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Alb†raum

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    Scrivo racconti scabrosi in cui tratto più o meno di ogni cosa oscena che mi viene in testa, disegno in stile anime a tempo perso sperando un giorno di fare un fumetto e leggo un po' di tutto.

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  1. Un grazie a tutti!
  2. Chiedo gentilmente se mi è possibile entrare a far parte delle casacche blu. Sono qui da un po', e questa famigliola comincia a piacermi. Spero che i miei interventi nell'ultimo periodo siano stati sufficienti, ma soprattutto intelligenti.
  3. @Floriana Il link del suo commento c'è, è semplicemente in fondo al testo
  4. Ti faccio due note prima del commento vero e proprio: Ripeti un po' troppe volte "ragazza" nel corso del racconto e non gradisco completamente i numeri messi in mezzo al testo (tranne quelli lunghi, per quelli ci sta). È un racconto particolare, ma in senso buono. Raramente mi ritrovo a dire che uno stile particolare è buono, perché spesso sono realizzati da persone che hanno poca conoscenza della scrittura e tentano di imbastire figure retoriche a casaccio per impressionare il lettore. Trovo che in questo racconto ci sia invece un'ottima conoscenza della narrazione, al punto che ti liberi di tutto ciò di cui non vuoi raccontare e ti focalizzi su una manciata di particolari rilevanti alla volta. L'effetto è strano e lo sto ancora analizzando. È come se la narrazione mi trasportasse avanti in maniera naturale, ponendomi di fronte figure, immagini, avvenimenti. Mi ritrovo a essere Gioele e allo stesso tempo sono al di fuori di lui, perché il tutto è elencato quasi come se fosse un rapporto di polizia. Hai uno stile che non mi sembra di aver mai letto prima e che riesce a confondermi. Vorrei davvero poterti dare dritte o criticare, perché scritto così questo commento non ha più utilità per te che uno shitpost, ma trovo difficile trovare un modo di farlo perché il tuo racconto è, di per sé, eccezionale nella forma. Quindi: complimenti. Sto spulciando qualcos'altro che hai scritto qui e vedo che questo stile è sempre stato il tuo forte. Hai pubblicato qualcosa? A rileggerci.
  5. @Edison Grazie del commento, prima di tutto. Arricchire il racconto di spiegazioni sarebbe controproducente all'idea di fondo, che sarebbe quella di svelare il mito solo alla fine e di lasciare al lettore interrogativi riguardo ciò che sta accadendo. Ermes era il dio dei ladri e dei bugiardi e me lo sono immaginato come un poco infantile (ignorando però così tutte le sue altre aree di protezione, che sono invece molto complesse e mature); mi sono anche immaginato che, di fronte alla sorella dea che pretende di essere una bambina, lui stesso si sia abbassato al suo livello per dileggiarla. Ma è anche visibilmente ubriaco, quindi Atena non ci fa caso.
  6. @Cabeleira Ciao, grazie del commento. La modifica al mito è principalmente data per far ambientare tutto nell'Olimpo; in questo caso, Zeus avrebbe rapito Elettra e portata nella stanza del Palladio per violentarla. Atena la usa poi come scusa per liberarsi dei sensi di colpa e dare via quel simulacro che le ricorda il cadavere dell'amica. La storia di per sé è finita ed è un racconto concluso. @Riscrivi Il tuo nome fa presagire male e sei in realtà molto utile. Riguardo all'eclissarsi, volevo dare l'idea che sembrasse davvero il passaggio da un mondo a un altro. Per il resto sei stato molto attento e ti ringrazio per i refusi segnalati.
  7. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28655-i-tre-imperatori-capitolo-primo-bianco/?p=491064 Aprì la porta con un fruscio e se la chiuse alle spalle una volta dentro. La luce calda del corridoio si eclissò e si spense. Buio. “Sono qui solo per una visita”. Fece scorrere la mano contro il muro alla ricerca della strada, lasciando una scia di sudore come una lumaca. “Solo per una visita. Anche se nostro padre ci scopre non può dirci nulla. Non è vero?”. Un passo, due, il marmo era freddo e lei aveva i piedi nudi. Si avviò rabbrividendo e cercò di ricordarsi dove fosse la strada. Era nel corridoio a destra o a sinistra di quel dipinto? Vedeva appena e non riuscì a ricordarsi quale fosse, se quello di suo padre o quello della sua amabile consorte. In quei quartieri le era vietato andare, e le poche volte che aveva sfidato il divieto la punizione era stata esemplare; si sfiorò sovrappensiero i lividi sulle braccia, e a ogni tocco le pareva che si accendessero piccole braci a contatto con la pelle. “Destra” pensò, e imboccò la sinistra in un nuovo androne senza luce. Attraversò un bosco di colonne passandosi di mano in mano i fusti in un gioco che non la divertiva. Come erano belle quelle sale di giorno! Quando l'avevano portata lì per qualche festa era tutto decorato con l'oro, dai motivi sul soffito alle cesellature delle colonne variopinte. La luce entrava da grandi aperture sul tetto e veniva riflessa dagli specchi sulle pareti creando una serie di riflessi frastornanti, e le era parso di camminare in un androne di puro chiarore. Guardò verso una delle grandi lastre di metallo lucido, e tutto ciò che vide specchiato fu la sagoma di un volto pallido, con le orbite degli occhi oscurate e le labbra ritratte, un cadavere o uno spettro. Si coprì la bocca e distolse lo sguardo per trattenere un grido. Aveva un fiato che le soffiava sul collo, ma doveva essere brezza, perché alle sue spalle non c'era nessuno. Papà la stava seguendo? No, non era possibile: lui dormiva molto lontano, due o tre piani sopra, non ricordava bene. Anche quel posto lo aveva esplorato da clandestina, e anche per quello aveva scontato qualche frustata. Era stato bello, ma non ne era decisamente valsa la pena di non riuscire a stare dritta in piedi per un paio di settimane. Suo padre non era molto gentile con quell'arnese in mano. Nemmeno quando non lo aveva, doveva dire: non si ricordava una volta in cui avesse giocato con lei, o l'avesse accudita senza una serva che lo aiutasse. Contemplava il proprio regno dalle finestre del palazzo con un'espressione fosca che lei non era mai riuscita a tradurre; qualche volta spariva, lasciandosi dietro una moglie che disfava letti e distruggeva vasi perennemente seguita da una gran pompa di ancelle che provavano a calmarla. “La nostra è una così bella famiglia”. Ridacchiò. Anche lei era così, no? Una bastarda. Una bastarda regale, certo, ed era una fortuna che suo padre fosse molto largo ad accettare anche i suoi innumerevoli figli di sangue non nobile a corte. Eppure quando la moglie di lui la fissava, il sangue le si rimescolava nella testa. La regina la odiava. La odiava così tanto che l'avrebbe voluta morta, ma c'era qualcosa nelle carezze che si costringeva a fare che le suggeriva che non poteva, che suo marito si sarebbe arrabbiato, arrabbiato davvero. Era una fortuna che non l'avesse mai visto tale, perché nessuno le aveva mai voluto raccontare cosa accadesse in quei momenti. Un'altra porta, sapeva che era quella giusta. Non vi erano scritte o decorazioni, solo l'ennesimo specchio sull'entrata, uno sporco, offuscato. Spalancò, entrò, chiuse dietro senza lasciarsi sfuggire un sospiro. «Sono qui» mormorò, senza risposta. Il pavimento era coperto da un tappeto morbido e lei si mise a strisciare in ginocchio come le piaceva fare quando stava lì, e si godette il tepore della stoffa sulle ginocchia. «Mio padre non vuole che venga. Dice che mi fa male, che dovrei imparare a fare qualcos'altro. Tornare a leggere, forse». Cercò a tentoni. Incontrò una mano, piccola e fredda, e la strinse nella propria per scaldarla. «Sono nata adulta, dice. La sua figlia preferita in una reggia di bastardi». La carezzò appena, ma era come toccare una bambola di legno o una statua, e la morbidezza della pelle era disgustosa e repellente al quel pensiero. “È un'amica, non una bambola” si ripeté. «Avrei solo voluto essere bambina per un po'. Fanciulla, neanche infante. Posare l'elmo, la lancia». Si avvicinò la mano dell'amica in petto e vi fu un rumore come di pezzetti di legno che urtavano la terra. Prese per la spalla l'amica caduta e la risollevò delicatamente. Le parlava come se la potesse sentire – perché la poteva sentire, non era vero? - e le parole fluivano come mai erano fluite. Forse era per il buio, per non vedere quegli occhi enormi spalancati, così simili ai propri. «Ti ho uccisa io, non è vero?» Silenzio. Tese la mano verso il petto dell'amica e ve le posò alla ricerca di un'inesistente battito. L'aveva colpita lì, un po' più su, forse. Suo padre le aveva detto che era affogata, ma era stata una bugia stupida, inutile. Se lo ricordava perfettamente: aveva mirato al petto, dove il suo scudo stava aspettando, ma lei non lo aveva alzato. Sangue, urla. Si passò i polsi sugli occhi gonfi; prese l'amica sotto la nuca e le gambe e la sollevò. Era leggera, più di quanto si fosse aspettata. Suo padre l'aveva fatta bene, sì. Marmo? Ma sentiva i suoi capelli fra le dita, e quelli non erano di certo di pietra. Se non avesse visto il corpo di lei bruciare, avrebbe creduto che si fosse limitato a impagliare il cadavere. Attraversò i corridoi, tornò alla luce della sala. Lì non vi era soffitto, ma una luce soffusa permeava le pareti. All'entrata, suo fratello dormiva su una seggiola, sdraiato con i piedi sul tavolo da pranzo con ancora resti di cibo. Lo svegliò con un calcio. «Che... caspita?» mormorò, riscuotendosi. «Ti addormenti ancora sul tavolo da pranzo?» lo sgridò, allo stesso tempo ringraziando che non si fosse nascosto a dormire in qualche cantinetta di sotto attaccato a un barile di vino. Ci avrebbe impiegato giorni a trovarlo, lì. «E tu devi dare sempre emicranie a tutti? Sarò io il prossimo che si farà rompere la testa con un'ascia per non averti più tra le palle». «Modera il linguaggio. Nostro padre vuole che tu porti questo di sotto». Le porse il simulacro dell'amica. Il fratello lo fissò come avrebbe guardato uno sterco di mucca. «A quest'ora? Questa roba qui? Fammi parlare con lui» fece per sollevarsi, barcollando visibilmente, ma lei lo fermò con una mano. «È con la soave sposa nella sua camera. Tu non vuoi disturbare la soave sposa nei loro momenti felici, non è vero?» «Questa è una patetica scusa per usarmi come facchino!» strepitò, balzando in piedi. «Ho la mia dignità, signorina!» «Sì, e ti comporti come un infante capriccioso. Piglia». Gli porse di nuovo il simulacro e questa volta lui lo prese con un grugnito. «E dove lo mollo?» Lei si passò una mano sul collo. Dove poteva mandarla? Senza far insospettire quell'idiota, ovvio. Dov'era che avevano vinto, ultimamente? Quella città lì a est, com'è che si chiamava? «Ilio. Ha detto di portarla a Ilio. È un dono per la loro nuova città. Finché la custodiranno, non potranno essere sconfitti». Il fratello la guardò, fissò la statua e poi scosse le spalle. «Altre idee originali, vedo. Non finirà bene». «No, non finirà bene se non parti subito. Vai». Lui sbuffò. Si diresse verso la porta d'uscita e poi, con un salto, prese il volo con i suoi sandali alati, e in pochi istanti lui e il simulacro dell'amica sparirono nella notte. Atena si sedette al tavolo con le braccia conserte. Suo padre sarebbe uscito tra qualche ora dal suo giaciglio. Cosa gli avrebbe detto di Pallade? Che aveva fatto la bambina capricciosa e che l'aveva buttata via? Che non sopportava più di averla così vicina e di non poterle parlare? O forse per quell'Elettra, sì, quella che aveva deciso di far coricare proprio in quella stanza, perché no. Chiuse gli occhi e si addormentò. “Non finirà bene” le ripeté suo fratello, distante.
  8. L'alba dell'indomani o l'alba, l'indomani , altrimenti il periodo è poco chiaro. Trovo che questo sia un elenco un po' lungo per cose del tutto slegate. Sarebbe stato meglio se ci fosse stato un punto dopo umidità per chiudere quel periodo (di sensazioni interne al castello) e quello successivo (che contiene quelle esterne). Magari anche un "e" al posto della virgola dopo legno Li aveva. Qui ti devo esprimere un mio dubbio: storicamente i padri nobili si occupavano poco dei figli. Non era tanto per crudeltà, quanto per il fatto che avevano effettivamente da svolgere diversi compiti, quindi lasciavano l'educazione a dei professionisti e trascorrevano con la prole qualche tempo, magari portandola a caccia o interrogandola sugli studi. Soprattutto Re che necessitavano di amministrare un ampio territorio. Noto che hai tentato di scrivere una fiaba arricchendo le figure di uno spessore umano innovativo, ma dovresti fare attenzione che il nuovo spessore sia coerente con ciò che scrivi. Di per sé non è comunque grave, perché i principi potrebbero essersi comunque affezionati al padre. Trovo che numeri tra le lettere spezzino il ritmo di scrittura. Non era un re? Filippo, Eaco, Floriant, Eadric, Hazgor? Non c'è un po' troppa libertà coi nomi? Trovo il passaggio poco convincente per la maniera eccessivamente melensa in cui è espresso. Poi Filippo poteva essere un romanticone, ma insomma, è anche abbastanza inquietante. Un paio di punti al posto delle virgole per scandire il discorso sarebbero stati meglio. Inoltre la tematica presentata "del capitolo di una grande storia che si chiude" è particolarmente abusato e te lo sconsiglierei. Non ho capito completamente lo scopo stilistico del narrato. È in parte fiaba e in parte fantasy, ma l'unione dei due generi crea diverse incertezze, tra le quali un'esasperazione del lato umano dei principi, che appaiono poco verosimili, e un sapore romantico nel descrivere questo medioevo (rinascimento?) che è troppo pulito: anche le fiabe contengono la loro sana dose di porcherie, tra topi che divorano tutto il cibo, pestilenze, pedofili, lupi, veleni, traditori... tutte dimensioni di un tempo in cui si discuteva se nascere morti fosse davvero così brutto. Questo primo capitolo contiene i tratti fondamentali della fiaba: un re buono, i figli pietosi, la moglie fedele, il consigliere fidato e i sudditi soddisfatti. Il che non è un male, perché le fiabe sono effettivamente un genere di racconto che ha le proprie basi su queste figure; qui, tuttavia, hai anche posto molto in evidenza eventi che una fiaba non avrebbe mai preso in considerazione: la morte del re e le reazioni dei figli, il lutto, il funerale... tutti accadimenti che sono analizzati in maniera molto ravvicinata e che per questo sono indecisi se volgere nel fantasy classico, dove la narrazione è per scene, come nel teatro, ed è quindi show don't tell, o verso la fiaba tradizionale, che è più narrata, e quindi rapida. È come se il tuo racconto non riuscisse a decidersi da quale delle due parti stare e si riduca a un compromesso che ho trovato poco efficace, perché è stilisticamente più "semplice" del fantasy tradizionale e allo stesso tempo più articolato della fiaba. A ciò contribuisce la scarsa caratterizzazione dei personaggi: Filippo è, appunto, il Re buono e abbastanza stereotipato delle fiabe, i tre figli sono un'unica entità le cui "teste" non si sono ancora distinte per azioni indipendenti, la regina e il consigliere sono nomi di cui ci viene descritta la funzione. Anche la trama è particolarmente semplice (per adesso), visto che ricalca quella di molteplici fiabe. Noto che qui c'è voglia di scrivere e di articolare una storia; tuttavia ti consiglierei di decidere se ciò che vuoi raccontare è davvero un fantasy oppure una fiaba. Sono due generi che sembrano parlare delle stesse cose, ma che in realtà si discostano profondamente dal punto di vista stilistico, ma anche nelle trame e nei personaggi. Anche romanzi fantasy-storici come Gli occhi dell'imperatore di Laura Mancinelli hanno il loro stile tipico. Forse ti avvicini più a quest'ultimo genere più che agli altri, da quanto ho letto ora, ma è solo una mia opinione. In sintesi, noto desiderio di scrittura, quindi chiarisciti le idee e va' avanti. A rileggerci.
  9. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28530-luovo-di-vetro-parte-1/?p=489104 Parte 1: http://www.writersdream.org/forum/topic/28112-cthulhu-girls-caldo-doloroso-piacevole-parte-1/ Si calcò il cappello a punta sulla testa e prese la scopa che aveva appoggiato alla parete per dare un'ultima pulitina all'entrata, visto che quella mattina quella birbona aveva deciso che raggiungere i carboni ardenti per fare i bisogni era troppo faticoso. Uscì di casa respirando l'aria putrescente della palude. La luce di una lanterna schermata da una cassa toracica era appesa a un palo e rischiarava i dintorni quasi a giorno. La casa sorgeva nel mezzo di un mare di fango acquitrinoso, circondata da un canneto fitto in mezzo al quale si nascondevano coccodrilli. Non si facevano più vedere da quando Carmilla aveva deciso di farsi qualche nuovo paio di scarpe. Entrò nel proprio elicottero personale, schiacciò un paio di levette e le pale cominciarono a ruotare. Il canneto venne scosso dal vento e tutto il fango schizzò contro coccodrilli che si erano voltati spaventati per il rumore, mettendoli in fuga. Qualche istante dopo solcava i cieli dirigendosi verso la città, al momento solo una macchiolina luminosa e distante. «Andiamo a divertirci, Carmy?». Una voce accanto a lei sovrastò il rumore delle pale e dello sfrecciare delle raffiche di vento. Carmilla si voltò. Accanto a lei era seduta una bambina dai capelli blu con una tunica porpora e un mantello nero. Teneva i piedi nudi appoggiati sui comandi e frugava in un pacchetto di patatine. Tirò fuori un vermiciattolo viscido e immobile dalla pelle rugosa, lo spellò per metterselo in bocca e in quel momento Carmilla realizzò con un ghigno che non si trattava davvero di vermi. «Hai preso alla lettera il mio consiglio di ingoiarti una borsa di cazzi, Yaga» commentò, muovendo il joystick di controllo per tranciare con le pale uno stormo di anatre in migrazione. Il suono delle loro ossa contro il tettuccio fu uno splendido sottofondo. «Io spero che tu abbia seguito il mio, invece» Yaga risucchiò rumorosamente il vermiciattolo mandandolo giù senza nemmeno masticarlo. «Farti fottere finché non capisci più l'alto e il basso». Carmilla si portò una mano alla bocca, arrossendo. «Io mi sto conservando per il mio sposo» balbettò, immaginando il momento in cui le membra di fango e bile dell'amato l'avrebbero potuta avvolgere in un abbraccio e invasa in tutto il corpo. Già sentiva gli occhi bruciare e il ventre scoppiarle mentre la mente le scivolava nella follia... come se raggiungere livelli peggiori di quello in cui si trovava fosse possibile. Sarebbe stato bellissimo in ogni caso. «Cthulhu non uscirà mai da R'lyeh. È un hikikomori sfigato che sta al computer tutto il giorno a masturbarsi su hentai e a immaginarsi la sua waifu loli di merda mentre ammazza gente in su...». La sua faccia esplose in uno schizzo di sangue, materia cerebrale e ossa spezzate mentre il braccio di Carmilla, diventato un gigantesco artiglio con dieci dita, le scavò nella carne. «Non parlare così di me!» strillò. Le lunghe unghie ossute afferrararono un pezzo di cervello e lo divelsero dal cranio gettandolo contro il vetro dell'elicottero. «Non parlare così del mio amore!». Le strappo la gola, la lingua, gli occhi, finché quello che rimase della testa di Yaga non fu che una conca d'osso in cui pezzi di carne maciullata e vene scoperchiate zampillavano macchiando il sedile. Come osava quella troia insultare lei e il suo signore, come si permetteva di definirla una loli di merda! Secondo lei era facile già a quell'età essere scelta per portare avanti il volere di un Dio antico come lui? Dover far fronte a tutta quella gente che la sfotteva su internet e a dover mentire sull'età ogni volta che si registrava su un sito? Yaga sollevò un braccio per indicare qualcosa fuori dall'elicottero. Carmilla si voltò appena in tempo per vedere i riflessi di un caccia bombardiere venirle contro. Doveva aver leggermente preso quota mentre era distratta ad ammazzare la stronza... oppure i nuovi sensori riuscivano ad andare oltre gli incantesimi di anti individuazione. Diede un colpetto ai comandi. L'elicottero precipitò a sinistra e le budella le arrivarono in gola mentre attorno a lei le nubi illuminate dai fari sfrecciavano come frecce appannandole completamente il vetro. L'aereo virò per inseguirla. La radio cominciò a sfrigolare. «Al pilota dell'elicottero immatricolato S4X-M4H D1K, ti stai avvicinando allo spazio aereo di Roma, ripeto, ti stai avvicinando allo spazio aereo di Roma, identificati». Carmilla prese il microfono e si schiarì la gola con un colpo di tosse. «Tua madre!» urlò. Lo sfrigolare dei proiettili contro lo scudo magico le fece capire quanto la battuta fosse stata gradita. «Davvero un intelletto ironico fuori dal comune» Yaga aveva ancora mezza faccia sfasciata, ma la boccaccia le si era già ricostruita del tutto, labbra, denti e lingua compresi, anche se le guance erano ancora aperte e si potevano vedere le corde vocali in contrazione mentre sparava stronzate. «Devi insegnarmi come fai a inventarti battute del genere». Un occhio riprese forma dallo sfacelo di carne e la fissò con severità. «Taci, fottuta weeb» digrignò fra i denti. Concentrarsi, doveva concentrarsi. Qual era la manovra che le avevano insegnato in questi casi? Un missile impattò contro la barriera spazzando via l'elicottero di diversi metri. Si sentì lo schiocco violento delle gambe di Yaga mentre l'urto gliele piegava fin dietro le orecchie e poi le sue urla, subito soffocate dal cappello di Carmilla che le volò in faccia. Forse l'avrebbe smessa di metterle i piedi sul cruscotto. Tirò il joystick all'indietro con tutta la propria forza. L'elicottero si impennò in un violentissimo loop che fece desiderare alle sue interiora di trovarsi in un altro luogo. La sagoma scura e scintillante del caccia apparve brevemente di fronte a loro. «CTHULHU È GRANDE!» «Guarda mamma! Fuochi d'artificio!». Lucia indicò con il proprio scettro da Sailor Moon la vampata di fuoco che colorò di rosso la periferia di Roma, infestata di bambini con i loro genitori che andavano a bussare alle porte di ogni appartamento. La madre della bambina, divorziata di venticinque anni, le tirò il braccio per costringerla ad andare avanti. Perdere una serata stratosferica alla disco per portare fuori quella rompicoglioni era una cosa che non riusciva a mandare giù. «Su, non hai raccolto nessuna caramella questa sera, non vuoi bussare a quella porta?». Finse un sorriso e indicò un condominio che aveva appese ovunque sagome di zucche e pipistrelli. Una candela a forma di testa mozzata disgustosamente realistica li accoglieva sul vialetto. Che cazzo avessero in mente gli americani quando hanno inventato una festa per bambini con quel bruttume esposto ovunque non lo sapeva davvero. «Ma mamma! I fuochi d'artificio! Io voglio vederli» le strattonò il braccio. Sua madre sbuffò rivolgendo gli occhi al cielo. «Ok, ma cinque minuti che poi dobbiamo andare avanti o non torniamo più a casa» strizzò gli occhi per aguzzare la vista. In cielo vedeva un po' di nuvole, le stelle e la luna. Sperò ardentemente che non avessero deciso di farne altri. «Io non ne vedo più» disse dispiaciuta Lucia, avanzando di qualche passo e affondando un piede nella cacca che un cane aveva pensato bene di sfornare in mezzo al marciapiede. Sua madre non si preoccupò di trattenere una bestemmia. Aveva pagato trenta euro quel cazzo di costume e altri quaranta quelle scarpe e gliele sporcava la prima sera che la portava fuori. «Torniamo a casa» sbraitò. «L'assegno di tuo padre sta finendo e tu mandi a puttane tutto!». La bimba strattonò mettendosi a piangere. Tutti avevano lo sguardo puntato su di loro, e qualche genitore stava portando via i bambini. Fantastico! Ora erano anche lo zimbello del quartiere! Cosa sarebbe successo ora, si sarebbe messo a piovere?Lucia venne sbalzata all'indietro di una decina di metri e solo per fortuna atterrò in un cumulo di foglie secche alla base di uno steccato. Sua madre era ora una patina di sangue e gelatina che lordava il manto stradale.
  10. Trovo che qui la brevità e la divisione con soli punti delle frasi crei un ritmo che mi risulta abbastanza sgradevole e monotono. Qualche virgola o punto e virgola avrebbe potuto aiutare molto, o addirittura una riscrittura del periodo perché risulti un attimo più articolato. Ripetizione molto ravvicinata di "vita". Stava sognando, non dovrebbe ricordare. O sbaglio? L'ordine delle azioni non mi sembra chiarissimo; da quello che leggo, capisco che lei gli sorride e lui, contemporaneamente (mentre), arrossisce, abbassa lo sguardo e infine si decide a rispondere. Anche quell'imperfetto contribuisce a pensare che siano azioni contemporanee al sorriso della ragazza. Sarebbe stato più chiaro se fosse stato "Lei mi aveva sorriso e io arrossii abbassando lo sguardo prima di decidermi a rispondere" o qualcosa di simile. Non sono il tipo che va in giro a dire che una congiunzione a inizio frase è scorretta grammaticalmente, ma qui perlomeno, secondo me, stona. Un più lapidario "Inciampai" avrebbe reso l'imprevisto dell'inciampo molto più veloce. Il sacchetto di pane sembra apparso dal nulla, perché prima non lo menzioni nemmeno una volta. Se avessi specificato brevemente "il sacchetto di pane che tenevo in mano" sarebbe stato molto più chiaro che il tuo personaggio l'ha sempre avuto dall'inizio della scena; capisco anche che questo è un sogno e quindi il sacchetto sarebbe potuto davvero apparire dal nulla, ma a questo punto forse "un sacchetto di pane apparso dal nulla" sarebbe stato più appropriato. È implicito che lo stia guardando se lo sta descrivendo, visto che il personaggio è il POV. Va l'apostrofo Qui avrei messo "io arrossii nuovamente e sorrisi" per lo stesso motivo di prima, ovvero la continuità delle azioni. Qui è lecito pensare che prima arrossisca di imbarazzo e poi spiaccichi un sorriso, ma forse sono io che la vedo così. "Mi costrinsi" piuttosto, visto che nessuno lo costringe. Anche qui probabilmente è solo il mio parere. Sarebbe stato interessante se avessi descritto brevemente le cianfrusaglie invece di liquidarle così rapidamente. Cosa le rende strampalate in un mondo dove iPhone vengono venduti a fianco di cuori di drago e pollo fritto? Così abile che non sono serviti altri dialoghi per convincere il nostro protagonista ad acquistarli. La faccenda mi sembra liquidata un po' troppo frettolosamente, tanto che non si capisce nemmeno dove li riponga, questi oggetti (dentro al sacchetto di pane? In tasca?) Oltretutto, non ho idea se le Mine usate qui siano le stesse usate in antichità, ma 10 mine dovrebbero corrispondere circa a 2000 dollari attuali. Il che potrebbe essere ragionevole se il calice fosse davvero d'oro. Ma chi si porta 2000 dollari in tasca per andare a comprare il pane? Segno qui, ma l'annotazione vale per tutto il tratto successivo. L'incontro con la sorella mi pare tenda un po' troppo sullo stereotipo della "sorellona scontrosa che in realtà vuole bene al fratello". Tutto il discorso ha come ossatura questo rapporto che si alterna fra freddezza, critiche e poi, improvvisamente, affetto, tutto proposto in maniera che sa poco di nuovo, perché rapporti simili sono molto comuni, soprattutto in manga/anime/film d'azione dove la protagonista femminile è quasi inevitabilmente di questo stampo. Risulta che la sorella mi appare come un personaggio poco "sincero" e umano e più come un cliché. Poi non ho ben capito perché avesse tanto da ridire sul mestiere da musicista del fratello, ma questo potrebbe essere un particolare che non hai ancora spiegato. "Le diedi un rapido bacio" sarebbe sembrato un po' meno appassionato. Aver introdotto da subito un elemento topico, il suddetto ovetto di vetro, è una buona cosa per far capire la sua importanza nella vicenda, ma l'introdurre il tutto come un flashback (un sogno, tra l'altro) è uno stratagemma che trovo un tantino abusato. Questo è poi un mio parere, ma avrei piuttosto cominciato a narrare senza il preambolo iniziale, così che l'entrata in questo mondo strano (e molto originale, devo dire) fosse stata più improvvisa. Devo poi dire che non mi è dispiaciuto l'assembramento di culture e tempi nell'ambientazione perché ha la potenzialità di sviluppare il racconto in diverse direzioni interessanti; da questo punto di vista, ti vorrei solo avvisare di fare attenzione a non perdere la tua stessa coerenza, ovvero di non cambiare il valore ai soldi o la valuta utilizzata per il mercato da un capitolo all'altro. Il lettore deve trovarsi dentro l'ambientazione e comprendere la sua logica, dopotutto. I personaggi sono un poco abbozzati: il protagonista per adesso appare piuttosto insipido e... non protagonista? Solitamente un protagonista modella la storia e la influenza attivamente, lui per adesso si è limitato a subire gli eventi. Il che non è necessariamente un male se la faccenda non si protrae eccessivamente. Piuttosto non ha dato molti cenni di mostrare il proprio carattere o, visto che è musicista, di parlare un poco dei pezzi che gli piacciono suonare, o magari il suo nome (che magari mi è sfuggito). La sorella, come ho detto sopra, non si è discostata di molto dallo stereotipo di sorellona maggiore scontrosa. Il vecchietto appare un po' come il mago pazzo delle fiabe, quello di cui non si capisce bene il ruolo nella storia fino alla fine, e anche lui non è molto ben reso. Ora è ancora presto per dire qualcosa sulla trama, quindi per adesso devo dire che il taglio sulla morte (?) della sorella è stato buono per creare aspettativa. Detto questo, prendi i miei consigli per quello che sono e non abbatterti se sono duro! A rileggerci.
  11. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28348-sguardi-e-pensieri/?p=487056 Maria si accostò alla finestra. Fuori, nient'altro che neve, un paesaggio bianco e monotono, qualche volta interrotto brevemente da macchie nere di rami o cancelli sepolti. Sul cortile interno le impronte degli stivaletti di Lucia e Marco sporcavano la tavolozza il tempo che serviva ai grossi fiocchi per ricoprire tutto. Dovevano essersi nascosti sotto il porticato. Avrebbe dovuto richiamarli? Toccò la maniglia, si ritrasse rabbrividendo. Forse più tardi, quando si sarebbe scaldata un poco e avesse smesso di nevicare. Sì, potevano stare ancora fuori. Andò in soggiorno e mise dentro la stufetta un altro paio di ciocchi. Il fuoco li sgranocchiò avidamente, e lei si godette lo scoppiare delle scintille e le vampate che le fecero sudare il collo. In quei giorni solo il fuoco mangiava, e presto neppure più lui, vista l'altezza della riserva... a meno che non avesse deciso che dare fuoco alle bottiglie d'acqua vuote fosse una buona idea. Ridacchiò tossendo e si portò una mano alle tempie che le ronzavano. La testa le faceva male e la fronte era calda, bollente. Febbre. Non era iniziata così anche a Carlo e ai bambini? Non avrebbe mai pensato che potesse finire in quella maniera, lei imprigionata in casa, sola. Le venne voglia di andarlo a vedere, solo per accertarsi che respirasse ancora. Si sollevò e si diresse verso l'ultima porta del corridoio. «Ciao, Carlo» mormorò entrando nella camera da letto. L'uomo era sdraiato con braccia e gambe spalancati e tenuti tirati da spesse corde che lo immobilizzavano sul telaio. Dal naso e dagli occhi uscivano flebili rivoli di sangue. Il petto si alzava e abbassava al ritmo della condensa che usciva dalle labbra. Era vivo? Era la centesima volta che se lo chiedeva. Gli toccò il collo, lì dove ci sarebbero dovuti essere i segni delle corde con cui aveva provato a soffocarlo, e il freddo le attraversò i guanti di lana. Da caldo scottante che era per la febbre un giorno era diventato gelido. Un blocco di ghiaccio che non chiedeva acqua né cibo, eppure viveva. «Caldo» balbettò l'ammalato. «Lasciami andare fuori. Al freddo». Silenzio. Passi su per le scale. Maria si acquattò alla porta d'entrata. Davanti allo spioncino passarono due figure nere. «Mamma» disse una delle macchie. La voce era quella della sua bambina e allora seppe che era Lucia. «Mamma, ci servono i secchielli». «Vogliamo fare un castello di neve!» esclamò Marco. Maria prese dalla cassa dei giochi due secchiellini di plastica rosa. Avevano ancora dentro la sabbia del parco, nonostante tutte le volte che li aveva sciacquati. Quando era stato? Forse in autunno, forse estate. Quando era meno freddo, ma non ricordava. Aprì uno spiraglio di porta e sporse i due giocattoli fuori. Una manina nera, vaga come un'ombra di fumo si serrò sul bordo, e all'istante il freddo le risalì le dita. Si ritrasse. «Grazie, mamma» disse il bambino, ridendo. «Come state?» domandò lei, un riflesso di tempi lontani. «Benissimo. La neve è bellissima. Sono tutti fuori a giocare. Non vieni anche te?» «Io non sto bene». «Starai meglio subito. Non è brutto il freddo. Ti ci abitui». «Almeno lascia che venga papà. Lui sta già bene» aggiunse Marco. Il suo sorridente volto bluastro fece capolino dalla macchietta nera. «Papà non può uscire. Adesso andate a giocare». Chiuse la porta e scivolò a terra. Non voleva lasciarlo andare. Non voleva che diventasse come i bambini. Si guardò la mano che aveva toccato il secchio, scintillante di venature bluastre. Tra poco si sarebbero uniti a loro comunque.
  12. Eviterei l'utilizzo di "grazie" per intendere le forme femminili visto quanto è abusata come espressione. Eviterei anche l'utilizzo di avverbi come "voluttuosamente"; tendono a voler dire tutto e nulla e a risultare vaghi nei contesti di narrazione. Piuttosto esplicita il significato dilungandoti un attimo. Ridondante; nel senso, sono donne e gli uomini le guardano, troverei implicito che stiano ammirando un corpo femminile. Anche questa a mio parere è un'espressione abbastanza stereotipata. Troppo... esplicito? Mi spiego: la riflessione risulta a mio dire fin troppo diretta, tanto da risultare poco significativa e a sembrare l'intervento dell'autore nella vicenda. Anche le parti successive mi appaiono sofismi un poco vuoti e un poco messi lì, come se d'un tratto il protagonista mi avesse voluto far sapere cosa pensa della società e la sua opinione sul mondo. È quasi un infodump, una "discarica di informazioni" che tu dai del protagonista in quel determinato momento. Non avendo il resto del romanzo per il contesto pregiudica di molto la mia opinione, ma mi pare che qui ci sia troppo desiderio di far brillare il personaggio nella luce di un nichilista senza speranze sul mondo senza dargli il tempo di mostrare questo lato di sé con l'andare degli eventi. Ricalca molto il "tutto è vanità" del Qoelet. Anche qui, non trovo che ci sia molta originalità nel nichilismo del personaggio. Non riesco a comprendere molto cosa significhi nel contesto; con ultimo canto della cicala intendi "la morte della vanità sfrenata"? Quest'immagine idilliaca è anche piuttosto banale. Il topos dell'evasione dal mondo frenetico è molto comune e va analizzato con una certa attenzione per non limitarsi a dire "quanto sarebbe bello se nel mondo non esistessero tutte quelle brutte cose". Cosa che, purtroppo, leggo in questo testo. In sintesi, ho trovato che lo stile fosse un poco carente: poca attenzione alla creazione di scene e alle descrizioni e forse troppa all'introspezione, che risulta ingombrante e, per i punti che spero di aver espresso in maniera appropriata ed esaustiva sopra, poco convincente. Il personaggio non è delineato al di fuori del proprio nichilismo, sembra anzi ossessionato dalla vanità del mondo al punto di non riuscire a pensare ad altro; cosa che, a parte se malati mentalmente, non è un fatto comune. Per la brevità del frammento è ovvio che non ci possa essere una capacità di narrazione così approfondita; tuttavia non ho trovato che il testo mi ispirasse alcun pensiero nuovo o immagine particolarmente attraente, né mi ha coinvolto in maniera profonda attraverso magari delle scene concise ma efficaci, come altri frammenti in sezione. Questi sono i miei due cent, e comunque è sempre uno sforzo volersi mettere alla prova facendo leggere qualcosa di proprio ad altri.
  13. Resuscito il thread con la copertina per Cthulhu Girls?! che ho disegnato in giornata (cliccate per zoomare)
  14. @Thea Si scrive correttamente Albtraum, si legge ˈʔalptʀaʊ̯m (alptraum con la "u" come in "book") e si traduce in "incubo". E tra parentesi scopro ora che vuol dire "sogno dell'Alp", e l'Alp è un vampiro. The more you know.
  15. Rinnovo pubblicamente le scuse già date in privato riguardo al messaggio acido e schifosamente superbo che ho formulato in risposta ai commenti di @Socio della birra. Il mio non è stato un comportamento adatto per una sezione di confronto e scambio di opinioni come questa ed è stato intollerabile in un clima che dovrebbe essere volto alla libera comunicazione. Chiedo scusa anche per il ritardo con cui pubblico il suddetto, questo a causa dello studio e di altri impegni. Ringrazio lo staff per la comprensione nei miei confronti. Mi riprometto di non reagire più in quella maniera per non contaminare ulteriormente la sezione di tossicità e cattivi sentimenti. Vincenzo.