggettivo non rende l'idea di ciò che mi provocava. La prima volta che la vidi ero seduto, ultima fila, al corso di storia dell'arte. Erano le prime lezioni. L'interesse generale era lo scambiarsi i numeri di telefono. Il mio tenermi a debita distanza. Poi lei entrò. Indossava un cappello nero con visiera e occhiali da sole, ciocche bionde le ricadevano sulla giacca della tuta. Al collo aveva una specie di collare cervicale molto chic. Si sedette e si piegò in avanti per parlare con una ragazza riccia: intravidi un tanga bianco. Rimasi perplesso, per un po'. Una ragazza così non l'avevo mai vista. Era l'abbigliamento e il suo modo di fare che mi colpivano, tutto così coordinato. Iniziai a pensarla ogni giorno. Nulla di sconcio, solo io che le parlo e lei che non si vergogna a farsi vedere con me. Oppure io che la getto a terra poco prima che un auto la investa e lei che mi rivolge uno sguardo impressionato. Nella realtà non sapeva manco che respirassimo nella stessa nazione. In comune avevamo di essere entrambi esseri umani, lei, però, un modello migliore. Tranne lei, che era l'oltre donna, le altre ragazze me le sarei sposate tutte. Ero più tipo da pesca a rete che da pesca ad amo. Teoricamente. Come si è capito, le mie uniche gioie erano immaginarie. Ma alcune, anche prima della diagnosi, avevano smesso di funzionare. A godere... godevo, ma il livello «sensoriale» si era abbassato di molto. Motivi? Forse ne abusavo (c'erano stati giorni dove avevo pitturato più bianco che giallo) ma credo che il problema fosse la facilità con cui si poteva compiere quell'atto. Bastava chiudersi in bagno, collegarsi con il telefono senza tasti su quei siti e in pochi secondi avevi consumato la tua intimità. Il tutto senza destare, troppi, sospetti. Nulla a che vedere con i film di Telecapri. Ero di molto minorenne e non avevo nemmeno il computer. Ricordo che a scuola tutti ne parlavano, di Telecapri, ma io lo conoscevo solo per le barzellette di Oscar di Maio. Una notte, però, mozzai il toro dalla testa. Dopo aver chiuso tutte le porte e abbassato il volume del televisore, premetti il tasto nove e vidi una donna nuda fare su e giù sopra un divano. Era di spalle e aveva i capelli lunghi e neri. I suoi sussulti si sentivano appena. Alzai il volume. Iniziai a sentire caldo. Iniziò a prudermi. Prima che potessi ricordarmi cosa si fa in quelle situazioni, lo schermò divenne nero e partì la sigla di un TG. Il conduttore, pizzetto e occhiali, disse con tono profetico: «Ecoballe a Battipaglia». Mi fermai. Cosa erano le ecoballe? Pensai a balle di fieno rettangolari, ma, proprio mentre il conduttore annunciò il servizio, mio padre gridò il mio nome e, col dubbio, tornai a letto. Il giorno in cui feci l'amore per la prima volta, per la prima volta vidi il male alla testa per quello che era: la fine di quelle esperienze. Prima della mia prima volta non avevo mai baciato, né abbracciato - in un certo modo - qualcuno. Quella mancanza aveva iniziato a logorarmi prima del mio male, e mi logorava più del mio male. Bastava che sentissi parlare di storie d'amore, che vedessi un film dove due persone si innamorano per farmi augurare a quelle persone le cose più brutte. Non avendo vissuto certe esperienze nell'adolescenza le sentivo come un arto mancante. Niente avrebbe potuto ridarmi e sostituire quei momenti non vissuti, tutto ciò che sarebbe venuto dopo sarebbe stato un surrogato. La diagnosi fu un'assoluzione. Poi ci fu... L’avevo conosciuta su un social per disegnatori, l’unico luogo dove potevo sfogare i miei pensieri in un modo che, molti, ritenevano degno di considerazione. Le piacevano le mie brutte copie di Manara. Mi divertivano i suoi bei plagi di Dalì. Non ci eravamo mai incontrati, ma lei sapeva ogni cosa di me. Era la prima volta che ero così in intimità con qualcuno. Quindi rischia l’incontro, senza farmi aspettative di alcun genere, solo per stare con l'unica persona che poteva capirmi. Cercai di sembrare meno me per farle una buona impressione, ma la cosa non riuscì molto: al supermercato mi incastravano nei tornelli; sui marciapiedi le tagliavo la strada (problema che ho sempre avuto); nei bar prendevo il caffè amaro perché non riesco ad aprire le bustine di zucchero senza spargere il tutto sul bancone; in cucina le consumavo la carta forno perché non trovavo lo spicchio di partenza e finivo per strappare tutto; in bagno le allagavo il pavimento e usavo gli asciugamano buoni come mocio-vileda. Lei mi guardava stranita, come se un gatto le abbaiasse per casa, ma non diceva niente. La sua caratteristica primaria era di sembrare perennemente spettinata anche dopo la doccia. Spettinata come una castagna. La prima sera capii che vi era un problema: lei si era messo lo chignon, un top nero, i sandali - aveva dei bei piedi. «Che ci mangiamo?» mi chiese. Dovetti sedermi sul divano per nascondere il mio me in mezzo alle gambe. «Fai te». «Sicuro? Vieni a vedere» Stava cucinando gli spaghetti e i gamberi. «Ti piacciono?» Io risposi qualcosa che sembrava un insulto. Lei finse di mordermi le dita. Mangiammo con gusto. Poi mi fece vedere dove avrei dormito. «Se hai freddo, lì ci sono altre coperte» Non risposi: era carina. «L'acqua è sopra il mobile» Non risposi: era bella. «Occhei?» Si avvicinò. «Sì» dissi. Avrei dovuto baciarla? Lei uscì. Passai l'intera notte a darmi del suino. Pensare certe cose su un'amica. E poi lei mi avrebbe cacciato di casa. Mi addormentai, contento di essermi trattenuto. Il giorno dopo andammo prima al parco, poi in giro a fare compere. Le tagliavo un po' meno la strada, mi sentivo meno me, quindi più felice. Al ritorno mi buttai sul letto, pronto a dormire. Ero a pochi secondi dal riuscirci... quando Lei spalancò la porta e si stese, la testa sulla mia pancia. «Sei un giovane vecchio» disse. «Modestamente» «A volte sembri scocciato persino di scocciarti» Ero d'accordo. «Sembri chiuso nel tuo mondo» Sentivo il suo respiro sulla pancia. Piegai le gambe per nascondere l'altro me che si era detto «diamo un'occhiata». Lei non se ne accorse, continuò a parlare. «E dopo usciamo» «Sì» dissi. Mi sollevai come per riflesso. Il suo viso a sfiorare le mie labbra, poi le mie labbra sulle sue e... «Come è stato?» mi chiese alla fine. Mi carezzava il viso, io le baciavo la fronte. «Stancante» dissi. Ci fu un attimo di silenzio. Lei sussurrò il nome di Dio. «Hai tanto tanto tanto da imparare» «Insegnami» le baciai la fronte. «Senti...» «Sì.» «Cosa sono le ecoballe?»
  12. Cenere

    Letto. È Natale e il mare si spezza contro gli scogli. Poi arretra, riparte alla carica e si spezza nuovamente. Il mare ha un qualcosa di coraggioso e folle. Accendo una Camel e lascio che il vento se la fumi. Seduto sul bordo di una di quelle fontane in cui i barboni sono soliti lavarsi le ascelle e sciacquarsi le palle, il vento che soffia forte, penso all’ultima volta in cui ho parlato con mio fratello. Torno allo scorso Natale. Casa dei miei. Mamma e papà e mio fratello e Giulia. “Wait”, quella canzone degli M83 che abbiamo ascoltato in loop per quasi un’ora, sul divano. Io e mio fratello e Giulia. 1) Per enfatizzare potresti anche dire: "A Natale il mare si spezza contro gli scogli". 2) "Torno allo scorso natale". Dopo parte un flashback: io andrei accapo per segnalare uno stacco, ma ci sono già parecchi accapo, quindi vedi te. Dopo il punto potresti usare i puntini, darebbe un effetto stile dissolvenza. 3) Mamma e papà, mio fratello e Giulia, ma creeresti due coppie così. La cenere della sigaretta è neve controluce, ma invece di cadere ascende. Vola verso il mare e poi non la vedo più. Giulia, quelle gambe lunghe, il caschetto di Uma in Pulp Fiction, solo che è bionda. Quella volta in cui ho ballato nel salotto, con Giulia e mio fratello, sotto il lampadario, abbracciati tutti e tre, e abbiamo urtato le statuine del presepe. Lascio cadere la Camel. L’aria mi punge gli occhi. Prendo un autobus e me ne torno in città. 1) Direi: Giulia, le gambe lunghe, il caschetto più biondo che nero di Uma in Pulp Fiction.ù Meglio il tuo però. 2) Quella volta che abbiamo ballato nel salotto... ecc. Scendo alla fermata della stazione dei treni e ci sono alcuni volontari vestiti da Santa Klaus che distribuiscono panini all’esercito dei bisognosi. Mi avvicino e una ragazza con i capelli neri, pallida da fare male, mi sorride. Avrà vent’anni e il suo sguardo si abbassa. Questa ragazza, dentro un cappotto troppo grande, le maniche arrotolate, una chiazza di unto all’altezza del cuore. Non si laverà i capelli da una settimana, tanto luccicano sotto i neon della sala d’attesa. Sembra la fata del regno dell’immondizia. Regge un panino e con l’altra mano è aggrappata a una carrozzina blu. Si guarda la punta degli anfibi. Penso che sarebbe bello stringerla forte e ballare con lei accanto ai binari, sulle note di una canzone balcanica accennata da un alcolizzato con la fisarmonica, e poi spingerla giù e vederla cadere. Oppure. Forse potrei offrirle dei soldi. Pagarla, perché mi segua nel mio appartamento. Cucinerei qualcosa per lei e per il bambino e poi me la sbatterei con foga, facendo cigolare il letto quanto più possibile. Buon Natale, cari vicini impiccioni. Penso che potrei davvero fare così. 1) Una volta lessi che Chuck Palahniuk propose di eliminare i verbi percettivi, almeno per la prima persona. Credo che, in molti casi, abbia ragione: non c'è bisogno, in prima persona, di stare sempre a dire che il personaggio pensa X o pensa Y, siamo già nella sua testa; così come i vari "vidi, sentii ecc" possono essere omessi, non sempre, ma nella maggior parte dei casi. Per un istante penso che potrei ubriacarmi anche io. Potrei passare a prendere una bottiglia di quelle buone. Domani non devo lavorare e potrei anche scolarmi un litro di vino rosso e poi buttarmi in branda e magari masturbarmi pensando a qualche attricetta, o alla ragazza con i capelli unti e neri. O a Giulia. La voglia di bere mi passa all’improvviso, così com’era arrivata. Cammino per la città, i mignoli dei piedi che mi fanno male. Le mie All Star sono troppo strette, ma le adoro così tanto. Non c’è amore senza sacrificio, dopotutto. 1) Il protagonista fa mille ipotesi; il rischio è quello di allontanare il lettore perché crede che sta leggendo un flusso alla Joyce. Penso a mio fratello e a Giulia e alla vacanza che si sono fatti il mese scorso. Ho visto le loro facce abbronzate e felici su Instagram. Sorriso, 3 – 2 - 1, ciak, ed è per sempre. Spiaggia bianca e mano nella mano e costumi umidi: 3 – 2 – 1, e tante care cose. Se solo non avessi lasciato l’iPhone a casa, darei un’occhiata al successo del loro amore. Il vento non dà tregua, spazza via la città e lo smog. Passo accanto ad alcuni baracchini in legno, modello austriaco, di quelli in cui puoi bere il vin brulè, solo che oggi sono chiusi. Allungo il passo. 3 -2 – 1, la tua famiglia fa una scelta e tu sei quello che rimane con il bastoncino più corto in mano. Lo scorso Natale, un tripudio di cibo e sorrisi e quanto ci vogliamo bene. Tu e la tua ragazza e tuo fratello, più uniti che mai. 1 – 2 – 3, la tua vita che diventa una fuga continua dai fantasmi. C’è che non posso non pensare a cose come vacanze, sorrisi, pelle tirata a lucido e spiagge, con cocktail tropicali e ombrellini di carta. A cose come una giornata di febbraio, guance umide, noi ci amiamo e ciao ciao. C’è che troppo uniti, a volte, non è poi questa gran bella cosa, dal punto di vista di chi resta indietro. 1) Ho tagliato perché credo che ci sia bisogno di uno stacco tra l'azione e le ipotesi che fa il protagonista: "Pesi", il tuo bel racconto, riesce a bilanciare entrambe le cose; qui il rischio è del protagonista nostalgico o rancoroso, che accenna al lettore delle cose, ma che il lettore vede solo riflesse. Un conto è descrivere una lite col vicino. Un altro è ricordare, davanti magari a una bottiglia di birra, quella lite. Sono effetti diversi, ma effetti che sono adatti per racconti diversi. Passeggiando verso casa arrivo in piazza. La più bella d’Europa, così dicono. Soprattutto la sera, con un milione di lucette incastrate nelle piastrelle, come regali preziosi della notte. C’è una coppietta, fuori da un bar. Sono ubriachi. Avvinghiati come sedicenni anche se hanno passato i trenta, le mani di lui che si infilano dentro i jeans di lei e iniziano a rovistare. Come se cercassero avanzi in una pattumiera. Come se non fossimo nel cuore pulsante della città. Penso che potrei avvicinarmi a loro e pagargli qualcosa da bere, uno o due giri di quello che vogliono, possibilmente qualcosa di molto forte, e poi chiedergli di darmi uno strappo a casa con la loro auto, la speranza che qualche pattuglia ci fermi e faccia la prova del palloncino all’autista. Buon Natale anche a te. Ma la coppietta continua a darci dentro, e dalle vetrate del bar troppe teste iniziano a seguire lo spettacolo. Aspetto un po’, ma i nostri occhi non si incrociano mai. Mi rimetto in cammino. Calpesto un giornale, la faccia di qualcuno di importante in prima pagina. Affretto il passo. Tra le foto che mio fratello ha postato su Instagram ce n’era anche una con me e lui, un abbraccio in bianco e nero. Ora quell’immagine non c’è più. Tutti siamo il fantasma da cui qualcuno deve scappare. 1) Anche qui: puoi sfancularmi, ma darei maggiore spazio alla storia che gli causa dolore, più che le cose che lui vede e che provocano certe ricordi. Arrivo a casa e mi chiudo la porta alle spalle. I miei vicini stanno canticchiando, o forse è la radio. Il profumo di un pasto caldo si insinua attraverso gli spifferi. Arrosto o selvaggina, o sformato di carne. Esco in terrazzo, mi accendo una Camel e prendo una boccata di fumo. Se non ci fosse il sole, si direbbe che sta per nevicare. L’aria fredda è secca il giusto. Mi guardo attorno, in cerca di nuvole. Il cielo è troppo azzurro, troppi uccelli di cui non conosco il nome volano, all’unisono. Appoggiato alla ringhiera, penso all’ultima volta che sono stato dentro di Giulia. Un’immagine e 3 - 2 – 1, non sono più così sicuro che i miei ricordi raccontino il vero. Quando non presti sufficiente attenzione, è lì che il tuo mondo inizia a scricchiolare. Getto la Camel in strada. Tossisco e rientro. Accendo il Pc e metto su Wait. È la prima canzone che mi viene in mente. Penso a scene di pianto e abbracci e a “non vi odio, anzi vi capisco, state bene insieme”, a sorrisi e a immagini di teste mozzate all’altezza della giugulare. Penso a “grazie per i bei momenti. Vi vorrò comunque bene”, e ai cazzotti che non ho mai dato, nonostante le nocche mi prudessero da far male. A “be’, fate una bella vita”, ai miei genitori che dicono: «Cerca di capire». Io che faccio spallucce. Anche in quel momento non ho odiato Giulia e mio fratello. Li amavo troppo, per mettermi in mezzo. C’è che non c’è amore senza sacrificio, così dicono. Qualcuno bussa alla mia porta. Mi avvio verso lo spioncino ma poi mi fermo e fingo di non essere a casa. Trattengo il fiato. Cazzo, la musica dal mio pc. Mi maledico. Apro la porta, ma non c’è nessuno. Dato che ci sono, rovisto dentro le tasche del giaccone e conto i soldi che ho nel portafoglio. Potrei andare a mangiare qualcosa fuori. * Sono di nuovo per strada. Non credevo, eppure il cielo si sta davvero rannuvolando. C’è un tipo di un’età indefinibile, con pochi ciuffi di capelli rossi in testa. Cammina storto, con un sacco della spesa in mano. Trascina un piede. Parla da solo. Lo fisso ma i nostri sguardi non si incrociano mai. Mi oltrepassa e il nostro grande momento di condivisione non c’è più. Ho di nuovo voglia di bere del vino, ma tutti i bar sono chiusi. Mi accendo una Camel e mi fermo. Non sono capace di fumare mentre cammino. Passano alcune auto, con una gran fretta. Una Opel manca una precedenza e per poco non prende uno scooter. Dall’altro lato della strada, una barbona si appoggia al muro del Despar e vomita, ubriachissima. Ha un berretto da cacciatore rosso in testa e un cappotto beige. Sarebbe una dama di gran classe, in un’altra vita. 3 – 2 – 1 dammi un’altra possibilità da sprecare. Lei non mi nota perché è troppo persa a buttar fuori anche la bile. Getto la Camel e mi avvio. Attraverso la citta e tutto diventa più scuro. Il cielo, le nuvole. Anche il vento, che scuote gli alberelli lungo la via pedonale e un gruppo di ragazzotti in bomber e Free Globe. Fumano e hanno la faccia coperta di acne. Fanno tenerezza, giovani di uomo. Penso a quanto sarebbe piacevole inchiodarne uno al muro e tempestarlo di schiaffi. Ma il gruppo non si volta verso me e invece sparisce dietro un angolo. * Prima di tutto: bentornato. Seconda cosa: tu scrivi davvero bene, riesci ad accostare le parole e creare un ritmo molto bello. Mi ricordo che i tuoi primi racconti erano più densi (dicesti che ti rifacevi a DFW e DeLillo) e anche più concentrati in un arco di tempo ben definito. Qui presenti un protagonista che ricorda, in modo frammentario, il dolore che ha prova e prova nel vedere la sua ragazza mettersi con suo fratello. Una cosa molto molto forte; lo stile è meno denso rispetto ai tuoi primi racconti, meno giocoso (giustamente) e più minimalista. Riesci molto bene nell'inserire elementi tecnologici nelle tue storie, che si integrano, non sono solo di ornamento e questo credo sia una gran qualità, visto che molti o non ci riescono o non amano inserire elementi troppo "contemporanei". Bravo anche in questo. L'unico appunto che ti faccio è la struttura: abbiamo una storia su due binari: quello dell'azione in diretta (ciò che vede e pensa il protagonista) e il suo passato (le immagini che lui ricorda) che, sempre per me, si annullano a vicenda. Nell'azione in diretta abbiamo incontri dove non c'è scontro (il protagonista vede delle persone e si fa mille viaggi su cosa potrebbe fare). Nel suo passato si hanno tanti frammenti (loro che ballano, lui che fa sesso con Giulia, il fratello che fa sesso con Giulia, i genitori che provano a parlare ma che fa danni ecc), sempre sfocati, sempre distanziati da loro dall'azione in diretta. Viene fuori che abbiamo una storia forte e scritta bene, ma che si smorza troppo perché ci sono troppe cose. Palahniuk in Budella scrive: C’era un mio amico che quando aveva più o meno tredici anni aveva sentito parlare del "pegging". Vuol dire quando ci si fa scopare in culo con un dildo. Pare che stimolarsi a dovere la ghiandola prostatica ti faccia avere degli orgasmi col botto. E senza mani, per di più. Alla sua età, questo mio amico è come dire, un po’ un maniaco sessuale ed è sempre in cerca di modi nuovi per arraparsi. Ragion per cui esce a comprarsi una carota e della vaselina. Per condurre, ecco, una piccola ricerca privata sulla faccenda. Poi però si immagina al supermercato, la carota e la vaselina che scorrono sul nastro trasportatore in direzione della cassiera. E la gente in coda che osserva. E capisce che gran seratona si è organizzato. Non dice: Mi sedetti davanti al bancone del bar. Ordinai del tè di carota. Carota... ricordo quando avevo sedici anni. Ero fissato con la masturbazione. Intanto passa un biondo con le gambe pelose. Sembra Umberto Smaila. Dicevo? Ero fissato con le carote. Tanto che una volta comprai carota e vaselina. Oh. Quel biondo mi guarda. Cosa vuole? Dovrei prenderlo a schiaffi. Cioè abbiamo un solo binario (un personaggio che racconta, come fossimo davanti a lui, un fatto) ; non due binari, cioè un personaggio che, mentre stira la cravatta, ricorda certe cose. Un po' come come parlare a telefono. C'è chi si siede e ti racconta tutto; viceversa, c'è il multitasking: chi ti parla mentre lava per terra, cuoce la pasta e porta a passeggio il criceto, con tutti i rumori di sottofondo che si accavalcano. Alla prossima, se vorrai. Ciao.
  13. [N2017 - F - Fuori Concorso] Tipi strani, gli scrittori

    Letto. Run run run run run run run away Psycho Killer qu'est-ce que c'est Talking Heads - Psycho Killer Spengo lo stereo e parcheggio nella radura di fronte all’ingresso. Scendo dall’auto e apro il cancello, infilo le buste sulle scarpe e indosso i guanti di lattice. Prendo il sacco dal portabagagli e lo trascino nel bosco, fino al laghetto artificiale che ho fatto costruire più o meno al centro della proprietà: due ettari di alberi e radure protetti da un muro di tre metri. il Giardino dei Cadaveri, lo chiamo. Sulla riva c’è la valigia che ho portato ieri. È la più grande che ho trovato, dovrebbe andare bene. Tiro fuori dal sacco il corpo nudo: è poco più di una bambina, dovrebbe entrarci senza doverla smembrare. Faccio qualche foto, poi mi metto al lavoro. 1) La canzone potresti metterla a mo di citazione. 2) L'incipit è molto cinematografico, ma per un racconto del genere credo sia meglio qualcosa di meno "lista". Esempi brutti: Indosso i guanti di lattice e trascino il sacco nel bosco. Spalanco il portabagagli e trascino il sacco il nel bosco. Guanti indossati. Ora lo devo trascinare nel bosco. Il Giardino dei Cadaveri, lo chiamo. Tiro fuori dal sacco... ecc. 3) Dieci minuti dopo osservo la valigia che va a fondo, piano piano. Sorrido alla numero 27 e le prometto che ci rivedremo tra qualche settimana. «Ben fatto, Golden Boy» mormoro. Faccio qualche metro dentro il bosco e mi fermo a osservare il cadavere del numero 21, steso sotto a un albero, con la schiena poggiata al tronco. Gonfio, cassa toracica allargata, viso e inguine coperti da larve di Calliphora vomitoria vecchie un paio di settimane. A questo stadio sono incollate tra loro, formano una maschera gelatinosa che si muove appena. Se mi avvicino posso sentirle mangiare. Ancora qualche foto, poi continuo il mio giro. 1) Il racconto è in prima persona, quindi potresti anche omettere, molte volte, i verbi di percezione: se la valigia affonda è chiaro che è lui a vederla. 2) "Che va a fondo"-> che affonda. 3) Metterei i due punti dopo "numero 21". 4) "Se mi avvicino posso sentirle mangiare"-> "Le sento mangiare", più diretto. Now listen to the beat, the beat of the song song Buzzing in my head head like a bum dumb Due ore dopo sono di nuovo in auto, con lo stereo acceso. Via Massaia, poi via del Tuscolo, mi lascio dietro il Museo Etiopico, Villa Aldobrandini e Frascati. Dio, quanto è bello qui. Quanto mi mancava l’Italia. Venti minuti e sono a Tor Vergata. Entro nella facoltà di medicina da un ingresso secondario e mi rinfresco nel bagno privato dell’ufficio. Faccio un giro, ed è tutto un concerto di buongiorno professore, bentrovato professore, come va professore. Sento addosso gli occhi invidiosi dei colleghi, qualcuno mi chiama con disprezzo il Giovane Papa, perché assomiglio a Jude Law: loro, idioti falliti e livorosi che nella vita non combinscorevvolezzaeranno mai granché; io, il Golden Boy, che dopo il diploma è partito per gli USA con poco e niente in tasca per tornarne dopo 15 anni come un accademico acclamato. Le studentesse e le ricercatrici fanno a gara per mendicare uno sguardo. Sei libero stasera? Per un’attenzione. Verresti in un locale? Per strapparmi un appuntamento, o il numero di telefono. Sorridi, Golden Boy, sorridi. Poi scuoti la testa e menti. «Mi spiace, ho da fare.» Sì che sono libero. E sì, andrò in un locale. Ma non con voi: siete della mia facoltà, e io sono un professionista che non mischia lavoro e piacere. 1) Le canzoni messe così danno un tono ritmico al racconto, ma perché non dire cosa prova il protagonista nell'ascoltare? Sfanculami pure, però credo che si avrebbe una maggiore un attimo di fiato alla storia: il racconto è partito a razzo, stile Breaking Bad, piazzarci un po' cose "esterne" alla storia e lasciare spazio un po' alla psicologia del protagonista (Esempio brutto: Sono in auto. Sto ascoltando il Quartetto Cetra che mi fa ricordare il mio cugino di Oliveto Citra...) credo sia giusto, magari è meno di impatto che riportare i versi della canzone, ma magari è carino lo stesso. Sfanculami. 2) Sempre riguardo Breaking Bad: molte volte gli episodi partono con l'intro che ti fa spalancare la mascella e poi, lentamente, ti spiegano il tutto e ritorni a quella scena. Qui credo che la prosa sia troppo a razzo: non c'è stacco tra la scena iniziale (forte) e questa (più mite). Death or glory becomes just another story Death or glory becomes just another story La Cover Band ci dà dentro sul palco, mentre centinaia e centinaia di corpi sudati si dimenano come scimmie ubriache. Andiamo a prendere una boccata d’aria nel giardino del discopub. Io le passo la birra, lei mi passa la canna. Un sorso, due tiri, tre secondi e ci stiamo baciando. «Voglio sapere tutto di te» fa lei. «Meglio di no, fidati» rispondo io. Vent’anni, studentessa di Architettura, bellissima. «Voglio fare l’amore» dice. Non le rispondo, ma la bacio ancora. Mezz’ora e stiamo camminando a piedi nudi nel giardino della villetta che ho comprato nei dintorni di Frascati. Ci facciamo le fusa come due gatti che giocano agli innamorati. Entriamo, ci vogliamo, ci spogliamo. Una bottiglia di vino e decidiamo di continuare in camera da letto. Lei cammina volando, felice e ubriaca, con gli occhi che brillano. Apre ogni porta, guarda ogni stanza, è curiosa di me, vuole sapere chi sono. Mi chiedo se, per un solo istante, abbia pensato davvero che io mi possa innamorare di lei. La porta dello studio la trova chiusa. «Che c’è qui?» chiede. «Il mio laboratorio» rispondo. «Perché è l’unica stanza chiusa a chiave?» Sorridi Golden Boy, sorridi. Perché ci sono foto di cadaveri putrefatti appesi a ogni parete. «Non lo vuoi sapere davvero, credimi.» Prova a insistere, ma le chiudo la bocca con un bacio. Poi la porto in camera da letto. Let me tell you something about the Eastbay: it's California but it ain’t sunny Lei è già in piedi. Ha preparato il caffè e tante altre cose, con quello che ha trovato. Ha acceso lo stereo, e balla intorno all’isola della mia cucina con addosso solo una mia camicia. Sexy e intraprendente, nulla da dire. Continua a chiedermi cosa faccio nella vita. «Professore universitario, ricercatore e consulente» le dico alla fine. Non ci crede. «Il serial killer» dico allora, allargando le braccia. Ridiamo. «Ci rivediamo un giorno di questi?» chiede quando abbiamo finito di mangiare. No tesoro. La vita è troppo breve per sprecarla con una donna sola. «Certo. Lasciami il numero, mi faccio sentire io» mento. Mezz’ora dopo la vedo uscire dalla mia casa e dalla mia vita con la stessa leggerezza con cui vi è entrata. 1) Non le fa nulla? Questa è nuova. 2) Potresti anche esagerare con i doppi sensi: tipo lui che prende un coltello, un'ascia, un oggetto a forma e finge di colpirla, il lettore si spaventa e cose così. Mezz’ora dopo la vedo uscire dalla mia casa e dalla mia vita con la stessa leggerezza con cui vi è entrata. Mi vesto per un’altra giornata di lavoro. Prima tappa: il mio Giardino dei Cadaveri. C’è un tipo con un taccuino in mano, davanti al cancello. Scendo, e gli vado incontro. Lo squadro: scarpe da tennis, jeans, felpa scura, giacca nera, barba di qualche giorno e occhiali da nerd. Due colpi di tosse forzati, è nervoso. «Permette una domanda?» fa. «Spara.» «Lei è quel professore di antropologia e analisi forense che è stato in America e che...» «Sì, sono io» lo blocco. Già so dove vuole andare a parare, e del resto me lo aspettavo: prima o poi un giornalista doveva pur arrivare. Sorridi, Golden Boy, sorridi. «Forza, mi segua. Si metta queste buste ai piedi, oppure dovrà buttare le scarpe: i liquami della decomposizione impregnano il terreno tutto attorno ai cadaveri.» Entriamo. Mi dirigo verso il corpo del numero 14, giusto per vedere di che pasta è fatto costui. «Ma quelli che vedo sono… cadaveri?» chiede il tizio. Annuisco. «Ho ricreato qui un centro di ricerca en plein air, dove studio le varie fasi di decomposizione dei cadaveri all’aria aperta e più o meno in ogni condizione mi venga in mente… chiusi in una valigia, affogati, sepolti… tutto quello che potrebbe fare un serial killer, lo faccio anche io.» Mi fermo e pianto i miei occhi sulle sue lenti. È sbiancato. «È solo una questione di prospettiva» dico. «Puoi infilare un cadavere in una valigia per nasconderlo, o puoi infilarcelo per studiare cosa succede. Semplice prospettiva, capisce? Bene e male… Yin e Yang… Bianco e Nero… sono solo prospettive diverse.» Il tizio non risponde. Si guarda attorno, sembra terrorizzato. «Stia tranquillo, non le succederà nulla. Tutto quello che vede è finanziato dalla Stato. C’è solo un altro posto al mondo così» continuo, avanzando verso il numero 14. «Vicino Knoxville, dietro al centro medico dell’Università del Tennessee. È lì che mi sono specializzato.» Arriviamo di fronte al corpo. A quel che ne rimane, almeno. «Questo è qui da un po’. La fanghiglia su cui è posato l’ha prodotta da solo, ci crederebbe? Come vede degli organi interni non è rimasto praticamente… ma che cazzo…» Mi volto. Questo maledetto idiota sta vomitando anche l’anima. Perché vieni a intervistarmi se non ti regge lo stomaco? Ho voglia di prenderlo a calci, ma devo stare calmo. Sorridi Golden Boy, sorridi. Lo accompagno fuori. «Dai, ti porto al bar più vicino. Ti offro un thè caldo.» «No, no… io me ne vado, grazie» risponde lui, salendo su una malandata Ford Fiesta. Chiude lo sportello e mette in moto. Gli busso al finestrino. Lo abbassa. «Per quale giornale lavori?» chiedo. «Per nessun giornale… mi chiamo Bango Skank, e sono uno scrittore. Volevo solo farmi quattro chiacchiere perché c’avevo st’idea per un romanzo che… ma fa nulla… fa nulla.» Accende l’autoradio e alza il volume al massimo. Wanna grow, up to be, be a Debaser… Debaser… Poi riparte sgommando. Sempre detto io: brutta razza, gli scrittori. Tipi strani. 1) Bel finale.
  14. Auguri Camparino

  15. Ripristinare la "barra dei lettori"

    @Black Grazie per la spiegazione. Peccato...
×