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Steve666

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  • Provenienza
    Torino
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    Leggere, scrivere, documentarsi, vivere serenamente per quanto possibile, computer, giochi, videogiochi, figlie, sesso, mangiare e bere da solo o in compagnia. E non necessariamente tutto in quest'ordine.

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  1. @Yaxara stai tranquilla... la mia prima nasce nel 1987 e si "trascina" per anni, tra riscritture e accantonamenti, per cui nulla di cui preoccuparsi visto che uscirà nel 2019 (attualmente è in fase di editing con la CE). 32 anni sono tanti, ma alla fine temo che anche dopo il visto si stampi avrò ancora bisogno di fare qualche modifica. Certe "storie" fanno parte di noi (se vuoi la storia completa... della storia, fai una visita alla pagina nella mia firma e magari, in parte, riconoscerai quello che è successo a te con la "tua" storia). Però è vero che più tempo e sudore ci metti dentro e più diventa quasi obbligatorio tentare la strada della pubblicazione. In fin dei conti i tuoi continui e decennali sforzi devono trovare una conclusione, ti auguro positiva. In bocca al lupo!
  2. Tieni conto innanzitutto che i nomi illustri suddetti (King ne è l'esempio, e in "On Writing" lo scrive chiaramente, tanto per citarne uno) riguardano persone che scrivono per lavoro. Qualcuno può anche dire che sono riusciti a fare del loro sogno un lavoro, ma proprio in quanto "lavoro" diventa un'esigenza primaria e non più un piacere. Anche a me, quando iniziai trent'anni fa a lavorare, piaceva ciò che facevo e lo facevo con entusiasmo. Oggi mi sveglio al mattino e vorrei girarmi dall'altra parte perchè non provo più piacere in ciò che faccio (ma, detto tra noi, pensare a cosa mi toccherebbe fare se restassi in casa mi fornisce ancora un ottimo stimolo per andare a lavoro... ). In questo noi "scribacchini" siamo molto avvantaggiati: scriviamo ancora perchè ci piace e ci fa stare bene, e non perchè dobbiamo portare a casa la pagnotta. P.S. - per il resto tieni presente che non ho parlato del cane e mi sono limitato a una figlia, pur avendone due... . Effettivamente sono un santo!
  3. @Silverwillow Ovviamente dalla tua descrizione mi sembra chiaro che la storia sia piuttosto lunga, quindi bisognerebbe agire nello specifico (un buon editor saprebbe sicuramente consigliarti per il meglio), però posso dirti come ho risolto io una situazione simile. La storia in questione si dipanava su due piani temporali molto distanti e molto diversi, ma essenziali l'uno all'altro per comprendere lo svolgersi degli eventi. Ho provato e riprovato a combinare il manoscritto in mille modi, ma nessuno mi piaceva davvero e correvo, come te, il rischio di rendere tutto molto pesante oppure di escludere particolari essenziali che non aveva senso neppure inserire senza contestualizzarli. Alla fine ho risolto nel modo più semplice: inizio in "media res" (per la verità qualche minuto prima) nella storia contemporanea, come una specie di prologo, poi inizio della trama contemporanea a partire da quel momento nel capitolo successivo, quindi legame (un manoscritto, nel mio caso) e terzo capitolo ambientato come flashback. Da quel punto in avanti a capitoli alterni presente - passato, fino alla conclusione (nel presente) che è appunto il momento in cui le due storie confluiscono e trovano un senso l'una nell'altra. La vera difficoltà è stata nel mantenere un equilibrio tra i vari capitoli, con il rischio di scrivere troppo del presente e meno del passato, o viceversa, ma dopo che ho ricomposto la storia in quel modo, nella revisione successiva (tagliando e integrando i vari particolari) ho scoperto che certi elementi necessari che mi portavano via pagine intere si potevano ridurre a poche righe o un paragrafo al massimo. Con ulteriori revisioni ho continuato a tagliare e integrare avendo già una visione d'insieme e alla fine il romanzo è diventato quello che è. Forse questo suggerimento non vale per la tua storia, soprattutto se si tratta di una saga, ma se invece la si può definire un continuum allora sì. Il manoscritto può essere sostituito da qualsiasi cosa: un ricordo, un sogno, oppure semplicemente un salto temporale vero e proprio: stabilite le regole e il ritmo, chiarendo fin da subito al lettore cosa stai facendo (magari con un segno esterno ben definito: nel mio caso la parte contemporanea era narrata in prima persona e nell'altra in terza onniscente), non avrà difficoltà a seguirti. Questo sistema, inoltre, ti permette di disseminare il romanzo di cliffhanger, lasciando in sospeso il lettore che sarà spinto a leggere rapidamente il capitolo per sapere come finisce quello precedente, e nel frattempo viene agganciato per quello successivo e così via). Spero possa funzionare anche con la tua storia. In bocca al lupo.
  4. Xche? NN mi pare ke sia scritto sbagliato!
  5. @Dale Non sei la sola. Credo che tutti gli scrittori non professionisti, e che quindi non vivono di scrittura, si ritrovano alle prese con questo problema. Tutti abbiamo un lavoro, una famiglia, una vita, la partita in TV e la birra con gli amici, e per tutti la giornata dura 24 ore e non un minuto di più. Posso dirti però che ci sono periodi in cui mi impongo di scrivere. Anzi, meglio, dovrei dire che ne sento un'esigenza quasi fisica, per cui in quel periodo mi viene naturale rinunciare a tutto il resto, o perlomeno alle cose superflue. Stacco il telefono, litigo con la moglie che vuole uscire o con la figlia che accende la tv e mi immergo completamente nel mio mondo. Certo posso farlo per periodi limitati e tempi limitati, ma per me funziona (ancora non ho divorziato, perlomeno!). Non credo nella storia che dicono tutti (ma che sono convinto che nessuno pratica davvero) di scrivere comunque tutti i giorni un tot di pagine o di parole. Certo puoi darti un obiettivo, ma come conciliamo "scrivere tot parole" quando invece di scrivere una storia nuova stai facendo una revisione di qualcosa di già scritto? E poi abbiamo tutti dei momenti no, in cui non ci va nemmeno di scrivere e se ci sforziamo scriviamo solo cavolate. Lasciati andare, se senti il bisogno di scrivere fallo mandando a quel paese tutto e tutti. Se invece "devi" scrivere come imposizione perderesti il primo e più grande vantaggio della scrittura, trasformando quello che era un piacere in un compito. E questo non ti renderebbe felice, immagino.
  6. Purtroppo non esiste un "decalogo" applicabile alla realtà italiana. Esiste il codice di procedura penale, quindi le indagini le coordina e dirige la Magistratura, relegando PS e CC al ruolo di esecutori, mentre le indagini difensive (quindi il famoso detective) sono ridicole e ininfluenti (così che questi signori si occupano prevalentemente di tradimenti). Alla fine gli unici abbastanza liberi, sebbene con tutti i limiti del "privato cittadino", sono i giornalisti che possono indagare più o meno liberamente (vedasi il caso delle Iene su MPS) da vincoli, salvo quelli imposti dall'editore se non sono dei freelance. Tanto per chiarire e confermare quanto detto da @Inchiostronoir aggiungo che già solo identificare un investigatore sarebbe un bel problema, dato che il lettore medio ha in mente CSI, Montalbano, Coliandro & C. Se si parla di omicidio e devi scrivere su di un membro della "Omicidi", allora devi inserirlo nella Squadra Mobile, ma che grado gli dai? Commissario o Ispettore (che detti così, senza le attribuzioni di grado complementari - Capo, Superiore, UPS ecc. - non significano nulla) comandano poco o nulla, e quindi si deve salire già a ViceQuestore (Aggiunto) se si vuole uno che abbia un minimo di autonomia e coordinamento (parlo per la PS, ma per i CC è uguale solo che cambiano i gradi). Quindi, in conclusione, limitati alla "verosomiglianza" e lascia perdere la realtà delle cose, a meno che tu non voglia confondere il lettore e/o rendere il tuo lavoro un polpettone immangiabile. Ci sarà pure un motivo per cui spesso non si arriva mai alla soluzione piena e soddisfacente di un caso qui da noi (vedasi Franzoni, Yara e tanti altri omicidi in cui resta sempre un dubbio sull'operato degli investigatori, ammesso che abbiano arrestato qualcuno). Personalmente nel mio romanzo mi sono attenuto alla scuola di Manzini e Camilleri, che pur essendo piuttosto irreali (hai mai visto davvero un interrogatorio come funziona rispetto a come lo fanno vedere in TV o lo descrivono in un romanzo?), alla fine sono quello che la gente comune ha in mente quando parla di "investigatore sublime". Se invece vuoi delle regole sul "genere" giallo, allora di quelle ne trovi quante ne vuoi, quasi tutte anglo-americane ma sempre valide anche nel nostro contesto. Tieni però conto del fatto che da noi esiste un sistema di leggi molto diverso dal sistema americano o inglese, o anche solo tedesco o francese, per cui se vuoi davvero attenerti alla realtà "vera" considera che per un pedinamento di un paio d'ore dovrai rientrare in ufficio e scrivere fogli e rapporti per un paio di giorni, per un'intercettazione ambientale o telefonica di cinque minuti dovrai invece lavorarci una settimana... in bocca al lupo!
  7. Ciao @GiuliaM , ti consiglio anche la lettura del libro "L'opera al nero" di Marguerite Yourcenar. Ne hanno anche tratto un flim ma il libro è un'altra cosa. Periodo e ambientazione sono assolutamente coerenti con quelli da te richiesti. Spero di esserti stato utile. In bocca al lupo.
  8. Il problema è che il romanzo è ambientato durante la grande nevicata dell'87 (oltre 1 metro a Torino) e quindi ho bisogno che nevichi nuovamente, ma il mio editor non è persona così paziente. O sgozzo lei (ammesso mi voglia seguire in montagna, ma ne dubito sapendo le mie intenzioni) oppure devo rimettermi alle esperienze dei colleghi del forum. Per i link, grazie Marcello!
  9. Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  10. Le minestre riscaldate non sono mai buone...
  11. @Marco ML Assolutamente d'accordo. Gli editori (quelli che fanno davvero l'editore e non lo stampatore) già fanno una cernita piuttosto drastica tra tutto il materiale presentato. A volte basta una frase fuori posto, una punteggiatura sbagliata, e passano al manoscritto successivo, forse privandosi così del privilegio di pubblicare una grande opera. Ma agiscono sui numeri e soprattutto sulla loro esperienza e sensazione. Un'agenzia deve anche amare il libro, perché deve presentarlo a un editore che a sua volta potrebbe ancora scartarlo, rendendo di fatto inutile il lavoro di selezione dell'agente. Se si provasse a ragionare in questo modo si potrebbe capire che la via dell'agenzia è molto più ostica di quella dell'editore, perché mentre potreste trovare un editore disposto a "investire" su di voi (e non parlo di quelli che vi chiedono di investire su di loro...), non è detto che possiate trovare un agente che investa su di voi con il rischio di non sapere come piazzare il vostro lavoro. In questo senso forse sarebbe meglio l'invio del manoscritto a una pletora di editori, giocando sulla legge dei grandi numeri, piuttosto che passare le notti insonni tentando la via dell'agenzia. Però, e questo è innegabile, noi imbrattacarte siamo dei sognatori, ma soprattutto dei masochisti.
  12. @Sissy Credo tu abbia espresso in modo molto chiaro e sintetico ciò che accade a tutti coloro che scrivono con il cuore e soprattutto con l'anima. Si forma una specie di legame tra il tuo io più profondo, quello che hai messo nella storia, e il testo scritto. Personalmente ho (sto) provando le stesse cose, e penso con terrore a quando avrò smesso di rivedere, correggere il manoscritto, con la fatidica "visto si stampi". In quel momento temo di provare le stesse emozioni che si provano quando un figlio se ne va di casa, pronto ad affrontare una vita propria, ma una vita che non farà più parte della tua. L'unica via d'uscita per riempire quel vuoto sarebbe fare un altro figlio (o prendere un cucciolo di cane)... o magari scrivere un altro pezzo di te a cui affezionarti come al precedente.
  13. Credo che comunque ne valga la pena: non costa nulla (a parte lo spasmo dell'invio in pochi minuti a mezzanotte) ed è un modo per mettersi in gioco. A me non era arrivato un rifiuto e ho inviato a seguito di richiesta il manoscritto completo. Poi, dopo circa quaranta giorni dal ricevimento del cartaceo, ho ricevuto una mail motivata dove la Meucci dichiarava il suo non interesse per la tipologia della mia storia (thriller paranormale) riconoscendone comunque la bontà per trama e linguaggio. Ci sono rimasto male come voi (avendo inoltre speso pure i soldi per l'invio... quindi forse è preferibile un rifiuto immediato ) e avendo coltivato per un certo periodo un sogno. Parlando con altri autori però ho scoperto che il suo target è molto ristretto a un certo tipo di trame, e normalmente non prende in considerazione fantasy, thriller e paranormali, quindi era già strano che avessi superato la prima selezione. L'agenzia (anzi, la Meucci stessa) sono stati puntuali e corretti (cosa non da poco) e credo ne sia valsa la pena. Quando avrò pubblicato il manoscritto (ho trovato successivamente delle CE free interessate) e mi dedicherò al secondo, sicuramente riproverò a contattarla (me lo ha chiesto lei, tra l'altro, risparmiandomi la trafila dell'invio a scadenza) anche se il mio "genere" è sempre più o meno quello già scartato. Metti mai che ci ripensi.... . Tutto questo per dire che l'entusiasmo all'invio non deve essere sostituito da scoramento e magari rabbia o pentimenti di sorta, perché la Meucci è solo una delle possibilità che abbiamo, certo una delle più appetibili ma proprio per questo anche una delle più difficili. Forse non ha mai accettato manoscritti da noi esordienti (a parte la trafila un po' particolare dell'autrice in lingua spagnola che quindi non è assimilabile al nostro caso), ma comunque legge e cerca. Ovviamente un'agente letteraria deve essere la prima a credere nel manoscritto per poterlo piazzare, e magari tra i suoi contatti non ci sono case editrici che possano essere idonee per il nostro romanzo. Ma questo non significa nulla, e prima di tutto dobbiamo crederci noi. A me è andata bene, vi auguro che per voi sia lo stesso.
  14. Mi permetto di dissentire. I distinguo vanno fatti eccome: prescindendo dall'ideologia politica dalla quale mi astraggo totalmente, i mezzi di informazione disponibili al giorno d'oggi non sono paragonabili a quelli disponibili al tempo in questione. Oggi con un click (neppure più sul computer, visto che basta uno smartphone) hai a disposizione tonnellate di informazioni (e contro informazione, bufale e tutto quello che ti pare) per cui dire che oggi tutti sappiamo dell'esistenza dei CIE è vero, ma sul resto (far finta ecc.) direi che sia impossibile dire di non sapere. Poi ci possono essere (sempre a un click di smartphone) tonnellate di informazioni che giustificano la loro esistenza e quindi puoi sapere della loro esistenza senza sentirti per questa ragione colpevole. Ai tempi, invece, le uniche informazioni disponibili erano censurate e veicolate dal regime (soprattutto in contesti dittatoriali come Italia, Spagna, Germania, Russia ecc.) e pure in America non è che le cose stessero poi così bene. Dei Lager non si parlava (e non si sapeva) neppure in Italia o in America, tant'è che quando gli Alleati si sono trovati davanti gli orrori dei campi di concentramento sono rimasti loro stessi sbigottiti. Gli stessi ufficiali tedeschi (non le SS, naturalmente) erano trattati con sospetto e non certo informati su determinate questioni, per cui un alto ufficiale forse poteva anche avere sospetti sia sulla possibile sconfitta che sull'esistenza dell'eccidio, ma un ufficiale di basso rango, non appartenente a corpi speciali, difficilmente aveva più informazioni di un normale cittadino. Con la sola differenza che era forse ancora più sottoposto a propaganda e censura perché informarsi troppo avrebbe comportato la fucilazione per tradimento. Anche la congiura contro Hitler, l'attentato, è stato ordito da altissimi ufficiali del suo enturage, e non certo dalla base. Ho conosciuto personalmente un ex tenente (all'epoca) dell'esercito italiano che è stato deportato dopo l'8 settembre e non sapeva nulla dell'esistenza dei campi fino a che non ci si è trovato lui.
  15. Si andrebbe OT se si parlasse anche di cosa si deve fare in una presentazione? Va bene chi e come la organizza, va bene che devi sbatterti per trovare gente, ma poi? Qual'è il modo migliore per affrontare la fatidica presentazione? Che obblighi si hanno a questo punto? Non tutti quelli che sanno scrivere poi sanno anche parlare...