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  1. Credo che bisogni distinguere fra due cose. Una cosa è il plagio. Il plagio è l'arrogarsi indebitamente, in tutto o in parte, la paternità dell'opera altrui. Questo può vedersi in due modi. A livello accademico, se riporto una teoria altrui in un saggio, senza specificare che non è mia, sto già plagiando: infatti, si suppone che il saggio sia frutto del mio ingegno. A livello letterario, c'è più libertà: se i fatti che voglio rappresentare sono quelli che sono avvenuti nella realtà, allora posso riportare le teorie di altri, perché si suppone che io stia rappresentando la realtà. Però non puoi semplicemente fare un copia-incolla, deve esserci un elemento di originalità. Voglio dire, se Mauro Senzagata scrive "...l'acquisto di tre ceste da parte di Petrarca è confermato da un libro dei conti ora nella biblioteca Ambrosiana", non c'è problema se rappresento Petrarca che compera tre ceste e poi fa mettere per iscritto l'acquisto. Ma se invece copio e incollo la frase di Senzagata, senza specificare che non è mia e senza indicarne l'autore, è plagio. Un'altra cosa è la citazione compiuta impropriamente. Per esempio, se io cito correttamente il testo scritto da qualcun altro, dicendo che non l'ho scritto io, ma non dico l'autore, sto ledendo il suo diritto a vedere riconosciuto il suo lavoro. Non è sempre semplice, comunque, distinguere fra quello che è concesso all'autore di narrativa e quello che lo è all'autore di saggistica. L'autore del più grande romanzo storico di tutti i tempi (Manzoni) mette una cura al limite del maniacale nell'indicare le sue fonti, direttamente nel testo. Lui le usa addirittura come modo per entrare nel mondo dell'epoca, con le grida dello Stato di Milano e con gli storici contemporanei ai fatti, che non si muovevano nel vuoto, ma, appunto, in relazione a questo Stato. Saviano, che scrive a metà fra narrativa e saggistica, invece, in Gomorra ha evitato le note con una cura minuziosa (fino all'eccesso, visto che poi gli è stata contestata la citazione impropria). Entrambi sono stati criticati. Di Manzoni, Goethe ha detto che lo storico Manzoni ha tirato dei brutti tiri al Manzoni scrittore. Saviano, a parte i problemi strettamente legali relativi a Gomorra, è stato accusato dalla stampa straniera di aver copiato sistematicamente in ZeroZeroZero. https://www.thedailybeast.com/mafia-author-roberto-savianos-plagiarism-problem , e sono stati sollevati dei dubbi riguardo a un modus operandi in cui non si indicano i testi da cui aveva attinto le sue informazioni, così come le difficoltà dello stare in bilico fra cronaca e narrativa. https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/quelli-saviano-scorda/234703/ http://www.lastampa.it/2015/09/27/cultura/opinioni/editoriali/quel-limbo-del-testo-di-saviano-6EByUiRMqCmRGO2DDS3PjI/pagina.html Io ti consiglio di leggere le opere di qualche romanziere storico recente e di regolarti sulla base di come l'ha gestita. Credo che Marco Santagata abbia recentemente scritto un libro ambientato nella Serenissima (accademico e scrittore). Poi ci sono i vari australiani e altri anglofoni. Comunque, niente ti vieta di fare una postfazione, o aggiungere una bibliografia o note finali al libro per rendere il dovuto a Cesare. In realtà, credo che, in un vero romanzo, le note a pie' di pagina andrebbero evitate il più possibile.
  2. Credo che ci sia un sottinteso: che lo scrittore debba essere in grado di scremare fra le risposte dei lettori che appartengono al suo target e di quelli che non lo sono. Se poi dovesse trovare che le sue opere hanno un target di 0 persone, probabilmente dovrebbe farsi qualche domanda.
  3. Non capisco se è un lapsus o un colpo di genio.
  4. Credo che questo sia un problema: che la lettura venga spacciata per un'attività elitaria o chic. Il problema è che leggere non è come giocare a golf. Leggere è qualcosa che si fa soprattutto in silenzio e solitudine, come se si fosse di nascosto. E non è il fatto di aver letto un libro che può dare prestigio, ma il fatto che leggendo si abbia acquisito una certa cultura e si sia quindi diventati in grado di guardarsi intorno e agire in modo ragionato. Per questo, quando vedo persone che, per essere chic, elogiano la lettura in generale, non riesco a pensare che questo sia più che esibizionismo. La lettura in generale, alla fine, non è nulla: ci sono i libri. E, se questo è il caso per i lettori, figuriamoci per gli scrittori! Credo che sia da qui che viene l'essere scrittori a prescindere, ignorando gli aspetti tecnici a vantaggio di una nebulosa idea di scrittura che si autodefinisce artistica e perde di vista il fatto che, in realtà, dovrebbe comunicare qualcosa, per di più destando interesse. Oggi per caso ho letto una lettera di Dostoevskij, che diceva, parlando della stesura dell'Idiota, che, a quel punto, la sua unica aspirazione era quella di non annoiare i lettori!
  5. Quando Machiavelli inizia a parlare dei principi che accrescono una città e non capisci di che parli @_@ Fra parentesi, ancora è omofono al verbo ancorare, imperativo pres 2a sg e indicativo pres 3a sg. Si deve segnalare?
  6. Ci sono alcuni libri di alto livello letterario, ma che raramente vengono letti nelle classi perché crudi, duri o amari, che penso valga la pena di segnalare. Uno è L'istruttoria di Peter Weiss. Si tratta di un'opera destinata al teatro, che ripropone parte dei discorsi fatti durante i processi di Francoforte contro gli esecutori dell'Olocausto. Fra parentesi, a volte viene detto che si tratta dei processi di Norimberga, ma non è vero e la differenza è sostanziale, perché a Francoforte si trattava per la prima volta di un tribunale tedesco che processava tedeschi a causa di Auschwitz, mentre, a Norimberga, era stato il tribunale militare alleato. Ci sono anche i racconti di Primo Levi. Qui Levi non filtra per niente la sofferenza esistenziale che deve aver provato per tutta la vita, sia che parli direttamente dei lager, sia che si tratti del problema del male in generale. E poi c'è "Niente resurrezioni, per favore", di Fred Uhlman, lo stesso di "L'amico ritrovato", che osserva da adulto gli effetti del passato nazista su Stoccarda e sui suoi abitanti.
  7. Considera che un endecasillabo è costituito da due versi (un settenario e un quinario): per me si va // tra la perduta gente; anche prima il settenario e poi il quinario: lasciate ogni speranza // voi ch'entrate. (un quinario è un verso con l'ultimo accento sulla quarta sillaba, un settenario sulla sesta, un endecasillabo sulla decima). Quindi è possibile che tu avverta questa cesura fra le due parti dell'endecasillabo, che sopravvive a livello ritmico e che quindi genera o rinforza una cesura anche a livello logico nel testo. Forse perché // della fatal quïete Tu sei l'imago // a me sì cara vieni O sera! E quando // ti corteggian liete Le nubi estive // e i zeffiri sereni, E quando dal nevoso // aere inquïete Tenebre e lunghe // all'universo meni Sempre scendi invocata, // e le secrete Vie del mio cor // soavemente tieni. Vagar mi fai // co' miei pensier su l'orme che vanno al nulla eterno; // e intanto fugge questo reo tempo, // e van con lui le torme Delle cure onde meco // egli si strugge; e mentre io guardo // la tua pace, dorme Quello spirto guerrier // ch'entro mi rugge. Adesso sto leggendo che ci sono anche delle tecniche per scegliere se usare un endecasillabo che inizia con un settenario o se usarne uno che inizia con il quinario: iniziare con il quinario dà un ritmo più riflessivo, con il settenario invece dà un ritmo più solenne. Sono cose che anche per me sono novità, visto che non sono un poeta. In generale, comunque, penso che sia importante non dubitare del potere del ritmo; con questo non voglio dire che bisogna tornare a scrivere poesie "all'antica", ma che se ne può imparare parecchio. Qualche giorno fa ho letto per la prima volta la differenza in musica fra accordo in maggiore e in minore; è qualcosa che mi ha lasciato di stucco, con queste musiche tristi (in minore) che diventano allegre se spostate in maggiore, e viceversa. Ci sono delle leggi universali che non dipendono dall'esperienza del ricevente nella trasmissione di un sentimento.
  8. Ciao Alberto, la versificazione "tradizionale" è divisa in diversi metri che hanno ognuno un proprio fine (o più fini diversi). Per cui, ad esempio, il sonetto è fatto per sviluppare un concetto o ragionamento, ponendo le basi nelle quartine e risolvendolo (o presentandone la situazione conclusiva) nelle terzine. Usare i versi "classici" un po' a caso non porterà grandi risultati. Devi imparare per che cosa vanno bene. Quali sono usati a scopo narrativo, quali per il ragionamento, quali sono più allegri e quali meno.
  9. E' vero nel senso che, qui, gli eroi sono quelli che hanno forgiato un nuovo mondo, ma, mentre alcuni, come Aragorn, si apprestano a governarlo e diventarne pienamente parte, altri sono lasciati sbalorditi dal cambiamento. Ne diverranno parte anche loro, ma sono uomini di un'altra epoca che sopravvivono in una nuova e diversa, cui dovranno adattarsi. Chi non può adattarsi, cioè gli eroi antichissimi e mitici (Galadriel, Elrond, Gandalf), se ne va per sempre. (Frodo se ne va, ma per motivi diversi: ha bisogno di un posto dove potersi curare nel tempo che gli rimane.) In generale non sono d'accordo sul fatto che gli eroi mitici debbano sopravvivere. Al contrario, gli eroi del mito muoiono spessissimo, quasi tutti. Beowulf è l'esempio più importante, perché muore durante il suo poema. Ma per ogni eroe che non è un dio c'è la storia della sua morte. Comunque, è innegabile che far fuori i personaggi significa, come dici tu, spezzare la continuità. Penso a un vecchio film che cambiò il cinema, il mondo si salva e continua, ma tutti i personaggi muoiono, compreso l'eroe. E questa morte finale, proprio a causa dei superstiti, produce una cesura insanabile: cosa importa se il mondo continua e la notte è finita? Noi siamo morti con l'eroe, inutilmente, proprio quando la luce stava tornando.
  10. Credo che si capisse male quello che intendevo. Il fatto è che, mentre si può avere una trama tipo: Jill non ha soldi + sua moglie è malata = Jill spaccia droga per comprare le cure a sua moglie (cioè una trama in cui le relazioni causa-effetto sono meccaniche e chiarissime), Tolkien lascia più spazio libero alla scelta individuale, vedi "Barbalbero non sa che cosa siano gli hobbit, vede due hobbit di spalle e pensa che siano orchetti, così pensa di schiacciarli, ma poi decide di controllare meglio". I personaggi non agiscono in modo illogico, ma la logica che collega le azioni dei personaggi non è a senso unico e lo stesso personaggio avrebbe potuto fare due cose diverse, entrambe logiche, per cui la logica non è sufficiente come spiegazione della scelta di una o dell'altra.
  11. C'è anche il fatto che Tolkien conclude lo Hobbit con un sacco di morti. Fili, Kili e Thorin sono morti alla fine del libro. Le parole di Thorin, poi, sono anche più pesanti se si calcola che lui non sarà mai Re sotto la Montagna, mentre Bilbo, che è partito perché spintonato, se ne tornerà a casa, cambiato, a fare le solite cose pensando a cose diverse. E questo in un racconto per bambini, in cui Bilbo sviene quando qualcuno dice "qualcuno potrebbe non tornare!". Oltre a questo, la morte è davvero sempre vicina. Non solo ai buoni: l'unico motivo per cui Eomer non fa fuori Grima è che qualcuno lo ferma. E poi, di personaggi ammazzati ce ne sono anche nel SdA. Prima di tutto, veniamo informati che i personaggi che ricordavamo dallo Hobbit sono morti: Beorn è morto, Bard è morto. Poi troviamo che anche Balin è morto, così come Ori e Oin. Gandalf muore. Boromir muore. Theoden muore. Denethor si uccide. Hama viene ucciso e fatto a pezzi. Halbarad muore. Deagol viene strangolato. Il povero Lotho, che, alla fine, era solo uno stronzo, non certo un malvagio, viene ucciso e presumibilmente divorato da Grima. Certo, questi ultimi non sono personaggi principali. Ma è evidente che nessuno dei protagonisti è stato risparmiato dai lutti. E credo che sia molto realistico, perché, alla fine, quello che si vede è che la guerra non risparmia nessuno, neppure i sopravvissuti, che vedono che il mondo è sì salvo grazie a quello che hanno fatto, ma anche diverso, in primis per i vuoti che si sono aperti intorno a loro. E penso che questo consenta una storia migliore. Faramir poteva morire, Eowin poteva morire, invece si sposano. Che cosa si sarebbe potuto realizzare, uccidendoli? Andrej Bolkonskij 2.0? A parte il fatto che questo episodio serve per far capire che Aragorn è effettivamente il re, quindi ha uno scopo nella trama. Visto che ogni tanto se ne parla: la morte di Boromir serve, a livello di trama, per preparare i personaggi di Faramir e Denethor. Poi c'è il fatto che, in Tolkien, i personaggi di solito hanno molta più libertà di scelta che non in altre opere. Non c'è una gabbia di eventi che li costringe, il che, per come si considera a volte la trama (un diagramma di flusso), può rendere difficile vedere i collegamenti logici fra trama e azioni dei personaggi.
  12. A parte che Terry Brooks è un uomo, io nella Spada di Shannara mi ricordo elfi e nani, così come scopiazzamenti da Tolkien al limite dell'incredibile. E' cambiato così tanto andando avanti?
  13. Virgilio avrebbe voluto così