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NayaN

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  1. Be' mi viene da dire che sia parecchio sfortunato... la microscopica casa editrice con cui collaboro ha alcuni titoli in catalogo che riescono a vendere un centinaio di copie cartacee e un migliaio di ebook l'anno senza fare praticamente nulla...
  2. C'è un errore di battitura nel mio precedente post che non posso modificare, volevo scrivere 10.000 e non 1.000... comunque il senso è quello Io credo che se un'agenzia accetta di rappresentarti è perché spera di vendere più di 2.000 copie, che alla fine è un risultato a cui un autore potrebbe arrivare anche da solo rivolgendosi direttamente a una piccola CE (raro, ma succede). I numeri delle grandi agenzie sono molto diversi, basti pensare a Rita Vivian con Alessia Gazzola, oppure a Silvia Meucci con Lorenzo Marone, solo per fare due nomi che hanno venduto centinaia di migliaia di copie. E dietro queste "punte di diamante" le suddette agenzie hanno comunque un parco autori che garantisce quelle 2-5.000 copie cadauno che portano ulteriore guadagno. Tutto questo per dire che a mio parere vale la pena rivolgersi a un'agenzia solo se esiste la concreta possibilità di essere rappresentati presso una big che può garantire un volume di vendite consistente, altrimenti se l'aspettativa è quella di arrivare a 1 / 2.000 copie tanto vale fare da soli, perché tra 100 e 1.000 copie vendute non cambia assolutamente niente per l'autore, né in termini economici, né di visibilità. IMHO, ovviamente!
  3. Ho sottolineato il termine chiave: alcune. Perché il punto è proprio questo: dobbiamo essere noi autori in primis consapevoli di ciò a cui andiamo incontro. Se ci rivolgiamo a un'agenzia poco trasparente in termini di rappresentanza, che per esempio non ha un sito, non ha un elenco di autori, non menziona da nessuna parte le CE con cui è in contatto, il rischio è quello di ritrovarci con una scheda fatta "tanto per". Le schede a pagamento sono di sicuro un buon supporto per le agenzie, ma consideriamo che un agente guadagna molto, molto di più se riesce a piazzare un romanzo presso una medio-grande CE. Se partiamo dal presupposto che le agenzie guadagnano sul venduto con una percentuale che si aggira intorno al 10% sul prezzo di copertina, e che una scheda viene fatta pagare tra i 100 e i 500 euro, viene da sé che gli introiti maggiori arrivano proprio dalla rappresentanza. Basta piazzare un romanzo che vende anche solo 1.000 copie a 15 euro di copertina per ottenere il triplo rispetto a quanto si otterrebbe da una scheda a 500 euro (e 500 euro per una scheda è uno sproposito). E se consideriamo che un romanzo piazzato da un agente presso una medio-grande CE può arrivare a vendere anche 50.000 copie... facciamoci due conti...
  4. A mio parere la differenza tra una lettura da parte di un'agenzia e quella di un beta reader "x" sta nel fatto che in linea teorica le agenzie dovrebbero leggere il testo più che con occhio critico, con occhio allenato a capire cosa cercano gli editori. Questo perché parto dal presupposto che per proporre il testo a un ipotetico editore, dovrebbero sapere cosa l'editore in questione cerca in un romanzo e modulare il giudizio di conseguenza. Il lettore "x" invece leggerà ed eventualmente criticherà solo in funzione del proprio gusto di lettore, che non necessariamente è quello "giusto" per una pubblicazione.
  5. Non si scappa dal destino

    Ciao @Nanni , grazie mille per il commento e per gli apprezzamenti che fanno sempre piacere sì, suor diletta agisce sola, mentre scrivevo non ho pensato a come inquadrare la sua parte "cattiva", mi piaceva l'idea di scindere le due personalità calcando la mano sul fatto che in fondo non esistono una diletta buona e una cattiva, perché alla fine quella che si mostra caritatevole è proprio quella che invece ha più sete di vendetta, e si nasconde dietro la scusa della pazzia della "compagna". Solo una cosa: Diletta non vuole vendicare un ragazzino in particolare, che a tutti gli effetti è solo un simbolo, ma se stessa, perché tutto nasce dalla violenza a cui lei fu sottoposta prima di essere costretta a prendere i voti. grazie ancora, alla prossima! N.
  6. Cattive compagnie

    Scusate il doppio post, mi sono dimenticata di aggiungere una cosa... non è il costo degli articoli, è il totale del conto che man mano aumenta. Volevo creare una sorta di effetto sospensione, per aumentare la tensione narrativa
  7. Cattive compagnie

    Ciao @Roberto Stradiotti Grazie per le osservazioni, e per la riscrittura del finale che messo così mi piace molto. Penso proprio che prenderò spunto alla prossima!
  8. Cattive compagnie

    No, scusami tu, era solo un mea culpa, il mio... non volevo rimproverarti E comunque nemmeno io leggo i commenti precedenti, quando intervengo nei racconti...
  9. Cattive compagnie

    Ciao @Marcello , grazie mille per il commento. Questa cosa del drugstore me l'hanno già fatta notare in tanti, quindi a quanto pare è proprio un mio modo sbagliato di pensare... io li chiamo ancora così, quei cacchio di supermercati aperti h24
  10. Amici

    Ciao @Roberto Ballardini , la cosa che mi è piaciuta di più di tutto il racconto è il finale: la risposta di Duc alla vicina è epica. Per il resto, pur non avendo trovato errori formali, secondo me c'è qualcosa che impedisce al racconto di essere recepito con l'immediatezza che merita. Personalmente ho dovuto rileggerlo tre volte per capire le dinamiche e il tipo di rapporto di cui si stava parlando. Ci sono degli aspetti di concetto che andrebbero chiariti. Mi scuso se ripeterò cose già sottolineate da altri ma non ho letto i commenti precedenti per non farmi influenzare. Ci sono due cose che mi hanno fatto fermare a riflettere. La prima: Sembra che il contatto di un tempo non sia stato ristabilito, eppure subito dopo Pin gli dirà che un ex di sua madre lo definisce stronzo. Questo presuppone che nel frattempo il rapporto tra la madre di Pin e Duc si sia ritemprato al punto da far ingelosire i suoi ex. Qui c'è il nodo che secondo me andrebbe sciolto: mi sono subito immaginata che i due fossero tornati insieme e che quelle distanze fossero state accorciate; poi, rileggendo, ho invece dedotto che si frequentassero da amici. Ma se lei aveva il cuore spezzato dal fatto che Duc non la volesse più come compagna, perché accetta di vederlo "in amicizia"? Il problema è che non sono sicura che la mia interpretazione di questo rapporto sia corretta, e questo, da lettrice, mi disturba. Presumo sia zio Claud. Forse si potrebbe specificare per rafforzare la comprensione del successivo dialogo tra Duc e Pin. Questo perché la seconda cosa che mi ha spiazzata è stato proprio l'inizio della conversazione tra i due. Poiché nella frase precedenti parli del compiacimento di Lea nel vedere sua figlia attratta da Duc, il fatto che a parlare siano la bambina e l'uomo non è immediato. Avevo pensato che Pin stesse parlando con sua madre, e non capivo perché dicesse "stronzo". Poi anche qui rileggendo ho capito. Almeno credo di aver capito. Come annotazione personale, non mi convince il fatto che il narratore chiami la madre per cognome; Pin e Duc presumo (di nuovo a presumere, non mi piace...) siano due nomignoli, abbreviazioni o qualcosa di simile, secondo me sarebbe meglio chiamarla Lea, anche perché ogni volta in cui l'hai fatta chiamare Orvill, ho pensato stessi parlando di un uomo (non chiedermi perché). Mi rendo conto che con questo commento tu possa pensare che il testo non mi sia piaciuto, ma non è così. In realtà l'ho trovato molto brillante, soprattutto nello stile, che pur essendo abbastanza ricco non è pesante né difficile da leggere. È un racconto che si riesce a vedere, ti trasporta proprio davanti a quella roulotte con la bambina, l'ex della madre e la vicina grassa e impicciona, e questo mi piace molto. Però limerei quegli aspetti che ti ho indicato, per non rischiare di confondere chi legge. Grazie per la lettura piacevole, alla prossima! N.
  11. Non si scappa dal destino

    L’ho fatto di nuovo. E anche oggi, come un anno fa, ha appena smesso di piovere: il bosco è un tappeto di foglie bagnate. Mi piace l’odore della terra umida, mi ricorda quello dei funghi che raccoglievo tanti anni fa, quando ero ancora soltanto Diletta, la bambina con le trecce dorate e le lentiggini sul naso che mangiava mandarini davanti al camino acceso e ci buttava dentro le bucce. Soltanto Diletta, che come tutti i bambini adorava le cose dolci e diceva qualche bugia innocente ogni tanto. Ma non è il momento di abbandonarsi ai ricordi. I ricordi non tornano, e Pietro pesa. Sarebbe tutto più semplice se potessi guidare fino all’ingresso: faticherei molto meno, ma è facile che qualcuno si insospettisca vedendo un furgone fermo vicino a un capanno diroccato. Così anche stavolta ho parcheggiato lontano, ai margini del bosco, come ogni volta. Lì c’è una piazzola dove si fermano spesso i cacciatori: di furgoni, autovan e jeep ce ne sono tanti, specialmente al mattino presto. Arrivano quando è ancora buio e di solito non se ne vanno mai prima di pranzo. A volte riescono a prendere un cinghiale, e allora per qualche giorno non tornano. Ma più spesso l’unica cosa che riportano a casa è il carniere pieno di bestemmie, e allora li rivedi il giorno dopo pronti a ricominciare, fucile in spalla e cartuccera legata in vita. Ho parcheggiato: le macchine dei cacciatori ci sono anche oggi. Ho controllato: i cacciatori no. Saranno già nel bosco, tra poco si inizieranno a sentire gli spari. Pietro non è grasso, solo robusto, eppure mi è sembrato di trascinarmi dietro una tonnellata di piombo. L’ho tirato fuori afferrandolo per le braccia, sotto le ascelle; è stata dura, ho dovuto fare diverse soste per riprendere fiato rischiando che qualcuno mi vedesse. Ogni volta rametti e foglie scricchiolano troppo, ogni volta i solchi nella terra bagnata devono essere ricoperti. La porta è socchiusa; il legno è gonfio di umidità, sui cardini non ci gira più. Ci poggio la schiena e la apro. Non troppo, quel tanto che basta per entrare. Vorrei trovare il fuoco acceso ma so già che non sarà così. Il camino non si può accendere, da fuori vedrebbero il fumo. Vorrei trovare un televisore sintonizzato su uno di quei patetici programmi di cucina, ma qui non si possono mettere antenne sul tetto, e il segnale di un’antenna portatile non basterebbe. Vorrei trovare l’aroma rassicurante di un pasto caldo, profumo di carne arrostita. So bene cosa vorrei trovare, ma soprattutto cosa non vorrei trovare. Chi non vorrei trovare. Tu. Mi volto, chiudo gli occhi per un istante. E quando li riapro, ti vedo. Ci sei anche stavolta. Come ogni volta. Ferma, inchiodata alla parete di fronte a me. Il tuo volto è una maschera di smorfie: risentimento, rabbia, frustrazione. Lì sopra ci vedo tutte le sfumature della delusione. «Cosa ti aspettavi? Lo sapevi cosa stavo andando a fare. Non potevi non saperlo.» Sì che lo sapevi, eppure sei arrabbiata, credo che se potessi, mi picchieresti. Magari mi ammazzeresti. Magari un giorno lo farai anche. «Avevi detto che non l’avresti più fatto.» «Dio, come sei seria... speri di farmi paura?» Sei seria anche quando la tua maschera smorfiosa si trasfigura prima nell’ansia, poi nella rassegnazione. Ti lascio parlare mentre mi tolgo il cappotto, la sciarpa e il berretto e li ripongo con calma sull’appendiabiti. Ti passerà. Ti passa sempre. Poi sfilo gli stivali di gomma e li poggio accanto alla porta. Dentro, non fuori. Dentro. E infine, i guanti. Sulla mensola del camino. Spento. Non si può accendere, il camino. Non si può. So già cosa dirai, ti conosco troppo bene. Dirai che nonostante i tuoi sforzi e le tue raccomandazioni, io faccio sempre e comunque di testa mia. Dirai che così non si può andare avanti. Che sta diventando troppo pericoloso. Dirai tante cose, ma non ti muoverai da lì. «Non so più cosa fare, davvero. Stavolta dovrò dirlo a qualcuno, non mi lasci scelta. Li stanno cercando, prima o poi li troveranno. E troveranno te. Troveranno noi. Per quanto tempo pensi di riuscire a far finta di niente?» Rimango in silenzio, alzando lo sguardo al soffitto. Devo ricordarmi di comprare dei chiodi e un martello. Quella trave va sistemata, entra l’acqua quando piove. «Smettila. Sei patetica. Ormai non le conto più le volte in cui mi hai minacciata. Se davvero avessi voluto, mi avresti fermata tre anni fa. Non l’hai mai fatto, e non lo farai nemmeno oggi. Non lo farai mai. Perché rimani con me se mi detesti fino a questo punto?» «Lo sai, perché. Perché voglio proteggerti.» «No. La verità è che tu senza di me non puoi vivere. Non potresti lasciarmi nemmeno se lo volessi.» «Sei sempre stata una piccola bugiarda» mi dice cattiva. «Anche quando non volevi andare a scuola, e appena tua madre usciva dalla porta, mettevi il termometro vicino alla lampadina per farlo salire.» «E con questo? Chi non l’ha fatto, da bambino?» «E poi un giorno il termometro è scoppiato, e il mercurio si è sparso su tutto il pavimento. E lo sai perché, Diletta? Perché tutte le bugie prima o poi vengono a galla. Tutte. Anche quelle della piccola Diletta dalle lunghe trecce bionde e le lentiggini sul naso.» Vorrei dirti di stare zitta, di lasciarmi in pace, ma so che non servirebbe a niente. Quando ti metti in testa qualcosa, non c’è verso di farti smettere. E nemmeno quando piangi, come adesso. Allora mi giro verso la finestra con le imposte chiuse, e guardo fuori attraverso le fessure nel legno. Grigio, nebbia, freddo. «Smettila di piangere!» ti urlo. «Perché se piangi tu, si bagnano anche i miei occhi, le mie guance.» Sento le lacrime scivolare fino alle labbra. Sento il sale del tuo dolore sincero, sincero come le tue parole, come le invocazioni, come le speranze. «Ti odio...» «Perché sai che ho ragione» mi rispondi. «Hai bisogno d’aiuto. Dammi retta, sei ancora in tempo per ricominciare. Non è troppo tardi. Non puoi trascorrere il resto della vita a vendicarti.» «Mi fai tenerezza, a volte, sai? Sembri crederci davvero quando dici certe cose.» Alzi il mento, è solo un attimo; un gesto quasi impercettibile, è il tuo sguardo che devo seguire. E il tuo sguardo indica Pietro, lì, sul pavimento. Non l’ho nemmeno spostato, è ancora vicino alla porta. Tanto, anche se si svegliasse non potrebbe andare da nessuna parte. Sembrerebbe tranquillo, se non avesse una benda infilata in bocca. Se non avesse le gambe incaprettate con le funi del portapacchi. Non lo sveglierò. Devo aspettare che lo faccia da solo. Devo guardarlo negli occhi mentre sconta la sua colpa. È questo il rito. «Ci sta mettendo tanto a riprendersi» mi dici. «Marco si era svegliato prima.» «Forse perché era più vecchio.» «Forse perché Pietro non vuole morire.» Mi avvicino a te fino a vedere le mille sfumature riflesse nelle tue pupille chiare. «Sei ancora in tempo» mi dici. «Guardalo, non ti fa pena? È così giovane…» «Pena? Chiedigli se a lui ha fatto pena Alessandro, quando lo ha implorato di non toccarlo. Quando lo ha pregato di lasciarlo in pace. Quando gli ha giurato che se lo avesse lasciato andare, non avrebbe raccontato niente a nessuno. Che tutto sarebbe tornato come prima, senza conseguenze. Chiediglielo!» Sei troppo vigliacca, non lo farai. Così prendo la fotografia di Alessandro e la mostro a Pietro. Lui spalanca gli occhi e inizia a scuotere la testa con forza, quasi avesse visto il Diavolo. Quegli occhi porcini che sembrano volergli uscire dalle orbite, mentre implora il perdono dentro alla benda che non può attutire la sua colpa. «Non farlo, ti prego!» mi dici. «Chiamiamo la polizia, i carabinieri. Saranno loro a fare giustizia.» «Loro non faranno proprio niente. Come non hanno fatto niente per te tanti anni fa, stupida!» Stupida illusa. Mi avvicino al camino e prendo il coltellaccio dalla mensola. Non l’ho pulito, l’ultima volta. C’è ancora il sangue di Marco incrostato sulla lama. Pietro, povero Pietro, che vede il coltello e si dimena come un verme infilzato su un amo. Striscia sul pavimento cercando di arrivare alla porta, come se potesse scappare. Non si scappa dal destino, caro Pietro. Chissà se si muoveva così, Alessandro, mentre cercava di divincolarsi, mentre cercava il perdono negli occhi del suo padre confessore. «Non farlo…» m’implori. Sotto il velo nero che ti copre la testa c’è una vita ricostruita a fatica, tra lacrime e preghiere, all’ombra di un inganno. Quel volto logoro, incorniciato dalla cappa bianca tenuta con due mollette da pochi centesimi, sembra stanco quanto il mio. Ma è inutile, tutto inutile. Puoi nasconderti quanto vuoi, cambiare nome, identità, paese, ma riconosco quello scintillio nei tuoi occhi verdi; quella non è paura. È eccitazione. Stai aspettando che giustizia sia fatta, e vuoi che sia io a farla. Me lo dice il tuo sguardo, anche se la bocca dice il contrario. Perché è sempre stato così tra noi. «Sai una cosa?» ti dico. «Mi hai sempre fatto credere di essere quella buona, quella capace di perdonare… ma in realtà sei tu a servirti di me, per vendicarti. Mi hai sempre manipolata. Sempre. Mi hai sempre ingannata. Ma io so come far uscire la tua vera natura. So quello che vuoi, quello che cerchi, quello di cui hai bisogno.» Vado verso il cucinotto e apro il congelatore. Il barattolo è lì. Poi torno da te. È arrivato il momento che sia tu a parlare con Pietro. «Prete» dici rivolta al verme. «Ti stupisce che sia proprio una suora a farti questo? Una tua sorella?» Aspetti una risposta che non arriverà. Non può parlare, Pietro. Non ci riesce. Riesce solo a mormorare, a grugnire frasi sconnesse. «Vuoi sapere perché? Io non volevo nemmeno prenderli, i voti. Mi ci hanno costretta. E tu? Tu perché ti sei fatto prete? Hanno costretto anche te?» «Non può risponderti, stupida» ti faccio notare. «Non lo vedi che non può parlare con la benda in bocca?» Ma tu non mi ascolti più. Ormai è una faccenda tra te e Pietro. È sempre stato così. Ogni volta. «Anch’io sono stata violentata da un prete, tanti anni fa. Avresti dovuto sentire come se la godeva, quel porco... anche tu godevi, Pietro? Godevi quando hai abbassato i pantaloncini di Alessandro e hai iniziato a toccarlo? Quando lui ti implorava di lasciarlo in pace? Godevi quando gli hai tolto per sempre l’innocenza?» Lo sento urlare anche con tutta la benda. Come urlavano i maiali di mio nonno quando li sgozzava, ogni inverno. Non dimenticherò mai quelle grida. «Sai cosa mi ha detto mio padre quando gli ho raccontato quello che mi aveva fatto il prete?» Gli alzo la tunica. «Mi ha detto che ero stata io a provocarlo.» Povero Pietro. «Mi ha detto “non si scappa dal destino”. Tu ci credi, Pietro? Io sì. Ho dovuto crederci per forza.» Mi volto verso di te: mi guardi ancora. Ora sorridi. «Sono andata anche a denunciarlo, lo sai? Ho camminato a piedi per due chilometri per arrivare in caserma. Il maresciallo ha detto “ci pensi bene, signorina, è sicura di non sbagliarsi? È un uomo di chiesa, non farebbe mai una cosa simile...”» La lama gli scorre sull’inguine e Pietro non può fare niente, nemmeno gridare. «Fallo» dici risoluta, convinta, decisa. Non è più a Pietro che parli. Stai parlando con me. Ora ti fa comodo, no? «Fallo adesso!» Dov’è finita la suora buona che mi rimproverava? Quella caritatevole che voleva fosse la polizia a fare giustizia? E poi la bugiarda sono io. Io che dicevo a mia madre di avere la febbre quando non era vero. Adesso c’è tanto sangue sul pavimento, e quello stupido, inutile uccello è lì, che non potrà più volare. Non potrà più umiliare, ferire, violentare. Lo prendo e lo infilo nel barattolo, assieme agli altri due. Mi fermo davanti a te per mostrartene il contenuto. «Quanti altri preti ci sono ancora nella provincia?» sorridi e mi strizzi l’occhio. «Prima però lascialo parlare. Sfilagli la benda, sentiamo cos’ha da dire.» «E sia. Ma sarai tu a parlarci.» Sollevo il prete e te lo metto di fronte. Quel coglione sta in piedi a fatica. Forse perché ha ancora le caviglie legate. O forse perché gli ho appena tolto quel suo schifoso essere maschio e il dolore deve essere insopportabile. «Diletta… cos’hai fatto… sei pazza...» dice con un filo di voce il prete, mentre da sotto la tonaca il sangue continua a gocciolare. A grondare. Perché guarda te e parla con me? Che cazzo vuole da me? Sei tu che vuoi sentire le sue scuse, le giustificazioni, le sue menzogne, non io. Io so già cosa dirà. Dirà le solite stronzate. Che il Signore non ci dà mai nulla di più di quanto possiamo sopportare. E se ci ha dato la pena, il dolore, la sofferenza, significa che possiamo sopportarli. Io non voglio ascoltarle, le sue stronzate. Le conosco già. Eppure il prete chiama il mio nome. Vuole parlare con me, è me che invoca. Non te. Me. Ecco, ora sarai contenta. Per l’ennesima volta tu sei quella buona e io quella cattiva. Io quella schizofrenica. Io quella pazza. «Che dici, Diletta, lo riportiamo a casa?» mi chiedi. «No. La sua vita non vale la mia. Farò quello che ho fatto con gli altri due.» Gli rimetto e la benda e prendo una delle funi con cui l’ho legato; gliela stringo attorno al collo finché non smette di respirare. Finché i suoi occhi porcini non rimangono spalancati senza più luce. Opachi, immobili. Lo sguardo della morte. Gli rimetto le mani sotto le ascelle e lo trascino fuori. Ha ricominciato a piovere. La nebbia è ancora fitta. E la pala, come ogni volta. La pala che scava nella terra morbida e va giù, sempre più giù, e il sudore, e la fatica, e le lacrime, e la rabbia, fino allo strato di calce viva sotto cui giace la morte. Marco e Giulio. Don Marco e Don Giulio. Vorrei che tu venissi ad aiutarmi almeno per buttarlo giù nella fossa; aspetto qualche minuto sotto la pioggia, ma tu non esci. Non esci mai. E allora lo faccio rotolare giù io, e vedo il suo corpo pesante fermarsi sopra gli altri due. Oggi sono in tre, tra un anno saranno quattro, e poi saranno tanti quanti gli anni che mi resteranno da vivere. E sempre io vado a prendere i sacchetti di calce nel capanno, e sempre io li apro e li rovescio sopra i corpi finché non sono del tutto nascosti, finché tutto non diventa bianco, bianco come la purezza che quegli schifosi hanno tolto a chissà quanti ragazzini. E sempre io riprendo la pala che affonda nella terra bagnata e ricopro tutto, stando ben attenta a nascondere, a ricostruire, a fingere che tutto sia normale. C’è il capanno da pulire, ora; il pavimento è lurido, imbrattato di sangue, terra e sporcizia. «Almeno in questo potresti aiutarmi, ma tu no, tu sei inchiodata a quella cazzo di parete, stronza che non sei altro!» Così mentre tu sorridi, io mi sfilo il velo e la tonaca zuppi d’acqua e fango e pulisco tutto. Per l’ennesima volta. Come ogni volta. Faccio sempre tutto io, sempre. Ma loro non sanno che la realtà è diversa, che sei tu che mi spingi a punirli, ad ammazzarli. Io e te siamo la stessa cosa, ma tu sei quella davvero cattiva. Io sono solo quella schizofrenica. Io sono solo quella pazza. Ti guardo, ora sembri tranquilla. Lo rimarrai per un po’, poi la voglia di vendetta tornerà a trasfigurare quel volto che una volta aveva tante lentiggini rossicce sul naso, quei capelli che tua madre acconciava in lunghe trecce bionde e che oggi sono prigionieri di una cappa bianca e un velo nero. Eri bella, quando eri una bambina. Eri pura. Eri innocente. Adesso no. Adesso sei talmente sporca che hai persino uno schizzo di sangue sulla guancia. Mi avvicino per toglierlo. Strofino a lungo, e finalmente lo specchio torna pulito.
  12. Pitagora

    Ciao @solidea ti lascio qualche impressione. Secondo me dovresti sistemare l'incipit. La prima frase presenta due complementi (uno di termine e un oggetto) ma manca di un soggetto vero e proprio, il fatto che la seconda frase si riferisca al "suo uomo" è solo intuibile, ma non grammaticalmente corretto, a mio avviso. Virgola al posto del punto dopo Incuriosito I puntini sospensivi devono essere sempre tre, e dopo ci va uno spazio e la minuscola Virgola dopo scheggia Ho avuto difficoltà a capire che Yago fosse l'uomo di Paola, non era mai stato chiamato per nome prima. E osserva il Sì affermazione deve avere la ì Anche qui la grammatica non è corretta. Il verbo diventare è riferito all'azione, non al soggetto. Stipite Yago pensa: Non è una domanda: come sei accaldato... oppure perché sei così accaldato? Non è una domanda, è un'affermazione. Senza virgola Per quanto riguarda l'impaginazione, ti suggerisco di andare a capo quando usi i dialoghi e di curare di più i segni di interpunzione: i wall of text sono antipatici da leggere e scoraggiano molto chi si approccia al tuo testo. A livello di contenuti, nel complesso l'ho trovato un racconto molto debole; tralasciando i tanti errori formali, lo sviluppo lascia più di qualche perplessità. Una donna che tradisce il proprio uomo con il vicino di casa senza prendere nemmeno la minima precauzione (addirittura fa l'amore vicino alla finestra, sapendo che può essere vista da tutti, compagno compreso) non è verosimile. Inoltre c'è carenza di elementi chiave che possano giustificare il finale; il fatto che quest'uomo sia un assassino seriale arriva in maniera totalmente inaspettata. Andrebbero inserite delle parti in cui il lettore possa avere la sensazione che in quest'uomo ci sia qualcosa di strano, altrimenti tutto risulta troppo superficiale per essere efficace. In questo tipo di racconti l'approfondimento psicologico dei personaggi è fondamentale, qui invece sono appena tratteggiati, e a mio parere non è sufficiente per appassionare il lettore. Alla prossima, N.
  13. Cattive compagnie

    Non ho capito cosa intendi... la voce che lo assilla è la voce interiore di Dario, la sua seconda personalità, mentre la voce narrante nelle mie intenzioni è una sorta di telecamera esterna che riprende la scena guardando soltanto il punto di vista di Dario. Sì, l'avevo già spiegato nelle risposte precedenti... errore mio... Grazie @Rica per il commento, scusami per il ritardo ma l'ho visto solo oggi! Ciao, N.
  14. blu

    Ciao @paolati , ho trovato il tuo racconto bellissimo. Passionale, disperato, intenso come solo un amore "non convenzionale" può essere. Poi, che sia non convenzionale perché infedele, clandestino, impossibile o per altri motivi, non importa; quello che importa è che un amore che si prende tutto, forse perché sa già che non durerà. Sei riuscita, con pochissime parole, a restituire con estrema perfezione gli ambienti, le sfumature e le emozioni non solo della voce narrante, ma anche del suo uomo. Mi piacciono molto le storie forti che riescono a tenersi in equilibrio, quelle che non si crogiolano nello sdolcinato ma non indugiano nemmeno nella violenza gratuita, sia essa fisica o psicologica. E credo che chiunque di noi abbia vissuto una storia simile, possa ritrovarsi nel tuo racconto, sentirselo cucito addosso, e pensare "è esattamente quello che ho provato io". Dentro ci ho trovato davvero tutto quello che a mio parere serve per confezionare un racconto perfetto. Mi ha fatto male leggerlo, per quanto l'ho trovato potente. Bravissima.
  15. Foglie di tè e fondi di caffè

    Ciao @GiD, ti lascio qualche impressione. troppo pesante per l'incipit. Eliminerei sgargianti, visto che scarlatte ha un significato preciso che si scopre più avanti. troppi possessivi. Almeno un paio si possono omettere. "Piccola mia" fa molto commediola romantica americana. Proverei a italianizzarlo, magari con un po' di dialetto che secondo me ci sta bene. Troppi aggettivi... e poi perché anteporli al sostantivo? Fa narrativa vecchia. La luce dorata del mattino le accende i ricci raccolti dietro la testa colorandole le guance grinzose. D'accordo, è una sorta di rito, o l'anticipo di esso. Ma c'è davvero bisogno di tutti questi dettagli, che chiunque sia stato in un bar conosce già? Secondo me appesantiscono troppo, e in fondo non rivelano nulla della storia. Eviterei la ripetizione di piccoli/piccolo, e ti è sfuggita una R in marroni. Non so se mi sono lasciata condizionare troppo da uno stile che non mi appartiene come scrittrice (che parolona...) e che non amo come lettrice, ma in questo racconto non sono riuscita a trovare elementi che mi convincessero della sua bontà. Si percepisce che la protagonista sia invischiata in una sorta di conflitto a distanza con la vicina di locale, perché si sente sfidata da qualcuno che come lei è probabile che sappia usare la magia, però... però non c'è sostanza. I personaggi, vero motore del racconto visto che altri elementi non ce ne sono, non sono per niente caratterizzati, mentre, vista la tematica, si sarebbero prestati ottimamente a un tratteggio più originale. Come dicevo nelle "correzioni", se già la nonna si esprimesse in dialetto, sarebbe qualcosa che potrebbe circostanziare meglio il tutto e dare un taglio meno generalista. Anche quando la nipote legge nella tazzina, in fondo non dice nulla, perché gli indizi non si riagganciano a qualcosa detto in precedenza, né a qualcosa che sarà detto in seguito, mentre su questo punto avresti potuto giocare molto di più. Per esempio, se all'inizio dicessi che questa nuova commerciante somiglia a una tal ragazza che ha fatto una tal cosa (magari spiacevole) qualche tempo prima... ecco, servirebbe qualcosa che faccia vivere di più tutta la vicenda, che avvicini il lettore alla storia e lo renda partecipe, altrimenti rimane un testo molto posticcio (scusa, è un brutto aggettivo, ma non me ne vengono altri per rendere l'idea di qualcosa di "finto"), troppo pieno di zucchero anche dove dovrebbe esserci un po' di sale. Se ci aggiungo che le due figure, quelle della saggia nonna e della nipotina un po' ribelle, sono cliché di questo tipo di storie, mi risulta tutto troppo rosa e troppo perfetto per essere efficace. Per concludere, a me ha ricordato lo stile di Fannie Flagg, ma forse anche in questo caso mi sono lasciata influenzare un po' dalla tematica A rileggerti! N.
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