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albieg

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  1. Sarebbe come non studiare Shakespeare per un inglese o Goethe per un tedesco, o Pushkin per un russo. Alcune grandi letterature hanno dei maestri assoluti (o dei padri) che non possono essere sottovalutati. Lo studio della Commedia per tre anni ci sta tutto.
  2. Dipende sempre da caso a caso. Faccio un esempio, il video di Kooly Noody di Pier Mosca. Fino a un anno fa i commenti erano "bello, bella la canzone, bello il disco, bello tutto", "Grande Pier", "Bravissimo Pier sei un figo". Poi dopo nove mesi viene partorito lo scandalo della Lega con le lauree false e i vari sgraffignamenti, e si insinua che il bel Pier non sia soltanto la guardia del corpo di Rosy Mauro. Risultato: "Che stomaco", "Ero convinto che l'amante della Rosy Mauro era un negrone extracomunitario, invece è sto masochista", "che coraggio alzarsi la mattina", e via peggiorando fino al commento campione per incassi, "Tra un po' saranno kooly rotty, se i militanti vi mettono le mani addosso". Sarà pure infantile, ma non ce la faccio a non ridere. I video in cui invece i fan si accapigliano sul nulla mi lasciano generalmente indifferente, spesso basate sul gusto personale: qualcosa fa schifo, qualcosa è magnifico, tu fai schifo perché dici che fa schifo e invece è magnifico e tu fai schifo perché dici che è magnifico e invece fa schifo. Ma capita anche che io voglia divertirmi con il nulla. A quel punto guardo un video di Vasco Rossi, anzi, fermo il video e leggo i commenti. Raramente può capitare che io mi arrabbi, ma sono più i commenti che contengono faziosità e falsità a farmi arrabbiare, non gli insulti. In linea di massima convivo benissimo con l'infantilismo di molti utenti di Youtube e il fatto che io mi sia beccato la mia buona dose di offese (basta davvero poco) non cambia granché il mio punto di vista.
  3. Paranormale: ci sarà qualcosa di vero?

    Io sì. E ci sono pure riuscito: una volta nella vita, ed è stata l'esperienza solitaria più appagante, devastante e rilassante che io abbia mai provato. Sapevo di essere solo e al buio della mia stanza, immerso nel totale silenzio, e contemporaneamente sentivo musica immaginaria a tutto volume nelle orecchie. La musica, pur non esistendo, aveva una presenza fisica. Ma c'è anche gente che prova un disagio enorme, specialmente se viene forzato all'esperienza (è capitato a un musicoterapista/etnomusicologo brasiliano di mia conoscenza durante un rito tribale in Sudamerica). Poter intervenire all'interno dei propri sogni per pilotarli e poi lasciarli andare è un'esperienza indescrivibile. Quel geniaccio di Aphex Twin dice di aver provato di tutto durante il sogno lucido, lui è allenato e ci arriva in pochissimo tempo. Ha assaggiato ogni cosa, ha provato ogni tipo di esperienza, tranne quella della morte, pur essendosi buttato volontariamente da un grattacielo durante il sogno lucido. Si è sempre tirato fuori dal sogno un attimo prima di schiantarsi, chissà, forse è una difesa inconscia. Conosco uno psichiatra che pratica la meditazione trascendentale, ma gli esperimenti di separazione dal corpo li fa esclusivamente sotto il controllo di un'altra persona perché li ritiene pericolosi, come se esistesse il rischio di non riuscire a rientrare nel proprio corpo, lasciando una situazione percettiva irrisolta. In fondo anche la mia morte, nel sogno, l'ho sempre vissuta in terza persona, con me come spettatore. Mai in prima persona. E m'è capitato di viaggiare a centinaia di metri d'altezza in ovovie di mostruose città da incubo futuro, e di cadere. Ma non mi sono mai schiantato al suolo, mi sono sempre svegliato prima, di soprassalto.
  4. Paranormale: ci sarà qualcosa di vero?

    Non condivido queste tue affermazioni, pur comprendendole a fondo. Ti avrei dato ragione fino a qualche anno fa, prima di avere una parvenza d'idea sugli scherzi che la nostra mente è in grado di combinare. Posso dire, ad esempio, che i miracoli esistono, se intendiamo con miracolo una guarigione inspiegabile per la scienza medica. E posso dire che per l'esistenza di questi miracoli l'esistenza o meno di Dio potrebbe essere indifferente, ma non lo è certo l'atto dell'affidarsi a Dio, il farne un potere inconscio in grado di modificare sostanzialmente il corso delle cose. Non vale ovviamente per tutti e potremmo discutere a lungo, ma trattare una spinta inconscia (o la manifestazione di questa spinta inconscia) come una debolezza non è certo il metodo migliore per cercare un rapporto con un bisogno. Così si rischia di stabilire un rapporto di forza che non ha nulla a che fare con il benessere individuale: non con il proprio, né con quello degli altri. E per certe cose c'è più bisogno di comprensione che di rapporti di forza.
  5. * Volevo dirti che ... *

    E proprio per questo non è tempo e non è modo, non quando l'amore che si vorrebbe dare viene vissuto come una forma di compensazione per le proprie immaginarie malefatte. Sono cose che conosci bene, immagino.
  6. La cultura è veramente per tutti?

    In A Wild Peculiar Joy, estesa raccolta di poesie di Irving Layton, appare anche Music Hath Such Charms. Tale incanto ha la musica! Dice pressappoco questo: Handel compose il Messia e amava le prostitute. Bach fu spedito in galera per corruzione. Jean Baptist Lully, ladro e truffatore, scriveva messe e Te Deum: anche con le principesse della corte. Corelli era un goloso; Liszt, un seduttore vanesio. Carlo Gesualdo, che strangolò il figlio, avvelenò il padre e uccise la moglie, scrisse squisiti madrigali per tutta la vita. E per volar basso io che non sono un poeta direi che è usanza antica (e legittima) far mercimonio della propria arte in modo più o meno discutibile. Non è l'esser persona sensibile, giusta, di vedute aperte o originale che produce arte sensibile, giusta, di vedute aperte o originale. Può aiutare ma non è una necessità. Il discorso di Unius a mio parere parte correttamente perché evita di vedere la cultura come un insieme monolitico, inaccessibile; addirittura inscalfibile. Ed è giusto perché la cultura oggigiorno è qualcosa di diverso da un corpo unico, soprattutto di questi tempi in cui la produzione di informazione è enormemente aumentata, e con essa il rumore di fondo che rischia di travolgere il segnale buono. Non è più tempo di uomini universali che possono aspirare ad abbracciare la quasi interezza dell'enormità del sapere: è tutto frammentario. La cultura, specialmente di questi tempi, è sempre relativa e come tale non dovrebbe mai spaventare. Io mi limito, socraticamente, a sapere di non sapere. Poi quando mi imbatterò in qualcosa su cui la mia ignoranza assoluta mi metterà in imbarazzo ci penserò, o penserò a farmi un'idea di quel che sto affrontando assumendo informazioni. Che so, robe tipo la botanica, tipo le rose e le viole di leopardiana memoria, quelle che ornavano in maniera surreale il petto e il crine della donzelletta. E possono dire quel che vogliono i critici che difendono le impossibili contorsioni imposte alla natura dal buon Giacomo come frutto di fantasia e memoria di stampo idilliaco, ma per me Pascoli, pur carogna nell'anima come ogni bambino non cresciuto, più bastardello che fanciulletto, aveva ragione da vendere. Il pensiero - tutto sommato - è consolante.
  7. * Volevo dirti che ... *

    Volevo dirti che tutto l'amore di cui sono circondato, ed è tanto anche se magari è difficile da credere, non mi fa sentire meno solo; che questa sensazione è il mio peggior nemico e ci lotto ogni giorno, e finché questa lotta non avrà fine sarà impossibile per me pensare al futuro perché è già quasi impossibile pensare al presente. Vorrei dirti tanto altro ma non è tempo, non è modo: sento che è ancora troppo presto.
  8. Conversazione con un mendicante - Franz Kafka

    Sì, esattamente. E' facile sconfinare (anche indebitamente) laddove la letteratura è particolarmente buona, perdendo di vista l'aspetto narrativo (che per me resta quello più importante). Per Hrabal (e non solo per lui) l'ironia praghese di Kafka era un aspetto fondamentale (considerato anche il fatto che Hrabal era un altro esponente importantissimo di questa ironia). L’ironia come constituens formale del romanzo significa la divisione interiore del soggetto poetico normativo in due soggettività, in soggettività come interiorità che si contrappone alle formazioni di un potere estraneo e cerca di imprimere su un mondo estraneo il contenuto del proprio desiderio… così l’estraneità e l’inimicizia del mondo interno ed esterno non viene abolita, ma conosciuta come necessaria: essa costringe il soggetto che osserva e crea ad applicare la conoscenza del mondo a se stesso e a prendere se stesso e le proprie creazioni come un libero oggetto di una libera ironia… L’ironia come abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo è la più alta libertà possibile nel mondo senza dio. Ma questa ironia non ci dice nulla sul reale stato emotivo di Kafka: Hrabal immaginava che Kafka ne sorridesse amaramente. Possiamo immaginare, ma essendo (o potendo essere) la (buona) letteratura in questo caso una rielaborazione e una trasposizione non abbiamo, almeno dalla letteratura, una prova consistente. Un conto è leggere Kafka e la sua complessità, un conto è leggere Alfonso Luigi Marra e la sua totale mancanza di capacità di trasposizione del reale nel fittizio. Marra può essere preso in senso letterale per tracciare un profilo psicologico, ma per Kafka è molto più difficile poiché non conosciamo il sentimento che Kafka stesso prova nei confronti dei suoi eroi, almeno non nella totalità, né sappiamo quanto interiormente benevolo potesse essere il suo parere sulle proprie creazioni e i propri eroi. E' impossibile, almeno a mio avviso, avere un parere terminale su Kafka.
  9. Conversazione con un mendicante - Franz Kafka

    Infatti il pensiero lukacciano osserva il romanzo storico sotto un'ottica diversa da quella dell'epica. Quanto all'identificazione non la nego, almeno sul piano fattuale, che però per me ha sempre un'importanza relativa. L'interpretazione degli scritti di Kafka invece diventa più difficile se si tenta di affrontarne il contenuto emotivo in quanto la risposta potrebbe essere diversa da quanto immediatamente apparente, e infusa nel testo più dal lettore che dallo scrittore.
  10. Conversazione con un mendicante - Franz Kafka

    Lo è perché in esso si trasferisce parte di quella visione del mondo che Kafka avrebbe reso più chiara in seguito, ma non è detto - almeno a priori - che debba esistere un'identificazione totale di Kafka nei suoi eroi, che vengono utilizzati per esprimere tesi che derivano dalle osservazioni di Kafka sulla salute del mondo e dei suoi abitanti, non necessariamente (o non sempre) di sè stesso. Samsa è Kafka? Possibile. Ma avrebbe potuto essere uno qualunque dei suoi assicurati, parte di quell'umanità dal cui dolore Kafka stentava a separarsi, quindi possibile specchio del suo dolore. Ma a mio parere una lettura della psicologia di un testo letterario per arrivare a capire il suo autore è sempre parziale, spesso fuorviante. La volontà di trasferire una determinata visione del mondo può derivare da un'identificazione personale ma anche dal riconoscimento dell'esistenza di segni esterni che giustificano la stessa visione, o da una combinazione delle due cose. L'identificazione dell'eroe con l'autore in questo senso non è necessaria. Per spiegare meglio copio e incollo brutalmente dalla Wikipedia un estratto delle teorie di Lukács: Espressione di questa scissione è la moderna forma artistica del romanzo, laddove invece l'antica forma dell'epica greca «raffigura la totalità estensiva della vita»: il mondo greco è un mondo omogeneo e «anche la separazione di uomo e mondo, di io e tu, non giunge ad alterare questa uniformità. Come ogni altro membro di questa ritmìa, l'anima sta nel pieno del mondo». In questa prospettiva, l'eroe dell'epica non è nemmeno un individuo, ma è l'intera collettività, «in quanto la perfezione e la conchiusione del sistema di valori che determina il cosmo epico, dà luogo a un tutto troppo organico perché in esso una parte possa a tal punto segregarsi in se stessa, possa così solidamente fondarsi su se stessa, da trovare se stessa quale interiorità, da divenire individualità». Al contrario, il romanzo è l'epopea del mondo abbandonato dagli dei e la psicologia dell'eroe da romanzo appartiene al demonico: il romanzo «è la forma dell'avventura, del valore proprio dell'interiorità; il suo contenuto è la storia dell'anima, che qui imprende ad autoconoscersi, che delle avventure va in cerca, per trovare, in esse verificandosi, la propria essenzialità». L'eroe epico - si pensi a Ulisse - malgrado tutte le avventure percorse, resta sostanzialmente passivo, perché gli dei devono sempre trionfare dei demoni e quelle avventure sono in realtà «la raffigurazione dell'obiettiva ed estensiva totalità del mondo» e l'eroe è il «punto interiormente più immobile del ritmico movimento del mondo». La passività dell'eroe da romanzo, invece, contraddistingue il suo rapporto con la propria anima e con il mondo che lo circonda. Ecco, il "valore proprio dell'interiorità" dell'eroe moderno non necessariamente rappresenta un trasferimento della personalità dell'autore, quanto della visione del mondo che lo stesso autore vuole comunicare. In questo non vedo necessario riconoscere Kafka quanto alcuni tratti tipici del suo sguardo e specificamente la perdita di identità dell'eroe (che però non assume valore epico) e che avviene anche nel caso del mendicante di questo brano, e quindi per me l'eroe kafkiano è quello che rende evidente il conflitto tra mondo e uomo, nel caso di Kafka in tutta la sua irrisolvibile drammaticità. Che poi Kafka scrivesse per descrivere l'ineluttabile o per mettere in guardia da qualcosa affinché non risultasse ineluttabile è tutt'altro discorso, e appartiene, in un certo senso, all'eroe Kafka e non all'eroe kafkiano
  11. Frocio.

    Il senso di insicurezza che proviene dal mondo esterno è meraviglioso nel suo contrasto con la certezza emotiva che deriva dal riconoscimento della forza del sentimento. L'ultimo verso, che interpreto come un'invettiva nei confronti di un'espressione di repulsione che ferisce il narratore, lo interpreto come ulteriore contrasto tra l'inaccettabilità esteriore e la certezza interiore, che è motore per un affanculo che sancisce il diritto alla felicità e al tempo stesso è espressione del dolore del rifiuto. E' un'invettiva rivolta al tempo, al luogo, alle persone e a un generico destino, che forse avrebbe potuto essere diverso. Mi ha colpito profondamente. Non che ne avessi bisogno, ma ogni tanto un promemoria è gradito.
  12. Conversazione con un mendicante - Franz Kafka

    Concordo con quanto scrivi perché continuo a vedere Kafka come l'esemplificazione perfetta delle teorie di Lukács (di cui ho parlato in precedenza commentando un bel racconto di Unius) sull'eroe moderno in contrapposizione all'eroe epico (le stesse teorie sono più o meno diversamente formulate da Bachtin). E' in questo senso che si deve intendere il mio utilizzo della parola 'eroe', che non significa necessariamente protagonista o addirittura protagonista positivo, ma come rivelazione, in questo caso, della mancanza di coesione tra il mondo e l'eroe, che è tipica del romanzo moderno (in contrapposizione all'epica).
  13. Il videogioco di Eymerich

    Rispondo in privato e mi ritiro dall'argomento. Ovviamente, in bocca al lupo
  14. Il videogioco di Eymerich

    Scusa, non tolgo nulla alla validità del progetto ma da vecchietto frequentatore del mondo dei videogiochi certe cose proprio non le posso vedere. A meno che Ivan Venturi non abbia lavorato, per fare un esempio, alla Zaccaria (e non mi risulta) è impossibile che venga definito come il primo sviluppatore di videogiochi italiano di sempre. Poi sono arrivati Simulmondo, Carlà e compagnia briscola, ma prima il mondo (anche quello italiano) era diverso. Darò un'occhiata al progetto perché meritorio, ovviamente, ma ti prego di permettermi una precisazione perché ci sono - se posso definirli così - eroi dimenticati che meritano un posto nella storia, ma spesso vengono dimenticati da chi la storia non la conosce pienamente, e includo quel Francesco Carlà di cui ho letto la tesi (poi pubblicata come libro) e che è assolutamente confutabile dal punto di vista della validità storica.
  15. Conversazione con un mendicante - Franz Kafka

    Incidentalmente: la perdita o la mancanza di identità pare essere l'ossessione che domina la visione del mondo di Kafka. Anche Gregor Samsa, in fondo, si trasforma - ironicamente - in quello che è sempre stato. La Colonia Penale rispetto a questo racconto pare essere a uno stadio evolutivo ulteriore, come altre opere: la perdita di identità dell'eroe-vittima kafkiano viene portata al livello estremo del conflitto; il mondo in cui si muove diventa irremovibile, coercitivo, autoassertivo, distruttivo dell'individualità, vista come eterodossia. Non ha più bisogno di giustificazione d'esistenza, semplicemente è. In questo scritto invece il difensore dell'ordine del mondo (l'io narrante) agisce a titolo personale e chiede conto del comportamento tentando una mediazione che successivamente verrà negata a favore di una totale richiesta di accettazione cieca. Vedo quindi in questo racconto una completezza dell'eroe kafkiano; ma l'eroe in questo caso non affronta un mondo intransigente che è ancora a venire. Contro quel mondo futuro la sconfitta avverrà a priori, senza alcuna possibilità di mediazione. Per questo ritengo che la visione del mondo di Kafka sia qui in evoluzione: incompleta, ma pienamente presente in alcuni tratti.
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