emilianoem

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  1. Molto bello. (toglierei i punti esclamativi, ma è solo un'indicazione del mio gusto di lettore. Mi ha incuriosito la figura assente dei genitori, avrei voluto conoscere qualcosa di più della loro storia e di quella che la protagonista del racconto chiama freddezza. Forse, dietro, c'è una storia altrettanto complicata. Se fosse un libro intero lo leggerei molto volentieri, e mi piacerebbe che venisse data voce anche ai personaggi più marginali: un rifiuto che a qualcuno può apparire disumano può celare motivazioni profonde.)
  2. Eccoci di nuovo qui, io e Lebowski, gli ultimi due terrestri su questo pianeta. L’altra volta c’era anche Pritchard, il caro, benché tormentato e petulante Edward. Tecnicamente c’è ancora, ma un metro sotto terra. Abbiamo scavato la fossa io e Lebowski. Più io, che Lebowski; lui, come al solito, si è stancato in fretta. Solo di girare attorno ai fiori di auraubà e di annusare ogni cespuglio di auroginko non si stancherebbe mai, neanche fosse il botanico della spedizione. In ogni caso non avrebbe più senso, ci hanno richiamati, fine dell’impresa, ora si tratta solo di chiudere la base e tornare indietro per sempre; la storia umana sul pianeta Auripise si conclude qui. Mi stiracchio schiena e braccia facendo scrocchiare le spalle e rivolto al mio amico, questa volta ad alta voce, esterno il mio pensiero, Eccoci di nuovo qui, Lebowski, gli ultimi terresti su questo perfido pianeta. Lui alza il capo di scatto, lo fa sempre quando sente il suo nome, e mi fissa attonito. Allora pazientemente aggiungo, Tranquillo Lebowski, dicevo soltanto che siamo rimasti solo io e te, in superficie, gli altri, dal tosto Malinowski al tenero Evans-Pritchard, ormai ci fanno compagnia dal sottosuolo. È la vita, continuo e concludo, visto che il mio compagno di avventura rimane a fissarmi senza battere ciglio, in attesa. Quando fa così mi mette sempre un po’ a disagio, mi ricorda Buster Keaton, un manichino pallido e inespressivo; neanche farlo apposta Lebowski è bianco come un cadavere. Accidenti, non devo esprimere pensieri con parole potenzialmente negative, altrimenti l’immaginazione si fa prendere da una spirale di pessimismo, e se non è negativa la parola “cadavere”… Lebowski deve aver colto la mia ansia, perché si riscuote dal torpore e riprende a passeggiare lungo il filare di aurustro che stava osservando curioso quando gli ho rivolto la parola. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di sguincio, come per tenermi d’occhio. Lo conosco a memoria, so cosa sta pensando, pensa che sono un sentimentale, caratteristica che secondo lui non si addice a un esploratore, dovrei essere più freddo, distaccato, riporre i sentimenti in un cassetto e dedicarmi alla missione seguendo il protocollo. Sentimenti: altra parola insidiosa. Meccanicamente cerco il posto dove abbiamo seppellito Margaret, eccolo lì, sotto l’albero di aurustro, l’unica pianta capace di crescere oltre i cento centimetri su questo tirchio pianeta. Ah, dott.ssa Mead, quanto mi manchi… Lebowski segue il mio sguardo fino a incorniciare con il suo il discreto rilievo della tomba. Lui non amava Margaret, non la detestava nemmeno: gli era indifferente. Invece aveva un debole per Lévi-Strauss, si erano sempre capiti al volo, però certo non lo amava come lo amavo io, e in ogni caso anche l’altro nostro compagno se ne è andato per sempre, dalla vita, non dal pianeta, solo che per lui non c’è tomba: abbiamo solo visto il puntino del suo Rover sullo schermo del monitor venire schiacciato da quello sempre più grande dell’asteroide Auropimpio_X69 nel settore E11. L’impatto ha modificato la superficie di quell’area, facendo fuoriuscire un lago di lava. Del resto, non sarebbe servita a nulla una tomba, i resti di Lévi-Strauss si sono fusi per sempre con la superficie di Auripise, o polverizzati nella sua blanda atmosfera. Pace all’anima tua, riflessivo compagno di viaggio. Sto diventando malinconico, e non va bene, la malinconia è pericolosa, perché alterna stati di tristezza al bizzarro conforto di ricordare cose che ci feriscono. Ecco, la parola “alternanza” mi ricorda quella del pendolo, e poi dell’altalena, “altalena” no, cazzo, devo mantenere il controllo, impedire di guastare tutto un’altra volta ancora, ma è troppo tardi, lo sento, una vertigine piega le mie ginocchia, allungo istintivamente la mano sullo stipite dell’ingresso del modulo di atterraggio mentre mi sento ondeggiare come un elastico, se solo potessi impedirmi di perdere il controllo visuale… Invece la scena davanti a me si scompone in una nebbia granulosa e quando si dissipa inquadro un palazzo, quello dove io e Margaret abitavamo subito dopo la nascita di Clementine, eccole lì, la loro sagoma spunta da sotto, dietro la finestra, mentre l’elastico a cui mi sento appeso si allunga, dandomi modo di scorgerle di profilo sulla poltrona a dondolo, mia moglie che culla mia figlia, allattandola. Come sono belle, ho il tempo di pensare, sentendomi pervadere da tenerezza e nostalgia mentre continuo a scendere, trascinato dalla forza di gravità. Lotto per non perderle di vista, ma ora inquadro solo il davanzale, che sfugge verso l’alto, i miei occhi fissano la porzione di intonaco grigio fra il nostro piano e quello di sotto. Il desiderio di guardarle ancora una volta è così grande che sottilmente la forza di gravità viene contrastata dalla tensione dell’elastico, e salgo di nuovo. Riappare il salotto incorniciato dagli infissi della finestra, ma questa volta Margaret è sola, e invecchiata, con la mano sinistra aperta appoggia tutto il suo peso sul mobiletto del telefono, l’altra stringe la cornetta che tiene all’orecchio. Piange, in silenzio. Ascolta Piero che la informa dell’incidente, poi riaggancia e mentre si volta per dirmi, Clementine non c’è più, la forza dell’elastico me la porta di nuovo via, questa volta verso l’alto, allora oppongo resistenza con tutte le mie forze nel tentativo disperato di invertire la spinta, e di nuovo scendo. Dietro i vetri, scorrendo ancora una volta verso il basso, si srotola la visione di me, lì in piedi, che fisso il vuoto, mentre gli amici mi si fanno attorno per consolarmi della morte di Margaret. Devo riprendere il controllo, non posso continuare a vagare in questi pensieri. Ripeto nella mia mente l’obiettivo della missione, Recuperare Lebowski, recuperare Lebowski, ma continuo a cercare di non perdere l’immagine di Marcus e Gigliola che mi mettono una mano sulla spalla, stringendola appena, li guardo scivolare verso l’alto, loro due e me, lì in mezzo a loro. Capisco che devo interrompere il flusso dei ricordi, Ora! grido ad alta voce, e di nuovo la nebbia, rapida, appanna tutto, per poi aprirsi su Lebowski che mi guarda da Auripise, forse allarmato, forse disilluso, quindi con un gesto consumato alza la zampa posteriore e libera un lungo getto di urina proprio sopra il cespuglio di aurustro che veglia il sonno eterno di Margaret. Stupido cane, penso, e allora la luce dell’ambulatorio mi acceca. Sono percorso dal brivido involontario che tutti proviamo quando ci viene sfilata la copia di backup dalla presa Usb nella nuca, e sento la pressione di un palmo della mano che mi invita a stendermi di nuovo sullo schienale della poltrona. È la dottoressa, lo so, e subito dopo i miei occhi si abituano alla luce della lampada a led, così la distinguo. Mi dia ancora cinque minuti, la imploro, ma lei con voce seria mi dice di no, che so che è impossibile, ed è vero, lo so. Il protocollo sull’uso della copia di backup è molto rigido, almeno quello fruibile dal Servizio Sanitario Nazionale, chi invece può permettersi una clinica privata gode di molte più possibilità. È un pensiero che mi riempie di rabbia, ma so che la vita funziona così, chi ha di più può permettersi di vivere meglio. L’amarezza di questo pensiero mi impedisce di controllarmi, e per dare sfogo alla frustrazione mi sento dire, Lebowski ha fatto la pipì su Margaret. Quasi un piagnucolio. La dottoressa mi guarda con quella che dev’essere l’ombra della commiserazione. Lei sa chi è Margaret, chi è Lebowski, e sa anche di Clementine. Soprattutto conosce il paesaggio mentale in cui viaggio, perché nel S.S.N. le sedute di immaginazione sono monitorate dal personale medico. Mi vergogno di essermi lasciato andare. Mi vergogno che un paio di estranei, la dottoressa e l’infermiere di questa Unità sanitaria, conoscano le mie ricostruzioni possibili della realtà, e quando lei dice, con la voce che un adulto riserva ai bambini, È stato proprio birichino Lebowski, arrossisco dall’imbarazzo. E dalla rabbia. Allora scendo di scatto dalla poltrona, strappando quasi dalla mano della dottoressa la mia copia di backup, e esco. Sulla porta mi imbatto nell’infermiere e senza volere gli do una spallata. Tentenno un attimo poi imbocco il corridoio senza dire nulla, subito pentito di essere stato scortese, bambino birichino fa la pipì nell’ambulatorio, sento cantilenare nella mia testa, così mi fermo e timidamente torno sui miei passi per chiedere scusa. Avrei detto a tutti e due, Perdonatemi, non volevo essere brusco e villano, ma prima di arrivare all’uscio sento la voce della dottoressa che dice, E il mese scorso gli è pure morto il cane. Poveraccio, commenta l’infermiere. Rimango per due secondi lì impalato, senza più voglia di affacciarmi. Poi mi volto per andarmene ma non riesco a inquadrare l’uscita. Questi corridoi sono tutti uguali, penso, sembra di essere in un labirinto. Accidenti, e adesso come esco da una parola così?
  3. Prima di smettere di zappare l’orto sul retro e riporre l’attrezzo nel piccolo capanno lasciò suonare il campanello per la terza volta, quindi si lavò le mani alla fontanella. Non aveva bisogno di guardare dallo spioncino della porta d’ingresso per sapere chi lo stava cercando. Erano giorni che si aspettava una visita della donna e quella mattina, mentre con un gesto pacato del palmo della mano metteva a tacere la sveglia sul comodino, aveva avuto la certezza che lei sarebbe finalmente giunta da lui. Il campanello suonò ancora, questa volta, notò, con un intervallo più breve rispetto ai precedenti: si disse che la sua visitatrice stava perdendo la pazienza, segno che era determinata ad affrontare la cosa. D’altronde, lui sapeva pure questo. Continuò a camminare lentamente per il lungo corridoio asciungandosi le mani con uno strofinaccio e poco prima di raggiungere l’uscio il campanello mandò il quinto squillo. Quando la porta si aprì la donna vide un uomo molto meno vecchio di quanto si immaginava e ne rimase stupita, confusa quasi, perché oltre all’apparente incongruenza dell’età qualcos’altro la disturbava, ma non riusciva a capire cosa. Le certezze che l’avevano spinta a compiere quella visita stavano svanendo e lei si trovò ad annaspare sul pianerottolo nel tentativo di riprendere il controllo di se stessa, delle ragioni che l’avevano portata fin lì. Lo sguardo dell’uomo attirò la sua attenzione e si convinse che lui la stava aspettando, il che era impossibile, ed era normale sorprendersi, ma a maggior ragione quella stranezza non doveva distrarla dal suo scopo. Respirò velocemente, come un nuotatore prima del tuffo, decisa a presentarsi e dire cosa voleva, ma prima di aprire bocca con una parola lui la invitò ad entrare. Prego, disse l’uomo, allargando un braccio e ritraendo una parte del corpo. Osservò come l’indecisione della donna, una volta varcato l’uscio, con tre passi si trasformò in sicurezza crescente; il tempo di raggiungere il salotto. Si accomodi, le disse ancora, superandola per farle strada e indicando le due poltroncine fiorate ai lati del tavolino sotto la finestra. I vetri erano aperti, le tendine raccolte, e insieme alla luce calda della primavera a tratti si percepiva il garrire delle rondini. L’uomo si sedette per primo poi, appena la donna seguì il suo esempio, si accorse di stringere ancora lo strofinaccio fra le mani, allora si alzò per riporlo da qualche parte, in cucina magari, e gli venne in mente di doverle offrire qualcosa da bere, come si addice a un buon ospite, le va il mate? o forse una tisana, ma la donna scosse il capo e allora lui insisté, andiamo, avevamo giusto voglia di bere qualcosa in compagnia, se preferisce, aggiunse, possiamo mettere su un caffè... la donna allora disse che avrebbe preso volentieri il mate. Caa Cuy o Caa Miri, elencò l’uomo e lei, realizzando che si trattava di una domanda, ripeté Cuy; egli, strizzandole l’occhio, notò che era anche il loro preferito. No, non si disturbi a seguirmi, la prevenne quando vide che aveva puntato le mani sui braccioli, i gomiti sollevati. Le ripeté di mettersi comoda, quindi, rassicurandola che ci avrebbe impiegato solo pochi minuti, con un guizzo uscì dalla stanza. La donna rimase seduta nella piccola poltrona e si guardò intorno, nuovamente a disagio. Nulla stava andando come aveva previsto, si era immaginata la sorpresa che la sua visita avrebbe suscitato nell’uomo, e l’imbarazzo, lo stesso che avrebbe dovuto superare lei per esporre le sue ragioni. Si aspettava un moto di repulsa e fastidio, nessuno, si disse, vorrebbe essere coinvolto in una storia tanto scabrosa, farà resistenza, protesterà la sua estraneità ai fatti, e lei doveva impedirgli di tergiversare. Avrebbe affrontato subito la questione, prima che lui potesse erigere una qualsiasi difesa, come quella stupida formalità del mate. Si sarebbe alzata in piedi e si sarebbe presentata, specificando che, chiaramente, lui non poteva conoscerla, ma… La sua attenzione fu catturata dal riflesso del sole sul centro-tavola, una piccola zuppiera di ceramica, il cui coperchio dalla curiosa forma di formica scintillava per la luce che entrava dalla finestra. Non poté fare a meno di notare che un lembo delle tendine raccolte a tratti si muoveva, e nella sua mente formulò l’immagine di un onda piccola che si srotola sulla battigia. Scosse la testa per scacciare quel pensiero, doveva rimanere concentrata sul suo obiettivo, si disse che… Lei lo prende senza zucchero, asserì la voce del vecchio facendola sussultare. Stava entrando a passo rapido dentro la stanza, un vassoio di legno lucido fra le mani, e sul vassoio una teiera, due tazze sui piattini e una piccola pirofila con dei biscotti dalle strane forme, alcuni gialli, altri... anche noi lo prendiamo sempre senza zucchero, la informò il vecchio, poggiando il vassoio sul tavolino e spostando con il bordo il centro-tavola per fare spazio. La donna meccanicamente allungò le mani per aiutarlo ad allontanare la ceramica e non poté fare a meno di pensare che lui doveva vivere con qualcuno, probabilmente era sposato; si sorprese di esserselo immaginato solo. Mentre il vecchio, ancora in piedi e piegato sul tavolino, inclinava la teiera per riempire la tazza che le aveva sistemato davanti, lei si decise a parlare e disse, senta... ma un lucherino testa nera, dal petto giallo brillante, entrò dalla finestra aperta e con un curva aggraziata planò fra il vassoio e la zuppiera. Il vecchio senza sorprendersi prese un biscotto, rosso (ecco, pensò la donna, i biscotti sono alcuni gialli, altri color amaranto, come...) e lo sbriciolò sul tavolino, permettendo all’uccello di banchettare con le briciole. Non si lasci distrarre da lui, disse riprendendo in mano la teiera. Dunque ci stava dicendo che non la conosciamo e che la sua visita potrebbe sorprenderci molto, vero? oh, non si stupisca se tecnicamente questo pensiero lei non l’ha espresso ad alta voce, credo che risparmieremmo entrambi un sacco di tempo se affrontassimo subito la questione che le sta a cuore; non ne conviene, signorina Bruna Sampaio? La donna ammutolì, gli occhi fissi in quelli dell’uomo, che senza distrarre il suo sguardo alzò il becco della teiera nell’esatto momento in cui il liquido ambrato raggiunse mezzo centimetro dal bordo. Sempre continuando a scrutarla egli spostò la teiera sulla sua tazza e cominciò a servirsi. Bruna Sampaio rimase colpita dal colore amaranto degli occhi del vecchio, che la fece pensare a una parete appena dipinta, dove due macchie gialle in ogni pupilla le ricordavano le pennellate nervose di un pittore astratto. Mentre nella stanza si spandeva il gorgoglio del mate versato nella tazza, un refolo tiepido entrò dalla finestra e con la coda dell’occhio lei scorse il piccolo movimento delle tendine raccolte ai lati dei vetri. Fu allora che tornò a imporsi alla sua mente l’immagine dell’ondina che si srotola sulla battigia. Una sabbia scura, la trasparenza dell’acqua che amplifica come una lente quei granelli grandi come schegge di roccia, il bordo sottile della schiuma che si perde in essi. E una fetta di spiaggia color amaranto, un rettangolo di spugna, l’asciugamano dove una donna giace sdraiata, gli occhi aperti e fissi, il costume da bagno in due pezzi, giallo. Sono venuta per mia madre, disse Bruna riscuotendosi dal torpore in cui l’immagine l’aveva fatta sprofondare. Certo, Clara Onetti, disse il vecchio. Alzò il becco della teiera facendo cessare il gorgoglio del getto di mate. Ma come è arrivata fin qui? saremmo curiosi di saperlo. Il lucherino testa nera era volato sul dorso della mano destra dell’uomo e da lì sporgeva il collo sul bordo della tazza che il vecchio stringeva nel pugno, immergendo a scatti il becco nel mate. Non faccia caso a lui, disse poi, vedendo che Bruna fissava attenta l’uccellino. La donna si riscosse e guardando di nuovo il vecchio gli chiese, cosa? Come ha fatto ad arrivare qui? ripeté allora l’anziano ospite. Ho chiesto in giro, tutti a Santa Rosa quando ricordano il fatto di mia madre prima o poi fanno il suo nome. Oh, il nostro nome, ma lei saprà certamente che quando qualcuno non sa spiegare qualcosa chiama sempre in causa noi. Esclamò il vecchio riponendo la tazza sul piattino, e poi Santa Rosa è una città così pettegola! Mi dica, invece: le dispiace se al posto della bombilla le ho servito il mate in una tazza da tè? Bruna Sampaio rimase per un attimo interdetta dalla domanda insensata, quindi sbottò, basta con questa commedia, posando con decisione la sua tazza sul tavolo, non sono venuta fin qui per gustarmi il mate, ma per parlare dell’omicidio di mia madre, lo capisce? Il vecchio assunse un’aria seria e disse, ce ne rendiamo conto, e poi lo ripeté, ce ne rendiamo conto. Conosceva mia madre, disse Bruna Sampaio, e a quella che non era una domanda il vecchio annuì, poi aggiunse subito, però se ha letto i verbali di polizia saprà che noi non siamo minimamente coinvolti nella sua morte. L’aveva detto con un tono complice, piegandosi verso la donna e facendo il gesto di allungarle una mano, ma poi l’aveva ritratta a metà strada, piano, sfiorando con la punta dei polpastrelli il coperchio della zuppiera di ceramica. La donna allora tornò a vedere con gli occhi della mente la scena di sua madre stesa sul telo color amaranto, e per la prima volta in vita sua capì che il costume giallo non era in due pezzi, bensì intero, solo che il sangue sgorgato dal ventre (mani rattrappite e immobili e fredde per ricomporre lo squarcio delle coltellate) aveva confuso la testimone di quattro anni che allora Bruna Sampaio era. Il sangue, per lei bambina, gocciolante di oceano e con il secchiello in mano, era stato addomesticato dalla sua fantasia in un lembo del telo da spiaggia, color rosso vivo, amaranto, come le diceva sua madre chiamarsi quel colore. Ciò che le aveva fatto orrore erano state le formiche, grandi e nere, che camminavano sul corpo già freddo della madre, e qualcuna addirittura sulle pupille indifese. Bruna si riscosse con un brivido da quella immagine, e quando tornò a fissare il vecchio, i cui occhi ora, ci avrebbe giurato, erano blu e chiazzati di bianco come l’oceano, egli le ripeté: noi non siamo coinvolti nella morte di sua madre, spero che questo lei lo sappia. Sì, lo so, ma so che lei deve sapere qualcosa di più di quello che si racconta, perché… perché tutti, come le dicevo, a un certo punto la nominano. Ma come le ho già detto, disse il vecchio, questo non ha nessuna importanza. Perché conosceva mia madre? gli chiese allora la donna, voglio dire… in che rapporti eravate? aggiunse più esitante. Se sta pensando che noi fossimo suoi clienti, le assicuro che non è così, ribatté prontamente l’uomo. Diciamo che potremmo essere definiti persone informate sui fatti, dal punto di vista giuridico certamente non testimoni. Sappiamo che sua madre era una prostituta, disse il lucherino testa nera, guizzando dalle dita del vecchio sul pavimento, dove in un attimo si tramutò in un uomo maturo, magro e dal naso affilato come un becco, notò Bruna, stupendosi di non stupirsi di quanto stava accadendo e invece di soffermarsi a notare i capelli neri e il gilet giallo che l’uomo indossava. Sappiamo che aveva una figlia, lei, continuò sempre l’ex-lucherino, e che aveva quattro anni al momento dell’omicidio, aggiunse il vecchio, sappiamo che il sospettato principale era un cliente di sua madre, continuò l’uomo più giovane, tale Juan Maria Brausen, puntualizzò l’altro, ma la polizia non ha mai raccolto prove sufficienti per incriminarlo, concluse il più giovane, né lui, né altro alcuno: gradisce un biscotto? Bruna Sampaio gettò un’occhiata distratta alla pirofila di biscotti che l’uomo in piedi le stava porgendo e dopo un lungo attimo, in cui cercò di dare un senso logico a quello che vedeva, si rese conto che i biscotti erano a forma di formica. Allora un pensiero si fece strada in lei e dopo un lungo silenzio, in cui continuò a fissare i biscotti, puntando il suo sguardo sui due uomini disse, io non ho mai parlato a nessuno delle formiche di quel giorno... se voi ne sapete qualcosa, vuol dire che eravate presenti. È vero, ammise velocemente il vecchio, c’eravamo, aggiunse l’uomo più giovane, poi rimasero entrambi a fissarla, impassibili, finché la donna non aggiunse, mi avete mentito, allora i due uomini scossero energicamente il capo, cominciando a ripetere la parola no. Sì, invece, avevate detto di essere solo persone informate sui fatti, e non testimoni... Ma non lo siamo, protestò il vecchio, ci pensi, testimone è solo colui che può rendere testimonianza, si intromise il più giovane, e noi non saremmo ammessi in nessun tribunale, continuò il vecchio, perché ha capito, alla fine, chi siamo, vero? chiese l’ex-uccello. Forse, disse la donna. Oh, sì che l’ha capito, disse il vecchio, non credi? chiese conferma all’amico, sì che ci credo, disse il più giovane, si vede che è sveglia, altrimenti non ci avrebbe trovato, puntualizzò il vecchio, già, disse l’uomo che era stato un lucherino testa nera, con il tono di chi nota una cosa per la prima volta, e come ha fatto? Gliel’ho chiesto ma non mi ha ancora risposto, sospirò il vecchio. Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio. Capirà, continuò a parlare l’uomo dal gilet giallo e il naso affilato come un becco, per un tempo che per gli umani è lungo un paio di milioni di anni, nessuno ci ha mai trovato, e sì che si sono sforzati di darci un nome, disse il vecchio, o un volto, puntualizzò il più giovane, ma comunque, dicevo, se adesso, all’improvviso qualcuno è stato capace di raggiungerci, potrà ben capire la nostra curiosità al riguardo. Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio. Sì, disse il vecchio, è stato lui, Juan Maria Brausen. Bruna concentrò lo sguardo in un punto fra le sue scarpe. Scommetto, disse il più giovane rivolto al vecchio ma continuando a guardare la donna davanti a sé, che non è ancora soddisfatta. Cos’altro vuol sapere? ci dica. Nulla. Non mi serve sapere altro, voglio invece chiedervi una cosa. Un favore, disse Bruna Sampaio sollevando nuovamente lo sguardo sui due. Quale? chiesero all’unisono il vecchio e il più giovane. Voglio che muoia. Be’... noi non ne abbiamo il potere, disse il vecchio con una piccola mossa delle spalle. Ma se siete chi io credo che siate... com’è possibile che non ne abbiate il potere? Noi abbiamo immaginato tutto questo, disse allora il più giovane dei due indicando con un gesto appena accennato della mano la finestra alle spalle di Bruna Sampaio, che raccolse il movimento del suo interlocutore e lo prolungò volgendo il capo fino a inquadrare i vetri aperti, dove stelle ribollivano, lanciando lampi di luce nello spazio siderale e buio, e dinosauri si strofinavano e lottavano, mentre il tempo si spandeva in volute porose come le radici dell’ombù, fiori sbocciavano e poi appassivano, riducendosi in cenere da cui sorgevano animali striscianti e volanti, finché la donna si sentì oppressa dal senso dell’infinito che quelle immagini suscitavano in lei, allora fra il telaio della finestra si materializzò di nuovo un giardino ordinato, dove da qualche parte giungeva il suono dell’acqua che scorre. Noi abbiamo immaginato tutto questo, continuò il vecchio, ma non gli umani, siete sorti indipendentemente dalla nostra immaginazione, disse ancora il più giovane, in un primo tempo abbiamo pensato che foste un errore, un prodotto non previsto, come il precipitato di un sale in una reazione chimica, puntualizzò il vecchio, poi abbiamo supposto che forse noi stessi eravamo il prodotto secondario di un’immaginazione che ci eccedeva, disse l’ex-uccello, di qualcuno più grande di noi, fuori dalla nostra comprensione, concluse il vecchio. Ci avete affascinato, e allora siamo rimasti ad osservare le vostre vite, così diverse dalle nostre, riprese a parlare il più giovane, è per questo che siamo persone informate sui fatti, prese di nuovo la parola il vecchio, ma questo non significa che possiamo sempre interpretarli correttamente, disse il più giovane, né tanto meno interferire con essi. Rimasero tutti e tre in silenzio. Fuori si sentivano cantare gli uccelli. Il mate, nelle tazze, si era raffreddato. E adesso che abbiamo risposto, o non abbiamo risposto alle sue domande, riprese a parlare il vecchio, risponda lei alla nostra, signorina Sampaio, disse il più giovane, come ha fatto a trovarci? Io... vi ho immaginato. Le labbra dei due si stesero in un impercettibile sorriso. E ora che l’ha detto, chiese il vecchio, tutto questo le sembra meno vero?
  4. Complimenti, un ottimo ritmo. Mi ha incuriosito il titolo, che mi ricordava Pavese, e ho fatto bene a leggere il racconto. Una sola notazione, tu al posto di "mescolare" per dare un colore regionale usi "mestare", io preferirei "rimestare". Di nuovo complimenti.
  5. Molto bello. (uniche lamentazioni: 1. l'articolo di giornale lo preferirei più breve e meno descrittivo, tipo: l'allevatore lo stava utilizzando come vasca per abbeverare le mucche credendo che fosse un vecchio scuolabus abbandonato"... (è solo un esempio, fossi in te mi inventerei qualcosa di più conciso) 2. la frase "La ramanzina venne interrotta da un rumore assordante e da un odore di bruciaticcio proveniente dalla collina che sovrastava la villetta dove giocavano la bimba e il gatto" contiene troppe preposizioni e secondo me rallenta troppo il ritmo.
  6. ci penso, intanto grazie!
  7. emiliano
  8. Complimenti, in un paragrafo hai saputo unire tragedia sociale e privata: muoiono un partito e un pezzo di corpo, l'uno metafora dell'altro, pezzi di vita del protagonista. Continua così.
  9. "Canale di scolo" a me fa venire in mente una cosa che sta a terra, tipo un fosso... io fossi in te prenderei in considerazione "il tubo della grondaia", o magari la "grondaia" e basta (dal contesto dovrebbe apparire scontato che si riferisce al tubo e non al cornicione che orla il tetto).
  10. Complimenti, un'ottima tensione. Solo un appunto e una domanda. Appunto: sì, affermazione, si scrive con l'accento (altrimenti è un pronome). Domanda: il "canale di scolo" in oggetto... è la grondaia?
  11. complimenti.
  12. Signorina @Margherita Fasano, sono il dott. Lorenzini, innanzitutto voglio assicurare tutti che sto bene, Mauro è un brav'uomo, non un assassino, però è molto disturbato, prego chiunque di non incoraggiare le sue perniciose manie lasciando commenti positivi. Meno che mai cliccando sulla freccia verde! MAURO, mi rivolgo a TE: torna qui alla Ausl, ti aspettiamo tutti con ansia, pronti a dispensare tutte le cure e le attenzioni di cui hai bisogno. Soprattutto, soprattutto, lascia perdere ogni proposito legato alla lista dei 23 nomi. dott. P. Lorenzini
  13. “Mauro, perché scrivi?”, questa era la domanda che il dott. Pompelmo Lorenzini, lo psichiatra della Azienda USL di Rimini, mi rivolgeva da anni, bravissima persona, molto umana, a volte un poco ossessiva, tipo nel ripetere ad esempio questa particolare domanda, che poi io rispondevo sempre nello stesso modo: “Perché leggo, dottore”. “Ma leggere è una cosa diversa dallo scrivere, non è vero Mauro?“. Che poi lui aveva questo modo un po’ antipatichino di fare domande retoriche, e a volte calcava la mano scendendo nei particolari, tipo quando sottolineava che per scrivere occorrono carta e penna, “Invece per leggere tu hai bisogno solo del libro, vero Mauro?“. Io all’inizio lo assecondavo, partecipando attivamente alla discussione, puntualizzando magari: “O la matita!”. “Certo Mauro, o la matita. Per scrivere oltre alla carta ci vogliono la penna, o la matita. Ma perché scrivi? Non ti basta leggere?” Continuando la terapia sono emerse molte cose grazie al dott. Lorenzini, ad esempio mi sono ricordato di avere sempre letto, appena a sei anni ho imparato a farlo: prima i fumetti, e poi dalla quinta elementare i libri, quelli di fantascienza e i gialli... quanto mi piacevano i gialli! “E poi cos’è successo’”, mi chiedeva incoraggiante il dott. Lorenzini. “E poi…”, a questo punto mi vergognavo un po’, perché io lo so che certe cose non si fanno, o meglio... se si fanno però non si dicono, e allora abbassavo lo sguardo, arrossivo, ma lui era bravo a incoraggiarmi, mi faceva sentire normale. “Non ti vergognare”, mi diceva, “sono cose ordinarie, nella pre-adolescenza ci passano tutti.” Io mi stupivo, non sapevo se stava mentendo per mettermi a mio agio o magari... forse... “Perché, dottore.... anche lei, a quattordici anni ha letto L’età della ragione di Sartre e Il castello di Kafka?”. L’ultima parte della risposta mi era uscita d’un fiato, quasi strozzandomi la gola, mi ero reso conto che stavo ansimando. Il dottor Lorenzini non si scomponeva mai, però a volte, come quando facevo i nomi di quei due titoli, mi pareva che un’ombra gli passasse sul viso. Dopo un garbato colpo di tosse diceva: “Be’, ognuno ha le sue debolezze…”. “E lei cosa leggeva dottore?” Lui non me lo diceva, per deontologia professionale, ovvio, e mi spingeva ad approfondire però l’argomento: quali emozioni avevano suscitato in me tali letture? Ecco, ragionando, grazie alla perseveranza del dott. Lorenzini, ho capito che ero rimasto affascinato da come la suspence e il ritmo coinvolgente della trama che avevo trovato nei fumetti e nei romanzi di genere, ora fossero al servizio dell’introspezione psicologica. Avevo scoperto un mondo bellissimo, e in breve tempo leggere era diventata una guida per crescere, viaggiando dentro me stesso, tanto che i libri avevano assunto, nella mia vita, la stessa consistenza reale di una bolletta della luce, o di un cassonetto dell’immondizia. “Ma allora non scrivevi, vero Mauro?” “Oh, no, dottore, allora no…” “E quando hai incominciato?” “Be’, ero già grande, in quarta superiore credo.” In quarta superiore avevo scritto il primo racconto, su un foglio di protocollo. Si chiamava L’amore è una cosa maravigliosa, ed era la storia di due lettere dell’alfabeto molto distanti nella tastiera della macchina da scrivere, che si erano incontrate per un errore di battitura (erano la “Q“ e la “ù“). “Ah, ma questo è molto bello, solare, allegro”, mi incoraggiava il dott. Lorenzini. “E poi?”, voleva sapere. E poi per due-tre anni non avevo scritto altro (“Bene”), solo dopo il servizio militare, quindi dovevo avere 21 anni, mi è venuto fuori un altro racconto divertente (“Bravo!”), si chiamava Il cane è il miglior amico dell’uomo? e parlava delle disavventure di un tizio alle prese con un cane che lo metteva in situazioni sempre più difficili, fino a far scoppiare la terza guerra mondiale. “E dopo?”, chiedeva il dott. Lorenzini con voce seria. Eh, dopo... avevo scoperto i libri di Antonio Tabucchi e di Gianni Celati, sarà stato il 1988, o 1989. Avevo trovato quei due scrittori tanto affini a me, alla mia sensibilità, che a un certo punto avevo desiderato leggere qualcosa scritta nel loro stile... ma che ancora non c’era. Così cominciai a scrivere sul serio. Racconti. Ormai ero stato contagiato dal virus della scrittura. Ne scrissi sei, di racconti, poi mi resi conto che gli ultimi due sembravano il primo e l’ultimo capitolo di un romanzo. E allora successe: scrissi tutti i racconti/capitoli che stavano nel mezzo, così nacque il mio primo romanzo, Eco. “E di cosa parlava, questo romanzo?”, mi chiedeva con tono indagatore il solerte psichiatra. Io mi confondevo, balbettavo, allora lui per aiutarmi mi diceva: “Calmati, facciamo così, la prossima volta mi porti una paginetta scritta, come se fosse la sinossi che invii a un editore…”. A quella parola io mi accartocciavo sulla sedia e cominciavo a mugolare. Il dott. Lorenzini si rendeva conto di aver forzato troppo la mano e mi dava due pastiglie di valium. Comunque questa era la scheda che gli portavo la volta successiva. Eco (1999), romanzo, lunghezza 145 cartelle (2000 caratteri), genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: Antonio Tabucchi, Richard Ford. È un romanzo breve in forma di racconti. Gli undici capitoli che compongono il romanzo, resi con stili fra loro molto differenti, possono essere letti come racconti autonomi. La narrazione di un’unica storia è resa frammentariamente, spingendo il lettore a collocare nella giusta successione gli episodi di cui viene di volta in volta informato, arrivando a ricostruire il quadro completo degli eventi. Questo, secondo l’idea che non sia possibile raccontare una vita una volta per tutte, ma solo suggerirne un’interpretazione. Un uomo ricorda persone e vicende importanti della sua vita con la consapevolezza che raccontare qualcosa comporti il rischio di tradire la realtà. Attraverso il filo conduttore del rimpianto l’io narrante affronta il tema dell’amicizia, quello dei rapporti familiari, tratteggia una storia d’amore e si misura soprattutto con il tema del doppio, sviluppato fra il protagonista e un amico di vecchia data. Il dott. Lorenzini leggeva e scuoteva impercettibilmente il capo, da un lato all’altro, come se il nodo della cravatta gli stringesse il collo. Quando finiva posava la sinossi sulla scrivania e non commentava. Io ero sulle spine, avrei voluto che mi comunicasse le sue impressioni, ma lui zitto per due minuti buoni. Quindi mi chiedeva: “E dopo che... che le persone a cui ti sei rivolto per pubblicare il romanzo te l’hanno rifiutato, cos’hai fatto?”. “Ne ho scritto un altro", rispondevo sicuro io. “Non ti è venuto in mente che un esperto del settore, con tutta la sua competenza, tramite il rifiuto volesse sollecitarti a lasciar perdere questa strada?” “No.” “Perché?” Io allora ammutolivo, non sapevo cosa rispondere. Il dott. Lorenzini rimaneva a guardarmi, muto anche lui, cercando di penetrarmi con il suo sguardo. Poco prima che la seduta finisse mi chiedeva di portare, per la volta seguente, la sinossi del romanzo successivo. Io pensavo che era meglio non parlargli di Furz - storie favolose, i racconti per bambini dai 6 anni in su scritti ognuno capovolgendo una delle tecniche narrative delle favole, tipo mettendo al posto di “C’era una volta”, “C’è adesso, in questo momento...”, oppure “Una volta non c’era…”. Anche del romanzo fantastico per ragazzi sopra i 12 anni, La storia più bella, raccontato al futuro anteriore, che parlava di un mondo ancora non nato, dove le leggi della fisica saranno diverse dalle nostre, e dove la natura di ogni cosa, compresa quella dei protagonisti, verrà svelata al lettore solo negli ultimi capitoli, anche di quel romanzo era meglio non fare parola. Poi… di tirare fuori Dialogo di pesce con umani non se ne parlava proprio, perché il dott. Lorenzini aveva Faccetta nera come suoneria del cellulare, e di un romanzo, per quanto breve, sul G8 di Genova 2001, soprattutto scritto dal mio punto di vista, era meglio tacere. Comunque la sinossi, se avessi avuto il coraggio di portargliela sarebbe stata questa: Dialogo di pesce con umani (2006) è un romanzo breve (molto breve), ispirato ai fatti di Genova 2001, ma questi non vengono mai citati esplicitamente perché ha la pretesa di essere un’opera metaforica, valida in ogni tempo e ovunque lo Stato di diritto sia sospeso. Lo stile si rifà a quello del drammaturgo Bernard-Marie Koltès e lo scrittore José Saramago. Il romanzo cerca di rappresentare i sentimenti del rimorso, dell’impotenza e dell’odio, che emergono dal dialogo dei tre personaggi con un pesce. Ecco, io non sono stupido, e so che se avessi fatto leggere queste righe a me un T.S.O. non lo avrebbe risparmiato nessuno. Così ho presentato al dott. Lorenzini la sinossi del romanzo successivo, Quattro. Quattro (2007), romanzo, lunghezza 123 cartelle, genere drammatico, target: lettori adulti, affinità: École du regard L’opera nasce dalla scommessa di riuscire a rappresentare (e non dire) i tempi morti della vita, come le attese a un passaggio a livello, o il tragitto per andare al lavoro. Tre personaggi, un uomo, una donna e un ragazzo, si trovano su un vagone della metropolitana di Roma durante un giorno d’estate del Giubileo del 2000. I primi tre capitoli del romanzo sono dedicati ciascuno a uno dei protagonisti, nel quarto essi interagiscono. Ogni personaggio è presentato al lettore mentre è immerso nel flusso di un pensiero contingente, che divagando e articolandosi finisce per costruire la sua storia. Il ritratto dei personaggi si interrompe quando il vagone si ferma per un guasto sul ponte sopra il Tevere: a quel punto i tre escono dal finestrino e hanno una breve interazione. Nel quarto capitolo il presente viene descritto nei minimi particolari, ma la ripetizione dei gesti quotidiani li confonde, distribuendoli secondo una sequenza temporale sfalsata. Il romanzo si regge proprio sulla contrapposizione degli stili narrativi: a una storia convulsa ma temporalmente coerente, si contrappone la quotidianità di un presente atemporale. Il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il foglio su e giù appena vi posava sopra lo sguardo, e verso la fine doveva tenerlo stretto con tutte e due le mani, per mascherare l’agitazione che quelle righe gli avevano trasmesso. Io mi sentivo in imbarazzo, mi dispiaceva far soffrire così una persona tanto sensibile e professionale, mi facevo piccolo piccolo sulla sedia, sperando di confondermi come un camaleonte sul ramo. Alla fine il dott. Lorenzini espirava una lunga fiatata, scuoteva un po’ il capo e guardandomi con chiara commiserazione diceva: “Mauro…”. Non aggiungeva nient’altro, ma si capiva che era molto preoccupato per me. Dopo un po’ aggiungeva: “Ma i rifiuti ed... del settore, non sono bastati a renderti edotto della tua inadeguatezza con la scrittura.?” “Se permette…”, accennavo io timidamente, “io non credo di essere inadeguato alla scrittura.” “Ma andiamo, Mauro! Sappiamo bene tutti e due che ti è arrivata una scheda di lettura del Premio Capellone (io a quel punto ululavo senza ritegno e mi contorcevo sulla sedia) dove si dice a CHIARE LETTERE (il dottore alzava la voce per coprire i miei versi disarticolati), che hai scritto una storia senza capo né coda. No, dico, senza capo né coda!” Io allora mi calmavo di colpo, e con la lucida consapevolezza dei miei lontani giorni migliori rispondevo con voce tranquilla, ricomponendomi sulla sedia: “Quattro è scritto secondo il paradigma letterario del Nouveau Roman, uno dei cui maggiori rappresentanti in Italia è stato Eugenio Capellone dal ’62 in poi…” “Ah, pure critico letterario, ora!”, cercava di interrompermi il dott. Lorenzini. “Non lo dico solo io”, ribattevo cominciando a tremarmi la voce, “lo dice anche Robbe-Grillet!” “E chi è adesso questo qui?“ Per un attimo la sorpresa per quelle parole mi lasciava a bocca aperta, ma poi, raccogliendo le ultime energie trovavo il coraggio di concludere: “Sono stato giudicato come un critico d’arte ignorante potrebbe giudicare un Kandinsky con il metro di valutazione di Raffaello, o... o come se il Premio fosse intitolato a Baricco!”. Il dott. Lorenzini, che è bravo e buono finché uno non gli fa perdere le staffe, se gli tocchi Baricco diventa una belva: “Cosa-cosa?!”. Sapevo di averla fatta grossa, allora mi assaliva la paura e mi rannicchiavo di nuovo sulla sedia, agitando la mano come per dire: “No, no, dimentichi quello che ho detto”. Ma era troppo tardi. Anche tenendo gli occhi bassi sul pavimento sapevo che il dott. Lorenzini stava premendo il pulsante per chiamare Otello e Hamed, i due infermieri energumeni che mi avrebbero messo la camicia di forza e trattenuto poco gentilmente nella saletta imbottita del seminterrato fino al giorno dopo. Quando le sedute prendevano quella piega, per qualche settimana le chiacchierate con il dott. Lorenzini erano molto vaghe: le sue domande si concentravano sulla mia salute fisica e mi faceva parlare pochissimo. Poi arrivava il momento in cui mi chiedeva la sinossi del romanzo successivo. Io non gliela volevo presentare, aveva una paura folle, e per un paio di settimane inventavo scuse: “Me la sono dimenticata a casa”, “Ieri avevo mal di pancia e non ho potuto scriverla”. Il dott. Lorenzini non si arrabbiava mai, “Bene”, diceva, “me la porterai la prossima volta”, e alla fine io gliela portavo. Napolisi - romanzo non storico (2009), romanzo, lunghezza 145 cartelle, genere drammatico, target lettori adulti, affinità: William S. Burroughs, Clarice Lispector. È un’opera polemica, nella forma e nel contenuto, perché mette in discussione sia un modello letterario che alcuni pregiudizi ormai radicatisi nell’immaginario collettivo su un artista italiano, ricordato per la sua attività di polemista e trascurato per la sua produzione artistica. Se il romanzo storico ha il potere di ricreare un’atmosfera, trasmettendo al lettore qualcosa di profondo dell’epoca e dei personaggi di cui legge, quello “non-storico“ racconta qualcosa di palesemente non vero, affinché il lettore, per contrasto o analogia, rifletta sulla realtà senza poter dimenticare di star leggendo un’invenzione. L’opera è divisa in due parti. Nella prima viene introdotto un protagonista, artista poliedrico (scrittore e regista, ma non poeta), ricalcato su quello reale a cui mi ispiro, ma la due biografie solo in alcuni casi coincidono, in altri sono cambiati alcuni dettagli minori, in altri ancora è palesemente capovolta. Il racconto di Napolisi è punteggiato da citazioni delle opere del personaggio reale (che diventano l’unica cosa vera del romanzo) e intramezzato da interviste immaginarie con scrittori e poeti dell’epoca, la cui identità è al pari travisata. Nella seconda parte, in tre quadri, vengono affrontati altrettanti temi dell’Italia degli anni ’50 e ’60: il rifiuto dell’omosessualità in quanto devianza, il timore per il comunismo, e la coincidenza fra omosessualità e pedofilia. Nel primo quadro traspongo il caso Braibanti, nel secondo l’eccidio di Modena del 1950, nel terzo l’omicidio di Ermanno Lavorini. Il dott. Lorenzini leggeva con algido distacco, io tremavo aspettandomi la sfuriata, che però non giungeva. Alla fine egli posava il foglio sulla scrivania e con un sorriso amabile mi domandava: “Bene, Mauro, vuoi dirmi se qualcuno ha accolto la tua richiesta di pubblicazione?” “Ne-nessuno“, rispondevo balbettando.” “E scommetto... ti sei rimesso subito a scrivere, vero?” “N-no…” “Ah…!”, esclamava il dottor Lorenzini allargando la bocca e lasciandola così, come una O sospesa sopra la scrivania, che a me creava molto disagio questa confusione con le lettere; voglio dire... dire “A” e disegnare “O“ con la bocca mi sembrava un trucco ignobile. “Ma Mauro... (anche le assonanze proprio non mi andavano giù), vuoi forse dirmi che hai smesso di scrivere?” “S-sì…” “Ma è meraviglioso! E come sei giunto a questa saggia decisione?” Io non rispondevo, tanto lui la conosceva a memoria la risposta, e anzi mettevo il muso. Allora lui faceva la voce di chi si rivolge a un bambino timido e continuava a chiedere di dirglielo. “P-per.... nooon... imp-pazzire…" “BRAVISSIMO! Vedi che tu conosci già la risposta? Conosci sia il male che la cura.” Poi aspirava in fretta una boccata d’aria e diceva: “Ora… prima di andare avanti, mi vuoi dire come ti sei sentito quando hai smesso di scrivere?” Io mi ero sentito strano, ma avevo imparato che a questo punto dovevo dire che stavo bene. Se avessi detto la verità, avrei dovuto dire che mi sentivo come uno un po’ brillo. Non ubriaco, ma sul punto di esserlo. Per una vita la scrittura mi aveva guidato, farne a meno mi dava un senso di vertigine. Che è una cosa brutta. Però questo non glielo dicevo, al dott. Lorenzini. “Allora, stavi bene, e poi a un certo punto hai scritto ancora, vero?” “Sì.” “Raccontami com’è successo.” Era successo che appena avevo smesso di scrivere (marzo 2009) avevo trovato lavoro per otto mesi al servizio clienti dell’Ikea, da fine aprile al 31 dicembre. Facevo molti straordinari e lavorare mi aiutava a sopportare il senso di perdita di equilibrio che mi portavo dentro. Poi, una decina di giorni dopo aver smesso di lavorare (mi ricordo bene, era la mattina dell’11 gennaio 2010), per caso aprii un file vecchio di dieci anni salvato con il nome di “Enciclopedia galattica”, e lì avevo letto l’unico appunto che conteneva, di quattro parole: “Boltianore, inventore della polvere”. Persi il controllo, venni risucchiato dalla febbre della scrittura e scrissi fino al 24 aprile, vigilia della Liberazione e liberazione dalla mia astinenza. Così era nato Il mondo di Perlisso. Il mondo di Perlisso (2010), romanzo, 175 cartelle, genere surreale; target lettori adulti, affinità: Calvino, Borges. Il Mondo di Perlisso è un libro borgesiano con il naso da clown. Lorelai, un organismo puramente intellettuale e multiplo, ovvero composto da personalità differenti, si immagina un mondo e poi l’universo secondo una logica molto diversa dalla nostra. Rimane affascinato dalla materia, in particolare dalla vita intelligente, soprattutto quella degli umani (per lui, i pupi). Questa seduzione lo porta a immedesimarsi nelle loro opere d’arte, in cui egli scorge l’equivalente della sua immaginazione della materia. Per Lorelai questo avrà conseguenze sorprendenti: scopre di essere, forse, anch’egli un individuo mortale, e abbandona il Mondo che ha creato lasciandolo agli umani. Si saprà alla fine del libro che il “noi” narrante è l’unico pupi ad aver avuto un contatto diretto con Lorelai, rimanendone letteralmente fulminato dallo sguardo. Il dott. Lorenzini sospirava e dopo aver posato il foglio con la sinossi sul piano del tavolo mi chiedeva, con compassione: “Perché?”. Io non dicevo niente. Dopo qualche minuto egli precisava la domanda: “Perché Mauro? Perché ci sei ricascato?” Io non dicevo niente. “Mauro”, mi chiamava allora il dott. Lorenzini, “dimmi, ti prego, perché hai ripreso a scrivere. Te lo chiedo come un amico…” “Perché…”, rispondevo allora io, più per farlo stare finalmente zitto che per assecondarlo, “perché è la mia natura.” “La natura, la natura... la natura si domina. L’uomo, Mauro, domina la natura.” A volte mi risparmiava la filippica sul controllo della natura, che poteva durare anche per due-tre sedute, e andava alla scheda di lettura dell’agenzia letteraria. Sì, perché mi era venuto in mente di inviare Il mondo di Perlisso alla Mambelli, e quelli non li accettano mica i manoscritti non sollecitati, c’è scritto sul loro sito, così avevo chiesto loro se, gentilmente, potevano dirmi i nomi delle agenzie letterarie a cui si rivolgevano, e loro avevano gentilissimamente risposto, mandandomi un elenco. Avevo scelto l’agenzia Sfera, pagato 360 euro e dopo un paio di mesi mi era arrivata la scheda di valutazione. “E cosa diceva questa scheda di valutazione?”, chiedeva trattenendo un sorriso il dott. Lorenzini. “Descriveva in maniera asettica il mio stile, trovandolo impeccabile, e senza rilevare difetti nella struttura del romanzo”, rispondevo subito io. Il dottore annuiva, aveva la scheda sotto gli occhi, poi frugava con le sue dita affusolate fugava fra le penne a sfera e il tagliacarte dal manico in avorio dal cilindro porta-penne in pelle (se le assonanze le adopero io mi piacciono, perché creano colore), prendeva l’evidenziatore e tracciava un breve tratto sull’ultima riga della valutazione. Mi porgeva il foglio e mi chiedeva cortesemente di leggere quello che aveva sottolineato. Io stavo zitto con il foglio in mano, senza guardarlo. “Maurooo…”, mi esortava con condiscendenza il dott. Lorenzini. Allora io leggevo: “Questo romanzo non ha target”. “E cosa vuol dire, secondo te?” “Che chi l’ha scritto non conosce la natura umana.” “Interessante. Spiegami, per favore, cosa intendi con queste tue parole.” Io allora gli spiegavo che gli uomini, cioè gli esseri umani, per quanto siano unici e irripetibili se presi nella loro individualità, nondimeno ubbidiscono a sentimenti, pulsioni, condivise. Se qualcuno ha un’idea, può star certo che qualcun altro l’ha già formulata e ad un altro starà balenando in mente in quel momento, e un altro ancora la formulerà domani. A quel punto il dott. Lorenzini cominciava a scuotere il capo con commiserazione e a me questa cosa faceva montare il sangue alla testa, così saltavo i passaggi logici che mi ero preparato e cominciavo a gridare, sbattendo il palmo sulla scrivania: “Ma lo sa che c’è gente che gode a farsi pisciare in bocca? Controlli, vada su Tibrombo punto com e cerchi nelle categorie, si chiama pissing!”. “Ma che c’entra?”, obiettava il dott. Lorenzini. “C’entra perché se a uno gli viene in mente una cosa strana, e almeno per me questa è strana, c’è un altro che ci ha già pensato, anzi, l’ha messa online, anzi, la vende come prodotto!” “E allora? C’è anche gente che pratica la coprofagia…”, diceva il dott. Lorenzini cercando di orientarsi sinceramente nel mio ragionamento. “Quella è sotto l’etichetta “bizzarre”, controlli!”, sbottavo io indisposto per la sua interruzione e perdendo il filo del discorso. “Voglio dire”, riprendevo a spiegare, cercando di calmarmi, “Che nessun pensiero può essere senza target. Magari saranno in pochi a formularlo, di sicuro chi può apprezzare ciò che scrivo sarà meno numeroso di chi ama il fisting, o lo squirting, o il piselling…" “Cos’è il piselling?”, mi chiedeva il dott. Lorenzini. “Ma non lo so”, mi esasperavo io, “non so nemmeno se esiste. Il punto è che non c’è nulla, all’interno di una società, che non sia condiviso, magari da una minoranza.” A quel punto il dott. Lorenzini faceva uno stanco cenno della mano come per dire che non valeva la pena continuare a parlare di quell’argomento e dopo un attimo di silenzio mi chiedeva: “Ma allora, se l’agenzia si sbagliava, perché hai smesso di scrivere un’altra volta ancora?” “... Perché non ne avevo più la forza.” “Ah, quindi stai dicendo che la prima volta era una decisione diciamo così... lucida, presa a tavolino?” “Sì.” “E questa volta invece è stata... la tua natura a decidere per te?” “Sì.” “E la prima volta quanto tempo sei rimasto senza scrivere? Sei, sette mesi?“ “Nove.” “E invece ora…?” Di solito la seduta finiva a quel punto, anche se mancavano venti minuti o mezzora. Io comunque ero rimasto senza scrivere per sei anni e un mese, fino al 21 maggio del 2016. Era successo così, che mia moglie doveva andare a Foggia per vendere l’appartamento che era stato dei suoi, e io ero solo in casa, cioè, solo con mia figlia, ma lei era a scuola quindi possiamo dire che ero solo. Non mi ricordo com’è successo, davvero non me lo ricordo, ma a un certo punto sullo schermo c’era l’inizio di una storia, un’idea. Ma questa volta mi ero detto che sarei stato attento. Questa volta, avrei costruito un cavallo di Troia. Avrei scritto un romanzo trappola. Un romanzo di genere, un thriller di fantascienza, che a tre passi dalla fine sarebbe diventato uno dei miei romanzi. Sono stato lucido e scaltro. Scrivevo un capitolo a settimana e lo testavo sul mio migliore amico, che ama i fantasy e i libri dei vampiri. Il cavallo di Troia era perfetto, quando la statua lignea fu completa il mio amico sprizzava scintille di ammirazione, quando il cavallo venne osannato dai Troiani fuori dalle mura il mio amico mi inviò una mail entusiasta, quando venne trascinato all’interno della città il fervore del mio amico crebbe a un livello tale da farmi sentire Dio. Poi, scesa la notte, si aprì la botola celata sotto la pancia del cavallo, e il mio amico disse: “Sì... be’...”. Dalla botola calarono Ulisse e la sua guardia scelta (“Aspetta, quindi cosa succede…?”), e una volta aperte le porte l’esercito degli Achei entrò a Troia (“Oh... ah...”), e la distrusse (“...”). Adesso sono qui, e ho pianificato tutto, perché sono un lettore. Quando il dott. Lorenzini finirà di leggere la sinossi del mio cavallo di Troia (ho omesso di presentargli Il drago di Cesenatico e altre storie così - 2009, per bambini dai 25 kg in su, perché è un libro pieno di tenerezza e lui non la merita) lo ucciderò con il suo tagliacarte, ma nessuno potrà incastrarmi, perché i lettori pensano, e gli scrittori pianificano. E domani, libero per le strade di tutto il Paese, con una lista di 23 nomi di editori (ora posso dirlo senza più tremare), agenti letterari e componenti di comitati di lettura di premi, compierò la mia vendetta. Cadranno tutti sotto i miei colpi... perché io ho letto più libri di loro. Blu (2016), romanzo, 264 cartelle, thriller esistenziale, target: lettori adulti, affinità: Malerba, O’Brien, Morselli. Un uomo si risveglia in un mondo disabitato senza alcun indizio che spieghi la scomparsa degli esseri umani. Si mette alla ricerca della moglie e della figlia, mentre il mondo attorno a lui comincia a mutare sovvertendo le leggi della fisica. La ricerca delle spiegazioni di cambiamenti sconcertanti si confonde con la necessità di saper raccontare a se stessi la realtà. Solo all’ultimo paragrafo il lettore capirà cosa sta succedendo, e a quel punto dovrà ripercorrere tutto ciò che ha letto considerandolo da una nuova prospettiva.
  14. ho le soluzioni dei primi due , e il terzo penso di saperlo ma non ne sono sicuro .