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Stellina_90

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  1. Perché no? ho detto "quasi sempre", non "sempre". La possibilità che mi sbagli sul caso specifico di Tolkien è perfettamente contemplata nel concetto di "quasi sempre". Il mio discorso sul non dichiarare esplicitamente qualcosa è generico, non rieferito a Tolkien nello specifico, sebbene ci siano elementi che mi fanno pensare. I vantaggi del non dichiarare esplicitamente il contenuto di un determinato messaggio ci sono, in realtà, specie se l'argomento che tratti è non accettabile nella tua epoca o nel paese in cui vivi. Per esempio, Andersen, ne La Sirenetta, racconta di un amore impossibile tra una sirena e un umano, che nella storia originale non è nemmeno corrisposto. Il principe non era stregato da Ursula, come nella versione di Disney, era proprio innamorato di un'altra donna. La sirenetta, dunque, desiderava qualcosa di impossibile. In questa storia, Andersen racconta sé stesso, dal momento che nell'800 i gay non facevano certo coming out e qualunque relazione sarebbe stata vissuta di nascosto (ammesso che la si sarebbe vissuta, visto lo stigma sociale). Certo non avrebbe potuto raccontare la storia in modo esplicito e per quel che se ne sa non ha nemmeno rilasciato dichiarazioni specifiche sui significati della fiaba, del resto...come avrebbe potuto farlo, visto lo scandalo che ne sarebbe conseguito? ma vogliamo davvero escludere categoricamente la cosa solo perché lui non l'ha detto esplicitamente? Tornando al discorso sull'insegnamento morale, considerando che "morale", agli orecchi dei più suona come "moralismo", e dunque come una bestemmia, chi mai dichiarerebbe esplicitamente "ho messo un insegnamento morale qui, qui e qui"? Purtroppo ci sono anche dei condizionamenti culturali o delle inibizioni personali, come il malato che dice "sto bene", per non far preoccupare i parenti. Se uno gli credesse sulla parola e non indagasse, immagina le conseguenze. Non sempre si può credere sulla parola, io ne ho esperienza diretta (e sicuramente dipende da questo il mio atteggiamento verso tali cose). Ok, ma questo non ha a che vedere con lo "scopo" della letteratura, solo coi criteri secondo cui l'opera piace anche al di fuori della sua epoca. Per inciso, su questo sono d'accordo, leggere le opere originali può risultare pesante e sgradevole, per quanto l'argomento in sé possa essere interessante. Altre, invece, risultano gradevoli e di immediata comprensione anche se scritte secoli fa. Per dire, il Decameron a me ha fatto ridere, e trovo sorprendente che l'umorismo di secoli fa riesca a fare effetto anche su di me che sono nata in un'epoca del tutto diversa. Perché? nemmeno chi studia letteraratura ha stabilito esattamente se la letteratura sia pura estetica o abbia necessariamente un messaggio da comunicare, quindi è perfettamente sensato aspettarsi che ce ne possano essere. Che non significa dare per scontato che ce ne siano, solo essere aperti alla possibilità che ce ne siano. Non lo dico io, è lui che dichiara che ci deve essere un insegnamento morale, tipo che il bene vince sul male, intendiamoci: quella del bene che vince il male la dice esplicitamente. Nero su bianco. Per questo Morgoth cade, i draghi Glaurung e Smaug muoiono, Gollum si distrugge con le sue stesse mani, Saruman viene ucciso, Vermilinguo anche, i Nazgul periscono tutti, Shelob, dopo millenni di impunità, viene uccisa, infine anche Sauron viene sconfitto (ed è dai tempi del Silmarillion, la Prima Era, che Shelob e Sauron la fanno franca). Insomma, Tolkien non lascia impunito nessuno dei suoi cattivi, alla fine muoiono tutti. Perché non ne sfugge nessuno, come invece accade nei libri di altri autori? Capisci, dunque, che visto il contrasto tra quella frase, e quella dove dice che il bene deve trionfare perché ci deve essere l'esempio positivo, mi può anche venire il lecito dubbio che magari non tutto sia stato detto. Però ripeto, @swetty, può anche essere che il problema ce l'ho io che nella vita vera vedo spesso la gente dire una cosa e pensarne un'altra, non necessariamente per inganno, eh, spesso nemmeno loro si rendono conto di quello che pensano veramente, il problema è che io so leggere tra le righe e "becco" queste affermazioni non dette. Faccio male ad applicare il concetto alle opere letterarie? forse. Non lo escludo. Ma mi viene naturale, soprattutto quando vedo situazioni ambigue, come quelle due affermazioni di Tolkien che a me paiono completamente contrastanti. Come puoi dire che hai scritto per divertimento e poi dichiarare che è tassativo che il bene vinca perché vuoi l'esempio positivo? quello non è esattamente ciò che chiameremmo "morale", "insegnamento", "messaggio"? solo a me sembra un contrasto bell' e buono?
  2. Ammetto che a me fa l'effetto esattamente opposto, non so, magari sono strana io, ma non è affatto quello descritto l'effetto che mi fa, il riportarmi a casa o il sentire un legame, semmai il contrario, per me è l'osservare qualcosa che sia altro da me, qualcosa di diverso che magari non avrei pensato o visto in tal modo se non avessi osservato il punto di vista di qualcun altro. Evidentemente non ho mai capito in tutta la mia vita quale sia lo scopo della letteratura, perché non l'ho mai concepita in questo modo né mi riesce, onestamente. Ma siamo sicuri che lo scopo della letteratura sia quello? voglio dire, è scritto o stabilito da qualche parte che tutto ciò che rientra nella letteratura risponda a tale schema? o, come penso io, ogni autore fa quel che vuole e se un'opera chiamiamola moralistica finisce nella letteratura perché nessuno si è reso conto di cosa fosse, va bene lo stesso? Un'opera che insegna deve necessariamente partire con la premessa "fai così e vedi che funziona", stile manualistica? Sarà un mio limite, ma non mi riesce proprio di vederla sotto questo aspetto. Colpa di troppe letture psicologiche della serie "anche quando non ne sei consapevole, stai insegnando qualcosa, l'esempio dice di più delle parole e delle intenzioni". Non è questione di mentire, semplicemente si tratta di non affermare esplicitamente ogni intenzione, è un uso del linguaggio non verbale, nello scritto si traduce nel cosiddetto "leggere fra le righe". Alcuni trovano poco fantasioso e inelegante lo spiegare al lettore l'esatto significato delle proprie affermazioni, qualcuno lo trova persino offensivo verso l'intelligenza del lettore, come se l'autore non lo reputasse capace di arrivarci da solo. Ho letto questa critica più volte, è un errore di gravità quasi pari all'infodump, da quel che ho visto. Ovviamente ciò è vero, in linea di massima. Occorre non dimenticare che l'essere umano è soggetto a vari freni inibitori, autoimposti o meno. Il pudore è uno dei più comuni, è quello che porta la gente a presentarsi come "aspirante scrittore", quando in realtà, nella propria mente, si vede un premio Nobel e scalpita ogniqualvolta l'editor gli faccia una rimostranza, per giustificata che essa sia. Non è necessariamente un processo cosciente, anzi, spesso non lo è affatto. Non escludo, comunque, che sia io la persona analitica che psicoanalizza tutto e tutti e dia significati a cose che non ne hanno. A onor del vero, il fatto che ci azzecchi quasi sempre non fa che confermarmi e non mi aiuta affatto a smettere tale atteggiamento. Mi riesce difficilissimo, quasi impossibile, credere che una storia possa essere davvero solo una storia (con le dovute eccezioni).
  3. Personalmente, è questo il punto che non condivido. Ovviamente, nessuno scrittore avrebbe l'ardire di affermare di voler insegnare alla gente a vivere, sarebbe un'esagerazione bella e buona, considerando che il risultato è incerto, magari si fallisce miseramente in tale proposito e incassare la figuraccia dopo aver fatto grandi dichiarazioni è dura da mandar giù, come dice quel detto "più in alto si va, più rumore fa la caduta", o una roba del genere. Ciò non toglie che l'insegnamento c'è e chissá quante volte, è solo per non compromettersi che si afferma di non avercelo messo di proposito o di essersi resi conto solo dopo di altri significati dell'opera. Dubito che un libro denso di significati come "Il Piccolo Principe" possa essere stato scritto solo come svago, perché l'autore quel giorno non aveva di meglio da fare. Se ci aspettiamo che siano gli autori a dichiarare apertamente le cose, è come pretendere che ogni volta che mi trucco io dica "oggi mi metto in tiro per far la strafiga", siamo seri, non c'è bisogno che lo dica, chiunque ci può arrivare, altrimenti perché ho perso tempo appresso al fondotinta e al rossetto quando il 99% del tempo sono al naturale? di sicuro non per mancanza di autostima (altrimenti sarei truccata di tutto punto il 99% del tempo, anziché l' 1%), quindi è ovvio che l'intento è "oggi voglio far la figona". A me succede esattamente quello. Per questo penso non si possa affermare cosa l'arte trasmetta o meno in assoluto o con quali fini venga prodotta. Per te è solo estetica con un bel messaggio (forse) che si intravede alla fine e che, dopotutto, non è nemmeno ciò che davvero si coglie. Per altri sarà qualcosa di profondo, ricco di significato, utile persino a riflettere sul mondo e su sé stessi e vedere queste realtà sotto una luce diversa, con occhi nuovi. In fin dei conti, ogni artista mette qualcosa di sé e delle proprie convinzioni nelle sue opere, è inevitabile che ciò traspaia, all'osservatore va il compito di decidere cosa farsene. Perché, intendiamoci, anche un'opera creata con intento moralistico, non è detto che riesca a esprimere ciò che vuole dire o si riveli un clamoroso buco nell'acqua, dividere nettamente ciò che ha intento moralistico da ciò che non lo ha, non ha senso, in quanto ogni persona ha una sua morale ed essa in qualche modo finisce per entrare nelle opere, è quasi impossibile non esprimere sé stessi, per un artista, poi, lo definirei praticamente impossibile. Mi hai messo curiositá. A cosa ti riferisci, nello specifico? ipotizzo tematiche "ancestrali" (chiamiamole così) come la vita e la morte, ma magari sono fuori strada, preferisco aspettare la tua risposta.
  4. Io ho da poco iniziato I Beati Paoli di Luigi Natoli.
  5. Sarà che non comprendo io ciò che comunemente si intende con la locuzione "intento didascalico", ma quello di cui Tolkien parla nella lettera 131 è grosso modo quello che intendo. Lanciare un messaggi, è esattamente ciò che fa la letteratura, ed esso è anche un insegnamento, altrimenti sarebbe mera opinione e quasi nessuno si spreca a scrivere opinioni di 800 e più pagine. Parlare di dedizione esacrificio, è dare un'indicazione e un insegnamento di vita, qualunque psicologo potrebbe confermare che insegnamo di più con le nostre azioni che con qualunque circonvoluta spiegazione teorica, pertanto i libri di Tolkien sono decisamente pedagogici, da questo punto di vista e anche istruttivi. Se poi per "didascalico" si intende un libro che dovrebbe indicare uno stile di vita o a ragionare secondo una forma mentis specifica, penso che solo nei manifesti politici, nelle ideologie, nei trattati filosofici e nelle religioni si trovi una cosa simile, ma definire ciò l'unica cosa che si possa definire "insegnamento" non è un'idea che condivido e che trovo sensata, pertanto, se quelli che dicono che la letteratura non isegna, ritengono che solo quest'ultima che ho descritto, sia ciò che si può definire insegnamento, allora è inutile proseguire, perché non ci troveremo mai in accordo su questo punto.
  6. Perdonami, ma a me non risulta. In che passo lo dice? Faccio un esempio facilmente verificabile da tutti: Il Signore degli Anelli. Tolkien scrisse di suo pugno, nelle lettere che indirizzava ad amici, colleghi e a suo figlio Christopher, che l'intento delle sue storie era istruire, dare un insegnamento, dare indicazioni morali. È Tolkien stesso a spiegare, tra le tante cose e i vari esempi, perché la "magia" e la "macchina" siano cose negative nelle sue storie, e spiega come il pensiero magico (inteso come strapotere, desiderio di dominio) sia, alla stregua dell'uso spregiudicato della tecnologia, un danno all'uomo e alla natura; ancora, ci fa notare che ciò che fanno gli elfi non è "magia" alla stregua di quella usata dagli antagonisti e fa notare la differenza tra il titolo dato a Gandalf, "wizard" e il titolo dato a personaggi negativi come i Nazgul (ad esempio il loro capo, il "Re stregone di Angmar", "Witch king of Angmar" nell'originale) e altri, nomi come "sorcerer" e "witch", usati per gli incantatori malvagi. In lingua italiana, questa differenza è stata resa con "mago", contrapposto a "strega" e "stregone", sebbene qualche traduttore abbia fatto notare che il "wizard" di Tolkien sia più analogo al "benandante" della tradizione italiana friulana, ma son dettagli. Credo che pure l'autore del Piccolo Principe abbia dichiarato una cosa simile, e con lui altri autori, ma potrei dire corbellerie, vista la mia scarsa memoria, pertanto preferisco attenermi a quello che ricordo con chiarezza. Per questo motivo, mi trovo molto in accordo con Alberto, quando dice: Per Tolkien sicuro: l'ha scritto lui stesso, nero su bianco. Lo potete verificare tutti personalmente.
  7. Personalmente, mi piace l'interpretazione di @Alberto E. Long, sono anche io dell'idea che dietro un'opera d'arte (letteraria e non) ci possa essere molto di più dell'intrattenimento.
  8. @ElleryQ hai ragione, è fastidioso, purtroppo non essendoci il tasto per modificare i post (e non avendo pazienza di aspettare il post di qualcun altro, lo ammetto) ho fatto un secondo post. So che l'argomento sembra slegato, ma a leggerlo bene mi è sembrato un buon riassunto - pur con i dovuti distinguo - di alcune parti del lungo articolo di National Geographic, anche se qui la componente è diversa perché non ha a che fare con il DNA ma solo con la psicologia e tipicamente il cattivo in una storia è più un narcisista che un sociopatico, visto che a molti non stimola l'idea di narrare un antagonista che "è nato così" e non può essere convertito (oddio, scientificamente si può, ma la vedo difficile convincere l'antagonista a volersi far fare trainig psicologico dall'eroe/protagonista, anche se un'idea ben realizzata sarebbe parecchio interessante). Dici che articoli a carattere psicologico non si prestino bene all'argomento sugli archetipi del personaggio e l'antagonista? mi sembrava un buon complemento, ma se dici che è più adatto alla sezione Documentazione ne terrò conto per il futuro. PS: a 'sto punto mi hai fatto venire curiosità sulla backstory degli antagonisti DC, andrò a spoilerarmeli su internet. Grazie della spiegazione approfondita sul deuteragonista, ammetto che mi è sempre stato difficile capire la differenza tra antagonista e antieroe. Curiosità finale: dovendo nominare un cattivo "folle", che sia di libri, fumetti o film, chi citeresti? dovrà pur essertene capitato uno senza valide spiegazioni per il suo agire o spiegazioni tanto deboli da non poter essere veramente definite traumi psicologici capaci di generare un simile comportamento.
  9. Scusate il doppio post (ma è vietato? non ricordo), mi è capitato sotto mano questo interessante articolo e magari a qualcuno può servire come referenza per creare un rapporto (lavorativo, amoroso, amicale, parentale che sia) tra una persona altruista e una egoista, dall'emblematico titolo "Chi è la vittima ideale del narcisista? Il suo esatto contrario, l’empatico". http://psicoadvisor.com/vittima-del-narcisista-3984.html La parte interessante è l'analisi delle motivazioni del narcisista, le sue tattiche e le reazioni dell'empatico.
  10. @ElleryQ io nel 1990 ero appena nata, se i cartoon li considero vecchissimi, la roba venuta prima mi sembra perduta tra le nebbie del tempo È chiaro di Batman ne sai di più tu che io, che sinceramente non riesco a digerire il sistema della serialità del fumetto americano da te descritta (i "millemila universi Marvel", come li definisco io, sono l'apice di questo sistema) e ne ho seguito poco. Per l'idea della malvagità diciamo che io ho una scala oltre la quale si innesca la follia, intesa non come incapacità di intendere e di volere, ma come di incapacità di effettuare azioni proporzionate alla minaccia che si deve, o si crede di dover affrontare. Se i banditi ti hanno incendiato casa sarà comprensibile un desiderio di vendetta, ma nel momento in cui massacri anche le loro famiglie, i loro amici e chiunque li abbia mai salutati per strada, la "soluzione" è decisamente sproporzionata rispetto alla minaccia. Mi ricordo una notizia di cronaca nera abbastanza assurda: una donna aveva ucciso il marito con la complicità del suo amante e la madre del povero ragazzo si domandava "ma perché non ha divorziato come fanno tutti gli altri? era davvero necessario uccidere mio figlio?". Ecco, diciamo che qui difficilmente c'è una spiegazione "lucida", perché la mamma del poveretto ha ragione, la donna poteva benissimo divorziare, non c'era la necessità di uccidere. Questa parte mi fa pensare al più assurdo caso di cronaca nera a me nota: una coppia di sociopatici architetta la morte dei suoi due figli simulando un incendio, perché stanchi delle responsabilità genitoriali. Dal punto di vista della logica, non fa una piega: un figlio lo puoi disconoscere solo alla nascita, quando ha giá 3-4 anni è ormai tardi per darlo in adozione e se anche ci provassi nessuna legge te lo consentirebbe, se te lo levassi di mezzo platealmente, finiresti in galera e tutti ti odierebbero e cercherebbero di linciarti per strada, quindi che si fa? l'unica apparente soluzione è simulare un incidente domestico. Il problema delle responsabilità genitoriali è risolto, salvi la faccia coi vicini e non vai in carcere. Se sei privo di sentimenti e di capacità di provare rimorso, è indubbiamente una soluzione lucida ed efficace, ma ciò non toglie che un problemino mentale ce l'hai (neurologicamente parlando, pare che ci sia una differenza fisica tra il cervello dei sociopatici e quello degli altri). Questo articolo di Nationl Geographic sull'argomento bene/male è molto interessante, si potrebbe usare come spunto di conversazione, visto il suo eloquente titolo "Cosa ci dice la scienza sul bene e sul male". http://www.nationalgeographic.com/magazine/2017/08/science-good-evil-charlottesville/ Per chi non capisse l'inglese, traduco le parti salienti degli esempi riportati: Ashley Aldridge became an exemplar of extreme altruism with a heroic act that she performed reflexively. The 19-year-old mother ran barefoot to a railroad crossing to rescue a man whose wheelchair was stuck on the tracks. She pulled him free just before a train would have hit them. Ashley Aldridge è diventata un esempio di altruismo estremo con un atto eroico che ha compiuto di riflesso. La madre diciannovenne è accorsa scalza sull'attraversamento di un binario per soccorrere un uomo la cui sedia a rotelle era bloccata nei binari. L'ha tirato via proprio prima che un treno potesse colpirli. Aldridge’s heroic rescue is an example of what scientists call extreme altruism—selfless acts to help others at the risk of grave personal harm. L'eroico salvataggio di Aldridge è un esempio di ciò che gli scienziati chiamano altruismo estremo - atti disinteressati per aiutare gli altri col rischio di grave danno personale. Contrast these noble acts with the horrors that humans perpetrate: murder, rape, kidnapping, torture. Consider for a moment—unsavory as it may be—the chilling remorselessness of a psychopathic serial killer like Todd Kohlhepp, a real estate agent in South Carolina, who appears to have left a clue about his murderous habit in an online review for a folding shovel: “Keep in car for when you have to hide the bodies.” Mettiamo queste nobili azioni a contrasto con gli orrori che gli umani perpetrano: omicidio, stupro, rapimento, tortura. Consideriamo per un momento - per quanto possa essere sgradevole - la raggelante spietatezza di un serial killer psicopatico come Todd Kohlhepp, un agente immobiliare della Carolina del Sud, che pare aver lasciato un indizio sulle sue abitudini omicide nella recensione online di una pala pieghevole: "Da tenere in auto per quando devi nascondere i corpi". Extreme altruists like Aldridge and psychopaths like Kohlhepp exemplify our best and worst instincts. On one end of the moral spectrum, sacrifice, generosity, and other ennobling traits that we recognize as good; on the other end, selfishness, violence, and destructive impulses that we see as evil. At the root of both types of behaviors, researchers say, is our evolutionary past. They hypothesize that humans—and many other species, to a lesser degree—evolved the desire to help one another because cooperation within social groups was essential to survival. But since groups had to compete for resources, the willingness to maim and kill opponents was also crucial. Altruisti estremi come Aldridge e psicopatici come kohlhepp esemplificano i nostri migliori e peggiori istinti. Da una parte dello spettro morale, sacrificio, generosità, e altri tratti nobilitanti che riconosciamo come buoni; dall'altra parte, egoismo, violenza, e impulsi distruttivi che vediamo come male. Alla radice di entrambi i tipi di comportamento, dicono i ricercatori, c'è il nostro passato evolutivo. Essi ipotizzano che gli umani - e molte altre specie, ad un livello minore - hanno evoluto il desiderio di aiutarsi l'un altro perché la cooperazione all'interno dei gruppi sociali era essenziale per la sopravvivenza. Ma dal momento che i gruppi dovevano competere per le risorse, la volontà di menomare e uccidere gli avversari era anch'essa cruciale. For centuries the question of how good and evil originate and manifest in us was a matter of philosophical or religious debate. But in recent decades researchers have made significant advances toward understanding the science of what drives good and evil. Both seem to be linked to a key emotional trait: empathy, which is an intrinsic ability of the brain to experience how another person is thinking and feeling. Researchers have found that empathy is the kindling that fires compassion in our hearts, impelling us to help others in distress. Studies have also traced violent, psychopathic, and antisocial behaviors to a lack of empathy, which appears to stem from impaired neural circuits. Per secoli la questione su come si originino e manifestino in noi il bene e il male è stata una materia di dibattito filosofico o religioso. Ma nei decenni recenti i ricercatori hanno compiuto avanzamenti significativi verso la comprensione della scienza di ciò che guida il bene e il male. Entrambe sembrano essere collegate ad un tratto emotivo chiave: l' empatia, che è una abilità intrinseca del cervello di sperimentare cosa un'altra persona stia pensando e sentendo. I ricercatori hanno scoperto che l'empatia è la scintilla che infiamma la compassione nei nostri cuori, spingendoci ad aiutare gli altri in difficoltà. Gli studi hanno anche collegato comportamenti violenti, psicopatici e antisociali a una mancanza di empatia, che pare originarsi da circuiti neurali danneggiati. [...] Although the ratings by psychopathic offenders are not that different from those by non-psychopaths, psychopaths tend to show weaker activation in brain regions instrumental to moral reasoning. Based on these and other, similar findings, Kiehl is convinced that psychopaths have impairments in a system of interconnected brain structures—including the amygdala and the orbital frontal cortex—that help process emotions, make decisions, control impulses, and set goals. “There is basically about 5 to 7 percent less gray matter in those structures in individuals with high psychopathic traits compared to other inmates,” Kiehl says. The psychopath compensates for this deficiency by using other parts of the brain to cognitively simulate what really belongs in the realm of emotion. “That is, the psychopath must think about right and wrong while the rest of us feel it,” Kiehl wrote in a paper he co-authored in 2011. Sebbene i punteggi dei delinquenti psicopatici non sono tanto differenti da quelli dei non-psicopatici, gli psicopatici tendono a mostrare un'attivazione più debole nelle regioni cerebrali utili al ragionamento morale. Basandosi su questi e altri ritrovamenti simili, Kiehl è convinto che gli psicopatici hanno delle lesioni all'interno di un sistema di strutture cerebrali interconnesse - inclusi l'amigdala e la corteccia frontale orbitale - che aiutano a processare le emozioni, prendere decisioni, controllare impulsi, e stabilire obiettivi. "C'è fondamentalmente circa dal 5 al 7 per cento meno materia grigia in queste strutture negli individui con elevati tratti psicopatici paragonati ad altri detenuti," dice Kiehl. Lo psicopatico compensa questa mancanza usando altre parti del cervello per simulare cognitivamente cosa effettivamente appartiene al reame delle emozioni. "È così, lo psicopatico deve pensare riguardo al giusto e allo sbagliato mentre il resto di noi lo sente," ha scritto Kiehl in un articolo di cui è stato co-autore nel 2011. Marsh kept turning that question over in her head. Not long after she began working at Georgetown, she wondered if the altruism shown by the driver on the bridge wasn’t in some ways the polar opposite of psychopathy. She began looking for a group of exceptionally kind individuals to study and decided that altruistic kidney donors would make ideal subjects. These are people who’ve chosen to donate a kidney to a stranger, sometimes even incurring financial costs, yet receive nothing in return. Marsh ha continuato a rimuginare quella domanda nella sua testa. Non molto dopo aver cominciato a lavorare a Georgetown, si è domandata se l'altruismo mostrato dall'autista sul ponte non fosse in qualche modo il polo opposto alla psicopatia. Cominciò a cercare un gruppo di individui eccezionalmente generosi da studiare e decise che gli altruisti donatori di reni sarebbero stati i soggetti ideali. Queste sono persone che hanno deciso di donare un rene a un estraneo, talvolta anche andando incontro a costi economici, eppure non ricevono nulla in cambio. Donors showed a greater response in the amygdala than a control group when looking at fearful faces. Separately, the researchers found that the donors had amygdalas that were, on average, 8 percent larger than those of the controls. Similar studies done previously on psychopathic subjects had found the opposite: The amygdalas in psychopathic brains are activated less than those in controls while reacting to frightened faces. “Fearful expressions elicit concern and caring. If you’re not responsive to that expression, you’re unlikely to experience concern for other people,” Marsh explains. I donatori hanno mostrato una risposta maggiore nell'amigdala rispetto a un gruppo di controllo quando vedevano dei volti spaventati. Separatamente, i ricercatori hanno scoperto che i donatori avevano un'amigdala, in media, dell'8 percento più grande di quella del gruppo di controllo. Simili studi fatti in precedenza su soggetti psicopatici avevano scoperto l'opposto: l'amigdala del cervello degli psicopatici si attiva di meno di quella del gruppo di controllo quando reagisce ai volti spaventati. "Le espressioni spaventate suscitano preoccupazione e cura. Se non sei sensibile a quell'espressione, è improbabile che sperimenterai preoccupazione per le altre persone," ha spiegato Marsh. The majority of people in the world are neither extreme altruists nor psychopaths, and most individuals in any society do not ordinarily commit violent acts against one another. And yet, there are genocides—organized mass killings that require the complicity and passivity of large numbers of people. La maggior parte delle persone nel mondo non sono né un altruista estremo né uno psicopatico, e la maggior parte degli individui in ogni società non commette ordinariamente atti violenti contro gli altri. E tuttavia, ci sono i genocidi-omicidi di massa organizzati che richiedono la complicità e passività di grandi numeri di persone. How the voice of conscience is rendered inconsequential to foot soldiers of a genocide can be partly understood through the prism of the well-known experiments conducted in the 1960s by the psychologist Stanley Milgram at Yale University. In those studies, subjects were asked to deliver electric shocks to a person for failing to answer questions correctly, increasing the voltage with every wrong answer. At the prodding of an experimenter, who was actually an actor in a lab coat, the subjects dialed up the shocks to dangerously high voltage levels. The shocks weren’t real and the cries of pain heard by the subjects were prerecorded, but the subjects only found that out afterward. The studies demonstrated what Milgram described as “the extreme willingness of adults to go to almost any lengths on the command of an authority.” Scholars studying genocides have identified the stages that can cause otherwise decent people to commit murder. It starts when demagogic leaders define a target group as “the other” and claim it is a threat to the interests of supporters. Soon the leaders characterize their targets as subhuman, eroding the in-group’s empathy for “the other.” Come la voce della coscienza sia resa inconseguente nelle truppe militari di un genocidio può essere in parte compreso attraverso il prima dei ben noti esperimenti condotti negli anni del 1960 dallo psicologo Stanley Milgram all'Università di yale. In questi studi, ai soggetti era richiesto di inviare una scossa elettrica a una persona per aver fallito nel rispondere correttamente a una domanda, aumentando il voltaggio a ogni risposta errata. All'insistenza di di uno sperimentatore, che era un attore in un camice da laboratorio, i soggetti hanno innalzato le scosse fino a voltaggi pericolosamente alti. Le scosse non erano reali e le grida di dolore udite dai soggetti erano preregistrate, ma lo hanno scoperto solo in seguito. Gli studi hanno dimostrato ciò che Milgram ha descritto come "l'estrema disposizione degli adulti a spingersi quasi a ogni punto su comando di un'autorità." Gli studiosi che studiano i genocidi hanno identificato gli stadi che possono portare persone altrimenti decenti a commettere omicidi. Inizia quando capi demagogici definiscono un gruppo come "l'altro" a sostengono sia una minaccia per gli interessi dei sostenitori. Presto i leader caratterizzano i loro obiettivi come subumani, erodendo l'empatia del gruppo per "l'altro". Many of the perpetrators remain untouched by remorse, not because they are incapable of feeling it—as is the case with psychopathic killers—but because they find ways to rationalize the killings. James Waller, a genocide scholar at Keene State College in New Hampshire, says he got a glimpse of this “incredible capacity of the human mind to make sense of and to justify the worst of actions” when he interviewed dozens of Hutu men convicted of slaughtering Tutsis. Some of them had axed children to death. Their rationale, according to Waller, was: “If I didn’t do this, those children would have grown up to come back to kill me. This was something that was a necessity for my people to be safe, for my people to survive.” Molti dei perpetratori rimangono intoccati dal rimorso, non perché siano incapaci di sentirlo - come nel caso dei killer psicopatici - ma perché trovano modi di razionalizzare le uccisioni. James Waller, uno studioso di genocidi al Keene State College nel New Hampshire, dice di aver avuto una visione di questa "incredibile capacità della mente umana di dare senso e giustificare le azioni peggiori" quando ha intervistato dozzine di uomini Hutu accusati di aver massacreato i Tutsis. Alcuni di loro avevano ucciso dei bambini a colpi d'ascia. La loro logica, stando a Waller, era "Se non lo avessi fatto, quei bambini sarebbero creasciuti per tornare a uccidermi. Questa era una cosa necessaria perché la mia gente fosse al sicuro, per sopravvivere." Queste mi sembravano le parti salienti per innescare la discussione, l'articolo nella sua interezza ha più storie e più esempi, oltre all'interessante conclusione che l'empatia può essere insegnata, quindi non si è "condannati" ad essere insensibili o "cattivi", il che ci può portare a discutere del difficile tema del come rendere credibile il cambio di mentalità di un personaggio, che sia da buono a cattivo (Anakin è un esempio di pessima conversione in cattivo, dal momento che sviluppa gelosia e rabbia apparentemente dal nulla) o viceversa e, intendiamoci, non è che convertire un ex buono sulla sua vecchia strada sia tanto facile solo perché "era buono, quindi non sarà difficile farcelo tornare", occhio. Anche la ri-conversione al precedente sé è una cosa che va gestita con molta attenzione.
  11. Roba che scopri parti anatomiche che non sospettavi di possedere alcune sono al limite dell'imbarazzante, in tutti i sensi. La trascrizione dei documentari più censurati nella storia di National Geographic applicata agli esseri umani, praticamente. O quasi. (E sì, io l'ho scoperto di recente, esiste la censura nei documentari. E io che credevo ingenuamente di averle viste tutte - guardo documentari fin da bambina).
  12. Li ho letti, ma non mi piacciono. Non mi danno nulla, non so perché. Ma sono reali. Lo straordinario dell'ordinarietà per me è quello. Ciò che di straordinario riescono a fare persone normali come noi. Non è che Ghandi avesse i superpoteri, ma aveva forza di volontà, era una persona con tutte le carattieristiche che abbiamo noi, poteva ammalarsi di raffreddore come chiunque, la straordinarietà era nelle sue azioni, non nella sua persona. Nessuna vita comune e anonima che valga la pena essere narrata è piatta e vuota come la roba che si vede in certi romanzi, peró. Ho vicini di casa 10 volte più interessanti di certi personaggi letterari che ho incontrato nel "mainstream", molte storie sembrano davvero poco più che sequenze di situazioni di tutti i giorni, senza nulla di davvero significativo che lasci un'impronta. O sono volutamente dilosofeggianti e circonvoluti per darsi un tono e alla fine ti sembra d'aver letto una "supercazzola". Magari io ho beccato i "mainstream" mediocri, che ti assicuro essere davvero la trasposizione letteraria di "Un medico in famiglia", non saprei, non lo escludo a priori. Il giorno che ne troverò uno buono potrei ricredermi, se hai titoli da consigliarmi meglio, così non faccio tentativi a vuoto rafforzando la mia idea negativa e, lo riconosco, abbastanza prevenuta.
  13. Personalmente, conoscevo solo quelle di Collodi e, più recentemente, le raccolte di novelle di Pitrè. Il problema è che si tratta di letture poco note o, peggio, studiate a scuola (e sappiamo fin troppo bene quanto la scuola riesca a far odiare la lettura). Eh, c'è anche da contare questo. Non necessariamente, ma per alcune è così.
  14. Non lo conoscevo, lo cercherò. Grazie del suggerimento.
  15. @JPK Dike grazie per l'articolata spiegazione, in effetti non so nulla di come funzioni il "successo" fuori dall'Italia. Il problema è che il nostro "fantasy" è di epoche troppo remote per essere considerato, parliamo di epica cavalleresca, è scritta in un italiano incomprensibile ai più. Leggere "L'Orlando furioso" in quell'italiano arcaico è pesante persino per me che amo quel genere di cose, infatto l'ho accantonato, per il momento. Basile l'ho letto, ma con il cervello sanguinante, ok che il napoletano e il siciliano si somigliano, ma con quelle desuete costruzioni verbali seicentesche...non so come ci sono arrivata in fondo. Magari esistono delle "traduzioni" - chiamiamole così - in italiano corrente, ma che tristezza dover leggere poemi medievali riscritti perché non c'è materiale recente. Più che non averla affatto, la abbiamo del tutto accantonata. Tolkien scrisse il Signore degli Anelli e il Silmarillion in un certo modo proprio perché voleva emulare quell'epica che non era presente nella sua cultura, almeno così scrisse nelle sue lettere, non sono parole mie. Nota curiosa su quest ultimo punto: avevo inziato a leggere i Canti di Ossian ma li ho lasciati dopo poco per il solito discorso sulla pesantezza del linguaggio. Mi ero pure ripromessa di leggere l'Iliade e l'Odissea, ma visti i precedenti con l'Orlando Furioso e i Canti di Ossian la vedo dura. De La Divina Commedia sono riuscita a leggere per intero solo l'Inferno. Di Purgatorio e Paradiso conosco spezzoni.