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Alienik

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  1. ciao @Ella F. grazie di aver letto e commentato Il fatto è che non puntavo su questo colpo di scena. Ho cercato di creare, invece, un'atmosfera misteriosa. Sono contento che tutto sommato il giudizio sia positivo. Terrò conto delle tue osservazioni. Grazie!
  2. Ciao @Ella F. il racconto è gradevole ma migliorabile. È scritto bene, ho solo degli appunti lievi. Forse è una scelta personale ma non mi piace iniziare con "finalmente". Questa frase mi sembra "pesante", semplificherei. Il personaggio del tassista non mi ha convinto. Va bene che è un personaggio sullo sfondo però non ce lo vedo proprio a fare certe esclamazioni perlomeno per come è caratterizzato. Questa parte la trovo superflua e mi ha un po' confuso, anche perché la casa in pratica non è descritta, ho avuto qualche difficoltà a immaginarmi la scena. Per me potresti cancellarla, terminare il dialogo con una frase del tassista "eccoci arrivati" e riprendere direttamente dal paragrafo successivo. Troppo descrittiva. Ho scritto un suggerimento veloce. Essendo un contesto didattico forse dovresti usare il cognome, "il caso di Sofia Rossi" o "il caso Rossi". Questo contiene ben due colpi di scena, e sì mi hanno colpito Quando Sofia arriva casa dell'innamorato, con la sua famiglia, sembra la "classica" storia di un uomo sposato che ha una seconda vita con una ragazza più giovane. Di fronte a questa scoperta Sofia anziché struggersi dal dolore ha una reazione inaspettatamente violenta. Nella parte finale scopriamo perché e abbiamo un totale rovesciamento del punto di vista bene-male. Il secondo colpo di scena, nel finale, meno forte ma comunque affascinante, è scoprire che la studentessa è la figlia della donna uccisa da Sofia. Qui trovo un punto debole però, Elisa si dimostra poco emotiva nei confronti di una tragedia che la riguarda tanto da vicino. Il punto forte del racconto è indubbiamente la trama che riesce a spiazzare. I dialoghi vanno rivisti per essere più credibili e per stare al passo con la trama. Parere mio, a rileggerti presto
  3. Ciao Ho letto il racconto e devo dire che mi è piaciuto. Non ho particolari appunti da farti, giusto qualcosina: Forse meglio tintinnio? Non saprei. Cristallino all'inizio non mi era piaciuto, ma visto che si ricollega al finale va bene. Che entri dalla porta mi pare scontato, mari semplicemente "a casa"? mi sembra superfluo. "poteva avvertirlo sulle guance ghiacciate che, pian piano, riacquistavano sensibilità." Non so mi suona meglio così, con o senza inciso. Ripetizione. Riformulerei eliminando la ripetizione "tutta/e" e la specificazione finale. Per esempio: "Si rivide sorridere mentre la porta si spalancava e dalla camera uscivano fuori due bambini, un maschietto e una femminuccia che prendevano a rincorrersi per la casa e tutte le stanze risuonavano delle loro risa cristalline" Il racconto è bello. La prima parte è molto lenta ma è funzionale a raccontare la solitudine e l'abitudine del protagonista. Quando l'attenzione si sposta sull'interiorità del personaggio, sui sogni e illusioni, diventa molto coinvolgente. Complimenti. Una solo cosa, forse è sfuggito a me, ma non ho capito il titolo A rileggerti!
  4. Non mi piace questo incipit, mi pare forzatamente articolato e il concetto è trasmesso male. Forse toglierei l'ultima frase, ma è un passaggio molto bello. Dopo l'apostrofo non ci va lo spazio. Molto bello anche il passaggio sui pannolini. La ripetizione dei quando non mi piace. Più che fluitA dire confluita/finita. Riscrivere qualcosa del genere: "Di solito, quando Elena mi veniva a trovare, la osservavo di nascosto e mi domandavo quanta della mia incapacità di godermi la vita fosse finita nel suo DNA." Ad ogni modo la frase mi piace. In questo racconto andrebbe rivista la punteggiatura, alcune frasi mi sembrano lunghissime e senza pause. Basta qualche virgola al posto giusto. Voglio farti i complimenti è un racconto scritto molto bene e c'è quel qualcosa che arriva dentro. Spero di rileggerti presto. Bravo
  5. commento Come baciano le streghe Laura Sabba aveva venticinque anni e i capelli rosso rame. La gente di Erzia, in ogni tempo, la ricordava sempre così e non c’era nulla di strano. Era bella come un tramonto sanguinante ma mai aveva lasciato intendere interesse per un uomo, né di essere vinta dalle paturnie degli amanti. Nel quartiere vecchio della città, la Terruccia, dove i gatti randagi avevano superato in numero quello degli abitanti, portava avanti una bottega dolciaria. Un negozietto di pochi metri quadri poco invitante a vedersi. La porta d’ingresso, con la vernice carta da zucchero scrostata in più punti, era logora per la voracità dei tarli e sbiadita per l’inclemenza del tempo e degli anni. Anche la vetrina aveva condiviso sorte simile e, ormai, la serigrafia che una volta recitava Sabba - Dolci e Biscotti, era ridotta a una macchia indecifrabile. Tuttavia da quella bottega uscivano leccornie di ogni sorta, cuori di mandorle, martorane, lingue di gatto, sfinci, arme sante, crostate di ogni gusto e colore, tutte preparazioni di incommensurabile dolcezza. Agli Erzini erano ben noti quei dolci e tutti ne andavano ghiotti, perché, a quanto dicevano, c’era qualcosa, oltre la sopraffina piacevolezza del gusto, di antico e mistico, che ammaliava la mente ancor prima del palato. Tra tutte quelle leccornie Laura aveva creato una sua specialità: dei biscotti di pasta di cacao ripieni di marmellata di zucca, che venivano preparati solo in un periodo dell’anno, durante gli ultimi giorni di Ottobre, quando il sole era più freddo e le ombre della notte più fosche. Molti forestieri li chiamavano semplicemente biscotti di zucca, tuttavia il loro vero nome, dato per celebrare un’antica leggenda locale, era baci della strega. La prima volta che Francesco Maio assaporò un bacio era il giorno del suo settimo compleanno, e da quel momento qualcosa mutò dentro di lui. Tra i pacchi regali c'era fagottino rettangolare avvolto nella carta dorata che nessuno degli invitati ricordava di aver portato. Francesco lo aprì con grande entusiasmo ma anche grossa cura, attento a sfilare il contenuto senza strappare la carta, ed rimase terribilmente deluso quando, dopo tanta perizia, al posto di un giocattolo nuovo, trovò sette biscotti al cioccolato. Il disappunto fu tale che non ne assaggiò nemmeno uno. Qualche sera più avanti, dopo che i genitori lo avevano messo a letto, scoprì, infilando la manina sotto il cuscino, che qualcuno aveva lasciato un biscotto proprio lì sotto. Smaltita la delusione precedente, poiché il cioccolato gli era sempre piaciuto, decise di assaggiarlo. Mai aveva assaporato nulla di simile, mai si era sentito così estasiato. Quella notte restò sveglio ad aspettare, con le orecchie tese come un gatto, che nella casa calasse il silenzio per intrufolarsi in cucina. Ebbe un impeto d’ira quando, scartocciato il pacchetto dorato, trovò solo tre dei sette baci che gli erano stati donati. Lì divorò comunque con bramosia. E il mattino successivo scoppiò in un pianto furibondo per i dolci che gli erano stati sottratti. Mamma e papà, per quietarlo, gli promisero di comprarne degli altri al più presto. Ma per quell’anno era troppo tardi, i giorni d’Ottobre erano finiti e i nuovi baci sarebbero arrivati solo l’autunno seguente. Da allora, Francesco crebbe con l’attesa di quel momento. La trepidazione accompagnava la fine dell’estate, mentre l’inoltrarsi del freddo invernale lo incupiva come un amate rifiutato. Così, di stagione in stagione, gonfiava la smania per i baci della strega. Trascorsero in questo modo tredici anni di ingordigia e di tormento finché l’ossessione, se non calò d’intensità, mutò d’oggetto. — Per me è inverosimile! — A me è piaciuto. È pieno di mistero, di inquietudine… Quanti ne vuoi? — Dammene tredici. Però ammetti che in certi punti è scontato: il telefono non prende, non si orientano nel bosco… — La fai facile così, ma è la strega di Blair a confonderli. — E tu che ne sai di come agiscono le streghe? — Non si preparano questi dolci se non si conosce un po’ di stregoneria, — disse Laura facendo l’occhiolino, — ecco i tuoi baci. Francesco uscì con una busta colma di dolci e desideri segreti. Riusciva a vedere Laura soltanto alla bottega e, salvo per quegli incontri fugaci, non aveva altre occasione di parlarle. Con pazienza e ostinazione era riuscito a scoprire qualcosa sui suoi gusti. Aveva guardato The Blair Witch Project solo perché era stato un suo consiglio. Non lo aveva trovato molto interessante, ma era una scusa per condividere qualcosa con lei, un’occasione per entrarle nella testa. Fin da piccolo aveva frequentato la bottega Sabba solo per soddisfare la sua golosità, ma negli ultimi tempi si era scoperto a guardare la giovane pasticciera con l’impeto della lussuria. Desiderava le labbra ambrate di quella ragazza con i capelli di fuoco e gli occhi ardenti più di ogni altra cosa. Però, tentativi di corteggiarla erano sempre stati respinti con cortesia. Uno sfoggio di buone maniere che lo faceva infuriare. Non conosceva il modo ma, per un verso o per l’altro, Laura sarebbe stata sua. Le vecchie case della Terruccia erano state costruite in pietra e legno e, negli anni, dopo che gli abitanti erano fuggiti, la violenza delle piogge aveva scoperchiato tetti e aperto brecce negli infissi, e i gatti ne avevano approfittato, trovando un rifugio tranquillo e silenzioso nei ruderi senza vita. Nelle vie lastricate e umide, di notte, si riversavano dozzine di randagi, c’era solo un posto a cui si avvicinavano raramente. Un giovane uomo aspettava di fronte alla bottega Sabba, era tutto spento, tranne una luce nell’appartamento di sopra, dove abitava Laura. Un randagio dal pelo maculato si avvicinò a lui e si stiracchiò ai suoi piedi. Quello fece per tirargli un calcio e il gatto lo evitò soffiando minaccioso. L’entrata della bottega era ancora più lugubre a quell’ora della notte. Francesco accarezzò la porta come se fosse la pelle di una donna, e con suo grande stupore quella si aprì, cigolando debolmente. Prima che potesse avere il tempo di pentirsene il ragazzo sgusciò dentro come un felino. Trovò a memoria gli scalini di legno che dalla bottega conducevano a uno stretto corridoio e quindi alla camera di Laura. Una linea di luce vermiglia graffiava l’oscurità, Francesco avvicinò l’occhio sinistro. Il riflesso rutilante dei capelli, corroborato dalle fiammelle di un candelabro a tre bracci, ammantava il corpo nudo di Laura che, distesa a letto come un ninfa, leggeva un vecchio libro rilegato in cuoio marrone. L’appetito fu più svelto dell’incertezza. Francesco si fiondò nella stanza e sulla preda. La inchiodò al letto salendole a cavalcioni sul bacino e con le mani le serrò forte i polsi. Laura si dimenò a malapena e non tentò nemmeno di urlare. — Non spaventarti. Non voglio spaventarti, ti prego. Voglio solo un bacio e me ne vado. Lo so che lo vuoi anche tu, lo so che mi vuoi, lo so… Perché ridi? — Era ora. — Cosa? — Ero stanca di tutte quelle chiacchiere. Sei così patetico quando cerchi di attaccare bottone con una ragazza, sai? Ma alla fine ti sei deciso. Anche sei mi dispiace, sei il cliente che si ingozza di più. — Io, non capisco… — Capire! Capisci qualcosa che non siano i dolci, bel maialino grasso? Ribollendo d’ira, piombò sul suo viso ma l’espressione diabolica che gli si rivelò davanti lo pietrificò. Laura sollevò piano il collo e schiuse le labbra. Al tempo in cui Erzia era solo un primitivo villaggio di contadini e mendicanti, giunsero da Occidente alcune donne misteriose che, nei secoli successivi, sarebbero state chiamate con l’appellativo di Streghe. Costoro si celarono tra la gente comune e, fin dal loro arrivo, cominciarono a verificarsi eventi incomprensibili e nefasti. I topi si gettavano nei pozzi dell’acqua piovana e si lasciavano annegare, i raccolti marcivano nei campi e le mammelle delle partorienti si riempivano di sangue al posto del latte. Oltre a questo, alcune volte all’anno, delle persone sparivano misteriosamente nella notte. Erano perlopiù giovani uomini che, nei giorni precedenti alla scomparsa, sembravano patire una straziante febbre d’amore. Si dice che quando gli uomini cadevano nella malia, perduto ogni senno, tutto ciò che bramavano, oltre ogni attaccamento terreno, fosse un bacio fatale. Quando lo sventurato toccava le labbra di una strega, l’anima gli veniva sottratta e la sua forma umana era trasformata in quella di un gatto. Così si nutrivano le streghe, così nutrivano nei secoli la loro abbietta giovinezza: depredando la passione e l’ardore delle loro vittime. Non c’è amore che non porti alla dannazione, ecco come baciano le streghe. Questo stato di terrore durò quasi cinquecento anni, come narrato nei testi coevi degli amanuensi, fino a quando il vescovo di Erzia, Gioacchino il Muratore, fu artefice di una grande purga. Tutte le streghe vennero catturate e murate vive nelle grotte sulle colline calcaree a ovest della città. Si racconta, tuttavia, che una strega grazie alla sua astuzia riuscì a scampare alla purga e continuò a mietere vittime fra gli abitanti. Pare che questa strega preparasse dei dolci buonissimi sui quali poneva un terribile maleficio. La magia confondeva la mente e rimestava i ricordi di chi li mangiava. Così era sfuggita alla sorte toccata alle sorelle e, nello scorrere dei secoli, nessuno si era mai stupito della sua imperitura giovinezza. Allo stesso modo aveva celato alla memoria degli uomini la scomparsa delle vittime, di cui nessuno pareva ricordarsi. Con un simile inganno la strega sarebbe sopravvissuta fino ai nostri giorni. Ma queste sono solo dicerie. La verità è che se vi capita di fermarvi a Erzia, rocca cristiana e medievale, l’unico incanto che troverete sono palazzi antichi e gli altri luoghi pieni di storia e di fascino, come il Castello, la Piazza Lunga e la zona antica, la Terruccia. E una volta lì, sotto sguardi felini, non potrete fare a meno di assaggiare i rinomati biscotti di zucca. Chiedete pure, chiunque saprà indicarvi. Tutti, dai vecchi ai bambini, conoscono la bottega Sabba e la giovane proprietaria. Una ragazza dolcissima, dai cappelli ramati, che di certo vi stregherà con i suoi baci.
  6. ciao @Emy Ho letto il racconto, è scritto bene ma non mi ha convinto. Premetto che non amo la voce al presente per questo tipo di narrazione, ma è un gusto personale. Questa frase non mi convince, mi sembra ci sia uno stacco troppo netto tra la prima parte, canzonatoria (con tutti questi -ino mi è venuto in mente Ned Flanders ), e la seconda decisamente seriosa. Se proprio vuoi ottenere quell'effetto devi scrivere tutto in rima. Come fai successivamente: E poi perche chiamarlo sia paparino che bambino? O l'uno o l'altro. "Sei stato un cattivo paparino." andrebbe bene secondo me. refuso Questa frase la puoi evitare, non serve spiegare troppo i pensieri, la frase precedente già rende l'idea delle riflessioni del personaggio. una sola "o" In che senso "chiama gli Stati Uniti?" l'ambasciata, i coinquilini di Valeria? Non è chiaro così. Mi pare poco credibile che un "magistrato del suo calibro", come lo definisci, si rifiuti di chiamare la polizia. Mi sembra una soluzione un po' da fiction tv. Ecco lui forse ha capito ma chi legge proprio no. Non dico che debba capire allo stesso modo del personaggio, ma almeno avere qualche appiglio, qualche indizio più saldo. Si continua a leggere perché la curiosità c'è, però senza suspence. Nemmeno i genitori sapevano della sua partenza, ma il criminale la trova e la rapisce. Come ha fatto? È stato un caso o le ha teso una trappola? Sono coinvolte le sue coinquiline? E se sì, a che livello? Il massacro è stata commesso 10 anni prima. Ipotizziamo che il processo impegni almeno 2 anni. Ora, capisco che ci lamentiamo della giustizia italiana ma che uno stragista rimanga in carcere solo 8 anni mi pare davvero poco. Concludendo, la storia è scritta bene, anche se la scelta della terza persona presente non mi pare la più adeguata. Sarò sincero, mi sembra che l'intreccio sia viziato da un immaginario di stile hollywoodiano: la tazza che si rompe a terra per lo stupore del personaggio, il rifiuto del protagonista di chiamare la polizia e "fare l'eroe, sebbene sia un magistrato(!), l'antagonista folle che manda messaggi in rima e immagini di willie il coyote. Secondo me dovresti cerca di riscrivere il racconto staccandoti da questi stereotipi, prendi spunto da fatti di cronaca italiana, ahimè il materiale non manca. Penso che scrivere un thriller a livello di trama sia molto complesso, tutto deve essere credibile, e le mille domande che vengono poste alla fine devono trovare una risposta, altrimenti la storia non regge. Queste sono solo considerazioni personali, prendile come tali. A rileggerti
  7. Ciao! Ti confesso che il racconto non mi ha entusiasmato, per due motivi: lo scienziato protagonista mi sembra poco credibile e ci sono troppe descrizioni che dilungano e rallentano la trama. Questa frase non mi sembra chiara: "entra in uno stato di furia" chi? Lo so che intendi la persona, però da come è scritto il soggetto sembra la saliva della vittima. Inoltre, ricordiamoci che sta parlando uno scienziato, quindi non mi piace "vittima", dovrebbe dire ospite/contagiato. Faccio queste considerazioni perche immagino sempre sia uno scienziato a parlare: benessere ed euforia sono due condizioni distinte, le endorfine vanno bene per il primo ma non per la seconda. Inoltre non cancellano "l'insorgenza dei sintomi dell'infezione" semmai possono attutire la percezione che l'individuo ha, ma l'infezione prosegue. Ti faccio un esempio sempliciotto: se ho un dito rotto e mi somministrano morfina io smetto di percepire dolore, ma tutti i "sintomi" permangono, tumefazione, infezione, ossa rotto, ecc. Cito questo paragrafo solo per dirti che siamo già a metà racconto ma, al posto di essere coinvolti nella storia, continuano le spiegazioni sulla biologia del parassita. Per quanto orribile non è coinvolgente. Perché l'esercito dovrebbe chiuderlo in una baita e non in un laboratorio? Però ha abbattuto un cervo La storia non è scritta male, però la trama è debole. Pecca di credibilità e la narrazione si dilunga troppo in dettagli poco coinvolgenti. Chiaramente sono le mie considerazioni, prendile con le dovute cautele A rileggerti!
  8. Ciao @Pietro97 grazie per la lettura e il commento. Lui non la considera una fidanzata, probabilmente lei sì. Il rapporto tra i due è sicuramente da approfondire. Vero. Il mio intento era essere ironico ma, leggendo anche altri commenti, non credo di esserci riuscito come desideravo. Grazie per le tue considerazioni, rivedrò tutto Ciao @Floriana grazie anche a te per essere passata e per gli appunti Non è depressione è "pessimismo/nichilismo". E non parlerei di "messaggio" o di "invito", è semplicemente il punto di vista del protagonista sulla vita. Grazie, alla prossima
  9. @Roberto Ballardini scusa se rispondo solo adesso, grazie per la lettura e il commento Lungi da me! Opta invece per una colazione latte e biscotti Leggerò con piacere e curiosità qualcosa di tuo Grazie e alla prossima
  10. Ah ecco si vedeva che c'era un tocco professionale, bravo Grazie per i consigli, rivedrò tutto con calma, appena il caldo dà un po' di tregua @Terracielo ciao Sì è vero devo rivedere e alleggerire il testo. Quando scrivi le ripetizioni sembrano rafforzare i concetti, però, al momento della lettura, l'effetto è ben diverso. Grazie del commento e della lettura
  11. Ciao @Black, se non lo sei già dovresti fare l'editor Grazie ho apprezzato tantissimo i tuoi appunti e molti li ho già usati per rimettere mano al racconto, perché li condivido in pieno. A partire dall'incipit. Su altri ho qualche dubbio, ma vedrò. Questa parte pensavo di riarragiarla così: Che ne dici? Su questo non sono d'accordo, i biscotti sono importanti sono il punto di congiunzione e di separazione tra il protagonista e gli scrittori a cui vorrebbe rifarsi. Mentre gli americani usavano i superalcolici, quello di Piero è "un bicchiere senza whiskey", che finisce per essere riempito con latte e biscotti. Almeno queste erano le mie intenzioni, se poi questo non arriva magari devo rivedere qualcosa. Comunque grazie davvero per i preziosi suggerimenti e la lettura
  12. Ciao Sicuramente è un racconto carico di emotività e si sente. In alcune parti, soprattutto quella contro i medici, assume più la conformazione dello sfogo che del racconto. Non che sia un sbagliato, però mi sembra che il "detto" prenda il sopravvento sul "mostrato" e in questo modo, almeno a mio parere, la storia perde qualcosa. Metterei le virgolette alle frasi di lui e taglierei "e io feci". Ecco questa è la parte che mi è piaciuta di più. Mentre è relativamente facile prendersela con i dottori o con dio, riversare odio contro qualcuno che, per quanto detestabile, è estraneo al dramma, fa venir fuori la parte più cruda dell'animo della protagonista. Qui ho sentito davvero la "cattiveria". Secondo me dovresti rivedere il racconto con un po' di distacco, perché la parte emotiva c'è e arriva, ma c'e qualcosa da perfezionare nella narrazione. Alla prossima
  13. ciao @Ortho grazie per la lettura e l'apprezzamento, grazie davvero Non nego l'influenza del vecchio beone Qui devo chiedere scusa a chi legge il racconto, si tratta di un refuso. Nella corso della stesura la ragazza all'inizio si chiamava Marcy e poi è diventata Francesca, ma è sempre lo stesso personaggio. Mi sono segnato gli altri appunti, provvederò a correggere. Grazie ancora PS: i miei racconti sono variabili sia per temi che per stile (credo), sarò felice se vorrai leggere qualcos'altro di mio, ma non avere grosse aspettative
  14. Ciao @Enter Così su due piedi, non sono convinto di tagliare quella parte, ma ti garantisco che valuterò il da farsi. Grazie del passaggio
  15. commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34598-siena/?do=findComment&comment=607746 Un bicchiere senza whiskey Mi rigiravo tra le lenzuola da dieci ore, ero sudato e in mutande, e con poca voglia di alzarmi. Un tizio con una camicia sgualcita e la barba incolta, era alle prese con l’ennesimo casino familiare. Lo avevo sentito parlare per tutto il giorno e ormai, sia la storia sia le battute sagaci, avevano perso mordente. Spensi la televisione. Che noia le notti d’estate, solo caldo e zanzare, e pelle appiccicaticcia. C’era anche un odore deciso, inizialmente vigoroso ma sul finale aveva una sferzata pungente e di sporco. Quando senti la puzza del tuo stesso sudore, vuol dire che fai davvero una gran puzza. Una puzza come si deve, da maschio. Era di una intensità così intima, che la trovai quasi erogena. Non so se alle donne faccia lo stesso effetto, non credo. Non sono mai arrivato a puzzare così con una donna. Se hai una donna sei profumato di solito, e se non lo sei, ti spediscono subito sotto la doccia. Non si discute. Io non avevo una donna in quel momento, ma avevo un balcone che era rimasto chiuso dalla mattina. Immaginai che ci fosse un’aria davvero acre nella stanza, respirarla non faceva bene al cervello, trovai la giusta forza per trascinarmi giù dal letto e aprii le imposte. Non c’era niente là fuori, le luci della strada erano accese, alcune erano bianche e alcune erano gialle. Tutto era sospeso in un inutile silenzio, la gente stava a casa a dormire e sudare nei letti, ad aspettare che arrivasse il giorno dopo. Per andare in ufficio o trasferirsi una settimana in un villaggio sulla costa occidentale. E sudare in poltrona o in spiaggia, in mezzo a tanti sconosciuti che allo stesso modo sudano e guadagnano, sudano e si divertono. E così pensano di essere realizzati, ma non capiscono che è solo una gran puzza. Non c’era proprio niente là fuori, però l’aria era più fresca della stanza. L’orologio faceva le tre, ma io non avevo la minima traccia di sonno. Succede così quando inverti il giorno e la notte: stai sveglio fino alle cinque, le sei, poi crolli e ti risvegli per pranzo. Passi il pomeriggio e la sera sdraiato a guardare serie tv, stagione su stagione, finché non hai un rigurgito. Il tempo non passa mai di notte, è una gran noia. Una cosa che avrei fatto un po’ volentieri era del sesso. Non stavo con nessuna, ma avevo un’amica, Marcy, con la quale ogni tanto andavo a cena, ci scambiavamo gli auguri per i compleanni e le feste, e qualche volta lo facevamo. Era divertente. Ma non avrei potuto chiamarla così tardi e a quell’ora, nemmeno se fossi stato molto carino e molto convincente. Scartai l’idea. In verità sapevo cosa avrei voluto tanto fare, mettermi al computer e scrivere qualcosa. Una storia, un racconto, una bozza, qualsiasi cosa di discretamente leggibile. Erano secoli che non buttavo giù delle parole. Le idee non mi mancavano, ma poi stavo lì davanti alla tastiera, a pensare a tutte quelle frasi, ai personaggi, a quello che avrei dovuto fargli dire, pensare, mangiare, odiare, sognare, vomitare, una noia interminabile. Che meraviglia se tutto fosse passato dalla testa alla carta, con uno schiocco di dita, senza tanti sbattimenti. Insomma, ero solo un uomo mica uno scrittore. D’un tratto provai comprensione per quella schiera di autori americani, quelli che per scrivere si intontiscono con fiumi di alcol e slegano il demone della parola. Mi salì la voglia viscerale di un drink. Il problema era che a casa non avevo niente di quella roba. Niente bourbon, né scotch, né vodka, mi mancavano perfino i cubetti di ghiaccio. Il giorno dei miei trent’anni, circa un mese prima, Francesca era passata da Roma e mi aveva portato una bottiglia di vino. Ne avevamo buttati giù solo un paio di bicchieri, doveva esserne rimasta almeno mezza bottiglia. Mentre andavo in cucina, mi resi conto di avere un po’ di fame. In dispensa c’erano dei frollini, quelli rotondi con il buco in mezzo, fatti con la panna. Non ho mai capito come faccia la panna a diventare un biscotto, ma li adoro. Ne misi uno intero in bocca, la consistenza era simile a quella del cartone perché erano rimasti all’aria da un po’, ma erano buoni lo stesso. Ne mangiai un altro e presi tutto il pacco. In frigo, accanto alla bottiglia del vino, c’era un cartone di latte. Quello era buono, lo avevo aperto la mattina prima. O la notte prima, era uguale. Me ne versai un bicchiere e ci sciolsi dentro del caffè solubile. Com’era buono il caffellatte con i frollini, erano fatti per stare insieme. Un biscotto e una sorsata di latte, uno dopo l’altro, sembravano fare l’amore nella mia bocca. Se dovete salvare qualcosa in questo gran spreco che è la vita, ricordatevi dei frollini e del caffellatte. Finito di mangiare, tornai in camera ma non andai a letto. La colazione notturna mi aveva dato uno spunto. Di solito facevo così, partivo da una frase concisa in cui racchiudere l’idea e poi lasciavo che qualcosa venisse fuori. Ripensai a quella nottata, alle bottiglie di superalcolici e al caffellatte, spuntò fuori un titolo: Un bicchiere senza whiskey. Se il Caso non mi avesse preso per i capelli e fatto precipitare nella parte sbagliata del mondo, sicuramente sarei nato negli USA. E avrei avuto tutto il whiskey e il ghiaccio che desideravo, ogni giorno. Litri di whiskey per lavar via lo schifo che abbiamo dentro. Di sicuro sarei stato un grande americano, forse non un bravo scrittore, ma di certo un grande americano. L’ispirazione era galoppante, la sentivo battere nel petto. Finalmente avrei tirato sù una grande storia, un successo editoriale. Era la mia chance per abbandonare il lavoro e fare quello che mi piaceva. Chiusi gli occhi e iniziai a immaginare il protagonista. Uno squillo assordante mi rimbombò nella testa, non capivo da dove venisse, la vista era appannata. Alla fine presi il telefono: — Pro… pronto… — Piero, sono Francesca, ma che voce hai, svegliati, dannazione. Strofinai gli occhi e guardai il telefono, era quasi mezzogiorno. — Sei arrabbiata? — È una settimana che non rispondi, Cristo. — Mi dispiace. — Ti dispiace sempre. Va be’ senti, volevo solo ricordarti che oggi è l’ultimo giorno di ferie, domani torniamo a lavoro, lo sai, vero? — Ma ho ancora tre stagioni da guardare in tv… — Non fare il cretino. Piuttosto, se non sei in condizioni pessime vorrei passare da te. — Vuoi andare a letto? — Voglio aiutarti a sistemare il casino che immagino avrai a casa, e portare il pranzo. Così mangiamo insieme se ti va. — Mi va. — Sarò lì per l’una e trenta, fatti una doccia. — Sei un tesoro. Alla fine quella notte mi ero addormentato davanti al computer e l’unica cosa che avevo scritto oltre al titolo era: Puzza. Puzza. Puzza. Puzza. Andai sotto la doccia, non volevo puzzare per Francesca. Ne ero consapevole, presto o tardi si sarebbe stancata di me. Se non fossi stato il casino d’uomo che ero mi sarebbe piaciuto impegnato con lei, l’avrei resa felice. Ci avrei provato. Francesca un giorno avrebbe capito che non poteva salvarmi, io non voglio essere salvato. Sarebbe andata via e io avrei sofferto terribilmente. Ci sono alcune persone che si comportano normalmente, si alzano al mattino e indossano vestiti come tutti, ma a differenza di tutti non sono fatti per vivere. Gli manca qualcosa dentro, e gli mancherà sempre. Qualsiasi tentativo di risalita li fa scivolare sempre più in basso, e al momento della caduta è bene che siano da soli, altrimenti rischiano di trascinare quelli che gli stanno vicini. Siamo assuefatti al dolore, lo portiamo nel cuore fin dalla nascita. Col tempo diventa qualcosa di familiare, un rifugio in cui rannicchiarsi. Allo stesso modo di chi cerca un rantolo di felicità, ma essere felici è un mito dell’esistenza, noi vorremmo essere vivi. Invece, quello che possiamo, è aspettare di essere inghiottiti e che tutto finisca.