Vai al contenuto

tazzinadicaffè

Scrittore
  • Numero contenuti

    18
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    1

tazzinadicaffè ha vinto il 26 agosto 2012

tazzinadicaffè ha inserito il contenuto più apprezzato di quel giorno!

Reputazione Forum

-3 Inopportuno

Su tazzinadicaffè

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 07/05/1977

Informazioni Profilo

  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Alessandria

Visite recenti

1.219 visite nel profilo
  1. proposta editoriale: che ne pensate?

    Vi ringrazio per la sollecitudine con cui mi avete risposto (almeno voi!)... A Villegas: si, ho dato un'occhiata sul forum delle promozioni e ho trovato almeno un paio di esordienti che hanno pubblicato con la CE in questione. Pare non esserci alcun problema, è considerata free, nessuna lamentela... A Claudio: grazie per aver isolato un paio di punti salienti che per mia inesperienza non riuscivo a focalizzare. Di certo, se deciderò di valutare seriamente la proposta di questa CE, le chiederò infatti di specificarmi se sono obbligata a "comprare" editing da loro o meno, e se le 500 copie previste per la prima edizione verranno stampate da subito. Forse chiederò questi chiarimenti alla CE; per il resto mi toccherà aspettare, anche se l'attesa è nevrotizzante! Voi come fate a sopravviverle?
  2. proposta editoriale: che ne pensate?

    ciao Claudio, ma per informarmi sulla serietà della casa ed. come faccio? Qui mi imbarazza fare il nome; vado su un altro forum in incognita? Finora, per sondarne la serietà, mi sono basata sul sito e commenti vari su forum. Certo, non è il massimo, ma ha il suo sito, le sue pubblicazioni cartacee, i suoi e-book, interviste di autori qua e là, mi pare che sia presente alle fiere...insomma, può andare. E scusa, io poi sono una sconosciuta, non me la tiro mica, a me andrebbe pure bene così. Solo è quella richiesta di 300 euro che non so come spiegarmi: mi snobbano? Non mi amano abbastanza? Oppure è solo un piccolo aiuto che chiedono in buona fede? Questi dubbi mi privano dell'orgoglio, mi fanno regredire a degli stati...
  3. proposta editoriale: che ne pensate?

    ciao ragazzi, grazie a tutti x i consigli ! siete troppo saggi x me: avete ragione, dovrei aspettare! cercherò di farlo. Ma vorrei ancora chiedervi una cosa: ammettiamo che non mi risponda più nessuno - perchè è possibile che avvenga - secondo voi, una proposta del genere sconfina nell'editoria a pagamento? Cioè, ammettiamo che non avessi altra scelta: sarebbe meglio rifiutarla per non macchiare minimamente il mio curriculum - rinunciando alla pubblicazione - o accettarla anche se non è un granché? Abbiate pazienza per gli infantilisi delle mie richieste, ma queste faccende mi esasperano rispondendo poi a chi mi chiedeva se il mio romanzo abbia bisogno di un editing: beh, credo di si; non si dice che tutti abbiano bisogno di un editing?Comunque, anche se quest'ultima generalizzazione non fosse vera, rimane vero che il mio romanzo ha bisogno di essere rivisto nel dettaglio da un'attenzione e uno sgurado estranei. casa editrice print-on-demand? non me ne intendo molto, ma mi pare di no, sul contratto c'è scritto che la prima tiratura è di 500 copie. Ma forse non so cos'è la pod
  4. proposta editoriale: che ne pensate?

    Ciao cari, ho bisogno dei vostri consigli: lungo il mese di luglio ho spedito un mio romanzo a una cinquantina di case editrici. Finora mi hanno risposto in cinque: quattro a super pagamento e una che non so come valutare. Vi spiego, mi propone questo: 500 copie cartacee e versione e-book, 10% sul cartaceo e 80 cent. per ogni e-book. Non chiedono contributi per la stampa, né acquisto minimo di copie o altre cose del genere. Però non fanno editing, e mi hanno scritto che se non ho nessuno a cui rivolgermi per farlo potrei avvalermi dell'aiuto di un loro collaboratore, a cui dovrei versare il contributo di 300 euro - che, a loro detta, conisterebbe nella metà della spesa complessiva per l'intero lavoro Cosa dite, vi convince? Devo aspettare un'altra proposta? Ma sono presa da smania! Io non so valutare, perchè sono inesperta in quest'ambito. E' la prima volta che mando qualcosa alle case editrici Grazie
  5. IMMAGINARI

    si, hai ragione...anch'io vorrei essere più banale, meno eccentrica - nella scrittura, intendo. A Bradipi: ho letto il topic, sono questioni interessanti - per certi aspetti. Grazie
  6. IMMAGINARI

    A Wasting e Frà: vi ringrazio per gli apprezzamenti! Per quanto riguarda l'assenza di trama, certo, è assente: è un racconto che non può affatto dirsi auto-conclusivo dal punto di vista dei "fatti", poiché manca quella classica e sostanziale concatenazione che trasforma i semplici fatti in un "evento". Semmai qui l'evento è costituito dall'insorgenza e dalla maturazione di una "suggestione". In effetti il mio racconto appartiene ad un contesto narrativo più ampio, un romanzo, da cui è stato tratto. Anche da questo, credo, deriva la sensazione di incompletezza. Una cosa curiosa è questa: Frà, tu dici che l'emozione è totalmente assente. Pensa che curioso: io invece lo sento profondamente emotivo. Certo, si tratta di un'emozione repressa e offuscata, ma proprio per questo ancora più penetrante e passionale. Ora, per esperimento, mi verrebbe voglia di postare un racconto che reputo davvero privo di emozione! Chissà che effetto farà...
  7. IMMAGINARI

    ma no Bradipi, non ti ho mica dato il voto...tu hai avuto l'impressione che nel mio testo ci fosse una severa contraddizione - e questo è un fatto, come tu giustamente dici - ed io ho avuto l'impressione che tu ti sia lasciato "severamente" abbindolare - e questo è un altro fatto. Per il resto non saprei, se ti ho trasmesso un tono saccente mi spiace, non era nelle mie intenzioni! Purtroppo l'assenza di "toni" della comunicazione virtuale può storpiare le intenzioni espressive
  8. IMMAGINARI

    Il precedente messaggio era per Chinotto. Ringrazio Melocactus: pur di accettare il suo complimento, d'ora in poi crederò in Dio...
  9. IMMAGINARI

    Hai ragione, ci sono troppi "che". E' vero, devo prenderne atto. Ti ringrazio per avermelo fatto notare, così non va. Ci lavorerò su, ma non so come fare, perchè quando penso alla sintassi, scrivo malissimo. Devo fare l'orecchio, accordarmi su un ritmo privo di "che"
  10. IMMAGINARI

    Chiedo anticipatamente perdono ad Anja per i font diversi e per la mia incapacità di inglobare correttamente citazioni e risposte. Cercherò di svegliarmi
  11. IMMAGINARI

    Secondo la regola “show, don’t tell” questa frase è poco chiara, a che tipo di ambiguità si fa riferimento? ma non è mia intenzione rispettare le regole! men che meno se si chiamano "show, dont't tell"... Del municipio? Di qualche altro edificio? Nella medesima frase ho parlato del palazzo del Comune, pensavo si capisse La parola “fosforescente” è usata due volte in poche riga, la seconda impropriamente, le meduse sono bioluminescenti, vero che “bioluminescenza” è una parola proprio brutta, ma usare la stessa metafora a breve distanza potrebbe essere evitato.Non ho usato gli aggettivi come metafore, però hai ragione, è meglio evitare la ripetizione Ma se neanche la narratrice sa bene quali siano le proprie intenzioni? Appunto, è questo che l'uomo capisce Dio va maiuscolo? Si, vero, Dio è meglio maiuscolo, se no sembra che io sia una pagana imprecisa Una metafora serve a dare più informazioni, non a rendere più oscuro. Come siede uno gnomo?No, qui no...la metafora non ha nulla a che fare con le informazioni: tra il linguaggio e la realtà delle cose non vi è corrispondenza biunivoca come nei sistemi informatici. Le metafore evocano affinità tra ambiti apparentemente incomparabili, generando un senso ulteriore. Meno male che è così, altrimenti tutta la comunicazione umana si sarebbe già esaurita in un'estenuante teoria tautologica Vi leggo una contraddizione severa. Di "severo" qui c'è solo il modo in cui ti sei lasciato abbindolare da una falsa identità: dietro la medesima parola "volontà" si esprimono sfumature di significati differenti Personalmente trovo sgradevole questa frase, il prolasso è (dal dizionario): Abbassamento o fuoriuscita di un organo dalla cavità in cui è contenuto, siamo nell’ambito della patologia. Eh sì che siamo nell'ambito della patologia! Non c'era mica bisogno del dizionario... Non ho capito, trovo tre significati per “efflorescenza” (parola che ignoravo), e sono: 1 chim. Proprietà di un composto idrato di perdere l'acqua di cristallizzazione a contatto con l'aria, divenendo opaco e poi riducendosi in polvere 2 geol. Formazione, dovuta all'umidità, di cristalli salini su rocce o terreni 3 med. Eruzione cutanea (vedi: http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/efflorescenza.shtml ). Quale dei tre è corretto? Mah, io veramente l'ho ripresa a orecchio dal latino, la sua etimologia è bella: ex (fuori) - florescere, o florere (fiorire): fiorire al di fuori La maggioranza degli editor non ama la d eufonica. “irretenti” participio presente del verbo “irretire”, mi sfugge quale sia il senso qui, anche considerando che “Un uomo alto e magro, con occhi molto belli, può permettersi tutti gli altri difetti del mondo” quindi sono gli occhi di lui a essere in grado di circuire, sinonimo di irretire. Dici che gli editor non la amano? Come mai secondo te? Io non ho mai avuto a che fare con un editor però. Per la questione dell'irretimento, ma no, dai, un funzionario comunale con gli occhi da soprammobile, cosa vuoi che irretisca? Se non ho capito nulla delle frasi precedenti è evidentemente un mio limite, ma qui l’immagine è chiara si tratta di uno scuoiamento. A questo punto vorrei lasciarti una faccina normale, che sorride, ma non la trovo! “sgridai” è il solo verbo all’indicativo. Certo, rompe l'illusione! Grazie per l'attenzione che mi hai dedicato
  12. IMMAGINARI

    Ciucciuzza, che dirti...non sono abituata a tante attenzioni e ad una così raffinata sensibilità d'animo! Non posso che ringraziarti, e continuare a leggerti con grande piacere
  13. Vivere Secondo Adam Navarro-Capitolo 3 (parte 3/3)

    Non si fanno esercizi di stile e soprattutto si considera che dall'altra parte c'è un autore che deve avere il massimo rispetto anche se ciò che ha scritto, secondo un punto di vista che e' sempre personale, andrebbe rivisto. Ad Anja dico: la tua sensazione che io abbia mancato di rispetto all'autore è un punto di vista molto personale, molto più dell'effettiva necessità, da parte dell'autore, di rivedere quantomeno gli aspetti più basilari dei suoi testi - quali errori grammaticali, refusi, ecc. Testi che in verità - al di là dell'ironia da me adoperata volutamente per richiamare l'attenzione su un autore meritevole ma, a mio parere, un poco ignorato ed incompreso - io reputo di grande valore. Vanno bene i font?
  14. Vivere Secondo Adam Navarro-Capitolo 3 (parte 3/3)

    a swetty dico di andarci piano con le sue faccine di stupefatto terrore! devo ammettere che né meno forse non è tanto più in voga al giorno d'oggi, ma è corretto. Che posso dirti...ecco, Tozzi, ad esempio, prendi il nostro buon vecchio Tozzi: Ma né meno loro, naturalmente, sapevano che medaglietta fosse ("Con gli occhi chiusi"). E' probabile che lo stessi leggendo quando ho composto il mio racconto
  15. IMMAGINARI

    COMMENTO: Ero piuttosto attratta da gente ambigua, amavo frequentare dubbie compagnie. Per un certo periodo ho seguito un uomo. Era un uomo alto, magrissimo e un pò dinoccolato, come un burattino con i fili che non arrivano all’altezza di chi li manovra, alla cui presa sfugge cascante. Credo che fosse un funzionario comunale, o che s’occupasse dell’amministrazione di qualche ufficio, perché spesso lo vedevo sbucare dalle stradine laterali che conducono al palazzo del Comune in piazza della Libertà, o sgusciare veloce rasente i muri fuori da un’uscita di sicurezza. Inoltre portava sempre con sé una vecchia cartella in pelle marrone, e indossava malinconici completi che a loro tempo dovevano essere stati molto eleganti. Ciò che mi attraeva in lui era la sua magrezza eccessiva, l’aria di gloria trascorsa che si portava appresso, come un peso di cui non riusciva a disfarsi ma che, nel frattempo, lo faceva risplendere d’una misteriosa luce riflessa, come polvere che diventa fosforescente sotto le lampade UV. Aveva una testa un poco schiacciata in senso orizzontale, come se una pressa invisibile tentasse di ravvicinargli il mento alla fronte, il che gli dava un’espressione lievemente buffa, per il contrasto che creava col suo corpo tirato per il lungo. Gli occhi, quello sì, erano molto belli. Un uomo alto e magro, con occhi molto belli, può permettersi tutti gli altri difetti del mondo – pensavo. Erano occhi-chincaglierie, non occhi-occhi. Sembravano biglie blu con onde violacee, come meduse fosforescenti nel mare buio, ma morte. Non che non muovesse gli occhi – il mio uomo non era cieco, mi pareva anzi vederci benissimo, difatti già durante la prima passeggiata che condussi, diciamo, appresso a lui, mostrò di aver visto e compreso benissimo quali fossero le mie intenzioni e ciò che stesse accadendo; ne ebbi la prova un paio di giorni dopo, quando fu lui a mettermi a fuoco con un’occhiata rapida di riconoscimento, mentre io attraversavo disattenta piazza della Libertà verso via Mazzini. E’ sveglio, il ragazzo – pensai. Comunque i suoi occhi avevano una fissità da soprammobile di lusso, che mi attrassero ma, allo stesso tempo, fin da subito, mi allontanarono sentimentalmente da lui. Per qualche remota ragione lo sentivo più debole di me, più bisognoso di cure e amorevolezze, tutto dedito alle moine con cui assicurarsi protezione dal prossimo. Solo avrei voluto poter osservare a modo mio il suo lungo corpo nudo, adagiarlo da qualche parte, non dico già d’averlo tra le mani con lo spirito anatomico e dissezionante che si ha verso un cadavere, ma poter a mio agio disporre di lui, sospendergli la volontà e la coscienza, e sottrargli una parentesi di vita, sulla quale stampare il mio marchio, come un timbro su un bel prosciutto. Immaginavo d’averlo condotto con me presso uno scantinato – niente sesso, non ci si immagini nulla di sessuale, per l’amor di dio – e di averlo poi disposto lungo un tavolaccio di legno scabro, giusto un asse buttato alla bell’e meglio su due cavalletti, per lasciarlo lì immobile, che attendesse. Io mi sarei messa in un angolo buio, seduta come uno gnomo su uno sgabello, a fumare una sigaretta. Non gliene avrei offerte, non perché gli negassi volontà e desideri, ma perché lui, durante quegli attimi che m’immaginavo sublimi, altro non sarebbe stato che un mio prolasso, un’efflorescenza carnale di me stessa. Forse avrebbe potuto parlare, forse stimolato dalle mie domande avrebbe risposto, ma sarebbero state le risposte e le parole che io avrei detto tramite un altro corpo – il suo - in quel momento. Certo non ci saremmo assomigliati, perché lo stesso spirito come può mantenersi uguale a sé stesso in due corpi e filtrato da occhi tanto diversi? I nostri occhi erano dei colini: i suoi dalle maglie larghe e slabbrate, incapaci da trattenere in sé nulla di ciò che raccogliessero in giro, come un pescatore animalista libera le prede tramortite; i miei fitti ed irretenti, strumenti doganali d’alta intransigenza, che richiedono altissimi dazi d’uscita. Io ero un essere conservatore e ritentivo, lui un uomo dissipante, all’acqua di rose. Mi sarei rivolta a lui, gli avrei chiesto: “Che ne pensi di questo posto?”, lui mi avrebbe detto: “Non è un po’ troppo buio?”, e che lui mi rispondesse con un’altra domanda non avrebbe potuto far altro che rimarcare le mie credenze su di lui, sul fatto che lui dal mondo non esigesse nulla, e che solo coi suoi gesti di immobilità quotidiana traeva un’identità e una distinzione dignitose. “A me qui piace molto” gli avrei detto, “Qui sopra ci sono le persone che camminano, che parlano, ognuna distinta, ognuna credendo d’essere sé stessa dietro ai propri affari. Io invece sono qui, un piano sotto terra, a farmi gli affari miei, a capire le cose come meglio vadan capite. Mi intendi?”. “No” – mi avrebbe risposto l’uomo con gli occhi da biglia. Io avrei allora cominciato – per esempio - a lavargli le gambe, non con umile devozione, ma per sfondare un confine. Chi l’ha detto che io debba toccare dei corpi solo per riprodurmi o per procacciarmi un piacere? Che dittature son mai queste? Lui ne sarebbe rimasto imbarazzato, avrei sentito i suoi tendini sfuggire furtivamente alle mie mani, e la sua pelle insieme ritrarsi come lenta marea lasciando scoperto un tratto, su cui non potevo più far presa. L’avrei lasciato andare, guardando con durezza i suoi occhi tanto morti ma ancora così paurosi di fare la cosa sbagliata. “Ma cosa credi che sia l’inferno?” – lo sgridai, con voce durissima. “Non ti capisco”, m’avrebbe quasi implorato. “Hai paura di te stesso? di me? Dello scantinato?”, lui si sarebbe allora alzato mestissimo, si sarebbe passato un lenzuolo o una camicia attorno alle spalle, e sarebbe scomparso nel fumo della mia ennesima sigaretta. Spesso pensavo a scenate del genere, quanto le desideravo! Come mai- mi domandavo sinceramente – mai nessuno arriva da me con queste esigenze? Non dico già esigenze per filo e per segno identiche alle mie – ambirei all’impossibile – ma quantomeno esigenze dello stesso genere! Non riuscivo a capacitarmi del fatto che nessuno volesse vivere lo stesso tipo di “situazioni” che io con tanta dovizia di particolari m’immaginavo. Perché gli uomini mi portano a cena e poi in macchina o in un albergo? Perché mi portano a casa loro credendo di rendermi allora felice? Perché non si domandano una buona volta che cosa desiderano dai corpi degli altri? Come mai credono che gli unici turbamenti consistano nell’omosessualità o in qualche pedanteria sadomasochista? L’uomo allampanato dovette pensare che gli facessi il filo, e ogni volta in cui ci incontravamo per caso io notavo che la sua camminata si faceva un poco più importante, ma quasi impercettibilmente. Non ricambiò mai in alcun modo le mie visibili attenzioni, solo la sua vanità ne uscì fiera e rinfrancata. Una volta lo seguii imperterrita dai giardini della stazione fino a piazza Garibaldi e poi piazza Marconi, dove si fermò a chiacchierare con un tizio dall’aspetto noioso, mentre io compravo frutta e verdura fresche alle bancarelle, voltandomi di tanto in tanto per controllarlo. Lui si voltò verso di me tutte le volte in cui mi girai per guardarlo. Ero io che lo sincronizzavo, pensai per sdrammatizzare la mia figura di merda. Tuttavia non mi scoraggiai, e quando il mio uomo congedò quel noioso continuai a stargli dietro lungo i portici di piazza Garibaldi e in corso Cento Cannoni, fino a quando non rallentò i suoi passi, ed io i miei, per estrarre un mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni. Ero a pochi metri da lui, e potei notare grosse vene in rilievo sulla sua mano magrissima. Avrei voluto prenderla, tenerla. Non prenderlo per mano, avrei solo voluto la sua mano: non dico staccata dal corpo - ma la sua mano. La mano infilò le chiavi nella serratura di un portone, e lui vi sparì dentro. Quella notte sognai di essere a casa sua – immaginai che abitasse all’ultimo piano della palazzina in cui l’avevo visto entrare, in un appartamento ampio e smussato come una grande radio anni ‘50. Ce ne stavamo muti sdraiati ognuno sulla propria chaise-longue, come su una spiaggia asfittica o in un’implicita seduta psicanalitica. La mia sdraio era di un colore viola caldo, come lavanda mescolata alle foglie scure e vellutate, la sua verde acido, brillante. Gli stessi colori che anni più tardi potei notare quando rinnovarono l’arredamento interno del Mc Donald’s di Alessandria. Guardavamo la città al crepuscolo da grandi vetrate che lasciavano libero lo sguardo sui due lati nord ed est dell’appartamento. C’era moquette, pulita. Non si fumava. Che cosa si faceva dunque? Non lo so, stavolta ero io nell’immaginario di lui.
×