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nescio

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  1. Ciao @AdStr e @Alienik! In primo luogo, vi ringrazio per i complimenti e per i suggerimenti che mi avete offerto. Non ho risposto subito ai due commenti per due semplici motivi: Non volevo -e non voglio tuttora- difendere a spada tratta quello che ho scritto, spiegando il perché di alcune scelte. E neanche vorrei che sembrasse così adesso che mi accingo a farlo e a discutere con voi dei suggerimenti. Non volevo influenzare eventuali altri lettori e commentatori: spiegando la ragione di alcune scelte o cosa -nelle intenzioni- il testo dovrebbe trasmettere, penso che avrei potuto scoraggiare altri a dare la propria opinione. Dunque, rinnovando la mia gratitudine, rispondo a entrambi. Vero: la prima parte mostra di una serie di cose ovvie, banali, grigie. Anche a me sembra un po' noiosa in effetti. Ma, come ha detto @Alienik, è funzionale: volevo mostrare solitudine, una vita vuota. In sé, quasi tutte le azioni compiute all'inizio non significano necessariamente che la vita del personaggio sia fatta di solitudine, ma qui entrano in scena alcuni dettagli: il silenzio, il freddo, il frigo vuoto, gli oggetti che sarebbero rimasti lì immobili fino al giorno dopo: tutte cose che in caso di convivenza o, soprattutto, famiglia con bambini, sono difficilmente rinvenibili in una casa. Esatto. Grazie. Non volevo partire in quarta. Ho evitato l'introspezione diretta, dichiarata e consapevole -che è proprio tipica del mio modo di scrivere. Non so se io sia in grado di adeguarla al resto. Mi spiego: per come l'ho immaginato, il racconto, nella mia testa è così. Come ho detto sopra, non volevo partire in quarta. Volevo mettermi alla prova Comunque, a mio avviso, c'è anche un altro difetto evidente soprattutto nella prima parte: periodi brevi o brevissimi, un po' troppo stringati. Purtroppo, non sono riuscito a "dargli aria". Grazie ancora. Non so quanto sia contemporaneo il racconto, in fondo la solitudine e la mancanza di una famiglia intesa come luogo d'affetto credo che siano temi sempre sentiti, in un modo o in un altro. Credo che la "contemporaneità" sia nella banalità dei gesti. Ma penso di sbagliarmi: è più probabile che il tema sia stato trattato similmente e meglio da uno degli autori che non ho mai letto. [mea culpa] Passiamo alle osservazioni più tecniche. Forse meglio tintinnio? Non saprei. Cristallino all'inizio non mi era piaciuto, ma visto che si ricollega al finale va bene. Probabilmente è più appropriato il tintinnio. Per cristallino è esatta la tua osservazione. Confesso di averlo aggiunto dopo aver scritto il finale, mentre correggevo la frase. Difatti, prima, c'era "risuonavano nel pianerottolo silenzioso". Ho spostato il concetto del silenzio alla frase successiva. Che entri dalla porta mi pare scontato, mari semplicemente "a casa"? Giusto. E' una cosa che tendo a fare spesso. Del tipo girò la maniglia ed entrò. mi sembra superfluo. E' certamente superfluo ma volevo calcare la mano sul silenzio. Era il punto focale della frase d'apertura, prima che la modificassi. Credo che, quando sei solo, il non parlare, il fare le cose in silenzio, sia particolarmente pesante. Si ricollega all'idea di casa vuota. "poteva avvertirlo sulle guance ghiacciate che, pian piano, riacquistavano sensibilità." Non so mi suona meglio così, con o senza inciso. Probabilmente suona meglio così. E' una delle ultime cose che ho modificato. Ripetizione Già. Senza contare quel "Ti", che probabilmente stona col resto della narrazione. Riformulerei eliminando la ripetizione "tutta/e" e la specificazione finale. Per esempio: "Si rivide sorridere mentre la porta si spalancava e dalla camera uscivano fuori due bambini, un maschietto e una femminuccia che prendevano a rincorrersi per la casa e tutte le stanze risuonavano delle loro risa cristalline" ok per il tutte e per il ne. Lascerei, invece, la specificazione. Voglio calcare la mano sulla mancanza. La parola figlio risuona particolarmente chi non ne ha mentre vorrebbe e sente di essere troppo vecchio per averne. E' una mia opinione, ovviamente. Il racconto ha due titoli, in realtà. Entrambi, comunque, sono collegati al modo in cui ho annotato sul taccuino le idee per lo sviluppo del racconto. Ero in un luogo pubblico, a stretto contatto con altre persone che potevano leggere cosa scrivessi. Non che avessi timore che mi rubassero l'idea. Piuttosto, mi dava fastidio l'eventualità che chiedessero in quel momento. M sta per maschio. 39 è l'eta. Un maschio di 39 anni, non sposato, senza figli, con una vita nella media che avverte un vuoto nella propria vita in maniera più o meno consapevole. Grazie per i commenti.
  2. Grazie a tutti, ancora! @Alessandro Furlano alla fine ho seguito il tuo consiglio e ho anche condiviso un racconto che, con mia enorme sorpresa, ho scoperto di non poter considerare "breve"
  3. Commento 1 Commento 2 Piccola premessa. Il tintinnare delle chiavi risuonava cristallino nel pianerottolo freddo. Alessandro entrò dalla porta e le posò sopra il mobile accanto all’ingresso prima di accendere la luce. Il disimpegno dava direttamente nel piccolo salotto e lì si tolse in silenzio il cappotto appoggiandolo sul divano dove l’avrebbe ritrovato il giorno successivo. Il riscaldamento era entrato in funzione un’oretta prima e in casa la temperatura era decisamente più mite che all’esterno, poteva avvertirlo sulle guance che, ghiacciate, pian piano riacquistavano sensibilità. Da circa cinque anni viveva in quell’appartamento al terzo piano. Si trovava in una zona piuttosto centrale, ma non così tanto da essere costretto a subire il caos del centro cittadino. In più, da lì, era abbastanza agevole raggiungere l’ufficio, quindi non poteva chiedere di meglio. Anche il condominio era tutto sommato abbastanza tranquillo, pieno com’era di uffici di avvocati e altri liberi professionisti. Conosceva a stento gli altri condòmini, quelli che lì ci abitavano, insomma. Giusto un saluto quando ci si incrociava uscendo dall’ascensore e niente più. Tranquillo, insomma. Nel frigo non era rimasto granché. Guardò l’orario sull’orologio da polso sotto la camicia e si chiese se fosse troppo tardi per ordinare da mangiare. Quel giorno era stato costretto a trattenersi in ufficio per terminare certe pratiche che, come al solito, gli avevano creato qualche problema. Nulla di irrisolvibile, ma era comunque seccante ridursi all’ultimo giorno, essere costretti a correre e non poter fare ogni cosa con calma. Non era così che gli piaceva lavorare, però non poteva neanche pretendere troppo dai suoi ragazzi perché il problema vero erano i suoi capi, l’azienda, che fissavano scadenze impossibili da rispettare pur di accaparrarsi un cliente. Sospirando, Alessandro accese la luce della stanza che si trovava al centro del corridoio, sulla sinistra, e restò a guardarla immobile per qualche secondo mentre gli occhi si abituavano all’illuminazione. Il piccolo studio era arredato in maniera piuttosto semplice. I mobili erano d’un blu scuro, squadrati, simili a quelli che aveva in ufficio, ma un po’ meno spartani. La libreria sulla parete sinistra conteneva qualche volume di diritto che di tanto in tanto andava a consultare per i lavori più complessi. C’erano anche libri di narrativa, quei romanzi che aveva letto nel corso degli anni e che non apriva da un po’, oltre ad alcuni tomi che risalivano ai tempi dell’università e che prima o poi avrebbe dovuto decidersi a gettare. Sulla parete opposta si trovava la sua postazione di lavoro anche se, a dire il vero, quando doveva, preferiva lavorare in cucina collegandosi in wifi con la stampante. La sua laurea incorniciata se ne stava appesa al centro della parete appena sopra la scrivania circondata da quadretti contenenti alcune foto di sé con i propri genitori e altre che lo ritraevano con suo fratello e i nipoti. Alessandro poggiò la borsa accanto alla porta dello studio pensando distrattamente che gli sarebbe piaciuto se le pareti di quella stanza fossero state più colorate. Diede nuovamente uno sguardo all’orologio. Forse era troppo tardi per chiederle di uscire a fare un giro. Frequentava da qualche mese una donna, Adriana, che aveva più o meno la sua stessa età: divorziata, un figlio oramai grande e un carattere forte. Gli piaceva, apprezzava il tempo che passava in sua compagnia. Adriana aveva i suoi difetti, certo, come lui stesso ne aveva, ma erano entrambi adulti e disincantati e avevano imparato che le persone sono fatte in un certo modo e non possono essere cambiate. È una di quelle cose che si devono accettare e basta, così. Ti ci devi rassegnare. Poteva ancora ricordare quel periodo doloroso di tanti anni prima, quando ne aveva dovuto prendere atto, ma da allora aveva vissuto meglio, forse, più per sé che per gli altri. Era stata la linea di demarcazione tra la propria infanzia e l’età adulta. Forse era tardi, sì. Ma avrebbe voluto vederla, stare un po’ insieme, fare l’amore con lei. Pensò che avrebbe potuto prendere una delle bottiglie di vino che teneva al fresco in cucina e andare da lei così, per farle una sorpresa. Si sarebbe presentato sotto casa sua e avrebbero potuto guardare un film sul divano o magari andare da qualche parte, non sapeva, prendere qualcosa da bere in un localino tranquillo e ascoltare della musica, fare tardi insieme, insomma. Gli sarebbe piaciuto, ma forse non era il caso. Il giorno dopo ci sarebbe stato il lavoro e non gli andava l’idea di passare otto e più ore a morire di sonno in ufficio. Era una di quelle cose che si fanno da giovani e, forse, neanche più di tanto. Era più una cosa da film, da commedia romantica, una di quelle cose belle da vedere ma che poi nella realtà dei fatti quasi nessuno fa. E poi lei, a quell’ora, magari era già pronta per la notte. Così si preparò un panino con quel poco che c’era e mangiò davanti alla tv in cucina seguendo l’ultima parte di un film che stavano trasmettendo. Ai lati delle tempie, quei ciuffetti di bianchi spiccavano sul resto. Tra il folto dei suoi capelli neri, davanti, appena sopra la fronte, ne poteva distinguere chiaramente altri, sparuti, ma non più tanto nascosti. Ecco, alla fine stava invecchiando. Allo specchio poteva vedersi quasi per intero mentre si lavava i denti. Il suo corpo era cambiato nel tempo e persino il grasso gli sembrava meno tonico rispetto a qualche anno prima. Non eccedeva col cibo ma viveva una vita piuttosto sedentaria. Pensò a quanto il suo aspetto fosse mutato col passare delle stagioni mentre, nella sua mente, l’immagine che aveva di sé era rimasta ferma a quando di anni ne aveva poco meno di trenta e ora, lì, quella persona dalle occhiaie marcate che lo guardava dall’altra parte dello specchio sembrava quasi un estraneo. L’ultima volta che aveva fatto attività fisica in maniera continuativa, probabilmente, era stata proprio intorno ai ventisei, ventisette anni. Dopo che lui ed Elena si erano lasciati. Chissà che fine ha fatto Elena? – si domandò. Scoprì di ricordarsi del suo sorriso, delle fossette che le si formavano ai lati della bocca e sorrise a sua volta nello specchio. Ricordava bene Elena, quel viso giovane e la sua allegria. Ricordava anche se stesso, il proprio aspetto e quanto fosse innamorato di lei. A pensarci bene, rifletté mentre faceva scorrere la mano sulla barba ruvida e ingrigita del proprio viso, quella era stata forse l’ultima volta che si era sentito davvero felice con qualcuno, pienamente felice, intendeva, preso completamente dall’altra persona, proteso con tutto se stesso verso chi gli stava accanto e convinto che niente, proprio niente al mondo avrebbe mai potuto essere più bello, più pieno, più completo. Sì, forse era stato stupido, giovane e stupido. Ma era stato bello, non è vero? E, in fondo, aveva avuto ragione. Dopo, non aveva più provato nulla del genere per nessuna. Era pronto per la notte. Gettò la camicia sgualcita nel cesto dei panni sporchi e sistemò ordinatamente i pantaloni sulla spalliera del letto, così che avrebbe potuto indossarli anche l’indomani. Doveva ricordarsi di passare in lavanderia a ritirare le camicie e portare le altre, altrimenti sarebbe rimasto senza nulla di pulito da mettere. In effetti si sentiva un po’ stanco, rifletté, era stata un’idea sciocca quella di voler raggiungere Adriana così tardi. Però gli avrebbe fatto piacere passare qualche ora con lei. Entrò nel letto gelido tirandosi le coperte blu fin sotto il mento. Rabbrividì per un attimo e si strinse le braccia intorno al petto cercando di acquistare calore. Dalle persiane serrate della finestra trapelava la luce dei lampioni sottostanti mettendo la camera in uno stato di penombra e dalla strada, di tanto in tanto giungeva il rumore degli pneumatici delle auto che passavano sull’asfalto bagnato. Era stanco, ma non aveva sonno. Sì, avrebbe preferito che Adriana fosse stata lì. Che poi, pensò, probabilmente lei avrebbe scelto di dormire a casa sua. E se andassimo a vivere insieme? – si chiese d’un tratto. Ma no, anche quella. Era un’idea sciocca. Nessuno dei due avrebbe voluto davvero rinunciare alle proprie comodità, alla propria indipendenza. Sì, stavano bene, era piacevole passare del tempo insieme, ma dover dar conto a un’altra persona delle proprie azioni, di tutto quello che si fa… be’, no, la cosa non gli andava poi così tanto. Era una cosa da giovani, quella, la convivenza. Toccando con il piede una zona del letto ancora completamente fredda, si chiese se i termosifoni si fossero già spenti. Domani devo reimpostare il timer – pensò – L’inverno è arrivato. Lo aspettava un’altra lunga e noiosa giornata di lavoro. Niente di che, stavolta, il più era stato fatto ma sapeva che sarebbe certamente spuntato fuori qualcosa che si erano dimenticati di fare e avrebbero dovuto allegare l’ennesimo documento al faldone già pronto per essere spedito. Che palle – sbuffò rigirandosi nel letto cercando di abbandonare il flusso di pensieri che lo teneva sveglio. Ma la cosa peggiore in quel momento, forse, era il silenzio. Certe sere proprio non riusciva a sopportarlo. Prese una compressa di melatonina dal comodino per conciliare il sonno mentre le orecchie gli ronzavano per l’assenza di rumore. Avrebbe potuto tenere la televisione accesa a basso volume, ma la luce bluastra dello schermo gli avrebbe impedito di addormentarsi. Una volta sarebbe stato capace di prendere sonno ovunque volesse, rifletté mentre beveva un sorso d’acqua. In qualsiasi condizione, anche in piedi appoggiato a un muro o steso su una tavola di legno nuda. Si ricordò di quella volta che lui ed Elena erano in vacanza in Grecia e avevano deciso di posticipare la data di ritorno per girare una settimana il Peloponneso in auto. Per far ritorno a casa avevano dovuto acquistare gli ultimi biglietti disponibili che prevedevano solo posti passaggio ponte ma non si erano persi d’animo. Si erano armati di sacco a pelo, plaid e un paio di pashmine per proteggersi dal vento e avevano dormito lì, sul ponte, stretti l’un l’altro nella notte scura e piena di stelle, limpida, un cielo così nero come non ne avevano mai visti prima. Era stato bellissimo. Ora non lo avrebbe mai rifatto, lo sapeva: tutto quel vento, troppo freddo, no. Rischiava una bronchite solo a pensarci. Ma era stato bellissimo dormire abbracciati, lì, sotto le stelle, circondati dal mare. E non ricordava bene perché si erano lasciati. Una ragione c’era, ci doveva essere stata, ma adesso proprio non riusciva a ricordarla. Che sciocchi che siamo stati – pensò. I problemi di allora, in confronto a quelli che la vita gli aveva presentato successivamente, non erano nulla. Se solo avesse potuto affrontare tutto con più calma, con più consapevolezza, come in quel momento stava facendo, le cose magari sarebbero andate diversamente. Sarebbero rimasti insieme, avrebbero continuato a condividere quella cosa meravigliosa che c’era tra loro due. Magari avrebbero resistito. Magari lui avrebbe fatto qualche scelta differente. Non avrebbe accettato quel lavoro, forse, magari avrebbero preso un’altra casa, diversa, più carina, più accogliente, e avrebbero continuato ad addormentarsi l’uno accanto all’altro, avvolti in quell’abbraccio caldo e sicuro che li faceva sentire bene, appagati, completi. Il suo respiro andava facendosi sempre più regolare e profondo. Cominciò a immaginare se stesso ed Elena, insieme, qualche anno dopo. Immaginò come sarebbe stato cercare con lei tra gli annunci una casa dove andare a vivere. Immaginò il suo sorriso, le piccole fossette sulle guance e i primi accenni di rughe accanto agli occhi. La immaginò bella, radiosa, in fondo alla navata. Ripensò al modo in cui era assorta mentre leggeva un libro e poteva sentire il peso del suo corpo quando si addormentava accanto a lui in treno. Immaginò la sua voce che non riusciva a ricordare, immaginò la sensazione che gli dava. E si vide, accanto a lei, lì, in piedi in quella piccola cucina a mangiare insieme una cena improvvisata. La vide mentre gli sorrideva, invecchiata anche lei, ma bella, bellissima. Vide se stesso tornare a casa, un giorno qualunque, e aprire la porta. Si rivide percorrere il corridoio, quel piccolo corridoio e posare la propria borsa accanto alla porta dello studio dalla quale, attraverso i vetri opachi, trapelava una luce, una forte luce abbagliante, tanto da doversi proteggere gli occhi con la mano. Si rivide mentre girava la maniglia e apriva quella stanza inondata di luce. Si rivide sorridere mentre la porta si spalancava e dalla camera ne uscivano fuori due bambini, un maschietto e una femminuccia che prendevano a rincorrersi per tutta la casa e le stanze, tutte, risuonavano dei gridolini e delle risa cristalline dei suoi due figli.
  4. Ciao, il tuo racconto mi è parso tratteggiato a pennellate rapide e decise piuttosto che disegnato minuziosamente in ciascun particolare. Questo comporta da un lato una maggior carica espressiva, dall'altro il duplice rischio di un minor coinvolgimento - se non si è coinvolti dal principio- e di svilire la storia per mancanza di dettagli che, l'eventuale lettore che non è riuscito subto a saltare sul treno della tua espressività. Credo che con qualche dettaglio in più. sempre pennellato nello stesso stile, la storia renderebbe maggiormente. Comunque mi è piaciuto Qui cominci a tratteggiare la ragazza. La protagonista l'aspetta ogni giorno, per abitudine, probabilmente. Oltre che per quello che ha notato in lei osservandola ogni giorno. Ma, ecco, il tratteggio della ragazza finisce qui. Forse potresti ampliarlo un pochino, forse potresti parlarne dopo. Non si capisce perché agli occhi della scrittrice lei sia così speciale. Lo si può immaginare, certo, ma dopo la scrittrice le fa da... sponsor (passami il termine) con il ragazzo. Anche qui. Introduzione lampo del personaggio. Vale lo stesso discorso che ho fatto per la ragazza. Personalmente, non ho capito perché la scrittrice si prende la briga di andare da lui e dirgli cosa fare. Inoltre, lei non aggiunge alcun motivo perché lui dovrebbe andare da lei. Forse la ragazza lo osserva furtivamente? Forse pensa che tra loro ci sia una qualche attrazione? In questo dialogo non ci sono preamboli. Intendo dire che lui manifesta immediatamente il suo desiderio. Avrei aggiunto un paio di battute, del tipo: "No, non è lei che mi interessa" "No? Guardala." - descrizione breve della ragazza - "Lei è -parole tue-" Ma tu mi hai afferrato il polso e.... Qualcosa del genere Questo mi è piaciuto molto E' sicuramente in linea col resto. Pennellate veloci. Come prima, amplierei un pochino. Così è un po' precipitoso, no? Bello In conclusione: premettendo che dipende molto dal gusto personale, penso che con qualche accorgimento potresti migliorarne il potenziale espressivo.
  5. Ciao, il tuo racconto mi è piaciuto molto. Devo confessarti che stavo leggendo con molta calma il racconto ma, al momento della telefonata e ciò che accade dopo, mi sono avvicinato allo schermo leggendo sempre più rapidamente. Solo alla fine ho realizzato, il tema del racconto, nonostante avessi notato la tua esca. Complimenti, davvero. MI permetto di fare alcune osservazioni Qui, con vita vera, ti riferisci ovviamente al periodo della veglia. Quella preposizione, forse, confonde un po' se anteposta a vita vera. Scriverei "nella vita vera" oppure "da sveglia". O, ancora, forse meglio, "I miei sospetti allora sono fondati". Eccola, l'esca. L'avevo notata, ma non mi aspettavo il modo in cui sarebbe proseguito il racconto. Complimenti. Invece ho trovato di difficile interpretazione "La mia vita è intatta". Non ti sto suggerendo di eliminare la frase, anche perché, mentre scrivo, mi rendo conto che probabilmente la frase della ragazza è la constatazione, incredula, che nonostante quello che sta pensando in quel periodo (aborto, paura della gravidanza, paura della vita che avrà con la nascita del bimbo), la sua vita sarà bella, diversa da come la stava immaginando. Se così, ben fatto. Altrimenti... mi sa che non ho capito Ecco, mi piace l'accelerazione del di questa parte. Ma quella frase che ho evidenziato, a mio avviso, rallenta di colpo la narrazione. In più, lei dice che vuole sapere ma subito dopo dice di non volerla vedere quella parte. Se la eliminassi, probabilmente il testo scorrerebbe meglio e il senso rimarrebbe inalterato. Personalmente avrei messo l'accento sul senso di malinconia, di angoscia, gli strascichi del sogno-incubo che riecheggiano dentro di lei mentre riprende coscienza. Avrei provato a chiudere con maggiore inquietudine, mentre qui mi sembra che lei torni a una sorta di normalità. Pur non volendosi riaddormentare, chiaro. Forse, essendo abituata a quelle premonizioni, reagisce con più calma e meno inquietudine rispetto a chiunque altro. E, in questo caso, la chiusura ci starebbe. Credo dipenda dal gusto personale e dalla sensazione che vuoi trasmettere al termine del racconto. A presto!
  6. Grazie a tutti
  7. Ciao! Il tuo racconto mi è piaciuto. Mi è parso un bello spaccato di vita raccontato in un modo che si avvicina molto al mio gusto attuale e ai racconti che sto scrivendo proprio in questo periodo. Proprio per questo motivo, l'essermi riconosciuto in qualcosa scritto da un'altra persona, devo dire che, data la premessa, mi aspettavo un'atmosfera leggermente diversa nella conclusione del racconto, Personalmente, con un'introduzione del genere avrei calcato un pochino in più la mano sulla solitudine nella parte ginale della storia, cercando di lasciare il lettore con un senso d'inquietudine. Ma, ripeto, il mio punto di vista è certamente distorto da quel che sto scrivendo in questo periodo, quindi lascia il tempo che trova. Nel testo ci sono alcuni apostrofi ai quali segue uno spazio vuoto. Mi sembra che ce ne siano tre o quattro. Sarebbero da eliminare. Non mi suona bene. Modificherei in "annaspò tentando / tentò di ricordare" // " "tentò a fatica". Probabilmente il senso della tua frase sta nel fatto che la sua mente cominciò a vagare, distraendosi. In questo caso, si potrebbe modificare in "cominciò a vagare tentando di ricordare". O qualcosa di simile. Non so, ma alla prima lettura mi è parso un pezzo un po' ostico. Modificherei la prima frase evidenziata con qualcosa tipo: "era da un pezzo che non avevo l'occasione di guardarla e cercare di...". Nella seconda frase la ripetizione probabilmente è voluta, ma sostituirei lo stesso quel lontano con distante. Inoltre, il concetto, anche se chiaro, mi sembra un po'... troppo condensato. Forse, qualcosa del tipo con un marito talmente geniale da essere distante anche quando era lì vicino a lei, anche durante un brindisi o uno scambio di auguri la sera della Vigilia davanti all'albero di Natale (e, potenzialmente, penso che si potrebbe allungare questa visione del Natale con altri dettagli, creando un maggiore contrasto con la figura distante del marito di lei. Addobi natalizi = calore, famiglia // Lui distratto = freddo, solitudine) credo che suonerebbe meglio confluito I prestiti dalle lingue straniere non si declinano al plurale, ma sono indeclinabili. Quindi Social network. Così come, ho notato in questo sito, Forum, non dovrebbe essere declinato al plurale come Forums. Sia perché è una parola latina -quindi, semmai, il plurale dovebbe essere fora, così come curriculum / curricula - sia perché è una parola (quasi) di ritorno dall'inglese e si ragiona come sopra. A meno che non stia ricordando malissimo ciò che ho studiato anni fa, eh, cosa possibile. Comunque, in definitiva, mi è piaciuto molto.
  8. Ciao, e grazie per l'accoglienza nella shout box Esatto. E' un nick che uso dai tempi delle superiori per alcune cose. Oltre che da varie elucubrazioni mentali di dubbia qualità, il nickname viene dalla poesia di Catullo e dal fatto, che, a quei tempi, mi resi conto di iniziare un po' troppe frasi con "Non so". Quindi, non so... grazie per l'accoglienza
  9. Ciao, spero di aver colto bene il senso dello scambio di opioni reciproco di questa sezione del forum. In primo luogo, mi unisco agli altri per i complimenti. Non è un pamphlet umoristico stile Una modesta proposta di Swift (l'unico che ricordi in questo momento, a dire il vero) ma vi si avvicina parecchio. Non potendo aggiungere altri complimenti rispetto a quelli che sono già stati fatti e credendo che, in effetti, quello che più interessa sono le piccole perplessità e osservazioni, passo subito a esporre qui le mie. In questa parte il racconto è ancora nella sua fase propagandistica. Eliminerei la parola problema, dato che nessun pubblicitario, esperto di comunicazione e addetto stampa che si rispetti, utilizzerebbe una parola che richiami concetti negativi. Se terminassi il periodo alla virgola, penso, potrebeb andare meglio. D'altra parte, l'aver introdotto quella parola potrebbe rivelare la posizione del personaggio-narratore-imbonitore. L'eventuale modifica, immagino, debba tener conto di questo. Qui c'è il punto di svolta. Qui il narratore-personaggio esce decisamente allo scoperto. Si espongono i lati negativi del prodotto. Il che andrebbe bene, se poi non ci fosse una sorta di marcia indietro nel paragrafo seguente. A mio avviso, se riuscissi a modificare questi due paragrafi in modo da trasmettere una sorta di perverso compiacimento verso le conseguenze dell'utilizzo del prodotto, sarebbe più riuscito. La persona che sta proponendo il prodotto, non odia il prodotto, né le conseguenze. Anzi, è fortemente convinto che la verità più cruda sia l'unica cosa davvero di valore. Anche se dolorosa, se gli rende la vita impossibile. Una sorta di odio-amore, insomma. Qui avviene la marcia indietro di cui parlavo prima. Questo passaggio lo interpreto in due modi: 1) i dati raccolti dai bastoncini non restano nelle sole mani degli utenti finali ma vengono incamerati e utilizzati dall'azienda produttrice (nella vita reale, vedasi termini e condizioni di Google e altri colossi, in ogni campo); 2) la verità, la vera verità, cruda, fa male e può distruggerti. Spero di esserti stato un minimo d'aiuto. Se ho detto castronerie, be'... ehm... fa' finta di nulla
  10. Grazie Letto e riletto
  11. Ri-salve a tutti! E' passato più di un anno da quando mi sono presentato la prima volta senza poi, in effetti, interagire sul forum. E dunque... ricominciamo. Sono Nescio, sono di Napoli e sono un aspirante scrittore. Che, detto così, sembra più una seduta degli Alcolisti Anonimi. Però, in effetti, l'analogia non è poi così stupida. Scrivere, per me, è sempre stato un bisogno, un'esigenza, qualcosa della quale non ho mai potuto fare a meno, mai per lunghi periodi, il mezzo attraverso il quale riesco -o riuscivo- a entrare in contatto col mondo, con le persone, qualcuno, e mostrare una parte di me che emerge più facilmente in questo modo. Le cose sono un po' diverse, adesso, devo dire. Il mio modo di scrivere è cambiato radicalmente da un po', così come il mio rapporto col mondo. Immagino sia così per tutti, a un certo punto. Sto cercando di mettermi in gioco, ora, e vedere se le mie sono soltanto velleità residue di un adolescenza decisamente troppo lunga o se, magari, riesco a tirar fuori qualcosa di buono da tutto questo. Sono qui per imparare, provare e, magari, confrontarmi con gli altri. Buona serata a tutti. A presto .
  12. Salve a tutti, sono Nescio, da Napoli . Condivido con tutti voi la passione per la scrittura e da un po' di tempo sto provando a dare forma concreta a questa mia... 'propensione'. Come molti, troppi, per tanto tempo ho solo pensato di essere uno 'scribacchino', ma nei fatti non ho mosso un passo per far sì che questo sogno divenisse reale. Grazie a tutti per futuri confronti ed eventuali aiuti!