NiP

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  1. La Fiat Punto di colore blu, banda rossa e scritta bianca sulle fiancate, mise la freccia, accostò al bordo della strada fermandosi al centro della piazzola sterrata. Poco oltre il guardrail, oltre il ciglio erboso, la scarpata piombava a precipizio sulla stretta valle, tutto intorno soltanto boschi e silenzio. L’appuntato Antonio Lenaz fece rapidamente manovra per girare l’auto con il muso verso la strada, indugiò un attimo, lasciando uscire un lungo sospiro, prima di spegnere il motore. Il brigadiere Salvatore Tancredi, tre settimane alla pensione, guardò il giovane collega con uno sguardo misto di comprensione e commiserazione lasciandosi sfuggire un leggero sorriso. «Anto’! Non te la prendere. Tra un paio d’ore sarai con la tua ragazza». «Brigadiere, che cavolo ci facciamo di Sabato sera su questa strada del cazzo!». «Chiedilo al Maresciallo. é arrivato l’ordine direttamente dal comando». «Non l’abbiamo mai fatto un ‘blocco’ su questa strada. Non ci passa nessuno. E poi di Sabato sera… Cazzo!». «Sembra… sono stati segnalati dei giri strani». «Si di cinghiali! Che facciamo ora, la posta ai bracconieri?». «Pure quelli vanno arrestai Antò». Disse con calma l’anziano carabiniere. «Comunque…» - aggiunse serio - «…sembra non si tratti di bracconieri». «Droga?” chiese l’altro. “Potrebbe essere... Può darsi, non lo so. Dobbiamo controllare tutte le auto che passano di qua. Queste sono le disposizioni», disse rassegnato e aprì lo sportello scendendo dall’auto. «Porca puttana! Stè schifezze…» - imprecò accorgendosi di aver messo il piede su un preservativo – «…Forza sistemiamoci. Prendi dietro i “giubbotti” e comunica al comando che siamo in posizione…» - scendendo dall’auto - «…intanto mi faccio una pisciata, che questa arietta fresca mi ha stimolato la vescica». Moreno Baroni guardò il nome comparso sul display del cellulare: «Al diavolo!» - pensò prima di rispondere – «Allora?» chiese. «Hanno rifiutato» disse la voce dall’altra parte. «Stronzi!». «Non hanno voluto sentire ragioni. Hanno detto…» la voce tacque, come se chi parlava dall’altra parte si fosse pentito di quello che stava per dire. «Cosa?». «Niente…». «Cazzo Giuseppe! Non mi sembra il momento di giocare a nascondino» urlò. «Hanno detto… che non sei più affidabile. Non hai sufficienti garanzie per coprire il prestito». «Lo sanno che cosa significa questo, vero? Certo che lo sanno razza di bastardi. Così mi uccidono, glielo hai detto?». «Non hanno voluto sentire ragioni, Moreno…». «Ah! “Non hanno voluto sentire ragioni”, bella frase per una condanna a morte!». «Mi dispiace». «Vaffanculo te, la banca e questo mondo di merda». «Moreno…» ma il cellulare stava già volando contro la parete. «Bastardi!» ringhiò rivolto alla finestra aperta sulle colline, oltre si alzava il profilo massiccio degli Appennini disegnando i contorni del cielo che andava sbiancandosi nella luce della sera. Rimase fermo come in contemplazione di quel paesaggio che in realtà non vedeva. Passò in rassegna i pensieri che gli attraversavano la mente come schegge impazzite, doveva prendere una decisione, ma sapeva già di averla presa. Afferrò le chiavi della Porsche Cayenne Turbo e uscì dallo studio. Percorse il breve corridoio con i quadri di Bruschini e Finetti alle pareti, trentamila euro in tutto, attraversò il soggiorno con i divani Frau, il lungo tavolo in noce e i mobili di Molteni, i Sironi e Nativi alle pareti. Sarebbe andato tutto all’asta, aumentò il passo per uscire al più presto da quella casa, che oramai non era più sua. “Fallimento!” quella parola continuava a battergli nella testa. «Moreno…?» sentì la voce di Clara chiamarlo da sopra, probabilmente era ancora in camera. «Moreno, esci?». Ignorò quel noioso lamento, spalancò la vetrata sul giardino e uscì nella luce del tramonto. «Moreno!» gridò Clara dalla finestra. Le ruote del SUV sgommarono sulla breccia, il mezzo fece un mezzo giro e attraversò il cancello della Villa lasciando dietro di se il rombo del motore e una bianca nuvola di polvere. Memorizzò il tragitto che aveva deciso di seguire, giunto all’incrocio con la Statale girò a destra in direzione di Bologna. Il problema poteva essere il passaggio a livello, prima di arrivare al Passo: se avesse trovato la sbarra abbassata quella fermata avrebbe potuto compromettere tutto. Non aveva bisogno di pause, di pensare, doveva agire e per farlo non doveva fermarsi ma soltanto correre. Il passaggio a livello era aperto e lo attraversò con un sorriso di soddisfazione, come quando da bambino si sentiva impunito per averla fatta franca. Ritrovando fiducia nelle sue intenzioni, affrontò il rettilineo infischiandosene dell’autovelox, tanto per quello che serviva, non gliene importava più un cazzo e si compiacque di quella effimera, illusa, sensazione di libertà. Fece due sorpassi azzardati rischiando, ma non era ancora il momento, e di nuovo aveva sorriso. In pochi minuti arrivò al Passo, sfrecciò rombando davanti i pochi tavolini allineato sullo stretto marciapiede dell’antica Stazione di Posta, poi la strada iniziò a scendere e presto correva in piano sul fondovalle tra due pareti fitte di boschi. Alti abeti e faggi si alzavano ai bordi, il traffico si era fatto più rado, arrivato al cartello di “Case di Sopra” prese la prima a destra e iniziò nuovamente a salire. Lentamente si abbandonò ad una piacevole tranquillità, la radio trasmetteva una vecchia canzone che gli ricordò di anni passati, momenti felici e perduti, di sogni e certezze, di occhi dolci e labbra rosse, di corpi giovani e pieni di vita, di idee e di speranze. «Speranze!» esclamò. Quella parola non esisteva più nel suo vocabolario, nella sua vita. Tutto bruciato, dissolto, annullato, cancellato. «Stronzi» sibilò. Lasciò che quel tarlo che lo aveva preso continuasse a cibarsi della sua anima, tanto ormai non gliene fregava più un cazzo. Si prendesse tutto lo spazio che voleva, che finisse pure di divorarlo, la sua era oramai una resa definitiva, senza condizioni, un cammino verso il patibolo. L’auto saliva veloce lungo i tornanti stretti, divorava la strada che si alzava a precipizio sulla stretta valle. Avvertiva ora un leggero formicolio alle gambe che non sapeva spiegarsi, le braccia avevano mollato la tensione iniziale e le mani lentamente allentarono la stretta dal volante fin quasi a lasciarlo. Gli sembrò quasi che l’auto si guidasse da sola. Si sentiva tranquillo, conosceva bene quel tratto di strada, ancora pochi tornanti, poi il rettifilo a mezza costa e in fondo, prima di iniziare nuovamente a scendere, avrebbe intravisto nella valle le prime case del paese. Ma lui non sarebbe arrivato sino là, la sua corsa sarebbe finita prima. «Potete andare, arrivederci» disse Antonio restituendo i documenti al conducente della Duster color bronzo, portandosi la mano alla visiera del cappello. Il conducente non rispose e partì con fare nervoso. «Testa di cazzo, nemmeno saluta» gli sibilò dietro Antonio, guardando l’auto scomparire in fondo il rettilineo. «Antò statti calmo. Ancora un’ora e ce ne andiamo». Il giovane non rispose, calciò una pietra che rotolò oltre il ciglio della strada. «Dove la porti di bello stasera la tua ragazza?». Ma l’altro continuò a ignorarlo. Pensava a quella sera, a Lucia. Aveva preparato tutto, quell’ordine di servizio improvviso non ci voleva, rischiava di mandargli tutto a puttana. Sarebbe arrivato in ritardo al loro appuntamento. Proprio quella sera. Aveva prenotato al ristorante dove si erano incontrati in quella cena tra amici tre anni prima. Lo aveva fatto apposta, perché quella sera le avrebbe chiesto di sposarla. «Ancora un'ora…» pensò guardando l’orologio. L’aria si era fatta frizzante e una leggera brezza portava profumi di foresta. «Brigadiere tra un mese va in pensione» chiese all’improvviso come se avesse ritrovato un’improvvisa serenità e cacciato via i pensieri. «Tre settimane. Se dio vuole». «E che farà in tutto questo tempo?». «Mia moglie mi vuole portare in Portogallo». «In Portogallo?». «Si, vuole che ci compriamo casa là. Dice che non si pagano le tasse e la vita è meno cara. “Andiamo a fare i signori” continua a dirlo a tutti quelli che incontra. Ma io me ne starei volentieri a casa. Non ho voglia di andare in giro per il mondo». «Non ha paura di annoiarsi?» «Eh! Eh! Annoiarsi è una parola che non conosco più, dopo quarant’anni di servizio». In fondo al rettilineo la strada piegava leggermente a sinistra, poi un breve tratto dritto ancora, ed una seconda curva più decisa, ad ampio raggio da poter fare veloce, accelerando. Lo conosceva bene quel tratto. Subito dopo la curva, prima dell’ultimo rettifilo che porta al paese, sul bordo destro della strada, affacciata come una terrazza sulla ripida scarpata che piomba giù a precipizio sul torrente, c’è l’ampia piazzola che può accogliere comodamente due o tre auto. L’unica di tutto quel tratto, il luogo prescelto di quando ragazzo ci veniva con la 127 di suo padre a fare l’amore con Monica, nei freddi sabati sera d’autunno e nelle lunghe sere d’estate, dopo la pizza al circolino, prima che Monica restasse incinta, prima che perdesse il bambino e lui la lasciasse perdendola per sempre. “Potrei farla a occhi chiusi” pensò. E lentamente chiuse gli occhi, si adagiò allo schienale della poltrona, affondando il piede sull’acceleratore. Nel buio davanti a se immaginò la strada corrergli incontro, veloce, “Adesso dovrei iniziare a curvare”, rivide nella sua mente la piazzola e nella piazzola c’era un auto e dentro l’auto vide le figure di se e Monica abbracciati, come quella sera di tanto tempo fa, “ti ricordi…? Quella sera…”, Monica, i suoi seni, i suoi occhi, il suo sorriso e i suoi vent’anni che non esistevano più. “Ecco, ora dovrei iniziare a curvare”, si ripeté, “dovrei… ma non voglio!” e sorrise. «Ne sta arrivando una…» - disse il Brigadiere - «…e sembra che abbia una gran fretta». «Senti come va!». «Minchia, questa farà almeno novanta, preparati a fermarla. Senti come arriva. Scommetto che non ha nemmeno la cintura allacciata». Da dietro la curva sentirono giungere il rombo del motore in crescendo. «Ma che cazzo… non rallenta» - esclamò il Brigadiere - «Questo ce lo inchiappettiamo bene, bene e poi ce ne andiamo a casa». Antonio si spostò sul bordo prendendo posizione in linea con l’uscita della curva, pronto ad alzare la paletta. Il Brigadiere rimase accanto all’auto. “Devo chiederle scusa” - pensò Antonio – “Stasera, quando ci vediamo, sarà la prima cosa che le dirò”. Immerso nei pensieri Antonio non realizzò subito che l’auto uscita dalla curva come un treno lanciato all’impazzata stava puntando dritta su di loro. Il Brigadiere invece se ne accorse subito, in quell’attimo di stupore e terrore che lo assalì, l’ultima cosa che gli sembrò di vedere fu il volto del conducente: aveva chiuso gli occhi e sembrava stesse ridendo.
  2. blu

    Mi piace, per il finale e il sentimento che riesce comunicare. Complimenti.
  3. "Mauro Pagliai" e "Polistampa" sono la stessa casa editrice. Ho contattato la casa editrice in due occasioni. Entrambi le volte ho avuto una risposta da parte di Antonio Pagliai. La prima con una mail in cui ringraziava per la fiducia ma non era interessato al romanzo. La seconda con una telefonata, sempre di Paglia, in cui chiedeva di incontrarsi. Sono andato a Firenze nella sede della casa editrice e nell'occasione Pagliai si é dimostrato gentile e interessato al lavoro. Ha spiegato che il romanzo era stato dato a lettori esterni ma che non aveva avuto un buon giudizio. Abbiamo parlato del contenuto, della trama e dei personaggi, alla fine mi ha proposto di pubblicarlo ma dovevo garantire l'acquisto di un certo numero di copie (credo di ricordare l'equivalente di circa 400 euro). Ho rifiutato l'offerta, ringraziato e ci siamo salutati. Una curiosità: conserva i manoscritti. Aveva ancora il primo manoscritto che gli avevo inviato.
  4. Sono d'accordo con @Ellywriter Scusa @giodin ma trovo il tuo consiglio un tantino demoralizzante e superficiale. Come di uno che tutto sommato esercita la scrittura per "hobby". Perché pur restando con i piedi per terra nopn puoi trovare soddisfazione nello scrivere storie soltanto per i due gatti che ti girano intorno. Almeno per come la vedo io, scrivere una storia in cui alla fine senti di averci messo tutto te stesso, il progetto che ci costruisci sopra é quello di renderla pubblica al mondo intero. Forse non ci riuscirai, anzi quasi sicuramente, però nel momento che ci provi almeno credici. Comunque sia "in bocca al lupo" per il tuo contratto
  5. Vorrei aggiungere qualcosa anch'io. Per quanto riguarda alcune affermazioni di @NayaN ha già risposto in maniera chiara@Christopher e non sto quindi a ripetere ciò che lui ha scritto e che sottoscrivo totalmente. Nel mio messaggio mi sono limitato ad una sintesi di come si sono svolti i fatti, cerrcando di essere il più chiaro possibile. Per cui non c'é "da leggere tra le righe" in quanto non ci sono né allusioni nè sottintesi ma la semplice cronaca dei fatti per come sono avvenuti. Ognuno é poi libero di farsi la sua opinione. Per non farla troppo lunga, ci sono agenzie (serie e professionali) che valutano manoscritti gratuitamente al fine di proporti l'avvio di un rapporto di rappresentanza (basta sfogliare le pagine del forum) oppure propongono una scheda di valutazione a pagamento se desideri approfondirne i contenuti. Così come ci sono agenzie editoriali (serie e professionali) che non hanno alcun problema a dirti chiaramente che non sono interessati al tuo romanzo, a volte anche apprezzandone il contenuto, senza spillarti un solo euro.
  6. Ho contattato la casa editrice in due occasioni. Entrambi le volte ho avuto una risposta da parte di Antonio Pagliai. La prima con una mail in cui ringraziava per la fiducia ma non era interessato al romanzo. La seconda con una telefonata in cui chiedeva di incontrarsi. Sono andato a Firenze nella sede della casa editrice e nell'occasione Pagliai si é dimostrato gentile e interessato al lavoro. Ha spiegato che il romanzo era stato dato a lettori esterni ma che non aveva avuto un buon giudizio. Abbiamo parlato del contenuto, della trama e dei personaggi, alla fine mi ha proposto di pubblicarlo ma dovevo garantire l'acquisto di un certo numero di copie (credo di ricordare l'equivalente di circa 400 euro). Ho rifiutato l'offerta, ringraziato e me ne sono andato. Una curiosità: conserva i manoscritti. Aveva ancora il primo manoscritto che gli avevo inviato.
  7. Contattai l'Agenzia nel dicembre del 2015 chiedendo quali passaggi seguire per inviare il mio manoscritto. Mi rispose Fiammetta Biancatelli dopo circa trenta minuti proponendomi una scheda di lettura per "valutare con accuratezza, potenzialità, pregi e difetti dell’opera". Costo della scheda: 150 euro iva inclusa per testi che non superano le 300 pagine (2.000 batt. a pag.), 200 euro per testi più lunghi. Concludeva il messaggio la promesa che nel caso "il testo venga valutato positivamente, le proporremo di essere rappresentato dalla nostra agenzia e l'unico costo sarà la commissione di agenzia su eventuali contratti stipulati". Accettai le condizioni inviai il tutto e mi misi in attesa. Esattamente due mesi dopo ho ricevuto la scheda di valutazione: sei pagine dattiloscritte in cui si analizzano lo stile, i personaggi e la trama. In conclusione veniva espresso un sintetico giudizio in cui si sottolineava positivamente la trama: "ci é piaciuta e mettendo a punto gli aspetti meno convincenti del testo, potrebbe dar vita a un romanzo contemporaneo di un certo spessore", anche se venivano rilevate diverse "forzature". A questo punto si elencavano diverse critiche mirate alle figure dei personaggi, alle situazioni descritte e sulla scelta del finale. "Nonostante le critiche" veniva riconosciuto all'autore "di aver compiuto un grande sforzo di costruzione narrativa nel tentativo di dar vita ad un progetto ambizioso" augurando che ciò che era stato evidenziato come "incertezze e carenze" potessero divenire "utili all'autore nel suo percorso di scrittura". Risposi che concordavo su quasi tutte le loro critiche e osservazioni (in effetti avevano ragione), e chiesi di poterne parlare telefonicamente per approfondire alcune considerazioni. Mi rispose Fiammetta Biancatelli scusandosi di non avere il tempo da dedicarmi ed invitandomi ad inviare le mie considerazioni per mail. Detto fatto inviai una serie di osservazioni su alcuni punti e passaggi del romanzo. Dopo mezz'ora giunse la risposta: consigliavano di non avere fretta né a pubblicare né a riscrivere il testo: "Forse dopo aver terminato di scrivere, deve lasciare riposare il testo e poi rileggerlo da un punto di vista critico. Sicuramente si accorgerà delle parti funzionanti e meno funzionanti". Naturalmente ciò significava richiedere una nuova scheda di valutazione con relativo pagamento. Cosa che feci circa cinque mesi dopo inviando la versione rivista del romanzo (comprensiva dei 150 euro). Esattamente sessanta giorni dopo é arrivata la seconda scheda: due pagine dattiloscritte in cui si apprezza la nuova versione ma... si sottolinea qualche piccola incongruenza: "non viene raggiunta la giusta pregnanza in alcuni dialoghi e qualche capitolo risulta un pò forzato". Conclusione: ritmo narrativo zoppicante, pochi eventi che trascinano in avanti l'azione, mancanza di "qualche colpo di scena che intensifichei il passo narrativo". Punto! E uno resta lì con il foglio in mano e si chiede se forse non l'hanno fatto fesso. Perché tutta questa storia era iniziata con l'approccio verso questa agenzia editoriale per valutare il loro interesse sul romanzo. E uno si aspetta che se il romanzo non é di loro interesse questi te lo dicano in maniera chiara e non continuando a suggerirti schede di valutazione. Alla fine di questa storia credo che la risposta definitiva la si possa leggere nell'ultima mail che Fiammetta Biancatelli mi ha inviato : "In questa fase crediamo che se lei volesse intervenire ancora nella direzione da noi consigliata, con una nuova valutazione si potrebbe capire se è sufficiente il lavoro da lei apportato o se può essere decisivo ricorrere all’aiuto di un editor professionista". Al che, alla mia domanda se ciò significasse un nuovo bonifico da 150 euro, la risposta é stata la seguente: "... ovviamente sì, anche se il romanzo è stato già letto, ogni valutazione richiede lo stesso tempo e le stesse competenze. un saluto cordiale".
  8. Passavo di qui e... mi sono fermato a dare un'occhiata. Minuto più minuto meno, mi sono detto, che vuoi che sia. E invece succede che i minuti diventino ore, le ore giorni e via dicendo. E succede che mi ritrovi giorno dopo giorno a seguire il "Forum" come fosse il Corriere della Sera, anzi meglio perchè il "Corrierone" non lo leggo più da un pezzo. E può succedere di leggere notizie su quell'editore o quella agenzia che ti chiariscano un pò le idee che prima erano un po' confuse ed adesso lo sono meno. E allora ti domandi se forse non é il caso che anche tu racconti un po' di quello che ti é successo, così tanto per farlo conoscere a qualcuno, che potrebbe trovarlo utile. Magari poi non lo legge nessuno, oppure é già stato detto tutto, però intanto lo hai raccontato. Come si dice... tanto per fare un pezzo di strada insieme e non sentirsi soli, almeno fino al prossimo bivio. Ciao a tutti Nicola