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Bruno Traven

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Su Bruno Traven

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  • Compleanno 20/09/1871
  1. @Elisah15 solo una parola, anzi tre: GRAZIE, GRAZIE. GRAZIE!
  2. Ciao @Floriana ! ... mi chiedevo quando saresti passata;) Come al solito il commento l' ho trovato interessante ed istruttivo. Per quanto riguarda le parentesi quadre sono il risultato della compilazione di scrivener... si in effetti dovevo fare una seconda lettura;( Per la bugia si riferisce al fatto che gli promette che gli dira qualcosa se gli capita di sapere di un lavoro, in quanto e disoccupato. Perche e omosessule?
  3. Commento La mattina del marzo del 1916 il Liutnent della Reserve Gustav Leffers, asso dell’aviazione della Luftstreitkräfte pluridecorato due volte col massima onorificenza della croce di ferro, si sentiva in forma. Era una bella giornata di sole e sentiva scorrere nelle sue vene di ragazzo di 21 anni tutta l’energia del mondo. “Hey Gustav allora oggi quanti ne abbatterai?” gli chiese scherzosamente Theodore. Era un suo collega, gli era stato simpatico fin dalla prima volta che lo aveva conosciuto. Era l’unico che fosse riuscito a strappargli un sorriso. Infatti non parlava quasi mai e si teneva alla larga dalle bisbocce di caserma. “Teodhore sempre pochi, rispetto a quelli che infestano i cieli…” aveva risposto, un leggero sorriso era comparso nel viso di Gustav. Era riuscito a farlo sorridere ancora. “Il nostro giovane tenente, l’asso della aereonautica della tenente Gustav ha sorriso... miracolo!” e gli aveva dato una pacca sualla spalla. “Stasera sei dei nostri?! Le francesi non sono niente male!”, aveva insistito Theodore. Aveva sempre voglia di scherzare quello, eppure glielo aveva spiegato mille volte che lui mai e poi mai, specialmente alla vigilia di un combattimento, si sarebbe messo a gozzovigliare con delle entreinause. Senza disciplina, come avrebbe potuto diventare uno degli assi della aviazione tedesca, la gloriosa Luftstreitkräfte? Se non si fosse dato da fare, sarebbe ancora un oscuro telegrafista da campo come all’inizio di carriera, quando si era diplomato ingegnere, appena entrato nell'esercito imperiale tedesco. Ma le sue ambizioni erano state altre e lo aveva dimostrato con l’ultima battaglia e l’ultimo aereo inglese abbattuto, un E.2c del 13º Squadrone della Royal Flying Corps. Finora erano quattro gli aerei abbattuti. Nell’erba alta sentì gracidare un rospo e si piegò a raccoglierlo. “Hey vecchio mio, quello è un rospo… porta fortuna!… anche la fortuna hai dalla tua parte!”e gli diede un’altra pacca sulla spalla. Doveva ammetterlo di essere stato fortunato, a buttare giù quegli aerei, ma era certo di possedere anche una bella dose di coraggio ed intraprendenza. Oltre che a non farsi scoraggiare da un numero superiore di forze del nemico ma a buttarsi sempre e comunque nella mischia: quella tattica gli aveva sempre dato ragione. Almeno fino a quel giorno. “Beh Theo, lo sai che un pò di fortuna non guasta mai!”, accarezzò il dorso del rospo che teneva in mano e lo posò delicatamente a terra. Si avviò verso il suo aereo, un biplano Fokker E.III. Stette un attimo ad ammirare l’aereo su cui tra poco sarebbe salito per combattere nei cieli della Francia una battaglia per la vita o la morte. Avviò il motore dando una spinta all’elica che cominciò a girare immediatamente. Era veramente un bel apparecchio, si sentiva appena il ronzio del motore nell’aria del primo mattino. Era stato soprannominato dai francesi Scuorge, "flagello". La terza serie, di cui il suo aereo era un esemplare, montava a bordo un sistema di sincronizzazione della mitragliatrice che permetteva di sparare attraverso l’elica in movimento, cosa che non avevano i veliveli francesi ed inglesi. Salutò Theodore e cominciò a rullare sulla pista. Prese posto nella formazione assieme ai suoi compagni, già in volo. Sorvolarono in formazione da combattimento la regione settentroniale della Francia, diretti ad una zona vicino all' Ile dove erano stati segnalati velivoli nemici. Aveva qualche problema a guardare davanti a sè perchè il sole gli dava fastidio: allora usò un piccolo trucco che gli aveva insegnato un suo amico. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un vetrino scuro e se lo mise davanti alla visiera del casco. In questo modo evitava di essere accecato dalla luce del sole e così vedere gli aerei nemici. Ecco li là infatti, neanche a farlo apposta a ore 10. Fu un attimo e, gli mancò il tempo di reagire: tutto ad un tratto se li vide addosso. Tirò la cloque verso di sè senza neanche pensare a quello che faceva, solo guidato dall’istinto del momento. Sentì le ruote del carrello impattare a contatto dell’ala dell’aereo nemico per poi balzarne via. Non c'era che dire era stato veramente fortunato, subito si girò ed eccolo là l’aereo nemico. Ora vedeva la coda dell’aereo, un biplano della Royal Aircraft Factory B.E.2. Quando il mirino della mitragliatrice “Spandau” agganciò la sagoma dell'aereo, fece fuoco ed immediatamente vide degli squarci crearsi sull’ala supperiore, dove fino a qualche minuto prima si era posato con il suo carrello. Subito il velivolo esplose in una palla di fuoco tingendo di rosso il cielo terso del giorno. Eh si era stato veramente fortunato, doveva dirlo a Theodore. A proposito dov’era? Guardò verso la formazione e cercò di vedere se riusciva a vederne il monoplano. Vide due aerei che si davano battaglia, uno due si era messo in coda all’altro ed aveva aperto il fuoco. Immediatamente l’aereo prese fuoco. Si diresse verso i due velivoli con il cuore in gola e con un presentimento. Era proprio quello di Theo l’aereo in fiamme, non c'erano dubbi. Si avvicinò il più possibile fino a vedere il pilota, la cabina già a fuoco. Solo la testa di Theo rimaneva libera. In quel momento lo vide voltarsi verso di lui e capì che lo aveva riconosciuto. Fu allora che cominciò a piangere dentro il casco sentì le lacrime copiose scorrergli lungo le guance, sapeva che era finita. Pur essendo stato inventato da qualche anno, l’uso del paracadute era stato bandito, perchè lo stato maggiore credeva che il pilota se ne fosse servito come facile scappatoia. Poi vide Theo abbozzare un sorriso e salutarlo e fu sicuro che quel momento non lo avrebbe mai dimenticato. Theo tirò fuori una pistola e se la puntò alla tempia. Non ebbe il coraggio di guardare oltre. Quando l’aereo esplose, gli parve di sentire la detonazione di un colpo di pistola.
  4. Bel testo, complimenti ed anche la forma in particolare la seconda persona che di solito viene utilizzata per "colpevolizzare l'altro" in questo caso è perfetta. Anche se forse potrebbe essere una lettera potresti ampliarlo inserendo qualche episodio dei due protagonisti, oppure dilatare gli episodi che già sono presenti nel testo, come quel arancione del tramonto che dà il titolo al testo, non saprei come definirlo se confessione o lettera. di sicuro non è un racconto. alcuni periodi potresti spezzettarli per renderli più fluidi e di più agevole lettura come questo: "... Siamo cresciuti insieme, poi io sono diventata buona e tu un teppista, ma lo stesso, nonostante le vite diverse, le amicizie lontane, siamo sempre rimasti a guardarci." "Tu conoscevi la poesia e io non capivo un cazzo." ... un pò troppoo forte perchè il testo sembrava prendere un pò di poesia, ma poi con qiuesto termine volgare... si è tutto, appunto, un pò ammosciato... "Non abbiamo sbagliato niente." bello il refrain! Anche il finale mi è piaciuto. Riassumendo il testo mi pare valido ma, come dicevo prima e mi pare dicano altri commentatori, le situazioni tratteggiate a mio parere andrebbero ampliate per darle più linfa vitale. En passant: mi è piaciuta la tua fermezza nel mantenere la parola "buona"! alla prossima!
  5. Prego
  6. Grazie @Flavio Torba ! Bel commento, e apprezzo ti sia piaciuto... nonostamte gli errori... in effetti mi sono sfuggite le parentesi quadre perche il programma quando compila il formato definitivo ci mette anche le note... risolvero. In ogni caso il fatto che sappia un po del club perdenti di it puo essere ma e che tutti noi abbiamo avuto degli amici una specie di banda... e cmq la capanna l ho fatta prima di ogni lettura kinghiana:) Ci devo rimettere mano e tengo conto delle tue correzioni...l amico lo saluta in un tempo diverso dalla narrazione del passato ma nell oggi. Grazie ancora;)
  7. Commento Uscì dal cancello di casa e percorse il viale fino alla provinciale. Non ne poteva più di stare in casa a sentire sua madre che, in ogni momento, gli ricordava di trovarsi un lavoro. Si sentiva stanco e aveva bisogno di un pò di aria. Era una sera nuvolosa di inizio novembre e la temperatura stranamente mite lo incoraggiò a fare due passi nei dintorni. Da quanto non faceva una camminata? Non se lo ricordava neppure, abituato com’era a prendere l’auto per fare anche il più piccolo spostamento. Osservò le case intorno: le chiome degli alberi davanti alle facciate erano gialle per la luce dei lampioni e creavano un contrasto piacevole e intimo con il resto dell’edificio. Vide al primo piano di un casa una finestra illuminarsi della luce bluastra di un televisore. All’esterno regnava il silenzio, rotto solo dal passaggio sporadico di qualche auto. Trasse un respiro profondo, sentì i polmoni riempirsi di aria fresca e la mente ritrovare una sua perduta lucidità. Guardò la casa sulla destra, dove abitava una sua amica d’infanzia: ricordò certi episodi di quell’età felice e spensierata. Faceva parte del gruppo del “viale”[Ripercorrere alcuni episodi del viale, la capanna in fondo al viale, la casa abbondanata, e l’episodio del gattino…], come lo era stato lui. Quanti anni erano passati da allora, dai giochi col gesso sull’asfalto, al gioco delle giovani marmotte e a tutto il resto? Quante cose avevano condiviso! Ed ora probabilmente, se si fossero incontrati al supermercato o alla posta avrebbero finto di ignorarsi. Erano lui, sua sorella, una sua amica Sonia, l’Helga e Andrea. Avevano formato una specie di banda, la banda del “viale”. Il loro regno era quel centinaio di metri di asfalto che andavano dalla strada provinciale alla campagna, fino al cimitero che si scorgeva alla fine della strada. Alla fine della via sulla sinistra c’era una casa e dietro ancora, passando per il cortile e al di là di un fosso, c’era un podere. A ridosso del canale c’era un pò di sterpaglia e una grossa quercia. L’idea della capanna era venuto ad Andrea ed Helga che erano i capi riconosciuti della banda. Un giorno avevano deciso che una banda non potesse esistere senza un quartier generale. E così si erano dati da fare ognuno per la sua competenza: lui aveva messo a disposizione il macchinario per tagliare il legno. Sua sorella e Sonia invece si occuparono di tagliare il telone trasparente con le misure che gli avevano dato. Così un giorno, senza chiedere il permesso a nessuno, conficcarono dei pali nella terra e li ricoprirono con il telone trasparente. Succesivamente piantarono delle tavolette sulla corteccia dell’albero per farne degli scalini e sistemarono in cima delle assi per farne una specie di pavimento. Fecero uno scavo rettangolare profondo mezzo metro, ai piedi dell’albero. Serviva a fare una specie di panchina tutto intorno e all’interno della capanna. L’idea dello scavo era stata sua e ricordò come ne fu fiero. Avevano costruito in un angolo anche un rudimentale camino che alimentavano a legna. Ricordò che solo in un caso ci fu qualche problema con i fumi ma poi, con un tubo in plastica che avevano recuperato dal cantiere lì vicino, fecero una canna fumaria abbastanza funzionante. Venne un lavoro fatto abbastanza bene. Avevano solo una decina di anni e ci si erano impegnati a fondo e senza l’aiuto di nessun adulto. Continuò a camminare verso la pizzeria, subito prima della salita del ponte. Era stata la pizzeria “Dalla Franca” chiamata così dal nome della proprietaria, una donna robusta, morta da qualche anno, e che proprio per quella sua caratteristica fisica veniva considerata particolarmente socievole. Gli occhi infossati nel viso pingue gli pareva da bambino che lo guardassero con una certa severità, come se sospettassero avesse appena commesso chissà quale marachella. Quel locale era importante per un episodio che gli era capitato. Su di una sedia di vimini davanti al locale, un pomeriggio assolato di molti anni prima, aveva scartato un chewing - gum. Sulla cartina era stampata l’immagine del ponte di Brocklin, e quel simbolo della potenza di una nazione così grande gli si era impressa nella mente. Pensò continuamente nei giorni successivi a che tipo di città potesse ospitare un ponte così mastodontico. Lo avevano colpito in particolare le arcate[Fare ricerca arcate ponte broklin e cartina di confezione del chewing - gum] così alte ma solo con gli anni, ripensandoci, aveva afferrato l’analogia tra la sottigliezza ed elasticità della gomma da masticare e della struttura in acciaio del cavalcavia. Quelle volte così enormi ed imponenti, stuzzicavano la sua fantasia e gli facevano pensare a chissà quale città fantastica. Ma anche alla capacità tecnica dei progettisti che avevano ideato e realizzato quella meraviglia dell’ingegneria. Sapeva che la capanna che aveva costruito non era lontanamente paragonabile a quel ponte, ma in un certo senso sentiva un legame spirituale con loro. Aveva costruito qualcosa di fatto bene come quegli uomini e ne era stato orgoglioso. Anche oggi a distanza di quaranta anni ricordava la pubblicità dei chewing-gum Broklin. Chissà quanti milioni di volte era passato davanti a quella pizzeria durante la sua vita. Quando a otto anni suo padre lo accompagnava con il piccolo furgone all’asilo, o quando saliva il ponte per andare dal suo amico, nel pomeriggio dopo la scuola. Ora quel furgone è diventato un catorcio e l’altro giorno ha rivisto quel suo amico. A quattordici anni lui gli aveva perfino detto che lo amava, sotto una pensilina di una pompa di benzina che ora non esiste più, dopo aver parlato per ore. Quanta sofferenza per nulla! È sicuro che fingerebbe di non vederlo se lo incontrasse per strada. Quella volta fu costretto a dirgli qualcosa perchè se l’era trovato davanti lungo una corsia del supermercato e non aveva potuto ignorarlo. Lui era imbarazzato quanto l’amico e quando si separarono quest’ultimo gli fece una promessa. Visto che gli aveva detto che era disoccupato, gli disse che se avesse saputo che qualcuno cercava del personale, glielo avrebbe fatto sapere. Ma come, visto che non aveva il suo numero, gli chiese. Beh, sarebbe venuto perfino a casa sua per dirglielo. Questo gli fece capire che era tutta una cazzata, non lo faceva neanche ai tempi d’oro quando erano ragazzi, e figurati se lo faceva ora che erano anni che non si vedevano! Fece finta di nulla e lo salutò. Fece ancora qualche passo e tornò a casa. A casa trovò sempre sua madre che rampognava le solite accuse. Fu preso da una commozione irrefrenabile, pensando a quel bambino che è sempre là a guardarlo come una sentinella, con il cewing-gum in bocca e la cartina della confezione del ponte di Brooklin stretta in pugno.
  8. Ciao @RicMan ! te lo dico onestamente, così sgombro il campo da qualsiasi fraintendimento, questo racconto l' ho trovato sbagliato, noioso ed anche molto fastidioso oltre che di difficile lettura. l'uso insistito del "non" è veramente portato all'esasperazione, ne ho contati ben dodici volte in un testo di appena 5300 caratteri. Ma sbagliato è questo tuo uso insistito di farne con quel non un sacco e una sposrta di negative: in questo modo "frusti" il piacere del lettore che si trova a leggere cose che non vengono fatte, come dice un famoso manuale di stile. Inoltre i periodi sono lunghissimi e non permetteno di respirare: "Ho sempre trovato ironico il modo in cui la vita si prende gioco di tutti quegli altari eretti e cesellati faticosamente dalle nostre mani indolenzite, sancta sanctorum costruiti meticolosamente nel corso del tempo, che ad un certo punto, chissà come, ci troviamo a fissare inebetiti domandandoci se anche il giorno prima fossero così patetici." E tra l'altro sono costruiti con delle congiunzioni (che, ad esempio) che rendono slegato e traballante il periodo stesso. Ma poi, cosa ancora più importante, si fa fatica a capirci qualcosa, come in questo caso: "...Appena intuii che mi stava per raccontare di quanto lei e Daniele fossero diversi e della loro ultima discussione, la mia mente si impegnò a ricordare una ricerca svolta da non ricordo quale università, che dimostrava come, con i pannolini buttati via in un anno in tutto il mondo, una buona impresa di costruzioni sarebbe in grado di realizzare cinquecento edifici da trenta piani e dieci metri per lato." Dove porta questo paragrafo? non capisco cosa vuole significare... non riesco a capire la conseguenzialità tra il fatto che lei e Daniele non vanno d'accordo e i pannolini buttati via... In sunto, ti consiglio di rendere più semplice i periodi, magari con l'utilizzo di frasi corte! E di rileggere i propri scritti. Non ho rilevati refusi. Alla prossima!
  9. Commento Abbassò la maniglia della porta di ingresso quando sua madre lo chiamò. Era di là nel salotto, e stava guardando la televisione. Vedeva i riflessi blu dell'apparecchio danzare fin sulle pareti del corridoio. "Luca, dove stai andando?... Non avrai intenzione di uscire, vero?" "Vado a buttare l'immondizia, mamma", rispose Luca. Prese il sacco nero accanto alla porta e stette un istante sulla soglia in attesa della risposta: "Vai e torna". Voleva incontrare i suoi amici alla fiera del paese e doveva inventarsi qualcosa. Gli venne un'idea, disse: "Riporto a zia Teresa la moka che ci ha prestato". "Gliela porti domani... non c'è bisogno che esci adesso, di sera, per una moka". "Ma mamma, lo sai che zia Teresa ci tiene alla sua moka, e ci aveva chiesto di riportargliela il più presto possibile", rincalzò lui. Ci fu un attimo di silenzio, poi sua madre riprese: "Va bene ma torna subito, se no le prendi, lo sai!" "Va bene, mamma", rispose. Scese i gradini della scala esterna, aprì il cancello e buttò il sacco nel cassonetto. Rientrò in casa, prese dal tavolo della cucina la vecchia moka e uscì di nuovo, chiudendo la porta dietro di sè. Appoggiò la moka sul tavolo degli attrezzi e prese la bicicletta: sua zia avrebbe fatto il caffè un altro giorno. Prese la bici e si diresse verso la periferia del paese. In quella zona le case si diradavano fino a lasciare posto ad una campagna brulla e desolata. Sul piazzale di cemento vedeva qualche bancarella e un paio di giostre: quella con i cavalli proprio all'inizio e un pò più avanti, sulla sinistra, quella del "calcinculo". Fece un paio di giri a piedi tenendo la bicicletta per il manubrio, c'era un sacco di gente e di bambini. Cercò in mezzo alla folla i suoi amici Mauro e Giulio ma non gli riuscì di trovarli. Stava per andarsene, quando vide di fianco alla baracca del tirassegno una piccola costruzione in legno che lo incuriosì per la lunga fila che vi sostava davanti. Lesse l'insegna posta sopra l'ingresso: "Il barattolo magico - solo cinque euro". Una piccola finestra sulla sinistra era la cassa per l'acquisto dei biglietti. Scese dalla bicicletta che appoggiò a un albero e prese dal portafogli i cinque euro. Quando fu dentro la baracca, il buio era così fitto che stentava a vedere chi aveva intorno. Avrebbe detto di essere solo, se qualcuno non lo avesse urtato. Improvvisamente si accese una luce e illuminò un piccolo palco sopra il quale faceva bella mostra di sè un barattolo. "Signori e signori, benvenuti!.. Prego, Signori... si avvicinino" risuonò una voce. Luca si avvicinò al palco assieme ad altri e vide che il barattolo conteneva un liquido lattescente. Stette assieme agli altri in attesa che succedesse qualcosa e che dal barattolo venisse fuori qualcosa, chissà una creatura, un clown, qualunque cosa ma non accadde nulla. Luca assieme ad altri stette appoggiato ad una specie di transenna a fissare la superficie del liquido, ancora per diversi minuti, ma nulla. Il fluido rimaneva piatto e liscio senza la minima increspatura sulla superficie. "Tra poco vedrete la più grande attrazione del mondo!" annunciò di nuovo la voce. Ma non accadeva nulla e qualcuno del pubblico cominciò a dare segni di impazienza. Qualcuno delle file dietro a Luca cominciò a sbraitare: "Buffoni, ridateci i soldi del biglietto". Che fece andar via anche chi era indeciso. In pochi minuti la sala si svuotò completamente. In quel momento si aprì una porticina di fianco al palco e ne uscì un nano vestito con i colori sgargianti di un pagliaccio. Cominciò a dimenare le braccia in direzione dei pochi che erano rimasti ma stavano già per uscire. Cercò di convincere qualcuno ma con nessun risultato, dopo di che tornò verso il palco. Aveva gli occhi bassi e le spalle cascanti e dato che Luca in quel momento era preso da qualcosa che aveva visto comparire dal barattolo per poco non si urtarono. "Ho visto due occhi fissarmi...", esclamò Luca. "Quali occhi?", chiese il nano. Luca indicò il barattolo. "... di un essere lì nel barattolo... guardi anche lei..." Il nano si diede una manata sulla fronte come se avesse ricordato solo ora qualcosa di importante, disse: "Ah certo, che stupido... è la creatura!", come se fosse la cosa più naturale. Luca si avvicinò per guardare meglio il barattalo: "Guardi ora mi ha strizzato l'occhio... non scherzo guardi... è una piccola donna!" "Bella vero?", chiese il nano con voce melliflua avvicinandosi a Luca. "Sì molto bella...", Luca fissava intensamente qualcosa nel barattolo. "Ragazzo se ti interessa... è in vendita a cinquanta euro!", disse il nano che cominciava ad avere qualche dubbio sull'integrità mentale di chi aveva di fronte. Ma era così che succedeva con quel barattolo, anche se lui non vi aveva mai visto nulla. Luca trasse dal portafoglio l'utima banconota da dieci euro e la porse al nano che non se lo fece ripetere due volte: l'afferrò e in un attimo. Chiuso il barattolo, qualunque cosa contenesse, l'aveva dato a sua volta nelle mani di Luca. Poi gli diede una pacca sulla spalla dicendo: "Caro ragazzo, hai fatto il più bell'affare della tua vita!" e scomparve dalla porticina da cui era entrato solo dieci minuti prima. Uscì dalla baracca stringendo il barattolo e prese la bicicletta. Luca tornò a casa, lasciò la bicicletta sul vialetto e con il barattolo ben stretto in mano salì a due a due i gradini della scala. Aprì la porta e sentì che il televisore nella sala era ancora acceso. Forse sua madre si era addormentata. Non dovette attendere molto per saperlo: "Dove sei stato?... cosa ti avevo detto?", chiese sua madre. Dalla soglia della stanza vedeva la nuca immobile spuntare dal sofà. Sullo schermo scorrevano le immagini di un vecchio film in bianco e nero degli anni 50', che aveva già visto. Il protagonista interpretato da un timido Ernest Borgnine si disperava con la madre per non riuscire ad avere una relazione con una donna. "Mamma... ti ho portato questo... è bellissimo..." La madre non si spostò di un centimetro e Luca si mise di fianco alla madre, ora ne vedeva il profilo, gli occhi dei pezzi di vetro. "Che cosa hai lì?", chiese lei. Ora Borgnine era entrato, con alcuni suoi amici, in una sala ballo e stava chiedendo ad una ragazza un ballo. "Guarda... non ci crederai, non ci credo neppure io... ma c'è una creatura dentro...", Luca tese il barattolo alla madre che lei scansò con un gesto sprezzante della mano. "Che schifezza è, butta subito via quella cosa maleodorante!" Luca guardò la tv e vide che Borgnine veniva rifiutato dalla ragazza, ed abbattuto si trascinava per il locale. "Ma mamma, non è una cosa brutta", ripetè lui. "Non insistere... da domani per una settimana non puoi uscire con i tuoi amici, così impari a disobbedirmi, ed ora vai a letto", gli occhi fissi sul programma alla tv. "... ma non hai visto neppure neanche quello che c'è dentro al barattolo..", provò di nuovo. "Basta vai a letto!" Uscì dal salotto e salì alla sua camera. Sentì qualcosa colpire il vetro della finestra. Dapprima pensò stesse ancora sognando, poi risentì quel ticchettio e si alzò. Chi si divertiva a lanciare sassi alla finestra alle tre del mattino? Guardò giù nel giardino e vide due sagome appiattirsi dietro ad un albero. Li riconobbe subito ed aprì la finestra. "Ehi, lo sapete che ore sono?" "Scusaci, non sapevamo come fare a parlare più con te, il pomeriggio non vieni più al bar...", dichiarò Mauro. "Ci chiedevamo cosa ti era successo...", Luca riconobbe la voce e la sagoma di Giulio. "Mia madre non vuole più, mi ha beccato mentre uscivo la sera, due giorni fa" "Capisco, ma dove eri andato?" "Alla fiera... dai salite su, basta attaccarsi ai pluviali e salire, dai è facile" In un attimo furono nella sua stanza. Raccontò loro la storia del barattolo. "Ecco qui... vi presento una delle meraviglie del mondo", aprì il barattolo mostrandone il contenuto ai suoi amici. "Ma non vedo niente, sei sicuro che quel nano da cui l'hai comprato non ti abbia fregato?", chiese Mauro sorridendo. Intanto stava osservando anche Giulio: "Aspetta mi pare di aver visto qualcosa... no non può essere... c'è un essere lì dentro!", esclamò e bastò boco non cadesse a terra per lo spavento. "Quale magia è questa... dov'è il trucco", chiese Giulio. "Non c'è nessun trucco, c'è una essere... una donna minuscola dentro questo barattolo... " e richiuse il barattolo, dolcemente. Non voleva che quell'essere prendesse freddo e potesse stare male. "Dammi qua... fammi vedere secondo me non ce la racconti giusta" e cercò di afferrare il contenitore, ma Luca fu lesto a tenerselo ben stretto. Ci si mise anche Mauro che essendo più grande era anche il più forte dei tre. Scoppiò un parapiglia e il barattolo rischiò di finire a terra. "Questo lo prendo io..." Luca sentì delle mani artigliargli la spalla e lui per reazione lasciò la presa. Era sua madre, ora teneva ben salda in mano il barattolo. "Ora ci penso io a questo barattolo" "No mamma no", cercò di prendere il braccio a sua madre, ma si era già fiondata verso il bagno. Luca fece una corsa e afferrò il barattolo, riuscendo a sottrarlo dalle mani di lei e a una fine certa. La sera poi quando sua madre andò a letto scese con il barattolo nel garage. Gli era venuta un'idea: travasò con attenzione il liquido e la piccola creatura nella moka della zia. Lì sarebbe stata al sicuro, almeno fino al giorno dopo, quando avrebbe deciso cosa fare. Il piccolo essere mentre lui aveva fatto quella delicata operazione con i due contenitori, lo salutò. A Luca sembrò avesse approvato la sua idea. "Hai fatto i compiti per domani?", chiese sua madre dall'altra parte della tavola. Era mattina e stava facendo colazione quando diede un'occhiata al tavolo della cucina. Per poco no n gli prese un colpo: sul fuoco c'era la moka di sua zia. "Noo, perchè? E si precipitò a togliere dal fuoco la moka, e nel farlo si scottò i polpastrelli della mano destra. "Ahia" esclamò, togliendo la mano. Spense il fuoco e prese una presina. "Cosa ti prende? Sei ancora strano, come ierisera?" disse sua madre. "No signora, la strana è lei... questa volta!" una voce risuonò nella stanza. Chi aveva parlato? In quella casa c'erano solo loro due. Si voltarono all'unisono verso la soglia della porta. Una donna alta e bellissima, con capelli biondi era comparsa come dal nulla e li stava guardando. Luca strabuzzò gli occhi, non non poteva essere la stessa donna, quella creatura che gli aveva strizzato gli occhi e che lui aveva salvato da sicura morte dallo sciacqone era lì davanti a lui, solo che era delle dimensioni di una vera e propria donna. "Chi è lei se ne vada o chiamo i carabinieri!" esclamò sua madre che si era messa in piedi. "Suo figlio mi ha salvato dalla maledizione... da una vita rinchiusa in quel barattolo..." fece un passo nella stanza e posò una mano sulla spalla di Luca, guardandolo dolcemente negli occhi. "Ma se ne vada... brutta bagascia... allontanati da mio figlio... subito" intanto si era slanciata sulla donna e con una mano provò ad afferarle i capelli. La donna con una mossa fulminea si tolse dalla presa, dicendo: "Ed ora è giusto che contraccambi il favore!". Il giorno dopo Luca tornò dalle parti della fiera, lo accomagnava una donna bellissima con i capelli biondi. Mauro e Giulio lo videro e li guardarono stupiti chiedendosi cosa era successo a uno come Luca che stava tutto il giorno con sua madre, per andare in giro con un tale pezzo di... Luca e la donna arrivarono alla baracca del "Barattolo magico", solo lui entrò. La donna gli disse che preferiva aspettarlo fuori, quel luogo le faceva venire troppi brutti ricordi. Quando il nano lo rivide con il barattolo in mano, mise subito le mani avanti: "Mi spiace, ma non si accettano reclami sulla merce venduta!" "Oh no, non si preoccupi... glielo regalo" e gli diede in mano il barattolo sigillato dal coperchio. Il nano rimase stupito, e chiese: "Cosa c'è? Non le piaceva quello che c'era dentro?!" "No, anzi", disse Luca e uscì. Il nano rimase a guardarlo mentre usciva, poi aprì il coperchio e mise il barattolo sopra il palco. Ma chissenefrega, pensò. Tanto lui non aveva mai creduto ci fosse veramente qualcosa lì dentro.
  10. Ciao@Emy ! bel racconto, scritto con proprietà di linguaggio ma non capisco quale ne sia la morale, e se è ilo caso oin cui no esiste come mi pare sia allora il tuo racconto rientra nella categoria sdei racconti con finale " a sorpresa", alla O.Henry. Un genere che pur vantando una certa rispettosa tradizione storica, lo considero una furbata ai danni del lettore. Per quanto riguarda altri aspetti della composizione trovo che hai utilizzato dei moduli, sopratutto nella filastrocca - parole in rima, già ampiamente utilizzati in mille film appartenenti al thriller, di matrice sociopatica, triti e ritriti appunto. Seppur l'incipit sia appastanza "catturante" l'attenzione del lettore poi mi risulta un pò esagerata la reazione della moglie che pensa subito che sia successo qualcosa alla figlia, dopo una telefonata che, in prima battuta, non sa neanche chi abbia fatto: "... Oh, mio Dio! — Si porta le mani sul volto, sospira — Fabrizio, per l’amor del cielo, parla! Ha avuto un incidente a San Francisco, è così? Ecco perché ha suonato il telefono prima. Sono state le sue amiche ad avvisarti, vero?»... francamente mi pare un pò forzato. E questo non cambia anche se si tratta della moglie di un magistrato. La terza persona utilizzata non aiuta in questo caso perchè rende in qualche modo distante empaticamente le sensazioni del soggetto e il lettore: avrei utilizzato una prima persona che immette con più forsa ed immediatezza nella testa del protagonista e magari la reazione della moglie poteva rientrare in un quadro narrativo sul grottesco, ma sarebbe stato un altro racconto quello che avresti scritto. Anche se a me pare che il racocnto per salvarsi potrebbe scegliere una chiave grottesca e surreale per trovare un senso che non sia quello banale di una vendetta di un uomo che era stato arrestato dal protagonista. Alcune espressione non mi ritornano, come questa: "...A parlare per prima è lei." (anacoluto = posporre il verbo al soggetto) che può semplicemente essere sostituito da: "Fu lei a parlare per prima." Poi: "«Cosa?» «Abbiamo subito pensato a una busta di carta. E se invece ci fosse una mail con le istruzioni?»"... al contrario, in un mondo ipertecnolocigizzato, dovrebbe essere la prima cosa pensare ad una mail elettronica, e semmai invertendo l'ordine... con la busta cartacea. Refuso: Giuseppe Tortini... (Tartini). Secondo uno schema che usava David Foster Wallace nei suoi corsi di scrittura creativa, la prima domanda da porsi, mentre si esamina un racconto, è: Che cosa si è prefisso l'autore? Qual'è lo scopo o il fine del racconto? Per parte mia non l'ho capito fino in fondo, ma potrei leggere il tuo racconto nel modo sbagliato. Alla prossima!
  11. Commento Abbassò la maniglia della porta di ingresso quando sua madre lo chiamò. Era di là nel salotto, e stava guardando la televisione: vedeva i riflessi blu dell'apparecchio danzare fin sulle pareti del corridoio, in cui si trovava. "Luca, dove stai andando?... non avrai intenzione di uscire, vero?" "Vado a buttare l'immondizia, mamma", rispose Luca. Prese il sacco nero accanto alla porta e stette un istante sulla soglia in attesa della risposta: "Vai e torna", disse sua madre. Voleva incontrare i suoi amici alla fiera del paese e doveva inventarsi qualcosa. Gli venne un'idea, disse: "Riporto a zia Teresa la moka che ci ha prestato", disse. "Gliela porti domani... non c'è bisogno che esci adesso, di sera, per una moka". "Ma mamma, lo sai che zia Teresa ci tiene alla sua moka, e ci aveva chiesto di riportargliela il più presto possibile", rincalzò lui. Ci fu un attimo di silenzio, poi sua madre riprese: "Va bene ma torna subito, se no le prendi, lo sai!" "Va bene, mamma", rispose. Scese i gradini della scala esterna, aprì il cancello e buttò il sacco nel cassonetto. Rientrò in casa, prese dal tavolo della cucina la vecchia moka e uscì di nuovo, chiudendo la porta dietro di sè. Appoggiò la moka sul tavolo degli attrezzi e prese la bicicletta: sua zia avrebbe fatto il caffè un altro giorno. Prese la bici e si diresse verso la periferia del paese. In quella zona le case si diradavano fino a lasciare posto ad una campagna brulla e desolata. Sul piazzale di cemento vedeva qualche bancarella e un paio di giostre: quella con i cavalli proprio all'inizio e un pò più avanti, sulla sinistra, quella del "calcinculo". Fece un paio di giri a piedi tenendo la bicicletta per il manubrio, c'era un sacco di gente e di bambini. Cercò in mezzo alla folla i suoi amici Mauro e Giulio ma non gli riuscì di trovarli. Stava per andarsene, quando vide di fianco alla baracca del tirassegno una piccola costruzione in legno che lo incuriosì per la lunga fila di persone che vi sostavano davanti. Lesse l'insegna posta sopra l'ingresso: "Il barattolo magico - solo cinque euro". Una piccola finestra sulla sinistra era la cassa per l'acquisto dei biglietti. Scese dalla bicicletta che appoggiò ad un albero e prese dal portafogli i cinque euro. Quando fu dentro la baracca il buio era così fitto che stentava a vedere chi aveva intorno. Avrebbe detto di essere solo, se qualcuno non lo urtava inavvertitamente. Improvvisamente si accese una luce e illuminò un piccolo palco sopra il quale faceva bella mostra di sè un barattolo. "Signori e signori, benvenuti!" risuonò una voce. "Prego, Signori... si avvicinino", continuò. Luca si avvicinò al palco assieme ad altri e vide che conteneva un liquido lattescente. Stette assieme agli altri in attesa che succedesse qualcosa e che dal barattolo venisse fuori qualcosa, chissà una creatura, un clown, una maschera di arlecchino, qualunque cosa ma non accadde nulla. Luca assieme ad altri stette appoggiato ad una specie di transenna a fissare la superficie del liquido, ancora per diversi minuti, ma nulla. Il fluido rimaneva piatto e liscio senza la minima increspatura sulla superficie. "Tra poco vedrete la più grande attrazione del mondo!" annunciò di nuovo la voce. Ma non accadeva nulla e qualcuno del pubblico cominciò a dare segni di impazienza. Qualcuno delle file dietro a Luca cominciò a sbraitare: "Buffoni, ridateci i soldi del biglietto". Fu il là che fece decidere anche chi ancora era indeciso. In pochi minuti la sala si svuotò completamente. In quel momento si aprì una porticina di fianco al palco e ne uscì un nano vestito con i colori sgargianti di un pagliaccio. Cominciò a dimenare le braccia in direzione dei pochi che erano rimasti ma stavano già per uscire. Cercò di convincere qualcuno ma con nessun risultato, dopo di che tornò verso il palco. Aveva gli occhi bassi e le spalle cascanti e dato che Luca in quel momento era preso da qualcosa che aveva visto comparire dal barattolo per poco non si urtarono. "Ho visto due occhi fissarmi...", esclamò Luca. "Quali occhi?", chiese il nano. Luca indicò il barattolo. "... di un essere lì nel barattolo... guardi anche lei..." Il nano si diede una manata sulla fronte come se avesse ricordato solo ora qualcosa di importante, disse: "Ah certo, che stupido... è la creatura!", come se fosse la cosa più naturale. Luca si avvicinò per guardare meglio il barattalo: "Guardi ora mi ha straizzato l'occhio... non scerzo guardi... è una piccola donna!" "Bella vero?", chiese il nano con voce melliflua avvicinandosi a Luca. "Sì molto bella...", Luca fissava intensamente qualcosa nel barattolo. "Ragazzo se ti interessa... è in vendita a cinquanta euro!", disse il nano che cominciava ad avere qualche dubbio sull'integrità mentale di chi aveva di fronte. Ma era così che succedeva con quel barattolo, anche se lui non vi aveva mai visto nulla. Luca trasse dal portafoglio l'utima banconota da dieci euro e la porse al nano che non se lo fece ripetere due volte: l'afferrò e in un attimo. Chiuso il barattolo, qualunque cosa contenesse, l'aveva dato a sua volta nelle mani di Luca. Poi gli diede una pacca sulla spalla dicendo: "Caro ragazzo, hai fatto il più bell'affare della tua vita!" e scomparve dalla porticina da cui era entrato solo dieci minuti prima. Luca uscì dalla baracca stringendo il barattolo e prese la bicicletta. Luca tornò a casa, lasciò la bicicletta sul vialetto e con il barattolo ben stretto in mano salì a due a due i gradini della scala. Aprì la porta e sentì che il televisore nella sala era ancora acceso. Forse sua madre si era addormentata. Non dovette attendere molto per saperlo: "Dove sei stato?... cosa ti avevo detto?", chiese sua madre. Dalla soglia della stanza vedeva la nuca immobile di sua madre seduta sul sofà guardare la televisione. Sullo schermo scorrevano le immagini di un vecchio film in bianco e nero degli anni 50', che aveva già visto. Il protagonista interpretato da un timido Ernest Borgnine si disperava con la madre per non riuscire ad avere una relazione con una donna. "Mamma... ti ho portato questo... è bellissimo..." La madre non si spostò di un centimetro e Luca si mise di fianco alla madre, ora ne vedeva il profilo, gli occhi dei pezzi di vetro. "Che cosa hai lì?", chiese lei. Ora Borgnine era entrato, con alcuni suoi amici, in una sala ballo e stava chiedendo ad una ragazza un ballo. "Guarda... non ci crederai, non ci credo neppure io... ma c'è una creatura dentro...", Luca tese il barattolo alla madre che lei scansò con un gesto sprezzante della mano. "Che schifezza eh, butta subito via quella cosa maleodorante!" Luca guardò la tv e vide che Borgnine veniva rifiutato dalla ragazza, ed abbattuto si trascinava per il locale. "Ma mamma, non è una cosa brutta", ripetè lui. "Non insistere... da domani per una settimana non puoi uscire con i tuoi amici, così impari a disobbedirmi, ed ora vai a letto", gli occhi fissi sul programma alla tv. "... ma non hai visto neppure neanche quello che c'è dentro al barattolo..", provò di nuovo. "Basta vai a letto!" Uscì dal salotto e salì alla sua camera. Sentì qualcosa colpire il vetro della finestra. Dapprima pensò stesse ancora sognando, poi risentì quel ticchettio e si alzò. Chi si divertiva a lanciare sassi alla finestra alle tre del mattino? Guardò giù nel giardino e vide due sagome appiattirsi dietro ad un albero. Li riconobbe subito ed aprì la finestra. "Ehi, lo sapete che ore sono?" "Scusaci, non sapevamo come fare a parlare più con te, il pomeriggio non vieni più al bar...", dichiarò Mauro. "Ci chiedevamo cosa ti era successo...", Luca riconobbe la voce e la sagoma di Giulio. "Mia madre non vuole più, mi ha beccato mentre uscivo la sera, due giorni fa" "Capisco, ma dove eri andato?" "Alla fiera... dai salite su, basta attaccarsi ai pluviali e salire, dai è facile" In un attimo furono nella sua stanza. Raccontò loro la storia del barattolo. "Ecco qui... vi presento una delle meraviglie del mondo", aprì il barattolo mostrandone il contenuto ai suoi amici. "Ma non vedo niente, sei sicuro che quel nano da cui l'hai comprato non ti abbia fregato?", chiese Mauro sorridendo. Intanto stava osservando anche Giulio: "Aspetta mi pare di aver visto qualcosa... no non può essere... c'è un essere lì dentro!", esclamò e bastò boco non cadesse a terra per lo spavento. "Quale magia è questa... dov'è il trucco", chiese Giulio. "Non c'è nessun trucco, c'è una essere... una donna minuscola dentro questo barattolo... " e richiuse il barattolo, dolcemente. Non voleva che quell'essere prendesse freddo e potesse stare male. "Dammi qua... fammi vedere secondo me non ce la racconti giusta" e cercò di afferrare il contenitore, ma Luca fu lesto a tenerselo ben stretto. Ci si mise anche Mauro che essendo più grande era anche il più forte dei tre. Scoppiò un parapiglia e il barattolo rischiò di finire a terra. "Questo lo prendo io..." Luca sentì delle mani artigliargli la spalla e lui per reazione lasciò la presa. Era sua madre, ora teneva ben salda in mano il barattolo. "Ora ci penso io a questo barattolo" "No mamma no", cercò di prendere il braccio a sua madre, ma si era già fiondata nel bagno. Luca fece una corsa e cercò di aprire la porta. "No farlo!", urlò da dietro la porta. Aveva appena gridato quella parole, che Luca sentì scaricare lo sciaquone. Un attimo dopo sua madre aprì la porta e comparve sorridente e felice di aver mantenuto la sua promessa. "Hai fatto i compiti per domani?", chiese sua madre dall'altra parte della tavola. Era sera e stavano bevendo una tisana. Tutto ad un tratto sua madre stette male, si afferrò la gola con una mano e stramazzò a terra. Luca si chinò sotto la tavola, gli occhi spalancati della morta a fissarlo mentre lui guardava una strana figura muoversi dentro la pozza di tisana sul pavimento.
  12. Bel racconto anche se non saprei se definirlo tale, perchè come poi spiegherò un racconto ha bisogno di quella che è "l'arco di trasformazione del personagio" e cioè un personaggio da negativo/positivo all'inizio si trasforma in positivo/negativo alla fine. Non basta, così di punto in bianco, come fai, dichiarare che: "... Va contro tutti i miei principi e l’etica morale. Ho detto però sì a tutto, senza se e senza ma. Come dice quella santa donna di Clotilde: chi bella vuol apparire deve pure soffrire." Il cambiamento è troppo repentino e non è preparato da una scena di transizione, la famosa "trasgformazione del personagggio": insomma non è possibile che dapprima così dichiaratamente anti ora diventi tutto shopping e cyclette! La stessa cosa succede verso la fine: " Se solo sapessero… cosa? Non mi dite che ci siete cascati anche voi? Posso capire Clotilde, che si è bevuta la storia della nipote prodiga, ma voi? Non leggete tra le righe? Ci racconti com’è iniziata la sua avventura? Sorrido. Non vedo l’ora di raccontare la mia verità. Sono stufa di essere una giornalista fasulla. Rivoglio subito i miei panni di pecora nera di famiglia. " Nulla è preparato, di psicologico e morale o accade qualcosa che le faccia prendere questa via oppure un'altra se non un rapido cambiamento di rotta ma che risulta del tutto arbistrario così come viene presentato. Io definirei il tuo racconto una sorta di monologo interiore, anche se certi passaggi per essere coerenti in quell'ottica psicologica e morale che indicavo sopra, andrebbero preparati. Per il resto all'inizio mi era poiaciuto, come era scritto questo testo, anche trovo ben azzeccate i pensieri della protagonista che vengono in primo piano e in stile corsivo, iun pò alla maniera di king, che ripeto ho trovato una bella trovata. sei brava nel farci entrare nella testa del personaggio come stesse ed è come se vivessimo in sogettiva, quello che in narratologia viene definito il punto di vista, la cosidetta focalizzazione interna, che sai usare molto bene. qua e là ho riulevato qualche espressione che mi ha lasciato un pò perplesso: "... prenderebbe una bella gatta randagia da pelare e non credo che le convenga fare una figura così brutta." Trovo che questo aggettivo sia poco utile, avrei scritto il classico "da pelare" che ci stava ... come hai scritto tu pare un pò leziosetto. "... , piccola e situata nell’angolo di una stanzetta angusta, uno stipendio iniziale con pochi zeri ancora, tutti sono alleviati e al contempo preoccupati: dovranno..." Espressione poco perspicua : tutti hanno tirato "un sospiro di sollievo" semmai, o qualcosa di simile. Qualche refuso, ma in un testo che comunque risulta ben scritto: " ... spinto la zia di contattarmi." : a contattarmi. "... lusso che solo i pazzi possano permettersi." Alla prossima!
  13. Ciao @luca c. grazie per il commento così dettagliato: in merito sto approntando una revisione con le tue correzioni e di @paolati , spero di aggiungerci anche qualcosa d'altro. mi interessa capire che cosa hai trovato di: potresti entrare meglio in merito? Grazie ancora
  14. Grazie @paolati !!! Il tuo e uno dei piu bei commenti che mi siano mai stati indirizzati! Grazie anche per i complimenti... beh insomma che io saplia scrivere e una bella scommessa ma nn credo di esserne meeitevole, o almeno finora... Per quanto riguarda la differenza tra tom & jerry e michey mouse e abissale, come ho acoperto qualche giorno dopo aver scritto il racconto;( Mentre michey e un personaggio conformista e ligio alle regole il tom di hanna e barbera e quello adolescenziale ed immaturo.. Purtroppo io conoscevo molto meglio il tom hannabarberiano... disastri della tv... il michey mouse essendo un personaggio molto piu presente nel fumetto che conosco poco anche oggi... mea culpa. Mi spiace che nn ti sia piaciuto mitch, in ogni caso le parti iniziali sono brese direttamente dalla mia biografia... la bici, il cinema... solo che invece del topo in quella sala buia, con le poltroncine rosse etc...
  15. Ah ok, bene@Black !