Irene Raschellà

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  • Compleanno 01/03/1994

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    Donna
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    Milano, Italia
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    Perdere tempo e guadagnarci in salute. Galleggiare.

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  1. @Sinoe Ciao! Scusa se rispondo solo ora, è molto che non frequento la community. Ti ringrazio, davvero poi sono sempre pronta a farmi smembrare! Il mio obbettivo è migliorare!
  2. Grazie mille! Apprezzo tantissimo
  3. Grazie mille!
  4. @wyjkz31 Grazie! No, non me ne sono accorta sinceramente, se no l'avrei segnalata e corretta
  5. Ma di niente! Mi ha davvero colpita. Lo farò allora, e ti farò sapere cosa ne pensa! Cercherò gli altri incontri! A rileggerci
  6. Magari nessuno l'ha detto! "Ehi ciao, benvenuta, sai che hai fatto un errore?" sarebbe potuto suonare poco cordiale! Grazie comunque!
  7. Grazie per le correzioni alle mie sviste! Tendo a fare molti errori di battitura. Grazie mille, lo apprezzo moltissimo
  8. Ogni casa ha il suo caos di consuetudini e casualità, scandite da cigolii di assi di legno, ticchettii di marmo e bicchieri spostati. Tra liste della spesa abbandonate e sigarette spente, ogni lampadario illumina un mappamondo: puoi leggerne le storie nei fondi di un pensiero da tazzine di caffè, e intravedere spifferi di speranze e ricordi tra porte mezze aperte e mezze chiuse. Margherita, in particolare, ne aveva perso le chiavi quattro volte. Cinque, con quella volta che fu colpa del gatto. Sosteneva che dovesse uscire di più, e trovava modi sempre nuovi per far sì che ciò accadesse. Il 97esimo giorno del calendario gregoriano, l’orologio fischiò le 19.30: doveva arrivare da un momento all’altro. Animò l’accendino, aprì un lembo di finestra e s’incastonò nell’angolo del muro. Il vento bisbigliava tra i panni stesi e la lavastoviglie accordò gli ultimi giri, i suoi preferiti. Un muro più in là cigolava una lavatrice sconosciuta: di rimando, il frigorifero brontolava seccato dalla cucina. Chiuse gli occhi per accordare la sinfonia di Via Augusto: la sigarette frizzava le ultime note in sol maggiore e delle risate di ragazze camminavano nel cortile. Intonavano un Walzer in andante. Poi agitato un urlo di campanello, uno strepitio di ciabatte (azzurre, adornate da calze rosa), una pianta in bilico verso il baratro, un fremere di chiavi e due coppie di piedi alla porta. Taglia medio- grande e piccola-molto piccola. Blu scuro alla seconda. “Sarà solo per stanotte, grazie.” “Di niente.” La lavastoviglie esalò l’ultimo respiro, esterrefatta dalla visione di tanta azione casalinga. “Vuoi un caffè?” “Non lo prendo dopo le sei, ma grazie. A domani!” Gianni, chiamato da lei e sua cugina “l’Uomo Ombrello” (un po’per il suo pessimismo, un po’ di più per il suo naso) sbottò una pacca sulla spalla al proprietario dei piedi piccoli-molto piccoli, e si allontanò sorridendo. Margherita dal Mare pensò che era stato lui, e non sua madre, a chiamarla per chiedere asilo politico per la Figurina. Che ora la osservava, in fila dietro allo zerbino. Si scosse via il pensiero di dosso, il suo sguardo di scusò e il piccolo zaino poté finalmente saltellare al di là della trincea in nylon. “Bene, Aldo…” “Adelmo.” “Come? ” “Mi chiamo Adelmo, non Aldo.” Sicuramente un’idea di loro madre: originale e in assonanza con il cognome. All’udire quel nome, Armodio Gianni (secondo marito e nutrizionista) aveva scosso la testa da nord a sud e sorriso da est a ad ovest, soddisfatto. Un vero nome da targhetta. Una doppia prima lettera: Armodio Adelmo. “Scusa. Giusto. Vuoi un succo? Forse li ho finiti. Un the?” “Niente zuccheri dopo le 6.” Arricciò le labbra annoiato. “Ah, ok. Sai cosa sono gli zuccheri? Va bene. Ha senso. Niente sete. Fame?” “Ho già cenato. Tra un’ora vado a letto. Dove dormirò?” Margherita indicò il divano, vi nascose dietro una bottiglia di birra vuota e gli porse le lenzuola. “Tadan!” “Cosa devo fare?” Il cumolo di tessuti gialli superava il suo metro e 20 e rimbalzò, insieme al resto del corpo, sul materasso nudo. L’eclissi della responsabilità invadeva l’appartamento azzurro al quarto piano e il suo imbarazzo cadenzava a ritmo delle lancette. La sigaretta era decaduta nell’angolo, sconfortata. Una nuca bianca e un naso animale color prosciutto cotto spuntarono al di sotto del gomito piccolo-molto piccolo. “Cantasfighe!” “Che nome strano.” “E’ molto raro che si avvicini agli umani. Questo è più strano ancora.” “Quanti anni ha?” “Non lo so precisamente, l’ho trovato un giorno alla finestra. Altro fatto singolare, visto che siamo al quarto piano.” “E lui dove dorme?” “Proprio sul davanzale interno di quella finestra! Guarda il mondo da un oblò.” Lo indicò, troneggiante sopra al lavandino: sui vetri ondeggiavano dei pesci, disegnati in rosso. “Li ha fatti tu, quei pesci?” “No, la mamma. Una volta disegnava, quando stava ancora con mio papà.” “Perché non stanno più insieme?” “Due ottimisti assieme prendono le cose troppo alla leggera.” Il gatto le scoccò un’occhiata giudicante. Si erano conosciuti al cimitero: sua mamma andava lì perché si poteva passeggiare in silenzio, suo padre era il figlio del custode. Gli piaceva quel lavoro perché, secondo lui, era bello vedere le persone portare i fiori ai propri morti. Un gesto d’affetto che da vivi mette imbarazzo, ma che da sottoterra non si può giudicare: di estroso ne rimane solo il colore. E a lui (pittore, becchino e musicista), i colori piacevano. “E quelle cosa sono?” “Delle foto. Invece di metterle in una cornice, le ho messe lì.” “Perché sono lì?” Sospesi come degli acchiappasogni, le immagini roteavano attaccate allo stipite dell’entrata della cucina. “Mio papà m’insegnò che chi non c’era più andava in alto e ci guardava: io l’ho preso alla lettera.” “A volte alcune risposte sono sopra al nostro naso” , pensò il gatto. “Anche la nonna ora è lì?” “Si, anche lei.” Il boiler ronzava. “Io l’ho vista solo una volta. Mangiava la gomma e muoveva velocemente la gamba destra.” I tick di Stella. I meno evidenti. “Mi ha detto di non usare mai gli aghi, perché entrano nella pelle, ti fanno male e non escono più.” Le paranoie. Più visibili. “Era strana”. Le fissò i piedi. “Anche tu lo sei, ma in maniera più tranquilla.” “La mamma dice che ci somigliamo molto.” “E’ per questo che sono qui? La mamma è triste?” “Ha bisogno di silenzio per pensare, credo.” “Come faceva quando andava al cimitero?” “Esatto.” Margherita guardò dall’oblò i rami dipinti nel cielo annerire. Qualche foglia precoce cadeva, si univa al cumulo sotto la finestra: lo spazzino del condominio ora lavorava all’AMSA e gli autunni in Via Augusto erano sempreverdi. Poi il nero invase anche la stanza. “Pure questo…” “Cosa succede?” “E’ saltata la luce, dobbiamo andare su in terrazzo per sistemare il contatore.” “Prendi la mia torcia! È quella che uso per spaventare i vicini di notte!” Forse Adelmo Armodio era un nome da targhetta, ma Adelmo Armodio persona non sarebbe diventato un roditore da ufficio, con il cactus vicino alla lampada a neon aziendale. Seguendo le direttive della luce, in fila indiana, arrivarono al sesto piano. Margherita lottò con la serratura della porta in latta e finalmente furono fuori: i tetti li osservavano pacati e i comignoli sbuffavano lenti saluti. Qualche macchina scappava nei vicoli con la marmitta tra le ruote. Dopo vari tentativi, due piani più sotto, la luce sospirò di nuovo. Si sedette, seguita da Adelmo, infilò la mano nella tasca dell’accappatoio e si accese un’altra sigaretta. “Ma fumare non è vietato?” “Più o meno.” I piedi piccoli-molto piccoli e le ciabatte blu penzolavano pensosi dal cornicione. “Tu lo bevi il succo dopo le 6?” “Si, e a volte disegno, mentre lo faccio.” “Cosa disegni?” “Per lo più bozzetti per le sculture. O almeno ci provo, ora ho un nuovo compito in accademia che non riesco a fare.” “Che bello.” “Che ne dici giovedì prossimo vieni a bere un succo con me e disegniamo assieme?” Il naso color affettato si sedette fra loro e annusò l’aria. Odore di Ponente spirava da Ovest.
  9. @Sinoe Stavo scorrendo la sezione poesie, per curiosare sui versi altrui, poi mi sono imbattuta nella tua “osservazioni casuali 03”: mi sono fermata ad osservare la prima strofa, e ho deciso così di commentare per la prima volta. Non so bene come argomentare questo mia opinione, quindi ti chiedo scusa se il mio parere forse risulterà banale, non precisissimo e già sentito. Trovo che la descrizione del personaggio sia molto ben riuscita: il rimo cadenzato, le strofe brevi e la semplicità del linguaggio rende semplice, e per questo d’impatto, quello che si vede. Mi sono immaginata una persona indaffarata, che sorride stanca ai clienti e tra uno sfilatino e l’altro ha la mente travolta dai fatti suoi. Il contrasto tra le rughe e il suo fare giovanile, ti fa pensare ancora più ad una persona piccola e paziente, ancora più invisibile dietro ad un bancone alto come lei. Mi ha colpito questo soggetto: una figura talmente comune, forse una conoscente, che generalmente non ci si ferma ad osservare. Una scelta presa dall'ordinario, che diventa molto di più, che parla di una donna e di ciò che deve affrontare ogni giorno, che ha affrontato e affronterà. Ma forse è il mio lato femminista (e il mio punto di vista femminile) a parlare. E’ infatti sottile come passi dal creare un’immagine apparentemente leggera (nella prima strofa), al far rendere conto che, dietro a quella che potrebbe essere la commessa del panificio dietro casa, c’è una donna, con tante lunghe vite vissute. La svolta arriva nel secondo verso della seconda strofa, solo grazie ad un aggettivo. Leggendo, sembra di stare in fila, e man mano che ci si avvicina alla cassa, i dettagli della “ragazza del pane” divengono più chiari. La timidezza finale mi fa sentire come quando da bambina dovevo andare, le prime volte, a comprare qualcosa da sola, e mi vergognavo ad alzare la testa e la voce. Anche se, leggendo il verbo “tollerare”, questa timidezza sembra diventare altro. E’ un verbo piuttosto forte, forse un po’ troppo, ma è solo un parere. Concordo, inolttre, con i commenti precedenti su "ad esibire". Mi piace invece l’uso dell’aggettivo “svogliato” in riferimento alla coda: una personificazione piuttosto azzeccata. E’ interessante anche il fatto che in ogni strofa si può individuare una terzina di parole che riassumono il contenuto di quello che stai dicendo (anelli- orecchini- ciondoli; gentile- veloce- meccanica; dolore- amore- rimpianto). Per concludere, mi ha ricordato moltissimo un'anziana signora che lavora in un piccolo bar davanti alla mia università, alla quale sono affezionata, e ti volevo chiedere il permesso di farle leggere la tua poesia! Concludendo realmente: complimenti, è bellissima!
  10. Un bellissimo benvenuto! Grazie mille!
  11. Grazie mille!
  12. Deformazione studentesca! Chiedo venia!
  13. Buondí! Piacere mio, grazie mille
  14. Buongiorno! La ringrazio
  15. @ElleryQ Grazie mille! E' un piacere!