Alex Santoro

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  1. Il padre di Franco, Salvatore, era un noto oppositore al regime fascista, noto perché non si nascose mai, non vestì mail il fez nelle piazze durante i comizi e poi il fazzoletto rosso la sera nella cantina di qualche amico, o meglio compagno. Ben presto dovette affrontare questa coerenza ideologica e, non appena la dittatura si consolidò e si inasprì, Salvatore a Genona fu la prima vittima designata. A salvarlo fu il padre di Letizia, Mario Montevecchi, noto gerarca del paese, che, come detto prima, dalla sua fedeltà al fascismo ottenne potere e rispetto sugli e dagli abitanti. Il motivo per cui intervenne personalmente a favore di Salvatore non fu mai molto chiaro: molti pensarono che il suo fosse stato un gesto di propaganda a dimostrazione che il regime fascista sapeva punire ma anche graziare, soprattutto se ne valeva la sorte di una famiglia che si stava formando. Infatti, il motivo per cui venne graziato era lo stesso per cui Salvatore, ferendo e schiacciando completamente le sue ideologie, accettò di essere salvato: la politica e l’attivismo non erano le uniche sue passioni, ne aveva un’altra, Rosetta, che in quel periodo aspettava suo figlio, Franco. Fu proprio lei a chiedergli di accettare “la grazia”. “Salvatò, a sta creatura serve un padre in carne ed ossa, non una targa che gli dice che il padre era un eroe”. E così sia! Da quel momento Salvatore in parte la vita la perse comunque, perché la mise completamente al servizio della famiglia Montevecchi; ma non solo la sua di vita, sia lui che la moglie diventarono dei domestici tutto fare. Tuttavia non sacrificarono i sentimenti che provavano l’uno per l’altro ed insieme, anche se in semplicità, poterono crescere il loro unico figlio, Franco. Non gli fecero mancare mai nulla delle cose veramente importanti: ebbe due genitori severi ma affettuosi, che si privarono di tutto per farlo studiare e Franco li ripagò con una laurea in Economia. Proprio per questi sacrifici, non gli lasciarono un’eredità traducibile in beni immobili o in denaro, ma un patrimonio fatto di valori come l’onestà, il senso del dovere e l’importanza della famiglia. Lui cercò sempre di rispettare e mettere in pratica questi valori e forse proprio per questo motivo anche la sua di vita venne sacrificata: anche la sua, infatti, venne donata alla famiglia Montevecchi.Già da adolescente, Letizia aveva mostrato una certa predilezione e passione per Franco: sentimenti mai ricambiati, però, perché connotati da un diritto di proprietà che lei credeva di poter esercitare su di lui. Questi non se ne curò mai, anzi la ignorò sempre, pur non mancandole mai di rispetto. A mano a mano che crescevano i contatti tra i due rallentarono, soprattutto quando lui si trasferì a Napoli per gli studi universitari; ma poi la malattia di Salvatore e per Franco tutto cambiò.Qualche mese dopo la laurea del figlio, Salvatore si accorse che quei dolori allo stomaco, di cui soffriva da più di un anno, si erano fatti sempre più intensi, finché una notte di maggio, essendo diventati lancinanti, lo portarono in ospedale. Si scoprì che aveva un tumore allo stomaco, giunto ad uno stadio avanzato, pertanto poco si poteva fare per lui, anche perché all’epoca le possibilità di guarigione per queste malattie erano davvero basse. Una settimana dopo quella notte Salvatore si spense. Franco non ebbe molto tempo per metabolizzare questo lutto, perché subito dovette affrontare dei problemi seri: lui era neolaureato e senza lavoro; la madre non aveva alcuna pensione perché la “grazia” ricevuta durante il ventennio non prevedeva contributi pensionistici; a ciò si aggiunse che i Montevecchi in quel momento si resero conto che i servigi della famiglia Cantone non servivano più. Praticamente Franco e sua madre si trovavano in mezzo ad una strada: i signori avrebbero concesso solo un paio di mesi per trovare un’altra sistemazione. L’unica soluzione sarebbe stata quella di trasferirsi nel centro cittadino più vicino e portare la madre con sé, lontana dal suo paese, dal suo piccolo universo, da cui non si era mai allontanata; solo in questo modo Franco avrebbe avuto la possibilità di trovare un lavoro che desse la possibilità di mantenere sia lui che la madre.Ed ecco che nei momenti di difficoltà della famiglia Cantone c’è sempre un Montevecchi pronto a portare aiuto, pronto a graziare: di padre in figlio i graziati, di padre in figlia i grazianti. Questa volta toccò a Letizia che, non avendo mai perso le speranze su Franco, o più semplicemente, avendo aspettato pazientemente il cadavere del nemico lungo il letto del fiume, gli chiese di sposarla. L’offerta, perché solo così può essere definita, consisteva nel garantire alla mamma di Franco la permanenza in casa Montevecchi fino alla fine dei suoi giorni; a lui la possibilità di avere un posto di prestigio nell’azienda metallurgica della famiglia. In cambio cosa chiese Letizia? La vita di Franco su un piatto d’argento, la rinuncia ai suoi sogni, ad un affetto sincero verso un’altra donna. Se avessero fatto a me una proposta del genere, non avrei dato nemmeno la possibilità di completare la frase, che la mia risposta sarebbe stata un fermo e secco no. Ma per Franco non fu così semplice, poiché sapeva benissimo la gratitudine che suo padre provava per quella famiglia, pur conoscendone i limiti e le miserie. Lo stesso Salvatore, tra le ultime parole che rivolse al figlio, c’era l’ammonimento a ricordare quanto la famiglia Montevecchi avesse fatto per loro e, soprattutto, di tenere presente che, dopo la sua morte, lui sarebbe stato l’unico responsabile del bene della madre. Memore delle parole del padre, verso il quale aveva sempre nutrito un profondo rispetto, e non volendo costringere la madre a fare altre rinunce e non volendole procurarle altri dispiaceri, accettò. Dopo questo flash-back si può capire il perché di quell’immagine che mi si prospettò davanti quando aprirono la porta per accoglierci, il perché mi sembrò di avere di fronte la Regina Elisabetta ed il principe Filippo di Edimburgo. “ Raffaella ???” disse Letizia rivolgendosi a mia madre. “Si Letizia sono proprio io“ rispose ed anticipandola “ Lo so, sono invecchiata.“ “ Lo siamo tutti” rispose Donna Letizia. “ Ma non tutti come te “ disse mia madre fingendo di lusingarla, perché sapeva che era proprio quello che voleva sentirsi dire. Ma io non amavo questo tipo di persone e non permettevo nemmeno per gioco che si rivolgessero in questo modo a mamma e senza lasciarmi guidare dalla diplomazia dissi: “ Sa, mandare avanti la casa, timbrare un cartellino, crescere due figlie sono tutte cose che non ti danno il tempo di andare in palestra, in un centro estetico e così via” “Porto avanti anche io una casa” rispose stizzita la padrona di casa, ed io: “ Immagino quanto sia faticoso ed usurante dirigere la servitù”. In quel momento ricevetti due sguardi distinti: uno di Franco, compiaciuto per la mia risposta; l’altro di mia madre, che forse in quell’istante avrebbe voluto essere Giove per incenerirmi con un fulmine. A quel punto, per toglierci dall’imbarazzo, intervenne mia zia Carlotta con le sue solite battute: “Beh? Non ci fate accomodare? Dai Franco, offrimi qualcosa da bere, così mi si stuzzica l’appetito per gustarmi meglio la cena… semmai ce ne fosse bisogno”. Capii che forse era il caso di desistere dallo scambio di battute con Donna Letizia, non eravamo proprio in sintonia, altrimenti si sarebbe giunti ad una situazione davvero imbarazzante, dalla quale sarebbe stato difficile uscire anche con le battute di zia Carlotta. .
  2. Hai una penna davvero coinvolgente a mio avviso e sai anche concludere i capitoli al momento giusto, facendo venire voglio al lettore di iniziare immediatamente il successivo. Fai solo attenzione alla punteggiatura (probabilmente in alcuni così sono errori di battitura), in altre parti mancano è in eccesso. inizia un paragrafo nuovo quando stai cambiando la scena o l'argomento. Un piccolo errore di concordanza dei tempi: parli al passato remoto, ma in una frase principale inserisci il passato prossimo: " la pensione dove ho soggiornato..." Bravo, complimenti!
  3. @Gabriele Ludovici ma tu gli altri capitoli pubblicali ugualmente, anche se non dovessi ricevere commenti. A volte, anche per pigrizia, si legge soltanto.
  4. Giunte a Genona per ora di cena, ci recammo direttamente a casa di Zia Carlotta che ci avrebbe ospitate. Lei è una carissima amica di mia madre, la sua compagna di banco durante il liceo. Passano mesi senza vedersi e facendosi soltanto qualche sporadica telefonata, ma, quando si incontrano nuovamente, sembravano non aver perso un colpo del loro affiatamento. Zia ci sistemò in una delle stanze della sua casa, forse troppo grande per una persona sola, piacevolmente arredata come uno chalet. Dopo aver cenato, ci accomodammo in sala per chiacchierare. Quei momenti di intimità tra mia madre e la sua amica non mi sono mai dispiaciuti, perché erano le uniche occasioni, infatti, in cui potevo conoscer alcuni particolari della vita di mia madre quando era verde, come dice lei, che altrimenti non avevo modo di sapere, visto che mamma non ne parlava volentieri. Per non sentirmi completamente esclusa dalla conversazione, iniziai a chiedere qualche informazione sui loro compagni di scuola che avrei conosciuto l’indomani alla cena; innanzitutto per curiosità, in secondo luogo perché non amo essere impreparata, cioè mi piace giocare d’anticipo nelle conversazioni con un interlocutore nuovo. Inoltre, se ho un substrato di conoscenza sulla persona che ho davanti, riesco a coglier più facilmente sfumature del suo linguaggio del corpo. Ho sempre avuto la natura del sospetto ed una inclinazione a scoprire sempre un qualcosa che la gente, a mio avviso, nasconde, come se la maggior parte delle persone non si svelasse mai nella sua interezza. In realtà non sono un detective privato, ma una designer con una specializzazione in modellazione 3D. Un acuto spirito di osservazione mi ha sempre accompagnata, forse anche per il lavoro che faccio, che in automatico, però, metto in campo anche in situazioni extra-lavorative. La conoscenza di un luogo, di una persona, tutto per me è un’analisi dei dettagli; anche in una conversazione, tutto è diviso come i pezzi di un puzzle e nel momento di ricomporre, se qualcosa non torna, subito inizio a dubitare della persona e a perdere la fiducia in questa. Questo spiccato ed intuitivo spirito di osservazione, che può sembrare un dono, in realtà per me è una condanna, che mi crea molte difficoltà nelle relazioni sociali. Mi ha portato spesso a diffidare delle persone a cui tenevo e di conseguenza a perderle. Questa continua analisi e ricerca della verità mi ha reso intransigente, senza tener conto che anche la persona più cara può sbagliare. Proprio questa dote misi in campo a Genona, ma questa volta fu utile. Iniziai a farlo quando chiesi a zia Carlotta qualche notizia sui partecipanti alla cena e, dai racconti ascoltati, capii che la serata sarebbe stata interessante. Alle diciannove del giorno successivo insieme a zia ci presentammo a casa Montevecchi, anzi, per meglio dire, Palazzo Montevecchi come lo chiamavano in paese. Ad accoglierci furono i padroni di casa, due compagni di liceo di mamma e zia, che avevano organizzato la rimpatriata: Letizia Montevecchi e Franco Cantone, detto anche malignamente il principe consorte. La proprietaria del Palazzo e delle ricchezze, infatti, era Letizia, unica erede di questa famiglia, arricchitasi durante il Ventennio. Franco, invece, figlio di gente umile, oltretutto di fede rossa, doveva la sua fortuna esclusivamente al fatto di essere entrato nelle grazie, o, per meglio dire, grinfie, di questa donna, altrimenti sarebbe stato il classico senza né arte né parte. Devo dire che i racconti di zia furono molto puntuali; quando, infatti, i coniugi ci vennero incontro, mi sembrò di conoscerli da sempre e capii quali fossero i dubbi di mia madre sulla sua partecipazione alla cena. Letizia, anzi Donna Letizia come teneva a farsi chiamare da amici e domestici, che forse erano la stessa cosa, era quanto di più sgradevole si potesse immaginare, nemmeno Walt Disney, creando Crudelia De Mon, o qualche matrigna dei suoi cartoons, sarebbe riuscito a pensare ad un tale personaggio. Era una donna ossessionata dalla paura di invecchiare, come denunciavano il capello corto un po’ punk molto adolescenziale, i pantaloni di lino bianchi con biancheria intima ben visibile, il top aderente ed il tacco ardito. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi, i sessant’anni, abbondantemente superati, erano ben visibili e stridenti con il suo abbigliamento da teenager e a tradirla erano le sue mani, che, sebbene non avessero mai lavato un piatto o fatto qualsiasi altra faccenda domestica, erano meglio della sua carta di identità. Accanto a lei Franco, rigorosamente un passo indietro, forse non volutamente ma un gesto inconsapevole, risultato di anni di sottomissione. A differenza di Letizia, da giovane doveva essere stato molto affascinante: alto, lineamenti delicati, moro ed occhi verdi. Di tanto fascino giovanile ben poco era ancora visibile in lui, ma non per colpa dello scorrere del tempo, ma a causa dell’aver vissuto una vita che non si voleva vivere, una vita d’infelicità, con la consapevolezza che nessuno l’avrebbe risarcito del sacrificio. Franco aveva donato, ma senza amore, la sua esistenza a Letizia per proteggere la sua famiglia. Zia Carlotta, infatti, la sera prima mi aveva raccontato che i genitori di lui avevano lavorato alle dipendenze della famiglia Montevecchi come fedeli servitori per tutta la loro vita.
  5. Ciao Gabriele, ho letto questo tuo primo capitolo: mi ha molto colpita e spero di leggere presto i successivi. Procedo con ordine: Trama: in queste prime righe riesci a parlare di attualità-insofferenza dell'animo umano-egoismo. Quando dico all'attualità mi riferisco ai riferimenti alla perenne Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia che compaiono in questo capitolo; al conflitto tra vecchi e giovani relativamente al mondo del lavoro (e fai cenno anche alla disoccupazione giovanile); sempre nel quadretto tra la stagista e Domenico parli anche di come l'egoismo dell'uomo prevalga sempre (mors tua vita mea). Personalmente amo gli excursus e a te è ben riuscito. Stile: molto scorrevole; le subordinate sono tutte ben legate e concordate tra di loro ed anche nei periodi più complessi non si perde il filo del discorso. Nota negativa: fai solo attenzione alla punteggiatura, perché in alcuni casi manca o è di troppo (Es. Ho lavorato per quindici anni come ingegnere presso uno studio prestigioso — ma non mio — svolgendo tuttavia incarichi di secondaria o terziaria importanza: prima di svolgendo va la virgola). Buon lavoro! Spero di leggere presto il resto Alessandra
  6. Si, credo di sì.
  7. Ok, sorry Se mi spiegate come cancellare questo messaggio, lo faccio @queffe
  8. Grazie @queffe! Se potete leggete il primo di capitolo "Profumo di vaniglia", così posso imparare dai miei errori. Grazie.
  9. @wyjkz31 grazie e grazie a tutti per il benvenuto.
  10. Sto leggendo "Il gioco grande del potere" di Sandra Bonsanti
  11. Grazie @Emye @simone volponi! ps: ho visto il regolamento.
  12. @Lizzgrazie per il benvenuto! Ho pubblicato il primo capitolo di un romanzo nella rubrica Officina/Racconti a capitoli ed una storia in Storie. Aspetto un tuo commento Buona lettura ps:avevo fatto l'accesso con l'account sbagliato
  13. Ciao a tutti, mi chiamo Alex e ho deciso di iscrivermi a questa community perché mi piace leggere e scrivere. Sono interessata a leggere i racconti che gli altri utenti hanno pubblicato e pubblicheranno ed anche a sottoporre a critica i miei. Aspetto vostri commenti e correzioni costruttivi per migliorarmi. A presto Alex
  14. Ciao Floriana, ho letto solo la prima parte del tuo racconto, pertanto il mio commento sarà relativo soltanto a questa. Trama: sembra interessante, soprattutto per quel quel che riguarda la descrizione dei diversi soggetti dei dipinti di Francesco che lasciano intendere ai lettori un suo diverso stato d'animo. Imprecisioni: non sono chiari i tempi dell'azione! Cominci parlando in generale delle ricreazioni, durante le quali i due protagonisti dipingono; poi passi ad una giornata precisa, quella in cui il coprotagonista tenta di rivolgere la parola a Francesco, ma successivamente passi ad un'altra situazione dove Francesco dipinge nubi bianche. Sarebbe meglio se le varie fasi le chiarissi di più, altrimenti il lettore è costretto a tornare indietro per capire il tempo dell'azione e se la confusione al riguardo dipenda da una sua distrazione o meno. Italiano: questa è la nota più dolente! Gli errori più evidenti riguardano un uso scorretto del congiuntivo, o meglio il suo mancato utilizzo. Cerca di ripassare in quali subordinate è necessario/obbligatorio utilizzarlo. Fai molta attenzione alla costruzione del periodo ipotetico: l'errore più eclatante ed inaccettabile è se dovrei pensare come un bambino allora affermerei (se dovessi pensare come un bambino allora affermerei). Altro suggerimento: ripeti le regole della punteggiatura e della concordanza dei tempi dell'Indicativo. Guarda questo periodo: Sono messe in un modo inconsueto, ognuna di loro aveva una direzione differente dall’altra. Parevano che stanno scrivendo qualcosa su quel foglio in quel cielo prescelto. Nella principale usi il tempo presente, poi passi all'imperfetto e nell'altra principale usi l'imperfetto e nella secondaria non usi il congiuntivo. Esempio di correzione: Sono messe in modo inconsueto: ognuna di loro ha una direzione differente dall'altra e sembrano scrivere (sembra che stiano scrivendo) qualcosa su quel foglio in quel cielo prescelto. Ps: A volte è apprezzabile la scelta di alcuni aggettivi e verbi, perché sembrano dare al testo un significato connotativo; altre volte ,però, sembrano scelti per dare al testo una parvenza aulica, ma non risultano appropriati e privi di senso. Spero di averti dato utili consigli. Buon lavoro
  15. @AlbusSeverus concordo con @ElleryQ: sai scrivere qualcosa di più complesso dell'alfabeto! Insegno in un Liceo e posso assicurarti che molti ragazzi della tua età non hanno la minima idea di cosa significhi scrivere in italiano!