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segugio delle parole

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  1. A me hanno risposto subito, resilent. Magari nel tuo caso c'è stato un disguido. Ti sei sincerato che abbiano ricevuto la tua mail?
  2. Ciao. Io ho pubblicato un paio di romanzi con la Flaccovio ma diversi anni fa, quando si dedicavano alla narrativa di genere. Che mi risulti al momento non hanno più collane di narrativa ma, per toglierti il dubbio, puoi sempre inviare loro una mail e chiedere.
  3. Essendo stato pubblicato da loro (genere fantasy, tanto per restare in tema), confermo: non pubblicano più narrativa (e, per inciso, è un peccato perché è una casa editrice seria).
  4. Ciao. Provo a “incoraggiarti” io. Scrivo (fantasy e thriller i generi che bazzico sin dall’inizio) da quando avevo 13 anni (adesso ne ho più di quaranta). In tempi in cui Internet non offriva tutte le opportunità di adesso ho dapprima inviato il primo romanzo fantasy che ritenevo meritevole di sottoporre a un editore a un paio di agenzie letterarie, ricevendo riscontri positivi in termini di valutazione ma nessun contratto di rappresentanza. Ho iniziato allora a spedirlo agli editori. Alla Nord innanzitutto (per me all’epoca la stella polare del genere in Italia). L’allora editor Gianfranco Viviani mi rispose, spiegandomi che c’era del buono nell’opera ma che, per pensare di proporla alla direzione editoriale, avremmo dovuto rivederla. Tuttavia, cambiando da lì a poco tempo la proprietà della casa editrice, mi spiegò di non potersi assumere un impegno del genere. Corroborato dal suo parere, lo spedii a un editore medio (ho preferito saltare i grandi: non sono mai stato pretenzioso). Con quell’editore ho pubblicato nel 2007 il mio primo romanzo e nel 2010 il secondo e conclusivo capitolo. Da allora il mercato si è contratto, il mio editore ha smesso di pubblicare narrativa ma, nonostante ciò, io ho continuato – e continuo – a scrivere. Ho avuto il piacere di vedere i miei romanzi esposti sugli scaffali delle librerie di tutta Italia, mi sono confrontato con lettori che li hanno apprezzati e con altri a cui non sono piaciuti e, grazie alla pubblicazione (in un momento in cui il fantasy “tirava”) ho partecipato a manifestazioni in cui mi è stata offerta l’occasione di parlare della mia passione per la scrittura. È molto più di quanto avessi mai sperato quando ho iniziato a cimentarmi nella scrittura. Il consiglio che perciò mi sento di darti è di continuare a coltivare la tua passione senza fare della pubblicazione una fissa. Scrivere è – almeno per me – la cosa più divertente con cui riempire il mio tempo libero. Avercela fatta (così come l’intendo io non significa ovviamente vivere di scrittura) è stato un plus di cui sarò sempre grato alla fortuna e alle circostanza contingenti (perché entrambe concorrono, credimi). Ad ogni modo, in bocca al lupo e non arrenderti mai. Se c’è una cosa che, spero, quanto ti ho raccontato qui possa insegnare è che un rifiuto “non è per sempre” (parafrasando un celebre spot); da qualche parte, se l’opera merita, c’è un’altra occasione.
  5. Vorrei un'opinione, Mattia, su un tema che m'interessa in maniera particolare. E' vero, (sempre sulla base della tua esperienza nell'ambito dell'editoria) che - ferma restando la bontà dell'opera - è più facile fare breccia nell'interesse degli addetti ai lavori per qualcuno che si presenta "vergine" a un'agenzia letteraria piuttosto che per chi ha già pubblicato con piccole o medie case editrici, avendo avuto riscontri di vendita buoni ma non tali da fare gridare al caso? Si tratta solo di una mia impressione o davvero l'editoria cerca nomi nuovi da spendere piuttosto che un (discreto) "usato garantito"? Grazie.
  6. Le voci raccolte in giro mi avevano preparato a una locanda affollata. Di persona appuro che gli avventori sono tutti con la gola riarsa (neesun astemio, a quanto vedo). Perciò metto mano al borsello e dico all'oste di aprire un secondo giro di danze. "Una botte bella grossa. Tanto ho come l'impressione che altri si uniranno al brindisi di benvenuto".
  7. Grazie a tutti del benvenuto. In realtà, più che con la birra del posto, vorrei sollazzarmi con tante belle discussioni.
  8. Ne aveva sentito parlare in giro. Frammenti raccolti durante i suoi viaggi in quel vasto mondo d’illusioni e dicerie dove ogni tanto amava addentrarsi quando gli impegni quotidiani gli lasciavano il tempo per farlo. Una locanda. Ci si recavano, a dare retta alle voci, per discutere d’inchiostro su carta, del fascino delle parole e della magia con cui s’intrecciavano per aprire squarci su altri mondi e cercare di fare luce sui sogni degli uomini o sulle loro immancabili debolezze. Lo facevano in tanti, aveva sentito dire in giro, al punto che s’era chiesto se la locanda fosse davvero così affollata o se si trattasse soltanto di una delle tante leggende che fiorivano in quel mondo e, passando di bocca in bocca, trasformavano un’innocua lucertola lesta a sgusciare sotto una pietra al sopraggiungere di un paio di scarpe in un drago capace di offuscare con la propria temibile ombra un intero villaggio. Aveva deciso di andare a vedere coi propri occhi. Da tempo anelava a un posto simile, un ritrovo dove la passione per la scrittura gli offrisse occasione di confrontarsi con altri capaci di comprenderla e entusiasti di parlarne. Trovare la locanda fu facile: chi c’era stato era prodigo di indicazioni su come arrivarci. Quando l’ebbe raggiunta, si fermò, la mano appoggiata a uno dei battenti dell'ingresso, indeciso. Fece qualche passo indietro, si portò sino alla finestra più vicina e rimase lì a lungo, a guardare oltre il vetro, chiedendosi se fosse davvero il caso di entrare. Si interrogò sulla ragione di tale improvviso timore. Gli occorsero diversi giorni per trovare la risposta. Il tempo speso lì, a decidersi, gli permise di osservare gli avventori, di seguirne le discussioni, di condividere tra sé e sé la posizione di qualcuno o dissentire da quella di qualcun altro, immaginando cosa avrebbe ribattuto lui o come avrebbe cercato di rendere più convincenti le proprie idee. Quando infine ritenne fosse giunto il momento di farlo davvero, varcò l’uscio. Sentì parecchi sguardi convergere su di sé ma lui non si voltò a restituire il proprio. Filò dritto sino al bancone. “Oste, da bere per tutti”. Gli sembrava il minimo che potesse fare per ricambiarli delle tante preziose informazioni di cui, inconsapevoli della sua presenza dietro la finestra, molti di loro gli avevano fatto dono. Per conoscerli meglio, discutere e condividere con gli altri avventori le proprie speranze di carta e inchiostro, ci sarebbe stato tempo. Tanto ormai il primo passo, il più difficile, l’aveva fatto. PS: grazie sin d'ora dell'ospitalità.