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Elisah15

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  1. @Lucaska scusa ho visto solo adesso il tuo commento, intanto grazie mille per le belle parole! E poi grazie anche per aver colto così bene il senso d quello che volevo trasmettere.
  2. @Elisabeta Gavrilina grazie! Concordo con le tue proposte. Tirare su col naso è una cosa che si fa quando ti viene da piangere, effettivamente non so se mettendo e togliendo la maschera sia possibile. Grazie ancora
  3. Ciao@Bruno Traven , mi sembra che tu stia migliorando dalla prima volta che ti ho letto! Sarà perché a me piacciono i racconti di guerra ma devo dirti che non mi sei affatto dispiaciuto. Qui qualche nota: Qui dovresti mettere il giorno preciso di marzo oppure scrivere Una mattina del marzo 1916 scorrere nelle vene è un po' una frase fatta. Magari sentiva pulsare gli ormoni di giovane uomo? Questa prendila solo come una battuta Diciamo che questa frase, pur essendo effettivamente pronunciata spesso come dicono le cronache, non aveva un tono scherzoso. Forse qui potresti trovare un avverbio più calzante. refuso hmmm dirmi che le francesi non erano male con i tedeschi... fammi sapere come, quale tipo di francesi, cosa intende qui. Frase troppo superficiale No senti Bruno, questa proprio no. Sicuramente con delle signorine non ci va a gozzovigliare ma a fare qualcos'altro. Dai voce al corpo, anche in modo discreto, non era sera da lasciarsi andare a degli abbracci di puttane francesi, insomma, anche qua la butto così poi devi essere tu a trovare la formula adatta per questo bravo ragazzo che vuole solo bombardare con coscienza. abbattuto ripetuto due volte bell'apparecchio Frase da rigirare: il suo aereo era uno di terza serie. A bordo montava.... refuso velivoli Raggiunse la formazione dei suoi compagni già in volo? Toglierei aveva qualche problema a guardare davanti a sè perchè il sole gli dava fastidio; metterei una frase più diretta: il sole di fronte lo accecava superflua se spieghi prima Ad un tratto se li vide addosso. ll resto mi pare non serve visto come continua il racconto. semplificherei: fece fuoco creando degli squarci sull'ala superiore (con una sola p, refuso) frase fatta frase fatta più che bandito forse direi proibito, darebbe più forza alla frase Nel complesso la storia mi piace. Ne avevamo già parlato in un altro tuo racconto che la tua debolezza sono le frasi un po' troppo sentite. Comunque hai fatto dei bei passi avanti. Continua così.
  4. Lui apre il tavolino pieghevole sulle lenzuola bianche appena cambiate, vi appoggia sopra il portatile e aggiusta l’inclinazione dello schermo. Inserisce lo spinotto e le passa il microfono nella mano libera. Lei, con la schiena sollevata su due cuscini e la flebo nel braccio sinistro, lo prende con un sorriso debole. Si schiarisce la voce che ancora mantiene il suo timbro pieno, come se non ci fosse traccia della malattia. Ha avuto tempo di pensare a cosa vuol dire e non ha esitazioni quando comincia. “Miei cari amici, qualcuno di voi sa già che cosa mi è successo. E stato’ tutto improvviso ed è inarrestabile, ma ho bisogno di chiedervi qualcosa. Salutatemi adesso, che ancora vi vedo, che ancora ci sono. Mandatemi i vostri cuori, i mazzi di fiori, le faccine felici. Non quelle con la lacrima, vi prego. Pubblicate le foto dove siamo insieme, ricordatemi di quelle volte che abbiamo fatto festa, di quando ci siamo bevuti due bottiglie, di quando ci siamo fatti prendere dalla ridarella, a scuola, da bambini, a catechismo. Scrivetemi di quando abbiamo fatto il bagno di notte, di quella volta che abbiamo vinto la staffetta o di quando ci siamo persi in montagna. Vi leggo ancora, vi sento ancora. Aghi e tubi mi tengono le braccia ferme ma posso ancora vedervi sullo schermo. E voglio farlo fino alla fine. Con la testa non ci sono sempre, dovrò trovare un compromesso tra i dolori del corpo e la gioia di sentirvi ancora vicini. Non m’importa nulla dei rip e delle preghiere che seguiranno. Fatemi ridere ancora una volta, commuovetemi con storie d’amore, fatemi immaginare come andrà il mondo nei prossimi decenni. Cosa faranno i robot? Fino a quando ci si muoverà con le automobili? Vorrei immaginare quel futuro che non sarà il mio, ma che importa? Miei non sono stati i luoghi che non ho mai visto, le epoche nelle quali non ho vissuto e io sono felice del mio passaggio in questa città e in questi anni e di avere conosciuto voi.” “Finito”, dice abbassando la mano stanca. Si volta verso di lui che le accarezza la testa e le prende il microfono. Insieme rivedono il testo, poi lui lo copia e lo incolla nel casella dove c’è scritto a cosa stai pensando. “Penso a tante cose. Quello, lo posso ancora fare.” Meno di un minuto dopo compaiono i primi cuoricini sotto al testo. E poi il primo commento, quello di un compagno delle scuole medie, non ha mai dimenticato, dice, di quando l’aveva aiutato all’esame di storia, la amava da allora. Un’amica le ricorda di quando avevano imboccato l’autostrada sbagliata finendo a Bologna invece che a Vicenza. Avevano deciso di restarci e di passare la notte a ballare in una discoteca. Arrivano anche le prime foto. Quelle di classe, quelle delle gite, quelle ai matrimoni degli amici; lei che afferra il bouquet lanciato dalla sposa, lei e suo fratello da piccoli, lei col suo primo marito, mandata direttamente da lui, ‘sono stati anni felici’, scrive sotto, ‘è stato facile volerti bene’. Suo padre le manda la foto di loro quattro sulla Croda di Sesto; suo fratello ha una fascia sulla testa e sembra più un pirata che un montanaro. Suo padre e sua madre tengono le mani sulle spalle dei figli. ‘Grazie’, scrive suo papà, e a leggerlo le si riempiono gli occhi di lacrime. L’arrivo di un articolo di Science sulla robotica tra quarant’anni da parte di una cugina programmatrice, uno sull’antimateria e uno su Lucy la distraggono dagli altri messaggi. Mentre si perde nella lettura, lui esce dalla stanza per andare al bagno. Piange e si lava la faccia con l’acqua fredda. Quando il rossore della pelle si normalizza, rientra. Lei fa fatica a respirare e chiede la maschera dell’ossigeno ma poi la mette e la toglie di continuo per guardare lo schermo. I messaggi arrivano a centinaia, insieme a ricordi che aveva perso e che ora la fanno ridere, esclamare di sorpresa, piangere. Si toglie la maschera e singhiozza ‘non voglio andarmene, non voglio! Perché proprio io, perché?’ Lui le tiene stretta quell’unica mano libera come per trattenerla, sapendo, impotente, che nessuna volontà di ferro potrebbe cambiare quello che sta succedendo. Suo fratello le manda un video. Avranno tre-quattro anni, lui s'infila tra le gambe di sua mamma, facendo sbucare la testa tra i suoi polpacci. Lei piega le gambette per essere alla sua altezza e gli dà un colpo sul naso. Lui ritira la testa e si mette a piangere. ‘Sono in arrivo’, le scrive. ‘Ho trovato posto su un volo notturno, domani mattina sono da te.’ “Sono tutti impreparati”, dice lei tirando su con il naso. E’ troppo veloce. Non riuscirò nemmeno a vedere mio padre.” “Possiamo fare una videochiamata.” “No, non ho voglia di piangere senza poterlo abbracciare.” Guardano ancora lo schermo, che continua a riempirsi di foto e cuoricini, di parole d’amore, vere o di circostanza, non è importante. “Io ci sono stata, vero?” “Guarda quanti cose hai fatto, è come se avessi vissuto già due vite.” “E invece è una sola, e nemmeno lunga.” “Ma tanto piena.” “Sì, piena. Adesso sono un po’ stanca, dormo un po’. Ma tu non chiudere lo schermo, se mi sveglio voglio vedere gli aggiornamenti.” Chiude gli occhi e si addormenta. Lui le rimane accanto, le passa leggero il dito lungo il collo, sente i battiti del cuore. Raggiunge lo sterno che si abbassa e si alza con regolarità. Seduto sulla seggiola accanto al letto, vinto dalla stanchezza si piega, quasi facendosi cadere sul corpo fasciato dalle lenzuola e si addormenta sulle sue gambe. Un’ora dopo il corpo di lei comincia a scuotersi, lui si alza di scatto e la vede mentre gira ripetutamente la testa da destra a sinistra. Chiama l’infermiera, arrivano in due, ma non sono abbastanza per quel corpo malato che non riceve più ossigeno. Quanto dura? Due? Tre minuti? Poi si tutto si ferma. Il medico dice qualcosa, l’infermiera toglie lenta gli aghi e i tubi e lo lasciano solo. Le prende la mano ancora calda, le bacia il viso che dopo gli spasmi di quegli ultimi minuti è tornato sereno. La abbraccia. "Se la tua anima dovesse essere ancora qui", le sussurra nell’orecchio senza finire la frase, storcendo occhi e bocca e annusando i suoi capelli. Non sa quanto tempo duri il suo congedo. Quando si stacca da lei, prende il cellulare e manda il messaggio a chi deve: a suo cognato, ai suoceri, al primo marito. Solo allora si ricorda del computer. Altre settantacinque notifiche. Ci pensa un attimo e poi scrive: Grazie a tutti. E’ stato bellissimo avervi qui con noi. Fa un back up del contenuto, poi entra con la sua password nell’account e lo cancella. Prima di leggere un qualsiasi rip.
  5. @Davide Carrozza Grazie molte per il tuo passaggio! Carina la battuta sui Pink Floyd Comunque non ci avevo pensato, la mezza luna è solo il simbolo che nessuna decisione è stata presa, che tutto è ancora possibile. Comunque una nuova famiglia significa necessariamente nuovi vincoli, anche se basati su patti diversi. Sui ricatti morali familiari, soprattutto verso le figlie femmine, si sono scritti tomi e forse enciclopedie; riuscire a far percepire quanto siano schiaccianti agli uomini - vedi anche gli altri WD che hanno commentato - me lo segno come un punto d'onore. Grazie ancora
  6. Grazie @simone volponi per i tuoi commenti! Solo una cosa: è una storia vera. Il figlio degli immigrati maghrebini e quello dei cinesi erano gli unici bambini a giocare in una città che è ormai preda dei turisti. Purtroppo se ne vanno anche loro, i figli degli immigrati, intendo, che sgobbano in nome del famoso riscatto sociale. Alla fine restano solo palazzi vuoti. Grazie
  7. Ciao @Kalley , ti consiglio di leggerti tutta la discussione, puoi scorrere le pagine, le trovi numerate sia sopra che sotto. Ci sono tantissime informazioni utili e molti interventi di Jacopo che spiega bene il suo modo di operare. Ovviamente non saprei dirti a che pagina si trova quello che cerchi, dovresti vedere un po' tu. Buona lettura!
  8. Caspita, grazie mille @Bango Skank ! Apprezzo moltissimo il tuo lavoro di editing, sono davvero una distratta cronica, quasi patologica. Intervento molto utile per incoraggiarmi a fare più di attenzione
  9. Credo di capire che @MariaCarla abbia ricevuto dopo pochi giorni la richiesta di inviare il manoscritto completo e che poi abbiano bisogno di circa un mese per farle sapere se lo mandano in lettura esterna. Questa ultima fase non so quanto duri, tre, quattro mesi? Qualcuno ha esperienza?
  10. E’ stato cinque anni fa quando ho attraversato per la prima volta la piazzetta, con il suo acciottolato restaurato da poco, al centro la fontana con un Tritone che sputava un filo d’acqua e intorno i bei palazzi vuoti e bui. Nessuna luce alle finestra animava il tardo pomeriggio di novembre; solo i neon di un kebab e di una pelletteria, gli unici negozi presenti, interrompevano l’impressione di essere scivolati in un angolo dimenticato della città. La luce bianca illuminava alcuni turisti seduti sul bordo della vasca, intenti a fotografare qualcosa dietro a loro. Anch’io seguii la fosforescenza delle vetrine e vidi due ragazzini che giocavano a palla, rubandosela accanitamente con veloci intrecci di gambe e le braccia sospese a mezz’aria, a evidenziare la serietà del dribbling. I turisti, avendo ormai già fatto incetta di marmi e tramonti durante la giornata, tenevano i cellulari puntati verso i due, accecandoli qualche volta con i flash. I ragazzi, indifferenti alle urla d’incoraggiamento, agli applausi e a quelli che si mettevano in mezzo pretendendo di ricevere palla, impermeabili a tutti noi indesiderati spettatori, continuavano a giocare e con un tunnel tra le gambe divaricate di un quarantenne che gli si era piazzato davanti, tra un passaggio e un palleggio avevano raggiunto l’angolo opposto della piazza. Scuri di capelli, l’uno ricciolo l’altro con una ciuffo liscio, avranno avuto forse dieci anni. Il primo aveva gli occhi grandi e tondi, l’altro appena allungati. Nel timbro bluastro che precede la sera, la pelle sembrava incolore. Ogni tanto una parola, un sibilo o un verso salivano fino ai solai dei palazzi, e sulle mura antiche le loro sagome proiettate dalle luci dei due negozi si accavallavano come in un teatro d’ombre. Dopo tutti questi anni, oggi sono tornato nella piazzetta, dove tra i ciottoli, alla luce del giorno, si annidano visibili cicche di sigarette ed escrementi di colombi e il tritone ha smesso di sputare acqua, almeno fino a quando durerà questa siccità. Il kebab e la pelletteria sono ancora i due unici negozi aperti e le antiche architetture continuano a emanare la loro aurea e passata grandezza. Mi sono seduto sul bordo della vasca e ho aspettato che scendesse il sole, godendomi la meraviglia dei palazzi che si accendevano di rosso. Le finestre sono rimaste mute come le ricordavo ma non è comparso nessun bambino con un pallone in mano. Sono poi entrato nel kebab e l’ho riconosciuto subito, nonostante sia più alto e si sia fatto le spalle. Con l’occhio svelto mi ha chiesto cosa volevo. Dopo aver ordinato, gli ho chiesto se era lui quello che avevo visto con un pallone cinque anni prima. Ha mosso la testa aprendo un sorriso come se mi riconoscesse, come se ora tra di noi ci fosse una nuova complicità. Suo padre l’ha guardato indulgente e mi è sembrato di trovargli un respiro di orgoglio. E’ possibile, mi dice. Poi mi racconta di quando lui e Chen giocavano insieme nella piazzetta, ma solo quando non c’erano troppi turisti. Ora dopo i compiti lui viene a dare una mano in negozio. Chen, invece, frequenta una scuola internazionale, non lo vede quasi più. Anche d’estate la famiglia lo manda a studiare in Cina, per lui la scuola dura dodici mesi all’anno. Il vecchio scuote la testa. Rinuncio ad altre domande, sentendomi lo stesso guardone di cinque anni prima, e dopo qualche battuta prendo il mio kebab e torno a sedermi sul bordo della vasca asciutta. Il fascio delle luci a neon si proietta sulla facciata vuota dell’antico palazzo.
  11. Ciao@Roberto Stradiotti è difficile fare delle proposte diverse per quel che riguarda grammatica e sintassi, è un pezzo davvero ben scritto, complimenti! E' un testo che ricorda il Grande fratello per la pervasività dell'invenzione BCF: "I BCF sono la nostra stessa vita, sissignori. Una volta provati capirete, credetemi, che senza di loro non si può più vivere: invece di calcio o di politica parlerete dei BCF, al bar, a letto, al lavoro." Dalla minaccia di un controllo totale alla 'sottile' allusione che la nuova invenzione sarà una bella fregatura: "il BCF verrà risucchiato come una supposta senza che voi sentiate il minimo fastidio," Noto una certa satira politica nel richiamare gli US come esportatori di democrazia che la si voglia o meno: "La commercializzazione partirà dall’America, terra di conquista e non per niente lo slogan sarà: “BCF, la miglior democrazia possibile!”. C'è un crescendo nella descrizione delle capacità di guarigione/controllo del corpo e dei sentimenti che assomiglia a un film horror: "Se uscirete all’aperto capteranno gli umori del tempo e vi diranno se portare l’ombrello o i pantaloni corti, se parlerete con qualcuno vi segnaleranno anche i suoi battiti cardiaci, la velocità del suo sangue, la pressione, vi suggeriranno l’odio o l’amore che porta per voi, vi aiuteranno a capire se vi nasconde qualcosa." L'unica frase che ho trovato un po' scontata in questo pezzo davvero geniale è quella sui computer, sembra un po' anni sessanta: "Ma il computer ancora non ve lo faccio usare, per quello bisogna prepararsi bene. Il computer è la nuova voce dell’anima. Il computer è pericoloso." Qua sarei rimasta allo schermo e ai dati senza tirare in ballo il computer che comunque lui sì è già il nostro aspirante BCF quotidiano. Naturalmente si riconosce fin dall'inizio che il pezzo è satirico e in parte politico ma la fuga finale nella natura incontaminata (la montagna è alta, quindi incontaminata per antonomasia) mi sembra non necessaria. Personalmente (ma qua è solo una questione di gusto) avrei preferito un finale che rimanesse luciferino quanto il pezzo, tipo che i due rimangono a disposizione per ogni domanda, o che magari, se i giornalisti proveranno i BCF riceveranno una risposta alle loro domande ancora prima di farle. Con la fuga nella natura si ripete uno schema caro già al Romanticismo e che poi si è ripetuto altre volte sia nell'Ottocento che nel Novecento. "Sulla cima della montagna meravigliosa che state ammirando alle mie spalle, con un piccolo sforzo potrete intravedere un puntino solitario. Noi da domani saremo là, nel nostro eremo e ci rimarremo per molto tempo." Mi sei piaciuto davvero tantissimo per la capacità di declinare questo prodotto passando dalla Bibbia alla politica, dalla pubblicità alla medicina. Di nuovo complimenti!
  12. @JPK Dike hai detto due cose molto importanti, che riguardano la scrittura sia nel suo aspetto sociale che per quello più intimo di chi scrive. Scrivere non basta, hai ragione. Ogni volta che qualcuno mi dice che si scrive per se stessi chiudo subito il discorso perché dall'altra parte non trovo nessuna empatia. Scrivere è un atto che costa prima di tutto una fatica fisica (schiena, mani e occhi urlano di stanchezza) e poi lo sappiamo, è un atto solitario. Chi non vive di scrittura come me, sa che a lei si sacrifica ogni momento libero, gli incontri con gli amici, il tirare tardi la sera, la carriera, le telefonate con la zia anziana. Sinceramente, la scrittura fa di me un essere peggiore dal punto di vista delle relazioni umane. E su tutto questo domina il fatto di essere identificata con il mio lavoro, di non poter essere riconosciuta come una persona che scrive, perché fin tanto che non pubblichi, come scrittore non esisti. Personalmente, nonostante i vari libri non fiction che ho pubblicato e che hanno avuto un buon successo, soffro di una mancanza di identità. Quando sono in pubblico ho l'orribile sensazione di essere vista come fossi un'altra persona. Per quel che riguarda invece la natura sociale della scrittura, della condivisione della propria esperienza tra colleghi ti do ragione. Ho diversi amici scrittori in Inghilterra e Stati Uniti che appartengono ad associazioni dove si sostengono l'uno con l'altro: incontri, discussioni, reciproco aiuto nel pubblicare, nel promuovere i libri. E poi, come dici tu, discussioni anche sulla materia dello scrivere, consigli quando uno si trova in un impasse, reciproca lettura dei testi. Forse questo non c'è ancora in Italia, ma noi nel WD potremmo anche provarci ad avvicinarci a questi modelli. Temo solo un aspetto antropologico della natura di noi italiani, l'innata tendenza alla gelosia (se ne è parlato nei vari forum anche a riguardo del torneo IoScrittore). Ma anche l'antropologia si evolve
  13. Se il tuo romanzo viene tradotto in inglese, in francese e in tedesco e se vende bene anche senza essere un best seller, direi che le prospettive migliorano. Poi ci sono gli articoli per riviste e giornali, le prefazioni, le introduzioni e qualche presenza a conferenze e radio. E' comunque molto difficile ed è vero che molti scrittori hanno un lavoro principale (ad esempio Scurati e prof universitario). Forse per questo una volta la scrittura era in mano a chi era già benestante di suo.
  14. Non solo ho letto con grande piacere il romanzo di @Fraudolente (immagino non posso dire il titolo per non fare pubblicità, giusto?) ma gli ho anche chiesto come mai abbia pubblicato con una piccola CE e non con una grande. Avevo appena finito un noiosissimo romanzo americano best seller di una grande CE ed è stato veramente consolante leggere qualcosa di buono subito dopo. Sul perché buone storie non riescano a trovare una grande CE immagino ci siano già decine di discussioni, e comunque vale la pena di continuare a chiederselo. A me viene in mente solo che si potrebbe migliorare le strategie di comunicazione (evito la parola marketing che mi sa sempre di qualcosa che viene "piazzato" a dispetto della sua qualità). Ad esempio quello di Fraudolente è per amanti di romanzi storici, storie vere, medioevo, ecc ecc. E' un peccato che non si riesca a costruire in rete un sistema per trovare il romanzo più adatto ai propri gusti e desideri del momento. Immagino una specie di iperteso dove si continua a raffinare continuamente la ricerca fino ad arrivare al titolo dove si trova la quarta di copertina e almeno una pagina per valutare la scrittura. In questo modo anche i romanzi pubblicati con CE più piccole avrebbero una vetrina legata solo alle loro specifiche di genere, trama ecc e subirebbero meno la discriminante "grande o piccola CE". Tanto più che ormai le grandi CE non sono più sinonimo e garanzia di un buon romanzo.
  15. Scopro questo thread del 2012, mi sembra già storia. Ricevere un rifiuto oggi, via mail s'intende, è già segno che si è stati presi in considerazione, magari anche solo per 2 minuti. Cinque anni fa si poteva reclamare un rifiuto cartaceo. Certo che le cose cambiano in fretta.