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gianpiero pisso

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  1. SPUMANTE! Raggiunte le 1000 visualizzazioni. Grazie.
  2. Questo è il romanzo di Mr Hide ma se volete leggere quello del Dr Jekill (sempre di Gianpiero Pisso), magari per fare due risate, dovete aprire PIEVE CIPOLLA, editore Le Mezzelane (inserito nel blog)
  3. INCIPIT DI PIEVE CIPOLLA, DI GIANPIERO PISSO, EDITO DA LE MEZZELANE «Io l’ho sempre detto. Non mettere mai la mano sul fuoco se in ballo c’è l’onore di una donna», bisbigliò il Rosso, che di femmine se ne intendeva perché in gioventù aveva saltato la cavallina. Poi si era sposato, solo civilmente però, ma il matrimonio era durato poco più di un anno prima di sciogliersi come neve al sole. La separazione era stata inevitabile, dopo che aveva sorpreso la sua metà a letto con un rappresentante del Folletto. «Inoltre ci sono femmine che esteriormente sembrano di ghiaccio e poi si rivelano magma bollente. Ersilia è certamente una di queste.» «Parli per esperienza personale? Che ne sai di quella donna?» s’intromise Augusto Chiodini da un tavolo vicino. Era l’uomo più brutto del paese, forse anche di tutta la val Seriana, si dava però arie da grande viaggiatore perché in vita sua si era spinto per ben tre volte fino in Svizzera. Non Losanna o Lugano, nossignore, ben più lontano: Svizzera tedesca, da dove aveva portato in paese una muscolosa contadina, orrenda quanto lui, che si mormorava lo picchiasse ogniqualvolta ritornava a casa con l’alito che puzzava di vino. Per questo, al Circolo si faceva servire, sempre o quasi, una gassosa con una fetta di limone, resistendo alla tentazione di chi, conoscendo le sue debolezze, gli offriva a bella posta un bianchino. Il Chiodini cercava ogni volta di rifiutare qualsiasi tentativo di coinvolgimento in bevute a base di vino, serrando le robuste mascelle come le chele di un granchio gigante, soffiando come un mantice dalle narici e trangugiando saliva a più non posso. Non sempre però riusciva a resistere, perché gli altri avventori erano scatenati e determinati ad aggiudicarsi la posta che veniva stanziata per chi fosse riuscito nell’intento di farlo capitolare. Quando ci riuscivano, andavano poi tutti sotto le finestre della sua abitazione, a gustarsi le grida selvagge, sue e della moglie Gina, che aveva due mani come quelle di un fabbro ferraio e l’olfatto di un segugio. «Parlo in senso generale. Penso sia noto a tutti i presenti che io col sesso non ho più nulla a che fare da alcuni anni», rispose il Rosso, che doveva il suo soprannome al colore dei suoi capelli e non al Barbera. «Dico, Ersilia è zitella. Ha più di cinquant’anni. Potrà comportarsi come meglio crede?» sentenziò Teo, chiudendo le carte da gioco che teneva in mano e posandole sul tavolo. «Sì, ma senza farsi morire nel letto l’amante, per Dio!» ribatté Augusto. La voce del professore risuonò profonda: «È colpa sua se Mariolino soffriva di cuore e si credeva un galletto a sessant’anni suonati? Pace all’anima sua.» Il professore riusciva sempre ad analizzare le faccende della vita con grande finezza psicologica ed evidente saggezza. Lo chiamavamo professore, anche se non era laureato. Si era fermato alla licenza liceale dopo che suo padre era deceduto, obbligandolo a tirarsi su le maniche e a portare avanti il negozio di ferramenta di Lovere, che ora aveva lasciato ai suoi due figli. Era vedovo e la sua corporatura atletica, accoppiata alla sua cultura, aveva fatto sognare più di una donna del posto. «Quando faranno il funerale?» domandò Teo. «Dopo tutto il deceduto era nostro coetaneo. Dovremmo andare a rendergli l’ultimo saluto.» «La verità è che col corpo di certe donne non si scherza. Devi essere in perfetta salute, funzionante e resistente se vuoi fare certe cose. Certo non avrei mai immaginato che, baciapile com’è, Ersilia si facesse il sacrestano di don Roberto», commentò Giannino, massaggiandosi il polpaccio della gamba destra che si era stirato la settimana precedente quando, andando per funghi, era ruzzolato in un canalone rischiando di spezzarsi l’osso del collo.
  4. Romanzo umoristico, secondo classificato al Concorso Nazionale per editi e inediti "Parole di Terra" 2016/17. Pieve Cipolla, nelle Alpi bergamasche, uno dei tanti borghi delle nostre splendide vallate, è nato dalla fantasia dell’Autore. Non affannatevi a ricercarlo sulle cartine geografiche. Non lo troverete. In buona parte è però stato creato sulla base delle caratteristiche che accomunano i nostri paesini montani con economie basate sulla pastorizia, sull’agricoltura, sull’artigianato locale, dove gli anziani trascorrono il loro tempo giocando a carte, a bocce, bevendo qualche bicchiere di vino rosso in compagnia e raccontandosi le storie di tutti i giorni, perfino quelle che parlano di mostri orribili, creature terrificanti che giurano di aver visto tra i boschi e i pascoli della valle. I giovani attendono il momento propizio per lasciare il loro luogo natio, alla ricerca di fortuna altrove, dove le industrie, quelle vere, possono offrire opportunità concrete per le loro carriere e ambizioni, soddisfacendo parimenti il loro desiderio di evasione e di libertà. Questi paesini si depauperano ogni giorno, ma alcuni riescono fortunatamente a sopravvivere, conservando le loro economie ataviche, pur con enormi difficoltà e problemi. In questi borghi, tra le nostre montagne, tre sono le autorità riconosciute, quelle attorno alle quali ruotano il mondo rurale e gli interessi dei loro abitanti: l’autorità religiosa, rappresentata dal parroco del paese, sempre disponibile ad aiutare i suoi parrocchiani e impegnato nella cura delle anime; quella sociale e politica, impersonata dal primo cittadino eletto a tale carica e quella legale, che assicura la sicurezza e l’ordine del paese e che è garantita dal maresciallo dei Carabinieri. Esistenze, modi di intendere la vita, interessi e personalità talvolta diversi gli uni dagli altri, ma con il medesimo fine: cercare di donare benessere e prosperità alla comunità, costituita da paesani dalle mani callose e dalla cultura non sempre sviluppata, alla perenne ricerca di stratagemmi per raggranellare il necessario per sbarcare il lunario, talvolta utilizzando anche mezzi non propriamente leciti. In questi borghi, spesso difficilmente raggiungibili, dove talvolta il forestiero è guardato con ostilità, due qualità, mescolate tra loro, contribuiscono a forgiare il carattere degli abitanti: la generosità, estrinsecata nell’aiuto al prossimo e nel soccorso ai più deboli e l’orgoglio di avere in comune la nascita in quella valle, di sentirsi membri privilegiati di un’enclave che già era appartenuta ai loro padri, e ai nonni e ai nonni dei nonni. In genere questo porta gli abitanti della valle a diffidare degli stranieri, coloro che non abitano in valle, e a interessarsi, talvolta in modo eccessivo, dei fatti altrui, senza però che ciò venga visto come invasione della privacy o sconfinamento nella sfera privata. Questo comune provare un marcato senso di appartenenza dà agli abitanti di questi borghi il coraggio della critica e dello scambio di vedute, ma li rende anche proni a emettere giudizi affrettati e non sempre rispondenti a realtà, a una certa predisposizione al pettegolezzo e in alcuni casi anche a cavalcare la maldicenza e la ritorsione, portata a termine con piccoli dispetti. Un romanzo alla Guareschi, l’ideatore di Peppone e don Camillo ma senza politica e con molti personaggi maschili e femminili che ruotano attorno agli amici dello scopone scientifico che si incontrano tutti i pomeriggi al Circolo Bocciofila Ungaretti, davanti a un buon bicchiere di vino e che si raccontano e confidano le loro avventure, le loro aspirazioni, le loro vite e anche i loro amori.
  5. AVVISO: Segnalo, per chi volesse leggere l'Incipit del romanzo che esso, involontariamente, è finito nelle Storie/Biografia, diari e memorie
  6. Grande successo del romanzo La Tela del Maligno alla DUEMILALIBRI di Gallarate il 18/10/06
  7. Recentemente, nel corso di una mia intervista a una televisione locale in merito al mio romanzo La Tela del Maligno, il giornalista mi ha chiesto: "Come è sicuro che la sua spiegazione del mistero, proposta nel romanzo, sia quella corretta?" Ho risposto in modo scherzoso: "Il romanzo può piacere o non piacere ma una sola persona potrebbe sconfessare la mia tesi, il pittore che ha dipinto il quadro e che, haimé, é deceduto da più di 400 anni".
  8. Andate alla Sezione "Storie" se volete leggere l'INCIPIT.
  9. INCIPIT L’aria era pregna di vapor acqueo, di fumo delle candele e dell’alito puzzolente di centinaia di fedeli, di ogni estrazione sociale, che affollavano, quella domenica, le tre navate della chiesa di San Pietro, edificata attorno all’anno mille sopra la precedente cattedrale, sede vescovile della città di Perugia, che esisteva sin dal sesto secolo. Ora l’edificio religioso aveva annesso un monastero benedettino, che ospitava un’attiva comunità di monaci, dediti ai lavori dei campi e alla preghiera, secondo il motto dell’ordine: Ora et Labora. La mattinata era abbastanza fresca e dalla campagna si alzava dalla terra una densa bruma, che avvolgeva i casolari e le fattorie in un abbraccio intimo e ovattato, quasi volesse proteggere la riservatezza di quei luoghi e dei suoi abitanti, abituati ad alzarsi all’alba a trascinare l’aratro, a liberare le zolle dalle erbacce e a mantenere il terreno costantemente umido, condizione necessaria per un buon raccolto. La domenica mattina, però, così come in ogni altro giorno di festa, i contadini lasciavano i loro campi incustoditi, indossavano il loro abito migliore, abbandonavano i loro attrezzi di lavoro nei magazzini o nei loro capanni e con tutta la famiglia si recavano alla chiesa più vicina, perché santificare le feste comandate era una delle premesse per mantenersi in buoni rapporti con l’Altissimo. Là, sul sagrato dei luoghi di culto ed entro gli edifici religiosi, si mescolavano con coloro che abitavano entro le mura della città, gli artigiani, i bottegai, i commercianti, i faccendieri, che disponevano in genere di entrate superiori e di un tenore di vita più elevato, come si poteva percepire dalla foggia dei loro abiti e soprattutto dall’eleganza delle loro mogli e madri, dalle acconciature ricercate, che tenevano per la mano giovinetti dai capelli impomatati e dalle movenze contenute e sempre improntate a un certo controllato ritegno che, talvolta, era però scambiato per arrogante freddezza. Un sommesso brusio, trattenuto a stento, saliva sino al soffitto a cassettoni, intagliati e dorati, della navata principale della chiesa, ma non disturbava più di tanto la funzione di padre Vincenzo, uno tra i benedettini più anziani del monastero, intabarrato nel suo pesante saio e con guanti di lana dalle dite mozzate, per ripararsi dal freddo. Tutta quell’animazione era diretta alle prime panche della chiesa dove, imperturbabili, sedevano monsignor Innocenzo Malvasia, governatore della città, avvolto in un mantello verde oliva e il cardinale Bonifacio Bevilacqua, legato pontificio di Perugia e di tutta l’Umbria, dopo essere stato, a soli ventotto anni, patriarca di Costantinopoli. Le male lingue insinuavano che la sua amicizia con il nipote di papa Clemente VIII Aldobrandini, cardinal Pietro Aldobrandini, gli avesse permesso di raggiungere quella posizione così importante e di entrare nelle grazie del clero di Roma. Avvolto nella sua mantellina color porpora, teneva il busto eretto e lo sguardo fisso sull’altare. Innocenzo Malvasia aveva invece svolto, per il papato, delicati incarichi all’estero: commissario apostolico delle truppe pontificie, che papa Clemente aveva destinato a sostegno della Lega cattolica in Francia, era stato poi nunzio presso l’arciduca Ernesto d’Asburgo, governatore delle Fiandre, prima di essere nominato prima prefetto dell’Annona in Umbria e nella Marca anconetana, poi governatore di Perugia. Appena alle spalle delle due eminenti personalità, tutto il loro codazzo di servitori e aiutanti, in mezzo ai quali sedevano i membri della Confraternita dell’Orazione e della Morte, fondata trent’anni prima da sedici dinamici perugini, la cui missione principale era quella di dare sepoltura a chi non avesse ancora una tomba. Perugia, da sessant’anni, era stata conglobata nello Stato Pontificio e da due anni anche il ducato di Ferrara aveva fatto la stessa fine, essendo il duca Alfonso II d’Este morto senza eredi. Avevo viaggiato per circa dodici giorni, in carrozza, per giungere in città dalla mia bottega sulla laguna di Venezia ed ero soddisfatto di aver calcolato bene il mio arrivo: avrei dovuto raggiungere Perugia di domenica e avevo colto nel segno. Quando, all’alba, avevo avvicinato le prime abitazioni, sparse tra i campi che circondavano la città, avevo alzato lo sguardo verso la piccola altura a ovest, il monte Caprario dove, tra la vegetazione, avevo scorto prima lo snello campanile poligonale, a cuspide, con le sue linee gotiche e la croce sulla sua sommità, poi il profilo tozzo della chiesa e dell’abbazia prospiciente. Il mio occhio si era poi posato sulla massiccia costruzione, sul versante sud della collina, la Rocca Paolina, che aveva decretato la fine delle ambizioni indipendentiste della cittadina. Nel 1540, perduta la guerra contro lo Stato della Chiesa, papa Paolo III Farnese aveva obbligato i loro abitanti a erigere un’inespugnabile fortezza, che avrebbe dovuto ospitare una guarnigione pontificia. Ciò era stato portato a termine radendo al suolo tutte le abitazioni di proprietà della famiglia Baglioni che, durante il conflitto, si era distinta per la sua accesa avversione al papato. Avevo sopportato pazientemente un trasferimento così faticoso perché avevo necessità di vedere la chiesa di San Pietro colma di fedeli e di verificare il comportamento dei presenti durante la funzione: mi avevano comunicato che nessun avvenimento clamoroso era accaduto recentemente a Perugia e che tutte le funzioni si erano svolte nella completa normalità e questo mi aveva incupito, rattristato e indotto a verificare di persona. Probabilmente qualcosa era andato storto nei miei piani. Quando, di prima mattina, ero entrato nella chiesa, l’edificio era ancora vuoto, così ne avevo approfittato per gironzolare tra le tre navate. Dapprima mi ero soffermato accanto alla seconda colonna marmorea sulla sinistra, delle diciotto che circondavano la navata centrale, fissando intensamente l’immagine impressa sul marmo grigio, che raffigurava l’architetto costruttore della chiesa, abate e quindi priore di tutto il complesso benedettino, Pietro Viscioli. Quella era la colonna del miracolo, almeno così si raccontava, poiché durante la costruzione della chiesa stava crollando addosso a un gruppo di maestranze, ma con un gesto imperioso della mano Pietro aveva fermato la sua caduta. Poi, a passo lento, avevo costeggiato le pareti delle navate laterali, passando in rassegna le innumerevoli tele, appese ai muri, sulle quali spiccavano nomi di artisti di cui avevo sentito molto parlare: Giorgio Vasari, Eusebio da San Giorgio, Pietro Vannucci, noto come il “Perugino”. Accanto a ogni dipinto mi ero soffermato alcuni minuti in religioso silenzio, strizzando gli occhi e mettendo così in risalto le piccole rughe che cominciavano a far da cornice alla mia fronte, nonostante portassi i miei anni, credo, in modo più che onorevole. Avevo esaminato le pennellate dei vari quadri, la composizione delle figure rappresentate, la loro prospettiva, le tonalità di colore, il modo di stendere le tinte, la loro interazione con l’ambiente circostante e mi ero lisciato più volte lo sparuto pizzetto di cui andavo fiero. Assieme ai pur modesti baffi e al ciuffo di capelli, che cercavo con cura di sistemarmi proprio in mezzo alla testa, a nascondere un’incipiente stempiatura, ero convinto che mi donassero un’immagine di artista impegnato. In effetti, lo ero veramente. Per dieci di quelle tele non vi era stato però bisogno di soffermarmi più di tanto. Le conoscevo in ogni loro piccolo dettaglio, giacché portavano il mio stesso nome: Antonio Vassilacchi era scritto nell’angolo destro di quelle opere, con una grafia minuta e in discesa, la mia, che eseguivo senza fronzoli e senza sottolineature. Odiavo gli artisti che facevano di tutto per attirare l’attenzione sulla loro firma e avevo sempre pensato che quello fosse un espediente per distrarre l’occhio dei compratori dalla qualità, spesso scadente, delle loro tele. Erano tutte scene della vita di Cristo e le avevo dipinte in parte nella mia bottega di Venezia, in parte nella stessa Perugia dove, alcuni anni prima, per completare il mio lavoro, mi ero trasferito con il mio “primo aiuto”, il bravo Tommaso Dolabella.
  10. Un interesse mediatico senza precedenti si è scatenato, nel 2012, per una scoperta che ha lasciato il mondo dell’arte, la Chiesa cattolica, università, studiosi di costumi, storici e gente comune senza parole. La televisione italiana ne ha parlato diffusamente in rubriche dedicate alla Scienza e al Mistero ma nessuno, ad oggi, è stato in grado di dare una spiegazione esauriente dei fatti. Dopo più di quattrocento anni una studiosa si è accorta casualmente che nella basilica di San Pietro a Perugia, esiste un quadro colossale, uno dei più grandi d’Europa, che cela un inquietante mistero. La tela, un dipinto a olio, opera di un artista di scuola veneziana, Antonio Vassilacchi, vissuto attorno al 1600 e contemporaneo di Tiziano, del Tintoretto e di Paolo Veronese, osservata da breve distanza mostra santi, papi, alti prelati attorno a san Benedetto da Norcia, ma scrutata dall’altare maggiore, dove è possibile una veduta d’assieme, mette in luce un volto demoniaco. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima? Per quale ragione si è introdotta l’effigie del Maligno in un luogo consacrato? Che significato e quale fine può avere avuto un atto del genere? Il romanzo è retroattivo. L'incipit è la fine del racconto. Antonio Vassilacchi, insigne pittore di scuola veneziana, greco di origine, nato sull'isola di Milos ma vissuto sulla laguna ai tempi dei grandi Tiziano, Tintoretto e Veronese e allievo di quest'ultimo prima di diventare uno dei pittori preferiti dai dogi per affrescare le sale di Palazzo Ducale, si sobbarca in diligenza un lungo viaggio da Venezia a Perugia, unicamente per osservare come si comportano i fedeli durante la santa messa domenicale nella chiesa di San Pietro, adiacente al convento benedettino della città. Lì, alcuni anni prima, aveva dato una valida dimostrazione della sua arte, dipingendo ben undici tele della vita del Cristo, commissionate dal priore benedettino del convento. Lo scopo della sua visita a Perugia è di costatare personalmente come i perugini avessero accolto il suo undicesimo dipinto, il più grande, quello che raffigura San Benedetto da Norcia, attorniato da santi, papi, porporati, che aveva denominato "Trionfo dell'Ordine dei Benedettini" e che faceva bella mostra sulla parete di ingresso alla chiesa. In quella tela aveva portato a termine la sua vendetta, mimetizzando il volto di un demone che si poteva però scorgere solo facendo molta attenzione alla visione d'assieme e non avvicinandosi troppo al dipinto. Altrimenti si sarebbero scorti solo i particolari, una schiera di prelati. Perugia non aveva reagito come si sarebbe atteso. il suo piano di scandalizzare la città era fallito. Nessuno si era accorto delle sue intenzioni. Durante il viaggio di ritorno in diligenza alla laguna ripercorre le tappe più significative e anche più dolorose della sua vita che lo avevano portato, giovanissimo, a Venezia: il suo apprendistato alla bottega del Veronese, il suo amore platonico per Marietta, l'infuriare della peste, la sua amicizia con un frate scomunicato nolano, Giordano Bruno, gli amori carnali con Marzia, disinibita perugina, l'incontro con padre Arnold, tutti i suoi tormenti per l'apparizione di una figura misteriosa che lo aveva in varie occasioni spaventato. Il demonio sembra accanirsi in modo particolarmente violento contro di lui. A Perugia, con il suo allievo prediletto, Tommaso, termina i lavori della commessa e consegna al priore benedettino le sue tele, compresa l'undicesima, quella con la quale condanna il Maligno a respirare ogni giorno il fumo delle candele, prigioniero in un luogo consacrato. Ci può essere punizione più grande per un angelo decaduto, causa di tanti mali? Poco importa se sinora i perugini non si siano ancora accorti di nulla.