lucamenca

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  • Compleanno 19/12/1989

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  1. I racconti della dodicesima luna - terzo ciclo

    Grazie mille @wyjkz31!
  2. Magic Sahara

    Ciao @Roberto Ballardini, lieto di ritrovarti qui. Sono felice che il racconto ti sia piaciuto e grazie mille per i complimenti. In effetti leggendo le tue annotazioni mi sono reso conto che in alcuni punti mi sono lasciato prendere un po' la mano, ne terrò conto per i miei prossimi lavori. A rileggerci presto!
  3. Magic Sahara

    Ciao @Unius, sono felice che il racconto ti sia piaciuto, e grazie per il bel commento e l'incoraggiamento finale. Hai ragione, il protagonista sono io, anche se preferisco definirmi "viaggiatore" piuttosto che "turista", una differenza che non tutti colgono ma che dal tuo commento intuisco tu conosca molto bene. Il tuo apprezzamento mi fa capire che in questo breve testo sono riuscito a condensare tutte le sensazioni ed emozioni che mi ha suscitato questa avventura e a trasmetterle al lettore, e a mio parere questa è la soddisfazione più grande per uno scrittore: riuscire a creare tramite lo scritto un collegamento diretto con il suo pubblico.
  4. Magic Sahara

    Grazie mille @Davide Carrozza, sono contento che il racconto ti sia piaciuto e sia riuscito a comunicarti almeno in parte ciò che ho provato io nel vivere di persona quei luoghi. Il fatto che tu poi non sia un amante della letteratura di viaggio, come hai specificato, dà ai tuoi complimenti un valore aggiunto, grazie di nuovo!
  5. Magic Sahara

    I tornanti sembrano non finire più, mentre l’autobus si arrampica sui fianchi brulli dell’Atlante. Marrakech, la città rossa, con le viuzze della kasba invase dai prodotti delle botteghe, le fiumane di turisti sprovveduti, gli incantatori di serpenti e le tatuatrici di henné sulla piazza Jamaa el Fna, invasa al tramonto dai fumi delle bancarelle di carne e verdure grigliate, è ormai alle mie spalle. Villaggetti riarsi, gialli di fango e sabbia, si affacciano di tanto in tanto sulla linea nera dell’asfalto che corre imperterrita verso il nulla. Case piatte che sembrano terminate a metà, con i pilastri che spuntano mozzi dai tetti a terrazza. Venditori di quarzi e fossili, la merce strappata alla terra in bella mostra sulle bancarelle, colonizzano ogni sporadica piazzola di sosta lungo il percorso. La tentazione di cedere al sonno e riaprire gli occhi una volta giunto a destinazione è forte, ma devo e voglio resistere. Voglio riempirmi lo sguardo di questo panorama brullo e sconosciuto, che non ha nulla da invidiare agli scenari del Far West americano, e non mi meraviglierei troppo se vedessi spuntare all’improvviso un carica di Sioux da dietro un crinale. Più di dieci ore, tanto dura il tragitto, e procedendo le dune vanno via via sostituendosi ai tavolati di roccia. L’oscurità incombe, e guardando fuori dal finestrino mi accorgo che il deserto ha preso vita. Incalzate dal vento, spire granulose danzano nel crepuscolo, avvolgendosi in sinuosi arabeschi e picchiettando sui vetri. Gli ultimi bagliori del tramonto affondano oltre l’orizzonte, e solo la luce dei fari rimane a rischiarare la via, che si sfalda tra le ondate rossastre. Ormai mi è chiaro che siamo in mezzo a una tempesta di sabbia, e proprio la sera del mio arrivo! La mia solita fortuna… Aguzzo la vista per scorgere il luogo in cui mi trovo, e dall’oscurità informe vedo emergere strutture granitiche sfumate nel turbine vermiglio. Le esili polle di luce dei lampioni filtrano attraverso la nube di granelli, lasciando intuire che ci troviamo in un centro abitato. La velocità diminuisce e poi ci fermiamo del tutto, accompagnati dal sospiro di sollievo delle sospensioni. La voce dell’autista all’altoparlante avvisa che finalmente siamo arrivati all’ultima fermata: M’Hamid El Ghizlane, l’avamposto estremo della civiltà prima del mare di sabbia che si estende fino al capo opposto del continente, tagliandolo da est a ovest. Qui la strada finisce e inizia il deserto. Scendo esitante, inforcando gli occhiali da sole per proteggermi dalle sferzate della sabbia, che mi feriscono le gambe nude con l’effetto di mille spilli sulla pelle, e caricatomi lo zaino sulle spalle mi guardo attorno alla ricerca della mia guida. Mi si fa incontro un uomo, con il volto intabarrato nella sua tagelmust che lascia scoperti solo gli occhi. Si presenta come Ahmed, e senza perdersi in troppi convenevoli mi fa cenno di salire su un vecchio motorino parcheggiato lì accanto. Salgo in sella, e afferratomi ad Ahmed partiamo alla volta di quella che sarà la mia casa per i prossimi dieci giorni. Ci lasciamo le rassicuranti luci dell’abitato alle spalle, immergendoci nella notte. Due linee di sassi bianchi, lasciati da un Pollicino berbero, sono l’unico suggerimento per individuare il tracciato. Ogni sobbalzo è un tuffo al cuore, con l’enorme zaino che mi traballa sulla schiena e la consapevolezza che se dovessi cadere la mia avventura qui finirebbe prima ancora di iniziare. I mille metri che separano la cittadina dal bivacco sono una traversata interminabile nella Geenna buia e desolata, con il deserto che ci aggredisce e cerca di seppellirci sotto la sua furia. Carcasse di cani e dromedari sono disseminati nella terra di nessuno che stiamo attraversando, ossa bianche consumate dal sole che occhieggiano tra le dune, illuminate dal fanale del motorino. Terribili memento mori ad ammonire che il deserto non perdona, e la bellezza può essere mortale. Un lumicino solitario tremola in lontananza, un faro sperduto nella tempesta. La motoretta curva, seguendo il percorso sconnesso, e si dirige in quella direzione. Deglutisco a labbra serrate, sperando che non manchi molto. Finalmente ci fermiamo. Tra le tenebre fluttuanti individuo un pugno di bassi edifici squadrati, tirati su con mattoni di fango e sabbia e sparpagliati a casaccio attorno a uno spiazzo centrale. La tenue striscia di luci della città in lontananza è nascosta dalla fitta cortina mulinante. Lottando contro le raffiche che minacciano di strapparmi dal suolo seguo Ahmed all’interno di una delle costruzioni più grandi. Ci chiudiamo la tempesta oltre la soglia. Una strana calma regna tra le quattro pareti su cui affiorano steli di paglia mescolati al fango. Una patina di polvere rossa ricopre ogni cosa, stendendo un velo opaco sotto la luce giallognola che piove dalla lampada appesa al soffitto. Seduti per terra, attorno a un basso tavolo, stanno i miei due nuovi compagni. Anche loro hanno attraversato mezzo mondo arrivando fin quaggiù, in quest’angolo remoto di deserto, per prestare le loro braccia alla costruzione di questo bivacco, in cambio di tre pasti caldi al giorno e un tetto per la notte. Ragazzi come me, affascinati dall’esperienza di vivere e lavorare fianco a fianco in questo luogo così diverso da quelli conosciuti finora, a contatto con una cultura e uno stile di vita tutti da scoprire. La cena è già in tavola: tajine vegetariano, da mangiare rigorosamente con le mani come da abitudini locali, accompagnato da pane arabo e tè alla menta impregnato di zucchero. Quattro chiacchiere per conoscersi e scoprire cosa ha condotto le nostre strade a incrociarsi in questo fazzoletto sabbioso di mondo, e poi finalmente a letto, per far calare il sipario su questa giornata interminabile. Il vento, che per tutta la notte ha imperversato contro la porta di ferro, percuotendola come un ospite indesiderato che respinto tenti di buttarla giù, si è finalmente placato, e quando apro l’uscio mi trovo catapultato in un mondo nuovo. Una sanguigna distesa ondulata che prosegue fin dove inizia il cielo, di un celeste tanto intenso che sembra uscito da una tavolozza del Pontormo. La bellezza di questo contrasto è così sconvolgente che mi lascia senza fiato. Quello che ho di fronte è il vero deserto, quello che mostra la sua faccia più cruda e spietata, riassunto nella frase che Ahmed non si stanca mai di pronunciare: “Sahara no joke”. Siamo ben lontani dal “Coca Cola Desert”, come lo chiama lui con disprezzo, che sorge duecento chilometri più a nord, nell’oasi di Merzouga: cinque chilometri quadrati di sabbia invasi dai turisti, con cessi chimici e distributori automatici. Gli stranieri arrivano in frotte con gli autobus, si fotografano sulle dune e accanto ai cammelli e poi ripartono con il loro photobook da mostrare agli amici a casa. Qui invece di turistico c’è ben poco, come emergono a ricordarmelo le ossa spolpate che ho intravisto ieri sera venendo qui. Il primo passo sulla sabbia fresca del mattino è una sensazione inconsueta, un varcare l’uscio che separa due mondi, l’inizio di un nuovo cammino. Ahmed è già in piedi. Ha preparato la colazione e si è recato a M’Hamid a comprare il pane appena sfornato. Il tè alla menta ribolle nella teiera, dal cui beccuccio si srotola un sottile nastro di vapore, carico di profumi e suggestioni. Appoggiato all’archetto che conduce alla cucina mi saluta con un cenno non appena mi scorge. Un sorriso fugace disegna sul suo volto scuro un reticolo di rughe che sembrano scavate dal vento. Poi torna a fissare il deserto. - Magic Sahara. – Dice solennemente con il suo inglese essenziale, mentre lo sguardo si perde oltre l’orizzonte di dune. In esso riecheggia quello dei suoi padri, che per generazioni hanno affrontato le durezze del Sahara. Hanno combattuto contro il sole, vento e sabbia, riuscendo a ritagliarsi un loro spazio in queste terre che nessun altro riesce a domare. Romani, arabi, spagnoli, francesi… Nessun popolo conquistatore è riuscito ad avere ragione degli orgogliosi berberi, uomini liberi che fin dall’alba dei tempi percorrono le invisibili vie del deserto. Finché un nuovo nemico non è giunto dall’altra parte del mare. Un nemico subdolo e strisciante, chiamato progresso. Quel progresso che ha eretto una diga a monte per portare l’elettricità alle televisioni in città, e così facendo ha inaridito il Draa, il maggiore fiume marocchino, qui ridotto a un anonimo greto sassoso, condannando le comunità che vi si affacciavano a una lenta morte per spopolamento. Private di acqua le oasi muoiono, i dromedari non possono dissetarsi, le palme da dattero seccano e l’agricoltura di sussistenza che da sempre ha sfamato le popolazioni berbere collassa. La mia permanenza al bivacco durerà solo dieci giorni, e poi ripartirò all’inseguimento di quel desiderio forse insaziabile di libertà e avventura che mi ha spinto quaggiù ma Ahmed resterà qui, in questa terra arida dove riposano le sue radici e in cui ha piantato i semi del futuro. Perché la gente del deserto è troppo fiera per arrendersi, e resistendo anche a quest’ultimo invasore continuerà ad abitare gli infiniti spazi sahariani come ha fatto per migliaia di anni, attaccata alle sue storie e tradizioni antiche quanto l’uomo stesso.
  6. Il lato nerd

    Ciao @Roberto Ballardini, ho letto con piacere il tuo racconto. Per quanto riguardo lo stile nulla da eccepire. I periodi sono scorrevoli e la narrazione efficace, permettendo al lettore di calarsi pienamente nella vicenda. Inoltre l'ho trovato molto stimolante, suggerendomi varie riflessioni sulla tematica trattata. Il tono asciutto e semplice, talvolta sarcastico, si adatta alla perfezione alla vicenda narrata. Fondamentalmente questa è la storia di un fallito (non in senso assoluto, ma agli occhi della società che lo e ci circonda), incapace di un qualsiasi slancio di volontà e che trova infine la sua dimensione ideale nel "nerdismo", facendone un punto di approdo invece che di partenza (come a mio parere dovrebbe essere), un rifugiarsi nelle proprie passioni fino a quel momento sempre tenute a bada, lontano dalla caotica incertezza della realtà esterna. Il protagonista è caratterizzato molto bene, soprattutto nei gesti da cui traspare la sua personalità. Andrea è fondamentalmente un mediocre, che scansa le responsabilità e preferisce che siano gli altri a scegliere per lui piuttosto che mettersi in gioco in prima persona. Il mondo e le persone che gli ruotano intorno lo sfiorano solo di sfuggita (il tradimento della moglie, l'attentato alle torri gemelle), è quasi un Candido che cammina ignaro sui mali dell'umanità, se non fosse che Andrea non è un ingenuo, ma semplicemente un apatico. il finale è un delizioso dolceamaro: qualcosa è venuto a sconvolgere la tranquilla regolarità del mondo, qualcosa che lo cambierà per sempre, e ciò si infiltra come un virus nella quotidianità di Andrea, che pur assistendo al drammatico evento in tv non ha ancora compreso di cosa si tratti. Tracciando un parallelismo (con le debite proporzioni) viene da chiedersi se l'inizio della relazione con Sam avrà le medesime nefaste conseguenze sulla vita di Andrea, o se egli sia finalmente riuscito a trovare un suo equilibrio accettando il cambiamento e inglobandolo nella sua nuova vita. Un racconto che mi è piaciuto e mi ha fatto riflettere, complimenti!
  7. Ciao @Daleko. Conosco bene la situazione di cui parli, e la sensazione di frustrazione che la accompagna. Quando capita a me semplicemente passo oltre, in modo da non impelagarmi inutilmente e interrompere la scrittura, e ci torno sopra in un secondo tempo, magari colto da una miracolosa ispirazione del momento. Se ciò (e ahimè, a volte è così) non succede, non resta che rimboccarsi le maniche e fare come hai scritto: documentarsi, scrivere, cancellare e scrivere di nuovo, finché il risultato non si avvicina alla scena che avevo immaginato nella mia mente. Oggi per fortuna abbiamo l'intero mondo a portata di clic, per cui il nostro lavoro è semplificato rispetto a coloro che scrivevano fino a dieci-venti anni fa, e soprattutto abbiamo accesso a una gamma di contenuti diversi, non solo strettamente letterari ma anche multimediali. Il mio suggerimento dunque è affinare la ricerca delle fonti di documentazione (sono sicuro che su internet troverai tutto ciò che cerchi, senza bisogno di compiere sopralluoghi sul campo), mescolare bene il tutto con la tua immaginazione e vedrai che il risultato emergerà quasi spontaneamente. Buon lavoro!
  8. Italia o America?

    Ciao @heightbox. Per quanto riguarda la scelta che farei io di fronte allo scaffale della libreria, mi sento di accodarmi a quanto scritto da @Luna. La questione però, a quanto ho letto, è più delicata e profonda. In tal caso c'è un vecchio adagio da "manuale di scrittura" che può tornare utile: "scrivi di ciò che conosci". E dunque quale ambiente conosci meglio e hai più facilità nel descrivere, quello anglosassone/americano o quello nostrano? Il fatto poi che l'ambientazione non sia funzionale alla trama mi perplime, visto che usi, abitudini e modi di esprimersi dei personaggi derivano necessariamente dal contesto in cui vivono e sono cresciuti, e che emergono anche se non descritti nello specifico. Saluti e buon lavoro!
  9. I racconti dell'Undicesima Luna - terzo ciclo

    Grazie mille @wyjkz31 e @Pulsar.
  10. I racconti dell'Undicesima Luna - terzo ciclo

    Grazie mille @Unius!
  11. Un viaggiatore del tempo

    Storia commovente e ben scritta, molto profonda. Non mi capita di dirlo spesso, ma ecco un racconto che avrei voluto scrivere io, complimenti a @Bango Skank.
  12. Scrivere non basta

    Ciao @JPK Dike, l'argomento che hai sollevato è decisamente interessante e nient'affatto banale. Per quanto riguarda il feedback da parte dei lettori. questa è una questione che preoccupa anche me. Passare mesi e mesi su un'opera e sapere che, una volta pubblicata, essa viene letta ma non si riceve alcun commento può essere frustrante. Tuttavia, come ha giustamente osservato qualcuno, a ognuno il suo mestiere, e anche io, in qualità di lettore, non vado a cercare l'autore di un libro che mi è piaciuto e complimentarmi con lui o mettermi a discutere dell'intreccio, a meno che non lo conosca di persona. Mi limito ad acquistare il libro e a leggerlo, e qui si esaurisce il mio compito. Sotto questo punto di vista, a quanto scrivi, le vendite vanno bene, e considerato che hai iniziato a fare sul serio da appena sei mesi dovresti ritenerti pienamente soddisfatto, c'è chi dopo anni di tentativi ancora stenta a decollare ma non si arrende, e riflettere su ciò dovrebbe riempire almeno un po' del "vuoto" che provi. Per quanto riguarda invece la mancanza di una community italiana di autori ti do perfettamente ragione. Writer's Dream costituisce un'autorevole eccezione, come qualcun altra (molto più di nicchia) che mi capita di frequentare. Onestamente non conosco troppo bene la situazione all'estero, ma vero è che noi scrittori (mi ci metto colpevolmente anche io) siamo, chi più chi meno, egoisti e permalosi: ci piace essere adulati e ogni critica al nostro lavoro viene presa come un'offesa personale. Sarebbe bello riuscire a creare un circolo dove potersi incontrare di persona, conoscersi meglio e parlare di narrativa, anche a livello tecnico. Una sorta di salotto letterario d'altri tempi insomma. La mia forse è solo un'utopia, ma la speranza, si sa, è l'ultima a morire.
  13. Figlio dell'Orsa

    Grazie della fiducia @Unius, lo metto in lista tra i futuri progetti letterari allora.
  14. Figlio dell'Orsa

    Ciao @Unius! Sono contento che il racconto ti sia piaciuto. Esatto, di fronte a un pericolo reale ha inconsciamente risvegliato la parte aliena latente. In che cosa poi consistano i suoi "poteri", non è dato saperlo, l'ho volutamente omesso, lasciandolo alla fantasia del lettore. In effetti ho preferito tenermi sotto gli 8000 caratteri per poter pubblicare il racconto in questa sezione, ma se mi dici così magari ci faccio un pensierino.
  15. Figlio dell'Orsa

    Ho notato che il link al commento non funziona, provo a ripostarlo. Commento