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Mattonzolo

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    Un po' questo un po' quello
  1. Che idiota, non ho ricambiato gli auguri. Auguroni gemellino.
  2. Graccie Thorns, mio gemellino *fusa*
  3. Grazie a tuttiiiiiii! Thorns mi ha scritto un email che mi avvisava del topic. Sono commosso, grazie mille Thorns. Ti abbraccio, ti bacio, eccetera eccetera. Sì, sono un po' latitante, causa lavoro, laurea vicina, bambina e biberon e valanga di pannolini, più tutto il resto. Mi sono ricordato che avrei compiuto gli anni solo giovedì xD Mi mancate moltissimooooo. Grazie davvero a tutti quanti! Mi hanno fatto piacerissimo. PS: non dico che venderei mia figlia per quelle torte, ma sarei tentato Ora arriveranno i servizi sociali e mi metteranno in carcere
  4. Grazie davvero a tutti per i commenti. Vi adoro! Forse sono stato un tantinello ermetico. Il fatto che debba spiegarvi il contenuto è un mio piccolo fallimento. La prossima volta sarò più esplicito. L'elenco sono alcune domande che la donna ha posto alle vittime. Sono in terza e in seconda persona perché la donna, nel suo peregrinare, ha incontrato parecchie persone. A un bambino non si usa la terza persona, per esempio. Me ne sono reso conto solo dopo averlo scritto, non era intenzionale. Mi sa che cambierò Il rituale della bocca era distintivo. Una volta compiuto il rituale (per qualcosa che si scorgeva nella lingua, per qualcosa che succedeva) si era certi dell'identità della donna. La verità alla fine muore, il bambino ha vinto ed è stato l'unico a non essere stato ucciso. La verità nella storia umana è sempre stata violenta, per questo la donna era una sorta di serial-killer. Perché tutti morivano? Perché la verità non potrà mai essere soddisfatta. Era un pippone mio. Solo chi ragiona libero dalla necessità della verità - il bimbo malato - può annientarla. Hwang qualcosa grazie per le tue riflessioni. Bee grazie mille, ti adoro! Grazie Thorns, hai azzeccato tutto! NIcolaj sono contento che la prima parte ti sia piaciuta. Nella seconda parte non sapevo proprio bene dove andare a parare, e infatti si è notato. Grazie comunque.
  5. Sicuro? Esci dal punto di vista della dicotomia verità come autenticità/menzogna. Partiamo dal passato. L'idea della verità, così come oggi la intendiamo, nasce da Socrate che chiedeva quale fosse l'in sé delle cose. Platone poi arrivò a costruire un mondo bellissimo, perfetto, ideale, un mondo della verità. E Platone non era molto dolce con chi non la riconosceva, vedi i sofisti. Prendiamo poi la tradizione giudaico cristiana. Guerre, genocidi, torture. Tutto questo in nome della verità. Ciò che rinnega la verità è nefasto, diabolico, perverso, brutto, grottesco. O ancora la scienza. La scienza regna sovrana, il metodo empirico diventa ancella, testimone e giudice della verità. Ciò che non segue il metodo induttivo diventa non-vero, o quantomeno da verificare. La verità ammaliatrice dunque diventa bella, divina, morale e luminosa (Cristo è la verità, Cristo è luce: il sillogismo vien da sé). La verità però è anche violenta. La storia cristiana ne è testimone. La scienza stessa nei confronti di ciò che le è diversa presenta una violenza verbale, una violenza denigratoria. Pensiamo a quell'atteggiamento sardonico dell'occidentale che, armato di scienza, si rivolge alle credenze tribali. Pensiamo anche alle parole che molti scienziati riservano alla religione. Non proprio acqua di rose. Capisco la tua interpretazione e capisco quello che vuoi dire, ma sotto questo aspetto, e penso che ne converrai con me, la verità si presenta bella, ma violenta.
  6. Commento al link: Con questo racconto ho voluto giocare un po', non l'ho scritto perché qualcun altro potesse trovarlo piacevole. Quindi scusatemi se fa schifo. *** «Il mondo è una promessa che non si può mantenere.» Al quinto giorno della sua permanenza sulla terra, la donna aveva ucciso cinquantatré uomini e diciannove donne. Il sesto giorno quattro bambini. Il settimo si riposò. Si sedette sopra uno scoglio in riva al mare e ascoltò il verso stridulo dei gabbiani. L’orizzonte come un filo di luce. Soffiava un forte vento e i suoi capelli si dibattevano nell’aria salata. La donna chiuse gli occhi e respirò a fondo la quiete, lo spumeggiare delle onde. Ama i suoi figli. Crede in Dio. Ama sua moglie. Lei è una persona coraggiosa. Le piace il cioccolato. Questa palla è di colore rosso. In questa cesta ci sono quattro pere. Darebbe la vita per il suo cane. Darebbe la vita per suo figlio. Darebbe la vita per suo padre. Darebbe la vita per sua madre. Se uccidendo suo fratello potesse essere considerato un eroe, lo farebbe. Lei è una donna. È mancino. Vede con gli occhi. Ha mai ucciso qualcuno. Si è mai masturbato. Hai mai tradito qualcuno. Hai mai visto un essere umano. Ha mai starnutito. Hai mai strappato un filo d’erba. Ha mai carezzato un cavallo. Le piace il formaggio. Ha mai rubato. Si è mai tagliato con un foglio di carta. Il sole è luminoso. Ha mai chiuso gli occhi. Bere acqua la disseta. La sua merda puzza. Ha mai cercato forme nelle nuvole. La rattrista pensare alla sua defunta nonna. Ha mai carezzato un gatto. Prova rimorso per qualcosa che ha commesso in passato. Le piacciono le mie mani. È felice. Qual è il momento più bello della sua vita. Il suo orologio segna l’ora esatta. Ha mai mangiato qualcosa già scaduto. Come si chiamava la sua bisnonna. Hai mai pianto guardando la luna. Ha mai mentito. … Ha mai detto la verità? Quando Luca aveva sette anni, sua madre lo portò dallo psicologo sotto consiglio delle maestre. A nove anni Luca aveva grattato lo stipite della porta per parecchie ore prima che il padre se ne accorgesse. Sempre a nove anni si era tuffato nell’acqua gelida dello stagno del parco comunale per un’improvvisa paura mai chiarita. All’età di undici anni aveva ingerito un ago. A dodici aveva seguito una cura psichiatrica e ora che aveva tredici anni era più tranquillo, ma non parlava più. Un giorno aveva semplicemente smesso di farlo. E suonare il campanello e annunciarsi comportava un miasma di brutte sensazioni. Così quando quel martedì Luca suonò il campanello di casa sua e non rispose nessuno, provò un senso di sollievo e insieme di perplessità. Suonò ancora. C'erano dodici campanelli, sei per ogni fila. Il suo era il secondo di sinistra a partire dal basso, con scritto a caratteri stampati: F. Rossini, D.Pregolato. Rispettivamente suo padre e sua madre. I campanelli avevano diversi gradi di usura. Dalla macchia scura sul pulsante grigio, si poteva intuire quale fosse il campanello suonato con più frequenza. Luca suonò ancora una volta. Cercò di ricordare se sua madre non le avesse detto qualcosa, che avrebbe fatto tardi o di aspettarlo a scuola. Non gli sovvenne niente di simile. Si tolse lo zainetto rosso dalle spalle e lo poggiò contro la colonna. Si sedette sul gradino davanti al portone e guardò la strada. Un gatto era nascosto sotto una macchina parcheggiata e fissava il ragazzino con occhi luminosi. Luca urlò un verso. Il gatto si appiattì e mosse la coda. Trascorsero cinque minuti. Il portone dietro di lui si aprì e Luca scattò in piedi. «Ciao Luca.» La vecchia avanzò a piccoli passi, una mano reggeva il portone. «Aspetti la mamma?» Luca prese lo zaino e lo strinse al petto. «Ti tengo il portone aperto? Vuoi entrare?» Lui non disse niente e mosse appena la testa. «Non ho capito. Sì o no?» Mosse la testa con più decisione. «Va bene, allora lo chiudo.» La vecchia lasciò andare il portone e questo si chiuse con uno scatto. «Salutami mamma.» Lei si allontanò, il ragazzo la seguì con lo sguardo. Quando la vecchia scomparve dietro l’angolo, Luca si risedette. Il gatto era ancora accucciato sotto la macchina. Dopo qualche minuto il ragazzo si alzò e si avviò verso la scuola. Percorse i piccoli viali, superò le case con i giardini e le aiuole di rose ormai appassite. I cancelli della scuola erano aperti, forse qualche classe aveva rientro o forse era stata indetta una riunione del personale scolastico. Luca aggirò l’edificio, sul retro della scuola c’era una panchina e lui si sedette lì. I passeri cinguettavano tra le fronde del platano che si ergeva in solitudine davanti a un palazzone grigio e con l’intonaco sfatto. Da qualche parte un neonato strillò, dopo un po’ smise. A parte i passeri c’era silenzio. Una donna apparve nel cortile della scuola, passeggiando come se il tempo del mondo fosse suo. Si fermò al centro del campo da basket e si guardò attorno come una turista, le mani incrociate dietro la schiena. Luca prese lo zaino e lo strinse al petto. La donna girò su se stessa, eseguì lentamente il suo girotondo personale. Poi individuò il ragazzino. Indugiò qualche secondo, come un animale che ha colto un odore nell'aria, e si diresse verso di lui. Luca si ritirò contro lo schienale della panchina. La donna lo raggiunse e gli si sedette di fianco. «Cosa ci fai qui solo?» chiese la donna. Accavallò le gambe. Luca notò come i suoi stivali neri riflettessero l’azzurro del cielo. «Tua mamma dov’è?» L’odore della donna ricordava la vaniglia misto incenso. Vaniglia come la torta che gli cucinava sua nonna prima che morisse per un aneurisma cerebrale, incenso come quello di certe domeniche a messa. «Sei di poche parole.» La donna fece dondolare una gamba avanti e indietro, poi si girò verso Luca e disse: «Ti va di fare un gioco?» La donna aprì la bocca, le labbra si assottigliarono e la mandibola si divelse come quella di un serpente. Il sole si rifletté sulla superficie liscia dei denti. Il tessuto molle del palato. I morali come una catena montuosa. La donna tirò fuori la lingua. Dopo svariati minuti, lei richiuse le fauci e sorrise. «Lo sai chi sono, vero?» Il ragazzino annuì. «Devi dirmi la verità, sai anche questo, giusto?» Luca stringeva lo zainetto come se fosse la cosa più cara che avesse al mondo. «E penso tu sappia cosa succederà dopo un’ora se le tue parole non corrisponderanno al vero.» Si alzò il vento e la frangia di Luca si gonfiò come una vela. «Bene allora. Sei costretto a parlare, tacere non è una possibilità, ma non sarà un problema, non potrai fare a meno di parlare, ti sorprenderà. La domanda è questa: ti piacciono le stelle?» Il bambino lasciò andare lo zaino e questo rovinò a terra, in mezzo a foglie secche e a cartacce di vecchie merendine. Nell’aria c’era un puzzo di decomposizione autunnale. Luca rimase a osservare lo zaino e tirò su col naso. Si voltò e guardò la donna. «Allora?» fece la donna. Gli occhi verdi erano luminosi. Luca sospirò. Sul tacco di uno stivale della donna era attaccata una foglia. Disse che lui non sapeva, non sapeva proprio. Luca strinse l'orlo della giacca nei pugni. Disse che una verità che non si conosce è una verità che non c’è, che lui era solo stanco, disse che tutti parlavano e lui non voleva più sentir parlare, non voleva più nessuna verità perché le verità sono troppe e troppe verità sono verità non vere, disse che tutto è complicato, disse che forse il mondo non né vero né falso, perché se non si può parlare e se quando si parla si dicono troppe cose, allora il mondo non è niente, però c’è, come le stelle, chissà se ci sono, disse, e chissà se sono morto, chissà se sono morte, disse che lui non sapeva, proprio non sapeva. «Una verità che non si conosce non è una verità.» si morse il labbro e fissò un punto in mezzo all’erba. «Scusa.» Era il suo ultimo e tredicesimo giorno di permanenza sulla terra.
  7. Carino, mi è piaciuto. Ripeto, mi piace il tuo ritmo. Ci sono sempre dei refusi però. Fatto apposta oppure no? E' come dire: stima esatta. La parte in corsivo mi ha fatto sorridere. Povera Laura Passò. un'esplosione, con l'apostrofo. Adoro quel cereali. Tutto l'incidente con la donna faccia-da-vagina è piacevolmente assurdo, specie per come poi Luca reagisce tre giorni dopo. Come se non fosse successo nulla. refuso. Penso che quella preposizione non sia adeguata. Grazie per questa immagine paradisiaca. Carino questo passaggio. Bello. Attento ai refusi. E' carino il racconto, confermo quello che ho detto nel commento alla prima parte.
  8. Tipo questo ahahahah
  9. @Nicolaj Grazie delle correzioni e dei commenti! La seconda parte sarà decisamente diversa dalla prima, non è proprio un fantasy. E' un racconto scritto con la voglia di scriverlo e quindi ho giocato anche con la punteggiatura. Mi aspetto una valanga di appunti e critiche, specie per la conclusione @Hwang Tae Kyung Il senso è quello, ma ho preferito usare quell'altra forma idiomatica. Azz, grazie mille, corro a cambiare. Non sono io a dire che gli stivali neri sanno da puttana. Non è nemmeno il lettore. E' Piero. Piero associa gli stivali neri a una puttana. Non ho indagato sul suo passato, non è importante in questo momento. Il lettore qui (e anch'io) conosce un estraneo (Piero) che pensa in modo diverso dal mio, che non capisco bene, che ha una storia alle spalle che io non conoscerò mai. Come accade nel mondo reale con certe persone. Sì, non hai tutti i torti.... Hai ragione se fossi tu al posto del vecchietto. Ma il vecchietto è un individuo a se. Quel mondo (il bar in quella zona) è un mondo a se. Esattamente come quando io incontro un estraneo che non capisco. Tipo quelli che votano lega. Probabilmente Piero è un maschilista misogino. Hai ragione, forse è poco incisiva. Perché tira fuori la lingua? Mi è uscita così e mi è piaciuto un sacco che tirasse fuori la lingua. Non so perché Comprenderne l'utilità non penso sia compito mio. Inoltre le storie ad incastro (storie i cui elementi giocano a tetris) non mi entusiasmano. E' solo un mio gusto personale, so bene che per molti vale il contrario. Come sopra. Perché bisogna "capire"? Alcune cose sono così e basta. Niente di tutto questo. La seconda parte lo suggerirà, o forse no. ^^ E' stato un gioco per me scrivere questo testo, non segue la logica della coerenza dei romanzi di genere. @Bee Grazie mille Bee! Se ci foste voi, e refusi regnerebbero xD
  10. commento al link: *** Piero girò la pagina del giornale. Si raddrizzò gli occhiali e continuando a leggere si grattò il mento barbuto. Il vecchio alla slot machine premette il pulsante verde e le caselle frullarono come carte da gioco in mano a un croupier, poi partì una musichetta. Aveva perso ancora. Il vecchio nel frattempo si era fatto giù due bicchieri di bianco. Forse tre, considerò Piero. Guardò l’orologio. Le dieci e undici. Girò ancora pagina. Il barista era al cellulare e parlava cinese tutto concitato dietro al banco. Sembrava incredibile che un essere umano potesse parlare in quel modo. Piero conosceva l’italiano e il bergamasco. Nient’altro. Comunque al bar non c’era nessun altro, solo lui e il vecchio alle slot, quindi il barista avrebbe potuto incazzarsi e dimenarsi quanto voleva. Per Piero nessun problema. Sei anni dopo la pensione era ancora lì, al solito tavolino e al solito bar, come tutte le mattine. Un fedele habitué. Prese il bicchiere e finì il succo di frutta. Lo riappoggiò sul tavolo e quando sollevò lo sguardo vide una donna entrare nel bar. Vestiva una gonna lunga fino alle ginocchia. Camicia sobria. I capelli biondi erano così puliti che il profumo lo potevi immaginare. Età venti, massimo trenta. Niente orecchini. Indossava alti stivali neri, ma non aveva l’aria della puttana. Da quando Piero aveva letto un libro di Arthur Conan Doyle, regalato dalla figlia un Natale di qualche anno fa, ma lui l’aveva finito solo l’altro giorno – Piero giocava a ricostruire la vita di una persona sulla base di piccoli indizi. Una macchia sulla scarpa, una grinza sulla camicia, il modo di gesticolare. Così, tanto per passare il tempo. La ragazza avanzò fino al banco. Il barista era troppo preso dalla conversazione al telefono e non fece caso alla donna. Le voltò le spalle e scomparve nel retrobottega, urlando con suono nasale qualcosa nella lingua dei cagariso. La donna si voltò e fissò il vecchio alle macchinette, poi Piero. Lui trasalì e chinò la testa sul giornale. Una riga su un casino governativo della Siria, e guardò ancora la donna. Continuava a fissarlo. Camminò verso di lui, il suono dei tacchi come colpi di battente su un portone, e gli si parò davanti. Un attimo di silenzio. La ragazza non gli cavava gli occhi di dosso. Piero abbassò gli occhiali a metà naso. «Buongiorno.» La donna sorrise. Due labbra carnose. Il viso morbido, pelle chiara, quasi diafana. Non una ruga. Spostò la sedia e si sedette di fronte a lui. Appoggiò i gomiti sul tavolo, come se fossero vecchi amici e avessero fatto una pausa nella conversazione. Piero spostò il bicchiere vuoto di qualche centimetro, senza una ragione. «Qualche problema?» La ragazza arricciò le labbra in un sorriso poi fece cenno di no. «Guarda che ho una famiglia, certe cose non le faccio. Non so se mi spiego.» Piero si voltò. Il vecchio era ancora alle macchinette, curvo sullo sgabello, del barista invece non c’era ombra. La ragazza inclinò il capo. «Qual è il suo nome?» chiese. «Sono Piero e non penso che ci conosciamo.» rispose lui. «No» disse lei, come sovrappensiero. «Penso di no.» «Bene» fece Piero. Spiegò il giornale e si immerse nella lettura. Ripose il giornale sulla tavola. «Signora, posso fare qualcosa per lei?» «In un certo senso.» «Non voglio seccature.» Dal retro del bar si sentivano colpi e urla in cinese. Ancora al telefono, il barista. La ragazza non si muoveva. «Senta, o se ne va lei o me ne vado io.» «Lo sa chi sono io?» «Perché non me lo dice?» «Verità.» «Che razza di nome è.» «Quel che significa.» «Mi prende per il culo?» «No.» «Non ho voglie di seccature, l’ho già detto.» «E’ vero, l’ho sentita.» «Allora perché non alza i tacchi e mi lascia stare?.» «Io sono la verità. Sono scesa quaggiù per curiosità. Qualcuno dei miei fratelli si è fatto un giro da queste parti, in questi ultimi tempi.» «Sicura di stare bene?» «Altroché.» «Non è demente o cos’altro?» «Vuole che glielo provi?» «Vuole provarmi che lei è non è demente?» Piero scosse la testa e sbuffò. «No, provarle che sono quel che sono.» «E lei sarebbe?» «Verità.» «Verità, giusto.» lui rise e piegò il giornale sulla tavola, pareggiando i bordi delle pagine. Poi la guardò in faccia. «Faccia come le pare.» La donna sorrise e mostrò i denti. Aprì la bocca lentamente, sempre di più, la dischiuse come un fiore al nuovo sole, la spalancò come se i tendini fossero vicini al punto di rottura. Tirò fuori la lingua. La musichetta alla macchinetta annunciava che il vecchio aveva perso ancora una volta. Fuori sulla strada un’automobile suonò il clacson. Trascorsero cinque, dieci minuti, prima che la donna riportasse la lingua all’interno della bocca. Piero ora non rideva più. «Una domanda Piero, questo è il gioco che ti propongo.» L’uomo non accennò risposta. «Se risponderai la verità, andrà tutto bene. Se quello che dirai non corrisponderà al vero, allora morirai nel giro di un’ora. Un colpo al cervello, nulla di brutale.» L’uomo non si mosse. Gli occhi fissavano un punto sul tavolo. La donna con l’unghia grattò un’incisione sulla tavola causata da un coltello. «Allora ci sta?» L’uomo non rispose. «Ma certo che ci sta… Mi ha detto che si chiama Piero, esatto?» «Sì.» disse l’uomo. «Bene Piero.» «Ho una famiglia, la prego.» «Sì, lo so.» «Non può farmi questo.» «Penso che sappia che scappare non servirà a nulla.» Le labbra di Piero tremarono e annuì. «Bene. Non sarà poi così difficile, è necessario che risponda secondo verità.» Piero chiuse gli occhi e si tolse gli occhiali. Li appoggiò sul giornale. La donna gli chiese se amasse i suoi figli. Lui respirò a fondo e dopo quarantasette ticchettii della lancetta dei secondi disse: «Sì. Li amo.» Annuì più volte con la testa. «Lì amo, giuro su Dio che li amo.» Il cinese ricomparve dietro al banco, mormorando qualcosa tra sé. Prima di andarsene la donna gli disse che avrebbe avuto un’ora di tempo per chiamare i suoi cari e sistemare le sue cose. Piero Caravalli morì un’ora e sei minuti dopo su una panchina, la giacca piegata sulle ginocchia, gli occhiali a metà naso. Un piccione becchettava il terreno sotto la panchina.
  11. Mi è piaciuto un sacco. Appena ho iniziato ho pensato: uffa, no. Poi ho continuato nella lettura e devo dire che mi è piaciuto. Ho mangiato la foglia e mi son detto: o è molto bravo oppure non lo è. Mi hai divertito e voglio leggere la seconda parte. E' scritto davvero molto bene a livello di tempistiche. Rapido, scaltro. Giochi bene con l'assurdo. Un cliché che ADORO. Si può usarlo all'infinito, Highway To Hell come soundtrack horror meriterà sempre. Distacco emotivo bellissimo e sottile. Forse lo capirò nella seconda parte , ma non capisco se quella voce "facile" (come quel cadere fra le braccia dell'abusato e stuprato Morfeo, non molto originale) sia del protagonista o sia tuo. Se è del protagonista clap clap. Forse è perché mi piace il genere, ma il dialogo è divertente. L'epica promessa di un eroe in erba. Ci sta bene come fine primo tempo. Ci sono molti refusi, e all'inizio mi son persino chiesto se non fossero voluti. Penso di no, sono errori e basta. Però, però, però. Se distribuissi piccoli errori di grammatica, o forse se usassi ingenuamente una parola per un'altra, se rendessi un po' più cretino il protagonista nel suo narrare, l'adesione al pov aumenterebbe, secondo me. Poca roba, ovviamente, il testo deve rimanere leggibile, però l'assurdo diventerebbe più "credibile". Penso. Mi hai fatto divertire. Ora passo alla seconda parte.
  12. La vita mi ha rapito e non ho più storie da raccontare. Mi sento in colpa e non so perché.

    1. sefora

      sefora

      Forse perché sentivi l'obbligo di raccontare?

    2. Thorns

      Thorns

      Vivi e non sentirti in colpa. Le storie verranno ;)

  13. Grazie davvero a tutti, a quelli a cui è piaciuto e anche a quelli a cui è piaciuto un po' meno. Mi avete risollevato il morale dopo il fail al concorso. Sì, Pulp fiction un po' riecheggia, però questo racconto esprime la mia passione per un regista dallo stile particolarissimo che personalmente amo quasi in senso carnale. Wes Anderson, regista de "I Tenembaum" e di altre pellicole esilaranti. Concordo con gran parte delle critiche e mi è piaciuto leggere i differenti punti di vista. Grazie ragazzi!
  14. commento al link: *** Nome: Wes Tenembaum. Anni: 24 Impiego: disoccupato. Saltuario rapinatore di piccoli market e pompe di benzina. Altezza: 5’12’’ (SMD: 183 cm ca.). Peso: 189 lb (85.7 kilogrammi ca.). Capelli: castani. Occhi: nocciola. Stato civile: celibe. Segni particolari e/o aneddoti degni di nota: ha una cicatrice sulla fronte; all’età di sette anni amava fingere di prendere il the delle cinque in compagnia di una borghese altolocata di nome Cindy, e ciò aveva destato grande preoccupazione al padre, il quale sospettava una plausibile e latente omosessualità ereditaria, poiché suo fratello Frankye, zio di Wes, “giocava per un’altra squadra”, eufemisticamente parlando. L’anno seguente, con sollievo del padre, l’ora del the fu sostituita dalla caccia e successiva impiccagione di lucertole; Wes Tenembaum tuttora colleziona cartoline provenienti da luoghi del continente europeo e asiatico. Parolaccia maggiormente usufruita: Caz*o, ma solo quando lavora. Ripiego tempestivo: nella vita quotidiana non ama ricorrere a un linguaggio volgare, quindi “Accidenti”, “Caspita” e lemmi di tal fatta ricorrono spesso nel suo parlato. Colore preferito: rosa e argento. «HO DETTO DI METTERVI GIÙ O VI AMMAZZO!» Con la mano che non impugnava la pistola, cercò di raddrizzarsi il passamontagna. «Pompinaro Assoluto» esclamò Alba. «Forse è meglio metterci giù» suggerì Bob. Il rapinatore si diresse alla cassa e puntò la pistola contro una delle cameriere lì presenti. Lei si raddrizzò e strinse le spalle. Sembrava stesse per piangere. «Tu, tira fuori tutti i soldi e mettili in un sacchetto» disse l’uomo. «Hai trenta secondi di tempo.» «Cosa gli salta in mente di fare una rapina in questo posto? E’ pericolosissimo per lui. Fuori è pieno di gente.» «Alba, mettiti giù.» «Forse ha usato la stessa logica di Pulp Fiction, nessuno sospetterebbe una rapina qui. E come può prevedere che nessuno chiami la polizia col cellulare?» Bob era mezzo disteso sulle sedie. «Buon Dio Alba, mettiti giù.» «Ehi, voi due, cosa fate? Mettetevi a terra, come vi ho detto.» Il rapinatore raggiunse Robert Dickinson e Alba Anderson, brandendo la pistola. «HO DETTO GIÙ, GIÙ!» Da qualche parte qualcuno aveva preso a singhiozzare. La ragazza non si mosse. Guardò il rapinatore ritto in piedi davanti a lei, la fronte aggrottata e gli occhi socchiusi. Bob ritenne di intervenire, seguendo un eroico e un po’ filmico impulso. «Alba, fa come ti dice.» L’uomo spostò la pistola su Robert semidisteso sulla sedia. Il braccio teso del rapinatore tremava e la pistola sembrava un sonaglio scosso da un mariachi. Le eroiche ambizioni di Bob si ridimensionarono. «Scusa» sussurrò. Alba si alzò in piedi e il rapinatore arretrò di un passo. «Che diavolo fai?» l’uomo alzò e abbassò la pistola più volte, in direzione di Alba. «Stupida pazza, vuoi farti ammazzare?» «Tu sei Wes!» esclamò lei. «Come?» «Ma certo, sei Wes! Ti riconosco dalla voce.» «Noi non ci conosciamo.» «Abbiamo frequentato le scuole medie insieme, non ricordi? Sono Alba!» «Ma certo, Alba! Alba Anderson!» Il rapinatore sollevò il passamontagna sopra la fronte. Sorrise e Bob, tra le gambe della tavola, costatò che anche la sua dentatura era perfetta. «La biondina di Minneapolis!» «Da non credere.» Alba si passò una mano tra i capelli. «Cristo, come sei cresciuto.» «Anche tu sei cambiata. Come te la passi?» «Mi sto per laureare in letteratura inglese.» «Sei sempre stata un genio. Ehi, tu!» Wes si girò e puntò la pistola contro un anziano che si stava alzando. «Vecchio, ti consiglio di sederti se non vuoi un buco nella testa.» Il vecchio si accucciò a terra. Alba avvicinò il viso a quello dell’uomo. «Perché non spari un colpo al soffitto? Saresti più incisivo.» Wes scosse il capo. «E’ di plastica.» sussurrò. «Senti tesoro, qui le cose rischiano di mettersi male. E’ meglio che vada. Sentiamoci, però. Sono una brava persona, anche se non sembra. Abiti ancora dai tuoi, nella casa con l’altalena?» «Sì. Ma non hai paura che riveli la tua identità alla polizia? Qui tutti mi hanno visto parlare con te.» «Sono sicuro che terrai la bocca chiusa. E appena esco, trova il modo di svignartela.» Bob si sollevò sulla sedia, incerto sul da farsi. Guardò il rapinatore calarsi il passamontagna sul viso e dirigersi al banco, minacciando con la pistola un ragazzo, poi un uomo, una cameriera e un’anziana. L’uomo di nome Wes prese il sacchetto con l’incasso della tavola calda, lasciato diligentemente sopra il banco dalla cameriera spaurita, e infilò la porta. Per un momento calò il silenzio, come una sostanza leggera e quasi ipnotica. Una nuvola si spostò e il sole fece capolino dalle vetrine del locale, illuminando con raggi polverosi i tavoli e le foto dei miti del cinema affisse alle pareti. Da qualche parte una macchina suonò il clacson. «Visto? Ho finito il caffè e pum! Ecco il mio incontro interessante.» Qualcuno si stava alzando da terra e guardava gli altri, come a cercare conforto. Un’anziana vicino alla colonna continuava a ripetere “forchetta” con voce tremante e la cameriera alla cassa sembrava che stesse eseguendo gli esercizi respiratori preparativi al parto. Bob si voltò verso la ragazza. «Sei pallido.» disse lei. «Mi hanno appena puntato una pistola contro.» «Ma era finta, non hai sentito?» «Sì, ma sembrava vera.» Bob continuava a lisciarsi ossessivamente la maglia. In lontananza si sentirono le sirene. Qualcuno dalla strada doveva aver visto cos’era accaduto e aveva chiamato la polizia. Una donna afroamericana vicina all’entrata rideva istericamente fissandosi le scarpe, una mano sul petto. «Forse è meglio che me la svigni.» fece Alba. «Come?» «Non voglio tradire un mio compagno delle medie.» «Scherzi?» Alba corrucciò lo sguardo. «Certo che no.» «Non è un comportamento civile.» «Chi se ne fotte. E’ stato il mio incontro interessante, non posso spifferare il suo nome alla polizia. Io me ne vado.» La ragazza raccolse l’astuccio, il quaderno e il libro e li ripose nella borsa di tela. Bob la guardava, attonito. Alba indossò la borsa sulla spalla e fece per andarsene. «Alba?» «Cosa c’è?» «E il caffè?» «Il caffè?» «Dovevo essere io il tuo incontro interessante.» disse. Alba si morse il labbro inferiore e mosse la testa, come a dire che a riguardo si pronunciava dubbiosa.
  15. Ma che bellino! Hai uno stile particolarissimo, dolce e secco allo stesso tempo. L'ipocondria l'ho vissuta in seconda persona - mia sorella lo è un po' - ed effettivamente si vivono i dubbi che hai descritto: sta male veramente o ha solo paura? Sono io che esagero, pensando che in realtà non ha niente? In più si instaurano dinamiche pessime a livello famigliare. Bello! Un buon modo di concludere una frase, priuma di andare a capo. Forse è colpa delle canzoni di Grignani che tempestano le radio, ma quel "E sai" non mi piace. Lo trovo goffo. A un certo punto avevo pensato che la protagonista fosse in realtà la madre pazza di una neonata. Mi aveva inquietato un sacco. Comunque sia quest'inserto è molto bello. Una buona analisi, secondo me. Mhh ecco, il fatto che la figlia dica: solo io mi ero resa conto della verità, rischia di far scivolare il racconto verso qualcosa che odora troppo di costruito. La figlia è pazza? Secondo me non lo è. E perché parla come se lo fosse? Un ipocondriaco è notato da tutti, non da uno solo, quindi oltre alla figlia c'era qualcun altro che poteva aver supposto la stessa cosa. Se invece la figlia è davvero pazza (la conclusione del racconto getta un dubbio su tutta la questione), quella frase rischia di essere troppo stereotipata, secondo me. Bellissima conclusione. Specie la parte che ho sottolineato. Davvero complimenti.