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Eudes

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  1. [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    Questo gioco sarebbe dovuto partire in estate, ma lo abbiamo lasciato leggermente in sospeso. Ritardo quasi d'obbligo, considerando che parliamo di un treno! C'è qualcuno tra @Lizz @Daleko @Kotobi @Komorebi @Thea @Joyopi @Doria @wivern @Emy @Dav che ha voglia di riprenderlo? O magari qualcun altro che abbia voglia di aggiungersi?
  2. La mia Bolivia esiste #4

    Ammetto colpevolmente di aver smesso di leggere delle tue avventure boliviane dopo il MI 100, più o meno verso il sesto capitolo. Ai tempi, qualche suggerimento per un'eventuale revisione pensavo di riuscire a darlo, ma ormai ho un po' perso il filo e forse mi servirà un po' per ritrovarlo. Riprendo comunque da dove avevo smesso di commentare. Ricordo che questo capitolo mi aveva colpito. Sia per l'Ubu Ray di Alfred Jarry, opera e scrittore di cui ignoravo completamente l'esistenza, ma anche per i dettagli con i quali iniziamo a scoprire la realtà boliviana: l'occupazione militare, la doppia frontiera come unico modo per portare cultura là dove non ce ne sarebbero le opportunità, le strade non più larghe di una carreggiata, grazie ai quali mezzi pesanti possono permettersi scioperi infiniti con cui bloccare il paese, o il chuño, questa patata dal sapore amarissimo che gli andini venerano, per averli salvati dalla fame (e che credo dica molto anche sul carattere di questa gente). Un mondo che non avrei mai conosciuto, se non leggendoti. L'altra volta stavo per consigliarti, per un'eventuale revisione, di impostare il romanzo alternando capitoli con tre diversi tagli: a) l'io narrante che scopre la Bolivia; b) le avventure e i personaggi dell'esperienza teatrale / c) le email, come una sorta di riepilogo. oltre che per aggiungere riflessioni, sentimenti e a fare da ponte con altri personaggi, quelli rimasti nella terra d'origine. Magari ne riparliamo nei prossimi capitoli.
  3. Cercasi Beta Reader

    @Miss Ribston: non sono solito leggere gialli (anche se capita), ma se per te non è un problema puoi anche inviarmi l'opera. 80000 caratteri entro l'estate direi che sono alla mia portata.
  4. Ciao a tutti :)

    Ci ho vissuto 12 Anni a Pescara! Dai 24 ai 36 anni, grossomodo. E ci tornerei volentieri, se potessi. Benvenuto.
  5. Anche ubriacarsi è un'arte

    @AdSt : Bellissimo quanto immeritato complimento. Grazie, e grazie anche per i suggerimenti. @GiuliaShumaniTutanka onorato che tu voglia condividere una mia citazione su facebook, per quanto penso che, così facendo, dai alla mia scrittura un credito che non si merita. @Andrea28 : grazie. In realtà questo è solo l'incipit di un racconto lungo 5 cartelle (con vaghe ispirazioni prese un po' da La confraternita dell'uva di Fante e un po' da La leggenda del santo bevitore di Roth. Anche se il vero protagonista del monologo non è nessuno dei personaggi quanto il vino in sé. L'ho riletto di recente e, al momento, l'unica cosa che ritengo salvabile, è proprio questo pezzo. @Nanni : forse è vero che la mediocrità non è sempre una scelta, ma resta il fatto che, se non siamo capaci di aggiungere qualcos'altro a quel calice della vita, di fatto finiremo con l'ubriacarci soltanto di quella, volenti o nolenti. @JPK DiKe: Delle modifiche apportate, mi convincono più quelle del terzo blocco, un argomento per ogni paragrafo, rispetto all'incipit. Più per questione di gusti, credo. Essendo un incipit, mette in scena per la prima volta tutti gli elementi. Quindi abbiamo: Anche ubriacarsi è un’arte. (In teoria sarebbe una frase "forte", visto che ubriacarsi è generalmente visto come qualcosa di negativo e l'arte al contrario qualcosa che eleva l'intelletto e lo spirito. Ma è già presente nel titolo, il lettore la conosce, non si può "nasconderla" per creare un colpo a sorpresa, resta comunque l'argomento del racconto ed è presentato come prima cosa); Ne era convinto il mio vecchio, Il mio vecchio, anche se dobbiamo ancora scoprire se si tratta di padre o nonno, è il personaggio principale del racconto. Presentiamo quindi il protagonista, l'ideatore della bizzarra teoria, e il suo ruolo col narratore); come era convinto, non senza ragione, che ubriachi lo siamo tutti, persino gli astemi. (anche se ho presentato solo l'incipit, come dicevo agli altri, questo è un monologo. Dopo le frasi che hanno presentato argomento e protagonista, c'è quel "lo siamo tutti" che mira al coinvolgimento del lettore) C’è chi si ubriaca d’amore, e chi di speranze. C’ è chi è ebbro di sogni, chi di follie. Avventure, misteri, passioni, lavoro, denaro, risate o malinconie, siamo tutti alla ricerca di qualcosa con cui ubriacarci, con cui riempire il calice della vita. A questo punto, dopo aver esposto argomento - protagonista - referente - si entra nel dettaglio della bizzarra teoria, mostrando che, magari, è meno bizzarra di quanto possa sembrare). Diciamo che a me piace l'ordine con cui ho presentato gli argomenti e le tue modifiche me lo sconvolgono un po'. Mentre sul resto, sull'andare per ordine con un solo tema per paragrafo, condivido. @ Tutti: grazie per la lettura, suggerimenti e commento.
  6. No, Thea. Ma leggendo gli altri commenti, a me era sembrato che tutti si erano concentrati sullo stile e nessuno sulla storia, quantomeno sull'evolversi della trama, col vago sospetto che non tutti l'avessero capita, quindi ho preferito dividere il commento in una parte rivolta al lettore e una rivolta all'autore. Mi sono preso tempo per scriverlo, e mi ha comunque aiutato Andrea, quindi non ho avuto bisogno di multivitaminci.
  7. Sirena

    @Emy, grossomodo la tua interpretazione della poesia è corretta. Magari hai un po' esteso il significato della prima strofa, ma ci può stare. Non mi ero accorto della ripetizione del verbo disperdere. Condivido che forse sarebbe più opportuno sostituirlo, ma preferirei farlo con qualcosa meno perentorio di "morire". @millika ciao, grazie. In realtà questa è la mia seconda incursione nella sezione Poesia e... mi avevi commentato anche l'altra volta, anche se con un passaggio veloce, e ormai sono passati secoli da allora. La differenza è che quell'altra era uno dei miei ultimi tentativi prima di smettere di scrivere in versi mentre questa risale ai primissimi tentativi. L'ha ispirata una ragazza, sì, ma anche alcuni versi di Joyce Grazie a entrambe per il commento.
  8. Sirena

    Commento Tra facili amori disperdi i tuoi baci e lasci che siano amori fugaci, scolpiti in noi dentro e dispersi nel vento. E ripeti in eterno momenti infuocati e tratti chi t’ama come fosse la neve che scende giù lieve finché si disperde in acqua e rugiada quindi lascia inalterata la strada. Ed ogni tua storia è più dura di un pugno ma tu vivi sulle ali di un sogno, da docile preda a sirena sfuggente se cambia l’amante, non cambia l’istante. E brucia nel cuore la tua ardente presenza che tu veli di ingenua innocenza e se l’incanto nel passato si spezza Lo rimuove il ricordo di una data carezza. Ma è proprio questa che tu rendi magia: vivere l’amore e farne poesia. Raggio di luce, sirena sfuggente amata da tutti, hai amato nessuno amata da tutti, ti nascondi tra i flutti.
  9. [N2017-2] Lo squarcio

    Ho promesso da tempo questo commento ad AdS. Sono finalmente riuscito a mantenere l'impegno, e spero di non dire troppe sciocchezze. Così come i racconti da me postati durante il contest, il commento è in gran parte mio ma raccoglie i suggerimenti di altri componenti della Retroguardia Trash, che quindi colgo l'occasione per ringraziare. Un po' per scusarmi del ritardo, apro questo commento con un (indegno) omaggio grafico: 1. Estrema sintesi per il lettore che dice di non aver capito nulla del racconto: Siamo in un porto isolato, gestito da un’istituzione che, per molti versi, ricorda quella della Marina Militare. Il racconto è narrato in prima persona, e il protagonista è un superiore, il cui compito è tenere costantemente d’occhio gli allievi. Alcuni di questi accendono un falò con le assi delle imbarcazioni. Il protagonista lo scopre un giorno di domenica, mentre lavorava per aiutare le imbarcazioni che, per via della burrasca, avevano problemi a rientrare. Facendo le verifiche dei danni, scoprono le assi mancanti. I tizi del falò vengono espulsi perché, si dice, "hanno rotto l'equilibrio". Il narratore non la prende benissimo e finirà per rompere l'equilibrio anche lui, con un tuffo. 2. Sintesi meno rapida per capire maggiori dettagli riguardo al racconto: Su un porticciolo, piuttosto isolato dal resto del mondo, gestito da una non meglio identificata istituzione che molto ricorda la Marina Militare, alcuni ragazzi accendono un falò utilizzando le assi di una nave. Il narratore aveva assistito, pur senza parteciparvi al falò, ma aveva lasciato correre. Successivamente, però, viene a conoscenza delle assi con le quali era stato acceso il falò. Se ne accorge perché, un giorno di domenica piuttosto ventoso, ha dovuto aiutare le imbarcazioni a rientrare al porto. Infatti, constatando i danni che la giornata burrascosa ha causato alle imbarcazioni, nota le assi mancanti. Per Beppe, uno dei colleghi del narratore (probabilmente è un graduato) la faccenda è intollerabile: quei ragazzi, con il loro gesto, hanno rotto l’equilibrio e devono essere espulsi. Il narratore si mostra più clemente e comprensivo dal momento che per lui bisogna pur sempre capire che quei ragazzi vivono piuttosto isolati dal resto del mondo, e che quindi anche piccoli gesti come fumare o ascoltare la radio possono provocare attimi di nostalgia. Quindi sarebbe sempre il caso di valutare la differenza tra “negligenza e comprensione” di certi comportamenti. I ragazzi vengono però espulsi e Il narratore reputando eccessivo questo provvedimento decide di sfidare l'autorità e rompere anch'egli "l'equilibrio". Così si tuffa in mare in piena notte, dall’alto del promontorio, mentre i suoi sottoposti assistono alla scena. 3. Versione in prosa semplificata: È suonata la sirena, in piena notte. Normale routine quando ci sono i turni di guardia, ma non è questo il caso: ci sono stati degli espulsi. Le espulsioni sarebbero avvenute perché dei ragazzi hanno violato le regole, accendendo un falò sulla spiaggia (spiaggia fatta di sassi, e non di sabbia). L’io narrante aveva assistito alla scena, ma aveva preferito non intervenire, tenendosi a distanza. Il falò è stato alimentato da diversi oggetti di legno trovati chissà dove, persino delle assi di legno. Di questo falò, il cui fuoco in quel momento illuminava più del faro, si raccontavano diverse storie: chi diceva che i ragazzi che vi hanno partecipato avessero bevuto e fatto casino, e chi raccontava di una sorta di “seduta di lettura”. Chi invece, ricamandoci un po’, disse che avevano fatto sesso. Quello nel quale è ambientata la storia è un piccolo universo isolato, le cui voci si spargono in fretta. “L’attrazione fatale nel vedere qualcosa che sfidava le divinità locali con tutta la tenacia di chi deve emergere” può avere duplice significato: rivolta al fascino della luce del faro, ma anche rivolta a coloro che avevano acceso il falò, i “ribelli” che sfidano l’autorità per farsi notare. A questo punto l’autore ci comunica che siamo in un porticciolo, quel giorno è domenica ma, per il narratore, è un giorno come gli altri tanto che non se ne sarebbe accorto se non glielo avessero fatto notare. Il narratore in quel porticciolo ci lavora, e infatti aiuta le imbarcazioni, ostacolate da un forte vento, a rientrare. Una di esse, incuneandosi di prua nella banchina, ha subito dei danni che le impediranno di tornare al largo prima del pomeriggio. Il narratore (che probabilmente è un graduato, di una non meglio identificata istituzione che, tra le altre cose, ha il compito di tenere sotto controllo quella zona) continua il suo lavoro anche in pausa pranzo, mentre mangia un panino. Nell'espletamento delle sue mansioni, il narratore si accorge che dalle navi mancano alcune assi di legno. Ecco quindi scoperto da dove provenivano le assi con cui è stato appiccato il fuoco del falò! Per gli uomini che appartengono a questa istituzione / associazione o qualunque cosa sia - niente nel racconto lo chiarisce davvero – una radio gracchiante è “l’unico affaccio sul mondo esterno”, tanto da averle persino dato un nome, Lucia. Lucia in quel momento trasmetteva la Formula 1, con Raikkonen in testa alla gara. Il narratore si pente di aver sentito la trasmissione, come si pente quando si concede una birra o delle sigarette. Sono segnali di “nostalgia” di un mondo esterno che torna a farsi sentire e a cui sarebbe meglio non cedere. Beppe, un graduato, un tale ritenuto dal gruppo un’istituzione quasi quanto il faro, non ha preso bene la faccenda del falò. Dice che, con quel gesto, quei ragazzi “hanno rotto l’equilibrio”. Il narratore è invece più accondiscendente, in quanto “ha una diversa concezione delle regole”. Beppe però non vuole coprire il gesto di quegli irresponsabili. Alla fine l’espulsione è avvenuta davvero, e in quei giorni il rispetto delle regole è stato ferreo da parte degli allievi. Anche se qualcuno ha continuato ad accusare il narratore perché lui chiude troppo gli occhi su continue violazioni serali o notturne dei suoi sottoposti. Per il narratore invece, il vero problema è spiegare la differenza tra “negligenza e comprensione” Il racconto si chiude mostrando quanto accaduto alcuni giorni dopo la vicenda del falò. È notte. Dei ragazzi stanno fumando sul promontorio. Il narratore si avvicina e, appena i ragazzi lo vedono, scattano sull’attenti. Ma lui li lascia in pace, va oltre, si toglie la maglietta e si tuffa dal promontorio in mare, “al cospetto dell’eternità”. E anche lui si rende, con quel gesto, di “aver rotto l’equilibrio”. 4. Commento vero e proprio: Quello che non si comprende nel racconto, e che verrà spiegato dall’autore solo nei commenti, è che questa istituzione quasi isolata dal resto del mondo non è la Marina Militare ma una scuola di vela.Scuola di vela che però con la Marina ha molto in comune, in quanto ad essa si ispira, proprio perché pensa che i ragazzi dell’era moderna siano troppi mosci e bisognosi di disciplina. L’autore spiega anche che il racconto è autobiografico e scuola, porto e promontorio esistono davvero, sono quelli di Lerici. Dal mio punto di vista sarebbe stato meglio specificare che si trattasse di una scuola di vela, altrimenti i parallelismi con la Marina fanno pensare soprattutto a questa, depistando il lettore. per farsi seguire, anche con una prosa più complessa, bisogna creare appigli "facili", che il lettore riesca ad afferrare il senso generale della storia. La prosa dell’autore sembra, a una prima lettura, abbastanza complessa, ma solo perché chiede continua attenzione: se perdi qualche passaggio non ritrovi più il senso dell’intero brano.E' una prosa che niente nasconde, eppure niente mostra: bisogna soffermarsi sulle singole frasi, altrimenti non riesci a dar loro un senso. E infatti consiglio all’autore di essere meno intransigente su questo, creando degli appigli che aiutino il lettore a capire, se non tutto, almeno qualcosa di ciò che sta avvenendo. Se ha un'idea abbastanza chiara del senso generale, porrà più attenzione ai particolari. Se non capisce la storia, continuerà la lettura in cerca di "indizi rivelatori", che non troverà. Proprio la faccenda delle assi di legno ne è un esempio concreto: a un certo punto il narratore si chiede "chissà dove diavolo le hanno trovate". Poi, di domenica, verificando i danni delle imbarcazioni, scopre le assi mancanti. Eppure in entrambi le frasi non sembra una cosa importante: nella prima l'attenzione è tutta concentrata sul falò, nell'altra ci concentriamo su un episodio lavorativo del protagonista. Invece intorno a quelle assi gira un po' tutto il racconto: se si scatena il putiferio dell'espulsione non è tanto in quanto "vietato" farlo, ma perché, pur di farlo, quei ragazzi si sono spinti a danneggiare delle imbarcazioni. Considerazioni similari possono essere fatte in relazione alla “voce gracchiante” di Lucia: in quell’aggettivo, gracchiante, c’è l’identificazione del soggetto: è una radio. Io ammetto, dal momento che la Formula 1 sono più abituato a guardarla che ascoltarla, l’avevo facilmente confusa con la televisione. In pratica, basta perdersi un aggettivo per travisare un significato. La sfida che l’autore pone al lettore non è tanto nella prosa “alta”, non ci sono alla fin fine parole desuete o difficili da capire, quanto un’attenzione totale, per cui anche un semplice aggettivo è in realtà un indizio. Che è anche il motivo per cui, consigliare a un autore di utilizzare un aggettivo piuttosto che un altro sarebbe estremamente difficile. Sarebbe come pretendere che utilizzasse parole maggiormente rivelatrici: da un lato potrebbe facilitare la comprensione, dall’altro però ciò costringerebbe l’autore a rinunciare al suo gioco, e a proporre qualcosa di, sostanzialmente, diverso dalle sue intenzioni. Tuttavia qualche piccolo appunto, proviamo a farlo lo stesso: Da un punto di vista grammaticale, la frase così non funziona, essendo priva di soggetto. Il lì potrebbe essere sostituito da “Quello”. Nel caso si optasse per la soluzione “quello”, per evitare una ripetizione sgradevole, il “Quella sveglia” potrebbe essere sostituito da un “La sveglia”. Quel “per dirla ricamandoci un po’ su” potrebbe essere spostato, come inciso, dopo “magari”. Anche in questo caso, per una maggiore scorrevolezza della frase, quel "di poppa al rientro”, potrebbe essere spostato ad inizio frase. “Avessi chiuso” in luogo di chiudessi. Cosa vuole dire con questa frase? Che la spiaggia non era di sabbia ma di pietra? Giusto. (o forse no, considerando che una spiaggia “ciottolosa”, priva di sabbia, sempre spiaggia resta). Quel "a conti fatti" che senso ha? C'è bisogno di "fare conti" per vedere che non c'è la sabbia? Capisco che sia un modo di dire ma appare assolutamente superfluo. 5. Titolo La stessa scelta del titolo, “Lo squarcio”, sembra seguire la stessa logica della prosa. Infatti secondo la Treccani la definizione di squarcio è: 1. Larga lacerazione, apertura o fenditura: fare, produrre uno s.; un telone pieno di squarci; aveva un largo s. nel ventre, un’ampia e profonda ferita; l’urto contro lo scoglio aveva prodotto un grande s. nello scafo; uno s. aperto nelle mura dalle cannonate nemiche. Con uso estens., e con partic. riferimento a scenarî naturali: passando sotto un albero egli fermò il cavallo per contemplare uno s. di paesaggio che sembrava un quadro simbolico(Deledda); 2. fig. a. Brano, passo di un’opera letteraria, drammatica o musicale, di un testo: leggere uno s. di prosa, di poesia; un bello s. oratorio; recitò alcuni s. della tragedia; avviò il giradischi per farmi ascoltare uno s. del 1° atto del «Rigoletto». b..Squarcio di tempo, breve spazio o intervallo di tempo in mezzo ad altre occupazioni: guarda se trovi uno s. di tempo libero per fare questa telefonata. 3. Quaderno (detto anche stracciafoglio) su cui i commercianti annotano provvisoriamente le partite che saranno poi riportate nei libri mastri; A parte la definizione numero 3, direi che in qualche modo il racconto rappresenta le altre: lo squarcio come una lacerazione, quell'inquietudine che il protagonista sente dentro di sé dopo quell'episodio (o di cui quell'episodio è solo una maggiore presa di coscienza); ma può significare anche "visione limitata di un panorama" oppure "breve intervallo di tempo" o "piccolo brano letterario". In qualche modo, il racconto si adatterebbe un po' a tutte le definizioni (e non deve essere un caso, a mio avviso) 6. Conclusioni Chiudo con due consigli per aiutare la chiarezza del testo, visto che questo sembra essere stato il maggior ostacolo dei lettori di questo racconto. Il primo riguarda l’attenzione ai capoversi: un capoverso sviluppa un argomento centrale e un tema, ovvero un’informazione fondamentale riguardante quell’argomento. Non andare oltre (con troppi argomenti, o troppe informazioni fornite in poche frasi), semplifica le lettura. Il secondo è una citazione dello stesso Barthes, di cui l’autore ha dichiarato essere un estimatore: «Nell’esordio, l’autore deve impegnarsi con prudenza, riserva, misura; nell’epilogo non ha più da contenersi, s’impegna a fondo, mette in scena tutte le risorse del grande gioco patetico».
  10. Anche ubriacarsi è un'arte

    Commento Anche ubriacarsi è un’arte. Ne era convinto il mio vecchio, come era convinto, non senza ragione, che ubriachi lo siamo tutti, persino gli astemi. C’è chi si ubriaca d’amore, e chi di speranze. C’ è chi è ebbro di sogni, chi di follie. Avventure, misteri, passioni, lavoro, denaro, risate o malinconie, siamo tutti alla ricerca di qualcosa con cui ubriacarci, con cui riempire il calice della vita. “E gli altri, chiedevo io?”, ingenuo. “Quelli che non inseguono i sogni, non cercano speranze, non vivono avventure, non sono in cerca d’amore e non hanno denaro?” “Quelli – mi rispondeva il vecchio, con un sorriso – beh, quelli si ubriacano di mediocrità”. Ma lui no, lui si sentiva un’artista, e si sa, gli artisti usano solo i materiali adatti. Nossignore, lui per ubriacarsi, avrebbe usato il materiale giusto. Diffidava delle birre, mal tollerava lo champagne, aborriva i cocktail e a stento sopportava i liquori. Per ubriacarsi, diceva, per ubriacarsi ci vuole il vino. Perché anche le proprie sbronze devono essere capolavori. Non ricordo quanti anni avessi quando iniziò a farmi certi discorsi, dieci anni forse, od anche meno. E voi ovvio, penserete che fossero inadatti ad un bambino. E forse lo erano davvero, inadatti, ma, se lo aveste conosciuto, non vi avrebbero stupito. Il mio vecchio stava solo cercando di insegnare a suo figlio tutto quel che sapeva. E tutto quel che sapeva riguardava il vino. Citava Mario Soldati, secondo il quale, “il vino è la poesia della terra”. E lui, quella poesia, voleva che imparassi a viverla. Diceva che c’era un vino per ogni momento, quello complice di giochi d’amore, e quello per brindare con gli amici, quello per festeggiare e quello per illudersi. Solo, mi raccomandava, “non usare mai il vino per dimenticare”. Era inutile, insisteva, affogarci i ricordi. “Tanto i ricordi galleggiano. Se pensi sia il caso, con il vino, puoi affogarci le lacrime”.
  11. Nelle tenebre

    Ho capito che preferisci lasciare il protagonista senza nome. Per il lettore lui sarà semplicemente il giovine. Più avanti si capisce anche perché. Però ti conviene trovare qualche variante con cui definirlo. considerando che, per gran parte del brano, è l'unico personaggio del pezzo, la ripetizione continua si avverte. Concetto troppo simili e ravvicinati, creano ridondanza. Ho pensato ai ragni, alle lucciole, al mondo degli insetti. Non quelli che scoprirò poche righe dopo essere i veri protagonisti delle storie. Meglio così, significa che il pezzo funziona bene: dà indizi sulla verità, ma allo stesso tempo depista. Riscriverei usando meno aggettivi, tipo: Era un bagliore freddo e doloroso, per nulla simile a quelli del sole o della luna. Si muoveva senza requie, oscillava privo di ritmo illuminando pochi dettagli del condotto scuro, trasformandolo in un’orribile bocca di roccia irta di denti deformi. Era una falena scintillante dal moto nevrotico che si avvicinava sempre di più, facendosi più grande e più terribile minacciosa ad ogni respiro. Per dire, sappiamo già di trovarci sul fondo di un pozzo, non hai bisogno di specificare che il condotto è "scuro". Credo che il pezzo si possa snellire evitando ridondanze di questo tipo. Ce ne sono un po' sparse qua e là. Non tantissime, tuttavia risolvere questi piccoli dettagli credo aiutino a rendere il testo più pulito. Altro non mi sento di segnalarti perché tutto sommato il pezzo è scorrevole e si lascia leggere volentieri. Gioca un po' sull'ambiguità su chi sia il protagonista e chi siano i mostri, ma è un effetto voluto e, alla loro vera identità, non ci si arriva facilmente, se non quando l'autrice decide di svelarla. Pezzo scorrevole che riesce nei suoi propositi quindi, per me è sufficiente per poter dire che il racconto è riuscito.
  12. Contest di Natale 2017 - Scrittopoli - Off Topic

    Per quanto mi riguarda, ho vissuto il primo turno da spettatore e ha prevalso la curiosità di come avrebbe funzionato il gioco. Tra il secondo è il terzo turno, trovo ci fossero molte più idee e spunti interessanti nel secondo turno piuttosto che nel terzo. Nelle quarti ho notato che racconti che a me sono parsi molto belli sono stati quasi trascurati da altri. Però il livello generale non mi è sembrato tanto più alto rispetto alle eliminatorie, se non nella forma (meno refusi o frasi arzigogolate o cose simili). Nelle semifinali qualcuno magari ha accusato un po' di stanchezza e ha reso meno di quanto avrebbe potuto, però c'erano anche racconti davvero belli. Comunque, ho avuto spesso la sensazione che, quasi sempre, i racconti migliori della tornata si sfidascrivere tra loro (peccato, perché o si dividevano la posta in palio o bisognava "punire" qualche racconto che, se avesse avuto maggior fortuna, avrebbe vinto con largo punteggio molti concorrenti delle altre sfide).
  13. Perché sono ottimista

    La teoria di "un lettore alla volta" non può portare a nulla di significativo finché l'incremento non diventa esponenziale. Per spiegarmi: a) il primo anno ho 100 lettori. b) mi impegno di più e meglio il secondo anno. Diciamo che riesco a non perdere i miei primi 100 lettori e, visto che mi sono dato da fare, la mia capacità di guadagnare lettori stavolta è aumentata del 30%. Insomma, ne ho guadagnati 130, da aggiungere ai 100 che non ho perso, per un totale di 230 c) il terzo anno sarò capace di guadagnarne 150, dei 230 del passato qualcuno lo avrò perso per strada, ma facciamo finta di no, e in 3 anni sono a 380 lettori (e credo di conoscere una marea di lavori che, in tre anni di tentativi, danno molte più soddisfazioni di quelle che potrebbero darti i guadagni derivanti da 380 lettori) d) continuando di questo passo magari arriverò anche a 3000 lettori, ma ci avrò messo tipo una dozzina di anni o anche più. E, in 12 anni, l'editoria potrebbe essere anche talmente cambiata senza che io sia riuscito ad adeguarmici, da rimettere tutti quei numeri, di per sé non alti, in discussione. La cosa sarebbe diversa se il guadagno dei lettori diventi "esponenziale". Tipo, raddoppiando o triplicando di anno in anno. Tanto per fare un esempio: il primo anno 100 lettori, il secondo 200, il terzo 400, il quarto 800, poi 1600 ecc. A quel punto in sei o sette anni di tentativi, sì, avresti fatto il botto. Credo che il primo caso (un guadagno percentuale di anno in anno) sia comunque alla portata di qualunque bravo scrittore motivato ad impegnarsi per la diffusione delle proprie opere. Per il secondo caso (un guadagno di lettori che, a un certo punto, diventi "esponenziale") invece credo servano, notevoli capacità imprenditoriali e di marketing, prima ancora della bravura letteraria. Al limite, una massiccia dose di fortuna.
  14. [N2017 - S] Due pianeti color nocciola

    Quindi, ammesso che abbia capito le intenzioni dell'autore: a) nella prima parte il lettore doveva equivocare le parole del protagonista, convincendolo si trattasse della scena conclusiva di un caso di eutanasia; b) nella seconda, l'equivoco avrebbe dovuto essere svelato, e il lettore avrebbe dovuto capire che, invece, quello che era avvenuto davvero era l'esecuzione di un omicidio da parte di un serial killer psicopatico. Almeno per quando mi riguarda, a non essermi arrivato è stato proprio il concetto di eutanasia: la buca, il sacco, ma anche la frase "per farlo aveva scelto il campo del vecchio Enzo, che a quell’ora era chiuso in casa a farsi un pisolino senza sapere se ne sarebbe uscito vivo. Si stava prendendo un rischio, ma lo affrontava con calma." mi han fatto pensare da subito alla possibilità di mafia, omicidi, serial killer o cose del genere. Di cui ho trovato conferma solo nel finale. Però, appunto, non mi ha "sorpreso". Persino il caldo e le zolle di terra dure e secche mi han fatto pensare al meridione e ai delitti su commissione della criminalità organizzata. Io, leggendo le parole di Silvestro rivolte all'amata ho pensato semplicemente "ok, forse l'amava, intanto l'ha fatta fuori lo stesso". Quindi arriva la telefonata con il mandante, ho solo avuto conferma di qualcosa su cui in realtà non avevo tanti dubbi. Quello che invece non potevo sapere, né la telefonata rivela, sono le cause di quell'omicidio. Non che le pretenda, però se non avverto quella telefonata come il colpo di scena che avrebbe dovuto sorprendermi, va un po' a monte l'impianto del racconto. Almeno a me, è stato questo a lasciarmi la sensazione che al racconto manchi qualcosa. Anche in WaterEnd c'erano tante domande senza risposta, tuttavia non davano alla storia la sensazione di "incompletezza". A mio avviso, sarebbe stato più facile (e forse anche inaspettato) fare il contrario: tutto che lasci pensare a un delitto su commissione, per poi scoprire che la morte della ragazza sarebbe avvenuta per esplicita richiesta di lei, e quello di cui abbiamo letto era davvero un caso di eutanasia.
  15. Cosa rende un libro un buon libro?

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