Banner_Sondaggio.jpg

Norrin

Utente
  • Numero contenuti

    19
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

0 Neutrale

Su Norrin

  • Rank
    Sognatore

Informazioni Profilo

  • Genere
    Maschio

Visite recenti

251 visite nel profilo
  1. Senti, cara e graziosa (almeno nell'avatar) Nja, ci siamo divertiti a discutere. Ho espresso il mio punto di vista. Non ho nient'altro da aggungere, né ritengo che lo abbiano quelli del forum. Inoltre detesto chi mi minaccia. Non osare minacciarmi in alcun modo. E finiscila con questa inaudita idiozia dei font che sto usando con il copia incolla. Mi sto cancellando dal forum. Mi ci vorranno solo dieci minuti. Non osare cancellarmi prima che me vada io. Buonanotte.
  2. Yattaman, grazie per la tua risposta. Rory, se ho capito bene il tuo intervento, non dici in alcun punto dove mi sbaglio e perché, ti limiti semplicemente a dire che sono scettico e questa ti sembra una evidente prova di colpevolezza, non capisco perché. Lo scetticismo, ammesso che io sia scettico, è semplicemente uno stato umorale che può essere o giustificato (per esempio se il mondo funziona male) o no (se il mondo invece è piano di cuoricini disegnati sui muri e uccelletti cinguettanti per i prati). Dici gli scrittori hanno molto da imparare, e questo è vero sempre, per i piccoli e anche per i mostri della letteratura. Poi mi dai anche dei consigli su come comportarmi, presumendo che io stia cercando una casa editrice, cosa che in effetti non sai. Dato che mi hai dato dei consigli non richiesti, ne darò pure io uno te. Credo che la tua scelta di partecipare al premio Calvino sia un errore, perché a mio avviso 100 euro di tassa di iscrizione sono troppi (faccio la media tra il romanzo breve e quello lungo) e non depongono a favore di chiede una tale esosa tassa. Ma è solo la mia opinione e non mi sognerei di imporla a nessuno. Dirò invece che alcuni commenti che ricevo, mentre scrivo è arrivato quello di Nja che più o meno sembra dello stesso tenore del tuo e di altri, mi fanno pensare a un post che scrissi diversi anni fa sul mio blog. Scrivevo che l'amore era semplicemente una formula chimica e riportai con simboli matematici quella formula, che a me, senza dubbio perché l’avevo scritta io, sembrava molto calibrata e ben dosata (prendevo in esame categorie come l’avvenenza, lo stato sociale, l'età, le aspirazioni coltivate in campo sentimentale, le quali, mischiate in una certa misura, conducevano allo stato chimico chiamato amore). Non l’avessi mai fatto! Mi diedero addosso da tutte le parti come se avessi rotto ad alcuni il giocattolo preferito. Come osi! Tu dell’amore non capisci niente. Semplifichi cose troppo più grandi di te, Ci sono cose che non possono essere ridotte a una formula chimica o che semplicemente non possono essere spiegate. Il post sull’amore è ancora sul mio blog, e a dispetto delle critiche ricevute a me sembra ancora un gran bel post. Spero di non aver rotto il giocattolo a nessuno su questo forum. (Tra l’altro vedo che pure Nja, il cui commento è arrivato mentre scrivo, mi dà un sacco di consigli che in effetti io non ho richiesto, e non discute in alcun modo delle mie affermazioni, si limita a tenere un atteggiamento che suona un po' paternalistico-letterario e che davvero non capisco su quale riflessione sia basato). Buona notte a tutti.
  3. Gogol, mi hai fatto una domanda veramente difficile. Penso che dovrò pensarci su tutta la notte prima di rispondere :-) Gongola, guarda che non ho mai detto che un premio letterario deve cambiarti la vita, anche se tale affermazione, che io non faccio, non mi sembra una bestemmia.
  4. Hijikaka, totalmente d’accordo con te quando vogliono pagarti con la visibilità, qualunque cosa sia. Sefora, anche per me il Raduga è off limits. Gogol, interessante e condivisibile la tua affermazione per la quale un montepremi adeguato, dopo aver sperimentato le gioie iniziali del riscontro letterario, sia da mille euro in su. Lorenzo205, formidabile il premio letterario che segnali, il quale offre, se leggo bene, tutto, ma non un centesimo (soggiorni eleganti, buoni principeschi per libri e perfino una bottiglia di vino). Direi che la bottiglia di vino di qualità sarebbe ottima per sopportare le difficoltà della vita moderna, specie in ambito letterario. Ronin, non sapevo di questi premi che ti pubblicano “a tradimento”. Dovrò stare ancora più attento quando leggo i bandi. Gongola, parlavo in generale, non della nostra conversazione privata. Un saluto a tutti.
  5. Vediamo di dare una risposta generale al duo Yattaman-Gongola. Poi dopo magari risponderò ad altri se riesco. A me sinceramente sembra curiosissimo che di fronte a premi letterari potenzialmente (dico potenzialmente perché bisognerebbe esaminare caso per caso) scadenti, male organizzati, inutili, fuorvianti, ingannevoli, quando non apertamente truffaldini chi si deve giustificare sia lo scrittore che vi partecipa o meno (ma che accidenti vuoi ottenere? Sei preso da manie di grandezza? Credi forse di essere Stephen King?) Mi pare che se un premio è organizzato male e può essere definito con uno o più degli aggettivi precedenti debbano essere gli organizzatori a giustificarsi, non certo l’autore che lo commenta. Ma veniamo ora all’apprezzamento di teleologico che gentilmente concessomi da Yattaman (ho controllato sul vocabolario e sono lieto di annunciare che non trattasi di nessuna offesa :-)). Lui in sostanza dice: ognuno ha diritto di organizzare i premi che vuole. Se i premi sono male organizzati, sciocchi o ingannevoli, io sono abbastanza sveglio da non cadere nella rete o impiegarvi tempo, energie e soldi. Quindi, essendo io al di sopra della fregatura, le motivazioni di chi organizza il premio non sono affar mio. Mi scuso per semplificare un po’ troppo il discorso. Io potrei fare lo stesso discorso. Guardo il premio e le sue regole, decido che è una fregatura o una perdita di tempo e passo oltre. Poi quello che succede non è affar mio, Se c’è qualcuno che perde tempo, energie e denaro abboccando al concorso, è un po’ colpa sua. Ognuno pianga il suo male. Purtroppo però io devo ammettere di non essere cosi geniale come a volte vorrei. Non riesco a decidere all’istante se un premio è un bidone. Mi devo leggere prima il bando di concorso, pratica spesso spossante quando ripetuta all’infinito perché ci sono premi scadenti che imbrattano tutto il web. Inoltre quasi sempre la lettura del bando di concorso non è decisiva, perché, ad esempio nel caso di un’eventuale pubblicazione da parte di un editore poco noto, bisogna fare una ricerca su internet, mai troppo facile. Bisogna capire se l’editore è persona seria o no. Se è a pagamento o no. E se fa pagare con manovre oblique anche se giura il contrario. Bisogna trovare commenti, anche di gente che ha partecipato al premio. Bisogna farlo anche quando si tratta di premio gratis. Mettiamo infatti che vi partecipi con un romanzo. Dopo quella partecipazione il tuo libro, che certo ha richiesto non poco impegno, è bruciato, almeno per la maggior parte dei premi letterari che pretendono la verginità letteraria assoluta. Insomma bisogna perdere un sacco di tempo e prendersi a volte anche parecchie incazzature, anche quando non si abbocca all’amo del premio male organizzato o peggio. Ecco perché quindi le motivazioni e le azioni degli organizzatori dei concorsi letterari purtroppo diventano affar mio, anche se non voglio. :-))
  6. Sefora, non era per caso il Grinzane Cavour (concorso che comunque non rientrerebbe nella categoria degli scrittori emergenti)? Simpatico il concorso che ti offre vini. Devo dire che il premio Tedeschi è bello e caro, ma quella piccola clausola per cui devi comprare il Giallo Mondadori per partecipare mi dà un fastidio, ma un fastidio.
  7. Scusa, Yattaman, ma sono in disaccordo sul punto di vista con cui hai impostato il commento. Secondo me la la domanda non è ciò che voglio ottenere io, ma che cosa vuole ottenere chi organizza il concorso. Vuole lanciare carriere da scrittore? Se lo scordi. Vuole fama e gloria? Idem. Vuole soddisfazione personale? Perché diavolo organizza un premio letterario? Direi che anche il tuo ultimo commento è posto da un'ottica sulla quale non concordo appiebo. Io direi piuttosto che non è obbligatorio per nessuno organizzare concorsi letterari. Se ne dovessi organizzare uno io e lo chiamassi premio, metterei soprattutto un "premio" degno di questo vocabolo. Per dare un premio è noto che ci vogliono soldi, sia che tu voglia dare un riconoscimento in denaro, sia che tu voglia organizzare una pubblicazione editoriale degna di nota, con un'equa distribuzione e promozione. Se io non avessi i soldi per fare ciò, non organizzerei nessun premio. Semplice, no? Ma forse sono io che sbaglio. Forse bisognerebbe organizzare i premi anche se non hai nessun premio adeguato da dare. Panzer, capisco ciò che vuoi dire, ma secondo me un premio non deve essere occasione per confrontarsi e migliorare. Se uno vuole confrontarsi o migliorare va a una scuola di scrittura oppure interagisce sul web con persone con i suoi interessi, magari un po' come stiamo facendo adesso. Un premio secondo me deve essere un'occasione per premiare. Sorrisi per tutti.
  8. Mi domando: a che diavolo servono i premi letterari italiani, soprattutto per gli autori non affermati? Vedo che anche in questo forum c’è una sezione dedicata a questo tema e non posso fare a meno di chiedermi se i premi letterari abbiano una reale utilità per lo scrittore emergente o siano solo occasioni buone per ammazzare il tempo o addirittura per prese in giro o truffe. I premi letterari che di solito si vedono pubblicati sui siti specializzati e anche su questo forum spesso sembrano studiati per attirare l’attenzione di ospiti po’ sfaccendati da casa di riposo. La maggioranza richiede quote di iscrizione più o meno salate, non di rado accompagnate dalla spaventosa dicitura “tramite bonifico bancario”, frase che non so perché mi mette sempre in uno stato di grave agitazione come quando a scuola ero impreparato. Tra quelli non a pagamento prevalgono: a) premi con targhe, diplomi o schifezze simili, spesso da ritirare in loco (un loco, nemmeno a farlo apposta, sempre lontanissimo da dove ti trovi); b) premi “in natura” (fortunatamente nulla di altamente sconveniente, ma buoni per comprare libri, prodotti tipici della zona, leggi salami e mortadelle, sculture più o meno orrende e ninnoli vari, a volte anche qualcosa di utile, ma poco costoso come un ebook reader); c) premi in denaro aventi come mecenati l’Associazione dei Senzalavoro, degli Indebitati e dei Senza Arte né Parte (categorie degnissime, ma che non dovrebbero organizzare premi letterari per evidenti motivi logistici), con riconoscimenti in denaro che vanno 25 a un centinaio di euro esclusa pizza da pagare a parte e magari caffè da offrire agli eroici organizzatori prodigatisi per te (sono premi ovviamente da ritirare sul posto, pena la tua ignominiosa squalifica); d) premi dai cento euro in su, a volte fino a 500 (in questo caso gli organizzatori sono costretti a far pagare una quota di iscrizione sui 30 40 euro, che creerà il monte premi e anche un discreto extra per lo staff: niente di eccezionale, qualsiasi borseggiatore può incamerare di più con una onesta giornata di lavoro sui mezzi pubblici). Oltre a ciò ci sono i concorsi letterari che promettono la pubblicazione dell’opera vincitrice. Ma: a) talvolta la pubblicazione è solo digitale e uno si chiede che razza di spese debba sostenere chi se ne assume l’onere; b) la pubblicazione è con un editore non meglio precisato definito nel bando di concorso “a diffusione nazionale” (ma chissà perché ti viene il sospetto che un tale mistero nasconda un editore che distribuisce e diffonde un libro a malapena dalla sua cucina al suo bagno); c) il libro premiato verrà offerto al vincitore in ben dieci copie gratuite (significa forse che quella è la tiratura finale e chi ne vuole acquistare una copia prima la paga e poi gliela stampano?); d) l’autore può acquistare copie del libro vincitore a prezzo scontato (ahiahiahiahiiiiiii, pensieri cupissimi suggerisce questa clausola); e) il libro premiato è pubblicato del tutto senza esborso di denaro, ovviamente a meno che sia necessario un editing professionale (ahiahiahiahiiiiiiihhhhh); f) il premio in denaro verrà offerto non a te, ma alla casa editrice che pubblicherà il tuo libro, che non si sa quale sia e nemmeno se esista (ho letto un caso simile proprio su questo forum sostenuto da un organizzatore che mi risulta essere stato ammonito se non espulso); g) il racconto selezionato sarà inserito in un’antologia in cui si ficcano una ventina di baldi e volenterosi giovanotti e poi si attende fiduciosi che i venti arditi smercino il pacco a parenti, fidanzate, morose e amici del cuore. In realtà la parola premio dovrebbe indicare davvero un “premio”, cioè qualcosa non diciamo che ti cambia la vita, ma che ti dà, in caso di tua vittoria, un evidente sollievo letterario-economico esistenziale. I concorsi che conosco io rispondenti a questi requisiti si contano sulle dita di una mano e forse meno. C’è il Neri Pozza che dà niente di meno che 25 mila euro al vincitore, ma si svolge solo l’anno prossimo. C’è il concorso per i racconti a Villaricca (3 mila euro al vincitore e purtroppo iscrizione a 20 euro). C’è il premio Calvino che non so quali terremoti possa portare nella vita di uno scrittore, ma che di certo prevede una tassa di iscrizione da 80 a 120 euro (se stai sopra o sotto le 300 pagine circa). E c’è qualche contest letterario tipo quello del gruppo Spagnol, sui quali non sono ben informato, ma che dovrebbero essere giudicati non da una giuria, ma per così dire dai “mi piace” del social network che ti ospita, il che ovviamente favorisce i simpaticoni o le bande organizzate.
  9. C'è una canzone di Luigi Tenco che fa: "Mi sono innamorato di te / perché non avevo più niente da fare". Chissà se si può adattare anche a questo caso.
  10. Ileron19, questa del colpo alla banca è un'idea che forse dovremmo considerare. Per quanto riguarda gli editori a pagamento sono dei puri e semplici scarafaggi sui quali non conviene sprecare una parola. Il problema è un altro. Anzi, forse sono due. Pensa che avevo un editore che quando elencava i suoi meriti citava al primo posto il fatto che non faceva pagare gli autori. A me sembrava una pazzo, come se uno si vantasse di non essere un serial killer. Probabilmente è un bene avere il tuo frigorifero e la tua cantina liberi da quarti di carne umana, ma non mi sembrano azioni utili a procurarti la Legion d'Onore. Tra l'altro questo stesso editore non serial killer (perlomeno a sua detta) mi fece una tiratura iniziale che stimai in una ventina scarse di copie. Ne comprai otto per la mia famiglia e ne piazzai un'altra manciata presso qualche buon samaritano o boy scout in cerca della buona azione quotidiana.
  11. Sefora, Il libro sul “Nulla” a me è piaciuto come idea. Ho apprezzato l’ironia di questo ragazzo, soprattutto perché la letteratura moderna spesso mi sembra un grande nulla. Catastrofismo, il mio? Non direi. Tutti o quasi gli scrittori che hanno successo, sono prima di tutto dei venditori. Possono essere venditori in ragione della loro notorietà oppure della loro posizione sociale (il fascino dei potenti) o solo perché sono gente che si dà un gran da fare con la vendita porta a porta o on the road (o che ha qualcuno che svolge quel lavoro a vantaggio altrui). Una volta in un mio post, che purtroppo non posso linkare perché credo sia proibito, sostenevo che l’autore di un libro dovessero essere due persone. Uno che scrive la storia, crea dialoghi e personaggi, sviluppa trame e situazioni. Scrive, corregge, condensa, riscrive, ricondensa, dà la caccia ai refusi e passa le notti insonni per superare intoppi nella stesura o nella credibilità della storia. E un secondo individuo che si occupa della promozione del libro. Questo secondo individuo si presenta come l’autore anche se non ha scritto una virgola, è una persona di bella presenza. Compassato, disinvolto come un attore professionista nelle interviste, nelle presentazioni e nelle relazioni col pubblico. Anzi sarebbe bene che fosse davvero un attore professionista. Resterebbe il dubbio di come dovrebbe dividersi i compensi la coppia di autori, lo scrittore vero e proprio e l’attore professionista che lo interpreta in pubblico. Io proponevo di dare il dieci per cento dei guadagni del libro allo scrittore e il 90 all’attore professionista perché mi pareva che saper vendere fosse molto, ma molto più importante che scrivere. Comunque non vorrei invadere uno spazio altrui. E se qualcuno mi segnala che i miei interventi sono fuori argomento, mi faccio tranquillamente da parte.
  12. Con il permesso di Gongola do un paio di risposte. ileron19,l'articolo che riporti non mi meraviglia per niente, essendomi noto da tempo che un libro prima lo si vende e poi lo si scrive, o meglio lo si pubblica. Ho il caso recente di un mio conoscente nella mia città, Napoli. Costui si muove in ambito letterario editoriale da dieci anni, ma finora non aveva mai pubblicato un romanzo, solo un volumetto satirico. Per dieci anni questo personaggio ha fatto il relatore alle presentazioni di libri altrui, non so con quale qualifica. Ha partecipato a giurie di premi letterari, scritto prologhi a romanzi e saggi, non so con quale qualifica, presenziato a scuole di scrittura, parlato dovunque a serate letterarie, stretto amicizie, frequentato assessori e sindaci, gente dello spettacolo. Ha lavorato nell'ombra per anni. Alla fine aveva la cosa più preziosa di tutte: un pubblico di acquirenti, persone che aveva premiato, con cui aveva parlato di libri, con cui a volte aveva mangiato pizze dopo una serata con l'ultimo libro da presentare o l'ultimo premietto letterario da distribuire, persone i cui sogni letterari aveva sostenuto e alimentato. Esattamente come nell'articolo che segnali, il mio conoscente aveva un pubblico di acquirenti, ma non un romanzo. Poco male, si sarà detto, e ha sfornato una bella storia funiculì funicolà alla Luciano De Crescenzo, che ha fatto tutti felici e contenti e lo ha portato, così affermava, nella classifica dei libri più venduti. Incidentalmente a me i libri alla De Crescenzo non piacciono, ma non è questo il punto. Il punto è: prima vendi il libro e poi lo scrivi. Naturalmente quando parlo di libri prima da vendere e poi da stampare o scrivere, mi riferisco a testi la cui uscita presupponga un esborso di denaro di qualche entità. E’ chiaro che questo ragionamento non vale per volumi con costi di promozione inesistenti e tirature lillipuziane, o con nessuna tiratura tipo print on demand (comportamento in pratica seguito da quasi tutti i piccoli editori).
  13. La tua paura è del tutto infondata. Non ti sei bruciata autopubblicandoti perché sarebbe impossibile farlo in qualsiasi modo. Probabilmente ti è venuto questo dubbio perché noti che nelle case editrici che contano nessuno si accorge che esisti e respiri, dico probabilmente. E allora pensi: avrò sbagliato qualcosa nel modo di propormi? Non hai sbagliato niente. Non ti notano perché non sei "nota". Non sei famosa. Non sei in televisione. Non sei (probabilmente) figlia di qualcuno che può. Non sei un personaggio pubblico. Non sei un'attrice di fama, né hai firmato un contratto di due anni di fidanzamento con Clooney. Non stimoli gossip. Non hai cantato a Sanremo. Né hai una notorietà negativa alla parlate male di me, ma parlatene. Non sei stata minacciata di morte da bande criminali, non sei stata rapita da terroristi e nemmeno hai sfidato il ridicolo partecipando all’Isola dei famosi o al Grande Fratello. Ne hai, sempre probabilmente, una notorietà che si potrebbe definire da poveracci (ma pur sempre notorietà) tipo una solida riconoscibilità sui social network (vedi alla voce Amici o Seguaci). Le case editrici sono molto sensibili alla notorietà o a una tua posizione economica-sociale solida. Non lo fanno per cattiveria, ma perché hanno capito da tempo che lo scrittore è una figura che non esiste, Né ha alcuna importanza il modo in cui è scritto un libro. Ciò che conta è il venditore. Se un libro è scritto male, ma ha qualche ideuzza passabile, lo si sistema in quattro e quattr’otto utilizzando qualche cosiddetto Negro Letterario. Ma se un autore non sa vendere il suo libro è una tragedia immane alla quale non c’è rimedio. Da che il mondo è il mondo è la pubblicità che fa vendere, e l’essere una persona nota è appunto pubblicità gratuita. Il mio consiglio per te, ma anche per me e altri, è questo. Smetti subito di scrivere. Smetti di ideare storie per racconti o romanzi. Smetti di pigiare sulla tastiera, smettila di fare editing, Smettila di fare le notti in bianco per migliorare un tuo scritto. Smettila di rifinire e snellire i dialoghi. Smettila di curare l’ambientazione e i personaggi. Smettila di condensare e di pensare per scene. Scordati di fare sogni “in media res”. Cerca invece (cerchiamo tutti) di diventare una buona piazzista dei tuoi libri. Frequenta un corso di venditrice creativa. Impara le tecniche del vendere. Fatti rilasciare diplomi in quel campo. E cerca di diventare famosa. Fa’ parlare di te in qualche modo. Fa’ qualcosa di eclante. Fatti arrestare da Putin come quarta Pussy Riot. Cerca di entrare nel cast del “Tredicesimo apostolo”. Oppure pubblica un video su You Tube in cui un fesso bambino prende a morsi un ancor più fesso cane e ottieni un paio di milioni di click in una mezz’oretta. Ti assicuro che quando raggiungerai questi traguardi le case editrici, per quanto grosse, si stracceranno i vestiti per averti con loro. Anche se pure allora, come adesso, nessuno si sognerà di leggere il tuo manoscritto, perché cosa vuoi che conti una storia o il modo in cui è scritta? Un sorriso a chiudere.
  14. Gongola, è conveniente soltanto se vinci il primo premio da 100 euro, e forse nemmeno. Rifletti, Dieci euro di iscrizione più tassa postale per chi non ha la carta, poi un plico raccomandato, Infine il biglietto di viaggio per Livorno per ritirare l'eventuale premio (che potrebbe essere anche il terzo di 50 euro). Sono piuttosto sicuro che anche in caso di vincita per me sarebbe un'operazione in perdita. Direi che sarebbe stato molto più appetibile come primo premio una pizza che ti viene consegnata direttamente a casa.
  15. Marcello, seguirò il tuo consiglio sulla discussione, essendo qui l'argomento fuori contesto, come mi fai rilevare, mi limito a dire che non sono d'accordo con te. Se ne avrò l'occasione dirò perché in un altro luogo.