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Consalvo Romano

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  1. L’EM25 Enterprise è il primo smartphone super tecnologico! L’EM25 Enterprise è l’ultima frontiera delle telecomunicazioni! L’EM25 Enterprise è tuo a soli 799,00 dollari! Visita il nostro sito www.em25@enterprise.com oppure vieni a trovarci nei nostri punti vendita! Affrettati, il mondo ti sta aspettando... anche noi... La città era piena di questi volantini da un mese. La pubblicità era ovunque. Sui muri della metropolitana. Appesi alle vetrine dei negozi. La televisione e i giornali erano un martello quotidiano e la gente per strada, a casa, in ufficio, ne parlava prima ancora che l'EM25 venisse commercializzato. A scuola, tra i ragazzi, era l’oggetto di discussione e vanto per chi ce l'aveva. Io non ero tra i fortunati. I miei genitori erano contrari perché pensavano che il nuovo smartphone potesse distrarmi dallo studio. Maledizione lo studio! Era il loro cruccio! Studio, studio, e ancora studio! Non ne potevo più di loro... studiare mi annoiava a morte. Quella mattina Zachary, il mio migliore amico, l'aveva portato a scuola. I suoi genitori (non erano paranoici come i miei) glielo avevano comprato il giorno stesso dell'uscita. Anzi, ogni settimana, aveva qualcosa di nuovo da esibire in classe. Lo invidiavo abbastanza perché dovevo sudare sette camicie per ottenere qualcosa dai miei genitori. Per questo ero sempre in trincea con loro! “È per il tuo bene”, mi ripetevano ogni volta che mi presentavo con delle richieste che ritenevano “incompatibili con il loro portafoglio”. Ero l’unico della mia classe a non avere ancora comprato l’EM25. Rabbia e invidia! Al peggio non c'era mai fine... anche quel poveraccio di Albert aveva comprato l'EM25 e in classe con gli occhi lucidi lo mostrava orgoglioso come fosse un trofeo: non avevo provato così tanta vergogna come quel giorno! Come era possibile? Suo padre era da poco stato licenziato e sua madre era una casalinga disperata. Ero avvilito. Nel pomeriggio mi dovevo incontrare con la mia ragazza, Julia che al telefono mi accennò di una sorpresa. Ero curioso, Julia era solita essere un libro aperto ma quel giorno non fece trapelare nulla. I suoi genitori, due tipi all’antica, non volevano che facesse tardi. L’appuntamento era fissato per le 17.00, all’ingresso del Parco dei Tulipani. Come al solito, ero in perfetto orario. C’era un via vai di gente all’ingresso del parco ma di Julia nemmeno l’ombra. Inviperito, guardavo l'orologio del campanile della Congregazione dei Frati Cappuccini: erano ormai le sette del pomeriggio. Il vento incominciava a soffiare più forte mentre il cielo diventava plumbeo. Strinsi le spalle per l'aria gelida mentre all’orizzonte, lampi e tuoni squarciavano il cielo a metà. Ormai tremavo per il freddo (il giaccone non mi scaldava abbastanza) e temevo che potesse piovere da un momento all’altro. Alla radio, l'esperto parlava dell’imminente arrivo di una tromba d’aria che avrebbe provocato disordini in città e il sindaco Miller consigliava di rientrare a casa il prima possibile e di non uscire fino al mattino dopo, causa disordini e incolumità. Speravo che Julia arrivasse il prima possibile per poterci riparare in qualche bar dalla tempesta in arrivo e stare un pò al caldo. Intanto, l’oscurità calante avvolgeva come un mantello i palazzi intorno al parco. Il semaforo all’incrocio era fuori servizio. Il traffico era in tilt. L’addetto alla sicurezza, un uomo alto e grosso, invitava gli automobilisti alla calma. Quella che io stavo per perdere perché Julia era in ritardo ma quando la vidi arrivare con la sua solita camminata sdolcinata e lo sguardo spensierato, l'abbracciai e la baciai senza dirle nulla al riguardo: non ero mai stato così felice di vederla! “Ciao, e scusa il ritardo.” Arrossì, nonostante il freddo. “Ciao, Julia”, le risposi stizzoso, “Perché eri così euforica al telefono? Cosa volevi mostrarmi di così tanto importante da sfidare la bufera?” le domandai corrucciato. “Andiamo in un bar, al caldo. Ti devo mostrare una cosa” mi rispose accarezzandomi il viso. Entrammo nel bar di Nick, un amico di scuola di mio padre e ordinammo qualcosa da bere e sgranocchiare. Julia aprì la sua borsa mostrandomi il suo trofeo: l’EM25 Enterprise. “È una congiura contro di me! Gli astri e le forze dell'Universo si sono rivoltate contro di me! Anche tu l’hai comprato, Julia? È ufficiale: sono uno sfigato...”. Un velo di tristezza calò sul mio viso. “Non è vero”, Julia mi afferrò la mano e l’accarezzò, “È come se fosse tuo...”, mi disse tutta raggiante. Poi mi mostrò L’EM25 ancora nella sua confezione originale. “È uno smartphone fantastico!”. “Non l’ho ancora provato, volevo farlo insieme a te” mi disse per tirarmi su di morale. Lo scartai dalla sua confezione sgranando gli occhi: aveva una cover bianca che lo rendevano davvero chic. Poi era sottile e leggero come una piuma e le rifiniture erano perfette. Prima novità: era stato costruito nella nuova lega, la X10, estratta dalle miniere di Prometeo, un satellite di Saturno. Era la nuova fonte di ricchezza della New Metal Corporation la società fondata e guidata dal Dr. Martinez, il padre di Zachary. Grazie alla sua scoperta e alle sue proprietà metalliche, per le quali la dr.ssa Gabrielle Singer, nonché madre di Zachary, venne insignita del premio Nobel per la chimica, la lega X10 era così leggera e indistruttibile da essere utilizzata anche in campo militare per la fabbricazione di tute protettive: grazie alla sua grande plasticità aderiva perfettamente al corpo come fosse una seconda pelle. Lo accesi immediatamente e non vedevo l'ora di provarlo. La seconda novità: al posto del PIN veniva richiesto il riconoscimento dell’impronta oculare e per poter proseguire dovevo provvedere immediatamente. “Fantastico!” esclamai sbigottito. Poi puntai lo smartphone verso Julia per visualizzare l'immagine del suo volto sul display. “Ok!” esclamai euforico. Poi, cliccai sull’icona a forma di astronave. Era la terza novità: il teletrasporto. Già, l’EM25 Enterprise ti permetteva di teletrasportati da un posto all’altro semplicemente accedendo all’applicazione Enterprise versione 1.0 scaricabile dal sito della compagnia telefonica Enterprise 3000. L’applicazione richiedeva le coordinate del luogo di destinazione. Mentre Julia e io, leggevamo il manuale delle istruzioni, qualcuno che ci osservava in silenzio mi diede una pacca sulle spalle. Mi voltai e con grande stupore mi accorsi che era il mio amico Zachary. “Che fate ragazzi?” “Cerchiamo di capire il funzionamento dell’EM25...”, gli risposi indaffarato, “tu l’hai già provato?” “Non ancora. Possiamo farlo insieme...” “Si...” Eravamo curiosi di provare la funzione del teletrasporto ma anche impauriti. Come quando ci si trova di fronte all’ignoto e non sai come comportarti perché ti trovi in una situazione che non conosci. “Hai in mente un luogo preciso dove testarlo, Zachary?” “Seguitemi…” Pagammo il conto e lasciammo il bar in tutta fretta. Raggiungemmo la metropolitana di corsa per non bagnarci: destinazione la periferia della città al riparo da occhi indiscreti. Al termine della corsa uscimmo dalla metropolitana e ci dirigemmo verso un luogo poco frequentato dalla gente. Le serrande dei negozi erano abbassate. La strada era disastrata. L’insegna della tabaccheria sull'isolato di fronte lampeggiava a intermittenza. Nonostante, avesse smesso di piovere, la serata, ancora gelida, non prometteva niente di buono. Prendemmo una stradina secondaria piena di buche e dopo circa due chilometri ci condusse in un vicolo cieco. La luce fioca del lampione lasciava il vicolo in penombra. Mi voltai verso Julia e Zachary: i loro sguardi brillavano nell'oscurità. “Allora, chi vuole provare il teletrasporto?” domandai eccitato. Volevo essere il primo a farlo ma Zachary non me l’avrebbe permesso. Alla fine, tirammo a sorte. “Tocca a me Kyle...”, disse Zachary sorridente. Poi mi strappò lo smartphone dalle mani. “Il solito fortunato…”, risposi rammaricato. “Calma, ragazzi. Non litigate”, ci interruppe Julia cercando di fare da paciere tra i due. Zachary inserì le coordinate di casa sua e prima di scomparire davanti ai nostri occhi increduli ci salutò: “Ciao ragazzi, ci vediamo a casa dai miei. E... non fate tardi” disse strizzandomi l'occhio. Rimanemmo in silenzio e inebetiti per un po' di tempo prima che una goccia di pioggia mi scivolasse lungo il viso e il rumore delle campane di una vecchia chiesa nelle vicinanze ci riportò alla realtà. “Andiamo Kyle, è tardi, i miei saranno in pensiero.” Julia era scura in volto perché aveva sforato il suo coprifuoco. I genitori, severi, l’avrebbero messa in punizione. Pioveva e tuonava, non c’era campo, rinunciammo al teletrasporto dirigendoci a passo svelto verso la fermata degli autobus più vicina. Il giorno dopo scoprimmo, sconcertati, che Zachary non era rientrato a casa. Rimanemmo basiti quando scoprimmo che L’EM25 aveva dei difetti di fabbricazione. E il software richiedeva un aggiornamento per il corretto funzionamento del teletrasporto, rilasciato solo alcuni giorni più tardi. Due giorni dopo quella sera, la polizia locale aveva fatto una scoperta raccapricciante. Grazie alla segnalazione di un passante, gli agenti di polizia avevano ritrovato il corpo di un ragazzo nel vicolo laterale vicino casa di Zachary. Il passante era uscito di casa per buttare la spazzatura nel cassonetto posto dai netturbini nel vicolo e si era accorto che c’era qualcosa di grosso e immobile vicino al cassonetto. In un primo momento aveva pensato a un cane randagio che stava rovistando tra i rifiuti in cerca di qualcosa da mangiare. Avvicinatosi, si era accorto che erano i resti, quasi irriconoscibili, di un uomo. Era completamente carbonizzato e il suo volto era tumefatto. La pelle era fusa con la carne e i vestiti. In mano stringeva un oggetto metallico scampato al rogo che brillava alla luce del sole. L’analisi dell’impronta dentale aveva rivelato l’identità della vittima: si trattava di Zachary. Ancora adesso ho i brividi al solo pensiero che potevo esserci io al suo posto. Mi duole ammetterlo, per una volta nella vita, la fortuna non mi aveva voltato le spalle. Anzi era stata così generosa con me! Il giorno dopo assistevo con lo sguardo cinereo al funerale di Zachary. Sedevo nell’ultima fila, in disparte, lontano dagli sguardi dei suoi genitori. Loro erano visibilmente provati per la morte del figlio. Non mi hanno mai accettato e dai loro sguardi capivo che mi odiavano fino a detestarmi perché non approvavano la nostra amicizia: appartenevo alla classe operaia, gli ultimi nella scala gerarchica. Grazie alle loro conoscenze, fu indetto il lutto cittadino per tutta la settimana anche se i riflettori sulla vicenda si spensero nel giro di qualche giorno e la vita, nella mia piccola città, ritornò alla normalità.
  2. Parigi. Come una pazza, corro avanti e indietro per la stanza. Dove mi trovo? Urlo a squarciagola per farmi sentire ma la mia voce si perde nel vuoto. La stanza è spoglia. Ci sono solo degli scatoloni impolverati e impilati uno sull'altro. Altri, sono ammassati su di una parete. Sono imprigionata: non ci sono porte e finestre, solo una piccola presa d'aria mi collega con il mondo esterno. Qualcuno mi ha narcotizzata e imprigionata. Morirò qui! Furiosa, prendo a calci e pugni le pareti ma a parte del calcinaccio che cade, non ottengo nulla. Riprendo a battere contro le pareti, a urlare, a correre per la stanza: percepisco solo un senso di disagio e solitudine. La stanza è sporca e fredda. Lo stomaco brontola. Ho le labbra secche. Mi siedo sul pavimento, incrocio le gambe. Aspetto con ansia che qualcuno mi liberi. Si saranno accorti della mia scomparsa? Scrollo le spalle. Nel frattempo, guardo la parete di fronte, qualcosa brilla tra gli scatoloni: forse è la luce di un neon che tarda a spegnersi. Mi alzo senza pensarci, corro verso la luce ma... vacillo. Cado per terra sfinita. Ho il fiato corto, il cuore pulsa a mille. Distesa sul pavimento, nel pieno caos ormonale, ripenso alla mia vita. Fa così freddo adesso, ho i brividi. È mattina? È sera? Mi sembra di essere qui da un'eternità. Fisso il soffitto. L'ansia mi toglie il respiro: dov'è il mio inalatore? Lo cerco nella borsa, ma dove l'ho messa? Maledizione! Sono prigioniera del tempo: è volato via come una rondine portandosi con sé anche i miei sogni. Stupido inalatore! Ahimè! Presto mi mancherà il respiro e morirò qui... sola... affamata... assetata... come un cane randagio che brancola nel buio in cerca di cibo e acqua. Ancora, grido a squarciagola finché non ne ho più, ma le mie urla si infrangono contro le pareti. Non c'è nessuno che possa ascoltarmi. Scrollo le spalle. Accarezzo il bracciale che mi ha regalato mio padre per trovare conforto. Chino il capo... un nodo in gola... vomito mentre le lacrime mi rigano il volto. Il tempo è fermo. Dentro e fuori la stanza. Stringo le spalle per farmi coraggio e accovacciata sul pavimento il mio pensiero ritorna a quella maledetta luce nascosta tra gli scatoloni. Quasi me ne dimenticavo. Se fosse la mia unica via di fuga? Cammino a fatica, claudicante, ma dopo pochi passi perdo l'equilibrio: cerco di sorreggermi agli scatoloni ma cadendo li trascino via con me. Da brava scout, resisto al dolore e mi rialzo. Coraggio Anaëlle! Il mio unico pensiero è raggiugere la luce. Sposto gli scatoloni ammassati sulla parete con il cuore in gola... mi fermo. Curiosa, decido di guardare cosa c'è dentro e li apro. Alcuni sono vuoti, altri contengono cartelle degli studenti immatricolati all'Università a partire dal 1985. Rimango in silenzio per pochi istanti, poi mi sembra di impazzire. I ricordi emergono in superficie e come schegge di vetro mi feriscono: fanno a brandelli la mia anima. Il passato non dimentica, vuole quello che gli spetta. Forse è colpa delle pillole che assumo per combattere la depressione se ho le allucinazioni. Maledizione! E adesso? Eccomi, intrappolata in una stanza mentre il bastardo se la ride. Sepolto... dimenticato... ma no! Quel sogno è rimasto chiuso nel cassetto per troppi anni... avverto una fitta al cuore... sprofondo nell'abisso. Le lacrime cadono, si posano per terra come pioggia. Mentre mi asciugo gli occhi sento qualcosa sulla mia pelle, le rughe mi solcano il volto come cicatrici indelebili. Sposto gli ultimi scatoloni che mi separano dalla realtà: la luce mi acceca. Chiudo gli occhi, trattengo il respiro, salto. Quando li riapro, capisco che sono alla fine di un viaggio. Mi trovo in una landa desolata mentre cammino a piedi nudi. Mi volto verso la strada, l'auto è sul lato della carreggiata, distrutta. Il sangue sgorga a fiotti dal mio ventre: non ci sarà mai una seconda possibilità. Guardo l'orizzonte. Il cielo è cinereo: incomincia a piovere a dirotto.
  3. Su di lui un cielo plumbeo e tambureggiante. Luke vomitò disgustato. Era in una grossa buca circondato da corpi mutilati e nella sua testa emergevano solo pochi ricordi: era diretto a Hill City con i suoi compagni prima di essere aggredito da alcuni non morti… quindi il nulla. “Paul… Sten… Carol… dove siete?”, l’eco dei loro nomi si dissolse nell’aria. Ancora un’ora e i pochi bagliori di luce che penetravano il cielo grigio avrebbero lasciato il posto all’oscurità. “Qualcuno mi aiuti!” gridò ancora ma l’urlo gli si strozzò in gola a causa delle polveri che aleggiavano nell’aria. Fissò smarrito la buca: “Che orrore! Non voglio finire così...”. Se voleva sopravvivere doveva agire in fretta: presto si sarebbe fatto buio e non era convenevole restare lì, solo. Scosse il capo disperato. Poi inspirò per farsi coraggio e cercò di uscire dalla buca ma non c’erano appigli a cui aggrapparsi e pensò di accatastare i corpi uno sull’altro per venirne fuori. I ricordi continuavano a emergere confusi nella sua mente e le lacrime a bagnargli il viso. “Che femminuccia!” pensò. Quando uscì dalla buca si accovacciò ai piedi di un grosso albero per rifiatare. Poi avvertì dei rumori di passi, foglie calpestate e rantoli che provenivano dal l bosco. Tremò. L’eco di quei suoni riecheggiò più forte. “Cosa è stato?”. Si voltò. Sgranò gli occhi. Il battito accelerò alla vista di quella figura che sbucò da dietro al grosso albero. Una maschera di sangue, con la pelle putrefatta e i visceri che pendevano dallo stomaco, lo afferrò per il braccio e lo azzannò alla spalla. Il sangue schizzò ovunque prima di cadere supino in preda agli spasmi e al dolore. Intorno tutto oscillava. Le fronde degli alberi mosse del vento assomigliavano ad antichi guerrieri danzanti che innalzavano le loro lance e i loro canti di gloria mentre offrivano la loro preda in sacrificio agli dei. Accasciato a terra, Luke osservava impietrito il non morto affondare i suoi denti nella sua carne e pensò al dopo. “Dio! È questo quello che diventiamo? Animali rabbiosi affamati di cibo?”. In quell’istante la sua fede vacillò. “È finita…” pensò ormai stremato ma qualcosa catturò la sua attenzione. Una donna, con il volto sfigurato e con un medaglione al collo, era a un tiro di schioppo, bofonchiò alcune parole. Luke chiuse gli occhi credendo di sognare e li riaprì un attimo dopo. Non lo era affatto un sogno: “Sei tornata a salvarmi?”. Questa volta la sua voce tremante si mescolò al fruscio del vento e ai rantoli dei non morti che procedevano in massa verso la strada che portava a Hill City. Poi Luke si fece coraggio e con le poche forze rimastegli si liberò della presa. Si sollevò da terra claudicante. Respirava a stento e sputava sangue. La terra sotto i suoi piedi continuava a oscillare. Tutto era sottosopra. Si voltò intorpidito. Il non morto era ancora lì pronto ad azzannarlo seguito da altri che confluivano verso di lui. “Pochi attimi ancora e sarò morto”, digrignò i denti. L’aria odorava di pioggia, il cielo tuonava. Un boato fece tremare la terra. Luke sussultò. La vegetazione ondeggiava e il bosco gli sembrò imponente. Un brivido lo accarezzò: più cercava una via di fuga, più gli sembrava impossibile. Inutile prolungare quell’agonia, pensò: né Dio né i suoi compagni lo avrebbero salvato. Tossì più volte per riempire i polmoni d’aria ma il sangue ostruiva la sua gola e si sentì soffocare. Cadde sulle ginocchia vinto. Sotto la pioggia battente, invocò la mano invisibile di Dio: “Finiscimi!”. Poi allungò un braccio verso la donna con il medaglione al collo che lo ignorò mentre alle sue spalle altri non morti si erano chiusi in cerchio intorno a lui. Luke si arrese all’ineluttabile: “Carol… uccidimi!”. Carol, con il volto a brandelli, gli strappò con un morso la carne dal collo. Gli altri non morti gli saltarono addosso. Luke sentiva il suo corpo dilaniato dai morsi. Il sangue fuoriusciva a fiotti. Accasciato per terra lasciò che la sua anima si liberasse di quel corpo ormai infetto.
  4. Il cielo era plumbeo. L'aria era gelida. Un uomo barcollante e con l'impermeabile grigio e sgualcito camminava in mezzo alla folla predicando la fine del mondo. La gente lo guardava sospettosa mentre qualcuno sussurrava: "È solo un folle! Andiamo via". Ma l'uomo continuava a farneticare: "Il nostro destino è segnato, moriremo tutti signori miei!". Poi, si volto', osservando il cielo e con la mano indico' qualcosa oltre l'orizzonte: "Guardate lassù... il giorno del giudizio è arrivato!". Un ghigno comparve sul suo volto prima di lanciarsi sotto un'auto in corsa morendo all'istante. Un gran botto. La gente per strada era basita. Sopra l'orizzonte, alcuni puntini luminosi incominciarono a oscillare su se stessi. Poi, diventarono sempre più grandi e numerosi: come tanti piccoli soli si muovevano verso Sky City. Il panico incomincio' a insinuarsi tra la folla accorsa sul luogo dell'incidente. L'uomo era riverso sull'asfalto in una pozza di sangue con la testa fracassata. Brandelli di cervello erano sparsi ovunque. In lontananza, il rumore delle sirene dell'ambulanza che arrivava era assordante. "Cosa sono quei corpi luminosi?". Qualcuno incominciò a temere il peggio e a fuggire. Un bambino piangeva mentre guardava un vecchio dolorante che cercava di rialzarsi da terra. Il vecchio barcollo', cadde, si rialzo' a fatica ma cadde ancora una volta per terra spinto dalla gente in fuga. Estrasse qualcosa dalla tasca della giacca e la strinse con forza tra le sue mani grandi e rugose. Sospiro', rassegnandosi all'inevitabile. Il suo sguardo si spense. Dall'altro lato della strada, un uomo e una donna osservarono la scena e accorsero in suo aiuto. Lo strattonarono sperando che si riprendesse ma il vecchio non rispose ai loro stimoli. Nella mano stringeva la fotografia di una bambina che il vento spazzo' via cancellando così il suo ultimo ricordo. "Non respira più. Andiamo via prima che sia troppo tardi" sussurro' la donna all'uomo afferrandolo per un braccio. "E il bambino? " domando' l'uomo perplesso. La donna corse verso il bambino e lo afferro' per la mano: "Muoviti, piccolo!". I tre crucciati correvano verso un luogo dove nascondersi: a due isolati più avanti c'era un vecchio edificio abbandonato e decadente. Era l'unica via di salvezza. Sull'insegna, malferma e impolverata, si leggeva ancora: STAZIONE FERROVIARIA DI SKY CITY. Con una forte spinta, la porta arrugginita e cigolante si aprì. La volta era semidistrutta e i muri mostravano delle crepe sparse ovunque. L'umidità si diffondeva lungo le pareti fino a giungere a terra come una macchia d'olio gigantesca. L'odore nauseabondo degli escrementi di ratto sparsi sul pavimento rendeva l'aria pungente e i tre malcapitati erano disgustati. La donna non riuscì a trattenersi e vomito'; il bambino guardandosi intorno, stranito, sembrava domandarsi: "Dove sono finito?". Al piano terra, al centro dell'enorme androne, c'erano un vecchio tabellone degli arrivi e delle partenze e un antico orologio non funzionante. Sulla sinistra, c'erano la biglietteria e l'ufficio informazioni mentre sulla destra l'ingresso di una galleria. Una vecchia locomotiva era ferma sulle rotaie. Non c'era corrente elettrica, poca luce filtrava attraverso ampie vetrate laterali, lasciando gran parte della stazione in penombra. I tre salirono le scale, pericolanti, che conducevano al primo piano, con il cuore in gola. Alla destra della tromba delle scale, c'era l'ufficio amministrativo e in fondo al corridoio, la contabilità. La porta dell'uffico amministrativo era chiusa a chiave, sigillata da un nastro adesivo, e su un cartello appeso al muro c'era scritto "VIETATO L'INGRESSO", ma l'uomo con un calcio la butto' giù. La stanza era spaziosa, fredda e ancora piena di scartoffie. C'erano tre scrivanie e due computer dimenticati lì da qualcuno. Di fronte alla porta, c'era una finestra che comunicava con l'esterno e da cui filtrava un po' di luce lasciando la stanza in penombra. L'uomo si avvicino' alla finestra e si sporse per dare un'occhiata fuori. Sgrano' gli occhi. "È terribile, Julia!" esclamo' terrorizzato, "Nel cielo, ci sono degli oggetti volanti che stanno distruggendo la nostra citta'". "Fammi dare un'occhiata, Thomas" gli disse sperando che si sbagliasse. Julia non aveva mai creduto all'esistenza degli extraterrestri. Gli oggetti volanti, che oscillavano nel cielo, emettevano dei raggi luminosi che colpivano il suolo polverizzando qualsiasi cosa che incontrassero mentre le urla e i gemiti delle persone per la strada si diffondevano nell'aria come echi assordanti. Un cane, colpito da un raggio luminoso, venne incenerito all'istante. Julia rabbrì e avrebbe voluto gridare la sua disperazione ma desistette per paura di essere scoperta, anche se dove si trovava, quelle cose non potevano vederla e sentirla. "Ho paura!" bisbiglio' il bambino sentendo i due borbottare. Julia lo strinse tra le sue braccia per rincuorarlo ma era inutile. Il bambino, ancora scosso, strillava. "Voglio tornare a casa" gli suppliccava con il volto rigato di lacrime. "Non è possibile, tesoro. Fuori è pericoloso" gli spiego' accarezzandogli il volto per tranquillizzarlo. "Quando sarà tutto finito, tornerai a casa. Te lo prometto, piccolo..." gli disse Thomas anche se in cuor suo sapeva che non era così. Il vecchio mondo non esisteva più. Ripresasi dallo shock iniziale, Julia penso' al da farsi: "Dove conduce la galleria?". "Non lo so. Ci sarà una mappa della stazione da qualche parte!". Thomas era furibondo. Incomincio' a dare calci e pugni contro ogni oggetto che capitava a tiro per sbollire la rabbia. Poi, calmatosi, rovisto' tra le cianfrusaglie e finalmente trovo' la mappa: "Eccoti qui!" urlo' euforico. Ben presto, l'euforia contagio' anche Julia. "Fammi vedere" gli disse quasi strappandogli il foglio dalle mani, "Noi ci troviamo qui, a Sky City Center, ci sono cinque fermate prima di raggiungere il quartiere di Annovera". "Annovera?". Thomas era disorientato. "Questa mattina mentre ascoltavo la radio, l'inviato di Canal 2 consigliava di andare lì, dove il Sindaco Morgan sta organizzando la Resistenza e dei centri di accoglienza. Poi, la trasmissione si è interrotta. Andiamo lì, non so cosa troveremo ad aspettarci ma non abbiamo scelta se vogliamo sopravvivere. Hai visto anche tu cosa sta succedendo la fuori...". "Che stiamo aspettando?" tuono' Thomas rigenerato dalle parole di Julia. Fuori, iniziava a piovere a dirotto. L'aria era appesantita da polveri e ceneri. C'era un frastuono incessante di passi e sirene spiegate. Un raggio luminoso scagliato da un oggetto volante cadde in prossimità dell'ingresso della stazione ferroviaria facendo un gran botto che si propago' all'interno della galleria. I tre accorsero al piano terra tramortiti: un grosso squarcio si era aperto nell'asfaldo stradale, davanti alla stazione, bloccando l'ingresso. I raggi luminosi lanciati dagli oggetti volanti continuavano a mietere vittime investendo e polverizzando i passanti sotto lo sguardo attonito dei tre malcapitati. "Forza, non possiamo più tornare indietro. Dobbiamo proseguire!" tuono' rabbioso Thomas guardando l'enorme squarcio davanti all'ingresso della stazione ferroviaria. Poi, cerco' di scuotere Julia e il bambino dal loro torpore e con forza li trascino' verso la galleria ma dei rumori di passi risuonarono nel silenzio dell'androne, attirando la loro attenzione. "Ascoltate..." sussurro' Julia. Un bisbiglio di voci e rumori di fondo provenivano dall'interno dell'ufficio informazioni. Thomas si diresse verso la porta di vetro e avvicino' l'orecchio alla vetrata per ascoltare: "C'è qualcuno qui dentro". "Quando te lo dico, apro la porta" sospiro' Julia mentre Thomas impugnava la sua mazza da baseball degli Yankee, un regalo di gioventù, "E tu, Victor stai indietro". Julia fece un cenno con la testa. Era il segnale... La porta si aprì di scatto cogliendo di sorpresa chiunque fosse nascosto in quella stanza. Thomas entro' e mentre stava per sferrare il suo attacco fermo' la sua corsa al grido di Julia: "Thomas, no! Sono disarmati e terrorizzati". Thomas li guardo' negli occhi: "Chi siete?". Dopo un breve silenzio, un uomo, calvo e tarchiato con la barba incolta e la pelle ricoperta di macchie rosse, si avvicino' a Thomas e Julia, abbracciandoli: "Sono Padre Albert e loro sono Melissa, Carl, Kurt e Adam". "Mi chiamo Julia, e loro sono mio marito Thomas e Victor. Questa mattina, abbiamo visto quelle strane luci nel cielo e siamo fuggiti prima di essere trasformati in carne da macello. Eccoci qua. Per ora, siamo al sicuro". "Ero in chiesa mentre celebravo la messa del Signore quando ho sentito le urla delle gente per strada. Ho visto un uomo arso vivo da un raggio luminoso e non lo nego ho avuto paura. Poi, il soffitto della chiesa è crollato e molti fedeli sono stati travolti dalle macerie. Non ho potuto far nulla per loro" disse Padre Albert scuotendo la testa. "Ho visto mia sorella che veniva inghiottita da un'enorme voragine apertasi dopo che uno di quei raggi luminosi ha colpito il viale di casa. Un attimo prima era lì sorridente che mi salutava poi, Nancy non c'era più" disse Melissa con il volto rigato di lacrime. "Ero per strada quando ho visto un uomo lanciarsi sotto un'auto in corsa. Un folle! Poi, è scoppiato l'Inferno sulla Terra. La gente è corsa via impazzita" disse Adam rigido come un palo fissato nel terreno. "E voi due?" chiese Thomas ai due ragazzi. "Eravamo a scuola quando il pavimento dell'aula ha incominciato a tremare. La scuola è crollata e molti dei nostri amici sono morti. Noi due siamo riusciti a fuggire ma adesso vogliamo tornare a casa per riabbracciare i nostri genitori. Siamo preoccupati per loro". "Capisco il vostro dolore, ma prima dobbiamo raggiungere l'altro lato della galleria. Una grossa voragine si è aperta davanti all'ingresso della stazione intrappolandoci al suo interno. L'unica via di fuga è attraversare la galleria sperando che prima o poi ci conduca da qualche parte. Julia e io abbiamo trovato una vecchia mappa dell'intera area e abbiamo deciso di raggiungere il quartiere di Annovera a piedi, dove si trova il Sindaco Morgan, che sta organizzando la Resistenza e dei centri di accoglienza. Secondo la mappa, Annovera non è molto distante da dove ci troviamo adesso e se i miei calcoli sono esatti ci vogliono sei giorni di cammino. Carl... Kurt... sulla mappa sono evidenziate delle uscite di emergenza che conducono in superficie. Prendendo una di queste potrete raggiungere i vostri genitori oppure potete venire con noi e chiedere asilo ad Annovera. Spero che per i vostri cari non sia troppo tardi". Thomas volle essere schietto per non alimentare troppo le loro speranze. Carl e Kurt annuirono: "Hai ragione, è meglio che veniamo con voi. Da soli non ce la possiamo fare". Passo dopo passo, l'aria nella galleria diventava più calda e pungente rallentando la loro corsa. Carcasse di ratti erano sparse ovunque ai lati e lungo le rotaie della stazione ferroviaria e le poche uscite di sicurezza erano bloccate da una sostanza opaca e inodore. "Siamo topi in trappola!" constato' Adam. Thomas strinse con forza in una mano una torcia e nell'altra la mazza da baseball degli Yankee. Maledisse l'ignoto: "Figli di puttana!". Le crepe lungo i muri diventavano sempre più grandi e profonde. L'umidità era insopportabile e dal soffitto, al passaggio del gruppo, precipitavano delle goccioline appiccicose che provocavano dei pomfi sulla pelle del corpo. Con il tempo, le goccioline avevano rivestito il pavimento di un sottile strato limaccioso e maleodorante. Ai lati delle rotaie, vi erano molte schiere di scarafaggi. Dei gas, ripugnanti e irritanti per gli occhi, fuoriuscivano da alcune fessure presenti lungo le pareti rendendo l'aria ancora più insostenibile. Comparvero, lungo il cammino, dei bozzoli di seta. Alcuni grandi quanto una mano, altri più piccoli. Molti di quelli più grandi erano schiusi: degli insetti neri, muniti di aculei lungo il dorso e di robuste mascelle, fecero la loro comparsa. Emisero dei suoni gutturali incomprensibili e fastidiosi. "Mio Dio! Che cosa sono?" sospiro' Julia mentre inavvertitamente ne schiaccio' uno che rilascio' un liquido verdastro gelatinoso che le lacero' la suola della scarpa. Rabbrividì. "Non fermatevi!", Thomas sprono' il gruppo a non mollare, "Proseguiamo...". Raggiunta la prima fermata, gli otto erano esausti e affamati. "Fermiamoci qui per la notte. Domani mattina riprenderemo il cammino". Thomas sapeva che gli altri erano provati, avevano bisogno di recuperare le forze e dormire per qualche ora. Fecero la conta dei viveri. "Noi abbiamo alcune scatole di fagioli e del pane. Un paio di bottiglie d'acqua. Voi cosa avete?" domando' Julia sperando che qualcuno avesse portato delle scorte di cibo. "Noi due eravamo a scuola e non abbiamo avuto il tempo di rifornirci" risposero i due ragazzi sconsolati. "Stavo celebrando la messa" disse Padre Albert scrollando le spalle. "E voi?" "Io ho della cioccolata" rispose Adam. "Io sono corsa per strada da mia sorella, non ho nulla con me". "Dobbiamo razionare quel poco che abbiamo, il viaggio è lungo..." sospiro' Thomas. Dopo essersi rinfocillati, razionato il cibo e l'acqua, la stanchezza li assali'. Mentre gli altri dormivano, Thomas era di guardia. Qualcosa lo privava del sonno: non si sentiva al sicuro. Mentre Thomas si preparava a rimettersi in viaggio, una gocciolina appiccicosa sfioro' il viso di Julia svegliandola di soprassalto. Un brivido caldo le accarezzo' la pelle. "Buongiorno, Julia!". "Buongiorno a te, Thomas...". I due si abbracciarono e si scambiarono effusioni prima di ripartire ma un rumore improvviso li scosse seguito da una successione di suoni gutturali assordanti. Il pavimento oscillo' e le pareti della galleria tremarono. Alcuni pannelli cadddero dal soffitto. Tutti si accasciarono al suolo tramortiti e si tapparono le orecchie con le mani per il rumore assordante! "Mi scoppia la testa!" disse Melissa dolorante. "Anche a noi" risposero in coro gli altri del gruppo. Thomas perdeva sangue dal naso e tremava, le sue gambe vacillavano e cadde per terra. Julia lo soccorse aiutandolo a rialzarsi. "Non mollare, amore mio!". Julia aveva gli occhi umidi. Dopo il trambusto, un silenzio inaspettato si diffuse nei tunnel della galleria mentre il gruppo proseguiva il cammino. L'angoscia ormai era l'unica compagna di viaggio e la speranza si affievoliva con il passare del tempo. La galleria sembrava non finire mai, sembrava non portare da nessuna parte. "Ho dolore alle gambe!", si lamento' Victor rimanendo sempre più indietro rispetto agli altri, "Sono stanco e affamato. Riposiamoci un po'" sospiro' affranto. "Non possiamo fermarci, Victor. Annovera non è lontana, ancora uno sforzo!" lo riprovero' Thomas. "Ne usciremo presto, te lo prometto" gli disse Julia abbracciandolo. Victor non riuscì a trattenere le lacrime e piansee: "Voglio tornare a casa". Padre Albert stringeva una vecchia Bibbia tra le mani e invocava l'aiuto di Dio: "Padre Nostro..." ma Adam lo zittì e lo percosse spintonandolo per terra. Poi, calci e pugni: "Taci! Vecchio! Dopo tutto quello che ci è successo, credi ancora in Dio?". "Figliolo, non sai quello che dici" lo ammonì Padre Albert con il volto tumefatto. Thomas afferro' Adam da dietro e lo allontano'. "Vergognati! Dobbiamo essere untiti e non prenderci a calci e pugni in faccia. Ognuno crede in quello che vuole". Adam sputo' a terra: "Una volta fuori, ognuno per la sua strada!". Melissa si avvicino' al vecchio sacerdote e lo aiuto' a rialzarsi: "Lo perdoni, Padre Albert". Carl e Kurt ancora provati accompagnavano il gruppo senza proferire parola. Il silenzio fu interrotto ancora una volta. Adesso, il rumore era più forte, fragoroso, e andava amplificandosi. Un varco laterale si apri' a un tiro di schioppo dal gruppo. Adam si avvicino' per dargli un'occhiata, quando qualcosa lo afferro' e lo trascino' nell'oscurità. "Che cosa è successo?" domando' Melissa con il terrore negli occhi. "Qualcosa ha afferrato Adam" sospiro' Victor abbracciando con forza Julia. "Andiamo via, adesso" irruppe Julia. "E Adam? Non possiamo abbandonarlo". Thomas scosse la testa angosciato. "Per quanto mi riguarda, può anche morire quel bastardo" lo interruppe Melissa per nulla preoccupata della sorte del compagno. "Mi dispiace per lui, anche se non era un santo. Melissa ha ragione dobbiamo proseguire prima che tocchi anche a noi la stessa sorte" disse Julia aggrottando la fronte. La dura realtà era venuta a galla: nessuno era al sicuro. Il gruppo avanzava a passo svelto lasciandosi alle spalle il buco che ha inghiottito Adam e molti misteri. Dopo due giorni di cammino, la visibilità nella galleria era ancora più ridotta. La fuliggine affaticava la vista del gruppo e la gola bruciava a causa delle polveri presenti nell'aria. L'olezzo nauseabondo di visceri sparse per terra e di sangue putrefatto evocava i pensieri più terribili tra i membri del gruppo. "Thomas, se dovesse accadermi qualcosa, promettimi di non lasciarmi qui a marcire. Non voglio diventare cibo per i vermi". "Non temere, Julia. Non accadrà mai. Ti porterò fuori di qui e poi, ho dell'esplosivo nello zaino. Nell'eventualità, so cosa devo fare". La cinse per i fianchi con tutta la forza che gli restava. Padre Albert continuava a invocare Dio ma la fede nel gruppo iniziava a vacillare. "Anche se non mi piaceva, Adam non si sbagliava affatto. Come può ancora credere in Dio dopo tutto quello che è successo? Può Dio volere questo?. È forse giunta la fine del mondo? Prima dell'attacco alla Terra, andavo in chiesa ogni domenica e pregavo Dio tutti i giorni. Certo, non sempre le cose andavano bene ma avevo una esistenza dignitosa. Ero felice. Il mondo è cambiato nel corso degli anni e c'è sempre meno solidarietà e benevolenza verso il prossimo. Mai e poi mai avrei immaginato una punizione così grande...". "No, Melissa. Dio non ti ha abbandonato... non ha voltato le spalle all'umanità anche perché Lui ci ha creato. Forse vuole metterci alla prova. Vuole che ognuno di noi si prenda le sue colpe e le espii. L'uomo ha bisogno di redimersi e forse l'unico modo per raggiungere la salvezza è quello di affrontare delle prove. A volte i sacrifici sono necessari. Se Dio riterrà opportuno anche il mio sacrificio, lo accetterò come ha fatto Nostro Signore morendo sulla croce. Non so se la fine del mondo è arrivata, so che devo continuare a pregare Dio se vogliamo salvare l'umanità. Non tutto è ancora perduto, devi avere fede..." "Fede? Non credo di averne per molto ancora...". Mentre gli altri del gruppo discutevano, Victor camminava in silenzio rimanendo più defilato. Osservava la galleria e contava i passi. La sua mente era altrove, alla sua famiglia. Poi, si volto' indietro e si accorse che Carl e Kurt non c'erano più. Si affretto' per raggiungere Thomas e Julia: "Aspettate! Carl e Kurt sono scomparsi nel nulla". Thomas e Julia si guardarono intorno. Avrebbero voluto chiamarli a gran voce ma avevano timore che quella cosa che aveva preso Adam avrebbe potuto attaccarli di nuovo. "Mentre torno indietro a dare un'occhiata, voi proseguite il cammino. Vi raggiungo al più presto". "No, Thomas! Non voglio che tu vada. Ormai per loro non c'è più niente da fare, saranno stati catturati da quella cosa. Ho paura. Affrettiamoci a raggiungere l'uscita della galleria". "Non preoccuparti, Julia. Farò molta attenzione... di me puoi fidarti...", le disse guardandola dritta negli occhi, "Non piangere, amore mio. Non accadrà nulla e poi, ho la mia mazza da basaball". Le sue labbra si curvaronono in un sorriso appena accennato. "Pregherò per te, figliolo!" "Non sarà necessario, Padre Albert, sarò da voi al più presto". Poi, si avvicino' a Julia e le diede un bacio prima di scomparire nell'oscurità. Julia guido' ciò che restava del gruppo verso Annovera. La strada stava divenatndo viscida e in salita. L'umidità traboccava dalle pareti. Raggiunta la terza fermata, i membri del gruppo ebbero un sussulto: l'aria era diventata improvvisamente gelida. Faceva così freddo nella galleria che un sottile strato di ghiaccio rivestiva la superficie del pavimento rendendolo ancora più scivoloso. Aveva i brividi per il freddo ma il suo pensiero era a Thomas: "Sono in pensiero per mio marito. Ormai dovrebbe averci raggiunto ma non è così". I suoi occhi non mentivano. Temeva il peggio. "Fermiamoci qui. Nel frattempo mangiamo qualcosa per recuperare le forze e riposarci. Vedrai che lo riabbraccerai di nuovo" le disse Melissa sorridente. Si rinfocillarono con i pochi viveri rimasti ma un rumore assordante scosse nuovamente la galleria. Poi, la terra sotto i loro piedi si sollevo' aprendosi in due metà. Un'enorme fauce afferro' Melissa trascinandola all'interno della voragine davanti allo sguardo terrorizzato degli altri membri del gruppo. Padre Albert fuggì via in preda al panico. Julia strinse tra le sue braccia Victor: "Andiamo via di qui". Mentre Julia e Victor tornavano indietro, qualcosa apparve dal buio: "Thomas!". I tre si abbracciarono. "Credevo fossi morto..." "Mantengo sempre le promesse..." "Carl e Kurt?" "Scomparsi nel nulla. E gli altri dove sono?". "Abbiamo deciso di fermarci e mangiare qualcosa nell'attesa di riabbracciarti ma poi quella cosa ci ha attaccati e ha preso Melissa. Padre Albert è fuggito..." "Maledizione! Da questo momento non dobbiamo fare alcun rumore. Quella cosa percepisce la nostra presenza". I tre dopo essersi ritrovati ripresero il cammino. Giunti in prossimità della quinta stazione, la galleria era interrotta da una frana e il panico li assalì. "Presto! Torniamo indietro e troviamo un'uscita di sicurezza. Ce ne sarà ancora qualcuna agibile..." disse Julia che non voleva rassegnarsi all'inevitabile. Qualche passo indietro, tutto sembrava perduto. "Niente da fare... la porta è bloccata ma non possiamo ritornare all'ingresso della galleria... è una follia e poi a cosa servirebbe... la strada è interrotta" ammise Thomas scuotendo la testa. "Possiamo usare la dinamite per aprirci un varco" propose Julia. Poi, Thomas illumino' con la torcia le pareti della galleria in cerca di un posto dove ripararsi dall'esplosione. Una smorfia di disappunto. Non sarebbero sopravvissuti al crollo: "Non credo sia una buona idea...". L'aria pungente e l'odore nauseabondo che aleggiava nel tunnel non aiutavano a pensare. L'ossigeno scarseggiava. La mente era intorpidita. "Maledizione! Che stupido che sono! Non c'è via di fuga e moriremo qui come topi in gabbia. Ho fallito, amore mio! ". Un senso di disperazione e impotenza lo assalì. "Non è colpa tua! Se non fossimo qui, saremmo già morti" gli disse Julia accarezzandogli il viso sporco di fuliggine per confortarlo. A un tratto, qualcosa attiro' la loro attenzione, c'erano tracce di sangue sparso ovunque lungo le rotaie. "Illumina da questa parte...". C'era qualcosa per terra. Thomas si avvicino' lentamente mentre il suo cuore batteva all'impazzata. "Che cosa c'è per terra?". "Sembrano resti umani...". Un corpo senza vita era lì: era sfigurato, mutilato con il cranio fracassato e gli occhi cavati. Brandelli di cervello erano sparsi vicino al cadavere riverso in una pozza si sangue. Il cuore gli era stato estirpato. "È Melissa..." Thomas riconobbe il suo braccialetto, ancora intatto, e la sua borsa. Julia sgrano' gli occhi quando Thomas con la torcia illumino' la parete di fronte: quattro bozzoli, più grandi di quelli visti in precedenza, erano appesi alla volta della galleria. "Scopriamo cosa contengono", Thomas con un coltellino a serramanico recise il bozzolo più piccolo, "Mio Dio... è Carl". Aveva il volto tumefatto e gonfio. Gli altri bozzoli contenevano i corpi di Kurt, Adam e Padre Albert. "Sono tutti morti..." sospiro' Thomas. Julia era scolvolta mentre Victor, a stento, tratteneva le lacrime. "È la fine..." penso' ormai Julia. Un botto improvviso li scosse mentre la terra sotto i loro piedi tremo' ancora una volta. Piccoli e grossi frammenti rocciosi continuavano a cadere dalla volta posandosi a terra e mettendo a rischio la loro incolumità fisica. L'eco di suoni incomprensibili si diffuse attraverso i tunnel della galleria. Qualcosa si mosse e venne verso di loro. Il suolo si sollevo' e si squarcio': un grosso buco si aprì a pochi passi da loro mentre due grossi vermi fuoriuscirono da quel buco. Non avevano occhi, possedevano lunghe fauci taglienti e si avvicinavano ai tre superstiti che cercavano una via di fuga ma la resa era vicina. Per un attimo, Thomas e Julia si guardarono negli occhi in cerca di un'intesa. "Victor, al mio segnale scappa il più lontano possibile..." disse Julia con il volto rigato di lacrime. L'uomo e la donna estrassero l'esplosivo dal loro zaino e con un cenno della mano invitarono il bambino ad allontanarsi. "Siamo qui brutti bastardi!" gridarono i due ormai sconfitti. Victor corse il più lontano possibile scomparendo nell'oscurità mentre l'esplosione polverizzo' ogni cosa nelle vicinanze, aprendo un varco nella galleria. Le prime luci del mattino illuminarono il volto di Victor sporco di sangue e fuliggine. La strada era ancora lunga ma nulla era ancora perduto, adesso.
  5. Magonza, 1484. Dietro la porta che si apre c'è qualcuno immobile nell'oscurità. Due puntini rossi osservano accorti. "Figliolo!", gridano a gran voce i coniugi Kratz, "Stai bene?" Thomas è seduto sul suo letto con le gambe incrociate, catatonico, con lo sguardo che fissa la parete di fronte e biascica parole blasfeme. Lo scuotono vanamente. La porta cigola mentre sbatte e una voce femminile echeggia nella stanza minacciosa: "Thomas è qui con noi." "Chi parla?" si interrogano i coniugi Kratz confusi. La mattina dopo decidono di rivolgersi al parroco del paese, Padre Albert. "Aiutateci, nostro figlio si comporta in modo strano!" dice la signora Kratz singhiozzando. "Ogni giorno, al crepuscolo, Thomas si rifugia nella sua camera e non vuole vedere nessuno... una sera mi sono nascosta in camera sua e l'ho osservato... il suo corpo prima immobile iniziava a contorcersi assumendo posizioni innaturali... sentivo dei gemiti... poi... mi ricordo... c'era qualcosa ai piedi del suo letto: due enormi occhi rossi che mi osservavano. Quando Thomas si è addormentato sono scappata via terrorizzata." La sera dopo, Padre Albert, perplesso, visita la casa dei signori Kratz in cerca di una spiegazione. Mentre salgono le scale che portano alla stanza di Thomas, il prelato stringe tra le sue mani una vecchia Bibbia e un crocifisso. I loro passi risuonano tra le mura come echi assordanti, fuori lampi e fulmini squarciano il cielo notturno anticipando il temporale. Segue un gran botto e una finestra si apre improvvisamente sospinta dal vento. Un urlo, straziante, proviene dalla cima delle scale. Accorrono immediatamente. La camera di Thomas è fredda, vi è l'odore pungente di urina ed escrementi sul pavimento. Il signor Kratz accende una candela per far luce: Thomas giace, tremante, nel letto con gli occhi sgranati, il viso tumefatto. Un gatto nero è rannicchiato sul bordo della coperta intento a osservarli. "È tuo il gatto, figliolo?" domanda il prete. "No, è della signora Augusta, la nostra vicina" dice con voce fioca. Prima di andarsene, Padre Albert lo benedice con l'acqua santa. Due giorni più tardi, il prelato torna dai coniugi Kratz ma non è solo. "Non temete, è Padre Abraham, uomo di fiducia di Sua Santità Innocenzo VIII." "Recentemente sono giunte a noi numerose storie di persone che si sono abbandonate al demonio. Sua Santità mi ha incaricato di farvi luce." Poi, Padre Abraham visita Thomas ormai moribondo mentre il gatto nero è lì che continua a fissarli. "È questo l'animale del quale parlavi?" dice Padre Abraham. "Sì." "Sembra che vegli sul ragazzo..." Il cielo notturno avvolge come un mantello il villaggio mentre la luna illumina il viale che porta alla casa di Augusta Reus. La porta è già aperta, un corridoio, umido e buio, conduce in un'altra stanza dove una donna, robusta e avanti con gli anni, è seduta su un tappeto. Delle candele accese sono disposte in cerchio. La donna incrocia le gambe e fissa la parete di fronte sulla quale c'è scritto: Thomas Kratz. Su un piccolo altare è sacrificato un gatto nero e l'odore nauseabondo della sua carne aleggia nella stanza. "Augusta Reus?", domanda Padre Abraham senza sortire alcun effetto. Poi, il fumo nero che aleggia sulla testa della donna li avvolge strozzando il loro respiro. Molteplici ombre compaiono sulle pareti e la scritta si moltiplica. La terra trema e dalle crepe nelle pareti emergono piccoli insetti neri che migrano verso il centro della stanza. Un ululato echeggia nella vallata, poi, altri ancora. "Guardie, arrestatela e andiamo via!" intima Padre Abraham. Mentre le guardie portano via la donna la porta d'ingresso si chiude facendo un gran fracasso, i vetri delle finestre si frantumano e le fiamme dei ceri si innalzano dando fuoco alla casa. La gente del villaggio assiste come in trance al rogo innalzado torce di fuoco e gridando: Thomas Kratz. Thomas è nel suo cortile: il cielo sopra si squarcia inghiottendolo all'istante spogliandolo del suo corpo e lasciando solo una scia di fumo. Incomincia a piovere a dirotto.
  6. Quando iniziarono a manifestarsi i primi sintomi non diede alcuna importanza al cambiamento a cui stava andando incontro.Era solo qualche vuoto di memoria che attribuiva alla stanchezza. Non è niente… domani andrà meglio, si ripeteva. Poi, capitava di non ricordare nomi e volti di persone che conosceva da anni. E dove un tempo c’erano lande deserte ed erbacce sorgevano grattacieli. Dove una volta c’era la sua casa sorgevano vecchie mura decadenti. In che diavolo di posto mi trovo? Il dubbio si insinuava nella sua mente.Frustrato e disorientato, non capiva perché gli oggetti non erano mai al loro posto e attribuiva la colpa a sua moglie. Sei tu che li sposti… le diceva rimproverandola. Amava la compagnia e organizzava piccole cene con gli amici ma diventava sempre più difficile esprimersi con le parole. Iniziò a odiare quella gente e i loro sguardi compassionevoli fino a disprezzare la loro compagnia. Non capisco… Il mondo sta cambiato, le persone sono diverse. Come una bolla di sapone, il suo mondo era scoppiato all’improvviso. Pensava che qualcuno si divertisse a cancellare i suoi ricordi obbligandolo all’isolamento. Pillole. Aghi. Flebo. Apparecchi vari. La sua abitazione assomigliava sempre più a una corsia di ospedale. È per il suo bene, gli ripetevano gli infermieri che lo assistevano. Anche se indossavano un camice non avevano alcuni diritto di dirgli cosa fare. Quanto li detestava! Con il tempo, la sua mente aveva smesso di ricordare. Dormi amore mio… i mostri non esistono… Ti voglio bene mamma… L’oscurità lo accolse a braccia aperte. Niente aveva più importanza. Qualche visita sporadica, poi la solitudine. Provava rabbia verso il mondo lì fuori e un vuoto incolmabile si stava pian piano impadronendo del suo cuore. La vecchia vita non esisteva più, solo i ricordi le tenevano compagnia. Passava intere giornate a rovistare tra le foto e i vecchi cimeli di famiglia. Quanto le mancava quell’uomo così accigliato! Lo guardava accarezzando l’idea che un giorno potesse tornare in sé. Non ci pensare nemmeno! Adam… cosa credi… la malattia è devastante non solo per te ma anche per chi ti ama… tu vuoi mollare, fallo… e cosa dovrei dire io? Sono troppo vecchia e stanca per combattere ma non voglio perderti.., gli urlava in faccia quando lo vedeva di fronte alla finestra con strane idee per la testa. Dagli scatoloni di cartone, conservate con molta cura in cantina, estrasse delle vecchie cassette che custodivano i loro segreti più intimi: i ricordi della loro giovinezza. Accese il proiettore e i fotogrammi scorrevano senza freni davanti ai suoi occhi stanchi e umidi ma ancora vividi. Non aveva mai immaginato di ritrovarsi, sola, a ripensare al suo passato. Lo studio di Adam era diventato ormai il suo rifugio, quasi un santuario dove pregare e trovare conforto. Era ampio e quel giorno era ben illuminato dai raggi del sole che filtravano attraverso le tende di lino. Lo studio era ben arredato. Chi entrava in quella stanza non poteva non notare la grande libreria in ciliegio con incisioni lavorate a mano e ben definite e gli scaffali stracolmi di libri di ogni genere. Al posto della scrivania, adesso c’era un vecchio letto di fronte alla finestra in cui giaceva uomo inerme legato a delle macchine e con una flebo attaccata al braccio. Respirava regolarmente e il suo volto era sereno. Chiunque avrebbe pensato che dormisse. Era seduta accanto al letto, così minuta e con gli occhi gonfi, gli teneva ben stretta la mano e mentre lo guardava e lo accarezzava gli sussurrava parole dolci quasi vergognandosi di quel suo gesto: “Adam… oggi è il nostro anniversario… ti amo amore mio…”. Lo baciò sulle sue labbra prima che le lacrime rigassero il suo volto. Prese il mazzo di tulipani che aveva comprato quella mattina quando aveva deciso di uscire di casa per schiarirsi le idee e lo depose con molta cura in un vaso sul davanzale della finestra. Sono per te, amore mio! Si asciugò le lacrime con un fazzoletto. Scostò le tende così che i raggi del sole potessero invadere la stanza. Che bella giornata! Sorrise. Mai più l’oscurità doveva interferire con la loro esistenza. Mai più le ultime parole pronunciate da Adam, Tu chi sei?, dovevano riecheggiare nella sua testa. Mai più doveva sentirsi un’estranea agli occhi dell’uomo che amava. Mai più… Quando aprì la porta, due uomini in abito scuro e un uomo calvo e tarchiato gli apparvero di fronte. Non provavano alcuna compassione per quella donna ma solo rispetto per la sua decisione. Aggrapparsi all’impossibile anche quando le ultime resistenze vacillano e la speranza che Dio possa esaudire le tue preghiere muore con esse. “Buongiorno, Signora Harris…”, le disse uno dei due uomini in abito scuro mostrandole il tesserino di riconoscimento: Vincent Johnson della J.J. Godman Corporation. Dopo aver attraversato un lungo corridoio in penombra li condusse in un’ampia stanza: lo studio di Adam Harris. “Accomodatevi…”. “Da parte del Signor Godman…” disse porgendole dei fogli di carta l’uomo che prima le aveva mostrato il tesserino ma la donna sembrava assorta nei suoi pensieri. “Abbiamo bisogno di qualche firma prima di procedere… è la prassi…” disse l’altro uomo in abito scuro aggrottando la fronte. “È come se dormisse” disse la donna mentre spegneva il proiettore e riponeva le cassette nella scatola di cartone. Poi, diede un ultimo bacio all’uomo disteso nel letto e afferrò i fogli di carta. Non li degnò di uno sguardo e li firmò senza alcun indugio. Anche se Adam era sempre stato scettico nei confronti della medicina sperimentale, non provava alcun rimorso per quello che stava facendo. “Spero ne valga la pena…” borbottò la donna. “È la scelta giusta, non se ne pentirà” le dissero compiaciuti i due uomini in abito scuro. “Sono i risparmi di una vita…” sospirò la donna… “Diteglielo al Signor Godman…” “Non ha nulla da temere. È in mani sicure…” “E adesso cosa ci aspetta?” chiese la donna con voce flebile. In quel momento, si fece avanti l’uomo calvo: “Sono il dr. Colton Wright, preleverò un suo campione di sangue e di suo marito che analizzerò nei prossimi giorni. Se non ci saranno intoppi procederemo con la fase successiva”. Le sembrava che il tempo si fosse fermato. La malattia era solo un lontano ricordo. Poi voltandosi verso la finestra, sospirò: il cielo terso le riempiva il cuore di speranza. “Ma quando ci sveglieremo… ricorderò chi sono? Riconoscerò mio marito e Adam mi riconoscerà?” domandò la donna per scacciare gli ultimi dubbi. “Certo. E… non lo dimentichi Signora Harris, non a tutti è concessa una seconda possibilità” le disse l’uomo calvo per rincuorarla. Una settimana dopo, un suv di colore nero prelevò i coniugi Harris dalla loro abitazione. “Dove stiamo andando?” sospirò la donna mentre guardava la sua casa per l’ultima volta. “A Phoenix” rispose, con un sorriso fugace, l’uomo alla guida del suv. L’uomo era fermo accucciato all’ombra di una quercia. Solo. Fissava la linea dell’orizzonte da chissà quanto tempo senza avere un’idea di dove si trovasse. Lo stomaco brontolava, le labbra secche e screpolate gli procuravano fastidio. Perdeva sangue dal labbro inferiore. Starne voci nell’aria riecheggiavano nella sua testa torturandolo: l’afferrò con le sue mani scuotendola ma continuava a sentire. Il sibilo del vento le interruppe. Guardò oltre il promontorio e pensò con dispiacere: forse era di quelle parti anche se non lo ricordava. Scavò nella sua memoria con rabbia ma le immagini rimbalzavano confuse. Cosa mi è capitato e dove sono tutti quanti? Non tutti i suoi ricordi erano svaniti ma molti erano prigionieri del suo subconscio. Intorno c’erano solo spazi immensi e selvatici: come sono arrivato qui? Provava nell’ordine: inquietudine, turbamento, senso di vuoto e una solitudine interiore che non gli dava pace. Ricordava un letto, una stanza fredda e dei rumori di passi. Era frastornato, confuso e sfinito come se era alla fine di un lungo viaggio e temeva che il peggio dovesse ancora venire… Vivo un sogno di cui non comprendo il significato e dal quale non riesco a svegliarmi o forse sono morto e la mia anima è in attesa di giudizio? Chiuse gli occhi per un breve istante: un’immagine apparve all’improvviso nitida. Con grande fatica afferrò il ricordo… Minacciava pioggia. I fulmini squarciavano il cielo plumbeo. Il vento soffiava forte facendo sbattere le ante delle finestre. Eva non era ancora tornata dal suo viaggio di lavoro, aveva avvisato che sarebbe rincasata tardi per il maltempo. Morivo dal freddo e accesi la legna nel camino del salotto di casa per riscaldare l’aria nella stanza. Sdraiato sul divano sorseggiavo un bicchiere di Merlot e guardavo Han Solo e compagni in Guerre Stellari per ingannare l’attesa, poi qualcosa attirò la mia attenzione. Un boato rimbalzò fino alla mia stanza facendomi sobbalzare dal divano in preda al panico. I muscoli erano tesi. Guardandomi intorno cercai un nascondiglio sicuro: “Che cosa è successo?”. I muscoli erano tesi. Ricordo un andirivieni di passi e dei rumori incomprensibili che provenivano dal corridoio. Qualcuno o qualcosa era dentro casa mia… Ma era casa mia? La percezione del sogno diventava distorta. Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta. Tremante e madido di sudore diedi una rapida occhiata al corridoio. I suoni provenivano dalla stanza in fondo. Adagio, la raggiunsi e guardai dentro: c’erano degli sconosciuti che mi fissavano compiaciuti. Uno di loro si avvicinò e mi disse: “Non aver paura… rilassati…”. Ma il mio cuore non voleva saperne di ascoltarlo. Così caddi tramortito come colpito da un pugno in faccia. Era seduto con le gambe incrociate accanto alla grossa quercia e continuava a osservare la linea dell’orizzonte, interrogandosi sul suo destino. Ovunque fosse capitato, sembrava che la tempesta non fosse mai arrivata. La terra non era umida e l’aria era calda. Il cielo era terso e il sole era splendente. Le rondini volteggiavano armoniose mentre un minuscolo passerotto saltellava vicino ai suoi piedi… un… due… tre… e quindi volava via strizzandogli gli occhi come se volesse ricordargli che la vita andava avanti incurante di quello che gli era successo. Era madido di sudore, lercio, aveva il corpo ricoperto di un gel biancastro inodore, perso in un posto sconosciuto e con indosso un camice bianco, era affetto da amnesia e aveva una fame e una sete terribile. Senza sapere il motivo, stringeva con forza nella mano un braccialetto di plastica con inciso il numero 10. Era tutto ciò che lo legava ancora al suo passato e perderlo significava non tornare più a casa. A fatica, si mosse da lì. Il suo corpo si rifiutava di collaborare come se, lì, accovacciato sotto quella quercia, fosse il suo posto. Cercò qualcosa a cui aggrapparsi ma intorno c’era solo una terra desolata. Aveva bisogno in quel momento di qualcosa che lo confortasse. Un volto. Un oggetto. Un ricordo familiare. Qualunque cosa che gli desse speranza ma non trovava nulla di tutto ciò. Più avanti c’erano tracce di una vecchia strada sterrata dove apparivano numerose impronte di qualcuno che si era diretto a Sud. Seguì la strada sterrata pregando Dio che lo portasse da qualche parte. Ammesso che esistesse ancora un posto da raggiungere e un Dio da invocare. Il sole era basso sull’orizzonte quando si trovò di fronte a un bivio. Sgranò gli occhi in cerca di qualcosa, un indizio. C’erano rifiuti sparsi ovunque: forse era una vecchia discarica abbandonata. Disperato, diede un’occhiata in giro e cercò un paio di scarpe da calzare. Se qualcuno lo avesse visto lo avrebbe scambiato per un vagabondo che rovistava nella spazzatura! Arrossì per la vergogna. Al centro del bivio, per terra, c’era una vecchia insegna arrugginita. Qualche lettera era stata cancellata dal tempo ma riuscì in qualche modo a leggervi qualcosa: Phoenix 5 km Diede un calcio violento a un sasso che era lì nelle vicinanze per sbollire la rabbia per poi finire in un piccolo canyon. Per un istante fu tentato, ci pensò eccome: forse lasciandosi cadere avrebbe raggiunto l’infinito e quel senso di vuoto che provava sarebbe finito all’istante. Scartò l’idea e si sforzò di proseguire… Procedeva a stento. La distanza si accorciava, pochi metri lo separavano dalla città. Finalmente, alcune costruzioni, appesantite dal tempo, apparivano ai suoi occhi prima che potesse arrendersi. Delle luci accese! Una flebile speranza scaldò il suo cuore. Qualcuno viveva in quella città… Sentiva dei rumori provenire dall’abitazione sull’isolato alla sua sinistra e si affrettò a raggiungerla. Bussò alla porta, ma nessuno rispose. Dai rumori, gli era apparso che ci fosse qualcuno in casa. Gli era apparso di vedere delle luci accese… forse era poco lucido per la stanchezza. Era quasi buio. I raggi del sole si nascondevano tra i vicoli per poi scomparire e l’oscurità stava calando sulle grigie costruzioni di cemento. Morirò di freddo se non troverò un rifugio per la notte. Dolorante e claudicante per le vesciche ai piedi, bussò a un’altra porta e poi a un’altra ancora invocando l’aiuto di qualcuno perché aveva bisogno di un posto caldo per rifocillarsi e riposarsi. Nessuno gli aprì. Si domandò: non vedete che per strada c’è un uomo moribondo che invoca il vostro aiuto? Volete che muoia? Manco da casa da molto tempo… qualcuno avrà denunciato alla polizia la mia scomparsa? Ci sarà un ospedale in questa città? Ci sarà qualcuno che avrà compassione di me e mi accoglierà in casa sua? E se così non fosse ci sarà una chiesa dove avranno pietà della mia anima? Advertisement Poi, sentì un nodo alla gola e una fitta al torace come se qualcuno stringesse forte il suo cuore tra le sue mani. Le sue gambe vacillavano e barcollò per un breve tratto di strada. La salivazione aumentò. Cercò un appiglio a cui sorreggersi per non cadere a terra esausto. In quella città non viveva nessuno, ad accoglierlo c’erano solo polvere e fango. I palazzi gli ruotavano intorno. Dapprima l’oscillazione era lenta, poi diventava vigorosa e improvvisa, come se si trovasse su una giostra al Luna park. L’oscurità calava e prima che la vista gli si annebbiasse una luce si accese nella casa di fronte. La porta di casa si aprì e una giovane donna gli venne incontro di corsa ma prima che la sua mano lo afferrasse… chiuse gli occhi. Quando li riaprì, ancora frastornato e debilitato, si accorse di essere disteso in un letto confortevole con una flebo al braccio. Quella donna aveva avuto compassione e lo aveva trasportato in ospedale. Seduto sul letto, osservava la stanza ma qualcosa non tornava: era vuota, fredda e sporca per essere la stanza di un ospedale. Un brivido accarezzò la sua pelle. Rimosse l’ago della flebo dal braccio e corse agitato verso la porta. Si affacciò e notò che la luce al neon lampeggiava nel corridoio e l’intonaco delle pareti cadeva a pezzi. Voleva chiamare qualcuno ma le urla gli rimanevano strozzate in gola: suoni astrusi e atoni fuoriuscivano dalla sua bocca. Che cosa mi ha fatto quella donna? Il battito del suo cuore accelerò improvviso mentre le tempie gli pulsavano tanto che la testa gli sembrava che stesse per esplodere. Percepiva la stessa frustrazione di quando si trovava di fronte a un enigma a cui non trovava una soluzione. Poi, i ricordi riemergevano nella sua mente come lampi improvvisi. La mia stanza era avvolta nella penombra, scostai la tenda rossa per dare un’occhiata fuori, la luce pervadeva il mio spazio: il sole era già alto nell’infinito azzurro. Abeti e pini dominavano il promontorio. La mia Cadillac Seville berlina era ancora lì parcheggiata di fronte al ristorante messicano. Mi girai nel letto e guardai Eva, era tornata. Mi voltai e guardai l’orologio sul comodino accanto al letto: erano le otto. I numeri sullo schermo lampeggiavano a intervalli regolari come se volessero ricordarmi qualcosa che avevo dimenticato. Cosa? Mi sforzavo di ricordare ma ogni tentativo falliva miseramente. Frustrato tornavo a dormire. All’improvviso, sentii dei rumori di passi e l’eco di suoni confusi. Forse provenivano da fuori, diedi un rapido sguardo alla finestra, non c’era nessuno nei paraggi. Mi avvicinai alla porta e il brusio aumentava. Provenivano dal corridoio. Poi, sentii dei passi provenire dall’appartamento accanto. Avvicinai l’orecchio alla parete per ascoltare meglio: era il vicino dell’appartamento accanto. Sospirai sollevato… Ma i rumori non cessavano. Avevo i nervi tesi. Sospiri affannosi. Lamenti. Rumori di passi e porte che sbattevano. Qualcosa si celava anche nella penombra del corridoio. La paura mi assalì, mi sentivo in pericolo e temevo per la vita di Eva. Dobbiamo fuggire da qui e subito, maledizione! Cercai di raggiungere la porta della mia stanza per chiuderla e impedire a quella cosa di entrare ma una forte scossa mi colpì al petto. Passerà, pensai. Una seconda scossa mi colpì e poi un’altra ma questa volta mi piegai sulle ginocchia per il dolore. Stavo morendo? Mi domandai portandomi la mano al cuore. Le voci dal corridoio si fecero più insistenti e sempre più minacciose. Eravamo in trappola, sospirai agitato. Tramortito e dolorante, scostai la tenda e guardai di nuovo fuori timoroso. Nulla. Mi voltai il letto era vuoto. Non c’era alcuna traccia di Eva. Era scomparsa. O forse Eva era frutto della mia immaginazione? Eppure ricordavo il suo volto e il suo profumo. Non potevo essermela immaginata. E loro chi erano? C’erano delle persone vicino alla porta che indossavano dei camici verdi che parlavano tra di loro. Man mano che si avvicinavano, i loro sguardi compiaciuti mi intimorivano e indietreggiavo di qualche passo, mi voltai verso la finestra, tra me e l’unica possibilità di fuga c’era solo il vuoto. Quelle persone continuavano a guardarmi e parlare in un linguaggio che non conoscevo. Cosa volevano dal sottoscritto? Che lingua parlavano? E in che posto mi trovavo? Il brusio era così assordante che preferivo saltare giù dalla finestra e farla finita. Il rumore di fondo che li accompagnava riecheggiava nella mia mente. Mi scoppiavano i timpani e con fare naturale portai le mani alle orecchie cercando di tapparmele. Sudavo freddo. Il cuore batteva velocemente, sentivo pulsare tutte le vene del corpo. Adesso esploderà… L’aria che respiravo si fece ripugnante, sentivo un forte nodo alla gola. Tossii più forte che potevo perché credevo che qualcosa mi togliesse il respiro. Mi tremavano le gambe per lo spavento. Perdevo sangue dalle orecchie e dal naso. Il mal di testa mi devastava. La stanza girava intorno a me. Pareti. Oggetti. Tutto. Un senso di abbandono si impadronì di me. Volevo gridare per chiedere aiuto ma solo parole prive di suono fuoriuscivano dalla mia bocca. Stordito. Confuso. Paralizzato. Non sapevo come definire la mia condizione. In pochi istanti, sentii una fitta allo stomaco accompagnata dalla nausea. Il dolore aumentava. “Lasciati andare”, mi sussurravano le loro voci. “Lasciatemi stare bastardi”, gli imploravo di andarsene, “Mi butto giù se non ve ne andate…”, gli dissi minacciandoli. Barcollavo ma riuscii comunque ad aprire la finestra: “Non scherzo…” continuai a ripetergli. Mi affacciai e mentre guardavo la strada, l’aria di fuori gelò il mio corpo esausto e sussultai per il freddo inaspettato. Poi, il buio. Quando si risvegliò un odore nauseabondo permeava la stanza mettendo a dura prova le sue narici. Un grande specchio rifletteva l’immagine di un uomo disteso per terra. Spaesato, diede una rapida occhiata intorno: il corpo di uno sconosciuto, inerme, era disteso sul pavimento e immerso in una grossa chiazza rossa. Il suo volto era tumefatto e gli occhi erano completamente spalancati, vitrei, guardavano il soffitto privi di vita. Si diresse verso lo sconosciuto e lo esaminò cercando delle risposte. Aveva i capelli rasati. Indossava un camice bianco e un braccialetto su cui era inciso il numero 9. Era scalzo. Non ricordava di conoscerlo. Decise di andarsene di lì prima che le stesse persone che avevano ucciso quell’uomo tornassero. La porta della stanza si apriva in un corridoio umido, le cui pareti erano coperte di muffa. Al termine del corridoio c’erano due stanze. Quella sulla sinistra aveva una porta di legno di ciliegio. Provò a girare la maniglia ma era chiusa a chiave. L’altra era aperta. Entrò, e di fronte all’ingresso c’era un’altra porta. Camminava adagio, tremante e incerto se aprirla. E se loro sono lì dietro ad aspettarmi? Ma se non aprirò la porta non scoprirò mai la verità! Si fece coraggio. Girò la maniglia, la porta cigolando si aprì… sgranò gli occhi per lo stupore: c’erano dei sacchi ammassati uno sull’altro. Li aprì uno alla volta e il suo cuore gelò per la scoperta. I sacchi contenevano dei cadaveri con un braccialetto al polso. Erano corpi deformi. I braccialetti erano numerati. La tachicardia aumentò di fronte a quella visione sconcertante. Le sue gambe vacillarono, le pareti gli si stringevano attorno e il soffitto si abbassava lentamente. Respirava a fatica: si sentiva soffocare. Il suo mondo… quei corpi lo turbavano… e quei braccialetti numerati… uno, due, tre, quattro, cinque, sei… sette… otto… chi sono quelle mostruosità? Poi, accanto ai sacchi, c’era uno squarcio nel muro. Guardò attraverso l’apertura: c’era un diario, appoggiato su un piccolo scrittoio di legno, che nascose nella tasca del camice per leggerlo in un secondo momento, e accanto c’era una campana di vetro dentro cui era imprigionato un uomo anziano che galleggiava in un liquido incolore. L’uomo sembrava dormisse e assomigliava così tanto a quei giovani corpi… vomitò… Attraversò l’apertura a fatica e si avvicinò alla campana di vetro sui cui era scritto: Adam Harris. Di corsa, raggiunse la stanza del risveglio dove si ricordò del grande specchio che rifletteva l’immagine dell’uomo senza vita. Si tolse il camice bianco e lo appoggiò sul letto. Lentamente, alzò gli occhi e si guardò allo specchio. Osservava il suo corpo nudo con le sue imperfezioni. Aveva i capelli rasati, le pupille rosse e dilatate, il viso turgido. Alcune vene erano grosse come solchi. Notò il braccialetto al polso e si ricordò di quando era seduto sotto la quercia e lo stringeva tra le mani. Che cosa significava tutto questo? Dietro ai suoi dubbi si celava la dura realtà: era una delle tante copie imperfette dell’uomo congelato nella campana di vetro. Forse era il risultato di un esperimento che stava per abortire. Toccava anche a lui morire come tutti gli altri. Ma lui voleva vivere. Si sentiva come un bambino appena nato che voleva scoprire il mondo. Doveva agire in fretta se non voleva diventare spazzatura ma ridotto come era non avrebbe fatto molta strada. Era a un passo dalla fine. Poi, sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa della serratura della porta. Lo scricchiolio delle travi del pavimento annunciavano l’arrivo di qualcuno. Sgranò gli occhi davanti a quella visione: era una donna affascinante, nel pieno dei suoi anni, minuta con due occhi grandi e tersi. Lo fissava come quando incontri qualcuno che non vedevi da anni. Scoppiò in un lungo pianto. Le sue lacrime le rigavano il volto e lo turbavano. Quella donna si avvicinò e gli toccò il viso: “Adam, sei tu?” Quel gesto e quelle parole lo colsero di sorpresa: “Chi è Adam?” La donna trasalì. “Mi avevano assicurata che tutto sarebbe tornato come prima…” Piangeva e lo stringeva tra le sue esili braccia. “Non andartene più via, amore mio…” “Io… non capisco… chi sei?” le disse l’uomo sconvolto. “Non ti ricordi nulla? Sono Eva… tua moglie… tu sei Adam… il mio Adam… mi avevano assicurata che avresti ricordato… forse per te ci vuole più tempo. Avevi perso la memoria e forse per questo hai bisogno di più tempo per ricordarti di me… di noi…“. “Io… voglio tornare a casa…” “Ti riporterò a casa ma adesso devi riposare… vedo che non stai ancora bene…” disse tenendolo stretto fra le sue braccia. La donna lo prese per mano e lo condusse nella stanza chiusa a chiave. Di fronte alla finestra c’era un vecchio letto matrimoniale. La finestra si affacciava sul promontorio. “Adesso dormi… domani mattina ti spiegherò tutto” disse Eva con gli occhi ancora umidi. Adam la guardò smarrito. Non capiva il significato delle sue parole. Chi era quella donna? E perché diceva di essere sua moglie? La porta si chiuse dietro di lui. Il sole era già basso sull’orizzonte e presto l’oscurità lo avrebbe avvolto nel suo letto ma non riusciva a chiudere occhio. Pensava a quei corpi senza vita chiusi nei sacchi della spazzatura. Adam non si sentiva affatto spazzatura. Era vivo. Il suo cuore batteva. Le sue emozioni erano reali. Non morirò senza aver vissuto un solo giorno! Cercò dei vestiti nell’armadio sulla destra del letto ma trovò solo un camice bianco. Poi, senza far rumore, cercò di aprire la porta della stanza ma era chiusa a chiave. Si fece coraggio, con le lenzuola fece una corda ben salda e si calò giù dalla finestra. A piedi scalzi attraversò il viale acciottolato e scivoloso. Un silenzio surreale era calato sulla città. Ogni vicolo che prendeva gli sembrava identico all’altro. Si sentiva come un animale chiuso in gabbia. Una gabbia da cui non riusciva a uscire e che lo soffocava. Guardò in alto affidando la sua ultima speranza al fato. La volta celeste assomigliava a un enorme mantello nero pronto ad avvolgerlo. Sospirò. Gli sembrò che la luna gli indicasse la strada da seguire fin quando si trovò per caso davanti a una strada sterrata. C’erano delle orme, ovunque. Seguì le tracce che lo condussero ai piedi dell’enorme quercia che aveva imparato a conoscere e che assomigliava tanto al custode di quella terra desolata, si fermò per riposare. Mentre rifletteva sulla sua esistenza incominciò a sfogliare le pagine del diario che aveva trovato in quella casa: Adam Harris, maschio, bianco, anni 30, New York… Poi, si addormentò sopraffatto dalla stanchezza. Quando si svegliò, le prime luci del mattino gli accarezzavano il volto. Anche se era di nuovo al punto di partenza le sue labbra si curvarono in un flebile sorriso. La vita mi aspetta! Riprese il cammino carico di speranza.
  7. Sierra Leone. Il vento soffia sulla costa atlantica muovendo le fronde delle mangrovie e annunciando l'arrivo del temporale a Kenema. L'oscurità cala sulle modeste dimore avvolgendole con il suo immenso mantello stellato e costringendo i pochi raggi di luce rimasti a nascondersi altrove. La luna primeggia in alto nel cielo compiacendosi di tutto il suo candore. Tutti dormono nel villaggio. Padre Bernard attraversa un viale acciottolato che precede l'entrata in una casa costruita con travi di teak stringendo la sua vecchia Bibbia al petto e osservando la quiete che lo circonda. "Un po' di pace" bisbiglia compiaciuto. Sulla porta è inciso un simbolo sconosciuto mentre le fiammelle delle candele accompagnano i suoi passi dentro la casa. Un uomo è lì, inerme nel suo letto, e l'osserva avvicinarsi con due occhi stanchi ma ancora vivi: "Benvenuto nella mia umile dimora..." dice tossendo e sputando sangue. Padre Bernard lo guarda con compassione: l'uomo nel letto è madido di sudore e respira a fatica. "Perché sono quì, Dr. Robinson?" domanda sorpreso. "Ho molti peccati da farmi perdonare ma...", tossisce, "Solo uno mi toglie il respiro". Padre Bernard si siede accanto al suo letto: "Continui..." "Come scienziato non credo in Dio ma c'è qualcosa che mi turba. Il male esiste. Una sera un uomo, Babakar, e alcuni capi del villaggio, vennero a trovarmi a casa mia... l'epidemia andava diffondendosi rapidamente... Anakok, il Dio dei morti, li stava punendo a causa mia e dei miei colleghi. Volevano che ce ne andassimo, tutto sarebbe tornato come prima". Padre Bernard ascolta con attenzione. "Cosa è successo?" "Mi minacciarono con pietre e bastoni... mi avrebbero ucciso ma riuscii a persuaderli. L'uomo, Babakar, l'ho rivisto due giorni dopo in ospedale moribondo...". "È morto?" "Sì. È deceduto poco dopo" dice scrollando la testa. Una folata di vento improvvisa raggela la stanza. La porta d'ingresso si apre e cigola sospinta da una mano invisibile. Rumori di passi annunciano una visita imminente. Padre Bernard si volta verso l'uscio della porta con il cuore in gola: non c'è nessuno. Sospira, temendo il peggio. Poi, una sagoma appare e scompare sulla soglia, e lo fa trasalire. "Ha visto anche lei, Padre Bernard?" domanda l'infermo. "È solo suggestione!" dice rimproverandolo. "No! Anakok ci vuole punire e aleggia su ognuno di noi. Sento il suo respiro ogni notte... attende che muoriamo... quando accadrà, le nostre anime saranno sue a meno che non venga sacrificato qualcuno in suo onore". "È solo una leggenda locale" lo interrompe Padre Bernard infastidito ma qualcosa lo attira. Della polvere rossa è cosparsa intorno al letto. "Cos'è questa roba?" "Polvere di argilla. Secondo lo stregone mi proteggerà dagli spiriti maligni durante il trapasso". "Idiozie!" tuona il prete, "Dio è la sua unica salvezza!" dice benedicendolo con l'acqua santa. C'è un continuo rumore di passi e scricchiolii delle travi del pavimento. L'aria nella stanza diventa più gelida. "Ho paura!" bisbiglia il Dr. Robinson. Il vento smette di soffiare e un rombo di tuono squarcia il cielo a metà rompendo la quiete nel villaggio. La pioggia cade a dirotto, straripa il fiume Moa innondando i campi limitrofi. Si sente il ruggito di un leone e Padre Bernad rabbrividisce. "Dr. Robinson?", l'eco della sua voce risuona nella stanza inascoltata. L'uomo ha perso conoscenza. Improvvisamente, le candele si spengono e l'oscurità avvolge i due uomini e poco dopo, quella sagoma sulla soglia della porta riappare: un passo in avanti, poi un altro ancora fino a sentirne l'odore nauseabondo. La creatura si avvicina al Dr. Robinson, lo annusa e lo marchia prima di volgere lo sguardo verso Padre Bernard. Poi, le candele si accendono e le fiamme si innalzano verso l'alto. Spiriti danzanti proiettano le loro ombre sulle pareti, grida disperate echeggiano nell'aria. "Mio Dio, proteggimi!" sospira Padre Bernard prima di scomparire nell'oscurità. Le luci del mattino riscaldano il villaggio. In piedi, sulla soglia, il Dr. Robinson osserva alcuni bambini giocare a calcio. Nella casa di fronte, le urla di una donna annunciano una nuova nascita. L'epidemia è ormai un ricordo.
  8. Da qualche giorno, era diventato una specie di rituale e sotto lo sguardo crucciato della fata Anita, Erin camminava avanti e indietro nella stanza con le braccia conserte e sbuffava. "Dove è, Oscar?". "Sarà andato al parco con qualcuno" disse con tono sarcastico la fata Anita. Erin la fulminò con lo sguardo. Poi si avvicinò alla finestra, scostò la tenda e guardò fuori corrucciato. "Sarà forse successo qualcosa? Speriamo nulla di grave...". Accampava scuse pur di non dare ragione alla Signora Verità che attendeva annoiata dietro la porta della stanza di Oscar. Erin si sentiva trascurato e infastidito perchè non voleva essere messo da parte. Cercò di allontanare qualsiasi cattivo pensiero che gli frullava nella testa e rimanere tranquillo ma la rabbia che covava in quel momento era un sentimento nuovo mai provato prima. Temeva di perdere le staffe: "Ci sarà una spiegazione logica". Nel frattempo, la luce nella stanza si fece più fioca: il sole volgeva al tramonto e anche quel giorno stava per finire stava per finire: restare solo gli metteva i brividi e gli si gelava il respiro. Erin ripensò al passato e una lacrima scese sul suo viso: "Quando torni, Oscar, giocheremo fino a tarda sera come ai vecchi tempi". Il suo sguardo era velato di tristezza e quel vuoto che pian piano si stava impadronendo della sua anima: era una sensazione a cui doveva incominciare ad abituarsi perché sarebbe capitato altre volte, con altri bambini. "Mi sento così triste. Non voglio che finisca, non sono pronto...". A stento tratteneva le lacrime. "Il tempo allevia le ferite" gli rispose la fata Anita per rincuorarlo. Poi volò dal davanzale della finestra lasciando dietro di se una scia luminosa e si posò sulla scrivania. Incrociò le esili gambe e lo fissò rammaricata. "Mah... non ci credo..." le ripetè Erin con le lacrime che ora sgorgavano liberamente a fiotti. L'abbandono era il passo successivo e tremava per l'angoscia. Ritrovarsi in un angolo remoto della coscienza di Oscar era una possibilità che non voleva per nulla prendere in considerazione. Non voleva essere trattato come un vecchio giocattolo riposto in uno scatolone in soffitta. Si alzò di scatto, muovendo mani e braccia, riprese a girovagare e a sbuffare per la stanza. Si guardò intorno e sgranò gli occhi: quella non era più la loro stanza, qualcosa era cambiato lì dentro. Il loro mondo fatto di divertimenti e colori era diventato freddo e opaco. Era così malinconico. "Oscar è cresciuto..." gli fece notare la fata Anita. Quelle parole pronunciate così su due piedi, suonavano come un piccolo campanello d'allarme a cui Erin non voleva dare molta importanza. "È un incubo, maledizione! Svegliatemi!". Ma non era così. C'erano stati piccoli segnali caduti nel vuoto. Oscar aveva lanciato più volte l'amo ma lui non aveva abboccato mentre la Signora Verità era dietro la porta che bussava insistente: "Erin... so che sei lì dentro, apri... non puoi nasconderti ancora per molto. Apri gli occhi! Oscar è cresciuto". Era la seconda volta che sentiva quella parola, C-R-E-S-C-I-U-T-O, nel giro di poco tempo. "Si, è vero! Ma cosa vuol dire!". Le urlò in faccia con la sua disperazione. "Te l'avevo detto!", lo ammonì ancora una volta la fata Anita, "Non dovevi affezionarti al bambino!" Era la prima regola che Erin aveva imparato durante il discorso di apertura del Grande Maestro della Scuola dei Giochi e sapeva di averla trasgredita. Il Grande Maestro diceva sempre ai suoi allievi: "Noi regaliamo sorrisi ai bambini quando si sentono soli. Giochiamo con loro quando non hanno nessuno con cui farlo ma non dovete mai, dico mai, affezionarvi a loro. È pericoloso. Quando un bambino diventa grande non si ricorderà più di voi perchè avrà altri interessi e troverà altri amici che vi rimpiazzeranno. Non prendetevela, è il nostro destino dalla notte dei tempi e non possiamo cambiarlo. Quando un bambino diventa grande smette di sognare. Il loro mondo e il nostro esistono grazie alla fantasia. Un bambino vede la vita come un parco divertimenti e il nostro compito è accompagnarli trascorrendo un po' di tempo con loro. Il mondo degli adulti è frenetico e i genitori di questi poveri scriccioli hanno altro a cui pensare. Tocca a noi farli sorridere". I pensieri si accavallavano nella mente di Erin mentre l'orologio a cucù appeso alla parete di fronte alla scrivania scandiva il tempo: i secondi diventavano minuti e i minuti ore. Al calar della sera, la rabbia divenne paura e la paura certezza. Erin si ritrovò accovacciato e tremante in un angolo della stanza e si sentì abbandonato. "Ho freddo!" esclamò piangendo. Si strinse nelle spalle mentre il vento fischiava attraverso le fessure delle finestre. Le luci dei lampioni che illuminavano il viale acciottolato che conduceva a casa di Oscar si spensero sotto la pioggia torrenziale. Ci fu un black-out che lasciò l'intero quartiere al buio per poi espandersi fino alla periferia della città. "Si sarà bagnato..." osservò Erin. I ricordi rimbalzavano nella testa come palline di un flipper mentre la Signora Verità era dentro la stanza di Oscar che lo abbracciava: "Erin non piangere... non essere triste... hai fatto del tuo meglio". Vedendolo demoralizzato, la Signora Verità non si diede per vinta e prese il quadretto appeso alla parete e lo porse a Erin: "Guarda. Oscar è cresciuto. È diventato un ometto ed è merito tuo. Guarda i suoi occhi... non vedi come brillano? Se oggi Oscar è un ragazzo felice è anche merito tuo. Ti ricordi quando solo nella sua stanza si annoiava e non aveva nessuno con cui giocare? C'eri tu con lui... tu Erin. Sono fiera di te!". Lo abbracciò ancora più forte per fargli sentire tutto il suo affetto. Erin si asciugò le lacrime. Poi prese il quadretto e lo guardò con occhi diversi, non più tristi. Lo toccò con mano quasi volesse dargli una carezza. "Mi sembra ancora ieri... eri alto poco più di un metro... come vola il tempo!". "Andiamo via" gli sussurrò la fata Anita. "Non ancora...., voglio aspettare che rientri per salutarlo un'ultima volta". Erin si nascose, raggomitolato, nell'angolino vicino al letto e ripensò al giorno in cui la sua fantasia li aveva fatti incontrare. Quel pomeriggio nel cortile di casa Thompson, Oscar, con i suoi ciuffi ribelli che gli coprivano gli occhi, in sella alla sua bicicletta, andava avanti e indietro ridendo. "Vinco io! Sono molto più veloce di te!". Oscar correva verso il traguardo che aveva segnato con due bottiglie di plastica e quando lo tagliò la sua voce risuonò nel viale andando via via spegnendosi nei vicoli vicini. "Hai perso!", disse Oscar sorridente, "Hai perso Erin!". "Hai vinto tu, amico mio. Sei diventato grande. Quanto vorrei crescere anch'io e giocare ancora con te!". E in quel momento un'idea alquanto bizarra gli balenò nella testa. Saltò fuori all'improvviso come un coniglio bianco dal cappello del mago. "Vorrei essere una persona vera... si proprio come Oscar...". La fata Anita, basita, lo redarguì: "Che stai dicendo, Erin? Lo sai che quello che chiedi non è possibile". "Tu sei una fata e...", sospirò, "Le fate hanno poteri magici...". La fata Anita gli disse sconsolata: "Se anche potessi commetterei un sacrilegio perchè verrebbero alterati gli equilibri dell'intero Universo. Anche se siamo amici, ti prego, non chiedermi di farlo. Se la mia Regina venisse a saperlo verrei allontanata dal mio Regno". "Ti prego, aiutami". La implorò. "Ti avevo detto di non chiedermelo" lo rimproverò. "Ti prego..." disse sorridendole. "È già accaduto una volta..." farfugliò. "Cosa vuoi dire?". "Alvin..." bisbigliò la fata Anita quasi non volesse farsi sentire. "Alvin?" domandò Erin. Forse c'era una speranza. "Si. Alvin era un Immaginario come te. Buffo e sensibile. I bambini lo adoravano ma pian piano si innamorò di quel mondo e andò dalla mia consorella, Ana, spinto dal desiderio di diventare un bambino vero. Quando la mia Regina lo scoprì, l'oscurità calò sul nostro regno e Ana fu allontanata. Da allora vive nell'Oltre come un'eremita. Ana gli donò la vita ma a caro prezzo. Ecco, io non voglio andare incontro allo stesso destino di Ana". "E Alvin? Che ne è stato di lui?" "Nessuno conosce il suo destino. C'è chi sussurra che stia vivendo la sua nuova vita felicemente, altri dicono che per ripristinare l'armonia nell'Universo, la Regina delle fate abbia annullato l'effetto di quella magia e Alvin sia stato imprigionato da qualche parte nell'Universo per espiare le sue colpe. Nessuno sa dove si trovi adesso". Sospirò. "Quindi mi stai dicendo che l'unica possibilità che ho di diventare una persona reale, è incontrare Ana". "Hai capito cosa ho detto, Erin?" rispose corrucciata la fata Anita. Pensò che raccontandogli la storia di Alvin, Erin cambiasse idea ma si sbagliò. Gli occhi di Erin brillavano come stelle nel firmamento e non tralasciavano alcun dubbio: sarebbe andato fino in fondo. "Si, Anita. Ho capito ma ci sarà un modo per non mettere in pericolo l'armonia dell'Universo. Ci sarà un modo per bilanciare le forze in gioco!". "Non lo so", disse la fata Anita scrollando il capo, "Devi parlare con Ana. Forse lei può aiutarti anche se dopo quello che le è capitato non so se vorrà farlo. La luce che splende dentro ciascuno di noi si è spenta, forse per sempre..." disse lasciando aperta una porta. Nonostante le parole della Fata Anita, Erin non si perse d'animo e già immaginava la sua nuova vita: avrebbe avuto una famiglia e degli amici con cui giocare. Era eccitato ma prima di intraprendere la sua nuova avventura doveva salutare Oscar. Mentre fantasticava, la pioggia cadeva battente sui tetti e l'anta di una finestra malmessa cigolava avanti e indietro sospinta dal vento. Bagliori improvvisi apparivano e scomparivano nel cielo notturno. Suonò l'allarme del negozio di generi alimentari di Sofia vicino casa dei Thompson. Poi la porta della stanza si aprì ed entrò Oscar che si spogliò dei suoi vestiti. Indossò il pigiama e andò a dormire. A mezzanotte, un boato echeggiò nel viale facendo sobbalzare Oscar dal suo letto: "Accidenti!". Sospirò prima di riaddormentarsi: aveva un nodo in gola. Erin lo accarezzò e gli rimboccò le coperte: "Grazie Oscar. Incontrarti è stata la mia fortuna perchè adesso ho trovato la mia strada. Non sarà facile ma con impegno e determinazione penso di riuscirci". La notte fu accompagnata dal frastuono del temporale. Quando le prime luci del mattino filtrarono nella stanza di Oscar aveva smesso di piovere da poco, Erin e la fata Anita erano già andati via. Mentre Erin faceva ritorno nel Regno degli Immaginari guardava l'orizzonte immaginando la sua nuova vita sorridente. Poi scivolò, radioso in volto, sull'arcobaleno formatosi dalle ultime goccioline di pioggia sospese nell'aria e scomparve nel nulla per riapparire sul ponte di foglie a forma larga che crescevano accanto alla sua dimora: un grosso fungo con il cappello a macchie rosse. Delle belle rose con petali bianchi, rossi e rosa circondavano la dimora di Erin diffondendo nell'aria il loro profumo mentre grandi fasci d'erba si innalzavano verso l'alto rendendo la vegetazione fitta e all'apparenza impenetrabile. Gli alberi erano imponenti e terminavano con una folta chioma. Prima di salutarla, Erin incrociando le dita per scaramanzia proprio come faceva Oscar, chiese alla fata Anita: "Come posso raggiungere l'Oltre?". "C'è una sola strada che conduce in quel posto oscuro: lo specchio magico". "E dove si trova?". "Nel Castello delle Fate. Quando la luna appare nel cielo, la mia Regina si ritira per riposare per risvegliarsi alle prime luci del mattino. È quello il momento di agire". "E dove si trova il castello? Immagino che tu non me lo dirai?". La fata Anita non disse nulla. Abbassò lo sguardo e volò lontano lasciando dietro di se la sua scia luminosa. Allora Erin capì che Anita lo avrebbe aiutato: si affrettò e seguì la scia luminosa prima che scomparisse nel cielo: "Grazie Anita!". Se l'era immaginato immenso e regale ma quando se lo trovò di fronte sgranò gli occhi per lo stupore: il Castello delle Fate era una modesta dimora di legno e foglie. Non c'erano guardie e mura altissime a proteggerlo semplicemente perchè non c'erano nemici da cui difendersi. Quindi Erin entrò nel castello indisturbato cercando di non fare rumore. Al suo interno non c'era nulla di speciale. Il castello non era altro che una grossa scatola costruita con rami e ricoperta di petali di fiori colorati. La Regina delle Fate stava dormendo su un letto di foglie sempreverdi al centro della stanza. Vi era una piccola fessura nella parete attraverso la quale Erin poteva scorgere la luna alta nel cielo e una piccola sorgente d'acqua dove le fate potevano dissetarsi. Accando al letto di foglie c'era qualcosa su cui si rispecchiava la luna: lo specchio magico. Erin si avvicinò in punta di piedi allo specchio e aprì il portale come gli aveva detto la fata Anita: "Quando vedrai la luna piena riflessa nello specchio, solo allora, potrai attraversarlo ma dovrai fare ritorno prima che sorga il sole altrimenti resterai imprigionato nell'Oltre fino a quando una nuova Luna piena non sarà di riflessa nello specchio. Sappi che nell'Oltre il tempo scorre più velocemente: più tempo passerai lì, più vecchio sarai al tuo ritorno. Buona fortuna". Erin mise prima un braccio quasi volesse afferrare la luna con le sue mani ma poi qualcosa, una forza misteriosa, lo catapultò al di là dello specchio. Si risvegliò accasciato vicino a un piccolo stagno le cui acque erano così limpide che Erin vide rispecchiata la sua faccia. Si toccò il volto e le sue orecchie a punta che tanto odiava. Pensò che presto sarebbe diventato un essere umano, sorrise. La terra era desolata e l'aria era gelida e putrida. Alzò gli occhi al cielo: "Ma quarda dove mi ha portato la mia follia!". Fu un attimo di debolezza che svanì presto. Si guardò intorno. Gli alberi avevano grosse radici e rami spogli che si intrecciavano tra di loro formando una cupola attraverso cui non filtravano i raggi del sole. Piccoli serpenti strisciavano verso di lui. Rabbrividì."Meglio affrettarsi!". Lungo il cammino incontrò un piccolo fiume le acque erano così torbide che non riuscì a specchiarsi anzi strani pesci alati si affacciavano all'improvviso sulla superficie. Poi saltavano fuori dall'acqua. Boccheggiavano per farvi subito ritorno. Erin sgranò gli occhi terrorizzato ma seguì il suo letto sperando che lo conducesse da qualche parte. Camminò, per molto tempo, senza fermarsi un attimo e quando raggiunse la foce del fiume era affaticato e affamato. Si ricordò delle parole di Oscar: "Anche tu mangì?". Sorrise al ricordo che gli fece provare una sensazione piacevole. "Certo, Oscar! Mi nutro di bacche e linfa". Oscar lo guardava quasi disgustato. Quando riemerse dai suoi ricordi, Erin si guardò intorno sconsolato. La terra era desolata e arida. Difficilmente una pianta poteva germogliare in quel posto. Si avvicinò a un albero, toccò la corteccia e si accorse che era solida come una pietra. Capì che quegli alberi non potevano essere di grande aiuto per soddisfare la sua fame: "Che stupido! Ero così preso dal desiderio di diventare una persona reale che mi sono dimenticato di portare delle scorte di cibo. Dovrò arrangiarmi e sperare di trovare Ana prima che sorga il sole". Il tempo passava e incominciò a percepire piccoli cambiamenti del suo corpo, più adulto. E poi la stanchezza lo colse impreparato. Si appisolò vicino a un grosso albero che presentava strane incisione sul tronco. Poi sentì qualcuno che lo chiamava: "Svegliati pigrone". Qualcuno lo strattonò. Quando si risvegliò c'era qualcuno che lo fissava. Una vecchia megera con indosso un lungo abito nero sgualcito e impolverato che si reggeva con l'aiuto di un bastone intarsiato a mano. Una grossa testa di serpente con due pietre preziose al posto degli occhi lo scrutavano dall'alto. Erin sobbalzò per lo spavento nonostante i muscoli ancora intorpiditi. "Chi sei?". La vecchia megera lo guardò diffidente: "Chi sei tu? E che ci fai qui? Non credevo di incontrare un Immaginario nell'Oltre". "Mi chiamo Erin e sto cercando Ana. La conosci?" "Perchè la stai cercando?" "Ho bisogno del suo aiuto. Mi manda la fata Anita". Quando sentì pronunciare il nome di Anita, la vecchia megera trasalì. "Cosa vuole Anita da me?". Erin rimase deluso quando si ritrovò di fronte Ana sofferente e si immaginò vecchio e malandato incapace di sorreggersi sulle proprie gambe se avesse fallito: "In realtà sono io che ho bisogno di...". Ana lo interruppe: "Tu? E cosa vorresti da me, Erin?". "Desidero con tutto il mio cuore di diventare una persona vera..." "Mi dispiace, Erin. Hai attraversato l'Oltre inutilmente. Non posso aiutarti. Non lo vedi come sono ridotta? La Regina delle Fate mi tiene prigioniera qui per aver messo in pericolo le leggi dell'Universo. Il compito di una fata è quello di accompagnare un Immaginario nel suo viaggio nel mondo degli umani e di aiutarlo nel suo cammino. Noi dobbiamo intervenire solo quando un Immaginario è in difficoltà. Gli diamo consigli. Lo sosteniamo affinchè non si arrenda ma quando il bambino a cui è stato assegnato cresce, il suo compito e il nostro si esaurisce e possiamo tornare a casa dove vivremo la nostra vita fin quando non ci sarà un altro bambino che avrà bisogno di un po' di felicità. Io ho trasgredito perchè ho reso quell'Immaginario umano violando le leggi della Natura. Ci sono state delle ripercussioni sul mondo degli umani: terremoti, guerre, malattie. Molte persone sono morte per ripristinare l'armonia nell'Universo. L'Oltre è un luogo dove i poteri magici non funzionano. Le forze dell'Universo sono nulle e il tempo scorre velocemente. Non mi resta ancora molto da vivere e presto la mia linfa vitale si prosciugherà e sarò morta. E se tu, caro Erin, non farai ritorno a casa immediatamente andrai incontro al mio stesso destino: morirai presto di vecchiaia. Un giorno qui ti costerà caro! Quindi, mi dispiace ma non posso aiutarti. Sono troppo vecchia e cammino a fatica. Maledico il giorno che ho incontrato Alvin, è solo per colpa sua se sono qui e non vorrei che aiutandoti possa andare incontro a una punizione peggiore di questa". Erin rimase impietrito. La sua mente vagò nell'Oltre in cerca di una soluzione che non tardò ad arrivare. "E se ti aiutassi a riprendere la tua vecchia vita?". "Mi renderesti felice ma...", sospirò, "L'armonia nell'Universo verrebbe messa a rischio un'altra volta e la Regina delle Fate mi punirebbe di nuovo rimandandomi nell'Oltre. Io non voglio più tornarci. Dobbiamo trovare un modo per non compromettere l'equilibrio. Forse un modo c'è ma dobbiamo parlare con Saho l'Illuminato, il vecchio saggio che vive sul Monte della Conoscenza, ma per raggiungerlo dobbiamo far ritorno nel nostro mondo. E poi, dobbiamo convincerlo ad aiutarci ma questo non è un problema. Raccontano che Saho l'Illuminato ama essere compiaciuto della sua grandezza e del ruolo che svolge nel Regno degli Immaginari ed è un grande intenditore di vino. Quindi, una volta al suo cospetto dobbiamo adularlo e donargli del buon vino...", Ana sorrise e quel sorriso la colse impreparata. Dopo tanto tempo si sentiva viva. Gli occhi di Erin brillarono di gioia perchè si sentiva vicino al traguardo: "Il vino? Beh, non è un problema. A casa conservo una bottiglia di buon vino rosso che mi ha regalato Oscar. Durante il mio trascorso nel mondo degli umani ho imparato le loro usanze e ho apprezzato il loro cibo e le loro bevande. Il padre di Oscar possiede una cantina in cui conserva delle bottiglie di vino pregiato. Una notte, Oscar mi ci ha portato. La cantina era piccola ma era colma di bottiglie di vino. Suo padre viaggia molto e ama collezionare bottiglie di vino provenienti da ogni parte del mondo. È un buon intenditore! Quando Oscar era fuori con i suoi amici, passavo di lì per bere del vino e un giorno presi una bottiglia e la portai con me nel Regno degli Immaginari" le disse sorridente. "Ma dimmi come facciamo a lasciare l'Oltre? Chiunque è stato imprigionato qui non ha fatto più ritorno nel Regno degli Immaginari". "C'è un modo per tornare indietro, Ana". Lo guardò basita: "E come?" "Quando c'è la Luna piena, solo allora, il portale tra i due mondi si apre e possiamo attraversarlo. Se tardiamo, la porta si richiuderà e dovremo aspettare una nuova Luna piena per lasciare l'Oltre". "E tu come fai a saperlo?" "La fata Anita mi ha aiutato". "Anita, è sempre stata la preferita della Regina. Non mi stupisce che sia venuta a conoscenza di questo segreto ma sono preoccupata per lei. Quando la Regina scoprirà che sono fuggita dall'Oltre e che tu mi hai aiutato, capirà del coinvolgimento di Anita e per lei saranno guai". "No, se ci sbrighiamo. Dobbiamo raggiungere il Monte della Conoscenza prima che la Regina si svegli. E se le facciamo credere che tu sei morta non ti verrà a cercare e non saprà mai che Anita e io ti abbiamo aiutato a fuggire dall'Oltre". I due nuovi compagni di viaggio si avviarono verso il portale carichi di speranza. Prima dovevano inscenare la morte di Ana. Erin adagiò il lungo vestito nero di Ana sul letto di foglie grigie nella sua casetta di legno marcio e poi cosparse della cenere di fata contenute in un'ampolla che gli aveva dato Anita durante il loro ultimo incontro. "Tieni Erin, ti servirà. Sono ceneri di fata. Con queste simulerai la morte di Ana e potrete lasciare l'Oltre senza che qualcuno si insospettisca. La Regina crederà che Ana è morta e non vi punirà. Buona fortuna!" gli disse prima di schioccargli un bacio sulla guancia e volare via nel cielo. Giunti nel punto in cui era arrivato nell'Oltre, Erin e Ana attesero che la Luna sorgesse: lo stagno vicino al quale si era risvegliato avrebbe riflesso l'immagine della Luna e solo allora il portale si sarebbe aperto consentendone il passaggio. Attesero un tempo che sembrava infinito ma poi giunse il momento di andarsene. Prima di immergersi nello stagno, Ana si guardò intorno ma non provò alcuna nostalgia di quel posto solo un profondo senso di liberazione. L'attesa era finita: stava per riappropriarsi della sua vecchia vita e non vedeva l'ora di riabbracciare il suo mondo anche se non poteva più vivere alla luce del sole ma sotto falsa identità. L'istante in cui aveva varcato il portale capì che per lei non c'era più posto come Ana nel Regno delle Fate ma avrebbe riavuto la sua giovinezza e i suoi poteri. E gli bastava. Avrebbe trovato un piccolo posto dove vivere ed essere in armonia con la natura. Quando apparvero dall'altro lato, Ana si sentì rinascere. L'odore pungente era svanito. L'aria profumava di aromi e essenze. La Regina delle Fate dormiva nel suo letto di foglie e petali colorati. In silenzio, uscirono dal Castello delle Fate e si diressero al Monte della Conoscenza. Quando i primi raggi di sole illuminarono Fantasia, Ana e Erin erano giunti ai piedi del Monte della Conoscenza. Anche se stanchi, decisero di non fermarsi per recuperare le energie. Erano così impazienti di abbracciare il loro destino che avrebbero camminato per ore. Al tramonto, raggiunsero la cima della montagna tra il disappunto di Ana. "Se avessi i miei poteri sarebbe più semplice" disse corrucciata. "Ma ce la faremo comunque!" disse Erin visibilmente emozionato. Accanto a una piccola casetta si ergeva un grosso albero con un numero indefinito di rami. Ogni ramo aveva una ramificazione. Ogni ramificazione aveva altre ramificazioni e così all'infinito. Su ogni ramo c'erano dei fiori. Alcuni dovevano ancora sbocciare, altri erano appena fioriti. E altri ancora stavano appassendo. Uno strano essere con una lunga barba bianca con indosso un lungo saio era appisolato all'ombra del Grande Albero. Russava indisturbato. Un cucciolo di drago si esercitava nel volo sotto lo sguardo attento di mamma drago. Erin e Ana si avvicinarono lentamente ma il rumore delle foglie calpestate lo svegliarono di soprassalto: "Chi siete voi? E che ci fate sul Monte della Conoscenza? Nessuno vi ha detto che è un luogo sacro?". Mentre Erin rimase immobile, Ana si fece avanti e prese la parola: "Devi scusarci Saho l'Illuminato. Mi chiamo Anita mentre il mio amico è Erin. Abbiamo fatto un lungo viaggio per parlare con te. Tu sei l'unico che può aiutarci". Saho l'Illuminato si avvicinò ai due viaggiatori e li invitò a fermarsi per rinfocillarsi e riposarsi: "Sarete molto affamati e provati per il lungo cammino. Ne discuteremo dopo un buon pasto" disse arricciandosi la lunga barba con la mano. I tre si diressero verso una modesta dimora poco lontana dal grosso albero. Entrarono. Al centro dell'unica e piccola stanza c'era un tavolino di legno leggermente sollevato da terra e poggiava su un tappeto bianco con disegni ricamati a mano su cui si inginocchiarono i tre. Sul tavolo c'erano una bottiglia di vino rosso e bacche, funghi e foglie verdi. Mangiarono e bevvero a sazietà. Poi Saho l'Illuminato si alzò e rivolgendosi a Erin e Ana disse: "Adesso possiamo andare a discutere all'ombra del Grande Albero". E così fecero sotto lo sguardo spazientito di Erin. "Calma! Saho è l'unico che ci può aiutare!. Erin annuì senza dir nulla anche se la lunga attesa lo inquietava. All'ombra del Grande Albero, Saho l'Illuminato era seduto con le gambe incrociate e lo sguardo rivolto all'orizzonte: "Perchè siete qui, signori miei?". "Grande Saho tu sei l'unico che ci può tirare fuori dall'impiccio in cui ci troviamo. Ben sapendo del ruolo che svolgi all'interno della nostra comunità, non vogliamo rubarti altro tempo prezioso e arrivo al dunque. Il mio amico Erin ha un desiderio, diventare un bambino vero mentre io sommo Saho desidero tornare a essere quella che è la mia vera natura e riavere la mia vita. Io ero una fata ma un giorno per aver aiutato un amico sono stata esiliata nell'Oltre per espiare le mie colpe. Sapendo quanto tu sia generoso con il prossimo, ti chiediamo che i nostri desideri si realizzino. Saho l'Illuminato confidiamo nella tua generosità e nel tuo grande cuore. Abbiamo apprezzato la tua ospitalità e sappiamo quanto sei sensibile ai problemi altrui. Ti preghiamo di aiutarci. Ti offriamo questa bottiglia di buon vino per ringraziarti della tua pazienza". Erin estrasse dal suo sacco una bottiglia di vino rosso che si era procurato a casa di Oscar. Dopo aver ascoltato la loro richiesta, Saho l'illuminato distolse lo sguardo dall'orizzonte e li guardò negli occhi che brillavano alla luce del sole come stelle nel cielo notturno. "Miei cari..." riprese ad arricciarsi la sua barba, "Quello che mi chiedete è contro Natura. Io sono il custode della Vita e il mio compito è quello di preservare questo albero", lo indicò con lo sguardo, "Ogni fiore rappresenta una vita. I fiori sbocciati sono i bambini appena nati, quelli che stanno appassendo o che sono appassiti sono le persone che stanno invecchiando o che stanno morendo o che sono morte. Poi ci sono i fiori che devono ancora sbocciare. Essi rappresentano i bambini che devono ancora nascere o che c'è possibilità che nascano". Lo interruppe Erin: "Quindi non c'è nulla che puoi fare per noi...". Erin e Ana abbassarono lo sguardo e incominciarono a piangere. Quando Saho l'Illuminato vide i loro volti rigati di lacrime strappò da terra due foglie sempreverdi con le quali raccolse le lacrime di Erin e di Ana. Si alzò e con le lacrime di Erin bagnò un piccolo fiorellino su un ramo del Grande Albero che doveva ancora sbocciare. Pronunciò delle parole in una lingua incomprensibile. Il fiorellino fu irradiato da un raggio di sole. Poi estrasse da una radice del Grande Albero un po' di linfa, prese dalla sua tasca dei semi di girasole e mescolò il tutto con le lacrime di Ana. Pronunciò altre parole incomprensibili. Un secondo raggio di sole irradiò un secondo fiorellino che si apprestava a sbocciare. Erin e Ana lo guardarono basiti. Si alzarono e dopo aver salutato Saho l'Illuminato e ringraziato per la sua ospitalità ripresero la strada verso casa. Saho l'Illuminato li guardò scomparire dietro la linea dell'orizzonte prima di appisolarsi nuovamente ai piedi del Grande Albero. Sulla via di ritorno, Erin e Ana non proferirono parola. Delusi e amareggiati. L'atmosfera era surreale. I pensieri si accavallavano nella mente di Erin procurandogli una fastidiosa emicrania ed era la prima volta che gli succedeva. Ana era depressa: vedeva la sua vita spegnersi miserabilmente. Ogni speranza di ritrovarsi giovane e bella svanì dopo l'incontro con Saho l'Illuminato. "Adesso, che ne sarà di me? Dove andrò a vivere? Non ho un posto dove andare... sono vecchia e malata. Che ne sarà di me?". Erin le si avvicinò e le diede una pacca sulla spalla: "Non piangere Ana. Ti ospito nella mia casa...". "Ti ringrazio, Erin. Preferisco di no. Tu hai comunque la tua vita anche se non è quella che desideravi... io no. Troverò un posto dove guardare il tramonto in attesa del riposo eterno. Addio, Erin!". Le loro strade si divisero per sempre. Ana vagò fino a notte fonda con l'animo colmo di tristezza e rassegnazione: ormai consapevole del suo destino cercò un posto dove trascorrere gli ultimi istanti della sua vita. Mentre si trascinava a fatica attraverso una fitta vegetazione, aiutandosi con il bastone con la testa di serpente, suo fedele compagno di viaggio, la luna era da tempo alta nel cielo, decise di fermarsi in una piccola grotta. Si procurò delle foglie con le quali costruì un piccolo e soffice letto. Poi si coricò per dormire. Erin rientrò a casa stanco e affamato per il lungo viaggio. Mangiò bacche e foglie per soddisfare il suo stomaco che brontolava accompagnando la cena con del buon vino rosso. Ne tracannò fino ad addormentarsi ubriaco. La fata Anita passò da casa di Erin per salutarlo ma quando vide che dormiva volò via per non disturbarlo. Al mattino, un piccolo uccellino con il becco maculato si posò sul davanzale della finestra. Canticchiò poche note per poi riprendere a volare tra le nuvole descrivendo archi nel cielo. Erin si svegliò intorpidito. Si alzò dal letto e si avvicinò ancora addormentato alla finestra. Scostò le tende rosse e guardò fuori. Sgranò gli occhi per lo stupore. Si voltò verso il suo letto e osservò la sua stanza in silenzio. Poi cercò uno specchio: "Non ci posso credere!" tuonò radioso in volto. Poi uscì nel cortile di casa, di corsa. "Ma dove corrì, Erin?". "Mamma... vado a giocare da Oscar!" le rispose euforico. Un vento leggero soffiò all'interno della grotta mettendo a soqquadro il letto di foglie e spargendo per terra un mucchietto di ceneri. Un raggio di sole illuminò l'entrata della grotta: un fiore vicino all'ingresso prese a sbocciare e quando i suoi petali si aprirono, un piccolo essere alato saltò fuori e spiccò il volo lasciando dietro di se una scia luminosa. Danzò lieve nell'aria prima di scomparire oltre l'orizzonte.
  9. Mentre cammino, la ruspa è già al lavoro e il traffico è in tilt per via dei lavori di manutenzione all'asfalto stradale. Le bottiglie di birra vuote lasciate sulle panchine o ai margini del marciapiede. Ci penserà l'operatore ecologico a pulire. La spazzatura fuoriesce dai bidoni stracolmi. Pochi, sporchi e alcuni bruciati. Sul marciapiede ci sono tracce di urina e di escrementi di cane lasciati da qualche padrone disattento o maleducato. Mozziconi di sigarette sono un po' ovunque. Ormai non si usano più i posaceneri e le sigarette non si spengono anzi si lanciano dai balconi incuranti dei passanti. Ricordo ancora gli anni ottanta quando le strade non presentavano buche e la città era pulita. Scuoto la testa sconsolato. - Che tristezza! Accelero il passo e raggiungo il mio ufficio disgustato da quell'orrore. Quanto mi mancano i vecchi tempi e le persone di un tempo! Sospiro mentre una piccola nuvola del mio respiro aleggia nell'aria gelida di novembre. Mi stringo nelle spalle per proteggermi dal freddo. - Ma in che mondo viviamo oggi? E i giovani... come si vestono... e come si pettinano... ne vogliamo parlare? Sono avvilito. Entro. Un flebile sorriso compare sulle mie labbra. - Finalmente un po' di ordine! Non ne potevo più del caos. Le finestre sono aperte e l'aria fresca pervade la stanza del 12° piano. Tiro un respiro profondo che mi riempie i polmoni. Mi sento così leggero... il cielo è sgombero dalle nuvole come la mia mente bistrattata... Mi avvicino alla scrivania e strofino l'indice destro contro la superficie dello scrittoio. Noto con piacere che non c'è un granello di polvere. - Anche questa volta, Cristina ha svolto un ottimo lavoro. Mi siedo e sorrido compiaciuto. Osservo ogni angolo della stanza. Ogni cosa è al suo posto. I quadri sono perfettamente allineati. L'argenteria brilla alla luce del sole. Il pavimento è lucido e mi ci posso specchiare, le finestre non presentano impronte e aloni. Le pareti sono bianche come il latte. Le due sedie di fronte alla mia scrivania sono disposte simmetricamente. Fuori, ora, la ruspa è ferma e gli operai si preparano a smobilitare. La strada è pronta e nel mio ufficio regna il silenzio. Ci vuole un brindisi. Afferro la bottiglia di champagne dall'armadietto dietro alle mie spalle e riempio un bicchiere. Cin cin... Mi guardo allo specchio sulla mia destra, non ho neanche un pelo fuori posto, inarco le sopracciglia soddisfatto. Prendo carta e penna e scarabocchio qualcosa su un foglio di carta ma la scaletta del mio romanzo non mi piace. Accartoccio il foglio di carta e lo lancio con disprezzo cercando di centrare il cestino nell'angolo vicino alla porta. Seguo la traettoria con gli occhi ma la pallina di carta sbatte sul bordo del cestino e cade per terra. Un brivido mi scuote. Non mi alzo per prenderla, lo farò dopo. Passa un quarto d'ora ma il foglio di carta resta bianco. Quella pallina di carta mi distrae dal lavoro. Nel frattempo una vocina nella testa mi sussurra: - Su, Stefano... prendimi... Ma decido di ignorarla. Abbasso lo sguardo verso il foglio di carta ancora in bianco e poi lo alzo di nuovo. Lo abbasso e lo alzo per dieci minuti. La pallina di carta è sempre lì che mi turba. Non mi sposto di un millimetro dalla mia posizione. La vocina continua a tamburellare nella mia testa più insistente cercando di dissuadermi dal mio intento ma resisto. Chiudo gli occhi per rilassarmi, sospiro, ma l'ispirazione non arriva. - Bastarda di una pallina di carta! Sei tu che mi distrai! E le punto l'indice della mano destra in segno di sfida. La pallina è immobile accanto al cestino, indifferente; un secondo dopo le urlo contro la mia rabbia repressa: - Vai all'Inferno! Le lancio addosso la penna stilografica che la sfiore appena e si conficca nella parete di cartongesso. Parte il mio turpiloquio: - Cosa hai combinato, stronza! Adesso mi toccherà chiamare l'operaio per ripristinare il muro. Scrollo le spalle che mi sembrano più pesanti del solito. Sbuffo. Toc Toc... qualcuno bussa alla porta. Trasalisco... - Avanti! È Giorgia, la mia segretaria: - Ho sentito dei rumori provenire dal suo ufficio, Dr. De Marinis. Va tutto bene? Mi domanda con sospetto. Prima di mandarla via, la fulmino con lo sguardo. - Si, Giorgia. Vada... vada... adesso... Giorgia alza i tacchi e va via lasciandomi solo con il mio rompicapo sbuffando. Torniamo a noi, piccola bastarda... Mi alzo dalla sedia e passeggio avantii e indietro per la stanza. Ogni tanto mi affaccio alla finestra. Respiro profondamente e l'aria fresca pervade le mie narici e per un attimo mi dimentico del problema ma è solo utopia. Poi mi volto e la pallina di carta è ancora lì che aspetta. La vocina nella mia testa insiste sempre più forte tanto da riecheggiare nel silenzio della stanza. È una sensazione mai provata prima. Sento un formicolio alle gambe. Batto i piedi per terra ma il formicolio non passa. Il battito accelera e le mani mi sudano. Puzzano di un odore sgradevole. L'emicrania è insopportabile e la mente si annebbia. Mi fischiano le orecchie. Adesso, sudo freddo e ho i brividi. Gli occhi sono arrossati e gonfi e ho un nodo in gola. Con difficolta deglutisco. Il panico mi assale. Scuoto e stringo la testa tra le mani per non sentire più quella vocina insolente ma è inutile. - Stai zitta! Urlo contro la pallina di carta a gran voce ma lei è li che mi mostra il suo ghigno beffardo. Si fa gioco di me, la stronza! - Ora ti faccio vedere io di cosa sono capace! Con uno scatto repentino, raggiungo la scrivania, afferro il tagliacarte e me lo conficco nell'orecchio. Di colpo, il brusio nella mia testa finisce e il silenzio pervade la stanza: - Non ne potevo più!. Mentre l'oscurità mi abbraccia, una goccia di sangue bagna il pavimento macchiandolo. - Al diavolo! Un ghigno compare sulle mie labbra mentre il mio sguardo si spegne per sempre.
  10. Ciao a tutti! Vivo a Bari con la mia famiglia. Amo leggere di tutto, viaggiare, scrivere... Passavo di qui per caso è ho deciso di dare un'occhiata a questo sito... mi sembra interessante...