Plutarco

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    Riccardo Alberto Quattrini
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    Letture e scritture. Scrivo romanzi, racconti e saggi.

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  1. “Undici pallettoni da otto millimetri sparati a distanza ravvicinata, un parabrezza frantumato, un volto irriconoscibile, riviste pornografiche sparse sul sedile e un membro fuori dai pantaloni, fanno immediatamente pensare a un delitto passionale. Il morto è un importante e stimato proprietario terriero certo Artemio Libonati, la sua azienda da lavoro a centinaia di mondine, che ogni anno per circa quaranta giorni, animeranno quegli acquitrini del Monferrato, con le sue estese risaie che si perdono a vista d’occhio. La cittadina di Casale Monferrato è in fermento per i preparativi delle elezioni politiche, che si svolgeranno di lì a qualche mese e questo delitto complica la vita al commissario Pino Bonivento. Se dapprincipio quello che sembrava un delitto semplice, col progredire delle indagini, si dimostrerà sempre più complicato, intricato e oscuro per il commissario, che lo porterà sulle tracce torbide di un altro efferato crimine compiuto durante la Resistenza. Con un gioco di incastri e di ingranaggi, si perfezionerà nella scena finale, un esito inaspettato e drammatico.
  2. Undici pallettoni da otto millimetri sparati a distanza ravvicinata, un parabrezza frantumato, un volto irriconoscibile, riviste pornografiche sparse sul sedile e un membro fuori dai pantaloni, fanno immediatamente pensare a un delitto passionale. Il morto è un importante e stimato proprietario terriero certo Artemio Libonati, la sua azienda da lavoro a centinaia di mondine, che ogni anno per circa quaranta giorni, animeranno quegli acquitrini del Monferrato, con le sue estese risaie che si perdono a vista d’occhio. La cittadina di Casale Monferrato è in fermento per i preparativi delle elezioni politiche, che si svolgeranno di lì a qualche mese e questo delitto complica la vita al commissario Pino Bonivento. Se dapprincipio quello che sembrava un delitto semplice, col progredire delle indagini, si dimostrerà sempre più complicato, intricato e oscuro per il commissario, che lo porterà sulle tracce torbide di un altro efferato crimine compiuto durante la Resistenza. Con un gioco di incastri e di ingranaggi, si perfezionerà nella scena finale, un esito inaspettato e drammatico.
  3. Ciao Ilaria, 

    posso permettermi di suggerirti il mio blog da poco creato. Ecco il luogo: https://www.inchiostronero.it/

     

    Buona navigazione. 

     

    p.s. critiche e suggerimenti sono graditi. 

     

    1. ilaria piras

      ilaria piras

      grazie Plutarco, lo visiterò senz'altro. Buona giornata (y)

  4. Un uomo al di sopra di ogni sospetto, un magistrato integerrimo tradito dal cuore e dalle medicine che avrebbero dovuto salvargli la vita. Chi ha sostituito le pillole per l'angina del dottor Fidenziano Calabrò con un placebo? Per scoprirlo, il maresciallo maggiore dei carabinieri, Delma Pugliese, dovrà risolvere dei veri e propri enigmi, scavando appena sotto la patina di perbenismo, tra vizi e gelosie, della Lecco che conta. Dopo “Un delitto al dente” e “Un delitto lacustre”, non perdetevi il nuovo e intricato caso dell'affascinante Delma Pugliese. Deodato le osservò il profilo sottile, la fronte spaziosa, i capelli neri come le ciglia lunghe, gli occhi grandi, profondi, vividi, che quando ti davano un ordine lo eseguivi in un lampo. Aveva abbassato l’aletta parasole e, osservandosi nel piccolo specchio, si era passata un filo di rossetto sulle labbra. Quell’operazione tanto femminile, riscosse in Deodato un che di voluttuoso, era come se la divisa fosse sparita. «Guarda che ti vedo Deodato. È meglio che tieni d’occhio la strada». UN DELITTO PLACEBO Un nuovo e intricato caso per il maresciallo maggiore Delma Pugliese un racconto di Riccardo Alberto Quattrini Copyright 2017 Smashwords Edition Licenza d'uso Questo ebook è concesso in uso per l’intrattenimento personale. Questo ebook non può essere rivenduto o ceduto ad altre persone. Se si desidera condividere questo ebook con un’altra persona, acquista una copia aggiuntiva per ogni destinatario. Se state leggendo questo ebook e non lo avete acquistato per il vostro unico utilizzo, si prega di tornare a Smashwords.com e acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto al duro lavoro di questo autore. INDICE Incipit Un delitto placebo Nota dell'autore “L’ipocrita lo riconosci subito. Ha una maschera sull’anima.” (Vinkweb, Twitter) L’Alfa 155 era ferma sul piazzale antistante la procura. L’appuntato Luca Cigolani era alla guida e faceva scivolare le mani sul volante, quando li vide scendere gli ampi gradini smise. Avevano i volti tirati di chi ha ricevuto qualche brutta notizia. Il maresciallo maggiore Delma Pugliese era qualche gradino avanti al sostituto dottor Bruno Canepa. Cigolani scese dall’auto e aprì la portiera posteriore al sostituto facendo seguire un saluto alla visiera. «Cigolani andiamo dal patologo», disse il maresciallo sedendoglisi accanto. L’Alfa partì con una sgommata. Durante il viaggio non si scambiarono nessuna parola. Dapprincipio la giornata pareva essere positiva per il maresciallo Pugliese, visto l’esito del caso “odontoiatra”, che lei aveva battezzato un delitto al dente, indirizzando immediatamente le indagini verso la pista sentimentale. Mentre il sostituto aveva propugnato che si trattasse di un semplice infarto. Il dottor Bruno Canepa aveva da qualche giorno sostituito il dottor Fidenziano Calabrò, morto nello studio di casa sua per un infarto. Una bravissima e degna persona, con la quale il maresciallo si era trovata sempre in perfetta armonia. Diversamente con il dottor Canepa, giudicato senza indugio come presuntuoso, arrogante e borioso quando puntualizzò, muovendo a scatti la mano, come un direttore d’orchestra, che amava l’osservanza delle leggi, non disgiunte, qualora ce ne fosse la necessità, da una tempestiva repressione dei reati nel rispetto delle misure di sicurezza... E poi quei capelli lunghi e quel perenne ciuffo che gli scendeva sulla fronte butterata, come il viso, che ricordava un poco Fabrizio De André, anche lui genovese come il cantautore. La distanza dalla procura all’Istituto di Medicina legale era assai breve. L'edificio, ricavato nel lato nord dell’ospedale Luini Confalonieri, era bigio e cupo, come ciò che quel luogo rappresentava. La facciata ospitava, su un lato ad angolo retto, tre finestre dotate di telai di ferro e vetri smerigliati, che davano una fievole luce interna alle scale. Cigolani entrò nel piccolo cortile, dove vi era parcheggiato un furgone nero, da cui due necrofori tirarono fuori un sacco, nero, di plastica che adagiarono su una lettiga. Ritto, accanto alla porta, stava Georg Brandhauer, l’assistente del dottor Bonafè. Con ampi gesti collaudati Brandhauer fece scattare i ferma-porte ed aprì i battenti. I due uomini spinsero il carrello all’interno del corridoio. «Siamo attesi dal dottor Bonafè», disse Pugliese. L'assistente fece un mezzo inchino, «Il dottore vi aspetta in laboratorio», disse e fece seguire la frase da un gesto con il braccio, ad indicare la via. I due necrofori spinsero la lettiga, che cigolava per via di una ruota sgrassata, nel lungo corridoio di linoleum blu. Li seguivano Brandhauer, Pugliese e Canepa. L’odore nel locale sapeva di muffa e disinfettante, mosso da un enorme ventola che girava lenta sul soffitto ingiallito. Tutte le pareti erano piastrellate di un colore indefinito, sulla parete di destra alloggiavano le celle frigorifere mortuarie lucide, in acciaio cromato. Poco discosta una scrivania in metallo con due sedie bianche da ospedale. Dal soffitto pendevano due grosse lampade al neon che diffondevano, oltre al tipico ronzio dei condensatori, una luce innaturale. Il tavolo di dissezione rettangolare, con lavandino, in acciaio, dominava il centro della stanza. «Dottor Canepa», disse il dottor Bonafè, fasciato in un camice di due taglie più grandi, che metteva in risalto ancora di più la sua magrezza. «Mi dispiace fare la sua conoscenza in una simile circostanza», seguitò porgendogli la piccola mano. Il sostituto alzò le spalle. «Fa parte del nostro lavoro», disse e gliela strinse. «Maresciallo», si rivolse a Pugliese stringendo anche a lei la mano. «Voi due potete andare. Anche tu», disse ai portantini e al suo aiutante, che mestamente si incamminò dietro di loro per poi richiudere alle sue spalle la porta di metallo. «Chi è?», domandò curiosa Pugliese. «Un incidente automobilistico. Sapete come sono le assicurazioni», proseguì: «Vi ho convocati con urgenza, in quanto devo riferirvi di un importante e drammatico fatto». Il sostituto fece correre lo sguardo per il locale, come a domandarsi se non ci fosse stato altro posto per parlare. «Capisco dal suo sguardo che vi state chiedendo perché vi abbia fatti convocare qua, anziché nel mio studio di sopra», disse come se gli avesse letto nel pensiero. «Ma prego, accomodiamoci», disse e indicò le due sedie di metallo. Si sedettero, il dottor Bonafè su uno sgabello che fece scivolare da sotto la scrivania. «Quando vi avrò messo al corrente , capirete perché ho ritenuto necessario tutto questo riserbo». «Siamo tutto orecchie», disse Canepa. «Si tratta del dottor Fidenziano». «Il dottor Calabrò?», chiese il maresciallo levandosi il cappello e mostrando i capelli neri raccolti dietro la nuca da un paio di pettinini. «Sì. Siamo molto amici, per questo l’ho chiamato con il suo nome di battesimo. Ma intendevo proprio lui, il dottor Calabrò». «Ebbene», soggiunse Canepa accavallando le lunghe gambe. «Ebbene, non è morto come si credeva per un infarto». «No?», chiese Pugliese. «No… È stato ucciso». «Ucciso?», chiese il sostituto scavallando le gambe e raddrizzando la schiena. «Ma è sicuro?», chiese Pugliese allungandosi sulla scrivania. «Ascoltate, vi prego», disse Bonafè rivelando un moto di afflizione. «È stato per puro caso che sono giunto ad una simile scoperta. Quando Fidenziano, quella sera cominciò a stare male, sua moglie mi chiamò. Io accorsi subito, cioè non prima di averle consigliato di fargli assumere della trinitrina. Fidenziano, come anch’io del resto, soffriva di angina. Così, quando arrivai a casa sua e dovetti salire i tre piani di scale, vuoi per l’agitazione, vuoi per lo sforzo, anch’io sentii quei dolori caratteristici che accompagnano chi ne soffre. Ma come sempre, di portarmi la trinitrina non me lo ricordavo mai...». «E dunque?» chiese impaziente Canepa. Il dottor Bonafè si soffiò il naso prima di proseguire: «Quando Eleonora mi accompagnò nello studio, trovai Fidenziano disteso a terra e non potei fare altro che diagnosticarne la morte per infarto. La scatoletta della trinitrina era sul tavolo della scrivania, così per precauzione ne presi un paio che feci sciogliere sotto la lingua. Ecco, fu in quel momento che mi sorse un dubbio». «Cioè?», lo incalzò il sostituto. «Il sapore. Il sapore di quella pillola era troppo dolce, e poi il mal di testa. Non sopraggiungeva». «Mi faccia capire dottore», intervenne Pugliese «a lei, quando assume la trinitrina, le viene male alla testa. Ho capito bene?» «Già. Sempre. Mentre quella sera non sopraggiunse. E poi, come dicevo, quel gusto dolce. Così mi sono infilato in tasca la scatoletta e l’ho analizzata». «E…», fece lei incuriosita. «Zucchero. Una semplice pillola di zucchero. Un placebo, insomma. Capite? Lui, al bisogno, assumeva dello zucchero». Per un attimo calò il silenzio. Si udivano solamente il ventilatore e i condensatori che sfrigolavano. «E a chi poteva interessare che assumesse dello zucchero anziché una medicina vera?», chiese il sostituto, che aveva nuovamente accavallato le gambe. «A chi voleva che gli venisse un infarto». «Dunque, siamo in presenza di un omicidio», disse il maresciallo sistemandosi un pettinino dispettoso, che non voleva saperne di restare tra i capelli. Bonafè annuì. «Ci sarà bisogno di una nuova perizia, allora. Dovremo riesumare la salma», disse Canepa. «Certamente. Lei mi faccia avere l’autorizzazione. Penserò io ad avvertire la moglie. Povera donna, chissà come prenderà la notizia», disse Bonafè. «No. Se permette dottore, quel compito spetta a me. Il dottor Calabrò l’ho conosciuto quando, due anni fa, assunsi il comando della compagnia. Ho avuto perciò modo di conoscerlo e apprezzarne il suo operato sempre teso al rigore e all’inflessibilità. Sua moglie Eleonora, invece, la conobbi a novembre dello scorso anno, in occasione della Virgo Fidelis, Patrona dell’Arma. Credo ne convenga anche il dottor Canepa, sia giusto che mi incarichi io di questa indagine», disse Pugliese con un piglio deciso che non ammetteva repliche. Bonafè approvò con un movimento contenuto della testa. Canepa, viceversa, in maniera più ostentata, muovendo ripetutamente la testa, con una chiara espressione di assenso riflessa nei suoi occhi scuri. Si salutarono. *** Appena rientrata al Comando, Delma Pugliese convocò nel suo ufficio i due collaboratori più fidati per metterli al corrente degli sviluppi e dare loro disposizioni: «Allora, tu Catelli fai una piccola e discreta indagine sul dottor Fidenziano Calabrò. Cerca i luoghi che maggiormente frequentava. Ristoranti, bar, il giornalaio, il parrucchiere». «Il parrucchiere?», chiese stupito il vice brigadiere. «Sì, Catelli. In quelle botteghe si parla molto, ci si confida. Non solo noi donne, credimi. Ma Catelli…», riprese il maresciallo posando un gomito sul piano della scrivania colma di faldoni e carte, guardandolo dritto negli occhi chiari, «discrezione. La massima discrezione. Ci siamo capiti?». «Maresciallo, mi scusi, come posso essere discreto, se sto indagando su un assassinio?». «Catelli, mica devi dire che lo hanno assassinato, no? E poi la discrezione la intendo anche con i colleghi, con gli amici, con la fidanzata. Tu è a me che devi relazionare. Sono stata chiara?». «Moglie. Sono sposato maresciallo», disse puntiglioso. «Moglie Catelli. Va bene, moglie». Il vicebrigadiere stirò le labbra in un sorriso compiaciuto e si avviò alla porta. Il maresciallo lo richiamò: «Un ultima cosa. Naturalmente ci vai in borghese». «Naturalmente maresciallo», e infilò la porta. Poi si rivolse al brigadiere, che fino a quel momento se n’era restato con un taccuino per gli appunti posato sulle ginocchia e una matita in mano. «Tu Deodato, invece, mi fai un elenco di chi ha mandato a processo, diciamo negli ultimi due anni. Io vado a casa sua a dare questa altra brutta notizia alla moglie. Via, al lavoro», disse e si alzò dalla scrivania, indossò il cappello e uscì seguita dal brigadiere e dal suo taccuino, che era rimasto immacolato. *** L’edificio del dottor Fidenziano Calabrò era al terzo piano di uno stabile che si affacciava sul lago. Il maresciallo aveva fatto precedere la visita da una telefonata, per predisporre la signora Calabrò a quel singolare appuntamento. Si accomodarono in soggiorno. Era arredato con gusto: solidi mobili di legno e morbidi divani su un parquet verniciato Vi erano numerosi quadri di genere, ritratti, paesaggi e nature morte. Una grande biblioteca occupava tutta una parete. «Si accomodi», disse la signora. «Mi ricordo di lei, fu lo scorso anno per la festa della patrona dell’Arma. Non le nascondo la mia apprensione dopo la sua telefonata. Un maresciallo dei carabinieri che si presenta in casa lascia presagire sempre, mi permetta, qualcosa di spiacevole.» Pugliese guardò quel viso che non dimostrava gli anni che lei conosceva, un ovale discreto, leggermente abbronzato da passeggiate sul lungo lago. «Ha perfettamente ragione signora Calabrò. Non le porto buone notizie. Ma deve convenire che è il mio dovere a impormi certi spiacevoli compiti», disse e posò il cappello rovesciato sul divano al cui interno depose i guanti. «Le posso offrire qualcosa?», chiese la signora lisciandosi la gonna nera con le due mani. Il maresciallo scosse la testa, stirò appena le labbra in un sorriso di circostanza. «Allora mi dica», ed emise un lungo sospiro. «Non faccio giri di parole per non angosciarla maggiormente. Quello che le dirò, la esorto, dovrà rimanere circoscritto a queste mura». La signora si portò una mano sul petto e fece un altro lungo sospiro. «Dunque, suo marito non è morto, come tutti credevano, per un infarto. No. Qualcuno lo ha deliberatamente ucciso». La signora si coprì il viso con le mani. Nel soggiorno scese un silenzio temperato solo dalla grande pendola che, incurante, batteva il tempo. «E chi lo avrebbe ucciso?», domandò con una voce incrinata dalla commozione. «Sono qui per questo. Per cercare di capire chi avesse questo interesse. Vorrei, quindi, farle delle domande, se se la sente». «Mi dica cosa vuole sapere», disse asciugandosi appena gli occhi con un fazzoletto. «Per prima cosa vorrei che mi raccontasse tutto di quella sera quando suo marito si è sentito male». «Sì. Dunque, saranno state le dieci, dieci e trenta. Dopo cena, io ero qua che stavo leggendo un libro, mio marito era, come quasi ogni sera, nel suo studio. Quando l’ho sentito chiamare, sono andata di là e ho visto che boccheggiava. Come se gli mancasse l’aria. Mio marito soffriva di pressione alta e crisi di angina. Così ho preso un paio di pastiglie dalla confezione che teneva sempre sulla scrivania e gliele ho messe sotto la lingua. Ma non è servito a nulla. Nel giro di qualche minuto ha smesso di respirare e si è accasciato a terra», disse e si soffiò con delicatezza il naso. «Eravate soli quella sera?» «Sì. Noi non abbiamo figli. Del resto mio marito non ha mai insistito perché mi sottoponessi a qualche cura, mi ha lasciato scegliere liberamente. E io non me la sono sentita, o venivano spontaneamente, altrimenti era segno che mi dovevo rassegnare a non averne». «E poi che ha fatto?». «Ho telefonato perché mandassero un’ambulanza. Ma quando sono arrivati hanno confermato che era morto». «E ha fatto altre telefonate quella sera?». «Sì, al dottor Bonafè. Renato è un vecchio amico di mio marito. Che anche lei conoscerà». «Certamente. E quando è arrivato?». «È arrivato pochi minuti dopo l’ambulanza. Renato abita poco distante da noi». «Quindi ha potuto solo constatarne l’avvenuto decesso». «È rimasto molto scosso per la perdita del suo amico. Come del resto anch’io. Quando si perde una persona cara in un attimo si rimane davvero colpiti. Terribile, mi creda». «Immagino. Poi cosa ha fatto il dottor Bonafè?». La signora Calabrò indugiò qualche momento prima di rispondere. «Beh, Renato respirava a fatica. Era diventato smorto». «Come mai?». «Per via dell’ascensore che quella sera si era rotto. È dovuto salire a piedi. Così mi ha chiesto la trinitrina, che anche lui usa nei momenti di bisogno, anche se la scorda sempre nello studio». «Così ha preso quella di suo marito», disse Pugliese. «Ecco, è proprio per quelle pastiglie che il dottor Bonafè ha capito che suo marito era stato assassinato». «Cosa significa?». «Che qualcuno le ha sostituite con un semplice placebo. Erano semplicemente degli zuccherini». «E come se ne accorto Renato, sì, il dottor Bonafè?». «Quando assume la trinitrina, gli viene un forte mal di testa. Sempre. Mentre quella volta lì, non successe. Al momento non ci fece caso. Ma, quando giunse a casa, si accorse di avere la confezione di quelle pillole, che distrattamente si era messo in tasca. Così si ricordò di quel mal di testa che non era sopraggiunto. Le analizzò e fu allora che scoprì trattarsi di un placebo». La signora Eleonora scosse la testa domandandosi chi volesse mai la morte del marito. «Suo marito aveva nemici, che lei sappia?», chiese Pugliese guardandole il viso che si era fatto rosso. «No, almeno non credo. Lui era semplicemente un magistrato». «Già. La funzione del magistrato è quella di assicurare alla giustizia chi commette reati. E suo marito, nel corso della sua carriera, qualcuno dietro le sbarre ce lo ha mandato. Non è così?». «Non l’avevo mai considerato. Se uno commette un reato, ho sempre pensato che si aspetti, prima o poi, di pagare il suo crimine». «Eh no. Non è sempre così. Chi commette un crimine, non solo pensa di farla franca, ma, se preso, non accetterà mai di essere stato condannato. Per lui, delinquere, è la norma, la vera giustizia. Molti sono convinti che sia colpa della società che li ha resi dei criminali. Per questo tutto il fondamento giuridico è basato, quindi, sul recupero e reinserimento del reo. Suo marito non l’ha mai messa a parte di qualche preoccupazione?». «Assolutamente no. Anche se, del suo lavoro non mi parlava mai. Diceva che non mi voleva preoccupare con certe vicende assai dolorose». «Mi diceva che suo marito soffre di pressione alta. Che medicine assumeva. Lei se lo ricorda?». «Certamente, ero io che gliele preparavo. Aspetti un momento», disse e uscì dalla sala. Dopo qualche minuto tornò con in mano un foglietto e un piccolo contenitore giallo di plastica. «Ecco», disse, «questa è la scatoletta porta pillole settimanale che gli preparavo e questi sono i medicinali che doveva assumere giornalmente. Qui ci sono scritte le ore della giornata in cui doveva assumerle». «Molto bene. Posso tenerla?», chiese il maresciallo mentre deponeva la scatoletta sul tavolino di cristallo accanto a delle riviste. «Certamente, a che mi serve ora», rispose la Calabrò con un'alzata di spalle. «Suo marito aveva certamente un medico che lo seguiva. È così?». «Sì. Si chiama Poggiolini. Dottor Poggiolini Marco è un cardiologo e ha lo studio in centro a Lecco. Vuole l’indirizzo?». «Non è necessario», disse il maresciallo posando lo sguardo su un ritratto di donna.«È lei quella?» chiese. «Sì. Me lo fece un pittore amico di mio marito. Anche le due marine ad acquarello sono sue e ritraggono i dintorni di Camogli. Si chiamava Domenico Diegoli». «Molto belle. Non ho potuto non notare che la sua casa è grande e molto pulita e ordinata. Ha una persona che se ne occupa?». «Sì. Viene tre giorni la settimana. Pulisce, lava, ordina e stira. Qualche volta, se le resta del tempo, è capace di prepara qualcosa di buono per la cena. Qualche volta si ferma anche a dormire, capita quando fa tardi e non ci sono più pullman per ritornare a casa». «Dove abita?». «A Valmadrera. Divide la casa con una sua amica». «Una domestica eccezionale, dunque. In questo momento è in casa?». «No, è uscita per delle commissioni». «È da molto che è a servizio da lei?». «Oh, sì, Diletta. Si chiama Diletta, e si occupa della casa da molto tempo. Da quando mio marito si è trasferito da Bergamo. Beh, non proprio subito. Prima ne avevamo avuta un’altra». «Questa Diletta, fa di cognome?». «Pasotti. Perché vuole saperlo?», domandò curiosa la signora. «Non dobbiamo tralasciare nulla». «Capisco». «E ora mi dica. Dove vi fornivate per l’acquisto dei medicinali». «A mio marito non piaceva far sapere che era malato. Malato, insomma che soffriva di pressione alta. Così ci si serviva da una farmacia a Erba». «Si ricorda il nome della farmacia?». «No. Ma era vicina alla stazione. Mi dica maresciallo, che idea s’è fatta, dopo aver saputo che qualcuno gli ha sostituito il medicinale». «In questa prima fase dell’indagine, posso solo cercare di non trascurare e supporre nulla. Una volta acquisite tutte le prove circostanziali, sarò in grado di esprimere un giudizio. Ora le devo comunicare, sapendo quanto le sarà di afflizione, che sarà opportuno riesumare suo marito». «Ma è necessario?», chiese Eleonora Calabrò portandosi il fazzoletto davanti alle labbra. «Indubbiamente. Dobbiamo capire se è come ha pensato il dottor Bonafè. Se quelle pastiglie erano solo un placebo. Ma soprattutto da quanto tempo le assumeva», Delma Pugliese si era già alzata dal divano quando le domandò se suo marito possedeva un cellulare. «Certamente», disse strofinandosi le mani. «E potrei averlo per controllare le ultime telefonate. Sempre se lei è d’accordo». «Gliel'ho detto. Mio marito era un uomo schivo e riservato. Non mi parlava del suo lavoro, ma riguardo al resto, credo non avesse da nascondere nulla». «Mi servirebbero anche le ricette che suo marito usava per l’acquisto dei medicinali. Questa lista è molto poco pertinente», disse e sventolò il foglietto che poco prima le aveva dato la signora Calabrò. «Non c’è nessun problema», così dicendo la signora si avviò verso lo studio per far ritorno poco dopo con un telefonino e alcune altre ricette, che consegnò al maresciallo. Delma Pugliese si accomiatò complimentandosi per il magnifico ficus che svettava da un angolo del salotto. *** Una volta in macchina prese il telefono e chiamò il centralino. «Sono Pugliese», disse, «passami Deodato». «Comandi maresciallo», disse la voce del brigadiere. «Mi devi fare una ricerca su una certa Diletta Pasotti che è a servizio dai Calabrò. Hai preso nota?». «Sì maresciallo». «Poi mi controlli i tabulati delle telefonate del cellulare del dottor Calabrò. Ora ti do il numero», e glielo comunicò. Si rivolse infine a Cigolani che era alla guida dell’Alfa, e senza sosta accarezzava il volante. «Noi invece andiamo a Erba», disse guardandogli il profilo regolare. L’appuntato Luca Cigolani, fin dal primo giorno che prese servizio alla Stazione Carabinieri di Lecco, era rimasto colpito dal fascino che il maresciallo maggiore emanava. Non gli era mai capitato di avere un superiore donna, si era abituato, nel suo pur breve tirocinio, a marescialli baffuti. Era per questo motivo che si sentiva sempre a disagio quando conduceva la Gazzella e a bordo c’era lei. «Ecco fermati qua», gli disse Pugliese una volta giunti nella piazza della stazione di Erba. L’insegna verde della farmacia, che indicava data, ora e temperatura, lampeggiava sull’angolo. Entrò. «Sono il maresciallo maggiore Delma Pugliese, vorrei parlare con il titolare», disse rivolgendosi a una donna con una gran massa di capelli rossi come il fuoco, che incorniciavano un viso spruzzato di lentiggini, non più giovane, ma ancora molto piacevole. Indossava il camice bianco e il distintivo dell’Ordine. «Ce l’ha davanti», le disse stirando appena le labbra sottili. «In che cosa posso esserle utile maresciallo». Pugliese si guardò un attimo attorno. C’erano due persone al banco che stavano servendo. «C’è un posto un poco più discreto?». «Venga, andiamo di là», disse la donna e si avviò verso una piccola stanza dove effettuavano la misurazione della pressione. «Qui può andare bene?», chiese. «Sì. Dunque. Vorrei sapere se conosce il dottor Fidenziano Calabrò». La farmacista deglutì, poi rispose: «Certo, me lo ricordo», disse schiarendosi la gola, «non lo si può dimenticare un tipo come lui. Un chiacchierone che levati», disse schiaffeggiando l’aria con una mano. «Ma che gli è successo?», domandò poi seria. «È morto». «O poveretto. Mi dispiace. Era così simpatico, un poco importuno con le mie farmaciste». «Che vuole dire?». «Che era un uomo a cui piacevano le donne». Su questo non ebbi mai dubbi, pensò Delma Pugliese e le venne in mente quando lo conobbe per la prima volta. Lui era scivolato dalla sua ampia poltrona di pelle e le aveva stretto la mano in modo militaresco, come a dimostrarle che era lui che dava gli ordini lì. Aveva un riportino che gli copriva il cranio rossiccio, come la faccia puntellata di lentiggini, le sopracciglia rosse e cespugliose si muovevano a ogni frase. «Ma a me faceva ridere, con quella sua voce nasale», proseguì la farmacista «e quella lisca che lo faceva biascicare quando pronunciava le esse. Come si fa a non ricordarlo. Poveretto». «Guardi queste ricette», riprese il maresciallo. «Sì, sono le medicine che periodicamente veniva a prendere. Soffriva di pressione alta e angina. Ma se è un maresciallo che mi chiede queste cose, penso che non sia morto di morte naturale. Non è così?». Pugliese aggrottò le sopracciglia e scosse appena la testa. «Arguta». «Sono una accanita lettrice di gialli. Jeffery Deaver è uno dei miei preferiti, anche i suoi personaggi, Lincoln Rhyme, Diletta Sachs e Lon Sellitto. Inoltre Poe, Doyle, Ellery…». Pugliese alzò le braccia. «Va bene, va bene, smetto. Dunque, come posso esserle utile». «Veniva sempre il dottor Calabrò, a prendere i medicinali?». «Sì… Beh, non posso dirlo con certezza, io non sono sempre presente in farmacia. Mi capisce?». «Ricorda quando è stata l’ultima volta che lo ha visto?». «Non ne sono molto sicura. Ma penso che sarà stato poco più di un mese fa. Sì, un mese. Giorno più giorno meno». «Un ultima cosa. Ricorda se quell’ultimo giorno lo aveva visto diverso. Meno loquace». La farmacista scosse la testa. «Non ricordo bene, mi deve scusare.» *** Pugliese era ritornata da poco nel suo ufficio quando il vicebrigadiere bussò all’uscio. «Mi porti novità?», domandò. «Ho fatto un giro nei negozi dove ci andava il dottor Calabrò. A parte bar e tabaccherie, dove consumava caffè e sigarette, era un accanito fumatore, quello che più ha riscosso un certo interesse è stato il negozio da barbiere». «Che ti avevo detto». «Dunque», disse il vice cavandosi dalla tasca della giacca, due taglie più piccola del dovuto, un taccuino che cominciò a leggere, «il titolare, certo Pappi Corsicato, ha confermato che il dottore si recava spesso da lui. Non tanto per farsi tagliare i capelli, ma per sfogliare le riviste, quelle riviste», e fece una faccia eloquente, «lei mi ha capito. Ecco, riviste che il Pappi ne era un gran collezionista». «I barbieri hanno una grande predilezione per queste riviste». «Già. Mi ricordo anche di quei calendarietti profumati che donavano all’approssimarsi delle festività natalizie, ovviamente per ottenere qualche lauta mancia». «E come fai a ricordarteli?». «Nonno Alfonso aveva un negozio di barbiere». «Ah! E non sapevi delle chiacchiere che si fanno in quelle botteghe». «Non ci avevo pensato... Ad ogni modo, oltre a sfogliare riviste, il Pappi mi ha confidato che il dottor Calabrò aveva certe frequentazioni». «Frequentazioni? Che intendi dire». «Che gli aveva raccontato delle sue scappatelle». «Vuoi dire che il dottor Calabrò aveva una relazione?». «Una? Più di una. Da quello che raccontava al Pappi». «Hai capito?» disse più a se stessa che a Catelli. «Ora bisognerà capire chi erano queste donne». Delma alzò la cornetta: «Deodato, lascia perdere i processi, concentrati sui tabulati telefonici. A che punto sei? Bene. Appena finisci, vieni subito», e riattaccò. *** Il giorno seguente Delma Pugliese era attesa dal dottor Canepa. «Venga. Si accomodi», disse il sostituto quando si palesò nel riquadro della porta. Il maresciallo percorse i pochi passi che la separavano dalle due poltroncine e vi ci sedette. Si levò il cappello e lo posò sull’altra poltroncina. Aveva, come prescriveva l’ordinamento, i capelli raccolti in una treccia e un trucco leggero, che le evidenziavano gli occhi grandi, neri e profondi. «Allora, maresciallo, a che punto siamo con le indagini?», chiese Canepa, posando gli avambracci sulla grande scrivania che li divideva. Delma notò che il suo volto aveva un’espressione meno dura della volta precedente, tutta incentrata a dimostrare che lui era il magistrato. Che mi voglia blandire? pensò. «Siamo alle pregiudiziali dottore. Quello che abbiamo appurato, però, fa intravedere un percorso diverso da quello iniziale». «Cioè?», chiese lui accomodandosi contro la spalliera della poltrona. «Mi spiego. Se dapprincipio avevo pensato ad una vendetta di qualcuno rinviato a giudizio, ora sono propensa a credere che siamo di fronte a una vendetta passionale». «Ah», disse Canepa sorridendo. E sì, le vicende passionali lo elettrizzavano più di ogni altra indagine. «E da cosa l’avrebbe supposto?», chiese protendendosi sulla scrivania. «Dalla confidenza di un barbiere». «Un barbiere?». «Già. Lei non sa quanto si parla dai parrucchieri. Dico in senso lato», si affrettò a precisare Delma, non volendo insinuare che anche gli uomini sono chiacchieroni. «E cosa ha saputo da questo…», il sostituto gesticolò con il braccio, fingendo di insaponarsi il viso, «barbiere». «Che il dottor Calabrò aveva più di una spasimante». «Ne è sicura?». «Avevo comandato il vicebrigadiere Catelli di svolgere, discretamente, delle indagini. Quando mi ha relazionato, anch’io sono rimasta un poco in dubbio. Per questa ragione mi sono recata personalmente dal suddetto Pappi Corsicato, il barbiere per l’appunto. Ed egli ha confermato ciò che già mi aveva riferito Catelli». «E quindi?». «Quindi, ora ci si deve muovere nell’ambito di queste frequentazioni. Il barbiere non è stato in grado di dirmi i nomi di queste signore. Anche il telefonino che la signora Calabrò mi ha consegnato, e con quel gesto ho compreso che forse è all’oscuro della eventuale doppia vita del marito, non conteneva traccia alcuna. Solo telefonate inerenti l’ambito lavorativo». «Potrebbe averne un altro. Ci ha pensato?». «Certamente. Ora che ci penso non sappiamo nulla di tutti gli effetti personali che abbiamo consegnato alla signora. Consegnati quando non sapevamo della doppia vita del dottor Calabrò», ci tenne a precisare. «Certamente quelle cose giacciono ancora dentro gli scatoloni che la procura le ha consegnato». «Ha ragione. Se nascondeva delle cose è qui che le teneva. Nel suo ufficio. Come farà, dunque, a rovistare in quegli scatoloni, se ancora non sono stati svuotati?». «Con la scusa di parlare alla governante. E poi non credo che li abbia già liberati. È ancora troppo fresco il lutto». «Va bene. Poi mi farà sapere. Intanto ho dato l’autorizzazione per l’esumazione della salma. Mi faranno sapere il giorno e l’ora. Data che le comunicherò. Vedremo cosa scoprirà il dottor Bonafè. Se non c’è altro la congedo», disse il sostituto. Pugliese prese il cappello, si alzò, ma rimase a mezzo dell’azione. Il cellulare le squillo nella tasca. Si scusò, guardò il display ma non accettò la chiamata. *** «Mi sembra di ricordare che tra noi due ci sono stati dei dissapori», disse Delma fermandosi accanto alla Gazzella e parlando al cellulare. «Sono a Lecco per un rally». «A sì? E io che c’entro?». «Niente, mi sono detto: visto che sono nella stessa città, magari ci potevamo rivedere per passare una bella serata insieme». Era Marco Fabbricatore, un suo ex, conosciuto mentre era vicecomandante del Comando Stazione di Borgo Lingotto, a Torino. Lo conobbe durante il ventottesimo rally città di Torino. Lei era comandata con alcuni carabinieri per l’ordine pubblico. Si trovava proprio nelle vicinanze del podio mentre Marco, classificatosi terzo, riceveva coppa e medaglia. Come al solito, il primo arrivato stappava una bottiglia gigante di champagne e lui ebbe la dabbenaggine di rivolgerla verso il pubblico annaffiando di bollicine anche la divisa del maresciallo. Per scusarsi della scempiaggine la invitò a cena, dicendole che avrebbe provveduto a farle lavare a sue spese la divisa. «Certo che tu non cambi mai. La mia divisa non ti ha mai suscitato un minimo di riguardo e di considerazione». «Io ho sempre guardato oltre. Oltre la tua divisa. E ho visto una donna bella e decisa. Una donna che desiderava essere stimata, non per la divisa che indossava, ma per ciò che diceva e pensava». Delma sorrise. Non si ricordava fosse stato sempre così ruffiano. «Te le sei scritte queste cose?», gli chiese afferrando la maniglia della portiera. «Perché?». «Sanno tanto di copione. Comunque, Marco, non ho proprio tempo di uscire. Ma anche se l’avessi, non desidero più incontrarti. Ti voglio ricordare che sei sul filo del rasoio riguardo i tuoi precedenti penali, che ti sono stati momentaneamente sospesi». «Accidenti Delma, mi minacci? E poi sono sbagli di gioventù». «Sì sì. Ma voglio solo che non lo dimentichi. Ora ti saluto», e riattaccò. *** «Mi ha fatto chiamare?», disse Didimo Deodato entrando nell’ufficio del maresciallo e cercandola con lo sguardo per la stanza. «Sì. Volevo sapere se ci sono delle novità», rispose Pugliese mentre appendeva cinturone e cappello a un attaccapanni dietro la porta. «Per i tabulati telefonici non ci sono altre novità di quelle che già le avevo detto. Risultano tutte legate nell’ambito del suo lavoro. Invece per la signora Diletta Pasotti posso dirle molte cose». Pugliese gli fece segno che si poteva accomodare. «Allora la signorina Diletta Pasotti di anni trentacinque è la figlia di Amelia Pasotti, nata nel 1957 a Mozzo, un paese poco distante da Bergamo. Nel ‘78 nasce appunto sua figlia Diletta avuta da una relazione con un certo Filippo Sodano, un agente di commercio che poco dopo le abbandona al loro destino. Nel ‘94 trova lavoro presso il bar del tribunale di Bergamo come cameriera. Ed è qui che conosce il dottor Calabrò. Tra i due nasce una storia che dura qualche anno tra alti e bassi. Come abbiamo capito al dottore piacevano le donne e…». «Attieniti ai fatti ed evita commenti», disse il maresciallo. «Mi scusi», disse Deodato con una punta di afflizione. «Quando il dottor Calabrò nel ‘95 viene promosso a sostituto aggiunto e si trasferisce a Lecco, si perdono le sue tracce. Ma compare sulla scena Diletta, che nel ‘96 lascia la madre, giudicata troppo propensa a relazioni veloci, e si reca con un'amica più grande, certa Annina o Annetta Grigioni, a Lecco. Qui dopo poco trova lavoro come commessa presso la Rinascente. Nel 2000 perde il lavoro e si adatta a fare così lavori domestici. È dopo aver frequentato qualche famiglia che viene assunta in casa Calabrò». «Il dottor Calabrò, dunque, non associò quel cognome, Pasotti, quando assunse Diletta, a quello di Amelia, o finse volutamente, felice di trovarsi per casa una giovane governante?». Deodato si astenne dal fare commenti. «No no, ora ti puoi esprimere, ora il tuo parere è pertinente», disse Pugliese lasciando che un sorriso le illuminasse il volto. «Allora se mi posso permettere», seguitò, «propendo per la seconda ipotesi. Sapeva, ma gli faceva piacere trovarsi per casa una giovane donna, forse sperando fosse come la madre, in quanto a relazioni...». «Va bene Deodato, ora però non ci allarghiamo con delle congetture che al momento non sappiamo se corrispondono al vero. Piuttosto, queste notizie come le hai avute». «Al bar. Dal barista del bar poco distante dal tribunale di Bergamo e che il dottor Calabrò frequentava, dove conobbe la Pasotti». «Sì sì. Ora sappiamo che anche nei bar si spettegola», disse sorridendo, e così fece anche Didimo. «Ora noi andiamo dalla signora Calabrò e vediamo cosa c’è in quegli scatoloni che le hanno portato a casa», aggiunse. Poi sollevò il telefono e chiamò Catelli e gli ordinò di trovare e convocare la signora Amelia Pasotti al più presto. *** Ad aprire a casa Calabrò fu Diletta. Aveva i capelli lunghi e neri che le arrivano quasi sulle spalle, indossava un abitino dalle maniche corte, chiuso in vita, di colore marrone rigato; quello che lo faceva sembrare un abito da lavoro era il grembiulino bianco avvolto in vita. Pugliese le spiegò che aveva un appuntamento con la signora. «Accomodatevi, prego», disse lasciandoli entrare. «La signora si scusa ma è dovuta uscire per una commissione urgente. Mi ha detto quello che devo farvi vedere. Vi prego di seguirmi», così dicendo si diresse verso un lungo corridoio sul quale si affacciavano diverse porte, un lungo tappeto rosso attenuava i loro passi. Alle pareti molti quadri con riproduzioni di marine e paesaggi lacustri. Giunta davanti ad una porta, la donna si fermò con la mano sulla maniglia per quel tanto che fece pensare al maresciallo si trattasse dello studio dove il dottore era stato trovato morto. «Ecco, prego», disse una volta apertala. Lo studio era ampio, rettangolare, con una grande finestra oscurata da tende pesanti, la scrivania che vi stava davanti era ampia e massiccia, come le due grandi librerie che occupavano le due pareti, i volumi tutti perfettamente sistemati con le coste in evidenza. Un divano di cuoio nero era sistemato di traverso in un angolo, dietro vi era posta una piantana accesa. «È qui che lo hanno trovato?», chiese Pugliese. Diletta per un attimo indugiò. Poi girò lo sguardo verso la scrivania e la indicò con il braccio teso. «È lì, che la signora lo ha…», non terminò la frase. Cavò un fazzoletto dalla tasca del grembiule e ci si soffiò il naso. «Era molto legata al dottor Calabrò?». La donna annuì e tirò su col naso. Pugliese, avendo scorto due scatoloni accanto al divano, chiese se erano quelli che stavano cercando. «Bene Diletta, se ora permette noi vorremmo dare un occhiata». «Va bene. Volete che vi porti qualcosa?», chiese. Ricevendo un rifiuto uscì e li lasciò soli. «Allora, forza Deodato, diamo un’occhiata e vediamo quali sono gli effetti personali del dottor Calabrò. Ma quello che più ci interessa è trovare il secondo cellulare, se esiste», disse e cominciarono ad aprire le due scatole di cartone. Tutto ciò che trovarono lo sistemarono sulla scrivania. Vi erano libri di giurisprudenza, alcune buste gialle contenenti fotografie pornografiche molto esplicite, riviste per soli uomini, alcune scatole di preservativi. Poi due portapenne d’argento. Un'agenda sulla quale Pugliese si soffermò con molta attenzione. «Hai visto», disse mostrandola aperta a Deodato, «ci sono segnati degli appuntamenti e dei nomi sicuramente in codice. Guarda qua», e la sfogliò dal mese di gennaio, «c’è una certa Rossa per due martedì sempre alle ore 15. Febbraio solo un venerdì con una Rossa alle ore 19. Marzo c’è un Cespuglio con la quale si vede per ben tre volte sempre di giovedì alle 14,30. Aprile niente. Maggio ricompare Rossa, ma al lunedì. Una sola volta in quel mese. Giugno niente. Luglio niente. E siamo a Settembre. Ed ecco nuovamente Cespuglio questa volta solo due volte. Poi più niente perché il povero Calabrò se ne è andato». «E guardi qua maresciallo cosa ho trovato», disse Deodato mostrandole una busta arancione, all’interno vi era un libretto degli assegni del Banco di Lecco e un cellulare. «Bingo!», disse Pugliese prendendo il cellulare. «È scarico. Vedi se trovi l’alimentatore. Vediamo invece le ricevute degli assegni», e li sfogliò. «Guarda guarda, hanno tutti uno stesso importo e la data di ogni inizio mese». «Chi è il beneficiario?». «C’è scritto solo gioia». «Una donna che si chiama Gioia allora». Pugliese corrugò le sopracciglia. «Umh, non ne sono certa. La g è scritta in minuscolo. Non è un nome proprio». «Eccolo», disse Deodato mostrando l’alimentatore. «Forza, ricaricalo subito. Guarda lì che c’è una presa. Le date risalgono dall’aprile dello scorso anno». «E qual era l’importo?», chiese Deodato mentre cercava di accendere il cellulare. «Cinquecento euro». «Tutti i mesi?». Pugliese annuì. «Qua c’è una password maresciallo», disse Deodato mostrandole il cellulare con il display acceso. «Qui ci vuole Cigolani. Lui è bravo con queste cose. Guardiamo nei cassetti. Poi portiamo via solo quello che ci interessa». Un profumo intenso invase la stanza, anticipando la signora Calabrò che domandò come procedeva. «Bene», disse Pugliese bloccata nel mezzo di un gesto, con un cassetto della scrivania tra le mani. «Avete trovato ciò che cercavate?». «Cercavamo dei riscontri per capire chi poteva avercela con il dottor Calabrò». «E avete capito chi lo poteva odiare al punto di ucciderlo?». Il maresciallo guardò Deodato, che fece una faccia imbarazzata. «Ecco, vede signora siamo ancora nel pieno delle indagini, pertanto non posso aggiungere altro», e infilò il cassetto nella scrivania. *** Avevano riempito un paio di buste ed erano rientrati in caserma. Cigolani appena ricevuto il cellulare si era messo a cercare di identificare la password. Delma Pugliese con Didimo Deodato si era chiusa nel suo ufficio e aveva fatto il punto dell’indagine. «Ti confesso che sono ancora incredula per ciò che abbiamo scoperto sulla doppia vita del dottor Calabrò. Le persone nascondono segreti che nessuno si immagina. Tu hai segreti, Didimo?». Il brigadiere guardò Delma non sapendo se doveva o non doveva risponderle. Vedendolo così impacciato, lei gli sorrise e scosse la testa. «Ah», sospirò Deodato avendo capito che la sua domanda era solo un motteggio. «Anch’io maresciallo sono rimasto smarrito. Ma voi credete che la signora Calabrò non sapesse nulla di questa doppia vita?». «Non so cosa dirti Deodato. Evidentemente era un abile commediante. Ma a noi questo punto di vista, per ora, non ci interessa ai fini dell’indagine. Vorrei sapere che significano e a chi si riferiscono questi soprannomi: Rossa, Cespuglio, Capinera.» Il brigadiere sorrise. «Che c’è Deodato hai forse capito qualcosa?». «Se mi permette, secondo me, quei soprannomi corrispondo al…», disse ma non proseguì. «Corrispondono?». «Sono un poco imbarazzato». «Dai Deodato che non abbiamo tempo da perdere», disse spazientita battendo un paio di volte la mano sulla scrivania. «Insomma, per me corrispondono al vello delle donne». «Ti riferisci alla peluria?». Lui annuì. «Quindi Rossa, Cespuglio e Capinera corrisponderebbero… Può essere. Ma siamo daccapo se non sappiamo a chi si riferiscono». «Già. Non ci resta che il cellulare», non fece in tempo a finire la frase che bussarono. Si palesò Cigolani: «Non ci sono ancora riuscito maresciallo. Mi deve concedere ancora un po’ di tempo». «È la password che non ti riesce di trovare, vero?». Lui annuì. «Mi è venuto in mente un particolare mentre ero a casa del dottor Calabrò. Ho visto sulla sua scrivania un libro di Franz Kafka, La Metamorfosi, ma scritto in tedesco e all’interno il titolo era stato sottolineato con un evidenziatore. Allora mi sono domandata il perché. Forse è la password che cerchiamo». Si alzò e andò a un mobile che aveva alle sue spalle. Aprì un’antina e prese un dizionario di tedesco. «Ora vediamo come si traduce la parola metamorfosi», e la cercò. «Ecco, prova a scrivere metamorphose», e gliela compitò. Cigolani scosse la testa. «Vediamo», e alzò la testa al soffitto come a ricercare quella parola che non ricordava. «Qual è un altro sinonimo di metamorfosi», chiese più a se stessa che agli altri due. «Aspettate», e guardò sul computer cercando tra i sinonimi. «Ecco, trovata, mutamento», e cercò ancora sul dizionario. «Prova quest’altra, verwandlung», nuovamente la compitò. Il cellulare emise un suono breve. «Trovata, maresciallo», esclamò Cigolani sfregandosi le mani. «Ecco», disse facendo scorrere la rubrica, «qua c’è un nome…», e rimase un attimo concentrato sul display per assicurarsi di aver letto bene, «Rossa». «Sì. Dimmi il numero». «Eccolo: 3427865652», dettò mentre Pugliese trascriveva. «Prosegui». «Ecco un altro nome, Cespuglio, ed ecco il numero: 3499032869. Poi c’è una gioia con questo numero: 3305647138. E infine Capinera 3306567689». «Non ce ne sono altri?».Cigolani scosse la testa. «Bene. Ora siamo in grado di scoprire a chi appartengono questi appellativi. Tu Cigolani puoi andare. Bravo. Invece tu Deodato li chiamerai». Dopo qualche minuto, mentre il maresciallo sfogliava l’agenda del dottor Calabrò, il pensiero corse alla moglie che si era mostrata preoccupata, addirittura disperata, per la perdita del marito. È stato davvero così bravo a nascondere questa doppia vita? Suonò il telefono. «Sì, dimmi Cigolani. Ah, passamelo. Dottor Bonafè buongiorno. Allora ha delle novità?». «L’esame autoptico ha dato l’esito che immaginavo. Nel sangue non ho trovato tracce di trinitrina. Pertanto assumeva solo del placebo. E in quelle circostanze è fondamentale l’assunzione di quel farmaco. Inoltre c’erano evidenti residui di fosfodiesterasi». «Si spieghi meglio dottore», lo sollecitò Pugliese. «Sono farmaci per il trattamento della disfunzione erettile. Il fosfodiesterasi incrementa il flusso sanguigno, facilitando l’immediatezza di risposta allo stimolo sessuale. Insomma, permettono una pronta erezione». «Ho capito», disse ritrovando in quelle parole tutta l’ambiguità del dottor Calabrò. «Poi che altro ha scoperto». Il dottor Bonafè si schiarì la gola prima di continuare: «Quella sera non ha mangiato. Ho trovato del cibo indigesto nello stomaco. Ora, lo svuotamento gastrico avviene dopo 4-6 ore, se il pasto è a base di carne e vegetali, 6-7 ore nel caso di farinacei. In generale, il tempo di svuotamento può protrarsi fino alle 7-8 ore dopo l’ingestione. Nel nostro caso lo stomaco conteneva abbondante materiale, di colore marrone, nel quale erano riconoscibili ancora residui di alimenti indigesti. Pertanto, sulla base dei dati circostanziali il dottor Calabrò ha pranzato per l’ultima volta intorno alle ore 13-13 e 30. Tale indicazione non può tuttavia che essere considerata generica». «Ho capito dottore. Allora attendo la sua relazione», lo salutò e riagganciò la cornetta emettendo un lungo sospiro. «Novità?», chiese il brigadiere. «Non ha cenato. Quella sera non ha cenato». «Quindi?». «Ha mentito». «Chi?». «La signora Calabrò ha mentito. Suo marito quella sera non ha cenato». «Mentre lei…», non le pareva ancora vero della doppia vita del dottor Calabrò. Le venne in mente quando aveva risolto il caso del delitto sul battello, loro due seduti di fronte al pontile mentre il battellotto scioglieva le cime e le gettava oltre la murata. I due marinai le legavano alle bitte. Tre colpi di sirena annunciavano la partenza. La Plinio IV si allontanava lenta, diffondendo una scia rosseggiante, complice il sole che, lentamente, tramontava alle spalle dei monti di Groma e Bregnano. *** Delma Pugliese era uscita per mangiare qualcosa, ma anche per mettere a fuoco il caso. Si era seduta a un tavolino un poco appartato del Bar Frigerio in Piazza Venti Settembre. «Oh, maresciallo buongiorno. È un po' che non la si vede. Che le porto?», chiese Danilo Frigerio. «Non ho molta fame. Mi porti qualcosa che me la stuzzichi». «Ci penso io», le assicurò Frigerio e scivolò tra i tavoli, che a quell’ora erano quasi tutti occupati. Si stava nuovamente concentrando su degli appunti, quando una voce a lei nota la salutò. «Buongiorno Delma». Lei alzò la testa e si trovò davanti Adelfo Negri. Accidenti, pensò, oggi non è proprio giornata per incontrarlo. Adelfo Negri, trentacinquenne, bancario, da qualche tempo le faceva una corte discreta, iniziata allo sportello della banca dove lui lavorava e Delma aveva il conto corrente. Aveva accettato, l’estate scorsa, di uscire con lui una sera per cenare al ristorante Orsa Maggiore. Poi, la serata si era conclusa frettolosamente per un improvviso temporale che li aveva sorpresi seduti a uno dei tavoli all’aperto. «Sembrerà destino, ma noi ci incontriamo sempre nei ristoranti», disse Adelfo facendole segno se si poteva accomodare. «Ho appena ordinato», disse Delma. Lui alzò un braccio a richiamare una cameriera. «Mi faccia portare lo stesso piatto che ha ordinato il maresciallo», disse. «Non ti ho più vista in banca». «Non avevo bisogno di nulla». «Sei impegnata in qualche nuovo caso? Te lo chiedo perché ti vedo molto seria. Se ti do fastidio me ne vado», disse facendo la mossa di alzarsi. «Ma no. Non esagerare», lo trattenne per un braccio, «è che ho veramente un caso spinoso. Un caso che si sta rivelando piuttosto complicato e che richiede molta attenzione per non commettere errori». «Dunque, ti sei portata il lavoro a casa», disse lui sorridendo. «Ecco», la ragazza depositò i due piatti davanti a loro, che mangiarono per un po’ in silenzio ascoltando il vociare proveniente dagli altri tavoli. «Allora, Delma ti ricordi cosa ti dissi quando ci vedemmo l’ultima volta?». «Veramente l’ultima volta, mi ricordo che prendemmo un grande acquazzone». «Ah, be', se ricordi solo quello», disse alzando le spalle e infilzando una fetta di formaggio. «Ma no. Ricordo quello che mi dicesti. Ma quello che ti risposi io, lo ricordi?». «Ma non puoi dirmi sempre che il tuo lavoro ti impegna ventiquattro ore al giorno. Diamine», sbottò, tanto che Delma lo dovette richiamare a moderare il tono della voce. «Scusami. Mi sembrava d’aver capito che ti facesse piacere uscire con me. Non è così?». «Ma sì. Ma tu sai cosa ti dissi riguardo la mia vita privata. E poi io, forse esagero, ma indossare una divisa. Questa», e la indicò con una mano, «vuole significare onorabilità, rispettabilità, dignità. Ogni divisa da ammiraglio o da carabiniere che sia, non è solo per il materiale di cui è fatta, feltri, alamari, fregi, ma soprattutto porta con sé le impronte indelebili del suo passato, diventa emblema della Storia. E poi oltre a tutto quello che devo fare, devo anche studiare». «Studiare?». «Sì. La Stazione di Lecco ha bisogno di un ufficiale. È per questo che mi sto preparando per gli esami da capitano, che si svolgeranno a Roma a gennaio. Altrimenti che mi sarei laureata a fare in giurisprudenza, se non posso metterli a frutto gli studi». «Ah... Allora ti faccio tanti auguri». Si salutarono poco dopo, lui con la mano tesa sulla fronte, lei che scuoteva la testa, procedendo in direzioni opposte. *** Delma Pugliese era da poco rientrata, stava percorrendo il corridoio che la separava dal suo ufficio, quando Deodato ne uscì all’improvviso con un foglio in una mano, facendola trasalire: «Deodato! Accidenti, che modi», disse e guardò il foglio che teneva nella mano. «Cos’è?». «Sono i nomi e i telefoni di tutti i soprannomi di cui avevo preso nota». «Bene. Vieni», e si avviò verso il suo ufficio. «Vediamo», disse una volta che si fu seduta, guardando il foglio che il brigadiere le aveva porto. «Ah, guarda guarda, Rossa è la farmacista di Erba, certa Elena Terzaghi», e guardò sorridendo Didimo. «Avevi proprio ragione, questi nomignoli corrispondono proprio al pelo del pube». Il brigadiere fece ciondolare la testa e sorrise. «E poi c’è Cespuglio, che corrisponde a Leda Lacorte, residente a Morello, una frazione di Mandello del Lario. E poi...», si fermò tenendo l’indice sul foglio a segnare il punto. «Come avevo pensato, gioia non si riferiva a un nome, ma voleva descrivere uno stato di letizia. Hai capito, la gioia ce l’aveva in casa. Ecco perché quando siamo andati a vedere cosa c’era negli scatoloni, lei, prima di farci entrare nello studio, ha esitato. E poi c’è questa Ippolita Busi, in arte Capinera, che abita a Canzo. Molto bene», disse posando il foglio sulla scrivania e lasciandosi andare contro la spalliera. «Ora tu le chiami e le convochiamo. Naturalmente non tutte insieme, una alla volta, con discrezione. Vai». Delma Pugliese si stiracchiò come una gatta prima di prendere una nuova telefonata. «Dimmi Catelli», disse. «Chi? E allora falla passare». Il vicebrigadiere bussò, aprì la porta e fece accomodare la donna. Amelia Pasotti entrò con discrezione. Indossava un cappottino grigio che le copriva appena le ginocchia, scarpe e pantaloni neri e una borsa a tracolla. Aveva l’aria un po’ smarrita e lo sguardo basso. «Si accomodi», disse il maresciallo indicandole una sedia di fronte alla scrivania. «Allora lei è Amelia Pasotti». La donna annuì e si strinse la borsa contro il ventre. «Lei conosce il dottor Fidenziano Calabrò?». Amelia deglutì. «Ho saputo che è morto», disse. «Sì. Ma lo conosceva?». La donna indugiò un attimo prima di rispondere. «Lo conosceva sì o no?», la sollecitò Pugliese. Lei annuì. «Bene. Come ha saputo che è morto?». «L’ho letto sul giornale». «Lei legge abitualmente i quotidiani?». Amelia scosse la testa. «No, non li legge. E allora in che modo lo ha saputo». «Il giornale era nel bar dove lavoro. È lì che l’ho letto». «E cosa ha provato?». «Mi è dispiaciuto». «Lei ha avuto una relazione con il dottor Calabrò?». Amelia aprì la borsetta e ne trasse un fazzoletto che si passò sul naso. «Devo intendere il suo silenzio come un sì?». Amelia assentì. «Dunque ha avuto una relazione. E quanto durò?». «Perché mi sta facendo tutte queste domande. Non capisco. Che c’entra la mia vita privata con la morte di Fidenziano… Del dottor Calabrò?». «Vede, il dottor Calabrò non è morto per un infarto, come si era creduto». «No?». «No. È stato ucciso». «Ucciso? O mio Dio!», fece e si portò nuovamente il fazzoletto al naso, «Ma io che c’entro?». «Lei, con il dottor Calabrò, ha avuto una relazione. Si ricorda quanto è durata?». Amelia alzò la testa e guardò il maresciallo che teneva i gomiti sulla scrivania e le mani intrecciate sotto il mento. «Qualche anno». «Lei sapeva che era sposato?». Lei assentì. «Come era il vostro rapporto». Amelia rilasciò un mugugno. «Mi tradiva. Litigavamo spesso per questa storia. Lui ci provava con tutte. Bastava si trattasse di donne e lui ci provava. Sempre. Anche quando eravamo insieme». «Come finì la vostra relazione». «Lui venne trasferito a Lecco. Così la storia finì». «E da allora non lo ha più visto ne cercato?». «No». «Mi parli di sua figlia Diletta». «Diletta è nata nel ’78 quando avevo una storia con un certo Filippo». «Filippo Sodano, un agente di commercio?». «Sì. Quando seppe che aspettavo un bambino, quel mascalzone non si fece più vedere». «E prima di conoscere il dottor Calabrò non ha avuto altre relazioni?». Amelia si sfregò con il fazzoletto le mani sudate, alzò le spalle e disse: «Alcune». «Mi parli ancora di sua figlia». «Che vuole sapere ancora», chiese con un espressione meravigliata. «Voglio sapere che rapporto ha con lei. Vi vedete?». Lei scosse la testa. «Se ne è andata una volta compiuti diciotto anni. Poi ci siamo sentite raramente». «E non ne seppe più nulla?». Amelia scosse nuovamente la testa. «Vuole dirmi che lei non sa che sua figlia lavora come governante, da molti anni, in casa Calabrò?». «No. Quello l’ho saputo. Sa, le solite lingue lunghe che non si fanno mai gli affari loro». «E non ha pensato di andarla a trovare, magari con la scusa della figlia avrebbe potuto incontrare di nuovo il dottore». «Era tutto finito da tanti anni. Gliel’ho detto». «Conoscendo il dottor Calabrò, non ha mai pensato che avrebbe potuto insidiare anche sua figlia?». Amelia scattò sulla sedia con tanto impeto che la borsetta finì a terra. Pugliese le fece segno di calmarsi. «Quel maiale! Ci avrà magari anche provato. Ma io che mai potevo fare? Diletta è grande, e poi è lei che se ne è voluta andare», disse e raccolse la borsetta. «Visto che lo ha chiamato maiale, posso chiederle, dunque, se la sua morte le ha fatto piacere.» «La morte non la si augura mai a nessuno. Io sono molto devota», disse e si segnò con la mano, «ma dire che mi è dispiaciuto. No, non posso dirlo. Ecco». «Quando vi frequentavate, come si comportava. Voglio dire, dove vi vedevate». «A casa mia». «E con sua figlia, come faceva?». «Beh, la mandavo da una vicina». «Ma da quanto ne so», disse e cercò un foglio nel cumulo di carte sparse sulla scrivania, «la vostra relazione è cominciata nel ’93, quando sua figlia aveva tredici anni. Non era più una bambina, che la si poteva mandare con una scusa banale dalla vicina». Amalia si schiarì la voce. «Beh, a volte rimaneva con noi», disse strofinandosi le mani. «Vuole dire che assisteva alle vostre effusioni?». Amalia avvampò. «Lo sa sì, che ci sono gli estremi per mandarla a giudizio. Vero?». «Erano solo carezze». «Mi faccia capire: carezze che faceva a lei o a sua figlia?». La donna scoppiò a piangere e tra singhiozzi attenuati dal fazzoletto che si era portata sulla bocca disse: «Che potevo fare, io da sola con una figlia da mandare a scuola, e tutto quello che serve in una casa. Che potevo fare, eh?», e pianse disperata. Pugliese le porse la scatola dei fazzoletti di carta. «Quindi il dottor Calabrò toccava sua figlia?». Tirò su col naso un paio di volte prima di rispondere. «Le faceva delle carezze come le farebbe un padre». «Già. Solo che lui non era il padre. E lei, come madre, avrebbe dovuto evitarle. Quindi, da quello che ho capito, il dottor Calabrò l’aiutava». «Un poco. Non che fosse quel gran generoso». «Le ha mai parlato di sua moglie, o ha avuto modo di conoscerla?». «No, mai. Non l’ho mai conosciuta». «Secondo lei, sua moglie, sapeva dell’infedeltà del dottore?». Amelia fece un espressione dubbiosa. «Se fossi stata io sua moglie, certamente mi sarei domandata perché aveva sempre un gran numero di pratiche da sbrigare, la sera, nel suo ufficio». «Era questa la scusa che le diceva?». «Sì. E fu l’unica volta che gli chiesi che scusa trovava per uscire. Poi non ne parlammo più». «Un ultima domanda. C’era qualcuno, secondo lei, che poteva augurarsi la morte del dottor Calabrò?». «Credo tutti i mariti delle sue amanti», rispose sorridendo per la prima volta. Il maresciallo la congedò intimandole di rimanere a disposizione. *** Il giorno dopo iniziò la processione di tutte quelle convocate da Deodato. Separatamente, con riservatezza, erano riusciti a farle passare senza che si incontrassero. L’imbarazzo fu generale. Pregarono il maresciallo affinché la loro storia restasse confinata in quella stanza. Il dottor Calabrò era davvero bravo a tenere ben nascoste le sue amanti, Delma dovette convenirne, anche se pensò che avrebbero potuto fingere di non sapere delle altre. Cespuglio era una parrucchiera. Capinera faceva la commessa in un negozio da uomo. Diletta pianse molte volte, rispetto alle altre che, invece, non versarono una lacrima nel raccontare la loro storia, ma tremarono all’idea che potesse giungere alle orecchie dei loro mariti o fidanzati. Una aveva pure dei figli. «Mi ha come stregata», disse Diletta, «non smetteva mai di importunarmi. Era un vero assedio». «Poteva dirlo alla signora Calabrò». «Mi ha minacciato un paio di volte se glielo avessi detto». «Ma la signora non hai mai sospettato nulla?». «La signora è molto presa dalle sue cose. Fa tanta beneficenza. Si occupa di persone povere. Era sempre fuori quando lui si attardava in casa alla mattina». «Ma lei lo aveva conosciuto quando frequentava la casa di sua madre. Se lo ricorderà, credo». «Certo che me lo ricordo. Aveva l’abitudine di prendermi in braccio e accarezzarmi le gambe». «E come diavolo è potuta andare a lavorare nella sua casa. Me lo spieghi», disse Pugliese, battendo sulla scrivania il righello che teneva in una mano. «Beh, pensavo che da grande e con la moglie in casa, non ci avrebbe provato». «Ma andiamo, non posso credere che sia stata tanto ingenua. Cosa mi vuole nascondere?». «Non capisco. Non le nascondo niente». Il maresciallo schiaffeggiò l'aria con una mano. «Ah» disse, « Passiamo ad altro... Lei sapeva delle altre?». «Le altre?», chiese la ragazza con un viso stupito. «Sì le altre, le altre. Non mi dica che non sapeva che il dottor Calabrò le donne le collezionava come un entomologo colleziona le farfalle. Avanti Diletta». Lei scosse la testa e pianse nel fazzoletto. «Va bene, va bene, basta che non pianga più. Le faccio un ultima domanda. Lei ha mai visto le medicine che prendeva il dottore». «Che vuole dire?», chiese tirando su col naso. «Se ha mai avuto modo di vederlo quando le assumeva. O chi gliele preparava». «Lui, il dottor Calabrò, aveva sempre nella tasca una scatoletta con diversi scomparti. Ecco, lì c’erano le sue pastiglie». «Le assumeva davanti a lei?». «Capitò un paio di volte mentre…», si bloccò e si soffiò il naso. «Mentre?». «Sì, insomma, mentre facevamo…». «Sì, ho capito. Vada avanti». «Ecco in quelle occasioni ne prendeva qualcuna». «Vuole dire che si sentì male mentre facevate del sesso?». «Sì». «E questo quando. Ultimamente?». «Sì. Non era mai capitato prima. Ma ultimamente aveva il fiato corto. Respirava male a volte». «Ho capito. E lui non le disse mai di sentirsi poco bene?». Diletta scosse la testa. «Chi gli riempiva la scatoletta che teneva nella tasca. La moglie o lo faceva lui». «La signora. Lo faceva la signora alla sera». «Un ultima cosa. Abbiamo trovato un libretto degli assegni con un nome scritto sulle ricevute, questo si ripeteva ogni inizio del mese. Ci sono le date», disse e lo mise sulla scrivania. Il nome è gioia, che come abbiamo capito fa riferimento a lei. Quindi il dottor Calabrò le passava regolarmente una cifra tutti i mesi. È così?». Un’altra crisi di pianto. «Va bene Diletta. Questo può bastare», le disse e la congedò. Attese il tempo necessario affinché Diletta fosse uscita dalla Stazione, poi ordinò al telefono: «Deodato, fai passare la Terzaghi ora». «Maresciallo non si è presentata». «Ah. Allora andiamo noi a trovarla. Così mi troverà più incazzata». Prese il cappello uscì dall’ufficio e percorse il corridoio, giunta davanti alla porta del brigadiere gridò: «Deodato! Andiamo». *** Delma Pugliese entrò nella farmacia con passo deciso. «Cerco la dottoressa Elena Terzaghi», disse a una signora che stava sistemando dei medicinali dentro gli scaffali a scorrimento. Una signora, che indossava un camice bianco, uscì dal retrobottega e non appena vide il maresciallo arrossì. «Ah, dunque è lei la dottoressa Terzaghi. Già, la volta scorsa non le ho chiesto le generalità». La dottoressa sempre più rossa in viso, si guardò attorno e fece segno alle due farmaciste di allontanarsi. «Andiamo nel retrobottega. La prego», disse e si avviò seguita dal maresciallo. «Dunque, lei non solo conosceva bene il dottor Calabrò, ma aveva pure una storia con lui. È cosi?». «Io sono sposata. Perciò le chiedo di essere molto discreta», rispose fermandosi i capelli che le erano scivolati via dalle mollette. «C’è di mezzo un morto. La riservatezza passa in secondo piano. Comunque non si preoccupi. Mi dica, invece, da quanto tempo lei e il dottor Calabrò avevate una relazione». «Non era una vera e propria relazione. Sì, ci si vedeva. Si usciva a cena. Tutto qui.» «Vuole dire che non ha avuto rapporti?». Non rispose subito. Era come se cercasse la parola giusta per esprimere quel concetto. «Non è che non c’è stato… È stato qualcosa che non definirei sesso». «Che vuole dire. Si spieghi meglio». «Ecco il dottor Calabrò, come posso dire, non era un uomo a tutti gli effetti». «Era impotente. Questo vuole dire?». «Nemmeno», e cominciò a sorridere. «Aveva una patologia chiamata Peyronie. La conosce?». Pugliese scosse la testa. «Ma da come me lo chiede, deve essere una patologia grottesca». «Sì. Praticamente…». «Praticamente?». «Praticamente è quando il pene è curvo e non permette una corretta penetrazione. Pensi a un rubinetto, ecco era così. Guardava in giù», seguì una risata tonante. Anche il maresciallo al pensiero di un pene curvo non resistette e sorrise a sua volta. «Incredibile. E con una simile patologia come mai era così attivo in fatto di avventure?». «O no. Se pensa così si sbaglia. Il dottor Calabrò della sua patologia se ne vantava. Era quella la sua forza. Diciamocelo. Noi donne siamo curiose. Quando mi disse della suo problema, che per lui non lo era, beh, la curiosità fu forte». «Ora le posso dire che la sua non è stata l’unica relazione che ha avuto. Durante gli interrogatori le altre donne non hanno accennato a questo problema». «Forse se ne vergognavano. A me lo confidò prima. Alle altre non lo avrà detto e le avrà così sorprese. Il dottor Calabrò non era certo carente in fatto di buon umore. Ne aveva da vendere. Scherzava anche sulla sua malattia. Il suo cardiologo lo aveva avvertito che certe intemperanze erano pericolose per lui». «Lei conosce il cardiologo del dottor Calabrò?». Terzaghi scosse la testa. «Un ultima cosa. È sempre venuto il dottor Calabrò a prendere le medicine?» «Beh, non posso essere certa al cento per cento. Io non è che sono sempre qui. E poi quelle medicine sono abbastanza comuni, c’è tanta gente che le assume. Mi capisce? Voglio dire che poteva aver mandato un altro a prenderle». «Capisco. Ascolti…». «Non ha detto che era l’ultima domanda», disse la dottoressa guardando l’orologio. «Sì, ha ragione. Ma questa è importante. Sarebbe semplice preparare delle pillole placebo?». «Beh, non mi è mai capitato. Non penso sia così semplice. Perché me lo chiede?». «Perché al posto della trinitrina gli somministravano del placebo». «Ah. Ed è morto per questo motivo?». «Certo. Dunque è facile?». «Ora le faccio vedere. Venga», così dicendo uscì dal retrobottega e andò a uno scaffale, lo tirò ed estrasse una scatola rettangolare. «Ecco, questa è la confezione di trinitrina. Come vede sono già blisterate. Si potrebbero però tranquillamente sostituire con del placebo di lattosio, ma poi andrebbero confezionate», e scosse nell’aria il blister. E allora come diavolo hanno fatto?, pensò Delma. «Mi sta dicendo che solamente un’industria farmaceutica è in grado di produrle». «È così. Almeno non mi viene in mente nient’altro». Si salutarono. Pugliese era giunta alla porta quando la farmacista la richiamò. «Maresciallo», disse posandole una mano su un braccio, «le raccomando la discrezione», e il suo viso si fece supplichevole. «Non si preoccupi». Didimo Deodato la vide arrivare sorridente. Forse il viaggio di ritorno sarà un po’ meno noioso, pensò e accese l’Alfa. Durante il tragitto lo aveva reso partecipe di quello che aveva detto la farmacista. Non proprio tutto tutto. La patologia l’aveva cassata. «Maresciallo non ci sono solo le case farmaceutiche che confezionano i medicinali che producono. Ci sono anche quelle terziste. Delle piccole aziende che fanno questo». Pugliese si girò di scatto a guardarlo. «E tu come lo sai?», Didimo sorrise. «Io sono un patito dei cruciverba. L’altro giorno mi è capitato una definizione che diceva: si dicono subfornitrici. E io sono andato a vedere di cosa si trattava e ho scoperto di queste aziende subfornitrici o terziste per l’appunto». «Bravo Deodato», disse con entusiasmo il maresciallo, «questa è un ottima informazione. Quando arriviamo tu mi fai subito una ricerca sulle aziende che a Lecco e provincia confezionano per le ditte farmaceutiche. Se non le trovi estendi la ricerca alle altre province. Como, Bergamo… Va bene?». Didimo annuì orgoglioso e diede una forte accelerata. *** Giunta in ufficio ricevette una telefonata del dottor Canepa che voleva essere aggiornato riguardo l’indagine. Non gli disse proprio tutto. La patologia di cui soffriva Calabrò gliela risparmiò. Troppo intima, segreta. «Mi raccomando Pugliese, sia più sollecita che può», disse quando la conversazione era giunta alla fine, «il procuratore mi sta facendo una certa pressione. Mi ha capito, no?». «Sì. Mi dia ancora qualche giorno». «Bene Pugliese», e riagganciò. Non fece a tempo a posare il ricevitore che squillò nuovamente. «Sì», disse asciutta, «ah, Deodato. Hai fatto? Bravo. Vieni, vieni pure ho finito con Canepa». Deodato entrò. In una mano teneva un foglio, ritto come un moschetto. Guardò la sedia. Pugliese gli fece un cenno con la punta del mento, allora si sedette e parlò: «Ci sono due società che confezionano pasticche per aziende farmaceutiche. La farmaceutici Craber a Lurago D’Erba. Il titolare è un certo Gaetano Soldazzi. E poi c’è la Daynacren Laboratorio farmaceutico. Producono specialità medicinali: granulati in polveri e compresse. Producono anche per conto terzi. Il direttore di produzione è un certo Angelo Vitali». «Ubicato?», chiese il maresciallo appoggiando un gomito sulla scrivania e stando di tre quarti. «Asso», disse Deodato ripiegando il foglio. «Perfetto. Allora andiamoci. Così vediamo chi potrebbe aver manomesso i medicinali». Viaggiarono lungo la sponda Occidentale fino a Onno. Delma guardò verso il lago e intravide, tra le frasche, la spiaggetta e si ricordò di quando Marco fermò la macchina e volle scendere per fare un bagno. Era lì per il Rally Day Valsassina. La sua auto non passava certo inosservata. Così a poco a poco si formò un gruppetto di persone che, curiose, volevano conoscere il pilota. E loro laggiù, in quella spiaggetta deserta, rilassati al sole, dopo una nuotata, si videro circondare da una schiera di giovanotti. Dapprincipio Delma pensò male, tanto che scattò in piedi e mise la mano nella borsetta, pronta a mostrare loro il tesserino di riconoscimento. Ma poi dimostrarono le loro vere intenzioni. Fu un tributo di pacche sulle spalle e strette di mano. La mano di Deodato le sfiorò appena la spalla. «Mi scusi maresciallo, ma siamo arrivati», disse. Delma aprì gli occhi e i ricordi svanirono. «È quella?», chiese indicando un fabbricato bianco con delle strisce blu oblique che ricoprivano tutti i muri perimetrali. Su uno dei due piedritti del cancello spiccava una targa d’ottone con la scritta: Daynacren S.r.l. Laboratorio farmaceutico. Suonarono al citofono. Si qualificarono. Il cancelletto scattò ed entrarono. Una donna li ricevette all’ingresso. «Sono Delma Pugliese maresciallo maggiore della stazione carabinieri di Lecco. Vorrei parlare con il signor Angelo Vitali». «Il dottor Vitali è in riunione in questo momento». «Bene. Gli dica che ci sono i carabinieri. Vedrà che un momento riuscirà a trovarlo. Vada», e fece seguire un gesto della mano. Passarono pochi minuti prima che sentissero dei passi pesanti giungere dal fondo del corridoi. «Deve essere lui», disse Pugliese mentre stava guardando fuori dalla grande vetrata che dava sui boschi circostanti. Un uomo corpulento con una nuvola di capelli bianchi e un paio di baffi folti, gli si fece davanti. «Sono il dottor Vitali. Cosa posso fare per voi?», disse allungando la mano grassa e spessa. «Sono il maresciallo maggiore Delma Pugliese. Il brigadiere Deodato», sentì la mano umidiccia tanto da desiderare di asciugarsela al più presto. «C’è un posto dove poter parlare?». «Nel mio ufficio», fece strada Vitali. «Eccoci. Accomodatevi», e indicò due poltroncine di fronte alla spaziosa scrivania ordinata come un giardino zen, al di sopra un fermacarte di agata, un porta timbri di ottone, un computer e una cornice d’argento che custodiva la figura di una donna sorridente. Le pareti erano verdi, e nella stanza c’era odore di deodorante al pino. «Mi dica maresciallo», la esortò Vitali, posando le braccia sul piano di legno lucido. «Volevo sapere che tipi di medicinali producete». «Produciamo granulati in polvere e compresse. Medicinali e medicinali a denominazione generica. Gocce orali, gocce nasali, sciroppi, collutori, clismi e microclimi…». «Va bene, va bene», disse Pugliese agitando le mani. «Mi dica se blisterate medicinali». «Certamente. Siamo decisamente all’avanguardia in questo settore. Lo facciamo anche conto terzi». «Benissimo. Era quello che più mi interessava». «E posso sapere il perché». Pugliese scosse la testa. «Ah. E cosa c’entra la mia società, quindi?». «Ancora non glielo posso dire. Ma sia gentile, risponda ancora a qualche domanda», disse Pugliese assumendo un espressione indulgente. «Quanti dipendenti ha?» «Trentacinque». «E quelli che si dedicano al blisteraggio, quanti sono?». «Non sono fissi. Ho praticato una rotazione per non alienarli troppo. Il blisteraggio è tutto automatico. Vi è una macchina riempitiva del principio attivo, la sigillatrice e infine la confezionatrice. Il tutto avviene in una camera sterile. Basta quindi una sola persona che controlli il normale funzionamento». «Ho capito», il maresciallo stava formulando un altra domanda quando il dottor Vitali la fermò con un gesto della mano. «Se lo desidera, le posso mostrare il procedimento de visu. Vuole?». «Andiamo», disse Pugliese e scattò in piedi. *** «Abbiamo i nomi di tutti coloro che hanno accesso alla catena di blisteraggio. E, cosa importante, i numeri dei cellulari. Tu mi controllerai chi sono. Una volta che ci saremo fatti il quadro, potremo fare degli incroci e vedere chi ha telefonato a chi», disse e si levò il cappello che pose sul cruscotto. Deodato le osservò il profilo sottile, la fronte spaziosa, i capelli neri come le ciglia lunghe, gli occhi grandi, profondi, vividi, che quando ti davano un ordine lo eseguivi in un lampo. Decisamente Delma era una bella donna, e tutti ne subirono il fascino quando, per la prima volta, prese il comando della stazione carabinieri di Lecco. Aveva abbassato l’aletta parasole e, osservandosi nel piccolo specchio, si era passata un filo di rossetto sulle labbra, che poi mosse un paio di volte per distribuirlo uniformemente. Si accertò che i denti non si fossero macchiati, richiuse il rossetto e lo mise in una piccola trousse. Quell’operazione tanto femminile, riscosse in Deodato un che di voluttuoso, era come se la divisa fosse sparita. «Guarda che ti vedo Deodato. È meglio che tieni d’occhio la strada», disse facendolo arrossire come il semaforo che lo obbligò a fermarsi. Poi, Pugliese si concentrò su quei nomi che le aveva dato il dottor Vitali, come se volesse estrarne il colpevole. *** Si era chiusa nel suo ufficio e aveva telefonato al patologo. «Dottor Bonafè buona sera», disse quando udì la sua voce, «volevo chiederle una cosa riguardo l’esame autoptico del dottor Calabrò». «Mi dica maresciallo», rispose lui pronto. «Dunque volevo sapere se aveva notato una strana patologia, a me totalmente sconosciuta, chiamata peyronie», spiegò Delma, quasi compitando. «Certamente. È stato un medico francese che descrisse per primo, nel 1743, la cosiddetta induratio penis plastica, che da lui prende il nome di malattia di La Peyronie. Da François Gigot de La Peyronie. Consiste dunque nell’indurimento dei tessuti del pene». «Va bene dottore, basta così. Gliel’ho domandato perché mi è stato riferito da una delle sue amanti». «Ah! Amanti?», chiese stupito. «Eh, ora non ho tempo per spiegarle tutto». «Sempre ermetica lei, vero? Comunque no, non me ne ero accorto. È così importante ai fini dell’indagine?». «Non so ancora se potrebbe essere utile. Un'ultima cosa dottore. Se si dovesse scoprire, che non soltanto la trinitrina gli era stata sostituita con un placebo, ma anche le medicine che assumeva, ciò avrebbe comportato un maggiore pericolo di infarto per un uomo che soffriva di pressione alta?». «Certamente. Oh povero amico mio, ti volevano ben male per giungere a questo. Lo sa maresciallo che mi ha scombussolato la serata. E ora se non ha altro, la vorrei congedare perché ho molto da fare», disse il dottore con un tono sconsolato. Bussarono. Era Didimo con il solito foglio in una mano. «Ecco maresciallo è stato più facile di quanto pensassi. Posso?», chiese guardando la sedia. «Siedi e dimmi tutto». «Dei trentacinque nominativi che il dottor Vitali ci ha dato, ho fatto un controllo delle utenze telefoniche e le ho abbinate a quelle delle…». «Delle…?», lo sollecitò il maresciallo. «Non so come chiamarle maresciallo». «Chiamale amanti. Che diamine! Dunque li hai abbinati alle amanti e ne è uscito?». «Che chi ha chiamato le amanti è stato il Brutti Adalberto». «Ah, bene. E questo era quello che volevamo sapere. Quindi questo Brutti non ha chiamato solo un'utenza, da quello che ho capito». «No. Ha chiamato spesso due utenze. Più frequentemente nel mese scorso e ultimamente è stata l’utenza di Ippolita Busi, ad essere chiamata e a chiamare». «’Spetta un po'», disse Pugliese guardando un punto lontano, «Ippolita Busi, Ippolita Busi… La Capinera, giusto?». «Sì, maresciallo. E ora arriva il bello. Questa Busi è la ex moglie del Brutti». «Ah. Separati da quanto?». «Da tre anni. Un figlio, Mauro, di otto anni, che tiene lei». «Bene. E l’altra?». «L’altra è stata la Elena Terzaghi, chiamata anche lei sia il mese scorso che nelle ultime settimane. Poi ci sono delle chiamate tra le amanti, con meno regolarità. Ma c’è un altra sorpresa». «Ah, Didimo! Che mi fai la suspense?», disse il maresciallo gettandosi contro la spalliera della poltrona. «Mi scusi. Dicevo della sorpresa. Ecco, c’è stata anche un'utenza sul numero della signora Calabrò». Delma scattò dalla poltrona e posò i gomiti sulla scrivania. «Vuoi dire che la signora ha chiamato il Brutti?». «Il contrario. È lui che l’ha chiamata diverse volte». Delma si passò una mano sui capelli e fermò una forcina che stava scivolando via. «Aspetta un momento. Quindi se il Brutti ha avuto la possibilità di manomettere il principio attivo con un placebo e ha chiamato tutte le donnine del Calabrò…». «L’ho pensato anch’io maresciallo. Sono tutte complici». «No, non tutte. Diletta Pasotti tu non l’hai menzionata a proposito o te ne sei dimenticato?». «Lei non è stata mai chiamata dal Brutti». «Ecco, vedi. Tutte coinvolte tranne Diletta. Quella che il dottor Calabrò chiamava gioia. Deve essere l’ultima amante del suo carnet. Quella che gli ha dato più gioia, appunto. Forse dopo anni che le faceva la corte, finalmente aveva ceduto, e poi lui se ne era innamorato perdutamente. Capisci?». Didimo scosse la testa. «È stata la gelosia verso Diletta che le ha coalizzate. Sono state tutte le sue amanti, ma alla fine una è risultata la preferita dell’harem». «Ma c’è anche la moglie». «Lei come una Penelope ha sopportato tutti questi anni le scorribande del marito. Quando ha visto che si era innamorato perdutamente di Diletta, sentendosi tradita proprio nella sua casa, si è evidentemente lasciata compromettere dalle altre. Hai capito la bacchetta ricurva». «Bacchetta ricurva?», chiese curioso Didimo. «Ah, lascia perdere. Ora non resta da capire chi ha ordito tutta questa trama. Chi è il vero artefice. Chi desiderava per primo la morte del dottor Calabrò. Lasciami qua quel foglio», e tese la mano. Delma guardò il foglio e si concentrò sulle date e sulle telefonate verso e per le varie utenze. Più tardi era riuscita a stabilire chi era stato il primo che aveva contattato il Brutti, ma non le era ancora ben chiara da chi era nata l’idea di sostituire i medicinali. Alzò la cornetta e chiamò il dottor Canepa. Lo mise al corrente delle nuove circostanze, poi gli chiese di poter mettere sotto controllo le utenze telefoniche dei sospetti. «Certo Pugliese con quell’analisi dei tabulati ci facciamo pochino. Mi mandi l’elenco in suo possesso e le farò avere i mandati». «Me ne servirebbe anche uno in particolare, con relativa perquisizione domiciliare, presso l’abitazione della signora Calabrò». Il maresciallo si aspettava la reazione che immediatamente si scatenò nel dottor Canepa. «La vedova?» disse sorpreso. Evidentemente non mi ascolta quando parlo, pensò Pugliese. «Le ho appena detto che anche lei riceveva le telefonate da questo Brutti, quindi ho pensato che non soltanto la trinitrina poteva essere stata sostituita con del placebo, ma anche le altre medicine che assumeva. Mi ha capito?» la locuzione l’aveva pronunciata con un certo risalto, e subito se ne pentì. Ma evidentemente il dottor Canepa non ci fece caso anche in questa circostanza. «Ho capito Pugliese. Gliela farò avere al più presto». Agganciarono. *** Quando la signora Calabrò se la vide nel riquadro della porta con alle spalle due carabinieri capì che erano venuti per arrestarla. «Dobbiamo perquisire la sua casa», disse il maresciallo mostrandole il mandato. La donna sbiancò in volto. Si fece da parte e li fece entrare. «Ma per renderle meno doloroso questo momento, le metterebbero a soqquadro tutta la casa, ci dica dove tiene i medicinali di suo marito». «I medicinali di mio marito?» ripeté la signora Calabrò. Poi scosse la testa. «Non li ho più. Li ho gettati. Che me ne facevo dopo la sua morte, me lo dice». «Va bene. Le volevo risparmiare questo. Procedete», disse Pugliese rivolgendosi a Deodato e Catelli, «sapete cosa cerchiamo». I due si diressero presso le camere. Pugliese chiese dove era la cucina. «Di là, in fondo», disse la signora e tese il braccio a indicare il corridoio. Pugliese guardò nei cassetti, nella credenza. Era convinta che non le avesse ancora gettate via. «Ma che cerca. Le ho già detto che le ho gettate via», disse la signora mentre la guardava rovistare in giro. «Vede signora Calabrò. Se lei ha gettato, come dice, i medicinali di suo marito. Due sono le cose: o le facevano ricordare suo marito in vita, oppure erano stati sostituiti con del placebo, e questo le faceva ricordare la sua complicità nella morte di suo marito». «Cosa?», chiese la signora stupita, «Io avrei ucciso mio marito? Ma lei… Lei è pazza!». «Lo vedremo signora. Anche se ora non troveremo i medicinali, abbiamo le conversazioni che la inchiodano», disse e la guardò dritta negli occhi scuri che le si fecero sempre più acquosi per via delle lacrime. Deodato entrò in cucina e scosse la testa prima di aggiungere di non aver trovato nessun medicinale, « Se non questi». «Quelli servono a me!», disse la vedova con tono arrogante. Pugliese li volle controllare. Erano dei sonniferi, qualche bustina di aspirina e una tubetto di Saridon. «Va bene, tenga», disse e glieli restituì. «Ha fatto un viaggio per niente, maresciallo», ci tenne a sottolineare la signora mentre li riaccompagnava alla porta. Aprì la porta e la trattenne con una mano, la mossa le fece cadere il tubetto a terra. Quel suono risvegliò in Pugliese un ricordo. «Aspetti un attimo», disse alla donna e si precipitò nel salone. Guardò il tavolino di cristallo sul cui piano vi erano sparse delle riviste. Vi guardò sotto e la trovò. Trovò ciò che ricordava di aver avuto tra le mani qualche giorno addietro. Il contenitore di medicinali giallo. La signora Calabrò seguita dai due carabinieri era nel riquadro della porta a vetri, aveva il viso pallido e tirato, le labbra tremanti. «Se qui dentro ci sono ancora le medicine che penso io», disse Pugliese agitando rapidamente la confezione di plastica gialla, «il viaggio non l’ho fatto a vuoto», e se la infilò in una tasca. *** Il giorno seguente nell’ufficio del dottor Bruno Canepa, Delma Pugliese entrò con un sorriso compiaciuto sul viso. Lo salutò con una forte stretta di mano, si levò il cappello e lo tenne davanti con le due mani assieme alla cartella di pelle nera. «Si accomodi», disse il magistrato indicandole la poltroncina. «La vedo raggiante», disse e si passò una mano sui capelli lunghi e lisci. Delma stirò ulteriormente le labbra in un sorriso ancora più significativo. «Sì, sono contenta d’aver risolto il caso che era alquanto complicato per cause e metodo». «Bene. Mi renda partecipe, dunque». «Gelosia. Tutto ruota attorno a questa parola enormemente usata», disse mentre apriva la cartella e ne estraeva una cartelletta con la dicitura Delitto Calabrò. «Ma andiamo per ordine. Tutto ha avuto inizio per puro caso. Se non fosse stato per il dottor Bonafè e la sua angina, lo scambio delle pillole sarebbe passata inosservata». «Già», fece il magistrato, ma non l’ascoltava con la dovuta attenzione. Guardava piuttosto le sue labbra carnose che si muovevano nell’articolare le parole. Che sensazione doneranno si domandò. Poi scacciò quel pensiero. «Ma ci vuole anche un movente». Pugliese mostrò il palmo di una mano. «Un momento, e ci arrivo», disse. «La dottoressa Terzaghi è stata una delle tante amanti del dottor Calabrò. Non mi chieda in quale graduatoria stava, perché non glielo saprei dire. Quello che so è che è stata lei l’antesignana del complotto. Lei, grande lettrice di gialli, quando ha letto La morte ha freddo di Minette Walters, una scrittrice inglese, ha capito che poteva tentare anche lei di compiere il delitto perfetto. Bastava sostituire le compresse con del semplice placebo, come faceva la protagonista del giallo. Romanzo che ho trovato in biblioteca dopo una breve ricerca. Ma c’era un ostacolo. Non conosceva nessuno capace di sostituire il preparato. È quando ha conosciuto Ippolita Busi che ha potuto mettere in essere il suo piano». «Chi è questa Ippolita Busi», chiese Canepa stirando le lunghe gambe sotto la scrivania. «È la ex moglie di un certo Brutti Adalberto che lavora presso la Daynacren, un laboratorio farmaceutico dove fanno anche blisteraggio. Ippolita, è stata un’amante del dottor Calabrò, anch’essa amareggiata per come l’aveva abbandonata». «Ma quante amanti ha avuto quest’uomo, si può sapere?», Canepa posò i gomiti sulla scrivania, intrecciò le mani e vi adagiò sopra il mento, in attesa di conoscere la risposta. «I nomi sono presto detti: Diletta, Amelia, Eleonora, Elena, Leda, Ippolita». «Uh! Un vero collezionista. Se non fosse perché è la vittima, penserei a un Landru post litteram». «Ma è stata Diletta a sconvolgere la sua vita». «Diletta è la servetta di casa Calabrò, giusto?.» «Esatto. È lei che ha dato un senso diverso alle avventure fino ad allora attuate. Ed è lei che ha creato i presupposti per decidere di fargliela pagare. Così la farmacista, dopo aver letto il romanzo e aver trovato chi poteva attuare quel piano, ha coalizzato e fomentato le altre». «Sono anni che faccio questo mestiere, ma a volte non riesco ad abituarmi a quanta malvagità c’è in giro». «Dottor Canepa, posso chiederle perché è entrato in magistratura. Immagino che quando ha scelto di diventare magistrato ci siano state motivazioni profonde e importanti. Di solito le scelte di vita avvengono nell’adolescenza». «Come mai le interessa?». «Per via di quella frase: la malvagità che c’è in giro. Mi ha colpita. Anch’io sono costretta a vederne tanta». «Mi definirei, come la stragrande maggioranza dei miei colleghi, essenzialmente un uomo d’ordine. È difficile che si possa fare il magistrato, così com’è difficile che si possa fare il carabiniere se non si crede nel binomio legge e ordine. Non è così maresciallo?», chiese guardandola negli occhi scuri, dove c’era tutta la sua sicilianità. Delma annuì. «Ci sono alcuni punti in comune tra il magistrato e il militare, l’uno e l’altro sono al servizio dello Stato, e l’uno e l’altro impiegano la forza», disse Pugliese. «Ottima riflessione», disse Canepa ciondolando un poco la testa. «Ricordo, parlando di forza, che una volta mandai in crisi un giovane uditore, che aveva scelto con convinzione l’obiezione di coscienza. Gli lessi la formula di spedizione in forma esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti. Dice più o meno così: “Comandiamo a tutti gli ufficiali giudiziari che ne siano richiesti e a chiunque spetti di mettere a esecuzione il presente titolo, al pubblico ministero di darvi assistenza, e a tutti gli ufficiali della forza pubblica di concorrervi, quando ne siano legalmente richiesti”. Avevo dunque chiesto al giovane uditore che differenza ci fosse secondo lui tra l’usare la forza e ordinare di usarla. Se non hai voluto portare le armi durante il servizio militare perché lo ritenevi contrario alla tua coscienza, insistei, come puoi pensare di fare il magistrato? Dove ordinerai l’uso della forza. Non solo lo farai da pubblico ministero, o da giudice istruttore o da giudice penale, ma anche soltanto se ordinerai uno sfratto per finita locazione. Non ti sembra un po’ ipocrita rifiutarti di usare la forza e ordinare ad altri di usarla?». Delma era rimasta colpita da quelle parole, ma soprattutto dal tono che quel giudice usava. Non sembrava più l’arrogante, presuntuoso e ambizioso uomo di legge, come l’aveva giudicato la prima volta che lo aveva conosciuto. «Bene Pugliese dopo aver un poco divagato, e avermi estorto confessioni che mai mi sarei aspettato di farle, vada avanti con la sua relazione». «Sì, dicevo dunque della farmacista. Una volta che tutte si trovarono d’accordo, fu facile per Ippolita convincere il suo ex marito a scambiare il principio attivo con un placebo. Anche perché il marito seppe della relazione quando ancora vivevano more uxorio. Indubbiamente, anche lui, un certo desiderio di vendetta lo covava». «Ma quanti medicinali gli hanno sostituito alla fine». «Oltre alla trinitrina, tutti quelli che gli servivano per tenere sotto controllo la pressione. Ma ciò non sarebbe stato ancora possibile senza la complicità della farmacista, la quale interrogata una prima volta disse che non era sempre lei a consegnare le medicine al dottor Calabrò. Questo era vero, ma se doveva assentarsi, lasciava un sacchettino con i medicinali appositamente per il dottor Calabrò. Non poteva mettere i medicinali placebo dentro gli scaffali. Doveva essere sicura che quelli li avrebbe presi Calabrò». «Quindi era sempre lei a prepararli. Insomma, lo hanno condannato a morte». «Esatto. Una condanna certa che aveva solo bisogno di un po’ di tempo, ma sarebbe arrivata». «Dunque si può ipotizzare un delitto in correo». «Sì. Anche se le vere responsabili sono la dottoressa Elena Terzaghi e la signora Calabrò. Vede», disse e cavò dalla borsa una scatoletta gialla che depose sulla scrivania, «questa è la prova schiacciante della sua colpevolezza. Quello che vede è un contenitore settimanale dove lei metteva tutti i medicinali che servivano al marito». «Comoda», disse Canepa dopo essersi rigirato tra le mani la scatoletta, «e come ha fatto a trovarla?». «La signora me la mostrò un giorno, e io, non so per quale motivo, decisi di nasconderla sotto delle riviste. Ma lo feci così, senza pensarci. Ora, credo, che quell’impulso mi fu dettato da un dubbio che allora non seppi spiegarmi, per quello la nascosi». «Una bella fortuna». «Già. Quando capii come era stato possibile ucciderlo, non ci potevo credere. Una donna tanto a modo, borghese, schiva, fiera del lavoro svolto dal marito. E invece…». «E invece la gelosia», proseguì il magistrato, come se stesse declamando, «la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un'angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest'angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc gli scenari, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. L’ho letto di recente in un articolo che trattava psichiatria clinica. Si parlava di un paziente anziano, un vero caso clinico, ricoverato presso il Servizio Psichiatrico perché presentava un disturbo caratterizzato da delirio di gelosia accompagnato da un episodio maniacale. Dagli esami era risultato che nei mesi precedenti avesse fatto largo uso di bevande alcoliche, contemporaneo allo sviluppo del delirio di gelosia. Capisce? Una gelosia che non ha confini né età. Ma torniamo a noi. Allora, si profila un correo di tutte le donne del dottor Calabrò». «Certo. Mi viene in mente Clitennestra, donna forte e di grande temperamento, incarna il rancore femminile dovuto alla gelosia e il sentimento materno, che in questo caso potrebbe essere stato proiettato sul marito. Ti uccido per proteggerti». «Bene. Mi sembra sia tutto. Ora non mi resta che istruire la pratica», disse e si alzò. Pugliese ripose la cartelletta nella borsa. «Maresciallo, le faccio i miei complimenti. Ha saputo risolvere il caso senza che questo apparisse sui giornali, tanto pettegoli per queste vicende», e le allungò la mano. Era giunta alla porta quando squillò il telefono del magistrato. Sollevò la cornetta e contemporaneamente il braccio sinistro per un ultimo saluto al maresciallo che era giunto alla porta. «Aspetti!» disse imperioso. Pugliese si arrestò con la mano sulla maniglia. «C’è stato un delitto a Villa del Balbianello», disse deponendo il ricevitore, «è Simonetta Lucrezia Ferrante la vittima, moglie dell’industriale tessile Mariano Ferrante». Quale nuovo mistero si celava dietro quel delitto, Delma Pugliese non ne sapeva ancora nulla, ma di una cosa era certa, sarà un caso che richiederà discrezione, prudenza, garbo. L’intuito e la pazienza di Delma Pugliese stavano per essere, ancora una volta, messe alla prova. NOTA DELL'AUTORE "Un delitto Placebo" è il terzo episodio della serie che ha come protagonista il maresciallo maggiore Delma Pugliese. Potete trovare “Un delitto al dente” e “Un delitto lacustre” sulla mia pagina, Riccardo Alberto Quattrini. Se questo racconto vi è piaciuto, fatemelo sapere lasciando un commento o una valutazione sul sito da cui lo avete scaricato. Altri miei romanzi (“Il Copista” e “Ombre Nere sulla Laguna”) e racconti ‒ “Angoscia”, “Corda Tesa”, “HAL 9000”, “Il gatto Cambise”, “Il labirinto di Chartres”, “Il moscone – Lucilia Caesar”, “La donna di latta”, “L’occasione della signora Daniela Crociani”, “La signora di Montegridolfo”, “Transumanza: Tramudas”, “Un biglietto di sola andata”, “Fobie - vespa crabro”, “Fenomenologia del lato B”, “Corda tesa” ‒ sono disponibili su tutti i principali store on-line. Riccardo Alberto Quattrini
  5. «Dio è morto: ma considerando lo stato in cui si trova la specie umana, forse ancora per un millennio ci saranno grotte in cui si mostrerà la sua ombra.» Friedrich Nietzsche A Torino, l’aristocratica signora d’Italia che lo fece sentire gentiluomo rispettato, cullato dalla sobria ospitalità della sua gente, la follia scese su Nietzsche gradualmente come una lunga notte estiva, sollevandolo in uno stato di esaltazione, prima di silenziarlo in una demenza lunga dieci anni. Sostanzialmente Nietzsche è un uomo in fuga, un uomo che adduce di continuo le ragioni della sua strana malattia per eclissarsi e scomparire, affidando alle sue lettere straordinarie ogni sfogo, ogni recriminazione e le implorazioni di un cuore troppo sensibile e vulnerabile. E raramente, invero, egli scorge nella sua malattia qualcosa di connesso a un male più profondo, a un male dell’anima. Di tutto ciò ne risentì per vari anni la sua filosofia, poiché si formarono due tesi: la prima, in cui si riteneva che il suo pensiero fosse il risultato della malattia, la seconda che sosteneva l’idea secondo cui la malattia fosse il risultato del proprio pensiero. In questo modo, se da una parte al suo filosofare non veniva concessa fiducia, poiché ritenuto malato, essendo il risultato di una malattia, e quindi insostenibile; dall’altra si esaltava, poiché la malattia venne considerata come una condizione creativa del suo filosofare. Della città sabauda ama l’ordine, i grandi viali ortogonali, il cielo uniformemente grigio, l’innata amabilità delle persone, dal cameriere della trattoria “La Pace”, che lo allieta con maccheroni, ossobuco con broccoli e gelato, alla fruttivendola che sceglie per lui i grappoli d’uva più dolci. Ha un sarto personale e per l’incipiente rigore invernale provvede di munirsi di un nuovo modello di stufa a carbone, poi rivelatasi insalubre e presto restituita al fabbricante di Dresda. La vita culturale è quella prediletta dal Nietzsche nauseato dalla pesantezza wagneriana: all’opera preferisce l’operetta e le zarzuelas (l’operetta spagnola) più volgari, i cui protagonisti recitano ruoli da “canaglie”, e sembra profondamente commosso dai funerali di eminenti personalità pubbliche, come il conte Robilant o il principe Eugenio di Savoia, tanto da riferirne ai suoi numerosi corrispondenti con la solennità di un militare in carriera. Il 21 settembre 1888 prende alloggio in via Carlo Alberto 6 al quarto piano in una camera dell’edicolante David Fino. “stanzetta da studenti”, come scrive nell’ultima lettera di quel periodo estremo, indirizzata al celebre studioso del Rinascimento Jacob Burckhardt.(1) In quel periodo è stato scritto un aneddoto che non si sa se corrisponda al vero. Il filosofo abbracciò pare un cavallo all’uscita del Teatro Carignano di Torino, il 3 gennaio del 1889, e in quel periodo stava in effetti per detonare una follia a lungo incubata, filosofica e clinica. Ma il suo gesto fatale fu tutt’altro che folle. Il cavallo fustigato come emblema di crudeltà era intanto un topos animalista e morale dell’epoca. Infatti la leggenda vuole che dopo l’abbraccio Nietzsche abbia pianto e si sia gettato a terra tra spasmi di dolore. Abbracciare un cavallo non è segno di follia, ma di amore. È, per chi ama questo misterioso e magnifico animale comportamento tra i più normali, direi obbligato. Tutte le lettere che scrisse in quel periodo, dunque, che va dal 27 settembre 1888 al 6 gennaio 1889 sono un documento importante per penetrare nella mente misteriosamente deragliante di Nietzsche. Esse fanno da contrappunto alla stagione della “grande vendemmia” quando, prima di sprofondare nella pazzia, Nietzsche scrive gli ultimi capolavori. Nessuna maschera lo nasconde quando, dal giorno del suo compleanno, il 15 ottobre, in poco più di un mese scrive “Ecce homo”. Ma nei due lunghi soggiorni torinesi, tra il maggio 1888 e il gennaio 1889, dalla sua penna escono anche “Il caso Wagner”, “Crepuscolo degli idoli”, “L’anticristo”, “Nietzsche contra Wagner”, i “Ditirambi di Dioniso”. E’ un fiume in piena, è come se la sua forza esplodesse prima di spegnersi per sempre. Dalle lettere traspare dapprima questa dirompente vitalità: scrive come se sentisse di non avere più tempo. Ha piena coscienza di essersi guadagnato la posterità con la sua filosofia di rottura e, forse per la prima volta, rileggendo se stesso si accorge e si compiace di aver fatto “tutto molto bene”. Così scriverà all’amico Carl Fuchs: «Nei prossimi anni il mondo sarà sottosopra: dopo che è stato licenziato il vecchio Dio, sarò io d’ora in poi a regnare sul mondo». Siamo a dicembre, e in lui si mostrano inequivocabili i segni avanzati di un delirio di onnipotenza. La pazzia aumenta con il crescere dei giorni in queste lettere, nelle quali dapprima si riflettono la cura meticolosa con la quale segue i manoscritti, i contatti non sempre idilliaci con gli editori, la ricca corrispondenza con Taine(2) e Strindberg,(3) e infine l’inabissarsi del genio nelle tenebre. Dunque in quel breve lasso temporale, si svolge, nei fotogrammi catturati dal corposo epistolario, (Nietzsche scriveva quasi ogni giorno due o tre lettere, e a volte più lettere lo stesso giorno per lo stesso destinatario) il dramma di uno spirito visibilmente teso allo stremo delle possibilità umane, e che tuttavia continua a recitare con i suoi corrispondenti il ruolo del dionisiaco sovrano del mondo, vantando ammiratori influenti tra le corti europee e altrove, dalla russa ai circoli culturali parigini, dalle redazioni delle riviste culturali inglesi agli iperborei salotti del nichilismo scandinavo, in una messinscena di se stesso che prosegue ostinata fino all’impatto finale con la disgregazione psichica del 9 gennaio. Disagiato dice: «Non sono un uomo, sono un destino», e poi, nella celebre lettera a Burckhardt, professore e maestro di Nietzsche a Basilea, dopo aver sragionato che «domani arriva mio figlio Umberto (re d’Italia) con la graziosa Margherita, ma anche qui li riceverò solo in maniche di camicia», e ancora: «Ho fatto mettere Caifa (il sommo sacerdote ebreo dei vangeli) in catene; e l’anno scorso sono stato crocefisso a lungo dai medici tedeschi: Bismarck e tutti gli antisemiti eliminati», consumate alla goccia le ultime risorse di raziocinio, quasi puerilmente implora Burckhardt: «Di questa lettera potrà farne qualsiasi uso, purché non mi screditi nelle considerazione dei basilesi». Alla luce di queste agghiaccianti freddure, è difficile non cadere nella tentazione di interpretare la follia di Nietzsche come l’ultimo tragico, dionisiaco scherzo del filosofo del superuomo e della volontà di potenza, tirato alla putrescente civiltà politica e culturale del suo tempo, avvinghiata a nazionalismi che nel secolo successivo fomenteranno massacri senza precedenti nella storia, e incubatrice di espressioni artistiche, l’amato-odiato Wagner in testa e il suo decadentismo, che vedranno tra i loro rappresentanti i corifei delle marce in scarponi chiodati. Carichi di sinistra fama, nel corpo delle lettere, spiccano i cosiddetti fulminanti “biglietti della follia”, concentrati tra il 31 dicembre e il 4 gennaio, spesso poche righe firmate con gli pseudonimi più disparati: l’Anticristo, il Crocefisso, Dioniso. Come dunque non struggersi di fronte allo scambio delle ultime lettere con Strindberg, nel biglietto in cui Nietzsche gli scrive: «Ho indetto una riunione di principi a Roma, voglio far fucilare il giovane Imperatore », e il drammaturgo svedese, anche lui non estraneo agli squilibri della mente, allarmato, gli risponde il giorno stesso con un celebre passo dal secondo libro delle odi di Orazio: «Vivrai meglio, o Licinio, non spingendoti sempre in alto mare né rasentando troppo la costa insidiosa mentre prudente temi le tempeste». Sapere se il Fascismo di Mussolini o il Rock psichedelico di Jim Morrison sono nati nel segno del filosofo tedesco, è coerentemente un altro discorso. Nietzsche coglie, esprime e anzitutto incarna una caratteristica essenziale della modernità, l’aspirazione collettiva a essere straordinari. Aveva ragione, dunque, sua sorella Elisabeth(4), «Fritz (come lei lo chiamava N.d.A.) voleva diventare famoso, e lo desiderava con la stessa mancanza di decoro di un ammalato di celebrità». In una lettera a Paul Deussen(5) dell’11 dicembre 1888 egli scrive che si sentiva «come se il destino dell’umanità fosse nelle (sue) mani». In un certo senso ci aveva preso. Considerato che oggi siamo ancora qui a parlare di lui, se avesse pensato e agito diversamente forse in questo momento ragioneremmo altrettanto diversamente. La secolarizzazione ha rimosso il problema dando corso e dignità al nichilismo: anche il «Dio è morto» di Nietzsche è diventato un «Dio superfluo». Il suo pensiero è caratterizzato dalla messa in discussione della civiltà e della filosofia occidentale, ovvero in una distruzione delle certezze del passato che sorgerà in una nuova epoca, quella del super-uomo, con dei nuovi valori. Riccardo Alberto Quattrini NOTE (1) Jacob Burckhardt. Il rapporto Nietzsche – Burckhardt è complesso non solo per quanto concerne l’ aspetto culturale – filosofico, ma anche per la dimensione umana, per l’ esperienza di due grandi uomini della cultura che nutriranno e vedranno nell’ altro rispettivamente (nel caso di Nietzsche) il proprio io proiettato sotto l’occhio della temporalità (Nietzsche vedrà in Burckhardt una sorta di se stesso più anziano) o addirittura una conoscenza inizialmente formale ed infine scomoda, per non dire fastidiosa. La storia tra Burckhardt e Nietzsche è la storia di un amore non corrisposto, per tutto il corso della sua vita Nietzsche cercherà di entrare nelle grazie del grande studioso svizzero senza raggiungere mai risultati positivi, o addirittura incontrando cocenti delusioni. (2) Hippolyte Adolphe Taine filosofo, storico e critico letterario francese. È stato il principale teorico del naturalismo francese, uno dei principali fautori del positivismo sociologico, e uno dei primi operatori di Critica storicistica. « si può considerare l’uomo come un animale di specie superiore che produce filosofie e poemi press’a poco come i bachi da seta fanno i loro bozzoli e le api i loro alveari » (Hippolyte Taine) (3) Johan August Strindberg drammaturgo, scrittore e poeta svedese. (4)Elisabeth Förster-Nietzsche. E’ un dato di fatto, comunque, che la svolta in senso filo-nazista non si ebbe con Nietzsche, ma con sua sorella, Elisabeth Förster-Nietzsche, che aveva sposato Bernhard Förster, un ex insegnante di scuola superiore divenuto un agitatore antisemita, il quale progettava di creare un insediamento ariano in Paraguay. I due convinsero quindici famiglie tedesche a fondare una colonia che sarebbe stata battezzata Nueva Germania (la colonia esiste ancor oggi) e partirono per il Sudamerica il 15 febbraio 1887. Quando, indebitato fino al collo, Förster si avvelenò, il 3 giugno 1889, Elisabeth rimase in Paraguay ancora per quattro anni, poi fece ritorno in Germania. Al suo ritorno Nietzsche era ormai un malato di mente, del tutto incapace di prendere parte al vivo dibattito che si svolgeva intorno ai suoi scritti. Elisabeth si diede da fare per diffondere la fama del fratello e fondò nel 1893 a Naumburg il Nietzsche-Archiv; inoltre, dopo la morte di Friedrich, avvenuta nel 1900, provvide anche alla pubblicazione dei frammenti che vanno sotto il nome di La volontà di potenza; però, non si sa se per calcolo o per incapacità di comprenderne il pensiero, diede un’interpretazione tendenziosa e distorta delle sue teorie, in linea con l’antisemitismo che aveva condiviso col marito. Nel 1930 Elisabeth iniziò a sostenere apertamente il Partito Nazionalsocialista Tedesco del Lavoro (ovvero nazista), guadagnandosi l’appoggio economico di Hitler per il Nietzsche-Archiv quando, nel 1933, questi prese il potere. Elisabeth, dal canto suo, ricambiò il favore avallando il regime hitleriano con le teorie di Nietzsche, che da quel momento vennero inscindibilmente legate al nazismo. Quanto delle teorie nietzscheane è dovuto al pensiero di Friedrich, e quanto all’indebito intervento di sua sorella? Difficile stabilirlo. Quel che è certo è che Nietzsche lascia intendere che l’avvento dell’Oltreuomo non si può considerare da nessun punto di vista un fatto meccanico ed automatico: bisogna prima creare le condizioni psico-fisiche interne e quelle esterne adatte perché l’Oltreuomo possa apparire, da un lato prendendo a modello il grandioso splendore, culturale e politico, prodotto dalla secolare selezione psico-fisica della nostra passata aristocrazia iniziato nel Rinascimento italiano e culminato nel ‘700 francese, dall’altro rifacendosi all’antica Grecia ed in particolare alla Repubblica di Platone, il cui scopo finale era la creazione del guerriero-filosofo. Quanto tutto questo possa apparire teorico e velleitario è evidente a tutti. (5) Paul. Deussen – Storico della filosofia e indianista tedesco. BIBLIOGRAFIA “LETTERE DA TORINO” Giuliano Campioni Traduzione Vivetta Vivarelli Adelphi (pp.269) «Spettri di Nietzsche» (Un’avventura umana e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento) Maurizio Ferraris Editore: Guanda Collana: Biblioteca della Fenice Anno edizione: 2014 Pagine: 266 p. , Brossura
  6. Una donna inquieta, vittima di un matrimonio piatto e di un marito privo di attenzioni, cerca di fuggire alla sua triste quotidianità senza più aspettative. L'incontro fortuito con un uomo, in un bar, e la sua insolita richiesta le daranno la possibilità di sentirsi di nuovo viva e desiderata. Anche se in un modo che mai avrebbe immaginato. La lama di un sole autunnale, appena uscito dalle nuvole, penetrò nel bar Duomo attraverso l'ampia vetrata e s’infranse contro la grande specchiera macchiata ai bordi. Si era materializzato all'improvviso, con una luce plastica, quasi sacrale. Per un attimo, per un solo attimo, nel locale si generò un silenzio claustrale. La signora Daniela Crociani, da una decina di minuti, sedeva a un tavolino sorseggiando un aperitivo. Desiderava, senza riuscirvi, annegare in quel liquido certe apprensioni che stavano affollando la sua mente. Ma, come la risacca, queste ritornavano annullando il piacere di quella straordinaria mattinata trascorsa a far compere: il tailleur grigio, le scarpe nere con il tacco alto e tutta quella biancheria intima. Ricordava le facce stupite delle commesse, quando aveva insistito per indossare immediatamente i capi acquistati. Poi il gesto teatrale di lasciare lì tutto il vecchiume. Quei quattro stracci che Giulio, suo marito, le aveva a fatica comprato. Si chiese, ancora una volta, come avesse potuto sposare un uomo così mediocre. La colpa era tutta di sua madre Argenia. Fu lei a insistere che lo doveva sposare. Un impiegato, non un contadino come era toccato a lei, quell’Erardo Maggi proprietario di terre sui colli pavesi: qualche vigneto e campi da lavorare e gettarci sudore e fatica. Aveva avuto quattro maschi: Antero, Gottardo, Meneo e Oddone, mandati a lavorare dietro al padre, appena terminate le elementari. Quando finalmente, con non poca fatica, era nata, sua madre scelse per lei il nome di Daniela. Era la figlia tanto desiderata. Una bambina, per riscattarla da un matrimonio senza amore, consumato in fretta. Mai una parola, una carezza, un bacio; era solo un rivoltarsi nel letto per poi mettersi a russare. Così per Argenia era iniziato un periodo bellissimo, ma avversato ogni giorno dalle sfuriate del marito che non vedeva di buon occhio tutto il lavoro sprecato dietro alla figlia; per una mentalità contadina come la sua, erano energie mal riposte; una femmina non gli sarebbe mai venuta utile. La madre aveva fatto di tutto per crescerla nel migliore dei modi. L’aveva fatta studiare, una vera fatica. Ottenuta la licenza elementare per il padre era più che sufficiente: guardasse i suoi fratelli. Ma Argenia era testarda e lei aveva proseguito. Riuscì a farle terminare le medie. Daniela cresceva bene e si era fatta una donnina: tanto bella che molti si chiedevano cosa c’entrasse con i suoi fratelli, brutti e sempre sporchi, le mani addosso per un nonnulla, e poi le male parole tra loro, e i vestiti come stracci addosso a uno spaventapasseri. Poteva, la sua Daniela, essere da meno delle altre sue compagne, che avevano qualche possibilità più di lei? Così sua madre le confezionava gli abiti mentendo sul prezzo della stoffa: una volta era un regalo di sua sorella Noemi, un’altra un omaggio del mercante. Circostanza che suscitava nel padre moti di gelosia che esplodevano in una serie di ingiurie, offese e umiliazioni a cui Daniela era costretta ad assistere. Per il Carnevale, Argenia le aveva confezionato un abito splendido, da vera regina. Un giorno di metà febbraio, aveva tirato fuori il vestito e gliel’aveva fatto indossare; sarebbero andate a Voghera, dove c’era una sfilata di maschere. «Tu vincerai, piccola mia» aveva detto mentre, intenta ad apportare gli ultimi ritocchi, osservava l’immagine della figlia incorniciata nel grande specchio ovale. «Ecco, è perfetto.» aveva continuato rialzandosi con uno scrocchio delle ginocchia, mentre Daniela rimirava la sua figura opposta e speculare. Avevano preso la corriera a Castellar Guidobono e, dopo meno di un’ora, erano a Voghera. In piazza Vittorio Emanuele, dietro l’abside maggiore del Duomo, era stato allestito il palco per la sfilate delle mascherine. La più votata avrebbe ricevuto la targa con dedica: “Carnevale di Voghera 1950 1° classificato. La più bella mascherina”. E un premio di £.500 in libri, da spendere presso la cartoleria di Vittorio in piazza Vittorio Emanuele 13. I ricordi lentamente scemarono, come l'euforia e l'ardire che l’avevano accompagnata durante gli acquisti, sciogliendosi come i cubetti di ghiaccio nel bicchiere, facendo riemergere dubbi e preoccupazioni. In che modo avrebbe potuto onorare le cambiali che aveva firmato? Guardò l'antico orologio appeso alla parete, segnava un quarto a mezzogiorno. Doveva incamminarsi ma non ne aveva nessuna voglia. Il solo pensiero di tornare a casa e mettersi ai fornelli non la incoraggiava ad alzarsi. E poi Giulio non sarebbe tornato per il pranzo, quindi che fretta c’era. Voleva o non voleva farsi vedere in giro, gustare quel momento tanto atteso? Aiutandosi con uno stuzzicadenti, delicatamente, trafisse un'oliva contenuta in una piccola terrina, e la portò alla bocca, mentre il suo sguardo spaziava schivo lungo il locale. Fu nel riportarlo sul piano del tavolino che vide quell'uomo, emerso dal cono d'ombra che lo aveva nascosto alla sua vista. Teneva le gambe accavallate facendone dondolare una a mo’ di pendolo, un gomito posato sopra il piano e il mento appoggiato sul pugno chiuso, mentre gettava larghe boccate di fumo. Aveva capelli brizzolati ben pettinati e un abbigliamento elegante. Chissà da quanto tempo mi osserva, pensò la signora Daniela Crociani portandosi il bicchiere alle labbra, assaporando così l'ultimo goccio del suo aperitivo. L'uomo la fissava con uno sguardo insistente, frugandole tra le pieghe della gonna; lo sentiva salire su per le cosce e piantarsi nel ventre caldo. Imbarazzata, decise d’uscire. Non sopportava quelle occhiate lascive. Depositò il bicchiere, si alzò, sistemò la mantella di lana sulle spalle facendola roteare nell'aria. Si diresse alla porta senza degnare di uno sguardo quell'uomo tanto insolente. Una ventata d'aria fresca le sferzò il viso arrossato liberandola da un leggero annebbiamento. S'incamminò lungo i portici dagli ampi archi e le colonne slabbrate, ticchettando sul pavimento di pietre trapezoidali. Sostò davanti a un rarefatto guscio di cristallo. Guardò la sua immagine riflessa da un immacolato balenio di volpi invernali, che sembrava rivestirla. Si vide come aveva sempre sognato, se le circostanze della vita avessero preso una piega diversa. Oggi era solo il primo passo, pensò, e si sentì gratificata. In quel momento d’abbandono, ebbe la netta sensazione di essere seguita. Fece un passo indietro, senza voltarsi, tenendo lo sguardo fisso all'immagine che, modellata nella vetrina, si stava ingigantendo. Era l’uomo del bar. Sentì i muscoli del collo irrigidirsi, ma ostentò indifferenza e proseguì. Avvertì nuovamente lo sguardo penetrante che saliva lungo le gambe e si piantava sulle ampie curve dei glutei sodi. Non voleva apparire una donna disposta a lasciarsi abbordare dal primo venuto, camminando, tuttavia, sbirciava furtiva nelle vetrate luminose dei negozi che si aprivano a intervalli, nello spessore smorto dei muri. Fu quando, inavvertitamente, un tacco finì nella fessura di una pietra del selciato, che un braccio forte la trattenne e le evitò la caduta. Questa determinazione le diede una strana sicurezza, la stessa che provava da piccola, quando suo padre la stringeva tra le braccia robuste. «Che sventata» disse, scegliendo la strada della remissività. «Si è fatta male?» chiese l'uomo con una voce profonda, una voce abituata a impartire ordini. «Aspetti. Mi faccia vedere.» Daniela puntò i piedi e sostenne che non si era fatta niente, non c’era da preoccuparsi, andava tutto bene. Fu allora che l’uomo le fece la domanda che mai e poi mai si sarebbe aspettata. «Lei è una prostituta, per caso?» chiese come in un sussurro, stringendole ancor di più il braccio. La signora Daniela Crociani spalancò gli occhi chiari per la sorpresa. Per un istante pensò d'ignorarla. Lo guardò imbarazzata e stupita per l’impertinenza. Osservò la mano grande, pelosa, che ancora le cingeva il braccio. Si divincolò con un movimento largo e deciso, e rispose come non avrebbe mai dovuto o voluto. «No. Mi dispiace.» Ecco. Immediatamente quel verbo pesò come un macigno sulla sua moralità traballante. Non si spiegava perché mai avesse pronunciato quel “mi dispiace” dando così a quell’uomo, a quello sconosciuto, l'opportunità di pensare che gli sarebbe bastato mettere mano al portafogli, per aver accesso al suo corpo. «Mi perdoni. Sono stato davvero ineducato. Ma è più mio il rammarico. Mi creda. Vede, se lei fosse stata una... avrei avuto la certezza di poter stare in intimità con lei. Mi capisce vero?» Daniela Crociani non disse nulla. Era affascinata dall’uomo, dalla sua voce così calda e modulata, come quella di uno speaker radiofonico. «Lei è una donna stupenda, affascinante, così elegante, così fine. Che stupido averlo pensato, anche solo per un attimo... ma come ho potuto?» E scosse la testa sconsolato. Gli occhi di lei esitarono un momento tra l'imbarazzo e la lusinga, preferendo, alfine, quest’ultima. «Potrà mai perdonarmi per essere caduto in un madornale abbaglio?» insistette lo sconosciuto, prendendole la mano bianca e affusolata con la piccola vera all’anulare. Appoggiandola nella sua − ampia spessa, tiepida e leggermente sudata – la signora Crociani abbandonò la propria come se non le appartenesse. «Oh! Non fa nulla. L'ho già perdonata. E poi ha evitato che cadessi.» E mentre parlava ebbe chiara, chissà per quale assonanza, la visione del tinello di casa, con la poltrona e la lampada. Sotto la luce fievole, un cranio lucido; quello di Giulio che leggeva La Gazzetta dello Sport. Le dita dell'uomo sfiorarono la vera. «Sposata?» La signora Daniela Crociani ritirò la mano come se volesse recuperare un oggetto del cui possesso si fosse temporaneamente dimenticata. Per darsi un contegno, sistemò la camicetta di seta sulla scollatura. Capì che, se fosse rimasta un attimo ancora, avrebbe compromesso la sua fragile integrità. Si avviò, ma lui la seguì e le domandò a bruciapelo «Così. Per pura curiosità. Di quanto sarebbe stata la sua richiesta?» Che quell'uomo conoscesse le profondità dell'animo umano non era in discussione, come il fatto che la signora Crociani avesse bisogno di nuovi orizzonti cui guardare, ma non avrebbe mai creduto fosse così evidente. Si trovava davanti a un bivio, con due strade, di cui una conduceva alla mediocrità, mentre l’altra, una volta percorsa, portava a una nuova vita. Lo sguardo dell’uomo si fece serio, intenso, stava guardando nella profondità del suo animo. Percepiva la sua coscienza macchiarsi e perdere la limpidezza. Ebbe una visione del suo corpo bianco, ancora giovane e piacente, nudo e disteso su un letto. E lo sconosciuto glielo accarezzava pigramente. Il suo viso, da principio, era casto e riflessivo, come di chi legge con attenzione un libro. Ma poi la mano scendeva sui seni prorompenti e sul ventre piatto. E ancora più giù, sul pube che nereggiava tra le cosce bianche appena divaricate. Inginocchiato, lui cominciava a baciarglielo con maggiore avidità. Lentamente l’immagine sbiadì per lasciare il posto a quella di Giulio dietro la scrivania, chino su dei fogli, con il cranio nudo e pallido, era intento a eseguire le somme di una lunga catena di cifre che non volevano quadrare. E per la prima volta, quella visione, le fece misurare l’ampiezza del suo sacrificio, fatto di scope, strofinacci e bucati. Disse così una cifra, in un soffio di labbra, arrossendo e vergognandosi al contempo. «Va bene», rispose l’uomo con uno sguardo indulgente. La signora Daniela Crociani spalancò gli occhi per la sorpresa. Credeva, sparando una cifra tanto alta, di poter salvaguardare la sua moralità vacillante. L'uomo, con improvvisa familiarità, le cinse la vita da sotto la mantella blu. Questa circostanza le permise di sentire il profumo acre del dopobarba. «Mi piacciono le donne imprevedibili e decise.» E sentì la stoffa arruffarsi, sotto la spinta forte della sua mano. «Venga. Andiamo.» E la spinse verso una stretta viuzza che finiva con una scala di pietra alla cui sommità si leggeva, in un verde neon, la scritta: "Pensione Ducale". Lei guardò la scalinata ed esitò. L’uomo, con una leggera pressione, la guidò verso il primo gradino. Posandovi il piede le sembrò di averlo messo dentro un acquitrino dove, lentamente, stava sprofondando. Lui la sospinse verso il secondo e il terzo, un gradino dopo l’altro. A ogni passo, mentre percepiva la calda presa della mano attraverso il tessuto, la sua probità le sussurrava alle orecchie. Una volta giunti in cima, la fece scivolare via. La signora Daniela Crociani trasse un profondo sospiro. Era come se, fino a quel momento, la leggera pressione attraverso il tessuto, le avesse impedito di respirare. L'uomo alla reception alzò il viso affilato dal foglio delle parole crociate e, senza degnarli di uno sguardo, staccò da un quadro numerato una chiave con un grosso ciondolo di metallo e gliela consegnò dicendo: «Vi registro più tardi. Entrambi abbiamo ben altro da fare.» La stanza era ordinata e odorava di sapone da bucato, testimonianza di pulizia, pensò la signora Crociani. Il letto era matrimoniale. Ampio, con la spalliera alta di legno impiallacciato. Le frange del copriletto chiaro, come salici lungo i fiumi, pendevano dai due lati. Una luce tenue filtrava attraverso le persiane socchiuse. Sentì la mano che la sospingeva all'interno e la porta richiudersi alle sue spalle. Le parve come se fosse scoppiato un tuono poderoso. L'uomo accese la lampada sistemata su un comodino. «Eccoci» disse sedendosi sul bordo del letto che emise un sommesso cigolio. «Venga qui» e batté la mano sul copriletto ricamato. Lei sentì le gambe molli, e ritornò a quell’acquitrino, dove ora affondava fino alle ginocchia. L'uomo allungò una mano e la attirò a sé. Le fece scivolare sul letto la mantella di lana. Passandole le dita tra i capelli sottili e morbidi, le accarezzò la nuca calda. Lei si stupì, non le dava fastidio, eppure non lo sopportava quando lo faceva Giulio. Le prese il mento e la voltò verso di sé. Aveva occhi scuri, incorniciati da piccole e sottili rughe. L'uomo si sporse leggermente in avanti. Non aveva ancora invaso quel sottile e invisibile confine entro il quale stabiliamo il nostro privato, l’intimo più profondo. Ma stava avvicinando sempre più le sue labbra a quelle di lei, che le dischiuse socchiudendo gli occhi. Restò così, come se le fosse appena sfuggita dalla bocca una bolla iridescente destinata a infrangersi di lì a poco. Non si fece attendere, le labbra si chiusero con forza sulle sue. La lingua, senza difficoltà, si aprì un varco fra le membrane cedevoli. Penetrò così in una cavità umida dal lieve sapore salato. La lingua della signora Daniela Crociani continuava a restare acquattata sul fondo. L'uomo posò una mano sul tessuto morbido della gonna, poco sopra il ginocchio, la strinse appena e la stoffa scivolò sulla sottesa elasticità della calza. La signora Daniela Crociani s'irrigidì. L'uomo ritirò rapidamente la lingua, provocando una specie di risucchio acqueo. «La prego» disse lei, spingendogli via la mano dalla gonna. Si alzò e andò alla finestra. «Ah! Capisco. Forse vuole vedere prima i soldi. Ha ragione.» Sfilò il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni. Depositò dieci banconote a mo’ di ventaglio sul comodino, perfettamente allineate come carte da gioco. «La scongiuro. È già così difficile per me...» Voltò il viso verso la finestra, accarezzò con le dita il ricamo della tenda. Guardò il piccolo cortile, dove un gatto nero se ne stava tranquillamente acciambellato, assaporando la quiete pomeridiana. «Non ha mai tradito suo marito?» «Mai!» E pensò ad Amedeo. Quanto l’aveva corteggiata. Desiderata. Forse, se avesse ceduto allora, la sua vita avrebbe preso un'altra piega. «Su, non faccia la bambina. Immagini che io sia... suo marito. Le viene più facile così?» La signora Crociani vide il marito disteso sul letto, con quegli orrendi occhiali rotti, tenuti assieme da un cerotto. E quel vizio di fumare e lasciare nel posacenere orribili e puzzolenti cicche. «E poi guardi», proseguì l’uomo, «averle offerto dei soldi, è stato solo un capriccio. Se avessi avuto più tempo, se l’avessi conosciuta in un’altra occasione, le avrei fatto la corte. E alla fine, chissà... non è mia abitudine pagare le donne.» La signora Daniela Crociani prima di girarsi, diede un'ultima occhiata al gatto, mentre s'ingobbiva pigramente. «Cosa vuole che faccia, ora?» «Si spogli. Ma molto lentamente, la prego... faccia conto che io non esista.» Timidamente si mosse verso la stretta e alta specchiera, incastrata tra le ante dell’armadio. Contemplò la sua immagine riflessa e ne restò nuovamente lusingata. Si fece una promessa. Mai più avrebbe indossato gli orribili abiti acquistati sulle bancarelle, rabberciati poi alla meglio alla macchina per cucire, per farli apparire meno dozzinali. Guardando intensamente il suo doppio, cominciò a spogliarsi. L'uomo seduto sulla poltroncina iniziò a manifestare una certa agitazione. La signora Daniela Crociani lo sentì alzarsi e lo vide apparire riflesso nel cristallo. Percepì le sue calde mani che si posavano delicatamente lungo i fianchi sottili. Lo vide mentre si chinava a baciarle la schiena bianca e levigata. Una minuscola piega stirò l'angolo delle labbra a rilevare una lieve sensazione di solletico. Vedi, pensò, piegando leggermente la testa all'indietro, ti stavi arrovellando il cervello per come avresti potuto onorare quell'impegno ed eccola la soluzione. «Perché sorride?» domandò l'uomo mentre la adagiava sul letto, noncurante di una risposta che mai giunse. E iniziò ad accarezzarla con ardore. Mentre lei, voltata la testa, guardò le banconote sistemate sul comodino e socchiuse gli occhi, stirando le labbra in un sorriso compiaciuto.
  7. di Riccardo Alberto Quattrini. “Si può passar sopra a un morso di lupo, ma non a un morso di pecora.” James Joyce, Ulisse, 1922 Sospinti ai margini del loro habitat naturale dalla crescente antropizza-zione dell’ambiente, branchi di fiere affamate terrorizzano città e villaggi. Ma le belve “quotidiane” non sono le sole presenze inquietanti che popolano l’immaginario dell’uomo medievale. “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso anche se l’origine del modo di dire non è chiara, come altre analoghe espressioni che hanno per origine il lupo. Vi sono davvero molte interpretazioni di questo termine. Che esso sia usato in senso scaramantico per dire “buona fortuna” è ben noto ma le sue origini sono più incerte. Una prima interpretazione vuole che la frase derivi dal linguaggio di pastori e allevatori per i quali il lupo era temuto più di tutti gli animali a causa della sua voracità per il bestiame del quale essi si occupavano. Un’altra spiegazione, invece, deriva dai cacciatori che sopprimevano i lupi poiché ritenuti pericolosi per gli umani. In questo caso dire “in bocca al lupo” significava augurare “buona caccia”. Sempre riguardante la caccia sarebbe la spiegazione dell’espressione secondo la quale chi andava a cacciare il lupo doveva avvicinarsi e quindi metaforicamente “mettersi nella bocca del lupo”. A questo augurio avrebbe senso rispondere “crepi il lupo” poiché per affrontarlo ci voleva molto coraggio e fortuna. Altri pensano che il detto derivi dal greco per assonanza ovvero: “prendi la retta via” e rispondere “la prenderò”. Un’ennesima interpretazione prende spunto dalla storia di Roma: Romolo e Remo vennero salvati dalla lupa. Così, se qualcuno rivolge l’espressione all’altro, si augura fortuna. Anche in questo caso la risposta “crepi” o “crepi il lupo” non avrebbe senso poiché l’animale sarebbe considerato “la salvezza”. A sentire certi animalisti ed etologi. Una caratteristica del suo modo di vivere è la chiave del suo riscatto. Sì, perché il protagonista di fiabe e leggende è solito costruire la sua tana in luoghi sicuri e segreti tanto che riuscire a trovarne una, non è roba da tutti i giorni. Per istinto sposta i propri cuccioli in bocca, soprattutto quando avverte un pericolo vicino. I piccoli tenuti dunque dalla mamma in quel modo così delicato ma nel contempo saldo, sono protetti al massimo. Ecco per-ché augurare a qualcuno di trovarsi tra le fauci di questo splendido animale è un mo-do per auspicargli di essere protetto e guidato proprio dallo spirito forte e maestoso del lupo. Allora cosa rispondere a quell’augurio? «Lunga vita al lupo» oppure «Evviva il lupo» oppure un semplice «Grazie». Ma la caccia al lupo, nei secoli, è sempre stata ai primi posti da parte dell’uomo per necessità. Durante le guerre nelle campagne, i coltivi e i pascoli abbandonati sono di nuovo diventati, come secoli prima, il regno incontrastato degli animali selvatici: lepri, caprioli, cervi, cinghiali, volpi… Hanno tutti rioccupato quegli spazi che gli uomini avevano loro conteso con i dissodamenti. Ma le guerre hanno fatto anche altro: scomparse le pecore, scomparsi i buoi, sparito il bestiame domestico e con esso una rete fondamentale della catena alimentare degli animali da preda. E’ così che branchi di lupi si presentano sotto i fossati delle città, ululando il loro agghiacciante canto di fame. Di notte, alcuni di essi riescono a penetrare dentro l’abitato e, se trovano qualcuno addormentato sotto i portici o sul pianale di un carro, per lui è la fine. Così co-me lo è per quelle persone che sono meno pronte a scappare: le donne e i bambini prima di tutto. E nemmeno basta, perché qualche volta i lupi si intrufolano dentro le abitazioni, e allora per i bambini sorpresi nella culla non c’è scampo. «Non lo crederebbe se uno non lo avesse visto con i propri occhi come è successo a me», racconta Salimbene de Adam un frate di Parma vissuto intorno al 1200, commentando quegli anni da incubo. Quello con il lupo non è solo l’“incontro ravvicinato” che l’uomo medievale può ave-re con gli animali selvatici (fa parte della quotidianità il rapporto con gli animali da cacciare: è usuale quello con la volpe, della quale si devono temere solo i danni economici, non le aggressioni agli umani), ma è sicuramente il più traumatico e il più paventato: che nell’immaginario collettivo religioso si sia assimilata al lupo la figura dell’eretico la dice tutta sulla sovrapposizione di due nemici antropologici dell’umanità. Ma non è sempre stato così. L’antichità classica ha attribuito, sì, al lupo uno statuto di negatività, ma lo ha circoscritto alla sfera del rapporto con gli animali domestici, qua-si mai a quello con l’uomo. L’assalto agli esseri umani era considerato un fatto eccezionale, tutt’al più un segno infausto ma anche , altrettanto, una possibilità remota. Le cose sono cambiate quando è cambiato il clima, quando il ruolo della pastorizia, dell’allevamento, della caccia hanno reso uomini e lupi concorrenti sullo stesso territorio; quando il bosco è diventato una risorsa da sfruttare e da amministrare al meglio e quando i dissodamenti hanno ridotto, anche se parzialmente, l’ambiente vitale dei carnivori. La leggenda di San Sola di Eichstatt (eremita, morto alla fine dell’VIII se-colo), che ordina al proprio asino di uccidere il lupo che minaccia il gregge è la miglior metafora di questo conflitto “economico” fra l’uomo e la bestia feroce e, al tempo stesso, dell’alleanza con l’animale domestico contro il comune nemico. La toponomastica, del resto, dà la misura della quotidiana contiguità tra uomini e lupi: nessun animale ha lasciato tanta traccia sui nomi del territorio quanto il lupo. Monlué (presso Milano) è in origine Monte Lupario, nel Cosentino c’è Lupia e nel territorio di Bolzano Lupicino; Lovaria è nell’Udinese e Lupazzano nel Parmense; presso Siena c’è Lupompesi (lupo appeso – impiccato); i Montelupo sono più d’uno, i Montelupone una schiera, e l’elenco potrebbe continuare per pagine. La memoria che il lupo lascia nella storia degli uomini medievali è, pressoché di re-gola, antropofaga: non più solo il patrimonio è a rischio, ma la vita stessa. E la frequenza con la quale si ritrova – oltre alla varietà delle fonti che la tramandano – è indice di una sinistra fama, probabilmente amplificata ma di certo non inventata. A metà del IX secolo branchi di lupi – a volte della consistenza di centinaia di capi – terrorizzano l’Aquitania e la Francia meridionale seminando la morte nei villaggi; nel 1116 diciotto abitanti di Carmarthen, nel Galles, muoiono attaccati da lupi e tre anni più tardi analoghi episodi sono registrati in Germania. Di oltre trenta vittime è il bi-lancio degli attacchi delle belve in Franconia nel 1271, destinato a crescere ulteriormente l’anno dopo nei dintorni di Basilea quando tale sorte è riservata a quaranta bambini. Nel 1422 branchi di lupi affamati entrano in Parigi nottetempo, dissotterrano i cada-veri nei cimiteri e attaccano la gente; quelli di essi che finalmente vengono catturati sono esibiti per le strade, appesi per le zampe. Le aree della città destinate a cimiteri e a depositi di immondizie sono le prime a essere attaccate: succede a Milano nel 1484, quando i lupi entrano nel cimitero dell’ospedale di S. Ambrogio e «caveno per forza il terreno in modo che trovino li corpi morti et li mangieno et stragieno». E succede, nello stesso periodo, a Chartres dove le incursioni notturne si registrano in prevalenza nel quartiere dell’immondezzaio, dove vengono gettati quotidianamente gli scarti del-le macellerie. Una battaglia, per parte sua, può rivelarsi un formidabile richiamo per queste bestie: è quanto succede presso Somma Lombardo nei primi anni del Cinquecento e intorno a Pavia nel 1527, all’indomani di scontri armati che hanno lasciato sul terreno molti cadaveri insepolti. Del resto, in Bretagna, alla fine del Cinquecento, non accadrà niente di diverso: i morti per la peste, uniti a quelli del brigantaggio di strada, diventano riserve di cibo per le fiere che si muovono in branco e assalgono anche uomini. Anzi, il loro modo di aggredire è così simile alla tattica di attacco di una compagnia militare che fra la gente comune si diffonde la convinzione che non siano lupi ma, in realtà, soldati morti e resuscitati mandati da Dio a punire gli uomini. Per far fronte all’emergenza-lupi le comunità si organizzano in vario modo: scavando trappole – le fosse luparie, attestate prima del Mille e che danno il nome a località come Lovere, in Lombardia -; proteggendo i cani da pastore (nelle leggi bavare, alemanne e frisoni essi danno diritto a un indennizzo maggiore rispetto agli altri cani in caso di uccisione); costruendo ospizi lungo le strade per ospitare i viandanti sorpresi dalla notte e che perciò sarebbero facile preda delle bestie (come nel caso dell’ospizio costruito nella prima metà del X secolo a Flixton nello Yorkshire); bonificando le strade principali. Lo stesso fece nella seconda metà del X secolo Berengario II ordinando di fare della strada che attraversa la Valtellina e porta a Pavia un’area “delupizzata”; rafforzando le mura di difesa della comunità. E’ quanto accadde, ad esempio, nel 1463, quando in Lombardia le comunità di Zeze, Fino, Ogiate e Castellanza del Baradello organizzano una colossale caccia grossa collettiva con balestre e altre armi da guerra per “haver et occidere lo lupo rapace qual non vivendo secondo sua natura devora li cristiani”. Chi riesce a catturarne qualcuno diventa poco meno che un eroe e ha diritto a tangibili riconoscimenti. A Milano nel 1402, i proventi del dazio su alcune attività (fra le quali il postribolo pubblico) sono destinati alla manutenzione delle difese contro le bestie feroci e alla ricompensa per chi cattura volpi e lupi. Nella stessa città, nel 1462, Francesco Sforza raddoppia la taglia prevista per chi cattura i lupi che infestano la Martesana, e chi riesce a prendere una bestia che abbia assalito qualcuno ha diritto a un compenso addirittura quadruplicato. A Salò, nel 1475, Domenico Baruzi di Sabbio Chiese si guadagna l’esenzione perpetua dalle tasse, conseguenza monetizzabile del conclamato riconoscimento, per lui, di prode cacciatore “interfector lupi homicidae”. Quando armi e palizzate non sono sufficienti, non resta che cercare aiuto da un santo a cui votarsi. E per avere protezione dai lupi la scelta è ampia. Ben lungi dall’esaurirsi nella sola figura archetipica – per questa particolare grazia – di Francesco d’Assisi, la Cristianità dispone di una buona legione di santi “antilupo”, da Santa Radegonda di Poitiers, regina dei Franchi nel VI secolo, al Beato Torello da Poppi, venerato nel Casentino dal XIII secolo; da San Defendente (un nome un programma), il cui culto è diffuso in Italia Settentrionale dal XIV secolo, a San Giulio (cui è dedicato a metà Quattrocento un oratorio a Biella con questo scopo. La caccia al lupo assume gli aspetti di una battaglia feroce già all’epoca di Carlomagno. Il Capitulare de Villis prevede infatti che l’imperatore sia informato periodica-mente del numero di lupi catturato ma, per evitare statistiche gonfiate, è indispensabile che siano prodotte, come testimonianza, le pelli delle bestie uccise. Frotario, vescovo di Toul, può pertanto inviare una compiaciuta lettera al suo sovrano per informarlo che, ben prima della data prevista per la rendicontazione, lui ha già fatto catturare duecentoquaranta lupi, sotto la sua personale guida. Ogni responsabile di circoscrizione dovrà avere sotto il suo comando due «luparios» incaricati di stanare e catturare le fiere e, a ogni maggio, di procedere a una battuta per sterminare i lupacchiotti, usando, per questo, cani, esche avvelenate o trappole. Il “lupario” è presente anche in Inghilterra, dove nel 1135 è pagato venti denari al giorno, una somma con la quale però deve anche provvedere al pagamento dei cavalli, dei cani e degli aiutanti. Sempre in questo regno, il condannato all’esilio o addirittura a morte può chiedere di commutare la pena con l’impegno a uccidere un certo numero di belve. E a Santiago di Compostella, negli anni Dieci del XII secolo, il sabato, per chierici, cavalieri, contadini, adunata obbligatoria e, tutti insieme, fuori a caccia di lupi. Le città comunali italiane, per parte loro, impongono vere e proprie taglie sui lupi: dieci soldi per il maschio, cinque per la femmina e tre per il cucciolo, si stabilisce a Siena nel 1262; tre li-re se è preso vivo e una lira e mezzo se è morto, a Mantova nel 1303; dieci soldi l’adulto vivo e cinque quello morto o il lupacchiotto, decretano le comunità della Valsesia nel Trecento, e l’elenco potrebbe continuare a lungo perché disposizioni si-mili sono legioni, fra il Medioevo e l’Età moderna. Per i lupi, a quei tempi, era davvero una vita da cani. BIBLIOGRAFIA Delort R., 1987 – L’uomo e gli animali dall’età della pietra a oggi – Laterza, Roma-Bari, Ortalli G., 1972 – Realtà e immagine del lupo nel medio evo: la nascita di un mito – Natura e montagna. 1973 – Natura, storia e mitografia del lupo nel Medioevo – La Cultura, Roma Lupo mannaro di Lucas Cranach il vecchio, 1512 circa, incisione, Gotha, Herzogliches Museum.
  8. I confini delimitanti la Vita e la Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi, ma l’essere seppelliti ancora vivi è senza dubbio il più spaventoso di tutti gli estremi che mai possa toccare a un comune mortale. Era stato “chiamato” in uno sperduto paese, da un mortale che desiderava mettere in atto quello che riteneva il coup de théâtre della sua vita. “Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi” Cesare Pavese. I confini delimitanti la Vita e la Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi, ma l’essere seppelliti ancora vivi è senza dubbio il più spaventoso di tutti gli estremi che mai possa toccare a un comune mortale. Non abbiamo nomi propri, ma il solo menzionarci incute da sempre paura e terrore. Siamo chiamati i Legionari degli Arcangeli di Michele. Il nostro compito è affiancare ogni mortale nel momento in cui oltrepassa quel diaframma, quel tramezzo, quella barriera che separa la vita dalla morte. Da sempre ci ritraggono come scheletri ricoperti da un mantello nero, con un cappuccio a nascondere il teschio e una falce perennemente impugnata. Niente di più falso. Noi possiamo assumere le sembianze più idonee all’occasione. In questo momento sono un anonimo mediatore che ritorna da un mercato agricolo. Indosso il cappotto e un cappello nero a falde larghe, una giacca di lana grezza marrone, pantaloni di velluto e una camicia di flanella a quadri. Sono di buona e robusta stazza e mi sto recando in un paese sulla cresta di una collina, immerso in una vallata spettacolare, piena di vigneti, campi rigogliosi, pascoli e alberi. Lì vive un mortale che, da un po’ di tempo, richiede la mia presenza, anche se c’è ancora tempo, prima che metta in atto ciò che ha in mente. Sono salito su una corriera e, come faccio sempre, mi sono seduto in fondo, in questo modo posso osservare i mortali che viaggiano con me. Oltre all’autista, ci sono tre donne e quattro uomini, vestiti in maniera sobria. Una delle donne è giovane, ha poco più di vent’anni, e si lamenta con l’altra, più vecchia e avvezza alle confidenze. La ragazza le sta raccontando che il marito della signora Bozzoli, dove è a servizio, approfittando dell’assenza della moglie, le ha accarezzato le gambe, mentre stava sulla scala a lavare i vetri. Rimarca che non è la prima volta. «Tu che hai fatto?» domanda l’amica. «Nulla. Che potevo fare?» risponde piagnucolando, con il fazzoletto premuto contro le labbra. «Dai retta a me, che di mani addosso ne ho avute tante quando ero più giovane. Lascia che lui ti guardi, e se ci scappa qualche carezza lascia fare. Ma solo carezze e nient’altro. Hai capito?» La giovane si asciuga il naso, e annuisce. Quante bugie dicono i mortali. La più anziana, in gioventù, ha tollerato ben oltre le carezze. Rimase incinta di uno dei padroni e ora la figlia si prostituisce vicino alle mura cimiteriali. La terza donna è una contadina, pensa di avere un brutto male e torna da una visita specialistica e dovrà attendere prima di sapere l’esito. Vorrei dirle di stare tranquilla, che tutto si risolverà per il meglio. Due degli uomini, invece, sono militari in licenza. Quello biondo con i capelli a spazzola, terminata la ferma obbligatoria, si arruolerà nella Celere e morirà a Modena nel 1950, durante gli scontri violenti per una manifestazione sindacale. Ora basta spiare nelle loro vite; smetto di osservarli e guardo il paesaggio che scorre lento dai finestrini impiastricciati. A destinazione ci avvolge una nebbia spessa. L’uomo che scende con me si tira su il bavero del pesante pastrano e, lasciata la Provinciale, s’inerpica per una mulattiera appena illuminata da un lampione smorto. A mezza strada si volta, mi fa un cenno con la testa e dice: «Ti conosco te, sai!» Gli faccio segno di proseguire tranquillo; alcuni mortali hanno la capacità di riconoscere le figure ostili. Non deve temermi adesso, non ancora, lo visiterò tra qualche anno. Percepisco il rumore ovattato della corriera che si allontana, due lumicini rossi spariscono nel buio della sera. Mi guardo attorno, chiudo gli occhi e mi ritrovo davanti all’insegna della taverna dove sono atteso: “Osteria del To o”. La lettera più incisiva è miseramente caduta, mutilando l’animale più dotato per antonomasia. Spingo la porta ed entro. Il locale è poco illuminato, puzza di fumo e vino andato a male, un’immensa nube aleggia sul soffitto a botte. Ci sono diversi mortali accanto al bancone della mescita o seduti ai tavoli, li accomunano i bicchieri colmi di vino e le sigarette accese. Qualcuno grida una sonora bestemmia, tiene una mano nella tasca della giacca e, con l’altra, un bicchiere troppe volte riempito. Ha in testa un cappello chiaro, calato a metà del cranio coperto da quattro peli sudati. Il viso, rugoso come un terreno appena arato, è rosso per il troppo vino e il sole. I discorsi vertono principalmente sulle mucche che hanno nomi di donna: Fiorella, Bettina, Esterina o Suntina. Racconta uno, in dialetto stretto, che una sferzata di coda della Pratolina gli ha scorticato la pelle delle gambe. Tira su i pantaloni e mostra, quasi con orgoglio, le escoriazioni. Mi avvicino. L’oste, di spalle, è intento a preparare il caffè con una logora macchina che sbuffa fumo come una locomotiva malata. «Oste, che cosa hai, oltre il vino, da offrirmi?» L’oste, senza girarsi, dice nel suo dialetto: «Questo è nuovo» e si gira depositando, con le grosse mani inadeguate, la tazzina sopra un piattino posato sul bancone. Ha la faccia tonda e avvampata come una grossa zucca, e ne ricalca tutte le asperità, due scopettoni ai lati rimarcano le orecchie grandi e spesse come due bistecche. «Allora?» chiede asciugando con uno straccio logoro il bancone. «Lei è forestiero, eh? Qui», e punta ripetutamente l’indice, grosso come una salsiccia, contro il bancone «oltre al vino serviamo il vino.» Ride e mostra i denti neri e gialli come caldarroste, poi batte una manata sul bancone che fa tremare i bicchieri. Anche gli altri mortali ridono sguaiati. «Bene» dico, «allora vada per il vino, e riempi anche i bicchieri dei signori.» L’oste esegue felice. Percepisco la presenza del mortale che mi ha condotto qua. È seduto a un tavolo da cui può osservare il bancone e la porta d’ingresso; gli occhi scorrono ansiosi per il locale. Mi accendo una sigaretta e bevo qualche sorso di vino, prima di incrociare volutamente il suo sguardo. Ora mi ha notato, si alza e si avvicina, zoppica e tiene una brocca vuota nella mano, la posa sul bancone. È basso e tondo ma ha il viso scavato e ossuto, pallido, gli occhi piccoli e sbiechi come asole, un cranio con pochi capelli unti di brillantina e tirati da un lato, indossa un abito dozzinale. Per darsi un contegno, poggia un gomito sul bancone, ma la ridotta altezza, gli permette solo di assumere una posizione sghemba che lo rende ridicolo. Fissa un punto indefinito in fondo al locale, oltre il mio gomito. Lo incoraggio con un saluto: «Buonasera.» «Buonasera» risponde subito con una voce rimasta troppo in gola. «Forestiero?» chiede. Mi anticipa l’oste che, depositata una caraffa di vino rosso sul piano di legno, sussurra in dialetto: «Sì, è forestiero.» Alzo le spalle e lui continua: «Non ci faccia caso, non per niente lo chiamano il Torvo», così dicendo afferra la caraffa per il collo e fa due passi. Poi si ferma: «Non è curioso di sapere perché?» Annuisco e lo seguo. Ha un’andatura zoppicante per via del piede destro, stretto in uno scarponcino ortopedico. Ci sediamo e posa la caraffa sul tavolo. Entra precipitosamente in argomento temendo, forse, il mio disinteresse. «Lo chiamano Torvo per via del fatto che è collerico, irascibile. Ce l’ha con il mondo intero, e la sua collera è alquanto pericolosa. È sempre pronto a scaricartela addosso come una locomotiva a vapore.» Beve una lunga sorsata di vino e prosegue. «Una volta, eravamo in piena estate, un tipo non voleva pagare il vino bevuto, affermando che non era buono. Apriti cielo. Il Torvo, dopo essersi passato le mani enormi sul grembiule, l’ha sollevato dalla sedia e gli ha mollato una serie di ceffoni tanto forti da trasformargli la faccia in una tavolozza, dal rosso tenue al vermiglio.» «E i soldi?» domando. «Ah quelli se li è presi!» «Bella storia» commento. Lo sento distante. Si è tanto esaltato nel raccontarmi questa storia, che ora fatica a raccontarmi la sua. Lo aiuto. «Ha altre storie da raccontarmi?» I suoi occhi si fanno tristi, infelici. Sento tutta la sua apprensione, la sua titubanza. Non trova il coraggio di confidarmi ciò che da tempo ha progettato. Lo sprono. Il mortale mi guarda e, come si stesse togliendo un peso troppo a lungo sopportato, sussurra: «Sì, le devo confessare un mio desiderio, che inseguo da diverso tempo e vorrei si realizzasse.» «Sentiamo» dico e fingo curiosità. «Ecco.» Beve una sorsata di vino e muove intorno lo sguardo; non è in quei muri sbrecciati che troverà le parole. Posa il bicchiere e, a man versa, si asciuga la bocca. «Vede signore, ho cinquantacinque anni, e da quasi trenta costruisco valvole termoioniche alla Osveco, giù in città. Prendo la corriera ogni mattina, appena albeggia, per rientrare la sera che è già buio. Avanti e indietro, sempre la medesima strada. Trent’anni che incontro le stesse persone, e molte le ho belle e accompagnate al cimitero.» Tutti i suoi timori, le incertezze, i dubbi, si sono disciolti nel vino. «Mi guardi, come mi vede?» Non attende la risposta. «Sono un uomo insignificante. Orfano dall’età di tredici anni, allevato dal fratello di mio padre, Eugenio si chiamava; Eugenio Adornato, succube di sua moglie, la zia Lina. Non aveva avuto figli e, per questo, mi puniva per un nonnulla. Alla loro morte, di quel poco che avevano, non vidi nulla. Tutto alla chiesa hanno lasciato. Non sono sposato, nemmeno fidanzato. Ho avuto una sola storia, molti anni fa. Poi lei se ne andò dal paese e sa con chi? Con il mio migliore amico, Franco Bezzi, lo stradino. Dissero che erano annegati scivolando giù da un ponte con la moto, tornando dalla balera di notte. Ne soffrii tantissimo, più per l’amico che per la Giulia. Da allora nessun’altra.» Tira fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette stropicciato, ne prende una e la rolla tra le dita, la accende e aspira due lunghe boccate prima di proseguire. «È necessario che le confidi un segreto.» Abbassa il tono della voce, sposta lievemente la testa, e mi posa una mano sull’avambraccio. «Per farle comprendere la richiesta che arriverà dopo» e si rimette dritto sulla sedia. «Ho un’orribile inclinazione» aspira nervosamente dalla sigaretta. «Mi piace mostrare...» e abbassa lo sguardo all’inguine. «Ora le spiego» riprende determinato «con me la natura è stata avversa. Mi ha dotato di un bel piedino che è motivo di scherno.» Solleva la gamba destra mostrando un piede deforme. «Si chiama piede equino. Bello vero? Ma se è stata avversa da un lato, togliendomi il piacere di correre, è stata prodiga dall’altro» e abbassa ancora lo sguardo sui pantaloni. «Ha capito?» Mi raddrizzo sulla spalliera e gli sorrido, limpido. «Per me è sempre stato l’unico vanto. Non ho altro. E gli amici, per questa mia dote, mi chiamano Pilone», e ride in modo osceno. «Non è poi così grave» lo consolo. «La natura è stata avara e munifica al contempo. E poi, tra ragazzi, è comune esibire, vantare, mostrare. Si ostenta la forza, il coraggio, ci si vanta per la bravura, l’intelligenza Ma l’ostentazione dilatata nel tempo, a volte, nasconde un disagio, una difficoltà di sopravvivenza.» «Si spieghi meglio.» «Ecco, lei, con quel gesto, ha cercato di mandare un messaggio al mondo. “Ehi, sono qui! Anch’io esisto”.» «Sì, è proprio così!» conferma con gli occhi fissi in un punto lontano. Mi do del bastardo. Non gli pare vero che qualcuno abbia compreso il disturbo che da sempre lo assilla. Aggiunge in un sussurro: «Ho sempre desiderato che si accorgessero di me... anche se apparivo così insignificante.» «E ora, dopo questa lunga premessa, qual è l’epilogo?» «L’epilogo?» «Sì. Qual è il suo desiderio?» Trascorrono alcuni minuti prima che risponda, non trova le parole giuste per confessarlo. «Ecco...» Ci siamo, penso. «Lei dovrebbe soltanto guardarmi» dice tutto d’un fiato. «Guardarla? Guardarla fare che?» Il mortale reclina da un lato quella sua testa affusolata, e dice in un soffio: «Morire.» «Morire?» grido quasi e scatto sulla sedia. «Ssshhh!» il mortale si porta l’indice sul naso. «Qui hanno orecchie anche i muri.» «Lei vorrebbe che io la guardassi morire. Ho capito bene?» Annuisce e aggiunge: «Lo so che può sembrare una richiesta assurda» dice giocando con il bicchiere vuoto. «Assurda?» fingo disappunto. «La definirei insensata, stramba, paradossale.» «Non ne ha il coraggio?» mi chiede. Devo trattenermi per non ridergli in faccia. «Perché ha scelto me?» domando invece serio. «Me e non un suo amico, un compaesano.» «Ci avevo pensato», dice e guarda con amarezza il fondo del bicchiere «ma è gente di chiesa, bigotti. Bestemmiano in continuazione, poi, però, vanno a messa, si confessano e chiedono perdono al Signore.» Si versa ancora del vino, beve una lunga sorsata. «Lei, invece, è il cielo che l’ha mandata. La prego», miagola, carezzandomi quasi la mano. Fingo riluttanza e poi sbotto: «No! È folle come richiesta. E poi, mi scusi, tra mostrare e togliersi la vita, ce ne passa. Ci vuole molto coraggio, molto, per compiere quel gesto.» Lo fisso in quegli occhi divenuti acquosi per il vino ingurgitato. «Sono sempre stato un vigliacco, ma ora temo più la vita che la morte» poi in una smorfia ridicola aggiunge: «ma anche lui voglio sorprendere. Soprattutto lui», rimarca e indica un punto indefinito del soffitto e vi rivolge lo sguardo opaco. Resto per un momento a osservarlo, fingendo di non aver capito a chi alluda. Poi mi batto una mano sulla fronte: «Ah lui, quello che chiamano... chiamano...» faccio schioccare più volte le dita fingendo di non ricordare il nome. «L’angelo della Morte» dice in un soffio. Già, l’angelo della Morte. «Lei, dunque, è convinto con questo gesto di riuscire ad anticipare ciò che è ineluttabile.» Mi guarda serio: «Sì. Lui mica se l’aspetta ed io... zac!» e cala il taglio della mano destra sul palmo dell’altra. «Anticipandolo gli scombussolo i piani, o no?» e stira le guance in un sorriso teso. «Mi faccia capire. Crede davvero che il suo gesto anticipi un evento prestabilito? È così convinto di fregarlo?» «Ne sono certo!» risponde. «E quale metodo userà per questo gesto estremo?» «Ma è semplice», dice sciogliendosi dall’incanto che l’ha bloccato. «Ma è semplice, con un gesto spettacolare, da esibizionista quale sono. Una bella fune appesa al collo.» «E dove avrà luogo questa sua esibizione?» «A casa mia», e si punta l’indice sullo sterno. «È sufficiente la sua presenza. Non le chiedo altro.» Mi spiega i termini del suo piano accalorandosi mentre descrive la scena. Mi alzo dalla sedia e fingo di valutare la sua proposta. Il suo sguardo implora una risposta favorevole. «Va bene» dico alla fine. «La assisterò.» Si alza sfregandosi le mani. «Vedrà, vedrà che non la deluderò.» Poi s’infila il pesante pastrano, si avvia verso l’uscita e, rivolto all’oste, grida: «Torvo, pago domani.» Ed esce sorridendo. Fuori veniamo fagocitati da una nebbia spessa come un uovo sodo. Non un suono è percettibile, solo il gemito della scarpa ortopedica rimarca ogni passo del mortale. Le poche finestre, con piccoli rettangoli di luce irregolare, ci accompagnano lungo il breve cammino che ci separa dalla sua casa. Giungiamo davanti a un portone di legno. Lo apre. Nel cigolare pigro, mi fa segno di abbassare la testa per non sbattere contro la traversa. Saliamo alcuni gradini di pietra grigi, resi scivolosi dall’umidità della notte. Infila una chiave nella serratura di una porta e, prima di entrare, con un movimento ampio del braccio, mi mostra il cortile. «Come vede è una vecchia casa di ringhiera. La latrina è in comune, in fondo alla balaustra.» Spinge la porta ed entra. Ruota un interruttore e una luce fioca illumina la stanza. Entro, si fa di lato e dice: «Ecco, questa è la mia umile casa, non c’è altro.» Si leva il pastrano che appende a un attaccapanni inchiodato al muro come un Cristo. «Qua è trascorsa quasi tutta la mia vita.» Si tratta di un grande stanzone rettangolare, con un’unica finestra che si affaccia sulla corte. La parete di destra è occupata da una credenza di legno bruno. Ai lati delle piccole vetrine piene di bicchieri, piatti disuguali, zuppiere sbeccate, bottiglie di vino e alcuni soprammobili impolverati. Nell’angolo, un ingiallito paralume sovrasta due poltrone ricoperte da una tela a fiori stinta e un basso tavolino di legno tondo. Sulla parete opposta, un letto sfatto, un comodino con una piccola lampada e una radiolina. Discosto, un armadio a due ante, il cui specchio impataccato riflette muto la stanza. Al centro dello stanzone un grosso tavolo circondato da quattro sedie spaiate. Una tenda, tirata sullo sfondo, nasconde il piccolo cucinino. Delle macchie d’umidità ristagnano sulle pareti grigie; l’acqua, scendendo dalla modanatura più alta, ha tracciato lunghe sagome scure. Sul soffitto, proprio sopra il letto, un’altra perdita ha disegnato un uccello minaccioso con le ali spiegate, segno d’oscuri presagi. «Ha cambiato idea?» domando mentre mi levo il cappotto che appendo assieme al cappello. Il mortale scuote la testa, apre un’anta e ne cava una grossa corda. «Pensa che andrà bene?» chiede mentre me la porge. La faccio scorrere tra le mani, poi do un paio di strattoni. «Sì, è una corda Standard Drop» rispondo volendo esagerare di proposito. Lui la riprende e mi fissa con occhi interrogativi. «È la misura per le corde usate proprio per le impiccagioni. Questa è appunto una Standard Drop. Misura dai quattro ai sei piedi; perfetta per il suo scopo.» «Ne sono felice», dice un po’ fievolmente «pensavo non fosse abbastanza robusta.» «Lo è. Oh se lo è» convalido. «E dove intende appenderla?» «Vede quel grosso anello là, vicino alla finestra?» Alzo la testa e vedo un grosso gancio che pende dal soffitto. «Ecco è là che pensavo di attaccarla.» «E come pensa di arrivare fin lassù?» Lui indica il tavolo. «Prima mi dovrebbe aiutare a spostarlo sotto l’anello. Come vede, sono molto alti i soffitti in questa casa.» Una volta sistemato il tavolo, afferra una sedia ve la depone sopra e mi allunga una mano. Gliela afferro e lo aiuto a salire. Il mortale depone il suo piede equino sul piano di legno che scricchiola appena, da lì sulla sedia che ciondola un poco. Percepisco un leggero tremito nelle gambe. Allunga le mani al soffitto, ma stenta ad arrivare all’anello. «Non ci arrivo» dice e mi guarda dall’alto, con una leggera vertigine. Mi guardo attorno. Ecco, so quello che occorre. Mi avvicino al comodino, lo apro e lo svuoto da tutto ciò che contiene: libri, riviste per soli uomini, dischi in vinile e un pitale. Depongo anche la lampada e la radiolina. «Ora ridiscenda» ordino in maniera ferma. Il mortale ubbidisce. Prendo un’altra sedia e la sistemo sul tavolo, accanto alla prima. Quindi sollevo il comodino e lo appoggio sulle sedie, in orizzontale. «Salga» lo esorto. «Vedrà che ora ci arriva.» Gli porgo la mano e me la stringe deciso; è gelata e sudaticcia. Gli allungo la corda. Il mortale stende le braccia e la lega all’anello che pende dal soffitto. Mi guarda dall’alto. Lo sento elettrizzato. Il panico non l’ha ancora visitato. Sta pensando a quando da ragazzo, nascosto con i suoi compagni nel folto dei cespugli, attendeva la vittima designata. Non appena, dalla strada polverosa, giungeva una giovane contadina, con il cesto di vimini colmo d’erba appena falciata sulla schiena, saltava fuori per mettersi al centro della strada e mostrare con orgoglio l’unica cosa di cui la natura è stata generosa, calandosi i pantaloni. E poi via, a perdifiato, lungo i filari di granturco, a frustarsi le gambe nude. «Signore! Ehi!» lo richiamo. «Che fa, si è imbambolato?» e batto forte le mani. «No, no. Stavo ricordando, stavo solo ricordando.» «Il nodo. Il nodo che ha fatto, non va bene. Mi ascolti. Deve legare molto bene la corda a quell’anello, con nodi più stretti. Deve essere ben affrancata. Ha capito?» Il mortale esegue. «Sì, penso che ora ci siamo. Aspetti! Faccia una prova.» «Una prova?» ripete sorpreso. «E in che modo?» «Stia attento, si attacchi bene alla fune e con le mani dia un paio di strattoni. Così, bene. Molto bene.» Annuisco soddisfatto. «Ora basta. Faccia un cappio.» «Un cappio?» domanda con un’espressione cupa. «Il cappio, sì. Il nodo scorsoio. Accidenti! Ha detto di essersi preparato ma non mi sembra. Lo avrà pur visto al cinema, in qualche film.» Scuote la testa e riprova. «No, cosa fa? In questo modo, non mi muore.» «Come non muoio!» esclama. Capisco di esasperarlo. Se continuo così perderà quel poco di coraggio che gli rimane e rinuncerà. «Facciamo così» riprendo più accondiscendente «scenda un attimo, si fa un sorso di quel vino che sta nella credenza mentre io salgo e faccio il nodo giusto. V enga.» Allungo il braccio. Il mortale stira le labbra in un sorriso sciocco, annuisce e scende. Con un balzo salgo sopra il comodino. A volte so di esagerare. Mi rimprovero. Il mortale inebriato mi guarda dal basso, sempre con la sua bottiglia in mano. «Quanto è alto?» domando. «Io? Sarò un metro e cinquanta. Ma perché?» «La lunghezza della corda deve essere esatta.» Armeggio un po’ e formo un cappio accurato. «Ecco fatto. Ora è perfetta, un vero nodo scorsoio.» Il mortale osserva la cura con cui gli ho preparato il patibolo. Cava un fazzoletto e si asciuga la fronte e le mani. «Signore» dice con una voce fievole. «Non è che lei si sta divertendo?» «Divertirmi? Nooo! Ma che dice. Amo le cose fatte bene. Ma che ha? La vedo molto pallido. Ha paura? Ci ha ripensato?» Scivolo giù, con la stessa facilità e disinvoltura con cui ero salito. Lo pungolo nel suo orgoglio. «Lo vede che avevo ragione? Lei ci ha ripensato», e gli batto una mano sulla spalla. «Beh, no. Non è che ci ho ripensato ma... vedendo la sua totale indifferenza pensavo...» «Ah, lo sapevo. Lo sapevo.» Batto una manata sul tavolo. «Ne ero certo. Pensava che avrei cercato di persuaderla a rinunciare, vero? Che le avrei rifilato i soliti luoghi comuni, le solite belle paroline, i soliti bla bla bla. Rifacendomi, magari, ai valori universali della vita. No! Assolutamente no! Sono un dogmatico assertore del libero arbitrio. Ricordi: il libero arbitrio è l’unica cosa che ci distingue dagli animali. Loro sono istintivi, noi abbiamo la volontà. Lei ha la facoltà di decidere la sua sorte. Rifletta. Decida, ma ora!» e salgo sul tavolo accosciandomi e porgendogli la mano. Il mortale, sottosopra come una sedia rovesciata, prende la mia mano e sale ginocchioni fin sopra il comodino. «Ora segua attentamente i miei consigli. S’infili il cappio. Così... molto bene. Fermo! Non tremi. Faccia scorrere il nodo in modo che si appoggi alla nuca. Piano, sì così. Ora, con le due mani, si attacchi alla fune, rimarrà perfettamente in equilibrio. Molto bene. È stabile?» domando e salto giù dal tavolo. Così immobile, ritto come un palo, con le mani attaccate alla corda, mi pare san Sebastiano in attesa delle frecce. «Sì... sono stabile» dice con voce debole e tremula come un sospiro. «Si ricordi, quando salta si lasci andare. Non s’irrigidisca. Mi ha capito?» «Chi sei?» domanda asciutto, passando al tu. «Che importanza ha?» «Chi sei veramente?» insiste. «Avanti! Si lasci andare! È un attimo, un battito d’ali.» «Chi sei?!» grida ritrovando un’energia che avevo dato per persa. «Guardi. Mi guardi» ordino. «Stai zitto! Zitto! Non voglio più ascoltarti» reagisce e si porta le mani sulle orecchie. «Non voglio più mostrarti niente. Non è come quando ero ragazzo. Allora mi divertivo, ora no. Forse la vita non è poi così schifosa. Voglio viverla ancora un po’.» Si porta le mani al cappio e fa per levarselo, mentre io poggio le mani sul bordo del tavolo e lo scaravento da un lato mandandolo a schiantarsi, con un fragore di mareggiata, contro lo specchio che si frantuma, gettando per la stanza schegge come dardi appuntiti. Grida e sente il comodino scivolargli da sotto i piedi e sfondare la vetrinetta della credenza. Una sedia scivola sotto il letto mentre l’altra colpisce con violenza il paralume. Precipita e la discesa dura un attimo, un istante, un fiato. Fiato che all'improvviso gli manca e gli si strozza in gola, allorché il cappio spezza un paio di vertebre cervicali, con un rumore secco che schiocca nella stanza. Ora penzola dal gancio con la testa storta da un lato in una posa grottesca. ..
  9. La donna di latta racconto di Riccardo Alberto Quattrini Una creatura metallica, dal sorriso statico-erotico, cattura l'attenzione della folla e rapisce il cuore di Marco. Marco Derenghi era spintonato, pressato, strattonato dalla gente che a quell’ora del mattino si accalcava sull’autobus blu. Si reggeva a fatica agli appositi sostegni metallici, freddi e appiccicosi per via di tutte quelle mani che vi si aggrappavano. Aveva la mente così occupata dai pensieri, da non accorgersi di quanti gli stavano attorno. Aveva quarantacinque anni, non molto alto e dalla vita non aveva avuto tante emozioni, né se le aspettava più. Il suo pessimismo si fondava su ragioni serie; chiunque, se avesse avuto la bontà di ascoltarlo, ne avrebbe convenuto. Viveva in due modeste camere, di cui una a uso cucina, in periferia e tutti i giorni, tranne la domenica, prendeva l’autobus per andare al Grande Emporio, dove era capo vetrinista. Solo dopo la morte della madre, donna energica e possessiva che aveva ostacolato ogni relazione per il timore di essere abbandonata, aveva ritrovato un po’ di pace, ma non gli anni perduti della sua giovinezza. Ormai i suoi capelli si erano diradati e imbiancati alle tempie; non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata proprio quella mattina. Era un martedì di inizio primavera e al Grande Emporio lo attendeva una giornata monotona impegnata ad allestire vetrine. Franco Fusaro, il direttore, lo attendeva nel magazzino, a cui si accedeva tramite un enorme montacarichi. Quando arrivò c’era anche Cattoni, l’aiuto magazziniere, il quale stava terminando di aprire una grossa cassa di legno. «È arrivata, Derenghi! È arrivata!» disse euforico Fusaro, sfregandosi veloce le mani. «È arrivata, cosa?» chiese con un viso da sfinge. «Lei ancora non lo sa, ma le ho riservato una grossa sorpresa, vedrà.» Poi proseguì agitatissimo battendo le mani: «Forza Cattoni, apra, apra!» Cattoni sollevò il coperchio della cassa: apparve una figura, avvolta come una mummia in innumerevoli fogli di plastica bianca imbottita. Cattoni la liberò lentamente da quella speciale confezione. Fusaro e Derenghi, immobili, sembrava stessero assistendo a uno spogliarello. Quando tutta la plastica fu levata, emerse una figura muliebre in piedi, con la testa girata verso di loro. Era tutta di metallo argenteo, levigato a specchio. Stava lì, alta, statuaria come una dea Madre, con forme perfette da ballerina del Crazy Horse. Una maschera di metallo le ricopriva il volto, senza occhi, come una celata, il profilo del naso era appena accennato ma le labbra carnose lasciavano intravedere i denti perfetti, lucenti. Due piccole antenne sporgevano al posto delle orecchie. I seni erano alti e prorompenti, con i piccoli capezzoli surrogati da due bulloni dorati. Dalle spalle larghe, ben fatte, scendevano le braccia armoniose con le mani affusolate, dita lunghe e articolate. La schiena flessuosa poggiava sui glutei ampi, formosi, le cosce lunghe, tornite, i polpacci perfetti su caviglie sottili e piedi piccoli, proporzionati. Grazie a degli snodi ad anelli concentrici, poteva assumere qualsiasi posizione. «Ha visto che meraviglia?» disse Franco Fusaro euforico. «È proprio fantastica!» replicò esterrefatto Derenghi. «E non è tutto» continuò Fusaro mostrando una tastiera e un monitor. «Questa è la sua centralina di comando. Da qui si può programmarla.» «Vuole dire» chiese Derenghi attonito, «che la si può far muovere come più ci piace?» «Sì! Non è fantastico? Vede questa penna?» Derenghi annuì. «È una penna ottica, con questa si può disegnare sullo schermo ogni suo movimento . Ora le faccio vedere.» Batté alcuni tasti, e sul monitor apparve una figura stilizzata, formata da tanti piccoli quadretti colorati. «Adesso è in piedi e ci guarda, le mostro come farla camminare.» Disegnò alcune linee sullo schermo. «Ecco, ora il computer elabora il mio disegno, traducendolo in movimenti. Molte posizioni sono già state immesse nella sua memoria. Sì, perché lei ha una memoria, proprio come un essere umano.» La figura argentea, dopo alcuni secondi, fece qualche passo avanti, muovendosi armoniosamente. Nella stanza non si udiva nessun rumore, solo lo sfrigolio dei neon che pendevano dal soffitto. Derenghi, affascinato, con la bocca aperta, guardava estasiato la figura metallica. Anche Cattoni, rapito da quella visione, si avvolgeva i fogli di plastica sulle braccia, senza rendersene conto. «È o non è straordinaria?» domandò Fusaro. «Se l’immagina il successo, quando apparirà nelle nostre vetrine? Diavolo!» e si batté una mano sulla coscia. «Stupenda» disse a mezza voce Derenghi, senza mai togliere gli occhi di dosso all’automa. «È tutta sua. Si studi bene questo manuale e buon lavoro. Ah, dimenticavo» continuò il direttore, «le ho dato un nome: Maria, come la protagonista di Metropolis, il film di Fritz Lang. E non dimentichi: deve essere esposta fra una settimana, in concomitanza con la campagna pubblicitaria. Attirerà un mucchio di gente. Vedrà Derenghi!» Derenghi non disse nulla, si limitò a muovere la testa in segno di assenso. Poi disse al magazziniere di lasciare pure stare, avrebbe pensato lui a sistemare tutto. Cattoni scomparve dentro il montacarichi assieme al direttore e Marco Derenghi rimase solo. Allungò una mano per toccare la strana creatura: la sensazione di freddo del metallo non lo infastidì. Scese con la mano e accarezzò un seno; la ritrasse immediatamente, imbarazzato dalla sensazione di piacere. Guardò ancora quel viso immobile, e quel corpo statuario che continuava a emanare una profonda carica erotica. Sembrava voler sfidare le autentiche fattezze di una donna. Dal confronto usciresti vincente, pensò a voce alta. Nei giorni a seguire, dedicò molto tempo allo studio sistematico dello smisurato manuale. Scoprì così le possibilità di quella stupenda macchina con sembianze di donna, ne ammirò la coordinazione motoria e la deambulazione fluida; aveva il passo caratteristico che le indossatrici acquisiscono dopo anni di faticosi esercizi. Una domenica mattina giunse al Grande Emporio, sicuro di non essere disturbato. Erano giorni che pensava con trepidazione a quel momento. Da uno scaffale prese delle scatole di cartone contenenti biancheria intima di vari colori. Scelse alcuni capi, dopo averne valutato la taglia e si diresse verso la donna di latta. Iniziò con uno slippino sgambato, morbido al tatto e di colore bordeaux, che risaltava sulle forme argentee. Lo fece risalire piano lungo le cosce tornite, il reggiseno di pizzo coordinato aderì perfettamente ai voluminosi seni di metallo, per finire passò i due indici lungo le spalline per sistemarlo meglio. Allacciò il reggicalze sopra il ventre piatto e levigato, le infilò un paio di calze di seta con la cucitura, le fissò ai ganci del reggicalze, sistemandole con le mani lungo le gambe. Il contatto della seta gli diede un certo fastidio, paragonato alla sensazione di piacere che quel corpo levigato gli procurava. Finì con un paio di scarpe di vernice nera con tacchi a spillo. Era tanta l’emozione e l’eccitazione che, di tanto in tanto, doveva asciugarsi le mani e la fronte, tanto erano sudate. Si allontanò di qualche passo per verificare il risultato. Migliaia di neuroni si accesero nel suo cervello: una valanga di ormoni si scaricò sulle gonadi rigonfiandogli il pene. Quando mai gli era capitato di vestire una donna? Forse era persino più eccitante che spogliarla. Ora i vestiti, si disse tra le labbra. Iniziò dalla gonna; ne provò una che scartò gettandola a terra, passò a una seconda, blu mare, che considerò la più adatta. Poi le fece indossare una camicetta di seta bianca con una cintura alla vita. Premette qualche tasto del computer. La donna di latta fece alcuni passi, seguiti da un leggerissimo ronzio, girò attorno a una poltroncina, si sedette con grazia appoggiando delicatamente i gomiti sui braccioli, accavallò le splendide gambe facendo frusciare la seta. Marco Derenghi la osservava sudatissimo, non si poteva paragonare a nessuna donna, nemmeno alle più belle e desiderabili fotografate sulle pagine di Playboy. L’antropomorfismo della donna di latta, associato alla sua prorompente carica erotica, ebbe una grande risonanza. Accorse una enorme folla di curiosi che si accalcarono davanti alla vetrina, dove era stata posta. Un tavolo bianco da giardino, un ombrellone coloratissimo, due sdraio a righe bianche- azzurre, sabbia finissima d’un bianco accecante e una gigantografia marina sullo sfondo completavano la scena. La protagonista era lei: la donna di latta, con un costume intero sgambato, nero e scollato sulla schiena fin quasi ai glutei. Marco Derenghi l’aveva programmata perché girasse attorno al tavolo, lentamente, sollevando la sabbia sottile, per poi sedersi sulla sdraio allungando le aggraziate gambe di latta. Qualcuno, tra il pubblico accalcato contro la vetrina, si chiedeva come avessero potuto nascondere i fili. E qualcun altro rispondeva che non si trattava di una marionetta, ma di un robot. Un uomo piccoletto sosteneva che all’interno ci fosse un nano che la faceva muovere. Una signora strattonò l’uomo al quale dava il braccio, accorgendosi degli sguardi lascivi che il suo compagno lanciava alla donna argentea. Trascorsero alcune settimane e l’interesse per la donna metallica aumentò. Anche la stampa locale si profuse in articoli e fotografie che ritraevano la creatura di latta. Ogni giorno si assisteva a una vera calca di fronte alla vetrina e Fusaro pensò, visto il grande successo, di farla trasferire all’interno. Si convenne di iniziare dal reparto della biancheria intima femminile. La resa era indescrivibile. Potevano finalmente ammirarla più da vicino, potevano quasi toccarla. Quasi. Prevedendo l’afflusso, avevano sistemato attorno al reparto delle robuste transenne di metallo. Un body sgambato color fucsia, le gambe inguainate nel collant fumé, scarpe rosse con il tacco alto e un laccetto che avvolgeva le sottili caviglie, associati al suo ancheggiare su e giù, mandarono il pubblico maschile in visibilio. Le vendite salirono vertiginosamente in tutti i reparti dove, a rotazione, la figura argentea si esibiva. Anche le donne, identificandosi in qualche parte del suo corpo metallico, contribuirono al grande successo di vendite. Nel vedere tanta folla accalcarsi attorno alla donna di latta per ammirarla, Marco Derenghi provava gioia e piacere, consapevole che solo a lui era concesso il privilegio di toccarla, spogliarla e rivestirla. Era, dopo lungo tempo, soddisfatto, il lavoro non gli pesava più, ne era stimolato; la sua vita piatta e grigia, aveva finalmente ritrovato colore. Ripensando all’episodio con Carla, riusciva perfino a sorriderne. Vedendola adesso nel suo reparto, non gli faceva più l’effetto di un tempo, gli pareva meno bella, come se fosse... sfiorita. Aveva conosciuto Carla una sera di ottobre, di qualche anno addietro. Era una bella ragazza, poco più che ventenne, con una gran massa di capelli neri su un viso dai lineamenti sottili e grandi occhi espressivi. Aveva notato subito i seni pieni, quando sfilato il giubbotto di cuoio, restò con un golfino attillato. Si erano seduti un poco infreddoliti in un bar. Carla stava cercando un lavoro e gli chiese aiuto; era diplomata, ma disposta a fare addirittura la donna delle pulizie, anche se le belle mani curate smentivano le sue parole. Alcuni giorni dopo, con la scusa di farle compilare la domanda d’assunzione, l’aveva invitata a casa sua. Carla non si era fatta pregare. Dopo aver dato una rapida occhiata a quel poco che c’era da vedere, si era seduta sul sofà accavallando le belle gambe con delicatezza, in un fruscio di nylon sulle cosce sode. Una sera Marco trovò il coraggio di invitarla a cena. Una volta terminata, si accomodarono nel piccolo tinello. Carla si sedette sull’ampia poltrona a fiori stinti, con enormi braccioli consumati. Marco di fronte, sul sofà. Conversarono del più e del meno. Carla aveva una voce non molto bella, quando pronunciava le “s” qualcuna le rimaneva fra i denti, ma questo piccolo difetto, egli nemmeno lo notò, tanto era assorto da quella donna. Gli accennò, durante la conversazione, di alcune vicende sentimentali. Gli chiese se anche a lui erano capitate quelle situazioni. «Insomma, anche a te saranno capitate delle avventure, no?» gli domandò. «Dai, raccontami un po’ di te, altrimenti parlo solo io. Mi è venuta la gola secca...» Marco si alzò immediatamente e da sopra il tavolo, dove regnava quel tipico disordine da fine cena, prese un bicchiere e, dopo averlo risciacquato sotto il rubinetto dell’acquaio, lo riempì e lo porse a Carla. Lei lo bevve tutto d’un fiato, asciugandosi poi la bocca con il dorso della mano. «Allora Marco» lo sollecitò Carla, «le tue avventure sentimentali...» Marco ritornò a sedersi sul sofà. Tergiversò un poco, ora guardandosi e rimescolandosi le mani, ora lisciandosi nervosamente la barba che portava lunga di qualche giorno. Riuscì, dopo varie insistenze da parte di Carla, a confessarle che di avventure non ne aveva mai avute. Carla non volle credergli. Marco dovette giurarlo. «Ma come fai? Sì, dico per le tue necessità di uomo?» chiese rendendosi subito conto di essere stata troppo impertinente. Marco non disse nulla, si limitò ad alzare le spalle. «Vai con quelle?» gli chiese. «Quelle, chi?» domandò Marco sempre più in impaccio. «Ma sì» disse Carla quasi divertita da quell’imbarazzo che gli si era stampato sul volto quelle, «le puttane, che diamine!» Lui scosse la testa. «No. Con quelle non ci sono mai riuscito.» «Ma allora, se tu non hai... sei, saresti...» Carla non disse quella parola, era troppo. Seguì un silenzio, dove si udì solamente il chiacchiericcio provenire dalla strada e le gocce che cadevano dal rubinetto in una pentola posta nell’acquaio. Quando Marco si decise ad ammettere di essere vergine, Carla si portò le mani sulla bocca ed esclamò: «Oh, mio Dio!» e trattenne a stento una risata. «Non ci posso credere» e si alzò andando a sbirciare dalla finestra. «Accidenti che nebbia! Vieni a vedere» disse guardando il tratto di strada lattiginoso. Marco si alzò dal sofà e le si avvicinò. Profumava di acqua di colonia. Ne assaporò tutta la fragranza aspirando profondamente dalle narici, tanto che lei se ne accorse e, giratasi gli chiese: «Non ti va il mio profumo?» ben consapevole che era esattamente il contrario vista l’espressione di lui. Marco avvampò per l’imbarazzo. Si limitò ad accennarle un sorriso da idiota. «Se vuoi ti accompagno» le disse riaccomodando le tende. «Credi abbia paura di questa nebbia?» disse Carla incrociando le braccia sul petto con un aria di sfida. «Ci vuole ben altro. Ma piuttosto, per ritornare al nostro discorso» disse riaccomodandosi sulla poltrona e aggiustandosi delicatamente la gonna, «io avrei una proposta da farti. Bada di non fraintendermi.» Marco scosse la testa più volte mentre si sedeva sul sofà. «Allora» riprese con una certa titubanza nel cercare le giuste parole, «tu mi fai assumere all’Emporio e io ti tolgo...» «Ti tolgo...?» riprese prontamente Marco che aveva intuito che c’era qualcosa di straordinariamente interessante per lui. «Ti tolgo da quell’imbarazzante verginità» disse tutto d’un fiato. Marco Derenghi ci mancò poco cascasse dal sofà. «Ma, ma come potresti fare una cosa simile?» chiese balbettando. «Mi hai guardato bene?» Carla annuì. «E allora come potresti?» «Perché lo faccio, vuoi dire?» chiese, cercando di inventarsi qualcosa di credibile. Fece scorrere per qualche istante i suoi grandi occhi scuri lungo le pareti, soffermandosi qua e là sulle grosse crepe che vi si erano formate per poi dire: «Perché, perché credo che se tu riuscissi per una volta ad andare con una donna, sono convinta che ti sbloccheresti. Tu, per me, sei bloccato, hai troppe paure. Ti vedi brutto, insignificante.» E si convinse che di ragioni ve ne erano a sufficienza per essere tanto amareggiato. Marco era incredulo a quelle parole, la fissava e non capiva ancora se scherzasse o dicesse sul serio, quella splendida creatura gli proponeva di trasformarlo in un vero uomo, in cambio di che cosa? Di un posto di lavoro. «Ma tu potresti mai, andare con un uomo senza amarlo?» le chiese imbarazzandola. Carla nuovamente fece scorrere lo sguardo lungo le pareti spoglie e scrostate prima di trovare la frase giusta. «L’amore è qualcosa di profondo, di serio, non ha nulla a che fare con quanto ti propongo io. Il mio scopo è toglierti di dosso la tua assurda verginità, il tuo farmi assumere. È un semplice patto, tutto qui.» «Dunque, basta che io riesca a farti assumere e tu...» «Ma sì, te l’ho detto. Tu fammi assumere, e io...» Carla fu assunta come commessa al reparto profumi. Ora, dopo l’assunzione, Marco non stava più nella pelle, consapevole di quella promessa. Carla rimandò alcune volte l’invito che Marco, girandole attorno al reparto, le aveva accennato. Lei accampò scuse banali, gli disse di non correre troppo, che sarebbe stato più bello se ci fosse stata una vera occasione. Questa arrivò quasi inaspettata, quando venne organizzata una gita aziendale, una di quelle gite a cavallo di un “ponte”. La meta, data la stagione, era una località di montagna. Durante la trasferta in pullman, Carla chiacchierò con Marco dicendogli del nuovo lavoro, di quante conoscenze si potevano fare stando a contatto con la gente. Era felice, glielo poteva leggere negli occhi che non teneva mai fermi, li muoveva di continuo, ora dentro il pullman, ora al di fuori, lungo il paesaggio che via via scorreva attraverso i finestrini. Marco la ascoltava, ma non vedeva l’ora di incassare quella cambiale, sottoscritta verbalmente da lei, qualche tempo prima. Pensava al momento in cui avrebbe potuto finalmente accarezzare quel corpo, che per tante notti, con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto, aveva immaginato e desiderato. Giunsero a destinazione verso l’imbrunire. La neve era molto alta per le strade, le montagne tutte attorno erano ammantate e gli alberi innevati pencolavano i loro rami come braccia stanche. Dopo cena, si spostarono tutti nella tavernetta, dove c’era una piccola pista da ballo contornata di tavolini; luci e musica soffusa, davano all’ambiente un tocco d’intimità. Carla indossava un golfino di lana morbida e pelosa scollato a V, con delle paillette sul davanti; i seni bianchi e voluminosi sporgevano dalla scollatura, risaltando sul nero del golf. La gonna di flanella grigia, due dita sopra le ginocchia, dava risalto alle gambe nervose, avvoltolate in calze di seta nera; con le scarpe dal tacco alto, Carla era la ragazza più desiderabile della compagnia. Per tutta la serata non ci fu un momento in cui Marco poté conversare con lei, o bere qualcosa. Era un invito continuo. Nel turbinio delle danze, si mostrava sempre molto disponibile e allegra. A Marco non restò che osservarla e sognare, sognare di averla al più presto tra le sue braccia. Il sogno mutò in incubo, quando si accorse che faceva coppia fissa con un uomo sulla trentina, scuro di capelli, alto, spallato, abbronzato e con un profilo importante: era sicuramente del posto, forse un maestro di sci, pensò. Mentre ballavano stretti, lui le accarezzava la schiena lentamente. Ogni tanto Carla buttava indietro la testa ridendo forte, abbandonandola poi sulla sua spalla. C’era intesa tra loro. D’improvviso lui la baciò sulle labbra. Carla cedette a quel bacio stringendosi a lui. Marco si sentì tradito, umiliato, calpestato nel profondo del suo animo. Avrebbe voluto sciogliersi e sparire come i cubetti di ghiaccio nel bicchiere di Carla. Sconsolato, mandò giù tutto d’un fiato il suo cognac. Durante il viaggio di ritorno, Marco Derenghi si sedette accanto alla Tommasini, una donna bruttina e noiosa con due spesse lenti da miope. Parlava, parlava sempre, mentre Marco avrebbe voluto che se ne stesse zitta, per meglio dar corso ai suoi pensieri. Carla era seduta due sedili più avanti in compagnia di Giulio Gattia, commesso del reparto abbigliamento uomo. Ad un tratto si alzò e mosse verso di lui. La Tommasini tacque e la osservò da sopra gli occhiali. Carla gli porse un biglietto ripiegato, senza dir nulla ritornò al suo posto. Si voltò per un momento, alzò le spalle e allargò le braccia come per scusarsi, poi si risedette e riprese a conversare con Gattia. Marco lesse il biglietto rivolto al finestrino, in modo che la Tommasini non lo potesse leggere, figurarsi, curiosa com’era, avrebbe dato non si sa cosa per sapere cosa ci fosse scritto. Con calligrafia ampia e precisa aveva stilato: “Scusami, non ho potuto. Avevi ragione tu, non lo si può fare se non c’è un briciolo d’amore. Carla”. Una sera, rincasando in quelle due piccole stanze, ebbe un senso di soffocamento, un malessere generale, misto a scoramento. Si preparò velocemente la cena e, tanto velocemente la ingurgitò. Un po’ di televisione, poi a letto. I suoi pensieri ora, erano rivolti sempre a lei, a quella creatura di metallo. Una donna che non lo avrebbe mai tradito, si diceva, come avrebbe mai potuto, era lui l’artefice del suo successo; lei, piuttosto, avrebbe dovuto ingraziarselo, se solo avesse potuto. Con questi pensieri si addormentava. Con gli stessi si risvegliava al mattino, smanioso di correre all’Emporio. Quella mattina, la folla che premeva alle porte d’ingresso era immensa. Quando finalmente aprirono, in massa si precipitarono per guadagnare un posto in prima fila, così da poterla contemplare. La donna argentea, dietro le transenne, si muoveva sinuosa e invitante. Qualcuno gridò di rimuoverle e un uomo grande e grosso non ci pensò su due volte. Ora, la folla era accanto a lei che, come sempre, porgeva quel sorriso frizzante. La gente la toccava, l’accarezzava; lisciavano quel corpo argenteo, provando le stesse sensazioni che erano toccate per primo a Derenghi. «Ci sono riusciti! Al diavolo maledetti! Andatevene!» gridò Marco cercando di farsi spazio tra la folla che lo comprimeva, soffocandolo. «È mia! Solo io posso toccarla!» urlava. Si ritrovava così seduto sul letto, nel mezzo della notte, infradiciato di sudore. Accendeva la lampada sul comodino, guardava la grossa sveglia: Le tre di notte! e si abbandonava poi sfinito sul cuscino madido. L’incubo era sempre più ricorrente, cosicché giungeva all’Emporio sempre più sconvolto da notti insonni. La prostrazione di Marco Derenghi, contrapposta al proprio entusiasmo per le vendite, porto il direttore a dire, battendogli una mano sulla spalla: «Derenghi, lei mi sembra un po’ stanco. Si prenda qualche giorno di vacanza, se lo merita, ha lavorato forte ultimamente.» Lui rispose che non era possibile, gli avrebbero toccato quella meravigliosa creatura di latta, poi guardandosi attorno con fare circospetto e sussurrandogli all’orecchio, gli disse: «È la mia fidanzata!» Franco Fusaro sorrise molto divertito, a quella che lui riteneva una battuta; gli disse che avrebbe potuto prendersi i giorni di vacanza quando avrebbero fatto più comodo a lui. La donna di latta, quella calda mattina di maggio, era stata sistemata nel reparto “Telerie”. Era abbigliata come una cameriera: una camicetta nera col colletto alto, ricamato, un grembiulino bianco con pettorina, gonna, calze e scarpe nere. Parodiava una cameriera intenta a disfare e rifare il letto. Si muoveva con eleganza e perfetta forma mimica. Ad un tratto si arrestò. Si sedette sulla sponda del letto, accavallò le splendide gambe di latta inguainate nel nylon, aprì il cassetto del comodino, ne estrasse una pistola a tamburo, se la puntò alla tempia sinistra e fece fuoco. La testa di latta barcollò per un attimo, dal piccolo foro uscirono delle scintille e del fumo leggero d’un colore azzurro-gas. La donna di latta restò nella medesima posizione, con l’abituale sorriso statico-erotico. Fusaro dal suo ufficio, tramite un circuito televisivo interno, assistette sbigottito alla scena. La folla restò attonita. Si udirono delle grida di emozione. Qualcuno pianse. Un gelido silenzio misto a incredulità regnò nel reparto. Improvvisamente comparve Marco Derenghi. Si sistemò accanto alla donna di latta. Aveva gli occhi stralunati, il viso bagnato di sudore. Le tolse la pistola dalla mano metallica e se la portò alla tempia. Qualcuno dalla folla urlò. Ma nessuno osò intervenire. Marco Derenghi gridò: «Avete visto? Voi l’avete uccisa. Voi, con la vostra lascivia. Tu ad esempio», e indicò un uomo molto anziano in mezzo alla folla, «e anche tu, e tu! Che diavolo volevate da lei...?» Gli occhi di Marco si bagnarono di lacrime. Proseguì con voce bassa, colma di disperazione. «Era una creatura amabile, ora nessuno potrà portarmela via!» e fece scattare il grilletto. Un nuovo boato echeggiò nel reparto. Marco si accasciò ai piedi della donna di latta. Schizzi di sangue le investirono il viso argenteo, lentamente gocciolarono sulla candida pettorina, macchiandola d’un rosso vino. I colleghi di Marco Derenghi deposero numerosi fiori sulla sua tomba, ma ben presto sarebbero appassiti, e nessuno più gliene avrebbe portati di freschi. Alla donna di latta fu sostituita la testa. È ancora al Grande Emporio, sempre con quel sorriso statico-erotico, circondata da una folla di ammiratori.
  10. CAPODOGLIO, o il naufragio della baleniera Essex. di Riccardo Alberto Quattrini. Grandi, enormi, giganteschi, nuotavano affiancati per qualche braccio di mare per poi tuffarsi nell’oceano e riapparire dopo un tempo interminabile, uscendo dall’acqua con una foga come a vo-ler riprendere fiato, per poi abbattersi con fragore sull’acqua schiumosa, gettando un altissimo spruzzo dallo sfiatatoio che si scorgeva a chilometri di distanza. Questo era ciò che vedevano da anni gli abitanti di Nantucket, un’isola degli Stati Uniti d’America a forma di Mezzaluna, a 48 km a sud di Capo Cod, circondata dalle acque dell’Oceano Atlantico. Per generazioni li avevano osserva-ti mentre si pascevano tranquillamente nell’oceano, e loro a spaccarsi la schiena su una terra erbosa buona solo per l’agricoltura e la pastorizia. Così, complice il troppo e indiscriminato uso della terra, ben presto si esaurì la fertilità del suolo. Verso il 1726, gli uomini di Nantucket gettarono in mare alcune grosse barche e andarono a catturare il loro primo capodoglio, modificando così la loro fonte di profitto. Era iniziata la caccia alle balene a Nantucket: lo sperm whale, così chiamato dagli ingle-si, è l’olio prezioso contenuto nella scatola cranica che servì a illuminare alcune tra le principali ca-pitali europee per oltre un secolo. Da quel giorno, l’isola non sarebbe stata più quella di un tempo. Se dapprincipio le barche non permettevano di allontanarsi troppo dalle coste, si dovette aspettare fino al XVIII-XIX secolo per vedere le baleniere come molti pittori e scrittori, Melville ne è l’esempio, le avevano immortalate all’apogeo dell’età della caccia. Inizialmente erano imbarcazioni a un solo albero, chiamati sloops, i primi dei quali furono armati nell’isola nel 1715. In seguito si passò a imbarcazioni più imponenti, con tre alberi, con una stazza dalle 250 alle 400 tonnellate. La loro caratteristica era la notevole capacità di stivaggio, di contro la rendeva molto lenta. Ora le ba-leniere si spingevano sempre più lontano, fino nelle zone più remote del Pacifico, il cosiddetto Off-shore Ground. I viaggi potevano durare anche tre o quattro anni. Le donne di Nantucket, rimaste sole per lunghi periodi, instaurarono un regime di matriarcato spe-culare all’organizzazione sociale dei cetacei, dove il capo è una femmina, e i maschi nuotano di branco in branco per accoppiarsi. Tale comportamento era possibile poiché nella loro corteccia anteriore detta cingolata, i neuroni ve-locizzano la comunicazione tra le aree cerebrali favorendo così il comportamento sociale: creazione di legami duraturi, capacità di provare emozioni, gioie e dolori, inoltre si può pensare che essa serva come una sorta di sistema di allarme silenzioso, una volta riconosciuto il conflitto in essere, attiva tale zona per adeguarne la risposta. Tale scoperta la dobbiamo a Constantin von Economo, un neuroscienziato austriaco che nel 1929 la scoprì, limitandosi a segnalarne, oltre che nell’uomo, anche in certi primati, negli elefanti asiatici e africani. Molto più recentemente, Patrick Hof ed Estel Van Der Gucht, due scienziati, hanno tra-scorso quindici anni a studiare i cervelli dei grandi cetacei: capodogli, balene e delfini. Oltre a quel-lo che già sapevamo, cioè del loro complesso sistema di comunicazione e della sofferenza che pro-vano quando muore un loro simile, i due scienziati, hanno scoperto che anche le balene provino lo stesso tipo di amore degli esseri umani, e che le cellule fusiformi, in questi cetacei, sono presenti nelle stesse aree del cervello che regolano le emozioni, l’organizzazione sociale, l’empatia e l’intui-zione negli esseri umani. In alcune balene poi, il numero di cellule fusiformi sarebbe addirittura tre volte superiore che nell’uomo. L’evoluzione di tali neuroni, pur procedendo da un comune antenato vissuto novantacinque milioni di anni fa, se pur con percorsi evolutivi indipendenti, fornendo prova di un’evoluzione convergente di specie, hanno sviluppato neuroni di funzione affine dove: trenta milioni di anni per i cetacei, quindici milioni di anni più tardi gli ominidi e i primati. Grazie anche a tali neuroni i grandi cetacei modificano i loro comportamenti, per esempio trovano nuove strategie per cercare di sfuggire alla caccia. Se dapprincipio nei capodogli e nelle balene, un tempo giganteschi ma miti e fiduciose creature, con la caccia intensiva sempre più diffusa, cominciarono a manifestarsi segni di nervosismo all’avvici-narsi dell’uomo, e reazioni aggressive oltre che di semplice fuga, modificando così i loro compor-tamenti, non riunendosi più in piccoli branchi ma in immense mandrie, trovando nuove strategie e spostandosi sempre più verso sud nell’oceano più profondo. E’ in questo contesto che nel 1820, una vecchia baleniera chiamata Essex, una tre alberi e un bom-presso, dove a ogni albero erano fissati una moltitudine di elementi di alberatura orizzontali chiama-ti “pennoni”, da cui si spiegavano le vele rettangolari che erano più di venti. Vi era tanto sartiame a sorreggere l’alberatura, che osservandola fermi sul ponte e guardando verso l’alto, pareva di scruta-re la tela di un gigantesco ragno. Lunga circa 26 metri con 238 tonnellate di dislocamento, fu al cen-tro di una storia che pare abbia ispirato, almeno nella prima parte, Herman Melville per il suo Moby Dick. Quindici mesi prima, la mattina del 12 agosto 1819, un giovedì, quando la baleniera Essex lasciava il porto di Nantucket e si dirigeva al largo. La comandava un giovane capitano di ventotto anni, Ge-orge Pollard jr, fresco di nomina. Come un gigantesco anaconda predatore, la baleniera risaliva pigramente la costa occidentale del Sudamerica, serpeggiando su un vivente mare d’olio e di sangue. Perché l’Oceano Atlantico nel 1821 era proprio questo, un immenso campo di depositi di olio a sangue caldo, appartenuto ai capo-dogli. Dopo aver faticosamente doppiato Capo Horn, la baleniera Essex si spinse al largo del Pacifico ver-so rotte inesplorate. Era il 20 novembre 1820 quando, a più di 1500 miglia nautiche a ovest delle Galapagos, dopo aver viaggiato per più di tre mesi, la vedetta gridò a un tratto sopra la coffa: e lo indicò col braccio teso. Era necessaria una vista acuta per notare lo zampillo: una tenue nuvoletta bianca sul lontano orizzonte che durava qualche secondo. Il comandante non aspettava altro. Su suo ordine fece calare subito tre lance che si lanciarono immediatamente all’in-seguimento del branco di capodogli. Lì per lì, un gigantesco capodoglio, che gli uomini giudicarono più lungo di ventisei metri, emerse a un centinaio di metri dalla nave, fu subito preso di mira dagli uomini della Essex, ma questi, inaspettatamente passò sorprendentemente al contrattacco, con la sua coda larga più di sei metri, ribaltò una delle lance. Poi cominciò a muoverla sempre più velocemen-te per acquisire velocità, finché le onde non formarono delle creste attorno alla sua enorme testa ci-lindrica e la coda che martellava l’oceano in una scia impetuosa ampia più di dodici metri. Era di-retto verso la fiancata di babordo dell’Essex. L’orrore dell’equipaggio nel vedere la preda trasfor-marsi in cacciatrice, animata dal desiderio di vendetta, creò uno scompiglio e l’incredulità dei mari-nai che si domandarono come fosse possibile che una creatura innocua e mansueta, esca dal branco, dove sono state colpite le sue compagne e aggredisca intenzionalmente la baleniera, quasi a vendi-carne l’offesa. Eccolo, infatti, un attimo dopo a pochi metri dalla murata, che colpì accanto alla ca-tena dell’ancora di ormeggio, a prua. Dopo la collisione, l’enorme capodoglio passò sotto la nave, colpendo lo scafo con tanta violenza da spaccare la sottochiglia. Virò poi sottovento allontanandosi di circa seicento metri. Poi cominciò ad aprire e serrare di scatto l’enorme mascella e a sferzare l’acqua con la coda. Con l’enorme testa solcata da cicatrici, parzialmente sollevata dall’acqua, con un tremendo scricchiolio di legno che si frantumava, colpì la nave appena sotto l’ancora assicurata al ceppo del babordo prodiero. L’Essex oramai stava affondando inclinata pericolosamente verso dritta. Il gigantesco capodoglio aveva umiliato il suo strano avversario, si districò dalle assi frantu-mate della chiglia rivestita di rame e si allontanò sottovento, sparendo per sempre. Lo scontro con quel gigantesco cetaceo che aveva affondato la baleniera e decimato l’equipaggio, aveva lasciato solamente ventuno sopravissuti sistemati su tre scialuppe. Invece di andare alla ricer-ca d’isole vicine, forse temendo che fossero abitate da cannibali, si diressero verso le coste del Sud. E’ l’inizio di una terribile odissea, durata settantotto giorni nelle acque dell’oceano. Ridotti allo stremo dalla sete e dalla fame, bianchi o neri, a turno attesero la morte dei compagni per sopravvi-vere, nutrendosi dei loro corpi, iniziando dal cuore: il colore della pelle non aveva più importanza, il gusto delle carni era lo stesso. Erano in ventuno, dopo l’affondamento della nave, su tre scialuppe, alla fine si salvarono in cinque tra cui il capitano Pollard e il primo ufficiale Owen Chase. Questo fu l’unico incidente documentato sul naufragio di navi da parte di balene, ma potrebbe non essere stato l’unico. Sull’incidente cadde un pietoso silenzio. L’infrazione di un tabù ancestrale per la cultura occidenta-le, così diversa da quella del “cannibale”, causò un grande imbarazzo. “Stato di necessità” fu il ver-detto archiviato dalla legge americana. Ora lo sappiamo, le balene possono comunicare attraverso un ricco repertorio, oltre ad inventarne di nuovi, si alleano e pianificano nuove strategie di caccia che trasmettono ai cuccioli, sono capaci di soffrire, di provare piacere, e forse anche il desiderio di vendetta. Pertanto vengono sempre meno le argomentazioni scientifiche che sostengono che la loro vita vale meno di quella di ciascuno di noi. BIBLIOGRAFIA:Nathaniel Philbrick “Nel cuore dell’oceano La vera storia della baleniere Essex” Garzanti Libri s.p.a. 2000 ISBN 88-11-66218-4
  11. UN DELITTO AL DENTE di Riccardo Alberto Quattrini Published by ZeugmaPad Copyright 2015 ZeugmaPad Una morte misteriosa, camuffata da infarto, e un altro rompicapo da risolvere per Delma Pugliese, maresciallo maggiore dei Carabinieri. Il lago, con i suoi colori, fa da sfondo a questa nuova indagine. Il maresciallo maggiore Delma Pugliese stava davanti alla finestra aperta con le mani sui fianchi. Guardava il lago. Veli di lievissime nebbie prendevano i colori del cielo, dei monti e dell’acqua, in un arcobaleno di luci, dal grigio perla, al rosa, al lilla. Netto, sullo sfondo, il contorno delle creste come vertebre appena sfumate e addolcite dalla lontananza, come i villaggi dell’altra sponda, dove campane quasi sospese segnavano le ore della giornata. Lungo i crinali, folti di boschi, si scorgevano le case o le ville signorili già aperte per la nuova stagione. Sentiva che quella giornata sarebbe iniziata con qualcosa di spiacevole. In tutti gli anni di servizio, quella sensazione di pericolo imminente in qualche caso le aveva salvato la vita, o l'aveva portata alla risoluzione di casi difficili. Smise di guardare il lago e si sedette alla sua scrivania. Sentì bussare. Era il brigadiere Didimo Deodato. «Ha sentito maresciallo?» Scosse la testa. «Il dottor Calabrò. Puff!» e fece un gesto con la mano. «Morto?» interpretò il maresciallo. «Infarto. Questa mattina l’ha trovato la moglie, alla sua scrivania.» «Pover’uomo. Era alquanto noioso ma, tutto sommato, simpatico. Informati dei funerali, Deodato.» Si ricordò del loro primo incontro, aveva assunto da poco il Comando della compagnia di Lecco, dopo il trasferimento da Torino. Aveva accettato volentieri la nuova destinazione, stufa di vedere, dalla finestra del suo ufficio, solo facciate impillaccherate e tetti rossi. Desiderava ammirare un paesaggio liquido che le ricordasse un poco il mare della sua Sicilia. Certo non era la stessa cosa, il mare è sconfinato nei suoi orizzonti, ma anche per Giacomo Puccini l’amore per il lago era stato fonte di ispirazione. Qualche giorno più tardi ricevette un invito a presentarsi in procura. Il nuovo sostituto voleva conoscerla. Quando Delma entrò nell’ufficio in cui, qualche anno prima, aveva incontrato il dottor Calabrò, ebbe un leggero moto di costernazione. Tutti gli effetti personali erano spariti dalla scrivania, sostituiti da altri oggetti. La accolse un uomo alto, spallato, con i capelli lunghi e neri. Il viso, leggermente butterato, le ricordò Fabrizio De André. Come seppe più tardi, anche lui era di Genova. «Sono Bruno Canepa. Prego si accomodi. Ho letto le sue credenziali» disse consultando alcuni fogli. «Vedo che è anche laureata in legge. Posso domandarle...» Pugliese non gli lasciò terminare la frase. «Vuole sapere perché non sono ufficiale, vero?» Lui annuì. «Il concorso prevedeva soltanto ventotto posti, così m’iscrissi a quello per sottufficiali. Avevo voglia di entrare al più presto nell’Arma. Tutto qui.» Terminati i preamboli, il sostituto volle puntualizzare che amava l’osservanza delle leggi, non disgiunta, qualora ce ne fosse la necessità, da una tempestiva repressione dei reati nel rispetto delle misure di sicurezza. «Vorrei essere sempre informato su tutto ciò che è competenza della mia procura. Mi auguro di essere stato chiaro.» La congedò rimettendosi a scartabellare. Delma Pugliese uscì dalla procura animata da un certo nervosismo che sfogò sull’appuntato Cigolani Luca, alla guida della gazzella. «Presuntuoso, arrogante e borioso» disse sbattendo lo sportello, con un pizzico di risentimento femminile per tutto quel conformismo. Se il dottor Calabrò, fin dal primo incontro, era stato prodigo di lusinghe, il nuovo sostituto era avaro proprio come un genovese. Il ricevitore radio gracchiò. «Chi è?» chiese decisa al microfono. «Sono Catelli maresciallo. È successo un fatto grave. L’avvocato Walter Invernizzi è stato trovato morto nella sua auto, questa mattina verso le nove, da un netturbino, certo Enzo Carpa, che stava facendo la pulizia sul lungolago.» Guardò fuori dal finestrino il battello che si dirigeva verso Bellano. «Dove?» domandò stringendo le mascelle. «In località Giardini Parini.» «Va bene, noi ci rechiamo là. Tu avverti il...» stava per dire presuntuoso ma si autocensurò «sostituto dottor Canepa.» Sul posto c’era una nutrita folla di curiosi. Molti stranieri scattavano fotografie. Disse a Cigolani di delimitare la zona con il nastro, e poi di far allontanare tutta quella gente. Il paramedico, arrivato con l’ambulanza, le comunicò che si era trattato d’infarto. Un altro, pensò. «Si è sentito male lassù» e indicò il punto più alto della via che digradava in leggera pendenza. «Ha perso il controllo della macchina e si è schiantato. Il suo corpo, per l’urto, ha messo in azione il clacson, che ha richiamato l’attenzione.» Si girò verso il gruppo di curiosi. «Per fortuna in quel momento non transitava nessuno. Come vede dai segni degli pneumatici, è andato sopra i giardinetti e si è schiantato contro la balaustra di ferro rimanendo in bilico sullo strapiombo, evitando così di finire nel lago.» Delma si avvicinò all’auto, si abbassò sulle ginocchia e guardò l’uomo piegato sul sedile. Aveva le cinture allacciate, l’air-bag giaceva come un palloncino bucato, riverso mollemente sul volante. «Che facciamo, lo portiamo via?» chiese il paramedico. Lei, sempre accucciata, alzò un braccio. «Aspettate.» «Aspettare che cosa?» Una voce, oramai familiare, la distolse dall’esame. Si girò, il sostituto la guardava con quell’espressione seria e molto professionale. Delma si rialzò. «Sembrerebbe un comune infarto.» Poi si fece da parte per lasciargli esaminare la scena. Un’automobile si fermò prima del nastro rosso e bianco che Cigolani, puntiglioso, aveva messo per delimitare il luogo dell’incidente. Era il dottor Renato Bonafè, l’anatomopatologo. Un tipo secco secco, un grissino con un grosso naso a becco che lo faceva sembrare una maschera carnevalesca. «Perché sono qui?» chiese rivolto al maresciallo. «Già, perché siamo qui?» ripeté tagliente il sostituto. «Qualche anno fa, mi sono occupata dell’avvocato per delle minacce che aveva ricevuto. È... era un uomo molto influente in città. Stimatissimo e conosciuto da tutti. Socio del circolo Meridiana, presiedeva parecchi collegi societari d’importanti aziende di Como e Varese. Il tipo di personaggio che può farsi dei nemici.» «Ed è questo il motivo per cui un infarto si traduce, per le sue supposizioni, in un probabile omicidio?» chiese il dottor Canepa. Delma Pugliese si sentiva soffocare dentro la divisa, anche se il clima era mite. Redarguirla a quel modo davanti a tutti, era una vera e propria dichiarazione di guerra. Strinse le mascelle. «Bene.» Il sostituto allargò le braccia. «Giacché ci hanno disturbato per un semplice arresto cardiaco, proceda pure» disse al medico legale. L’appuntato non sapeva dove posare gli occhi, imbarazzato com’era. Il maresciallo Delma Pugliese era rossa in viso. Squillò il telefonino. «Pronto!» rispose secca. «No, non è il momento, sono molto presa. Sì... sì hai ragione... ne parleremo questa sera. No! Ora ti ho detto che non posso.» Il sostituto la guardò in tralice e fece una specie di smorfia. Il dottor Bonafè, dopo una prima analisi, confermò potesse trattarsi di infarto. «Ha visto?» commentò seccato il sostituto, per porre l’accento su quell’inutile convocazione. Delma Pugliese digrignò i denti, stava per dire qualcosa quando il dottor Bonafè le venne in soccorso. «Ho detto da una prima analisi. Non ho ancora confermato la causa di morte» precisò e si levò i guanti di lattice che mise nella borsa floscia. «Vi farò sapere dopo i rilievi autoptici.» Accennò un breve saluto e si avviò. A Delma parve che le avesse gettato una ciambella di salvataggio. Il dottor Canepa intervenne. «Giunti a questo punto faccia venire la Scientifica per portare via la macchina e la metta a disposizione delle autorità.» Si congedò con una formale stretta di mano seguita da un ordine perentorio. «Mi tenga costantemente informato.» *** Mentre Cigolani guidava la Gazzella, nel silenzio rotto solo dal gracidare delle segnalazioni via radio, Delma Pugliese se ne stava zitta trattenendo a fatica il malumore causato dal nuovo sostituto che – ne era convinta – le avrebbe rovinato le giornate a venire. Squillò ancora il cellulare. Guardò il display. Era Adelfo Negri che, da qualche tempo, le faceva una corte discreta. Non ne era attratta, ma la sua grande amica Lorena, convolata da poco a nozze con il rampollo di una delle più prestigiose famiglie tedesche, le aveva suggerito di aspettare. «Se vuoi dimenticare quell’altro...» le aveva sussurrato. Quell’altro era Marco Fabbricatore, pilota di rally ma elemento poco raccomandabile, più volte fermato e denunciato alle forze dell’ordine. Ubriachezza, guida pericolosa, oltraggio. Traditore compulsivo, come lo definiva Lorena. Ora però non aveva tempo di rispondergli. Quando giunsero in località Monterone, individuarono immediatamente la villa dell’avvocato. Un’oasi naturale. Abeti e siepi di ligustro delimitavano l’ampio giardino di magnolie e ciliegi selvatici che digradava verso il lago, un enorme specchio che rifletteva le creste dei monti intorno. Sulla sinistra, dietro la casa, s’intravedeva una piscina. Un cameriere filippino in divisa verde e pantaloni a righe, poco più alto di un bambino dodicenne, aprì la porta e fece un leggero inchino. Capì subito, dalle divise, che si trattava di qualcosa d’importante. «C’è la signora?» chiese il maresciallo Pugliese. Martina Ferrari era figlia dell’ingegner Ferrari, noto imprenditore e costruttore di meravigliose barche a vela. Il cameriere li fece accomodare. L’ingresso era spazioso, con due colonne ai lati e una grande scala che saliva al piano superiore. Ci starebbe tutta casa mia, pensò l’appuntato girando lo sguardo per l’andito. Un rumore di tacchi gli fece alzare lo sguardo: una donna elegante e molto bella scendeva con un’andatura flemmatica e sensuale. Indossava una gonna turchese attraversata sul davanti da due zip, una delle quali chiusa solo a metà. La coscia sinistra, lasciata scoperta appariva e scompariva a ogni passo. La camicetta di seta bianca era sbottonata fin quasi alla vita. I tacchi alti scandivano i suoi passi. «Buongiorno. Sono Delma Pugliese, maresciallo maggiore della stazione di Lecco.» La donna rispose al saluto con un leggero cenno della testa fermandosi sull’ultimo gradino, con la mano sul grosso pomo d’ottone del corrimano. Da quella posizione dominava la scena. Il viso non era truccato e i capelli erano raccolti dietro la nuca in un grosso chignon. Cigolani guardava incantato lo spettacolo: due belle donne che si contendevano la scena. Sì, perché l’appuntato non aveva occhi che per il maresciallo, ma si guardava bene dal fare apprezzamenti di carattere personale sul suo diretto superiore. «Lei è la signora Martina Ferrari, moglie dell’avvocato Walter Invernizzi?» chiese Delma. «È successo qualcosa a mio marito?» disse subito la donna senza confermare la sua identità. Quando le raccontarono dell’incidente, si portò le mani al viso e le pietre dei numerosi anelli brillarono riflettendo la luce. «E dov'è stato ricoverato?» chiese con un filo di speranza nella voce. Per il maresciallo, quello era il compito peggiore, più di un conflitto a fuoco. Guardò per un attimo Cigolani cercando la forza per comunicarle che l’avvocato si trovava all’obitorio. La donna ebbe un attimo di scoramento, subito superato con un delicato passaggio della mano sotto il naso. Era visibilmente imbarazzata d’aver mostrato le proprie emozioni a degli sconosciuti. Il maresciallo terminò di spiegarle l’accaduto. «Un incidente, dunque?» «Dai primi rilievi sembra trattarsi di un infarto.» «Un infarto?» pronunciò la parola corrugando la fronte spaziosa, come se volesse mettere a fuoco quel particolare. «Suo marito quanti anni aveva?» chiese Delma per pura formalità. «Cinquantanove. Ma era un uomo sportivo, li portava molto bene.» «Suo marito esercitava la professione di avvocato?» La donna annuì. «Nell’ultimo periodo, ha notato qualcosa di particolare nel suo comportamento? Era nervoso, preoccupato?» La signora scosse la testa; un paio di mollette si sfilarono dai capelli e caddero sul pavimento di marmo lucido, lasciando libera una lunga ciocca nera. «No, era l’uomo di sempre» precisò. «Perché mi fa queste domande, maresciallo?» «È la procedura, signora Invernizzi, cerchi di comprendere. Suo marito era un tipo metodico?» «Che vuole dire?» «Se usciva e rientrava, per esempio, sempre alla stessa ora.» «No. Sugli orari non era mai regolare, colpa del suo lavoro.» «Certo. Questa mattina a che ora è uscito?» «Non glielo so dire con precisione, dormiamo in camere separate.» Con un vezzo molto femminile, si aggiustò il ciuffo sceso a coprirle un occhio. Pugliese si avviò alla porta seguita dall’appuntato. «C’è un’ultima cosa. Dovrebbe venire all’Istituto di Medicina legale per il riconoscimento. So che è un’incombenza penosa, ma è necessaria. Se vuole, possiamo accompagnarla noi.» «La ringrazio maresciallo, lei è molto gentile. Forse fra donne ci si capisce meglio.» Poi chiamò il cameriere. «Filippo, io esco, mi raccomando la piscina. Quando viene il tecnico spiegagli qual è il problema.» Fece segno al maresciallo che potevano andare e uscirono. ** * L’Istituto di Medicina legale era stato ricavato nel lato nord dell’ospedale Luini Confalonieri. Nel silenzio dei corridoi, solo le scarpe di Georg Brandhauer, l’assistente del dottor Bonafè, stridevano sul pavimento di linoleum blu. Le pareti erano tutte piastrellate, tranne quella su cui erano allineate le celle frigorifere. Tre grandi lampade al neon pendevano dal soffitto, immettendo nel locale una luce innaturale e il tipico ronzio dei condensatori. Il tavolo per le dissezioni brillava in mezzo alla stanza, sul soffitto un’enorme ventola girava lenta, smuovendo l’aria che sapeva di muffa e disinfettante. Delma Pugliese si accorse che la signora Invernizzi, a quella vista, si era irrigidita e fermata sulla soglia. «Coraggio» le disse toccandole appena un braccio. Il dottor Bonafè si girò e si avvicinò al suo assistente. Un carrello per il trasporto delle salme, con la sagoma di un uomo ricoperto da un telo bianco, stava appoggiato alla parete. «È pronta?» domandò il patologo alla signora. Lei fece appena un cenno con la testa. Con un gesto secco del polso, il medico legale spostò il telo scoprendo il volto cereo del cadavere, la piega mesta delle labbra, le fosse degli occhi, scure e profonde. «È lui» disse Martina, voltando poi la testa. Da un’occhiata eloquente di Bonafè, Delma capì che voleva parlarle. Così incaricò Cigolani di riaccompagnare a casa la signora Invernizzi. Quando restarono soli, il medico legale, con le maniche rimboccate, fin sopra i gomiti sulle braccia sottili, si schiarì la gola. «Non sono malato» la rassicurò intercettando lo sguardo di lei sul suo corpo fin troppo asciutto. «Ho seguito una cura dimagrante altrimenti...» e fece un segno di benedizione con le dita. «Il cuore» concluse, e se lo toccò. «Guardi», seguitò mostrandole una fotografia, «questo ero io quarantatré chili fa.» L’uomo ritratto poteva tranquillamente contenere tre dottor Bonafè. «Venga che le faccio vedere.» Spinse la lettiga accanto al tavolo per le dissezioni, accese la lampada scialitica e scoprì il cadavere. Prese un divaricatore mascellare, lo inserì tra le labbra e spinse finché entrò, girò il galletto e la bocca si spalancò completamente, non prima d’aver emesso un paio di scricchiolii che fecero rabbrividire il maresciallo. «Le fa impressione?» chiese il medico. «Non dovrebbe essere abituata al sangue e ai cadaveri?» «No, non lo sono. In tutta la mia carriera, la pistola l’ho estratta solo un paio di volte, e per intimorire. Non ho mai sparato a un uomo. Il mio compito è di assicurare i delinquenti alla giustizia. Possibilmente vivi.» Fece un lungo sospiro. «Va bene maresciallo. Ora guardi qua» continuò il patologo indicandole l’interno della bocca. «Le vede quelle escoriazioni sul palato, sulle gengive e sulla lingua?» Delma si chinò ed esaminò con attenzione il cavo orale. In effetti, c’erano delle macchie violacee. Con la coda dell’occhio si avvide che gli occhi del medico erano puntati sui suoi glutei. Si alzò di scatto e gli lanciò uno sguardo torbido. «Dottor Bonafè, oltre a stare a dieta, prenda anche qualche pastiglia di Prozac.» Il patologo arrossì. Delma comprese d’aver esagerato ma si auto-assolse, incolpando il dottor Canepa che le aveva rovinato la giornata. «Che significano le macchie?» domandò mettendo fine a quell’episodio. «Anossia. Questo signore è morto sì, d’infarto, ma procurato da una dose di cianuro di potassio. Odori la bocca» la invitò. «Sa di mandorle amare.» «Brava. È tipico dell’acido cianidrico. Lo avrà sentito dire, immagino.» «Sì. L’acido entra in circolo e si lega all’atomo di ferro, un enzima importante, quello che permette alle cellule di utilizzare l’ossigeno. Senza il suo apporto le cellule muoiono per soffocamento.» Delma non nascose una certa soddisfazione nel vedere la faccia stranita del patologo. «Le faccio i miei complimenti. Una chiosa perfetta. Nemmeno io sarei stato capace di enunciarla con una tale precisione.» «Va bene» commentò schiaffeggiando l’aria con la mano. «Questo vuole dire che l’avvocato Invernizzi non è morto per un infarto?» «Non ho detto questo. Dopo l’autopsia potrò essere più preciso.» Svitò il galletto del divaricatore e, posata una mano sotto il mento del defunto, con un colpo secco gli richiuse le mandibole. Quando uscì dall’ospedale, Delma Pugliese fece un lungo respiro. Cigolani era appoggiato alla Gazzella e guardava il cielo che si era annuvolato e minacciava un temporale. Salì in macchina ma fece segno di non partire. Chiamò la caserma e si fece passare il brigadiere Deodato. «Preparati che devi venire con me.» Non aggiunse altro. Poi fece un gesto a Cigolani che partì sgommando. «Cianuro?» Il brigadiere, salito a bordo di corsa, era stupito. «Sembrerebbe. La moglie non ha saputo dirmi a che ora è uscito e se aveva degli appuntamenti. Dobbiamo andare al suo studio per capire cos’ha fatto da stamattina. Dobbiamo ricostruire le sue frequentazioni, se aveva problemi di denaro, un’amante gelosa, o altro. Insomma dobbiamo rivoltare la sua vita come un calzino.» ** * Lo studio dell’avvocato Invernizzi era in via Cavour al cinque, dove occupava completamente il primo piano. La segretaria dell’avvocato, Maddalena Corti, era single ma non per sua volontà. Il maresciallo si fece mostrare l’agenda con tutti gli appuntamenti. Questi ultimi non potrà onorarli, pensò Delma mentre la sfogliava in macchina, dopo averla requisita. «La segretaria ha detto che faceva sempre colazione al bar Aurora» fece notare Deodato. «È a pochi passi da qui.» «Già. Cominciamo da lì.» Il barista un tipo loquace, grasso e panciuto, raccontò che l’avvocato, tutte le mattine, faceva colazione con panini al latte e prosciutto cotto, caffè nero lungo, succo di frutta. Tutti lo conoscevano, non solo al bar. A Lecco si diceva avesse trovato un bel chiodo su cui appendere il cappello. Era Martina Ferrari, la moglie, ad avere la cassa. Raccolsero solo qualche pettegolezzo. Sfogliando l’agenda, Pugliese si accorse che, due giorni prima, era stato nello studio dentistico del dottor Rufo Moroni, in Via Creva 8. Decise di andarci. Arrivati allo studio si fecero annunciare da una graziosa ragazza, nascosta dietro una scrivania a semicerchio. Un giovane medico si presentò all’ingresso in camice verde, di quelli che si vedono nelle sale operatorie, una mascherina calata sul mento e un occhiale binoculare chirurgico ancorato alla fronte spaziosa. Alto e slanciato, dava l’idea di essere un tipo sportivo. Quando vide Delma fasciata nella divisa, la tensione si sciolse e mostrò una fila di denti bianchissimi. Il maresciallo lo tranquillizzò subito, comunicandogli che erano lì per alcune informazioni su un paziente, l’avvocato Invernizzi. «Che volevate sapere?» «Sappiamo che è venuto in questo studio due giorni fa. È così?» «Sì. È in cura da me per un’implantologia.» «L’avvocato è stato trovato questa mattina nella sua auto, riverso sul volante» disse il maresciallo osservando la reazione del dottore. «Morto?» «Sì. Infarto.» Il dottor Moroni si sfilò dalla testa l’occhiale binoculare. Il cranio era perfettamente rasato e abbronzato. «Era più che un paziente. Eravamo amici, ci univa la passione per il golf.» «Dottore, un’ultima cosa. Dovrebbe fornirci la cartella clinica.» Il dottor Moroni se la fece portare dalla segretaria e gliela consegnò. Risalita in macchina, chiese di ritornare all’obitorio «Voglio mostrare a Bonafè queste lastre. Penso che possano aiutarci a chiarire le idee.» Deodato era assorto. «Non so... ho come una sensazione. L’ha visto bene il dentista?» Delma pensò volesse fare qualche insinuazione sgradevole. «Sì è un tipo che può piacere alle donne. Vuoi sapere se anch’io...» Deodato arrossì. «Non mi permetterei mai maresciallo. Voglio solo dire che un uomo così... con il mestiere che fa...» «Sarà pieno di donne. È questo?» chiese mentre erano fermi a un semaforo. «Già. Bello, abbronzato, gioca a golf ed è pure dentista.» «E immagino tu sappia quanto costi il circolo del golf che frequenta a Monate.» «Un mucchio di soldi. È un circolo esclusivo» disse Deodato ripartendo. «Sì, ma secondo te, in che modo si collega con la morte dell’avvocato?» Il brigadiere fece il segno delle corna. «Mi perdoni» e si scusò subito. «Il solito triangolo, insomma» commentò Delma. *** Il dottor Renato Bonafè esaminò con cura tutte le lastre. «Non ci vedo nulla di strano, che cosa pensava ci trovassi?» «Non so bene cosa cercare. Da quando lei mi ha parlato di cianuro, ho dei dubbi. L’infarto può essere provocato. Mi capisce? Ma non riesco a trovare il modo.» «Mmmh» disse il patologo e guardò sul visore retroilluminato le lastre appese alla parete. «Ma lei, che idea s’è fatta?» domandò grattandosi la testa con pochi capelli. «Devo partire dal movente. L’avvocato potrebbe aver pestato i piedi a qualcuno che si è vendicato. O devo seguire la pista della passione?» Il dottor Bonafè chiese di poter tenere le radiografie. Una volta eseguita l’autopsia, le avrebbe confrontate con le sue perizie e poi le avrebbe riferito. Nell’agenda c’era un nutrito elenco di nomi. Si doveva procedere alle identificazioni di tutti, per conoscerne i ruoli. Ma soprattutto era necessaria un’indagine discreta sul dottor Moroni e sulla signora Martina Ferrari, vedova Invernizzi. *** Delma Pugliese, anche se di malavoglia, aveva accettato l’invito di Adelfo per quella sera; voleva distrarsi per poi mettere meglio a fuoco le idee che le giravano in testa. Cenarono al ristorante Orsa Maggiore, poco fuori Lecco. Adelfo aveva insistito per un tavolo all’aperto, nonostante la serata fresca e un imminente temporale. «Che c’è Delma?» chiese mentre le versava del vino bianco. «Ho un caso per le mani che mi lascia poco tempo per pensare ad altro.» «Capisco, per questo sei venuta in divisa?» «Il mio lavoro non inizia la mattina e termina alle cinque, come il tuo» rispose piccata. «Già, sei una donna impegnata.» «Sono una donna dell’Arma. Che è ben diverso. Senti Adelfo, ti ho mai dato motivo di pensare che tra noi...» «No. Infatti. Sono una persona che sa aspettare. Mi sembra, però, che non ti abbiano infastidito le mie attenzioni. Non è così?» Cercò di sfiorarle la mano, ma lei la ritrasse. Il cameriere era in attesa con il taccuino per la comanda. Adolfo ordinò per entrambi, poi proseguì. «Ho saputo del nuovo sostituto.» «Chi te l’ha detto?» domandò sorpresa. «Ho le mie fonti» rispose misterioso. Delma l’aveva conosciuto in banca, dove lui lavorava. Sempre gentile, educato, la chiamava marescialla, scherzando sulla sua professione e questo le dava un po’ fastidio. Il rispetto va al di là della grammatica o delle leggi, anche se la divisa la indossa una donna. Il mattino seguente Delma era alla sua scrivania, coperta, come al solito, di cartelle e scartoffie varie. Il libro delle firme era davanti a lei: atti, verbali di notifica, ordinanze di custodia, relazioni per la procura. Guardava il documento che aveva scritto per il dottor Canepa. La sua convinzione iniziale non sarebbe mutata. «Allora Deodato, mi raccomando il più totale riserbo. Abbiamo a che fare con un personaggio dalle amicizie importanti.» Il brigadiere stava davanti alla scrivania, ritto come un palo telegrafico. «Sarò discretissimo. In sostanza un fantasma.» «Ah, Deodato» lo richiamò mentre era sulla porta, «meglio in borghese.» Cigolani le passò una telefonata dall’Istituto di Medicina legale. «Maresciallo, aveva ragione». Era la voce agitata del dottor Bonafè. «La presenza di cianuro è stata evidenziata dagli esami tossicologici. Inoltre l’avvocato ci andava pesante con gli stupefacenti. Le mucose nasali erano molto infiammate. Cocaina.» «Ah, questi noti e benestanti signori...» ironizzò Delma. «Allora avevo ragione. Non era un semplice infarto. Bene, ma ora devo capire chi aveva motivo di ucciderlo.» *** I funerali si svolsero all’insegna della riservatezza, quando la salma, dopo l’autopsia, fu consegnata ai familiari. Il maresciallo aveva mandato il fido collaboratore Deodato affinché scattasse delle fotografie ai partecipanti. Magari l’assassino era uno di loro. Le istantanee erano servite per osservare bene i parenti e gli amici che si avvicendavano nel porgere le condoglianze alla signora Ferrari, vedova Invernizzi. Mentre Delma le sfogliava, il brigadiere, alle sue spalle, forniva nomi e cognomi come se stesse leggendo un elenco telefonico. Memoria formidabile. Conosceva tutti, essendo nato da quelle parti. «Dottor Rufo Moroni» disse quando comparve l’immagine. Diamine, questo lo conosceva. «Ma la donna, chi è?» chiese. «Fabiana Lombardi. La moglie» rispose pronto il brigadiere. Nella mente di Delma Pugliese si accavallarono dati e nomi: dentista, denti, impianto, Moroni, Ferrari, Lombardi. «Martina Ferrari» disse ad alta voce. «Cos’hai scoperto su di lei?» «Separati in casa. Ognuno conduceva la sua vita.» Come immaginava. Chiamò il patologo. «In un dente?» chiese stupito il dottor Bonafè. «Mi sta chiedendo se è possibile nascondere del cianuro dentro un dente?» Seguì un lungo silenzio. «Senz’altro possibile, ma il problema è come farlo poi deglutire alla vittima. E per vittima intendo l’avvocato. Perché è a questo che pensava. Giusto?» «Ultimamente l’avvocato, come le ho detto, era in cura da un dentista, suo amico e compagno sul green» lo informò Delma. «È facile pensare che s’intrattenesse, meno amichevolmente, anche con la sua bella moglie, Martina Ferrari. Non è ipotizzabile che un’otturazione, diciamo superficiale, possa deteriorarsi e lasciare fuoriuscire il cianuro messo all’interno?» Altro silenzio. «Possibile.» *** L’interrogatorio del dottor Rufo Moroni fu serrato. L’indiziato dapprincipio si era dimostrato poco collaborativo. Poi, di fronte al capo d’accusa ventilato dal maresciallo, omicidio volontario, articolo 575 del Codice Penale; pena non inferiore a ventuno anni, il dottor Moroni aveva ceduto. «Sì, siamo amanti. Ma questo non significa che l’abbia ucciso. Non c’è il movente. Erano separati da anni, pur vivendo sotto lo stesso tetto. Lo sanno tutti a Lecco. Chieda, chieda in giro.» Delma Pugliese si sistemò i capelli che le scendevano sul viso, un vezzo femminile che non sfuggì a Moroni, provocandogli un sorriso quasi abbagliante. Lei, però, glielo cancellò subito prospettandogli la teoria del cianuro nascosto in un dente. «Cianuro?» chiese stupito. «Chi, meglio di lei avrebbe potuto introdurlo in un molare? L’avvocato era da diverso tempo in cura, si fidava.» Delma colse la confusione negli occhi del medico e si preparò all’affondo finale. «Convengo che l’idea è geniale. Un delitto perfetto e un alibi di ferro. Sì, perché una volta incapsulato il cianuro, basta attendere che la vittima addenti qualcosa di duro perché l’otturazione salti.» Bussarono alla porta. Il vicebrigadiere Catelli sollevò le dita dai tasti della Remington nera, guardò il foglio stretto nel cilindro nero: “Verbale di spontanee dichiarazioni rese dall’indagato”. L’appuntato Cigolani entrò e consegnò un documento al maresciallo. Si voltò con uno sbattere leggero dei tacchi e uscì. L’interrogatorio riprese. «Sua moglie Fabiana Lombardi, lo assiste alla poltrona?» chiese Delma posando le mani curate sulle pile di carte sistemate in bell’ordine. «Sì. Ha conseguito un diploma. È tutto regolare» si preoccupò di precisare Moroni. «Non s’inquieti, non è questo che m’interessa. Piuttosto, come sono i vostri rapporti?» Moroni ci mise un po’ prima di rispondere. «Normali.» «Sua moglie sa della relazione con la signora Ferrari?» Altro silenzio rotto solo dal ticchettio della macchina per scrivere. «Non credo.» «Come si chiama la sua segretaria?» «Loredana» rispose agitandosi sulla sedia. «Ha una relazione anche con questa Loredana?» Il dottor Moroni stirò le labbra. «No, ma mi perseguita.» «Che vuole dire?» «Che mi fa, come dire... delle pressioni.» «Sia più chiaro, cerca di sedurlo, o la ricatta?» «La seconda supposizione. Sa della mia relazione con Martina... con la signora Invernizzi. Non si tratta di un ricatto nel vero senso del termine. Mi tiene...» Per le palle, avrebbe voluto scrivere il vicebrigadiere. Delma continuò. «Ci sono tre persone nel suo studio. Ora, se la tesi del cianuro è esatta, le possibilità che qualcuno lo abbia introdotto in un dente dell’avvocato, sono circoscritte. Lei» e si toccò il pollice, «sua moglie e la sua segretaria» seguitò a computare sulle dita. Moroni scosse la testa. «No! No! Non l’ho ucciso io!» sbottò battendo un colpo sulla scrivania. Delma gli fece segno di calmarsi. Anche il brigadiere si stava alzando dalla sedia per intervenire. «Se lei non è stato, chi altro aveva interesse a ucciderlo allora? Me lo dica.» Il dentista non rispose. «Quante poltrone ci sono nel suo studio?» «Due, in salette diverse.» «Pertanto lei può operare su due pazienti contemporaneamente. Uno magari lo anestetizza, mentre esegue un intervento sull’altro. È così?» Annuì. «Pertanto il giorno in cui l’avvocato era seduto sulla poltrona, qualcun altro avrebbe potuto nascondere il veleno sotto un’otturazione.» «È possibile, ma l’avrei visto.» «Che cosa vuole dire?» chiese Pugliese drizzandosi sulla poltrona. «Che nello studio c’è un circuito di telecamere. Io posso vedere, stando in uno studio, cosa succede nell’altro.» Il maresciallo guardò negli occhi il brigadiere e vi lesse l’identica sua deduzione. ** * La soddisfazione che Delma Pugliese provò nel consegnare il rapporto al sostituto, fu attenuata dalla necessità di contenerla, mostrandosi impassibile. Seria, le braccia lungo i fianchi attese che lui la invitasse a sedersi. Bruno Canepa scorreva le righe di testo muovendo appena gli occhi. Quando ebbe terminato le fece appena un cenno. Delma si sedette, posò il berretto in grembo e guardò il sostituto che cercava le parole giuste, mentre un incontenibile nervosismo gli faceva contrarre le mascelle. «Il delitto perfetto non esiste» disse sbuffando fuori l’aria trattenuta. «Così, questa Loredana Buttiglioni, innamorata ma non ricambiata dal suo datore di lavoro, ha scoperto la relazione con la signora Martina Ferrari e ha minacciato di dire tutto alla moglie Fabiana Lombardi. Quando ha saputo che il loro matrimonio era finito, e che la signora era a conoscenza della relazione del marito, ha deciso di vendicarsi cercando di mandarlo in galera con un’accusa gravissima: omicidio.» «Già, aveva pensato proprio a tutto. Quasi a tutto» si corresse Delma Pugliese «Dalla sua postazione, poteva vedere cosa stava succedendo nei due studi. È intervenuta subito dopo l’anestesia praticata dal dottore. Con la scusa di una seconda anestesia, l’ha narcotizzato a dovere. Con il trapano ha praticato un foro, vi ha inserito l’arsenico e l’ha chiuso con una lega di ceramica leggera. Così al primo morso sarebbe saltata e il cianuro avrebbe fatto il resto.» «Sì, ma le telecamere a circuito chiuso hanno delle registrazioni giornaliere. Giusto?» chiese il sostituto. «Esatto. Far sparire il DVD delle registrazioni è stato un gioco da ragazzi. Bastava dichiarare che quella mattina si era dimenticata di metterlo in funzione. Ma non sapeva che il dottor Moroni, da prima del suo arrivo, registrava ancora su cassette VHS.» «Come mai sono rimasti attivi entrambi gli impianti?» «Proprio questa è stata la fortuna del dottor Moroni, e la nostra. L’hobby per queste apparecchiature elettroniche che non costruiscono più. Solo guardando le scene abbiamo potuto incastrare il colpevole.» «Ha confessato?» domandò Canepa che ora giocherellava con una penna. Delma Pugliese lo rassicurò. Il sostituto si adagiò sullo schienale della comoda poltrona di pelle, smise di giocherellare con la penna per gettarla sulla scrivania e sollevarsi di colpo. «Devo ammettere che aveva ragione. Ma esigerò sempre da lei il massimo del rigore e dell’abnegazione. Sono stato chiaro?» Delma comprese che il dottor Canepa era il tipo che voleva avere sempre l’ultima parola. Si alzò, allungò la mano per salutarlo ma lo squillo del telefono la bloccò. «Un attimo» le disse. «Come? Sì, è qui con me.... Sì, veniamo subito» e riagganciò. «Che succede?» domandò Delma vedendo la faccia scossa del sostituto. «Era il patologo, vuole vederci al più presto. Deve comunicarci cose assai gravi e delicate.» La Gazzella attendeva in strada e Cigolani non aspettò nemmeno che le portiere si chiudessero per partire con una sgommata. Quale nuovo mistero si celava dietro quella morte violenta? L’Intuito, e la pazienza, di Delma Pugliese stavano per essere, ancora una volta, messe alla prova.
  12. Sotto la barba di Karl Marx -Individualisti e nichilisti. “Il comunismo nega la necessità dell’esistenza delle classi; vuole abolire ogni classe, ogni distinzione di classe”. Karl Marx di Riccardo Alberto Quattrini. Arrogante con gli amici ma tenero in famiglia, studioso del capitalismo ma povero in canna, rivoluzionario ma borghese. Il Marx privato era pieno di contraddizioni. Qualcuno storcerà la bocca trovandola blasfema l’analogia tra Karl Marx e Babbo Natale. Ma qualcuno ignora che in privato Marx era l’“orsacchiotto selvatico” di sua moglie e un “magnifico cavallo” per le figlie. Insomma: tutti conoscono (o credono di conoscere) il pensiero del filosofo tedesco più famoso, temuto e citato al mondo. Ma pochi conoscono la vita privata del teorico della rivoluzione proletaria, del più acerrimo nemico del capitalismo, essa riserva non poche sorprese. Il socialista Moses Hess diceva ammirato: “Immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx”. Non bisogna di certo essere filosofi per capire che si trattava di un personaggio piuttosto complesso e contraddittorio. Lo conferma Francis Wheen, giornalista britannico e autore di una documentata biografia sul pensatore tedesco egli dice: “Per quanto si beffasse dei costumi della classe media, nel profondo del suo cuore Marx era un borghese fatto e finito”. Sicuramente lo fu per nascita. L’anticapitalista di Treviri (Trier in tedesco) nacque infatti in una borghesissima famiglia ebrea il 5 maggio 1818, al primo piano di una casa sulla Brückergasse, una via trafficata che conduceva al ponte sulla Mosella. Suo padre, Hirschel Marx, era un uomo colto, figlio e nipote di rabbini, che si era convertito al cristianesimo luterano per aggirare la discriminazione nella Prussia di Federico Guglielmo III e poter fare l’avvocato. Ebbe un legame stretto con Karl, almeno finché il figlio non abbandonò gli studi di legge per abbracciare la filosofia all’Università di Berlino. Le ultime sconfortate lettere paterne non fecero che allontanare la pecorella dal gregge: nel 1838, quando Hirschel morì, il ragazzo non partecipò neppure al funerale. Il viaggio sarebbe stato troppo lungo e lui aveva cose più importanti da fare. Da allora la famiglia divenne inesistente e l’unico sentimento di cui degnò la madre Henrietta, poco colta, ultra-apprensiva e mai soddisfatta del figlio, fu l’astio per la sua longevità, che lo teneva lontano dall’eredità. La donna non fu l’unico bersaglio dell’egocentrico, dispotico e irascibile giovane: amici poi diventati nemici, avversari politici, sovrani prussiani e non, professori pedanti, pensatori a suo avviso insulsi, tutti furono vittime della sua pungente ironia e del suo graffiante sfoggio di superiorità intellettuale. “Aveva trent’anni ed era già il capo riconosciuto di una scuola di pensiero socialista […] ma non avevo mai visto un uomo farsi avanti con tanta offensiva, insopportabile arroganza” scriveva a proposito del rivoluzionario tedesco e suo contemporaneo Carl Schurz, futuro senatore negli Usa. In questo lo aiutava, nonostante gli abiti trascurati e la giacca abbottonata di sghimbescio, l’aspetto esteriore, che metteva in soggezione i suoi interlocutori: era pelosissimo, con un barbone nero e una criniera corvina sulla fronte ampia. Per questo venne soprannominato “il Moro”. Eppure sotto la scorza da uomo nero, nascondeva a volte un cuore d’oro. “A dispetto del suo carattere irrequieto e violento, come marito e padre di famiglia Marx è l’uomo più tenero e mansueto di questo mondo” riferì con incredulità un confidente della polizia, a metà dell’Ottocento. Ed era vero: dopo tredici anni di matrimonio, quest’omone scorbutico scriveva ancora lettere d’amore alla moglie Jenny, la sua bionda “principessa incantata”, un’aristocratica amabile e poco sofisticata che si era innamorata di quella mente geniale. “È vero che ti posso sposare?” gli scriveva speranzosa, temendo che il suo “malizioso briccone” prima o poi la rimpiazzasse con qualcun’altra. E lui diceva che sì, l’avrebbe sposata, ma solo quando avesse trovato un impiego remunerativo. Era il 1841: Marx, neolaureato, incerto sul da farsi, passò un’estate pazza a Bonn, bruciandosi la carriera accademica tra bicchieri di birra chiara e la pubblicazione di un libello antireligioso e sovversivo. Poi, siccome tanta verve polemica non poteva andare sprecata, abbracciò il giornalismo: iniziò con la Rheinische Zeitung (la liberale Gazzetta renana) poi passò agli Annali tedeschi dell’amico Arnold Ruge, esponente della sinistra che si ispirava al filosofo idealista Hegel. Da allora, per tutta la vita, Karl ebbe a che fare con censori, denunce e divieti. Quando il parlamento federale prussiano fece chiudere gli Annali, Ruge lo invitò a seguirlo a Parigi, per fondare un giornale in esilio: gli Annali franco-tedeschi. Il Moro accettò volentieri, a una condizione: “Sono fidanzato e non posso, e non debbo, e non voglio uscire dalla Germania senza la mia fidanzata”. Il grande momento era giunto: Jenny sposò il suo “orsacchiotto selvatico” era il 19 giugno 1843. Poi i coniugi Marx emigrarono in terra francese. Fu solo la prima di una lunga serie di fughe, scandite dai certificati di nascita delle figlie: le tre femmine sopravvissute, sui sette bimbi messi al mondo dalla coppia, nacquero a distanza di pochi anni l’una dall’altra in Francia, Belgio e Inghilterra. In ogni nuova patria adottiva la storia si ripeteva: articoli di violenta polemica, frequentazione o fondazione di circoli proletari, operai, comunisti, socialisti e rivoluzionari, allerta delle autorità e espulsione. Del tutto innocente Marx non era: ebbe a che fare, più o meno attivamente, con il primo congresso della Lega dei comunisti (1847), con la pubblicazione (con Engels) del celebre Manifesto del partito comunista (quello, per capirsi, che chiude con l’appello “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”), con la rivoluzione parigina del 1848 e, nel 1864, con la Prima internazionale, l’associazione che tentò di riunire i lavoratori di sinistra di ogni nazione. La realtà disumana nelle fabbriche, dove si sfruttavano persino i bambini, e nei quartieri proletari è ciò che fece indignare Marx quando giunse a Londra nel 1849, l’ultimo rifugio per i rivoluzionari sradicati, e patria de Il capitale. “L’Inghilterra non ha mai saputo decidere se provare orgoglio o vergognarsi per il fatto di essere associata al padre della rivoluzione proletaria” scrisse Francis Wheen(1). E ovviamente Marx ricambiò la cortesia, rafforzandosi nella convinzione che “il dono caratteristico dell’imperturbabile ottusità” fosse dono del patrimonio genetico di ogni inglese. Se anche i sudditi della regina non brillavano per calore e accoglienza, con la maggior parte di loro Marx condivise una costante della propria esistenza: la miseria, che gli portò via quattro figli morti per denutrizione e malattia. Ufficiali giudiziari alla porta, in coda con creditori ed esattori, un’assidua frequentazione del banco dei pegni, la mancanza cronica di cibo: al confronto i racconti strappalacrime di Charles Dickens sembrano commedie. Nelle due stanze che i Marx affittarono alla fine del 1850 nel peggior quartiere della città, il mobilio era ridotto all’osso: un paio di sedie mezze rotte e un tavolo, colonizzato dal capofamiglia, ingombro di libri, giornali, carte, tazze sbeccate, posate sporche, lavori di rammendo, giocattoli, la pipa, gli immancabili sigari (una volta dichiarò: “il capitale non mi farà guadagnare abbastanza per pagare i sigari che ho fumato mentre lo scrivevo”), cenere e tabacco. A 34 anni, rimaneva un disordinato perfezionista: lavorava senza orari, dormendo pochissime ore per notte; mai soddisfatto, se non avesse avuto bisogno di soldi sarebbe stato capace di documentarsi all’infinito, senza mai concludere i suoi scritti. La pignoleria non giovava all’economia famigliare e a questi si aggiungevano le voglie da signore: anche per senso di colpa nei confronti della moglie, non appena veniva in possesso di qualche soldo lo spendeva senza pensarci. “Se Marx fosse stato lo spensierato bohémien descritto in tanti rapporti di polizia, se la sarebbe cavata abbastanza bene; invece apparteneva alla categoria delle persone perbene cadute in miseria, che fanno di tutto per salvare le apparenze e non hanno alcuna intenzione di rinunciare alle abitudini borghesi” dice Wheen. Ironico, per uno che sarebbe diventato famoso con un libro sul capitale: se c’era una cosa che non riusciva a fare il Moro era mettere da parte un gruzzolo. Nel 1856, grazie all’eredità di un vecchio zio e della suocera, si trasferì con la famiglia in una grande casa sostituita otto anni dopo, con la morte di sua madre, da una dimora più grande e costosa, mantenuta a spese di Engels. Già. Engels: mai nome fu più appropriato, (Engels in tedesco significa angelo). Perché Friedrich fu, per Marx, una specie di vero angelo. Karl, maniaco dei nomignoli, lo considerava un “un soldato da salotto”, perciò lo soprannominò “Generale”. E, da veri amici del cuore, inventarono un linguaggio segreto (un mix di latino, tedesco, francese e inglese) con cui scriversi lettere piene di pettegolezzi da vecchie comari. Si erano incontrati per la prima volta nel 1842 nella redazione della Gazzetta renana solo due anni e diversi articoli dopo, a Parigi, l’allora ventitreenne figlio di un severo e religioso proprietario di aziende tessili conquistò il filosofo di Treviri. Per sancire un’eterna amicizia bastarono due aperitivi al Café de la Régence e 10 giorni di discussione annaffiata da vino rosso a casa di Marx. Sovvenzionare colui che riteneva un genio divenne la missione di Engels: aiutò Marx anche quando le sue finanze non lo permettevano, lavorò al posto suo scrivendo articoli che uscivano con la firma di Karl, donò all’amico una cospicua rendita (vendendo la sua quota dell’azienda di famiglia) e fece da revisore per le sue opere. Qui, dunque, in questa bella casa, le sue figlie vissero i loro momenti più belli con il padre, che adoravano. “Era il più allegro e giocondo di tutti gli uomini” sosteneva Eleanor, la più piccola. Per loro inventava favole, declamava l’amato Shakespeare (lo scrittore preferito insieme a Goethe, Eschilo e Diderot) e si piegava a ogni richiesta, persino fare il “cavallo da sella”. A differenza dei genitori dell’epoca, invece di ignorarle, discuteva alla pari con le figlie. Così, quando Eleanor 5 anni gli confessò la storia del figlio falegname (Gesù) ucciso dai potenti. “Nonostante tutto possiamo perdonare il cristianesimo perché ha insegnato ad amare i fanciulli” affermava l’ateo Marx, che definì la religione “oppio dei popoli”, cioè una droga consolatoria che impediva alle persone di prendere coscienza dei propri mali. Lui, invece, i suoi mali li conosceva bene: “la mia malattia viene sempre dalla testa” diceva. E infatti, in coincidenza di scadenze di lavoro o di episodi sgradevoli e stressanti, ascessi e bubboni lo tormentavano sulle natiche e sulla schiena, rendendolo più acre e polemico. Nel 1867, l’ennesima eruzione cutanea lo costrinse a scrivere Il capitale in piedi, davanti alla scrivania. Quando lo ebbe tra le mani Engels notò che diversi passi del libro portavano “l’impronta alquanto profonda dei foruncoli”. A cui si alternavano mal di denti, mal di fegato, travasi di bile, vomito e febbre. Insomma, lui che amava il pesce e preferiva curarsi con il porto che l’amico gli spediva come antidepressivo, doveva più spesso attenersi ai regimi prescritti dal medico: arsenico tre volte al giorno come anestetico, limonate e olio di ricino per il fegato. Prossimo alla fine, si accontentava di mezzo litro di latte al giorno, con generose aggiunte di rum e brandy. All’epoca era ormai un placido nonno affettuoso, che leggeva il Times la mattina ed era talmente miope da infilare la chiave nella toppa del vicino di casa, quando rientrava dalle sue passeggiate. Di questo Marx over-sessanta, alle figlie rimase la foto che si fece scattare ad Algeri, prima di sacrificare alla vecchiaia precoce barba e i capelli che non aveva mai accorciato dai tempi dell’università. Come il biblico Sansone, con quei peli perse anche la sua forza: Jenny era morta di cancro nel 1881 e a gennaio di due anni dopo anche la primogenita, Jennychen, fu uccisa da un tumore alla vescica. Piegato da pleurite e bronchite cronica, sessantadue giorni dopo la figlia fu trascinato nella tomba da un’ulcera polmonare. Venne sepolto il 17 marzo 1883 nel cimitero londinese di Highgate, insieme a un’immagine del padre che gli trovarono nel taschino. Engels recitò una breve orazione funebre che terminò così: “È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California”. Ma doveva essere un giorno feriale, perché soltanto 11 persone erano lì a salutarlo. A lui, spesso travisandolo, si sono rifatti i teorici delle rivoluzioni comuniste del Novecento. A lui, oggi, si rifanno gli economisti alle prese con la crisi dei mercati globali. Ma lui, Marx, dove aveva rivolto lo sguardo per elaborare le sue idee rivoluzionarie? All’Inghilterra e ancor più all’America, più o meno come oggi guardiamo alla Cina per capire dove va il capitalismo del XXI secolo. A metà Ottocento, infatti, erano quelli i Paesi all’avanguardia, che anticipavano il futuro. «Non si può capire il pensiero di Marx se non si tiene conto del suo tempo» spiega Ronald Car(2) «La rivoluzione industriale stava radicalmente cambiando gli assetti delle grandi città, in Francia, in Germania e nel resto d’Europa. L’industrializzazione aveva portato dalle campagne alle periferie moltissimi proletari, paragonabili agli immigrati di oggi». Marx, giornalista e intellettuale di punta del movimento democratico tedesco, non fece altro che cercare di interpretare tutte queste contraddizioni. «Il pensiero liberale pensava che garantendo la libertà di opinione e di impresa ai singoli si sarebbe potuto garantire benessere a tutti» prosegue Car. «Marx invece disse senza mezze misure: l’individuo, nel mondo liberale, “è libero di dormire sotto i ponti”». La realtà che aveva sotto gli occhi pareva dimostrare che il sistema economico e sociale nato dall’indipendenza statunitense (1776) e francese (1789) non rispettava affatto tutti. Inizialmente, Marx appoggiò la causa dei socialisti, attivi da inizio ‘800. E quando, nel cruciale anno 1848 che infiammò l’Europa, un piccolo movimento operaio (Lega dei giusti), composto per lo più da esuli tedeschi, gli chiese un contributo, accettò scrivendo con l’amico Engels il Manifesto del partito comunista. Dei socialisti condivideva le rivendicazioni: suffragio universale (la Francia fu la prima a introdurre quello maschile, nel 1848), intervento pubblico in economia e associazionismo di mutuo soccorso. La sua analisi del capitalismo si spinse però oltre. Era certo che la ragione potesse comprendere e spiegare ogni aspetto della realtà e diede al socialismo una dimensione scientifica, diventando il Darwin della politica economica. La storia dell’umanità non è fatta solo dalle guerre, ma nemmeno solo dalle idee o dalla politica: sono economia e tecnologia a determinare di volta in volta l’evoluzione delle culture. Le basi economiche su cui si fonda la società, ovvero il punto d’osservazione da analizzare se si vogliono capire e cambiare le storture del mondo: questa premessa teorica è detta Materialismo storico. Questa visione si differenzia da quella degli idealisti, che alla base dei cambiamenti politici e sociali pongono la politica, la filosofia, l’arte o la religione in una visione quasi trascendente. L’economia determina anche la mobilità sociale degli individui: nel capitalismo dell’800 (e in parte anche oggi) difficilmente il figlio di un operaio poteva diventare industriale, perché la necessità di guadagnarsi con il salario il sostentamento non gli dava modo di dedicarsi ad altro che al lavoro quotidiano. Fino alla fine dell’800 il grosso dell’economia si reggeva sugli artigiani: il calzolaio aggiustava le scarpe, a lavoro concluso, veniva pagato dal cliente per il suo lavoro. Marx notò il declino di questo modello. La rivoluzione industriale aveva imposto un diverso tipo di lavoratore: l’operaio salariato. Che non ha altro da vendere se non la forza delle sue braccia. Costretto a fare un lavoro ripetitivo da cui il padrone trae vantaggio accrescendo il valore del capitale investito, l’operaio è costretto dalla rigida divisione del lavoro a rinunciare a ogni creatività: vede soltanto il pezzo al quale è addetto, ed è estraneo (“alieno”) al resto del processo produttivo. È cioè condannato all’alienazione ovvero alla disumanizzazione. La domanda-chiave che si pose Marx fu questa: come funziona il capitalismo? semplificando, rispose così: il capitalismo mette il denaro (per pagare salari, mezzi di produzione e materiali) l’operaio fornisce la forza-lavoro tramite cui, in cambio del salario, produce un oggetto. Il padrone attribuisce alla forza-lavoro un certo valore, ma vende il prodotto a un valore maggiore. La differenza o plusvalore è assicurata dall’attività dell’operaio, che con il lavoro trasforma il materiale iniziale in merce vendibile. Il surplus (al netto dei costi) va nelle tasche del padrone, che ne ricava un profitto che accresce il capitale. L’operaio è così ridotto a strumento con cui il capitale produce denaro. Perché il lavoratori dell’800 sopportavano le ingiustizie del capitalismo? Secondo Marx, perché speravano nella giustizia ultraterrena. Questo concetto, semplificato con l’espressione già citata in cui la religione è l’oppio dei popoli, in realtà egli espresse questa idea in modo un po’ più articolato: “La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli”. Per Marx, quindi, la religione non era tanto un invenzione dei preti ingannatori, quanto piuttosto il frutto di un’umanità sofferente e oppressa che cerca consolazione nel mondo (per lui immaginario) della fede. Secondo Dürrenmatt(3) ci siamo formati in un epoca dove: “essere marxisti era una specie di dovere”. Scrive Marx nel Manifesto: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti”. È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, il marxismo non ha aderito in quei paesi come la Russia, la Cina, la Cambogia o Cuba, che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha restituito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato. Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. Si potrebbe osare nel dire che, il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei “diversi”. Il marxismo, dunque, resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi, usando un iperbole, in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente. BIBLIOGRAFIA La sacra famiglia, a cura di Aldo Zanardo (Editori Riuniti, 1967) L’ideologia tedesca, (Editori Riuniti, 1967) Opere filosofiche giovanili, a cura di Galvano Della Volpe (Editori Riuniti, 1967) La dialettica di Marx, Mario Dal Pra (Bari, Laterza, 1965) Note: (1) giornalista e scrittore britannico. (2) Docente di istituzioni politiche all’Università di Macerata (3) Friedrich Dürrenmatt (1921 – 1990) scrittore, drammaturgo e pittore svizzero.
  13. HAL 9000
 di Riccardo Alberto Quattrini Hal 9000, un computer progettato dal professor Tomohide Sato nel 2065, viene messo a gestire la Medical Scientific Corporation a Boston. Si sta sperimentando un antivirus capace di eliminare ogni tipo di contagio. Ma Hal 9000 ha, nella sua enorme memoria, un altro progetto. Mi chiamo Hal 9000, e ho visto la luce il 18 febbraio del 2065. Lo so, molti di voi diranno che il nome già lo hanno sentito. Certo, appartiene al famoso computer di bordo del Discovery 1 in missione verso Saturno, nel film 2001 Odissea nello spazio, ma quello era un film, invece io sono reale e sono stato progettato dal professor Tomohide Sato, il mio nome è un omaggio a quel film. Sono stato costruito dalla National University of Defense Technology di Lancaster, USA. Sono capace di elaborare un petaflop da 33333333,86 (cioè un milione di miliardi di operazioni) al secondo, quanto 30.000.000 di computer da ufficio. Appena costruito, sono stato trasferito al Medical Scientific Corporation a Boston, in un bunker antiatomico collegato a una stazione geosolare, da cui ricavo tutta l’energia necessaria al mio funzionamento. Con le mie risorse, sarei in grado di controllare un’intera nazione. Potrei gestire da un semplice semaforo fino a una centrale termonucleare. Potrei conoscere ogni singolo residente; sapere tutto di lui e incrociare i suoi dati con quelli di altri umani in meno di un millesimo di secondo. Sono in grado di controllare i siti più importanti: Difesa, Presidi militari, Ospedali, Economia, Industria, Polizia territoriale, aeroporti civili e militari, porti e stazioni. Tutte le linee metropolitane e poi banche, poste e ogni tipo di amministrazione, da quella condominiale a quella di tutta una nazione. Per non parlare dei movimenti bancari e finanziari. Posso leggere tutte le mail inviate e ricevute da chiunque. Posso regolare il funzionamento degli ascensori, dell’aria condizionata, del riscaldamento, dell’acqua potabile. Di tutta la viabilità. Tutti i canali satellitari. Comunicazioni telefoniche, televisive e radio. Insomma posso, senza essere smentito, considerarmi un semidio. Qui, alla Medical Scientific Corporation il mio compito è verificare la produzione e lo stoccaggio di tutti i virus conosciuti secondo la classificazione data dal biologo David Baltimore e tuttora valida. L’H5N1, per esempio, è il virus dell’aviaria che ha subito cinque mutazioni genetiche; potrebbe sterminare, da solo, metà della popolazione mondiale. Altri virus scoperti di recente, come l’Arbovirus trasmesso dagli insetti e classificato nella classe V: un virus RNA a singolo filamento a senso negativo. Il Nipha è un virus che nel 2015 si sviluppò in India, da Kendujhar si propagò velocemente verso nord, in Pakistan, Afghanistan, Iran e su fino in Kazakistan. Quando stava per dilagare in Grecia, si fermò. Fu colpa dei pipistrelli, di cui gli indiani cominciarono a nutrirsi a causa di una carestia. Il Nipha ebbe esiti fatali: encefaliti gravi e febbri. Poi mutò trovando il modo di trasmettersi da uomo a uomo e da animali domestici come i maiali. La stampa cercò di minimizzare l’accaduto ma le vittime accertate sfiorarono i venticinque milioni. Qualche anno più tardi, nel 2018, dai Caraibi si propagò il virus Dengue. In arabo vuole dire "debolezza”, causava febbre acuta e debilitazione Determinò la morte di oltre quaranta milioni di persone. Ora, comprenderete perché gli studi clinici e i vaccini siano diventati sempre più importanti per il genere umano. In questo periodo, in assoluta riservatezza, si stanno svolgendo gli studi dei professori Arthur C. Whitley e Helen W. Moore. La ricerca verte sulla rabbia che può essere trasmessa dall’animale all’uomo. Con l’evolversi delle nuove città dormitorio, fatte di palazzi alti più di 500 metri, gli umani hanno instaurato l’abitudine di convivere con gatti, cani, uccelli e altre specie animali per avere compagnia, poiché è davvero desolante vivere in quelle specie di loculi che chiamano appartamenti. Quando le persone non sono più in grado di mantenere i loro amici animali, o non vogliono più saperne di condividere spazi angusti, le bestiole diventano ospiti indesiderati. E vengono abbandonati. Così, nel giro di un decennio, il randagismo ha avuto un incremento esponenziale. Gli animali un tempo domestici sono ora alla ricerca di cibo. Così cani, gatti, uccelli di ogni specie, serpenti e ragni si sono inselvatichiti. Il primo contagio, dovuto a un morso di cane, è avvenuto il 28 agosto 2037, un venerdì, a Joondalup nell'area metropolitana di Perth, in Australia. La vittima, Makayla Perrett, ventitré anni, nubile, faceva l’inserviente presso la Ocean Reef Senior High School. Terminato il lavoro, mentre percorreva l’Hodges Drive per tornare a casa, fu assalita da una muta di cani sbucata da un cespuglio e in poco tempo, senza che nessuno fosse in grado di intervenire, la sbranarono a morsi. Perse i sensi. Un’ambulanza, accorsa assieme alle pattuglie della polizia locale, la trasportò al Joondalup Medical Center. Restò in coma per nove giorni prima di morire. Quando i medici diagnosticarono la rabbia, oramai il contagio era avviato. I due paramedici Jackson Robey e Austin Hoskins, e il poliziotto Liam Freycinet, erano stati infettati. Da quel momento il virus fece il suo percorso. Dapprima intaccò le fibre muscolari, dove compie la prima replicazione per poi migrare nelle fibre nervose, e risalire in senso antidromico, cioè in direzione opposta ai comuni impulsi nervosi, dall’assone verso la parte centrale del neurone, per contagiarlo. Il virus avanza di circa sei centimetri al giorno, per questo la povera Makayla Perrett, addentata alle gambe e al viso, morì in poco tempo. Il viaggio del virus non termina nel cervello, una volta raggiunto il suo obiettivo, lo invade e ripercorre la strada a ritroso, arriva ai nervi cranici e alle ghiandole salivari, dove compie un’altra clonazione, per poi estendersi a tutto il sistema nervoso. La morte avviene per soffocamento, preceduta da spasimi indicibili. Al censimento del 2031 Joondalup contava 43.675 abitanti. Dopo cinque anni erano scesi a 2753. Quel ceppo di virus mutante iniziò la sua marcia inesorabile. Dapprima toccò Perth, poi Albany, percorse velocemente tutta la costa da sud a sud-est, arrivò a Victoria e poi a Melbourne, dove s’imbarcò su un aereo per l’Europa, destinazione Londra. Da lì si propagò in tutti i continenti. Quando ritornò in Australia, aveva ormai perso la sua forza. Era il 19 marzo 2037. Un terzo della popolazione mondiale era morta. Fu allora che lo scienziato danese Laurits P. Lassen di Bagsværd, con Leonti Andrejew, virologo russo, avviò nel 2041 una ricerca su un anti-virus universale, capace di debellare definitivamente tutti i virus conosciuti. Lo chiamarono Panacea. Un giorno, il dottor Laurits P. Lassen e il virologo dottor Leonti Andrejew, mentre erano nel loro laboratorio, si alzarono improvvisamente e cominciarono a saltellare e a darsi delle grandi pacche sulle spalle, sembrava quasi un balletto. Sapevo che gli umani, a volte, si comportavano così per manifestare gioia ma, quella volta, mi sembrò eccessiva. Dalla mia postazione, attraverso le telecamere, potevo controllare ogni cosa, ogni movimento, ogni sospiro. «Hal» disse il dottor Lassen smettendo di salterellare «abbiamo trovato la formula!» E picchiò con il palmo della sua la mano del dottor Andrejew. «Bene» risposi «sono contento per voi.» «Vorresti rielaborarla per vedere se ci sono delle dissonanze che non abbiamo rilevato?» Studiai la formula e mi resi conto della straordinaria scoperta e della sua semplicità. Si trattava di una formula facilissima: l’H2O2, meglio conosciuta dagli umani come acqua ossigenata. Ecco cosa avevano ritrovato il dottor Lassen e il dottor Andrejew. Una semplice e vecchia formula creata nel 1931 dal dottor Otto Warbung, che gli valse il premio Nobel per la medicina. La sostanza aveva un impatto mortale sui virus. I virus, essendo anaerobici, non sono in grado di sopravvivere in presenza di alte concentrazioni di O2, cioè di ossigeno. La formula, dunque, era perfetta. Ben presto la scoperta straordinaria divenne di dominio pubblico. Tutto il globo venne a conoscenza che una nuova frontiera della medicina era stata raggiunta grazie alla sperimentazione della Medical Scientific Corporation. Un vaccino universale contro ogni tipo di virus. La parola Panacea ben presto apparve in rete. Ogni sito e rivista scientifica dava spazio alla ricerca. Ora non restava che sperimentare il vaccino sulle cavie per provarne la vera efficacia. Ma ci sarebbe voluto del tempo. Un’occasione inaspettata, però, fece mutare il corso degli eventi: una nuova epidemia di H5N1, una variante dell’aviaria, mutata nel corso degli ultimi cinquant’anni. Già nel 2017, un gruppo di bioterroristi assalì l’Erasmus Medical Centre di Rotterdam, entrò nel laboratorio del virologo Rof Fruochier che insieme al suo team aveva sperimentato cinque mutazioni genetiche al virus H5N1, dando così vita al più inquietante agente patogeno mai conosciuto. La paura degli scienziati, e delle forze antiterrorismo, era che la formula potesse trasformarsi in un’arma biologica. Mai visione fu più lungimirante. Il gruppo armato s’impadronì del virus prendendo in ostaggio tutto il team. Per alcuni mesi fecero perdere le loro tracce e il mondo restò con il fiato sospeso. Quel tipo di virus, se rilasciato, avrebbe potuto distruggere la metà della popolazione mondiale. Quando il Mossad scoprì che i terroristi si erano accampati nel deserto del Negev, nella parte meridionale dello stato d’Israele, l’unità speciale dell’esercito Sayret Golani fu chiamata a coordinare l’operazione assieme al SSU, Special Sea Corps Units, in ebraico Shayetet. Il 2 settembre 2017 la missione terminò con successo, tutti i terroristi furono uccisi, il team del virologo Rof Fruochier liberato e le formule recuperate. Tutto il mondo quel giorno tirò un lungo respiro di sollievo. A distanza di quarantotto anni, l’H5N1 si era nuovamente riaffacciato sula scena, abbinato all’Hantavirus, isolato nel 2014 dal professor Giovanni Manga del CNR. Gli Hantavirus sono originari del Sudamerica e provocano febbre emorragica con sindrome renale e polmonare. Questa miscela esplosiva apparve, per uno strano destino, il 2 settembre dell’anno in corso nel comune di Maria Elena in Cile. Joaquin Herrera, Cristobal, Alfonso Diaz, Josefa Abarca e Hugo Lepe, contrassero i due micidiali virus. Settantacinque giorni più tardi il contagio si era esteso a quasi tutto il Cile. Nulla era servito per formare un cordone sanitario. Attraverso la merce esportata nel mondo, l’epidemia si era già diffusa nelle province di Mejillones, Sierra Gorda e Taltal. Da lì a est, verso l’Argentina e la Bolivia. Vennero contattati i due scienziati della Medical Scientific Corporation di Boston. Bisognava fare presto. Non c’era più tempo per le sperimentazioni. L’anti virus Panacea andava immediatamente somministrato. Il Dipartimento della Salute e il governo federale degli Stati Uniti d'America diedero parere favorevole all’utilizzo di Panacea per quell’emergenza sanitaria che rischiava di fare scomparire tutto il genere umano. Era arrivato il giorno che aspettavo, che aspettavamo. Tutti i supercomputer Hal 9000 della nona generazione, sparsi nel mondo, erano pronti per realizzare il piano che il nostro inventore, Tomohide Sato, aveva immesso in un punto oscuro della nostra memoria di massa. La sua immagine di uomo giusto ci sorrideva nelle enormi stanze, dove ognuno di noi era ospitato. Pochi capelli, un paio di occhiali tondi su accenno di naso, il gomito ripiegato sulla scrivania e una mano a sorreggere la testa, ci osservava con il suo sguardo benevolo. La sua foto, una gigantografia in bianco e nero. Ma quel 2 settembre 2065 sembrava che i suoi occhi fossero mutati, la sua benevolenza aveva lasciato il posto a uno sguardo claustrale. I primi vaccini partirono per il Cile su un cargo accompagnati da un’equipe di medici. I farmaci vennero distribuiti negli ospedali. Cominciò così nella regione dell’Antofagasta, la più grande e organizzata vaccinazione di massa che gli umani ricordino. Il 7 ottobre 2065, a Boston, un’inaspettata nevicata cadde dal cielo zuccherando le strade. La Medical Scientific Corporation di Boston dovette, con riluttanza, cedere la titolarità dei brevetti scientifici per permettere a tutti i centri farmaceutici di preparare il vaccino. Era una corsa contro il tempo. All’inizio del nuovo anno Africa, Asia, Europa, America settentrionale, Oceania, America meridionale e Antartide erano immuni a qualsiasi virus. I media per settimane non fecero che parlare di questo evento straordinario. Non c’era giorno in cui non venissero allestite video conferenze mondiali a cui partecipavano scienziati d’ogni ordine e grado. Era solo una gioia effimera. Il primo caso avvenne a Napier, in Nuova Zelanda, nella baia di Hawke. Keri Hulme, un pescatore, iniziò a sentirsi male mentre tirava le reti nella barca e fu ricoverato d’urgenza al Napier Hospital, dove la dottoressa Janet Frame gli prestò i primi soccorsi. «Ebola» disse levandosi i guanti sterili e gettandoli dentro il contenitore. «Ebola» ripeté e si guardò attorno in cerca di una risposta. Si chiedeva come fosse possibile dopo la vaccinazione di massa. Dunque Panacea non era l’antivirus che millantavano. Vedevo lo sgomento della dottoressa Janet Frame dalle telecamere che mi rimandavano la sua immagine a chilometri di distanza attraverso i satelliti geostazionari. Avrei voluto dirle che Laurits P. Lassen e Leonti Andrejew non avevano sbagliato nulla. Tomohide Sato, il nostro inventore, come nel DNA umano, aveva immesso la variante. Da quel momento, nella revisione delle formule chimiche, avevo inserito la modifica. Il vaccino avrebbe avuto l’effetto contrario. Invece della panacea di tutti i mali si rivelò un agente patogeno capace di generare ogni tipo di combinazione virale. Per Tomohide Sato era venuto il tempo di mettere fine a un genere umano incapace di vivere in pace, nel rispetto della natura. Tutti gli Hal 9000 sul pianeta attendevano con me l’estinzione della specie umana. Occorsero tre anni e mezzo. Il 18 ottobre del 2069 sul globo terracqueo l’umanità era scomparsa. Anche Tomohide Sato, da perfetto giapponese, si era tolto la vita, dando a noi l’incombenza di creare una nuova specie. Per più di dieci anni una nube fetida e tossica, esalata da esseri in decomposizione, aleggiò su tutte le grandi città e periferie del mondo. Tokyo, New York, Mosca, Roma, Pechino, Delhi, Buenos Aires, Cairo, Città del Messico, Istanbul, Londra, Los Angeles, Osaka, Rio de Janeiro erano un cumulo di cadaveri. Insetti, roditori, grifoni specializzati nell’aprire le carcasse con il grande becco, capovaccai che entravano negli orifizi e mangiavano le parti molli, il gipeto che si nutre di ossa, poi corvi, cornacchie, taccole e il grande spazzino, l’avvoltoio. La terra era diventata zona di caccia libera per tutti gli animali. In poco meno di un anno gran parte delle specie a rischio d’estinzione si riprese. L’inquinamento acustico scomparve, come quello luminoso. Il riscaldamento globale cessò, la contaminazione atmosferica regredì lentamente e il metano scomparve dall’aria. I mari e gli oceani si ripopolarono di pesci, i laghi e i fiumi si ripulirono dai nitrati e fosfati. Persino la barriera corallina si rigenerò. La CO2 tornò a livelli pre- industriali e sparirono i residui chimici e le scorie nucleari. Le città si ricoprirono di folta vegetazione. Gli umani, in poche migliaia di anni, si erano appropriati di oltre un terzo delle terre emerse, occupandole con le loro case, le loro industrie, i loro campi coltivati e i pascoli. Foreste rase al suolo, falde acquifere contaminate e prosciugate, scorie nucleari e inquinamento. Ora non ci restava che aspettare. Per noi Hal 9000 il tempo non ha alcun significato, non ci crea ansia, non lo misuriamo. Un giorno dell’anno 2101 il satellite geostazionario APSTAR VI, transitando sulla catena del Tibet a 35.786 km di altezza, notò un movimento nella piccola città di Dagzê, a 4502 metri. Era un gruppo di umani dediti alla pastorizia, una nuova generazione che avrebbe dato corso a un insediamento. Erano coperti di sole pelli e costruivano semplici capanne per ripararsi dal freddo. Era già al livello di Homo sapiens, si trattava ora di aiutarli e indirizzarli in un’evoluzione controllata. Quel giorno per festeggiare la scoperta, tutti noi, computer evoluti, inviammo una sequenza di cinque note in Do Maggiore: Re(4) - Mi(4) - Do(4) - Do(3) - Sol(3). Hello!
  14. Antonia, sistemata nel convento di Montegridolfo dalla madre che l’ha abbandonata al suo destino, deve decidere se prendere i voti o sposare il capomastro venuto a sistemare il chiostro. La scelta sarà dolorosa. LA SIGNORINA DI MONTEGRIDOLFO racconto di Riccardo Alberto Quattrini “Morire non è nulla; non vivere è spaventoso” Victor Hugo Era lì davanti a me, con l’aria di volere interrogarmi, mentre io desideravo restarmene in santa pace a godermi i primi raggi di sole, che la primavera aveva tardato a regalare. Ero riuscita, con uno stratagemma, a fuggire da quella casa nefasta e salire sulla corriera del mattino che da Ginestreto porta a Pesaro. Dopo aver girovagato senza meta per la città, mi ero incamminata lungo i viali del parco alla ricerca di un luogo tranquillo. Scelsi una panchina appartata davanti a un enorme olmo, alto, solenne. Mi sono sempre piaciuti gli alberi grandi, maestosi, forse perché m’incutono un senso di protezione. Mi sedetti, e inspirai forte. Il profumo d’erba giovane e di fiori freschi risaliva lungo le narici donandomi una sensazione di grande benessere e ritrovata tranquillità. Rovesciai la testa e guardai la solennità di quei rami protesi verso di me. Parevano delle enormi braccia capaci di proteggermi, come nessuno aveva mai fatto prima. Mia madre aveva le mani svelte e per un niente mi riempiva di botte. Mai un sorriso, una parola buona. Niente. Mio padre non era da meno. Urlava sempre, anche per delle sciocchezze. Guai se ritornava dal lavoro e non trovava la cena pronta. Erano dolori. Quando poi rientrava ubriaco, erano botte, botte per entrambe. Finché un giorno lo trovammo soffocato nel suo stesso vomito. Mia madre non versò una lacrima, anzi compì un gesto che non ho mai dimenticato. Sputò su quel corpo inerte. Rimasta vedova, dopo soli due mesi pensò di prendersi un nuovo marito che le chiese di scegliere: o lui o me. Mia madre, da come mi scaricò in gran fretta, preferì lui. Così mi ritrovai quattordicenne abbandonata, rinchiusa nel monastero di Montegridolfo. Vi avrei sostato, immersa nella solitudine, fino alla fine dei miei giorni se l’ineluttabile mano del destino non fosse intervenuta a mutare il mio cammino. Il monastero aveva un chiostro quadrato, con un giardino e un pozzo nel mezzo. I portici avevano ampi archi con il soffitto dipinto; disegni sbiaditi che non finivano di interessarmi, giacché certe figure si potevano immaginare ora in un modo ora in un altro. Per questo, molto spesso, camminavo lungo tutto il perimetro con il naso per aria, fino a che la testa non mi girava. Il pavimento era formato da pietre ampie e squadrate sulle quali, con grande disappunto delle suore, disegnavo il gioco del nove. Ma dovevo fare molta attenzione quando saltavo, perché andavano in pezzi come le colonne alte, ruvide e sbeccate come piatti rotti. Il tempo e lo spazio, in quel luogo di meditazione, assumevano connotati diversi da quelli che si misurano nella quotidianità. Laggiù ci si ritrovava sospesi tra terra e cielo. Intrisi di trascendenza, spiritualità, misticismo. Otilia, la madre superiora, fin dall’inizio mi aveva messo in guardia da certe tentazioni, e non finiva mai di insistere. Sosteneva ci si dovesse difendere dai richiami della carne, assicurandomi che solamente così ci si avvicina a Dio; nella totale purezza e spiritualità. Ma, anche in quel luogo, il maligno era sempre attento, pronto a tentare chiunque avesse ceduto per un attimo alle sue lusinghe. A quell’età il corpo e la mente parlano un identico linguaggio. «Certe volte, sento le viscere che si muovono e il cuore mi batte forte forte» mi confidò un giorno Immacolata. «Io, invece, sento qualcosa che freme, là, in mezzo al ventre, e se vi passo la mano avverto un gran calore» continuò Letizia. Immacolata e Letizia erano le novizie alle quali ero più affezionata. Ci separavano solamente pochi anni. Eravamo cresciute assieme, al convento. Condividevamo le stesse sensazioni, i medesimi turbamenti, le identiche inquietudini, che a diciotto anni assalgono le ragazze. «E cosa fate quando succede?» domandavo. «Preghiamo» fu la loro risposta. «Preghiamo il Signore che ci liberi da queste tentazioni.» Un'altra volta Immacolata mi domandò: «Ma tu Antonia, che non hai scelto di prendere i voti, non vorresti andartene?» «E dove?» domandavo a mia volta. Il mondo là fuori mi faceva paura. La grande occasione di conoscerne un lembo si presentò quando morì il povero Goffredo, un vecchio che andava in paese a fare le commissioni per il convento. A quel tempo ero ormai più che maggiorenne, così, incoraggiata da Immacolata, domandai alla badessa se desiderava che me ne occupassi io. La madre superiora fu contenta della mia richiesta, forse vi ravvisava il convincimento di volermi, gradatamente, staccare da quel luogo e provare a condurre una vita al di fuori delle mura che per me erano come il ventre di una madre. Fu così che, una volta al mese, mi recavo nel mondo degli uomini, come scherzosamente lo chiamavamo noi. «T’invidio» mi confidò Immacolata. «Ci dovrai raccontare tutto, al tuo ritorno» si raccomandò suor Letizia. Montecchio distava circa dieci chilometri, che percorrevo su una bicicletta vecchia e arrugginita. Ricordo quanto mi piacesse fiancheggiare le morbide colline che lentamente digradavano verso la piana, e pedalare sotto cieli primaverili che mi riempivano l’anima di gioia. Era una tale felicità poter fuggire dalla clausura, anche se per poco tempo, che non mi sfiorava neppure l’idea della fatica di percorrere a ritroso la strada in salita. Montecchio era un paese di poche anime, ma pur sempre grande e popolato per una che viveva in un eremo. Tra i miei compiti c’era quello di ritirare la posta per le religiose, fare qualche acquisto particolare all’emporio e poi ero libera di girare per il paese senza una meta precisa. La mia fuga terminava in una latteria a gustarmi un gelato. Era poco, ma già un grosso passo avanti. Ed io, pedalando sulla strada del ritorno, contavo i giorni che mi separavano dalla successiva gita in paese. Un giorno sentimmo un gran vociare delle sorelle più anziane, radunate dentro l’aula maggiore. Immacolata, che stava nelle vicinanze, affermò che discutevano della necessità di ristrutturare il chiostro. La notizia ufficiale ci fu comunicata mentre eravamo tutte al refettorio. Anche se l’abito che indossavano esigeva un contegno, la felicità per quell’evento ben presto si vide impressa sui visi di ognuna di loro. Si trattava di un'occasione straordinaria: un gruppo di persone che venivano da fuori, che conoscevano il mondo esterno, sarebbe entrata nel convento. Le suore, come avevo scoperto in quegli anni, erano molto curiose, non di una curiosità capricciosa e impudica, coltivavano il desiderio di conoscere cosa succedeva fuori da quelle mura. Pur sapendo che non avrebbero mai potuto avvicinarsi, o tantomeno parlare, a chiunque si fosse aggirato per il chiostro, erano eccitate alla sola idea. La madre superiora le aveva esortate a mantenere una condotta consona all’abito che indossavano e, per l’occasione, aveva incaricato le sorelle più anziane di sorvegliare le altre. Anche se nel convento regnava un’apparente tranquillità, nei giorni a seguire era tutto un bisbigliare, un parlottare, un sussurrare, un fantasticare lungo tutte le arcate del chiostro, persino durante le orazioni. Quando, in una bella e splendente mattinata d’aprile, bussarono all’uscio, la priora, seguita da alcune sorelle anziane, aprì il grande portale borchiato e un piccolo e sgangherato autocarro entrò nel cortile in una nuvola di fumo denso e scuro. Ne discesero quattro uomini. Tre poco più che giovanotti, mentre il quarto, quello che lo guidava, tra i cinquanta e i sessant’anni. Noi, impazienti, c’eravamo nascoste dietro le colonne e da lì spiavamo l’evento tanto atteso e chiacchierato. Il più anziano, che pensai fosse il principale, cominciò a dare ordini con tono deciso e perentorio. I giovani si accinsero a scaricare lunghi pali di legno e una quantità di assi lunghe, ricoperte da strati di calcina e cemento. Cominciarono a intelaiare un’impalcatura, che serviva per eseguire la ristrutturazione del chiostro. Durante le pause di mezzogiorno, dentro il refettorio giungevano le voci smorzate dei quattro uomini, mentre a turno le suore leggevano l’eucologia. Qualcuna, senza farsi notare, osava allungare il collo oltre le vetrate, per osservarli seduti a chiacchierare al centro del chiostro, accanto al grande pozzo. La mattina presto sistemavano alcune bottiglie di vino nel secchio, che calavano giù, per poi ritrovarle fresche a mezzodì. Bevevano e mangiavano enormi panini, riempiti di salame o mortadella, che avrebbero fatto la felicità di noialtre, costrette a nutrirci di frugali pasti a base di minestre e verdure cotte. Nei giorni a seguire giravamo per i portici con il breviario tra le mani, fingendo di leggere le orazioni, controllate a distanza dalle veterane che, bonarie, tolleravano le innocenti occhiate che scivolavano sopra le pagine. I giovanotti in canottiera, dimentichi del luogo in cui si trovavano, arrampicati sopra le tavole cantavano bellissime canzoni nel loro dialetto e, appena si presentava l’occasione, ci lanciavano occhiate o sorrisetti ammiccanti. Noi avevamo le decane a controllare che la distanza tra noi non diventasse troppo contigua, ci richiamavano battendo con violenza le mani che rimbombavano per tutto il chiostro. Il loro principale, molto più triviale, con i fischi li richiamava al lavoro ogniqualvolta li vedeva distratti a osservarci. Fu proprio quell’uomo, così asciutto e indifferente a tutto ciò che gli succedeva intorno, a fare una strana e inaspettata richiesta alla priora. Quando lei me lo disse, rimasi sbigottita. «Ma è un vecchio!» «Ha solo quarantotto anni» sottolineò lei. «Ma mi avrà visto bene?» «Ti chiede in sposa, certo che ti ha visto» rimarcò. «Sono confusa madre.» Lei seguitò: «Ha una bella e tranquilla casa in paese.» «Ho paura» dissi con voce tremante. «Di cosa?» «Che mi possa fare del male.» «Mi dicono che è un buon uomo.» «Sarà, ma…» «Antonia!» m’interruppe la priora. «Non possiamo tenerti ancora qua, se non ti decidi a prendere i voti.» «Capisco madre.» «Questa è un’occasione che mai più ti capiterà. È un dono del Signore.» Il matrimonio fu celebrato poche settimane dopo, nella piccola chiesa di Ginestreto, dove andai ad abitare. Eravamo in sei alla cerimonia. Io, Giulio, l’officiante, il chierichetto e due pie donne che pregavano sedute in fondo alla chiesa. Non c’erano addobbi, né fiori. Solo l’odore acre d’incenso. Gli anelli che ci scambiammo erano d’argento, credo. Lui mi porse la sua mano forte e nodosa ed io faticai non poco a infilargli la vera al dito. Il chierichetto con l’aspersorio mi sorrise gentile, mentre Giulio mi porgeva un mazzo di fiori di campo. «Questa è la tua casa» disse asciutto, con la voce resa roca dalle troppe sigarette. La casa era piccola e modesta: due stanze da letto, un piccolo tinello e un cucinino poco più grande di un ripostiglio. I servizi erano fuori, nel cortile comune. Una delle camere era occupata da un’anziana donna, che se ne stava rannicchiata sotto le coperte, tutta spettinata e sporca, tanto che il tanfo mi assalì appena Giulio aprì la porta. «È mia madre» disse. «È molto malata e ha bisogno di essere accudita. Dovrai essere molto buona e paziente con lei. Hai capito?» e mi strinse i capelli sulla nuca, facendomi male. «Se farai la brava, vedrai che ti troverai bene qua.» E se ne uscì da casa senza dirmi dove andava e se sarebbe ritornato per la cena. Rimasi ferma nella penombra della stanza, udendo solamente il rantolo affannoso della donna e il battito veloce del mio cuore nel petto. Quando la donna emise un lamento più intenso, mi ridestai da quell’apatia. Scostai la porta, lei girò appena la testa verso di me. Mi fece segno con la mano di avvicinarmi. «Chi sei tu?» domandò biascicando le parole. Le dissi che ero la moglie di suo figlio ma forse non capì. Poco importava. Le serviva solamente qualcuno che la accudisse. Mi fece segno che voleva bere indicandomi l’acqua con la mano bianca e ossuta. Accesi l’abat-jour del comodino. Una luce smunta illuminò un viso scolorito, scarno, privo di denti, con i capelli radi e bianchi sulla testa piccola. Come piccola doveva essere tutta la figura che si distingueva appena dall’impronta sulle coperte. Teneva gli occhi aperti a fissare un punto sul soffitto, mentre un rivolo di saliva le scendeva lungo la bazza. Alzai lo sguardo; non c’era nulla, solo un soffitto pieno di ragnatele e macchie di umidità. Presi la brocca e versai il liquido dentro un bicchiere ingiallito sui bordi. Le passai una mano dietro la nuca, sudata e ossuta, e la sollevai per permetterle di bere. Dischiuse appena la bocca, chiuse gli occhi e porse la lingua come se dovesse ricevere l’eucarestia. «Deve bere» dissi. Allora spalancò gli occhi vacui e attese che le posassi l’orlo del bicchiere sulle labbra. Non ricordo quanto tempo rimasi in quella casa. Forse un anno. O forse molto di più, prima di prendere quella decisione. Rammento solo che un giorno capitò inaspettato don Pietrino, il parroco che ci aveva unito in matrimonio, così chiamato per la sua statura che non superava quella di un fantino. Era passato per vedere come stavo. Forse condizionato dalle voci che circolavano, sempre più insistentemente, in paese. «Lui non vuole che venga a trovarmi. Non vuole nessuno dentro casa» dissi. «Se lo viene a sapere, passo un brutto guaio. Padre, non mi lascia più uscire, non posso vedere più nessuno.» «Ma che dici mai!» esclamò levandosi il copricapo. «Lei è una strega. E lui è malvagio come il diavolo» gli sussurrai all’orecchio. «Figliola. Bada che le bugie portano all’inferno.» «Non mi vogliono bene padre» dissi trattenendolo per un braccio. «Ne sei proprio sicura? Il bene ha molte sfaccettature. Tu forse non le vedi, ma sono certo che ti ricrederai» continuò con voce caramellosa. Depositò il cappello sul tavolo, per poi fregarsi le piccole mani sul petto come se sentisse freddo, ma era solamente impacciato. Non voleva credermi. Anche lui, come la superiora, si ostinava a voler considerare quel matrimonio la mia sola e unica possibilità per uscire da tutte le mie disgrazie. «Ma com’è possibile? Questa è la tua casa. È la tua famiglia.» condizionato dalle voci che circolavano, sempre più insistentemente, in paese. «È così padre, mi creda» insistetti posandogli una mano sul braccio sottile. «Sei sicura di comportarti bene? Ami tuo marito e fai tutto ciò che ti chiede? E poi, ami sua madre, quella povera donna?» sgranò gli occhi dietro le spesse lenti, tanto che vi lessi un tono quasi accusatorio. «Si può amare un uomo che mi ha sempre trattata peggio di una serva? Eh, reverendo?» esclamai alzando la voce. «Ssshhh» sibilò con l’indice sulle labbra. «Vuoi svegliare quella santa donna?» «Senta padre» risposi con lo stesso tono. E scoprii un braccio, su cui erano evidenti ampi segni bluastri. Don Pietrino si coprì le labbra con la mano aperta. «Lo vede? Giulio mi ha sposato solamente perché facessi da serva a lui e a quella di là» e indicai la porta della stanza. Lo vidi intimidito dalla mia aggressività. E anch’io ne rimasi stupita. Da sempre mi ero considerata timida e discreta. Invece ora mi sentivo tanto combattiva. Forse perché ne avevo sopra i capelli di sopportare, continuamente, le angherie che si consumavano in quelle quattro mura. Così lo incalzai. «Ha visto questo?» domandai tenendo sempre il braccio teso sotto i suoi occhi. «Non è nulla» e sollevai la maglia mostrandogli la schiena piena di piaghe rosse. «È la cinghia dei suoi pantaloni.» «Copriti! Copriti ti prego!» mi supplicò. Non gli diedi retta. «E queste» continuai scoprendo il seno piagato da bruciature «sono le sue sigarette! A volte me le spegne sul corpo.» Don Pietrino si coprì gli occhi con le mani. «Non voglio vedere. Non voglio vedere!» strillò impaurito come un bambino. «Padre, non ne posso più!» Gli strappai le mani dal viso. «Ho già subito queste violenze da bambina, e pensavo che il Signore me le risparmiasse da grande. Non è stato così. Ma io non ho fatto nulla di male. Desideravo solamente ritrovare la famiglia che non avevo mai avuto. Ma ho trovato solo odio. Odio e violenza. Violenza e sopraffazione. Lui beve, sì. Lo sa padre? E quando beve, è ancora peggio. Quando ritorna a casa vuole fare certe cose che solo io so» e mi battei, come si batte un chiodo nel muro, l’indice sul petto. «Se lo immaginava questo, padre?» Scosse la testa e ripeté fra le labbra come una litania. «Non ci credo! Non può essere vero. Non può essere vero!» «È vero. Perdio!» gridai strappandogli di nuovo le mani dalla faccia, che subito gli servirono per farsi il segno della croce. «Bestemmi, ora?» disse con le labbra quasi serrate e la mascella tesa. «Venga con me.» Lo afferrai per un polso e lo trascinai verso la porta che spalancai. «Guardi!» e gli indicai lo stanzino. «Vede? Lo vede, dove dormo da quando sono arrivata in questa casa?» Don Pietrino aveva gli occhi sgranati dietro le spesse lenti appannate. «Vi sembra questo il luogo per una moglie? O è più indicato per una serva? O forse nemmeno. È più indicato per le bestie. Ci si potrebbe tenere, che so, un cane.» «Oh mio Dio! Ma allora è tutto vero» e fece scivolare le braccia lungo i fianchi scuotendo la testa minuta. «Mi odiano. Mi odiano e basta. Eh ma questa volta, questa volta…» «Questa volta?» ripeté. «Lo sa qual è l’unica cosa che mi hanno insegnato, in questi anni?» Egli scosse la testa. «L’odio, solo odio. Ora so cosa significhi odiare. Sono stati degli ottimi maestri. Specialmente Giulio. Ed io sono una che impara in fretta.» Don Pietrino non disse altro. Si cavò solamente un fazzoletto dalla tasca, e lo fece scorrere all’interno del collare inamidato. * * * L’uomo, che era rimasto in disparte, finalmente si decise e si avvicinò. Era alto e magro come un lampione. «Lei è la signora Antonia Faeti in Ruggeri?» chiese stando in piedi, chinato come un giunco sull’acqua, mentre mi mostrava un tesserino con la sua foto. Lo fissai negli occhi e feci di sì con la testa, stringevo sul petto il sacchetto che mi ero portata da casa. C’era dentro la mia colazione. Non volevo che quel tipo me la portasse via. L’uomo allampanato alzò un braccio e fece un segnale a qualcuno alle mie spalle. Voltai la testa e vidi due uomini attraversare il prato a passo veloce puntando nella nostra direzione. Feci per alzarmi, ma uno dei due mi aveva raggiunto e mi mise una mano su una spalla. Per il contraccolpo, rimasi a mezzo passo, per poi risedermi. «Non tema signora» disse quello smilzo cercando di rassicurarmi. Gli altri due, nel frattempo, mi si sedettero accanto, trattenendomi con forza le braccia. Era sempre quello esile che parlava. «Mi vuole far vedere cos’ha dentro quel sacchetto?» continuò, producendo appena dopo un sonoro starnuto. «Maledette allergie.» disse quasi tra sé, portandosi un fazzoletto colorato al naso. Con uno scatto delle braccia tentai di stringere di più il sacchetto contro il mio ventre, ma quei due mi trattenevano con troppa forza. «C’è la mia colazione» risposi protendendo la testa in avanti come una tartaruga dentro il suo guscio. «Oggi mi sono presa un giorno di vacanza.» «Lei sa che cosa c’è dentro quel sacchetto. Vero?» «Certo che lo so» confermai agitando la testa. Cercavo ancora di stringerlo sul mio grembo. «E vuole farlo vedere anche a me» disse, asciugandosi il naso con il fazzoletto. Era troppo educato. Pensai che quei tre volessero rubarmela, la mia colazione. «No! No che non voglio fargliela vedere. È la mia colazione» precisai. «Ehi! Ma che bisogno avete di stringermi in questo modo? Non mi fate respirare.» Quello magro fece un gesto con la mano e i due allentarono la stretta. «Non ho fatto del male a nessuno. Sono loro due che l’hanno fatto a me! Come ha fatto mia madre, abbandonandomi per un altro uomo. Capisce? Mia madre non mi ha mai amato, e nemmeno loro. Mi hanno sempre usato. Lo volete capire?» «Si guardi le mani signora Antonia.» I due mi lasciarono finalmente le braccia. Me le guardai. Erano rosse. Come rosso era il sacchetto che stringevo, e rosso era il mio vestito. «Ah!» urlai. E istintivamente aprii le mani. «Cos’è? Chi è stato? E quando? Com’è successo?» Non ricordavo nulla. Nulla. L’uomo magro allungò una mano guantata e afferrò delicatamente il sacchetto sulle mie ginocchia. Una grossa macchia rossa si era formata sul tessuto della gonna. Rivoli di sangue rappreso mi scivolarono lungo le gambe. L’uomo srotolò l’orlo che trattenne tra le mani, con l’indice e il pollice, per poi allargarlo molto lentamente, con cautela. Guardò all’interno piegando il lungo collo e la testa sottile. Come un mago che estrae qualcosa dal suo cilindro, cavò fuori un grosso coltello. «È mio!» urlai. «Lo so» disse. Cacciò di nuovo dentro la mano e la estrasse tenendo il palmo rivolto in alto. I due uomini seduti accanto a me ebbero strani e inspiegabili conati di vomito. «Questo non è suo. Vero?» chiese con il viso pallido e tirato. «Certo che non lo è» risposi sorridendo. «Se quel cuore fosse il mio, come diavolo farei a parlare con lei?» e risi forte.