Steamdoll

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  1. @Fraudolente Giusto per curiosità, sai se Follett, Eco e Smith abbiano dovuto inviare delle mail a case editrici italiane? Paragonarsi, poi, al mondo editoriale del secolo scorso è azzardato. Le cose sono molto cambiate da allora (e ci penso anche ogni volta che si tira fuori l'argomentazione de "il Carducci si è pubblicato da solo!", almeno mi pare fosse lui). Capisco l'ottimismo, ma questa è una logica tutt'altro che lineare. Per quanto riguarda il discorso in generale, io ho la (cinica) impressione che quando hanno ricevuto la mail l'abbiano scorsa e abbiano risposto "sì sì, manda pure" per sbrigare la pratica, più che per interesse. Quindi, di base, non credo si sia guadagnato molto in questo modo. Io una volta scrissi a un editore per sincerarmi di quale fosse il numero di battute massime per la sinossi (non precisato nel sito) e mi venne risposto invitandomi a inviare. Quindi, deduco che sia più facile così. Poi magari sbaglio invece; mi auguro spesso che succeda.
  2. @naty La visione romantica dell'editoria del passato potrebbe anche essere veritiera, ma comunque dipende dalle proprie finalità. Se si vuole farne un lavoro, il capolavoro unico non può comunque esistere, non basta. Se invece si scrive perché si ha qualcosa da comunicare agli altri... la casa editrice perché dovrebbe servire? La casa editrice è un'azienda: vuole e deve guadagnare, altrimenti è costretta a chiudere. Scegliere il genio introverso che scrive un libro meraviglioso e poi ha finito va contro i suoi interessi. Per quanto mi riguarda, sulla discussione in generale, il self-publishing è solo un'altra possibile via da percorrere per chi ha le doti di scrittura. Una diversa, più accessibile e che consente il controllo del proprio lavoro e della propria visibilità; alcuni talentuosi cantanti e musicisti odierni si affidano a Youtube, lo stesso servizio su cui troviamo video inutili o persino dannosi, così come accade con il self-publishing. Nei social ci sono persone interessanti e persone che invece vorresti cancellare dalla faccia della Terra. Ma in fondo, questo capita anche in libreria: quanti dei libri che troviamo sugli scaffali sono davvero degni, ai nostri occhi, di essere lì? Non per sparare sempre sui soliti noti, ma cosa pensiamo quando passiamo davanti al libro di Moccia esposto? Eppure, se è lì significa che qualcuno ha creduto di poterlo vendere e non certo in poche copie. Siamo sicuri che il mare del sel-publishing sia così pieno di melma mentre le nostre librerie sono l'élite di quello che si scrive nel nostro paese? È vero, possono esserci testi sgrammaticati mentre almeno la correzione di bozze viene applicata dalle CE evitandoci una simile tortura. A volte la domanda che mi pongo è: preferisco un testo poco interessante ma con correttezza formale o un testo che presenta una storia che mi piace ma ha diversi refusi? In sostanza: è bene che qualcuno selezioni per noi i libri che dovremmo leggere, imponendoci una scelta su quale far diventare un caso editoriale e non? Penso che l'autopubblicazione, col tempo, finirà per diventare una frontiera meno selvaggia di quanto è ora: se scrivi male, se non ti curi del tuo testo, se non c'è scritto niente di interessante semplicemente non lo vendi. È il tuo pubblico a decretare se vale la pena o no, non un agente che potrebbe come potrebbe non averlo letto. Questo è un passo avanti per le necessità dello scrittore che non scriva "per se stesso". Il futuro è un mercato molto più libero e con meno barriere e penso che in realtà anche alle case editrici l'autopubblicazione possa servire (riallacciandosi all'altro topic) per avere possibilità di una scrematura grezza dei testi. Un po' quello che cerca di fare il torneo letterario IoScrittore, e in cui fallisce: dar voce al pubblico su quello che vuole e, di conseguenza, attrezzarsi.
  3. @Niko Capisco la tua volontà di citare un punto, il mio problema è che tu prendi una parte del mio discorso (in Italia non si legge fantasy o quantomeno è un genere di nicchia) tuttavia non consideri le conclusioni a cui ero arrivata. Ovvero che per i generi più ghettizzati autopubblicarsi potrebbe essere la soluzione ideale. Se il mio intervento arrivasse alla morale "siccome scrivi un genere che non va, trasformati in uno che scrive un altro genere" o "fuggi dal tuo paese" capirei invece la scelta. Poi posso pensare che invece ti riferissi ad altri che fanno questo discorso e non a me, a quel punto alzo le mani perché appunto non stai parlando con me. L'esperienza di Francesco è utile (come ho già scritto). Io non batto su nessun punto: Francesco è stato il primo a scrivere "non so se funzionerebbe anche per la narrativa" e io, quindi, ho seguito la scia di questo dubbio facendo la mia analisi. Giusta o sbagliata che sia, voleva semplicemente essere un apporto alla discussione che andasse sul tema "siamo sicuri che le grandi case editrici sarebbero interessate anche ad altro?" Perché questa discussione parla di autopubblicarsi con una finalità: farsi notare dalle Case Editrici. Ora, se Mondadori fa scouting su Amazon (come ha già dimostrato in passato pescando dei romanzi rosa dal mucchio) è meraviglioso, ma con grande probabilità la CE che si proporrebbe a me (lui parla di cinque o sei proposte in un anno) sono CE di settore medio/piccole che potrei raggiungere "tranquillamente" dalle liste del WD. Quello non lo considererei un grosso risultato, perché se già ho un testo che è stato editato, che ha una copertina che ho trovato dopo attenta ricerca e magari fatto fare, se ho un'impaginazione ben fatta e mi sto pure facendo marketing (efficace) da sola e vendo... a che mi serve una CE medio/piccola? A nulla. Potrebbe succedere che mi chiami una grande CE? Certo! Non ho mai negato che possa succedere. Ho solo pensato che forse autopubblicarsi con questa prospettiva potrebbe rivelarsi una mossa azzardata, non che autopubblicarsi in primo luogo non sia una buona scelta (o non implichi fatica). In ogni caso, per "fare ciò che ha fatto lui" non intendevo le sue scelte di vita, ma le sue scelte di marketing. Come la signora del video, anche io sono convinta che il marketing debba essere diverso, in caso di fiction o non fiction, nel nostro paese e non. Mi fa piacere anche sapere che ora Francesco stia scrivendo un romanzo futuristico (che però non è automaticamente genere, quindi vedremo), questo implica che le case editrici potrebbero non essere del tutto avverse alla pubblicazione di storie simili, da un autore che ha già venduto almeno. Quello che penso è che se da una parte l'autocommiserazione sulle proprie scelte di scrittura non ha senso, dall'altro dire "non ve ne fate un problema" rischia di non farlo prendere in considerazione e, come poi dici tu, volerlo risolvere. Perché se non lo vedi, non c'è niente da risolvere, no? Non ho mai chiesto a Luca Tarenzi come sia andato il suo esperimento di Acheron Books, per esempio (che non è autopubblicazione, ma poco ci manca). Per arrivare quindi al tema: l'autopubblicazione può portarti alle attenzioni della CE? Sì. Ma anche mandare un manoscritto può funzionare. È successo anche questo. Eppure quanti manoscritti vengono scartati/non letti? Io non lo so se vendere tot ebook possa interessare più a una casa editrice di un testo ex-novo inviato alla loro redazione, tuttavia se questo potrebbe portare gli editori a capire che alcuni generi potrebbero vendere anche da noi scegliendo storie migliori e meno banali, anziché appiccicare una bella immagine di Barbieri su qualsiasi cosa, allora è un tentativo che va fatto. O forse nel percorso scopriremo persino che delle Case Editrici non abbiamo bisogno. In entrambi i casi, la morale resta: se vuoi qualcosa, lotta per prendertela. E su questo Francesco ci ha decisamente insegnato qualcosa.
  4. @Niko Ti taggo (ho imparato come farlo) e scusami il doppio post, ma non so come modificare quello di prima. Spero che non ti riferissi a me parlando d'"invidia", perché ho iniziato proprio dicendo che finora non ho applicato il minimo impegno per vendere un manoscritto che... non ho! Perciò, il mio è un ragionamento che va al di là del possibile meccanismo di difesa che sarebbe stupido se facessi scattare personalmente senza aver attualmente mai inviato a una singola casa d'editrice. Per gli altri non posso parlare e mi piacerebbe pensare che la formula di Francesco possa funzionare per tutti. Io, come ho già detto, preferisco far tesoro della sua esperienza ma valutare anche i vari fattori che comporta, perché se "bastasse" (con molte virgolette) seguire i suoi passi, avremmo improvvisamente la ricetta per diventare tutti autori Rizzoli! Se qualcuno ci riesce seguendo il suo esempio, non potrò che essere felice per lui.
  5. Niko, ti risponderò semplicemente così: https://www.youtube.com/watch?v=l6Lq9WekAD8 Questo per dire che non è che non sia d'accordo con te. Però mi chiedo quanti fantasy pubblichi la Rizzoli. Mhm... Vogliamo contarli? Dire che il genere non sia rilevante, secondo me, è sottovalutare la situazione editoriale italiana e non solo: anche come vengono visti i generi nel nostro Paese. E, sempre secondo me, è davvero far finta che una problematica non esista. Se domani autopubblico un fantasy e vendo diecimila copie la Rizzoli farà uno strappo per me? Possibilissimo. Ma riuscirò in principio a vendere diecimila fantasy al pubblico italiano? Francesco ha parlato di finire nei top 10 o 100. Andate un po' a vedere quanti libri di genere ci sono attualmente in quella classifica. Io l'ho fatto. Detto ciò, mi pare che diciamo la stessa cosa in realtà, quindi...
  6. Sarebbe meglio non scimmiottarlo e basta, Tolkien. Per quanto riguarda l'epica e quant'altro hai ragione, ma quello era l'obiettivo di Tolkien, non di chi lo emula. Chi lo emula vuole scrivere un romanzo fantasy che, generalmente, è molto diverso dal voler davvero riproporre un'opera nello stile che rievoca l'epica cavalleresca; se ne fossero consapevoli... credo proprio che non avrebbero bisogno di copiare da nessuno. Mi spiace di aver portato la discussione off-topic, ma se vuoi parlarne in privato (e se ce n'è motivo) sempre disponibile.
  7. La ritrosia è un meccanismo di difesa ovvio, in questo caso. Qui dentro ci sono aspiranti scrittori che hanno inviato per anni (purtroppo non è il mio caso, non sono così tenace) a case editrici, ricevendo risposte negative quando arrivavano, che hanno partecipato a mille più uno concorsi magari anche vincendoli e rendendosi conto che non è servito a nulla, che hanno cambiato rotta quando si è iniziato a parlare di agenzia e così via. È gente stanca, che non vuole essere ferita dopo che l'ennesima illusione è andata in pezzi. Mettendomi nei loro e nei tuoi panni, io scrivo un genere che in Italia non va molto. La letteratura di genere nel nostro paese è ostracizzata, quando non derisa: scrivi fantasy? Roba da bambini (non me ne voglia JPK Dike, ma quello che ha scritto sul fantasy dimostra che chiunque pensa di saperne e invece non ne sa molto. Lo dico perché ha citato il medioevo, "bisogna conoscere il medioevo": questo vuol dire sapere poco o nulla, visto che esistono fantasy contemporanei, non serve affatto avere una conoscenza capillare del periodo medievale. Immagino che intendesse che bisogna lavorare molto sulla raccolta di materiale quando ci si dedica al worldbuilding, ma non l'ha scritto così e quindi le sue affermazioni risultano alquanto fuorvianti. Anche aver citato il '900 per la fantascienza la dice abbastanza lunga), scrivi sci-fi? Robaccia, a meno che non abbia risvolti di introspezione psicologica. L'horror va già meglio ma... "noi italiani mica lo sappiamo scrivere". Senza offesa, tu hai scritto un libro di viaggi, che in Italia e con un pubblico italiano incontra meno molta resistenza dell'ennesimo viaggio dell'eroe. Può anche essere scritto benissimo (e tra parentesi: sì, non deve necessariamente rifarsi a questo, anche i generi sono andati avanti), ma la gente eserciterà questo suo pregiudizio. Allora che bisogna fare? Bisogna sfruttare i social in maniera intelligente e a target: non puoi bombardare a tappeto. La rete è un mondo straordinario, che ci connette tutti, ovunque e con qualunque interesse: se scrivi fantascienza, devi cercare appassionati di fantascienza, in primis, poi eventualmente estenderti agli altri. E con i generi spendere se stessi certo, ha un'importanza marginale, ma tanto verrai dai profani sempre e comunque accostato ai mostri sacri (eccolo là: il solito Tolkien, ma ce ne sono anche altri di rito quando scrivi di genere) quindi tanto vale spingere sull'opera, su quello che contiene e su come la presenti. Questo non per sminuire la tua esperienza: se scrivessi storie di saghe familiari del secolo scorso, narrativa generale di quella che vende di più, persino dei gialli potrei prendere il tuo caso a esempio e dire: bene, mi rimbocco le maniche. Purtroppo non posso farlo, perché so che nel mio caso il circolo di incuriositi non bastano. Interessata alla tua esperienza mi sono affacciata su Amazon: bene, ho trovato molti pochi ebook al prezzo che hai proposto tu. Ho controllato prima gli autopubblicati, poi gli ebook delle grandi case editrici. Per gli autori di genere più famosi (italiani e non) la cifra era intorno ai 6,99, a scendere, per altri 4,99. La maggior parte degli esordienti si attestava sullo 0,99. Sono convinta che io che vendere la propria opera a 0,99 centesimi sia praticamente gettarla dalla finestra e dimostri una scarsa fiducia nel fatto che potrebbe interessare a qualcuno altrimenti, ma arrivare al tuo prezzo sarebbe forse un suicidio. Tornando a questo, ho visto che quello che vendono molto sono manga, di autori affermati, e libri sull'aiutare se stessi e cose simili. Ora: un libro di viaggi può essere molto affascinante e soprattutto ha un target mostruosamente ampio. Dal ragazzino alla casalinga, dal giovane all'anziano, tutti potrebbero essere interessati alla tua storia personale, ai posti che hai visitato. La narrativa, secondo me, funziona diversamente. Se a uno l'horror non piace, non piace. Non c'è modo di venderglielo in qualche modo ma... chi sarebbe avverso a priori a un libro come il tuo? Il punto è il solito: se volessimo fare carriera e soldi, dovremmo tutti convertirci al trend del momento (ammesso che si sia in grado di scriverne uno decente). Ho visto giovani autrici di fantasy che hanno pubblicato con il baby boom di qualche anno fa dedicarsi a thriller storici, quelli che insomma nel nostro paese attualmente vendono. E pubblicavano con case editrici big; ho visto ragazze pescate chissà come dal web (o forse no) scrivere libri su chiara commissione (il famoso "Under", proprio per Rizzoli), altre sono passate a scrivere romanzi rosa sotto mentite spoglie, ho visto un autore di thriller storici poi diventato caso editoriale essere ripescato dopo aver pubblicato a pagamento, e poco più in là dei Bastioni di Orione ho scorto la casa editrice NORD, baluardo del fantasy e della fantascienza, ormai pubblica i libri di Moccia e sembra aver chiuso i rubinetti. Ho partecipato due volte a IoScrittore, la prima con un po' più di entusiasmo, la seconda svogliatamente. In entrambi i casi ho ricevuto commenti buoni e altri più tiepidi, ma soprattutto ho ricevuto commenti con "hai un modo di scrivere poetico, perché non scrivi roba migliore?" e similari. Questa è la percezione che si ottiene: il fantasy è bello, ma solo se è Il Trono di Spade. L'horror è meraviglioso, ma solo se è Stranger Things. Quindi, non posso seguire "i miei sogni" basandomi sulla tua storia. Però posso far tesoro di quello che hai detto e analizzarlo per trarne ciò che mi è utile: i dati, quello che hai fatto, dove hai focalizzato il tuo impegno. La tua è una testimonianza utilissima di come andrebbe fatto il self-publishing. Non dovresti sentirti sciocco: quello che hai condiviso con noi è prezioso, è una scintilla che brucia nella desolazione, così come lo fu il caso Gisella Laterza qualche anno fa. Casi che almeno sappiamo non essere costruiti a tavolino come Lara Manni. Perché per ogni persona come te, c'è anche un finto esordiente (in realtà autore più che affermato sotto eteronimo) che ci prende in giro, ci illude che certo: una via di uscita esiste, "basta crederci". Per quanto mi riguarda, dopo lunga meditazione forse davvero mi dedicherò all'autopubblicazione. Non come ultima strada, ma perché credo seriamente che sia una possibilità ben migliore dell'attendere risposte per anni, come una ragazzina infatuata d'altri tempi che fissa il telefono in attesa che chiami il bello di turno. Il mondo è cambiato: molti di noi non se ne sono accorti, ma è decisamente andato avanti. Per questo io ti ringrazio, ma d'altro canto ti dico anche: sinceramente, non so cosa ti aspettassi pubblicando la tua esperienza. Io posso solo ringraziarti delle dritte, molto utili.
  8. Non mi pare di aver mistificato niente. "È vero che basterebbero poche parole in più". Io mi riferivo a quella parte del tuo intervento (l'ho quotato tutto, così non c'è più modo di dire che estrapolo). Sul resto non mi esprimo per un solo motivo: come ho già detto, a me la questione non interessa di per sé, non mi dà fastidio come si modera adesso. La tua tattica sembra essere: tutti vogliono fare polemica per fare polemica. Non è così, ho riportato le tue parole, ma se vuoi chiudere necessariamente il discorso basta dirlo, non serve negare un dato di fatto. Ora, per me le parole hanno un peso. Quindi se mi scrivi: "è vero che basterebbero poche parole in più" e nello stesso periodo "ma non dobbiamo dimenticare che lo Staff" e tutto il resto mi sembrano consequenziali: lo Staff ha una vita, quindi anche se basterebbero poche parole in più non rompete l'anima. Dove ho sbagliato? A me sembra pura logica. E non sto facendo polemica con lo Staff, sto discutendo con te, non cercare di farlo passare per ciò che non è.
  9. Scusa Steam, ma credo di aver capito male questa frase. Tu mi consigli cosa? Perchè se mi consigli di evitare di dire il mio pensiero perchè a te sta antipatico, mi dispiace, ma dovrai fartene una ragione. No, consigliavo di non usare quella particolare frase, ma pazienza. Guarda, sono così avanti che me n'ero già fatta una ragione prima ancora di leggerlo. Non è che non creda che quelli dello Staff abbiano qualcos'altro da fare. È che sostengo che se uno non ha tempo per scrivere sei parole, dubito che possa fare il moderatore di un forum. La differenza non mi sembra così sottile. Poi, se vogliamo proprio insistere sul fatto che fare ctrl+c e ctrl+v porti via tempo prezioso... alzo le mani, perché capisco che non c'è proprio una base per la discussione.
  10. A me non importa molto, sinceramente, se scrivono in rosso, nero, viola, grassetto, sottolineato, maiuscoletto, non mi dà alcun genere di fastidio. Ma la motivazione "hanno una vita anche loro" mi spiace ma non regge, se si parla di mettere qualche parola in più, perché se non hanno il tempo per scrivere sei parole evidentemente non hanno il tempo per assumersi la responsabilità (perché lo è, è una responsabilità) di essere moderatori. Quindi: il metodo mi lascia indifferente, questa motivazione pigra per natura (anche noi utenti abbiamo una vita eh! Vorrei che non venisse dimenticato. E anche per noi postare richiede tempo non retribuito) è una giustificazione che ho sentito tante, troppe volte su internet. Lo dico a te perché mi pare che nessuno dello Staff abbia ribadito qualcosa di simile, ma consiglio di evitare una formula del genere che, per me, è proprio antipatica.
  11. ... ma direi che la vostra diatriba personale non aiuti molto chi cerca di entrare in contatto con questa CE. Né prendere il righello aiuterà a convincere qualcuno che l'una o l'altra abbia ragione.
  12. Gradirei anche io una regressione. Grazie anche da parte mia!
  13. Ciò che dice Andrea è vero, succede, ma non si può vivere nella paura. Avete tutta la mia approvazione e se avessi più tempo vi darei anche una mano; non ho neanche più la vostra età ma mi sembra davvero un'ottima attività. Perseverate!
  14. Devo dire che avrei apprezzato di più se il post fosse iniziato con, non so, dei saluti (titolo a parte). Spero che il biglietto da visita non sia altrettanto lungo! La butto lì, ma sicuramente i vostri consulenti di marketing sono più competenti dei miei: temo che su questo forum non ci sia gente a cui vendere qualcosa porta a porta. Perciò tutto ciò che dite è molto interessante, ma credo non sia al posto giusto nelle presentazioni, in quanto questo è un forum, non una vetrina internet come subito.it. In ogni caso... benvenuti.
  15. Credo che sia un fattore prettamente personale. Io non ho tendenze alla sottomissione, non ho mai cercato di adeguarmi e non ci trovo nulla di interessante in quel tipo di uomini; ma non dipende dalla cultura, dipende da me. Mi rifiuto di credere che sia solo una questione di influenza culturale, il carattere dove lo mettiamo? È vero che sono cresciuta in una famiglia tendenzialmente matriarcale e che l'assenza di una figura paterna può aver contribuito, ma in ogni caso penso che le esperienze personali contino molto più del condizionamento sociale nella crescita dell'individuo. E quelle dipendono solo da lui, femmina o maschio che sia.