nicole

Utente
  • Numero contenuti

    81
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

0 Neutrale

Su nicole

  • Rank
    Sognatore
  1. Grazie Bradipo, farò tesoro di tutti i vostri consigli, sperando di riuscire a realizzare il mio sogno
  2. Grazie Nerina per avermi letto fino alla fine! Grazie per tutti i buoni consigli, che sto mettendo in pratica già da adesso. mi sono resa conto, grazie a voi, che il finale si è completamente dimenticato del paese e delle vicende passate. Lo sto correggendo (tutto il romanzo) sperando di arrivare ad un prodotto migliore, e chissà, riuscire a pubblicare. Comunque noi continuiamo a scriverci, voglio vedere la fine della senza nome!
  3. Sei stata assolutamente minuziosa e te ne sono grata. Hai ragione, quelli sono i punti deboli, ora me ne rendo conto. In effetti stona che "gli stranieri" rimangano nel paese, così come stona il fatto che non menziono più la zia. Ti ringrazio di cuore per la critica e ti auguro di trascorrere una bellissima vacanza con i tuoi bimbi
  4. Sono giunta alla fine del libro. Vi ringrazio per tutte le sincere critiche e per tutti i preziosi consigli. Attendo un vostro ultimo commento, di cui farò tesoro, come sempre. Spero che grazie a voi riuscirò a migliorare questo libro, e chissà, a pubblicarlo Camilla Se ho lasciato che galleggiassi nel brodo primordiale che per primo ti ha vista, è stato perché il tempo ha corso più veloce di me e oggi posso dire, forse per la prima volta, che il tempo è stato a mio favore. Se penso alla mia gravidanza, vedo solo un lungo salto nel buio, affrontato con l'incoscienza del non sapere, ma adesso mi rendo conto che tu, Camilla, ci sei sempre stata. Nei momenti di disperazione, quando mi apprestavo ad affrontare un esilio in terra straniera, lasciandomi alle spalle le uniche certezza della mia breve esistenza, quando la tristezza tesseva trame delicate intorno ai miei occhi e la solitudine sembrava volersi cibare di ciò che un tempo era considerato bello. Ci sei sempre stata, anche se non ti vedevo, perché quel tuo non palesarti davanti ai miei occhi, quell'essere bruna di palude e non certezza di carne e di ossa, mi ha permesso di cullarmi nell'illusione che non era accaduto niente, che stavo attraversando un limbo crepuscolare, che prima o poi mi sarei svegliata nel mio letto, nel mio paese, pensando "Dio, com'era reale questo sogno" Poi il mio ventre è cresciuto, in risposta ai miei pensieri, e tu, piccola mia, ti muovevi con vigore pachidermico, ma pur scuotendo il mio corpo, non eri ancora reale, ti avevo concepito nella carne, ma non nella mente. Nonostante ciò, mi domandavo se sarei stata capace di essere madre, di darti la vita, sprofondando nella melma della mia stessa angoscia. All’improvviso, Camilla, hai rotto la diga che ci separava, facendomi precipitare nella realtà. Il sonno era finito. Pensavo che quel dolore lancinante fosse la mia punizione. L'ho sopportato considerandolo il cilicio dei miei peccati, più era forte, più ne volevo ancora, più ne volevo ancora, più sentivo che rinascevo a vita nuova, mi stavo togliendo la pelle come un serpente, nascevi Camilla ed io con te. Quando ti ho guardato gli occhi per la prima volta, i tuoi bellissimi occhi celesti, ho pensato che eri identica a me. Non ti ho accolto tra le mie braccia come avrebbe fatto un'altra madre, ma ti ho scrutato dal mio letto, rimirandoti come si fa con un cristallo prezioso, che non si tocca per paura di frantumarlo. Dicono che i neonati vedono solo ombre, eppure mi stavi studiando, lo so per via di quello sguardo serio ed assorto che hai mantenuto nonostante il tuo carattere solare. Fu l'infermiera ad interrompere il nostro silenzioso dialogo , ti appoggiò tra le mie braccia e mai amore fu più forte. Ti sei avventata sul mio seno come se in quei nove mesi il mio corpo non ti fosse bastato, proprio lui che ha creato ogni cellula ed ogni membrana di cui sei fatta. Pensai a quanto fossi bella e perfetta, ti contai le dita, di rigirai come una bambola e proprio alla base della schiena trovai una voglia perfettamente tonda, di colore viola chiaro, tanto che poteva somigliare ad un livido. Pensai che, da adulta, ne avresti fatto un segno di vezzo. Vivere in questo paese sul mare è stata la scelta migliore che potessi fare, la gente è gentile ma non invadente e a volte, nonostante tu scandisca ogni anno della mia vita, mi sembra che il tempo scorra con indolenza, . Quello stesso tempo che, durante gli anni tumultuosi della mia prima giovinezza, si consumava con lentezza estenuante, adesso sembra sabbia fine che scivola inesorabile da un pugno chiuso. Un giorno Camilla ti racconterò di Melecuccà, della sua gente e della sua incredibile storia . Ti narrerò le gesta di personaggi stravaganti in luoghi incantati. Dipingerò con colori sgargianti i chiaroscuri di questa vicenda. Userò l'oro per giustificare le ambizioni di un prete caparbio, il rosa per mitigare l'amore incestuoso di due fratelli, il verde smeraldo darà speranza alla disperazione di un'incauta dottoressa, l'azzurro illuminerà l'egoismo di un uomo solo, il rosso vermiglio lo adotterò per ricordare la passione che dà buoni frutti fra una giovane e il suo amante, il blu cobalto, l'arancione ed il viola faranno da sfondo, come un tramonto sul mare, all'ingenuità di un paese addormentato, che mi appare ancora oggi, dopo tutte le sofferenze che mi ha procurato, come un grappolo d’uva bianca adagiato sul fianco di una collina. Ti descriverò tutto ciò che è accaduto come fosse una favola e quando una sera mi dirai di non voler dormire e mi chiederai di farti compagnia, mi sdraierò accanto a te nel letto e accarezzandoti i capelli, inizierò a narrare " Melecuccà appariva al di là di una curva sulla provinciale per Perugia..."
  5. Per Emma: anche io ho una figlia, che per mia fortuna mangiava e dormiva, ed è stato tutto abbastanza semplice. il prossimo capitolo che posterò è l'ultimo, e non considero questo di transizione, proprio perchè sono arrivata alla fine, probabilmente sarà una delusione Per Bradipo, come ho scritto a Emma, è la fine, in tutti i sensi.. scherzi a parte, dovrei renderlo veramente più triste?
  6. "Non ti preoccupare, noi donne nasciamo madri." Con questa frase la nonna di Beatrice tranquillizzò la nipote circa il timore di non sapere accudire il suo bambino. Provvedere alla necessità di Camilla era più facile di quanto pensasse, e il mestiere di madre era oltremodo appagante, nonostante la bambina non potesse dimostrare il suo apprezzamento per la buona volontà di Beatrice. Dopo circa tre mesi dal parto, suor Benilde bussò alla porta della camera di Beatrice "Posso parlarti cara?" Beatrice sorrise, mentre passava Camilla da un seno all'altro "E' ora di andarsene vero?" "Con calma, nessuno ti vuole cacciare, devi prima trovare una sistemazione per te e la bambina, però sai che ci sono tante ragazze in cerca di un posto dove rifugiarsi" Beatrice annuì, ricordando com'era lei solo qualche mese prima e meravigliandosi della forza che un bambino può infondere con la sua solo presenza. "La ringrazio suor Benilde, ma in realtà volevo parlarle, ho trovato una sistemazione. Vado in un paese sul mare, ho sempre desiderato vivere con l'acqua sotto le finestre" Il paese si trovava esattamente al confine tra due regioni ed era arrampicato tenacemente ad uno scoscendimento a picco sul mare. Risaltava con una cacofonia di colori vivaci sul grigio ardesia della roccia e sul blu del mare che lambiva le case. Un piccolo porto dalle acque tranquille cullava le barche appena tornate dalla pesca, proprio a ridosso di uno slargo di poche decine di metri su cui erano affacciati alcuni palazzi. Tutto profumava di sale e di mare, le viuzze pavimentate di mattoncini rossi, le finestre minuscole dove le donne mettevano ad asciugare la maggiorana. I bambini correvano gridando "Forza ciurma all'arrembaggio", mentre nelle cantine i vecchi pescatori rammendavano le vele delle imbarcazioni, pensando a quando, da bambini, facevano gli stessi giochi. Beatrice guardò per la prima volta nella sua vita l'infinita distesa di acqua, meravigliandosi che oltre l'orizzonte curvo ci fosse altro mare. Ripensò al suo lago e subito la nostalgia si affacciò alla sua mente, insieme a tutti i ricordi di Melecuccà. Poi guardò sua figlia e sorrise, pensando che non avrebbe più permesso alla tristezza di insinuarsi nella sua vita. Purtroppo ciò non avvenne. La nonna di Beatrice si ammalò di un morbo terribile, che non lasciava scampo. Non disse mai niente alla nipote, per non turbarla ora che la bambina era venuta al mondo. Si faceva forza quando parlava con lei al telefono, tentando di parlare con la voce stentorea che Beatrice prendeva sempre in giro. Un giorno squillò il telefono e la ragazza si affrettò a rispondere. "Pronto?" "Che razza di prefisso è questo?" "Ma chi parla?" "Cara, sono zia Germana, ti disturbo?" Beatrice fu sorpresa di sentire la moglie dello zio Ottavio, che non si era mai più fatta vedere da quando il marito era morto. "Figurati zia, come stai?" Dopo qualche convenevole la zia le disse che aveva il diritto di sapere, nonostante molti pareri contrari, che sua nonna non stava bene "Sta morendo Beatrice, tua madre mi ammazzerà per averti chiamato, ma sei sua nipote, è giusto così" "Va bene, arrivo prima possibile" "Prima possibile è già tardi. Parti subito" Senza la misericordia di un avvertimento, impreparata a quella morte e a rivedere il suo paese, Beatrice prese Camilla e poche cose, diretta a Melecuccà. Strinse forte la sua bambina, pensando che lei andava difesa da tutto il male del mondo, che doveva essere forte per entrambe. Il tragitto fu troppo breve per elaborare ciò a cui stava andando incontro e quando da lontano vide di nuovo Melecuccà, sentì il dolore squarciarle il petto e singhiozzando pianse quello che si era rifiutata di ammettere: le mancava la sua famiglia, il posto dove era nata, i momenti che aveva vissuto e disprezzato e che non sarebbero tornati mai più, perché la vita compie un viaggio di sola andata. Il taxi si fermò alla porta di pietra del paese, Beatrice si asciugò gli occhi, pagò l'uomo, prese la bambina e i bagagli, incamminandosi verso la sua casa. Notò che erano avvenuti molti cambiamenti: stavano costruendo nuovi palazzi, seguendo quel conservatorismo edilizio così decantato da suo padre e da Maurizio, c'erano volti nuovi in giro per la strada e un bagliore abbacinante proveniente dal centro della piazza quasi l'accecò. Si avvicinò incuriosita, scoprendo una statua a grandezza naturale, probabilmente di rame, raffigurante don Filippo. Una targa ai piedi dell'effige celebrava le molte virtù del parroco che tanta prosperità aveva recato al paese. Beatrice non credeva ai propri occhi e mentre leggeva esterrefatta il tributo, le passò accanto uno cugino di suo padre che fece finta di non vederla. Fu Beatrice a chiamarlo e a salutarlo, pur notando la ritrosia con cui l'uomo, così come tutti gli altri, la evitavano. "Ma chi ha avuto l'idea di questa statua?" Il cugino si mise sulla difensiva e disse che la decisione era stata presa da tutto il paese "Dopo il marasma che ha combinato don Filippo?" L'uomo si inalberò all'istante e convinto di poter parlare a nome di tutti sbottò "Senti ragazzina, sei scappata senza salutare nessuno, proprio tu, che hai ricevuto più di tutti da don Filippo. Lui avrà avuto qualche colpa, ma noi stavamo molto meglio allora che adesso" e se ne andò. Sola di fronte a quella statua, pensò per la prima volta che, forse, la decisione di andare via fosse stata quella giusta. Si incamminò verso casa della nonna, rendendosi conto solo ora che si stava recando al suo ultimo incontro con la persona che più l'aveva amata nella vita. Avvertì il cuore accelerare di fronte a quella presa di conoscenza, e le lacrime salirle agli occhi, ma le cacciò indietro, perchè aveva tanto tempo per piangere e quello non era il momento. Le venne ad aprire la comare di battesimo, avvolta in uno scialle nero, come pure tutte le donne che stavano attorno a sua madre. Questa la guardò appena, ma non appena la vide con la bambina, scoppiò in un pianto dirotto, dicendo che proprio tutte a lei dovevano capitare le disgrazie. "Ciao mamma" disse semplicemente Beatrice. La zia Germana le venne incontro, prese la bambina in braccio e questa, cullata da quelle braccia grassoccie e dal seno enorme, si addormentò all'istante. "E' un peccato che non ti siano venuti dei bambini zia, ci sai fare" "Così ha voluto il Signore cara. Ma ora vai dalla nonna che ti aspetta. E' cambiata Beatrice, fai in modo di non farglielo notare " Beatrice posò le valigie, facendo un profondo respiro, cercando la forza di varcare la porta che la separava da sua nonna. La camera era in penombra per via delle persiane socchiuse, Beatrice si accorse che la stanza era pervasa da un odore lieve ma persistente, che sapeva di medicine e di addii. La nonna stava sdraiata a letto, appoggiata a diversi cuscini, sconquassata da una tosse incessante e dormire supina era diventato impossibile. Teneva gli occhi chiusi, così Beatrice ne approfittò per guardare quanto la malattia l'avesse devastata. La donna in carne, allegra e con le guance floride non esisteva più. Al suo posto c'era una vecchina esile, il cui viso vagamente ricordava quello di un tempo. Le guance erano scavate, così come gli occhi e il collo. La bocca era diventata talmente sottile che si riuscivano ad intravedere i denti. Beatrice abbassò gli occhi, mentre la nonna li apriva. "Beatrice tesoro, sei arrivata! Fammi vedere la bambina" Beatrice abbracciò la nonna, cercando di non stringere per non farle male "Tanto lo so che sto morendo, anche se tutti me lo vogliono nascondere, ma ho una pelle così dura che ci sto mettendo più del previsto" I pochi giorni che le restarono da vivere li passò interamente con la nipote e con la sua bambina, parlando del passato felice, omettendo il disastro che si era abbattuto su di loro, ricordando solo i momenti spensierati, quelli in cui si è felici senza esserne consapevoli. Poi la morte venne a bussare alla sua porta, giunse di sera, appena dopo l'ora di cena, e non diede preavviso. La nonna emise un rantolo flebile e d'improvviso la sua pelle si distese, la bocca sorrise e finalmente non ne uscì più un lamento. I funerali vennero celebrati due giorni più tardi, orchestrati da Agnese, che li voleva in pompa magna, giacché non si seppelliva solo sua madre, ma anche il suo matrimonio e la sua vita passata, dato che non sarebbe stata mai più l'invidiata moglie del sindaco, ma solo la compatita Agnese, quella che una volta poteva permettersi di indossare un enorme cappello rosso senza che nessuno potesse ridere di lei. L'organizzazione venne affidata ad un agenzia di Perugia, secondo le direttive di Agnese: i fiori dovevano variare dal bianco al rosa, perchè il rosso era disdicevole e il viola la intristiva più di quanto già non fosse. Al posto della solita macchina scura, il feretro avrebbe viaggiato su di un'apposita carrozza di fine ottocento trainata da due cavalli neri, proprio come aveva visto in un triste film americano, infine la banda del paese doveva accompagnare la bara dalla chiesa fino al cimitero, suonando requiem a volontà. Durante i funerali Beatrice rivide, oltre alle poche persone che le erano rimaste amiche, anche tutte le altre, quelle che un tempo la consideravano la migliore, che la idolatravano e che gustarono la sua caduta come un piatto succulento. La ragazza percepiva, pur senza vederli, gli sguardi di scherno delle donne un tempo invidiose di lei, le parole bisbigliate tra i banchi della chiesa, e avrebbe voluto gridare a tutti di stare zitti, si stava celebrando un funerale, avrebbero avuto tempo per sparlare di lei, invece dovette inghiottire le parole di odio e sforzarsi di non piangere, doveva almeno dimostrare che era ancora forte, nonostante tutto. Poi si voltò verso l'altare minore, quello che lei ammirava da bambina per via di un antico trittico intarsiato d'oro, del quale era purtroppo rimasta solo la bella copia e lo vide. Dietro una colonna di granito Maurizio la fissava con gli occhi pieni di dolore. Beatrice cercò di concentrarsi sulle parole del giovane parroco che aveva sostituito don Filippo, ma sentiva quegli occhi attraversarle la pelle. Si chiese se Maurizio trovasse in lei i cambiamenti della maternità, anche se era consapevole di apparire ancora bella come un tempo, e subito si sentì in colpa per quei pensieri che le invadevano la mente proprio durante il funerale della sua adorata nonna. In un attimo ci furono solo loro due nella chiesa, divisi dalla codardia di Maurizio, che pur bruciando d'amore per lei, si rifiutava di rendere pubblico il loro passato. Finita la funzione e dopo aver accompagnato la nonna alla sua dimora eterna, tutto fu chiaro a Beatrice. Né lei né sua figlia si meritavano di essere trattate in quel modo dall'uomo che invece le avrebbe dovuto semplicemente amare. Appena uscì dal cimitero, con in braccio la piccola Camilla che sorrideva a tutti, si voltò verso l'inizio del viale di cipressi dove sapeva di trovarsi Maurizio. Lo fissò per un istante, raccontandogli con lo sguardo l'amarezza del sentirsi abbandonata, l'amore che provava per lui, la decisione di dimenticarlo insieme a tutto il paese. Se ne andò il giorno dopo senza rimpianti, decisa ad iniziare una nuova vita insieme a sua figlia, finalmente eccitata per il suo futuro incerto.
  7. ok, tolgo Bettino. quello che non ho messo nella famosa scatola è l'ultimo piano del prete, l'ho solo pensato e devo assolutamnete inserirlo perchè altrimenti, come hai sottolineato, non si capisce il motivo per cui Gabriele venga ritenuto innocente. Anche io non vedo speranza per questa Italia, ma almeno per Beatrice sì! E' quasi finito, intanto lo sto correggendo, spero di riuscire a migliorarlo, ma senza di voi sarebbe stato impossibile, perchè quello che per me era evidente (dato che l'ho scritto io e mi sono fatta milioni di film in testa) per un lettore era inesistente!
  8. Hai già pubblicato? O intendi farlo a breve? Io ho ricevuto una sola proposta editoriale, indovina un po' da chi? Albatros Ovviamente mi hanno chiesto 2300euro. credo che pubblicare sia davvero difficile, sapevo che il mondo dell'editoria è chiuso, se ci pensi molti scrittori sono giornalisti o parenti di persone famose. Credo che rimarrò una scrittrice sognatrice!
  9. Non ero sono seccata, solo non avevo capito cosa volevi dire con la lunghezza del romanzo. So che le case editrici, a volte, chiedono una certa lunghezza, ma quando presenterò il mio libro, come lo dove classificare? Romanzo breve o racconto lungo? Mi hai fatto venire un po' d'ansia ... Per Nerina Ti giuro che sono morta dalle risate quando ho letto dei grumi e dei comunisti. Giuro che non volevo dire questo, ma ci vuole una bella immaginazione per pensarlo! Con la tua fantasia scriverai libri a vita! So che l'inizio è il mio punto debole, troppo descrittivo e pesante, infatti ci sto lavorando, cercando di snellirlo e poi devo approfondire Nazario. Il romanzo che sto scrivendo ora (anche se mi sono dovuta fermare per correggere questo) è totalmente diverso e in fondo più semplice di questo, perchè è scritto in prima persona e perchè è ambientato ai giorni nostri. Grazie per l'approfondita critica
  10. Ciao Emma,prima di tutto grazie per le correzioni. Come ho già detto in precedenza, questo romanzo (breve? sono 64 pag. word) sfiora volutamente l'assurdo. Non solo non sarebbe possibile liquidare melecuccà in poche settimane, tutto il resto come lo mettiamo? A mio avviso un romanzo o è bello o non lo è. Può essere lungo 10, 50,1000 pagine e con questo non voglio dire che il mio lo sia, anzi! Ma non capisco perchè tu abbia precisato la lunghezza di un'opera, se per dire che non ti piace (e allora basterebbe dirmelo, non mi offendo, ho postato il romanzo per avere dei commenti sinceri, altrimenti lo avrei fatto leggere a mio padre) o per precisare che questo non è un romanzo!
  11. quando ho scritto che ho pensato a Melecuccà come all'Italia non intendevo essere così... precisa. Non penso, per esempio, a don Filippo come allo strapotere della chiesa. Ho utilizzato semplicemente le persone che in un piccolo paese detengono comunemente il potere, proprio per spiegare il potere! Non so se mi sono riuscita a spiegare.. comunque mancano dieci pagine alla fine del libro, quindi sono quasi arrivata al capolinea. La figlia di Beatrice c'è, ma è una pupa
  12. Melecuccà tornò lentamente alla normalità. Le male erbe vennero tolte dai cartelloni stradali e al loro posto sorsero insegne più grandi. L'improvvisa popolarità fu come una mano santa per il paese, che aveva molto da offrire, oltre alla sua inverosimile storia. I negozi, i bar e i locali aperti in quegli anni poterono essere finalmente visitati anche da chi non era del posto e la festa del santo patrono, tornò ad essere un evento rinomato persino in Francia. L'unico cruccio per gli abitanti del paese fu quello di non veder restituite le opere d'arte vendute a loro insaputa, la maggior parte finirono in lontane collezioni private, mentre la gamba del Santo Patrono andò dispersa per sempre, ma in molti giurarono che dimorasse nelle segrete stanze vaticane. Nessuno di loro pagò per i misfatti, tutti i reati caddero in prescrizione. Come aveva previsto il Sindaco, Nazario sparì dalla circolazione il giorno della morte di don Filippo. Si nascose in un paese della Tunisia dove anni prima aveva acquistato una magione con vista sul mare. Era circondato da servitori gentili, dalle ricchezze accumulate in una vita e da ricordi che voleva dimenticare. Condusse per diversi anni una vita smodatamente lussuosa, fino a che non lo trovarono morto in un'orgia di culi mulatti e dolcetti di zenzero al miele. La dottoressa Begogni fu rinchiusa in un istituto per la sanità mentale, affetta da una nuova malattia che cancellava i ricordi e mescolava le nostalgie, trascorrendo gli ultimi anni della sua vita farfugliando su grumi di sangue con gli occhi, senza che nessuno la capisse. Il sindaco si isolò completamente , andò a vivere in una grotta alle porte del paese, vivendo di quel che dava la terra e qualche anima pia. Invecchiò da solo, con i rimorsi e i pentimenti, i capelli diventarono candida stoppa, la schiena una curva scoscesa. Girava per il paese con un bastone sulle spalle al quale era appeso un sacco di vecchia iuta. La gente lo chiamava l'eremita e anche se i più giovani non conoscevano la sua storia, egli diventò una figura storica del paese, e quando i bambini facevano i capricci, i papà li ammonivano che così diventa chi non obbedisce ai genitori. I giorni successivi la morte del parroco, Agnese li trascorse sul suo letto piangendo le proprie disgrazie, attorniata dalle comari che cercavano di sollevarla inutilmente. Rifiutò di parlare con sua figlia, che a suo dire portava in grembo la progenie del diavolo, mentre questa ascoltava pazientemente gli insulti della madre senza rispondere. Gabriele ed Ada tornarono a Melecuccà qualche settimana dopo la morte di don Filippo, guardando impassibili le fila di persone che porgevano loro le più sentite scuse, adducendo che da sempre quel che diceva il parroco era legge. La prima persona che andarono a trovare fu Beatrice. La trovarono così prostrata e impacciata che non poterono non abbracciarla per scacciare ogni imbarazzo tra loro. "So che tu non hai colpa" Le disse semplicemente Ada. Si guardarono i rispettivi grembi, quello enorme di Ada e quello appena accennato di Beatrice. "Me ne vado Ada, qui non ho più niente da fare" "E dove andrai?" "Non lo so ancora, ormai non sono più da sola, devo pensare anche alla mia creatura" "Proprio per questo rimani, hai noi, il tuo paese, la tua famiglia" "ti ringrazio amica mia, ma non esiste più il mio paese, non quello che avevo immaginato di conoscere, e la mia famiglia, bè, rimane solo mia nonna, mia madre mi ha ripudiato e mio padre si è messo a fare il barbone, non so nemmeno dove si trovi in questo momento" Qualche giorno dopo, le autorità le comunicarono che, essendo estranea ai fatti, poteva ritenersi libera di andare dove voleva. Matteo si affrettò a comunicare a tutti che il figlio non era suo, dato che non toccava Beatrice da molto tempo, e la ragazza non poté che confermare. Come era da immaginarsi, tutto il paese si domandò chi fosse il padre, dato che sia Matteo sia il caro dottore erano innocenti. Maurizio non avvicinò più Beatrice, né la cercò in alcun modo. Soffriva terribilmente, le mancava la sua vicinanza, il suo profumo, il suo parlare incessante. E portava in grembo suo figlio. Ma era vigliacco, temeva di perdere la sua famiglia, se avessero anche solo sospettato che l'amante di Beatrice era proprio lui. Era consapevole che la moglie fosse a conoscenza dei suoi tradimenti, ma finché il matrimonio non era minato tutto sarebbe andata bene, in caso contrario, ne era certo, l'arpia avrebbe messo i propri figli contro di lui. Con l'arrivo del nuovo anno, giunse anche il momento in cui Beatrice decise che era ora di partire. La ragazza aveva contattato un ricovero per ragazze madri nella capitale grazie all'aiuto di Ada, che si offrì anche di accompagnarla. Comunicò l'imminente partenza solo alla nonna, l'unica persona che ancora la trattava come se niente fosse successo. L'anziana non fece una piega, come se aspettasse da molto tempo quel momento. Le disse di seguirla in camera, poi alzò il pesante copriletto, sfilò il lenzuolo e scoprì il materasso. Aprì una tasca posticcia, cucita con un filo pesante, e da lì estrasse una busta voluminosa. Erano soldi. Anni di pensioni fasulle con le quali la nonna riempiva il materasso, perché si fidava solo dell'onestà della sua alcova. Beatrice protestò, disse che erano troppi, ma la nonna rispose che tanto lei era vecchia, che non le sarebbero serviti a niente, mentre lei tra poco avrebbe avuto un figlio. Quando Beatrice terminò di preparare le valigie, sentì un nodo serrarle la gola e la paura farsi strada in lei. Quante volte in passato aveva immaginato di andarsene da Melecuccà, quante volte aveva fantasticato sulla sensazione di euforia che avrebbe accompagnato quel passo. La realtà era ben diversa. La nonna abbracciò Beatrice con la forza che solo un addio può imprimere e la ragazza fece lo stesso. Si impose di memorizzare ogni istante ed ogni sensazione di quel momento: la fragilità di uccellino delle ossa della nonna, il profumo di talco e la morbidezza da bimba della sua pelle, i capelli azzurri e quegli occhiali così spessi che facevano apparire enormi i suoi occhi già gonfi di lacrime. La bocca tremava leggermente, eppure quella donna così forte, che tante volte si era sostituita discretamente alla madre, parlò con voce ferma. "Beatrice vattene da questo posto, inizia una nuova vita con la tua creatura, non importa chi sia il padre, è comunque figlio tuo. Bambina, là fuori non è come a Melecuccà, i lupi sono affamati e girano in branchi. Diffida di tutti, soprattutto di quelli che vogliono darti il loro aiuto senza niente in cambio, fai affidamento solo su te stessa, è l'unica persona che non ti tradirà mai. Ascolta molto e parla poco, perché c'è tanto da imparare dagli altri, nel bene e nel male. Non avere fretta di apprendere le cose del mondo, quando infatti avrai la conoscenza e la saggezza, sarai troppo vecchia per farne uso. Mia cara, può darsi che non troverai mai l'amore che stai cercando, se è vero che per ognuno di noi esiste l'anima gemella, è vero pure che non a tutti il Signore ha dato occhi per vederla. Può darsi infatti che il tuo destino sia un altro, quindi attendi il tuo amore, ma non ti affannare nella sua ricerca. Ora hai un amore più grande da accudire, l'amore perfetto, primitivo e viscerale, quello che non conosce compromessi e non imbocca scorciatoie. Per molto tempo sarà solo l'amore di tuo figlio a tenerti occupata, ma ti assicuro che non sentirai bisogno di nient'altro." Con quelle parole, con molti abbracci e molti baci, Beatrice si congedò dalla nonna e dalla sua vita nel paese. La capitale le apparve come un mostro enorme, caotico e ammorbante. Le mancava enormemente la tranquillità del suo paese, lo rimpianse in un istante. Ma ormai era lì, indietro non si torna, disse tra sé e sé. Il suo carattere indomito prevalse sullo stordimento, così varcò con fare imperioso la porta d'entrata dell'alloggio per ragazze madri. Il posto si trovava nel centro più antico della città, un intricato susseguirsi di vicoli dove dormono i gatti e si arrampicano le edere. Il palazzo era vecchio e bisognoso di ristrutturazione, c'erano mobili fuori moda e un odore di chiuso e di cibo, infatti la cucina si trovava proprio accanto all'ingresso. Una ragazza dall'aria mite si avvicinò a Beatrice che subito alzò il mento con fare altezzoso, cercando di sfoggiare una sicurezza che di certo non provava. In realtà si trattava di una suora laica, non più giovane, ma che apparteneva a quel genere di donne la cui innocenza non è stata scalfita dal male, pur avendo conosciuto i peggiori risvolti che la vita ha da offrire. Aveva gli occhi dolci e materni, la pelle bianca era chiazzata vicino al naso e sulle guance da venuzze violacee, mentre un sorriso gentile accompagnava ogni suo gesto misurato. Parlava a bassa voce, quasi sussurrando, come di chi è abituato a pregare. Sin da giovanissima, aveva donato la sua vita ai bisognosi, cancellando ogni suo personale desiderio, ma non per questo poté mai dirsi infelice, anzi. L'aver visto morire di parto tante donne sole, l'aveva portata ad aprire quel centro di accoglienza per giovani sfortunate. Ora Beatrice si trovava davanti a lei. Classificò la sfrontatezza del suo sguardo come l'unica arma per la paura, quindi le fece un ampio sorriso e l'abbracciò. Come aveva immaginato, Beatrice iniziò a singhiozzare come una bambina. La suora attese che passasse la crisi, poi Beatrice, asciugandosi le lacrime disse il suo nome e il motivo per cui si trovava lì. "Ti aspettavamo cara, vieni ti faccio visitare la tua camera" Beatrice si aprì subito a suor Benilde, con lei e con nessun altra riuscì a mostrarsi per quella che era. Fu gentile ed educata con tutte le ragazze del centro di accoglienza, quando poteva aiutava nelle incombenze domestiche, o ascoltando lo sfogo di una di loro, ma mai raccontò qualcosa di se stessa. Con la suora sgorgò come una fontana zampillante, ripercorse con lei la sua vita, dall'infanzia dorata, al rapporto con la madre, alla storia infame del suo paese, fino a quell'amore clandestino che le aveva rovinato la vita. Beatrice parlava senza freni, senza avvertire il minimo imbarazzo, come se quella donna fosse la sua migliore amica di sempre, Benilde era un'ascoltatrice attenta, sapeva intervenire laddove ce n'era bisogno, interpretava i silenzi di Beatrice così come i suoi soliloqui. I giorni trascorrevano con una lentezza a volte estenuante. La vita nella comunità avanzava abbastanza uniformemente. Beatrice imparò che tutto andava diviso, dal cibo al vestiario. Si cucinava insieme, si mangiava tutte insieme intorno ad un'enorme tavola al centro della sala, insieme andavano a messa la domenica mattina. Si faceva festa quando nasceva un bambino e si piangeva insieme quando la mamma con la sua creatura lasciavano quella che fino ad allora era stata la loro casa. Beatrice, nei giorni precedenti la nascita del suo bambino, si interrogò sul suo futuro, era cosciente che non poteva rimanere per sempre con suor Benilde. Fantasticava su come sarebbe stato il suo bambino, se avrebbe saputo amarlo, accudirlo, se sarebbe stata una buona madre. Non pensò mai al momento del parto come ad un evento doloroso, per questo non ebbe mai paura. L’angoscia nasceva piuttosto dall'incertezza della vita che l'aspettava. Non poteva tornare al suo paese, nè rimanere in quella città che l'opprimeva. Probabilmente avrebbe cercato un posto accogliente, dove iniziare da capo, come se anche lei fosse appena nata. Ogni settimana telefonata alla nonna e ad Ada, dalle quali riceveva notizie su Melecuccà, così venne a sapere che era arrivato un nuovo medico condotto, un tipo strano dall'aria arcigna, che aveva acquistato una casa proprio vicino alla nonna di Beatrice, e l'aveva riempita di teste d'animali impagliate e mobili del dopoguerra. Faceva paura a tutti i bambini, eppure, disse Ada, quando visitava uno di loro inventava un linguaggio tutto suo cimentandosi in smorfie inverosimili che suscitavano l'ilarità in tutti loro. Si diceva in giro che avesse un debole per Tania e che tale interesse fosse ricambiato, perché la donna era dimagrita e quando camminava fischiettava canzoni bolscevite. Le raccontarono che Rosa De Santis era morta il mese precedente, ma che,pochi minuti prima di spirare, si mise a sghignazzare dicendo che aveva fatto uno scherzo da prete a don Filippo, era stata lei, infatti, con il permesso del nipote americano, a dare il mandato per vendere la casa dei Moruzzi ad un'agenzia di Perugia. Ada la metteva al corrente dei progressi del suo bambino di pochi mesi, e immaginava quando si sarebbero potute incontrare di nuovo per farglielo conoscere, ma Beatrice la deludeva ogni volta, dicendo che non si sentiva ancora pronta per tornare, pur pensando a tutti loro ogni istante della giornata. Una notte di marzo, Beatrice sognò un torrente d'acqua azzurra che le lambiva i piedi e un pesce rosso nuotarle intorno. Si svegliò di soprassalto in un viluppo di lenzuola bagnate, avvertendo la voglia impellente di correre in bagno, mentre una morsa dolorosa la percorse dal ventre fino alle ginocchia. Camilla nacque due ore più tardi, gridando al mondo il suo arrivo, con una voce da soprano che manifestò già allora il suo carattere.
  13. Devo dire che l'inizio è troppo brusco, avrei preferito che descrivessi il suo stato d'animo a cena, che so, la paura di affrontare il fantasma e quello di contravvenire agli ordini della nonna Solo allora si accorse che quei panni erano in realtà vestitini e che il suo abito non era fatto di luce, ma era una camicia da notte bianca. E che quel velo sul suo viso erano in realtà lunghi capelli biondi che le ricadevano sul viso abbassato. Il velo che credeva coprisse il suo viso abbassato, erano in realtà lunghi capelli biondi - altrimenti ripeti viso Trovo che la leggenda sia molto bella e molto triste, infatti mi è scappata una lacrima. Però devo dire che la storia è sviluppata troppo frettolosamente, forse non bastavano due capitoli per renderla intrigante. Il primo infatti mi è piaciuto di più, perchè l'ho interpretato come un prologo, il secondo è veloce e poco approfondito. Fatico a immaginare un bambino di sette anni così risoluto e coraggioso, inoltre ci sono dei salti temporali che appesantiscono tutto. Credo che lo potresti migliorare notevolmente
  14. Tutto attorno allo specchio d’acqua, si muovevano mossi dal vento di scirocco i cespugli di mirto e ginepro, e ancora più in alto le fronde delle grandi querce del boschetto che distava poco meno di un chilometro dal paese. Dopo acqua leverei la , i cespugli di mirto e ginepro si muovevano mossi dal vento di scirocco - scorre meglio Il fruscio riprese a risuonare nel silenzio, poi cessò. riprese - risuonare suona male quel dolore che erano artigli che scavavano lenti una voragine nell’anima. quel dolore simile ad artigli che.... Però c’era Tzia Mariangela, che era come una seconda nonna per lui - Detto così sembra che la una parente valga un'altra, e non lo credo! A parte quello che ti ho segnalato, il racconto è scorrevole, mi ha pure commosso quando pensa alla madre che non ha mai conosciuto e mi è venuto anche qualche brividino, continuo a leggerti
  15. Per Emma: No, non è finito. Ada si rende conto di essere stata avventata, ecco perchè torna. Per Bradipo: Avevo pensato ai voti, ma poi ho capito che avrei fatto un patatrac. Grazie dei complimenti, speravo tanto che qualcuno capisse che ho usato il paese di Melecuccà per parlare del nostro Paese!