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Lisa Saporito

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Su Lisa Saporito

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    Lisa Saporito
  • Compleanno 19/07/1996

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  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Sandigliano, Biella
  • Interessi
    Amo leggere, andare a cavallo, le passeggiate nel bosco e scrivere i miei libri ascoltando la musica.
    Adoro le serie TV e i film in generale, anche i capolavori della Walt Disney e gli anime giapponesi.
  1. Ciao a tutti voi!:P

    Allora, volevo avvisarvi che Whitesky, Le Isole del Cielo è completato, finalmente; che gioia!:ballo:

    Ma non temete, presto ci sarà il suo sequel, quindi vi aspetto numerosi!

    Bacione a tutti e buona giornata<3:D

  2. Ebbene sì, miei cari amici, c'è un continuo. Allora, come vi è sembrata questa storia? Volevo approfittare di questo piccolo spazio per ringraziare tutti coloro che sono arrivati fino a qui, perché erano curiosi di sapere come andava a finire, perché la mia storia è piaciuta e hanno perseverato a leggerla o... O per qualsiasi altro motivo di cui io non ne conosco la ragione. Ringrazio anche lo staff di WD, per avermi dato l'occasione di scrivere questo mio libro e renderlo pubblico. Beh, spero quindi di rivedervi tutti nel prossimo libro con una nuova emozionante avventura, colpi di scena e finalmente la rivelazione di un misterioso segreto. A presto e buon divertimento!
  3. Mentre la nuova serva le acconciava i capelli color mogano l'informava sulle usanze di Corte, del Circolo e del linguaggio usato per comunicare tra i nobili con sorprendente abilità e franchezza. La Maga l'ascoltava incuriosita e anche allarmata. «Cavolo, pensare che a tavola dovrò eseguire l'etichetta di palazzo mi vien da star male!» «In più se non starò attenta sarò criticata e disprezzata dai nobili della Corte. Oh povera me, preferirei tornare a lottare contro gli unseelie di Laketown piuttosto che essere aggraziata come una farfalla!» aggiunse, alzando gli occhi al soffitto affrescato con cherubini e soffici nuvole. «Ahi!» «Perdonate milady.» «Si può sapere che stai cercando?» Con una smorfia di dolore Ashley vide la serva torciare freneticamente una ciocca di capelli, mentre con lo sguardo metteva a soqquadro il tavolo da toeletta. «Le forcine per i capelli.» Una scatola d'avorio si rovesciò, spargendo forcine incrostate di pietre preziose che la ragazza afferrò e cominciò ad infilare nei capelli della Maga. «Ahi!» ripeté Ashley. «Ancora le mie scuse Lady Ashley.» si affannò la serva. Da qualche parte, nel labirinto di corridoi, salì una vibrazione metallica: il suono di un gong. «Questo è il gong della cena! Tra poco un domestico sarà qui per scortare milady in sala!» si allarmò la ragazza, diventando nervosa. «Calmati! Andrà tutto bene.» cercò di tranquillizzarla la Maga, osservandola attraverso lo specchio. «Oh per tutte le spazzole di Meris! I vostri capelli sono ancora in disordine milady!» «Sciocchezze! Fai quello che puoi!» «Ci vorrà del tempo Vostra Signoria.» «C'è ancora un po' di tempo, muoviti.» Tra un respiro affannoso e l'altro la giovane ragazza alla fine riuscì ad acconciarle i capelli prima che una voce imperiosa annunciasse che la cera era pronta. Le pareti arricchite di stucchi della grande Sala da Pranzo Reale, qua e là celate da arazzi, si alzavano tra le cornici scolpite sino al soffitto a cupola, coperto da affreschi. Sei caminetti, tre per lato, ora spenti, in inverno avrebbero potuto emanare abbastanza calore da inondarne l'immenso locale. Su un'alta balconata, un trombettiere stava ritto come una stalagmite colata dalle decorazioni e dai candelieri del soffitto: era uno dei musicisti reali, in livrea scarlatta e con la collana cerimoniale di rose e melograni d'argento. Lungo le pareti, edifici di scaffalature in legno lucidato - illuminate da candelieri su supporti a specchio - sorreggevano l'artistica argenteria: vassoi tentatori colmi di frutti e paste, formaggiere coperte a forma di casolari o latterie, piatti da pesce in argento con maniglie d'avorio e ardenti bracieri d'ottone tenuti pronti per riscaldare i cibi. Maggiordomi e sotto-maggiordomi in livrea aspettavano sull'attenti di fronte a ogni scaffale. Larghi tavoli erano allineati in un unica fila per tutta la lunghezza della sala, apparecchiati con candide tovaglie di damasco ricamate a losanghe. La tavola alta, posta ad angolo retto rispetto alle altre, campeggiava su una piattaforma a un'estremità della fila e sulla nivea superficie apparecchiata era disposto il quartetto delle stagioni, personificate da sculture in argento dorato che danzavano in circolo, del tutto identiche a quelle che c'erano in giardino. La luce che penetrava dalle ampie finestre metteva in morbido risalto la loro gloria congelata. Miriadi di candele infisse su dozzine di candelabri a molte braccia si riflettevano in calici di cristallo, cestini da pane in filigrana d'argento, coppe d'oro sollevate su piedistalli e colme di dolciumi e condimenti, gruppi di speziere d'argento nelle fogge più varie, anfore cristalline per gli aceti d'erbe e gli oli, zuppiere di porcellana dipinte con stelle marine azzurre, supporti ovali contenenti lampade accese per riscaldare i piatti e piccoli supporti a specchio, sui quali erano messi vasi di fiori confezionati assai realisticamente in seta. Una quieta musica scendeva da una balconata dove un terzetto di menestrelli si permetteva di stonare, ignorato dall'impassibile musicista reale. Una corrente di nobili cortigiani affluì dalle porte all'estremità inferiore della sala: a un primo sguardo si sarebbe potuto dubitare che fossero esseri umani, tanto fantastico era il loro abbigliamento. Non una di quelle dame sembrava indossare meno di tre indumenti l'uno sull'altro: un corto soprabito, una tunica a mezze maniche con l'orlo al ginocchio e, sotto di essa, una lunga veste a maniche intere. I tre accessori erano di colore diverso e con le tre serie di maniche di forme assai contrastanti. C'era chi le aveva così larghe da doverne legare le spesse pieghe intorno ai polsi e chi ne portava di strette come calzamaglie ma con sbuffi e rotoli ai gomiti e alle spalle; chi le aveva a forma di campana e chi traforate, con l'aggiunta di nastri e cordicelle che uscivano dalle fessure. Alcune di quelle maniche erano così ridicolmente lunghe che i polsini venivano trascinati al suolo come strascichi; i ricami coprivano ogni lembo di tessuto. Dalle cinture e dalle castellane, allacciate alla vita delle dame con fibbie d'argento dorato, pendevano chiavi, borsette e piccoli pugnali riposti in federe di pelle, il tutto intonato alle spille, alle collane e ai bracciali di quei pavoni umani. Le loro acconciature erano complicate esagerazioni: cornute, piramidali, con frontespizi a balconate sovrapposte o a forma di scatole intarsiate col coperchio chiuso. Invece i lord si ornavano la testa con rigidi cappelli a tesa larga, generosi di copricapi flosci di velluto e broccato o aderenti cuffie di seta spessa; cordoni dorati di straordinaria lunghezza si arrotolavano intorno alle teste e alle spalle dei loro proprietari come viticci strangolatori. C'erano cappelli con paraorecchie mobili e danzanti, cappelli con diademi, cappelli con corone bulbose, cappelli con lunghi e voluttuosi piumaggi, cappelli con pendule tese colorate. Colletti di pizzo a ruota e ampie gorgiere ricadevano in una profusione di pieghe ornamentali sulle spalle dei lord, mentre le code ampie e ricamatissime delle loro giacche facevano strascico al suolo, dietro le loro scarpette ingemmate. Con quelle altere facce dipinte che galleggiavano sopra un mare di sgargianti damaschi, velluti, keyrse, sete pressate, sete selvagge, pizzi, crinoline, broccati, percalle, taffettà, tisshew e baudekyn, la magnifica folla sciamò intorno ai tavoli e alle sedie di quercia intagliata. Tutti restarono in piedi ai posti assegnati, ciascuno coi paggi, le ancelle o altri attendenti di guardia alle proprie spalle. Alcuni cortigiani tenevano in braccio animaletti da compagnia: linci nane ottenute per mezzo d'incroci selezionati, ocelot e altri piccoli felini o canidi, addestrati a sedere con docilità accanto al piatto e condividere educatamente il cibo. «Chissà cosa avrebbero detto se avessi invitato James sotto forma di pantera?» si domandò divertita l'ospite, immaginandosi lo scandalo o l'invidia di quelle persone dipingere quelle facce ceree. «Milady abbia la compiacenza di attendere fuori della porta finché l'intera assemblea sarà seduta.» si era raccomandato l'inserviente che l'aveva scortata. «Il Siniscalco della Sala da Pranzo Reale annuncerà il nome di milady al suo ingresso, affinché milady sia presentata a tutti.» Una tromba squillò. Ashley rimase in attesa. Fra un suono di tromba e l'altro, la voce del Siniscalco annunciò l'arrivo della famiglia reale, l'Attroid e altri vari aristocratici di rango superiore, ai quali spettava la precedenza. Quando costoro ebbero preso posto, tutti gli altri commensali sedettero a loro volta, con un rumore di sedie smosse e un brusio di conversazioni. «Lady Ashley Blueblossom Rose dell'Isola di Airha.» Ashley entrò nella sala da pranzo. Come una lente che concentrasse i raggi di luce, l'arrivo della dama sconosciuta suscitò un'intensa e immediata attenzione. Consapevole degli sguardi furtivi, di quelli aperti e dei commenti mormorati su di lei, la Maga sentì il sangue affluirle al viso e il salone le parve, all'improvviso, surriscaldato e soffocante. «Da questa parte, milady.» Un ossequioso vice Siniscalco la guidò a un posto libero al tavolo dove si era accomodata sua zia, e aiutò lei e le sue rigonfie sottane a sistemarsi sulla sedia. Dopo aver rivolto un cortese cenno del capo a quelli seduti accanto e di fronte a lei, la nuova arrivata cominciò a guardarsi intorno con circospezione mentre il vice Siniscalco la presentò ai giovanotti alla sua destra e sinistra senza che lei udisse i loro nomi, soprafatta com'era dall'opulenza dei tavoli. Una serie di note di tromba diede il segnale ai vice camerieri di avvicinarsi ai commensali e versare sulle loro mani dell'acqua profumata che lavasse via le impurità dalla loro pelle; furono offerte delle salviette per asciugarsi le dita e il tutto poi fu portato via. Dopo il lavaggio delle mani, una formidabile processione di camerieri portò in sala massicci vassoi coperti, che furono deposti nei pochi spazi disponibili: era il momento degli Esami e degli Assaggi dove gli assaggiatori sfilavano tra i tavoli mordicchiando le varie pietanze con grazia pensosa, esibendo una studiata indifferenza mentre gli esaminatori toccavano il cibo con lingue di serpente, cristalli, agate, serpentine e crani di rospo: tutti attrezzi che avrebbero cambiato colore o sanguinato a contatto con un veleno. I maggiordomi mescevano serenamente il vino - rosato, ambrato, bianco - in calici di cristallo che ne valorizzavano il colore e la tonalità. Il rito degli Esami e degli Assaggi sembrava richiedere un certo tempo e concedersi alle chiacchiere spicciole era un intrattenimento che poteva diventare divertente per alcuni e umiliante per altri. Quando finalmente squillò un'altra volta la tromba il capotavola più anziano si tirò in piedi ed alzò il boccale. «Che i calici siano colmi per il brindisi reale!» muggì. I cortigiani si alzarono e si guardarono intorno, sollevando boccali e corni per bevande. «Alla salute del Re-Imperatore, della Regina-Imperatrice e del Principe. Possano le Loro Maestà vivere per sempre!» Con una sola voce i commensali fecero eco all'augurio del capotavola poi il cristallo tintinnò contro il cristallo e tutti bevvero un sorso, si guardarono di nuovo intorno e tornarono ad accomodarsi. «Che la cena sia servita!» esclamò il Siniscalco della sala reale. «La zuppa! Crema di aragosta, tartaruga marina e crescione d'acqua!» «Che vi sia di gran giovamento.» si auguravano i cortigiani a vicenda, portandosi alle labbra cucchiaiate di zuppa senza produrre rumori sconvenienti, con l'eccezione di quelli a capotavola, il cui rango non li obbligava all'osservanza delle buone maniere. Per tutta la durata del pranzo, tra i chiacchiericci, intrattenimenti, commenti e le bizzarre - e portentose - portate, Ashley ebbe modo di scoprire quanto fosse noioso e complicato banchettare a Corte, malgrado la compagnia della Marchesa Elinor alleviasse quell'atmosfera pesante; quando il Marchese che stava a capotavola si congedò, determinando così la fine del pranzo, la Maga uscì in terrazzo a prendere una boccata d'aria fresca. Le foglie degli alberi da frutto disseminati vicino al terrazzo frusciavano allegramente al venticello primaverile, spargendo ovunque i profumi e il polline dei loro fiori, e offrendo ombra e protezione dai raggi solari ai Nobili Fatati che banchettavano in giardino accompagnati da musica, aggraziati balli e amabili conversazioni in una lingua sconosciuta e musicale; accanto ad essi timidi seelie - con sembianze umane - cercavano di prendere parte ai Loro divertimenti, mascherando le imperfezioni sotto i lunghi e fluenti capelli o i vestiti di foglie, fiori, penne di uccelli o ali di farfalle. Ad Ashley parve di vedere delle margherite crescere in un campo di amabili e rare rose. Scorrendo il suo sguardo la ragazza non vide unseelie - probabilmente tenuti lontani da un incantesimo del Supremo Re Fatato - e lontano dalle attività festive una giovane coppia singolare attrasse la sua attenzione: un Fatato in compagnia di una giovane ragazza dai lunghi capelli dorati, riuniti in due lunghe trecce che scintillavano come fiori di ginestre tenute ferme da sottili collane di smeraldi per tutta la lunghezza. Stavano in disparte da tutti, guardandosi amorevolmente negli occhi mentre conversavano pacamente. Il Fatato indossava una tunica verde scuro e un giustacuore di velluto rosso ricamato con i suoi stemmi fatati: l'aquila dalla corona di stelle, inghirlandata da biancospini. Un bellissimo mantello ricamato con fili dorati gli copriva le spalle, tenuto fermo sul petto da una fascia ingioiellata e fibbie a forma di losanga; le sue pesanti pieghe erano arricchite da ricami floreali mentre i calzoni erano infilati negli stivaloni col risvolto, alti fino a metà coscia, e i capelli erano tenuti a posto da una fascia dorata intorno alla fronte. La Maga sospettò che si trattasse del Supremo Re, ma per il momento non ne era sicura. La sua compagnia portava un abito frusciante di seta color calce, ricamato con penta fogli d'oro; le maniche strettamente abbottonate giungevano a coprirle il dorso delle mani e intorno alla gola aveva una collana d'oro rosso incastonata di smeraldi e di rubini. Intorno alla sua fronte, una coroncina di foglie autunnali e bacche fatte con topazi e corniole era tenuta assieme da uno spesso filo d'oro. Sulle braccia aveva una stola di ermellino bianco, e la sua cintura era fatta di piastre quadrate d'oro cosparse di pietre preziose, in uno stile che si accoppiava con la collana. «Non sono bellissimi?» domandò una voce alle sue spalle. Ashley girò la testa e incrociò lo sguardo sognante di sua zia, che le si affiancò posando le mani sulle balaustra; in quella di destra stringeva un ventaglio. «Sono il Supremo Re Angavar e la sua sposa, la Nobile Ashalin.» li presentò, confermando il dubbio che aveva avuto poco fa. «Lei sembra tanto una di noi.» osservò. «E lo era. Al Palazzo di Magia non ti è per caso capitato di leggerlo nelle Cronache Antiche?» le ricordò la Marchesa, aprendo il ventaglio e facendosi aria. Un lampo di genio la colse e le si mozzò il respiro per la sorpresa: l'eroina che aveva invaso le sue fantasie da giovane ora si trovava a pochi passi da lei. «Allora era vero ciò che narravano!» «Mia cara ragazza, non c'è nulla che non sia vero le Cronache Antiche!» la rimproverò. «Scusate, è che sono sorpresa. Da piccola leggevo le sue storie e la invidiavo, ma ora che la vedo la invidio ancora di più. E' una ragazza fortunata.» confessò, lasciando che un sospiro malinconico le uscisse dai polmoni mentre la osservava nascondersi sotto le fronde di un melo. Quando tornò a fissare sua zia la vide girata dall'altra parte, intenta a guardare il nobile Comandante dei Black Arrow studiare attentamente la lama della sua spada accanto ad un cespuglio di orchidee. «Con il vostro permesso, avrei un paio di cose da sbrigare nobile zia.» si congedò voltandosi e rientrando a palazzo. Dopo aver svoltato un paio di corridoi - e aver intravisto dei nobili giocare clandestinamente in una stanza riservata - la giovane ospite del palazzo reale si ritrovò in una piccola sala ottagonale che profumava di lavanda e fiori d'acqua. Le pareti erano scavate a formare delle nicchie simili a scaffali che servivano a reggere libri, pergamene, statuette equestri e piccoli trofei di caccia intervallate da finestre ad arco acuto semicoperte da tende di broccato color albicocca con dei motivi stilizzati di rondini e passeracei, e da candelabri ramificati placcati in oro. In un angolo un caminetto spento sosteneva nel suo vasto interno - per mezzo di un paio di alari a forma di falchi - un gigante della foresta, e lo stesso motivo avicolo avevano il lungo guarda fuoco, le pinze e gli attizzatoi; la sua parete sfaccettata metteva in risalto uno scudo con due spade incrociate nel mezzo. Accanto a ogni finestra, e vicino al caminetto, c'erano una coppia di poltrone in velluto color pesca - affiancate a loro volta da due leggii a una gamba riccamente elaborata - e nel mezzo un tavolino basso che reggeva un vaso di fiori di lavanda. «Sembrerebbe una piccola libreria...» mormorò avvicinandosi allo scaffale più vicino e scorrendo gli occhi sulle copertine dei libri. Erano rilegate in cuoio, in velluto o semplicemente di carta rinforzata, ordinatamente impilati gli uni accanto gli altri mentre le pergamene - dall'aspetto antico e polveroso - erano tenute strette da un fiocco di seta o un intreccio di corde. Il tutto rendeva quella piccola stanza rilassante e confortevole. Attratta da quel piccolo mondo di leggende, curiosità, avventure, sapere, conoscenza e intrighi, la Maga si mise a frugare tra le copertine e i rotoli fino a trovare un vecchio racconto che le sembrava essere avvincente; con mano tremante lo sfilò dal suo posto e cominciò a sfogliarlo con acceso interesse. «Vi appassionate di lettura, milady?» domandò una voce proveniente da una poltrona. Colta di sprovvista chiuse con uno scatto il libro e alzò lo sguardo, in cerca del suo interlocutore. «Sono desolata di avervi disturbato, ma mi sono persa e mi sono ritrovata qui per caso.» balbettò, sondando la camera. Da una poltrona che le dava le spalle - vicino alla terza finestra di sinistra - si alzò un giovane uomo dai capelli scuri, lo sguardo serio, riflessivo e l'atteggiamento maturo. Quando vide in volto il giovane un nodo alla gola le mozzò il fiato per qualche secondo, mentre un senso di oppressione si formò intorno a lei; con fare sbrigativo prese i lembi della gonna e gli aprì per sfoggiare un inchino degno di una cortigiana, e che a lei purtroppo sembrò inutile. «Vostra Maestà, non volevo essere invadente disturbando la Vostra lettura.» cercò di giustificarsi. «Per favore, calmatevi milady. Al contrario, sono io quello che dovrebbe chiudere scusa per avervi spaventata. Vi prego di alzarvi.» ribattè calmo. La Maga si alzò, ma non osò fissarlo negli occhi per paura che notasse il suo disagio. «Vi ho visto stamane al banchetto, sedevate accanto alla Marchesa Roxburg per caso?» s'informò incrociando le mani dietro la schiena. «Esatto, Vostra Eccellenza Imperiale.» annuì tormentandosi le mani. «E' raro che la Marchesa accetti ospiti sconosciuti, questo mi porta a pensare che siate parenti.» «E' mia zia, Eccellenza.» «Molto interessante. Vi prego di sedervi con me; è raro trovare una giovane lady che s'interessi di lettura a Palazzo.» le disse, indicando con un ampio gesto la poltrona di fronte alla sua. «Vi prego di non offendervi Maestà, ma non potrei mai...» «Insisto.» l'interruppe lui. La sua voce si era fatta improvvisamente più dura; aveva il tono di un uomo abituato a veder soddisfatte le proprie pretese e diventava subito nervoso con chi non voleva collaborare. Non avendo altra scelta la giovane si avvicinò alla poltrona, fece un breve inchino e poi si accomodò di fronte al sovrano, che nel frattempo aveva incavallato una gamba. Aveva gli occhi grigi come il fumo e lineamenti perfetti che lo facevano sembrare un Fatato. «Ditemi, come vi chiamate?» cominciò. «Ashley Blueblossom Rose, Vostra Grazia.» «Cosa vi porta qui, a Xalbas?» «Una visita alla Marchesa Elinor Roxburg, Altezza.» «Capisco, cosa ne pensate del palazzo?» «Vostra Maestà, credo che non ci siano parole per esprimere la grandezza del palazzo reale.» Con aria indagatrice il Re-Imperatore si sporse in avanti incrociando le mani davanti al viso e appoggiando i gomiti sulle gambe, mentre scrutava con attenzione la sua ospite. Imbarazzata per quello sguardo indagatore e penetrante come una freccia, Ashley cominciò nuovamente a tormentarsi le mani e ad osservare oltre la finestra, le pieghe del suo abito oppure il tappeto su cui poggiavano le sue nuove scarpe di velluto. «Siete una donna curiosa Lady Ashley, se mi è concesso dirlo.» così semplicemente, senza preamboli. Il sangue - diventato incandescente come la lava dei vulcani - cominciò a martellarle nel cervello come un puledro impazzito, e le impedì di ragionare razionalmente mentre l'aria diventò soffocante; poter conversare con il Sovrano era un onore riservato a pochi e in quel momento la sensazione di essere importante la avvolse come un mantello. «Mi sta per caso prendendo in giro? Oppure fa così con tutte le dame per dilettarsi dei loro sentimenti?» si chiese, tornando con i piedi per terra. «Vostra Altezza Reale, voi mi lusingate troppo. Non sono degna di tali complimenti.» disse, per non essere scortese. Uno scalpiccio di scarpe irruppe nella stanza e un paggio in livrea posò un ginocchio a terra. «Principe Edwin, Sua Altezza Reale Re Edward vuole parlare con voi urgentemente. Vi attende nel suo studio.» disse. Sgranando gli occhi la Maga girò la testa sull'uomo che aveva di fronte, e solo in quel momento si accorse di alcuni dettagli che l'agitazione del momento le aveva nascosto: nonostante l'età il ragazzo presentava lineamenti più giovanili rispetto al Re, ed era molto più virile e slanciato rispetto ad egli. La somiglianza col Re-Imperatore era certo notevole se vista con la coda nell'occhio, e il fatto che durante il banchetto l'avesse visto solo di sfuggita - e confuso - la riempì di vergogna. «D'accordo. Sarò da lui tra poco.» sospirò dignitosamente il Principe. Dopo essersi licenziato, il paggio richiuse la porta, e il ragazzo tornò a fissare la sua intrattenitrice che era rimasta sconvolta da quella scoperta. «Scusatemi ancora, ma non ho saputo resistere dal dirvi la verità.» si giustificò, appoggiandosi allo schienale. Ashley abbassò lo sguardo mortificata; aveva frainteso tutto quanto, e non sapeva come rimediare. «Non vi corrucciate, Lady Ashley. Non è considerato reato confondermi con mio padre.» la tranquillizzò tirandosi in piedi. Imitandolo la ragazza eseguì un traballante inchino e il Principe, mostrando un dolce sorriso, le baciò la mano. «Vi prego ancora di perdonarmi.» ripeté alzando gli occhi su di lei. «Non dovete Altezza.» fu la sua risposta. Quando il Principe Edwin uscì, le gambe cedettero al suo peso e cadde sul morbido velluto della poltrona. Era lì da appena mezza giornata e aveva già combinato un sacco di guai. Dopo quei brevi attimi di panico e smarrimento un secondo paggio in livrea dei Milescross entrò silenziosamente dalla porta e posò sul tavolino di fronte alle due poltrone un vassoio con pasticcini e del tè. «Lord Pennyrigg Milescross mi ha ordinato di farvi avere questi, milady.» le spiegò dopo aver ottenuto il permesso di parlare. Lei annuì con un cenno d'assenso, poi lo licenziò. Quando tornò ad essere nuovamente sola si avvicinò alla finestra ad arco arcuato e guardò il giardino decorato di siepi con al centro una grande fontana circolare decorata con un cigno che zampillava acqua dal becco proteso verso il cielo, e statue marmoree sparpagliate su tutta l'area; intravide alcuni trow e altre piccole creature seelie che si andarono a nascondere al suo sguardo mentre alcuni passerotti si appollaiarono sul davanzale per poi riprendere il volo. «Ashley?» La ragazza si voltò lentamente, credendo che si trattasse di un sogno oppure del frutto della sua immaginazione, e cercò di non guardare subito l'aspetto di colui che l'aveva chiamata. Vestito di blu, con in mano un cappello a visiera e una lunga sciarpa color crema al collo, il Letter Storm aveva gli occhi grigi e profondi sgranati per lo stupore, semicoperti da capelli castani e leggermente mossi. «Sir Robert...» Era tutto quello che era riuscita a dire per la felicità di trovarselo davanti. «Cosa ci fate qui?» domandò il ragazzo alla Maga, cercando di ricomporsi. «E' una lunga storia.» tagliò corto, diventando improvvisamente seria. «Ho tutto il tempo.» ribatté invece lui, andandosi a sedere vicino alla finestra dove poco prima c'era il Principe. Con un sospiro di rassegnazione Ashley prese posto di fronte a lui e ripeté il motivo della sua presenza a palazzo. Senza staccarle gli occhi di dosso, Robert l'ascoltò senza interromperla, come se fosse ipnotizzato dalla sua voce; quando finì di parlare il ragazzo si appoggiò allo schienale morbido della poltrona e posò una gamba sul ginocchio, incrociando le mani davanti al petto che non smetteva di alzarsi ed abbassarsi con regolarità. «Capisco.» fu tutto quello che disse. «Mi dispiace non avervi detto la verità, ma non potevo proprio evitarlo.» si giustificò lei. «Quindi cosa avete intenzione di fare?» l'interrogò inarcando un sopracciglio. «Proverò a cercarlo altrove.» gli rispose semplicemente. «E non avete tenuto conto del pericolo che c'è là fuori ultimamente?» s'infiammò il Letter Storm, improvvisamente nervoso. Ashley sussultò per quella reazione inaspettata e nel contempo drizzò le orecchie allarmata. «Quale pericolo?» indagò. «Dimenticavo che a palazzo certi argomenti si evitano.» sospirò lui, sporgendosi in avanti e posando i gomiti sulle ginocchia. «Si dice che nell'Isola di Rona un drago si sia ribellato e sia fuggito dalla Torre d'Interscambio. Nessuno l'ha mai visto e nessuno sa che cosa realmente sia. Alcuni Letter Storm e Black Arrow gli stanno dando la caccia, ma è sparito nel nulla. Una decina di settimane fa ha incendiato un villaggio a Rustling Island, e la stessa cosa è capitata in un altro di un'altra Isola.» le raccontò. «Ma com'è possibile?» scattò la Maga. «Che il villaggio sia quello di Laketown dove io, James e Nails ci siamo fermati tempo addietro?» s'interrogò dubbiosa. «Ma il fatto più sorprendente è che ha il dono della parola e ha giurato vendetta.» aggiunse Robert con un nodo alla gola. «Avete chiesto aiuto ai Fatati?» chiese Ashley. «Il Re-Imperatore non li vuole coinvolgere. E poi non credo che il Supremo Re dei Fatati non voglia mettere a rischio la vita dei suoi sudditi per un nostro problema.» le rispose lui abbattuto. Il silenzio calò come un oscuro mantello, e sembrò ottenebrare per un lungo attimo il salotto; se quello che il ragazzo le aveva appena riferito corrispondeva al vero suo fratello era in grave pericolo, così come la sua famiglia e i suoi amici. «Nonostante ciò io devo andare. Non sarà un rettile sputa fuoco a impedirmi di trovare Gideon!» s'impuntò. «Siete proprio decisa eh.» scosse la testa lui. Lei annuì risoluta. Il grande astro era ormai oltre l'orizzonte, dipingendo il cielo di calde sfumature e attirando verso di esso le nuvole che formarono una marea galleggiante, concedendo ad un raggio di luce bronzea di attraversare i vetri e illuminare la sala. Ashley si era alzata e stava osservando quello spettacolo, dando le spalle al giovane Letter Storm, quando lo sentì avvicinarsi, avvertendo la punta degli stivali contro le sue gonne. «Cambia strada. Sei ancora in tempo.» Colta di sorpresa la Maga sussultò, poi tornò a voltarsi verso la finestra e scosse la testa. «Devo andare...» Le sembrò che stesse parlando più a se stessa che al ragazzo. «Ne sei certa?» Lei annuì nuovamente, mordendosi il labbro inferiore. Sentì dei passi e poi la porta chiudersi; si voltò e il Letter Storm era sparito. Un'improvvisa fitta al petto le inumidì gli occhi, ma scacciò indietro le lacrime scuotendo energicamente la testa; per un attimo le sembrava di aver rivissuto l'addio di suo fratello avvenuto quattro anni fa. «Trovare Gideon è prioritario!» si ricordò severa. Conficcandosi le dita nella carne si voltò di scatto ed uscì dalla sala di lettura con passo spedito, dimenticandosi di chiudere la porta. Camminò a passo spedito e con la testa bassa finché non urtò qualcuno che bloccò il suo vagare alla cieca afferrandola per le spalle. Attraverso le maniche tagliate del giustacuore di velluto - ricamato a leoni d'oro su uno sfondo di porpora reale - si vedevano le maniche della camicia, chiuse da tre bottoni. Una larga cintura d'oro gli stringeva la tunica lunga fino alle caviglie, la cui scollatura a V giungeva sino alla vita; i calzoni neri erano infilati negli stivali alti al ginocchio e col bordo ripiegato. Portava un mantello di velluto purpureo, ricamato con corone e altri stemmi araldici neri e oro e foderato in seta nera. Sui capelli scuri sfoggiava un semplice berretto tondo, sormontato tra tre morbide piume. Tutta quell'eleganza non lo appesantiva affatto, anzi lo faceva apparire in splendida forma fisica e fresco come una sera d'estate: la sua virilità riempiva il corridoio, quasi che tutta la luce irradiasse da lui. Era davvero il Re-Imperatore con a sinistra la Regina-Imperatrice e a destra i due Supremi Fatati, Angavar e Ashalin. «Cosa mai potrà turbare questa damigella?» si domandò il Re. «Altezza Reale, vi prego di perdonarmi, mille pensieri mi hanno distratto la vista dal Vostro passaggio.» s'inchinò cacciando via le lacrime. «Questo l'avevamo notato. Cosa vi turba mia cara?» s'interrogò la Regina-Imperatrice con fare materno. «Domando venia per la mia esuberanza, ma non è nulla che debba turbare i Vostri pensieri, Mia Signora.» le rispose con un sussurro. Nessuno dei presenti le fece altre domande e dopo essere stata congedata, la Maga li vide percorrere la strada dalla quale lei era venuta. Passandosi una mano sulla fronte girò l'angolo e andò nei suoi alloggi; la stanchezza e i troppi pensieri cominciavano a farle brutti scherzi. Si guardò furtivamente intorno e non vide nessuno; le fiammelle danzanti sugli stoppini accarezzavano ogni angolo della camera, eccetto uno che si era spento per via di una folata d'aria. Con un debole sorriso schioccò le dita per accenderlo ma non accadde nulla, perplessa ci riprovò ottenendo lo stesso risultato; un pesante macigno le crollò addosso. Sconvolta arretrò fino ad urtare il tavolo da toeletta e con un effetto a catena si rovesciarono alcuni botticini di profumo e scatolette contenenti forcine e gioielli per abbellire le dita, infine anche la sedia a X crollò sul tappeto con un fastidioso tonfo secco. Allarmato da quei rumori, James fece irruzione nella stanza da una porta per la servitù e trovò la Maga seduta al suolo che fissava terrorizzata il vuoto con la bocca socchiusa in un gemito. «Che cos'è successo?» domandò. «I miei poteri... Sono scomparsi...» farfugliò. Continua...
  4. Il sole stava sorgendo e illuminava il cielo di giallo, arancione e rosso sempre in contrasto con il blu della notte e l'azzurro del giorno. Svegliata dai raggi del sole che irrompevano dalle finestre come fili di miele, l'ospite si stiracchiò le braccia e girò la testa verso la fonte di luce socchiudendo gli occhi; davanti ad essa, posato su in tavolino con una sola gamba, trovò un vassoio con una scodella di latte caldo, un piatto con dei biscotti appena sfornati, un piccolo cesto di frutta fresca e un calice d'acqua. «Buon giorno. La colazione l'attende, il sole splende e la Nave del Lord è pronta a salpare tra un paio d'ore.» l'informò raggiante James, fluttuandole davanti al viso. «Grazie.» mormorò lei sorniona e passandosi una mano sulla fronte. Con un movimento un po' scocciato si tolse le calde coperte e scese dal letto a baldacchino avvicinandosi al tavolino, afferrò un biscotto e lo addentò per poi voltarsi verso il baule che stava dinnanzi al letto e l'aprì, estraendo il corpetto blu, la gonna e la mantella color felce. «Puoi avvertire Nails che tra poco sarò pronta?» domandò all'Hotis, usandolo come presto per potersi cambiare senza essere osservata. James accennò un sì con la testa ed uscì canticchiando una bizzarra canzoncina che fece sorridere la Maga. Poco più tardi sentì qualcuno bussare alla porta e quando diede il permesso di entrare vide il Black Arrow in divisa ufficiale. «Sono pronta, possiamo andare.» gli disse allacciandosi la mantella sulle spalle e sistemandosi i capelli - legati in due codini dai nastri dei suoi vecchi guanti - allo specchio. «C'è un cambio di programma. Sua Altezza Reale vuole che faccia altre indagini; dovrai andare a Xalbas senza di me.» l'informò serio. Il mondo intorno a lei sembrò rallentare e diventare improvvisamente grigio; una goccia di rugiada impegò molto più tempo a toccare lo stelo dell'erba sotto l'albero da cui era caduta, il battito d'ali di un passerotto era più marcato e ben visibile mentre le foglie di un alloro frusciavano con movimenti fluidi e impercettibili. Con tutta la naturalezza e calma possibile si voltò e aspettò altre spiegazioni, senza però ottenerle. «Perché?» mormorò. «Non devi preoccuparti, ho chiesto a James di accompagnarti e di difenderti durante il viaggio.» la rassicurò avanzando di un passo. «Perché proprio ora? Perché lui?» pensò. Aprì la bocca per ribattere ed esporgli i suoi dubbi, ma serrò le labbra e abbassò lo sguardo sul tappeto ricamato, limitandosi ad annuire con aria mesta; sapeva benissimo che un B-Arrow doveva servire e obbedire agli ordini del Re-Imperatore senza alcuna esitazione, ma doversi separare da Nails le sembrava difficile ed impossibile. Stava cominciando ad affezionarsi a lui. «Mentre sarò in missione continuerò a fare delle ricerce su tuo fratello, e se scoprirò qualcosa ti avvertirò, puoi starne certa.» aggiunse, notando la sua espressione rammaricata. «Non si tratta di questo. » Prese fiato e cercò le parole adatte per farlo restare ancora per un po'. «Ho come la sensazione che poi non vi rivedrò più. So che è una paura infondata e inutile dato che siete una Guardia Scelta dell'Imperatore ma...» non terminò la frase. Si sentiva stupida ed incompetente e questo fatto la schiacciò ancora di più quando Nails le abbozzò un lieve sorriso; non sapeva se era derisorio oppure di compassione. «Perché ho cominciato a parlargli così formalmente? Possibile che sia così imbecille?» si rimproverò stringendo i pugni lungo i fianchi. «Vi ringrazio per la vostra premura, Lady Ashley, farò il possbile per farle avere mie notizie.» le disse posando un ginocchio a terra. La Maga gli si avvicinò, si accucciò di fronte a lui e gli sollevò il mento, obbligandolo ad incrociare i suoi occhi; con movimenti lenti si portò le mani al collo e frugò sotto la mantella per poi slacciare un cordino e prelevare un girocollo di velluto lilla con al centro un tithal di pietra bucata. «Che vi porti fortuna e vi protegga dai wight.» augurò, chiudendo il talismano tra le mani forti e aggraziate del Black Arrow. Senza aspettare che Nails le dicesse addio uscì dall'alloggio chiudendosi la porta alle spalle e s'incamminò verso il corridoio illuminato trattenendo le lacrime che le inumidirono gli occhi. I verricelli crepitarono, le eliche girarono e la polena di legno raffigurante una lince sembrò balzare in alto. Mentre l'equipaggio ritirava alacremente le cime, il galeone del Casato Epinescats cominciò a sollevarsi, inclinando al vento la sua elegante linea. Per quanti erano a bordo non c'era nessuna sensazione di movimenti in avanti o in alto bensì, piuttosto, l'impressione che il molo d'ormeggio si stesse allontanando dalla nave e che l'equipaggio di terra rimpicciolisse sotto di loro. La Torre d'Interscambio si fece sempre più minuscola e sottile quando, distendendo le sue ali di tela, la Spina Nera salì come un cigno dal lungo collo attraverso le nuvole, sino a raggiungere la quota di crociera. Dopo la prima ascesa non ci fu nessun senso del'altezza: il tappeto di nuvole, più in basso, appariva così vicino e solido da tentare i passeggeri a camminarci sopra. L'ombra della Nave del Cielo scivolava su di esso, mentre un effetto di rifrazione della luce dipingeva un alone colorato intorno alla chiglia. Leggera come un grappolo di bolle nel cielo, la Spina Nera fece rotta verso nord-est, lungo la linea costiera. Su una Nave del Cielo, quel viaggio era di circa novecento miglia. Una volta sorvolati i boschi la passeggera vide sotto la Spina Nera una strada che attraversava la piatta campagna coltivata, i cui campi erano bordati di siepi; qua e là, case coloniche irte di camini fumanti si annidavano in mezzo ad altri piccoli edifici. Dopo essere passata sopra un paio di villaggi periferici, la strada cominciò a salire verso i bastioni della città. Le case di Xalbas s'infittivano lungo i versanti di una collina interamente cinta da mura, che si alzava fino a quattro piedi sul Confine dell'Isola al termine di una breve penisola. A meridione le correnti avevano divorato un'ampia fetta di territorio, formando una baia orlata di sabbie bianche; il lato più lontano della baia era chiuso tra le braccia di una linea montuosa che si spingeva sin nel cielo infinito, formando un'altra e assai più frastagliata penisola comporta di fitta boscaglia. A oriente si apriva una larga valle pianeggiante dove al centro scorreva il fiume, che raccoglieva le acque dei suoi affluenti che provenivano dalle alture circostanti e sfociava sulla costa a nord della città: laggiù, le candide nuvole bianche sfioravano i flutti della dolce acqua che si disintegrava al contatto col nulla. Moli, banchine, calate, imbarcaderi e passerelle sporgevano lungo il fianco settentrionale della città-collina, sovrastando il cielo sospese dalla magia dei Maghi. Il palazzo, situato nel punto più alto del promontorio, troneggiava sull'intero panorama: la grande distesa del cielo a nord, la curva della baia bianca con le sue lunghe frangenti schiumose e i contrafforti azzurrini dell'altura a picco sul vuoto. A nord-ovest la costa digradava sino a una catena di montagne velate di foschia. Il porto era una foresta di alberi oscillanti, dove ferveva ogni attività; a oriente, la periferia della città si allungava nell'entroterra pianeggiante e si diradava sempre più, sino alle fattorie ai piedi delle colline di Karis, stagliate sull'orizzonte. Sotto di lei l'ombra della Spina Nera copriva ogni cosa al suo passaggio e il vento faceva crepitare le vele di maestra. Il ponte fremeva di attività per prepararsi allo sbarco mentre lo Stregone che pilotava la Nave del Cielo si preparava all'attracco muovendo lo scettro di legno - con incastonato uno zaffiro levitato all'estremità che emanava una dolce luce aurea - come se fosse stata una bacchetta da concerti. Una ragazza incappucciata con accanto un giovane servo dall'aria schiva, immobili a poppa e con le mani appoggiate alla balaustra di legno, stavano osservando le case che si ammassavano sulla collina, divertendosi ad osservare i piccoli gesti di quotidianità che animavano le strade sottostanti. «Lady Ash, stiamo per attraccare.» l'informò il Capitano della Nave, tenendo le mani dietro la schiena. «La ringrazio, Capitano.» annuì lei, voltandosi verso il centro del galeone. L'uomo si licenziò con un rigido inchino e tornò ad impartire ordini ai suoi sottoposti tramite un fischietto che la passeggera trovò assordante e stridulo; un gabbiano passò vicino allo scafo, incrostato di muffe e licheni là dove i molluschi si sarebbero attaccati su una Nave d'Acqua, e si andò ad appollaiare sulla vedetta. In origine il palazzo di Xalbas era stato costruito per essere un castello inespugnabile e manteneva tuttora le sue difese esterne: torri di guardia merlate, torri munite contro le macchine da assedio, il poderoso maschio, le bertesche d'angolo, la torre di un mulino, le torri esterne rotonde, torrioni quadrati e numerose altre strutture rafforzavano, a diversi intervalli, i bastioni spessi dodici piedi. Il viale d'ingresso - che si snodava attraverso un appezzamento di terreno tenuto a parco - superava il fossato tramite un largo ponte levatoio, al di là del quale c'erano il tozzo edificio del servizio di guardia e i barbacani; il portone principale era stato solidamente costruito con travi di quercia e lastre di ferro, se necessario poteva essere sbarrato da una pesante inferriata, che in tempo di pace restava sollevata e veniva fatta scendere solo per oliare le catene e gli ingranaggi. Quando il grande portone era chiuso, i pedoni potevano passare da una porta più piccola, ricavata in uno dei battenti; venivano così a trovarsi in una lunga camera delimitata da spesse mura, con un cancello metallico a ogni estremità: la casamatta della guarnigione, un robusto edificio il cui scopo era quello di costituire uno spazio intermedio tra la porta interna e quella esterna. Fori d'osservazione nelle pareti consentivano alle guardie di esaminare dai passaggi laterali l'aspetto dei visitatori: solo quelli che superavano l'esame venivano lasciati proseguire oltre il secondo portone che si apriva sul cortile esterno; negli anni più recenti era stato arricchito da aiuole e suddiviso in piccoli giardini. Un terzo portone conduceva poi al cortile interno, con le sue scuderie, gli alloggi della truppa, lo spiazzo per le parate militari, i canili, le piccionaie, le rimesse delle carrozze e la falconeria; intorno ad esso si levavano la Torre del Re incoronata di stendardi multicolori, la Torre dell'Arsenale, la Sala Grande, l'Osservatorio Solare e il poderoso maschio. Le finestre degli edifici interni, un tempo strette feritoie ad uso degli arcieri, erano state allargate in graziose finestre a due luci e ampi finestroni dai vetri elaborati, oltre i cui preziosi tendaggi regnava un'opulenza assai maggiore che nei tempi antichi. La trasformazione da castello fortificato a palazzo residenziale aveva portato alla creazione di giardini e parchi, arricchiti di sculture e opere d'arte. Tutto il Palazzo Reale e la cittadella era in festa, ornata da festoni, lanterne di carta spente e coriandoli di petali e fiori per festeggiare la vittoria contro i disertori e gli unseelie, e per onorare anche la presenza dei Fatati a Corte. In uno dei giardini più prestigiosi di quella dimora, circondata da altri nobili e le sue dame di compagnia, Lady Elinor si stava divertendo a giocare a carte seduta all'ombra di un pergolato di glicini profumati, allietati dalla dolce musica di un violino e un flauto. Scortata da un paggio in livrea porpora, con le rifiniture dorate e la parrucca incipriata, e dall'amico incappucciato, Lady Ashley fu condotta nel giardino dove vide sua zia divertirsi a trascinare gli altri nobili nei suoi passatempi preferiti. «Lady Ashley Blueblossom Rose dell'Isola di Airha.» declamò ad alta voce il paggio, fermandosi al limitare del pergolato. A quelle parole la musica cessò e la giovane Marchesa alzò lo sguardo dal suo mazzo di carte e lo voltò verso il punto in cui era stato fatto l'annuncio; nei suoi occhi passò un guizzo di felicità che si riversò anche sulle sue labbra, mostrando un dolce sorriso. Con l'eleganza di una vera dama di Corte si alzò dalla sedia, cosparsa di morbidi cuscini, e si allontanò dal tavolino rotondo di marmo dirigendosi verso la sua visitatrice tenendo l'ampia gonna tra le mani tremanti di eccitazione. «Benvenuta a Corte del Re-Imperatore mia cara.» la salutò fermandosi a pochi passi dalla Maga. «Vi ringrazio per aver accolto la mia richiesta di ospitalità, Lady Elinor.» disse lei, inchinandosi rispettosamente. Dopo quella formalità alla fine le due donne si scambiarono un caloroso abbraccio, poi la Marchesa invitò la nipote ad unirsi alla partita, presentandola con orgoglio ai nobili seduti al suo tavolo. Ci furono altri inchini e saluti formali - nei quali la giovane ragazza conobbe il Conte di Howardbridge, la Contessa di Rougetower e la Gran Duchessa di Ysmaer -, poi un servo le offrì una sedia e la partita riprese, accompagnati dalla musica del violino e del flauto - che avevano ripreso a suonare - e dai chiacchiericci sui sarti, sui vestiti, sulle acconciature e i pettegolezzi riguardo ai membri del Circolo. Dopo aver fatto un paio di giri alla fine la Marchesa congedò le dame e i nobili che l'avevano intrattenuta, così da poter stare da sola con la sua adorabile nipote. «Dimmi tutto, sono curiosa. Sei riuscita a trovare Gideon? Hai trovato difficoltà durante il viaggio? E sopratutto, il rampollo degli Epinescats è davvero come lo descrivono?» le domandò la dama, stringendo le mani della Maga. «Posso confermare con assoluta certezza che Lord Ustorix è un pallone gonfiato, arrogante e provinciale cafone di tutte le Isole di Meris! Ma a parte questo il viaggio è stato abbastanza tranquillo.» le spiegò Ashley. «Quindi nessuna novità su Gideon eh.» annuì mogiamente Elinor. Ashley glielo confermò mesta. «Ma non mi arrendo così facilmente! Infatti sono venuta qui per sapere se per caso a Corte circolano voci su di lui.» aggiunse determinata. «Ammiro la tua determinazione Ash cara, e ne vado anche molto fiera, ma qui purtroppo non si dice nulla riguardo a tuo fratello. Mi dispiace molto.» le confidò Lady Elinor, accarezzandole dolcemente una guancia. «Lo immaginavo zia. Ma il motivo per cui sono qui è, o meglio, era un altro.» ammise stringendosi nelle spalle. La Marchesa la guardò accigliata, poi un lampo di genio le sfrecciò negli occhi marroni, lasciando perplessa la nipote. «Chi sarebbe il fortunato? E' per caso un nobile?» l'interrogò con fare investigativo. «Che cosa? No zia, non è come credete. Avete frainteso tutto.» si affrettò a dire la ragazza, togliendo le mani da quelle della nobile e sventolandole davanti come per negare tutto. «Era solo un amico che mi ha aiutata ad arrivare fino a qui!» aggiunse arrossendo. «Oh, che peccato. Per caso hai incontrato un giovane B-Arrow nel tuo cammino?» tirò ad indovinare. «Sì, come fate a saperlo?» si stupì la Maga. «Menomale, a quanto pare è vero ciò che si dice su Nails: è davvero il migliore tra i suoi compagni d'arme. Ho fatto bene a fidarmi di lui.» si disse soddisfatta la donna, rilassandosi. «Cioè? L'avete mandato a cercarmi per le Isole di Meris?» presunse la nipote. «Più o meno.» tagliò corto Elinor, facendole l'occhiolino. In quel momento la sua attenzione passò oltre le spalle della nipote e, rispettosamente, si alzò per poi inchinarsi, mentre una manica di una camicia comparve di lato alla ragazza, senza darle il tempo di fare altre domande. «Lord Pennyrigg, cosa devo questa piacevole sorpresa?» domandò Elinor, mentre qualcuno le baciava la mano. «Vedo che siete in piacevole compagnia Lady Elinor. Potrei conoscere la vostra ospite.» domandò l'uomo alle spalle di Ashley. La Maga a quel punto si alzò e volto verso il visitatore, esibendo il suo migliore inchino e scrutandolo con la coda nell'cchio. I capelli color mogano che gli sfioravano le spalle, gli occhi azzurri, l'aspetto massiccio e un po' di pancia, le nocchie delle mani ispessite dall'artrosi e le tempie striate d'argento gli conferivano un aspetto serio, accigliato e assai contegnoso; vestiva di una camicia a maniche larghe, una morbida tunica di pelle lunga fino alle ginocchia, aperta sui fianchi e leggermente stretta alla vita, un balteo a tracolla, aderenti calzoni di pelle e stivali alti. «Mia nipote, Vostra Grazia, Lady Ashley. E' venuta a farmi compagnia dall'Isola di Airha.» la presentò. «Mia cara, ho l'onore di presentarti il Duca Pennyrigg Milescross, il Comandante dei Black Arrow.» «E' un onore fare la Vostra conoscenza, Vostra Grazia.» disse lei. «Altrettanto. Lady Elinor parla molto spesso di voi ed ero curioso di conoscere la persona che sta tanto a cuore alla Marchesa.» rispose Lord Pennyrigg, facendo cenno alle due donne di accomodarsi e sedendosi a sua volta accanto alla Marchesa. «Come io di voi, mio signore.» «Non mi sorprende. Ditemi, cosa dicono di noi nell'Isola di Airha?» «Tutto il bene possibile, eppure ciò che ho sentito non rende giustizia al Palazzo di Xalbas. In più il Vostro nome è conosciuto persino nei luoghi più reconditi.» «E senza dubbio circolano molte storie su di me.» «Tutti nobili atti di valore.» Senza capire quello strano interrogatorio, Ashley notò qualcosa che all'inizio le era sfuggito e che ora invece era palese. Il nobile Duca stava fissando con la coda nell'occhio sua zia, così come Lady Elinor cercava di evitare di incrociare il suo sguardo fissando imbarazzata il vetaglio che non smetteva di tormentare tra le mani da quando il Lord si era accomodato con loro. «Con il consenso di Vostre Grazie, ora dovrei proprio tornare a svolgere le questioni riguardanti la vittoria sugli Stregoni e Maghe che hanno stretto alleanza con gli unseelie per cercare di rovesciare il nostro regno.» si congedò dopo un po' l'uomo, alzandosi dalla sua sedia imbottita imitato dalle due lady. «Ma certamente. Scusate il tempo perso.» lo salutò Elinor, inchinandosi. Dopo un fugace sguardo, il Lord si voltò e si allontanò per il viale sabbioso mentre la Marchesa tornò a sedersi lasciandosi sfuggire un sorriso. «Scusate la mia insana curiosità, nobile zia, ma per caso vi frequentate col Duca?» la stuzzicò Ashley, girando gli occhi sulla donna. «Mentire sarebbe inutile. Il Duca è un uomo nobile e coraggioso, tutte le dame di Corte lo vorrebbe come marito...» «Ma lui ha scelto voi. Ne sono felice!» esclamò la ragazza, buttando le braccia intorno al collo della Marchesa. La zia ricambiò l'abbraccio poi le fece cenno di voltarsi e le due giovani donne videro un gruppo di Fatati passeggiare sulle sponde di un lago artificiale coperto da fiori di ninfee e circondato da statue raffiguranti le stagioni dell'anno; la Primavera con una corona fiori e con farfalle posate sulle mani, l'Autunno con una cedra di foglie d'uva in una mano e un'allodola sulla spalla, l'Estate con un vestito di foglie e fiori di rose e alloro, e l'Inverno incoronato con un cerchio di agrifogli e bacche. Erano uomini e donne senza età che chiacchieravano tranquillamente tra di loro e ridevano in una lingua sconosciuta, nitida, argentina e ricca di tonalità calde e preziose. Le loro voci morbide erano petali di fiori sull'acqua, melodiose come il canto degli uccelli al mattino. Le Nobili Fatate avevano lunghi e delicati vestiti che accennavano ogni sfumatura di verde, con lunghi strascichi, accentuate scollature e lunghe maniche che coprivano le braccia, esili e fragili; i capelli fluttuavano nel vuoto come animati da dita invisibili e i loro corpi erano avvolti da un'aura paradisiaca. I Loro Signori avevano coroncine d'argento che ornavano i capelli neri come le ali di un corvo, immuni alla gravità fluttuavano a due mani dal terreno come se fossero immersi nell'acqua del lago, e quella stessa assenza di gravità faceva svolazzare i bordi dei loro preziosi abiti scuri o di colori vivaci. Davano l'impressione di essere fatti d'aria e luce, pur essendo solidi come un albero e vivi e vitali quanto una fiamma. Avevano lineamenti delicati, morbidi, con zigomi alti e colli aggraziati; gli angoli esterni dei loro occhi erano un po' inclinati all'insù e i loro corpi erano alti e dritti come lance, robusti ma senza un chilo di grasso in più. L'epidermide era chiara e satinata come quella di una pesca. Nel parlare, sorridevano e si mostravano allegri e spensierati: sembrava che gli acciacchi della vecchiaia e le tristezze della vita non avessero mai neppure sfiorato quelle giovani donne snelle e flessuose, eleganti come fiori, né quegli uomini forti e virili dal portamento eroico la cui bellezza era quella dell'aquila e del leone, fatta di energia e potere. Era la prima volta che la ragazza vedeva da così vicino dei Fatati, e il cuore le si bloccò nel petto. «Sono qui in visita. Il loro Supremo Re sta sistemando le faccende burocratiche con il nostro.» le spiegò sua zia. «Sono bellissimi.» mormorò, senza trovare un aggettivo migliore per descriverli. Intuendo di essere osservati il più alto dei Fatati girò la testa verso loro facendo cenno alla ragazza di avvicinarsi e, come attratta da una calamita, Ashley si ritrovò di fronte a loro senza che avesse mosso un passo. Ciò che i testi della biblioteca del Palazzo di Magia raccontavano non era paragonato alla Loro attuale fattezza, che sapeva incantare uomini, donne, bambini e persino le creature magiche. A pochi passi da quelle creature ammalianti, la Maga percepì il potere che li avvolgeva come un'alone, creando una specie di barriera intimidatoria che la fece sentire un verme al Loro cospetto; goffamente cercò di esibire un inchino, ma le sembrò inutile ed insignificante. «Lady Ashley Blueblossom Rose.» La voce autoritaria di colui che le aveva fatto cenno di avvicinarsi le trapassò l'anima come una punta di freccia calda e pericolosa. «Come fa a sapere il mio nome?» pensò, mentre si alzava lentamente. «Ma certo, che stupida. Loro sono i più grandi detentori della magia, sanno tutto di tutti e nulla gli può sfuggire.» «Vi abbiamo visto spiarci anni or sono nei vostri boschi. Credo che conosciate quanto Noi odiamo essere spiati da voi.» disse, quasi con rimprovero. «Miei Potenti Signori, se vi ho offeso con il mio atteggiamento arrogante vi prego di perdonarmi, ma la Vostra bellezza non può non essere ammirata da un essere inferiore come me.» cercò di scusarsi con voce tremula. I suoi occhi davanti a quegli esseri incantati bruciavano, come se stesse osservando troppo intensamente una luce potente e soprannaturale, tuttavia cercò di non distogliere lo sguardo per non mancare di rispetto. «Siete molto umile e onesta, avete la nostra ammirazione. Ormai solo più pochi hanno questi doni preziosi.» l'elogiò la Fatata che stava alla sinistra del compagno. «Voi mi onorate, Mia Potente Signora; i Vostri elogi sono preziosi.» s'inchinò nuovamente. Il sangue le stava defluendo al cervello come una marea, impedendole di ragionare e formulare frasi coerenti, mentre un senso d'impotenza e sottomissione la schiacciava al terreno e le faceva girare la testa come una trottola. Quando tornò ad alzare gli occhi si ritrovò sul balcone del terrazzo, con accanto sua zia Elinor che fissava il piccolo laghetto con aria persa; non si era mai spostata da lì e un lampo di genio le percorse la mente: aveva appena assistito al potere di cui disponevano i Fatati e non se n'era neppure resa conto. Un po' stordita da quella scoperta e dall'incontro con i Fatati, la lady stinse le mani sul parapetto in marmo e continuò ad osservare il punto in cui si era incontrata con Loro. «Ero talmente occupata a fissare la Loro bellezza che non ho avuto il coraggio di chiedergli se avevano visto mio fratello.» pensò, mentre un soffio di vento le scompigliò i capelli color mogano. «Mia cara, credo che sia ora di rientrare. Tra poco si darà inizio al pranzo e sarà meglio non tardare.» disse la Marchesa, chiudendo con uno scatto il ventaglio merlettato. Riscuotendosi dai suoi pensieri, Ashley accennò un assenso distratto e la seguì tra i corridoio del Palazzo Reale per vestirsi e rendersi presentabile al pranzo che si sarebbe tenuto in uno dei tanti saloni addobbati per festeggiare la vittoria dell'Esercito Reale sui nemici mentre i lacchè della nobile Elinor si stavano occupando del suo unico bagaglio e di preparale la camera dove avrebbe alloggiato, che lei trovò a dir poco magnifica. Sessanta candele illuminavano la scena, ritte sui loro supporti di alti boccioli di gigli-bandiera. Ashley si guardò intorno: l'opulenza degli appartamenti del palazzo faceva impallidire la sua villa, le camere del Palazzo di Magia e quelle della Torre di Capo di Bonafortuna. Quelle stanze abbondavano di decorazioni in tonalità smeraldo e d'oro, dal tappeto soffice come una distesa di prato punteggiato di margherite gialle alle pareti adorne di affreschi e stucchi, alle tende di velluto color verde mela e giallo limone, i cui bordi erano appesantiti da nappe che danzavano a grappoli come frutti maturi. Le spalliere del letto erano in legno scolpito a imitazione di un viticcio di gigli, le cui colonnine sorreggevano il baldacchino di broccato verde orlato di treccioline auree, che sovrastava il copriletto e i cuscini dello stesso colore. Le finestre erano ombreggiate da elaborati listelli sovrapposti e velate da tendine verdi e oro mentre le mattonelle color narciso incorniciavano un caminetto spento. «Ne ho viste di stanze, e di tutti i tipi, ma questa sicuramente è la più bella!» disse una voce da dietro la tenda di velluto verde mela. «James! Ma dov'eri sparito?» lo riconobbe, voltandosi sui talloni. «A fare un giro. Essere un Hotis ha i suoi vantaggi.» le rispose semplicemente, fluttuando fuori da dietro la tenda. Ashley aprì le mani a conca e lasciò che il piccolo amico le si appoggiasse sopra. «Hai novità per me?» gli chiese. Lui scosse la testa mentre le orecchie si mossero in cerca di qualche rumore da captare. «Tra poco sarai a pranzo con i membri della Corte?» «Sì. Per favore, nel frattempo potresti cercare indizi su mio fratello?» «Non c'è bisogno che me lo ripeti ogni volta. Ho promesso a Nails di seguirti e proteggerti, ed io mantengo la mia parola!» La Maga serrò le labbra e annuì riconoscente, poi chiamò una serva e si preparò per la sua nuova grande sfida mentre James fluttuò oltre la finestra aperta e sparì in giardino.
  5. Un dolce tamburellio bussava alla finestra ad arco mentre immensi nuvoloni grigi, rifiniti di sfumature blu scuro talvolta nero, coprivano il sole e il cielo; solo alcuni temerari gabbiani stavano sfruttando le correnti aeree che agitavano le fronde degli alberi, staccando loro le foglie e facendole danzare nel nulla per poi farle sparire improvvisamente. Seduta davanti al tavolino da toeletta, che sfoggiava un modesto specchio inclinabile decorato con conchiglie e stelle marine essiccate, Ashley si stava facendo acconciare i capelli dalla giovane Alys, che canticchiava allegramente una filastrocca sulla pioggia mentre James, appoggiato allo stipite della finestra, osservava scrupolosamente fuori. «James, sono giorni che fissi il paesaggio di quella finestra. Posso sapere il motivo di tanto accanimento?» gli domandò la ragazza, osservandolo attraverso il riflesso dello specchio. «Domando scusa se vi ho arrecato disturbo milady, ma è più forte di me.» si giustificò l'Hotis, senza staccare gli occhi dai vetri cesellati della finestra. Ashley sapeva che James era una specie di reincarnazione di una pantera, e sapeva anche che certi suoi istinti erano dovuti al fatto che in passato lui era un orgoglioso felino nero, e questo le dava un senso di disagio nei suoi confronti visto che non sapeva come poter alleviare le sofferenze del ragazzo-pantera. «Hai il mio permesso di uscire, se questo può farti stare meglio.» «Non potrei mai lasciarla sola, milady. Sir Nails mi ha affidato a voi come guardia del corpo e terrò fede alla mia promessa di difendervi.» scattò. Conoscendo la testardaggine del ragazzo, la Maga si limitò ad annuire e tornò a fissarsi allo specchio. «Potrei chiedervi un favore milady?» intervenì in quel momento Lady Alys, fermandole la grande treccia con un nastro di velluto lilla. «Certamente, Vostra Grazia.» «Potrei giocare con il vostro servitore?» «Se lui è d'accordo, io non ho nulla in contrario.» «Ha uno spirito di osservazione davvero notevole per la sua età. Conosce James da pochi giorni e già capisce cosa pensa, mentre io faccio ancora fatica a credere che sia un incrocio tra una pantera e un ragazzo.» pensò Ashley demoralizzata per la sua lentezza di comprendonio verso gli altri. La bambina le accennò un sorriso di riconoscimento, poi si voltò verso il ragazzino tenendo le mani congiunte sulla gonna. «Posso avere l'onore di avervi come compagno di giochi per qualche ora?» gli domandò. La sua voce era melodiosa e gentile, e il suo carattere solare e allegro erano un esempio per i nuovi eredi dei nobili di Meris, tanto che lasciarono interdetta la giovane donna. «Sarà un piacere intrattenere Vostra Grazia.» accettò James, posando un ginocchio al suolo e baciandole una mano. Quel gesto colpì Ashley; era così umano che per un attimo credette di trovarsi di fronte ad un normalissimo ragazzino incappucciato, e non all'Hotis che teneva nascoste un paio di orecchie e che sapeva trasformarsi in una pantera o in una creaturina dolcissima che aveva conosciuto sulla Lofty Mountains. Intenerita da quella scena decise di accomiatarsi, inventandosi una scusa, e uscì in corridoio dove una ventata d'aria proveniente dalla porta che dava sul terrazzo l'investì, spostandole la gonna e alzandole i capelli legati. Le fiammelle dei candelabri a muro sfrigolarono e i battenti d'ottone picchiavano sulla porta che si apriva e chiudeva con forza, facendole accapponare la pelle; sentiva che una forza oscura incombeva su quella Torre, e non erano gli Stregoni o le Maghe che si stavano radunando in quella stessa Isola. Prendendosi le spalle con le mani si voltò e allontanò, decidendo di andare a visitare gli eotauri custoditi nei piani superiori della Torre. L'inserviente addetto agli elevatori l'accompagnò fino al Quarantunesimo Livello dove un profumo di fieno e un odore simile a quello sprigionato dai corpi dei cavalli le invasero il naso, producendo un lieve pizzicorio che la fece starnutire. Non appena l'elevatore si arrestò a filo del pavimento in mattoni, un nuvoliccio di paglia si alzò e fluttuò verso il centro della sala. Il rumore di un costante masticare era punteggiato dal battere di uno zoccolo o dal tendersi di una corda; per terra, i fili di paglia si mescolavano alle penne di cavallo e infondo alla stalla, un puledro ancora implume si aggirava inquieto nel suo stallo, più ampio degli altri. Incuriosita da quell'essere indifeso e dolce, la ragazza oltrepassò una dozzina di quelle magnifiche creature a metà tra cavallo e uccello, dove il piumaggio accarezzava i fianchi di quei mammiferi a quattro zampe dall'alito caldo, dotati di un fisico aerodinamico e col manto e con le penne ben strigliate che andavano dal baio al sauro, dal roano al bianco; una volta raggiunto l'ampio stallo si sporse a vedere il nuovo dominatore dei cieli. Allungò una mano per accarezzargli il morbido pelo pomellato e il puledro si calmò di colpo, fermandosi ad osservare incuriosito la sua nuova visitatrice dagli occhi color malva. «Sei un puledrino piuttosto vivace eh.» mormorò con un dolce sorriso. «Di solito Starking non si fa toccare dagli estranei, a malapena riusciamo ad avvicinarci noi. Dovete piacergli molto.» irruppe la voce dello stalliere in seconda. Ashley staccò la mano dal collo del puledro e si voltò con aria colpevole verso la fonte di quella voce e vide poco lontano da lei un uomo con i capelli rasati a zero, dal volto duro e la mascella coperta da un perenne velo di barba. «Avete davvero dei magnifici esemplari.» disse, cercando di darsi un contegno. «E' raro ricevere dei complimenti da una nobile. Ci rendete onore Vostra Grazia.» mormorò imbarazzato ed esibendo un goffo inchino. «Per caso è ancora qui il Letter Storm che è arrivato l'altro giorno?» chiese, facendogli cenno di rialzarsi. «Purtroppo no, Vostra Magnificenza, è partito circa tre ore fa.» le rispose. «Oh. E quando arriverà il prossimo?» s'informò un po' delusa. «Entro il tramonto del sole è previsto un altro arrivo, milady.» si ricordò lo stalliere. «Per caso avete una missiva?» domandò dopo. Ashley non rispose perché era già uscita dalla zona settentrionale della Torre e stava scendendo con l'elevatore per andare nelle sue stanze; una volta chiusa la porta si avvicinò a passo veloce al comodino che affiancava il letto, aprì il cassetto e ci frugò dentro con la mano, prelevando con aria vittoriosa una lettera con il suo sigillo incerato. Con un sospiro di sollievo si voltò per uscire quando si trovò davanti Nails che stava chiudendo la porta; con rapidità nascose la lettera dietro la schiena ed assunse un comportamento serio e composto. «Scusami, non ho bussato.» «Non fa niente. Avevi qualcosa da dirmi?» tagliò corto. Senza risponderle si avvicinò, le prese la mano e alzò la manica dell'abito rivelando il livido che Lord Usotrix le aveva causato l'altro giorno quando l'aveva aggredita; paonazza Ashley cercò di coprirlo con l'altra mano ma il Black Arrow glielo impedì, bloccandole la mano e stringendogliela appena tra le dita lunghe e gentili. In quel momento si ricordò della lettera, ma ormai le era scivolata di mano e si era andata a posare dietro la sua gonna; con un veloce gesto la nascose sotto essa. «E' stato l'edere Epinescats vero?» indovinò accigliato. «Che cos'è successo Ash, dimmelo.» le ordinò pacato, senza staccarle gli occhi dal livido. «Ho sbattuto contro il muro e per aiutarmi mi ha afferrato con troppa forza il braccio.» inventò sul momento, mordendosi poi il labbro inferiore. «Se vuoi mentirmi dovrai fare di meglio Ash.» ruggì infastidito. Lei abbassò lo sguardo. «Ma sarebbe comunque inutile. James mi ha raccontato tutto.» sospirò dopo lasciandole la mano. «Non voglio che ci siano scontri interni per una cosa da niente. Non ne vale la pena per una come me.» cercò di giustificarsi, coprendosi il livido. La lettera era ancora al sicuro. «Sbagli a sottovalutarti.» la rimproverò. La sua voce era dolce come il miele e possente come il ruggito di un leone, un fatto che le legava lo stomaco tutte le volte che la sentiva e la costringeva ad alzare lo sguardo per assicurarsi che provenisse da una persona reale, e non da un illusione eldritch. Combattuta tra la voglia di tuffarsi tra le sue muscolose braccia e lasciarsi sopraffare dai singhiozzi, e quella di negare ogni cosa a bocca chiusa, Ashley rimase immobile di fronte a lui, che non smetteva di scrutarla in attesa di una qualche risposta o segno da parte sua. «Chi sei veramente Ash.» decise di rompere il silenzio. Il tempo degli indugi era finito; era ora di raccontare la verità a qualcuno che non fosse lei. «Sono Ashley Blueblossom Rose, figlia del Conte Graison Blueblossom e la Contessa Merida Roxburg dell'Isola di Airha. Ho lasciato la mia famiglia per cercare mio fratello Gideon e riportarlo a Hellenhill a qualsiasi costo.» Nails rimase fermo, senza proferir parola, poi posò un ginocchio a terra e chinò la testa, mettendola in imbarazzo. «Milady, sono onorato di fare la vostra conoscenza.» «Non fare così, è stata una mia scelta dimenticare chi sono; non voglio che mi tratti come una Lady. Ti prego solo di mantenere il segreto.» lo supplicò, facendolo alzare da terra. «Come desideri. Capisco più di chiunque altro l'esigenza di viaggiare sotto copertura, ma perché? Non capisco.» «Perché molti nemici assoldati dai miei genitori potrebbero riportarmi alla Villa della Rosa Blu, e questo non deve succedere prima che trovi mio fratello. Non conosco la ragione, ma ultimamente non lo vedevano di buon occhio e quando se n'è andato non hanno fatto nulla per fermarlo.» gli spiegò. «Mi sono ribellata e dopo aver preso l'attestato dal Palazzo di Magia ho deciso di intrapprendere questo viaggio.» aggiunse stringendo i pugni. «Voglio ritrovarlo Nails, non ce la faccio più a vivere senza sapere se sta bene o se è in qualche luogo sicuro.» Le lacrime le riempirono gli occhi, poi presero a rigarle le guance; le gambe smisero di reggerla, lasciandola cadere a terra mentre due mani forti la ressero per le braccia e un'improvvisa stanchezza le bloccò il petto, impedendole di respirare per qualche istante. «Calmati per favore, lo ritroveremo.» La voce musicale e profonda di Nails le raggiunse le orecchie in un sussurro troppo fievole perché lei potesse apprendre cos'aveva detto e potesse assimilarlo nei suoi pensieri; in un gesto disperato gli strinse la camicia da tenuta campagnola e affondò il viso nel petto forte e muscoloso che emanava un dolce profumo di resina di pino, lasciando libero sfogo a ciò che fin'ora non era riuscita a esprimere. Piangere non le era mai piaciuto, sopratutto in presenza di estranei, ma quel Black Arrow era riuscito ad estrarre le sue ansie e le sue preoccupazioni da quando aveva lasciato Villa della Rosa Blu, senza deriderla o umiliarla, anzi, aveva cominciato ad accarezzarle dolcemente i capelli con movimenti delicati e amorevoli. Quando non fu più in grado di versare neanche una lacrima, un improvvisa emicrania le cinse la testa come una cintura di metallo, facendola vacillare tra le braccia del ragazzo. «Ti senti meglio?» Lei tirò su col naso e annuì debolmente mordendosi il labbro inferiore, poi si accorse che stava ancora stringendo la camicia di Nails; con uno scatto drizzò la schiena e si asciugò le lacrime col polsino della veste, cercando di trovare il suo autocontrollo. «Scusa.» mormorò. Lui si alzò da terra e si allontanò, avvicinandosi alla finestra dalla quale penetrò un raggio di luce che creò una polla sul tappeto; aveva smesso di piovere e dalle spesse nuvole bianche e grigie penetravano i raggi solari che andavano a schiantarsi al suolo, scaldando la terra col loro tepore e rendendo il cielo un posto paradisiaco. Da qualche parte un usignolo cantò il bentornato al sole, mentre il nitrito di un cavallo echeggiò da lontano. «Posso chiederti un favore?» domandò al ragazzo. Lui girò la testa verso di lei, annuendo. «Questa lettera, deve raggiungere il Palazzo Reale. E' indirizzata a mia zia Lady Elinor per avvertirla del mio arrivo; mi deve un favore.» gli spiegò, allungandogli il foglio sigillato. «Consideratelo fatto.» le sorrise chiandosi a prenderglierlo. Lei ricambiò quel dolce sorriso, ma il fatto che le avesse dato del voi la turbava un po': perché aveva usato quel tono informale quando fino a due minuti fa le aveva dato del tu? Non appena aprì la porta entrarono Alys con James - strattonato per un braccio dalla giovane Lady -, che catturarono momentaneamente la sua attenzione. «Non tirate per favore milady.» la supplicava James, tenendosi il cappuccio calato in testa con l'altra mano. Ashley sorrise, divertita da quella scena, ma quando alzò lo sguardo il ragazzo dal sorriso da lupo era già sparito dietro la porta di legno. Era grata alle Potenze per averle fatto incontrare un ragazzo tanto apprensibile e dolce, ma aveva paura di perderlo, dato che sapeva - e conosceva - bene che le cose belle e che rendevano felice avevano una breve durata. Con un sospiro trattenuto si alzò da terra e tornò a fissare Lady Alys strattonare l'Hotis verso la finestra, mentre lo incitava con un grande sorriso che arrivava fino alle orecchie. «Lady Ash! Dovete venire a vedere subito!» disse dopo, notando la sua presenza. «Che cosa? Cosa succede?» domandò lei, osservando James alla ricerca di una qualche risposta ed ottenendo solo una scrollata di spalle. «Si sta avvicinando un Drago da ovest! E' bellissimo! E' un messaggero dell'Isola di Airha.» spiegò la bambina, frettolosa di avvicinarsi alla finestra. «Ma non ho sentito i corni dare l'avviso di avvicinamento di...» Una fanfara di corni riecheggiò nell'aria, impedendole di finire la frase, e in quel momento la ragazza capì. «James, Lady Alys, non è che vi siete avventurati senza scorte fuori dalle mura della Torre?» l'interrogò con cipiglio. La bambina, affacciata alla tanto agognata finestra, non le diede risposta ma bastò osservare la testa dell'Hotis abbassarsi per avere ragione. «Perdonate se sarò franca, Vostra Grazia, ma non credete di essere stata un po' troppo avventata uscire senza scorta e senza avvertire nessuno?» «Non ditelo a nessuno per favore Lady Ash! Non abbiamo fatto nulla di male!» la supplicò la bambina, voltandosi di scatto verso di lei e pregandola con lo sguardo. «Sbagliate a dire questo! E se vi fosse successo qualcosa e Vostro padre non ne era a conoscenza! Avete riflettuto sul dispiacere che avreste potuto fargli?» s'infervorò. «E tu James, avresti dovuto impedirglierlo o quanto meno informare me o Sir Nails!» lo rimproverò voltando lo sguardo sul ragazzo. «Non è colpa sua! Gli ho ordinato io di non dirlo a nessuno e di accompagnarmi!» lo difese la lady, parandosi davanti all'Hotis con le braccia aperte. Se da principio la Maga avrebbe voluto riferire tutto a Lord Voltasus e rimproverare aspramente l'Hotis, nel vedere quanto altruismo aveva la giovane ragazzina mettendosi a difendere un umile servo e ad assumersi tutte le colpe la intenerì. Le si avvicinò e si accucciò davanti a lei, scrutandola attentamente con gli occhi. «Avete capito cosa avete fatto, milady?» le chiese dolcemente. Alys annuì col capo chino e i pugni stretti lungo la gonna. «Se promettete solo di non farlo più, io non dirò nulla a Vostro padre.» le propose. La ragazzina alzò il viso, mostrandole gli occhi illuminarsi di gratitudine, poi le balzò al collo. «Vi ringrazio Lady Ash! Vi prometto che non farò più queste scappatelle!» Poi uscì dall'alloggio della Maga, seguita dal suo sguardo e dimenticandosi completamente del ragazzo. Quando la porta si richiuse la ragazza sospirò e congiunse le mani sulla gonna, voltandosi verso l'Hotis con uno sguardo di rimprovero. «Ti avevo chiesto di non dire nulla a Nails, perché non mi hai ascoltata?» domandò seria. «Non potevo mentirgli, mi dispiace.» le rispose mortificato. Ashley rimase ferma ad osservarlo con aria assolta, senza aggiungere altro. «Mi perdonerete milady?» osò chiederle l'Hotis, posando improvvisamente il ginocchio a terra. Passandosi una mano sulla fronte, la ragazza accennò un assenso con il capo, poi lo licenziò mentre un'ombra attraversò la finestra, oscurando momentaneamente la camera; un leggero tonfo proveniente dalla sommità della colonna annunciò che il Drago aveva posato le zampe al suolo, seguito da un ruggito soffocato e uno scalpiccio di stivali e zoccoli che stavano a significare lo cambio delle missive tra le varie Torri d'Interscambio di Meris con i Cavalli Celesti, portati alla cavezza dagli scudieri e con in sella i loro Letter Storm. Non poteva essere una banale coincidenza, e nonostante la curiosità di scoprire chi fossero i Letter Storm che avrebbero dato il cambio a quello appena arrivato e a cosa contenessero quelle missive, la ragazza si sedette sulla poltrona di fronte alla finestra e continuò a leggere il libro che aveva lasciato in sospeso. Come al solito la cena si dimostrò un utile mezzo per raccogliere le informazioni sugli avvenimenti che provenivano dal mondo esterno alla Torre. Seduta di fronte al Black Arrow, con di fianco Lady Alys e un altro nobile panciuto che esibiva un cappello di velluto, Ashley ebbe modo si scoprire che l'Esercito Reale - con l'aiuto di alcuni nobili Fatati e del loro Supremo Re - avevano sconfitto le orde nemiche e disperso gli unseelie sopravvissuti mentre stava prendendo forma una nuova forza in un'altra Isola; quest'ultimo fatto non sembrava essere così allarmante, dato che i nobili della corte ne parlavano con disinvoltura, lasciando libero sfogo a pettegolezzi, ipotesi o fantasticherie infondate. Stancatasi di sentire quegli inutili squittii, volse la sua attenzione sul discorso che stavano facendo Ustorix e Nails, senza tuttavia scoprire nulla di interessante. «Sapete l'ultima novità proveniente dall'Isola di Airha, Lady Ash?» la distrasse una nobile vedova dall'altro capo della tavola che esibiva un turbante intarsiato di rubini e zaffiri. «Perdonate nobile dama, ma che cos'ha tanto attirato la Vostra attenzione?» domandò lei serafica e trattenendo un sospiro. «La figlia della famiglia Blueblossom Rose è scappata di casa, così come anni fa il figlio maggiore. La Duchessa e il Duca sono molto scocciati tanto che hanno deciso di ripudiarli, ma non lo danno a vedere!» cinguettò con aria petulante e coprendosi la bocca con una mano. Ad Ashley cadde la mascella, o per lo meno ci mancò poco. «Secondo il mio umile parere sono contenti di non averli più intorno, anche se questo significa la rovina per il loro Casato.» aggiunse con tono derisorio. Trattenendo a stento la voglia di congelare la vedova e quella di alzarsi di scatto dalla sedia, si limitò a stringere il tovagliolo che aveva posato in grembo, conficcandosi le unghie nella carne. «Sono solo frottole! Turbante di vetro e fasulli!» pensò con rabbia ma mostrando un falso sorriso di disinteresse. Stava per chiederle da chi avesse sentito quelle buffonate quando Turbante di Gioielli voltò l'attenzione sul nobile che le sedeva accanto, dimenticandosi completamente dell'esistenza della Maga. «Lady Ash.» La voce di James proveniente alle sue spalle catturò la sua attenzione; con discrezione posò la schiena alla sedia e cercò di ascoltare ciò che l'Hotis voleva dirle. «Lord Voltasus ci ha assicurato un passaggio per l'Isola di Kermeor. Partiremo domani mattina.» le disse trattenendo a stento la felicità. «Finalmente una buona notizia.» pensò alzando gli occhi al cielo. «Dì pure a sua Grazia che siamo molto obbligati verso il suo aiuto.» Con un inchino di congedo l'Hotis eseguì e quando vide che il Lord aveva recepito il suo messaggio, alzò un calice in suo onore. Ricambiando il gesto con un sorriso Voltasus bevve dal suo calice, cosa che non sembrò rallegrare suo figlio, che trattenne un grugnito di disapprovazione mentre si portava il calice alle labbra.
  6. Stava correndo, dove non lo sapeva, ma sentiva di essere inseguita da qualcuno che non sembrava avere buone intenzioni; il buio intorno a lei diventava sempre più opprimente e le impediva di muoversi agevolmente, rallentandole i movimenti. Inciampò su qualcosa che sembrava esserle sfuggito agli occhi e cadde, atterrando su un morbido tappeto di foglie dorate, ambrate, bronzee, ramate, rosse e gialle - che erano improvvisamente apparse sotto di lei - che cadevano dolcemente dal cielo per danzare leggiadre nel vuoto e posarsi al suolo; una colonna bianca era davanti a lei e altre simili le si stavano formando intorno, reggendo una spessa cupola fatta di foglie identiche a quelle che c'erano sul terreno. Scrutando meglio il paesaggio capì che quelle non erano colonne, bensì tronchi di faggi, salici, querce, aceri, betulle, noccioli e castagni che si snodavano in un ampia foresta bianca e dorata che sembrava ricordare l'autunno. Fece per alzarsi quando una mano dalle lunghe dita gentili le si aprì davanti al viso, offrendole aiuto. Alzò gli occhi e vide che davanti ad essi stava prendendo forma il corpo di un ragazzo giovane; indossava un paio di pantaloni color seppia infilati dentro gli stivali marroni con il risvolto al ginocchio, una tunica sbottonata con le maniche arricciate color felce sopra un'ampia camicia con una scollatura a V percorsa da due cordini bianchi che metteva in risalto i muscoli del petto. I capelli neri come le ali di un corvo e con dei riflessi rossi erano lunghi fino alla cintola e tenuti fermi da un nastro violetto che riconobbe subito: era quello che le teneva fermi i suoi capelli e che un tempo era un suo guanto; tuttavia quello era il fatto che la turbava meno. Infatti, per quanto fosse vicina, non riusciva a vedere il suo volto, nonostante due labbra rosee e sottili le sorridevano amichevolmente come se la conoscessero da tempo o fossero contente di vederla. Allungò con un'incerta sicurezza una mano e afferrò quella del misterioso ragazzo; in automatico vide il suo volto, il volto di suo fratello. Aprì la bocca per parlare ma nessun suono ne uscì, lasciandola perplessa e pietrificata. Ignaro di quello che stava succedendo il giovane le porse il braccio - che lei afferrò - e cominciarono a passeggiare in quello spettacolo naturale mostrandole con un certo orgoglio la foresta senza che una sola sillaba le raggiungesse le orecchie, o che voltasse per un solo istante lo sguardo su di lei. Dal canto suo la ragazza non oppose alcuna resistenza ad afferrare il braccio del fratello e a passeggiare con lui, e non stava opponendo resistenza neppure adesso, come se la sua volontà non le appartenesse più, poi fu questione di un attimo: senza che se ne fosse resa conto si ritrovò tra il ragazzo e il tronco di un acero; il braccio sinistro di lui, liscio sotto la tunica e con appena una cunetta sull'avambraccio, era appoggiato vicino alla sua testa per tenersi in equilibrio davanti a lei mentre con l'altra mano giocherellava con una ciocca dei suoi capelli - improvvisamente sciolti dai nastri -, e non le staccava gli occhi di dosso accentuando un lieve sorriso malinconico e dolce. Il cuore prese a martellarle incontrollabilmente nel petto, il sangue le stava annebbiando il cervello e tutto quello che ora lei poteva vedere era il volto di suo fratello incorniciato dai lunghi capelli neri che presero a fluttuare intorno a loro, animati da dita invisibili e dispettose. «Non sembra neanche mio fratello. Assomiglia di più ad un Fatato.» pensò, rapita dai suoi occhi. Lo vide piegarsi verso di lei, con movimenti lenti e controllati, e quando fu ad un soffio dalle sue labbra qualcosa di umido le bagnò la guancia destra e tutto cadde nel buio. Aprì gli occhi e vide James che le stava tormentando la guancia destra con il naso umido, mentre il cielo sulla sua testa era color miele con delle sfumature nocciola. «E' l'alba, James cosa c'è?» sbadigliò, stropicciandosi gli occhi con le nocche degli indici. Senza alcun preavviso una mano le tappò la bocca, facendola sobbalzare per lo spavento e la sorpresa; con uno strattone se la tolse per poi voltarsi di scatto e trovarsi di fronte Nails, che le fece un rapido cenno di stare in silenzio. La Maga corrugò la fronte, alzò le spalle e scosse la testa, non capendo il motivo di tutta quella farsa. Pazientemente il Black Arrow stese il braccio e indicò un punto lontano, dove il giallo dell'aurora e l'azzurro del mattino s'incontravano creando una lieve ed impercettibile striscia bianca; un veliero nero dalle vele spiegate stava puntando verso di loro con fare sicuro: la Lofty Mountains. «Che cosa significa? Come hanno fatto a trovarci? E dov'è finito il Mago?» bisbigliò la ragazza a Nails, accucciandosi vicino allo scafo. «Era tutta una trappola, e ci sono cascato come un imbecille! Conoscevo il loro modo di agire, le loro tecniche e i loro contatti sulla terraferma, ma non avrei mai creduto che potessero anticipare le mie mosse!» imprecò sottovoce il ragazzo, armeggiando con delle funi. «Ci hanno visto?» s'informò con un nodo alla gola. «Non credo, sono ancora troppo lontani. Se riuscissimo solo a raggiungere la Torre saremo al sicuro, ma il vento ha deciso di abbandonarci in un momento critico come questo». le rispose, spiegando l'ultima vela che era rimasta fissata. «A questo posso pensarci io.» si affrettò ad offrirsi la Maga. «Cosa vuoi fare Ash?» scattò allarmato James, attaccandosi al braccio. «Fidati, so quello che faccio.» lo rassicurò con un sorriso. Fece un respiro profondo, chiuse gli occhi per liberare la mente e mosse le mani creando una spinta che gonfiò le vele e mosse la barca verso le sponde dell'Isola di Alhba, dove si stagliava sullo sfondo la Torre di Capo di Bonafortuna, residenza del Casato Epinescats. Edificata sulla riva, la fortezza d'ossidiana, nera e scintillante, incombeva al di sopra della foresta che la circondava per un'altezza di oltre quaranta livelli; coronata di torrette, bastioni, camini e snelle torri di guardia, essa era definita da strutture cinte da mura, fiancheggiate, su un lato, da un porto e, sull'altro, da una distesa infinita di alberi. Numerose altre balconate sporgevano dalle lisce pareti esterne, nelle quali si aprivano numerose porte ad arco, dotate di piattaforme sporgenti, disposte ad altezze diverse; a una notevole distanza dal suolo, al Livello Sette, la struttura si restringeva bruscamente sul lato occidentale, come una sorta di scala gigantesca, creando un'ampia piattaforma che terminava nel vuoto e che non era dotata di parapetto o di balaustra. C'erano invece numerose colonnette dalla sommità disposte ad intervalli regolari lungo il perimetro della piattaforma; le pareti esterne della Torre scendevano vertiginosamente fino al suolo, che si trovava ad almeno cento piedi. In confronto, il Palazzo di Magia sembrava più accogliente e solare. Silenziosi e veloci sgattaiolarono lontano dalla vista dell'equipaggio della Lofty Mountains e si avvicinarono alla Torre; un corno di bronzo risuonò nell'aria, annunciando l'arrivo della scialuppa. Due eotauri, con i loro cavalieri, uscirono al galoppo da una piattaforma sporgente che si trovava a metà dell'edificio e fecero due ampi giri intorno alla barca. «Abbiamo bisogno d'aiuto.» urlò Nails, portandosi due mani alla bocca per ampliare la voce. «Chi siete? Da dove venite?» l'interrogò uno dei due cavalieri, alzandosi sulle staffe della sella. «Abbiamo bisogno di parlare con il padrone della Torre. E' una questione urgente.» rispose il ragazzo, mostrando loro il medaglione. I due cavalieri si scambiarono un'occhiata d'intesa e aiutarono la scialuppa ad entrare nel porto. Dopo essere scesi dalla traballante barca, attraversarono la piattaforma scortati dai due cavalieri ed entrarono in una piccola sala di scambio dove furono dati in custodia a due paggi in livrea nera rifinita in rosso, che li portarono su per una rampa di scale per poi percorrere un corridoio illuminato da bracieri e spoglio alle pareti per entrare in un'ampia sala con grandi finestre cesellate di colori che raffiguravano scene di battaglia e Letter Storm. Infondo ad essa c'era una serie di nobili riccamente vestiti che circondavano un vecchio sulla cinquantina d'inverni, un giovane avvenente con i capelli legati dietro la testa da un codino stretto, e una giovane bambina dai capelli biondi e gli occhi vivaci castani; vestiva in rosa con dei fronzoli bianchi e due grandi fiocchi che tenevano alzati alcuni lembi della seconda gonna. Al loro cospetto Nails, James e Ashley s'inchinarono rispettosi, mentre le nobili dame bisbigliavano tra loro dietro i ventagli aperti. «E' un onore avere un Black Arrow nella nostra umile corte, che siate il benvenuto con i vostri accompagnatori. Qual buon vento vi porta a Capo di Bonafortuna?» li accolse amichevolmente il vecchio nobile, aprendo le braccia. Era basso e con una pancia marcata tenuta a freno dal cinturone in velluto e cuoio, che reggeva la spada da un lato, e dal giustacuore nero che riportava sul petto sinistro il sigillo della casata Epinescats: una lince ruggente ricamata di profilo coronata da un agrifoglio. I capelli erano bianchi con delle strisce grigie, lasciati liberi di ricadere sulle spalle, segnate dagli anni di fatica e dall'esperienza in battaglia. «Pirati, Vostra Grazia, sono nelle vicinanze della Torre. Siamo scampati a loro per miracolo.» gli rispose Nails, senza alzarsi da terra. «Cosa? E' inaudito!» tuonò il nobile, diventando improvvisamente rosso in volto. «E' così, Nobile Voltasus.» annuì il Black Arrow, divertendosi a stuzzicarlo. «Manderò subito dei cavalieri ad arrestarli, o quantomeno a toglierli dalla circolazione padre.» si affrettò a dire il giovane dai capelli castano scuro. L'uomo gli scoccò un'occhiataccia, come ad incitarlo a muoversi, e il ragazzo, dopo essersi inchinato, sgattaiolò via. «Vogliate scusare l'accoglienza, ma non ci aspettavamo che i pirati si avvicinassero tanto a noi. E' la prima volta dopo secoli.» si scusò Lord Voltasus, stringendo la mano della bambina dai capelli dorati per scacciare l'imbarazzo. «Vorremmo chiedervi ospitalità per un paio di giorni.» osò Nails, alzando la testa per incrociare lo sguardo del nobile. «La mia servitù è ai vostri ordini, chiedete e vi sarà dato, purché sia nelle loro capacità.» si affrettò ad accoglierli Voltasus, tornando calmo e amichevole. Nails accennò un grazie, seguito a ruota dai due compagni e il Lord finalmente decise di farli alzare. «Potrei chiedere chi sono le persone che sono con voi, Nobile Black Arrow?» mormorò la bambina, cercando di vincere la timidezza. «Sono Ash, Vostra Grazia. Un'umile viaggiatrice.» si presentò Ashley. «Io sono James. Assistente della Confraternita dei Black Arrow.» la seguì l'Hotis. «E da dove verreste di preciso?» l'interrogò il ragazzo con i capelli legati, facendo la sua apparizione in sala. Aveva il giustacuore simile a quello del Lord, con gli stivali da equitazione che arrivavano al ginocchio infilati sopra un paio di pantaloni di cuoio marrone e una spada lunga che gli pendeva dal lato sinistro. «Dall'Isola di Airha, Vostra Grazia.» gli rispose calma. «Da così lontano? E' ammirevole.» concesse la bambina trepidante. «Lei è la mia secondogenita Lady Alys. Mentre quel giovane arrogante dal codino è il mio primogenito ed erede, Lord Ustorix.» li presentò Lord Voltasus, ricordandosi solo in quel momento di ricambiare le presentazioni. «Molto onorati di fare la Vostra conoscenza, Eccellenze.» dissero in coro James e Ashley. «Sarete stanchi. Vi mostrerò i vostri alloggi, vi prego di seguirmi.» li esortò Ustorix, voltandosi verso l'uscita ed incamminandosi. Dopo aver salutato i nobili della Torre, i tre viandanti seguirono il giovane attraverso corridoi, elevatori a gabbia e piccole rampe di scale illuminate da finestre ad arco che si specchiavano nel paesaggio solare che circondava quella fredda e ostile torre fino ad arrivare davanti a due sontuose porte del Trentesimo Livello. Senza indugi il giovane Lord si avviò verso la porta di sinistra e l'aprì, facendo capolino dentro un lungo corridoio serpeggiante tappezzato da arazzi e tappeti colorati che s'intervallavano a candelabri a muro, mobili e armature antiche. «Alloggerete qui, questo è il piano che riserviamo agli ospiti di grande importanza.» spiegò Ustorix, guidandoli infondo al corridoio. «Come vi ha già detto mio padre, i servi sono ai vostri ordini.» ricordò, fermandosi in mezzo a due porte arcuate con le maniglie a forma di S rovesciata. «Siamo arrivati, spero che troviate l'alloggio di vostro gradimento.» aggiunse, enfatizzando il "vostri" e scoccando un'occhiata in tralice alla ragazza. «Vi ringrazio.» lo congedò Nails, senza notare nulla. Non appena il Lord sparì dietro la curva, Ashley non risucì a trattenere uno sbuffo di rabbia e si puntò i pugni ai fianchi, innervosita. «E' un pallone gonfiato, arrogante e villano!» sibilò tra i denti. «Infatti. Poteva trattarti un po' meglio.» ingiunse James, che era stato zitto fino a quel momento. «Lord Voltasus è conosciuto e rispettato tra i membri dei Letter Storm e della Confraternita, è stato un membro che ha spinto generazioni di giovani a intraprendere la strada per diventare Corrieri o Guerrieri scelti del Re. Peccato solo che suo figlio non sia all'altezza del suo nome.» sospirò Nails, passandosi una mano dietro la testa e scuotendola. «Infatti...» grugnì Ashley, fissando il punto in cui il giovane era svanito. Anche lei aveva sentito parlare tanto di Ustorix tra le nobili che frequentavano la Villa della Rosa Blu, ma le chiacchere lo descrivevano come un galantuomo, d'animo nobile ed un eccellente seduttore, tutto il contrario di quello che lei aveva appena visto. «Dato che siamo qui manderò una lettera a Sua Altezza. Nel frattempo potresti chiedere informazioni su tuo fratello.» disse Nails alla Maga, sfilandosi il cappello e passandosi la mano sulla fronte per ravvivare la frangia bionda. «Era proprio quello che volevo fare.» gli rispose lei, prima di voltarsi verso l'Hotis. «James, potresti per favore incominciare a chiedere con discrezioni ai servi della Torre informazioni su mio fratello?» gli domandò, unendo le mani come se fosse in preghiera. «Sarà un onore esaudire il vostro desiderio, Lady Ash.» scherzò il ragazzino, facendo un inchino. Di rimando la ragazza gli diede uno scappellotto in testa, incitandolo a cominciare le ricerche, poi si voltò verso il Black Arrow e alzò le spalle mostrando un dolce sorriso. «Dovremmo cominciare a prepararci per il pranzo.» le suggerì con un sospiro. «Allora a più tardi, Sir Nails dei B-Arrow.» lo salutò con un inchino degno di una cortigiana. Il ragazzo lo ricambiò, poi si ritirò contemporaneamente a lei nel loro appartamenti e chiusero la porta in sintonia. Quando si voltò la Maga si trovò di fronte una domestica di una trentina d'anni che reggeva tra le mani un bianco accappatoio di cotone con dei ricami in oro, che s'inchinò non appena le posò gli occhi addosso. Stava per parlare ma serrò le labbra, aspettando che fosse lei a darle il permesso. «Parla pure.» le disse gentilmente Ashley. «Vi ho preparato la vasca milady. Preferite le essenze di viola con i loro petali, oppure di rose?» s'informò mesta. «Con quello che gradite, non ho grandi preferenze.» le rispose lei, posando la mantella color felce su uno scranno che stava di fronte ad un tavolino da toeletta adorno di un grande pecchio a tre ante regolabili. «Come desiderate.» annuì la serva, sparendo dietro un divisorio in seta decorato di alberi e fiori di ciliegio. Dopo pochi minuti ricomparve, e si offrì di aiutarla a togliersi il vestito, ma Ashley l'allontanò col pretesto di scegliere per lei l'abito. «Rimanete disponibile, vi chiamerò se avrò bisogno di voi.» le ordinò solamente, prima di sparire dietro il divisore. La serva s'inchinò rispettosa e poi si appartò dietro una porticina che portava in una seconda camera per i servitori. Quando fu sola, la ragazza si spogliò e s'immerse nelle calde acque della vasca, coperta da vivaci petali violacei e fiori di viole selvatiche, scivolando in un attimo di piacere e di ricordi di quando viveva a Villa della Rosa Blu - dove bagni di quel genere e coccole erano all'ordine del giorno-; distrattamente alzò una mano dall'acqua e la mosse svogliatamente, creando una bolla d'acqua che racchiudeva al suo interno un bellissimo fiore di viola, poi chiuse la mano e la sfera di gelò di colpo cadendole sul palmo della mano. La palleggiò per qualche istante tra le mani e poi la sciolse, lasciando che il fiore cadesse gentilmente sulla superficie dell'acqua. Quando finì di lavarsi indossò un abito a gonna larga bordato di pelliccia, strettissimo in vita e ricamato fittamente con motivi stilizzati di edere e fiori di gelsomino su uno sfondo di vellutina azzurro scuro; le maniche a campana, i cui polsini strisciavano al suolo, erano ripiegate all'indietro a rivelare le sottomaniche in tisshew dorato e velluto rosso, strette ai polsi. Il mantello di ciclatoune era fermato sulla spalla sinistra da una fibbia in filigrana d'oro e dalla cintura ingioiellata pendeva uno stiletto dalla lama affilatissima inguainata in un fodero decorato. «Posso una parola milady?» domandò discretamente la serva. La Maga annuì osservandola attraverso lo specchio a tre ante, seduta sullo scranno coperto da un cuscino di piume d'oca. «Siete davvero incantevole.» mormorò abbassando lo sguardo. «Davvero? Io non mi trovo così bella.» ammise lei, osservandosi allo specchio. «Oh no no, siete davvero graziosa milady.» si affrettò a dirle la donna, sistemandole i capelli in un'acconciatura semplice e piena di forcine ingioiellate. Ashley le sorrise riconoscente e in quel momento qualcuno bussò vigorosamente alla porta, facendole sussultare. Una voce chiamò, in tono imperioso. «Devo andare. Siete stata davvero molto gentile ad aiutarmi, metterò una buona parola per voi a Lord Voltasus.» sospirò la ragazza, alzandosi dallo scranno e sollevando di appena tre dita il vestito dal pavimento. La serva si limitò ad inchinarsi mentre l'ospite si apprestò ad uscire dalla stanza con un lieve fruscio. La Grande Sala dei Banchetti aveva una larghezza quasi pari a quella della Torre stessa, e il suo soffitto era sorretto da colonne di damasco, nelle quali era stato strategicamente inserito il potere del Mago della Torre. Vari arazzi illustravano le battaglie nel corso delle quali i Letter Storm avevano sopraffatto i loro nemici e, al di là delle finestre ad arco acuto, il cielo azzurro si estendeva per tuto il paesaggio, interrotto a tratti da nuvole piatte che sembravano posate sopra la superficie liscia dell'acqua. Seduta a lato della figlia di Lord Voltasus e con di fronte Nails - che stava parlando con il padrone della Torre - non poté fare a meno di notare che Ustorix le lanciava occhiate di sottecchi tra una forchettata e l'altra. «... Non c'è dubbio sulla magnificenza del vostro Casato e della vostra Torre d'Interscambio...» stava dicendo il Black Arrow, prendendo il calice d'argento con lo stelo intarsiato di zaffiri e bevendo il vino contenuto al suo interno. «Siete per caso una nobildonna, milady?» la distrasse in quel momento Lady Alys. «Come dite prego?» domandò distrattamente lei, portando l'attenzione sulla bambina. «Se per caso siete figlia di qualche Marchese, Duca o Conte.» ripeté pazientemente Alys con un dolce sorriso. «No. Cosa ve lo fa credere Mia Signora?» si allarmò lei, irrigidendosi. La bambina tornò a fissare il piatto e poi posò lo sguardo sulla mano con la quale Ashley teneva la forchetta. «Il vostro atteggiamento. Di sicuro non siete una popolana.» osservò acutamente. Il mondo le cadde in testa; non si sarebbe mai aspettata che una ragazzina di appena dieci primavere avesse un'arguzia nei dettagli così sorprendente. Con la coda nell'occhio vide Lord Ustorix abbozzare un sogghigno sinistro, prima di bere dal suo calice, mentre il Black Arrow non sembrava essersi accorto dell'osservazione della lady, intento com'era a discutere con il Conte Epinescats sui falchi da caccia per la selvaggina a pelo. «Che cosa faccio adesso? Se scoprono chi sono veramente tutta la fatica che ho fatto per tenere segreta la mia identità sarà valsa a nulla!» si agitò. Per il resto del pranzo tentò di nascondere il lato da dama che era cresciuto con lei, senza tuttavia eliminarlo completamente per non fare brutte figure, e finalmente arrivò il tanto agognato dessert - un sorbetto al limone decorato con bucce del frutto e foglie di menta piperita servito in alti e stretti calici di cristallo sfaccettato - che la Maga si apprestò a mangiare per poi uscire dalla Sala e dirigersi nei suoi appartamenti. Non appena chiuse la porta credette di essersi salvata dall'angoscia che l'aveva oppressa per tutta la durata del pasto quando la porta si spalancò e si richiuse di scatto, lasciando entrare una figura indefinita. «Cosa significa questa rude irruzione nelle mie stanze, Lord Ustorix?» domandò Ashley, voltandosi di scatto. «Lo sapete benissimo, ho sospettato di voi da quando avete messo piede qui e grazie all'intuito di mia sorella ora so la verità.» Il giovane fece un passo avanti, senza curarsi delle convenzioni sociali su quello che stava facendo. «Mentire ad un nobile, e soprattutto ad un B-Arrow, è un reato molto grave e punibile severamente, al quale io do il mio pieno appoggio.» «Non credo affatto. Controllatevi signore! Non ho mentito, ho solo omesso un po' la verità.» si giustificò la ragazza, finendo contro la colonna del letto a baldacchino. «Tuttavia resta il fatto che non avete detto al verità.» sottolineò il Lord, fermandosi ad appena un passo da lei. Un ghigno malefico gli percorse le labbra e un lampo di opportunità sfrecciò nei suoi occhi taglienti come lame. «Se la cosa vi può interessare sono disposto a contrattare con voi, se mi darete ciò che vi chiedo.» concesse, abbassando lo sguardo e accarezzando con gli occhi le curve della Maga. «Ho capito cosa vi passa per la testa, e la mia risposta è no. Non mi abbasserò di certo per un segreto che posso benissimo controllare!» s'infiammò Ashley disgustata. «Non oserete controbattere un ordine imposto da un Lord! Ciò che voglio lo prendo, con la forza o meno.» abbaiò il ragazzo. «Levatemi le mani di dosso!» Il giovane Lord abbassò lo sguardo. Impugnato saldamente dalla sua ospite, lo stiletto appuntito - ancora incatenato alla cintura di lei - pungeva la muscolatura del suo addome. «Un'altra mossa e raggiungerete i vostri avi nell'oltretomba.» lo minacciò, aumentando di poco la pressione del polso. Ustorix, dapprima sorpreso e spaventato dalla reazione della ragazza, ora abbozzò un sorriso tirato e con un inaspettato pugno disarmò la Maga coricandola sul tappeto decorato a motivo floreale. «Non siete capace di contrattare e di difendervi. Siete inutile e solo una femmina per vostra disgrazia.» ringhiò divertito. «Levatevi di dosso prima che mi metta ad urlare.» sibilò Ashley, divincolandosi con tutte le sue forze. Ustorix rise divertito e stava per slacciarle il corsetto quando un improvviso ruggito, seguito dallo spalancare di due porte, lo bloccò a metà. Dall'enorme armadio che stava affianco della finestra era balzata fuori una pantera nera che si apprestò a soccorrere la ragazza, parandosi tra lei e il Lord, che si era spostato bruscamente di lato per poi allontanarsi estraendo la spada che pendeva dalla cintura. «Da dove spunta quel felino? Non era entrato nella Torre con voi!» esclamò tremante. «E' il mio compagno d'avventura.» lo presentò Ashley, coprendosi il petto con un braccio e drizzando la schiena dal pavimento. «Tutto questo è inammissibile! Farò rapporto a mio padre e al Black Arrow!» ruggì sgomento. «Fate pure, ma io sarò costretta a dire ciò che mi stavate per fare.» ribatté la Maga, nascosta dal corpo lucido dell'animale. «E' la mia parola contro la vostra.» le fece notare sarcastico. «Vi consiglio di andarvene, il mio amico sta diventano nervoso e non so se potrò tenerlo a bada.» lo minacciò. Alla vista della paura del Lord la ragazza provò solo ripugnanza. Scivolando contro la parete, il giovane Epinescats si avvicinò alla porta e in un secondo la varcò, correndo lungo il corridoio. L'intero corpo le fremeva per la rabbia, lo shock e l'incredulità e non appena la pantera girò la grande testa per assicurarsi come stava, lei gliela prese tra le mani tremanti e posò la fronte contro la sua, trattenendo a stento i singhiozzi che le legavano la gola e le gonfiavano gli occhi. «Grazie James.» Sentire la fusa di conforto della pantera raggiungerle le particelle delle cellule, e il morbido pelo setoso sotto le sue mani la ragazza si tranquillizzò un po'. Il pomeriggio lo passò chiusa in camera in compagnia di Alys, che aveva deciso di farle una visita, e James - trasformato in un umano -, giocando a carte o scacchi e leggendo qualche libro che la giovane lady le aveva portato. «Non sarebbe meglio dirlo a Nails.» le propose James, non appena furono da soli. «No, peggiorerebbe solo la situazione e non voglio creare conflitti interni; c'è già abbastanza orrore fuori da qui.» si affrettò a rispondergli lei, chiudendo di scatto il libro che stava leggendo e voltando la testa verso l'Hotis. «Sbagli a tenerlo segreto; Nails saprà risolvere la situazione con diplomazia.» insisté il ragazzino, con le braccia incrociate. «Ho preso la mia decisione, James.» tagliò corto Ashley, irrigidendosi. Il ragazzo annuì, s'inchinò e poi uscì dalla camera lasciandola da sola a riflettere sulla sua decisione. Frustata e confusa strinse un pugno sul bracciolo della poltrona di taffettà e posò la testa sul morbido schienale, alzando lo sguardo alla volta decorata con affreschi di glicini in fiore e passerotti, per cercare di calmarsi e riordinare le idee che le stavano facendo venire mal di testa senza però riuscirci; con uno scatto si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla finestra ad arco, guardando il giardino sottostante. Un alto muro di pietra, sormontato da schegge i selce, circondava le tenute della Torre di Capo di Bonafortuna. Una seconda recinzione di robuste piante di sorbo selvatico cresceva lungo il perimetro esterno del muro. Inserite in arcate disposte a grandi intervalli, una mezza dozzina di porte secondarie in legno di quercia e ferro si apriva su stradine poco usate, in pratica sentieri per carretti, che si addentravano nella foresta o tra le dune di sabbia; verso sud-est, al porta principale si apriva sulla Grande Strada, che correva lungo il Confine. All'interno si estendevano giardini dimenticati, fontane di ardesia e cespugli di erbacce e sotto la luce obliqua e pallida del sole, improvvisamente coperto da una nuvola di passaggio, la ragazza poté vedere una piccola striscia marroncina che affiancava gli orti recintati e il basso edificio in cui si preparavano i formaggi, con le sue cantine sotterranee. «Dove sei fratellone? Perché non vuoi farti trovare?» pensò con un sospiro di malinconia. Nell'aria risuonò la fanfara di un corno d'argento che annunciava l'arrivo di un Letter Storm e il cuore della giovane donna balzò in gola in un sussulto per poi tornare al suo posto, lasciando spazio a un profondo senso di delusione; esistevano centinaia di Letter Storm e Robert non poteva essere l'unico, sarebbe stata un coincidenza troppo assurda e sospetta ritrovarselo proprio in quel posto, anche se non negava che le avrebbe fatto piacere rivederlo. Con uno strano senso di amarezza che le impastò la bocca, si allontanò dalla finestra e tornò a sedersi sulla poltrona, massaggiandosi con movimenti circolari le tempie dolenti per i troppi pensieri.
  7. All'alba la wight acquatica era scomparsa. Una traccia d'acqua e di fiorellini bianchi e verdi conduceva verso una polla poco profonda, dove alcuni cipressi si rispecchiavano. Dall'acqua sporgevano numerosi ramoscelli, punteggiati da foglie a forma di freccia; i fiori erano tripetali, con uno stame purpureo e lunghi pistilli culminanti con sferette bianche. «I tuberi delle punte-di-freccia sono commestibili; contengono amido.» spiegò la ragazza, dopo aver studiato attentamente quelle piante. «Penso che la gruagach abbia voluto ringraziarci per la nostra alquanto inutile ospitalità.» aggiunse, rivolgendosi più a se stessa che al ragazzo. «In questo caso noi ne approfitteremo, giusto per non offenderla.» decise Robert, togliendosi il cappello, la tunica blu, la camicia e gli stivali. Entrò nell'acqua gelida fino alla cintola, addentrandosi tra i verdi piatti galleggianti delle ninfee. La muscolatura delle braccia e delle spalle era così liscia e perfetta da dare l'impressione che lui non fosse fatto di carne, bensì intagliato in un blocco di legno del colore del latte, con una striscia obliqua che gli percorreva la schiena partendo dalla spalla sinistra fino alla cintola del lato destro; era una vecchia cicatrice, fatta da un vigliacco. Visto di schiena appariva come un'incarnazione di un essere soprannaturale emersa dalle acque per intrappolare le fanciulle con la sua bellezza e annegarle tra le lunghe alghe infide. La mente di Ashley cominciò a vagare, ponendosi alcune domande sull'identità del ragazzo, ma scacciò quei pensieri quando vide i capelli corti e castani; per natura i Fatati non si coloravano i capelli e tanto meno li tagliavano, e questo lei lo sapeva bene. Al Palazzo di Magia ogni momento libero lo dedicava allo studio e alla scoperta dei segreti sui Fatati, divertendosi a immaginare di essere tra loro nelle loro rade nei boschi, a ballare nel Bosco dei Fatati senza stancarsi mai oppure che un giovane Fatato s'innamorasse di lei e la portasse in quel magico Regno, proprio com'era successo secoli passati ad una giovane ragazza di una terra ormai dimenticata. «Attenta a ciò che desideri Ashley, potrebbe avverarsi.» era solita ammonirla la bibliotecaria, quando la vedeva con la testa tra le nuvole. Ed automaticamente tutti i suoi sogni andavano in pezzi, come un vetro rotto da un vaso. Quando Robert riemerse aveva tra le braccia bulbi di ninfee e punta-di-freccia, ed il fuoco che aveva preparato la Maga era ormai attecchito da un pezzo. «Bisogna farli arrostire sotto i carboni ardenti eh.» immaginò Robert, consegnandole i bulbi. Lei annuì con un mesto sorriso e li sistemò sotto le braci, mentre Tempestoso la guardava incuriosito avvicinando il grosso muso appuntito alla sua spalla per osservare meglio cosa stava facendo. «Non sono ancora pronte, dovrai aspettare un po'.» disse, allungando una mano per accarezzargli il muso. Quando fu a poche dita dalla pelle scagliosa si bloccò. Lui aveva girato gli occhi dorati verso di lei, e la stava scrutando intensamente, come se volesse leggerle nei pensieri; l'immagine di lei si era rispecchiata in quelle grandi iridi color dell'oro, e tutto aveva cominciato a rallentare. «Non ti farà nulla. Non so spiegare il motivo, ma tu sei una di quelle poche persone che gli piaci.» le confidò Robert, infilandosi la camicia dopo essersi asciugato al focolare. Distratta dalle parole del Letter Storm, la viaggiatrice allungò la mano che aveva bloccato a mezz'aria e l'appoggiò tra l'occhio e la narice scagliosa del rettile, rilassandosi di colpo. Se non l'avesse visto - e fatto - con i suoi occhi, non ci avrebbe mai creduto; in genere si raccontava che i Draghi adulti fossero creature schive, poco socievoli ed alcune volte anche infidi, ma venivano trattati con rispetto e cure assai meticolose dai Casati dei Letter Storm, mentre altri di loro potevano diventare molto pericolosi durante la crescita ed era necessario abbatterli se non si riusciva a domarli. Un crepitio distolse la ragazza dalla sua nube di pensieri e, ricordatasi dei bulbi, si avvicinò al fuoco con un bastone; con abili mosse li estrasse e poggiò sulle foglie di alcune ninfee, dopo di che furono mangiati dai tre viaggiatori. Finito l'ultimo anche bulbo rimasto, raccolsero i loro effetti e si rimisero in viaggio sopra le porose e spesse nubi del Bronchos. Ormai abituata alle grandi altezze, la ragazza guardava ovunque intorno a sé, tranne che di sotto, e d'un tratto due figure inconfondibili comparvero sotto il suo sguardo. «Sono loro! Robert, sono loro! Scendi presto!» strillò, indicando dieci gradi a sinistra. Il ragazzo eseguì e il Drago cominciò la discesa in grande stile, atterrando a poca distanza da una pantera nera e un ragazzo con un enorme cappello nero sormontato da piume di rapace, che si coprì il viso con un braccio dalla polvere che il rettile aveva sollevato atterrando. Con un balzo la Maga scese dalla sella e corse verso i due, stentando a trattenere la felicità. «Ragazzi! Vi ho trovato! » «Ash? Sei davvero tu?» Nails stentò a riconoscerla per via delle nebbia. La ragazza gli volò tra le braccia, ridendo di gioia, e solo più tardi si accorse di quello che aveva fatto e, ricomponendosi, si staccò dal pirata per poi abbracciare il possente collo della pantera, che le leccò una guancia. «Ma dov'eri finita? Ti ho cercato a lungo tra questa dannatissima nebbia e ti ritrovo scendere dal cielo i groppa a un Drago! Sto cominciando ad impazzire o sei tu che ti diverti a farmi preoccupare?» la rimproverò, nascondendo la sua felicità di vederla sotto uno sguardo severo. «Mi dispiace davvero tanto di avervi fatto preoccupare, ma siete stati voi ad allontanarvi senza accorgervene!» gli ricordò lei, puntando i pugni sui fianchi. Nails aprì la bocca per ribattere ma ci ripensò e la chiuse, limitandosi a scrollare la testa accentuando un lieve sorriso. «Sono felice di vedere che stai bene.» mormorò. Lei gli sorrise, poi sentì dei passi provenire dalle sue spalle e si girò, ricordandosi in quel momento che non era da sola. «Voglio presentarti i miei salvatori.» disse a Nails e James, voltandosi per far avanzare il Letter Storm. «Lui è Robert, mentre il Drago si chiama Tempestoso. Mi hanno aiutato a trovarvi.» spiegò dopo. Quando Nails alzò lo sguardo sul ragazzo un lampo saettò nei suoi occhi e con uno scatto gli andò contro sguainando la spada che aveva al fianco, mentre Robert impugnò l'arco e incoccò una freccia fermando così a metà strada il pirata; il tutto accadde in pochi secondi e Ashley assistette a quella scena senza poter intervenire. «E così ci rincontriamo eh.» sibilò, tenendolo sotto tiro. «Hai ancora i riflessi di una vecchia decrepita, un attimo più tardi e ti avrei infilzato.» ribatté Nails, con un ghigno in faccia. «Davvero credi di essere migliorato solo tu? Di anni ne sono passati dall'ultima volta che ci siamo sfidati.» gli ricordò Robert calmo ed impassibile. La tensione sembrò crescere, e la ragazza era sempre immobile di fianco a James, che non accennava a muoversi o irritarsi, creando dei sospetti nei pensieri di lei. Un secondo più tardi e i due ragazzi si misero a ridere, rinfoderarono le armi e si strinsero le braccia come due commilitoni che non si vedevano da anni e che si conoscevano come fratelli. Ashley rimase sconcertata. «Potete spiegarmi che c'è di così divertente?» domandò. «Credo che tu abbia ragione. Io e Robert eravamo amici d'infanzia e compagni d'armi nell'Esercito Imperiale, poi abbiamo scelto strade diverse.» le spiegò Nails, ruotando gli occhi su di lei. «Io sono diventato un Letter Storm, e lui un Black Arrow a pieno titolo per merito di Sua Altezza illustrissima che ha visto i nostri potenziali nonostante non fossimo di sangue nobile.» aggiunse orgogliosamente Robert, sistemandosi il balteo della faretra. A quella rivelazione Ashley sgranò gli occhi e poi girò la testa verso Nails, che si passò una mano dietro la testa imbarazzato. «Tu sei una guardia personale del Re-Imperatore e non me l'hai detto!» esclamò incredula. «Se per questo anche tu non mi hai detto chi fossi in realtà.» ribatté lui, senza scomporsi. La Maga si ammutolì, concedendogli di avere ragione. I Black Arrow erano una confraternita di guerrieri scelti, qualcosa di più di semplici guardie del corpo del Re, in quanto il loro ruolo era mantenere l'ordine in tempo di pace, ma in guerra erano anche soldati. La maggior parte dei giovani aspirava a entrare nelle file dei Black Arrow, ma chi desiderava farlo davvero doveva sottoporsi a prove estenuanti. Il primo requisito era la conoscenza delle saghe storiche e della poesia di Meris, ma quella era cosa da poco, se paragonata alle prove di coraggio, di abilità nel combattimento e di rapidità e scioltezza nei movimenti cui venivano sottoposti gli aspiranti; soltanto i migliori venivano accettati e quando non si trovavano a Corte, i Black Arrow vagavano ovunque, d'estate vivendo all'aperto e cercando talvolta alloggio presso popolazioni durante l'inverno. «Comunque, noto che non hai perso il vizio di perdere le fanciulle che ti vengono affidate.» commentò Robert, dando una pacca sulla spalla dell'amico. «Che ci posso fare. Si fanno desiderare.» alzò le spalle lui. «Non è vero! Io non mi faccio desiderare!» ribadì Ashley, irrigidendosi. «Beh, ora che finalmente ho adempiuto al mio dovere, credo che sia ora di tornare nel cielo.» intervenì in quel momento Robert, sistemandosi il cappello in testa. La Maga tornò a rilassarsi e girò la testa verso di lui. «Hai ragione. Ti ringrazio. Mi ha fatto piacere vederti ancora una volta, con tutte le missioni che ci danno è un'occasione più rara che unica.» lo salutò Nails, dandogli una pacca sulle spalle. Lui annuì, poi si avvicinò alla ragazza, si piegò e le prese la mano, posandoci sopra le labbra morbide e fredde. «E' stato un piacere incontrarvi e fare la vostra conoscenza Lady Ash. Spero che in futuro ci siano altre occasioni.» «Vi ringrazio per il vostro tempo, Sir Robert.» Il sangue le defluì al cervello e le guance divennero di fuoco; dire addio ad una persona non le era mai piaciuto, ma separarsi da Robert sembrava più facile di quanto pensasse, forse perché sperava - o sentiva - di rivederlo un'altra volta. Il ragazzo le sorrise, salutò un'ultima volta il B-Arrow e poi salì in sella a Tempestoso, che spiegò le ali e spiccò il volo oltre la coltre di nebbia, sparendo alla loro vista. «Il solito damerino...» sussurrò Nails, quando non lo vide più. «Hai detto qualcosa?» gli domandò Ashley, che non aveva capito. «Nulla. Vogliamo proseguire?» le rispose il ragazzo. Lei annuì e lo seguì senza fiatare, mentre James era occupato a rincorrere una libellula verde e una rossa che sfrecciarono sulla pista di terra per poi andare a nascondersi negli alti e fitti canneti che si estendevano sulla destra. «E così in realtà sei un B-Arrow eh.» riprese Ashley, tormentata da quella scoperta. «Così pare.» rispose enigmaticamente lui. «Cosa ci facevi su una nave pirata?» s'incuriosì, stringendosi le mani dietro la schiena e osservando la schiena del ragazzo. «Sono in missione per conto di Sua Altezza Reale. Ha voluto che esplorassi in incognito le Terre di Meris e quale modo migliore di farlo se non imbarcarsi su una nave pirata.» sospirò Nails, camminandole davanti. «Ah-ah. Molto astuto. E hai avuto successo, nella tua missione intendo.» «In parte sì, prima che tu arrivassi a bordo.» le rispose, abbozzando un sorriso e tirandosi il cappello davanti agli occhi. «Mi stai forse accusando?» s'informò la Maga, bloccandosi. «Assolutamente, non potrei mai incolpare una ragazza. E' contro l'etica morale dei Black Arrow.» si difese lui, senza fermarsi. «E' solo perché sono solo una ragazza!» s'inviperì lei. «No, perché sei una Maga, e nutro grande rispetto per chi usa la magia.» la elogiò. «Smettila di lusingarmi, sento che c'è dell'altro sotto a questa tua galanteria!» lo ammonì. Nails non rispose e proseguirono in silenzio per un po'. «Dovrò tornare a Xalbas prima o poi per stendere il mio rapporto a Sua Altezza.» disse il ragazzo, più a se stesso che alla Maga. Si era fermato e stava osservando la sua immagine riflessa sulle calme acque di un fiume che fiancheggiava la stradina di terra, con la ragazza a qualche passo di distanza che si morse il labbro inferiore e abbassò lo sguardo sui suoi stivali: erano un po' impolverati, ma ancora intatti. «Mi ha sempre aiutata fino a questo momento, senza mai richiedere nulla in cambio; credo che sia giunto il momento di restituirgli il favore.» si disse, stringendo i pugni lungo i fianchi. «La mia ricerca mi porta anche nella Città Reale. Se riusciamo a trovare un modo per andarcene da qui sarà la nostra prossima meta.» gli promise con determinazione. Nails alzò la testa e la girò verso la sua protetta, celando un velo misto di gratitudine e stupore. «Ne sei sicura?» le domandò, dimostrandosi un po' scettico a quella proposta. «Io non scherzo su cose simili!» s'indispettì lei, puntando i pugni sui fianchi. «Ti devo un paio di favori e dovrò pur cominciare a sdebitarmi in qualche modo.» aggiunse un po' più calma ed abbassando lo sguardo. Il ragazzo si voltò, calò il cappello sugli occhi e riprese a camminare; una folata di vento gli alzò il giustacuore di lato, conferendogli un aspetto misterioso e intrigante allo stesso tempo che paralizzarono la Maga. James strusciò la grande testa vellutata contro il fianco di lei, incitandola a proseguire e la ragazza - dopo avergli sorriso - scattò in avanti e si fermò al fianco del Black Arrow, incrociando le mani dietro la schiena e alzando lo sguardo al cielo. «Nel periodo in cui ci siamo persi, io e James abbiamo trovato un piccolo porto con una scialuppa legata alla banchina, alle fine delle Terre de Bronchos. Pensiamo che fosse quello il "passaggio" che intendeva tuo fratello.» l'aggiornò Nails. «Davvero? E quanto dista?» si affrettò a domandargli lei. «Non molto, forse riusciremo a raggiungerlo entro stasera.» le rispose. Ashley sentì le labbra tirare verso le guance, mostrando un grande sorriso: era felice, felice di aver cavalcato su un Drago e aver conosciuto l'intrigante Robert, felice di aver ritrovato James e Nails, ed era felice perché finalmente cominciava a sentire la distanza che la separava da suo fratello accorciarsi. L'acqua di una polla vicino al sentiero che stavano percorrendo si mosse, lasciando delle increspature a mostrare che qualcosa si era inabissato nelle sue profondità. «Non siamo soli.» pensò osservando con la coda nell'occhio i cerchi d'acqua allargarsi e sparire. Camminarono senza soste e senza incontrare wight finché una magnifica aurora astrale si stagliò nel firmamento accompagnata dalle stelle, e si riversò nelle acque del Bronchos; sullo sfondo una piccola capanna irradiava una flebile luce di una candela proveniente da una finestrella aperta sul sentiero che accostava il piccolo molo sospeso nel vuoto, con attraccata ad una cima una scialuppa con tanto di funi, un piccolo albero di maestra con vele piegate e un timone al centro. «Siamo arrivati.» proclamò Nails fermandosi a pochi passi dalla porta di sorbo. «Qui?» domandò lei, col cappuccio calato sugli occhi. «Sì. Qui.» annuì James, volandole sulla spalla. «Lascia parlare me. Il Traghettatore è un tipetto poco socievole.» aggiunse il ragazzo. Ashley annuì e si avvicinarono alla soglia della porta; il Black Arrow alzò il braccio con il pugno chiuso e batté tre poderosi colpi, ma nessuno rispose. «Sarà sordo?» ipotizzò la Maga, facendo spallucce quando il ragazzo si voltò a guardarla. Stava per battere un altro colpo quando la porta si spalancò all'improvviso, facendo uscire un uomo sulla mezza età, alto la metà del ragazzo che si reggeva con un lungo bastone di nocciolo inciso di rune e simboli strani: un Mago. Aveva una lunga barba grigia - con incrostate delle briciole e residui di birra - che gli arrivava ai piedi, un enorme cappello a punta color seppia e una tunica del medesimo colore che mostrava appena la punta delle scarpe, legata in vita da una cintura di cuoio piena di piccole cassette chiuse; gli occhi erano piccoli e acuti, e il viso era coperto da rughe e nei di varie dimensioni. «Vogliamo un passaggio per l'Isola più vicina.» chiese Nails con cipiglio. «Volete un paggio per l'Isola più piccina?» ripeté stralunato il vecchio con voce gracchiante. «No, Isola vicina. Non Isola piccina.» lo corresse pazientemente il ragazzo, dopo una fugace occhiata alla Maga che nel frattempo si era tolta il cappuccio. «Davvero?» domandò l'uomo sbavando dalla bocca. Il Black Arrow spostò lo sguardo sulla ragazza, notando che anche lei era spiazzata e turbata dal comportamento del Mago. «Ma lo fa apposta?» si domandarono in silenzio. Intanto anche il vecchio aveva girato lo sguardo sulla ragazza e improvvisamente si era fatto più cupo e allarmato. «Sei ancora qui? Ti avevo detto di andartene! Non ho alcuna intenzione di portarti laggiù!» latrò dimenando per aria il bastone per cercare di colpirla. «Ci deve essere un errore, io non vi conosco! Cercate di calmarvi signore!» esclamò la Maga, evitando i suoi colpi. Dopo aver dimenato ancora due fendenti, il Mago fu disarmato da Nails, che lo fissò al muro con l'ausilio di due daghe senza però ferirlo. «C'è sicuramente un equivoco, nobile Mago, è la prima volta che vi vedo in tutta la mia vita.» si giustificò Ashley, riprendendo fiato. Il vecchio si calmò e la scrutò meglio; un velo di dispiacere e vergogna gli dipinse il volto rugoso e abbassò la testa. «Vi domando scusa, vi avevo scambiata per un altro.» ammise dopo lunga riflessione. «Era per caso un ragazzo dai capelli neri e gli occhi color malva?» si allarmò lei. Il vecchio annuì. «E' passato di qui circa una quindicina di mesi fa.» «Dov'è andato?» «Se ha remato? No, ma ci è mancato poco che mi rubasse la scialuppa. Quell'idiota voleva che lo portassi all'Isola di Kermeor; come se fosse una passeggiata!» La ragazza girò la testa verso Nails - che non aveva ancora liberato il vecchio dal muro della capanna e lo teneva sotto controllo -, facendogli capire le sue intenzioni. «Vogliamo andare là.» ordinò il ragazzo, allontanandosi di un passo. L'uomo sgranò nuovamente gli occhi e aprì la bocca in un'espressione di sconcerto. «Voi siete matti! E' l'Isola più lontana di tutte e volete che navighi fin là? No mai, preferisco rimanere appeso qui a vita!» si rifiutò. «Questo è fattibile.» lo minacciò Nails. «Kermeor non è lontana come Airha.» osservò la Maga, cercando di dissuaderlo. «Ho detto no!» s'impuntò l'uomo, scuotendo energicamente la testa. «Insomma! Ci deve essere un modo per convincerlo a collaborare!» si spazientì improvvisamente James, che era rimasto nascosto per tutto quel tempo. «Chi ha parlato?» abbaiò il Mago, osservandosi intorno. «Ve lo diremo non appena accetterete la nostra richiesta!» contrattò Ashley, cominciando a perdere la pazienza. Il vecchio le puntò contro gli occhi, mostrò un ghigno malefico e sputò per terra. «State cercando di contrattare ragazzina? Beh, dovrete fare di meglio.» sibilò. Ashley si trovò con le spalle al muro; se per un attimo aveva creduto di aver superato se stessa con le contrattazioni, d'un tratto dovette ricredersi: non era facile come pensava trattare con la gente. «Diciamo che possiamo fare di meglio.» intervenì in quel momento Nails, scatenando lo stupore dei lei e la curiosità del Traghettatore. «Possiamo?» si chiese sgranando gli occhi. «Spiegatemi come, sono tutt'orecchie!» incalzò il Mago. Il ragazzo si passò le mani sotto il colletto del giustacuore e della camicia, afferrando qualcosa di piccolo e fragile, e sfilò fuori con orgoglio un medaglione a forma di freccia nera con delle edere smeraldine incise al suo interno, che sventolò sotto gli occhi del vecchio. «Un Black Arrow, che rarità...» commentò poco interessato. «Per caso conoscete le conseguenze per chi intralcia il dovere di un B-Arrow, Sir Traghettatore?» lo punzecchiò serio. L'uomo divenne improvvisamente paonazzo mentre Ashley non poté trattene un sorriso di vittoria e incrociare le braccia al petto. «Sei frustate più impiccagione, ma questo è poco rispetto a quello che possono realmente fare i boia o noi della Confraternita.» gli disse. «Sei frustate, più impiccagione...» balbettò il Mago, tremando. «Esatto. Allora, collaborerete o no?» lo incalzò il ragazzo, cominciando a perdere la pazienza. «Nobile Black Arrow, posso portarvi solo fino a Capo di Bonafortuna se accettate. Purtroppo la mia umile scialuppa non può fare tanta strada e io sono vecchio come vedete.» cercò di contrattare il vecchio, assumendo un atteggiamento riverenziale. Nails rimise sotto la camicia il medaglione e poi si voltò a vedere la sua protetta. «Per noi va bene.» rispose Ashley, dopo aver incrociato il suo sguardo magnetico. Il vecchio s'inchinò rispettoso e il ragazzo lo liberò dalle daghe; appena toccò piede a terra sgattaiolò lungo il muro e fece cenno ai due di seguirlo lungo il molo sospeso. Una volta imbarcati il vecchio Mago slegò le cime che tenevano ferma la scialuppa e spiegò le vele, imboccando una corrente d'aria ascensionale che li allontanò dai confini di Rustling Island; appena il vento cominciò a mancare di spinta, il vecchio Traghettatore batté due colpi sullo scafo con il bastone e animò le vele maestre che si rigonfiarono e ripresero a solcare il cielo notturno. «Ma davvero è così dura la pena per chi vi intralcia?» domandò sottovoce Ashley al ragazzo. «Ho solo ingrandito un po' la verità.» ammise Nails, facendole segno di mantenere il segreto. Ashley soffocò una risata e poi alzò lo sguardo nel cielo stellato. «Durerà tanto il viaggio?» domandò poi al Traghettatore. «Se tutto va bene saremo al porto della Torre di Bonafortuna entro mezzogiorno.» le rispose asciutto. «Ti conviene riposare allora, ti sveglierò quando saremo arrivati.» le suggerì in quel momento Nails, andandosi a sedere a prua. «Non riuscirei a dormire neanche se lo volessi, sono successe tante di quelle cose che fatico ancora a crederci.» gli rispose lei emozionata e posando gli occhi su di lui. «Pensavo che avessi già compiuto viaggi simili in passato.» «No, non proprio. Diciamo che me li potevo sognare mentre cavalcavo nel bosco con mia zia oppure mentre passeggiavo nel mio giardino; un'avventura così non me la sarei mai aspettata.» confessò lei, stringendosi nelle spalle. «Sapevo che ritrovare mio fratello non sarebbe stato facile, ma non avevo proprio preso in considerazione di conoscere un Black Arrow, un Letter Storm con il suo Drago e tutte le avventure che mi sono capitate.» aggiunse fremendo di gioia. Nails si portò un braccio sul ginocchio piegato, abbozzandole un dolce sorriso di comprensione, poi alzò lo sguardo al cielo lasciando che le stelle si riflettessero nei suoi occhi azzurri mentre il vento gli sollevava i capelli come dita invisibili, e gli accarezzava le guance sotto il cappello enorme. Rapita da quella visione soprannaturale la Maga si soffermò ad osservargli la mascella mascolina e segnata appena dalla barba - che sembrava non crescergli mai -, le labbra rosee e dolci e i lineamenti aggraziati e possenti che gli formavano il viso. «Perché mi fa quest'effetto? Anche con Robert avevo una sensazione simile. Che cosa significa tutto questo?» «Lo stomaco mi si chiude, i pensieri mi bloccano la mente e nessuna parola sembra essere adatta.» pensò confusa e stringendo le mani in grembo. Sentendosi osservato il Black Arrow girò la testa sulla ragazza, e lei fu costretta ad abbassare lo sguardo per non incrociare quegli occhi magnetici. «Non può essere amore... Non me lo posso permettere.» aggiunse severa con se stessa e immaginandosi di scuotere la testa. «Mi stavi osservando per caso?» La voce di Nails danzò nel vento e raggiunse i suoi timpani come una dolce melodia. Lei avvampò e scosse energeticamente la testa, mentre conficcava le unghie sotto il palmo delle mani e si mordeva il labbro inferiore. Quella fu tutta la conversazione con il ragazzo, poi un dolce silenzio avvolse la barca.
  8. Si voltò di scatto; aveva sentito un rumore alle sue spalle ma quando si era girata non aveva visto nessuno. Verso il pomeriggio il sole aveva varcato lo spesso strato di nebbia e l'aveva diradata, rendendo visibile il percorso e il paesaggio che la circondava, misterioso e irreale; i raggi del sole si andavano a posare sull'acqua - creando piccole sfere di luce - mentre un artista svogliato mutava i percorsi terrestri disegnando rompicapi e ragnatele che s'incavallavano tra di loro in quell'enorme massa di fiumi, polle, laghi e pozze. Dopo aver fatto due brevi soste per magiare i frutti presi dalla Gola dei Cespugli e per studiare il terreno intorno a lei, uno strano odore proveniente da nord attirò la sua attenzione; alzando lo sguardo vide in lontananza una casetta di legno costruita in mezzo a tre salici piangenti, dalla quale usciva un filo di fumo dal comignolo. «Che le Potenze mi salvino! Una casetta di boscaioli!» pensò alzandosi di scatto da sotto le fronde di una betulla e dirigendosi in quella direzione. Mentre si stava avvicinando alla capanna si accorse che il clima era cambiato improvvisamente, diventando più freddo e pungente, e la costrinse a stringersi nel mantello color felce e a calarsi il cappuccio davanti agli occhi. Una volta in sua prossimità - il sole ormai aveva raggiunto l'orizzonte del mondo- esaminò la struttura al chiarore di una fiammella che le fluttuava sulla mano sinistra, scoprendo che era fatta con legno di sorbo, cosicché nessuna creatura eldritch potesse entrarvi; all'interno, un fuoco ardeva vivace, fiancheggiato da grosse pietre grigie. «Non c'è nessuno. Beh, non credo che farò torto a qualcuno se entro a scaldarmi un po'.» si disse. Massaggiandosi le braccia infreddolite entrò e si mise a sedere su una pietra, allungò le mani al fuoco e batté i piedi al suolo per riattivare la circolazione; si scrutò intorno e vide davanti a sé un mucchio di esca e, sul lato opposto del fuoco, erano posati due grossi ceppi. «Però è curioso che qualcuno abbia costruito una casetta in questo posto...» rifletté, sentendo il calore penetrarle nelle ossa. Poco più tardi si assopì, seduta sulla pietra. Si svegliò con un sussulto quando la porta si spalancò e una strana figura entrò a grandi passi nella stanza: si trattava di un nano dalla pelle scura che arrivava a stento alle sue ginocchia, però sembrava forte e massiccio. Una giacca di pelle d'agnello gli copriva la schiena, mentre i pantaloni e le scarpe erano di pelle di talpa; sulla testa portava un cappello fatto di felci e muschio, decorato con una piuma di pernice. «Un druegar!» pensò, mentre la porta si richiudeva rumorosamente. Il silenzio calò sulla capanna come un artiglio di metallo. La creatura fissò la visitatrice con occhi infuocati, ma non proferì parola e si sedette sull'altra pietra che stava oltre il fuoco. La ragazza sapeva che i druegar erano una razza di nani neri che odiavano gli umani, aveva sentito tanto parlare della loro crudeltà nei libri del Palazzo di Magia e durante le lezioni e, pur tremando interiormente, decise si affrontare con coraggio quella situazione; da quello che sapeva, scappare o mostrare paura serviva solo a scatenare un attacco. E così i due rimasero a fissarsi quando la porta si aprì una seconda volta, ed entrò un giovane vestito di blu, con una saetta incorniciata da uno scudo sul lato sinistro della blusa, una lunga sciarpa bianca e una borsa a tracolla - gonfia di missive, lettere e piccoli pacchetti -, in più aveva una faretra con tanto di arco dietro la schiena: un Letter Storm. Stupore e incredulità si mischiarono nell'animo della ragazza quando il ragazzo si andò a sedere sulla pietra accanto alla sua per scaldarsi; non sapeva se considerarsi fortunata, oppure valutare attentamente che quel ragazzo non fosse una mera illusione del druegar per indurla a parlare dato che nessuno sano di mente si sarebbe avvicinato ad un covo di un unseelie. «Però questa capanna potrà aver tratto in inganno lui, come ha tratto in inganno me. No, non è possibile, lui è un Letter Storm! Sarà stato pur addestrato a non cascare nei tranelli degli unseelie!» rifletté sospettosa. Dopo qualche tempo, le fiamme cominciarono a spegnersi e un gelo intollerabile pervase la stanza; dimostrando una notevole audacia, il Letter Storm si protese in avanti e depose sul fuoco quanto restava dell'esca. A quel punto, il druegar si chinò a sua volta e sollevò uno dei due ceppi posati a sinistra del fuoco, un pezzo di legno lungo il doppio di lui e con una circonferenza superiore a quella della sua vita; la creatura lo spezzò su un ginocchio come se fosse stato un ramoscello e lo scagliò sul fuoco. Fissando con disprezzo l'umano, il druegar piegò quindi il capo con un sogghigno, quasi a sfidarlo a fare lo stesso con l'altro ceppo e, pur ricambiando con fermezza il suo sguardo, il ragazzo non accennò a muoversi, e la ragazza capì che non era un'illusione dell'unseelie, dato che intuì dai suoi movimenti che egli sospettava di un inganno. Per qualche tempo, il fuoco riprese vigore, emanando un calore intenso, poi tornò ad affievolirsi; il druegar fissò l'umano con aria beffarda, invitandolo a prendere l'ultimo tronco, tuttavia il ragazzo non si fece tentare, neppure quando il fuoco perse d'intensità a tal punto che i due mortali si sentirono gelare e avvolgere dall'oscurità. In silenzio, i tre rimasero quindi seduti come statue nella penombra. Finalmente giunsero le prime luci dell'alba, e in lontananza il canto di una gazza si levò a salutare il sorgere del sole; a quel suono il druegar scomparve e, con esso, svanirono anche la capanna e il fuoco. I due viandanti si ritrovarono così seduti sulla pietra, ma il chiarore del giorno mostrò loro che essa si trovava sulla sommità di un lago; alla loro sinistra c'era una profonda polla scura e torbida: se avesse colto la sfida del nano e si fosse proteso a raccogliere il ceppo, il Letter Storm ci sarebbe precipitato dentro, finendo magari tra le grinfie di una asrai, di una merrow o magari di qualche fuath. «Sono tre giorni che viaggio senza sosta in queste Terre e vengo calorosamente accolto da un druegar e una fanciulla. La cosa si fa interessante...» borbottò il ragazzo, drizzando la schiena ed osservando le fronde dei salici che si muovevano al vento. Voltò lo sguardo verso la ragazza, si tolse il cappello e si piegò in avanti senza toglierle gli occhi di dosso; aveva due splendidi occhi grigi e profondi che sapevano leggerti l'anima, capelli castani leggermente ondulati e lunghi a fino coprirgli le orecchie e il volto di un angelo scolpito su spalle larghe e possenti. «Milady, mi chiamo Robert, al vostro servizio.» si presentò con un sussurro. «Ash, una semplice viandante che ha perso i suoi compagni di viaggio.» ricambiò lei, in imbarazzo. «Non è che per caso li avete visti?» aggiunse poi, tormentandosi le mani. Robert si rigirò il capello tra le mani e assunse un'aria pensosa. «Ora che ci penso, verso nord-est mi è parso di scorgere due figure che si muovevano nella nebbia. Ma non credo che siano due umani.» disse, sistemandosi il grosso cappello in testa. Un velo di gioia dipinse il volto della ragazza mentre un sospiro di sollievo le sgonfiò i polmoni; senza indugiare si alzò dalla pietra, si guardò intorno in cerca del nord-est e una volta individuato s'incamminò in quella direzione. «Dove state andando se posso chiedervi?» le domandò Robert, osservandola allontanarsi. «A trovare i miei compagni; sono giorni che vago nella speranza di poterli ritrovare.» gli rispose voltandosi con un'agile mezza piroetta. «Con il dovuto rispetto signorina, ma non credo che avventurarvi da sola in queste terre sia una saggia idea, soprattutto se indifesa.» si permise di dirle. «Non ho scelta messere. Vi ringrazio per il vostro aiuto e vorrei potermi sdebitare il prima possibile, se ciò rientra nelle mie possibilità.» mormorò gentilmente lei. «In questo caso permettetemi di scortarvi alla ricerca dei vostri compagni. Conosco il Bronchos a menadito, e ho anche un amico che potrebbe facilitarci il compito.» si offrì galantemente lui, alzandosi e sistemandosi il balteo che reggeva la faretra sulla spalla. «Non potrei mai chiedervi di venire a meno ai vostri doveri di Letter Storm!» esclamò lei, vedendolo avvicinarsi. «Insisto... Dopotutto non ho compiti da sbrigare che richiedono la mia persona.» s'impuntò. Non potendo più ribattere, Ashley accettò l'aiuto del giovane Letter Storm e si lasciò guidare tra le polle che formavano una stradina larga cinque piedi che sbucava su una piazzola di erba secca, dove un'enorme rettile blu era accovacciato con il sinuoso e robusto collo piegato verso il suolo; le possenti ali erano rigorosamente richiuse ai lati, nascondendo le grosse zampe con artigli affilati e uncinati mentre la coda era piegata all'interno delle ali. Una lunga fila di creste gli percorreva la grossa testa scagliosa e finiva alla coda. «Un Drago...» sussurrò attonita. «Si chiama Tempestoso, ed è il mio miglior compagno di viaggio oltre che il migliore Drago di Meris.» lo presentò orgogliosamente Robert. «Posso, posso avvicinarmi?» gli domandò timorosa. Robert le prese una mano e la condusse vicino al rettile, che aprì gli occhi e mostrò due pupille dorate tagliate in metà dall'iride nera. «Ciao amico mio.» lo salutò il ragazzo, aggirando l'ala sinistra e avvicinandosi alla sella contenente due panieri laterali senza mai lasciare la mano della Maga. La cavalcatura era alta due uomini e mezzo e lungo una decina, senza contare la coda. «Toccatelo pure, vi garantisco che non vi farà nulla.» l'incitò il Letter Storm. La ragazza allungò una mano verso il collo scaglioso e ci appoggiò il palmo, facendolo scorrere poi sulle scaglie color cobalto con riflessi azzurri: era una sensazione da brivido e piacevole allo stesso tempo. «Allora, poggiate un piede sulla spalla, aggrappatevi alla staffa con le mani e cercate di fare forza, poi cercate di issarvi sulla sella.» le spiegò il ragazzo, dopo che la Maga ebbe preso confidenza con il grosso rettile. Intimorita di sbagliare, la Maga eseguì alla lettere le istruzioni del ragazzo e in poco tempo si trovò seduta a cavalcioni sulla sella di cuoio mentre Robert si sistemava dietro di lei e prendeva le redini che aveva legato al pomo della sella. «Molto bene, credo che sia ora di solcare i Cieli dell'Infinito amico mio!» esclamò con enfasi il ragazzo dando delle pacche sulla spalla del Drago. Il grosso rettile sbuffò dalle narici e spiegò le grandi ali, mostrando la membrana azzurra e quasi invisibile. «Tu reggiti alla sella e non fare nessun movimento.» mormorò dopo nell'orecchio della ragazza, che annuì e strinse la sella tra le mani. Il Drago si alzò sulle possenti zampe e prese a sbattere le forti ali, staccandosi lentamente da terra e, facendo uno scatto improvviso verso l'alto, prese quota sopra la coltre di nebbia, imbattendosi in una corrente d'aria favorevole che gli fece prendere la rotta su quelle terre. Volare in sella ad un eotauro o ad un Drago era sempre stato il suo sogno fin da bambina, e ora che lo stava vivendo sulla pelle aveva paura, non tanto per la velocità dei movimenti, ma quanto per l'altezza che la separava dal suolo; con le unghie attaccate alla sella, e le gambe schiacciate contro i fianchi, teneva gli occhi serrati e pregava di ritrovare il prima possibile Nails e James. «Permettete una domanda, signorina Ash?» La voce di Robert sfiorò le sue orecchie come una farfalla sfiora la corolla di un fiore delicato, impercettibile ma dolce. Lei annuì mentre sentiva il sangue andarle al cervello per l'emozione. «Avete mai cavalcato un Destriero del Cielo?» Il sangue le si pietrificò nelle vene; era davvero così evidente? Mortificata, scosse la testa. «Lo sospettavo. Prima di tutto le gambe non bisogna tenerle ancorate alla sella, altrimenti trasferite il nervoso al Drago - che è molto sensibile al riguardo - e potreste irritarlo.» le spiegò, spostando le redini in una mano e accarezzandole una spalla con quella libera per calmarla. «Fai un respiro profondo e non pensare a nulla. Concentrati solo sulla mia mano e al soffio del vento. Ascolta i battiti del tuo cuore...» le sussurrò poi in un orecchio. La Maga deglutì e provò a fare come il Letter Storm le aveva consigliato e per un breve attimo si sentì staccare dal mondo e diventare parte dell'aria, ma c'era la mano del ragazzo che in qualche modo le metteva agitazione, e il fatto che le avesse dato del tu la lasciò perplessa. Improvvisamente la mano di lui cominciò a risalire lungo il braccio, sfiorarle il collo e accarezzarle la mascella fino a fermarsi sotto il mento e con delicatezza le alzò la testa verso l'alto. «Ora, apri gli occhi.» Un bellissimo panorama le si parò davanti: un disco dorato stava emergendo dalle fredde nebbie del Bronchos, irradiando raggi gialli da ogni parte mentre sopra di esso un limpido cielo rosa-arancione si stava trasformando in azzurro; le parole le morirono in gola. «Il lato positivo di essere un Letter Storm è osservare i mutamenti del mondo al di sopra di ogni altro essere vivente. Essere un Letter Storm a volte può rivelarsi appagante come dovere verso i cittadini delle Terre di Meris.» disse Robert con lo sguardo puntato oltre la testa cornuta di Tempestoso. «Il vostro è un lavoro che ammiro più di ogni altro; siete le fondamenta sulla quale le Isole di Meris si basano per sopravvivere. E non sono l'unica che lo pensa.» confessò Ashley, osservando un candido cirro giallo-rosato allungarsi a punta verso il sole rosso. «Sei molto gentile, ma credo che siano i Maghi, gli Stregoni, le Guaritrici e le Maghe a doversi prendere i tuoi elogi. E' grazie ai loro poteri se le Navi del Cielo solcano le correnti aeree ed esistono tanti rimedi per i malati e gli sfortunati.» ribatté prontamente il ragazzo, virando di venti gradi a nord-ovest. Seguì un lungo silenzio, mentre il Destriero del Cielo remigava con le possenti ali, tagliando in due le nuvole e cavalcando le correnti ascensionali che accarezzavano il volto dei due passeggeri - e muoveva i loro capelli - poi un ruggito semi soffocato gli uscì dalla gola, attirando l'attenzione del suo cavaliere. «Forse ha trovato i tuoi amici.» l'informò, sporgendosi lievemente per guardare il suolo nebbioso. Con un movimento delle redini il Drago compì due ampi giri ascensionali, poi cominciò a planare a velocità sempre più elevata - andando a chiudere le ali lungo i fianchi per evitare che gli si strappassero - finché agli ultimi centoquaranta piedi spalancò le ali di colpo ed atterrò lievemente al suolo, alzando appena uno sbuffo di polvere; per tutto l'atterraggio Ashley si era dimenticata dei consigli di Robert e, affondando le unghie della sella, si era stretta ad essa pregando di non cadere e schiantarsi al suolo. Con un balzo da manuale il ragazzo scese dalla sella e diede delle pacche sulle scapole possenti del Drago, congratulandosi per l'ottimo volo. «Vi sentite bene?» domandò Robert ad Ashley, tornando ad essere formale e notando il suo pallore in volto. La Maga non gli rispose e - muovendosi come se avesse mangiato dei sassi - strisciò lungo il fianco scaglioso del rettile fino a trovarsi in ginocchio sul suolo erboso e secco; un conato di vomito le prese la gola, ma lo cacciò indietro mentre la testa le girava vertiginosamente. «Dovrebbero essere qui vicino.» l'avvertì il Letter Storm, guardandosi intorno. Tornando faticosamente in sé, la ragazza drizzò la schiena e si alzò da terra, scrutando con occhi chiusi a fessura nello strato di nebbia in cerca di due figure scure; le vide, ma una strana sensazione la mise in guardia. Anche il ragazzo diventò improvvisamente rigido e, con movimenti lenti, prese una freccia dalla faretra che aveva dietro la schiena e la incoccò nell'arco. «Venite avanti in amicizia.» incitò con voce solerte. Nessuno rispose, nessuno si mosse. «Ombryon... Creature senza forma che vivano nella nebbia, si divertono ad assumere le forme di persone che incontrano nei loro percorsi e così facendo inducono gli uomini a credere che ci sia qualcuno. Sono innocui...» spiegò la ragazza, capendo il suo stato di allerta. «Abbiamo fatto un buco nell'acqua eh.» ipotizzò il Letter Storm, voltandosi verso di lei e rilassandosi. Lei annuì mogiamente e si morse il labbro inferiore. «A questo punto suggerirei di proseguire.» sospirò Robert, rimettendo a posto la freccia e tornando verso la sella del Drago. Ashley esitò per qualche istante; l'idea di tornare sul dorso di Tempestoso la terrorizzava ed affascinava allo stesso tempo, ma anche l'illusione di aver creduto per un istante di aver ritrovato Nails e James le faceva male. «Spero solo che siano ancora vivi...» si augurò, fissando un punto imprecisato nella nebbia. «Ash.» La voce di Robert la distrasse dai suoi pensieri e, come animata da fili invisibili, si avvicinò al Drago e gli montò in sella - seguita a ruota dal ragazzo -, e ripresero il volo fino a sera. Accesero un fuocherello usando dell'esca e si cibarono di bacche, pane e di alcune trote pescate da una polla lì vicino - con l'ausilio di una canna di bambù e una corda simile a quella che c'era sull'arco - ricavata dall'interno di un paniere attaccato alla sella del Drago, dal quale Robert aveva prelevato, misurato e tagliato il filo di una matassa grande come un pugno. «Posso farvi una domanda?» chiese il ragazzo, osservando l'ultima trota impalata arrostire sul fuoco. «Solo se smetti di darmi del voi. E' una cosa che non amo molto sentire da chi mi ha salvato la vita e mi aiuta.» accordò Ashley, seduta di fronte al fuoco. «Cos'ha spinto una fanciulla come te ad avventurarsi in questi posto infestati, lontana da una comoda casa dove magari la tua famiglia ti trattava bene? E per di più con dei compagni che non sanno neppure proteggerti.» mormorò curioso e girando il bastoncino sul quale c'era il pesce. Quella domanda scatenò in lei un senso di piacere ed irritazione contrastanti. «Prima di tutto loro sanno proteggermi, ci siamo solo persi di vista per una stupida discussione!» volle specificare, cercando di controllare il tono della voce. «E il motivo di questa mia "avventura" è mio fratello. Quattro anni fa è partito da casa con la promessa che un giorno ci saremmo ritrovati; sono qui per mantenere fede a quella promessa.» aggiunse con un tono di voce più dolce. «Scusa, non volevo essere offensivo...» si giustificò Robert, improvvisamente mogio e gettando il pesce a Tempestoso, che lo azzannò al volo e inghiottì senza nemmeno masticare. Improvvisamente il ragazzo scattò in piedi e si voltò in un punto buio nella nebbia, verso due cespugli di bacche rosse, imitato a ruota dal Drago e dalla Maga; qualcosa che sembrava un'efflorescenza verde, alta e sottile apparve tra di essi. La cosa era vagamente luminosa, come una delle strane piante notturne del Bosco di Grim; Ashley sbarrò gli occhi nel vederla muoversi e trattenne il fiato. La figura vestita di verde si fece avanti, i capelli erano biondi come i narcisi, con sfumature d'oro pallido e la veste in cui era drappeggiata sembrava fatta di foglie satinate, stretta in cintura con una fascia di gigli d'acqua; piccoli fiori verdi erano fissati - o piuttosto radicati - nei suoi capelli. Benché molto attraente, il viso non era umano: la luce del fuoco le costruiva addosso strani riflessi liquidi che la percorrevano da capo a piedi e non appena fu più vicina, si poté vedere che grondava d'acqua. Quando si fermò, intorno ai suoi piedi si allargò subito una piccola pozzanghera. A differenza dei fuath e dei capelli delle creature del mare, i gruagach non potevano asciugarsi mai, e conoscendo bene quel tipo di wight, Ashley fece un lieve cenno a Robert di posare l'arco. La gruagach aprì i petali della sua bocca di rosa fluviale. «Posso asciugarmi al vostro fuoco?» La sua voce aveva un tono un po' roco, ricco di sfumature in qualche modo verdeggianti, vegetali. «Sei la benvenuta.» rispose amichevolmente Ashley. La wight allungò le mani dalle dita lunghe verso il fuoco mentre l'acqua le scivolava lungo le braccia e colava giù dai polsi sottili. «Il latte di mucca è dolce.» dichiarò improvvisamente e con gentilezza. «Se avessimo del latte saremmo lieti di dividerlo con voi.» si scusò Robert, che nel frattempo era tornato a sedersi sul suo masso. «Purtroppo non ne abbiamo.» aggiunse, posando l'arco nella faretra e incrociando le mani. Dalla parte del gruagach il terreno era lievemente inclinato; se così non fosse stato i due ragazzi e il Drago si sarebbero trovati a sedere nella pozzanghera sempre più larga sulla quale galleggiavano minuscoli fiorellini banchi e verdi. Rinfrancata dal calore, Ashley non poté far altro che restare vigile con Robert, mentre Tempestoso era tornato a dormire con la testa piegata vicino all'ala. Quando la Maga tornò a voltarsi verso la femmina di gruagach, vide invece una vecchia rugosa e macilenta che protendeva le dita ossute verso il fuoco; l'acqua scorreva lungo le sue braccia magre e sgocciolava dai polsi ossuti. Perplessa e stupita di quella strana metamorfosi la ragazza alla fine si appisolò vicino al fuoco e il suo ultimo pensiero fu rivolto verso i due amici e al fratello. «Non importa dove siete. Vi ritroverò.»
  9. Il sole stava sorgendo ad occidente, infiammando il cielo, percorso da candidi cirri che sembravano voler fermare l'avanzata focosa mentre a oriente la luna sembrava non voler cedere tanto facilmente il suo posto nell'astro, e risplendeva avvolta da un alone giallino con ancora qualche stella a farle compagnia; in mezzo a quei due contrasti il cielo era neutrale, un misto tra l'arancione, il blu e l'azzurro. In una macchia di larici una volpe passò furtivamente vicino a un cespuglio di more selvatiche per poi sparire in un buco scavato nel terreno dal quale si sentivano dei deboli latrati mentre una civetta sorvolava un'ultima volta la sua zona di caccia alla ricerca di un topolino di campagna che era riuscito a sfuggire ai suoi artigli. Un Cavallo delle Nuvole sorvolò quella zona silenzioso, con in groppa il suo cavaliere, dirigendosi a est sfruttando una corrente d'aria favorevole. Dopo aver lasciato due monete d'argento nella scodella pulita, i tre viandanti si rimisero in marcia per le Terre del Bronchos contando di raggiungerle in dieci giorni circa; il sole quel giorno era coperto di nuvole e tirava un forte vento da nord. I tre stavano camminando tra verdeggianti colline e praterie senza che nessuno li disturbasse e di buon passo quando Nails si separò dalla Maga e dall'Hotis, lasciandolo a proteggerla. «Chissà cosa gli sarà preso tutto d'un tratto.» si chiese James, osservando accucciato una coccinella prendere il volo da uno stelo d'erba. «Pensavo lo sapessi, dopotutto siete amici da più tempo di me.» ribatté la ragazza, osservando il punto in cui il pirata era scomparso. «A volte sa dimostrarsi imprevedibile.» si giustificò James, alzandosi e mettendosi le mani in tasca. «L'ho notato...» espirò la Maga, pensando ai suoi modi di fare. In quel momento lo vide in lontananza agitare una mano per incitarli ad avvicinarsi e i due si misero a correre giù per il pendio senza però riuscire a raggiungerlo; intanto Nails si era voltato e aveva cominciato a camminare senza aspettarli. Uno strano dubbio avvolse la ragazza. «Fermi! E' una trappola!» gridò una voce alle loro spalle. Ashley inchiodò di colpo, imitata dall'Hotis che l'aveva preceduta di poche falcate, e si voltarono ad osservare chi li aveva bloccati: dritto sulla collina Nails li stava scrutando con aria rimproverante e contrariata mentre l'altro Nails si dissolse nel nulla seguito da una risata simile al nitrito di un cavallo. «Trathley Kow... Sapevo che c'era il suo zampino!» invenì Ashley a denti stretti. «Se lo sapevi perché non ti sei fermata?» l'interrogò acidamente Nails, che si era avvicinato. «Non usare quel tono arrogante! Non è facile intuire le illusioni del Kow, e dovresti saperlo!» scattò Ashley infuriata. «Tu non hai nulla da dire, James?» grugnì il ragazzo all'Hotis. Lui abbassò la testa e le orecchie, e la scosse mogiamente. «Non rimproverarlo. Anche lui non lo sapeva!» lo difese Ashley. «Il suo compito era proteggerti, non lasciarsi abbindolare da una stupida illusione e seguirti a ruota!» abbaiò il ragazzo, indicandolo. Ashely sentì la rabbia montarle dentro ma ciò nonostante decise di ragionare lucidamente anche se non poté fare a meno di scambiare degli sguardi minacciosi con il pirata, poi il ragazzo le diede le spalle e s'incamminò su per il pendio, seguito a ruota da James che aveva le orecchie basse per la vergogna. La Maga rimase ferma ad osservarli allontanarsi, infine decise di seguirli a debita distanza; non capiva perché Nails se la fosse presa così tanto, dopotutto era risaputo che le illusioni e gli scherzi del Trathley Kow erano innocui, e quindi non le sarebbe accaduto nulla di male, al massimo sarebbe finita dentro una pozza di fango, un fiume o magari dentro qualche buca; presa com'era da quei pensieri non si era accorta di averli persi di vista e ora si ritrovò a vagare da sola in quella landa verdeggiante coperta da nuvoloni grigi. Si maledisse e cominciò a guardarsi intorno alla loro ricerca, senza trovarli; erano letteralmente scomparsi nel nulla e il panico cominciò ad impossessarsi di lei: voleva chiamarli ma un nodo alla gola impediva alle parole di uscire, senza contare che se nei dintorni ci fosse stato un wight sarebbe stata la fine per i due ragazzi; avrebbe potuto segnalare la posizione di dove si trovava, ma la cosa le si sarebbe potuta ritorcere contro. Senza più alcuna idea di come intercettare i due amici decise di proseguire da sola, sperando solamente di poterli trovare durante il percorso. Proseguì dritto fino a trovarsi accanto a un faggio dove si sedette a riposare, poi lo scalò e una volta in cima scrutò il paesaggio intorno a sè per vedere se trovava i due ragazzi, senza successo. Intorno a lei c'era solo il verde dei prati, il fruscio delle foglie degli alberi che spuntavano come fiori rari, e il grigio del cielo che diventata via via più minaccioso mentre in lontananza si vedevano dei fili elettrici che sparivano in un battito di ciglia seguiti da fragorosi clangori; era in arrivo una tempesta. Con rapidità scese dall'albero e cominciò a cercare un rifugio senza avere idea di dove fosse e dove stesse andando - sembrava una pecorella smarrita che bramava un riparo prima che il lupo potesse intercettarla e divorarla-; sentì un picchiettio sulla testa, poi due sulla spalla e un paio che correvano lungo la schiena e in fine uno scroscio d'acqua si riversò su di lei come un secchiello svuotato da una terrazza. Ferma sotto quel grigiore e quell'acqua, la ragazza si chinò per terra, posò le mani tra i fili d'erba umidi e creò intorno a sè una cupola di terra, radici e fango che le offrirono riparo, costandole un equo dispendio di energie. «Non ci voleva. Se continuerà a piovere non riuscirò mai a trovarli.» pensò, stringendosi nelle spalle sotto la mantella. Stanca per via della cupola eretta come riparo, e un po' affamata, decise di approfittare del temporale per riposare e studiare un modo per trovare Nails, James e anche suo fratello. Tre giorni fa si era lasciata alle spalle l'immensa prateria verdeggiante per inoltrarsi in una gola larga una trentina di gambe, piena i cespugli di ogni tipo che creavano sentieri naturali e si contendevano il terreno erboso coperto da una sottile nebbiolina che si diramava come serpentelli tra le radici e i fili d'erba; il tutto era chiuso da due imponenti pareti di roccia sulla quale timidi licheni, erbacce spinose e piantine di acero osavano crescere tra le crepe che si formavano dall'erosione dovuta alla pioggia o a strani fenomeni naturali. More, lamponi, mirtilli, fichi selvatici, panico - cespugli erbosi dai quali crescono semi che, se fregati tra le mani per eliminare la gluma esterna, tritati e cotti su pietra con l'aggiunta di un po' d'acqua creavano una pasta densa simile al pane - si estendevano a perdita d'occhio, tra rari meli, peri, ciliegi e quandion - un albero dal quale si ricavano frutti e buccia rossi commestibili; l'infuso di radici invece serviva a contrarre la stanchezza da viaggio; il decotto del legno esterno per combattere le malattie del petto mentre l'infusione di strisce di corteccia forniva un liquido che leniva il prurito e l'impasto dei semi era spalmabile sulle ferite -. Circondata da quella varietà di cespugli e piante mediche Ashley si stava divertendo a catalogare ogni singolo arbusto che vedeva, imitando scherzosamente i suoi insegnati di Palazzo di Magia e nutrendosi di ciò che le capitava a tiro, senza mai fermarsi più del dovuto per riposarsi e riacquistare le forze. Vagò in quella gola - che lei ribattezzò Gola dei Cespugli - per due giorni, accompagnata soltanto dall'incessante nebbia che fluiva dalla parte opposta, e dal cinguettio dei fringuelli che solcavano quel cielo finché la terza notte ebbe un'inaspettata sorpresa. Appollaiata su un robusto ramo di melo, intenta ad osservare pezzi di cielo stellato intrappolati tra le foglie e le radici dell'albero, un istinto indefinibile l'indusse a rimanere immobile, facendole spostare solo di lato lo sguardo, rendendosi conto che ad attirare la sua attenzione era stato un acuto lamento, fievole e ininterrotto. Quel suono, simile a un cavo sottile teso nell'oscurità, non lasciava presagire nulla di buono; era un gemito cupo e spietato che faceva stridere i denti. La fonte di quel suono, che all'inizio lei non era in grado di determinare, era una snella forma alata, che stava avanzando con estrema lentezza tra il fogliame, quasi alla ricerca di qualcosa. La luce delle stelle illuminava le membrane diafane, prive di colore, evidenziava le delicate antenne, la vita quasi femminea, il volto caratterizzato da sporgenti occhi sfaccettati e da una corta lingua, e gli arti, lunghi e sottili in modo incredibile, che splendevano come se fossero rivestiti di minuscole scaglie. Il gemito crebbe di volume. Sebbene la creatura non potesse girare molto la testa, sembrava non aver bisogno degli occhi per cacciare, almeno a giudicare dal tremolio delle antenne. Elegante, fragile, essa si fece sempre più vicina. «Ma certo! Come ho fatto a non riconoscerla prima! E' una Vettore!» la riconobbe. Quelle creature seguivano la traccia del respiro degli esseri viventi e puntavano verso il calore della loro carne come zanzare. L'unico modo per salvarsi era nascondersi sotto il fogliame oppure coprirsi con del terreno per nascondere l'odore, ma Ashley rimase immobile dov'era e chiamò a sè una lieve bufera che allontanò di qualche chilometro e forse più la cucilide. «Se qui c'è una cucilide, ciò significa che sono vicina alle Terre de Bronchos!» esultò la Maga, prima che un velo di tristezza le spegnesse la gioia. «Chissà se James e Nails sono già laggiù, o se sono riusciti a trovare una traccia su mio fratello.» pensò dopo, avvolgendosi nella mantella color felce che le aveva comprato il ragazzo. Sfiorando il tithal con le dita, assicurandosi che fosse ancora allacciato al suo collo, e protetta dalla barriera che aveva innalzato intorno a sé, la ragazza si addormentò al chiaro delle stelle. Si svegliò il mattino seguente, accarezzata dai raggi del sole che penetravano tra le foglie verdi del melo, e dal fastidioso ciangottio di alcuni fringuelli che si erano momentaneamente appollaiati su alcuni rami lì vicino e, dopo aver mangiato alcune grosse mele rosse, un pugno di more e aver bevuto la poca acqua che le rimaneva nella borraccia si mise in cammino di buona lena, canticchiando a bocca chiusa una melodia improvvisata, finché non vide davanti a sè l'uscita di quel posto. Se prima una nota di felicità l'aveva avvolta, ora sentì una strana sensazione di disagio prendere forma nel suo animo fino a diventare preoccupazione; la zona che portava fuori da quella gola brulicava di cose insalubri e maleodoranti. I cespugli intorno a lei presero ad animarsi di un'attività sempre maggiore. Come vespe rabbiose, strali invisibili sibilarono nell'aria, toccando il suolo con sbuffi di polvere e nebbia che si divideva, per poi appaiarsi in un soffio; tra le piante fecero capolino le facce astute e feroci di quei piccoli arcieri, sormontate da berretti rossi a forma di fungo. Sgomenta Ashley cominciò a correre, bersagliata da una pioggia di proiettili appuntiti che colpivano lo spesso mantello e le sfioravano gli arti esposti. Il terreno cominciava a farsi irregolare, disconnesso e fangoso, rendendole difficile l'uscita da quella strada e cominciò a temere di non riuscire ad uscire. Poco più avanti, però, i cespugli si diradarono, lasciando spazio ad un cumulo di nebbia più denso di quello che l'aveva accompagnata per tutto il tragitto e accolse la Maga in un freddo abbraccio, proteggendola dai proiettili dei berretti rossi che, non avendo più visuale cominciarono a tirare a caso fino a cessare l'attacco. Assicuratasi che gli eldritch non la potessero più infastidire si voltò, e scoprì di essere finita in un'insolita palude dove i prati erano grandi polle, fiumi o laghi d'acqua e i fiumi invece erano strisce di terra che reggevano a malapena mangrovie, salici piangenti e giunchi che affiancavano canneti di bambù d'acqua e ninfee, il tutto coperto da quella strana nebbia che sembrava non dovesse andarsene mai. «Le Terre del Bronchos.» Un brivido le accapponò la pelle e si strinse sotto la mantella. «Cos'era venuto a fare qui mio fratello?» si chiese vedendo l'ombra di alcuni salici sfilarsi nella nebbia sul lato sinistro. Schioccò le dita e creò sul palmo della mano una fiammella che si rifletté su quello strato di foschia, per poi rispecchiarsi in un fiumiciattolo lì vicino che si andava a nascondere sotto terra; facendo un respiro profondo col naso s'incamminò, tastando bene con il piede il terreno scivoloso e umido, avventurandosi in quelle terre selvagge e popolate da wight acquatici, sia seelie che unseelie. La nebbia si chiudeva dietro di lei, fruscii silenziosi si celavano tra i cespugli di erbacce e occhi la scrutavano in continuazione, maligni e curiosi.
  10. All'entrata erano stati fermati da due sentinelle che stazionavano sopra le torri in legno dell'ingresso, ponendoli ad un breve e assillante interrogatorio per verificare che non fossero eldritch e non avessero losche intenzioni. Nails rispose a tutte le domande senza smuovere un ciglio; erano una coppia di viaggiatori scampati per miracolo ad un assalto di pirati che avevano saccheggiato, depredato e ucciso l'equipaggio della loro imbarcazione per poi lasciarla al suo destino tra le montagne. «E quella pantera?» aveva domandato una delle sentinelle, indicando James. «James? E' addomesticato, non farà del male a nessuno.» aveva assicurato Nails, dando delle amichevoli pacche sulla schiena lucida dell'Hotis. Con scetticismo riguardo la docilità dell'animale i due decisero di farli passare, ma non prima di aver pagato il pedaggio per avere accesso a quel piccolo villaggio di pescatori. Con assoluta calma Nails si sfilò un borsellino da sotto il giustacuore color crema e aveva pagato sotto lo sguardo sgranato di Ashley - che cominciava ad avere alcuni sospetti riguardo le risorse di cui il ragazzo disponeva - e quelli stupiti delle due guardie che, dopo aver controllato l'autenticità delle monete, li lasciarono passare. «Dovremmo cercare una locanda dove passare la notte.» disse il ragazzo alla Maga, che annuì con aria distratta. «Hai notato che le porte sono in legno di sorbo e su alcune di esse sono inchiodati tithal di ogni sorta.» «Non mi sorprende; dopotutto sono stanziati su un lago, dove di wight d'acqua ce ne saranno a flotte.» le rispose, osservandosi intorno. Le palafitte si andavano ad incavallare le une sulle altre creando così grossi centri abitativi ed erano collegate tramite ponti, passerelle e piccoli moli, e su ogni banchina era attraccata una scialuppa o piccola imbarcazione; le reti da pesca erano stese lungo i moli, oppure ammassate per terra mentre ovunque si sentiva il puzzo di pesce - messo ad essiccare al sole, in salamoia oppure esposto su traballanti tavoli di legno - e il salmastro che saliva dalle profondità del lago. Nails, Ashley e James vagarono in quell'intrico di legno marcio e in stato di abbandono finché non videro un'insegna cigolante con intagliata una carpa che dondolava impercettibilmente davanti ai loro occhi. «"La Carpa che Piange". Un nome molto allegro per un posto molto allegro.» enfatizzò Ashley a bassa voce. «Sembra che sia l'unica locanda del villaggio. Entriamo.» decise Nails, spingendo la porta di frassino con una finestrella al centro. Il salone era enorme, vuoto e sporco, con sedie rotte a terra tra i resti di bottiglie e lische di pesce mentre al bancone un uomo russava beatamente con gli scarponi all'aria, le mani sulla pancia e la testa all'indietro. «Vogliamo prenotare due camere con cena e pranzo inclusi!» esclamò il ragazzo, sbattendo pesantemente una mano sul tavolo. A quel colpo l'uomo balzò giù dalla sedia come un sacco di patate e lanciò una serie di imprecazioni mentre si rialzava appoggiandosi al bancone e massaggiandosi il didietro; era alto il doppio di Nails, con un grembiule lurido che gli stringeva l'enorme pancia e aveva le mani di un vecchio falegname. Due baffi enormi ed arricciati gli coprivano la bocca e sulla testa pelata esibita un tatuaggio di uccelli-rettile. «Avete denaro?» ringhiò. Nails tolse la mano dal bancone e mostrò tre monete d'argento che il locandiere si affrettò a nascondere con fare furtivo, controllò l'autenticità con sguardo compiaciuto e poi se le lasciò scivolare nella tasca dei pantaloni. «Ovviamente desidererete che accolga anche questo sacco di pulci eh.» osservò con malignità. «Proprio così.» annuì Nails, allungandogli un'altra moneta. «Salite le scale, primo corridoio a destra, terza e quarta porta.» li istruì, indicando il lato sinistro del bancone. Il ragazzo fece un cenno di ringraziamento col capo poi seguì le indicazioni dell'uomo, portandosi dietro la ragazza, e si ritrovarono in uno stretto corridoio illuminato da fiaccole appese al muro intervallate da porte ammuffite, scardinate oppure completamente distrutte, assi cigolanti del pavimento e la tappezzeria che si scollava lasciando vedere la calce. «Che luogo orribile. Avrei preferito dormire in quel fienile pieno di insetti piuttosto che qui. Non mi stupisco che non ci sia anima viva.» mormorò Ashley con la pelle d'oca. «Non è il massimo, ma almeno dormiremo su dei materassi.» concesse Nails, guidandoli nel corridoio e passando vicino ad una ragnatela dove un ragno era intento ad avvolgere un moscerino nella sua bava. «Terza e quarta porta, siamo arrivati.» annunciò d'un tratto il pirata, fermandosi. Aprirono contemporaneamente le due porte e si trovarono davanti a due piccoli stanzini, con materassi mangiati dai tarmi, vasi da notte rotti infondo alla pedana e tavolini di legno gamulati. «Stavi dicendo?» ironizzò Ashley, voltando la testa verso di lui con fare disgustato. «Tra dieci minuti ci vediamo nel salone.» l'informò, chiudendo la porta alle spalle. Lasciata da sola nel corridoio, la Maga si fece coraggio ed entrò in quello stanzino. Si avvicinò all'unica finestra esistente e l'aprì con qualche difficoltà, poi si avvicinò al letto e tastò la resistenza della rete, ritrovandosi dopo pochi secondi col sedere per terra tra una nuvola di polvere. «Che postaccio maledetto! Spero solo che Nails non voglia fermarsi qui anche la prossima notte se no lo trasformo in un girino!» si augurò la Maga, alzandosi con uno scatto e ripulendosi gli abiti. «Guarda tu se doveva capitarmi proprio questo letamaio! Scommetto che in giro ce ne saranno di migliori!» aggiunse dopo, tossendo per via degli acari respirati involontariamente. Fortunatamente i dieci minuti erano passati abbastanza in fretta e quando s'incontrò col pirata - notando che anche lui aveva avuto qualche problema con la sua camera -, si accorse dell'assenza di James. «Dov'è?» gli chiese curiosa. «E' andato a fare una commissione per me, ci troverà in paese.» le rispose asciutto. «Perché volevi vedermi? Mi stavo divertendo tanto a scoprire cos'altro c'era di rotto nella mia cameretta.» si incuriosì con sarcasmo, dopo un attimo di silenzio. «Dobbiamo fare un po' di spese, e poi volevo parlarti...» disse, lasciando volontariamente la frase in sospeso. Ad Ashley non restò che seguirlo lungo le puzzolenti vie legnose di quel posto, restando in silenzio finché non si fermarono davanti a una bottega di vestiti. «Sarebbe meglio che ti cambiassi d'abito prima di incontrare tuo fratello. Non sai quante minacce dovrai superare per trovarlo, inoltre sarebbe meglio se prendessi qualcosa di comodo.» le disse, leggendo il suo sguardo perplesso. «Ma non ce n'è bisogno, davvero.» si apprestò a ribattere con imbarazzo. «Ma davvero? Così conciata ti ritroverai nuda prima di quanto pensi. Hai il giubbotto che sta perdendo pezzi, la gonna è stracciata ai lembi e i guanti si stanno sfaldando, anche se devo ammettere che la seta di ragno è dura da strappare.» le fece notare alzando un sopracciglio. Con una rapida occhiata Ashley si guardò e dovette ammettere che Nails aveva ragione. Il ragazzo le aprì la porta invitandola ad entrare con un trillo di un campanello attaccato all'angolo sopra di essa; lei, sospirando, si accomodò. «Benvenuti giovani signori, come posso esservi utile?» li accolse la voce untuosa di una donna sulla sessantina d'anni che apparì da dietro una tenda infondo al negozio. «Vorremmo acquistare dei capi d'abito per favore.» le rispose Ashley d'impulso, dopo aver dato un'occhiata in giro. «Certo certo signorina, date pure uno sguardo intorno e prendete e provate quello che più vi aggrada mentre io vedo di trovare qualcosa per il vostro fidanzato.» disse puntando gli occhi su Nails, che nel frattempo si era appoggiato al bancone degli incassi. La presa mancò per qualche istante sotto il gomito del ragazzo, che sbatté il mento sul tavolo, mentre la ragazza si mise a frugare tra gli abiti avvampando per l'imbarazzante malinteso. «Vi sbagliate signora, noi non siamo fidanzati. Siamo solo compagni di viaggio.» la corresse il ragazzo, calandosi il cappello sugli occhi. Anche se Ashley non lo vide, lo sentì che stava sorridendo sotto il cappello e non poté fare a meno di sorridere anche lei, mentre i suoi occhi scorrevano tra i tessuti colorati finché non si fermarono su una mantella color felce scura con tanto di cappuccio e una gonna turchese che le arrivava al ginocchio, che andò a provare dietro una tendina indicatale dalla negoziante. La gonna era di una manifattura leggera e teneva caldo - e descrisse un ampio cerchio quando lei girò su se stessa - e s'intonava con il corpetto blu; la mantella le arrivava ai gomiti senza intralciarle i movimenti e il cappuccio era largo e comodo; si guardò allo specchio e notò che la treccia che le aveva tenuto fermi i capelli si era ormai disfatta e decise così di scioglierseli, raccogliendoli in due codini alti che legò con i resti dei guanti - che aveva tagliato in striscioline - che sua nonna le aveva regalato alla sua partenza. Una volta assicuratasi di essersi sistemata, di aver controllato che la cintura con tutte le sue pozioni in miniatura chiuse dentro le cellette fossero a posto, uscì da dietro la tenda e vide Nails farle un cenno d'assenso, dopo di che pagò il conto mentre lei non smetteva di osservarsi soddisfatta; uscirono dal negozio e si diressero in un'altra bottega. «Tu non hai comprato nulla però.» osservò lei. «Non c'era nulla là dentro che m'interessasse.» ribadì Nails, camminandole accanto. «Non è che hai speso tutto per me, vero?» s'incuriosì Ashley con quel presentimento che le legava la gola. Il ragazzo non rispose. «Ti rimborserò prima o poi, è una promessa.» decise lei in colpa. «Non è necessario Ash, ho ancora qualcosa che mi servirà per il prossimo acquisto e poi non sono così mal ridotto come pensi.» le confidò un po' infastidito. L'aveva chiamata per nome; era la prima volta che succedeva da quando erano scesi dalla Lofty Mountains e uno nodo di felicità le strinse lo stomaco. «Quindi dove stiamo andando?» tornò alla domanda che l'assillava, scacciando ogni pensiero scrollando la testa. «A prendere qualche provvista per il viaggio, che domande! Come credi che sopravvivremmo se no?» le rispose indispettito. «Tu verrai con me?» si sorprese. «Dopo il pasticcio che hai combinato mi sembra il minimo!» esclamò spazientito. «Grazie.» farfugliò dopo un breve silenzio. Nails abbozzò un sorriso e annuì. Si fermarono prima in una bottega di un fabbro ad acquistare delle daghe, dei coltelli da lancio, delle frecce e un arco che il ragazzo si allacciò alla cintura e fissò dietro la schiena, poi andarono ad acquistare una bisaccia per contenere la frutta e delle provviste facilmente trasportabili che acquistarono in seguito. «Direi che non manca più nulla. Partiremo domani mattina al levar del sole.» decise Nails, mentre facevano ritorno alla locanda mentre il sole scendeva dietro le montagne. «Davvero? Non potevi darmi notizia migliore!» esclamò entusiasta lei, tenendo la bisaccia a tracolla ed osservando la sua ombra allungarsi sulla strada di legno e arrampicarsi sulla porta della locanda. Quando l'aprirono trovarono il salone ghermito di gente che proveniva da ogni parte del villaggio accalcarsi al bancone, circondare i tavoli e alzare i calici per urlare altro sidro, birra, vino o liquori forti da sgolare per dimenticare le preoccupazioni, per festeggiare il pescato o semplicemente per bere mentre una strana nebbiolina alleggiava sopra le teste dei presenti; in un angolo del salone due marinai stavano disputando una cospicua somma a braccio di ferro incitati dai loro compagni. «Penso che se vuoi trovare tuo fratello ti conviene chiedere a qualcuno di queste brave persone. Sembra che alcuni di essi provengano fuori da questo villaggio e forse hanno qualche notizia che ti può interessare.» le suggerì Nails, dando una rapida occhiata alla gente. «Cosa? No no. C'è troppa gente e non mi fido di nessuno di loro; farebbero di tutto pur di avere due soldi nelle loro marce tasche!» scattò lei irrigidendosi. Nails la guardò stupito. «Non avrai paura spero...» Lei non rispose e abbassò la testa. «Fammi capire, non hai esitato a chiedere a me, un pirata della peggior specie, e hai paura a fare una domanda a tutte queste persone?» «Non sfottere Nails. Queste persone che tu hai definito "normali" non mi piacciono e non mi avvicinerei a loro per tutto l'oro del mondo!» sibilò lei stringendo i pugni. Il ragazzo scoppiò a ridere e lei gli assestò un pugno sul braccio, poi si andò a sedere al tavolo che stava all'angolo opposto del salone mentre il pirata si accomodò di fronte a lei, girandosi verso la sala per godersi lo spettacolo inscenato da due barcaioli ubriachi; il motivo della discussione riguardava le reti da usare nel centro del lago per prendere il pesce migliore e i due avevano cominciato prima a urlare, poi ad insultarsi e per finire cominciarono a darsele di santa ragione - incitati dalle urla dei loro compagni - finché non intervenne il locandiere che li buttò nelle acque stagnati che passavano sotto la finestra del lato destro del salone per farli smettere. «Che fine ha fatto James? E' tutto il giorno che non l'abbiamo visto, eppure avevi detto che ci avrebbe raggiunto in paese...» rifletté dopo un lungo silenzio la Maga, giocherellando con una ciocca di capelli. Il pirata non le rispose, ma lei capì che anche lui cominciava a preoccuparsi del ritardo dell'Hotis, visto che aveva cominciato a tamburellare impazientemente le dita sul tavolo scheggiato mentre il locandiere gli serviva la cena. «Beh, almeno il cibo sembra buono. Pensavo di vedere galleggiare un occhio di qualche animale.» scherzò lei, tentando di distrarre il ragazzo senza molto successo. Non smetteva di osservare la porta e questo fatto cominciò a rendere nervosa la ragazza, che non sapeva cosa fare per attirare la sua attenzione. D'un tratto il pianto disperato di una donna s'insinuò nella locanda, facendo calare il silenzio tra i marinai; l'urlo angosciato si trasformava in un lungo lamento, sempre più acuto, per poi cedere il posto a disperati singhiozzi, suoni inarticolati che esprimevano un dolore indescrivibile. Quel grido annunciava sventura ai mortali. Nella locanda nessuno osava fiatare o muoversi mentre gli uomini si sentivano opprimere da uno strano, gelido senso di pesantezza che rallentava ogni movimento, persino respirare. «Una Piangente.» pensò Ashley, intercettando lo sguardo allibito di Nails. Il lamento riecheggiò tre volte, poi scese un silenzio quasi innaturale. Ben presto qualcuno sarebbe morto. Dopo aver consumato il pasto Nails e Ashley si diressero nelle rispettive stanze, mentre gli occhi dei marinai gli si puntavano contro con fare minaccioso e colpevole al loro passaggio verso le scale che portavano ai piani superiori, e una volta svoltato l'angolo videro James che fluttuava agitatamente nel corridoio. «Finalmente! Si può sapere dove ti eri cacciato?» sbuffò il pirata non appena lo vide andargli incontro. «Dobbiamo andarcene subito! Stanno arrivando dei wight unseelie da ovest!» strillò in ansia l'Hotis. «Sei sicuro? Non saranno magari delle illusioni di un Trathley Kow?» si assicurò il ragazzo. James scosse energeticamente la testa. Nails e Ashley si scambiarono uno sguardo d'intesa. «Prima abbiamo sentito una Piangente.» lo informò la Maga. «Un motivo in più per andarcene, non credete!» pestò l'Hotis, diventando sempre più nervoso e agitato. Per mutuo accordo i due ragazzi entrarono nelle loro mal ridotte camere, presero la bisaccia e la faretra con arco e frecce mentre uno strano odore gli riempì improvvisamente le narici, poi si precipitarono nel corridoio e fecero per scendere lungo le scale quando davanti a loro si parò uno spettacolo orribile: il villaggio prendeva silenziosamente fuoco mentre urla di donne, uomini, bambini e animali in preda dal panico scappavano da tutte le parti inseguiti dagli unseelie; l'attacco era cominciato. Scesero nel salone - deserto e con la porta mezza rotta che si puntava su un cardine arrugginito - scorgendo dell'acqua sul pavimento e che scendeva dai muri frantumati mentre le fiamme stavano bruciando le case davanti ai loro occhi, poi un cavallo nero sfrecciò davanti a quella pericolosa luce che mise in risalto i lineamenti perfetti ed affusolati del torso, le zampe lunghe e snelle e i crini che si sfaldavano nel vento in una chioma perfetta, rendendolo un campione nella corsa e nel fiore degli anni. «Che meraviglia...» s'incantò Nails, seguendolo con lo sguardo finché non sparì in un vicolo cieco. «Non c'è tempo Nails, andiamo!» lo incalzò Ashley, strattonandolo per una manica e infilandosi il cappuccio in testa. Guardò in basso, verso la gonna; la cintura era saldamente allacciata intorno ai fianchi. Il ragazzo si riscosse e li guidò fuori dalla locanda che aveva cominciato a bruciare anch'essa, dirigendosi nella parte opposta dalla quale era passato il cavallo e si nascosero tra le ombre delle case senza mai fermarsi o voltarsi indietro. Il vento portava le urla di donne disperate che tentavano di proteggere i loro bambini dagli assalti, le strilla dei neonati stretti tra le braccia delle loro mamme e gli ordini degli uomini che tentavano di proteggere la loro famiglia organizzando truppe poco disciplinate e organizzate, mentre il villaggio sull'acqua prendeva inesorabilmente fuoco senza che nessuno sapesse più fermarlo. Lei, Nails e James svoltarono una decina di angoli prima di trovarsi la strada sbarrata da un gruppetto di spriggan, che stavano pestando a morte un vecchio senza una gamba; impugnavano mazze spinose, lance e archi di piccola fattura. Erano alti tre piedi e mezzo, con le orecchie appuntite, le bocce grandi che mostravano gengive gialle e denti cariati, coperti da grandi nasi aquilini o a patata e avevano lunghe code spinose che agitavano con frenesia. «Spriggan!» latrò Nails, facendo da scudo alla Maga. «Siamo spacciati! Se fossero stati solo uno o due li avremmo potuti abbattere, ma qui sono almeno una ventina!» si disperò James, fluttuando sopra la spalla del ragazzo. «No, se io li fermo.» intervenì tranquillamente Ashley, avanzando lentamente verso la metà della strada. Gli unseelie presero a saltellare sul posto, pestandosi a vicenda, e sarebbero partiti all'attacco se Ashley non avesse spostato il fuoco che stava divorando un fienile lì vicino tra le due fazioni, impedendo così l'avanzata nemica per dare loro il tempo di scappare e imboccare un'altra via. Quando ormai riuscirono ad uscire dal villaggio, esso era completamente avvolto dalle fiamme mentre i suoi abitanti si erano rifugiati nella foresta con i loro pochi averi, i tithal e le loro famiglie, abbandonandolo a se stesso: una grande fiaccola vivente che si rispecchiava su uno specchio d'acqua scuro, immobile. «Vorrei sapere che cos'ha scatenato quell'attacco...» biascicò d'un tratto Nails, appoggiando una mano su una daga. «Vorrei saperlo anch'io... Non era un attacco della Caccia Selvaggia.» osservò James, con le sembianze di un ragazzino. «Forse non c'era un motivo particolare; gli spriggan a volte attaccano gli umani e scatenano su di essi il loro odio. A causa dei problemi che si stanno rivolgendo nell'Isola delle Terre di Alhba gli unseelie sono diventati incontrollabili...» ribatté Ashey, stringendo le spalle con le mani. Le fiamme le si rispecchiavano negli occhi color malva. «Comunque sia, ci siamo giocati il nostro unico passaggio verso un'altra Isola.» sbuffò amareggiato il ragazzo, calandosi il cappello sugli occhi. In quel momento qualcosa fendette l'aria e rischiò di colpire la Maga se lui non avesse intercettato e fermato il colpo con la daga, poi ne seguirono altri finché non cominciarono a piovere rami, sassi e ciottoli di vasi rotti seguiti da imprecazioni e preghiere di scongiuro provenienti dalla macchia di alberi che c'era alle spalle dei tre ragazzi. «Sono stati loro!» strillò una donna anziana. «Hanno attirato qui gli unseelie!» invenì un'altra più giovane. «La malasorte ci ha colpiti!» gridò un vecchio. «Devono andarsene!» finì un uomo. Impaurita dalla cattiveria della gente Ashley non seppe come difendersi, quando un poderoso ruggito fece tacere gli uomini. «Noi non abbiamo colpe!» si difese giustamente Nails, una volta che tutti si zittirono. «E' accaduto lo stesso fatto quattordici mesi fa quando un altro straniero ha varcato la soglia di Laketown, attirando l'Each Uisge e i cavalli d'acqua unseelie!» imprecò il locandiere della Carpa che Piange. «Andatevene!» gracchiò la negoziante di abiti. E ricominciarono a piovere sassi e rami. Non avendo alternative i tre si allontanarono, protetti dal campo magico della Maga, e si diressero a est del sentiero. Avrebbe voluto chiedere chi fosse stato quello straniero, ma la reazione di quelle persone non le diede il tempo e la voglia, temendo una reazione ancora più aggressiva nei loro confronti; avrebbe potuto usare i suoi poteri, ma questo forse avrebbe peggiorato solo la situazione. Camminarono per tutta la notte lungo il sentiero illuminato dalla luna piena finché non trovarono una baracca sul lato sinistro della strada - con le finestre che irradiavano la luce di una candela -, affiancata da un muretto di ciottoli e da uno steccato di legna sul lato destro. «Potremmo chiedere ospitalità.» suggerì James, tornato con le sembianze di un ragazzino di quindici inverni e con il cappuccio calato in testa. «Tentar non nuoce.» lo appoggiò Nails. Titubante la Maga accettò e bussò alla porta adorna di ferri di cavallo; venne ad aprirgli un vecchio esile e barbuto con una lunga veste da notte gialla, che reggeva una lanterna con una mano e si teneva alla porta con l'altra, scrutandoli con occhi stanchi. Ashley lo riconobbe subito: era il vecchietto che avevano incrociato quella mattina sul sentiero che portava a Laketown. «Perdonate il disturbo buon uomo, vorremmo chiedervi alloggio per questa notte soltanto.» disse gentilmente il ragazzo. «Non ho posto per voi, mi dispiace.» rispose prontamente lui, scuotendo la testa. «Perdonate, ho visto un vecchio fienile, per noi è più che sufficiente. La nostra amica sta male.» insistette Nails. Ashley improvvisò un colpo di tosse e si strinse nella mantella, fingendo di avere freddo e rendendo credibile la frottola del pirata mentre James le passò una mano sulla schiena e fece finta di reggerla. «E sia, non ho nulla in contrario.» cedette il vecchio, chiudendosi la porta di casa alle spalle e guidandoli lungo il sentiero che portava al fienile. Passarono vicino allo steccato ed entrarono nella seconda baracca, più grande della prima. Trovarono sotto un soppalco in legno un cumulo di fieno fresco - vicino al carretto che i ragazzi avevano visto quel pomeriggio -, con accanto sei stalli con altrettante mucche legate e affianco uno stallo più grande che conteneva il mulo, mentre una scala di legno reggeva una decina di polli e galline ruspanti che dormivano beatamente su ogni piolo. «Spero solo che gli animali non vi disturbino.» rise il vecchio, lasciando la lanterna appesa al muro prima di chiudere il portone in legno. Dopo una rapida occhiata alla stalla la ragazza si avvicinò al cumulo di fieno e ci si tuffò dentro, imitata subito dopo da James e Nails. «Ottima frottola.» lo elogiò lei. «Interpretazione perfetta, per un momento ho creduto davvero che stessi male.» ricambiò lui, incrociando le mani dietro la testa. «Forse mio fratello è passato di qui.» cambiò discorso lei, ricordandosi le parole del locandiere. «Ho sentito anch'io quello che ha detto quel tizio, e l'ho sospettato...» le confidò il pirata fissando un buchino nel soppalco. «Allora c'è una speranza!» si animò Ashley, fiduciosa. Nails scrollò le spalle e in quel momento il portone si riaprì nuovamente, lasciando entrare il vecchio che portava una grossa ciotola con tre cucchiai di legno. «Ho pensato che avreste gradito un po' di zuppa.» si giustificò. James si alzò dal pagliericcio e gli prese gentilmente la scodella dalle mani nodose, rivolgendogli un grazie, poi tornò da Ashley e gliela consegnò. «Se non c'è altro, io tornerei a dormire.» li salutò il vecchio voltandosi ed avviandosi alla porta. «Scusate se vi fermo, ma avrei una domanda da farvi.» lo bloccò Ashley. «Se posso rispondere.» sottolineò l'uomo, fermandosi e ruotando di poco la testa. «Negli ultimi quattro anni non è che è passato di qui un ragazzo con i capelli neri e gli occhi come i miei? E' molto importante!» gli chiede tutto d'un fiato e dimenticandosi di essere malata. Il vecchietto, momentaneamente stupito dell'improvviso benessere della ragazza, si portò una mano alla barba e cominciò a lisciarsela, riflettendo. «Ora che me lo fai notare, non è la prima volta che sento questa descrizione e penso di aver visto qualcuno che ti somiglia, forse quattordici mesi fa. Un ragazzo simile alla tua descrizione mi ha chiesto ospitalità come avete fatto voi questa sera.» si ricordò l'uomo, indicandola e voltandosi verso di loro con movimenti lenti. «Sapete dov'era diretto?» si affrettò a chiedergli lei, balzando in piedi. «Non me l'ha detto, e francamente a me non interessava. So solo che il mattino seguente si è diretto nelle Terre del Bronchos, a sud di Rustling Island. Diceva che là qualcuno gli avrebbe dato un passaggio.» le rispose il vecchio, grattando la testa. «Le Terre del Bronchos? Ne siete sicuro?» si allarmò Nails, alzando la testa. L'uomo fece un vago cenno e il ragazzo si rabbuiò. «Perché? Cosa c'è laggiù?» s'incuriosì la ragazza, girando la testa verso il pirata. «Ogni singolo eldritch che ama l'acqua, sia seelie che unseelie.» le rispose James, leggendo i pensieri del ragazzo. Come se una freccia le avesse colpito il petto, la ragazza barcollò appena e si appoggiò allo stipite che reggeva il soppalco: finalmente si stava avvicinando a suo fratello, ma sapere che si trovava in una terra di wight le dava una brutta sensazione. «Vi sentite bene?» si preoccupò il vecchio, vedendola impallidire. «Grazie per l'informazione, vi auguro buon riposo.» gli rispose lei, congedandolo con un gesto della mano. L'uomo fece un cenno con la testa e tornò nella sua baracca, senza toccare le due monete che Nails gli aveva allungato per ringraziarlo delle informazioni e per avergli offerto un tetto sulla testa. «Dobbiamo dirigerci là il prima possibile per favore.» decise Ashley, riscuotendosi dai suoi pensieri. «Prima però è meglio riposare un po'.» ribatté James dandole la scodella ancora calda che la ragazza aveva appoggiato per terra. «Partiremo domani sul tardi, giusto il tempo di riposarci e riacquistare le forze.» promise Nails, trattenendo uno sbadiglio. La Maga fissò la zuppa di cereali, ne mangiò una parte e lasciò il resto ai due amici, che si divisero, poi si rannicchiò nel fieno e lasciò che il sonno le chiudesse gli occhi.
  11. Il tempo rallentò ancora. I suoi arti si agitarono, nella vaga ricerca di un appiglio solido, il sangue le salì alla testa in una marea oscura mentre il vento minacciava di strapparle la carne dalle ossa; la cosa che poco prima l'aveva scagliata fuori bordo ora stava precipitando con lei. In qualche modo le si era agganciata alla vita per poi avvolgerla come una coperta, proteggendola, e lei gli si aggrappò stringendo i pugni e serrando gli occhi, per evitare che il vento glieli strappasse dalle orbite o l'aria sferzante glieli ferisse, abbandonandosi al più assoluto terrore: avrebbe urlato se il vento non le avesse impedito di aprire la bocca. «Usa i tuoi poteri! Usa i tuoi poteri!» Riscuotendosi da quello stato di paralisi finalmente l'incantesimo per la levitazione le tornò alla mente e, senza usare le mani, creò una specie di spinta che rallentò la caduta, finendo tra le foglie - fredde e sottili come aghi - e i rami che pungevano nel cedere, spezzandosi e crepitando. Improvvisamente quella specie di robusto mantello si staccò solo per metà da lei, lasciandole intravedere solo una marea di aghi di pino e cortecce, e senza mai lasciarla del tutto si incastrò ad un ramo, penzolando come pesci presi all'amo. Purtroppo la presa durò pochi secondi perché il ramo di spezzò e i due ripresero a cadere, atterrando su un altro ramo - più solido e grosso - al quale la ragazza si aggrappò con determinazione, mentre sotto di lei gli aghi di pino cadevano al suolo in una pioggia verde. Si era fermata. Il mantello che fino ad un attimo fa l'aveva protetta dalla caduta, ora giaceva accanto a lei, nella parte più interna verso tronco, mentre la ragazza non si mosse di un millimetro: terrorizzata, con gli occhi ancora chiusi, il fiato corto e il cuore che rischiava di uscirle dal petto per la paura, non osava muovere un solo muscolo. «Che bel volo!» esclamò una voce, che all'inizio lei non identificò. «Da qui non ci possono raggiungere, forse ci crederanno per morti, e la cosa andrebbe a nostro vantaggio.» aggiunse. «Nails!» strillò lei, riconoscendo finalmente la sua voce. «Allora è stato lui a buttarmi fuori bordo!» pensò con un tuffo al cuore. «Puoi anche aprire gli occhi, ora sei al sicuro.» le disse, mentre si ripuliva da alcuni aghi di pino che si erano insinuati tra le pieghe del giustacuore, lungo fino al ginocchio. Lei lo fece e si trovò davanti un rametto di aghi di pino scuri, sottili e con lievi tracce di resina. «Siete stato un pazzo a fare un salto da quell'altezza!» inveì in quel momento una vocina che si avvicinava da un punto imprecisato. «James, ci sei anche tu?» «Certo, non potevo lasciarti da sola con questo individuo avventato!» esclamò l'Hotis, spuntando da dietro il tronco. Un velo di stupore dipinse il volto della ragazza: era la prima volta che sentiva James usare quel tono confidenziale con Nails, e questo creò qualche sospetto riguardo la relazione che c'era tra i due personaggi. «Forza, dobbiamo scendere da qui. Temo che questo ramo non ci reggerà ancora per molto.» suggerì in quel momento Nails, valutando i rami intorno a loro. Tremante come una foglia Ashley strisciò lungo il ramo resinoso e prima che riuscisse ad arrivare al tronco qualcosa la sbilanciò e cadde nuovamente, atterrando questa volta su un morbido tappeto di vecchi aghi di pino e cascate di lilla profumati color malva, bianco e rosa scuro che crescevano tutt'intorno; davanti a lei, eretto su una radice del pino e con una mano appoggiata al tronco resinoso, Nails stava scrutando il territorio circostante con aria pensosa. «Oh. Ce l'hai fatta a scendere.» disse, mostrando una reazione sorpresa. «Se per caso ti stessi chiedendo se sto bene, la risposta è sì!» ribatté lei, alzandosi dal suolo e spolverandosi dall'abito i residui degli aghi di pino. «Bene, perché dovremmo camminare parecchio.» l'informò sistemandosi il balteo sulla spalla destra e l'enorme cappello in testa. «Cafone, arrogante e altezzoso.» pensò Ashley sbuffando. James le fluttuò accanto, e dopo una fugace occhiata per controllare chissà cosa, Nails si avviò con passo deciso e sicuro tallonato dalla ragazza. Là non c'erano sentieri o, se c'erano, non sembravano affidabili - stretti e tortuosi com'erano - soprattutto non sembravano dirigersi da nessuna parte. Gli insetti ronzavano nell'aria umida e profumata e la luce filtrava attraverso i sottili aghi della pineta, creando fili di luce che si ramificavano nel morbido terreno. «Mentre stavamo scendendo dalla Lofty Mountains ho dato un'occhiata nei d'intorni. Dovremmo camminare verso nord-ovest, tenendo le alture sulla destra.» Nails stava procedendo con innata sicurezza, spostando i rami che gli sbarravano la strada e aggirando i pini, come se stesse cercando una pista che solo lui poteva vedere, distanziando di dieci passi la Maga; non un ramo secco o una foglia si spezzavano al suo passare, come se levitasse a pochi centimetri dal suolo e per quanto anche lei cercasse di evitare di pestare i rami secchi, c'era sempre qualcosa che le finiva sotto gli stivali producendo spiacevoli scricchiolii che la irritavano. James, d'altro canto, era occupato ad inseguire farfalle, batuffoli di piume che sfrecciavano come siluri da un ramo all'altro ed alcune grosse mosche, senza mai allontanarsi del tutto dai due ragazzi. Camminarono in silenzio per un mutuo accordo e per un tempo indefinito; accompagnati soltanto dal rumore del bosco i tre viandanti superarono minuscoli ruscelli che scendevano a valle, felci nane e strati di muschio che si contendevano il suolo con ammassi di vecchi tronchi caduti, rendendo difficile avanzare. «Fermiamoci qui, tra poco farà buio e non voglio fare spiacevoli incontri.» decise infine Nails, fermandosi vicino ad un ruscello per scrutarsi intorno con fare circospetto. Da dietro il tronco di una abete sbucò Ashley, trafelata. «Era ora, sono esausta! Ehi, Gran Passo, non potresti andare un po' più piano per favore?» ansimò la ragazza, appoggiandosi al tronco dell'abete. «Se vogliamo rimanere interi suggerirei però di arrampicarci lassù.» proseguì il pirata, analizzando il tronco e i rami di un vecchio pino silvestre. «Sai arrampicarti?» domandò dopo, posando lo sguardo sulla ragazza. Combattuta tra la voglia di prenderlo a pugni e quella di fargli un dispetto, la ragazza si avvicinò alla pianta, si slacciò la cintura con al suo interno tutto il necessario per medicare le ferite e la passò intorno all'albero usandola come punto di forza per poi iniziare la scalata fino al primo ramo; una volta seduta sopra si voltò verso il basso e lanciò uno sguardo orgoglioso al ragazzo, che aveva cominciato pure lui l'arrampicata guardando dove appoggiarsi. «Ti consiglio di salire ancora un po' se vuoi proseguire domani.» le suggerì, continuando a salire. Gonfiando le guance in uno sbuffo di impazienza, Ashley prese a seguirlo fino ad arrivare più o meno alla metà dell'albero dove finalmente si fermarono: non si era accorta di quanto in alto fossero, né sapeva dire di quanto avesse scalato, sapeva soltanto che aveva le braccia a pezzi e le dolevano le mani. «Non sapevo che amassi tanto gli alberi.» commentò sarcasticamente il pirata, osservandola abbracciata al tronco. «Smettila!» strillò lei con voce tremante. «Soffro un po' di altitudine, e allora?» aggiunse, girando la testa verso di lui. Nails si lasciò sfuggire un sorriso derisorio e scosse il capo; era a metà del ramo, manifestando una perfetta sicurezza stando con le gambe a penzoloni da un lato, e muovendosi come un acrobata quando si drizzò in piedi, facendolo oscillare leggermente il loro sostegno per poi risedersi con una gamba a penzoloni. Si mise a frugare nella bisaccia - che aveva tenuto per tutto quel tempo dietro la schiena - prelevando del pane duro, alcuni frutti secchi e dell'uva passa. «Avrai fame...» E le lanciò un pezzo di pane che lei afferrò con una mano, mentre con l'altra si teneva ancorata al tronco. Grandi stormi di uccelli tornavano ai loro nidi, scatenando un fragoroso ciangottare nella pineta, ma nessuno di essi si andò a posare sull'abete. «Sta per scendere la notte, è questione di un'ora, massimo due.» osservò James, di ritorno dopo un piumoso spuntino. «Ci conviene riposare. All'alba riprenderemo il cammino.» decise Nails, sistemandosi alla bell'e meglio sul grosso ramo. Ashley non ribatté; la stanchezza e l'adrenalina accumulatasi in quella lunga giornata l'avevano spossata e ancorata alla ruvida corteccia cercò di prendere sonno, sentendo James che si andava ad accoccolare in grembo facendo le fusa come se fosse stato un gatto vero. Le note argentine del verso di una gazza trapassarono l'aria come una campana mentre l'alba, come un alchimista, trasformava il colore delle foglie da un azzurro grigiastro a un verde dorato. I tre erano in marcia da un paio d'ore, lasciandosi alle spalle la pineta per entrare in una foresta di aceri, betulle, frassini, querce e castagne dove piccoli animali sbucavano dai cespugli per darsi subito alla fuga, stridendo; ovunque erano visibili grossi funghi arancioni, minuscoli uccelli dagli occhi scintillanti che litigavano tra i cespugli e un riccio che stava scavando tra le radici fibrose di un frassino di montagna. Guardandosi intorno Ashley cercò di capire da che parte dell'Isola di Airha si trovasse, senza avere alcun successo, poi un lampo l'illuminò; il suolo con fiori di lillà, felci e muschio, e quella strana presenza che la circondava da quando erano caduti dalla Lofty Mountains erano originarie di una sola Isola di Meris, quella che si trovava più a sud-est: la Rustling Island. «Eh già, siamo finiti nel territorio preferito dei wight. Me ne sono accorto anch'io mentre studiavo il percorso da seguire.» sussurrò discretamente Nails, guardandosi intorno attentamente. «Abbiamo viaggiato a sud-est di Meris in dieci giorni circa? E' incredibile.» commentò tra sé la ragazza, seguendo la guida. «Se non vado errato però ci dovrebbe essere un villaggio di uomini da qualche parte... Forse oltre le alture.» proseguì il pirata, fermandosi accanto a una quercia. Improvvisamente sentirono come lo zoccolio di un daino percorrere di corsa un punto lontano sulla destra e non appena quel martellio di zoccoli li raggiunse e oltrepassò, perdendosi in lontananza, i tre non furono in grado di scorgere la fonte di quel rumore; d'impulso Ashley accelerò il passo, così facendo si scontrò con la schiena di Nails che si voltò di scatto estraendo una daga da sotto il giustacuore. «Scusa...» riuscì a mormorare, alzando lo sguardo pallido sul ragazzo. Lui si rilassò, ripose l'arma nell'apposita fodera, e si voltò per proseguire. «Qualsiasi cosa accada, non mostrare mai paura; se un wight coglie questo punto debole, in qualche modo sei in suo potere.» le sussurrò. «Lo so, ce l'hanno insegnato al Palazzo di Magia, con chi credi di avere a che fare?» esordì la Maga, mostrando una spavalderia che nascose momentaneamente il tuo irrigidimento. Nails si fermò e inarcò un sopracciglio, serafico. «Va bene, forse ho qualche problema a gestire le mie emozioni...» concesse, tenendo gli occhi puntati al suolo e tenendogli dietro. «Solo qualche?» la punzecchiò il ragazzo. «Mi appello al diritto di non rispondere.» sentenziò lei, prima che il pirata scoppiasse a ridere. Poteva sembrare strano, ma in un certo senso cominciava a piacerle; vedeva il lato positivo in ogni situazione, sapeva togliersi dai guai con naturalezza, e inoltre le aveva salvato la vita dai suoi compagni, rinunciando alla sua vita da pirata per lei. Con un risolino gli passò davanti, mentre un passero le tagliò la strada a sua volta - andandosi ad appollaiare su un faggio alla sua sinistra - quando improvvisamente gli stivali di Nails si sollevarono da terra e un suono rantolante uscì dalla sua bocca, ma fu stroncato sul nascere: un ramo di agrifoglio gli si era avvolto intorno al collo e lo stava soffocando. In preda al panico Ashley schivò un altro ramo spinoso che le si stava avvicinando, poi concentrò le sue energie e con un gesto della mano destra obliquo - da sinistra verso destra - tagliò il ramo che stava uccidendo il ragazzo. «Via!» strillò James che stava fluttuando alla rinfusa sopra le loro teste. Dopo aver preso il braccio del pirata ed averselo fatto passare dietro il collo, lo sollevò da terra e si allontanarono a passo spedito da quella macchia di piante assassine. «Piante strangolatrici... Non avrei mai creduto di incontrarne così tante in un punto solo.» sussurrò lei, assicurandosi di essersi distanziata a sufficienza. «Dimentichi che siamo a Rustling Island, il luogo preferito degli eldritch.» rantolò Nails, tenendosi il collo sanguinante con la mano libera. Si allontanarono ancora di qualche chilometro per poi fermarsi a riposare sotto un vecchio frassino, con le radici che correvano in superficie creando delle nicchie alla base del tronco, e mentre James - trasformatosi in pantera senza che nessuno lo vedesse - faceva la guardia da eventuali pericoli, Ashley curò l'escoriazione sul collo del ragazzo con un unguento oleoso che profumava di lavanda. «Ci conviene riposare un po' e mangiare qualcosa prima di rimettersi in marcia.» suggerì, fasciandogli delicatamente il collo. «Solo il tempo di mandare giù un boccone; non possiamo stare troppo a lungo in un posto. Non è prudente.» acconsentì Nails, con la schiena contro il tronco. Mangiarono gli ultimi acini di uva passa accompagnati con del pane duro e una zuppa a base di funghi, raccolti precedentemente, bevvero un po' d'acqua e scrutarono di tanto in tanto il territorio intorno a loro. Nulla sembrava disturbare quella quiete innaturale, eccetto il ciangottare dei passeracei e il fruscio causato da qualche animale del sottosuolo. «Dunque saresti una Maga.» disse Nails, dando l'impressione di riprendere un discorso interrotto, anche se non era così. «Sei deluso? Ti aspettavi forse una vecchia rachitica, con la fronte cinta da un nastro di cuoio raffigurante una pietra preziosa, e con in spalla un corvo? Oppure un'affascinante donna con un cappello a punta e che reggeva una fluttuante sfera di cristallo?» lo punzecchiò lei, osservando la punta dei suoi stivali seduta sopra la radice del frassino. «No. Io non conosco bene Stregoni, Maghe, Guaritrici e via dicendo. A dire il vero non sapevo cos'aspettarmi da te; credevo fossi solo una normale ragazza fatta schiava a Gilvaris Tarv, non una pianta grane.» rispose lui, allungando le gambe. «Non sei per niente carino! Ti ho allontanato da una strada orribile che ti avrebbe portato all'impiccagione!» scattò lei, offesa. Nails la fulminò per qualche istante, poi alzò la testa verso la chioma verdeggiante del frassino. «Avevo i miei motivi per stare su quella via.» mormorò. «Ma voi Maghe non dovreste usare bastoni, bacchette o sfere di cristallo per far affluire i vostri poteri?» intervenì in quel momento James, ciondolando su un rametto alla loro destra. «In verità sì, ma solo io sono l'eccezione e nessuno sa spiegarsi il motivo. Alcuni hanno persino creduto che fossi una Fatata, ma hanno scacciato subito quell'idiozia.» spiegò loro la ragazza, appoggiandosi sui gomiti. «E perché?» volle sapere l'Hotis. Ashley sorrise e scrollò le spalle. «Beh, i miei genitori sono comuni umani. Non possiedo la Loro bellezza, e poi c'è un altro motivo.» disse un po' imbarazzata. «Quale? Quale?» James non riusciva più a stare tranquillo da quando venne a conoscenza del segreto della Maga. «Quando uso i miei poteri mi indebolisco, a seconda del tipo di incantesimo che voglio usare.» svelò rabbuiandosi. «Spiegati meglio.» l'incalzò Nails. «Gli incantesimi base - come richiamare l'acqua nelle mani, il vento, o accendere un fuoco - sono incantesimi facili che richiedono poco potere, dato che l'aria contiene piccole particelle che si trasformano in acqua e il fuoco si crea con la vibrazione di piccole particelle che stanno nell'aria.» spiegò, sorprendendosi lei stessa di ciò che stava dicendo. «Far crescere un germoglio o una pianta richiede una quantità mezzana di potere; mentre creare una sfera di luce, moltiplicare gli oggetti o il cibo, fluttuare nel cielo richiedono molta più energia.» aggiunse. «Molto interessante. Direi sorprendente.» mormorò Nails rapito da quella spiegazione. «E quella sfera d'aria che hai creato sul ponte per difenderti quindi non ha risucchiato tutte le tue energie.» si ricordò l'Hotis, scendendo verso il suolo. «Solo un po'.» ammise lei, sgranchendo le braccia verso l'alto. Ci fu un attimo di silenzio, nel quale ognuno perse i proprio pensieri, poi Nails decise che la pausa era finita e si rimisero in marcia fino al calar del sole, seguendo un percorso che s'inerpicava su una via ripida dove un improvviso mutamento del clima li accolse in una pioggerellina primaverile che s'insinuò sotto i loro vestiti e gli bagnava il volto. «Non possiamo procedere con questa pioggia. E' meglio trovare un riparo.» suggerì James, nascosto tra le pieghe del mantello del pirata. «Se ci fermiamo potremmo avere sorprese poco piacevoli.» ribatté il ragazzo, procedendo con una mano davanti al volto. «Così facendo però non risolveremo nulla!» ribadì Ashley cercando di stargli dietro. Nails si fermò un attimo, poi fece cenno alla Maga di seguirlo e si ritrovarono di fronte ad un vecchio fienile abbandonato. Con un calcio secco aprì la vecchia porta in legno marcio - sollevando una nuvola di polvere che li fece starnutire - e si rifugiarono al suo interno; per terra si potevano scorgere residui di fieno e paglia, un vecchio sgabello a tre gambe rovesciato e una botola chiusa con i chiodi. «Beh, non è granché ma è pur sempre meglio che là fuori.» commentò Ashley massaggiandosi le braccia, infreddolita. Le ragnatele formavano delle tende naturali tra gli angoli, e dal soffitto scendevano verso terra mentre piccoli insetti di ogni sorta si andarono a nascondere tra i buchi del pavimento, infastiditi dall'intrusione dei tre ragazzi; a quella vista Ashley avrebbe preferito un luogo con un'amaca appesa tra le pareti, un letto un po' malandato o almeno un tavolo su cui appoggiarsi ma ormai la pioggia fuori era aumentata e sembrava non smettere. «Forza dormiamo.» li incoraggiò Nails, trovandosi un angolo sul pavimento freddo e sdraiandosi con naturalezza. Dopo aver dato un'altra occhiata intorno a sé, la ragazza si arrese all'evidenza e si sedette sul pavimento polveroso, coprendo la casa con una barriera protettiva. Incapace di prendere sonno, la Maga sentiva intorno a sé il ticchettio delle zampe di millepiedi e insetti col carapace - immaginandoseli che si arrampicavano lungo le gambe e le braccia per infilarsi sotto i suoi vestiti e mordicchiarla -, poi occhi che la scrutavano continuamente e temeva lo strisciare di rettili che sarebbero potuti entrare dalla porta aperta. Mettendosi a sedere decise di accendere un fuoco usando lo sgabello rotto e qualche pezzo di legno che era caduto dal soffitto quando qualcuno da fuori attirò la sua attenzione. Girando rigidamente la testa verso la porta scorse nella penombra della pioggia un bellissimo cavallo nero a poche falcate dall'ingresso, che la osservava incuriosito con occhi profondi e simili a polle d'acqua e la criniera che si sollevava al fruscio del vento; i lineamenti erano forti e affusolati, donandogli un aspetto regale. «Non sembra un Glastyn, e neppure l'Each Uisge. Forse è un nygel...» pensò, restando immobile. Insicura di che eldritch si trovasse davanti decise di non abbassare la barriera e sperò che né Nails né James si svegliassero; alla fine, dopo lunghi attimi interminabili, dove l'animale e lei si osservavano incessantemente, lui se ne andò trotterellando via e lei tornò a rilassare i muscoli che le stavano dolendo per lo sforzo di non muoversi. Forse la barriera protettiva aveva funzionato e il cavallo d'acqua non si sarebbe potuto avvicinare neanche se l'avesse voluto, o forse non l'aveva vista, oppure il suo tithal di pietra bucata - regalo di sua zia - l'aveva protetta. «No, gli eldritch vedono bene di notte.» si ricordò, scuotendo la testa. Un lampo di genio la colse: gli eldritch wight non potevano varcare le soglie di case, o in questo caso di un vecchio fienile, se non invitati a farlo. Rassicurata da quell'illuminazione si cinse le gambe con le braccia, schioccò le dita e fissò il fuoco che aveva acceso mentre la pioggia tamburellava incessantemente sul tetto di paglia e fango, sulle foglie degli alberi e sul terreno erboso. Distrattamente voltò lo sguardo dove Nails riposava e incrociò il suo volto: dormiva beatamente, come se nulla lo disturbasse, e la luce del fuoco creava delle ombre su di esso, rendendolo affascinante. Con un flebile sorriso osservò i lineamenti del viso del suo salvatore: quelle strane ciocche rosse nei capelli biondi che sembravano papaveri in un campo di grano, le labbra fini e rosee e gli zigomi dolci tra cui la cicatrice sulla guancia sinistra lo rendevano rassicurante. Un ramo le frustò il viso. Con un movimento secco e irritato se lo spostò di dosso, proseguendo alle spalle di Nails e la pantera James che giocava con delle mosche e farfalle che gli passavano davanti. «Dovremmo essere molto vicini.» l'informò il pirata, superando dei cespugli di rovi. «Perché questa frase non mi è nuova? Forse perché è esattamente la stessa che hai detto tre ore fa, eppure non arriviamo mai, guarda un po'.» osservò sarcasticamente lei con il fiato corto. Erano quattro giorni che camminavano sotto quell'intrico di rami, foglie e radici, cespugli e sassi, sussultando a ogni minimo rumore e cercando dei rifugi asciutti per quando pioveva, senza mai tuttavia scorgere o raggiungere il famoso villaggio che Nails sembrava conoscere. «Beh, questa volta è vero.» assicurò il ragazzo, uscendo dal bosco. Imitandolo la ragazza si trovò davanti a una strada che sbarrava loro il cammino e più in là, oltre una vallata verdeggiante e uno strapiombo, scorreva un fiume alimentato da un lago più a ovest; su esso di ergeva un villaggio costruito su delle palafitte. Dopo aver scoccato un'occhiata compiaciuta alla ragazza, si mise in testa e la guidò verso il villaggio mentre un malandato carretto trainato da un mulo, veniva loro incontro; in cassetta c'era un vecchio, magro, barbuto e con un grosso cappello di paglia che gli copriva il volto. Si incrociarono senza proferir parola o scambiarsi un saluto. Forse il vecchio non li aveva visti, o forse non li voleva salutare, oppure temeva la grossa pantera che li affiancava. «Non è molto solidare...» mormorò Ashley. «A quanto pare. Meglio stare attenti, non so perché ma tira una brutta aria.» disse lui guardingo. «Certo che ne hanno di coraggio per costruire delle palafitte in una terra preferita dai wight.» osservò la Maga, tornando a guardare il villaggio. Nails non rispose e proseguì lungo la strada che affiancava il lago finché non si trovarono davanti ad una biforcazione con al centro una stele di pietra che incideva due frecce indicanti le due strade; per tacito accordo presero quella di destra. Più si avvicinavano al villaggio, più la Maga si accorgeva di com'era spoglio, povero e sinistro quel posto, come se fosse avvolto da un'aura oscura; piccole imbarcazioni erano attraccate ad ammuffite banchine di bambù, che si diramavano come le vie di una strada di terra vicino alle capanne fatte di legno, paglia e fango. «Che posto desolato.» Il ragazzo sembrò leggerle nel pensiero e - senza fermarsi o rallentare - le posò una mano sulla spalla come per confortarla, abbozzando un lieve sorriso quando lei alzò lo sguardo su di lui. Anche James le fu di conforto, strofinando la testa contro il suo fianco e facendo le fusa.
  12. Non sapeva dire quanto avesse dormito, né che ore fossero, sapeva soltanto che ora si sentiva meglio e doveva escogitare al più presto un modo per andarsene da quel brigantino e lasciarsi alle spalle quella gentaglia. «Ben svegliata. Il Vice Capitano mi ha ordinato di servirti la colazione.» cantilenò allegramente una voce giovane, proveniente da chissà quale lato della cabina. Aprì gli occhi dopo esserseli strofinati un paio di volte con le nocche delle dita si trovò davanti ad un ragazzino di circa quindici primavere, con un paio di orecchie da gatto che spuntavano dalla nuca e una coda nera che scodinzolava al vento. Indossava una camicia azzurra con un giacchino col cappuccio di stoffa riciclato e un paio di vecchi logori pantaloni color seppia. «James?» farfugliò intontita. «Proprio io, chi credevi che fossi?» annuì il ragazzino voltandosi verso un comodino. «Ma per caso sei un muta forma?» esclamò scattando a sedersi. «Muta forma? No, io sono un Hotis.» la corresse con sguardo perplesso. «Hotis..?» ripeté lei, ancora più confusa di prima. James annuì un paio di volte poi si voltò verso di lei e le porse una scodella di legno e un pezzo di pane; nel vedere la poltiglia verde color muffa dentro la scodella dove galleggiavano dei pezzi indefiniti di verdure marce Ashley storse la bocca in un espressione di disgusto e rifiutò di mangiare il contenuto, preferendo invece di assaggiare il pane nero, trovandolo duro e con qualche segno di degradamento. «Come vorrei riavere la mia bisaccia.» sospirò affranta, ripensando alle delizie che c'erano custodite dentro. Posò lo sguardo oltre l'oblò e vide che stavano navigando su una zona montuosa dove bianchi cirri tagliavano le cime della montagne e gli stambecchi saltavano di roccia in roccia. «James, gradirei riavere i miei vestiti.» gli chiese dopo un lungo attimo di silenzio. «Ciò che la signorina ordina, la signorina avrà.» disse l'Hotis con un inchino e uscendo dalla stanza lasciando la porta aperta. Vedendo quell'opportunità la Maga si alzò dal letto e si diresse verso la soglia; dal corridoio biforcato si potevano udire le cantilene, gli ordini e le imprecazioni dell'equipaggio impegnato a manovrare il brigantino, guidati dagli ordini di Rask e Nails, mentre altri uomini scatenarono qualche rissa per smorzare quella rigidità e disciplina che di solito regnava nelle Navi del Cielo della marina. Cercando di non farsi scoprire da qualche membro del veliero la ragazza si spinse oltre il corridoio di legno - agendo con prudenza e i nervi tesi per la tranquillità di quel posto -, temendo l'arrivo improvviso di qualcuno, e quando fu in procinto di uscire dal corridoio qualcosa artigliò la gonna del suo abito e le impedì di proseguire. Si girò di scatto e vide una creaturina dolce e tenera trattenerla puntando i piedi per terra. «Non puoi salire!» strillò la voce di James alle sue spalle. «Lasciami James.» gli ordinò lei, strattonando la gonna per liberarla dalla presa dell'Hotis. «Se vai lassù il Vice Capitano non potrà difenderti. Per favore, torna nella cabina...» la supplicò lui, fluttuando a qualche metro da terra e senza mollare la presa. «So difendermi benissimo da sola da quegli zotici.» ribadì lei con arroganza. «Davvero? Allora come mai sei qui se sai difenderti benissimo da questi zotici?» domandò una voce alle sue spalle. Ashley si girò lentamente e vide Nails fermo davanti alla soglia, con le mani incrociate sul petto, con una spalla appoggiata alla cornice della porta e uno sguardo di rimprovero puntando contro; improvvisamente la sua audacia si dissipò e il cuore prese a martellarle nel costato, colorandole le guance di un rosso acceso: se non fosse stato un brigante, se l'avesse conosciuto in altre circostanze, le sarebbe persino piaciuto; inoltre quella cicatrice sul volto gli dava un aspetto intrigante. «Ti avevo detto di non muoverti dalla stanza.» sibilò con voce bassa e avvicinandosi a lei. «Volevo solo uscire a prendere un po' d'aria fresca.» cercò di giustificarsi, con lo sguardo girato su una spalla per evitare di incrociare il suo. Nails rimase fermo a osservarla per qualche secondo, poi l'afferrò per un braccio e la riportò in cabina mentre James li seguiva a debita distanza. «Uscirai quando te lo dirò io se ci tieni alla pelle.» le ripeté chiudendo la porta alle spalle. La Maga rimase immobile come una pietra tra il ragazzo e il letto; avrebbe voluto rispondergli per le rime ma qualcosa la tratteneva: forse la sua gentilezza, il suo fascino oppure i suoi modi di fare audaci, impetuosi e sicuri le tenevano la lingua frenata tra i denti così da non offenderlo o non destare la sua ira. «Vedi di non farti beccare una seconda volta. Non sarò così clemente.» l'ammonì. «Mi spieghi perché ti ostini a fare così? Non ho nulla da darti in cambio e anche se lo volessi non lo farei!» sottolineò lei per la seconda volta stringendosi la gonna tra le mani per il nervoso e l'imbarazzo. «Smettila di essere così presuntuosa. Te l'ho già spiegato il motivo e detesto ripetere le cose due volte.» rispose tranquillamente lui. «Bene, allora lasciami andare.» gli ordinò lei con fervore. «Accomodati pure, se vuoi precipitare a duecentocinquanta piedi dal suolo di un bosco di rocce acuminate e pini fai pure, non sarò di certo io a fermarti.» ribatté lui con tono sarcastico. Senza sapere come ribattere Ashley serrò le labbra e si voltò di spalle incrociando le braccia al petto; quella situazione le stava sfuggendo di mano e sentiva che a breve gli avrebbe dato un pungo in pieno viso. «Mi sono stancata, devo trovare il modo di scappare da qui il più presto possibile prima che impazzisca!» pensò, guardando il mondo fuori dall'oblò scorrere veloce al suo sguardo. «James, occupati di lei; a breve sarò di ritorno e voglio vederla esattamente dov'è ora.» disse all'Hotis, che annuì con rispettoso timore. Non appena fu da sola la ragazza ebbe l'impeto di prendere a calci la gamba del letto ma s'immaginò solo di farlo - farsi del male non le sarebbe servito a nulla - poi cadde a sedere sul materasso morbido e si prese il viso con le mani. «Ho il vestito che mi hai chiesto.» le disse James, porgendoglielo. «Ti sono obbligata.» annuì lei, con un sorriso e prendendoglielo Lo fissò per qualche istante, mentre dentro di lei prendeva forma una domanda sconveniente, che non sapeva come formulare. «Senti, posso chiederti a che tipo di eldritch wight sei James?» si lanciò, osservando la sua gonna e il corpetto del suo abito. «Io non sono un eldritch wight. Sono una mutazione di un folle Mago: un Hotis.» le ripeté calmo l'esserino, fissando il pavimento. «Ho notato come mi trattavi: pensavi che fossi una creatura unlorally magica che se la si ringrazia direttamente si può offendere, ma per me le regole degli eldritch non valgono, sono un caso a parte.» aggiunse con un sorriso. Ashley alzò la testa e fissò quella creaturina con stupore e perplessità: non credeva che esistessero esseri così insoliti. James lesse quello sguardo e con movimenti leggiadri si andò a sedere sul comodino che stava accanto alla porta. «Una volta dovevo essere un cucciolo di pantera dei Colli Ferrosi, forse. La mia vita doveva essere felice quando un giorno un gruppo di persone spietate ha cominciato ad abbattere ogni albero della foresta finché non scovò la tana dove io e i miei fratelli ci rifugiavamo. Uccisero senza pietà nostra madre per la pelliccia e ingabbiarono me e i mie fratelli in minuscole gabbie di ferro per poi venderci al mercato dopo giorni di marcia senza cibo né acqua. Quando venni acquistato da un Mago dalla barba bianca e un camice grigio pensai di essere al sicuro - dato che mi aveva offerto cibo, acqua e una morbida cuccia - ma ben presto mi accorsi che avevo sbagliato a giudicarlo come il mio salvatore. Mi legò a catene di ferro in una lugubre sala dove altri animali erano imprigionati e agonizzanti e cominciò a torturarmi per soddisfare le sue ricerche da pazzo scatenato finché un giorno non mi ritrovai ad avere questo aspetto.» le raccontò, tornando con la mente a quei tristi ricordi. «Basta, smettila! Non dire altro per favore!» scattò in quel momento Ashley, presa dal rimorso e vedendo una lacrima rigare il volto di quella creaturina. «Non voglio sentire altro... E' troppo doloroso per te e poi non mi piace sentire queste storie macabre.» si affrettò ad aggiungere con la pelle d'oca. Quando frequentava il Palazzo di Magia aveva sentito in più occasioni le crudeltà di alcuni Maghi e Stregoni, che si erano fatti accecare dalla pazzia e sete di potere, ma non avrebbe mai creduto che si sarebbero spinti a tanto per soddisfare le loro follie. Seguì un lungo silenzio nel quale la Maga si andò a vestire dietro un sipario di stoffa pieghevole, rinfilandosi con una smorfia di sollievo il suo corpetto violaceo, la gonna verdolina lunga fino la ginocchio, il giubbottino turchese con le mezze maniche arricciate, i guanti di seta di ragno lilla - che le aveva regalato sua nonna - e i suoi stivali; dopo essersi data un'occhiata allo specchio si passò una mano dove un tempo c'era la sua cintura con il minimo indispensabile e lasciò che un sospiro di rammarico le uscisse dalle labbra: chissà dov'era finita quella cintura? «E' bellissimo il tramonto non trovi?» sospirò in quel momento James, affacciato all'oblò a fissare il panorama. «Tutto il Mondo di Meris è stupendo James.» sottolineò lei, sistemando i guanti lungo le braccia. Il rosso disco del sole che si andava a spegnere oltre l'orizzonte montuoso, lasciando posto al blu della notte era uno spettacolo che sapeva incantare chiunque si fermasse ad osservarlo. Uno stormo di anatre passò davanti all'oblò e per un attimo la cosa sembrò eccitare il piccolo James, che prese a dimenare la coda con l'aspettativa che uno di quei pennuti gli finisse tra i denti; evidentemente il suo istinto da predatore non si era del tutto assopito con quella tremenda trasformazione. Ancora incredula che quel tenero Hotis dal musetto dolce fosse il frutto di terribili esperimenti di un folle Mago, Ashley sentiva la pelle d'oca salirle lungo la schiena tutte le volte che si soffermava a pensarci. «Chissà quanto dolore ha dovuto patire...» «Ehi, James, per caso odi le Maghe?» mormorò mentre si guardava le mani guantate. L'Hotis ponderò bene quelle parole, a cui sembrava non voler dare una risposta, poi un sorriso gli increspò le labbra. «Io odio solo un Mago.» le rispose alla fine. Come alleggerita di un peso sulla coscienza la Maga annuì, notando solo dopo lo sguardo indagatore di quel ragazzino. «Vado a prenderti da mangiare, sarai di certo affamata.» disse, dirigendosi verso la porta. Fece per aprirla ma si bloccò con la mano ferma vicino alla maniglia e ruotò il busto verso la ragazza. «Non muoverti per favore, sarò presto di ritorno.» le chiese. Lei annuì nuovamente e l'Hotis uscì fluttuando a destra e sinistra del corridoio lasciandola di nuovo sola. Dalla pallida luce che precedeva il tramonto emerse il confine del mondo, dipinto con sbrigative pennellate di nubi poi, improvvisamente, prima di scomparire, fu attraversato dall'alta prua. Un momento più tardi però la Nave del Cielo incontrò una sacca d'aria, perse quota in modo repentino ed esso riapparve. I primi raggi della luna illuminavano d'argento un infinito panorama di vegetazione oscillante di alberi scossi al vento per poi specchiarsi in una prospera regione di fattorie e piccoli villaggi, dove al mattino le pecore di sparpagliavano come fiocchi di lana al sopraggiungere dell'ombra dei Signori del Cielo. Tutti i pirati erano a dormire nelle loro amache o in letti improvvisati, e sul ponte era rimasto solo più Nails a manovrare il timone mentre sotto il suo sguardo la ragazza correva da una parte all'altra nella nave per ammirare il paesaggio notturno, affiancata da una pantera nera dal mantello lucido e dagli occhi argentei. Avendo ricevuto l'ordine di fare il turno di guardia dal Capitano Rask, Nails aveva deciso di far salire sopraccoperta la Maga, che aveva passato tre giorni di prigionia nella sua cabina e - concentrato sulle manovre da fare - si concedeva solo pochi attimi per osservare Ashley che guardava il mondo sotto di loro, con impeti di gioia e meraviglia. «E' bellissimo!» strillava sotto voce la Maga, salendo la scaletta che portava sul ponte di comando. «Ti ringrazio di avermi fatto uscire dalla cabina.» aggiunse sistemandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Nails annuì senza distogliere lo sguardo da oltre la polena, poi fissò il timone nella giusta direzione e si voltò verso la ragazza, porgendole una mano e togliendosi l'ampio cappello con l'altra, eseguendo un inchino degno di un cortigiano. «Mi concederesti l'onore di un ballo?» le domandò. La ragazza avvampò e fu in procinto di rifiutare, ma la mano di lui aveva già afferrato la sua e la stava trascinando nel centro del ponte di comando, cingendole la vita con l'altro braccio. «Ehm, non sono molto brava.» cercò di guadagnare tempo. «Meglio così, perché anch'io non sono un bravo ballerino.» ammise lui con un sorriso in volto. Senza musica ad accompagnarli, e senza capire come iniziare, i due giovani presero a volteggiare sotto la luna e le stelle - gli unici spettatori, oltre alla pantera - stando attenti a non intralciarsi a vicenda e senza pestarsi i piedi. I capelli biondi di lui con delle ciocche rosse - tenuti fermi dietro la testa tramite un codino - si muovevano leggermente davanti agli occhi limpidi come fiumi cristallini, ma Ashley non lo notò dato che era concentrata a non pestare i piedi del suo partner, e soprattutto per non mostragli l'imbarazzo che aveva dipinto di rosso carmino il suo volto. Dopo aver fatto una decina di piroette e scambi di posto un rumore improvviso spezzò quell'armonia che si era creata e Nails spinse la ragazza dietro il timone, facendole da scudo con il proprio corpo, mentre la pantera si affrettò a raggiungerlo drizzando il pelo brillante sulla schiena e a mostrare i canini bianchi come la luna; il cuore di Ashley prese a martellarle nel petto mentre avvertiva la tensione avvolgere come un involucro i due personaggi. Timidamente, dalla polena a forma di corvo, spuntò una testa scura grossa come due pugni, con un becco arancione e una coroncina di rubini rosso cremisi seguita da un lungo ed aggraziato collo e un paio di forti ed eleganti ali: un cigno nero. «Un wight...» sbottò Nails, tornando a rilassarsi. Il grosso cigno nero non si era accorto di volare nella stessa rotta della nave e, senza essere riuscito ad evitare in anticipo lo scontro, ci era andato a sbattere contro; fortunatamente stava bene e riprese il suo viaggio stagliandosi contro la luna, come se non fosse successo nulla. «Per un attimo ho pensato che un membro della ciurma si fosse svegliato.» sospirò James, dopo essersi trasformato in un esserino grande come una mano senza che i due umani se ne fossero accorti. «Anch'io. Puoi tornare in cabina James, tra poco scenderemo anche noi.» disse Nails, alzandosi insieme alla ragazza. L'Hotis annuì e fluttuò verso la porta che conduceva alle cabine del Capitano, del Vice e della Sala Nautica. «Ti ho visto turbata questa sera. C'è forse qualcosa che non va?» domandò poi alla Maga, tornando a manovrare il timone come se non fosse successo nulla. La ragazza rimase un po' delusa di quell'improvviso atteggiamento distaccato, ma non ci diede peso e fece finta di nulla anche lei. «In effetti sì. Riguarda la storia di James... Me l'ha raccontata...» gli rispose, passandosi una mano su una spalla. «Non credevo che nella Terre di Meris esistessero persone così crudeli.» aggiunse con una punta di delusione e sedendosi sulla balaustra davanti al timone. «E così James ti ha confidato la sua più grande paura e segreto eh?» ripeté il Vice Capitano, con disinteresse. «Quindi sai anche che io l'ho preso sotto la mia protezione...» aggiunse con una nota di soddisfazione. Alzò lo sguardo verso il pirata e mostrò un espressione sconcertata e sorpresa. «Protezione? Chiuderlo in una stanza di abbigliamento e incatenarlo per te è protezione?!» inveì la Maga balzando giù dalla balaustra e stringendo i pugni lungo i fianchi. «Quello è per colpa di Rask. Io non c'entro nulla.» si difese Nails senza scomporsi. Ashley fece per aprire la bocca e ribattere apertamente ciò che pensava di lui e del Capitano, ma la serrò quasi subito convincendosi che non sarebbe servito a nulla. «Grazie per la serata Vice Capitano, buona notte.» si congedò acidamente, voltandosi verso la porta e allontanandosi. «Ah! Ash, prima che mi dimentichi.» la chiamò lanciandole un oggetto che lei afferrò al volo. Non appena lo scrutò al chiaro di luna notò che era una cintura: la sua cintura con tutto quello che le serviva per il viaggio. Alzò lo sguardo sul Vice Capitano e gli accennò un grazie con il capo, poi sparì dietro la porta e s'incamminò lungo il corridoio - che portava alle due camere - mentre si allacciava fieramente la cintura alla vita. Stava passando vicino alla porta del Capitano quando una mano uscì da essa e, afferrandole il braccio, la trascinò dentro la stanza con uno strattone. La porta si richiuse e lei si trovò davanti due occhi smeraldi che la fissavano, semicoperti da una frangia dorata; le maniche arrotolate della camicia mostravano gli avambracci lisci e gonfi di muscoli ondulati che le sbarravano ogni via di fuga e tenevano ferma la porta mentre l'alito del Capitano - che sapeva di rum - le sfiorava il viso, dandole la nausea. «Capitano Rask, esigo una spiegazione!» esclamò, cercando di usare il tono più autorevole che potesse avere. Gli occhi di lui erano lucidi e lo sguardo perso lo rendevano semplicemente irresistibile, e allo stesso tempo pericoloso. «Così giovane... Così fragile ed effimera...» blaterò drizzandosi con la schiena. L'altra sera aveva esibito un atteggiamento altezzoso, rozzo e arrogante ma ora sembrava patetico, fragile e insignificante tanto che la Maga si sentì stringere il cuore. «Non state bene.» disse, allungando una mano per sentire se aveva la fronte calda, ma lui gliela bloccò a mezz'aria per poi strattonare a sé la ragazza e trascinarla fino al materasso e gettarsi sopra, alzando le lenzuola in una nuvoletta che poi si appiattì. «Lasciatemi per favore...» mormorò, cercando di staccarselo di dosso. «Così insignificante, eppure incline a destare curiosità, soprattutto in un Principe. Che cosa nasconderete mai?» farfugliò Rask, rigirandosi sul materasso con la ragazza e sedendosi sopra le sue gambe. Interdetta da quella rivelazione Ashley non capì se le aveva detto la verità oppure l'effetto del rum bevuto gli avesse dato alla testa, ma le parole di James le tornarono alla mente, e intuì. «Vi avverto che non sarò responsabile delle mie azioni!» pensò di dirgli, ma non ci riuscì. Rask aveva cominciato a sondarle il corpo, facendo scorrere le dita sulla sua pelle, e la paura l'attanagliò come un artiglio mentre un desiderio perverso cominciava a formarsi dentro di lei: avrebbe voluto che non si fermasse, ma andare troppo oltre significava perdere troppo; traumatizzata da quei pensieri contrastanti non si accorse che Rask aveva cominciato a slacciare i lacci del corsetto e con una contrazione involontaria del braccio gli diede uno schiaffo, colpendolo in pieno viso. «Smettetela, non siete in voi!» sibilò rigida di terrore. Dopo un attimo di sorpresa, dove si passò una mano dalla parte schiaffeggiata, il Capitano sorrise malevolo per poi alzare una mano; fece per calarla sulla ragazza - che nel frattempo aveva chiuso gli occhi in attesa del colpo - ma quest'ultima rimase ferma a metà. «Adesso basta, Capitano.» disse Nails, impassibile. Rask non si mosse. «Avete fatto anche troppo torto a questa ragazza.» aggiunse, non vedendo alcuna reazione. Il Capitano esitò ancora, lasciando in allerta e tesa l'ostaggio, finché non si scostò di lato e la lasciò andare. «Portala via...» mormorò, posando il braccio sugli occhi. Il Vice s'inchinò e uscì scortando la ragazza, che si era andata a rifugiare tra le sue braccia, fino alla sua cabina. «Questa volta non c'entro nulla, è stato il Capitano a farmi questo!» si difese, notando lo sguardo corrucciato di Nails. «Lo immaginavo. Il Capitano non ragiona quando beve.» confessò Nails, passandosi una mano tra i capelli. «Nessuno di voi ragiona quando beve!» incalzò Ashley, incrociando le braccia sul petto. Il Vice Capitano sorrise e annuì, concedendole di avere ragione, poi si andò a sedere sul suo letto ed incavallò le gambe appoggiando le mani sul lenzuolo dietro la schiena. «E' vero ciò che ha detto? Che è... Che era un Principe?» gli domandò dopo un po', affacciandosi all'oblò. «Sì, ma ha deciso di lasciare quella strada tempo addietro, e nessuno ne conosce il motivo.» si limitò a dirle. «Avanti, è ora di dormire Ash; è stata una notte molto entusiasmante, forse anche troppo.» esclamò dopo un lungo silenzio, andandosi a stendere sul tappeto sottostante al letto. «Cosa stai facendo?» gli domandò Ashley, sporgendo lo sguardo oltre il letto. «Ti cedo il posto, che domande.» rispose lui, appoggiando la testa dietro le mani incrociate e fissandola. «No, ora è il mio turno di dormire sul pavimento! Tu hai già fatto troppo.» ribadì lei contrariata. «Smettetela di scherzare, e andate a dormire.» sbadigliò Nails, girandosi dall'altra parte. Ma invece di dormire sul materasso la ragazza si andò a sdraiare dall'altro lato del letto. «Penso che tu sia più nobile di Rask, quindi meriti di dormire sul letto.» sussurrò chiudendo gli occhi ancora prima di sentire il ragazzo ribattere. I giorni sulla Lofty Mountains passarono monotoni e a volte interminabili - eccetto quando Nails era di vedetta alla sera, e solo in quei momenti Ashley e James potevano salire sul ponte a prendere un po' d'aria fresca - ma fortunatamente la compagnia dell'Hotis e del Vice Capitano smorzava quella noia, distraendo la Maga dalla voglia di scappare e di essere una prigioniera. Con incredibile facilità infatti tutti e due avevano cominciato a stringere amicizia con lei - anche se la trattavano in modi differenti -, ma ben presto quella pace e monotonia sarebbero finiti. Uno sfortunato mattino - non sapeva dire se il quarto giorno o il decimo dalla sua imbarcazione sulla Lofty Mountains -Ashley era come sempre rinchiusa nella cabina di Nails a giocare a carte con l'Hotis sul tavolino sistemato vicino all'oblò quando la porta si aprì con un cigolio di cardini posti sotto sforzo e fece entrare Swinc, Crocker e un altro pirata mai visto dalla ragazza. «Eccoti qui, sgualdrina! »ululò Swinc indicandola. «Cosa significa questa impudenza?» scattò d'impeto la Maga, scendendo dal letto e puntandosi i pugni sui fianchi. «Abbiamo l'ordine di portarti fuori.» sibilò il pirata che affiancava Crocker. Non sapendo cosa rispondere, e non avendone neanche il tempo, la ragazza fu trascinata fuori dalla cabina dai tre pirati e condotta sul ponte mentre James - che si era trasformato e nascosto - li stava seguendo a distanza, nascondendosi tra le travi e le ombre del corridoio. L'aria là fuori era pura, simile a un vino azzurro contenuto in una coppa di cristallo che risuonasse del canto degli uccelli. Maestose pieghe del terreno rivestite di verde scuro scendevano verso valli ammantate di nebbia; la Lofty Mountains stava navigando dritta e sicura su un oceano di nubi lanuginose, tra isole fatte di picchi montani, ma in quel momento la ragazza non riuscì a vedere tutta quella bellezza. Una volta fuori si trovò dinnanzi a Rask, che si teneva saldamente in piedi sul ponte di comando, impegnato a manovrare il timone. «Capitano, abbiamo l'ordine richiesto!» annunciò fieramente Swinc, gettando in avanti la ragazza. Rask girò la testa di lato, lasciò il posto a un pirata e si parò davanti a lei, tenendo la mano sinistra posata sull'elaborata elsa della spada legata al fianco; il vento gli scompigliava i capelli sotto al tricorno e alzava il giustacuore di velluto color felce, rendendolo quasi un'apparizione eldritch. «Allora, avete finito di abusare del nostro soggiorno gratuitamente; credo che sia giunto il momento di restituire il favore.» mormorò, prendendole il mento con l'indice e il pollice e fissandola negli occhi. «Andate all'inferno...» osò sussurrare lei, tra la paura e il disgusto. Rask abbozzò un sorriso serafico, poi le lasciò il mento con un movimento brusco e tornò a voltarsi verso prua incrociando le mani dietro la schiena. Cercando freneticamente Nails con lo sguardo, Ashley lo individuò vicino alla murata del ponte di comando; se ne stava assolutamente immobile, con il cappello calato sugli occhi, e le braccia incrociate sul petto. «Era ora! Finalmente ci si diverte un po'!» ululò un pirata, senza che Ashley capisse chi fosse. «Piano piano, ce n'è per tutti!» esclamò un altro. «Lasciatemi passare!» tuonò un altro ancora, spintonando con i gomiti. «Slacciati il corsetto sgualdrina!» le ordinò in quel momento Swinc, sbavando come un cane rabbioso. Il terrore e l'umiliazione di quelle minacce raggiunsero il culmine e, pervasa da un odio incontenibile, Ashley alla fine usò una sfera d'aria, spazzando via i suoi assalitori e creandosi un varco; alcuni si afflosciarono sul pavimento della Nave del Cielo, perdendo conoscenza, mentre altri andarono a sbattere da qualche parte del brigantino. «Una Maga... Interessante.» mormorò Rask alle sue spalle, applaudendola con sarcasmo. Finalmente libera da quella massa di sporchi cani affamati, la ragazza corse verso il lato del ponte opposto a quello in cui si trovava il Vice Capitano poi si arrampicò sul parapetto, afferrando una cima per mantenere l'equilibrio. Duecentocinquanta piedi più in basso, le pieghe arruffate della foresta oscillavano vertiginosamente, attraversate da uccelli candidi. Montagne simili a balene color malva nuotavano lungo l'orizzonte: volare sarebbe stato bellissimo. Il tempo sembrò rallentare. Swinc rialzandosi da terra aprì la bocca in un lungo ruggito di rabbia mentre gli altri compagni sghignazzavano e gridavano come animali da cortile, avanzarono in massa, e lei si preparò a saltare nel vuoto; forse un incantesimo del volo l'avrebbe aiutata, se si fosse ricordata la formula. In quello stesso momento, qualcosa di agile e scattante la colpì, scagliandola fuori bordo. Non stava volando, stava precipitando.
  13. Paralizzata dalla paura Ashley non riusciva ancora a capacitarsi di quella situazione e cominciò a rimpiangere di non essere rimasta a casa; ma come poteva? Anni fa aveva fatto una promessa e non era nel suo stile infrangerla; quando aveva messo piede fuori da casa sapeva a cosa sarebbe andata incontro e nonostante tutto aveva deciso ugualmente di varcare la soglia del suo amato giardino senza che nessuno l'avesse costretta. Stringendosi le mani in grembo cercò dentro di sé la forza per poter scappare, tuttavia le poderose braccia di Nails la tenevano stretta al suo petto e le pareti delle case sembravano non volerle mostrare una via di fuga o un vicolo dal quale potesse trovare una scappatoia; con la coda nell'occhio la ragazza osservò il suo carceriere e non seppe spiegarsi come i suoi occhi non avessero scorto un viso così giovane e bello come quello, malgrado una cicatrice gli percorresse la guancia sinistra dallo zigomo morbido al lato del labbro. Aveva due splendidi occhi azzurri come il cielo, i capelli biondo chiaro con qualche ciocca rossa, labbra rosee finissime e lineamenti morbidi e marcati che gli davano circa ventiquattro primavere. La gola di Ashley diventò improvvisamente secca, le guance si stavano riscaldando e il cuore le martellava contro le costole come un pestello. «Quando avrai finito di tremare mi avviseresti per favore? Mi sembra di portare un vulcano in eruzione e non una ragazza.» mormorò, tenendo lo sguardo dritto sulle schiene dei compagni. «Ho sentito bene? Ha appena usato la parola per favore o me la sono immaginata?» pensò lei, stupita di tale galanteria. Il respiro di Nails le sfiorava il naso e il suo cuore pulsava contro la spalla destra della ragazza, provocandole un fremito appena percettibile nelle vene; solo in quel momento si era accorta della breve distanza che la separava dal viso di quel misterioso ragazzo e si sentì esplodere. «Non farti distrarre, non farti distrarre, non farti distrarre.» pensava guardando le finestre chiuse o aperte, le porte con i tithal appesi e i balconi pieni di fiori delle case che sfrecciavano al loro passaggio. Non sapeva dire quanti vicoli avessero superato, né quante curve avessero girato, sapeva soltanto che tutto d'un tratto si era ritrovata dinnanzi ad un brigantino nero, snello e aerodinamico, con una bandiera romboidale che raffigurava uno scorpione cremisi, ancorato a dieci chilometri dal suolo su delle rocce fuori da Gilvaris Tarv. Le vele, nere anch'esse, erano cazzate contro i pennoni, e le sarti ondeggiavano lievemente al soffio del vento mentre sul ponte si sentiva qualcuno agognare e singhiozzare. «Ehi Sbronzo! Tira giù la scala!» urlò Sputacchioso, tirando indietro la testa e alzando gli occhi sul brigantino. Non si udì risposta. «Cosa sarà successo?» brontolò impazientemente Piedi Tatuati, picchiettando un piede la suolo ed incrociando le braccia al petto. In quel momento una testa fece capolino oltre la balaustra e del liquido rosso cadde in testa a Crocker, scatenando la sua ira e l'ilarità dei compagni. «Chi è là? Amici o nemici?» domandò l'uomo gracchiando. «Siamo noi testa di rapa di un ubriacone!» sbraitò Sputacchioso dimenando i pugni per aria. «La parola d'ordine?» domandò ancora la testa, ciondolando come un pendolo. «Se vengo lì ti spacco la testa! Tira giù la scala!» gridò Crocker, fuori di sé. E si alzò un gran fracasso di insulti e prediche rivolte all'anziano che, dopo attimi di esitazione, alla fine decise di far rotolare lungo lo scafo del brigantino una scala di corde e pioli, facendo così salire i suoi compagni. Ashley fece per seguire l'ultimo dei suoi rapitori quando la mano di Nails la trattenne per una spalla. «Tu salirai con noi.» si limitò a dirle l'Incappucciato. Tremante come una foglia la ragazza annuì leggermente col capo e poco dopo capì il motivo per cui sarebbe salita insieme ai due rapitori e alla pantera; dal ponte si alzò un quadrato di legno che si andò a posare a due dita dal suolo a poca distanza dai tre ragazzi e all'animale. «Sali.» le ordinò Nails, spingendola dalle spalle. Lei si lasciò guidare e quando furono tutti sistemati sulla piattaforma questa prese a levigare fino a posarsi in un buco sul ponte, dove pochi attimi prima era incastrata. Il ponte era un fermento di uomini e giovani che andavano e venivano da una parte all'altra del brigantino, salivano sul sartiame per sciogliere le gomene e liberare così le grosse vele nere che si gonfiarono al contatto con una corrente di vento favorevole mentre altri si misero a manovrare l'argano per issare a bordo l'ancora fissata al suolo roccioso; dopo qualche manovra alla fine la Lofty Mountains prese a navigare tra le correnti aeree, ondeggiando come se solcasse le acque del Lago Salato come le sue cugine di terra. Non abituata al dondolio della Nave del Cielo Ashley ebbe qualche difficoltà a rimanere in equilibrio, ma ciò non dissipò la meraviglia di poter viaggiare su una Nave del Cielo dopo averlo sognato per anni; ondeggiando sul ponte si avvicinò alla balaustra e spinse lo sguardo oltre la polena nera che raffigurava un corvo dal becco aperto, dimenticandosi di essere una prigioniera e fissò un lago boschivo, molto più in basso. Le acque sembravano aver intrappolato il riflesso della nave. Con gli occhi pieni di meraviglia si sporse ancora più in là, tenendo le mani ben strette alla ringhiera ma rischiando ugualmente di cadere di sotto, quando una mano l'afferrò per il colletto del giacchino e la strattonò indietro, strozzandola. «Cosa credevi di fare, eh?» sbraitò una voce rauca, tenendola sollevata da terra. «Finirete per strozzarmi! Mettetemi giù per favore!» lo supplicò lei, tenendosi il colletto con le mani per non soffocare. Per tutta risposta l'uomo la lanciò per terra, facendola rotolare per il pavimento fino a scontrarsi contro l'albero maestro del brigantino, e scoppiò a ridere imitato dai suoi compagni che avevano smesso di svolgere i loro doveri per assistere alla scena con sogghigni divertiti e malefici dipinti sui volti; un po' indolenzita e ammaccata Ashley si alzò aiutandosi con le mani e si mise in piedi, lanciando uno sguardo d'odio e d'ira all'uomo per poi mostrare uno sguardo disperato. Avrebbe voluto usare i suoi poteri per vendicarsi, ma la cosa si sarebbe poi ritorta contro; non sapeva cosa passasse per la mente di quei loschi tipi, e mettere i suoi poteri a loro disposizione non era esattamente ciò che voleva. «Smettetela di importunare quella ragazza e tornate alle vostre faccende razza di mangia letame!» tuonò in quel momento Sputacchioso dal timone di comando. «Volete muovervi? Oppure preferite parlarne con la frusta o la pantera del Capitano Rask?» li intimò dopo, non vedendo alcuna reazione. Animati improvvisamente da quella minaccia gli uomini della Lofty Mountains tornarono a svolgere i loro compiti con la disattenzione ed esplosioni di violenza di un equipaggio indisciplinato. Ashley girò gli occhi sul suo aggressore, che si girò a sua volta verso la prua con aria impettita e per nulla risentita. «Ringrazia Crocker di averti salvata, sgualdrina.» sibilò con un sorriso sfottente. La Maga avrebbe voluto incenerirlo all'istante se la voce di Sputacchioso-Crocker non avesse attirato la sua attenzione e, con i polsi ancora legati dalle manette di ferro, salì i gradini che portavano la ponte di comando; una volta lì l'uomo le indicò la porta alle sue spalle e lei si limitò ad avvicinarsi per poi bussare due volte: dopotutto il buonsenso era il suo principio di vita. Le venne ad aprire Nails che la scortò lungo il corridoio biforcato, prendendo quello di sinistra e superando una porta di seconda importanza entrarono nella porta che interrompeva il corridoio; con un gesto Nails l'aprì e si accomodarono nella cabina per aspettare l'arrivo di qualcuno. Era una stanza molto piccola, con un letto di noce di fronte ad uno scrittoio di quercia appoggiato al muro di legno, cosparso di mappe e strumenti di navigazione e una lampada ad olio penzolava dal soffitto a travi. Vicino allo scrittoio si trovava un'immensa mappa usurata dal tempo che mostrava le Isole di Meris e accanto ad essa un oblò che dava la vista sul panorama. «Domando venia per i modi sgarbati e barbari di Swinc. Non è abituato a trattare a modo le giovani signore.» si scusò Nails, facendola accomodare sul bordo del letto e toglierle le catene dai polsi. «E voi signore?» domandò mogiamente Ashley, massaggiandosi i polsi indolenziti. Il ragazzo le sorrise e poi andò a bussare due volte alla mappa, che suonò vuota, poi si andò a sistemare vicino allo scrittoio e incrociò le braccia appoggiandosi al muro di legno, senza notare lo sguardo perplesso sul volto della ragazza. Si sentì un toc poi la cartina prese a muoversi dimostrandosi una porta segreta e mostrò un uomo sulla trentina d'inverni dai capelli dorati, gli occhi che sembravano due smeraldi e lineamenti quasi fanciulleschi che tuttavia non nascondevano perfettamente il viso d'adulto. «Più che un pirata sembra un principe delle favole...» penstò Ashley, fissandolo per brevi attimi prima di abbassare lo sguardo. «Benvenuta sulla Lofy Mountains. Io sono il Capitano, Rask.» la salutò facendo un lieve inchino e porgendole una mano con il palmo aperto rivolto verso di lei. «Cosa volete da me? Perché mi avete portato qui?» domandò lei, stringendo le mani sulle gambe. «Vedo che andiamo subito al sodo eh.» osservò Rask con un sospiro e voltando la testa verso Nails, che alzò le spalle con gesto vago. «Avrai tutte le risposte questa sera a cena.» le disse dopo, tornando a fissarla. «No! Le voglio subito! Per favore...» ribatté lei, usando una determinazione che non credeva di avere. «Come siamo animosi. Chiedetemelo con gentilezza.» la sfidò Rask, socchiudendo gli occhi e inarcando le labbra in un sorriso compiaciuto. Ashley serrò la bocca e abbassò lo sguardo: non si sarebbe mai abbassata a fare lo sporco gioco di uno sconosciuto, anche se quest'ultimo fosse stato l'uomo più affascinante di Meris. «Come sospettavo... Alloggerete nella mia cabina per evitare incontri spiacevoli.» l'informò Rask, dirigendosi con Nails verso la porta. «Al mio ritorno voglio vedervi indossare l'abito che ho liberamente scelto per voi.» aggiunse prima di chiudere la porta con un scattare di serrature. La ragazza si guardò intorno e non vide alcun abito che avesse potuto indossare prima che un cigolio attirasse la sua attenzione e la facesse balzare in piedi; i nervi le si tesero e le mani le sudavano, e usare i suoi poteri questa volta sarebbe risultato inevitabile, ma anche rischioso, quando un paio di orecchie da gatto nere e una testolina umanoide sbucassero dalla fessura che si era creata dietro la mappa nautica di Meris destando così la sua curiosità. «Ciao, e tu chi sei?» chiese, per nulla intimorita e calmandosi improvvisamente. Quell'esserino le dava un senso di tenerezza e affidabilità, anche se era la prima volta che ne vedeva uno. «Sono... James...» bisbigliò la creaturina, stando nascosto dietro la porta. «Io Ash.» si presentò la ragazza, pentendosene subito. Non sapeva se era un eldritch wight, e se lo era, rivelare il suo nome era stata una follia: le creature unlorally potevano essere spietate se conoscevano il nome delle persone. «Siete anche voi un pirata?» le domandò la creatura, distraendola dai suoi pensieri. «No, sono una prigioniera...» gli rispose, cercando di stare più attenta a ciò che diceva. «Come me.» piagnucolò l'esserino. Ashley si sentì stringere il cuore e allungò una mano verso di lui, cosicché potesse appoggiarsi sul suo palmo, intanto avanzò di qualche passo verso di lui. «Il Capitano mi ha dato un abito che devi indossare Ash.» disse ad un tratto, sparendo dietro la porta. Traducendolo come un incitamento a seguirlo, la Maga si avvicinò e aprì di più quella porticina scoprendo un'altra camera dove abiti lussuosi, cappelli, stivali, giubbe, casacche e camicie di ogni tipo sfilavano ordinatamente appese agli appendini o sistemati sopra ripiani di legno situati dentro nicchie create dalla parete, intervallati da candelabri a muro e un enorme specchio a tre ante che si trovava infondo alla sala; per la sorpresa Ashley avanzò sul morbido tappeto persiano e si guardò intorno incredula, avanzando lentamente tra quello sfarzo degno di un principe. «Il Capitano una volta era un nobile...» le spiegò James, fluttuando senza il supporto di ali da una parte all'altra della stanza, con una catenina che gli cingeva la vita e si andava a legare al soffitto dove una piccola carrucola gli permetteva di muoversi a piacimento in quel grande spazio. «E tu come lo sai?» mormorò Ashley, senza smettere di fissarlo. Oltre alle orecchie da gatto e i capelli blu, scoprì che possedeva persino una coda e occhi grigi da felino, un visino tenero e spensierato di un bambino e a malapena era alto come il palmo di una mano aperta; vestiva di un abitino semplice azzurro, forse appartenuto un tempo a una giubba che era stata strappata per fare quell'abito alla creaturina. «Una volta l'ho sentito parlare col Vice Capitano Nails, e per aver origliato sono stato incatenato dentro questo postaccio!» le rispose con un impeto di rabbia, mentre saltava da un appendino all'altro alla frenetica ricerca di qualcosa. «Interessante, così il Capitano non vuole far sapere la sua identità agli altri. Mi domando il perché di tanto mistero...» pensò Ashley, annotando quel particolare nella memoria. «Devi stare attenta al Capitano e al Vice. Sono molto pericolosi!» l'ammonì con fare confidenziale, piombandole davanti al viso e spaventandola. «C-Certo, lo terrò a mente.» lo ringraziò, con giri di parole così da non cascare nella trappola eldritch wight. Lui la scrutò con i suoi occhi da felino e poi tornò a fluttuare in mezzo agli abiti finché non trovò quello che cercava cacciando uno strillo acuto e agitando freneticamente la coda e le orecchie. «Questo è per te. Ti starà d'incanto!» esclamò afferrando un appendino con un abito di taffettà turchese con dei ricami floreali brillanti lillà. La sera ormai incombeva, con il suo mantello scuro pieno di brillanti e un disco bianco che illuminavano un panorama nero dove le chiome degli alberi sembrano le onde del Lago Salato al soffio della brezza serale e le montagne gli scogli rocciosi, con le loro insenature e trappole. La Lofty Mountains veleggiava tranquillamente sulla corrente aerea, spinta dal vento del nord che gonfiava le poche vele rimaste a sostenere l'imbarcazione oltre alla magia di un Mago o Stregone che non accennava a rivelarsi. Per qualche strano ordine del Capitano quella nave non si fermava mai in un posto troppo a lungo - a meno che la ciurma non dovesse scendere a terra per saccheggiare, depredare o uccidere - ed era destinata a sorvolare le Terre di Meris come l'elindor, un uccello marino che non posava mai piede a terra se non un giorno dopo sette anni di volo. La ciurma che la componeva del resto era abituata a vivere in cielo e non era interessata a scendere al suolo; indisciplinati, violenti e orribili quegli uomini senza legge erano stati reclutati nei bassifondi di città o paesi, ma c'erano anche soldati delusi dall'esercito, ragazzi di campagna che si erano fatti abbindolare dalle chiacchere di taverna - e non potevano più tornare indietro - uomini che arrembavano le navi alla ricerca di un ricco bottino o individui che volevano solcare il cielo per motivi personali. Nella Sala della Navigazione - una piccola stanza situata a destra del corridoio biforcato - era arredata di carte nautiche, comodi divani di seta color porpora situati dentro nicchie laterali nel muro legnoso, lampade ad olio che pendevano dal soffitto a travi, tappeti che traevano scene di battaglie nel cielo su Navi del Cielo e Navi d'Acqua, scaffali pieni di libri e mappe e in mezzo a tutto quel trambusto si trovavano due tavoli - uno dei quali coperto di altri strumenti di navigazione e carte ingiallite - che stagliavano davanti ad un enorme finestra suddivisa in finestrelle cesellate. Ashley, il Capitano Rask e il Vice Capitano Nails stavano cenando in silenzio sul tavolo più vicino alla finestra, circondati da un buon profumo di cose antiche e preziose e una pressante aria d'attesa, che si faceva via via più insopportabile. La Maga indossava l'abito di taffettà turchese con i ricami floreali brillanti lillà che James le aveva dato un'ora fa, trovandolo troppo osé e contestando animatamente con la creaturina, che si limitò a scuotere la testa e alzare le spalle. Lui non ne poteva niente se il Capitano le aveva ordinato di mettere quell'abito e la ragazza non ebbe scelta che indossarlo: aveva un corpetto a cuore con una spaccatura a V dietro la schiena - tenuta ferma da dei lacci di seta bianchi che terminava più o meno dietro alle costole - delineandole le curve dei fianchi e del petto per poi aprirsi in un ampia gonna che finiva con un piccolo strascico; le braccia erano coperte da lunghe maniche di seta turchese che iniziavano dall'avambraccio e finivano sul dorso della mano. Quando Rask e Nails la videro nei loro occhi balenò lo sguardo di un lupo affamato, mettendo a disagio la ragazza che cercò di darsi un po' una sistemata ma l'abito le calzava a pennello; nonostante quel disagio però i due ragazzi non l'avevano ancora infastidita. «Allora, avevate delle domande da farmi o sbaglio?» s'informò Rask, rompendo il silenzio e prendendo in mano il calice con dentro il vino. «Sì, voglio sapere perché sono qui! Io non vi ho fatto alcun torto e pretendo che mi lasciate andare, per favore.» gli rispose Ashley, posando le mani sulla gonna. Rask bevve un sorso del liquido, posò il bicchiere davanti al piatto e poi scoppiò in una breve risata. «Vedo che non sapete contrattare con la gente come noi. Noi non facciamo nulla se non ci viene dato qualcosa in cambio.» intervenne Nails, mescendo il vino nel suo calice e osservandolo con attenzione. Ashley si morse il labbro inferiore e abbassò lo sguardo sui pugni. «Sfortunatamente io non ho nulla che possa offrivi, né gioielli né denaro.» disse, osservando le pieghe del suo abito. «Questo sì che è sconveniente... E cosa ci offrite in cambio della vostra liberazione?» le domandò Rask, con aria divertita. «Evidentemente è una domanda trabocchetto perché non ho nulla da dargli. Ha qualcos'altro in mente o mi sta prendendo in giro?» pensò lei, giocherellando nervosamente con le maniche dell'abito. «E cosa desiderano lor signori?» mormorò nervosamente, temendo la risposta. Nails e Rask si scambiarono un ambiguo sguardo, appesantendo sempre più quell'aria di attesa che non aveva smesso di riempire la Sala, rendendo la Maga sempre più nervosa e a disagio. «Beh, se proprio non avete nulla da darci potreste offrire voi stessa come risarcimento...» propose d'un tratto Rask, girando gli occhi su lei. «Mai!» ribadì eroicamente Ashley, senza esitare. «Allora sarete data alle cure della ciurma e, fidatevi, non sono molto più carini di noi con le belle ragazze.» ingiunse, appoggiandosi allo schienale e posando i gomiti sui braccioli mentre incrociava le mani. «Siete un...» ma non trovò le parole. Strinse le mascelle e i pugni mentre le cresceva il desiderio di incenerirli, poi la risata di Nails interruppe i suoi piani di vendetta e sul volto della ragazza si creò un velo di sorpresa irritazione. «Cos'hai da ridere Nails?» lo apostrofò Rask. «Io non la sprecherei alla ciurma, Capitano. E' solo tesa, presto cambierà idea.» assicurò il Vice, appoggiando i gomiti sul tavolo e incrociando le mani davanti al viso. «E cosa ve lo fa credere che presto o tardi cederò ai vostri sporchi desideri?» sibilò Ashley, diventando più rigida di un pezzo di legno. «Per il semplice fatto che tu, come le altre prima di te, prima o poi cedete sotto il fascino del Capitano.» le rispose inarcando le labbra in un sorriso malizioso. «Allora siete proprio degli illusi.» sbottò la Maga, cercando di rendere credibile quella frase. Stavolta fu Rask a scoppiare in un impeto di ilarità, lasciando ancora più perplessa la ragazza. «Ho capito Nails. Se vuoi te la puoi prendere; non ho bisogno di questa impudente perché i miei desideri si realizzino, in giro ce ne sono che faranno la fila per stare con me.» disse, alzandosi da tavola e voltandosi verso la finestra. «Siete proprio uno schifoso essere: orgoglioso e pieno di sé.» biascicò a bassa voce la ragazza, lanciando sguardi minacciosi alla schiena dell'uomo. «Abbiamo finito. Spero che la cena sia stata di vostro gradimento e che presto o tardi apprezzerete anche la vostra nuova casa.» la congedò Rask, senza voltarsi a salutarla. Ashley fece per imprecare contro di lui, ma Nails l'afferrò per il braccio e glielo strinse, zittendola. «Buona notte Capitano. E' stato molto gentile ad invitarci a cena con voi.» lo salutò il ragazzo, facendo un inchino e uscendo dalla Sala di Navigazione trascinandosi dietro Ashley. «Toglietemi le mani di dosso villano!» sibilò lei, cercando di opporre resistenza. «Sta zitta e seguimi.» le ordinò Nails, superando la porta che portava al ponte di comando e avviandosi a passo svelto nel corridoio di legno fino a raggiungere la porta laterale, che quel pomeriggio le era sembrata di poca importanza. «Sei stata fortunata. Non tutte le ragazze hanno avuto la grazia che hai avuto tu, e non tutte sono cascate ai piedi del Capitano.» le disse, entrando e chiudendo la porta. «Non mi interessa! Voglio solo uscire da questa gabbia di maniaci!» esplose lei, stanca di essere sballottata a destra e manca come un pupazzo di pezza. «Ora ascoltami, starai qui buona e tranquilla finché non raggiungiamo un luogo sicuro, chiaro?» la zittì nuovamente il Vice, senza averla ascoltata. La Maga rimase ferma e zitta a pochi passi dal ragazzo, come intontita: non sapeva se Nails la stesse aiutando oppure aveva un secondo fine. «Perché fate questo?» gli domandò, con voce pacata. «Perché mi chiedete?» ripeté lui avvicinandosi a lei fino a trovarsi a due mani di distanza, rispecchiandosi negli occhi color malva della ragazza. «Non lo so, forse mi ricordate qualcuno che ho conosciuto tempo fa...» le rispose ambiguamente e alzando le spalle. Improvvisamente Ashley sentì il cuore scalpitare come un puledro impazzito nel suo costato e una fioca luce di speranza le illuminò il viso. «Avete incontrato mio fratello?» gli domandò di getto. Nails la guardò perplesso. «Fratello?... Mia cara ragazza, ho viaggiato a lungo e in posti diversi, ne ho vista di gente e se dovessi ricordarmi il volto di ognuno di essi impazzirei.» le rispose ridendo e andandosi a sedere sul letto. «Il ragazzo che cerco risale a circa quattro anni fa; è alto più o meno così, ha i capelli neri e gli occhi come i miei!» lo descrisse, alzando le mano sopra la sua testa per mostragli l'altezza. «Come ti ho già detto non ricordo delle persone che ho incontrato.» le ripeté Nails, scuotendo mogiamente la testa. Delusa di aver fatto un altro buco nell'acqua Ashley si limitò ad annuire, cingersi le braccia con le mani e poi voltarsi verso l'oblò e perdere il suo sguardo oltre le stelle: le sfuggiva come sabbia dalle dita e più cercava di avvicinarsi a suo fratello, più le sembrava impossibile raggiungerlo. Un mantello caldo le si posò sulle spalle e un braccio forte e gentile le si posò sopra, dandole un certo conforto e tristezza. La collera e la delusione le sparirono dall'animo, lasciandole un momentaneo senso di vuoto. «Siete gentile Vice Capitano Nails...» mormorò con un leggero sorriso. «Chiamami solo Nails; qual è invece il tuo nome?» le disse con una dolcezza intrigante. «Sono Ash.» gli rispose, evitando di dirgli il nome completo. Nails la studiò per qualche attimo e il suo sguardo di soffermò qualche secondo in più sul petto, poi le fissò gli occhi. «Cerca di stare attenta d'ora in poi... Anche se ora sei al sicuro, sono pur sempre un ragazzo e potrò superare i limiti in qualsiasi momento.» l'avvisò dopo, tornando ad essere arrogante. Ashley non seppe se rispondergli per le rime o lasciarlo perdere, anche perché Nails prese la porta e fece per uscire quando si fermò a metà della soglia. «Dormi sul mio letto stasera, io sarò di guardia sul ponte e non verrò a infastidirti.» disse, uscendo e chiudendo la porta a chiave. Non appena si fu assicurata che il Vice Capitano si fosse allontanato, Ashley sentì la stanchezza accumularsi sulle palpebre, impedendole di tenere gli occhi aperti e, trascinando i piedi per terra, si andò a coricare sul morbido materasso che profumava di salsedine, dove il sonno finalmente s'impadronì di lei.
  14. Al canto di alcune gazze i due viaggiatori si destarono tra uno sbadiglio e un borbottio di buon giorno, stiracchiandosi le braccia e massaggiandosi gli arti dolenti - dovuti a una postura scorretta durante il sonno - poi fecero colazione mentre un disco arancione si alzava nel cielo grigio-azzurro e lunghe distese di candide nuvole si espandevano nell'aria. Dopo aver raccolto tutte le loro sacche, e dopo averle disposte sul carretto, il boscaiolo si preparò ad attaccare i cavalli ai finimenti. «Siamo quasi arrivati a Gilvaris Tarv, superate quelle colline saremo di fronte alla città e allora lì...» si bloccò, visto che non sapeva cosa realmente quella ragazza stesse cercando. «A proposito, si può sapere cosa stai cercando laggiù?» le domandò, corrugando la fronte in un espressione indagatoria. «Non vorrei sembrare inopportuna ma, beh, ecco... Sto cercando mio fratello» gli rispose, dopo attimi di esitazione. «Non è che per caso l'hai visto Liam?» gli domandò dopo, con uno sguardo speranzoso. Liam finì di legare i cavalli ai finimenti e scosse la testa alzando le spalle. Ashley s'incurvò sotto le spalle ed annuì delusa, ma dopotutto se l'aspettava una risposta negativa; erano passati quattro anni dalla scomparsa del fratello, e ciò significava che la sua impresa era tutt'altro che facile. Una volta seduti in cassetta Liam fece partire i cavalli e con uno scossone il carretto riprese a marciare tra le curve delle verdeggianti colline fino ad intravedere delle nuvolette di fumo alzarsi dal suolo verso il cielo e in sottofondo echi di grida portate dal vento primaverile. Arrivati in cima alla millesima collina i due compagni videro una cittadella che si affacciava su uno dei tanti affluenti del River, il Gilvaris Tarv - dal quale la città aveva preso il nome - ma la cosa più sorprendente era che davanti a loro, sospesa nel vuoto, si affacciava un isola dalla quale si poteva vedere una vallata con un bosco a fare da recinzione, alte montagne coperte da nuvole candide, fiumi, laghi prati e altre abitazioni invisibili ad un primo sguardo da cinquecento e forse più chilometri di distanza: l'Isola di Terre di Alhba. Dopo quel breve attimo di contemplazione, i due tornarono a guardare la cittadella e videro attraccate al porto delle Navi del Cielo, animate da marinai che salivano e scendevano con l'ausilio di piattaforme manovrate da alcuni Maghi, pronte a far rotta tra le Terre di Meris mentre altre stavano salpando spinte dalle correnti aeree; con gli occhi pieni di meraviglia i due si fermarono a contemplare quello spettacolo per brevi attimi, e da quello che Ashley sapeva di quel posto non era molto confortante. Tarv era una movimentata città fluviale in cui briganti e malintenzionati si aggiravano per le strade mescolandosi ai cittadini e ai pochi nobili che abitavano nel centro; era una città priva di mura, senza porte sorvegliate e coprifuoco, dove fortune venivano accumulate e poi perse in un ribollente centro di commerci. I più ricchi vivevano in città mentre i poverissimi vivevano all'estrema periferia e talvolta ne venivano persino scacciati. «Ed eccoci qui... Talvolta dei mercanti di pellicce scendono lungo il fiume e concludono alcuni dei loro sporchi affari in questo posto.» le spiegò Liam, mentre scendevano dalla collina. «Sono dei selvaggi tagliagole della peggior specie pronti a rischiare la vita degli altri e la propria in luoghi infestati pur di trarne un guadagno; se vuoi vivere abbastanza è meglio che ti guardi da loro.» aggiunse con tono burbero. «Lo so. Ho sentito alcune storie a riguardo.» mormorò Ashley, senza staccare gli occhi da quell'ammasso di tetti e camini. «Sei sicura di non voler cambiare idea?» le domandò ancora una volta il boscaiolo, posando i gomiti sulle gambe. «Non tornerò più indietro.» affermò lei con risolutezza. Il boscaiolo non fece altre domande e mosse i cavalli lungo il sentiero, facendo scricchiolare le ruote sulla strada segnata da vecchi passaggi di altri carri e carrozze; dondolando lungo la via Ashley percepì delle grida provenienti dal centro della città ma non capiva che cosa stavano dicendo: forse stavano trattando stoffe preziose, gioielli di inestimabile valore o fasulli, cibi e spezie provenienti dalle varie regioni di Meris o magari schiavi di Oltrecielo. Quest'ultima idea fece rabbrividire la giovane Maga che si cinse le braccia con le mani e sentì un brivido freddo percorrerle la schiena, ciò nonostante scosse la testa e scacciò quel pensiero: finire come una schiava in qualche residenza di ricchi nobili a pulire argenteria, tappetti, maniglie d'ottone e saloni interi era l'ultima cosa che voleva fare! Una volta entrati in città i due amici s'imbatterono in un mercato di piccole fatture dove nobili dame - seguite a ruota da servi vestiti di stracci - si fermavano davanti alle bancherelle per ammirare gli oggetti esposti, pensando a come s'intonerebbero agli abiti custoditi nei guardaroba o in che occasioni usarli scatenando così la gelosia delle altre nobili e destando l'attenzione dei lord mentre questi ultimi si soffermavano ad osservare le bancherelle che esponevano armi di ogni tipo: dalle piccole daghe da cerimonia - intarsiate con brillanti sfarzosi di graziosa fattura - alle alabarde, archi di legni pregiati e fatti su misura oppure spade e balestre da caccia, ai destrieri fatti esibire su piccoli palchi di legno. Ashley fissava attorno con fare circospetto, come se non fosse normale tutta quella farsa, nonostante anche lei tempo addietro imitava alla perfezione quegli illustri personaggi, e qualcosa le diceva che c'era dell'altro nascosto tra i vicoli bui e senza uscita. Infatti era proprio in quei postacci dove nessuno osava guardare per paura di vedere topi o gente mal ridotta, che loschi individui mettevano in atti affari poco puliti con gente corrotta oppure alla ricerca di forti emozioni, comprando schiavi di ogni genere o amuleti che donavano potere a prezzi competitivi. Cercando di non guardare cosa si passavano per le mani quelle persone, la ragazza si limitava a fissare dove stava andando per ricordare la via per uscire da quel posto nel caso si fosse persa, e per guardare i festoni che sventolavano da una finestra all'altra al tocco del vento con fare gioioso. «Io sono arrivato a destinazione.» disse ad un tratto Liam, fermando il carretto vicino ad una bottega semi interrata nel sottosuolo. L'accesso era dato da una scala di otto gradini che si fermava davanti ad una porta in legno, sopra la quale sventolava cigolando un'insegna con un martello e un pezzo di legno intagliati a formare una X. «Grazie, ora posso proseguire da sola.» mormorò Ashley, scendendo dalla parte opposta a quella dell'amico. «Stai molto attenta Ash, come avrai notato qui è pieno di gente pericolosa che non fa eccezione per nessuno, soprattutto in questi giorni.» l'ammonì Liam, fissandola dal sedile del carretto. «Non devi preoccuparti, so badare a me stessa.» lo rassicurò, parlando più per lei che per lui. «Come preferisci... Addio e buona fortuna, spero solo di poteri rivedere un giorno.» la salutò, allungandole una mano. «Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me, ti auguro ogni bene.» ricambiò lei, stringendogli la rugosa mano e sorridendo. Dopo un altro cenno di saluto alla fine Ashley si allontanò da Liam, avventurandosi in un vicolo illuminato dal sole che sfociava in una piazzetta senza vie d'uscita, vuota e silenziosa; da una fontana in pietra ricavata dal muro di una casa zampillava dell'acqua da un anfora inclinata verso il basso, rompendo il silenzio spettrale che alleggiava come miele invisibile. Non c'erano altri vicoli che le indirizzassero un'altra via da prendere e questo le fece supporre che avesse sbagliato strada nuovamente. «Per tutte le Stelle! Possibile che il mio orientamento sia così scarso?» imprecò, voltandosi verso la via dalla quale era entrata pochi attimi fa e trovandola sbarrata da un enorme individuo dall'aspetto poco amichevole. Aveva capelli arruffati, simili a rigidi cavi metallici, e un disco d'oro che pendeva scintillante dall'orecchio sinistro. Due occhi azzurri spiccavano al di sopra dei baffi rossicci che, per quanto cespugliosi, erano tagliati corti; il collo taurino era cinto da un collare di rame al quale era appeso un tithal d'ambra. Il petto massiccio era coperto da una lacera camicia che un tempo era stata bianca, sovrastata da un giustacuore di pelo d'orso nero; i calzoni erano verde oliva, sorretti da una cintura di cuoio porpora decorata in oro, cui era appeso uno skian infilato nel fodero. «Cosa vedono i miei occhi e cosa odono le mie orecchie. Una dolce fanciulla che si è persa!» mormorò l'uomo, con una nota derisoria nella voce cavernosa e mostrando dei buchi nella dentatura giallastra. Ashley si irrigidì e sentì il sangue gelarsi nelle vene scorrendo lentamente verso i piedi, che erano diventati improvvisamente due pezzi di ghiaccio: quello che si trovava davanti doveva essere un mercante di loschi affari oppure un tagliagole dell'Est, in cerca di qualche buon affare da concludere o qualcuno da ammazzare per poi derubarlo. «Non mi bastava essermi persa in una cittadella di delinquenti! Ora ci si mette pure quest'orco!» pensò, guardandosi intorno con la coda nell'occhio. «Cavoli, se fosse stato un unseelie minore me la sarei cavata con qualche stratagemma; ma con questo ammasso di muscoli dovrò usare i miei poteri se voglio rendere cara la pelle!» aggiunse dopo, stringendo le mascelle. «Cosa succede? Ti faccio paura forse, ragazza?» la punzecchiò, scoppiando in una fragorosa e fastidiosa risata. «Sbruffone e pallone gonfiato!» lo insultò Ashley, più rigida di un pezzo di legno. «Credo di potermi guadagnare un bel gruzzoletto se ti vendo al mercato delle schiave, dopotutto sei una bella ragazza anche se di viso lasci un po' a desiderare...» rifletté dopo il colosso, massaggiandosi il mento ruvido. «Desolata, ma credo che dovrete cambiare persona. Io ho ben altri progetti.» li informò lei, acquisendo una sicurezza che non sapeva di avere. Era come se un'aura di magia l'avesse racchiusa in un bozzolo di sicurezza e sfacciataggine, che le regalava una forza positiva. Il mercante scoppiò in un secondo impeto di ilarità e poi le si avvicinò con passo spedito per prenderla e portarla con sè ma Ashley non si fece cogliere impreparata e, unendo i pollici e gli indici con i palmi aperti rivolti verso l'aggressore, sprigionò una sfera di luce che si andò ad espandere fino ad avvolgere l'uomo in una sfera abbagliante che le diede il tempo di scappare. Dopo aver scansato il mercante, che dimenava i pugni per aria e urlava per il dolore agli occhi cercando un appoggio a cui aggrapparsi, Ashley si gettò di lato e cominciò a correre per salvarsi la vita quando una rugosa mano l'afferrò per il giubbottino verde e la strattonò contro la parete di una casa, facendole perdere i sensi per brevi secondi. «Tu non te ne andrai da qui senza che io ti abbia messo le catene ai polsi!» latrò l'uomo, acquistando poco a poco la vista. Stordita dalla botta presa al contatto con la parete fredda di mattoni e argilla, la Maga faticò ad alzarsi da terra e non appena strisciò su per il muro drizzandosi sulle gambe si ritrovò addosso il mercante, che le legò le mani dietro la schiena con delle manette di ferro per poi caricarsela sulla spalla come se fosse stata un sacco di farina, sgattaiolando dentro una casa buia e in decadenza; un impeto di nausea avvolse la ragazza, le doleva la testa per via del breve scontro avvenuti pochi attimi fa, ma la cosa più fastidiosa era il continuo dondolio causato dai rozzi movimenti del suo rapitore, poi tutto divenne buio. Non sapeva dire di quanto si fosse allontanata da quella piazzetta però una cosa era certa, il luogo dove si trovava non faceva presagire nulla di buono. Un odore di muffa saliva dai muri spugnosi di pietre granitiche, misto a quello di decomposizione e sporcizie varie, mentre dalle pareti si poteva sentire l'umidità filtrare e alleggiare in quell'angusto spazio scuro, che rendeva l'ambiente buio e poco ospitale. Intontita e nauseata da quegli odori la Maga si mise a sedere su un giaciglio di stoffe logore e pagliericcio marcio, massaggiandosi le braccia per avere un po' di calore e poi la testa, scoprendo una crosta che le percorreva la nuca fino a dietro l'orecchio destro; combattuta tra la sorpresa e l'orrore scoprì di essere stata ferita alla testa. «Oh cavoli... Questa non ci voleva!» pensò, sentendosi le dita appiccicose. «Quel bastardo me la pagherà molto cara per avermi fatto questo!» si ripromise cercando a tentoni la sua cintura senza trovarla. «Va bene, ora mi sto arrabbiando sul serio!» grugnì, stringendo le mascelle e i pugni. In quel momento sentì una chiave entrare in una serratura arrugginita e farla scattare due volte prima di aprire la porta con un tremendo cigolio di cardini metallici ammuffiti e far entrare un fascio di luce di una torcia appesa al muro, che corse per il pavimento fino ad illuminare la esile figura di Ashley - ferendole gli occhi abituati al buio - prima che una figura tagliasse quel breve attimo di luminosità e zoppicasse nella sua direzione. «Se non vuoi fare una brutta fine resta immobile.» le ordinò con voce gracidante mentre si piegava verso di lei con una cassetta di legno tra le mani. La ragazza non si mosse e l'uomo cominciò a tamponarle rozzamente la ferita che aveva sulla testa con un panno imbevuto di una qualche essenza medica dall'odore acre che rimarginò la ferita, poi si dedicò a riporre gli oggetti nella cassetta ed uscì così com'era entrato, richiudendosi accuratamente la porta dietro le spalle con uno stridio di metallo contro metallo. La Maga avrebbe voluto chiedere a quello strano tipo dove fosse, ma le si era formato un nodo alla gola che impedì alle parole di uscire, che si intensificò quando l'odore acre dell'unguento invase le narici della prigioniera costringendola a tapparsi il naso. Non appena tornò nuovamente sola aprì il palmo della mano e creò un pulviscolo luminoso che le diede sollievo e le mostrò le nere pareti della sua prigione e la porta in ferro massiccio, il tutto in un quadrato dove stavano a malapena otto persone schiacciate; alzò lo sguardo e solo in quel momento notò una piccola finestrella ad arco con delle sbarre che si affacciava sulla strada. «Anche se la raggiungessi non passerò mai da quel buco!» si disse, stringendosi le gambe al petto. Stanca ed affamata si accoccolò nuovamente nel suo sporco giaciglio e cercò di dormire - ripensando al suo letto, alla sua famiglia e a suo fratello -, ma proprio quando stava per chiudere gli occhi la porta di ferro si aprì per la seconda volta con quel fastidioso cigolio metallico, lasciando entrare un uomo ben piazzato e pieno di cicatrici che l'afferrò rozzamente per un braccio e la trascinò fuori da quel postaccio per poi ammanettarla e condurla lungo il corridoio di nicchie e porte, illuminato a sprazzi da torce appese alle pareti; se non fosse stata così debole per il sonno e la fame gli avrebbe volentieri assestato un calcio agli stinchi, per così scappare nuovamente verso l'esterno, però si limitò a stargli dietro strisciando i piedi sul pavimento cubettato fino a raggiungere una scala a chiocciola che si arrampicava lungo un palo di legno. Senza proferire parole inutili l'uomo bendò la prigioniera e la condusse lungo quel tornante ripido di scalini alla cieca. Anche se aveva gli occhi bendati Ashley intuì subito che si stavano lasciando dietro l'odore fetido della prigione per finire in un posto più luminoso e profumato, tra corridoi dove lussuosi tappeti attutivano i pesanti passi del carceriere e stanze dove vecchie carte, mappe e libri venivano ammassati ordinatamente su scaffali di legno intagliato. «Siamo arrivati.» sbottò ad un tratto l'Uomo Cicatrice, fermandosi bruscamente e togliendole la benda. Il contatto la luce del sole che filtrava dalle finestre e si andava a posare come raggi di miele sul pavimento - creando delle polle di luce - infastidì momentaneamente gli occhi della ragazza, che se li dovette sfregare per abituarli alla luce. Era in un corridoio di cartongesso da una parte, dove quadri senza senso oppure cornici vuote erano appese tramite dei chiodi arrugginiti, e dall'altra si estendeva una schiera di finestrelle in legno che mostravano i tetti e i camini del centro della cittadella. «Vedi di darti un contegno, stai per essere ricevuta dal Sommo.» le ordinò dopo l'uomo accertandosi che non si fosse ferita e fosse presentabile. «Sommo di cosa? Dove mi trovo e chi siete voi?» domandò confusamente la ragazza con un nodo alla gola. «Fai silenzio! Non hai il diritto di parlare se non sei interpellata!» l'aggredì prima di bussare alla porta. «Avanti.» ordinò una voce dall'altra parte. L'Uomo Cicatrice aprì la porta con una mano e con l'altra spinse la ragazza oltre la soglia, per poi richiudere la porta con un tic. Smarrita e con il solito nodo che le legava la gola - e lo stomaco - si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio su dove potesse trovarsi. Era in una stanza illuminata da due enormi finestre ad arco che davano la visuale su una piazzetta sottostante e si trovavano dietro una scrivania con le gambe intagliate a zampa di leone e che salivano con un motivo araldico fin sopra al piano d'appoggio - ingombro di fogli e carte, dove si vedeva a malapena una penna d'oca intinta in un calamaio di vetro scuro -; le due pareti laterali della stanza erano coperte da mobili e librerie, e un caminetto sporgente era davanti ad un tappeto con sopra due poltrone di velluto porpora e un tavolino in vetro che dava bella mostra ad una scacchiera di alabastro e ossidiana. «Allora, cosa ci fa una nobildonna come voi in un postaccio come Tarv?» domandò una voce, proveniente da dietro il cumulo di fogli che infestavano la scrivania. Era una voce morbida e calda, che nascondeva un velo tagliente e freddo che penetrò nelle orecchie della ragazza come una pioggia d'aghi. «Sono in viaggio.» rispose la Maga, cercando di stare calma e guardandosi intorno. «Certo, lo vedo, ma senza una scorta e nessuna indicazione è molto pericoloso mia cara.» annuì la voce con tono pacato. «Non vorrei sembrare brusca ma non è affar vostro ciò che faccio. Cosa volete da me?» tagliò corto Ashley, cominciando a sentire una strana sensazione che non lasciava presagire nulla di buono. Da dietro le pile di fogli e carte si alzò lentamente una testa di capelli castani leggermente mossi e poi il volto avvenente di un giovane uomo con una benda sull'occhio destro, che si alzò da una sedia di velluto e zoppicò - con l'aiuto di un bastone dalla testa di corvo - da un lato della scrivania; aveva una camicia larga, tenuta ferma ai polsi da due file di bottoni d'alabastro che metteva in risalto il petto semiscoperto e muscoloso, tenuta ferma in vita da una cintura di cuoio largo e pantaloni di pelle nera aderenti infilati dentro un paio di stivali con il risvolto, che arrivavano la ginocchio. A quella vista Ashley dovette abbassare lo sguardo, sentendosi improvvisamente avvampare da un getto di calore che proveniva da sotto la pelle e che le bruciava le guance di un acceso rosso mentre il giovane uomo zoppicava lentamente verso di lei fino a trovarsi a pochi passi di distanza. «Quelle manette devono essere molto dolore, ve le devo togliere per caso?» le domandò, chinandosi verso di lei per cercare il suo sguardo. «Voglio solo uscire di qui e tornare sui miei passi.» rispose Ashley, tormentandosi le mani con fare nervoso. Lui scoppiò in un impeto di ilarità per poi voltarsi e tornare alla scrivania dove si appoggiò e incrociò le braccia al petto, lasciando il bastone a poca distanza. «E' un peccato, siete una ragazza carina e mi avreste fatto comodo...» sospirò Zoppicante con rammarico. «Non ne dubito...» pensò la Maga, scoprendo tutto d'un tratto la vera natura di quella persona. «Dovrei sbattervi nuovamente in cella, ma noto che la fortuna è dalla vostra parte.» disse Zoppicante, voltando la testa sulla spalla e guardando oltre le finestre. «Cosa intendete dire?» gli domandò Ashley, arretrando di un passo. «Oggi c'è mercato.» le rispose semplicemente il ragazzo, tornando a guardarla. «Siete un mercante di schiavi!» biascicò lei, amareggiata e sorpresa. «Non mi insultate, non è carino da parte vostra. Preferirei essere chiamato Commerciante di Belle Ragazze.» sottolineò lui inarcando le labbra in un sorriso agghiacciante. «Sia quello che sia, voi siete spregevole e pagherete per questo.» sibilò Ashley seguendo con lo sguardo il ragazzo, che tornava a sedersi dietro la scrivania. «Non è la prima volta che vengo minacciato, e non sarà nemmeno l'ultima. Siete una ragazza deliziosa e di sicuro qualcuno vi comprerà ad un prezzo elevato.» ribatté il mercante di schiavi, appoggiando i piedi sul piano di legno e schioccando le dita. In quel momento fecero irruzione due loschi individui che presero di peso la ragazza e la portarono fuori da quella stanza, ribendandole gli occhi e conducendola in chissà quale luogo. Da quello che Ashley poté capire dai suoni che si stavano ammassando intorno alle sue orecchie, come una fastidiosa cacofonia, era che la stavano portando in una piazza ghermita di gente che si stavano battendo furiosamente per ottenere qualcosa sparando prezzi assurdi ed esorbitanti, seguito da un martellio di legno contro legno; odori acri che si mischiavano a dolci profumi, urla, gemiti e suppliche animavano quel posto creando un nodo allo stomaco della giovane donna che cercava disperatamente di capire dov'era finita finché non fu portata su qualcosa di legnoso e più in alto rispetto a dov'era prima. Milioni di occhi si posarono su di lei e non appena la luce tornò ai suoi occhi scoprì di essere finita su una piazzola d'aste. Era diventata una schiava. Accanto a lei c'era un tizio gobbo vestito di broccato rosso con rifiniture in rame che cingevano i polsi e il colletto alto della giubba; reggeva tra le mani dei fogli gialli rilegati da uno spago mezzo rovinato e leggeva senza che Ashley potesse capire cosa stava dicendo, intanto camminava intorno alla ragazza indicandola più e più volte, come se fosse stato un oggetto raro ed inestimabile. Ad ogni parola letta o indicazione fatta da quello strano e viscido tizio gli occhi della prigioniera vedevano mani di nobili lord o ventagli di eleganti lady alzarsi dalla folla, bocche che urlavano oppure che spettegolavano nascoste da mani o ventagli aperti, e gente che la osservava con poche buone intenzioni. Era uno spettacolo orribile a tal punto che le ginocchia cominciarono a tremare sotto il suo peso e il sangue le scorreva sempre più lento verso il cervello, tuttavia persisteva a rimanere in piedi - come un ramoscello sotto una terribile tempesta - imperterrita a non cedere malgrado la voglia di cadere su quel pezzo di legno scheggiato le sembrasse una buona opportunità ed occasione per escogitare un modo per scappare. Ci furono altri prezzi esclamati, altre alzate di mano e contro prezzi, ma lei continuava a non sentire nulla da com'era terrorizzata quando qualcosa in mezzo al pubblico fece cessare quello stato di sordità e zittì la platea; un'enorme pantera nera, tenuta a freno da una catena tintinnante, si fece largo tra la folla lasciando passare dietro di sé un gruppo di sei persone dall'aria minacciosa, vestiti di abiti logori e armati. «C'è un mercato e noi non ne sapevamo nulla?» sibilò una di quelle persone - la più elegante tra i sei e forse più giovane - guardandosi intorno con aria mesta. Aveva un enorme cappello nocciola che gli copriva il viso e metteva in mostra da un lato un set di piume di rapaci, un giustacuore nero senza maniche aperto sul petto con rifiniture argentee sopra ad una camicia a maniche larghe color crema, e pantaloni color seppia infilati dentro gli stivali lucidi; portava una spada dall'elsa riccamente elaborata sul lato sinistro, tenuta in un fodero di pelle di cavallo e indossava una cintura di pelle di rettile. «Questo sì che è sconveniente.» mormorò un altro sulla cinquantina d'inverni, schioccando la lingua tra i denti e giocherellando con uno stiletto appuntito dall'elsa dorata. Aveva solo un giustacuore di pelo di coniglio su una corporatura robusta e muscolosa, pantaloni neri stracciati e i piedi nudi con tatuati strani volatili; la testa era pelata, però dalla barba lunga si poteva capire che il suo colore fosse il rosso. «Il Capitano non sarà affatto contento.» aggiunse un'altra di quelle losche figure sputacchiando dai denti bucati. «I Ladroni della Lofty Mountains...» mormorò Broccato Rosso, deglutendo a fatica. La folla si era zittita e pietrificata al loro ingresso, ma Ashley notò che c'era dell'altro: quelli là non erano semplici ladroni, ma qualcosa di più pericoloso e temuto. Dopo qualche breve attimo di esitazione, dove forse cercava le parole adatte per parlare, Broccato Rosso si riscosse da quello stato di catalessi e cominciò a strofinarsi le mani mentre avanzava verso il bordo del palco improvvisato. «Miei Signori, non ci permetteremmo mai di escludervi dai nostri umili affari. Dopotutto siete i nostri migliori clienti...» cominciò, con voce untuosa e piena di timore. «Non ne dubitiamo, ecco perché siamo qui.» assicurò Cappello Grande, con voce ironica. «C'è forse qualcosa che posso fare per voi?» si affrettò a domandargli Broccato Rosso. «Sì. L'ultimo acquisto che abbiamo fatto si è rivelato molto deludente!» sbraitò Sputacchioso. «Non si è affatto rivelato utile e resistente come avevi decantato due giorni fa!» lo seguì Piedi Tatuati. «Vogliamo subito un risarcimento!» urlò un altro componente agitando i pugni per aria. E dal gruppo si alzò un brusio di minacce e accuse rivolte al venditore di schiavi, facendolo trovare con le spalle al muro. «Certo certo signori, avete pienamente ragione e avrete quanto chiederete se è in mio potere farlo...» cercò di calmarli Broccato Rosso, conoscendo l'indole di quei tizi e cominciando a sudare freddo. «Un momento.» ordinò d'un tratto Cappello Grande, alzando una mano per richiedere silenzio dai suoi compagni. «Vedo che sei all'ultimo pezzo dell'asta di oggi, e deduco che sia quello che vale di più...» osservò, posando una mano sull'elsa della spada. Broccato Rosso girò la testa verso Ashley e poi verso il gruppo di ladroni, e fece così per altre venti volte fino a farsi venire il torcicollo. «Miei rispettosi Signori, sono desolato ma non...» balbettò, dopo aver capito dove Cappello Grande voleva andare a parare. «Fa silenzio, sei diventato di troppo!» sibilò il ragazzo dal cappello di piume di rapace spazientito. A quelle parole qualcosa di metallico e brillante ruotò per aria e si andò a conficcare tra le costole del venditore, che alzò lo sguardo sul gruppo e mostrò un espressione stupita e piena d'orrore prima di cadere al suolo con un tonfo, seguito da urla isteriche e di terrore delle dame che erano presenti. «Tiro perfetto, Crocker.» elogiò Sputacchioso al compagno. «Una cosetta da nulla.» si schernì Piedi Tatuati alzando le spalle. «Così hai saldato il debito col Capitano...» mormorò il ragazzo, sistemandosi il cappello davanti agli occhi. Più terrorizzata di prima la Maga si coprì la bocca con le mani tremanti, facendo cigolare le catene che le stringevano i polsi, e cadde in ginocchio sulla piattaforma percorsa da brividi di terrore. «La festa è finita gente... Tornatevene a casa!» latrò Sputacchioso alla folla. Come un branco di scarafaggi infastiditi dal sole, la platea di disperse tra i cunicoli e le case in decadenza che circondavano la piazza, svuotandola in pochi attimi e lasciando solo il gruppo di sei persone, la pantera e la prigioniera. «Bene... Così va meglio.» sussurrò in quel momento la sesta figura che teneva la pantera per la catena, che era rimasta in silenzio e in disparte per tutto il tempo. Il gruppo si separò in due file, formando un corridoio umano, e lasciò passare la figura incappucciata. «Nails, prendi quella ragazza.» ordinò a Cappello Grande, dopo averlo affiancato. Lui annuì e si avvicinò alla piattaforma. «No, state lontani da me!» strillò Ashley, con la poca voce che aveva. «Stai calma, se no vuoi farti del male per davvero.» l'ammonì il ragazzo, appoggiando le mani sul legno e facendo leva per poi trovarsi in piedi sul palco. A quelle parole un lampo di genio colse la ragazza. «Siete stato voi a curarmi in quella cella?» domandò con un filo di voce. «Non parlare.» le intimò lui, chinandosi verso di lei. «No no no, statemi lontano. Non toccatemi!» ripeté lei, cercando di allontanarlo. Il ragazzo la scrutò accigliato, poi si voltò verso il gruppo in cerca di qualche suggerimento o ordine, ottenendo un cenno d'assenso dall'Incappucciato. «Sono desolato, ma voi verrete con noi che vi piaccia oppure no.» l'informò dopo, prendendola per un braccio e tirandola su dal pavimento, senza ottenere risultati. «Non-non mi sento più le gambe...» balbettò Ashley, guardandosi le gambe con aria terrorizzata. «Non ho tempo per giocare ragazza.» sibilò freddamente Nails, guardandola di sottecchi. «Non sto scherzando! Non me le sento più!» si difese lei, cercando di farsi forza per alzarsi. «Se non si alza con le buone lo faremo con le cattive!» scattò Crocker, lanciando uno stiletto in direzione della ragazza e facendolo conficcare a due dita dal suo piede sinistro. «No!» strillò lei, con lo sguardo che chiedeva clemenza. «Nessuno toccherà quella ragazza senza prima aver parlato con James!» tuonò in quel momento l'Incappucciato, lasciando che la pantera girasse lo sguardo verso Crocker, mostrando i denti aguzzi e bianchi. A quella reazione Piedi Tatuati arretrò di due passi e abbassò la testa in segno di scuse e rispetto. «Allora, c'è qualcuno che vuole giocare un po' con la nostra mascotte?» domandò ironicamente dopo, scrutando da sotto l'ampio cappuccio i quattro uomini. Nessuno osò controbattere. «Prendi in braccio quella ragazza e andiamocene, ci siamo attardati troppo Nails.» ordinò poi al ragazzo, girandosi sui tacchi. Cappello Grande fece come gli era stato detto e, senza farsi troppi complimenti, prese tra le braccia la ragazza e seguì i suoi compagni a breve distanza.
  15. Il mattino seguente un timido passerotto entrò dalle imposte aperte e si appoggiò al davanzale, guardandosi intorno come se cercasse qualcosa, arruffando poi le piume con aria compiaciuta e alzando una nuvoletta di granelli di pulviscolo che si andarono a riflettere alla luce del sole, poi uscì in volo con un decollo da manuale, descrivendo un ampio giro della stanza. Era piccola stanza color crema con un soffitto e un pavimento di legno, un letto enorme con una testiera di faggio intagliato e le lenzuola profumate di lilla che occupava la maggior parte della camera; l'unica finestra dalla quale entrava l'aria era sul lato sinistro, con un piccolo davanzale in legno di noce e di fianco un tavolino sul quale erano appoggiati una brocca e una bacinella spaiate. Ashley, dopo essersi stiracchiata le braccia e aver osservato le quattro pareti della stanza, si mise a sedere sul materasso e si strofinò il viso con le mani per svegliarsi e ricordare cos'era successo la sera precedente. Lei, Ethlinn e Liam si erano seduti a tavola, gustando un caldo pasto frugale a base di stufato, mentre il boscaiolo raccontava con entusiasmo ciò che aveva fatto quel mattino, di come aveva incontrato la Maga ed elogiando sua nipote per gli ottimi manicaretti che sapeva fare come se fosse stata una storia degna di leggenda, agitando le mani per aria e parlando per più di una volta con la bocca piena. Dal canto suo Ethlinn annuiva agli elogi dello zio, abbozzando ogni tanto qualche frase modesta, ma Ashley non poté fare a meno di notare che la donna lanciava fugaci sguardi alla porta immobile per poi lasciarsi scappare un sospiro malinconico e carico di apprensione; la ragazza capì subito che la padrona di casa stava aspettando con impazienza il rientro di suo marito e dei loro figli, e un dolce sorriso di compassione le sfiorò il volto ricordando come tempo addietro anche sua madre aspettasse il ritorno di suo marito e del loro figlio stanziando la porta come una sentinella vigile e attenta e, a ogni minimo rumore, alzare di scatto la testa verso l'entrata scoprendo poi che era solo il vento che andava a bussare alla loro porta. Lei la osservava camminare con aria impettita su e giù dalle sale, mordicchiandosi nervosamente le unghie e fissando ogni minuto fuori dalle ampie finestre ad arco finché dopo ore di nervoso alla fine la grande porta d'ingresso non si decideva ad aprirsi, facendo entrare i due uomini; al loro ingresso la donna si gettava ad abbracciarli e a riempirgli di baci fino allo sfinimento. Trattenne a stento anche lei un sospiro di malinconia e fu proprio in quel momento che la porta si aprì con un piccolo scricchiolio di assi e fece entrare un uomo alto quanto Liam, dai capelli biondi e gli occhi nocciola che reggeva tra le possenti braccia un bambino di circa cinque estati dai capelli neri e accanto una ragazzina di sedici inverni, che si reggeva al giustacuore in cuoio di mucca del padre con una mano e teneva l'altra vicino alla bocca, mordicchiandosi il pollice. Aveva i capelli biondi legati in due codini e gli occhi di cerbiatto, con delle lentiggini che le coprivano il nasino all'insù e un abitino color polvere tenuto fermo in vita da una cintura di corde e fili di paglia intrecciati. In un attimo ci furono abbracci, baci, sguardi e carezze dolci mentre la Maga osservava tutto dal suo posto vicino alla tavola con un dolce sorriso dipinto in volto finché non fu accompagnata al piano superiore da Ethlinn passando per la rampa di scale di legno che fiancheggiavano la sala, passarono per un balconcino che dava la vista sulle due sale e alla terza porta la donna si fermò, indicandole di entrare. Non appena la ragazza posò la testa sul cuscino il sonno si impadronì di lei, come un ladro nella notte. Dopo quel breve attimo in cui si schiarì le idee, si avvicinò al tavolino che reggeva la brocca piena d'acqua, l'afferrò per il manico arcuato e versò il contenuto dentro la bacinella per poi sciacquarsi il viso e asciugarsi su un morbido panno che profumava di rosa selvatica, piegato vicino ai due oggetti. Era solo il terzo giorno che era lontana da casa, eppure stentava ancora a credere di aver trovato tanta fortuna incontrando un semplice boscaiolo che le aveva offerto vitto e alloggio per una notte in casa sua; credeva che non avrebbe più rivisto un letto fino alla fine del suo viaggio e che cercare cibo e acqua per sopravvivere diventasse un pensiero preoccupante, compreso poi quello di doversi proteggere dagli unseelie e dalle creature lorally che infestavano i boschi e le praterie, invece si era dimostrato tutto il contrario. «Non devo però dimenticare che sono solo all'inizio, potrò non essere più così fortunata in futuro...» si disse, mentre si pettinava i capelli davanti ad uno piccolo specchio appeso al muro da un chiodo arrugginito. Appena finì di legarsi la treccia dietro la nuca e di aver indossato il suo vestito da viaggiatrice, lasciò tre monete d'oro sul tavolino vicino alla brocca e uscì dalla camera proprio mentre due figure minute le sfrecciarono davanti, scivolando poi lungo la scala ridendo e strillando; erano i figli di Ethlinn, Rosin e Ariades, che stavano giocando a rincorrersi per la casa, girando intorno al tavolo e poi uscendo dalla porta per disperdersi in giardino mentre la madre era intenta a impastare un composto che emanava un dolce aroma di uvetta secca e mele cotogne. Scuotendo la testa da tanta vivacità, Ashley scese le scale facendo scivolare la mano sinistra contro il muro e raggiunse la padrona di casa in cucina; quando oltrepassò l'ultimo gradino vide Liam varcare la soglia della cucina con un pezzo di legno in mano. «Buon giorno, dormito bene?» la salutò, raggiungendo il tavolo e sedendosi. «Sì grazie, siete stati davvero gentili a imprestarmi il vostro letto per la notte.» annuì Ashley, scaldandosi il latte che Ethlinn le aveva precedentemente preparato accanto al caminetto acceso. «Quando avrai finito di fare colazione vorrei chiederti un favore.» le disse Liam, studiando con attenzione il pezzo di legno che aveva in mano. «Certo, se posso lo farò con piacere.» accettò Ashley, senza ponderare bene quella risposta affrettata e versandosi il latte nella scodella. «Bene... Ieri sera, mentre tu dormivi, io e i ragazzi abbiamo discusso e mi hanno fatto notare un particolare che mi era sfuggito, il che è raro per intenderci... Tu sei una Maga per caso?» cominciò a spiegarle, senza smettere di osservare il legno fino all'ultimo minuto. Ashley ingoiò il latte, puntò gli occhi sul boscaiolo e annuì con rigidità, notando uno strano bagliore accendersi negli occhi di lui che la irrigidì ulteriormente, ma cercò di mantenere la calma; nel frattempo Ethlinn si era fermata dall'impastare il composto e si era bloccata, come in attesa di qualcosa. Era una domanda innocua e piena di curiosità o un modo per metterla alla prova e poi scacciarla da quella casa oppure entrambe le cose? Qualunque fosse stata la risposta Ashley era pronta ad affrontarne le conseguenze a testa alta; aveva un obbiettivo da raggiungere e nulla le avrebbe impedito di portarlo a termine. «Prima di portarti in città avrei un favore da chiederti, e vorrei che tu lo risolvessi.» la supplicò ad un tratto Liam, appoggiando il pezzo di legno sulla tavola e stringendolo in mano. «Dimmi pure ciò che ti turba e se è in mio potere sarò più che lieta di aiutarti.» lo incoraggiò la ragazza, notando la disperazione dipingere il volto del boscaiolo. «Un ragazzo del villaggio è stato vittima di uno strano malessere a noi sconosciuto, e non ci sono Stregoni, Maghi o medici in grado di guarirlo e il poveretto giace nel letto da due settimane contorcendosi dal dolore e delirando come un matto.» cominciò a spiegarle Liam, cercando di stare calmo. «Ho capito, non c'è tempo da perdere... Mi potrai raccontare il resto mentre andremo da lui.» gli disse accigliata Ashley, prendendo la mela che aveva lasciato da parte e alzandosi dal tavolo. «Ti ringrazio!» esultò Liam, dirigendosi verso la porta. «Aspetta a ringraziarmi, non ho ancora visto il paziente.» lo ammonì lei, tallonandolo. Una volta raggiunto il carretto pieno di legna e con i cavalli attaccati, i due amici salirono in cassetta e con un colpo di redini e delle parole di incoraggiamento Liam fece partire di due equini, dirigendosi al villaggio lasciandosi dietro una nuvola di polvere alzata dagli zoccoli e dalle ruote di legno. «Nersepheore è un villaggio di minatori e contadini, viviamo grazie alle ricchezze del terreno e agli knocher; tu sai chi sono?» le raccontò, mentre scendevano lungo la stradina serpeggiante. «Sono dei minatori seelie che scavano nel sottosuolo ed estraggono minerali che esso nasconde in grosse e ricche vene, aiutati dai berretti azzurri che poi lo portano in superficie. Sono dei lavoratori onesti e generosi se non li si truffa.» «Esattamente. Vedo che sei ben istruita.» annuì Liam, con la mente da un'altra parte. «Credevo che tutte le creature eldritch odiassero essere spiate da noi umani.» «Infatti è così; i minatori di Nersepheore badano bene a dove scavano e così facendo mantengono stabile quel delicato equilibrio che può essere spezzato da un momento all'altro.» le disse il boscaiolo, svoltando all'ottava curva. Ashley fissò il sentiero che si andava a snodare da una all'altra parte, notando che il carretto stava viaggiando a una velocità sostenuta quando d'un tratto scorse con la coda nell'occhio qualcosa che si andò a nascondere dietro una roccia che faceva angolo alla decima curva: era un urisk. Liam parve non accorgersene e girò all'undicesima curva raggiungendo così la stradina che portava al centro di quel villaggio di case sparse, con recinti e steccati accanto ad ognuna di esse, e tithal e amuleti magici di frassino e ferro appesi alle porte. «Siamo quasi arrivati.» l'avvertì Liam, superando una ventina di quelle piccole abitazioni semplici e di grande effetto ottico. Ashley annuì ed espirò. Stava per mettere alla prova se stessa e le sue doti magiche, che le erano costati anni di duri allenamenti e studi per arrivare ad ottenere il tanto ambito diploma, e anche per valutare se era pronta ad affrontare quel viaggio che aveva scelto di percorrere. Tormentandosi le mani e mordendosi il labbro inferiore entrarono nel villaggio e arrivati più o meno al centro il boscaiolo tirò le redini e fermò i due destrieri, facendo segno alla ragazza di scendere e seguirlo. Dopo attimi di esitazione Ashley richiamò a sé tutte le sue forze e seguì l'uomo verso una casetta che stanziava verso la valle, affiancata da due staccionate che contenevano le pecore e una decina di mucche pezzate; arrivati alla porta, protetta da tre ferri di cavallo arrugginiti, Liam bussò con non troppa energia e poco dopo venne ad aprire una vecchietta che si reggeva su un bastone intagliato nel legno. «Liam, che piacere vederti, a cosa devo la tua visita?» lo salutò, socchiudendo gli occhi per metterlo bene a fuoco. «Domando scusa per il disturbo, ma ho portato con me una Maga che forse potrà guarire vostro nipote.» le rispose educatamente Liam, indicando Ashley alle sue spalle. La donna spostò lo sguardo sulla ragazza, e lei non poté fare a meno di notare la stanchezza che le opacizzava gli occhi e le grandi occhiaie dovute a ore di insonnia e pianti disperati; a quella vista dovette spostare lo sguardo in basso per non far notare il suo sconforto: non le era mai piaciuto vedere la misera e la disperazione delle persone perché le si stringeva il cuore. «Non penso che qualcuno sia in grado di curare mio nipote, ormai ho perso la speranza; però tentare non nuoce...» sospirò con la voce rotta. «Signora, la prego di non smettere mai di sperare! La speranza è l'ultima ad abbandonarci e voi che siete più saggia di me dovreste saperlo!» la pregò Ashley, facendosi avanti. «Siete molto ardita e saggia per essere tanto giovane mia cara.» osservò acutamente la donna, alzando lo sguardo su di lei. Ashely non rispose, perché non sapeva cosa dire. Con movimenti lenti e affaticati la donna si spostò di lato aprendo la porta e così facendo diede il permesso ai due ospiti di entrare, poi la richiuse con un clic e li condusse in uno stanzino dove, sdraiato su un giaciglio di paglia e coperte, si trovava un ragazzo delirante e coperto di perle di sudore. Un'improvvisa fitta allo stomaco bloccò Ashley in mezzo alla stanza - dato che non era abituata a vedere certe scene - ma cercò di non farlo notare; si avvicinò al giovane che aveva più o meno la sua età e notò che il lavoro in miniera l'aveva reso più adulto e quindi ingannevole ad una prima occhiata. Chinatasi sul corpo percorso da spasmi, Ashley capì subito cos'aveva colpito quel povero sventurato. «Non avrà per caso percorso una Porta Proibita?» domandò sbrigativamente alla donna, mettendosi a frugare nella sua bisaccia. «Non saprei dire... E' due settimane che si contorce dal dolore e suda come se stesse sotto al sole.» le rispose la donna, con un nodo alla gola. «Cosa c'è? Cos'hai visto?» le domandò Liam allarmato. «Questo ragazzo è stato colpito da un Beithir, un serpente del fulmine; dimora nel sottosuolo e questo è il suo marchio!» gli rispose la ragazza, mostrando una ferita a forma di saetta sul palmo delle mani e sulla fronte e cercando con lo sguardo un contenitore. A quella rivelazione la donna esplose in un pianto disperato mentre a Liam cadde al mascella per la sorpresa: erano anni che la loro gente dimorava su quella collina e non sapevano che il Beithir abitasse in quella zona. «Fortunatamente questo ragazzo ha la forza per combattere la febbre, ma il colpo del Beithir è stato più violento di quanto credessi; avrà bisogno di una cura efficace per potersi riprendere del tutto.» rifletté Ashley, mettendosi a pestare in un mastello delle foglie con una polverina violacea per farne un impasto che andò a sciogliere nell'acqua calda per poi travasarlo in un botticino di vetro che si assicurò di scuotere bene prima di consegnarlo alla vecchietta. Quando il liquido violaceo diventò trasparente Ashley lo scrutò con attenzione, per poi stapparlo e annusare il contenuto con aria soddisfatta, ritapparlo e porgerlo all'anziana. «Versategli tre gocce di questo infuso nella minestra prima di andare a dormire e tutte le mattine quando fa colazione, in tre giorni dovrebbe riprendere le forze e ristabilirsi.» la istruì. «Vi ringrazio, cosa posso offrirvi per il disturbo e la cura?» le domandò la vecchietta, stringendo al petto il botticino. «Pregate che vostro nipote si rimetta presto e abbiate fede, io ho solo fatto il mio dovere e vi auguro ogni bene.» le rispose Ashley, osservando il ragazzo. «Siete di buon animo ragazza, questo vi aiuterà parecchio...» le disse la donna, accarezzandole le mani. «Addio signora.» la salutò lei con un inchino e allontanandosi verso la porta. Una volta all'aria aperta la Maga trasse un bel respiro profondo, saturando i polmoni di quell'aria fresca e osservando dei nuvoloni carichi di pioggia addensarsi a ovest, mentre sopra di lei il sole splendeva radioso come se nulla posse turbare il suo lavoro giornaliero. «Ti ringrazio per aver salvato quel ragazzo.» la ringraziò Liam, comparendole da dietro le spalle. «Non ho fatto nulla di granché... Adesso tutto dipende dalla forze di volontà del giovane.» si schernì lei. «Se non sbaglio ti devo un passaggio per la città.» si ricordò Liam, passandole davanti. «Sì, è vero...» annuì lei, tirando un lato del labbro in un sorriso. «Allora siete pregata di salire in carrozza vostra signoria, tra poco partiamo!» esclamò Liam, facendo un rozzo inchino e scoppiando poi una rumorosa risata. Ashley ricambiò quell'ilarità e fece come le era stato detto. «Se siamo fortunati entro domani mattina saremo alla città fluviale di Gilvaris Tarv.» calcolò Liam, prendendo in mano le redini. «Spero che tu abbia scorte a sufficienza e un potere abbastanza forte, perché non saranno pochi i pericoli da qui a Tarv.» disse dopo, facendo partire il carretto con uno scossone. «Non c'è da temere... Arriveremo a Gilvaris Tarv sani e salvi.» lo rassicurò lei. Durante il viaggio che li stava portando fuori da Nersepheore, Liam non perse tempo e cominciò a raccontare storie incredibili sulle sue avventure vissute da ragazzo con alcuni amici e bambini del paese in mezzo alla campagna, le bravate a discapito degli anziani del villaggio - soprattutto di un vecchio brontolone che abitava in pieno centro del paese - e gli incontri con esseri unseelie e seelie che si vedevano per le strade. Ashley lo stava a sentire tra una risata e l'altra mentre il carretto continuava la sua tranquilla marcia tra le curve delle colline e le distese di erba delle valli, rese arancioni dal tramontare del sole oltre lo zenit e al canto degli stornelli che esibivano danze confusionarie nel cielo ambrato sopra le teste dei due viaggiatori. «Ci dovremmo accampare, tra poco farà buio e non è consigliabile proseguire di notte.» disse dopo un po' Liam, fermando il carretto su un lato della strada, ai piedi di un piccolo promontorio verdeggiante. «Accendo il fuoco!» si prenotò subito la Maga, balzando giù dal carretto. Il boscaiolo non obbiettò e staccò i cavalli dai finimenti per farli pascolare impastoiati accanto al veicolo, poi si mise a frugare in mezzo ai rami secchi di frassini, querce, abeti e larici alla ricerca di un fagotto che tirò trionfalmente fuori con un sorriso vittorioso e che lanciò alla ragazza. «Ti aiuterà ad attizzare la legna.» le spiegò, notando il suo sguardo celare un punto interrogativo. «Grazie Liam, ma pensò che servirà a te per il tuo prossimo viaggio.» gli rispose lei, riponendo il fagotto vicino al sasso su cui si era seduta e schioccando le dita. A quel gesto dal centro dei rametti secchi - raccolti dal carretto perché inutili a fruttare dei soldi al boscaiolo - si sprigionò una fiamma flebile che andò a bruciare la legna, rilasciando una striscia di fumo che si alzò in alto e si disperse a una trentina di piedi dal suolo. «Incredibile... Ho sempre ammirato il potere dei Maghi e delle Guaritrici.» sussurrò l'uomo, mentre il fuoco si rifletteva nei suoi occhi. Ashley arrossì lievemente e si preoccupò di aggiungere dei rametti più consistenti per non far morire la loro fonte di calore, mentre Liam si andò a sedere di fronte a lei e al fuoco per poi scaldarsi le mani sfregandole e porgendole vicino alla fonte di calore. Il sole ormai si era quasi spento oltre l'orizzonte e nel cielo erano apparse le prime stelle e una luminosa falce di luna, che andarono a illuminare con il loro debole fascio i due amici; intanto da qualche buchino nascosto dai fili d'erba scuri erano sbucati fuori dei grilli e delle cicale, che si misero a danzare lì intorno intonando dolci melodie che andarono ad accompagnare qualche altro strumento naturale che veniva trasportato dal flebile vento serale. «Sarà una notte piuttosto fresca questa sera... Ringraziando l'oro di Meris ho una Maga con me!» esclamò dopo un po' Liam, spezzando il silenzio. «Non sarei così ottimista, sono appena uscita dal Palazzo di Magia, e non ho alcuna esperienza sui pericoli che incontreremo.» lo ammonì la ragazza, mettendosi a frugare nella sua bisaccia. «Suvvia, avere qualche conoscenza di arti magiche fa sempre comodo in ogni caso, e se si è o meno esperti!» ribatté Liam, piuttosto ottimista. «Sarà...» sbottò lei, alzando le spalle e tirando fuori dalla bisaccia una mela e alcune bacche che le erano state donate da Ethlinn prima che partissero per Nersepheore. «Che cos'è quella roba!» ruggì ad un tratto Liam indicando la ragazza, o meglio, quello che la Maga teneva tra le mani. «Una mela e delle bacche.» gli rispose, piuttosto riluttante a quella domanda. «E quella la chiameresti cena?» sbraitò il boscaiolo con un improvvisa ira nella voce. «Cos'ha che non va?» gli domandò Ashely, osservando la mela e le bacche che aveva posato sulle gambe. «Se devi fare un lungo viaggio devi mangiare carne per rimanere in forze dannazione! Con mele, bacche e cose simili non dureresti nemmeno mezza giornata!» le spiegò accigliato e mettendosi a frugare nella sua bisaccia per poi mostrare orgogliosamente una lepre morta. «Da quanto tempo hai quella lepre in borsa?» non poté fare a meno di chiedergli la ragazza, sorpresa e disgustata. «Da questa mattina, non ti preoccupare.» la rassicurò Liam, posando per terra quella povera creatura e prendendo uno stiletto dalla bisaccia. «Che... Che cosa vuoi fare?» balbettò in quel momento la Maga, intuendo le intenzioni dell'uomo. «Non è ovvio? Non possiamo mica mangiarla con tutta questa peluria!» le rispose seccamente Liam, avvicinando lo stiletto al ventre dell'animale. Non appena cominciò a togliere via la pelle dalla carcassa Ashley avvertì un conato di vomito salirle in gola, poi il terreno assunse una posizione verticale e tutto intorno a lei si creò l'oscurità. Non sapeva dire se erano passate minuti o ore, ma non appena riuscì ad aprire gli occhi vide la figura sfocata di Liam accanto a lei che le sventolava un pezzo di stoffa sul viso e le inumidiva la fronte con dell'acqua. «Santi numi ragazza! Sei proprio debole di stomaco!... Mi domando come farai a tirare avanti in questo modo!» brontolò l'uomo, scuotendo la testa. «Che cos'è successo?» mormorò lei, con voce rauca. «Lascia perdere...» sbottò Liam, allontanandosi e andandosi a sedere al suo posto. Con la testa che girava, la Maga si puntellò su un gomito e si girò verso il fuoco scoppiettante, notando su esso una piccola carcassa infilzata alle due estremità rosolare su due legnetti posti lontani dal fuoco, e in quel momento si ricordò cos'era successo. «Ma non hai mai visto un uomo scuoiare un animale per tutte le Potenze?» le domandò Liam, rodendo di conoscere la risposta e controllando che la lepre non bruciasse. «No, e a dire il vero terrei a cambiare argomento; non sopporto queste cose!» gli rispose lei con un certo nervoso nella voce e sedendosi sul suo sasso. «Non è il caso che ti scaldi, era solo una domanda la mia.» si mise sulle difensive il boscaiolo, alzando le mani con i palmi aperti. La ragazza accettò le sue scuse e perdendo l'appetito ripose la mela intatta nella bisaccia con le bacche. La notte era tiepida e calma e i due personaggi si stavano intrattenendo raccontandosi delle storie riguardanti il Mondo di Meris e le avventure dei suoi abitanti. «Quali sono le storie che ti piacciono di più?» le aveva chiesto Liam, staccando di netto una coscia della lepre. «Non ne ho una in particolare... Diciamo che ogni racconto ha dei punti che scatenano curiosità così come disinteresse. Ma credo soprattutto che dipenda da chi vengono raccontate; una persona deve pur saper intrattenere i suoi ascoltatori no?» gli aveva risposto lei, con tono romantico e sognatore. «In questo caso permettimi di raccontarti una storia che credo troverai di tuo gradimento...» si propose Liam prendendo la palla al balzo. Ashley ne fu subito interessata e fissò l'amico, facendogli intuire che aveva colto nel segno; una volta che ebbe ottenuto la sua attenzione Liam si gonfiò il petto d'orgoglio e si schiarì la voce, pensando bene a come cominciare la sua storia. «Un pomeriggio di un giorno di festa due giovani di un villaggio si erano accordati per incontrarsi con le loro fidanzate presso un pascolo del loro villaggio ma, quando sono arrivati i due hanno visto le ragazze che si allontanavano dalla parte opposta. Le hanno chiamate, però le due sembravano non udirli, allora si sono messi a correre per raggiungerle. La corsa si è protratta per due o tre miglia, ma, per quanto veloci, i due giovani non sono riusciti a raggiungere le ragazze. Inoltre non hanno badato a dove stavano andando e, con sgomento, si sono ritrovati immersi fino alle ginocchia in una pozza di fango. In quel momento, le fidanzate sono svanite, con l'accompagnamento di una sonora risata, e al loro posto è apparso invece il Trathley Kow. Come puoi immaginare, i due ragazzi si sono liberati dal fango in un momento e si sono dati alla fuga. Quella creatura burlona li ha inseguiti per colline e valli, ridendo e beffandosi di loro. Alla fine, hanno dovuto attraversare un fiume per tornare a casa, ma erano entrambi così spaventati che sono caduti in acqua. Sono riemersi coperti di alghe e di fango, e naturalmente ciascuno dei due, non appena ha dato un'occhiata all'altro, lo ha scambiato per il Trathley Kow!» Ashley faticò a controllare l'ilarità. «Continua, continua ti prego!» lo implorò, con le lacrime agli occhi. «Urlando di terrore, ognuno dei due ha allontanato da sé l'altro, poi entrambi si sono precipitati fino alle rispettive case, dove hanno raccontato di essere stati inseguiti dal Trathley Kow e quasi annegati nel fiume.» Ashley si era premuta le mani contro la bocca, cercando di soffocare una risata promettente quanto un getto di vapore, imitata da Liam che aveva persino le lacrime agli occhi. «Questa era davvero una bella storia!» aveva esclamato, piegata in due dal ridere. «Sei davvero un ottimo racconta storie Liam.» lo aveva elogiato dopo aver ripreso il controllo di sé ed essersi asciugata una lacrima. «Ti ringrazio; modestamente il tuo non è il primo complimento che ricevo.» si era pavoneggiato lui, attizzando il fuoco con un pezzo di legno. «Lo credo bene. Persino il Bardo Reale sbiancherebbe alle tue storie.» esagerò la Maga, pentendosi quasi subito. «Su questo devo dissentire. Il Bardo Reale è e resterà sempre il migliore tra noi racconta storie; solo un idiota pieno di sé oserebbe scontrarsi con lui.» aveva mormorato lui, abbassando lo sguardo sul fuoco. Subito dopo i due viaggiatori si erano addormentati sotto un campo energetico protettivo contro gli eldritch wight, al tepore delle braci.