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Lo scrittore incolore

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Su Lo scrittore incolore

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    Scrittore
  • Compleanno 17/06/1990

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  • Provenienza
    Terracina
  • Interessi
    Vari ed eventuali

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  1. Ciao! Grazie per il passaggio e gli accorgimenti! Speravo fosse un'idea nuova in quel filone! Spero di stupirti la prossima volta
  2. commento Per quanti anni lo hanno sottovalutato? Per quanto tempo si sono detti che un giorno avrebbero scoperto una cura? In fondo qualcuno si salvava con la chemio. Tornava alla vita di tutti i giorni e cosa gli restava? Una pessima esperienza e un grande spavento. Altri invece no. Morivano o subito, lasciando la famiglia in un dolore immediato, o guarivano, dando l’impressione di avercela fatta, per poi riammalarsi, lasciando la famiglia in un dolore digerito e ancora più scuro. Come facevano a continuare a sorridere, mentre quel mostro silente si muoveva nell’ombra? Un boia imprevedibile. Un boia da cui non puoi difenderti, perché non viene a cercarti. A un certo punto ti germoglia dentro, come la gioia, la compassione o l’empatia. Una roba che inizia astratta e finisce per ucciderti, con estrema concretezza. E loro facevano finta che non esistesse. Una ricerca qui, una lì, ma niente di concreto. In fondo chi non vedeva coinvolto sé stesso o un familiare stretto, poteva benissimo ignorare il tutto e continuare la propria esistenza. Cosa avevano da perdere a quel tempo? Nulla. Che cozza terribilmente con il tutto di adesso, ma loro non potevano sapere. Non potevano nemmeno lontanamente immaginare. Poi un giorno il cielo si è squarciato e nel placido celeste del giorno è comparsa una colossale unghiata, di un nero notturno e senza stelle. Mio padre, quando era ancora in vita, me la descriveva di tanto in tanto: sosteneva che una cosa così, una volta che l’hai vista, non puoi più dimenticarla. «Dalla lacerazione nel cielo cadde una specie di mollica rosa. Sai quando bagni il pane e la mollica si fa tutta compatta? Così. Ecco, ne cadde tanta. Tantissima. Si divise e cominciò a muoversi per le strade di tutto il mondo, come un verme. Milioni di vermi alla ricerca delle loro prede, cioè noi.» Chiudeva sempre con quel “cioè noi”, quando raccontava la storia del primo contatto. Non voleva certo dare enfasi a quella che sarebbe stata poi riconosciuta da tutti come la fine dell’umanità. Era semplicemente un modo realista di affrontare la cosa. Si scoprì che la “mollica rosa” era senziente ed era arrivata sulla Terra con un preciso scopo: riunirsi alle sentinelle, inviate in avanscoperta millenni prima sul pianeta. Quelle erano molliche primitive e parassite, non in grado di sopravvivere fuori da un corpo umano. Erano state loro a causare il cancro, come l’aveva conosciuto l’umanità fino alla generazione di mio nonno. «Gastone, stai sempre a pensare. Guardi fuori dalla finestra e pensi. Cos’avrai da pensare in questo mare di merda? Devi fare tu il turno di guardia dall’una alle quattro?» «Sì, sta a me.» «E cerca di concentra-Ah! Cazzo!» «Tutto ok?!» «Sì, tranquillo. Queste fitte si fanno sempre più lancinanti, ma è ok. Sto bene ora. Buonanotte.» «Buonanotte.» Saluto il capo del mio reparto con un gesto rapido della mano destra, che fa tintinnare l’ago cannula sul mio polso. La uso per la chemio da due mesi ormai, quando uno dei vermoni è entrato nella nostra zona, durante la mia ronda. Mi si è attaccato alla bocca e mi ha instillato un tumore ai polmoni. I miei compagni l’hanno tirato via, prima che fosse troppo tardi e arrivassero anche le metastasi, ma ormai il mio sistema respiratorio era compromesso. Nonostante tutto sono quello che se la passa meglio nell’hangar. C’è Clotilde che ha metà colon compromesso e che convive con una colonstomia da sei mesi, cercando di sorridere ogni volta che svuota la sacca. C’è Demetrio, il capo con cui ho appena parlato, a cui uno dei vermoni ha letteralmente masticato la testa per dieci minuti, prima che riuscissero a dividerli. Il tumore al cervello che ne è scaturito sembrava essere funesto. Doveva esserlo. Invece gliel’hanno asportato in toto e ciò che è rimasto della sua massa cerebrale, non l’ha trasformato in un vegetale. Ha una cicatrice dietro la nuca, che ricorda il simbolo della Nike e a volte ha delle allucinazioni, ma non è cambiato di una virgola. Molti qui hanno gridato al miracolo, ma la realtà è che chirurghi e oncologi lavorano ormai a pieno regime. Ciò che aveva una medio-bassa incidenza sulla popolazione, adesso viene ad attaccarci come una bestia insaziabile e se non sei così fortunato da morire subito, vai incontro alla malattia. Ci sono più casi da studiare e la ricerca ha ritmi che non si erano mai visti. Le sovvenzioni statali stesse non si fanno più attendere e all’improvviso si trovano soldi, che prima non c’erano mai stati. La paura di una morte certa deve aver smosso parecchie coscienze. Tsss… Scatto in piedi e punto la torcia contro la finestra blindata. Vedo però soltanto il mio riflesso smagrito, con la testa calva e le sopracciglia ormai assenti. Sono sicuro di aver sentito il verso di un vermone. Devo suonare l’allarme. E se mi fossi sbagliato? Sì, era il vento. No, mi sta guardando. Sento i suoi cazzo di occhi addosso. «Dove sei, figlio di puttana?» Tsss… «Sei dentro o fuori? Non ho paura di te! Mi hai già attaccato una volta e sono sopravvis-» Mi blocco. L’ho visto. È fuori. Il problema è che non è solo. Ce n’è un altro al suo fianco. Altri due sono sulla destra del mio campo visivo. Uno scende dall’alto e fa scorrere il flaccido ventre di “mollica” sulla finestra. «Non è stupenda Londra, in Autunno, Judith?» C’è Demetrio a fianco a me. Ha gli occhi vacui ed è nel pieno di un’allucinazione. Mi faccio il segno della croce. Poi lo abbraccio. Una lacrima mi scende sulla guancia destra.
  3. Una poesia che mi ha colpito per gli argomenti e per il modo in cui l'hai trattati. C'è una riflessione amara sul nuovo corso digitale dell'umanità, che non lascia scampo. Il mezzo ci ha così plagiato le anime, da non poterne più uscire fuori. Questo verso presuppone una cultura importante per essere capito e l'ho apprezzato moltissimo. La religione non ha più alcun senso. Il laicismo spietato di internet ha superato ogni tipo di credenza, di tradizione popolare. Anche questo verso mi ha colpito. Cosa c'è di più moderno e progressista di quel ronzio che viene dal salotto e non ci fa mai dimenticare di cosa siamo diventati? Dove sono i Sapiens che cacciavano le prede con lance e archi? Sono mai esistiti? C'è tutto un mondo di bit in cui sono state ingabbiate le passioni ancestrali dell'uomo. Siamo ormai a un livello successivo? È internet il mezzo o lo siamo noi? Qui c'è la risposta. Abbiamo messo sull'altare un nuovo media e non abbiamo più bisogno del messia. A cosa serve un mito di un uomo che rinasce dopo tre giorni in una grotta, quando c'è un mezzo così potente? Belle tematiche e bel modo di affrontarle, davvero. Leggerò sicuramente altre tue cose.
  4. Rica Joyopi massimopoud
  5. Innanzitutto grazie a tutti per essere passati e aver lasciato un importante feedback La narrazione voleva giocare proprio sulla dicotomia e l'opposizione forte, tutta svolta nella testa di Gina, fra la claustrofobia (la dissertazione sulla mancanza di ossigeno è come se la facesse lei per giustificarsi della propria claustrofobia, di cui si vergogna, e il narratore è interno) e la seconda parte, in cui si apre al mondo grazie a un amore casuale e va oltre le proprie paure. Sulla lunghezza maggiore concordo, perché forse avrei potuto far sviluppare meglio la narrazione, ma in fondo il mio focus era il cambiamento di Gina rispetto agli ascensori e ho sperato che funzionasse anche così Grazie a tutti, ancora una volta
  6. commento: Gina non è mai stata claustrofobica. È più un discorso relativo all’ossigeno. Se resta per un tempo degno di nota in un posto ristretto, comincia a interrogarsi su quanto gliene resti, prima di morire asfissiata. Nei piccoli ascensori questo problema si acuisce, se vogliamo. Si mette a calcolare il volume del parallelepipedo di metallo in cui si trova e cerca di essere il meno approssimativa possibile. Se è sola, tira fuori dalle tasche un piccolo righello che porta sempre con sé e si mette a misurare altezza, larghezza e lunghezza. Se è con altre persone, si affida alla propria mano destra e va di spanne, tentando di non sembrare troppo assurda. Potrebbe fare le scale, certo, ma le piace troppo mangiare e troppo poco fare esercizio fisico, quindi anche una ventina di gradini diventano uno sforzo biblico. «Ha visto che caldo? Ma è l’umidità il problema, a mio avviso» Odia quando provano a metter su una conversazione basata sul nulla. Persone che non rivedrà mai più nella vita e che pure sentono il bisogno di lasciare un segno. «Sì. È davvero atroce.» Le chiude sempre con un’affermazione che non ammetta repliche, così da poter essere lasciata in pace. Parlare, per giunta di cose inutili, è un’attività che spreca solo prezioso ossigeno. «È qui in ospedale per far visita a qualcuno? Mi sembra in perfetta salute.» «Sì, mia zia.» L’altro è un osso duro. Non si arrende e continua a fare conversazione, come se niente fosse. Mentre dava la seconda risposta lapidaria, Gina si è voltata leggermente e ha gettato uno sguardo al proprio interlocutore, con la coda dell’occhio. Un uomo a cui darebbe trent’anni, se non fosse per le bande di capelli bianchi ai lati della testa. Un uomo con un camice bianco con dei puntini verdi. Un uomo che nel pugno sinistro stringe un’asta di ferro, che sorregge una flebo. Un paziente. «La sto forse importunando?» Il compagno di viaggio ha cambiato tono. Deve aver colto, con qualche secondo di ritardo, l’insofferenza di Gina. La domanda prende però in contropiede la donna. L’altro, in fondo, ha cercato solo di essere gentile e rispondergli che sì, è stato inopportuno, le sembra un’esagerazione. «No, no. Mi scusi. È che mia zia ha avuto un’operazione abbastanza complicata e sono un po’ preoccupata. Tutto qui.» «Capisco. A me hanno dato sei mesi di vita per un tumore al cervello. Due, se torno là fuori e mi privo delle cure che mi stanno dando qui. Ho optato per quattro mesi in più in ospedale. La noia è sempre meglio della morte, no?» L’uomo ride di gusto. Gina vorrebbe imitarlo, ma le sue parole l’hanno disturbata a tal punto, che le riesce solo di abbozzare un triste sorriso. «Oh, non si rabbui. Sei mesi non sono pochi, eh. E poi passo le giornate in ascensore, dove incontro sempre nuove persone. Bisognerebbe dare più valore agli incontri, anche quelli occasionali, non trova?» Le porte di metallo si aprono. Sono giunti al nono piano. Quello dove si trova il reparto della zia di Gina. «Io, ecco. Insomma, sarei arrivata.» «Vada, vada. E porti un saluto a sua zia! Com’è che si chiama?» «Claretta.» «Gli dica che Armando Serci le augura una pronta guarigione.» Sono passati molti giorni dal primo incontro fra Gina e Armando. Zia Claretta è uscita dall’ospedale e ha recuperato perfettamente dall’isterectomia, eppure la nipote continua a recarsi all’ospedale. Prende l’ascensore per arrivare fino al nono piano e poi tornare giù con le scale. Incontra Armando tutti i giorni e ogni volta l’uomo la stupisce con una nuova curiosità o un nuovo aneddoto. Ieri le ha detto: «Lo sa che Feuerbach, un filosofo tedesco, sosteneva che “siamo ciò che mangiamo”?» Le dà ancora del “lei”, nonostante le tante chiacchierate e nonostante Gina abbia iniziato subito a dargli del “tu”. «Sì, lo conosco. Cosa volevi dirmi nel particolare?» «Che seguendo questo ragionamento, allora quei bambini africani che muoiono di inedia non sono nulla.» La donna ha sorriso a quella riflessione così curiosa, ma l’altro è rimasto impassibile. «Scusami, io…» «Stia tranquilla. L’ironia è una bella abitudine. Non la perda mai. A domani» le ha risposto quello. Poi le porte dell’ascensore si sono aperte e Gina ha salutato Armando. Ha fatto quindi finta di entrare nel reparto di ginecologia al nono piano. Oggi però sarà diverso. Dirà all’altro che si è innamorata. Come una ragazzina stupida, che non pensa alle conseguenze. Ha letto diversi articoli scientifici su internet e si è imbattuta in una cura sperimentale, che stanno portando avanti a Chicago. Vuole partire con Armando e provarci. Ha preso anche una scatola di cioccolatini al rum. Non sa se piaceranno all’altro, ma tanto vale. Le porte dell’ascensore si aprono e dell’uomo non c’è traccia. Con una certa frenesia e una brutta sensazione all’altezza della bocca dello stomaco, comincia allora a cercare sulla parete dell’ascensore il piano del reparto di oncologia. È il quinto e l’ha appena passato. Mentre preme il tasto con la freccia verso il basso, si rende conto di aver dimenticato il piccolo righello e la sensazione atroce di respirare un’aria che sta per finire, torna con prepotenza. Dopo un’infinità di secondi che sembrano essere diventati secoli, l’ascensore si blocca e inverte il proprio moto. Non appena le porte si aprono sul quinto piano, Gina si tuffa nel corridoio e corre sul pavimento rivestito di linoleum verdognolo. «Cerco Armando Serci!» chiede con un tono stridulo a un’infermiera, seduta dietro a una scrivania grigia. «È una parente? Non possiamo dare informazioni a chiunque, mi dispiace.» Un’altra donna in divisa bianca viene allora fuori da un ufficio sulla destra e lancia un’occhiataccia alla collega. «Il signor Serci ci ha lasciato questa notte, purtroppo. Se vuole può dargli l’ultimo saluto nell’obitorio al primo piano.» «Grazie» risponde Gina e vorrebbe piangere. Ha appena ringraziato la donna che le ha dato una delle notizie più infelici della sua vita. Doveva mandarla a fanculo forse, o picchiarla addirittura. E invece ha detto un “Grazie” sommesso, prima di incamminarsi di nuovo verso l’ascensore e spingere il tasto di chiamata. È di nuovo nel piccolo luogo esclusivo in cui ha conosciuto Armando e sta andando su, invece che giù in obitorio. Vuole arrivare al nono piano un’ultima volta e poi uscire per sempre dall’ospedale. Non dimenticare, ma distaccarsi. Quando le porte si aprono sul piano del reparto di ginecologia però non esce, perché un’anziana donna la anticipa e si infila nell’abitacolo. «A che piano va?» le chiede quindi quella. «Il primo, grazie.» Il meccanismo di discesa si mette allora in moto e l’ascensore comincia a scendere. Gina si lascia andare con la schiena contro la parete metallica alle proprie spalle e chiude gli occhi per un attimo. Quindi li riapre e osserva la signora davanti a sé, che le dà le spalle. «Sa cosa diceva Feuerbach, signora?»
  7. Poco da dire, se non che la storia si legge con piacere e ci trascina lì, su quel gommone, a fianco a quella donna e qui inizia tutto il suo pregio. La tematica è mainstream, banale verrebbe da dire, ma il punto di vista cambia tutte le carte in tavola. Non sappiamo chi ci stia raccontando la storia e viaggiamo su un doppio binario di suspense, quello degli eventi sulla barca e quello della rivelazione di chi ci racconta la storia. Trovo questa modalità con incipit ed excipit molto complessa, perché ingabbia la narrazione in qualcosa che ha pochi modi di finire, se non quelli proposti. Il modo in cui hai ovviato a questa difficoltà è eccellente. Hai trasformato l'excipit in un colpo di scena ed era una cosa da organizzare in modo sapiente, cosa che tu hai fatto a mestiere Ci vediamo presto
  8. Grazie a tutti quelli che sono passati e hanno lasciato un segno Contento che questo racconto vi sia piaciuto
  9. Quoto alla grande!
  10. @Vincenzo Iennaco ho messo "sottoscritto" perché narrava in prima persona, ma effettivamente suona molto strano @Macleo grazie per aver colto lo spirito dell'opera e sì, intendevo un push up
  11. @M.T. è proprio quel film da cui ho tratto ispirazione! Grande tu nell'aver colto! Felice che ti sia piaciuto più o meno tutto
  12. [FdI 2017 - 2] Amore precotto Incipit 10 Finale 10 della prima tornata
  13. commento incipit 10 finale 10 La spiaggia non era pulita: i residui delle mareggiate d'inverno, paglia marina, canne e pezzi di legna la macchiavano a tratti. Un gabbiano se ne stava fermo, in posizione eretta, con le zampe palmate su una bottiglia di vetro arancione. Non beccava nella spazzatura, né volava via. Restava fermo, su quella scomoda bottiglia dalla pancia rotonda, messa in orizzontale sulla sabbia. «Cosa preferisci? Ho letto nel report che ti piace il Long Island e…» «Possiamo fare senza?» Mi voltai un attimo dopo aver finito di parlare. La vidi scurirsi in volto per pochi istanti. Poi il sorriso plastico, che l’aveva contraddistinta fino a quel momento, fece ritorno. Una bella donna, non c’è che dire. Degli zigomi alti e rotondi e due occhi allungati, con qualcosa di asiatico e un colore chiaro a metà fra l’azzurro e il verde, erano incorniciati da una chioma di capelli biondi, dalle punte di un castano scuro. Il fisico era ben proporzionato, perché a una seconda di seno, resa ancora più abbondante da un reggipetto costrittivo, corrispondevano dei fianchi non troppo volitivi. Tutto combaciava perfettamente con la stampa 3D del suo corpo, che avevo visto in mattinata. La speranza che dal vivo sconfessasse l’impressione avuta, studiandomi il suo trascorso e il suo carattere, era stata subito sciacquata via con un colpo di spugna, non appena aveva aperto bocca. «Che mare orribile, eh?» Aveva preso non la terza o la quarta caratteristica dal mio report, ma la primissima: “Odia il mare nel periodo invernale”. Zero impegno. Dritta al punto. In perfetto accordo con la sua prima caratteristica: “Ama andare subito al sodo”. Niente di peggio per me che adoro tergiversare e farmi trasportare tra una chiacchiera e l’altra, scoprendo pian piano quale inaspettata piega possa prendere una conversazione. «Ho detto qualcosa di sbagliato?» chiese, mentre si sedeva al mio fianco. «Ti direi di no, ma mentirei.» «Capisco.» Questa volta non cambiò espressione, ma sempre sorridendo, optò per un educato silenzio, non aggiungendo nient’altro. «Pensi che io stia perdendo solo tempo, non è vero?» dissi più al mare, che alla mia interlocutrice. «Anche io non ti voglio mentire e dico di sì. Sappiamo entrambi perché siamo qui. Quindi…» «Quindi cosa?» La vidi sussultare, ma non di spavento. Era solo contrariata per la mia interruzione improvvisa e inaspettata. «Quindi facciamo ciò che dobbiamo. Non dovremo vederci più poi. Non c’è alcun impegno.» «E che fine fa la magia?» le chiesi, non credendo nemmeno io al tono lamentoso che avevo assunto. Prima di rispondermi, si concesse una risata, con gli occhi chiusi e la testa all’indietro. «Ora capisco. Tu sei uno di quelli che non credono nel nuovo corso delle nascite. Che stupida sono stata a non accorgermene prima. Me ne vado e la finiamo qui, ok? Dichiariamo che non c’è stata affinità e non possono dirci nulla.» Mentre parlava, si alzò e risalì la scogliera, fino ad arrivare a una quindicina di metri dal sottoscritto. «No, aspetta.» Non saprei dirvi nemmeno oggi, perché me ne uscii con quelle parole così contraddittorie. So solo che, nella mia mente malata, tutt’un tratto quella donna era diventata interessante. Sbrigativa certo ma pronta a rinunciare, pur di salvare la dignità e quindi degna di attenzione. Si bloccò, però non si girò subito. Forse stava valutando se fidarsi o meno. «Dubito che questi giochetti portino a qualcosa. Alla prossima stranezza me ne andrò» disse, mentre tornava indietro. Nel riprendere posto al mio fianco, aggiunse: «E comunque non capisco cosa cerchi ancora da me, uno con le tue convinzioni.» «Non sono contro il regime. È che preferivo quando gli incontri si svolgevano al buio. È tutto così asettico ora.» «Ci sono stati casi e casi di stupro. Troppi “impuri” si presentavano agli appuntamenti, spacciandosi per il “puro” di turno. Adesso c’è più controllo.» «Adesso non c’è più romanticismo.» La vidi mutare il proprio volto in un sorrisetto ironico. «Dai, non puoi essere serio» commentò, con un tono di autentica commiserazione. «Invece sono serissimo. Tu sei venuta fin qui e sei pronta a toglierti i vestiti per fare sesso con me, solo perché l’ha detto un’intelligenza artificiale?» «Sì. Come fa tutto il resto del mondo. Sono state spese ingenti somme di denaro per studiare i nostri DNA e trovare la combinazione più adeguata. Quella che evitasse ogni tipo di malattia ereditaria alla progenie. Non c’è rispetto nel tuo atteggiamento.» «E il rispetto per noi che fine fa? Dove finisce l’amore? Lo capisci che dobbiamo accoppiarci? Che una parte di me entra dentro di te? La cosa più bella e naturale del mondo è stata ingabbiata in un protocollo.» La vidi irrigidirsi: sul suo volto i sorrisi ironici vennero sostituiti da un’espressione più dura. Le sue razioni di pazienza erano ormai terminate. «Quello che tu chiami protocollo è il risultato di una serie di studi scientifici. È la quintessenza del progresso. O vogliamo continuare come gli “impuri”? A mettere al mondo down, cardiopatici, persone con il labbro leporino o gente che abbia dei tumori sopiti nei propri geni? Questa visione hippie della scienza ci ha già fatto rischiare il tracollo il secolo scorso, con la faccenda dei vaccini. Se non vuoi usare i report che il governo produce per rendere meno traumatico il momento dell’incontro, posso anche accettarlo. Ma il resto mi sta spingendo a considerare di denunciarti per ostacolo al regime.» La guardai intensamente negli occhi. Le parole di lei erano state aspre e la mia sensazione fu quella di una decisione già presa. I tempi della considerazione erano stati più rapidi, di quello che andava dicendo. Non so per quale motivo, arrivati a quel punto di non ritorno, la baciai. Non posso affermare che ci stette, che ci mise la mia stessa innocente passione, ma per un attimo potei assaporare le sue piccole labbra, screpolate dal freddo. Poi mi spinse via e mi tirò un ceffone in pieno volto. «Tu sei pazzo. Ecco cosa.» «Sono solo un nostalgico. Perché non possiamo amarci e mettere su famiglia? Perché non posso corteggiarti?» «Perché non è più così che funziona. Ora basta, però. Sono esausta. Addio.» La bloccai per un braccio. «Ti amo, Eliana. Non mi lasciare.» Il mix tra dichiarazione d’amore ingiustificata e il chiamarla per nome ottenne l’effetto più lontano, tra quelli che mi ero proposto. Mi schiaffeggiò ancora e ancora e ancora. Un’autentica furia. Occhi chiusi e manrovesci caotici. Decisi che era arrivato il momento. Le bloccai le braccia, quindi la forzai verso il basso. Sentii i suoi polsi irrigidirsi, ma venire comunque giù senza problemi. Cominciai dunque a strapparle le vesti di dosso, a spogliarla come una bambola inanimata. Quando fu completamente nuda, lo tirai fuori dai pantaloni e la possedetti contro i freddi scogli. Piangeva e si malediceva, per non essere andata via quando avrebbe potuto. Terminai l’atto di foga dentro di lei e, sempre tenendola ferma, mi avvicinai con la bocca al suo orecchio destro. «Se ti dicessi che sono un “impuro” e che ho hackerato i sistemi, affinché ci incontrassimo e avessi il mio riscatto sociale?» domandai piano, con un sussurro che voleva suonare come sensuale. Eliana però impazzì. Con gli occhi sbarrati e un’anima ormai rotta, cominciò a battere la nuca contro il pavimento roccioso sotto di lei. Un movimento anomalo, una reazione atroce a quello che nelle mie intenzioni voleva essere uno scherzo: l’ultima facezia che desse pepe a un incontro programmato, al sapore di sbadigli. E invece lei giaceva davanti a me morta, con la testa in una pozza di sangue. Ci aveva creduto davvero. Aveva creduto a una progenie fallata, alla cospirazione, ma non alla mia voglia di uscire fuori dagli schemi. Le diedi un ultimo bacio dal sapore ferroso e sentii il bisogno improvviso di fumare. Mi accesi una sigaretta. Sporcai il filtro di sangue, ma non mi importava. Avevo bisogno di rilassarmi. Una volta finita, la gettai sul cadavere.
  14. Ciao! Ogni volta che ti leggo è un piacere per gli occhi, la mente e le mascelle, perché si ride a crepapelle. Se nei MI era possibile il mash-up fra due prompt, qui ci hai dimostrato che un incipit e un finale sono tali solo se noi decidiamo che lo siano. Il risultato è volutamente caotico e non lascia tregua al lettore, più volte colpito con rivelazioni inaspettate e situazioni paradossali. Amo il surreale e qui se ne fa un uso sapiente, andando a creare oggetti che sono plausibili eppure bizzarri come la zucca con dentro il vinello o il magico pinocchietto oggetto del contendere, con varie protuberanze che si allungano a comando. Trovo la tua comicità molto italiana e classica, ma allo stesso tempo capace di essere agile anche in questa modernità convulsa. Senza scadere mai nel volgare, tratteggi personaggi e trama, che anche se stralunati, riescono ad avere un senso e un obiettivo. Questa parte forse l'avrei tenuta più imparziale, nel senso che l'allegoria è come se si fermasse e perdesse di verosimiglianza il tutto. Il PD è reale e in questo contesto di follia, spezza un poco la magia. Avrei messo un partito inventato, così da far capire senza problemi chi fosse preso di mira dalla critica, ma senza rompere l'ottimo ritmo. Una prova che mi ha entusiasmato! Complimenti