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Eudes

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  1. Anche ubriacarsi è un'arte

    Commento Anche ubriacarsi è un’arte. Ne era convinto il mio vecchio, come era convinto, non senza ragione, che ubriachi lo siamo tutti, persino gli astemi. C’è chi si ubriaca d’amore, e chi di speranze. C’ è chi è ebbro di sogni, chi di follie. Avventure, misteri, passioni, lavoro, denaro, risate o malinconie, siamo tutti alla ricerca di qualcosa con cui ubriacarci, con cui riempire il calice della vita. “E gli altri, chiedevo io?”, ingenuo. “Quelli che non inseguono i sogni, non cercano speranze, non vivono avventure, non sono in cerca d’amore e non hanno denaro?” “Quelli – mi rispondeva il vecchio, con un sorriso – beh, quelli si ubriacano di mediocrità”. Ma lui no, lui si sentiva un’artista, e si sa, gli artisti usano solo i materiali adatti. Nossignore, lui per ubriacarsi, avrebbe usato il materiale giusto. Diffidava delle birre, mal tollerava lo champagne, aborriva i cocktail e a stento sopportava i liquori. Per ubriacarsi, diceva, per ubriacarsi ci vuole il vino. Perché anche le proprie sbronze devono essere capolavori. Non ricordo quanti anni avessi quando iniziò a farmi certi discorsi, dieci anni forse, od anche meno. E voi ovvio, penserete che fossero inadatti ad un bambino. E forse lo erano davvero, inadatti, ma, se lo aveste conosciuto, non vi avrebbero stupito. Il mio vecchio stava solo cercando di insegnare a suo figlio tutto quel che sapeva. E tutto quel che sapeva riguardava il vino. Citava Mario Soldati, secondo il quale, “il vino è la poesia della terra”. E lui, quella poesia, voleva che imparassi a viverla. Diceva che c’era un vino per ogni momento, quello complice di giochi d’amore, e quello per brindare con gli amici, quello per festeggiare e quello per illudersi. Solo, mi raccomandava, “non usare mai il vino per dimenticare”. Era inutile, insisteva, affogarci i ricordi. “Tanto i ricordi galleggiano. Se pensi sia il caso, con il vino, puoi affogarci le lacrime”.
  2. Anche ubriacarsi è un'arte

    @AdSt : Bellissimo quanto immeritato complimento. Grazie, e grazie anche per i suggerimenti. @GiuliaShumaniTutanka onorato che tu voglia condividere una mia citazione su facebook, per quanto penso che, così facendo, dai alla mia scrittura un credito che non si merita. @Andrea28 : grazie. In realtà questo è solo l'incipit di un racconto lungo 5 cartelle (con vaghe ispirazioni prese un po' da La confraternita dell'uva di Fante e un po' da La leggenda del santo bevitore di Roth. Anche se il vero protagonista del monologo non è nessuno dei personaggi quanto il vino in sé. L'ho riletto di recente e, al momento, l'unica cosa che ritengo salvabile, è proprio questo pezzo. @Nanni : forse è vero che la mediocrità non è sempre una scelta, ma resta il fatto che, se non siamo capaci di aggiungere qualcos'altro a quel calice della vita, di fatto finiremo con l'ubriacarci soltanto di quella, volenti o nolenti. @JPK DiKe: Delle modifiche apportate, mi convincono più quelle del terzo blocco, un argomento per ogni paragrafo, rispetto all'incipit. Più per questione di gusti, credo. Essendo un incipit, mette in scena per la prima volta tutti gli elementi. Quindi abbiamo: Anche ubriacarsi è un’arte. (In teoria sarebbe una frase "forte", visto che ubriacarsi è generalmente visto come qualcosa di negativo e l'arte al contrario qualcosa che eleva l'intelletto e lo spirito. Ma è già presente nel titolo, il lettore la conosce, non si può "nasconderla" per creare un colpo a sorpresa, resta comunque l'argomento del racconto ed è presentato come prima cosa); Ne era convinto il mio vecchio, Il mio vecchio, anche se dobbiamo ancora scoprire se si tratta di padre o nonno, è il personaggio principale del racconto. Presentiamo quindi il protagonista, l'ideatore della bizzarra teoria, e il suo ruolo col narratore); come era convinto, non senza ragione, che ubriachi lo siamo tutti, persino gli astemi. (anche se ho presentato solo l'incipit, come dicevo agli altri, questo è un monologo. Dopo le frasi che hanno presentato argomento e protagonista, c'è quel "lo siamo tutti" che mira al coinvolgimento del lettore) C’è chi si ubriaca d’amore, e chi di speranze. C’ è chi è ebbro di sogni, chi di follie. Avventure, misteri, passioni, lavoro, denaro, risate o malinconie, siamo tutti alla ricerca di qualcosa con cui ubriacarci, con cui riempire il calice della vita. A questo punto, dopo aver esposto argomento - protagonista - referente - si entra nel dettaglio della bizzarra teoria, mostrando che, magari, è meno bizzarra di quanto possa sembrare). Diciamo che a me piace l'ordine con cui ho presentato gli argomenti e le tue modifiche me lo sconvolgono un po'. Mentre sul resto, sull'andare per ordine con un solo tema per paragrafo, condivido. @ Tutti: grazie per la lettura, suggerimenti e commento.
  3. No, Thea. Ma leggendo gli altri commenti, a me era sembrato che tutti si erano concentrati sullo stile e nessuno sulla storia, quantomeno sull'evolversi della trama, col vago sospetto che non tutti l'avessero capita, quindi ho preferito dividere il commento in una parte rivolta al lettore e una rivolta all'autore. Mi sono preso tempo per scriverlo, e mi ha comunque aiutato Andrea, quindi non ho avuto bisogno di multivitaminci.
  4. Sirena

    Commento Tra facili amori disperdi i tuoi baci e lasci che siano amori fugaci, scolpiti in noi dentro e dispersi nel vento. E ripeti in eterno momenti infuocati e tratti chi t’ama come fosse la neve che scende giù lieve finché si disperde in acqua e rugiada quindi lascia inalterata la strada. Ed ogni tua storia è più dura di un pugno ma tu vivi sulle ali di un sogno, da docile preda a sirena sfuggente se cambia l’amante, non cambia l’istante. E brucia nel cuore la tua ardente presenza che tu veli di ingenua innocenza e se l’incanto nel passato si spezza Lo rimuove il ricordo di una data carezza. Ma è proprio questa che tu rendi magia: vivere l’amore e farne poesia. Raggio di luce, sirena sfuggente amata da tutti, hai amato nessuno amata da tutti, ti nascondi tra i flutti.
  5. Sirena

    @Emy, grossomodo la tua interpretazione della poesia è corretta. Magari hai un po' esteso il significato della prima strofa, ma ci può stare. Non mi ero accorto della ripetizione del verbo disperdere. Condivido che forse sarebbe più opportuno sostituirlo, ma preferirei farlo con qualcosa meno perentorio di "morire". @millika ciao, grazie. In realtà questa è la mia seconda incursione nella sezione Poesia e... mi avevi commentato anche l'altra volta, anche se con un passaggio veloce, e ormai sono passati secoli da allora. La differenza è che quell'altra era uno dei miei ultimi tentativi prima di smettere di scrivere in versi mentre questa risale ai primissimi tentativi. L'ha ispirata una ragazza, sì, ma anche alcuni versi di Joyce Grazie a entrambe per il commento.
  6. [N2017-2] Lo squarcio

    Ho promesso da tempo questo commento ad AdS. Sono finalmente riuscito a mantenere l'impegno, e spero di non dire troppe sciocchezze. Così come i racconti da me postati durante il contest, il commento è in gran parte mio ma raccoglie i suggerimenti di altri componenti della Retroguardia Trash, che quindi colgo l'occasione per ringraziare. Un po' per scusarmi del ritardo, apro questo commento con un (indegno) omaggio grafico: 1. Estrema sintesi per il lettore che dice di non aver capito nulla del racconto: Siamo in un porto isolato, gestito da un’istituzione che, per molti versi, ricorda quella della Marina Militare. Il racconto è narrato in prima persona, e il protagonista è un superiore, il cui compito è tenere costantemente d’occhio gli allievi. Alcuni di questi accendono un falò con le assi delle imbarcazioni. Il protagonista lo scopre un giorno di domenica, mentre lavorava per aiutare le imbarcazioni che, per via della burrasca, avevano problemi a rientrare. Facendo le verifiche dei danni, scoprono le assi mancanti. I tizi del falò vengono espulsi perché, si dice, "hanno rotto l'equilibrio". Il narratore non la prende benissimo e finirà per rompere l'equilibrio anche lui, con un tuffo. 2. Sintesi meno rapida per capire maggiori dettagli riguardo al racconto: Su un porticciolo, piuttosto isolato dal resto del mondo, gestito da una non meglio identificata istituzione che molto ricorda la Marina Militare, alcuni ragazzi accendono un falò utilizzando le assi di una nave. Il narratore aveva assistito, pur senza parteciparvi al falò, ma aveva lasciato correre. Successivamente, però, viene a conoscenza delle assi con le quali era stato acceso il falò. Se ne accorge perché, un giorno di domenica piuttosto ventoso, ha dovuto aiutare le imbarcazioni a rientrare al porto. Infatti, constatando i danni che la giornata burrascosa ha causato alle imbarcazioni, nota le assi mancanti. Per Beppe, uno dei colleghi del narratore (probabilmente è un graduato) la faccenda è intollerabile: quei ragazzi, con il loro gesto, hanno rotto l’equilibrio e devono essere espulsi. Il narratore si mostra più clemente e comprensivo dal momento che per lui bisogna pur sempre capire che quei ragazzi vivono piuttosto isolati dal resto del mondo, e che quindi anche piccoli gesti come fumare o ascoltare la radio possono provocare attimi di nostalgia. Quindi sarebbe sempre il caso di valutare la differenza tra “negligenza e comprensione” di certi comportamenti. I ragazzi vengono però espulsi e Il narratore reputando eccessivo questo provvedimento decide di sfidare l'autorità e rompere anch'egli "l'equilibrio". Così si tuffa in mare in piena notte, dall’alto del promontorio, mentre i suoi sottoposti assistono alla scena. 3. Versione in prosa semplificata: È suonata la sirena, in piena notte. Normale routine quando ci sono i turni di guardia, ma non è questo il caso: ci sono stati degli espulsi. Le espulsioni sarebbero avvenute perché dei ragazzi hanno violato le regole, accendendo un falò sulla spiaggia (spiaggia fatta di sassi, e non di sabbia). L’io narrante aveva assistito alla scena, ma aveva preferito non intervenire, tenendosi a distanza. Il falò è stato alimentato da diversi oggetti di legno trovati chissà dove, persino delle assi di legno. Di questo falò, il cui fuoco in quel momento illuminava più del faro, si raccontavano diverse storie: chi diceva che i ragazzi che vi hanno partecipato avessero bevuto e fatto casino, e chi raccontava di una sorta di “seduta di lettura”. Chi invece, ricamandoci un po’, disse che avevano fatto sesso. Quello nel quale è ambientata la storia è un piccolo universo isolato, le cui voci si spargono in fretta. “L’attrazione fatale nel vedere qualcosa che sfidava le divinità locali con tutta la tenacia di chi deve emergere” può avere duplice significato: rivolta al fascino della luce del faro, ma anche rivolta a coloro che avevano acceso il falò, i “ribelli” che sfidano l’autorità per farsi notare. A questo punto l’autore ci comunica che siamo in un porticciolo, quel giorno è domenica ma, per il narratore, è un giorno come gli altri tanto che non se ne sarebbe accorto se non glielo avessero fatto notare. Il narratore in quel porticciolo ci lavora, e infatti aiuta le imbarcazioni, ostacolate da un forte vento, a rientrare. Una di esse, incuneandosi di prua nella banchina, ha subito dei danni che le impediranno di tornare al largo prima del pomeriggio. Il narratore (che probabilmente è un graduato, di una non meglio identificata istituzione che, tra le altre cose, ha il compito di tenere sotto controllo quella zona) continua il suo lavoro anche in pausa pranzo, mentre mangia un panino. Nell'espletamento delle sue mansioni, il narratore si accorge che dalle navi mancano alcune assi di legno. Ecco quindi scoperto da dove provenivano le assi con cui è stato appiccato il fuoco del falò! Per gli uomini che appartengono a questa istituzione / associazione o qualunque cosa sia - niente nel racconto lo chiarisce davvero – una radio gracchiante è “l’unico affaccio sul mondo esterno”, tanto da averle persino dato un nome, Lucia. Lucia in quel momento trasmetteva la Formula 1, con Raikkonen in testa alla gara. Il narratore si pente di aver sentito la trasmissione, come si pente quando si concede una birra o delle sigarette. Sono segnali di “nostalgia” di un mondo esterno che torna a farsi sentire e a cui sarebbe meglio non cedere. Beppe, un graduato, un tale ritenuto dal gruppo un’istituzione quasi quanto il faro, non ha preso bene la faccenda del falò. Dice che, con quel gesto, quei ragazzi “hanno rotto l’equilibrio”. Il narratore è invece più accondiscendente, in quanto “ha una diversa concezione delle regole”. Beppe però non vuole coprire il gesto di quegli irresponsabili. Alla fine l’espulsione è avvenuta davvero, e in quei giorni il rispetto delle regole è stato ferreo da parte degli allievi. Anche se qualcuno ha continuato ad accusare il narratore perché lui chiude troppo gli occhi su continue violazioni serali o notturne dei suoi sottoposti. Per il narratore invece, il vero problema è spiegare la differenza tra “negligenza e comprensione” Il racconto si chiude mostrando quanto accaduto alcuni giorni dopo la vicenda del falò. È notte. Dei ragazzi stanno fumando sul promontorio. Il narratore si avvicina e, appena i ragazzi lo vedono, scattano sull’attenti. Ma lui li lascia in pace, va oltre, si toglie la maglietta e si tuffa dal promontorio in mare, “al cospetto dell’eternità”. E anche lui si rende, con quel gesto, di “aver rotto l’equilibrio”. 4. Commento vero e proprio: Quello che non si comprende nel racconto, e che verrà spiegato dall’autore solo nei commenti, è che questa istituzione quasi isolata dal resto del mondo non è la Marina Militare ma una scuola di vela.Scuola di vela che però con la Marina ha molto in comune, in quanto ad essa si ispira, proprio perché pensa che i ragazzi dell’era moderna siano troppi mosci e bisognosi di disciplina. L’autore spiega anche che il racconto è autobiografico e scuola, porto e promontorio esistono davvero, sono quelli di Lerici. Dal mio punto di vista sarebbe stato meglio specificare che si trattasse di una scuola di vela, altrimenti i parallelismi con la Marina fanno pensare soprattutto a questa, depistando il lettore. per farsi seguire, anche con una prosa più complessa, bisogna creare appigli "facili", che il lettore riesca ad afferrare il senso generale della storia. La prosa dell’autore sembra, a una prima lettura, abbastanza complessa, ma solo perché chiede continua attenzione: se perdi qualche passaggio non ritrovi più il senso dell’intero brano.E' una prosa che niente nasconde, eppure niente mostra: bisogna soffermarsi sulle singole frasi, altrimenti non riesci a dar loro un senso. E infatti consiglio all’autore di essere meno intransigente su questo, creando degli appigli che aiutino il lettore a capire, se non tutto, almeno qualcosa di ciò che sta avvenendo. Se ha un'idea abbastanza chiara del senso generale, porrà più attenzione ai particolari. Se non capisce la storia, continuerà la lettura in cerca di "indizi rivelatori", che non troverà. Proprio la faccenda delle assi di legno ne è un esempio concreto: a un certo punto il narratore si chiede "chissà dove diavolo le hanno trovate". Poi, di domenica, verificando i danni delle imbarcazioni, scopre le assi mancanti. Eppure in entrambi le frasi non sembra una cosa importante: nella prima l'attenzione è tutta concentrata sul falò, nell'altra ci concentriamo su un episodio lavorativo del protagonista. Invece intorno a quelle assi gira un po' tutto il racconto: se si scatena il putiferio dell'espulsione non è tanto in quanto "vietato" farlo, ma perché, pur di farlo, quei ragazzi si sono spinti a danneggiare delle imbarcazioni. Considerazioni similari possono essere fatte in relazione alla “voce gracchiante” di Lucia: in quell’aggettivo, gracchiante, c’è l’identificazione del soggetto: è una radio. Io ammetto, dal momento che la Formula 1 sono più abituato a guardarla che ascoltarla, l’avevo facilmente confusa con la televisione. In pratica, basta perdersi un aggettivo per travisare un significato. La sfida che l’autore pone al lettore non è tanto nella prosa “alta”, non ci sono alla fin fine parole desuete o difficili da capire, quanto un’attenzione totale, per cui anche un semplice aggettivo è in realtà un indizio. Che è anche il motivo per cui, consigliare a un autore di utilizzare un aggettivo piuttosto che un altro sarebbe estremamente difficile. Sarebbe come pretendere che utilizzasse parole maggiormente rivelatrici: da un lato potrebbe facilitare la comprensione, dall’altro però ciò costringerebbe l’autore a rinunciare al suo gioco, e a proporre qualcosa di, sostanzialmente, diverso dalle sue intenzioni. Tuttavia qualche piccolo appunto, proviamo a farlo lo stesso: Da un punto di vista grammaticale, la frase così non funziona, essendo priva di soggetto. Il lì potrebbe essere sostituito da “Quello”. Nel caso si optasse per la soluzione “quello”, per evitare una ripetizione sgradevole, il “Quella sveglia” potrebbe essere sostituito da un “La sveglia”. Quel “per dirla ricamandoci un po’ su” potrebbe essere spostato, come inciso, dopo “magari”. Anche in questo caso, per una maggiore scorrevolezza della frase, quel "di poppa al rientro”, potrebbe essere spostato ad inizio frase. “Avessi chiuso” in luogo di chiudessi. Cosa vuole dire con questa frase? Che la spiaggia non era di sabbia ma di pietra? Giusto. (o forse no, considerando che una spiaggia “ciottolosa”, priva di sabbia, sempre spiaggia resta). Quel "a conti fatti" che senso ha? C'è bisogno di "fare conti" per vedere che non c'è la sabbia? Capisco che sia un modo di dire ma appare assolutamente superfluo. 5. Titolo La stessa scelta del titolo, “Lo squarcio”, sembra seguire la stessa logica della prosa. Infatti secondo la Treccani la definizione di squarcio è: 1. Larga lacerazione, apertura o fenditura: fare, produrre uno s.; un telone pieno di squarci; aveva un largo s. nel ventre, un’ampia e profonda ferita; l’urto contro lo scoglio aveva prodotto un grande s. nello scafo; uno s. aperto nelle mura dalle cannonate nemiche. Con uso estens., e con partic. riferimento a scenarî naturali: passando sotto un albero egli fermò il cavallo per contemplare uno s. di paesaggio che sembrava un quadro simbolico(Deledda); 2. fig. a. Brano, passo di un’opera letteraria, drammatica o musicale, di un testo: leggere uno s. di prosa, di poesia; un bello s. oratorio; recitò alcuni s. della tragedia; avviò il giradischi per farmi ascoltare uno s. del 1° atto del «Rigoletto». b..Squarcio di tempo, breve spazio o intervallo di tempo in mezzo ad altre occupazioni: guarda se trovi uno s. di tempo libero per fare questa telefonata. 3. Quaderno (detto anche stracciafoglio) su cui i commercianti annotano provvisoriamente le partite che saranno poi riportate nei libri mastri; A parte la definizione numero 3, direi che in qualche modo il racconto rappresenta le altre: lo squarcio come una lacerazione, quell'inquietudine che il protagonista sente dentro di sé dopo quell'episodio (o di cui quell'episodio è solo una maggiore presa di coscienza); ma può significare anche "visione limitata di un panorama" oppure "breve intervallo di tempo" o "piccolo brano letterario". In qualche modo, il racconto si adatterebbe un po' a tutte le definizioni (e non deve essere un caso, a mio avviso) 6. Conclusioni Chiudo con due consigli per aiutare la chiarezza del testo, visto che questo sembra essere stato il maggior ostacolo dei lettori di questo racconto. Il primo riguarda l’attenzione ai capoversi: un capoverso sviluppa un argomento centrale e un tema, ovvero un’informazione fondamentale riguardante quell’argomento. Non andare oltre (con troppi argomenti, o troppe informazioni fornite in poche frasi), semplifica le lettura. Il secondo è una citazione dello stesso Barthes, di cui l’autore ha dichiarato essere un estimatore: «Nell’esordio, l’autore deve impegnarsi con prudenza, riserva, misura; nell’epilogo non ha più da contenersi, s’impegna a fondo, mette in scena tutte le risorse del grande gioco patetico».
  7. Nelle tenebre

    Ho capito che preferisci lasciare il protagonista senza nome. Per il lettore lui sarà semplicemente il giovine. Più avanti si capisce anche perché. Però ti conviene trovare qualche variante con cui definirlo. considerando che, per gran parte del brano, è l'unico personaggio del pezzo, la ripetizione continua si avverte. Concetto troppo simili e ravvicinati, creano ridondanza. Ho pensato ai ragni, alle lucciole, al mondo degli insetti. Non quelli che scoprirò poche righe dopo essere i veri protagonisti delle storie. Meglio così, significa che il pezzo funziona bene: dà indizi sulla verità, ma allo stesso tempo depista. Riscriverei usando meno aggettivi, tipo: Era un bagliore freddo e doloroso, per nulla simile a quelli del sole o della luna. Si muoveva senza requie, oscillava privo di ritmo illuminando pochi dettagli del condotto scuro, trasformandolo in un’orribile bocca di roccia irta di denti deformi. Era una falena scintillante dal moto nevrotico che si avvicinava sempre di più, facendosi più grande e più terribile minacciosa ad ogni respiro. Per dire, sappiamo già di trovarci sul fondo di un pozzo, non hai bisogno di specificare che il condotto è "scuro". Credo che il pezzo si possa snellire evitando ridondanze di questo tipo. Ce ne sono un po' sparse qua e là. Non tantissime, tuttavia risolvere questi piccoli dettagli credo aiutino a rendere il testo più pulito. Altro non mi sento di segnalarti perché tutto sommato il pezzo è scorrevole e si lascia leggere volentieri. Gioca un po' sull'ambiguità su chi sia il protagonista e chi siano i mostri, ma è un effetto voluto e, alla loro vera identità, non ci si arriva facilmente, se non quando l'autrice decide di svelarla. Pezzo scorrevole che riesce nei suoi propositi quindi, per me è sufficiente per poter dire che il racconto è riuscito.
  8. Contest di Natale 2017 - Scrittopoli - Off Topic

    Per quanto mi riguarda, ho vissuto il primo turno da spettatore e ha prevalso la curiosità di come avrebbe funzionato il gioco. Tra il secondo è il terzo turno, trovo ci fossero molte più idee e spunti interessanti nel secondo turno piuttosto che nel terzo. Nelle quarti ho notato che racconti che a me sono parsi molto belli sono stati quasi trascurati da altri. Però il livello generale non mi è sembrato tanto più alto rispetto alle eliminatorie, se non nella forma (meno refusi o frasi arzigogolate o cose simili). Nelle semifinali qualcuno magari ha accusato un po' di stanchezza e ha reso meno di quanto avrebbe potuto, però c'erano anche racconti davvero belli. Comunque, ho avuto spesso la sensazione che, quasi sempre, i racconti migliori della tornata si sfidascrivere tra loro (peccato, perché o si dividevano la posta in palio o bisognava "punire" qualche racconto che, se avesse avuto maggior fortuna, avrebbe vinto con largo punteggio molti concorrenti delle altre sfide).
  9. Perché sono ottimista

    La teoria di "un lettore alla volta" non può portare a nulla di significativo finché l'incremento non diventa esponenziale. Per spiegarmi: a) il primo anno ho 100 lettori. b) mi impegno di più e meglio il secondo anno. Diciamo che riesco a non perdere i miei primi 100 lettori e, visto che mi sono dato da fare, la mia capacità di guadagnare lettori stavolta è aumentata del 30%. Insomma, ne ho guadagnati 130, da aggiungere ai 100 che non ho perso, per un totale di 230 c) il terzo anno sarò capace di guadagnarne 150, dei 230 del passato qualcuno lo avrò perso per strada, ma facciamo finta di no, e in 3 anni sono a 380 lettori (e credo di conoscere una marea di lavori che, in tre anni di tentativi, danno molte più soddisfazioni di quelle che potrebbero darti i guadagni derivanti da 380 lettori) d) continuando di questo passo magari arriverò anche a 3000 lettori, ma ci avrò messo tipo una dozzina di anni o anche più. E, in 12 anni, l'editoria potrebbe essere anche talmente cambiata senza che io sia riuscito ad adeguarmici, da rimettere tutti quei numeri, di per sé non alti, in discussione. La cosa sarebbe diversa se il guadagno dei lettori diventi "esponenziale". Tipo, raddoppiando o triplicando di anno in anno. Tanto per fare un esempio: il primo anno 100 lettori, il secondo 200, il terzo 400, il quarto 800, poi 1600 ecc. A quel punto in sei o sette anni di tentativi, sì, avresti fatto il botto. Credo che il primo caso (un guadagno percentuale di anno in anno) sia comunque alla portata di qualunque bravo scrittore motivato ad impegnarsi per la diffusione delle proprie opere. Per il secondo caso (un guadagno di lettori che, a un certo punto, diventi "esponenziale") invece credo servano, notevoli capacità imprenditoriali e di marketing, prima ancora della bravura letteraria. Al limite, una massiccia dose di fortuna.
  10. [N2017 - S] Due pianeti color nocciola

    Quindi, ammesso che abbia capito le intenzioni dell'autore: a) nella prima parte il lettore doveva equivocare le parole del protagonista, convincendolo si trattasse della scena conclusiva di un caso di eutanasia; b) nella seconda, l'equivoco avrebbe dovuto essere svelato, e il lettore avrebbe dovuto capire che, invece, quello che era avvenuto davvero era l'esecuzione di un omicidio da parte di un serial killer psicopatico. Almeno per quando mi riguarda, a non essermi arrivato è stato proprio il concetto di eutanasia: la buca, il sacco, ma anche la frase "per farlo aveva scelto il campo del vecchio Enzo, che a quell’ora era chiuso in casa a farsi un pisolino senza sapere se ne sarebbe uscito vivo. Si stava prendendo un rischio, ma lo affrontava con calma." mi han fatto pensare da subito alla possibilità di mafia, omicidi, serial killer o cose del genere. Di cui ho trovato conferma solo nel finale. Però, appunto, non mi ha "sorpreso". Persino il caldo e le zolle di terra dure e secche mi han fatto pensare al meridione e ai delitti su commissione della criminalità organizzata. Io, leggendo le parole di Silvestro rivolte all'amata ho pensato semplicemente "ok, forse l'amava, intanto l'ha fatta fuori lo stesso". Quindi arriva la telefonata con il mandante, ho solo avuto conferma di qualcosa su cui in realtà non avevo tanti dubbi. Quello che invece non potevo sapere, né la telefonata rivela, sono le cause di quell'omicidio. Non che le pretenda, però se non avverto quella telefonata come il colpo di scena che avrebbe dovuto sorprendermi, va un po' a monte l'impianto del racconto. Almeno a me, è stato questo a lasciarmi la sensazione che al racconto manchi qualcosa. Anche in WaterEnd c'erano tante domande senza risposta, tuttavia non davano alla storia la sensazione di "incompletezza". A mio avviso, sarebbe stato più facile (e forse anche inaspettato) fare il contrario: tutto che lasci pensare a un delitto su commissione, per poi scoprire che la morte della ragazza sarebbe avvenuta per esplicita richiesta di lei, e quello di cui abbiamo letto era davvero un caso di eutanasia.
  11. [N2017-3] Personaggi di un autore minore

    Era una notte buia e tempestosa¹, quella in cui Elena perse l’uso delle gambe². Del resto la madre l’aveva avvertita: «Non farti ingannare dal cielo sereno. L’aria è carica di elettricità. Arriveranno le nubi, nere e implacabili. Si gonfieranno, poi esploderanno. Arriveranno i tuoni, poi i fulmini, arriverà la tempesta e distruggerà tutto».³ Alludeva alla vita della figlia, bella e desiderabile come le più ammirate ragazze dei rotocalchi ma, quel giorno, le sue parole sarebbero potute valere anche per il tempo⁴. Di lì a poco, infatti, sarebbe arrivata la più grande tempesta che si fosse mai abbattuta sull’isola. Elena, la sirena. Ma, al contrario delle sirene, lei non aveva bisogno di cantare per avere tutti alla sua mercé. Sfacciata e desiderabile ma completamente disinteressata ai sentimenti altrui. Troppo sfrontata per ascoltare chicchessia, quel giorno uscì controvoglia più per sfidare le parole della madre – e forse anche il tempo, lei non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno! - che per effettivo interesse. Il giorno dell’incidente, però, la situazione si ribaltò. Dal faro al pub più vicino c’erano poco meno di un paio di chilometri: affrettando il passo, ci sarebbe arrivata prima che la situazione climatica diventasse insostenibile. L’incoscienza le fu fatale. Il sentiero, adiacente al mare in burrasca, era già flagellato da un vento impetuoso che ne rallentò il passo. Troppo testarda per arrendersi, continuò ad avanzare fin quando Poseidone⁵ decise che quelli sarebbero stati i suoi ultimi passi: un’onda alta svariati metri la travolse trascinandola in mare, sbattendola violentemente contro gli scogli. Con lo stesso impeto con cui lo aveva preso, il mare restituì quel corpo all’isola. La ritrovarono sulla spiaggia il giorno dopo, svenuta e in fin di vita. La vita, misericordiosa o meschina che fosse, decise comunque di farle la grazia, a patto che ne pagasse il pegno: se il viso se la cavò con pochi sfregi guaribili nel tempo, le capacità motorie delle gambe furono compromesse per sempre. Troppo fiera per perdere anche la sfrontatezza, si convinse che, come alle sirene, a lei non servisse l’uso delle gambe per adescare gli uomini. Del resto, dal momento dell’incidente in poi, tutta la popolazione dell’isola, e in particolar modo quella maschile, la trattò con condiscendenza e affetto. Solo la madre continuò a riservargli lo stesso trattamento di sempre. «Prima eri il trofeo, adesso la preda.»⁶ Per sua fortuna, le parole della madre le suonarono troppo sibilline per sfidarle e quindi questa volta restò immersa nei suoi pensieri. Troppo stronza per essere compatita, soffrì il non essere considerata la più venerata dell’isola. Pur trattandola con immeritata gentilezza, gli uomini più appetibili rivolgevano le loro attenzioni ad altre ragazze, talvolta sposandole. Lei, corteggiatori ne aveva ancora. Ma erano d’altra natura a quelli a cui s’era abituata. Erano quelli più gentili, più timidi, più brutti, più grassi, più poveri. Quelli che, prima, non si sarebbero mai sentiti all’altezza di una dea, limitandosi a venerarla a distanza e a sentirsi grati se lei, magnanima, avesse concesso loro un fuggevole sguardo o un sorriso. Erano diventati più intraprendenti. «Io ti darei volentieri quello che gli altri non ti offrono più» sembravano voler dire i loro occhi. Non capivano che era esattamente quello il problema: quegli sguardi le avrebbero ricordato per sempre ciò che a lei non veniva più offerto. Prima dell’incidente, ed in particolar modo dopo le tempeste, era solita avventurarsi nella parte più alta del faro, di cui la madre era la guardiana. Forse era stato quello a forgiarne il carattere, la possibilità di poter guardare, fin da bambina, tutti dall’alto. Ma ormai era cambiato tutto: la sedia a rotelle non permetteva simili imprese. Dovette accontentarsi di volgere il suo sguardo più in basso, ad osservare ciò che prima non avrebbe mai preso in considerazione: la sporcizia riversata in mare dagli uomini, che il mare restituiva come dono non gradito, oltre le alghe, le conchiglie, cadaveri di pesci e più raramente altri animali, detriti, assi di legno, cocci di vario genere. Da bambina, Elena adorava la spiaggia ridotta in quelle condizioni. La perlustrava da cime a fondo alla ricerca di bottiglie e di messaggi nascosti al suo interno. Bottiglie ne aveva trovate spesso, messaggi mai e crescendo la curiosità le venne a noia. L’unico messaggio che il mare le avesse mai mandato in tanti anni di frequentazione non fu dei più piacevoli. Era immersa in pensieri simili quando incontrò l’uomo con la panza ⁷ Non aveva mai fatto caso a lui, prima di allora. ⁸ Eppure le occasioni non sarebbero mancate: era l’addetto alle pulizie della spiaggia dell’isola. Rastrellava la zona del faro una volta la settimana, o il giorno dopo i temporali più intensi. Così come faceva Elena da bambina, l’uomo osservava attentamente tutti gli oggetti che si erano riversati sulla sabbia, raccogliendo quelli che riteneva interessanti. Dedicava almeno un’ora a questa attività, prima di iniziare il lavoro. Elena lo vide e, per la prima volta nella sua vita, capì che no, non era una sirena. Forse non lo era mai stata: era solo uno dei tanti rifiuti che il mare aveva riversato sulla spiaggia. ⁹ ¹ L’incipit può abusato del mondo, e lui lo utilizza! Che autore di merda! ² Ah, ecco che arriva subito il dramma, tanto per puntare sul sicuro. Non ci siamo ragazzo, davvero non ci siamo. ³ Non vi fidate, questa parte l’ha copiata. E poi quale madre parla così alla figlia? Non è inverosimile ‘sta roba? ⁴ Mamma mia, che iettatrice! ⁵ E questo chi cazzo è, ora? * ⁶ E cosa vorrebbe dire? ** ⁷ No, dico, a voi “l’uomo con la panza” sembra il modo giusto di chiamare un personaggio? Sto coglioncello alle protagoniste femminili appioppa sempre qualche nome caruccio: Sara, Elena, Giulia, Lea. I personaggi maschili li tratta da schifo! Hanno la panza, l’arteriosclerosi, vivono nella merda…manco il nome gli dà! Beh, non ne posso più, quindi ve lo dico: mi chiamo Giorgio. Piacere di conoscervi, cari lettori, l’uomo con la panza sono io. Cioè, vi rendete conto? Lei la sirena, io quello con la panza. Ma vaffanculo! *** ⁸ E te pareva! Questa se la sono trombati tutti! Sia prima che dopo l’incidente! Io invece niente, mi nota per la prima volta! Ma perché non sono un personaggio del Volponi? Lui sì che è un autore! Almeno la figa te la fa vedere. Magari morta, ma te la fa vedere. ⁹ Ma qual è la morale di questa merda? Ciò, secondo voi una morale ce l’ha? No, perché preferirei esistere per qualcosa che abbia avuto senso raccontare, piuttosto che essere l’ennesima creatura sbagliata creatura di un autore da quattro soldi o poco meno. * Il dio dei mari, ignorante! ** Che prima frequentavano Elena per esibire la sua compagnia come fosse un trofeo, come a dire «guardate che razza di gnocca posso permettermi», ora lei è diventata la scopata facile, la ragazza da portarsi a letto mostrando giusto un po’ di compassione. *** Imbecille! Ti faccio notare che lei è paraplegica, tu ti reggi ancora sulle tue gambe. Per ora. (NdA)
  12. Cosa rende un libro un buon libro?

    Clicca sulla parola "link" del messaggio precedente, e vedrai che riuscirai a leggerlo.
  13. Cosa rende un libro un buon libro?

    @Mirtillasmile non ho gli strumenti per poter fare analisi così precise, il massimo che posso fornire è un link di un articolo del Corriere, neanche troppo datato, in cui si spiega cosa l'editoria italiana riesce a piazzare all'estero.
  14. Cosa rende un libro un buon libro?

    Considerando solo le vendite del XX secolo, i più venduti all'estero sono: 1. Il nome della rosa - Eco (pubblicato dal 1980, 55 milioni di copie vendute). 19° tra i libri più venduti nel mondo. 2. Pinocchio - Collodi (dal 1881, 35 milioni di copie), 33° dei libri più venduti nel mondo. 3. Và dove ti porta il cuore - Tamaro (dal 1994, 14 milioni di copie, 88° dei libri più venduti di sempre. 4. Divina Commedia, Alighieri. 12 milioni di copie vendute nel mondo solo nel XX sec. ma che non bastano a inserirlo nella top 100 dei libri più venduti. (Fonti: Wikipedia e il sito Libreriamo Network) Per quanto riguarda i contemporanei, dati precisi non riesco a trovarne, ma leggendo gli articoli più recenti che girano sulla rete, i più venduti sarebbero Elena Ferrante e Donato Carrisi (a cui si attribuiscono 3 milioni di copie)
  15. Cosa rende un libro un buon libro?

    Per me sì. nel secolo scorso, si diceva la stessa cosa di William Somerset Maugham che, ai tempi in cui è vissuto, era prolifico quanto oggi lo è Stephen King. Uno ieri o oggi l'altro, vengono entrambi accusati non di non avere padronanza di stile e tecnica, che anzi spesso persino i detrattori riconoscono loro, ma di proporre un tipo di letteratura troppo popolare, una sorta di intrattenimento per lettori poco esigenti. Mi sembra però che, a distanza di quasi un secolo, in Italia continui Maugham a essere pubblicato. Dall'Adelphi. Della sua innumerevole produzione, i capolavori riconosciuti sono una dozzina, però appunto quella dozzina hanno passato l'esame del tempo. Ora, pur non avendo idea di quali romanzi i posteri preferiranno di King (non è detto siano quelli che preferiscono i contemporanei, tipo It o L'ombra dello scorpione) però sono convinto che un posticino nella storia della letteratura, magari non quella che si studia a scuola, lo troverà.
  16. Contest di Natale 2017 - Scrittopoli

    Una domanda: una squadra eliminata può iscrivere alla Coppa della Befana un commento successivo alla sua eliminazione? O deve puntare necessariamente sui commenti fatti mentre la sua squadra era ancora in gara?
  17. [N2017-Q] Cuore di mamma

    Magari potevi dire: Cinzia portò la presunta Eva Kant in un piccolo studio e l’aiutò a sdraiarsi sul lettino. Non credo ci sarebbe stato bisogno di aggiungere l'aggettivo "presunta" ogni volta. La prima poteva bastare, giusto per, appunto come fa rilevare qualcuno, creare un certo distacco sulla questione tra narratore e protagonista. Altrimenti resta un po' il dubbio se il narratore stia assecondando la fattona solo per la necessità di darle un nome o quella scelta di chiamarla Eva Kant vada presa sul serio, in quanto potrebbe generare degli sviluppi (che invece non ci sono). A parte questo, nient'altro da aggiungere. Finale a sorpresa che, con me, ha ottenuto il suo effetto.
  18. [N2017-Q] Le sette dell'acquario

    So che non è nel tuo stile, ma credo che a questo racconto calzerebbe a pennello una vendetta molto più pulp di quella qui proposta. Tipo passargli carboni ardenti sulla pelle per ustionarlo, farlo sanguinare lentamente con le lamette, mettergli roba dolorosa là dove non batte il sole, fargli mangiare tutti i pesci, come propone qualcuno, e magari anche l'acqua, legarlo con del filo spinato e strisciarglielo contro... roba del genere. Insomma, consiglio di buttarlo nell'acquario solo dopo che il personaggio abbia, a lungo, dolorosamente sofferto.
  19. [N2017-2] L'immensa discarica

    Ora che è finito il contest (per la mia squadra, almeno) do qualche piccola spiegazione su questo pezzo. Intanto, è ispirato a fatti reali. Insomma, leggendo questo testo si potrebbe Anche dire: benvenuti a Mbeubeuss, Senegal; o Mbeubeuss, Ghana. Ma ce sono di posti simili, anche in India e Sudamerica. Dove il lavaggio del cervello per cancellarti i ricordi non lo fa nessuno, eppure la vita è abbastanza simile a quella descritta in questo racconto, se non peggiore. Per il semplice fatto che io ho preferito dare ai miei personaggi una vita simile a quella degli animali, per questo "litigano, ma non si uccidono". Mentre nella vita reale, in quei posti, c'è la violenza. I poveri disgraziati che ci vivono sono costretti a setacciare i rifiuti per dare le cose più interessanti che vi trovano alla criminalità organizzata. Mi era anche balenata l'idea di farne un racconto reale - delle descrizioni avrei dovuto cambiare ben poco - ma era Natale, e non mi andava di puntare sul drammatico. In realtà volevo anche fare un pezzo, un po' come ne Il giardino delle vergini suicide in cui il racconto fosse quasi tutto in terza persona plurale, ma stava venendo un pezzo con un taglio che sembrava quasi giornalistico, quindi mi sono deciso a introdurre dei personaggi su cui porre maggiore attenzione. Per quanto riguarda le ispirazioni: c'è un po' di Wall-E (l'idea dell'immensa discarica); Il tipo che entra lo stesso nella discarica si ispira a Robin Williams nel film "Al di là dei sogni". Quando lei finisce all'Inferno perché si è suicidata, lui rinuncia al Paradiso pur sapendo che, entrando all'Inferno, non solo soffrirà ma dimenticherà tutto. "Fra un minuto non saprò più chi sei e tu non saprai più chi sono io. Ma saremo insieme. Come deve essere"; La parte finale sarebbe, nelle intenzioni, una sorta di ripetizione al mito di Prometeo. L'idea era appunto che i miei personaggi subiscono una sorta di involuzione che li porti a tornare quasi allo stato animale. Ma poi riscoprono il fuoco. E come nel mito di Prometeo, l'uomo smette di regredire e quello diventa il primo passo verso la civiltà.
  20. [N2017-2] L'immensa discarica

    Commento «Ti sottoporremo a elettroshock. Rischi di impazzire, sempre che pazzo tu non lo sia già. Nessun uomo sano di mente chiederebbe di entrare. Perderai, oltre ad alcuni funzioni cognitive, gran parte dei ricordi.» «Tanto, di ricordi me ne basta uno solo.» Trova Eveline e riportala a casa. «Non possiamo garantirti un bel niente. Avrai frammenti di una vita passata in cui esistevano un letto e una casa, ti ricorderai magari cos’è un’automobile e di saper guidare, ma non perché e dove tu l’abbia appreso. Perderai il senso del tempo.» «Non importa.» Trova Eveline e riportala a casa. «Ti impediremo di tornare indietro, se mai tu volessi provarci. Ma è più probabile morirai prima.» «La ringrazio per aver tentato di dissuadermi, ma so a cosa vado incontro e ne accetto i rischi.» «Firmi qui» ingiunge la guardia all’uomo. La guardia non li capiva, quelli che entravano volontariamente. A tutti loro avrebbe voluto fare la stessa domanda: perché? Chi diavolo te lo fa fare? L’uomo, espletate le formule di rito, fu scaraventato oltre le mura, insieme agli altri. Montagne di immondizia si estendono per miglia, così tante che, anche camminando per giorni, non si riuscirebbe a scorgere altro oltre l’orizzonte. Lo abitano, considerandosi parte del paesaggio. Non sentono più nemmeno la puzza: alla feccia del mondo ci si abitua in fretta. Umanoidi: così vengono definiti con disprezzo da chi, pur essendo causa della loro esistenza, tende ad ignorarli. Hanno anche ricordi di una vita che non gli è mai appartenuta. Da tempo hanno perso la loro umanità, se mai ne hanno avuta una. Non si radono, non si tagliano i capelli, non hanno modo di lavarsi. Sono come animali che temono il fuoco. Vivono circondati da materiale infiammabile e spesso anche poche scintille causate da fulmini o da un sole cocente han finito per produrre incendi che hanno mietuto numerose vittime. Alcuni vivono in strutture malmesse erette su materiali improvvisati. Un modo per cercare riparo dal sole o dal freddo. I più si sono invece abituati a vivere a cielo aperto. Litigano ma non si uccidono. Mangiano morti che incrociano lungo il loro percorso. Altrimenti hanno imparato a ricavare dai detriti su cui poggia la loro esistenza una sorta di colla allucinogena che gli permette di non soffrire la fame. La curiosità è uno dei pochi istinti che ancora conservano: frugano tra i sacchi di immondizia alla ricerca di oggetti, se non utili, che suscitino almeno un minimo del loro interesse. Prediligono cose piccole e facili da trasportare. Quando scovano armi bianche o indumenti ancora indossabili le loro espressioni diventano compiaciute come di chi ha appena vinto alla lotteria. Rovistano tra siringhe, vetri e resti di cibo divenute poltiglie verdi che mangiano avidamente con le mani. Emaciati e senza quasi più appetiti sessuali poggiano i piedi sui rifiuti del mondo. Muoiono giovani, di inedia, per il tifo e altre malattie causate dal percolato che bevono per dissetarsi, per l’assideramento dovuto al gelo acuto delle lunghe notti invernali. Solo i più furbi hanno capito che, di tutto quell’ammasso di rottami di cui sono circondati, tutto ciò che può fare da recipiente è un bene prezioso che consente di raccogliere l’acqua piovana. Quando il progetto della Grande Discarica venne avviato si prevedeva di farlo diventare il grande contenitore in cui convergere tutta l’immondizia del mondo. Esseri viventi al suo interno non ne erano previsti. Ma poi iniziarono gli esperimenti sulla clonazione umana, esperimenti che produssero un numero spropositato di individui da smaltire in un posto in cui non dessero fastidio. I clonati adulti furono i primi a finire dentro, per via di quell’assurda pretesa di voler continuare vite che in realtà non gli erano mai appartenute. Poi fu la volta di coloro che vivevano nelle bidonville o altri posti ugualmente degradati. Come se portarli qui non avrebbe cambiato nulla della loro esistenza, mentre avrebbe permesso di demolire le loro baracche e guadagnare spazio per aprire nuovi centri commerciali. Infine, e con grande stupore di tutti, ci fu chi, come l’uomo alla ricerca di Eveline, nella Grande Discarica ci entrò con le sue gambe, convinto che il peggio del mondo non fosse dentro le mura, ma fuori. Sono inverni duri, quelli della Grande Discarica, in cui non c’è altro modo di ripararsi dal gelo che scaldandosi camminando, per chi ne ha le forze, o cercando, nei vari sacchi che periodicamente vengono sganciati dagli aerei volteggianti l’area, qualcosa per coprirsi. Per caso, durante una di queste ricerche, qualcuno scopre le proprietà del fuoco, innescando inavvertitamente uno zip vicino una candela. La fiamma, pur bruciando a stoppa, non si propaga. Troppo debole per spaventarlo, quel flebile calore piuttosto lo incuriosisce. Di lì a poco scoprirà come, bruciando oggetti di poco più grandi, può ottenere fuochi più vivii e caldi. Da qui al primo falò all’interno della discarica il passo è breve. Vedendo loro simili vicino al fuoco, altri si fanno coraggio e si avvicinano. Arriva anche una donna, una alla quale in un luogo in cui la bellezza avesse ancora un significato, non sarebbero mancate armi di seduzione. Qui, però, è indifesa come tutti: dai capelli crespi, dalla sporcizia sulla pelle e gli indumenti consunti. La donna, prima di avvicinarsi al fuoco, inciampa su quel che resta di una chitarra. Istinti derivanti da altre vite, la spingono a raccoglierla. Nel frattempo, altri si avvicinano. Intorno, lo stesso schifo di sempre, per non parlare del tanfo. Eppure l’atmosfera è diversa; tutti osservano il tremolio delle fiamme agitate da folate di vento con gli stessi occhi increduli con cui un bambino assisterebbe a un gioco di prestigio; ma le fiamme non rinfocolate da combustibile hanno breve durata: il fuoco rischia di estinguersi. Un tipo con gli stracci in mano si avvicina. Gliene sfugge uno vicino al fuoco, il quale improvvisamente ravviva. L’uomo sorride e si guarda intorno: sacchi di nylon, plastiche, bambole, cavalli a dondolo mozzati, stracci e scarpe inservibili; prova, uno alla volta, i vari oggetti da cui è circondato e ride ogni volta che un oggetto prende fuoco, rinforzando il falò. Sembra impazzito, si muove disordinatamente alla ricerca di qualsiasi cosa finché non posa gli occhi sulla chitarra della donna. L’umanoide scosta la testa in direzione del falò, come a suggerirle di rinfocolarlo con quella. La donna, agitata, le rivolge uno sguardo sprezzante, stringendo ancor più la chitarra a sé, come a proteggerla. L’umanoide non insiste, intorno a sé ha tanta di quella spazzatura che non sarà difficile trovare qualcos'altro che tenga vivo il fuoco. La donna, non sentendosi più minacciata, sistema dei sacchi per sedervisi. Osserva curiosa la chitarra finché con gesto istintivo fa vibrare una corda. Ne fuoriesce un mi sbilenco che attira l’attenzione di tutti. Udendo quel suono alla donna vien quasi naturale sistemarsi lo strumento sulle spalle come farebbe chiunque si accinga a suonarla. Non l’accorda, non ricorda come fare e probabilmente l’oggetto è troppo rovinato per riuscirci con risultati accettabili. Eppure note vibrano nell’aria e con esse, spontanee, dalle sue labbra fuoriescono anche le parole «no, woman no cry.» Sorride, come gli altri. Nessuno saprebbe dire perché ma quelle parole le conoscono. Si aggiungono al coro. La memoria dell’uomo che ha acceso il fuoco è corrotta, come quella della donna, dell’umanoide con gli stracci e di tutti coloro che si sono avvicinati. L’uomo non sa che l’unico motivo che lo ha spinto ad entrare nella discarica è la ricerca di Eveline. Non ha più la minima idea di chi fosse Eveline. Non ha nemmeno la minima idea di chi sia la ragazza che suona al suo fianco. Eppure ammirandone i riflessi delle fiamme sul viso di lei e quel timido sorriso che abbozza nel sentirsi osservata, riaffiora alla mente parte di quel ricordo che ha faticosamente tentato di imprimere nella memoria. La guarda, e la sua mente non fa che ripetergli: riportala a casa.
  21. Forse siamo più dalle parte di azione/avventura che dello storico propriamente detto, anche perché non ci sono veri e propri appigli per capire in che periodo storico siamo davvero. Già un riferimento verso la direzione in cui sarebbero stati deportati i detenuti, e per conto di quale Re e/o regina avrebbe aiutato in tal senso. Tipo qualcuno che, dopo aver ammazzato il capitano, avrebbe concluso l'omicidio imprecando qualcosa tipo "Al diavolo tu, il Re Sole e il Castello d'If!" avrebbe fornito al lettore spunti per la collocazione storica del racconto. Non che sia importante, era solo per dire che lo ritengo più un azione/avventura che uno storico propriamente detto. Tra l'altro, anche ben riuscito: si legge volentieri, ha un buon numero di personaggi, più di quanti in genere è consigliato mettercene in racconti di questa brevità, eppure ognuno, anche le brevi comparse, è funzionale allo sviluppo della storia che - almeno a mio avviso - ha un intreccio coinvolgente. Insomma, io ci vedo le doti dell'abile narratore. Solo ai fini del contest c'è un piccolissimo problema: è stato molto apprezzato anche il racconto della tua sfidante. In ogni caso, complimenti.
  22. Pioggia di Settembre

    A me la poesia è piaciuta. Farei giusto qualche modifica, ma è più una questione di gusto personale, un "suona meglio al mio orecchio" che qualcosa di cui ci sia davvero bisogno. Intanto mi lascerei guidare dalla prima frase, composta da cinque versi: Questi li terrei così come sono. Sui prossimi cinque versi invece apporterei piccole modifiche: o anche, nell'ultimo verso "per regalarmi brividi. In ogni caso, "Ecco il vento" mi sembra una frase che spezza troppo il ritmo, creando un prima e un dopo che, a quel punto del componimento, mi sembra stonare. La soluzione proposta non so se sia davvero migliore, ma mirano solo alla ricerca di un maggior equilibrio. Anche quei versi li lascerei come sono. Frase composta da quattro versi, mentre ne avanzano ancora sei. E anche qua c'è la frase più breve che spezza il ritmo la sistemerei, magari aiutandoti con il verso da aggiungere. Mentre Nel voler essere pioggia è un po' incluso il fatto di non volersi sentire più un uomo. Insomma, come concetto un po' è ridondante quindi, proprio per spezzare tutto il componimento in periodi da cinque versi, taglierei. O, al limite, lo sposterei includendolo nella frase precedente. Curioso la scelta di quel "Voglio", come di un desiderio davvero possibile, anziché "vorrei" che lascerebbe inclusa l'irrealizzabilità del desiderio. Ma forse è proprio quello che volevi evitare, in modo da rafforzare l'identificazione dell'autore con la pioggia. Alla fin fine, la trovo una scelta giusta e consona all'effetto che vorresti trasmettere. Nient'altro da dire, al di là di quelle piccole varianti che sei ovviamente anche libero di non seguire, a me la poesia è piaciuta.
  23. Contest di Natale 2017 - Scrittopoli - Off Topic

    Basta che mi lasciate la tag. Altrimenti avviso che ho un mitra e darò battaglia.
  24. [N2017-3] Per una tazza di tè

    a che ti serve la virgola dopo caldo se poi spezzi la frase con un punto? Io la eliminerei. buon per lui, io ho passato anche la fase in cui le donne più anziane si interessavano a me. Il resto è il riassunto della mia vita. Considerando che il soggetto sottinteso è Todd, a me sembra troppo lontano il riferimento precedente per lasciare la frase senza soggetto. Testo che si lascia leggere volentieri. Sui consigli da darti vedo che gente più esperta di me è stata ben più esaustiva, quindi io mi limito a quelle poche cose che a me, lettore in realtà tutt'altro che esigente, ad una prima lettura, sono parse stonate. Se vorrai accontentare anche palati più fini, immagino che i consigli degli altri commentatori ti saranno molto più utili. Carina l'allusione alla propria squadra, l'ho apprezzata. Per me è un buon testo ma, visto che sta gareggiando per una gara decisiva in un contest, credo che avresti dovuto osare di più. Almeno immagino, la tua avversaria in realtà non l'ho ancora letta.
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