Kad Marten

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  1. VELENO PRIMO CAPITOLO "Putrefazione" Era agosto. Un uomo che fosse nato il giorno della morte di Hitler sarebbe stato prossimo a compiere 30 anni. I fatti si svolsero in una terra strana e amara, una terra dove da secoli ciò che accade nel resto del mondo scivola sulla vita quotidiana come l’acqua delle fiumare scorre nelle valli: a volte quieta, altre impetuosa, e fa sì che il paesaggio cambi, ma così lentamente che nemmeno ce ne si accorge. Una terra ricca, sontuosa, opulenta e variegata, dove le persone si muovono, alle volte stordite ed eccitate da tutto quel ben di Dio, e alle volte, quando il sogno cede il passo alla rassegnazione, come amebe trascinate dalla corrente. Gruppetti di turisti perlopiù oriundi si aggiravano al mattino per le vie del paese, passeggiavano, tra gli insofferenti locali, per le bancarelle alla ricerca di qualche piccolo affare. Qualche piccolo inutile oggetto, che inutilmente avrebbe riempito case già stracolme di cose superflue. Non c'è alcun ordine nel loro andare, sparsi dappertutto li trovi, vecchi, giovani, donne, uomini. Rallentano quando il flusso trova imbuti, accelerano, tumultuosi come fiumare, quando la strada si apre in piazze o in slarghi. Svogliati ma tutto sommato allegri, girovagavano per quei banchetti di cianfrusaglie, di quella paccottiglia da pochi spicci, dove venditori di piatti sbattevano istericamente la merce per decantare un’inutile eternità della stessa, e dove i primi vagiti di una prossima ventura invasione di oggetti dall'estremo Est irreparabilmente già si manifestava. Appunto girovagavano, di buon ora accaldati e sudati, inconsapevoli di un dramma che poche ore prima si era consumato. Bambini correvano tra le gonne delle mamme, e non c'è ansia nelle loro mattine. A scuola non si va, compiti non se ne fanno, tutto il giorno in giro, tra mare, gelati e pizzette, forse gli unici pianamente felici di quel far nulla. Lontani anni luce dagli occhi pieni di terrore di una ragazza, appena più grande di loro, davanti alla morte. E poi le processioni, oddio sì, le processioni! Meravigliose ambaradan di cose e persone, e gesti, modi, suggestioni e misticismi, che nulla hanno a che fare con il buon Dio che in cielo sconsolato guarda quel guazzabuglio, e certamente si danna l'animo per l'infausto risultato del suo progetto divino. L'aria era tetra per via del fatto che la notte una bella e giovane donna, ma veramente bella e veramente giovane, era stata trucidata e probabilmente prima anche violentata. In quell'aria per un imperscrutabile mistero, nauseabondo l'acre odore del crimine stava lentamente riempiendo ogni angolo della ridente cittadina. Proprio quella mattina di agosto un capitano dei carabinieri, probabilmente non completamente convinto del ruolo che rivestiva, stava chinato su quel corpo martoriato che nonostante tutto conservava una cupa e sensuale bellezza, che però rapidamente in quel caldo mattino, umido e saturo di nulla, lentamente ma inesorabilmente lasciava spazio alla più triste putrefazione. Uno squarcio sull'addome all'altezza dell'ipogastrio provocato probabilmente da un colpo di lupara caricata a palle legate, certamente sparato da non più di due o tre metri, era come un’inequivocabile firma. Stesa supina sul selciato, la testa appoggiata su di un muretto scalcinato, il vestitino estivo alzato fino all'inguine e senza mutandine, stava quel corpo immobile, esanime, come una dolorosa statua dormiente. Era in un vicolo cieco con le gambe divaricate, dando l'impressione della più bieca profanazione di un essere del creato. Il bianco vestito della festa era stato sempre lavato e stirato con cura, si sapeva quanto potesse tenerci, e vederlo ora lacerato dal colpo mortale e macchiato di sangue rappreso, che a chiazze striate ricordava la corteccia di un albero, dava una pena che anche gli occhi più insensibili all'orrore si sarebbero stretti in un miserevole diniego. La vittima aveva visto negli occhi l'assassino e aveva, forse, avuto il tempo di domandarsi: perché? Il capitano Antonio Magni guardava quel volto livido e più che chiedersi chi potesse essere stato, rifletté sul fatto che certamente qualcosa nelle cosche stava cambiando. E sì... non v'erano dubbi, per un presentimento che metteva sgomento, ebbe la netta sensazione che si trattava di un efferato delitto di stampo mafioso, fu questa la prima certezza. Quell'omicidio era stato ordinato da una 'ndrina, per un motivo che non riusciva a comprendere, e questa fu la prima incertezza. E sì, l'ineluttabile morte, che spezza sui fianchi ogni speranza, che truce caccia chi resta in un imperituro incubo, portando, anche se incolpevole, chi aveva come unico scopo di vita chi vita più non ha, in un inferno in terra fatto di fiamme dolorose che inceneriscono anche lo spirito più indomito. Proprio quella morte per com’era stata, doveva avere un motivo preciso, e solo questo il nostro capitano avrebbe dovuto scoprire. Il fatto era successo in uno di quei tipici giorni d'agosto che si fatica a capire se è domenica o lunedì o magari giovedì, perché in fondo, quei giorni sembrano tutti uguali. Non si lavora e ci sono pochi riferimenti per comprendere di quale giorno si tratti. Si sa solo che quei giorni passano in fretta. Come in fretta passerà il tempo a disposizione per non fare nulla e passerà il caldo e le granita di caffè con panna al mattino al bar, passeranno i bagni al mare, le passeggiate per bancarelle, le chiacchiere nelle notti calde con gli amici sempre ritrovati, i parenti emigrati al nord che tornano mu si futtunu a spisa e le lunghe giornate empie di splendida luce che sempre si concludono con magnifici e decadenti tramonti infuocati di rosso porpora e di arancio vermiglio, con al centro, accecante, la solita bianca sfera del sole calante. Passeranno anche i rumori, gli odori nauseabondi, gli ambulanti che dormono nelle traverse, buttati a terra, sui marciapiedi tra la puzza di piscio e le blatte irriverenti. Cesseranno anche i tamburi e le processioni di spine insanguinate che lavano la coscienza e onorano la reverenza. C'è chi vivrà quell'estate nella gioia, nell'allegria e non penserà a nulla se non di cercare di stare bene. Si sa, agosto è un mese particolare, fa caldo ci si spoglia dai vestiti e dalle solite abitudini, ci sentiamo liberi, è facile credere che non accadrà nulla di particolare, che in quei giorni caldi nessuna inquietudine possa impossessarsi di noi. Quindi i più vivono quel periodo mettendo le ore dopo le ore, tra i lidi e i tavolini dei bar, le chiacchiere inutili e qualche fugace scorribanda dei sensi quasi sempre non praticati; nessuno si sente in colpa per il non far nulla di utile, nessuno crederebbe mai di dover vivere il dramma, in quei giorni di mare, luce, caldo, stroncatura con gli amici, nocino 'nto frigu e mustazzoli. Poi quasi per un'alchimia, la luce si accorcerà e s’inizierà a sentire il desiderio di coprirsi un po' e in men che non si dica si arriverà a settembre, al silenzio e alle strade vuote, alle piogge e al solito tram tram quotidiano, fatto di lavoro, noia e di piccole amarezze giornaliere difficili da buttare giù. Noi potremmo anche non sapere che giorno fosse, ma il capitano Magni lo sapeva benissimo. Il suo compito era far rispettare la legge e vigilare affinché i crimini avessero poche possibilità di compiersi, e per portare avanti questi compiti che lo stato gli aveva assegnato doveva controllare ogni particolare dello spazio e del tempo, dei singoli e della comunità. Era certo che i problemi nascessero sempre e in ogni caso da interazioni che si esplicano nel tempo tra gli individui con le loro peculiarità e il contesto sociale nel quale si muovono. Aveva solo qualche dubbio su come fare rispettare la legge, se applicare sempre e in ogni caso le norme stabilite dal legislatore, quelle norme che avrebbe dovuto sentire come un dogma, oppure scegliere una libera interpretazione delle stesse. In buona sostanza gli capitava alle volte di desiderare d’adottare l'antico marziale principio, sintetizzato nella celebre e abusata frase: “Il fine giustifica i mezzi”. Era un principio al quale spesso si rifacevano i suoi nemici giurati: gli uomini della 'ndrangheta. Ma visto che in cuor proprio sapeva che tra lui e loro c'era una netta differenza, tendeva a credere che lo stesso principio applicato da persone diverse, alla fine potesse avere una valenza diversa, buona o cattiva, a secondo se le persone fossero buone o cattive; ma anche su questo nutriva qualche dubbio. Ma si sa, un carabiniere non dovrebbe avere dubbi, un carabiniere deve far rispettare le leggi applicandole in modo pedissequo, pari pari a come le ha formulate il legislatore, deve perseguire i crimini restando in un preciso binario, non c'è spazio per la fantasia o la creatività, tanto meno per i dubbi, che sono lussi che un ufficiale della benemerita assolutamente non si può permettere. Chi lo sa? Forse sta proprio in questo la forza dell'arma, che nei secoli l'ha resa in un certo senso impermeabile a determinate indesiderabili infiltrazioni. Quasi sempre, ma non sempre, perché qualche ombra o qualche scheletro, in fin dei conti possono essere fisiologici, anche nella più specchiata forma di organizzazione istituzionale nata per proteggere militarmente una nazione dai propri potenziali nemici interni. Quindi niente dubbi, nessuna incertezza, e soprattutto, zero spazio per le iniziative personali. Ma forse il capitano Antonio Magni era diverso, e alle volte qualche volo pindarico lo faceva pure.
  2. VELENO PRIMO CAPITOLO "Putrefazione" Era agosto. Un uomo che fosse nato il giorno della morte di Hitler sarebbe stato prossimo a compiere 30 anni. I fatti si svolsero in una terra strana e amara, una terra dove da secoli ciò che accade nel resto del mondo scivola sulla vita quotidiana come l’acqua delle fiumare scorre nelle valli: a volte quieta, altre impetuosa, e fa sì che il paesaggio cambi, ma così lentamente che nemmeno ce ne si accorge. Una terra ricca, sontuosa, opulenta e variegata, dove le persone si muovono, alle volte stordite ed eccitate da tutto quel ben di Dio, e alle volte, quando il sogno cede il passo alla rassegnazione, come amebe trascinate dalla corrente. Gruppetti di turisti perlopiù oriundi si aggiravano al mattino per le vie del paese, passeggiavano, tra gli insofferenti locali, per le bancarelle alla ricerca di qualche piccolo affare. Qualche piccolo inutile oggetto, che inutilmente avrebbe riempito case già stracolme di cose superflue. Non c'è alcun ordine nel loro andare, sparsi dappertutto li trovi, vecchi, giovani, donne, uomini. Rallentano quando il flusso trova imbuti, accelerano, tumultuosi come fiumare, quando la strada si apre in piazze o in slarghi. Svogliati ma tutto sommato allegri, girovagavano per quei banchetti di cianfrusaglie, di quella paccottiglia da pochi spicci, dove venditori di piatti sbattevano istericamente la merce per decantare un’inutile eternità della stessa, e dove i primi vagiti di una prossima ventura invasione di oggetti dall'estremo Est irreparabilmente già si manifestava. Appunto girovagavano, di buon ora accaldati e sudati, inconsapevoli di un dramma che poche ore prima si era consumato. Bambini correvano tra le gonne delle mamme, e non c'è ansia nelle loro mattine. A scuola non si va, compiti non se ne fanno, tutto il giorno in giro, tra mare, gelati e pizzette, forse gli unici pianamente felici di quel far nulla. Lontani anni luce dagli occhi pieni di terrore di una ragazza, appena più grande di loro, davanti alla morte. E poi le processioni, oddio sì, le processioni! Meravigliose ambaradan di cose e persone, e gesti, modi, suggestioni e misticismi, che nulla hanno a che fare con il buon Dio che in cielo sconsolato guarda quel guazzabuglio, e certamente si danna l'animo per l'infausto risultato del suo progetto divino. L'aria era tetra per via del fatto che la notte una bella e giovane donna, ma veramente bella e veramente giovane, era stata trucidata e probabilmente prima anche violentata. In quell'aria per un imperscrutabile mistero, nauseabondo l'acre odore del crimine stava lentamente riempiendo ogni angolo della ridente cittadina. Proprio quella mattina di agosto un capitano dei carabinieri, probabilmente non completamente convinto del ruolo che rivestiva, stava chinato su quel corpo martoriato che nonostante tutto conservava una cupa e sensuale bellezza, che però rapidamente in quel caldo mattino, umido e saturo di nulla, lentamente ma inesorabilmente lasciava spazio alla più triste putrefazione. Uno squarcio sull'addome all'altezza dell'ipogastrio provocato probabilmente da un colpo di lupara caricata a palle legate, certamente sparato da non più di due o tre metri, era come un’inequivocabile firma. Stesa supina sul selciato, la testa appoggiata su di un muretto scalcinato, il vestitino estivo alzato fino all'inguine e senza mutandine, stava quel corpo immobile, esanime, come una dolorosa statua dormiente. Era in un vicolo cieco con le gambe divaricate, dando l'impressione della più bieca profanazione di un essere del creato. Il bianco vestito della festa era stato sempre lavato e stirato con cura, si sapeva quanto potesse tenerci, e vederlo ora lacerato dal colpo mortale e macchiato di sangue rappreso, che a chiazze striate ricordava la corteccia di un albero, dava una pena che anche gli occhi più insensibili all'orrore si sarebbero stretti in un miserevole diniego. La vittima aveva visto negli occhi l'assassino e aveva, forse, avuto il tempo di domandarsi: perché? Il capitano Antonio Magni guardava quel volto livido e più che chiedersi chi potesse essere stato, rifletté sul fatto che certamente qualcosa nelle cosche stava cambiando. E sì... non v'erano dubbi, per un presentimento che metteva sgomento, ebbe la netta sensazione che si trattava di un efferato delitto di stampo mafioso, fu questa la prima certezza. Quell'omicidio era stato ordinato da una 'ndrina, per un motivo che non riusciva a comprendere, e questa fu la prima incertezza. E sì, l'ineluttabile morte, che spezza sui fianchi ogni speranza, che truce caccia chi resta in un imperituro incubo, portando, anche se incolpevole, chi aveva come unico scopo di vita chi vita più non ha, in un inferno in terra fatto di fiamme dolorose che inceneriscono anche lo spirito più indomito. Proprio quella morte per com’era stata, doveva avere un motivo preciso, e solo questo il nostro capitano avrebbe dovuto scoprire. Il fatto era successo in uno di quei tipici giorni d'agosto che si fatica a capire se è domenica o lunedì o magari giovedì, perché in fondo, quei giorni sembrano tutti uguali. Non si lavora e ci sono pochi riferimenti per comprendere di quale giorno si tratti. Si sa solo che quei giorni passano in fretta. Come in fretta passerà il tempo a disposizione per non fare nulla e passerà il caldo e le granita di caffè con panna al mattino al bar, passeranno i bagni al mare, le passeggiate per bancarelle, le chiacchiere nelle notti calde con gli amici sempre ritrovati, i parenti emigrati al nord che tornano mu si futtunu a spisa e le lunghe giornate empie di splendida luce che sempre si concludono con magnifici e decadenti tramonti infuocati di rosso porpora e di arancio vermiglio, con al centro, accecante, la solita bianca sfera del sole calante. Passeranno anche i rumori, gli odori nauseabondi, gli ambulanti che dormono nelle traverse, buttati a terra, sui marciapiedi tra la puzza di piscio e le blatte irriverenti. Cesseranno anche i tamburi e le processioni di spine insanguinate che lavano la coscienza e onorano la reverenza. C'è chi vivrà quell'estate nella gioia, nell'allegria e non penserà a nulla se non di cercare di stare bene. Si sa, agosto è un mese particolare, fa caldo ci si spoglia dai vestiti e dalle solite abitudini, ci sentiamo liberi, è facile credere che non accadrà nulla di particolare, che in quei giorni caldi nessuna inquietudine possa impossessarsi di noi. Quindi i più vivono quel periodo mettendo le ore dopo le ore, tra i lidi e i tavolini dei bar, le chiacchiere inutili e qualche fugace scorribanda dei sensi quasi sempre non praticati; nessuno si sente in colpa per il non far nulla di utile, nessuno crederebbe mai di dover vivere il dramma, in quei giorni di mare, luce, caldo, stroncatura con gli amici, nocino 'nto frigu e mustazzoli. Poi quasi per un'alchimia, la luce si accorcerà e s’inizierà a sentire il desiderio di coprirsi un po' e in men che non si dica si arriverà a settembre, al silenzio e alle strade vuote, alle piogge e al solito tram tram quotidiano, fatto di lavoro, noia e di piccole amarezze giornaliere difficili da buttare giù. Noi potremmo anche non sapere che giorno fosse, ma il capitano Magni lo sapeva benissimo. Il suo compito era far rispettare la legge e vigilare affinché i crimini avessero poche possibilità di compiersi, e per portare avanti questi compiti che lo stato gli aveva assegnato doveva controllare ogni particolare dello spazio e del tempo, dei singoli e della comunità. Era certo che i problemi nascessero sempre e in ogni caso da interazioni che si esplicano nel tempo tra gli individui con le loro peculiarità e il contesto sociale nel quale si muovono. Aveva solo qualche dubbio su come fare rispettare la legge, se applicare sempre e in ogni caso le norme stabilite dal legislatore, quelle norme che avrebbe dovuto sentire come un dogma, oppure scegliere una libera interpretazione delle stesse. In buona sostanza gli capitava alle volte di desiderare d’adottare l'antico marziale principio, sintetizzato nella celebre e abusata frase: “Il fine giustifica i mezzi”. Era un principio al quale spesso si rifacevano i suoi nemici giurati: gli uomini della 'ndrangheta. Ma visto che in cuor proprio sapeva che tra lui e loro c'era una netta differenza, tendeva a credere che lo stesso principio applicato da persone diverse, alla fine potesse avere una valenza diversa, buona o cattiva, a secondo se le persone fossero buone o cattive; ma anche su questo nutriva qualche dubbio. Ma si sa, un carabiniere non dovrebbe avere dubbi, un carabiniere deve far rispettare le leggi applicandole in modo pedissequo, pari pari a come le ha formulate il legislatore, deve perseguire i crimini restando in un preciso binario, non c'è spazio per la fantasia o la creatività, tanto meno per i dubbi, che sono lussi che un ufficiale della benemerita assolutamente non si può permettere. Chi lo sa? Forse sta proprio in questo la forza dell'arma, che nei secoli l'ha resa in un certo senso impermeabile a determinate indesiderabili infiltrazioni. Quasi sempre, ma non sempre, perché qualche ombra o qualche scheletro, in fin dei conti possono essere fisiologici, anche nella più specchiata forma di organizzazione istituzionale nata per proteggere militarmente una nazione dai propri potenziali nemici interni. Quindi niente dubbi, nessuna incertezza, e soprattutto, zero spazio per le iniziative personali. Ma forse il capitano Antonio Magni era diverso, e alle volte qualche volo pindarico lo faceva pure.
  3. Primo capitolo "La maschera bianca" Un amico, una sera a cena a casa d’amici, gli disse che in fin dei conti nella vita, le tre cose più importanti sono i soldi, l’amore e il sesso, e continuò in una noiosa dissertazione nella quale si asseriva che la tanto millantata salute, in ogni caso non sarebbe servita a molto mancando i sopraccitati valori, o quello che erano! Il signor Emanuele Ferrari si svegliò con un feroce mal di testa. Tutta la notte era stato tormentato da una terribile emicrania. Più volte si era svegliato e sarebbe andato in bagno a prendere un analgesico ma si sentiva così frustrato che anche quella che sarebbe stata un’azione consolatoria divenne nella sua mente una montagna impossibile da scalare. Una signora sulla quarantina, quasi dieci anni più giovane di lui, dormiva ancora. Si alzò con grande circospezione, mai e poi mai avrebbe voluto che quella donna che aveva condiviso il sonno con lui, aprisse gli occhi e lo guardasse nello stato pietoso in cui si trovava. Doveva assolutamente riuscire a uscire da quella casa, che poi era la sua casa, evitando di svegliare la signora Matilde, che poi era sua moglie. Nel grande, elegante, appartamento su due livelli, in ogni angolo si poteva sentire la puzza dei debiti. Ventisei anni di lavoro, duro e appassionato, avevano incenerito ogni più piccola speranza di riuscire ad avere qualche lira, pardon euro, da parte. A rigor di logica sarebbe dovuto accadere il contrario, avrebbe dovuto avere un bel gruzzoletto, così da affrontare serenamente la vecchiaia che si sarebbe presentata ineluttabilmente tra qualche lustro. Ma purtroppo in una perversa spirale, quasi senza rendersene conto, si era trovato nella spiacevolissima situazione di essere oberato da debiti da saldare a destra e a manca. Quante volte aveva immaginato se stesso da vecchio, magari con i nipotini ai quali raccontare una bella storia, che sarebbe potuta essere anche la storia della propria vita fatta di successi e soddisfazioni. Una vita vissuta in una grande città abitata da milioni di persone operose e governata da politici onesti, capaci e soprattutto lungimiranti. Una città senza buche per le strade e senza poveri a chiedere l’elemosina. In fondo solo questo avrebbe voluto, una vita senza buche e senza poveri, che se non ci fossero stati, di conseguenza neanche lui avrebbe corso il rischio di ritrovarsi in quella spiacevole condizione. Erano le sei e trenta del mattino e sua moglie si sarebbe svegliata tra circa un ora. La vedeva dormire, apparentemente serena. Certamente lo era. Ne era certo, se non fosse stato così, si sarebbe palesato qualcosa; invece se ne stava, bella dormiente, prona con le gambe leggermente divaricate e nulla sembrava potesse disturbarla da quel sonno beato. Se avesse fatto in silenzio certamente lei non si sarebbe accorta di nulla, poi forse avrebbe chiamato al suo cellulare, ma il signor Emanuele non avrebbe risposto. Allo specchio del bagno vide un uomo senza futuro, con una bruttissima cera e un leggero ematoma sullo zigomo sinistro. Alle sette e quindici era alla guida della sua monovolume che vantava la ragguardevole distanza percorsa di 210.000 chilometri. Aprì i due finestrini anteriori per far uscire la puzza di sigaretta mista all'acre odore della sbronza della sera prima che ancora risiedeva in quell'abitacolo. In pratica sette otto ore prima era stato in un locale pretenzioso, con le pareti nere e qualche avventore con l’animo fottuto, e in quel postribolo di desideri marciti aveva mandato giù sei Gin Tonic. Al momento di pagare si era accorto che i quarantacinque euro che aveva nel portafoglio non gli sarebbero bastati per pagare il conto. Era stato trattato malissimo e il gestore si era preso i soldi dicendogli di sparire, e l’aveva anche spintonato. Lui malfermo sulle gambe aveva reagito e il tipo, che certamente non vedeva l'ora, gli aveva sferrato un pugno colpendolo sullo zigomo sinistro. Emanuele se n’era tornato a casa con la coda tra le gambe, faticando parecchio a ritrovare la strada per la sua abitazione. Ora guida la sua monovolume da rottamare con uno stato d'animo che definire pessimo significa essere assai ottimisti e benevoli sul significato del termine. Aveva in tasca sessanta euro, presi di soppiatto dalla borsa della moglie e infilato nella cintura, nascosto dalla giacca, un vecchio revolver calibro 38 special, che era stato lasciato in casa da uno zio che era stato ospitato da loro negli ultimi anni della sua malattia. Lo zio aveva da parte una discreta somma di denaro, circa 40.000 euro, e visto che Emanuele era l'unico erede, li aveva lasciati tutti a lui. Negli anni della sua demenza, lo zio, era stato accudito con grande affetto, quindi tutto sommato, quei soldi se li era meritati. Poi, il gruzzolo, com’era arrivato, se n’era andato. Un paio di vacanze, il motorino nuovo a uno dei due figli, una parte dei debiti con la pubblica amministrazione, qualcos'altro di non meglio definito, e puff, soldi dello zio demente spariti! “Sono pazzo, sono pazzo, sono assolutamente pazzo!” ripeteva nella sua testa Emanuele, e cercava di decidere se quella pistola sarebbe servita a farla finita, o se sarebbe stata utile a tentare una rapina o qualcosa del genere. Certo le due opzioni possibili erano diametralmente opposte, ma in ogni modo entrambe gli balenarono per la testa. Mentre girava in auto, vide una chiesa. Una bella chiesa bianca, era la medesima davanti alla quale passava ogni mattina. Stranamente non ci aveva mai fatto caso, allora giacché c’era decise di entrare. Non pregava da secoli, e molto probabilmente a quell’ora presto del mattino, visto che i più certamente dormivano, il buon Dio l’avrebbe ascoltato e gli avrebbe dato ottimi consigli su come affrontare la giornata, che si presentava già di buon’ora diversa dal solito. Restò dentro quel luogo di culto almeno per venti minuti ma non gli sembrò che qualcuno lo ascoltasse, quindi se ne andò certo che qualunque cos’avesse fatto non sarebbe stata sottoposta al giudizio divino. Passò davanti a un’elegante palazzina e gli venne la prima idea folle. Parcheggiò a una certa distanza dall’ingresso dell’elegante condominio dove si era prefissato di suonare al citofono. La pulsantiera era in ottone, raffinata, lucida quasi da riuscire a specchiarsi. Premette un campanello a caso. “Buongiorno, c'è da firmare una raccomandata a che piano abitate?”. “A quest'ora?” rispose dall'altro lato una voce femminile. “Sì signora, adesso ho cominciato il giro, se c'è l'ascensore posso salire io”. “Va bene, salga, terzo piano”. Sotto la giacca blu navy aveva nascosto una maschera di carnevale rimasta nel cofano della monovolume dall'ultimo febbraio. Qualche mese prima era stato a una festa, con Matilde e alcuni amici. Lui, come quasi sempre accadeva, aveva lavorato fino alle nove della sera e poi era tornato a casa. Sua moglie lo aspettava già vestita da caramella, in verità non è che si capisse bene a che gusto fosse, in ogni modo si trattava di una maschera che voleva ricordare una caramella, che tutto sommato a ben guardare il gusto non era ben definibile, ma in ogni caso non sarebbe stato opportuno puntualizzare. Emanuele, non aveva avuto il tempo di passare a prendere una maschera a noleggio. In realtà si era totalmente dimenticato, preso com'era dalle mille beghe quotidiane. Il suo tempo infatti si spendeva solo ed esclusivamente tra pratiche inutili e mille lacci e laccioli, che in un paese normale si sarebbero risolti in mezza giornata, ma che nel suo bel paese oberato dalla più becera burocrazia avrebbero incenerito un’intera vita nel vano tentativo di districarli. Fatto sta che la maschera non fu noleggiata e si ritrovò a dover improvvisare. Quella sera indossò un vecchio vestito nero conservato a imperitura memoria in fondo a un armadio in una busta di cellophane trasparente, e ci abbinò una maschera bianca (quella che poi avrebbe lasciato nel cofano, e che oggi tornerà assai utile), che copriva il volto dal mento alla fronte. In fin dei conti quella sera, alla festa in maschera, era il più elegante di tutti, e nessuno lo riconobbe. Passò così, nell'anonimato forse l'ultima sera serena del suo mezzo secolo di vita. In ogni caso, tornando al primo giorno di cieca o forse miope follia, stava salendo le scale dell'elegante e signorile condominio, in realtà non troppo dissimile dal suo. Indossava la maschera e impugnava la pistola. Non avrebbe fatto male a una mosca, però fu pervaso da uno strano, difficilmente definibile, senso di potere. Una cosa mai provata in vita sua. Fu come se il suo corpo venisse attraversato da una corrente calda, una sensazione di calma ed eccitazione fuse insieme. E si sentiva forte, più alto del suo metro e ottanta, e con una potenza, molto maggiore di quella che avrebbero potuto esprimere i suoi ottantadue chilogrammi di massa corporea. “Se questi sono i segni della follia, d'ora in poi sarò folle”. Saliva le scale, e questo pensiero, più volte nella sua mente, volteggiò come un ardimentoso loop. La signora magra e smunta si ritrovò con la canna della pistola quasi sul naso e nell'arco di pochi secondi svenne. Fortunatamente pesava poco. Aveva non più di quarant’anni, più o meno come sua moglie, e probabilmente era una di quelle tipe fissatissime con diete e palestre. Mise la pistola dietro la cintura e la trascinò, prendendola dalle ascelle, fin dentro il grande salotto che stava proprio lì davanti all'entrata. Le sfilò la cintura della vestaglia e legò le sue mani dietro la schiena. Tutto fu fatto nel più perfetto silenzio. Ora bisognava controllare se ci fosse qualcun altro o altra in casa. L'adagiò sul divano e, come avrebbe fatto un rapinatore con una certa esperienza, impugnò la pistola, e si mise a girare per quella casa. Si muoveva come un gatto, felpato e silenzioso, sembrava quasi che avesse sempre fatto quel genere di cose. La prima tappa di quel tour casalingo fu la camera da letto della signora. Notò che il grande letto era disfatto solo da un lato e quindi dedusse che la signora usava dormire da sola. Poi vide se c'erano altre stanze da letto. La prima che aprì era completamente vuota, nella seconda vide una ragazzina, più o meno quindicenne che dormiva beata. Tornò al salotto, si mise a cercare in giro e trovò un cassetto con dei tovaglioli. Ne prese uno, e andò a legarlo sulla bocca della signora, che proprio in quel momento stava svegliandosi dallo svenimento. Lei aprì gli occhi e stava per mettersi a gridare, Emanuele le fece segno di stare zitta e le sussurrò che non le avrebbe fatto niente di male, né a lei, né tanto meno alla signorina che dormiva inconsapevole di ciò che stava succedendo. “Se mi prometti che non urli non ti farò del male” le disse parlando pianissimo. Lei annuì facendo un cenno con il volto terrorizzato. Vederla così legata e imbavagliata, sul divano, con le cosce aperte e la vestaglia leggermente aperta, glielo fece diventare duro, che tra l'altro non succedeva da tempo memorabile. Ma era pazzo, solo pazzo, più che altro impazzito. Non le avrebbe fatto del male, non l'avrebbe nemmeno sfiorata con la punta dell'indice; i pazzi non violentano le donne. Quella è una cosa che fanno gli uomini sanissimi di mente ma che si sono fottuti l'anima. Voleva solo i soldi, ma doveva capire se la signora fosse ricca. “Senti ascoltami, io so che sei molto ricca che in casa tieni un bel po' di soldi, me l’ha detto un mio informatore. Ora andiamo dove li tieni me li dai e io me ne vado, e la cosa finisce qua” disse Emanuele bluffando. Poi le cose si complicarono, perché arrivò la figlia e alla vista della scena svenne anche lei. La donna cominciò a tremare forse presa da una crisi di panico. Poi si calmò allora lui rinnovò l'invito a portarlo dov’erano custoditi i soldi. Fece un cenno verso la ragazzina che stava a terra svenuta, come a dire: “A buon intenditore poche parole”. E il volto della signora si terrorizzò ancor di più, ma poi cominciò a fare cenni con il volto come a dire: “Ok, ok, ti porto dove tengo i soldi”. 7.500 euro questo fu il bottino, non male. Ma si sentì una merda, non poteva usare il terrore per rimediare del denaro. Doveva trovare un altro modo per fare soldi. Senza farsi vedere da nessuno posò nel bagagliaio dell'auto la maschera, la pistola e i 7.500 euro in fogli da cento. Si tolse la giacca, restando in maniche di camicia, era metà giugno e la mattina era calda, quasi estiva, ma non troppo. Poi decise di togliersi anche la camicia, portava una t-shirt; un retaggio della vecchia maglietta della salute che da piccolo veniva imposta quasi come un dogma indiscutibile. Tornò indietro, davanti all'ingresso della casa che aveva rapinato. Restò lì davanti al portone qualche minuto. Avrebbe voluto citofonare alla signora per chiederle scusa, per spiegare quella sua folle azione, e si portò anche davanti alla pulsantiera del citofono. Com’era bella, lucida, in ottone, vagamente retrò. Cercò di ricordarsi a quale campanello avesse suonato, ma non si ricordava proprio. Stava guardando la lucida pulsantiera e una voce alle sue spalle gli disse: “Mi scusi un attimo devo citofonare”. Si voltò, era un carabiniere, in compagnia di un suo collega. “Prego faccia pure, il mio amico non mi risponde, sa dovevamo andare al lavoro insieme, chi sa...”. Non lo fece neanche finire “Sì, va bene, aspetti un attimo, che c’è stata una rapina devo suonare”. “Prego si accomodi”. Il carabiniere suonò al campanello. I due della benemerita salirono e lasciarono il grande portone d'ingresso di cristallo socchiuso. Emanuele aspettò per non più di trenta secondi e poi salì anche lui. Il piano se lo ricordava, era il terzo. Si fermò davanti alla porta che era rimasta anch'essa socchiusa. Dal pianerottolo sentiva tutti i discorsi tra la signora e i due carabinieri, e sentiva anche la ragazzina che piangeva e singhiozzava, e tutti a fasi alterne che cercavano di tranquillizzarla. Poi sentì che la signora diceva che il rapinatore aveva preso solo trecento euro, che erano gli unici soldi che aveva in casa, e poi se n’era andato via senza farle del male. Che, in fin dei conti, era stato tutto sommato gentile. Finì con il dire che ci aveva pensato bene e forse non era neanche il caso di sporgere denuncia. Il carabiniere le spiegò che lui in ogni caso avrebbe dovuto fare il verbale e lei avrebbe poi potuto decidere se sporgere o meno denuncia. In realtà la signora non li avrebbe chiamati proprio i carabinieri, ma la figlia fu presa da una crisi isterica e la sentirono i vicini che si preoccuparono di bussare per sincerarsi di cosa fosse accaduto. Emanuele stava dietro la porta socchiusa sentendo tutta la conversazione e quindi rasserenato da quell’anomala situazione se ne andò con il cuore più leggero. Uscì dal portone, e visto che proprio sul marciapiede di fronte c'era un bar assai carino con davanti quattro tavoli, ne approfittò per sedersi, fare colazione e gustarsi l'evolversi dei fatti. Ordinò caffè, cornetto e una bottiglietta d'acqua gassata, vide che c'erano dei quotidiani a disposizione degli avventori e se ne prese uno per ammazzare il tempo. Dopo circa mezz'ora uscirono i carabinieri con la signora e la figlia che nel frattempo era tornata serena e tranquilla, e attraversarono la strada diretti verso lui. Ebbe un attimo, ma solo un secondo, di trepidazione. Gli passarono accanto e si diressero al bancone, dove la signora fu tanto gentile da volergli offrire un caffè. A questo punto, Emanuele con indifferenza entrò nel bar per curiosare su cosa si stessero dicendo, ma in realtà parlavano di tutt'altro. Pagato il conto del baretto gli restavano 7.566 euro. Dove sarebbe arrivato con quella somma? Per quanto tempo se ne sarebbe potuto andare in giro? Divise la somma per una spesa presunta di 120 euro al giorno e vennero fuori poco più di due mesi di autonomia, che poi considerato che avrebbe dovuto comprare dei vestiti di ricambio, e qualcos'altro che non gli veniva in mente, ma che sicuramente sarebbe stato necessario comprare, certamente sarebbero stati molti meno. Doveva trovare un posto tranquillo dove pensare, anche se ormai era folle, doveva necessariamente fare ricorso a qualche ultimo barlume di saggezza e farsi venire un’idea per incrementare il suo gruzzolo e così aumentare i suoi giorni di autonomia. Non sapeva neanche lui come e perché si era ritrovato in quella condizione. Sì, in fin dei conti poteva avere qualche responsabilità. Certamente avrebbe potuto fare qualcosa di più. Sarebbe potuto essere un uomo migliore. Ma era anche vero che in buona sostanza non è che avesse molto da rinfacciarsi. In ogni modo, forse a fasi alterne, aveva dato il meglio di sé. A scuola era stato un alunno modello, all'università aveva studiato con impegno. Alcune materie non riusciva proprio a digerirle, e quindi, poi aveva preso voti non eccellenti, tipo 22 o 24. Ma era andato avanti e si era laureato quasi in tempo. Certo quei 22 gli avevano abbassato la media e quindi il 110 era rimasto una chimera. Aveva fatto una marea di concorsi, ma il voto non alto aveva probabilmente influito negativamente sull'esito positivo degli stessi. Per tre anni era stato perfino un portaborse ben retribuito, ma poi il suo mecenate, una notte era stato stroncato da un infarto, e quel bel posticino che forse l'avrebbe portato chi sa dove, svanì come la nebbia spazzata dal vento. Passò altri due anni a guardarsi intorno. A quel tempo i soldi non erano un problema, c'erano i suoi, e i genitori della donna che aveva sposato, esattamente in quei due anni durante i quali osservava il mondo pieno di speranze, con nella testa mille idee e progetti, e intorno a lui, e non si riusciva proprio a percepire, il mondo stava sgretolandosi. Certo un'idea se la sarebbe potuta fare, proprio durante il periodo in cui portava la borsa dell'onorevole. Ironia della sorte, ma quel mondo che lo affascinava, col suo pregnante senso di potere e onnipotenza; e sì, proprio in quel letame, in quello sfasciacarrozze dell'etica, in quel bordello dove la matrona svendeva idee, ideali e propinava un corrotto senso del servizio, sì, proprio lì, in quel inceneritore di speranze, avrebbe potuto avvertire la premonizione di ciò che sarebbe successo; ma era miope, quasi sordo, o magari era proprio compiaciuto. Fatto sta che gli venne la malaugurata idea di metter su ditta, una bellissima società di consulenze. Settore dei servizi, una delle tante, che poi non si capisce bene per quale misterioso motivo per fare una cosa semplice, cioè vendere un prodotto, che in ogni caso viene fabbricato in quanto dovrebbe servire a qualcosa, si debba costruire sopra un ambaradan di concetti e sovrastrutture che sembra quasi che senza, il prodotto stesso non possa esistere proprio. Ma i tempi erano buoni, o perlomeno così sembrava, molti ci avevano fatto una cospicua fortuna vendendo l'invendibile. Ma ogni buona idea, lo è solo quando precede il momento in cui lo sarà. So che può sembrare un paradosso, come può essere buona una cosa che ancora non è? Ma fidatevi è sempre così. Quindi si mise a navigare in un fiume alimentato da un ghiacciaio che stava consumandosi, giorno dopo giorno i miliardi di miliardi dei cristalli di ghiaccio diminuivano e non c'era nuova neve che li ricreasse. Passò molti anni a navigare su quel fiume segnato dal destino, e proprio oggi, su quel fiume ha smesso di andare. La barca si è arenata, e avrebbe anche detto: "Per fortuna che ora sono su una sponda e posso scendere, posso finalmente andare a piedi e scegliere qualsiasi direzione. Non sono più prigioniero, schiavo del corso del fiume, ora posso camminare, andare ovunque e fare qualsiasi cosa mi venga in mente!”. Ora è seduto sulla panchina del curatissimo parco del quartiere, tra gli alberi e le lievi collinette coperte da un manto di soffice erba verde. Seduto, rilassato si gode il sole di quel bel mattino di metà giugno. Osserva le persone che felici passeggiano, sole, oppure con il cane, e le mamme con il passeggino, e stranamente si sente felice anche lui. E questo sì che è un autentico mistero: un'ora fa ha commesso un crimine per il quale sarebbe dovuto stare anni e anni in carcere, gettando nella vergogna più profonda la sua famiglia. In un’azione di poco più di un quarto d'ora ha tradito tutta una vita di senso etico, eppure si sente libero, leggero e scarico da ogni pressione. “Sarà la follia” ripeteva nella sua testa. Ma poi si ricordava che da qualche parte aveva letto che i pazzi non sono mai coscienti di esserlo. “Quindi non sono pazzo” concludeva con quest’assunto dopo aver fatto, in estrema sintesi, il giro completo della sua vita. Decise che doveva cambiare identità. Parlava molto bene il francese, perché sua madre era parigina, e visto che lei aveva sempre sperato di tornare nella sua madrepatria, aveva cresciuto i suoi tre figli, dei quali uno era Emanuele, parlandogli quotidianamente in francese e rendendoli bilingue. Andò in un internet point e si mise a cercare un’identità da clonare. Trovò su Facebook un certo Cyril Legrand. L'età poteva essere simile, e dalle poche foto personali poteva scorgersi una certa somiglianza, in più il tipo aveva messo una certa quantità di dati anagrafici. Cambiò qualche dettaglio e imparò a memoria quella nuova identità. Poi fece un giro per negozi e si fece un completo da turista, con tanto di cappellino, occhiali da sole e zaino. Si mise in autostrada e dopo un paio d'ore era in un altra città. Cominciò a farsi un tour per gli uffici postali fin quando ne trovò un’adatto all'uopo. La cosa fu rapida e indolore, entrò con la solita maschera e uscì con 14.000 euro, il bottino, al netto delle spese sostenute fino a quel punto della sua nuova vita ammontava a 21.140 euro. Sarebbero stati circa 160 giorni d'autonomia, senza preoccupazioni, senza bollette, né cartelle da pagare, né scadenze da onorare; non male! Sarebbe stato un uomo senza passato, senza nessuno a cui dare conto, nessun amico, nessun affetto e soprattutto nessuna società che giornalmente ti presenta un conto impossibile da pagare. Il suo presente si sarebbe creato ora dopo ora, e il futuro avrebbe avuto sempre il gusto del primo melograno mangiato a primavera. Certo non sarebbe potuto andare a prendere una stanza d'albergo avrebbero voluto i documenti e doveva disfarsi anche della monovolume. Trovò un bel parcheggio e prese un autobus per la stazione ferroviaria di quella città. Dopo un’ora e mezzo era in un'altra città. Nei bagni pubblici si travestì da Cyril il turista, e con il suo zaino, il cappellino e gli occhiali da sole, si recò nella più vicina stazione dei carabinieri. Parlando in francese, con qualche difficoltà per il maresciallo che lo ascoltava, sporse denuncia per lo smarrimento dei documenti e si fece fare un certificato di smarrimento. Con quello sarebbe potuto andare a prendersi una stanza d'albergo e finalmente riposarsi. In quella ridente cittadina ci restò per più di dieci giorni. Se ne andava in giro come avrebbe fatto un vero turista. Girò per monumenti, chiese e musei. Perfino visitò il bellissimo cimitero monumentale, dove trovò un loculo di un signore di 46 anni e decise che quello era lui, l'altro ovviamente, ormai morto e sepolto. Intanto la signora Matilde cominciava veramente a darlo per morto. La mattina in cui di soppiatto se ne andò provò a chiamarlo più volte al cellulare, risultava spento o non raggiungibile. Poi provò anche in ufficio ma ovviamente anche lì lo davano per disperso. Nel tardo pomeriggio andò in commissariato, per sporgere denuncia di sparizione di congiunto. Le dissero che le avrebbero fatto sapere qualcosa, ma nessuno la chiamò. E se da un lato Emanuele era impazzito, alla signora Matilde sembrava d’impazzire anche a lei. Si convinse che probabilmente suo marito avesse deciso di farla finita e chi sa in quale posto remoto e nascosto adesso il suo corpo esanime giacesse. Una notte sognò che stava facendo una passeggiata in un bosco, e a un certo punto inciampò su qualcosa. Era il corpo di Emanuele che riverso a terra privo di vita era già diventato banchetto per i vermi. Lo interpretò come un sogno premonitore e la sua convinzione si rafforzò. Non sapeva proprio come comportarsi, e non riusciva a dare delle risposte valide alle cento domande che le frullavano per la testa, e soprattutto a una: “Perché l'ha fatto?”. Dopo una quindicina di giorni cominciò a farsene una ragione, d’altronde si sa, chi muore tace e chi resta si da pace, e riprese a consolarsi con il suo amante storico, un bel trentenne sfaccendato e nullatenente, che aveva il nobilissimo scopo di essere trastullo per un certo numero di signore che grazie a lui si risparmiavano i soldi che certamente avrebbero speso in sedute di analisi. Di contro Emanuele neo Ciryl non si poneva nessuna domanda, non riusciva a sentire sensi di colpa, e non gli mancava proprio la sua vita precedente. Solo di tanto in tanto sentiva la mancanza dei due figli, ma poi costruiva una storia nella sua mente, intrisa di misticismo e suggestioni, che diventava una valida scusa per continuare nella sua latitanza. Una mattina di fine giugno decise di fare un'altra rapina. Scelse una gioielleria che faceva parte di una celebre holding del lusso. Diceva guardandosi allo specchio: “Se rubo ai ricchissimi, che male c'è?”. Come un novello Robin Hood, che poi però si sarebbe tenuto tutto per sé, mise a punto un piano iperbolico. Aveva notato che a poco più di cento metri dalle vetrine della gioielleria stavano facendo dei lavori a delle condutture, e in quel cantiere usavano un piccolo escavatore, denominato “Bobcat 553”. In un internet point stette due ore a seguire decine di tutorial sull'uso della piccola ruspa. Aveva anche notato che i sei operai alle dodici facevano la pausa pranzo andando a mangiare in una trattoria che distava più di cinquecento metri, lasciando il cantiere incustodito. Comprò un giubbotto largo e leggero sotto il quale avrebbe potuto nascondere la maschera bianca. Alle dodici e dieci si mise alla guida del bobcat e sfondò in un sol colpo una vetrina dell'esclusiva gioielleria. Pistola in pugno saltò dentro il negozio e con una certa spavalderia riempì una piccola borsa da viaggio con circa tre chili di braccialetti, collane e collanine, anelli, orologi di gran marca e chi più ne ha più ne metta. Il problema sarebbe stata la fuga, ma ci aveva pensato. Ha fabbricato due bombe molotv, sempre grazie ai soliti tutorial di Youtube, costruite con due bottiglie piene di benzina super e trucioli di legno comprati in un brico center. Due calzini vecchi a fare da innesco e niente più. Spesa totale sette euro. La segatura sarebbe servita a fare durare più a lungo le fiamme e forse a fare un po' di fumo. Deve fare confusione, questo è il dictat. La gente deve scappare a destra e a manca, in modo che lui possa sfruttare il trambusto per dileguarsi. Si è fatto un percorso di fuga che gli avrebbe permesso di disfarsi del giubbotto e dove avrebbe potuto nascondere la borsa del bottino. In una traversa adiacente alla via dove si affacciavano le eleganti vetrine della sua preda, era stato tirato su un ponteggio per dei lavori di rifacimento di una facciata. Aveva notato che i lavori erano fermi, e che la porta dalla quale si accedeva al cantiere era chiusa con il ferro filato, e in più si trovava in un angolo cieco, dove sarebbe potuto essere più comodo entrare in incognito. Appena fuori, sulla via, che già l'aver sfondato la vetrina, aveva creato un grande casino, con gente che scappava impaurita e anche altri che incoscienti accorrevano a curiosare, proprio appena fuori, non curante di nulla, esplose tre colpi di pistola verso il cielo. Allora sì che tutti cominciarono a darsela a gambe, e per rincarare la dose fece esplodere sul marciapiede le due bombe incendiarie. Ancora immobile sulla sua posizione, Cyril o Emanuele, questo non ci è dato sapere, perché forse ancora non lo sa neanche lui, osserva compiaciuto il fuggi fuggi generale. Si sente quasi un super eroe, non avverte nessun tipo di timore, anzi si sente proprio bene, che sarebbe rimasto in quella posizione, anche per un bel po', se non fosse che notò in fondo alla via una macchina dei carabinieri, che a sirene spiegate si avvicinava. Per fortuna che la folla ormai presa dal panico la rallentava alquanto, e lui con calma, senza alcun tipo di trepidazione s’imbucò nella traversa, e si portò verso l'ingresso del cantiere. Aveva già reciso, in una delle ispezioni precedenti, con una tronchesina il ferro filato e riposto in un angolo lo zaino e una maglietta di colore diverso. In un attimo entrò dentro lontano da occhi indiscreti. Tolse il leggero giubbotto, la maschera, e nascose la borsa dentro il cantiere. Poi come se non fosse affar suo uscì e andò a gustarsi la scena del gran casino da lui stesso causato. Nel giro di cinque minuti arrivarono sei macchine delle forze dell'ordine. Tre dei carabinieri, due della polizia, e una dei vigili urbani. Prese addirittura un estintore da un bar, che stava proprio lì davanti, e con ardimento si diede un gran da fare per spegnere le fiamme, avvicinandosi senza paura con l'erogatore alle fiamme da lui stesso appiccate, meritandosi financo l'applauso di un gruppetto di turisti giapponesi che impavidi si erano messi a fotografare la scena, e che ritennero opportuno per un attimo interrompere la documentazione e dare giusto tributo al valoroso passante. Poi arrivarono anche i vigili del fuoco ma le fiamme erano già pressoché domate. “La follia mi ha reso invincibile” questo gli balenò per la testa, quando un vigile del fuoco gli diede una pacca sulla spalla, in segno di approvazione e stima, e con calma e indifferenza tornò a prendersi il bottino. Al riparo da occhi indiscreti, cambiò la maglietta, travasò il bottino dalla borsa allo zaino, lasciò un anello d'oro e zaffiri per farsi perdonare dagli operai, visto che gli aveva messo piuttosto a soqquadro il cantiere, e questa volta nei panni certamente di Cyril si ributtò tra la folla. Non sarebbe stato semplicissimo trasformare quei gioielli e quegli orologi in denaro contante, soprattutto perché si rese conto che il valore della refurtiva era enorme, perlomeno dal suo punto di vista. Non tanto i gioielli, ma gli orologi valevano una fortuna: cinque Rolex, che tutto sommato erano i più “a buon mercato” diciamo complessivamente sui 60.000 euro; due Patek Philippe, e qui già si sale, diciamo quasi a sfiorare i 120.000; e infine due Luis Moinet che insieme sfioravano la stratosferica cifra di un milione di euro. Quindi quella borsa appoggiata sul letto della sua stanza d'albergo, tra oro, pietre preziose incastonate e orologi valeva circa un milione e mezzo di euro. Il problema era che è tutta roba rubata, sarebbe stato difficilissimo e pericolosissimo smerciarla. Ma lui era pazzo e questo sarebbe potuto diventare un vantaggio. I pazzi si comportano in modo imprevedibile e diventa quasi impossibile interpretarne i comportamenti. Intanto nell'austera stanza di un ministero, un sottosegretario, di cui forse è meglio non rivelare l'identità, fu informato del furto. Andò su tutte le furie, perché quei cinque Rolex rubati dall'uomo mascherato, che per puro caso, proprio in quei frangenti, erano sul bancone della celebre gioielleria francese, in realtà appartenevano a lui. Sarebbero stati prelevati il giorno stesso; e sarebbero serviti per ottenere dei vantaggi notevoli in alcune questioni, che definire poco cristalline equivarrebbe a usare un ottimistico eufemismo. In ogni modo il sottinteso interesse delle istituzioni; e addirittura di, a dire il vero deviato, ufficio di una branca dei servizi segreti, agitò un po' le acque; e ciò fu utile per Emanuele, affinché si perdesse tempo e si distogliesse l'attenzione di una vera e proficua indagine sul fatto. Cambiò, per l'ennesima volta, città. Questa volta ne scelse una sul mare. Perché vista la stagione estiva ormai nel pieno, gli sembrò che fosse più facile mimetizzarsi tra le orde dei turisti festanti. La cittadina era splendida. Il mare a dire il vero faceva come si suol dire cagare; ma tutto il resto era un magnifico ambaradan, atto a soddisfare ogni voglia e desiderio. La mattina andava a correre sul litorale, poi tornava nella pulita e anonima pensioncina che aveva scelto per la sua villeggiatura, si preparava per il lido e alle undici andava a prendere un paio di ore di sole. Alle 12 e 30 pranzava lì stesso, poi dormiva un paio d'ore e intorno alle 18 andava in un altro lido dov’era stata allestita una palestra all'aperto e dove si dedicava con impegno a quasi due ore di esercizio fisico. Voleva essere in perfetta forma, perché ripeteva a se stesso che solo se si è perfetti nel corpo si può essere perfetti nelle azioni. Poi tornava in albergo, cenava, e dopo, approfittando di uno dei due computer a disposizione dei clienti, studiava e pianificava quelle che sarebbero state le sue azioni future. Imparò, altresì, come smontare le gemme dai gioielli; e come fondere l'oro per poterlo vendere a pezzetti ai vari “vendo-compro metalli preziosi”. Infatti comprò in un Brico un kit per saldature a fiamma ossidrica e una robusta tronchesina, da un vucumprà un bilancino elettronico da pusher e in un pet-shop alcuni ossi di seppia. Toglieva dai castoni le pietre, faceva a pezzetti i gioielli e li fondeva con la fiamma colandoli in piccoli scassi ricavati negli ossi di seppia. Si recò, in una cittadina che distava pochi chilometri, correndo in tenuta ginnica con sulle spalle un piccolo zaino nel quale ripose parte dei lingottini ricavati dai gioielli e alcune pietre preziose. Aveva notato, proprio all’ingresso della cittadina limitrofa, uno di quei negozi che ultimamente proliferavano. Aveva un’insegna coloratissima che recitava: “Compro Oro - Massima discrezione -”. Il losco tipo che lo conduceva si dimostrò un partner efficace per i suoi affari criminali e si prese tutto il bottino, orologi compresi a circa un decimo del suo valore reale, dimostrandosi in realtà disponibile ad altre ricettazioni. Ma Cyril chiuse il rapporto appena finito d’incassare gli ultimi soldi. Una cosa aveva ben capito: da criminale, meno rapporti con terze persone hai, e più hai speranza di perdurare in quello stato di malavitoso. La sua follia cominciava a essere lucida e il suo patrimonio superava i cento mila euro. A metà agosto gli venne voglia di scrivere una lettera alla moglie. Ci pensò un’intera giornata, e dopo cena decise di attendere che la notte, come classicamente si dice, gli portasse consiglio. Questa questione della lettera era una delle poche cose, che in quel nuovo corso, gli aveva procurato qualche piccola incertezza. Aspettando di cadere nel sonno, ne approfittò per fare un piccolo bilancio di quei primi sessanta giorni. Non si dava giustificazioni. Certo di tanto in tanto ascriveva alla follia la responsabilità di quel mutamento. Ma poi si chiedeva se non fossero state le indotte ristrettezze economiche a portarlo a quei comportamenti. “Come sarei adesso se il povero zio Anselmo invece di quel misero gruzzolo avesse avuto in banca, che so? 400.000 euro! Avrei fatto tutto ciò? Sarei stato una persona migliore? Nel senso che mi sarei comportato seguendo i dettami del vivere civile, o la follia in ogni caso mi avrebbe accolto?”. Si poneva queste domande, ma a prescindere dalle cause, sentì che essere un criminale lo faceva stare bene. E tra bilanci, domande e ambigue risposte, cadde nel sonno e fece anche un bellissimo quanto strano sogno. C'era una città dalle larghe vie e con piazze molto ampie e luminose, era tutto bianco, al massimo grigio chiaro. Sembrava di stare in una grande città del passato rimasta integra nelle strutture. Come se i secoli, con tutte le piogge e i venti annessi, avessero solo cancellato i colori delle facciate, degli affreschi e di tutto ciò che in buona sostanza potesse essere ammantato di colori. In quella città si vedeva muoversi lentamente come se fosse uno spettatore di se stesso. Era tutto bellissimo, tutto bianco e pulito, con delle straordinarie prospettive, quasi una sorta di città ideale rinascimentale. Non c'era nessuno, nessun tipo di essere vivente, né umano, né animale, né vegetale. Solo case, vie e piazze. Camminava per quei luoghi deserti e ammirava la bellezza di ogni cosa. Poi si mise al centro della piazza più ampia e fece un primo giro su se stesso di 360 gradi, e poi ne fece un altro e un altro ancora. Mentre girava facendo piccoli passi sul proprio asse, quasi ubriacandosi di tanta bellezza, notò un’ombra, quasi una figura umana, forse femminile, che sembrava lo stesse osservando da sotto un portico di uno dei tanti palazzi bianchi che facevano da perimetro a quel luogo. Si fermò perché era incuriosito. Guardava verso il portico, ma non riusciva a capire se fosse realmente una persona, da lì dov'era sembrava quasi inconsistente, quasi un’eterea ombra dalle fattezze umane. E sì, poteva sembrare un fantasma, ma nel sogno non aveva paura, anzi gli sembrò quasi di sentire come una curiosità eccitante, e si avviò verso il portico. Più era prossimo e più la figura si delineava. Arrivato a pochi metri vide con esattezza di cosa si trattava: una donna vestita con un abito di garza, ampio e svolazzante e soprattutto assai trasparente. È bellissima, ha solo l'aria un po' tra le nuvole, e i piedi non sono appoggiati a terra ma sospesi a pochi centimetri, quindi ondeggia come se fluttuasse nell'aria. Ha i capelli neri e morbidi, lisci e ondeggianti, la pelle olivastra, e il vestito trasparente di garza color salmone mostra un corpo perfetto quasi irreale. Vorrebbe toccarla e prova a tendere la mano ma la figura quasi come spostata dal movimento della mano si allontana di qualche centimetro... Il sogno continuò con la donna, o quello che era, che a ogni movimento di Emanuele si scostava leggermente. Fin quando, lui, sfinito, in un ultimo tentativo di toccarla scattò in avanti facendo un salto fulmineo, abbracciandola. A quel punto la donna ectoplasmatica si trasformò in un essere in carne e ossa, e lui cominciò a baciarla e a toccarla con impeto e passione, e lei rispondeva con pari partecipazione a quell'atto carnale. Nel sogno fecero l'amore. Con grande trasporto, con voluttà e passione. Si svegliò nel cuore della notte tutto sudato e soprattutto con un erezione tale, da sembrargli che il pisello stesse per esplodere da un momento all'altro. Andò in bagno e si fece una doccia fredda. Tornò a letto, erano ancora le cinque del mattino, non gli veniva sonno e accese la televisione. Su un canale satellitare mandavano un documentario che parlava di un truffatore, che era riuscito a farla franca per decenni, cambiando di continuo identità. Lo seguì con attenzione e gli vennero un sacco di bellissime idee, poi alle sei e trenta, circa, si addormentò nuovamente, e tornò a fare il medesimo sogno di prima. Si svegliò verso le nove e aveva una gran voglia di trovare una ragazza. Rifletté sul fatto che in vita sua aveva avuto solo una donna, sua moglie, e si ricordò anche che aveva deciso di scriverle una lettera, ed ebbe anche un po' di idee sul tipo di contenuti, ma comunque decise che avrebbe aspettato che si facesse sera per scriverla; ora come ora era troppo preso dall'idea di trovarsi una donna. Aveva poco meno di cinquant'anni, alto abbastanza, colto quanto basta, tutti i capelli in testa, a dire il vero, metà castani e metà bianchi; e si era fatto crescere un po' di barba. Quella vita l’aveva fatto tornare in perfetta forma, e attualmente era anche abbronzato, disponeva di libertà e soldi, non aveva più freni inibitori, e risiedeva in un posto di villeggiatura. Era quasi certo che entro quella stessa sera sul suo letto ci sarebbe stata una donna a cosce aperte, solo l'idea glielo fece tornare duro. Come si conquista una donna? Non ne aveva la più pallida idea. Non riusciva a capire se fosse o meno un tipo affascinante. Si mise davanti allo specchio del bagno, e cercò d’immaginare come potesse apparire agli occhi di una donna. “Lei, che prende il sole al lido, cosa desidera? Come deve muoversi, o cosa deve dire, un uomo per risultare interessante? Certo rubare qualcosa è, tutto sommato, più semplice. Vai, entri, punti la pistola, e porti via. Basta essere privi di emozioni, e il gioco è fatto, semplicissimo. Un oggetto, o una banconota, non devono essere d'accordo; subiscono passivamente la decisione di essere portati via. Passano da un luogo all'altro, da una mano all'altra, senza che niente cambi alla loro intrinseca natura. Ma con quella bella ragazza, che immobile prende il sole! Non posso applicare le stesse regole. Devo trovare un modo diverso”. Questo pensava Emanuele mentre osservava la tipa che a tre ombrelloni di distanza, beata si crogiolava, spalmata con un unguento marroncino che copriva ogni millimetro della sua bella pelle dorata. “Quanti anni avrà? A occhio e croce trentacinque. È sola? Ora come ora sì. Cosa posso fare per fare amicizia? Dal costume, dal telo e dalla borsa da mare, e soprattutto dagli occhiali da sole, sembrerebbe una donna raffinata. Posso andare bene per lei?”. Altre domande gli frullavano per la testa, ma si mise quieto al sole aspettando un’occasione propizia. Restò sotto l’ombrellone per almeno due ore, leggendo un libro, mentre la tipa si grigliava ben bene. Poi l’occasione arrivò. Tre bambini si misero a giocare a palla nei pressi e inevitabilmente la palla andò a finire sulla testa della donna. Allora si alzò in piedi di scatto e con fare calmo, quasi amorevole, redarguì i bambini invitandoli ad andare a giocare altrove. Lei ringraziò e subito lui si portò al cospetto della bella grigliata: “Piacere, mi chiamo Ciryl. Questi bambini sono un po’ maleducati, certo che pure le mamme! Sembra quasi che si disinteressino ai propri figli!” disse con una cadenza francese che tra l’altro gli veniva proprio bene. Lei sorrise e ringraziò, ma tornò subito a prendere il sole. Ci restò leggermente male, ma già aver fatto quel primo passo lo fece stare bene; forse era la prima volta che provava ad abbordare una ragazza; non era poi così difficile. Per il momento ci mise una pietra su. Una brezza piacevole cominciò a spirare spazzando via l’afa che sembrava volesse imporsi a tutti i costi. I rumori del lido si fecero ovattati, sembrava che tutti avessero messo il silenziatore in bocca; anche la famigliola over size che stava proprio accanto al suo ombrellone sembrò allontanarsi pur restando lì dov’era. La scena raccontata nel libro lo trascinò in un altra dimensione e passò dalla lettura al sogno. Quasi di prepotenza le parole lo sprofondarono in un sonno leggero ma isolato da tutto il resto del creato; i bimbi chiassosi, le famiglie abbondanti, e perfino le sontuose natiche al sole della bella unta, presero tutti all’unisono una certa distanza dal suo corpo e dalla sua coscienza. In quella condizione ci restò circa un’ora, poi tornò nella realtà circense del bagno a mare. Rivolse uno sguardo, quasi per dovere, nella direzione di quella che nelle sue intenzioni sarebbe dovuta essere la sua vittima sacrificale, ma la postazione era irrimediabilmente vuota. Scrutò il campo visivo che si dispiegava tutt’intorno alla sua vista e la vide sul bagnasciuga con i piedi in salamoia e l’apparente atteggiamento di chi non sa se battezzarsi o meno in quelle poco cristalline acque. E sì, era in obbligo a fare un ultimo tentativo. Si avvicinò risoluto, anche se a dire il vero la mancanza della maschera lo rendeva leggermente meno sicuro di sé, e si piazzò accanto a lei, anche se non molto vicino. La regola, letta da qualche parte, dettava a non meno di un braccio aperto, in quest’occasione le venne in aiuto, infatti fu lei a proferire per prima. “Grazie per prima”. “Cosa?”, rispose fingendo una noncurante incomprensione. “Prima, mi ha salvato da quei ragazzini diabolici!”. “Ah! Prima... vero”, rispose cercando di mantenere la noncuranza. Lei sorrise e ci fu il solito minuto d’imbarazzo dal quale non si sa mai come uscirne fuori. “Comunque prima si è presentato e io neanche le ho risposto, mi scusi e che non è un buon periodo. In ogni caso sono Rossella, piacere”, e scartò lateralmente di un passo per potergli stringere la mano. “Ma mi deve perdonare due volte”. “Davvero? E perché?”. “Non mi ricordo proprio come si chiama”. “Ah! Certo... e come si fa a ricordarlo, Cyril”, il tutto continuando con quel falso ma efficace accento francese. “Cyril? Strano nome, è francese?”. “Sì, il nome è francese. Anch’io lo sono. Lei è italiana?”. “Sì, italiana”... Continuarono con fare convenevole per un bel po’. Poi quando inesorabilmente la discussione rischiava di esaurire ogni possibile sviluppo, fu lei a salvarli da un probabile naufragio della comunicazione, e disse: “Ma le andrebbe di andarci a sedere in veranda? Mi berrei volentieri una birra”. “Ottima idea. Ma a due condizioni”. “Addirittura due!”. “Sì, certo. La prima è che offro io, la seconda è che ci diamo del tu”. “Ok Cyril, andiamo”. La veranda del lido era molto carina, con i salottini in vimini sotto gazebi di legno chiaro, e l’incannucciato a smorzare il sole, che comunque nel pomeriggio perdeva un po’ della sua potenza di mezzogiorno. Alla prima birra ne seguì una seconda, e la discussione si fece piacevolmente meno formale. Lentamente si fecero le sette e visto che ormai il sole stava proprio concludendo la sua giornata di lavoro, le frasi cominciarono a scaldarsi un po’.
  4. No, un semplice center console da 28 piedi. Per Creta presi l'aereo.
  5. Ottima idea. Qualcosa metterò...
  6. Ok, grazie ancora, ci darò un occhiata.
  7. Ok, grazie per la dritta. Magari ci provo con un altro che avevo revisionato con un bravo editor. Almeno se lo stroncano impietosamente saprò che è solo fango.
  8. No grazie gentilissima, preferisco ignorare. Cercherò altre strade, e nella peggiore delle ipotesi continuerò a fare il medico...
  9. Una trentina di miglia dal porto di Gioia Tauro. Tre anni fa sono andato a pescare a Creta e non è che mi hanno dato la cittadinanza greca.
  10. Visto che qualcuno è interessato, comunico. Ho ricevuto 12 valutazioni: tre nove, quattro sette, alcuni sei e un paio di stroncature così feroci che neanche io sarei stato capace di tanto, tra l'altro cariche di una rabbia e di una violenza che sinceramente ci sono rimasto un po' male. Ovviamente non sono neanche andato a vedere la classifica e ho direttamente cancellato il mio account. Una sola cosa ho capito, non è questa una buona strada per trovare un editore. Ho scritto una trentina di libri, per un totale di circa un milione e cinquecentomila parole, non ho mai pubblicato nulla, perché non ho mai cercato un editore. In ogni caso sono stato letto da moltissime persone, anche autorevoli, che hanno sempre giudicato le mie opere, perlomeno interessanti, e sicuramente scritte con una certa perizia. Quest'anno ho provato questa strada, non so neanche io perché, ma ho capito che non fa per me. Anche io sono selettivo e intransigente, ma mai mi permetterei di dire a nessuno frasi del tipo: "Questo ciarpame che hai scritto, potresti anche evitare di mandarlo a un concorso". Noi calabresi siamo antropologicamente abituati a pugnalarci guardandoci negli occhi. Per cui ragazzi, in bocca al lupo, sono certo che tra voi ci sarà un fuoriclasse, e addio.
  11. Santissime parole. Ma in fondo un po' in tutte le cose è così, pensa se magari Steve Jobs fosse nato nel 75 invece del 55!
  12. Vorrei ricordare a qualcuno che non è carino offendere, soprattutto se non si hanno le palle di metterci la faccia.
  13. Comunque, lo saprai, al tempo molti lo seppellirono...
  14. Vorrei, se me lo permettete, fare una riflessione finale, su questa semi-accesa discussione. È ovvio che il meccanismo, scelto dagli organizzatori per determinare una classifica, non può essere perfetto. Sono stati tirati in ballo tutti i partecipanti, presumo qualche migliaio di aspiranti scrittori, quindi troveremo innumerevoli autori che giudicano innumerevoli opere. Di conseguenza avremo a che fare con una varietà quasi infinita di metodi di valutazione. Ci saranno i buoni d'animo che con magnanimità valuteranno gli scritti; i colti che daranno giudizi autorevoli; gli ignoranti che visto che si sono cimentati, probabilmente sono anche presuntuosi; le personalità oscure, che daranno valutazioni contorte; i cattivi che giudicheranno male a prescindere; e infine i fuoriclasse che forse saranno gli unici che non sapranno come cazzo comportarsi. Alla fine comunque una classifica verrà fuori, e sarà frutto proprio del marchingegno messo a punto dagli organizzatori. La mia domanda è: a conclusione di questo ambaradan, quelle quattro opere che verranno fuori, saranno le migliori? Pirandello, Sciascia, Calvino, Shelley, Mcphee, Joyce, Zweig, Salinger, Alvaro, Rushidie (per citare alcuni tra i miei preferiti), sarebbero mai usciti alla ribalta da un tale girone dantesco?